XLII.LA CAPRA FERRATA.[1]C'era una vedova, che aveva un figlio. Un giorno, ha detto a questo figlio:—«Stai 'n casa. Voglio andare a i' vivajo a lavare i' bucato. Bada, non mi lasciare l'uscio aperto, perchè ti potrebbe entrare la capra ferrata in casa, con la bocca di ferro e la lingua di spada.»—Questo poero bambino volse andare a trovà' sua madre e lasciò l'uscio aperto. Quando fu a mezza strada, si rammentò, che non aveva chiuso l'uscio; tornò indietro. Va per entrare in casa, c'era la capra ferrata:—«Chi va là?»—«Son io. Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, ti affetto come una rapa.»—Questo poero bambino si messe sulla porta a piangere. Passò una vecchina:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Cos'ho? I' ho lasciato la porta di casa aperta, per andare a trovare mia madre. Mi ci è entrato la capra ferrata. Non so come fare a mandarla via.»—«Quanto tu mi dai, te la mando via io?»—«Da mia madre vi faccio dare quel, che volete, basta che me la mandate via.»—«Mi devi dare tre staja di grano; io te la mando via.»—Va a picchiare all'uscio di casa:—«Chi è?»—«Son io.»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, ti affetto come una rapa.»—Quella donna disse a quel bambino lì:—«Senti, bambino mio; non m'importa diquelle tre staja di grano; ma io non te la mando via davvero.»—Questo poero bambino non faceva altro che[2]piangere. Passò un vecchio:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Poerino! sono disgraziato. Ho lasciato l'uscio di casa aperto. Mi c'è entrato la capra ferrata. Non so come fare per mandarla via.»—«Se te mi dai quattro forme di formaggio, te la mando via io.»—«Se me la mandate via, quando torna mia madre, io ve le faccio dare.»—Va a picchiare alla porta e domanda:—«Chi va là?»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, t'affetto come una rapa.»—E questo poero vecchio va da i' bambino:—«Senti, bambino mio, poi fare quel, che voi, ma io non te la mando via davvero.»—Questo poero bambino non faceva che piangere e passò un uccellino:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Poerino, che non ho io? M'è entrata la capra ferrata in casa e non mi riesce di mandarla via. Se torna la mia madre, non pole entrare in casa.»—«Quanto tu mi dai, te la mando via io?»—«Cosa ti devo da', che non ho nulla? Se me la mandi via, ti farò pagare a mia madre.»—«Mi devi dare tre staja di panico e io te la mando via.»—Dice:—«Sì. Io te lo do.»—L'uccellino va:—«Chi va là?»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, t'affetto come una rapa.»—«E io, cor i' mio becchino, ti beccherò i' cervellino.»—E la capra ferrata s'è impaurita e è sortita di casa. E i' bambino ha dovuto pagare tre staja di panico all'uccellino.Stretta la foglia e largo il bocciolo,Della pelle di mi' nonno io ne farò un lenzuolo!NOTE[1]VediMorosi. (Opera citata in nota alla novella diManfane, Tanfane e Zufilodella presente raccolta).—«Una volta entrò una capra nella tana della volpe, mentre questa non era in casa. Si fece sera e la volpe si ritirò a casa. E trovò la capra, e fuggì; perchè si spaventò delle corna della capra. E passò un lupo e anche si spaventò. E passò un riccio; e questo entrò là dentro e punse la capra. E la capra uscì; e il lupo l'ammazzò e la volpe la mangiò.»—Pitrè. (Op. cit.) CXXXII.Cummari Vurpidda; CXXXIII.La Crapa e La Monaca.[2]Che; leggi e correggise non.XLIII.I DUE GOBBI.[1]C'era due gobbi, due compagni, via; ma tutti e due gobbi; ma uno più gobbo dell'altro. Poeri gli erano, rifiniti, senza un quattrino. Dice un di quelli:—«Io vo' andare a girare il mondo»—dice—«perchè qui non si mangia, si more di fame. Voglio vedere, s'io fo fortuna.»—«Vai davvero. Se tu la fai te, che tu torni, anderò a vedere io, se io fo fortuna.»—Questo gobbo si mette in cammino e va via. Ma siccome questi due gobbi gli eran di Parma, questi due gobbi il suo posto gli era Parma; quando gli ha camminato un pezzo grande di strada, trova una piazza, dove c'era una fiera, dove vendevano di tutte, di tutte le sorti. C'era uno, che vendeva cacio; gli dice:—«Mangino il parmigianino!»—Questo povero gobbo credeva, che gli dicesse a lui:—«Mangia il parmigianino!»—Scappa via e si nisconde in un cortile, dirò. Quando gli è un'ora, sente uno scatenìo, uno scatenìo! E sente:—«Sabato e domenica!»—per tre o quattro volte. Questo povero gobbo e' dice:—«E lunedì!»—e risponde.—«Oh dio!»—dicono quelli, che cantavano—«chi è quello, che ci ha accordato il nostro coro?»——Vanno a cercarlo e lo trovano questo povero gobbo niscosto.—«O signori,»—dice—«non son venuto per far nulla di male, sanno?»—«Eh! noi siamo venuti per ricompensarti; tu hai accomodato il nostro coro. Vienicon noi!»—Lo metton sur una tavola e gli levano il gobbo. Lo medicano, sarciscono la ferita e poi gli danno due sacchi di quattrini.—«Ora»—dicono—«tu poi andare.»—Esso li ringrazia, e via, senza il gobbo. Gli stava meglio, lo credo! E viene in Parma a il suo posto. Eccoti l'altro gobbo:—«Guarda! o non mi par tutto il mio amico? Chêh! ma gli aveva il gobbo! non è! Dài retta! Tu non siei il mio compagno, così e così?»—«Sì,»—dice—«son io.»—«Dai retta: o tu non eri gobbo, te?»—«Sì. M'hanno cavato il gobbo e m'hanno dato due sacca di quattrini, ora ti dirò il perchè. Io»—dice—«arrivai in questo posto»—gnene dice dove; a me non l'ha detto e io non lo so, io!—«e sentii a principiare a dire:mangialo il parmigianino! mangialo il parmigianino!Io ebbi tanta paura, mi nascosi.»—Gli dice il posto:—«In un cortile, così e così.»—Dice:—«Quando fu un dato tempo, sento uno scatenìo; e sento a principiare:Sabato e domenica!un coro. Io, dopo tre o quattro volte, gli dissi:E lunedì!Questi vennero cercando me e mi trovorono, dicendo che io aveva accomodato il suo coro, e che mi volevano ricompensare. Mi presero,»—dice—«mi levorono il gobbo e mi diedero due sacca di quattrini.»—«Oh dio!»—dice l'altro gobbo—«voglio andare anch'io, sai?»—«Vai poerino, vai pure, vai, vai, vai!»—Poero gobbo!—«addio, addio!»—Si mette in viaggio e va via e arriva a questo posto. E si mette niscosto, dove gli aveva detto il compagno, preciso. Passato un dato tempo, eccoti tutto uno scatenìo; e sente:—«Sabato e domenica!»—così tutto un coro. E quegli altri, l'altro coro:—«E lunedì!»—Questo gobbo, dopo tre o quattro volte, che dicevan così:—«Sabato e domenica e lunedì!»—dice—«E martedì!»—«Dov'è»—dicono—«quello, che ciha sciupato il nostro coro? Se noi lo si trova, gli ha da andare in pezzi.»—Questo poero gobbo, considerate, lo picchiano, lo bastonano, via, quanto posson loro. Lo bastonano; e poi, dopo, lo mettono sull'istessa tavola del compagno.—«Prendete quel gobbo»—dicono—«mettetegnene davanti.»—Prendono il gobbo e gnene appiccican davanti; e poi, a suon di bastonate, lo mandan via. Va nel suo posto e trova l'amico:—«Misericordia»—dice—«o che non è quello il mio amico? Chêh! non è, perchè gli è gobbo anche davanti»—dice.—«Ma dài retta,»—dice—«non sei tu il mio amico?»—«Altro!»—dice piagnucolando.—«Non volevo il mio di gobbo e mi tocca ora a portare il mio e il tuo! e tutto bastonato, tutto rifinito, non vedi?»—«Vien via»—dice l'amico—«vieni a casa e così si mangerà un boccone assieme; e non ti confondere.[2]»—E così, tutti i giorni, gli andava a mangiare una zuppa dall'amico; e poi saranno morti, m'immagino.[3]NOTE[1]VediGradi(Saggio di Lettere varie pe' giovani).Novella de' due Gobbi.—Pitré. (Op. cit.) LXIV.Lu scarparu e li diavuli.—Pietro Piperno. (De Nuce maga Beneventana)Casus II. De Gibboso vi Dæmonis mutato in arenationem, seu ante pectus in convivio nucis Beneventanae mag.—Anche il Gozzi ha narrato questa frottola. Francesco Redi, scriveva il XXV Gennajo M.DC.LXXXIX di Firenze al Dottor Lorenzo Bellini in Pisa.—«Come una mamma amorosa, che, intenerita di quella sua figliuola gobba e sciancata, vorrebbe pure, ch'ella comparisse con l'altre a una festa, e perciò s'affanna a farle raddoppiare i tacconi alla scarpa del piede zoppo, e le rimpinza guancialetti e batuffoli di cenci intorno a' fianchi ed intorno alle spalle; così ho fatto io di nuovo intorno a quelle terzine, una di queste notti così gelate, mentre mi tribolava, che non poteva dormire. Ma penso,che sarà avvenuto come accadde a quel gobbo da Peretola, il quale, avendo veduto, che un altro gobbo suo vicino, dopo un certo suo viaggio, era tornato al paese bello e diritto, essendogli gentilmente stata segata la gobba, lo interrogò, chi fosse stato il medico, ed in qual paese fosse aperto lo spedale, dove si facevano così belle cure. Il buon gobbo, che non era più gobbo, gliela confessò giusta giusta. E gli disse, che, essendo in viaggio, smarrì una notte la strada; e, dopo lunghi aggiramenti si trovò per fortuna alla Noce di Benevento, intorno alla quale stavano allegramente ballonzolando moltissime streghe con una infinità di stregoni e di diavoli. E che, fermatosi di soppiatto a mirare il tafferuglio di quella tresca, fu scoperto, non so come, da una strega, la quale lo invitò al ballo, in cui egli si portò con tanta grazia e maestria, che tutti quanti se ne maravigliarono; e gli presero perciò così grande amore, che, messoselo baldanzosamente in mezzo, e fatta portare una certa sega di butirro, gli segaron con essa, senza verun suo dolore, la gobba, e con un certo impiastro di marzapane gli sanarono subito subito la cicatrice e lo rimandarono a casa bello e guarito. Il buon gobbo da Peretola, inteso questo e facendo lo gnorri, se ne stette zitto zitto. Ma il giorno seguente si mise in viaggio; e tanto ricercò e tanto rifrustò, che potette capitar una notte al luogo della desiderata noce, dove, con diversità di pazzi strumenti, quella ribaldaglia delle streghe e degli stregoni trescava al solito in compagnia de' diavoli, delle diavolesse e delle versiere. Una versiera o diavolessa, che si fosse, facendogli un grazioso inchino, lo invitò alla danza, ma egli vi si portò con tanto malgarbo e con tanta svenevolaggine, che stomacò tutto quanto quel notturno conciliabolo. Il quale poi, mettendosegli attorno e facendo venire in un bacile quella gobba segata al primiero gobbo, con certa tenacissima pegola d'Inferno la appiccò nel petto di questo secondo gobbo. E così questi, che era venuto qui per guarire della gobba di dietro, se ne tornò vergognosamente al paese gobbo di dietro e dinanzi; conforme suol quasi sempre avvenire a certi ipocondriaci cristianelli, che, volendo a tutti i patti e a dispetto del mondo, guarire di qualche lor male irrimediabile, ingollano a crepapancia gli strani beveroni di qualche credulo ma famoso medicastro e di un sol male, per altro comportabile, che hanno, incappanoper lo più dolorosamente in tre o quattr'altri più dolorosi del primo, i quali presto presto li mandano a Patrasso, ch'è un oscuro paesello lontano da Firenze delle miglia più di millanta. Or voi, caro Bellini, applicate questa frottola alle terzine del mio sonetto. Leggetele, ridetevene, burlatemi, cuculiatemi, che me lo merito; e se non ho potuto rabberciarle io, fate la gran carità di rabberciarle voi:«Che per onor dei fichi e delle pereFra' medici più saggi di Parnaso,Foste creato l'arcimastro e il sere,E in ogni cul potete dar di naso.»—Il paragone de' cristianelli allude ad un altra frottola, ricordata anche da Michele Zezza, in uno de' sonetti delCarteggio poetico di Picà e di Picò.Lungi droghe, che qui portan gl'InglesiDal nuovo mondo a noi: queste, in mia fè,Ci mandano più presto a quei paesi.Per questo appunto lo Spagnuol morì;Ma pria sull'urna sua scrivere fè:Per volere star meglio, ora son qui.Stefano Francesco di Lantier, nella XXXVI lettera della suaCorrespondance de Suzette d'Arly:—«On racconte, qu'un Italien, assez content de son sort, se maria pour être mieux; il mourut après six mois de mariage. Il ordonna de graver cette inscription sur son tombeau:Stava bene, per esser meglio son qui.Combien de gens, à l'exemple de ce pauvre mari, se remuent, s'agitent, pour être plus mal.»—Il Noce di Benevento vien ricordato anche nellePoesie Italiane|e in|Dialetto Napolitano|di|Domenico Piccinni||Napoli|Da' tipi di Cataneo|1827. (pagina 105; componimento intitolato:La Notte).Sta 'na noce chiantata a Beneviento,Addò', come la Notte s'abbicina,Nce veneno 'ncopp'acqua e 'ncopp'a viento,E da parte lontana e da vicinaLe streghe: parte int'a 'no vastemiento'Ddò' de diavole so' 'na cinquantina,Chi accavallo a 'no crapio e chi a 'no puorco.Chi portata da 'n Urzo e chi da 'n Uorco.[2]Non ti confondereequivale al napoletanesconon te ne 'ncarrecà'!E mi sia lecito di rivendicare il piccolo onore di avere, sette anni prima della Canzonetta diMasto Raffaele, richiamato l'attenzione sull'importanza demopsicologica di quell'intercalare partenopeo, in una bizzarria intitolata:I Serpenti di Panarano.[3]I poveri gobbi sono argomento d'infiniti racconti burleschi. Ne riferirò due, ne' quali si equivoca sulla parolagobbo, che ha avuto ed ha anche altri significati. Il primo è cavato daLe piaceuoli | et ridicolose | Facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | con l'aggiunta d'alcun'altre, che nella prima | impressione mancauano. || In Venetia, M.DC.XXVII. | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti.—«Si spendeva a quei tempi, nel Ducato di Milano, una certa piccola moneta; perchè era stata coniata sotto un Duca gobbo, Gobbo si chiamava; tre de' quali facevano un soldo. Il nome di cotal moneta, perchè pareva che fosse a disprezzo del Duca, fu causa, che si bandì. Furono nondimeno costituiti banchieri, che tutti questi simili danari ricevessero et gli tagliassero et all'incontro ne dessero il valore con altrettanta moneta d'altra sorte. Vide Messer Poncino per avventura un giorno su la Piazza di Cremona tre uomini di basso affare tutti tre gobbi; i quali immaginossi con l'occasione del sodetto bando di burlare in cotal guisa. Andossene dunque da loro et disse:Amici, fatemi di grazia un servigio. Venite per cortesia ad esser testimonî ad un instromento, che a quel banco là ho da trattare, che io ve ne restarò con obbligo.—Volontieri, risposero i gobbi;ma ben avremo di caro, che tosto ne sbrighiate, perciocchè abbiamo anco noi faccende.—Non perderete tempo, replicò Messer Poncino;ma in tre parole sarete spacciati. Così di compagnia giunti ad un banco, dove si cambiavano et tagliavano di quei danari gobbi, disse al banchiere Messer Poncino:Eccovi tre gobbi; datemi un soldo et a vostra posta tagliateli. Rimasero attoniti i gobbi; et il banchiere, tra perchè era faceto anche egli, sì eziandio, perchè poco gli costava, diede a Messer Poncino subito il soldo, et uscito dal banco, insieme con due altri suoi compagni, presero i gobbi, et dentro la bottega facendo vista di volergli portare, per tagliargli, gli posero in grandissima smania. Alfine lasciatigli, si svoltorono essi a M. Poncino et con rampogna gli minacciavano il castigo.Ma egli et gli altri, che quivi intorno s'erano raunati, ridendosene, fecero che più che di fretta i gobbi si partirono; et fra gli uomini quanto più potevano andavano nascondendosi.»—L'altra novella la tolgo da'Cento Racconti, raccolti da Michele Somma, dov'è intitolata:Gli equivoci, certe volte, sono la rovina dell'uomo.—«Un certo cardinale di Roma, dovendo dar tavola un giorno, e mancando in detta città igobbi, che qui in Napoli chiamansicardoni, scrisse ad un suo amico di questa capitale, acciò gliene avesse mandato una ventina. L'amico, credendo, che il cardinale bramava igobbiper far qualche burla, radunò venti di questi, e gliel'inviò, colla promessa, che avrebbero avuto un buon regalo. Arrivati che furono i gobbi in Roma, e passandone il cameriere la notizia al cardinale, gli fu risposto, che li avesse situati nella cantina. Ciò udendo il povero cameriere, mentre incominciava a far la causa di que' stanchigobbi, venne rimproveràto fortemente dal cardinale. Sicchè, convenendogli di ubbidire, trascinò i poverigobbinella cantina. Considerate voi, che timore e sbalordimento sopravvenisse a quegl'infelici! Dopo due ore, il cardinale chiamò nuovamente il cameriere; e gli ordinò, che avesse battuto sopra dei gobbi cinque o sei brocche d'acqua. A questo secondo complimento, impietositosi il cameriere, rispose:Eminenza, e perchè tanta barbarie con questi poveretti?Non ancora avea proferite queste parole, che ricevette una seconda strapazzata più terribile della prima; sicchè gli convenne per la seconda volta ubbidirlo, scaricando per la ferriata più di cinque o sei brocche d'acqua sopra degl'intimoritigobbi. Avvicinandosi finalmente l'ora di tavola, il cardinale disse al cameriere:Calate giù nella cantina, prendete quattro o cinque gobbi, scorticateli ben bene, e poi fateli a pezzi minutissimi. Ciò inteso il cameriere, quantunque avea risoluto di non più ostarsi al cardinale, pure incominciò a dire:Ma Eminenza, e che umanità.... A questo terzo rimprovero, prese il bastone il cardinale; e, se non se la scappava il cameriere, sarebbe stato castigato. Sicchè, per non perder il pane, fattosi animo, e chiamato in aiuto altre persone di servizio, scese nella cantina e così disse ai tremanti gobbi:Cari miei, io non ho che farvi, e Dio sa che ho sofferto per voi; sicchè cinque o sei di voi debbono essere scorticati, e fatti minutamente a pezzi. A quest'ultima antifona incominciarono igobbiad urtarsi l'unl'altro, ed a gridare in modo, che, rivoltandosi tutto il palazzo, si affacciò il cardinale; ed interrogando il motivo di sì forte schiamazzo, gli fu risposto dal cameriere, ch'erano igobbi.Dunque i gobbi gridano?ripigliò il cardinale.Signore, rispose il cameriere,questi non sono muti ma gobbi, cioè storpi. Ciò udendo il cardinale, tra le risa e il capriccio, disse al cameriere:Cacciateli dunque dalla cantina, e portateli qui. Venuti i semivivi gobbi alla presenza del cardinale, questi li cercò scusa, e gli disse,che egli voleva i gobbi, che si chiamano cordoni, non già quelli, che si chiamano gobbi; e che perciò li avea sì malamente trattati, e li avrebbe trattati peggio, se non avessero urlato. Regalò loro assai bene e finalmente ne li rimandò qui in Napoli, dove arrivati, ed interrogati dall'amico del cardinale del trattamento ricevuto, gli raccontarono tutto l'accaduto su di essi. Non potè fare a meno di ridere smascellatamente l'amico corrispondente per l'equivoco avvenuto.»—LXIV.LA NOVELLA DEL SIGNOR DONATO.[1]La Novella del signor Donato? Io non la vo' dire, bisogna, che mi preghiate. Se mi pregate di molto, ve la dirò[2]. C'era una volta marito e moglie, che avevano la serva. Dunque, la padrona andava di fori: sapete bene, quando c'è la serva. Nel mentre che lei faceva le faccende, un topo sale sul prosciutto del padrone e gnene rodeva. La prende il gatto, perchè lo mangi questo topo:—«Oh»—dice—«che fai tu, che non lo mangi?»—Il gatto gli era rimasto attaccato a il topo, proprio attaccato, non veniva più via. Grida la serva:—«Eh, vien via!»—Lo acchiappa per la coda e rimane attaccata anche lei. Siccome questo prosciutto rimaneva sur una terrazza, che dalla strada si vedeva, torna a casa la padrona, e di quì si volta e vede la serva e gli dice:—«Oh che stai tu qui a fare, grulla, invece di fare le faccende?»—«Ah! signora padrona!...»—«Animo, animo!»—La vien su; l'apre;—«Vien via!»—la gli dice; la scuote; e rimane attaccata anche lei. Eccoti torna il signor Donato e vede quelle donne:—«Che state a fare quassù?»—dice.—«Abbi da sapere,»—dice la moglie—«che la serva l'ha visto mangiare il prosciutto da un topo. L'ha messo il gatto e l'è rimasto attaccato. La lo gridava:Vien via!l'è rimasta attaccata anche lei. Io son torna; dicendo:Vien via!son rimasta attaccata anch'io. Vedi, veh!»—«Animo,sciocche!»—dice il signor Donato; le scote e rimane attaccato anche lui[3]. Eccoti il tempo che il topo gli vien voglia di fare il suo bisogno. La fa, con rispetto, in bocca a il gatto. Il gatto la fa in bocca alla serva. La serva la fece in bocca alla padrona. La padrona la fece in bocca a il signor Donato. E il signor Donato? In bocca a chi m'ha pregato. La novella dice così: io non ci ho colpa.NOTE[1]Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVI.Li vecchi.—Bernoni. (Op. cit.)Na giornata de sagra. IlLiebrechtannota:—«Vgl.GrimmK. M. n.º 64 Die Goldgans.»—Questa novellina è una goffaggine, lo veggo bene anch'io da me. Ma la goffaggine popolare, le goffe invenzioni della fantasia nazionale, importano anch'esse allo studioso, allademopsicologia. Dello stesso genere, o brutto o bello che piaccia chiamarlo, è la seguente novella milanese.LA REGINNA SUPERBAGh'era ona Reginna, che l'era molto superba; e, in quel temp, che regnava sta Reginna, i stronz parlaven. Donca, el fioeu de sta Reginna, l'ha tolt mièe; e la Reginna sta soa nœura le piaseva no, perchè l'era minga de sangu real come voreva lèe. Gh'aveven on bellissem giardin; e lee, savend minga come perzipità[i]sta soa nœura, l'ha pensàa d'andà a fà el so bisogn in giardin. El Re, passeggiand, l'ha vist sta porcaria e l'ha ciamàa tutt la gent de servizi a dimandagh chi l'è, che l'ha fatt sta porcaria. Lor saveven no; han seguitàa a digh, ch'eren innocent, che saveven nient. E la Reginna:—«T'hê tolt ona donna ordinaria? e sarà stada lèe, che l'è andada là, a fà sta robba.»—Allora el Re, l'ha mai podùu savè nient, el voreva andà al fond de sta robba, el fa mett tutt in procession sta gent de servizi e poeu l'ha ditt a la mader:—«Cara mader, bisogna, che la vaga lee insemma a la gent de servizie mi e mia mièe.»—Lee, la mader, l'ha vorùu vede veso l'ultima, sperand che el Re l'avess de dì:—«Basta! basta!»—l'avess de stufiss. Donca, ha cominciàa la gent de servizi:—«Stronz, bel stronz, chi t'ha fàa?»—ghe diseven i gent de servizî a vun a la volta. E lu, el respondeva:—«Minga ti.»—Vegneven tutt i alter servitor; e lu, el diseva semper:—«Minga ti, minga ti.»—de meneman[ii]che passaven. Ven al Re. El Re, l'è andàa là anca lu, per dà soddisfazion; el ghe dis:—«Stronz, bel stronz, chi t'ha fàa?»—Semper:—«Minga ti.»—Passa la sposa, e anca quella ghe dimanda:—«Chi t'ha fàa?»—«Minga ti.»—Allora la veggia la saveva minga come fà, la s'è tirada su tutta, l'era on pòo agitada, e allora la ghe dis:—«Stronzellino, bel stronzellino, chi t'ha fatto?»—Lee, in del so coeur:—«El me dirà minga, che sont mi!»—E lu, el ghe rispond:—«Ti, veggia porca.»—Allora, el Re, perchè el gh'aveva dett a tutti:—«Chi l'è stàa, soo mi el castigh, che ghe daròo!...»—e la mader gh'è vegnùn fastidi del dispiasè...: e el fioeu, poeu, allora, send la mader, el dis:—«S'ciao! bisogna metti sott al silenzi sta cossa!»—L'ha minga vorùu castigalla. Ma del rest, lee, la gh'ha avùu semper la vergogna in faccia a la gent de servizi d'avè fàa sta porcaria; e inscì la soa superbia, perchè l'era tant superba, l'è stàda castigada.Il medesimo argomento, ma senza lo elemento fantastico, che da tanto umorismo alla precedente novelletta milanese, è trattato da Tommaso Costo nella V. Giornata delFuggilozio.= Aveva un ricco speziale molti garzoni; l'uno de' quali, avendo una sera a cena mangiato soverchio, gli venne poi a mezzanotte una furia di corpo siffatta, ch'ei fu costretto alzarsi dal letto bene in fretta. E, corso all'uscio della bottega, quivi, senza rispetto alcuno, si scaricò il ventre. Del che avvistosi poi la mattina lo speziale, come quegli, che si levò più per tempo degli altri, tutto adirato verso i garzoni, dimandò chi fosse stato di loro. Ma negando tutti, diss'egli:—«Adunque sarò stato io. Orsù, voglio essere il primo a por le mani in quella bruttura. Ajutatemi tutti, che a un po' per uno la sgombreremo ad un tratto via.»—Ciò sentendo i garzoni, tutti quelli, che erano innocenti, con mal volto e mormorando si moveano mal volentieri a farlo. Ma quegli, che aveva fatto il male, per parere ubbedientee guadagnarsi l'animo del padrone, disse:——«Ben dice messere; e voglio essere il primo io a porvi le mani.»—Allora lo speziale, come accorto, disse:—«Ah furfante, ribaldo! tu, che volentieri alla penitenza t'offerisci, dimostri esser senza dubbio l'autor del peccato.»—E così, a suon di buone bastonate, fece fare il tutto a lui, e poi lo cacciò. =[i]PerzipitàoParzipità. Quanto aPrecipità, secondo il Cherubini, si adopera solo nel senso di far le cose frettolosamente e male (acciabattare).[ii]De meneman. Di mano in mano.[2]Questa novella appartiene al genere, che si chiama deiChiapparelli, perchè con essi si acchiappa, si burla, chi ci prega di novellare. Eccone per esempio un altro de' Chiapparelli fiorentini, somministratomi dal D.ͬ Giuseppe Pitré ed intitolato:Il Gallo. Avanti di raccontarlo, il novellatore si fa promettere una noce:—«C'era una volta un gallo; questo gallo gli scappò. Passò una donna.O quella donna, avete visto il mi' gallo?—No, 'un l'ho visto. Passò un omo.Quell'omo, avete visto il mi' gallo?—Sì, l'ho visto, sur un monte, che cantava con una bella voce, E merda in bocca a chi m'ha promessa la noce.»—Chiapparelli sono pure i due seguenti milanesi:L'OMM APÔS AL DOMMOna volta gh'era on ommApôs[i]al domm,Cont el gerlett in spalla....Ma tasii s'hoo de cuntalla.[ii]L'OMM, CHE ANDAVA A ROMMAOna volta gh'era on omm e ona donna,Che andaven a Romma;Gh'è andaa on moschin in del cuu,Hin borlaa giò[iii]tutt e duu.Genere diverso di chiapparelli è quello, di cui può dare un'idea la seguente novelletta milanese:EL GESSUMIN.[iv]Ona volta, gh'era on giovin; el vorreva tœu miee. Sicchè, ghe disen che gh'è tre tosann, s'el voreva vedej, ch'el menaven a vedej: el podeva fa la scelta de quella, che ghe piaseva pusee. El va là in casa e ghen fan vegnì de bass vunna. La ven giò e la dis:—«O, che dolor de vitta! o che dolor de rênn! o che mal!»—«Cossa la gh'ha?»—el ghe dis, lu.—«Ah, caro lu, la me donna de servizî, la m'ha miss el lenzœu invers; el pont—sora del lenzœu, el m'ha faa tant mal, che sont chì tutta mezza ruvinada.»—Lu, el dis:—«Questa, l'è minga bonna per mi, l'è tropp delicada!»—Ven giò l'altra tosa con la testa in man; e la dis:—«Ah che dolor, che dolor de testa!»—E lu, el dis:—«Cossa la gh'ha?»—Ah, s'el savess! La mia donzella, per pettinamm, la m'ha strappaa on cavell; e mi gh'ho tutta la testa ruvinada.»—E lu:—«Anca quella»—el dis—«la fa minga per mi.»—Ven giò on'oltra, tutta zoppa. El dis:—«Cossa la gh'ha a quel pè, che ghe fa inscì mal?»—«Ma, caro lu, sont stada in giardin; e m'è andaa on gessumin[v]sul pè.»—Lu, el ghe dis al so amis:—«Caro ti, gh'han de quij difett, che per mi fan no. Sent, dimm on poo ti, qual'è quella cossa, di quij trii lì, che po fa men mal?»—E lu, el so amis:—«El pontsora, el po anca fa on poo mal; el cavell, l'istess: strappà on cavell! Ma el gessumin! Chi fa men mal, l'è el gessumin.»—E lu, allora, el ghe rispond:—«Tanta merda in sul to bocchin.»—Questo giovaneinussoraturo(per italianizzare un vocabolo napoletanesco'nzoraturo, coniato dal Basile e che risponde perfettamente aljeune homme à marierde' francesi), sdegnato con l'amico, gli dà i monnini.—«Dare i monnini.... vuol dire, quando uno, parlando con un altro, lo forza a dir qualche parola, che rimi con un'altra, che a quel tale dispiaccia. Per esempio, il Giraldi disse ad un chierico:Non fu mai gelatina senza.... e qui si fermò, fingendo non si ricordare della parola, che finiva il verso. Ed il chierico, il quale ben sapeva la sentenza, gliela suggerì, dicendo:senz'alloro. E il Giraldi soggiunse:Voi siete il maggior bue, che vada in coro[vi]»—Ci sono molti racconti popolarli, ne' quali si obbligano così gli uditori a profferire una parola, per dir loro villania o per lasciarli burlati e delusi. Ecco tre esempî di queste goffe facezie, di due provincie lontanissime d'Italia, cioè due milanesi, l'altra napoletana.FATTA, SALADA E SCOA(Milano)Il Narratore.—Gh'era ona volta tre tosann. Vunna la gh'aveva nommFatta; l'altra,Salada; e l'altra,Scoa. La mamma de sti tre tosann, la ghe dis a quella Fatta:—«Famm la minestra.»—E ghe le fa fatta fatta fatta. Alora lee, la ghe dis a quella Salada:—«Famela ti, Salada.»—E ghe le fa salada salada salada. Alora la ghe dis a quell'altra.... Comme la se ciamma?...Un uditore.—Scoa.Il Narratore.—Merda in bocca toa.'NZOGNA, 'RASSO E STOPPA[vii](Pomigliano d'Arco)Il Narratore.—'Na vota nce steva 'na mamma, ca teneva tre figlie. Uno sse chiamava'Nzogna, uno'Rassoe 'n'ataStoppa. 'Nu juorno 'a mamma sse moreva 'e fridde. Chiammava 'ô primmo; dicette:—«Appicceme 'nu poch' 'e fuoche, ca i' mme moro 'e fridde.»—Le dicette:—«Io so' 'Nzogna; mme stegno.»—Chiammava 'ô secondo; dicette:«—«'Rasso, vene mm'appicce 'nu poch' 'e fuoche.»—Chille dicette, ca era 'Rasso e sse squagliava. Chill'auto.... comme sse chiamma?...Un uditore.—Stoppa.Il Narratore.—E chisso naso 'nculo mme 'ntoppa.EL PEGORÉE[viii]Il Narratore.—Ona volta gh'era on pegorée, che l'è andaa cont i pegor per dagh de mangià in campagna; e l'era de passàd'on'acqua; e l'ha ciappaa i pegor a vunna a vunna per portaj de là.....Un uditore.—E poeu? Va innanz!Il Narratore.—Quand ch'è passàa i pegor, andaroo innanz a finill.[i]Apôs, dietro, dopo, forse dalpostlatino. In alcune parti di Brianza,apoeus. Regge il dativo:apôs a l'uss.[ii]Variante:Cont el s'ciopp in spalla.... Hoo de dilla o de cuntalla?Ne ho pubblicate parecchie versioni delle Provincie Meridionali nel mioSaggio di Canti popolari delle Provincie Meridionali. VediPitré. (Op. cit.) CXLILu cuntu di lu Varveri.[iii]Borlà giò, cascare, tomare.Bandello, p. I, n. II:—«Quando l'averà a le stelle levato, mossa da naturale instabilità, quello lascerà tomare fin ne l'abisso.»[iv]IlLiebrechtannota:—«Vgl.Schnaller, N.º 45.»[v]Gessumin, gelsomino, giasmino.[vi]Annotazioni alMalmantile. Cantare I. Stanza XLIV.[vii]Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVII.Parrineddu.[viii]Vedi nel Novellino, dove conta d'un novellatore di Messer Azzolino. Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVIII.—La Truvatura. Vedi nelleOeuvres complètes | de|E.F. deLantier|Précédées|d'une notice biographique et littéraire|Paris|Auguste Desrez Imprimeur Editeur.|Rue Neuve—des—petits—champs N. 50|MDCCCXXXVIII, tra'Contes en vers, quello intitolatoLe Conte interrompu. Stefano Francesco di Lantier nacque in Marsiglia il primo d'ottobre MDCCXXXIV e vi morì di XCII anni, il trentun gennaio MDCCC.XXVI. Lo ricordo, perchè, cultore sfegatato degli studi italiani, ha evidentemente tolto dalNovellinoil tema del suo racconto.[3]Per gli appiccicamenti, confronta la favolaMercurius et Mulieres, ch'è tra le XXX fedriane, emanuscripto Bibliothecae Regiae Neapolitanae codice nuper editae. Delle due donne, l'una, madre di un lattante, implora di veder presto barbuto il figliuolo;quaestus placebat alteri meretricius, che pregaut sequatur sese quidquid tetigerit:Volat Mercurius. Intro redeunt mulieres:Barbatus Infans, ecce vagitus ciet.Id, quum meretrix forte ridet validius,Nares replevit humor, ut fieri solet.Emungere igitur se volens prendit manu,Traxitque ad terram nasi longitudinem,Et aliam ridens, ipsa ridenda extitit.XLV.L'AMMAZZASETTE.[1]Fu una volta un bel giovanetto in Garfagnana, detto Nanni, il quale, per la sua mendicità, dormiva in una capanna da fieno. Quivi essendo egli un giorno per riposarsi e ripararsi dal caldo, si messe a pigliare mosche: e ne aveva ammazzate sette, quando comparve quivi una bella fata e gli disse, che, se le donava quelle sette mosche per cibare una sua passera, l'avrebbe fatto ricco. Gliele concesse egli più che volentieri; ond'ella, innamorata di questa sua cortese prontezza, lo prese per la mano e lo condusse alla sua caverna, dove, rivestitolo e datogli danari ed armi, gli pose in testa un elmo o berretta, in cui era scritto a lettere d'oro:Ammazzasette; e lo mandò al campo de' Pisani, i quali, in quel tempo, con l'ajuto de' Francesi guerreggiavano co' Fiorentini. Arrivato Nanni a detto campo, chiese soldo a' Pisani; e domandandogli del nome rispose:—«Io mi chiamo Nanni; e, per avere io solo in un giorno ammazzato sette, ho per soprannomeAmmazzasette.»—Fu per questo e per esser anche ben formato, con buon soldo e con non minore stima accettato. E, sendo poi fra pochi giorni in una scaramuccia morto il capo delle truppe francesi, e volendone essi fare un altro, erano fra di loro in gran differenza, perchè, essendone proposti diversi, coloro a' quali non piacevano i soggetti proposti, gridavanoNanì, Nanì. Onde i soldati Italiani, che credettero che dicesseroNanni Nannie che avessero creato lui, cominciarono a gridarNanni, Nanni,iva Nanni; e così, a voce di popolo, Nanni detto l'Ammazzasetterestò eletto capo di dette truppe; e divenne ricco, siccome gli aveva promesso la Fata.NOTE[1]Tolgo questo racconto dalle celebri Annotazioni al Malmantile, nelle quali è posto per illustrare la stanza XXVII del I Cantare:Ov'anco in breve Celidora arrivaCon armi indosso ed altre da far fette;Perchè, una volta alfin fattasi viva,Ha risoluto far le sue vendette;Che l'usbergo incantato della divaL'ha fatta diventar l'Ammazzasette;Ed alle risse incitala talmente,Ch'ella pizzica poi dell'insolente.Ecco poi quattro lezioni milanesi del racconto:I. EL SCIAVATTIN[i]Ona vœulta, gh'era on sciavattin[ii]; sicchè, on dì, l'era tant stuff de fà el sciavattin, el dis:—«Adess vœuri andà a cercà fortunna.»—L'ha compràa ona formagginna[iii]e l'ha missa sul tavolin. La s'è impienida de mosch e lu l'ha ciappâa ona sciavatta, el gh'ha dàa ona sciavattada[iv]e i ha mazzàa tutti.Dopo i ha cuntàa, cinqcent eren mazzâa e quattercent n'ha ferii. Dopo l'ha miss on sciabel cont in testa ona lumm[v]e l'è andàa a la cort del Re, e el gh'ha ditt:—«Io sono il capo guerriero delle mosche, quattrocento n'ho ammazzate e cinquecento n'ho ferite.»—El Re, el gh'ha ditt:—«Subet che te set on guerriero, te sarèe bon de andà su quel mont, che gh' è su dùn maghi, e t'i mazzaret. Se t'i mazzaret, te sposaret la mia tosa.»—El gh'ha daa la bandera bianca; e quand i ha mazzàa, d'espònela:—«e te sonaret la tromba. Te mettarèe la testa denter in d'on sacch, tutt dò i test, per fami vedè a mì.»—Donca, lu, l'è andaa su; e l'ha trovaa ona casa: sta tal casa l'era on' ostaria: gh'era marì e mièe, che eren poeu sti maghi. L'ha dimandàa alogg e de mangià e tutt insomma. Dopo, l'è andaa in d'ona stanza: prima de andà in lett, l'ha guardàa per aria. Gh'era ona gran pioda[vi]de sora al lett; e lu, inscambi d'andà in lett, el s'è miss in d'on canton. Quand l'è stàa ona cert ora, i maghi han lassàa giò sta pioda e l'ha schisciàa tutt el lett. A la mattinna, el va de bass; el gh'ha ditt, che l'ha mai podùu dormì per el gran fracass. E lor gh'han ditt, che ghe cambieran la stanza. Sicchè, la sera, l'è andaa in stanza e l'ha guardaa e gh'era anmò sta pioda. E lu, el s'è tiraa in d'on canton. E quand l'è staa ona cert'ora ancamò come prima, l'han lassada giò. A la mattinna, el va de bass, el ghe dis anmò che l'ha mai poduu dormì per el gran frecass. E lor gh'han dit ancamò, che ghe cambieran la stanza. Quand l'è staa ona cert ora, hin andaa in del bosch marì e mièe a tajà on fass de legna. Dopo, hin vegnuu a cà; e lu, l'ha preparàa ona folc[vii]e el gh'ha ditt:—«Spettè, che ve jutti mi a tirà giò el fass.»—E lu, el sciavattin, el gh'ha dàa ona folciada, l'ha tajàa via el còo al mago. Dopo, la va a casa lee; e lu, l'ha fàa l'istess, l'ha cattaa via el coo anca a lee, la maga. Dopo, l'ha spiegàa la bandera e l'ha sonàa la tromba, e gh'è andaa contra la banda a ricevel[viii]. Dopo, l'è rivàa a lacort; el Re, el gh'ha ditt:—«Adess che t'è mazzàa ì dùu maghi, te sposaret la mia tosa.»—Sicchè lu, l'è andàa in lett, dopo sposada; e l'era tant sueffaa a tirà el spagh, ch'el gh'ha dàa i pugn a la mièe; e lee, l'ha vorun pu dormì insemma. E el Re, el gh'ha dàa tanti danee e l'ha mandaa a casa.II. EL SCIAVATTINOna volta, gh'era on sciavattin, che, stuff de tira el spagh, el pensava la manera de fà fortunna. Intant ch'el stava lì col nas per aria a cuntà i travitt, el s'era desmentegàa, che l'aveva miss sul banchett ona basla de lacc; e i mosch, perchè l'era d'estàa, hin andàa in gran quantità sul lacc, tant che l'era deventàa tutt negher. Alora, lu, el se accorg de sta robba, e el se alza su tutt infuriàa, e el slarga la man come fan i ciappamosch e giò on gran colp. Tanti hin scappàa, ma ona bona parte gh'hin restàa in di man. Alora gh'è taccàa de cuntaj: eren cinqcent. Cosse l'ha fàa lu alora? L'ha fàa on gran cartellon con su scritt:Con una mano ne masso cinquecento. Poeu l'ha taccàa sto gran cartellon foeura de la botega. Avii de savè, che, in quel temp, el Re, el ghe aveva ona gran guerra cont on so visin. Ma l'era semper stàa battùu, tant che on dì, ch'el scappava, l'è passàa cont el so seguit denanz a la bottega del sciavattin e l'ha vist sto gran cartellon. El Re, l'ha mandàa subet a ciamà; e lu, tutt stremii per paura, ch'el ghe fass quajcossa, e anca vergognôs de trovass a la presenza de soa Maestà, l'è cors là subet.—«L'è vera, che voi con una mano ne massate cinquecento?»—«Si»—el respond, lu, tutt tremant. El Re:—«Ve sentireste el coraggio d'andare a combattere imiei nemici?»—El sciavattin, ch'el sperava de fa fortunna, da ona part el gh'aveva paura, e dall'altra el dis:—«Tant l'è l'istess: morì o seguità a fà el sciavattin non savaria qual'è el peggior di mai. Mi tenti!»—E, alora, el ghe rispond al Re:—«Sì, Maestà. Ch'el me daga on cavall, che mi vòo subet a fà scappà tutt i so nemis.»—«Bene»—el Re—«se voi riuscite, io vi darò in sposa la mia figlia.»—Ditto fatto, el sciavattin, el monta a cavall, che quasi l'era gnanca bon de sta su; e cont ona gran bandera, dove gh'era scritt:Con una mano ne masso cinquecento, l'è andàa incontra al nemis. El nemis, ch'el ved arrivà costùu, e che el legg sta gran bandera, l'ha cominciàa a ciappà paura; e poeu, de meneman ch'el sciavattin el vegniva innanz, han cominciàa a scappà, i nemis; e in men de quella ghe n'era pu gnanca vun. El Re, ch'el ghe vegniva adrèe a la lontana, quand l'ha vist sta poca fotta, l'è cors anca lu a juttà el sciavattin. E quand di nemis ghe n'è stàa propi pu nessun, hin tornàa a cà; e, el dì dopo, han fàa el sposalizî co la tosa del Re. La prima sera, ch'hin andàa in lett i dùu spôs, el sciavattin l'era tutt content. Ma, quand el s'è indormentàa, el s'è insognàa de vess ancamò al banchett, sicchè el ghe menava pugn de lira a la soa sposina. Questa chi, a la mattinna, l'è andada tutta piangenta dal sô papà a lamentass; el qual, non savend come combinalla, l'ha ordinàa, che i dùu spôs dormissen in dòo stanz. E l'è per quest, che i Re e i gran sciori no dormen minga insemma marì e mièe.III. EL SCIAVATTINGh'era on sciavattin, che l'era al banchett[ix]a lavorà. E el gh'aveva on formaggin. E, sto formaggin[x], ghe andava su tanti mosch, e lu, n'ha mazzàa tanti, ch'el diseva:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà.»—La gent sentiven a dì:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà.»—Gh'han ditt, se l'era bon de andà a toeu la città de Casti. E lu, el gh'ha ditt de dagh on cavall, ch'el saria andàa a toeu sta città. E lor gh'han daa on rozzon[xi]d'on cavall, on cavallasc come se sia. El saveva nanca fa a sta a cavall e l'andava come un desperàa.E veden a vegnì sto matt, ch'el diseva:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà;»—e gh'hin cors a la contra subit, cont i ciav de la città de Casti. In del vegnì indrèe, l'è passàa d'on sit; e là gh'era on mago. E là, sto mago, l'ha ciappàa e l'ha miss in d'ona stanza, e el ghe dava minga de mangià. El mago, el ghe dis:—«Voj! ven chì. Mi gh'hoo ona balla inscì grossa: se ti te see bon de ciappà sta balla chì e de buttalla fina in del mar, mi te lassi andà.»—Lu l'ha ciappàa sta balla, l'ha avùu forza assee de buttalla in del mar. Adess, el sciavattin, el dis:—«Ti te dee fa quel, che te disi mi. Adess de mi e ti emm de guardà chi l'è, che l'è pusèe fort de tirà giò sta pianta.»—E là s'hin miss adrèe con sta pianta, per tralla giò. El sciavattin, el ghe dis:—«Spetta, che andaròo su de la toa mièe e ghe diròo de damm la folc.»—El va de sora de la soa mièe e el ghe dis, el sciavattin:—«El m'ha ditt inscì el so marì, de damm la ciav del secretér[xii].»—E lee, la va a la finestra e la ghe dis al so marì:—«Voj! hoo de daghela?»—E lu, el gh'ha ditt:—«Sì, sì, dàghela, dàghela in pressa.»—Lu, el sciavattin, dopo l'è andàa al secretèr e l'ha portàa via tutti i danèe, che l'ha trovàa. Lee, la mièe, la credeva, che fussen intès, perchè el gh'aveva ditt lu, el mago, de dagh la ciav al sciavattin; la credeva, che fussen intes de toeu su i danèe. Lu, el sciavattin, l'è andàa via per l'altra porta, l'è minga passàa, per dove l'era el mago. Lu, el mago, el ved ch'el ven no, el ciama la soa mièe, el ghe dis:—«Ma voj! te ghe l'è dada?»—«Sì, l'è on pezz. L'ha mò de vegnì?»—E lu, el ved ch'el ven no, va a vedè in dove l'è. El ghe dis a soa mièe:—«Ma com'è? el gh'è in nissun sit? Cossè l'è, che te gh'hê dàa?»—«La ciav di danèe.»—«Ah poverà mi! l'era la folc, che ti te gh'avevet de dà, minga la ciav. Pover a mi! adess dov'hoo de andall a toeu?»—Guarda de chì, varda de lì, el sciavattin l'ha minga podùu trovà pu. Lu l'ha ditt:—«Invece de andà a quistà la città de Casti, hoo quistàa di danèe de viv.»—IV. EL SCIAVATTIN.[xiii]Gh'era on sciavattin, che l'era tolt ona formagginna; e la s'è impienida de mosch. L'ha ciappàa ona sciavatta e i ha schisciàtucc. E poeu, l'ha ciappàa on fer e i ha fàa saltà foeura a vunna a vunna: e i ha cuntàa. E poeu l'è andàa atorna a vosà per la cittàa. El diseva:Giovanni Vedino n'ha mazzàa cincent in d'on colp sol; cont pusèe ghen fuss stàa, cont pussèe[xiv]ne averia mazzàa. E el Re, l'ha faa ciamà; e el gh'ha ditt, se el voreva andà a caccia la matinna adrèe insemma a lu. E lu, sto sciavattin, el gh'ha ditt de sì. E aveven de andà a ciappà do besti, che aveven mai podùu ciappaj. Sto sciavattin, quand l'è stàa a metà strada, l'ha dett:Vialter andèe giò de chì e mi voo giò de lì. E sto sciavattin, quand l'ha vedùu a vegnì ona bestia, l'ha buttàa via el s'ciopp e l'è scappàa in su ona pianta. Sta bestia, l'ha fàa per corregh adrèe; e gh'era foeura on legn de la pianta e sta bestia l'è restada taccada su. Lu, allora, el s'è fàa coragg de vegnì giò. Dopo, l'è andàa innanz on poo; e l'ha vedùu a vegnì l'altra bestia. E gh'era li ona casa con denter duu uss. E lu, l'è andàa denter in de sta casa; e l'ha fàa per andà denter sta bestia; e lu, l'ha sarada denter. È vegnuu el Re; el gh'ha ditt, se i ha ciappàa. E el sciavattin, el gh'ha ditt de sì; e el gh'ha ditt:—«Vunna l'hoo ciappada per la coppa e l'hoo taccada su quella pianta; e l'altra l'hoo ciappada per l'oreggia e l'hoo missa denter in quella cà.»—E dopo, lu l'era de sposà la tosa del Re, perchè l'ha ciappàa sti besti. E el dì adrèe, eren de andà a prend la cittàa de Casco. E a la nott, el s'insognava, che l'era adrèe a tirà el spagh; e el gh'ha dàa i pugn a la soa mièe, che l'era la tosa del Re. A la matinna, el sciavattin, l'è andàa a cavall per andà a toeu la cittàa; e, perchè el borlava giò, el continuava a dì:A casco. E i alter ghe dimandaven, se el borlava giò; e lu, el diseva, che l'andava a toeu la cittàa de Casco. Dopo de lì a on poo, l'è borlàa giò; e in quel menter passava ona legora; e el gh'ha ditt, che l'è vegnùu giò apposta per ciappalla. Innanz a on poo de strada anmò, l'è tornàa a borlà giò e gh'era ona crooz. E gh'han dimandàa, se el s'era faa mal: e lu, el gh'ha ditt, che l'aveva fàa per ciappà su sta crooz. Quei de la cittàa de Casco han sentìi, che vegniva st'omm inscì fort, gh'han dàa i ciav de la cittàa e hin scappàa tutt. S'ciao.[i]IlLiebrechtannota:—“GrimmK. M. n.º 20.Das tapfere Schneiderlein, S. zuSicil. Maerch.n.º 41.Vom tapfern Schuster.”—[ii]Sciavattin, ciabattino.Fà el sciavattin, oltre a fare il mestiere del ciabattino, significa anche lunediare. A proposito di ciabattini, nel cinquecento, come desumo da Celio Malespini,Duecento novelle, parte II, novella LXIV (dove narra delle nozze d'un d'essi) v'era in Milano un uso nuziale, ora dismesso:—«Acconciata che le ebbero la testa, et essendo ora di girne alla chiesa accompagnata da infinite donne; non così tosto ella fu uscita fuori del stallo, che non gli fussero d'intorno più di duecento fanciulle, gridando all'uso loro:Dove la menè? A casa del ferrèe, a conzà i colzee; alludendo ad Imeneo, iddio delle nozze; vetusto costume di quella grandissima città, che continua tuttavia e continoverà.»—[iii]Formagginna, non registrato dal Cherubini, probabilmente diminutivo diFormaggia. Vedi pag. 578 postilla seconda.[iv]Sciavattada, ciabattata, colpo di ciabatta.[v]Lumm, tricorno,nicchio, cappello a tre punte, cappello da prete.[vi]Pioda, pietra piatta e grande, lastra, lastrone.[vii]Folc, falce.Folciada, falciata.[viii]La povera Fattoressa analfabeta, che mi raccontava questa novella, diceva tutto con semplicità ed accennava più che descrivere l'ingresso glorioso del ciabattino nella città reale. Chi volesse tradurre la novelletta in Italiano ed ornarla di fiori rettorici di buon gusto, potrebbe avvalersi qui delle frasi, con cui un lacchè del ministero riparatore celebrava nelNuovo Friulil'ingresso del Presidente del Consiglio in Udine nell'Ottobre M.DCCC.LXXVI, degne proprio d'esser tramandate a' posteri come saggio di servilità democratica.“—Come descrivere adesso, colla fretta e furia di mandar fuori il giornale, e col proto inesorabile alle reni, che viene a strapparci le cartelle di mano prima che sieno interamente coperte di scrittura—come descrivere adesso l'ingresso per il maestoso borgo Acquileja! Non è fare una frase rettorica, se diciamo che fu un vero ingresso trionfale. Un popolo immenso, che mischia la sua voce poderosa ai concenti della musica, un agitarsi di fiaccole, una fila di carrozze precedute da un gruppo di bandiere, una luce continua, vaporosa, di fuochi bengalici rossi, verdi, violetti, che si riflettono sulle faccie delle case. Immaginate, ampliate, colorite, quanto volete, e avrete una pallida idea dell'ingresso di Depretis a Udine.”—[ix]Banchett, deschetto, banchetto.[x]Formaggin, caciolo, formella di cacio. V. pag. 575 postilla terza.[xi]Rozzon, rozzone, rozzaccia.Cavallasc, manca al Cherubini.[xii]Secretér(daSecrétaire, francese), segretario, cioè armadio e scrivania nel contempo.[xiii]Questa variante è gallaratese e vi si notano alcuni idiotismi particolari a quella città.[xiv]Vedi pag. 201 del presente volume la nota (2) alla Novella XIV di questa raccolta.
XLII.LA CAPRA FERRATA.[1]C'era una vedova, che aveva un figlio. Un giorno, ha detto a questo figlio:—«Stai 'n casa. Voglio andare a i' vivajo a lavare i' bucato. Bada, non mi lasciare l'uscio aperto, perchè ti potrebbe entrare la capra ferrata in casa, con la bocca di ferro e la lingua di spada.»—Questo poero bambino volse andare a trovà' sua madre e lasciò l'uscio aperto. Quando fu a mezza strada, si rammentò, che non aveva chiuso l'uscio; tornò indietro. Va per entrare in casa, c'era la capra ferrata:—«Chi va là?»—«Son io. Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, ti affetto come una rapa.»—Questo poero bambino si messe sulla porta a piangere. Passò una vecchina:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Cos'ho? I' ho lasciato la porta di casa aperta, per andare a trovare mia madre. Mi ci è entrato la capra ferrata. Non so come fare a mandarla via.»—«Quanto tu mi dai, te la mando via io?»—«Da mia madre vi faccio dare quel, che volete, basta che me la mandate via.»—«Mi devi dare tre staja di grano; io te la mando via.»—Va a picchiare all'uscio di casa:—«Chi è?»—«Son io.»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, ti affetto come una rapa.»—Quella donna disse a quel bambino lì:—«Senti, bambino mio; non m'importa diquelle tre staja di grano; ma io non te la mando via davvero.»—Questo poero bambino non faceva altro che[2]piangere. Passò un vecchio:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Poerino! sono disgraziato. Ho lasciato l'uscio di casa aperto. Mi c'è entrato la capra ferrata. Non so come fare per mandarla via.»—«Se te mi dai quattro forme di formaggio, te la mando via io.»—«Se me la mandate via, quando torna mia madre, io ve le faccio dare.»—Va a picchiare alla porta e domanda:—«Chi va là?»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, t'affetto come una rapa.»—E questo poero vecchio va da i' bambino:—«Senti, bambino mio, poi fare quel, che voi, ma io non te la mando via davvero.»—Questo poero bambino non faceva che piangere e passò un uccellino:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Poerino, che non ho io? M'è entrata la capra ferrata in casa e non mi riesce di mandarla via. Se torna la mia madre, non pole entrare in casa.»—«Quanto tu mi dai, te la mando via io?»—«Cosa ti devo da', che non ho nulla? Se me la mandi via, ti farò pagare a mia madre.»—«Mi devi dare tre staja di panico e io te la mando via.»—Dice:—«Sì. Io te lo do.»—L'uccellino va:—«Chi va là?»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, t'affetto come una rapa.»—«E io, cor i' mio becchino, ti beccherò i' cervellino.»—E la capra ferrata s'è impaurita e è sortita di casa. E i' bambino ha dovuto pagare tre staja di panico all'uccellino.Stretta la foglia e largo il bocciolo,Della pelle di mi' nonno io ne farò un lenzuolo!NOTE[1]VediMorosi. (Opera citata in nota alla novella diManfane, Tanfane e Zufilodella presente raccolta).—«Una volta entrò una capra nella tana della volpe, mentre questa non era in casa. Si fece sera e la volpe si ritirò a casa. E trovò la capra, e fuggì; perchè si spaventò delle corna della capra. E passò un lupo e anche si spaventò. E passò un riccio; e questo entrò là dentro e punse la capra. E la capra uscì; e il lupo l'ammazzò e la volpe la mangiò.»—Pitrè. (Op. cit.) CXXXII.Cummari Vurpidda; CXXXIII.La Crapa e La Monaca.[2]Che; leggi e correggise non.
LA CAPRA FERRATA.[1]
C'era una vedova, che aveva un figlio. Un giorno, ha detto a questo figlio:—«Stai 'n casa. Voglio andare a i' vivajo a lavare i' bucato. Bada, non mi lasciare l'uscio aperto, perchè ti potrebbe entrare la capra ferrata in casa, con la bocca di ferro e la lingua di spada.»—Questo poero bambino volse andare a trovà' sua madre e lasciò l'uscio aperto. Quando fu a mezza strada, si rammentò, che non aveva chiuso l'uscio; tornò indietro. Va per entrare in casa, c'era la capra ferrata:—«Chi va là?»—«Son io. Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, ti affetto come una rapa.»—Questo poero bambino si messe sulla porta a piangere. Passò una vecchina:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Cos'ho? I' ho lasciato la porta di casa aperta, per andare a trovare mia madre. Mi ci è entrato la capra ferrata. Non so come fare a mandarla via.»—«Quanto tu mi dai, te la mando via io?»—«Da mia madre vi faccio dare quel, che volete, basta che me la mandate via.»—«Mi devi dare tre staja di grano; io te la mando via.»—Va a picchiare all'uscio di casa:—«Chi è?»—«Son io.»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, ti affetto come una rapa.»—Quella donna disse a quel bambino lì:—«Senti, bambino mio; non m'importa diquelle tre staja di grano; ma io non te la mando via davvero.»—Questo poero bambino non faceva altro che[2]piangere. Passò un vecchio:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Poerino! sono disgraziato. Ho lasciato l'uscio di casa aperto. Mi c'è entrato la capra ferrata. Non so come fare per mandarla via.»—«Se te mi dai quattro forme di formaggio, te la mando via io.»—«Se me la mandate via, quando torna mia madre, io ve le faccio dare.»—Va a picchiare alla porta e domanda:—«Chi va là?»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, t'affetto come una rapa.»—E questo poero vecchio va da i' bambino:—«Senti, bambino mio, poi fare quel, che voi, ma io non te la mando via davvero.»—Questo poero bambino non faceva che piangere e passò un uccellino:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Poerino, che non ho io? M'è entrata la capra ferrata in casa e non mi riesce di mandarla via. Se torna la mia madre, non pole entrare in casa.»—«Quanto tu mi dai, te la mando via io?»—«Cosa ti devo da', che non ho nulla? Se me la mandi via, ti farò pagare a mia madre.»—«Mi devi dare tre staja di panico e io te la mando via.»—Dice:—«Sì. Io te lo do.»—L'uccellino va:—«Chi va là?»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, t'affetto come una rapa.»—«E io, cor i' mio becchino, ti beccherò i' cervellino.»—E la capra ferrata s'è impaurita e è sortita di casa. E i' bambino ha dovuto pagare tre staja di panico all'uccellino.
Stretta la foglia e largo il bocciolo,Della pelle di mi' nonno io ne farò un lenzuolo!
NOTE
[1]VediMorosi. (Opera citata in nota alla novella diManfane, Tanfane e Zufilodella presente raccolta).—«Una volta entrò una capra nella tana della volpe, mentre questa non era in casa. Si fece sera e la volpe si ritirò a casa. E trovò la capra, e fuggì; perchè si spaventò delle corna della capra. E passò un lupo e anche si spaventò. E passò un riccio; e questo entrò là dentro e punse la capra. E la capra uscì; e il lupo l'ammazzò e la volpe la mangiò.»—Pitrè. (Op. cit.) CXXXII.Cummari Vurpidda; CXXXIII.La Crapa e La Monaca.[2]Che; leggi e correggise non.
[1]VediMorosi. (Opera citata in nota alla novella diManfane, Tanfane e Zufilodella presente raccolta).—«Una volta entrò una capra nella tana della volpe, mentre questa non era in casa. Si fece sera e la volpe si ritirò a casa. E trovò la capra, e fuggì; perchè si spaventò delle corna della capra. E passò un lupo e anche si spaventò. E passò un riccio; e questo entrò là dentro e punse la capra. E la capra uscì; e il lupo l'ammazzò e la volpe la mangiò.»—Pitrè. (Op. cit.) CXXXII.Cummari Vurpidda; CXXXIII.La Crapa e La Monaca.
[2]Che; leggi e correggise non.
XLIII.I DUE GOBBI.[1]C'era due gobbi, due compagni, via; ma tutti e due gobbi; ma uno più gobbo dell'altro. Poeri gli erano, rifiniti, senza un quattrino. Dice un di quelli:—«Io vo' andare a girare il mondo»—dice—«perchè qui non si mangia, si more di fame. Voglio vedere, s'io fo fortuna.»—«Vai davvero. Se tu la fai te, che tu torni, anderò a vedere io, se io fo fortuna.»—Questo gobbo si mette in cammino e va via. Ma siccome questi due gobbi gli eran di Parma, questi due gobbi il suo posto gli era Parma; quando gli ha camminato un pezzo grande di strada, trova una piazza, dove c'era una fiera, dove vendevano di tutte, di tutte le sorti. C'era uno, che vendeva cacio; gli dice:—«Mangino il parmigianino!»—Questo povero gobbo credeva, che gli dicesse a lui:—«Mangia il parmigianino!»—Scappa via e si nisconde in un cortile, dirò. Quando gli è un'ora, sente uno scatenìo, uno scatenìo! E sente:—«Sabato e domenica!»—per tre o quattro volte. Questo povero gobbo e' dice:—«E lunedì!»—e risponde.—«Oh dio!»—dicono quelli, che cantavano—«chi è quello, che ci ha accordato il nostro coro?»——Vanno a cercarlo e lo trovano questo povero gobbo niscosto.—«O signori,»—dice—«non son venuto per far nulla di male, sanno?»—«Eh! noi siamo venuti per ricompensarti; tu hai accomodato il nostro coro. Vienicon noi!»—Lo metton sur una tavola e gli levano il gobbo. Lo medicano, sarciscono la ferita e poi gli danno due sacchi di quattrini.—«Ora»—dicono—«tu poi andare.»—Esso li ringrazia, e via, senza il gobbo. Gli stava meglio, lo credo! E viene in Parma a il suo posto. Eccoti l'altro gobbo:—«Guarda! o non mi par tutto il mio amico? Chêh! ma gli aveva il gobbo! non è! Dài retta! Tu non siei il mio compagno, così e così?»—«Sì,»—dice—«son io.»—«Dai retta: o tu non eri gobbo, te?»—«Sì. M'hanno cavato il gobbo e m'hanno dato due sacca di quattrini, ora ti dirò il perchè. Io»—dice—«arrivai in questo posto»—gnene dice dove; a me non l'ha detto e io non lo so, io!—«e sentii a principiare a dire:mangialo il parmigianino! mangialo il parmigianino!Io ebbi tanta paura, mi nascosi.»—Gli dice il posto:—«In un cortile, così e così.»—Dice:—«Quando fu un dato tempo, sento uno scatenìo; e sento a principiare:Sabato e domenica!un coro. Io, dopo tre o quattro volte, gli dissi:E lunedì!Questi vennero cercando me e mi trovorono, dicendo che io aveva accomodato il suo coro, e che mi volevano ricompensare. Mi presero,»—dice—«mi levorono il gobbo e mi diedero due sacca di quattrini.»—«Oh dio!»—dice l'altro gobbo—«voglio andare anch'io, sai?»—«Vai poerino, vai pure, vai, vai, vai!»—Poero gobbo!—«addio, addio!»—Si mette in viaggio e va via e arriva a questo posto. E si mette niscosto, dove gli aveva detto il compagno, preciso. Passato un dato tempo, eccoti tutto uno scatenìo; e sente:—«Sabato e domenica!»—così tutto un coro. E quegli altri, l'altro coro:—«E lunedì!»—Questo gobbo, dopo tre o quattro volte, che dicevan così:—«Sabato e domenica e lunedì!»—dice—«E martedì!»—«Dov'è»—dicono—«quello, che ciha sciupato il nostro coro? Se noi lo si trova, gli ha da andare in pezzi.»—Questo poero gobbo, considerate, lo picchiano, lo bastonano, via, quanto posson loro. Lo bastonano; e poi, dopo, lo mettono sull'istessa tavola del compagno.—«Prendete quel gobbo»—dicono—«mettetegnene davanti.»—Prendono il gobbo e gnene appiccican davanti; e poi, a suon di bastonate, lo mandan via. Va nel suo posto e trova l'amico:—«Misericordia»—dice—«o che non è quello il mio amico? Chêh! non è, perchè gli è gobbo anche davanti»—dice.—«Ma dài retta,»—dice—«non sei tu il mio amico?»—«Altro!»—dice piagnucolando.—«Non volevo il mio di gobbo e mi tocca ora a portare il mio e il tuo! e tutto bastonato, tutto rifinito, non vedi?»—«Vien via»—dice l'amico—«vieni a casa e così si mangerà un boccone assieme; e non ti confondere.[2]»—E così, tutti i giorni, gli andava a mangiare una zuppa dall'amico; e poi saranno morti, m'immagino.[3]NOTE[1]VediGradi(Saggio di Lettere varie pe' giovani).Novella de' due Gobbi.—Pitré. (Op. cit.) LXIV.Lu scarparu e li diavuli.—Pietro Piperno. (De Nuce maga Beneventana)Casus II. De Gibboso vi Dæmonis mutato in arenationem, seu ante pectus in convivio nucis Beneventanae mag.—Anche il Gozzi ha narrato questa frottola. Francesco Redi, scriveva il XXV Gennajo M.DC.LXXXIX di Firenze al Dottor Lorenzo Bellini in Pisa.—«Come una mamma amorosa, che, intenerita di quella sua figliuola gobba e sciancata, vorrebbe pure, ch'ella comparisse con l'altre a una festa, e perciò s'affanna a farle raddoppiare i tacconi alla scarpa del piede zoppo, e le rimpinza guancialetti e batuffoli di cenci intorno a' fianchi ed intorno alle spalle; così ho fatto io di nuovo intorno a quelle terzine, una di queste notti così gelate, mentre mi tribolava, che non poteva dormire. Ma penso,che sarà avvenuto come accadde a quel gobbo da Peretola, il quale, avendo veduto, che un altro gobbo suo vicino, dopo un certo suo viaggio, era tornato al paese bello e diritto, essendogli gentilmente stata segata la gobba, lo interrogò, chi fosse stato il medico, ed in qual paese fosse aperto lo spedale, dove si facevano così belle cure. Il buon gobbo, che non era più gobbo, gliela confessò giusta giusta. E gli disse, che, essendo in viaggio, smarrì una notte la strada; e, dopo lunghi aggiramenti si trovò per fortuna alla Noce di Benevento, intorno alla quale stavano allegramente ballonzolando moltissime streghe con una infinità di stregoni e di diavoli. E che, fermatosi di soppiatto a mirare il tafferuglio di quella tresca, fu scoperto, non so come, da una strega, la quale lo invitò al ballo, in cui egli si portò con tanta grazia e maestria, che tutti quanti se ne maravigliarono; e gli presero perciò così grande amore, che, messoselo baldanzosamente in mezzo, e fatta portare una certa sega di butirro, gli segaron con essa, senza verun suo dolore, la gobba, e con un certo impiastro di marzapane gli sanarono subito subito la cicatrice e lo rimandarono a casa bello e guarito. Il buon gobbo da Peretola, inteso questo e facendo lo gnorri, se ne stette zitto zitto. Ma il giorno seguente si mise in viaggio; e tanto ricercò e tanto rifrustò, che potette capitar una notte al luogo della desiderata noce, dove, con diversità di pazzi strumenti, quella ribaldaglia delle streghe e degli stregoni trescava al solito in compagnia de' diavoli, delle diavolesse e delle versiere. Una versiera o diavolessa, che si fosse, facendogli un grazioso inchino, lo invitò alla danza, ma egli vi si portò con tanto malgarbo e con tanta svenevolaggine, che stomacò tutto quanto quel notturno conciliabolo. Il quale poi, mettendosegli attorno e facendo venire in un bacile quella gobba segata al primiero gobbo, con certa tenacissima pegola d'Inferno la appiccò nel petto di questo secondo gobbo. E così questi, che era venuto qui per guarire della gobba di dietro, se ne tornò vergognosamente al paese gobbo di dietro e dinanzi; conforme suol quasi sempre avvenire a certi ipocondriaci cristianelli, che, volendo a tutti i patti e a dispetto del mondo, guarire di qualche lor male irrimediabile, ingollano a crepapancia gli strani beveroni di qualche credulo ma famoso medicastro e di un sol male, per altro comportabile, che hanno, incappanoper lo più dolorosamente in tre o quattr'altri più dolorosi del primo, i quali presto presto li mandano a Patrasso, ch'è un oscuro paesello lontano da Firenze delle miglia più di millanta. Or voi, caro Bellini, applicate questa frottola alle terzine del mio sonetto. Leggetele, ridetevene, burlatemi, cuculiatemi, che me lo merito; e se non ho potuto rabberciarle io, fate la gran carità di rabberciarle voi:«Che per onor dei fichi e delle pereFra' medici più saggi di Parnaso,Foste creato l'arcimastro e il sere,E in ogni cul potete dar di naso.»—Il paragone de' cristianelli allude ad un altra frottola, ricordata anche da Michele Zezza, in uno de' sonetti delCarteggio poetico di Picà e di Picò.Lungi droghe, che qui portan gl'InglesiDal nuovo mondo a noi: queste, in mia fè,Ci mandano più presto a quei paesi.Per questo appunto lo Spagnuol morì;Ma pria sull'urna sua scrivere fè:Per volere star meglio, ora son qui.Stefano Francesco di Lantier, nella XXXVI lettera della suaCorrespondance de Suzette d'Arly:—«On racconte, qu'un Italien, assez content de son sort, se maria pour être mieux; il mourut après six mois de mariage. Il ordonna de graver cette inscription sur son tombeau:Stava bene, per esser meglio son qui.Combien de gens, à l'exemple de ce pauvre mari, se remuent, s'agitent, pour être plus mal.»—Il Noce di Benevento vien ricordato anche nellePoesie Italiane|e in|Dialetto Napolitano|di|Domenico Piccinni||Napoli|Da' tipi di Cataneo|1827. (pagina 105; componimento intitolato:La Notte).Sta 'na noce chiantata a Beneviento,Addò', come la Notte s'abbicina,Nce veneno 'ncopp'acqua e 'ncopp'a viento,E da parte lontana e da vicinaLe streghe: parte int'a 'no vastemiento'Ddò' de diavole so' 'na cinquantina,Chi accavallo a 'no crapio e chi a 'no puorco.Chi portata da 'n Urzo e chi da 'n Uorco.[2]Non ti confondereequivale al napoletanesconon te ne 'ncarrecà'!E mi sia lecito di rivendicare il piccolo onore di avere, sette anni prima della Canzonetta diMasto Raffaele, richiamato l'attenzione sull'importanza demopsicologica di quell'intercalare partenopeo, in una bizzarria intitolata:I Serpenti di Panarano.[3]I poveri gobbi sono argomento d'infiniti racconti burleschi. Ne riferirò due, ne' quali si equivoca sulla parolagobbo, che ha avuto ed ha anche altri significati. Il primo è cavato daLe piaceuoli | et ridicolose | Facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | con l'aggiunta d'alcun'altre, che nella prima | impressione mancauano. || In Venetia, M.DC.XXVII. | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti.—«Si spendeva a quei tempi, nel Ducato di Milano, una certa piccola moneta; perchè era stata coniata sotto un Duca gobbo, Gobbo si chiamava; tre de' quali facevano un soldo. Il nome di cotal moneta, perchè pareva che fosse a disprezzo del Duca, fu causa, che si bandì. Furono nondimeno costituiti banchieri, che tutti questi simili danari ricevessero et gli tagliassero et all'incontro ne dessero il valore con altrettanta moneta d'altra sorte. Vide Messer Poncino per avventura un giorno su la Piazza di Cremona tre uomini di basso affare tutti tre gobbi; i quali immaginossi con l'occasione del sodetto bando di burlare in cotal guisa. Andossene dunque da loro et disse:Amici, fatemi di grazia un servigio. Venite per cortesia ad esser testimonî ad un instromento, che a quel banco là ho da trattare, che io ve ne restarò con obbligo.—Volontieri, risposero i gobbi;ma ben avremo di caro, che tosto ne sbrighiate, perciocchè abbiamo anco noi faccende.—Non perderete tempo, replicò Messer Poncino;ma in tre parole sarete spacciati. Così di compagnia giunti ad un banco, dove si cambiavano et tagliavano di quei danari gobbi, disse al banchiere Messer Poncino:Eccovi tre gobbi; datemi un soldo et a vostra posta tagliateli. Rimasero attoniti i gobbi; et il banchiere, tra perchè era faceto anche egli, sì eziandio, perchè poco gli costava, diede a Messer Poncino subito il soldo, et uscito dal banco, insieme con due altri suoi compagni, presero i gobbi, et dentro la bottega facendo vista di volergli portare, per tagliargli, gli posero in grandissima smania. Alfine lasciatigli, si svoltorono essi a M. Poncino et con rampogna gli minacciavano il castigo.Ma egli et gli altri, che quivi intorno s'erano raunati, ridendosene, fecero che più che di fretta i gobbi si partirono; et fra gli uomini quanto più potevano andavano nascondendosi.»—L'altra novella la tolgo da'Cento Racconti, raccolti da Michele Somma, dov'è intitolata:Gli equivoci, certe volte, sono la rovina dell'uomo.—«Un certo cardinale di Roma, dovendo dar tavola un giorno, e mancando in detta città igobbi, che qui in Napoli chiamansicardoni, scrisse ad un suo amico di questa capitale, acciò gliene avesse mandato una ventina. L'amico, credendo, che il cardinale bramava igobbiper far qualche burla, radunò venti di questi, e gliel'inviò, colla promessa, che avrebbero avuto un buon regalo. Arrivati che furono i gobbi in Roma, e passandone il cameriere la notizia al cardinale, gli fu risposto, che li avesse situati nella cantina. Ciò udendo il povero cameriere, mentre incominciava a far la causa di que' stanchigobbi, venne rimproveràto fortemente dal cardinale. Sicchè, convenendogli di ubbidire, trascinò i poverigobbinella cantina. Considerate voi, che timore e sbalordimento sopravvenisse a quegl'infelici! Dopo due ore, il cardinale chiamò nuovamente il cameriere; e gli ordinò, che avesse battuto sopra dei gobbi cinque o sei brocche d'acqua. A questo secondo complimento, impietositosi il cameriere, rispose:Eminenza, e perchè tanta barbarie con questi poveretti?Non ancora avea proferite queste parole, che ricevette una seconda strapazzata più terribile della prima; sicchè gli convenne per la seconda volta ubbidirlo, scaricando per la ferriata più di cinque o sei brocche d'acqua sopra degl'intimoritigobbi. Avvicinandosi finalmente l'ora di tavola, il cardinale disse al cameriere:Calate giù nella cantina, prendete quattro o cinque gobbi, scorticateli ben bene, e poi fateli a pezzi minutissimi. Ciò inteso il cameriere, quantunque avea risoluto di non più ostarsi al cardinale, pure incominciò a dire:Ma Eminenza, e che umanità.... A questo terzo rimprovero, prese il bastone il cardinale; e, se non se la scappava il cameriere, sarebbe stato castigato. Sicchè, per non perder il pane, fattosi animo, e chiamato in aiuto altre persone di servizio, scese nella cantina e così disse ai tremanti gobbi:Cari miei, io non ho che farvi, e Dio sa che ho sofferto per voi; sicchè cinque o sei di voi debbono essere scorticati, e fatti minutamente a pezzi. A quest'ultima antifona incominciarono igobbiad urtarsi l'unl'altro, ed a gridare in modo, che, rivoltandosi tutto il palazzo, si affacciò il cardinale; ed interrogando il motivo di sì forte schiamazzo, gli fu risposto dal cameriere, ch'erano igobbi.Dunque i gobbi gridano?ripigliò il cardinale.Signore, rispose il cameriere,questi non sono muti ma gobbi, cioè storpi. Ciò udendo il cardinale, tra le risa e il capriccio, disse al cameriere:Cacciateli dunque dalla cantina, e portateli qui. Venuti i semivivi gobbi alla presenza del cardinale, questi li cercò scusa, e gli disse,che egli voleva i gobbi, che si chiamano cordoni, non già quelli, che si chiamano gobbi; e che perciò li avea sì malamente trattati, e li avrebbe trattati peggio, se non avessero urlato. Regalò loro assai bene e finalmente ne li rimandò qui in Napoli, dove arrivati, ed interrogati dall'amico del cardinale del trattamento ricevuto, gli raccontarono tutto l'accaduto su di essi. Non potè fare a meno di ridere smascellatamente l'amico corrispondente per l'equivoco avvenuto.»—
I DUE GOBBI.[1]
C'era due gobbi, due compagni, via; ma tutti e due gobbi; ma uno più gobbo dell'altro. Poeri gli erano, rifiniti, senza un quattrino. Dice un di quelli:—«Io vo' andare a girare il mondo»—dice—«perchè qui non si mangia, si more di fame. Voglio vedere, s'io fo fortuna.»—«Vai davvero. Se tu la fai te, che tu torni, anderò a vedere io, se io fo fortuna.»—Questo gobbo si mette in cammino e va via. Ma siccome questi due gobbi gli eran di Parma, questi due gobbi il suo posto gli era Parma; quando gli ha camminato un pezzo grande di strada, trova una piazza, dove c'era una fiera, dove vendevano di tutte, di tutte le sorti. C'era uno, che vendeva cacio; gli dice:—«Mangino il parmigianino!»—Questo povero gobbo credeva, che gli dicesse a lui:—«Mangia il parmigianino!»—Scappa via e si nisconde in un cortile, dirò. Quando gli è un'ora, sente uno scatenìo, uno scatenìo! E sente:—«Sabato e domenica!»—per tre o quattro volte. Questo povero gobbo e' dice:—«E lunedì!»—e risponde.—«Oh dio!»—dicono quelli, che cantavano—«chi è quello, che ci ha accordato il nostro coro?»——Vanno a cercarlo e lo trovano questo povero gobbo niscosto.—«O signori,»—dice—«non son venuto per far nulla di male, sanno?»—«Eh! noi siamo venuti per ricompensarti; tu hai accomodato il nostro coro. Vienicon noi!»—Lo metton sur una tavola e gli levano il gobbo. Lo medicano, sarciscono la ferita e poi gli danno due sacchi di quattrini.—«Ora»—dicono—«tu poi andare.»—Esso li ringrazia, e via, senza il gobbo. Gli stava meglio, lo credo! E viene in Parma a il suo posto. Eccoti l'altro gobbo:—«Guarda! o non mi par tutto il mio amico? Chêh! ma gli aveva il gobbo! non è! Dài retta! Tu non siei il mio compagno, così e così?»—«Sì,»—dice—«son io.»—«Dai retta: o tu non eri gobbo, te?»—«Sì. M'hanno cavato il gobbo e m'hanno dato due sacca di quattrini, ora ti dirò il perchè. Io»—dice—«arrivai in questo posto»—gnene dice dove; a me non l'ha detto e io non lo so, io!—«e sentii a principiare a dire:mangialo il parmigianino! mangialo il parmigianino!Io ebbi tanta paura, mi nascosi.»—Gli dice il posto:—«In un cortile, così e così.»—Dice:—«Quando fu un dato tempo, sento uno scatenìo; e sento a principiare:Sabato e domenica!un coro. Io, dopo tre o quattro volte, gli dissi:E lunedì!Questi vennero cercando me e mi trovorono, dicendo che io aveva accomodato il suo coro, e che mi volevano ricompensare. Mi presero,»—dice—«mi levorono il gobbo e mi diedero due sacca di quattrini.»—«Oh dio!»—dice l'altro gobbo—«voglio andare anch'io, sai?»—«Vai poerino, vai pure, vai, vai, vai!»—Poero gobbo!—«addio, addio!»—Si mette in viaggio e va via e arriva a questo posto. E si mette niscosto, dove gli aveva detto il compagno, preciso. Passato un dato tempo, eccoti tutto uno scatenìo; e sente:—«Sabato e domenica!»—così tutto un coro. E quegli altri, l'altro coro:—«E lunedì!»—Questo gobbo, dopo tre o quattro volte, che dicevan così:—«Sabato e domenica e lunedì!»—dice—«E martedì!»—«Dov'è»—dicono—«quello, che ciha sciupato il nostro coro? Se noi lo si trova, gli ha da andare in pezzi.»—Questo poero gobbo, considerate, lo picchiano, lo bastonano, via, quanto posson loro. Lo bastonano; e poi, dopo, lo mettono sull'istessa tavola del compagno.—«Prendete quel gobbo»—dicono—«mettetegnene davanti.»—Prendono il gobbo e gnene appiccican davanti; e poi, a suon di bastonate, lo mandan via. Va nel suo posto e trova l'amico:—«Misericordia»—dice—«o che non è quello il mio amico? Chêh! non è, perchè gli è gobbo anche davanti»—dice.—«Ma dài retta,»—dice—«non sei tu il mio amico?»—«Altro!»—dice piagnucolando.—«Non volevo il mio di gobbo e mi tocca ora a portare il mio e il tuo! e tutto bastonato, tutto rifinito, non vedi?»—«Vien via»—dice l'amico—«vieni a casa e così si mangerà un boccone assieme; e non ti confondere.[2]»—E così, tutti i giorni, gli andava a mangiare una zuppa dall'amico; e poi saranno morti, m'immagino.[3]
NOTE
[1]VediGradi(Saggio di Lettere varie pe' giovani).Novella de' due Gobbi.—Pitré. (Op. cit.) LXIV.Lu scarparu e li diavuli.—Pietro Piperno. (De Nuce maga Beneventana)Casus II. De Gibboso vi Dæmonis mutato in arenationem, seu ante pectus in convivio nucis Beneventanae mag.—Anche il Gozzi ha narrato questa frottola. Francesco Redi, scriveva il XXV Gennajo M.DC.LXXXIX di Firenze al Dottor Lorenzo Bellini in Pisa.—«Come una mamma amorosa, che, intenerita di quella sua figliuola gobba e sciancata, vorrebbe pure, ch'ella comparisse con l'altre a una festa, e perciò s'affanna a farle raddoppiare i tacconi alla scarpa del piede zoppo, e le rimpinza guancialetti e batuffoli di cenci intorno a' fianchi ed intorno alle spalle; così ho fatto io di nuovo intorno a quelle terzine, una di queste notti così gelate, mentre mi tribolava, che non poteva dormire. Ma penso,che sarà avvenuto come accadde a quel gobbo da Peretola, il quale, avendo veduto, che un altro gobbo suo vicino, dopo un certo suo viaggio, era tornato al paese bello e diritto, essendogli gentilmente stata segata la gobba, lo interrogò, chi fosse stato il medico, ed in qual paese fosse aperto lo spedale, dove si facevano così belle cure. Il buon gobbo, che non era più gobbo, gliela confessò giusta giusta. E gli disse, che, essendo in viaggio, smarrì una notte la strada; e, dopo lunghi aggiramenti si trovò per fortuna alla Noce di Benevento, intorno alla quale stavano allegramente ballonzolando moltissime streghe con una infinità di stregoni e di diavoli. E che, fermatosi di soppiatto a mirare il tafferuglio di quella tresca, fu scoperto, non so come, da una strega, la quale lo invitò al ballo, in cui egli si portò con tanta grazia e maestria, che tutti quanti se ne maravigliarono; e gli presero perciò così grande amore, che, messoselo baldanzosamente in mezzo, e fatta portare una certa sega di butirro, gli segaron con essa, senza verun suo dolore, la gobba, e con un certo impiastro di marzapane gli sanarono subito subito la cicatrice e lo rimandarono a casa bello e guarito. Il buon gobbo da Peretola, inteso questo e facendo lo gnorri, se ne stette zitto zitto. Ma il giorno seguente si mise in viaggio; e tanto ricercò e tanto rifrustò, che potette capitar una notte al luogo della desiderata noce, dove, con diversità di pazzi strumenti, quella ribaldaglia delle streghe e degli stregoni trescava al solito in compagnia de' diavoli, delle diavolesse e delle versiere. Una versiera o diavolessa, che si fosse, facendogli un grazioso inchino, lo invitò alla danza, ma egli vi si portò con tanto malgarbo e con tanta svenevolaggine, che stomacò tutto quanto quel notturno conciliabolo. Il quale poi, mettendosegli attorno e facendo venire in un bacile quella gobba segata al primiero gobbo, con certa tenacissima pegola d'Inferno la appiccò nel petto di questo secondo gobbo. E così questi, che era venuto qui per guarire della gobba di dietro, se ne tornò vergognosamente al paese gobbo di dietro e dinanzi; conforme suol quasi sempre avvenire a certi ipocondriaci cristianelli, che, volendo a tutti i patti e a dispetto del mondo, guarire di qualche lor male irrimediabile, ingollano a crepapancia gli strani beveroni di qualche credulo ma famoso medicastro e di un sol male, per altro comportabile, che hanno, incappanoper lo più dolorosamente in tre o quattr'altri più dolorosi del primo, i quali presto presto li mandano a Patrasso, ch'è un oscuro paesello lontano da Firenze delle miglia più di millanta. Or voi, caro Bellini, applicate questa frottola alle terzine del mio sonetto. Leggetele, ridetevene, burlatemi, cuculiatemi, che me lo merito; e se non ho potuto rabberciarle io, fate la gran carità di rabberciarle voi:«Che per onor dei fichi e delle pereFra' medici più saggi di Parnaso,Foste creato l'arcimastro e il sere,E in ogni cul potete dar di naso.»—Il paragone de' cristianelli allude ad un altra frottola, ricordata anche da Michele Zezza, in uno de' sonetti delCarteggio poetico di Picà e di Picò.Lungi droghe, che qui portan gl'InglesiDal nuovo mondo a noi: queste, in mia fè,Ci mandano più presto a quei paesi.Per questo appunto lo Spagnuol morì;Ma pria sull'urna sua scrivere fè:Per volere star meglio, ora son qui.Stefano Francesco di Lantier, nella XXXVI lettera della suaCorrespondance de Suzette d'Arly:—«On racconte, qu'un Italien, assez content de son sort, se maria pour être mieux; il mourut après six mois de mariage. Il ordonna de graver cette inscription sur son tombeau:Stava bene, per esser meglio son qui.Combien de gens, à l'exemple de ce pauvre mari, se remuent, s'agitent, pour être plus mal.»—Il Noce di Benevento vien ricordato anche nellePoesie Italiane|e in|Dialetto Napolitano|di|Domenico Piccinni||Napoli|Da' tipi di Cataneo|1827. (pagina 105; componimento intitolato:La Notte).Sta 'na noce chiantata a Beneviento,Addò', come la Notte s'abbicina,Nce veneno 'ncopp'acqua e 'ncopp'a viento,E da parte lontana e da vicinaLe streghe: parte int'a 'no vastemiento'Ddò' de diavole so' 'na cinquantina,Chi accavallo a 'no crapio e chi a 'no puorco.Chi portata da 'n Urzo e chi da 'n Uorco.[2]Non ti confondereequivale al napoletanesconon te ne 'ncarrecà'!E mi sia lecito di rivendicare il piccolo onore di avere, sette anni prima della Canzonetta diMasto Raffaele, richiamato l'attenzione sull'importanza demopsicologica di quell'intercalare partenopeo, in una bizzarria intitolata:I Serpenti di Panarano.[3]I poveri gobbi sono argomento d'infiniti racconti burleschi. Ne riferirò due, ne' quali si equivoca sulla parolagobbo, che ha avuto ed ha anche altri significati. Il primo è cavato daLe piaceuoli | et ridicolose | Facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | con l'aggiunta d'alcun'altre, che nella prima | impressione mancauano. || In Venetia, M.DC.XXVII. | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti.—«Si spendeva a quei tempi, nel Ducato di Milano, una certa piccola moneta; perchè era stata coniata sotto un Duca gobbo, Gobbo si chiamava; tre de' quali facevano un soldo. Il nome di cotal moneta, perchè pareva che fosse a disprezzo del Duca, fu causa, che si bandì. Furono nondimeno costituiti banchieri, che tutti questi simili danari ricevessero et gli tagliassero et all'incontro ne dessero il valore con altrettanta moneta d'altra sorte. Vide Messer Poncino per avventura un giorno su la Piazza di Cremona tre uomini di basso affare tutti tre gobbi; i quali immaginossi con l'occasione del sodetto bando di burlare in cotal guisa. Andossene dunque da loro et disse:Amici, fatemi di grazia un servigio. Venite per cortesia ad esser testimonî ad un instromento, che a quel banco là ho da trattare, che io ve ne restarò con obbligo.—Volontieri, risposero i gobbi;ma ben avremo di caro, che tosto ne sbrighiate, perciocchè abbiamo anco noi faccende.—Non perderete tempo, replicò Messer Poncino;ma in tre parole sarete spacciati. Così di compagnia giunti ad un banco, dove si cambiavano et tagliavano di quei danari gobbi, disse al banchiere Messer Poncino:Eccovi tre gobbi; datemi un soldo et a vostra posta tagliateli. Rimasero attoniti i gobbi; et il banchiere, tra perchè era faceto anche egli, sì eziandio, perchè poco gli costava, diede a Messer Poncino subito il soldo, et uscito dal banco, insieme con due altri suoi compagni, presero i gobbi, et dentro la bottega facendo vista di volergli portare, per tagliargli, gli posero in grandissima smania. Alfine lasciatigli, si svoltorono essi a M. Poncino et con rampogna gli minacciavano il castigo.Ma egli et gli altri, che quivi intorno s'erano raunati, ridendosene, fecero che più che di fretta i gobbi si partirono; et fra gli uomini quanto più potevano andavano nascondendosi.»—L'altra novella la tolgo da'Cento Racconti, raccolti da Michele Somma, dov'è intitolata:Gli equivoci, certe volte, sono la rovina dell'uomo.—«Un certo cardinale di Roma, dovendo dar tavola un giorno, e mancando in detta città igobbi, che qui in Napoli chiamansicardoni, scrisse ad un suo amico di questa capitale, acciò gliene avesse mandato una ventina. L'amico, credendo, che il cardinale bramava igobbiper far qualche burla, radunò venti di questi, e gliel'inviò, colla promessa, che avrebbero avuto un buon regalo. Arrivati che furono i gobbi in Roma, e passandone il cameriere la notizia al cardinale, gli fu risposto, che li avesse situati nella cantina. Ciò udendo il povero cameriere, mentre incominciava a far la causa di que' stanchigobbi, venne rimproveràto fortemente dal cardinale. Sicchè, convenendogli di ubbidire, trascinò i poverigobbinella cantina. Considerate voi, che timore e sbalordimento sopravvenisse a quegl'infelici! Dopo due ore, il cardinale chiamò nuovamente il cameriere; e gli ordinò, che avesse battuto sopra dei gobbi cinque o sei brocche d'acqua. A questo secondo complimento, impietositosi il cameriere, rispose:Eminenza, e perchè tanta barbarie con questi poveretti?Non ancora avea proferite queste parole, che ricevette una seconda strapazzata più terribile della prima; sicchè gli convenne per la seconda volta ubbidirlo, scaricando per la ferriata più di cinque o sei brocche d'acqua sopra degl'intimoritigobbi. Avvicinandosi finalmente l'ora di tavola, il cardinale disse al cameriere:Calate giù nella cantina, prendete quattro o cinque gobbi, scorticateli ben bene, e poi fateli a pezzi minutissimi. Ciò inteso il cameriere, quantunque avea risoluto di non più ostarsi al cardinale, pure incominciò a dire:Ma Eminenza, e che umanità.... A questo terzo rimprovero, prese il bastone il cardinale; e, se non se la scappava il cameriere, sarebbe stato castigato. Sicchè, per non perder il pane, fattosi animo, e chiamato in aiuto altre persone di servizio, scese nella cantina e così disse ai tremanti gobbi:Cari miei, io non ho che farvi, e Dio sa che ho sofferto per voi; sicchè cinque o sei di voi debbono essere scorticati, e fatti minutamente a pezzi. A quest'ultima antifona incominciarono igobbiad urtarsi l'unl'altro, ed a gridare in modo, che, rivoltandosi tutto il palazzo, si affacciò il cardinale; ed interrogando il motivo di sì forte schiamazzo, gli fu risposto dal cameriere, ch'erano igobbi.Dunque i gobbi gridano?ripigliò il cardinale.Signore, rispose il cameriere,questi non sono muti ma gobbi, cioè storpi. Ciò udendo il cardinale, tra le risa e il capriccio, disse al cameriere:Cacciateli dunque dalla cantina, e portateli qui. Venuti i semivivi gobbi alla presenza del cardinale, questi li cercò scusa, e gli disse,che egli voleva i gobbi, che si chiamano cordoni, non già quelli, che si chiamano gobbi; e che perciò li avea sì malamente trattati, e li avrebbe trattati peggio, se non avessero urlato. Regalò loro assai bene e finalmente ne li rimandò qui in Napoli, dove arrivati, ed interrogati dall'amico del cardinale del trattamento ricevuto, gli raccontarono tutto l'accaduto su di essi. Non potè fare a meno di ridere smascellatamente l'amico corrispondente per l'equivoco avvenuto.»—
[1]VediGradi(Saggio di Lettere varie pe' giovani).Novella de' due Gobbi.—Pitré. (Op. cit.) LXIV.Lu scarparu e li diavuli.—Pietro Piperno. (De Nuce maga Beneventana)Casus II. De Gibboso vi Dæmonis mutato in arenationem, seu ante pectus in convivio nucis Beneventanae mag.—Anche il Gozzi ha narrato questa frottola. Francesco Redi, scriveva il XXV Gennajo M.DC.LXXXIX di Firenze al Dottor Lorenzo Bellini in Pisa.—«Come una mamma amorosa, che, intenerita di quella sua figliuola gobba e sciancata, vorrebbe pure, ch'ella comparisse con l'altre a una festa, e perciò s'affanna a farle raddoppiare i tacconi alla scarpa del piede zoppo, e le rimpinza guancialetti e batuffoli di cenci intorno a' fianchi ed intorno alle spalle; così ho fatto io di nuovo intorno a quelle terzine, una di queste notti così gelate, mentre mi tribolava, che non poteva dormire. Ma penso,che sarà avvenuto come accadde a quel gobbo da Peretola, il quale, avendo veduto, che un altro gobbo suo vicino, dopo un certo suo viaggio, era tornato al paese bello e diritto, essendogli gentilmente stata segata la gobba, lo interrogò, chi fosse stato il medico, ed in qual paese fosse aperto lo spedale, dove si facevano così belle cure. Il buon gobbo, che non era più gobbo, gliela confessò giusta giusta. E gli disse, che, essendo in viaggio, smarrì una notte la strada; e, dopo lunghi aggiramenti si trovò per fortuna alla Noce di Benevento, intorno alla quale stavano allegramente ballonzolando moltissime streghe con una infinità di stregoni e di diavoli. E che, fermatosi di soppiatto a mirare il tafferuglio di quella tresca, fu scoperto, non so come, da una strega, la quale lo invitò al ballo, in cui egli si portò con tanta grazia e maestria, che tutti quanti se ne maravigliarono; e gli presero perciò così grande amore, che, messoselo baldanzosamente in mezzo, e fatta portare una certa sega di butirro, gli segaron con essa, senza verun suo dolore, la gobba, e con un certo impiastro di marzapane gli sanarono subito subito la cicatrice e lo rimandarono a casa bello e guarito. Il buon gobbo da Peretola, inteso questo e facendo lo gnorri, se ne stette zitto zitto. Ma il giorno seguente si mise in viaggio; e tanto ricercò e tanto rifrustò, che potette capitar una notte al luogo della desiderata noce, dove, con diversità di pazzi strumenti, quella ribaldaglia delle streghe e degli stregoni trescava al solito in compagnia de' diavoli, delle diavolesse e delle versiere. Una versiera o diavolessa, che si fosse, facendogli un grazioso inchino, lo invitò alla danza, ma egli vi si portò con tanto malgarbo e con tanta svenevolaggine, che stomacò tutto quanto quel notturno conciliabolo. Il quale poi, mettendosegli attorno e facendo venire in un bacile quella gobba segata al primiero gobbo, con certa tenacissima pegola d'Inferno la appiccò nel petto di questo secondo gobbo. E così questi, che era venuto qui per guarire della gobba di dietro, se ne tornò vergognosamente al paese gobbo di dietro e dinanzi; conforme suol quasi sempre avvenire a certi ipocondriaci cristianelli, che, volendo a tutti i patti e a dispetto del mondo, guarire di qualche lor male irrimediabile, ingollano a crepapancia gli strani beveroni di qualche credulo ma famoso medicastro e di un sol male, per altro comportabile, che hanno, incappanoper lo più dolorosamente in tre o quattr'altri più dolorosi del primo, i quali presto presto li mandano a Patrasso, ch'è un oscuro paesello lontano da Firenze delle miglia più di millanta. Or voi, caro Bellini, applicate questa frottola alle terzine del mio sonetto. Leggetele, ridetevene, burlatemi, cuculiatemi, che me lo merito; e se non ho potuto rabberciarle io, fate la gran carità di rabberciarle voi:
«Che per onor dei fichi e delle pereFra' medici più saggi di Parnaso,Foste creato l'arcimastro e il sere,E in ogni cul potete dar di naso.»—
Il paragone de' cristianelli allude ad un altra frottola, ricordata anche da Michele Zezza, in uno de' sonetti delCarteggio poetico di Picà e di Picò.
Lungi droghe, che qui portan gl'InglesiDal nuovo mondo a noi: queste, in mia fè,Ci mandano più presto a quei paesi.Per questo appunto lo Spagnuol morì;Ma pria sull'urna sua scrivere fè:Per volere star meglio, ora son qui.
Stefano Francesco di Lantier, nella XXXVI lettera della suaCorrespondance de Suzette d'Arly:—«On racconte, qu'un Italien, assez content de son sort, se maria pour être mieux; il mourut après six mois de mariage. Il ordonna de graver cette inscription sur son tombeau:Stava bene, per esser meglio son qui.Combien de gens, à l'exemple de ce pauvre mari, se remuent, s'agitent, pour être plus mal.»—
Il Noce di Benevento vien ricordato anche nellePoesie Italiane|e in|Dialetto Napolitano|di|Domenico Piccinni||Napoli|Da' tipi di Cataneo|1827. (pagina 105; componimento intitolato:La Notte).
Sta 'na noce chiantata a Beneviento,Addò', come la Notte s'abbicina,Nce veneno 'ncopp'acqua e 'ncopp'a viento,E da parte lontana e da vicinaLe streghe: parte int'a 'no vastemiento'Ddò' de diavole so' 'na cinquantina,Chi accavallo a 'no crapio e chi a 'no puorco.Chi portata da 'n Urzo e chi da 'n Uorco.
[2]Non ti confondereequivale al napoletanesconon te ne 'ncarrecà'!E mi sia lecito di rivendicare il piccolo onore di avere, sette anni prima della Canzonetta diMasto Raffaele, richiamato l'attenzione sull'importanza demopsicologica di quell'intercalare partenopeo, in una bizzarria intitolata:I Serpenti di Panarano.
[3]I poveri gobbi sono argomento d'infiniti racconti burleschi. Ne riferirò due, ne' quali si equivoca sulla parolagobbo, che ha avuto ed ha anche altri significati. Il primo è cavato daLe piaceuoli | et ridicolose | Facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | con l'aggiunta d'alcun'altre, che nella prima | impressione mancauano. || In Venetia, M.DC.XXVII. | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti.—«Si spendeva a quei tempi, nel Ducato di Milano, una certa piccola moneta; perchè era stata coniata sotto un Duca gobbo, Gobbo si chiamava; tre de' quali facevano un soldo. Il nome di cotal moneta, perchè pareva che fosse a disprezzo del Duca, fu causa, che si bandì. Furono nondimeno costituiti banchieri, che tutti questi simili danari ricevessero et gli tagliassero et all'incontro ne dessero il valore con altrettanta moneta d'altra sorte. Vide Messer Poncino per avventura un giorno su la Piazza di Cremona tre uomini di basso affare tutti tre gobbi; i quali immaginossi con l'occasione del sodetto bando di burlare in cotal guisa. Andossene dunque da loro et disse:Amici, fatemi di grazia un servigio. Venite per cortesia ad esser testimonî ad un instromento, che a quel banco là ho da trattare, che io ve ne restarò con obbligo.—Volontieri, risposero i gobbi;ma ben avremo di caro, che tosto ne sbrighiate, perciocchè abbiamo anco noi faccende.—Non perderete tempo, replicò Messer Poncino;ma in tre parole sarete spacciati. Così di compagnia giunti ad un banco, dove si cambiavano et tagliavano di quei danari gobbi, disse al banchiere Messer Poncino:Eccovi tre gobbi; datemi un soldo et a vostra posta tagliateli. Rimasero attoniti i gobbi; et il banchiere, tra perchè era faceto anche egli, sì eziandio, perchè poco gli costava, diede a Messer Poncino subito il soldo, et uscito dal banco, insieme con due altri suoi compagni, presero i gobbi, et dentro la bottega facendo vista di volergli portare, per tagliargli, gli posero in grandissima smania. Alfine lasciatigli, si svoltorono essi a M. Poncino et con rampogna gli minacciavano il castigo.Ma egli et gli altri, che quivi intorno s'erano raunati, ridendosene, fecero che più che di fretta i gobbi si partirono; et fra gli uomini quanto più potevano andavano nascondendosi.»—L'altra novella la tolgo da'Cento Racconti, raccolti da Michele Somma, dov'è intitolata:Gli equivoci, certe volte, sono la rovina dell'uomo.—«Un certo cardinale di Roma, dovendo dar tavola un giorno, e mancando in detta città igobbi, che qui in Napoli chiamansicardoni, scrisse ad un suo amico di questa capitale, acciò gliene avesse mandato una ventina. L'amico, credendo, che il cardinale bramava igobbiper far qualche burla, radunò venti di questi, e gliel'inviò, colla promessa, che avrebbero avuto un buon regalo. Arrivati che furono i gobbi in Roma, e passandone il cameriere la notizia al cardinale, gli fu risposto, che li avesse situati nella cantina. Ciò udendo il povero cameriere, mentre incominciava a far la causa di que' stanchigobbi, venne rimproveràto fortemente dal cardinale. Sicchè, convenendogli di ubbidire, trascinò i poverigobbinella cantina. Considerate voi, che timore e sbalordimento sopravvenisse a quegl'infelici! Dopo due ore, il cardinale chiamò nuovamente il cameriere; e gli ordinò, che avesse battuto sopra dei gobbi cinque o sei brocche d'acqua. A questo secondo complimento, impietositosi il cameriere, rispose:Eminenza, e perchè tanta barbarie con questi poveretti?Non ancora avea proferite queste parole, che ricevette una seconda strapazzata più terribile della prima; sicchè gli convenne per la seconda volta ubbidirlo, scaricando per la ferriata più di cinque o sei brocche d'acqua sopra degl'intimoritigobbi. Avvicinandosi finalmente l'ora di tavola, il cardinale disse al cameriere:Calate giù nella cantina, prendete quattro o cinque gobbi, scorticateli ben bene, e poi fateli a pezzi minutissimi. Ciò inteso il cameriere, quantunque avea risoluto di non più ostarsi al cardinale, pure incominciò a dire:Ma Eminenza, e che umanità.... A questo terzo rimprovero, prese il bastone il cardinale; e, se non se la scappava il cameriere, sarebbe stato castigato. Sicchè, per non perder il pane, fattosi animo, e chiamato in aiuto altre persone di servizio, scese nella cantina e così disse ai tremanti gobbi:Cari miei, io non ho che farvi, e Dio sa che ho sofferto per voi; sicchè cinque o sei di voi debbono essere scorticati, e fatti minutamente a pezzi. A quest'ultima antifona incominciarono igobbiad urtarsi l'unl'altro, ed a gridare in modo, che, rivoltandosi tutto il palazzo, si affacciò il cardinale; ed interrogando il motivo di sì forte schiamazzo, gli fu risposto dal cameriere, ch'erano igobbi.Dunque i gobbi gridano?ripigliò il cardinale.Signore, rispose il cameriere,questi non sono muti ma gobbi, cioè storpi. Ciò udendo il cardinale, tra le risa e il capriccio, disse al cameriere:Cacciateli dunque dalla cantina, e portateli qui. Venuti i semivivi gobbi alla presenza del cardinale, questi li cercò scusa, e gli disse,che egli voleva i gobbi, che si chiamano cordoni, non già quelli, che si chiamano gobbi; e che perciò li avea sì malamente trattati, e li avrebbe trattati peggio, se non avessero urlato. Regalò loro assai bene e finalmente ne li rimandò qui in Napoli, dove arrivati, ed interrogati dall'amico del cardinale del trattamento ricevuto, gli raccontarono tutto l'accaduto su di essi. Non potè fare a meno di ridere smascellatamente l'amico corrispondente per l'equivoco avvenuto.»—
LXIV.LA NOVELLA DEL SIGNOR DONATO.[1]La Novella del signor Donato? Io non la vo' dire, bisogna, che mi preghiate. Se mi pregate di molto, ve la dirò[2]. C'era una volta marito e moglie, che avevano la serva. Dunque, la padrona andava di fori: sapete bene, quando c'è la serva. Nel mentre che lei faceva le faccende, un topo sale sul prosciutto del padrone e gnene rodeva. La prende il gatto, perchè lo mangi questo topo:—«Oh»—dice—«che fai tu, che non lo mangi?»—Il gatto gli era rimasto attaccato a il topo, proprio attaccato, non veniva più via. Grida la serva:—«Eh, vien via!»—Lo acchiappa per la coda e rimane attaccata anche lei. Siccome questo prosciutto rimaneva sur una terrazza, che dalla strada si vedeva, torna a casa la padrona, e di quì si volta e vede la serva e gli dice:—«Oh che stai tu qui a fare, grulla, invece di fare le faccende?»—«Ah! signora padrona!...»—«Animo, animo!»—La vien su; l'apre;—«Vien via!»—la gli dice; la scuote; e rimane attaccata anche lei. Eccoti torna il signor Donato e vede quelle donne:—«Che state a fare quassù?»—dice.—«Abbi da sapere,»—dice la moglie—«che la serva l'ha visto mangiare il prosciutto da un topo. L'ha messo il gatto e l'è rimasto attaccato. La lo gridava:Vien via!l'è rimasta attaccata anche lei. Io son torna; dicendo:Vien via!son rimasta attaccata anch'io. Vedi, veh!»—«Animo,sciocche!»—dice il signor Donato; le scote e rimane attaccato anche lui[3]. Eccoti il tempo che il topo gli vien voglia di fare il suo bisogno. La fa, con rispetto, in bocca a il gatto. Il gatto la fa in bocca alla serva. La serva la fece in bocca alla padrona. La padrona la fece in bocca a il signor Donato. E il signor Donato? In bocca a chi m'ha pregato. La novella dice così: io non ci ho colpa.NOTE[1]Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVI.Li vecchi.—Bernoni. (Op. cit.)Na giornata de sagra. IlLiebrechtannota:—«Vgl.GrimmK. M. n.º 64 Die Goldgans.»—Questa novellina è una goffaggine, lo veggo bene anch'io da me. Ma la goffaggine popolare, le goffe invenzioni della fantasia nazionale, importano anch'esse allo studioso, allademopsicologia. Dello stesso genere, o brutto o bello che piaccia chiamarlo, è la seguente novella milanese.LA REGINNA SUPERBAGh'era ona Reginna, che l'era molto superba; e, in quel temp, che regnava sta Reginna, i stronz parlaven. Donca, el fioeu de sta Reginna, l'ha tolt mièe; e la Reginna sta soa nœura le piaseva no, perchè l'era minga de sangu real come voreva lèe. Gh'aveven on bellissem giardin; e lee, savend minga come perzipità[i]sta soa nœura, l'ha pensàa d'andà a fà el so bisogn in giardin. El Re, passeggiand, l'ha vist sta porcaria e l'ha ciamàa tutt la gent de servizi a dimandagh chi l'è, che l'ha fatt sta porcaria. Lor saveven no; han seguitàa a digh, ch'eren innocent, che saveven nient. E la Reginna:—«T'hê tolt ona donna ordinaria? e sarà stada lèe, che l'è andada là, a fà sta robba.»—Allora el Re, l'ha mai podùu savè nient, el voreva andà al fond de sta robba, el fa mett tutt in procession sta gent de servizi e poeu l'ha ditt a la mader:—«Cara mader, bisogna, che la vaga lee insemma a la gent de servizie mi e mia mièe.»—Lee, la mader, l'ha vorùu vede veso l'ultima, sperand che el Re l'avess de dì:—«Basta! basta!»—l'avess de stufiss. Donca, ha cominciàa la gent de servizi:—«Stronz, bel stronz, chi t'ha fàa?»—ghe diseven i gent de servizî a vun a la volta. E lu, el respondeva:—«Minga ti.»—Vegneven tutt i alter servitor; e lu, el diseva semper:—«Minga ti, minga ti.»—de meneman[ii]che passaven. Ven al Re. El Re, l'è andàa là anca lu, per dà soddisfazion; el ghe dis:—«Stronz, bel stronz, chi t'ha fàa?»—Semper:—«Minga ti.»—Passa la sposa, e anca quella ghe dimanda:—«Chi t'ha fàa?»—«Minga ti.»—Allora la veggia la saveva minga come fà, la s'è tirada su tutta, l'era on pòo agitada, e allora la ghe dis:—«Stronzellino, bel stronzellino, chi t'ha fatto?»—Lee, in del so coeur:—«El me dirà minga, che sont mi!»—E lu, el ghe rispond:—«Ti, veggia porca.»—Allora, el Re, perchè el gh'aveva dett a tutti:—«Chi l'è stàa, soo mi el castigh, che ghe daròo!...»—e la mader gh'è vegnùn fastidi del dispiasè...: e el fioeu, poeu, allora, send la mader, el dis:—«S'ciao! bisogna metti sott al silenzi sta cossa!»—L'ha minga vorùu castigalla. Ma del rest, lee, la gh'ha avùu semper la vergogna in faccia a la gent de servizi d'avè fàa sta porcaria; e inscì la soa superbia, perchè l'era tant superba, l'è stàda castigada.Il medesimo argomento, ma senza lo elemento fantastico, che da tanto umorismo alla precedente novelletta milanese, è trattato da Tommaso Costo nella V. Giornata delFuggilozio.= Aveva un ricco speziale molti garzoni; l'uno de' quali, avendo una sera a cena mangiato soverchio, gli venne poi a mezzanotte una furia di corpo siffatta, ch'ei fu costretto alzarsi dal letto bene in fretta. E, corso all'uscio della bottega, quivi, senza rispetto alcuno, si scaricò il ventre. Del che avvistosi poi la mattina lo speziale, come quegli, che si levò più per tempo degli altri, tutto adirato verso i garzoni, dimandò chi fosse stato di loro. Ma negando tutti, diss'egli:—«Adunque sarò stato io. Orsù, voglio essere il primo a por le mani in quella bruttura. Ajutatemi tutti, che a un po' per uno la sgombreremo ad un tratto via.»—Ciò sentendo i garzoni, tutti quelli, che erano innocenti, con mal volto e mormorando si moveano mal volentieri a farlo. Ma quegli, che aveva fatto il male, per parere ubbedientee guadagnarsi l'animo del padrone, disse:——«Ben dice messere; e voglio essere il primo io a porvi le mani.»—Allora lo speziale, come accorto, disse:—«Ah furfante, ribaldo! tu, che volentieri alla penitenza t'offerisci, dimostri esser senza dubbio l'autor del peccato.»—E così, a suon di buone bastonate, fece fare il tutto a lui, e poi lo cacciò. =[i]PerzipitàoParzipità. Quanto aPrecipità, secondo il Cherubini, si adopera solo nel senso di far le cose frettolosamente e male (acciabattare).[ii]De meneman. Di mano in mano.[2]Questa novella appartiene al genere, che si chiama deiChiapparelli, perchè con essi si acchiappa, si burla, chi ci prega di novellare. Eccone per esempio un altro de' Chiapparelli fiorentini, somministratomi dal D.ͬ Giuseppe Pitré ed intitolato:Il Gallo. Avanti di raccontarlo, il novellatore si fa promettere una noce:—«C'era una volta un gallo; questo gallo gli scappò. Passò una donna.O quella donna, avete visto il mi' gallo?—No, 'un l'ho visto. Passò un omo.Quell'omo, avete visto il mi' gallo?—Sì, l'ho visto, sur un monte, che cantava con una bella voce, E merda in bocca a chi m'ha promessa la noce.»—Chiapparelli sono pure i due seguenti milanesi:L'OMM APÔS AL DOMMOna volta gh'era on ommApôs[i]al domm,Cont el gerlett in spalla....Ma tasii s'hoo de cuntalla.[ii]L'OMM, CHE ANDAVA A ROMMAOna volta gh'era on omm e ona donna,Che andaven a Romma;Gh'è andaa on moschin in del cuu,Hin borlaa giò[iii]tutt e duu.Genere diverso di chiapparelli è quello, di cui può dare un'idea la seguente novelletta milanese:EL GESSUMIN.[iv]Ona volta, gh'era on giovin; el vorreva tœu miee. Sicchè, ghe disen che gh'è tre tosann, s'el voreva vedej, ch'el menaven a vedej: el podeva fa la scelta de quella, che ghe piaseva pusee. El va là in casa e ghen fan vegnì de bass vunna. La ven giò e la dis:—«O, che dolor de vitta! o che dolor de rênn! o che mal!»—«Cossa la gh'ha?»—el ghe dis, lu.—«Ah, caro lu, la me donna de servizî, la m'ha miss el lenzœu invers; el pont—sora del lenzœu, el m'ha faa tant mal, che sont chì tutta mezza ruvinada.»—Lu, el dis:—«Questa, l'è minga bonna per mi, l'è tropp delicada!»—Ven giò l'altra tosa con la testa in man; e la dis:—«Ah che dolor, che dolor de testa!»—E lu, el dis:—«Cossa la gh'ha?»—Ah, s'el savess! La mia donzella, per pettinamm, la m'ha strappaa on cavell; e mi gh'ho tutta la testa ruvinada.»—E lu:—«Anca quella»—el dis—«la fa minga per mi.»—Ven giò on'oltra, tutta zoppa. El dis:—«Cossa la gh'ha a quel pè, che ghe fa inscì mal?»—«Ma, caro lu, sont stada in giardin; e m'è andaa on gessumin[v]sul pè.»—Lu, el ghe dis al so amis:—«Caro ti, gh'han de quij difett, che per mi fan no. Sent, dimm on poo ti, qual'è quella cossa, di quij trii lì, che po fa men mal?»—E lu, el so amis:—«El pontsora, el po anca fa on poo mal; el cavell, l'istess: strappà on cavell! Ma el gessumin! Chi fa men mal, l'è el gessumin.»—E lu, allora, el ghe rispond:—«Tanta merda in sul to bocchin.»—Questo giovaneinussoraturo(per italianizzare un vocabolo napoletanesco'nzoraturo, coniato dal Basile e che risponde perfettamente aljeune homme à marierde' francesi), sdegnato con l'amico, gli dà i monnini.—«Dare i monnini.... vuol dire, quando uno, parlando con un altro, lo forza a dir qualche parola, che rimi con un'altra, che a quel tale dispiaccia. Per esempio, il Giraldi disse ad un chierico:Non fu mai gelatina senza.... e qui si fermò, fingendo non si ricordare della parola, che finiva il verso. Ed il chierico, il quale ben sapeva la sentenza, gliela suggerì, dicendo:senz'alloro. E il Giraldi soggiunse:Voi siete il maggior bue, che vada in coro[vi]»—Ci sono molti racconti popolarli, ne' quali si obbligano così gli uditori a profferire una parola, per dir loro villania o per lasciarli burlati e delusi. Ecco tre esempî di queste goffe facezie, di due provincie lontanissime d'Italia, cioè due milanesi, l'altra napoletana.FATTA, SALADA E SCOA(Milano)Il Narratore.—Gh'era ona volta tre tosann. Vunna la gh'aveva nommFatta; l'altra,Salada; e l'altra,Scoa. La mamma de sti tre tosann, la ghe dis a quella Fatta:—«Famm la minestra.»—E ghe le fa fatta fatta fatta. Alora lee, la ghe dis a quella Salada:—«Famela ti, Salada.»—E ghe le fa salada salada salada. Alora la ghe dis a quell'altra.... Comme la se ciamma?...Un uditore.—Scoa.Il Narratore.—Merda in bocca toa.'NZOGNA, 'RASSO E STOPPA[vii](Pomigliano d'Arco)Il Narratore.—'Na vota nce steva 'na mamma, ca teneva tre figlie. Uno sse chiamava'Nzogna, uno'Rassoe 'n'ataStoppa. 'Nu juorno 'a mamma sse moreva 'e fridde. Chiammava 'ô primmo; dicette:—«Appicceme 'nu poch' 'e fuoche, ca i' mme moro 'e fridde.»—Le dicette:—«Io so' 'Nzogna; mme stegno.»—Chiammava 'ô secondo; dicette:«—«'Rasso, vene mm'appicce 'nu poch' 'e fuoche.»—Chille dicette, ca era 'Rasso e sse squagliava. Chill'auto.... comme sse chiamma?...Un uditore.—Stoppa.Il Narratore.—E chisso naso 'nculo mme 'ntoppa.EL PEGORÉE[viii]Il Narratore.—Ona volta gh'era on pegorée, che l'è andaa cont i pegor per dagh de mangià in campagna; e l'era de passàd'on'acqua; e l'ha ciappaa i pegor a vunna a vunna per portaj de là.....Un uditore.—E poeu? Va innanz!Il Narratore.—Quand ch'è passàa i pegor, andaroo innanz a finill.[i]Apôs, dietro, dopo, forse dalpostlatino. In alcune parti di Brianza,apoeus. Regge il dativo:apôs a l'uss.[ii]Variante:Cont el s'ciopp in spalla.... Hoo de dilla o de cuntalla?Ne ho pubblicate parecchie versioni delle Provincie Meridionali nel mioSaggio di Canti popolari delle Provincie Meridionali. VediPitré. (Op. cit.) CXLILu cuntu di lu Varveri.[iii]Borlà giò, cascare, tomare.Bandello, p. I, n. II:—«Quando l'averà a le stelle levato, mossa da naturale instabilità, quello lascerà tomare fin ne l'abisso.»[iv]IlLiebrechtannota:—«Vgl.Schnaller, N.º 45.»[v]Gessumin, gelsomino, giasmino.[vi]Annotazioni alMalmantile. Cantare I. Stanza XLIV.[vii]Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVII.Parrineddu.[viii]Vedi nel Novellino, dove conta d'un novellatore di Messer Azzolino. Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVIII.—La Truvatura. Vedi nelleOeuvres complètes | de|E.F. deLantier|Précédées|d'une notice biographique et littéraire|Paris|Auguste Desrez Imprimeur Editeur.|Rue Neuve—des—petits—champs N. 50|MDCCCXXXVIII, tra'Contes en vers, quello intitolatoLe Conte interrompu. Stefano Francesco di Lantier nacque in Marsiglia il primo d'ottobre MDCCXXXIV e vi morì di XCII anni, il trentun gennaio MDCCC.XXVI. Lo ricordo, perchè, cultore sfegatato degli studi italiani, ha evidentemente tolto dalNovellinoil tema del suo racconto.[3]Per gli appiccicamenti, confronta la favolaMercurius et Mulieres, ch'è tra le XXX fedriane, emanuscripto Bibliothecae Regiae Neapolitanae codice nuper editae. Delle due donne, l'una, madre di un lattante, implora di veder presto barbuto il figliuolo;quaestus placebat alteri meretricius, che pregaut sequatur sese quidquid tetigerit:Volat Mercurius. Intro redeunt mulieres:Barbatus Infans, ecce vagitus ciet.Id, quum meretrix forte ridet validius,Nares replevit humor, ut fieri solet.Emungere igitur se volens prendit manu,Traxitque ad terram nasi longitudinem,Et aliam ridens, ipsa ridenda extitit.
LA NOVELLA DEL SIGNOR DONATO.[1]
La Novella del signor Donato? Io non la vo' dire, bisogna, che mi preghiate. Se mi pregate di molto, ve la dirò[2]. C'era una volta marito e moglie, che avevano la serva. Dunque, la padrona andava di fori: sapete bene, quando c'è la serva. Nel mentre che lei faceva le faccende, un topo sale sul prosciutto del padrone e gnene rodeva. La prende il gatto, perchè lo mangi questo topo:—«Oh»—dice—«che fai tu, che non lo mangi?»—Il gatto gli era rimasto attaccato a il topo, proprio attaccato, non veniva più via. Grida la serva:—«Eh, vien via!»—Lo acchiappa per la coda e rimane attaccata anche lei. Siccome questo prosciutto rimaneva sur una terrazza, che dalla strada si vedeva, torna a casa la padrona, e di quì si volta e vede la serva e gli dice:—«Oh che stai tu qui a fare, grulla, invece di fare le faccende?»—«Ah! signora padrona!...»—«Animo, animo!»—La vien su; l'apre;—«Vien via!»—la gli dice; la scuote; e rimane attaccata anche lei. Eccoti torna il signor Donato e vede quelle donne:—«Che state a fare quassù?»—dice.—«Abbi da sapere,»—dice la moglie—«che la serva l'ha visto mangiare il prosciutto da un topo. L'ha messo il gatto e l'è rimasto attaccato. La lo gridava:Vien via!l'è rimasta attaccata anche lei. Io son torna; dicendo:Vien via!son rimasta attaccata anch'io. Vedi, veh!»—«Animo,sciocche!»—dice il signor Donato; le scote e rimane attaccato anche lui[3]. Eccoti il tempo che il topo gli vien voglia di fare il suo bisogno. La fa, con rispetto, in bocca a il gatto. Il gatto la fa in bocca alla serva. La serva la fece in bocca alla padrona. La padrona la fece in bocca a il signor Donato. E il signor Donato? In bocca a chi m'ha pregato. La novella dice così: io non ci ho colpa.
NOTE
[1]Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVI.Li vecchi.—Bernoni. (Op. cit.)Na giornata de sagra. IlLiebrechtannota:—«Vgl.GrimmK. M. n.º 64 Die Goldgans.»—Questa novellina è una goffaggine, lo veggo bene anch'io da me. Ma la goffaggine popolare, le goffe invenzioni della fantasia nazionale, importano anch'esse allo studioso, allademopsicologia. Dello stesso genere, o brutto o bello che piaccia chiamarlo, è la seguente novella milanese.LA REGINNA SUPERBAGh'era ona Reginna, che l'era molto superba; e, in quel temp, che regnava sta Reginna, i stronz parlaven. Donca, el fioeu de sta Reginna, l'ha tolt mièe; e la Reginna sta soa nœura le piaseva no, perchè l'era minga de sangu real come voreva lèe. Gh'aveven on bellissem giardin; e lee, savend minga come perzipità[i]sta soa nœura, l'ha pensàa d'andà a fà el so bisogn in giardin. El Re, passeggiand, l'ha vist sta porcaria e l'ha ciamàa tutt la gent de servizi a dimandagh chi l'è, che l'ha fatt sta porcaria. Lor saveven no; han seguitàa a digh, ch'eren innocent, che saveven nient. E la Reginna:—«T'hê tolt ona donna ordinaria? e sarà stada lèe, che l'è andada là, a fà sta robba.»—Allora el Re, l'ha mai podùu savè nient, el voreva andà al fond de sta robba, el fa mett tutt in procession sta gent de servizi e poeu l'ha ditt a la mader:—«Cara mader, bisogna, che la vaga lee insemma a la gent de servizie mi e mia mièe.»—Lee, la mader, l'ha vorùu vede veso l'ultima, sperand che el Re l'avess de dì:—«Basta! basta!»—l'avess de stufiss. Donca, ha cominciàa la gent de servizi:—«Stronz, bel stronz, chi t'ha fàa?»—ghe diseven i gent de servizî a vun a la volta. E lu, el respondeva:—«Minga ti.»—Vegneven tutt i alter servitor; e lu, el diseva semper:—«Minga ti, minga ti.»—de meneman[ii]che passaven. Ven al Re. El Re, l'è andàa là anca lu, per dà soddisfazion; el ghe dis:—«Stronz, bel stronz, chi t'ha fàa?»—Semper:—«Minga ti.»—Passa la sposa, e anca quella ghe dimanda:—«Chi t'ha fàa?»—«Minga ti.»—Allora la veggia la saveva minga come fà, la s'è tirada su tutta, l'era on pòo agitada, e allora la ghe dis:—«Stronzellino, bel stronzellino, chi t'ha fatto?»—Lee, in del so coeur:—«El me dirà minga, che sont mi!»—E lu, el ghe rispond:—«Ti, veggia porca.»—Allora, el Re, perchè el gh'aveva dett a tutti:—«Chi l'è stàa, soo mi el castigh, che ghe daròo!...»—e la mader gh'è vegnùn fastidi del dispiasè...: e el fioeu, poeu, allora, send la mader, el dis:—«S'ciao! bisogna metti sott al silenzi sta cossa!»—L'ha minga vorùu castigalla. Ma del rest, lee, la gh'ha avùu semper la vergogna in faccia a la gent de servizi d'avè fàa sta porcaria; e inscì la soa superbia, perchè l'era tant superba, l'è stàda castigada.Il medesimo argomento, ma senza lo elemento fantastico, che da tanto umorismo alla precedente novelletta milanese, è trattato da Tommaso Costo nella V. Giornata delFuggilozio.= Aveva un ricco speziale molti garzoni; l'uno de' quali, avendo una sera a cena mangiato soverchio, gli venne poi a mezzanotte una furia di corpo siffatta, ch'ei fu costretto alzarsi dal letto bene in fretta. E, corso all'uscio della bottega, quivi, senza rispetto alcuno, si scaricò il ventre. Del che avvistosi poi la mattina lo speziale, come quegli, che si levò più per tempo degli altri, tutto adirato verso i garzoni, dimandò chi fosse stato di loro. Ma negando tutti, diss'egli:—«Adunque sarò stato io. Orsù, voglio essere il primo a por le mani in quella bruttura. Ajutatemi tutti, che a un po' per uno la sgombreremo ad un tratto via.»—Ciò sentendo i garzoni, tutti quelli, che erano innocenti, con mal volto e mormorando si moveano mal volentieri a farlo. Ma quegli, che aveva fatto il male, per parere ubbedientee guadagnarsi l'animo del padrone, disse:——«Ben dice messere; e voglio essere il primo io a porvi le mani.»—Allora lo speziale, come accorto, disse:—«Ah furfante, ribaldo! tu, che volentieri alla penitenza t'offerisci, dimostri esser senza dubbio l'autor del peccato.»—E così, a suon di buone bastonate, fece fare il tutto a lui, e poi lo cacciò. =
[1]Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVI.Li vecchi.—Bernoni. (Op. cit.)Na giornata de sagra. IlLiebrechtannota:—«Vgl.GrimmK. M. n.º 64 Die Goldgans.»—Questa novellina è una goffaggine, lo veggo bene anch'io da me. Ma la goffaggine popolare, le goffe invenzioni della fantasia nazionale, importano anch'esse allo studioso, allademopsicologia. Dello stesso genere, o brutto o bello che piaccia chiamarlo, è la seguente novella milanese.
LA REGINNA SUPERBA
Gh'era ona Reginna, che l'era molto superba; e, in quel temp, che regnava sta Reginna, i stronz parlaven. Donca, el fioeu de sta Reginna, l'ha tolt mièe; e la Reginna sta soa nœura le piaseva no, perchè l'era minga de sangu real come voreva lèe. Gh'aveven on bellissem giardin; e lee, savend minga come perzipità[i]sta soa nœura, l'ha pensàa d'andà a fà el so bisogn in giardin. El Re, passeggiand, l'ha vist sta porcaria e l'ha ciamàa tutt la gent de servizi a dimandagh chi l'è, che l'ha fatt sta porcaria. Lor saveven no; han seguitàa a digh, ch'eren innocent, che saveven nient. E la Reginna:—«T'hê tolt ona donna ordinaria? e sarà stada lèe, che l'è andada là, a fà sta robba.»—Allora el Re, l'ha mai podùu savè nient, el voreva andà al fond de sta robba, el fa mett tutt in procession sta gent de servizi e poeu l'ha ditt a la mader:—«Cara mader, bisogna, che la vaga lee insemma a la gent de servizie mi e mia mièe.»—Lee, la mader, l'ha vorùu vede veso l'ultima, sperand che el Re l'avess de dì:—«Basta! basta!»—l'avess de stufiss. Donca, ha cominciàa la gent de servizi:—«Stronz, bel stronz, chi t'ha fàa?»—ghe diseven i gent de servizî a vun a la volta. E lu, el respondeva:—«Minga ti.»—Vegneven tutt i alter servitor; e lu, el diseva semper:—«Minga ti, minga ti.»—de meneman[ii]che passaven. Ven al Re. El Re, l'è andàa là anca lu, per dà soddisfazion; el ghe dis:—«Stronz, bel stronz, chi t'ha fàa?»—Semper:—«Minga ti.»—Passa la sposa, e anca quella ghe dimanda:—«Chi t'ha fàa?»—«Minga ti.»—Allora la veggia la saveva minga come fà, la s'è tirada su tutta, l'era on pòo agitada, e allora la ghe dis:—«Stronzellino, bel stronzellino, chi t'ha fatto?»—Lee, in del so coeur:—«El me dirà minga, che sont mi!»—E lu, el ghe rispond:—«Ti, veggia porca.»—Allora, el Re, perchè el gh'aveva dett a tutti:—«Chi l'è stàa, soo mi el castigh, che ghe daròo!...»—e la mader gh'è vegnùn fastidi del dispiasè...: e el fioeu, poeu, allora, send la mader, el dis:—«S'ciao! bisogna metti sott al silenzi sta cossa!»—L'ha minga vorùu castigalla. Ma del rest, lee, la gh'ha avùu semper la vergogna in faccia a la gent de servizi d'avè fàa sta porcaria; e inscì la soa superbia, perchè l'era tant superba, l'è stàda castigada.
Il medesimo argomento, ma senza lo elemento fantastico, che da tanto umorismo alla precedente novelletta milanese, è trattato da Tommaso Costo nella V. Giornata delFuggilozio.
= Aveva un ricco speziale molti garzoni; l'uno de' quali, avendo una sera a cena mangiato soverchio, gli venne poi a mezzanotte una furia di corpo siffatta, ch'ei fu costretto alzarsi dal letto bene in fretta. E, corso all'uscio della bottega, quivi, senza rispetto alcuno, si scaricò il ventre. Del che avvistosi poi la mattina lo speziale, come quegli, che si levò più per tempo degli altri, tutto adirato verso i garzoni, dimandò chi fosse stato di loro. Ma negando tutti, diss'egli:—«Adunque sarò stato io. Orsù, voglio essere il primo a por le mani in quella bruttura. Ajutatemi tutti, che a un po' per uno la sgombreremo ad un tratto via.»—Ciò sentendo i garzoni, tutti quelli, che erano innocenti, con mal volto e mormorando si moveano mal volentieri a farlo. Ma quegli, che aveva fatto il male, per parere ubbedientee guadagnarsi l'animo del padrone, disse:——«Ben dice messere; e voglio essere il primo io a porvi le mani.»—Allora lo speziale, come accorto, disse:—«Ah furfante, ribaldo! tu, che volentieri alla penitenza t'offerisci, dimostri esser senza dubbio l'autor del peccato.»—E così, a suon di buone bastonate, fece fare il tutto a lui, e poi lo cacciò. =
[i]PerzipitàoParzipità. Quanto aPrecipità, secondo il Cherubini, si adopera solo nel senso di far le cose frettolosamente e male (acciabattare).[ii]De meneman. Di mano in mano.
[i]PerzipitàoParzipità. Quanto aPrecipità, secondo il Cherubini, si adopera solo nel senso di far le cose frettolosamente e male (acciabattare).
[ii]De meneman. Di mano in mano.
[2]Questa novella appartiene al genere, che si chiama deiChiapparelli, perchè con essi si acchiappa, si burla, chi ci prega di novellare. Eccone per esempio un altro de' Chiapparelli fiorentini, somministratomi dal D.ͬ Giuseppe Pitré ed intitolato:Il Gallo. Avanti di raccontarlo, il novellatore si fa promettere una noce:—«C'era una volta un gallo; questo gallo gli scappò. Passò una donna.O quella donna, avete visto il mi' gallo?—No, 'un l'ho visto. Passò un omo.Quell'omo, avete visto il mi' gallo?—Sì, l'ho visto, sur un monte, che cantava con una bella voce, E merda in bocca a chi m'ha promessa la noce.»—Chiapparelli sono pure i due seguenti milanesi:L'OMM APÔS AL DOMMOna volta gh'era on ommApôs[i]al domm,Cont el gerlett in spalla....Ma tasii s'hoo de cuntalla.[ii]L'OMM, CHE ANDAVA A ROMMAOna volta gh'era on omm e ona donna,Che andaven a Romma;Gh'è andaa on moschin in del cuu,Hin borlaa giò[iii]tutt e duu.Genere diverso di chiapparelli è quello, di cui può dare un'idea la seguente novelletta milanese:EL GESSUMIN.[iv]Ona volta, gh'era on giovin; el vorreva tœu miee. Sicchè, ghe disen che gh'è tre tosann, s'el voreva vedej, ch'el menaven a vedej: el podeva fa la scelta de quella, che ghe piaseva pusee. El va là in casa e ghen fan vegnì de bass vunna. La ven giò e la dis:—«O, che dolor de vitta! o che dolor de rênn! o che mal!»—«Cossa la gh'ha?»—el ghe dis, lu.—«Ah, caro lu, la me donna de servizî, la m'ha miss el lenzœu invers; el pont—sora del lenzœu, el m'ha faa tant mal, che sont chì tutta mezza ruvinada.»—Lu, el dis:—«Questa, l'è minga bonna per mi, l'è tropp delicada!»—Ven giò l'altra tosa con la testa in man; e la dis:—«Ah che dolor, che dolor de testa!»—E lu, el dis:—«Cossa la gh'ha?»—Ah, s'el savess! La mia donzella, per pettinamm, la m'ha strappaa on cavell; e mi gh'ho tutta la testa ruvinada.»—E lu:—«Anca quella»—el dis—«la fa minga per mi.»—Ven giò on'oltra, tutta zoppa. El dis:—«Cossa la gh'ha a quel pè, che ghe fa inscì mal?»—«Ma, caro lu, sont stada in giardin; e m'è andaa on gessumin[v]sul pè.»—Lu, el ghe dis al so amis:—«Caro ti, gh'han de quij difett, che per mi fan no. Sent, dimm on poo ti, qual'è quella cossa, di quij trii lì, che po fa men mal?»—E lu, el so amis:—«El pontsora, el po anca fa on poo mal; el cavell, l'istess: strappà on cavell! Ma el gessumin! Chi fa men mal, l'è el gessumin.»—E lu, allora, el ghe rispond:—«Tanta merda in sul to bocchin.»—Questo giovaneinussoraturo(per italianizzare un vocabolo napoletanesco'nzoraturo, coniato dal Basile e che risponde perfettamente aljeune homme à marierde' francesi), sdegnato con l'amico, gli dà i monnini.—«Dare i monnini.... vuol dire, quando uno, parlando con un altro, lo forza a dir qualche parola, che rimi con un'altra, che a quel tale dispiaccia. Per esempio, il Giraldi disse ad un chierico:Non fu mai gelatina senza.... e qui si fermò, fingendo non si ricordare della parola, che finiva il verso. Ed il chierico, il quale ben sapeva la sentenza, gliela suggerì, dicendo:senz'alloro. E il Giraldi soggiunse:Voi siete il maggior bue, che vada in coro[vi]»—Ci sono molti racconti popolarli, ne' quali si obbligano così gli uditori a profferire una parola, per dir loro villania o per lasciarli burlati e delusi. Ecco tre esempî di queste goffe facezie, di due provincie lontanissime d'Italia, cioè due milanesi, l'altra napoletana.FATTA, SALADA E SCOA(Milano)Il Narratore.—Gh'era ona volta tre tosann. Vunna la gh'aveva nommFatta; l'altra,Salada; e l'altra,Scoa. La mamma de sti tre tosann, la ghe dis a quella Fatta:—«Famm la minestra.»—E ghe le fa fatta fatta fatta. Alora lee, la ghe dis a quella Salada:—«Famela ti, Salada.»—E ghe le fa salada salada salada. Alora la ghe dis a quell'altra.... Comme la se ciamma?...Un uditore.—Scoa.Il Narratore.—Merda in bocca toa.'NZOGNA, 'RASSO E STOPPA[vii](Pomigliano d'Arco)Il Narratore.—'Na vota nce steva 'na mamma, ca teneva tre figlie. Uno sse chiamava'Nzogna, uno'Rassoe 'n'ataStoppa. 'Nu juorno 'a mamma sse moreva 'e fridde. Chiammava 'ô primmo; dicette:—«Appicceme 'nu poch' 'e fuoche, ca i' mme moro 'e fridde.»—Le dicette:—«Io so' 'Nzogna; mme stegno.»—Chiammava 'ô secondo; dicette:«—«'Rasso, vene mm'appicce 'nu poch' 'e fuoche.»—Chille dicette, ca era 'Rasso e sse squagliava. Chill'auto.... comme sse chiamma?...Un uditore.—Stoppa.Il Narratore.—E chisso naso 'nculo mme 'ntoppa.EL PEGORÉE[viii]Il Narratore.—Ona volta gh'era on pegorée, che l'è andaa cont i pegor per dagh de mangià in campagna; e l'era de passàd'on'acqua; e l'ha ciappaa i pegor a vunna a vunna per portaj de là.....Un uditore.—E poeu? Va innanz!Il Narratore.—Quand ch'è passàa i pegor, andaroo innanz a finill.
[2]Questa novella appartiene al genere, che si chiama deiChiapparelli, perchè con essi si acchiappa, si burla, chi ci prega di novellare. Eccone per esempio un altro de' Chiapparelli fiorentini, somministratomi dal D.ͬ Giuseppe Pitré ed intitolato:Il Gallo. Avanti di raccontarlo, il novellatore si fa promettere una noce:—«C'era una volta un gallo; questo gallo gli scappò. Passò una donna.O quella donna, avete visto il mi' gallo?—No, 'un l'ho visto. Passò un omo.Quell'omo, avete visto il mi' gallo?—Sì, l'ho visto, sur un monte, che cantava con una bella voce, E merda in bocca a chi m'ha promessa la noce.»—Chiapparelli sono pure i due seguenti milanesi:
L'OMM APÔS AL DOMM
Ona volta gh'era on ommApôs[i]al domm,Cont el gerlett in spalla....Ma tasii s'hoo de cuntalla.[ii]
L'OMM, CHE ANDAVA A ROMMA
Ona volta gh'era on omm e ona donna,Che andaven a Romma;Gh'è andaa on moschin in del cuu,Hin borlaa giò[iii]tutt e duu.
Genere diverso di chiapparelli è quello, di cui può dare un'idea la seguente novelletta milanese:
EL GESSUMIN.[iv]
Ona volta, gh'era on giovin; el vorreva tœu miee. Sicchè, ghe disen che gh'è tre tosann, s'el voreva vedej, ch'el menaven a vedej: el podeva fa la scelta de quella, che ghe piaseva pusee. El va là in casa e ghen fan vegnì de bass vunna. La ven giò e la dis:—«O, che dolor de vitta! o che dolor de rênn! o che mal!»—«Cossa la gh'ha?»—el ghe dis, lu.—«Ah, caro lu, la me donna de servizî, la m'ha miss el lenzœu invers; el pont—sora del lenzœu, el m'ha faa tant mal, che sont chì tutta mezza ruvinada.»—Lu, el dis:—«Questa, l'è minga bonna per mi, l'è tropp delicada!»—Ven giò l'altra tosa con la testa in man; e la dis:—«Ah che dolor, che dolor de testa!»—E lu, el dis:—«Cossa la gh'ha?»—Ah, s'el savess! La mia donzella, per pettinamm, la m'ha strappaa on cavell; e mi gh'ho tutta la testa ruvinada.»—E lu:—«Anca quella»—el dis—«la fa minga per mi.»—Ven giò on'oltra, tutta zoppa. El dis:—«Cossa la gh'ha a quel pè, che ghe fa inscì mal?»—«Ma, caro lu, sont stada in giardin; e m'è andaa on gessumin[v]sul pè.»—Lu, el ghe dis al so amis:—«Caro ti, gh'han de quij difett, che per mi fan no. Sent, dimm on poo ti, qual'è quella cossa, di quij trii lì, che po fa men mal?»—E lu, el so amis:—«El pontsora, el po anca fa on poo mal; el cavell, l'istess: strappà on cavell! Ma el gessumin! Chi fa men mal, l'è el gessumin.»—E lu, allora, el ghe rispond:—«Tanta merda in sul to bocchin.»—
Questo giovaneinussoraturo(per italianizzare un vocabolo napoletanesco'nzoraturo, coniato dal Basile e che risponde perfettamente aljeune homme à marierde' francesi), sdegnato con l'amico, gli dà i monnini.—«Dare i monnini.... vuol dire, quando uno, parlando con un altro, lo forza a dir qualche parola, che rimi con un'altra, che a quel tale dispiaccia. Per esempio, il Giraldi disse ad un chierico:Non fu mai gelatina senza.... e qui si fermò, fingendo non si ricordare della parola, che finiva il verso. Ed il chierico, il quale ben sapeva la sentenza, gliela suggerì, dicendo:senz'alloro. E il Giraldi soggiunse:Voi siete il maggior bue, che vada in coro[vi]»—Ci sono molti racconti popolarli, ne' quali si obbligano così gli uditori a profferire una parola, per dir loro villania o per lasciarli burlati e delusi. Ecco tre esempî di queste goffe facezie, di due provincie lontanissime d'Italia, cioè due milanesi, l'altra napoletana.
FATTA, SALADA E SCOA
(Milano)
Il Narratore.—Gh'era ona volta tre tosann. Vunna la gh'aveva nommFatta; l'altra,Salada; e l'altra,Scoa. La mamma de sti tre tosann, la ghe dis a quella Fatta:—«Famm la minestra.»—E ghe le fa fatta fatta fatta. Alora lee, la ghe dis a quella Salada:—«Famela ti, Salada.»—E ghe le fa salada salada salada. Alora la ghe dis a quell'altra.... Comme la se ciamma?...
Un uditore.—Scoa.
Il Narratore.—Merda in bocca toa.
'NZOGNA, 'RASSO E STOPPA[vii]
(Pomigliano d'Arco)
Il Narratore.—'Na vota nce steva 'na mamma, ca teneva tre figlie. Uno sse chiamava'Nzogna, uno'Rassoe 'n'ataStoppa. 'Nu juorno 'a mamma sse moreva 'e fridde. Chiammava 'ô primmo; dicette:—«Appicceme 'nu poch' 'e fuoche, ca i' mme moro 'e fridde.»—Le dicette:—«Io so' 'Nzogna; mme stegno.»—Chiammava 'ô secondo; dicette:«—«'Rasso, vene mm'appicce 'nu poch' 'e fuoche.»—Chille dicette, ca era 'Rasso e sse squagliava. Chill'auto.... comme sse chiamma?...
Un uditore.—Stoppa.
Il Narratore.—E chisso naso 'nculo mme 'ntoppa.
EL PEGORÉE[viii]
Il Narratore.—Ona volta gh'era on pegorée, che l'è andaa cont i pegor per dagh de mangià in campagna; e l'era de passàd'on'acqua; e l'ha ciappaa i pegor a vunna a vunna per portaj de là.....
Un uditore.—E poeu? Va innanz!
Il Narratore.—Quand ch'è passàa i pegor, andaroo innanz a finill.
[i]Apôs, dietro, dopo, forse dalpostlatino. In alcune parti di Brianza,apoeus. Regge il dativo:apôs a l'uss.[ii]Variante:Cont el s'ciopp in spalla.... Hoo de dilla o de cuntalla?Ne ho pubblicate parecchie versioni delle Provincie Meridionali nel mioSaggio di Canti popolari delle Provincie Meridionali. VediPitré. (Op. cit.) CXLILu cuntu di lu Varveri.[iii]Borlà giò, cascare, tomare.Bandello, p. I, n. II:—«Quando l'averà a le stelle levato, mossa da naturale instabilità, quello lascerà tomare fin ne l'abisso.»[iv]IlLiebrechtannota:—«Vgl.Schnaller, N.º 45.»[v]Gessumin, gelsomino, giasmino.[vi]Annotazioni alMalmantile. Cantare I. Stanza XLIV.[vii]Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVII.Parrineddu.[viii]Vedi nel Novellino, dove conta d'un novellatore di Messer Azzolino. Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVIII.—La Truvatura. Vedi nelleOeuvres complètes | de|E.F. deLantier|Précédées|d'une notice biographique et littéraire|Paris|Auguste Desrez Imprimeur Editeur.|Rue Neuve—des—petits—champs N. 50|MDCCCXXXVIII, tra'Contes en vers, quello intitolatoLe Conte interrompu. Stefano Francesco di Lantier nacque in Marsiglia il primo d'ottobre MDCCXXXIV e vi morì di XCII anni, il trentun gennaio MDCCC.XXVI. Lo ricordo, perchè, cultore sfegatato degli studi italiani, ha evidentemente tolto dalNovellinoil tema del suo racconto.
[i]Apôs, dietro, dopo, forse dalpostlatino. In alcune parti di Brianza,apoeus. Regge il dativo:apôs a l'uss.
[ii]Variante:Cont el s'ciopp in spalla.... Hoo de dilla o de cuntalla?Ne ho pubblicate parecchie versioni delle Provincie Meridionali nel mioSaggio di Canti popolari delle Provincie Meridionali. VediPitré. (Op. cit.) CXLILu cuntu di lu Varveri.
[iii]Borlà giò, cascare, tomare.Bandello, p. I, n. II:—«Quando l'averà a le stelle levato, mossa da naturale instabilità, quello lascerà tomare fin ne l'abisso.»
[iv]IlLiebrechtannota:—«Vgl.Schnaller, N.º 45.»
[v]Gessumin, gelsomino, giasmino.
[vi]Annotazioni alMalmantile. Cantare I. Stanza XLIV.
[vii]Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVII.Parrineddu.
[viii]Vedi nel Novellino, dove conta d'un novellatore di Messer Azzolino. Cf.Pitré. (Op. cit.) CXXXVIII.—La Truvatura. Vedi nelleOeuvres complètes | de|E.F. deLantier|Précédées|d'une notice biographique et littéraire|Paris|Auguste Desrez Imprimeur Editeur.|Rue Neuve—des—petits—champs N. 50|MDCCCXXXVIII, tra'Contes en vers, quello intitolatoLe Conte interrompu. Stefano Francesco di Lantier nacque in Marsiglia il primo d'ottobre MDCCXXXIV e vi morì di XCII anni, il trentun gennaio MDCCC.XXVI. Lo ricordo, perchè, cultore sfegatato degli studi italiani, ha evidentemente tolto dalNovellinoil tema del suo racconto.
[3]Per gli appiccicamenti, confronta la favolaMercurius et Mulieres, ch'è tra le XXX fedriane, emanuscripto Bibliothecae Regiae Neapolitanae codice nuper editae. Delle due donne, l'una, madre di un lattante, implora di veder presto barbuto il figliuolo;quaestus placebat alteri meretricius, che pregaut sequatur sese quidquid tetigerit:Volat Mercurius. Intro redeunt mulieres:Barbatus Infans, ecce vagitus ciet.Id, quum meretrix forte ridet validius,Nares replevit humor, ut fieri solet.Emungere igitur se volens prendit manu,Traxitque ad terram nasi longitudinem,Et aliam ridens, ipsa ridenda extitit.
[3]Per gli appiccicamenti, confronta la favolaMercurius et Mulieres, ch'è tra le XXX fedriane, emanuscripto Bibliothecae Regiae Neapolitanae codice nuper editae. Delle due donne, l'una, madre di un lattante, implora di veder presto barbuto il figliuolo;quaestus placebat alteri meretricius, che pregaut sequatur sese quidquid tetigerit:
Volat Mercurius. Intro redeunt mulieres:Barbatus Infans, ecce vagitus ciet.Id, quum meretrix forte ridet validius,Nares replevit humor, ut fieri solet.Emungere igitur se volens prendit manu,Traxitque ad terram nasi longitudinem,Et aliam ridens, ipsa ridenda extitit.
XLV.L'AMMAZZASETTE.[1]Fu una volta un bel giovanetto in Garfagnana, detto Nanni, il quale, per la sua mendicità, dormiva in una capanna da fieno. Quivi essendo egli un giorno per riposarsi e ripararsi dal caldo, si messe a pigliare mosche: e ne aveva ammazzate sette, quando comparve quivi una bella fata e gli disse, che, se le donava quelle sette mosche per cibare una sua passera, l'avrebbe fatto ricco. Gliele concesse egli più che volentieri; ond'ella, innamorata di questa sua cortese prontezza, lo prese per la mano e lo condusse alla sua caverna, dove, rivestitolo e datogli danari ed armi, gli pose in testa un elmo o berretta, in cui era scritto a lettere d'oro:Ammazzasette; e lo mandò al campo de' Pisani, i quali, in quel tempo, con l'ajuto de' Francesi guerreggiavano co' Fiorentini. Arrivato Nanni a detto campo, chiese soldo a' Pisani; e domandandogli del nome rispose:—«Io mi chiamo Nanni; e, per avere io solo in un giorno ammazzato sette, ho per soprannomeAmmazzasette.»—Fu per questo e per esser anche ben formato, con buon soldo e con non minore stima accettato. E, sendo poi fra pochi giorni in una scaramuccia morto il capo delle truppe francesi, e volendone essi fare un altro, erano fra di loro in gran differenza, perchè, essendone proposti diversi, coloro a' quali non piacevano i soggetti proposti, gridavanoNanì, Nanì. Onde i soldati Italiani, che credettero che dicesseroNanni Nannie che avessero creato lui, cominciarono a gridarNanni, Nanni,iva Nanni; e così, a voce di popolo, Nanni detto l'Ammazzasetterestò eletto capo di dette truppe; e divenne ricco, siccome gli aveva promesso la Fata.NOTE[1]Tolgo questo racconto dalle celebri Annotazioni al Malmantile, nelle quali è posto per illustrare la stanza XXVII del I Cantare:Ov'anco in breve Celidora arrivaCon armi indosso ed altre da far fette;Perchè, una volta alfin fattasi viva,Ha risoluto far le sue vendette;Che l'usbergo incantato della divaL'ha fatta diventar l'Ammazzasette;Ed alle risse incitala talmente,Ch'ella pizzica poi dell'insolente.Ecco poi quattro lezioni milanesi del racconto:I. EL SCIAVATTIN[i]Ona vœulta, gh'era on sciavattin[ii]; sicchè, on dì, l'era tant stuff de fà el sciavattin, el dis:—«Adess vœuri andà a cercà fortunna.»—L'ha compràa ona formagginna[iii]e l'ha missa sul tavolin. La s'è impienida de mosch e lu l'ha ciappâa ona sciavatta, el gh'ha dàa ona sciavattada[iv]e i ha mazzàa tutti.Dopo i ha cuntàa, cinqcent eren mazzâa e quattercent n'ha ferii. Dopo l'ha miss on sciabel cont in testa ona lumm[v]e l'è andàa a la cort del Re, e el gh'ha ditt:—«Io sono il capo guerriero delle mosche, quattrocento n'ho ammazzate e cinquecento n'ho ferite.»—El Re, el gh'ha ditt:—«Subet che te set on guerriero, te sarèe bon de andà su quel mont, che gh' è su dùn maghi, e t'i mazzaret. Se t'i mazzaret, te sposaret la mia tosa.»—El gh'ha daa la bandera bianca; e quand i ha mazzàa, d'espònela:—«e te sonaret la tromba. Te mettarèe la testa denter in d'on sacch, tutt dò i test, per fami vedè a mì.»—Donca, lu, l'è andaa su; e l'ha trovaa ona casa: sta tal casa l'era on' ostaria: gh'era marì e mièe, che eren poeu sti maghi. L'ha dimandàa alogg e de mangià e tutt insomma. Dopo, l'è andaa in d'ona stanza: prima de andà in lett, l'ha guardàa per aria. Gh'era ona gran pioda[vi]de sora al lett; e lu, inscambi d'andà in lett, el s'è miss in d'on canton. Quand l'è stàa ona cert ora, i maghi han lassàa giò sta pioda e l'ha schisciàa tutt el lett. A la mattinna, el va de bass; el gh'ha ditt, che l'ha mai podùu dormì per el gran fracass. E lor gh'han ditt, che ghe cambieran la stanza. Sicchè, la sera, l'è andaa in stanza e l'ha guardaa e gh'era anmò sta pioda. E lu, el s'è tiraa in d'on canton. E quand l'è staa ona cert'ora ancamò come prima, l'han lassada giò. A la mattinna, el va de bass, el ghe dis anmò che l'ha mai poduu dormì per el gran frecass. E lor gh'han dit ancamò, che ghe cambieran la stanza. Quand l'è staa ona cert ora, hin andaa in del bosch marì e mièe a tajà on fass de legna. Dopo, hin vegnuu a cà; e lu, l'ha preparàa ona folc[vii]e el gh'ha ditt:—«Spettè, che ve jutti mi a tirà giò el fass.»—E lu, el sciavattin, el gh'ha dàa ona folciada, l'ha tajàa via el còo al mago. Dopo, la va a casa lee; e lu, l'ha fàa l'istess, l'ha cattaa via el coo anca a lee, la maga. Dopo, l'ha spiegàa la bandera e l'ha sonàa la tromba, e gh'è andaa contra la banda a ricevel[viii]. Dopo, l'è rivàa a lacort; el Re, el gh'ha ditt:—«Adess che t'è mazzàa ì dùu maghi, te sposaret la mia tosa.»—Sicchè lu, l'è andàa in lett, dopo sposada; e l'era tant sueffaa a tirà el spagh, ch'el gh'ha dàa i pugn a la mièe; e lee, l'ha vorun pu dormì insemma. E el Re, el gh'ha dàa tanti danee e l'ha mandaa a casa.II. EL SCIAVATTINOna volta, gh'era on sciavattin, che, stuff de tira el spagh, el pensava la manera de fà fortunna. Intant ch'el stava lì col nas per aria a cuntà i travitt, el s'era desmentegàa, che l'aveva miss sul banchett ona basla de lacc; e i mosch, perchè l'era d'estàa, hin andàa in gran quantità sul lacc, tant che l'era deventàa tutt negher. Alora, lu, el se accorg de sta robba, e el se alza su tutt infuriàa, e el slarga la man come fan i ciappamosch e giò on gran colp. Tanti hin scappàa, ma ona bona parte gh'hin restàa in di man. Alora gh'è taccàa de cuntaj: eren cinqcent. Cosse l'ha fàa lu alora? L'ha fàa on gran cartellon con su scritt:Con una mano ne masso cinquecento. Poeu l'ha taccàa sto gran cartellon foeura de la botega. Avii de savè, che, in quel temp, el Re, el ghe aveva ona gran guerra cont on so visin. Ma l'era semper stàa battùu, tant che on dì, ch'el scappava, l'è passàa cont el so seguit denanz a la bottega del sciavattin e l'ha vist sto gran cartellon. El Re, l'ha mandàa subet a ciamà; e lu, tutt stremii per paura, ch'el ghe fass quajcossa, e anca vergognôs de trovass a la presenza de soa Maestà, l'è cors là subet.—«L'è vera, che voi con una mano ne massate cinquecento?»—«Si»—el respond, lu, tutt tremant. El Re:—«Ve sentireste el coraggio d'andare a combattere imiei nemici?»—El sciavattin, ch'el sperava de fa fortunna, da ona part el gh'aveva paura, e dall'altra el dis:—«Tant l'è l'istess: morì o seguità a fà el sciavattin non savaria qual'è el peggior di mai. Mi tenti!»—E, alora, el ghe rispond al Re:—«Sì, Maestà. Ch'el me daga on cavall, che mi vòo subet a fà scappà tutt i so nemis.»—«Bene»—el Re—«se voi riuscite, io vi darò in sposa la mia figlia.»—Ditto fatto, el sciavattin, el monta a cavall, che quasi l'era gnanca bon de sta su; e cont ona gran bandera, dove gh'era scritt:Con una mano ne masso cinquecento, l'è andàa incontra al nemis. El nemis, ch'el ved arrivà costùu, e che el legg sta gran bandera, l'ha cominciàa a ciappà paura; e poeu, de meneman ch'el sciavattin el vegniva innanz, han cominciàa a scappà, i nemis; e in men de quella ghe n'era pu gnanca vun. El Re, ch'el ghe vegniva adrèe a la lontana, quand l'ha vist sta poca fotta, l'è cors anca lu a juttà el sciavattin. E quand di nemis ghe n'è stàa propi pu nessun, hin tornàa a cà; e, el dì dopo, han fàa el sposalizî co la tosa del Re. La prima sera, ch'hin andàa in lett i dùu spôs, el sciavattin l'era tutt content. Ma, quand el s'è indormentàa, el s'è insognàa de vess ancamò al banchett, sicchè el ghe menava pugn de lira a la soa sposina. Questa chi, a la mattinna, l'è andada tutta piangenta dal sô papà a lamentass; el qual, non savend come combinalla, l'ha ordinàa, che i dùu spôs dormissen in dòo stanz. E l'è per quest, che i Re e i gran sciori no dormen minga insemma marì e mièe.III. EL SCIAVATTINGh'era on sciavattin, che l'era al banchett[ix]a lavorà. E el gh'aveva on formaggin. E, sto formaggin[x], ghe andava su tanti mosch, e lu, n'ha mazzàa tanti, ch'el diseva:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà.»—La gent sentiven a dì:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà.»—Gh'han ditt, se l'era bon de andà a toeu la città de Casti. E lu, el gh'ha ditt de dagh on cavall, ch'el saria andàa a toeu sta città. E lor gh'han daa on rozzon[xi]d'on cavall, on cavallasc come se sia. El saveva nanca fa a sta a cavall e l'andava come un desperàa.E veden a vegnì sto matt, ch'el diseva:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà;»—e gh'hin cors a la contra subit, cont i ciav de la città de Casti. In del vegnì indrèe, l'è passàa d'on sit; e là gh'era on mago. E là, sto mago, l'ha ciappàa e l'ha miss in d'ona stanza, e el ghe dava minga de mangià. El mago, el ghe dis:—«Voj! ven chì. Mi gh'hoo ona balla inscì grossa: se ti te see bon de ciappà sta balla chì e de buttalla fina in del mar, mi te lassi andà.»—Lu l'ha ciappàa sta balla, l'ha avùu forza assee de buttalla in del mar. Adess, el sciavattin, el dis:—«Ti te dee fa quel, che te disi mi. Adess de mi e ti emm de guardà chi l'è, che l'è pusèe fort de tirà giò sta pianta.»—E là s'hin miss adrèe con sta pianta, per tralla giò. El sciavattin, el ghe dis:—«Spetta, che andaròo su de la toa mièe e ghe diròo de damm la folc.»—El va de sora de la soa mièe e el ghe dis, el sciavattin:—«El m'ha ditt inscì el so marì, de damm la ciav del secretér[xii].»—E lee, la va a la finestra e la ghe dis al so marì:—«Voj! hoo de daghela?»—E lu, el gh'ha ditt:—«Sì, sì, dàghela, dàghela in pressa.»—Lu, el sciavattin, dopo l'è andàa al secretèr e l'ha portàa via tutti i danèe, che l'ha trovàa. Lee, la mièe, la credeva, che fussen intès, perchè el gh'aveva ditt lu, el mago, de dagh la ciav al sciavattin; la credeva, che fussen intes de toeu su i danèe. Lu, el sciavattin, l'è andàa via per l'altra porta, l'è minga passàa, per dove l'era el mago. Lu, el mago, el ved ch'el ven no, el ciama la soa mièe, el ghe dis:—«Ma voj! te ghe l'è dada?»—«Sì, l'è on pezz. L'ha mò de vegnì?»—E lu, el ved ch'el ven no, va a vedè in dove l'è. El ghe dis a soa mièe:—«Ma com'è? el gh'è in nissun sit? Cossè l'è, che te gh'hê dàa?»—«La ciav di danèe.»—«Ah poverà mi! l'era la folc, che ti te gh'avevet de dà, minga la ciav. Pover a mi! adess dov'hoo de andall a toeu?»—Guarda de chì, varda de lì, el sciavattin l'ha minga podùu trovà pu. Lu l'ha ditt:—«Invece de andà a quistà la città de Casti, hoo quistàa di danèe de viv.»—IV. EL SCIAVATTIN.[xiii]Gh'era on sciavattin, che l'era tolt ona formagginna; e la s'è impienida de mosch. L'ha ciappàa ona sciavatta e i ha schisciàtucc. E poeu, l'ha ciappàa on fer e i ha fàa saltà foeura a vunna a vunna: e i ha cuntàa. E poeu l'è andàa atorna a vosà per la cittàa. El diseva:Giovanni Vedino n'ha mazzàa cincent in d'on colp sol; cont pusèe ghen fuss stàa, cont pussèe[xiv]ne averia mazzàa. E el Re, l'ha faa ciamà; e el gh'ha ditt, se el voreva andà a caccia la matinna adrèe insemma a lu. E lu, sto sciavattin, el gh'ha ditt de sì. E aveven de andà a ciappà do besti, che aveven mai podùu ciappaj. Sto sciavattin, quand l'è stàa a metà strada, l'ha dett:Vialter andèe giò de chì e mi voo giò de lì. E sto sciavattin, quand l'ha vedùu a vegnì ona bestia, l'ha buttàa via el s'ciopp e l'è scappàa in su ona pianta. Sta bestia, l'ha fàa per corregh adrèe; e gh'era foeura on legn de la pianta e sta bestia l'è restada taccada su. Lu, allora, el s'è fàa coragg de vegnì giò. Dopo, l'è andàa innanz on poo; e l'ha vedùu a vegnì l'altra bestia. E gh'era li ona casa con denter duu uss. E lu, l'è andàa denter in de sta casa; e l'ha fàa per andà denter sta bestia; e lu, l'ha sarada denter. È vegnuu el Re; el gh'ha ditt, se i ha ciappàa. E el sciavattin, el gh'ha ditt de sì; e el gh'ha ditt:—«Vunna l'hoo ciappada per la coppa e l'hoo taccada su quella pianta; e l'altra l'hoo ciappada per l'oreggia e l'hoo missa denter in quella cà.»—E dopo, lu l'era de sposà la tosa del Re, perchè l'ha ciappàa sti besti. E el dì adrèe, eren de andà a prend la cittàa de Casco. E a la nott, el s'insognava, che l'era adrèe a tirà el spagh; e el gh'ha dàa i pugn a la soa mièe, che l'era la tosa del Re. A la matinna, el sciavattin, l'è andàa a cavall per andà a toeu la cittàa; e, perchè el borlava giò, el continuava a dì:A casco. E i alter ghe dimandaven, se el borlava giò; e lu, el diseva, che l'andava a toeu la cittàa de Casco. Dopo de lì a on poo, l'è borlàa giò; e in quel menter passava ona legora; e el gh'ha ditt, che l'è vegnùu giò apposta per ciappalla. Innanz a on poo de strada anmò, l'è tornàa a borlà giò e gh'era ona crooz. E gh'han dimandàa, se el s'era faa mal: e lu, el gh'ha ditt, che l'aveva fàa per ciappà su sta crooz. Quei de la cittàa de Casco han sentìi, che vegniva st'omm inscì fort, gh'han dàa i ciav de la cittàa e hin scappàa tutt. S'ciao.[i]IlLiebrechtannota:—“GrimmK. M. n.º 20.Das tapfere Schneiderlein, S. zuSicil. Maerch.n.º 41.Vom tapfern Schuster.”—[ii]Sciavattin, ciabattino.Fà el sciavattin, oltre a fare il mestiere del ciabattino, significa anche lunediare. A proposito di ciabattini, nel cinquecento, come desumo da Celio Malespini,Duecento novelle, parte II, novella LXIV (dove narra delle nozze d'un d'essi) v'era in Milano un uso nuziale, ora dismesso:—«Acconciata che le ebbero la testa, et essendo ora di girne alla chiesa accompagnata da infinite donne; non così tosto ella fu uscita fuori del stallo, che non gli fussero d'intorno più di duecento fanciulle, gridando all'uso loro:Dove la menè? A casa del ferrèe, a conzà i colzee; alludendo ad Imeneo, iddio delle nozze; vetusto costume di quella grandissima città, che continua tuttavia e continoverà.»—[iii]Formagginna, non registrato dal Cherubini, probabilmente diminutivo diFormaggia. Vedi pag. 578 postilla seconda.[iv]Sciavattada, ciabattata, colpo di ciabatta.[v]Lumm, tricorno,nicchio, cappello a tre punte, cappello da prete.[vi]Pioda, pietra piatta e grande, lastra, lastrone.[vii]Folc, falce.Folciada, falciata.[viii]La povera Fattoressa analfabeta, che mi raccontava questa novella, diceva tutto con semplicità ed accennava più che descrivere l'ingresso glorioso del ciabattino nella città reale. Chi volesse tradurre la novelletta in Italiano ed ornarla di fiori rettorici di buon gusto, potrebbe avvalersi qui delle frasi, con cui un lacchè del ministero riparatore celebrava nelNuovo Friulil'ingresso del Presidente del Consiglio in Udine nell'Ottobre M.DCCC.LXXVI, degne proprio d'esser tramandate a' posteri come saggio di servilità democratica.“—Come descrivere adesso, colla fretta e furia di mandar fuori il giornale, e col proto inesorabile alle reni, che viene a strapparci le cartelle di mano prima che sieno interamente coperte di scrittura—come descrivere adesso l'ingresso per il maestoso borgo Acquileja! Non è fare una frase rettorica, se diciamo che fu un vero ingresso trionfale. Un popolo immenso, che mischia la sua voce poderosa ai concenti della musica, un agitarsi di fiaccole, una fila di carrozze precedute da un gruppo di bandiere, una luce continua, vaporosa, di fuochi bengalici rossi, verdi, violetti, che si riflettono sulle faccie delle case. Immaginate, ampliate, colorite, quanto volete, e avrete una pallida idea dell'ingresso di Depretis a Udine.”—[ix]Banchett, deschetto, banchetto.[x]Formaggin, caciolo, formella di cacio. V. pag. 575 postilla terza.[xi]Rozzon, rozzone, rozzaccia.Cavallasc, manca al Cherubini.[xii]Secretér(daSecrétaire, francese), segretario, cioè armadio e scrivania nel contempo.[xiii]Questa variante è gallaratese e vi si notano alcuni idiotismi particolari a quella città.[xiv]Vedi pag. 201 del presente volume la nota (2) alla Novella XIV di questa raccolta.
L'AMMAZZASETTE.[1]
Fu una volta un bel giovanetto in Garfagnana, detto Nanni, il quale, per la sua mendicità, dormiva in una capanna da fieno. Quivi essendo egli un giorno per riposarsi e ripararsi dal caldo, si messe a pigliare mosche: e ne aveva ammazzate sette, quando comparve quivi una bella fata e gli disse, che, se le donava quelle sette mosche per cibare una sua passera, l'avrebbe fatto ricco. Gliele concesse egli più che volentieri; ond'ella, innamorata di questa sua cortese prontezza, lo prese per la mano e lo condusse alla sua caverna, dove, rivestitolo e datogli danari ed armi, gli pose in testa un elmo o berretta, in cui era scritto a lettere d'oro:Ammazzasette; e lo mandò al campo de' Pisani, i quali, in quel tempo, con l'ajuto de' Francesi guerreggiavano co' Fiorentini. Arrivato Nanni a detto campo, chiese soldo a' Pisani; e domandandogli del nome rispose:—«Io mi chiamo Nanni; e, per avere io solo in un giorno ammazzato sette, ho per soprannomeAmmazzasette.»—Fu per questo e per esser anche ben formato, con buon soldo e con non minore stima accettato. E, sendo poi fra pochi giorni in una scaramuccia morto il capo delle truppe francesi, e volendone essi fare un altro, erano fra di loro in gran differenza, perchè, essendone proposti diversi, coloro a' quali non piacevano i soggetti proposti, gridavanoNanì, Nanì. Onde i soldati Italiani, che credettero che dicesseroNanni Nannie che avessero creato lui, cominciarono a gridarNanni, Nanni,iva Nanni; e così, a voce di popolo, Nanni detto l'Ammazzasetterestò eletto capo di dette truppe; e divenne ricco, siccome gli aveva promesso la Fata.
NOTE
[1]Tolgo questo racconto dalle celebri Annotazioni al Malmantile, nelle quali è posto per illustrare la stanza XXVII del I Cantare:Ov'anco in breve Celidora arrivaCon armi indosso ed altre da far fette;Perchè, una volta alfin fattasi viva,Ha risoluto far le sue vendette;Che l'usbergo incantato della divaL'ha fatta diventar l'Ammazzasette;Ed alle risse incitala talmente,Ch'ella pizzica poi dell'insolente.Ecco poi quattro lezioni milanesi del racconto:I. EL SCIAVATTIN[i]Ona vœulta, gh'era on sciavattin[ii]; sicchè, on dì, l'era tant stuff de fà el sciavattin, el dis:—«Adess vœuri andà a cercà fortunna.»—L'ha compràa ona formagginna[iii]e l'ha missa sul tavolin. La s'è impienida de mosch e lu l'ha ciappâa ona sciavatta, el gh'ha dàa ona sciavattada[iv]e i ha mazzàa tutti.Dopo i ha cuntàa, cinqcent eren mazzâa e quattercent n'ha ferii. Dopo l'ha miss on sciabel cont in testa ona lumm[v]e l'è andàa a la cort del Re, e el gh'ha ditt:—«Io sono il capo guerriero delle mosche, quattrocento n'ho ammazzate e cinquecento n'ho ferite.»—El Re, el gh'ha ditt:—«Subet che te set on guerriero, te sarèe bon de andà su quel mont, che gh' è su dùn maghi, e t'i mazzaret. Se t'i mazzaret, te sposaret la mia tosa.»—El gh'ha daa la bandera bianca; e quand i ha mazzàa, d'espònela:—«e te sonaret la tromba. Te mettarèe la testa denter in d'on sacch, tutt dò i test, per fami vedè a mì.»—Donca, lu, l'è andaa su; e l'ha trovaa ona casa: sta tal casa l'era on' ostaria: gh'era marì e mièe, che eren poeu sti maghi. L'ha dimandàa alogg e de mangià e tutt insomma. Dopo, l'è andaa in d'ona stanza: prima de andà in lett, l'ha guardàa per aria. Gh'era ona gran pioda[vi]de sora al lett; e lu, inscambi d'andà in lett, el s'è miss in d'on canton. Quand l'è stàa ona cert ora, i maghi han lassàa giò sta pioda e l'ha schisciàa tutt el lett. A la mattinna, el va de bass; el gh'ha ditt, che l'ha mai podùu dormì per el gran fracass. E lor gh'han ditt, che ghe cambieran la stanza. Sicchè, la sera, l'è andaa in stanza e l'ha guardaa e gh'era anmò sta pioda. E lu, el s'è tiraa in d'on canton. E quand l'è staa ona cert'ora ancamò come prima, l'han lassada giò. A la mattinna, el va de bass, el ghe dis anmò che l'ha mai poduu dormì per el gran frecass. E lor gh'han dit ancamò, che ghe cambieran la stanza. Quand l'è staa ona cert ora, hin andaa in del bosch marì e mièe a tajà on fass de legna. Dopo, hin vegnuu a cà; e lu, l'ha preparàa ona folc[vii]e el gh'ha ditt:—«Spettè, che ve jutti mi a tirà giò el fass.»—E lu, el sciavattin, el gh'ha dàa ona folciada, l'ha tajàa via el còo al mago. Dopo, la va a casa lee; e lu, l'ha fàa l'istess, l'ha cattaa via el coo anca a lee, la maga. Dopo, l'ha spiegàa la bandera e l'ha sonàa la tromba, e gh'è andaa contra la banda a ricevel[viii]. Dopo, l'è rivàa a lacort; el Re, el gh'ha ditt:—«Adess che t'è mazzàa ì dùu maghi, te sposaret la mia tosa.»—Sicchè lu, l'è andàa in lett, dopo sposada; e l'era tant sueffaa a tirà el spagh, ch'el gh'ha dàa i pugn a la mièe; e lee, l'ha vorun pu dormì insemma. E el Re, el gh'ha dàa tanti danee e l'ha mandaa a casa.II. EL SCIAVATTINOna volta, gh'era on sciavattin, che, stuff de tira el spagh, el pensava la manera de fà fortunna. Intant ch'el stava lì col nas per aria a cuntà i travitt, el s'era desmentegàa, che l'aveva miss sul banchett ona basla de lacc; e i mosch, perchè l'era d'estàa, hin andàa in gran quantità sul lacc, tant che l'era deventàa tutt negher. Alora, lu, el se accorg de sta robba, e el se alza su tutt infuriàa, e el slarga la man come fan i ciappamosch e giò on gran colp. Tanti hin scappàa, ma ona bona parte gh'hin restàa in di man. Alora gh'è taccàa de cuntaj: eren cinqcent. Cosse l'ha fàa lu alora? L'ha fàa on gran cartellon con su scritt:Con una mano ne masso cinquecento. Poeu l'ha taccàa sto gran cartellon foeura de la botega. Avii de savè, che, in quel temp, el Re, el ghe aveva ona gran guerra cont on so visin. Ma l'era semper stàa battùu, tant che on dì, ch'el scappava, l'è passàa cont el so seguit denanz a la bottega del sciavattin e l'ha vist sto gran cartellon. El Re, l'ha mandàa subet a ciamà; e lu, tutt stremii per paura, ch'el ghe fass quajcossa, e anca vergognôs de trovass a la presenza de soa Maestà, l'è cors là subet.—«L'è vera, che voi con una mano ne massate cinquecento?»—«Si»—el respond, lu, tutt tremant. El Re:—«Ve sentireste el coraggio d'andare a combattere imiei nemici?»—El sciavattin, ch'el sperava de fa fortunna, da ona part el gh'aveva paura, e dall'altra el dis:—«Tant l'è l'istess: morì o seguità a fà el sciavattin non savaria qual'è el peggior di mai. Mi tenti!»—E, alora, el ghe rispond al Re:—«Sì, Maestà. Ch'el me daga on cavall, che mi vòo subet a fà scappà tutt i so nemis.»—«Bene»—el Re—«se voi riuscite, io vi darò in sposa la mia figlia.»—Ditto fatto, el sciavattin, el monta a cavall, che quasi l'era gnanca bon de sta su; e cont ona gran bandera, dove gh'era scritt:Con una mano ne masso cinquecento, l'è andàa incontra al nemis. El nemis, ch'el ved arrivà costùu, e che el legg sta gran bandera, l'ha cominciàa a ciappà paura; e poeu, de meneman ch'el sciavattin el vegniva innanz, han cominciàa a scappà, i nemis; e in men de quella ghe n'era pu gnanca vun. El Re, ch'el ghe vegniva adrèe a la lontana, quand l'ha vist sta poca fotta, l'è cors anca lu a juttà el sciavattin. E quand di nemis ghe n'è stàa propi pu nessun, hin tornàa a cà; e, el dì dopo, han fàa el sposalizî co la tosa del Re. La prima sera, ch'hin andàa in lett i dùu spôs, el sciavattin l'era tutt content. Ma, quand el s'è indormentàa, el s'è insognàa de vess ancamò al banchett, sicchè el ghe menava pugn de lira a la soa sposina. Questa chi, a la mattinna, l'è andada tutta piangenta dal sô papà a lamentass; el qual, non savend come combinalla, l'ha ordinàa, che i dùu spôs dormissen in dòo stanz. E l'è per quest, che i Re e i gran sciori no dormen minga insemma marì e mièe.III. EL SCIAVATTINGh'era on sciavattin, che l'era al banchett[ix]a lavorà. E el gh'aveva on formaggin. E, sto formaggin[x], ghe andava su tanti mosch, e lu, n'ha mazzàa tanti, ch'el diseva:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà.»—La gent sentiven a dì:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà.»—Gh'han ditt, se l'era bon de andà a toeu la città de Casti. E lu, el gh'ha ditt de dagh on cavall, ch'el saria andàa a toeu sta città. E lor gh'han daa on rozzon[xi]d'on cavall, on cavallasc come se sia. El saveva nanca fa a sta a cavall e l'andava come un desperàa.E veden a vegnì sto matt, ch'el diseva:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà;»—e gh'hin cors a la contra subit, cont i ciav de la città de Casti. In del vegnì indrèe, l'è passàa d'on sit; e là gh'era on mago. E là, sto mago, l'ha ciappàa e l'ha miss in d'ona stanza, e el ghe dava minga de mangià. El mago, el ghe dis:—«Voj! ven chì. Mi gh'hoo ona balla inscì grossa: se ti te see bon de ciappà sta balla chì e de buttalla fina in del mar, mi te lassi andà.»—Lu l'ha ciappàa sta balla, l'ha avùu forza assee de buttalla in del mar. Adess, el sciavattin, el dis:—«Ti te dee fa quel, che te disi mi. Adess de mi e ti emm de guardà chi l'è, che l'è pusèe fort de tirà giò sta pianta.»—E là s'hin miss adrèe con sta pianta, per tralla giò. El sciavattin, el ghe dis:—«Spetta, che andaròo su de la toa mièe e ghe diròo de damm la folc.»—El va de sora de la soa mièe e el ghe dis, el sciavattin:—«El m'ha ditt inscì el so marì, de damm la ciav del secretér[xii].»—E lee, la va a la finestra e la ghe dis al so marì:—«Voj! hoo de daghela?»—E lu, el gh'ha ditt:—«Sì, sì, dàghela, dàghela in pressa.»—Lu, el sciavattin, dopo l'è andàa al secretèr e l'ha portàa via tutti i danèe, che l'ha trovàa. Lee, la mièe, la credeva, che fussen intès, perchè el gh'aveva ditt lu, el mago, de dagh la ciav al sciavattin; la credeva, che fussen intes de toeu su i danèe. Lu, el sciavattin, l'è andàa via per l'altra porta, l'è minga passàa, per dove l'era el mago. Lu, el mago, el ved ch'el ven no, el ciama la soa mièe, el ghe dis:—«Ma voj! te ghe l'è dada?»—«Sì, l'è on pezz. L'ha mò de vegnì?»—E lu, el ved ch'el ven no, va a vedè in dove l'è. El ghe dis a soa mièe:—«Ma com'è? el gh'è in nissun sit? Cossè l'è, che te gh'hê dàa?»—«La ciav di danèe.»—«Ah poverà mi! l'era la folc, che ti te gh'avevet de dà, minga la ciav. Pover a mi! adess dov'hoo de andall a toeu?»—Guarda de chì, varda de lì, el sciavattin l'ha minga podùu trovà pu. Lu l'ha ditt:—«Invece de andà a quistà la città de Casti, hoo quistàa di danèe de viv.»—IV. EL SCIAVATTIN.[xiii]Gh'era on sciavattin, che l'era tolt ona formagginna; e la s'è impienida de mosch. L'ha ciappàa ona sciavatta e i ha schisciàtucc. E poeu, l'ha ciappàa on fer e i ha fàa saltà foeura a vunna a vunna: e i ha cuntàa. E poeu l'è andàa atorna a vosà per la cittàa. El diseva:Giovanni Vedino n'ha mazzàa cincent in d'on colp sol; cont pusèe ghen fuss stàa, cont pussèe[xiv]ne averia mazzàa. E el Re, l'ha faa ciamà; e el gh'ha ditt, se el voreva andà a caccia la matinna adrèe insemma a lu. E lu, sto sciavattin, el gh'ha ditt de sì. E aveven de andà a ciappà do besti, che aveven mai podùu ciappaj. Sto sciavattin, quand l'è stàa a metà strada, l'ha dett:Vialter andèe giò de chì e mi voo giò de lì. E sto sciavattin, quand l'ha vedùu a vegnì ona bestia, l'ha buttàa via el s'ciopp e l'è scappàa in su ona pianta. Sta bestia, l'ha fàa per corregh adrèe; e gh'era foeura on legn de la pianta e sta bestia l'è restada taccada su. Lu, allora, el s'è fàa coragg de vegnì giò. Dopo, l'è andàa innanz on poo; e l'ha vedùu a vegnì l'altra bestia. E gh'era li ona casa con denter duu uss. E lu, l'è andàa denter in de sta casa; e l'ha fàa per andà denter sta bestia; e lu, l'ha sarada denter. È vegnuu el Re; el gh'ha ditt, se i ha ciappàa. E el sciavattin, el gh'ha ditt de sì; e el gh'ha ditt:—«Vunna l'hoo ciappada per la coppa e l'hoo taccada su quella pianta; e l'altra l'hoo ciappada per l'oreggia e l'hoo missa denter in quella cà.»—E dopo, lu l'era de sposà la tosa del Re, perchè l'ha ciappàa sti besti. E el dì adrèe, eren de andà a prend la cittàa de Casco. E a la nott, el s'insognava, che l'era adrèe a tirà el spagh; e el gh'ha dàa i pugn a la soa mièe, che l'era la tosa del Re. A la matinna, el sciavattin, l'è andàa a cavall per andà a toeu la cittàa; e, perchè el borlava giò, el continuava a dì:A casco. E i alter ghe dimandaven, se el borlava giò; e lu, el diseva, che l'andava a toeu la cittàa de Casco. Dopo de lì a on poo, l'è borlàa giò; e in quel menter passava ona legora; e el gh'ha ditt, che l'è vegnùu giò apposta per ciappalla. Innanz a on poo de strada anmò, l'è tornàa a borlà giò e gh'era ona crooz. E gh'han dimandàa, se el s'era faa mal: e lu, el gh'ha ditt, che l'aveva fàa per ciappà su sta crooz. Quei de la cittàa de Casco han sentìi, che vegniva st'omm inscì fort, gh'han dàa i ciav de la cittàa e hin scappàa tutt. S'ciao.
[1]Tolgo questo racconto dalle celebri Annotazioni al Malmantile, nelle quali è posto per illustrare la stanza XXVII del I Cantare:
Ov'anco in breve Celidora arrivaCon armi indosso ed altre da far fette;Perchè, una volta alfin fattasi viva,Ha risoluto far le sue vendette;Che l'usbergo incantato della divaL'ha fatta diventar l'Ammazzasette;Ed alle risse incitala talmente,Ch'ella pizzica poi dell'insolente.
Ecco poi quattro lezioni milanesi del racconto:
I. EL SCIAVATTIN[i]
Ona vœulta, gh'era on sciavattin[ii]; sicchè, on dì, l'era tant stuff de fà el sciavattin, el dis:—«Adess vœuri andà a cercà fortunna.»—L'ha compràa ona formagginna[iii]e l'ha missa sul tavolin. La s'è impienida de mosch e lu l'ha ciappâa ona sciavatta, el gh'ha dàa ona sciavattada[iv]e i ha mazzàa tutti.Dopo i ha cuntàa, cinqcent eren mazzâa e quattercent n'ha ferii. Dopo l'ha miss on sciabel cont in testa ona lumm[v]e l'è andàa a la cort del Re, e el gh'ha ditt:—«Io sono il capo guerriero delle mosche, quattrocento n'ho ammazzate e cinquecento n'ho ferite.»—El Re, el gh'ha ditt:—«Subet che te set on guerriero, te sarèe bon de andà su quel mont, che gh' è su dùn maghi, e t'i mazzaret. Se t'i mazzaret, te sposaret la mia tosa.»—El gh'ha daa la bandera bianca; e quand i ha mazzàa, d'espònela:—«e te sonaret la tromba. Te mettarèe la testa denter in d'on sacch, tutt dò i test, per fami vedè a mì.»—Donca, lu, l'è andaa su; e l'ha trovaa ona casa: sta tal casa l'era on' ostaria: gh'era marì e mièe, che eren poeu sti maghi. L'ha dimandàa alogg e de mangià e tutt insomma. Dopo, l'è andaa in d'ona stanza: prima de andà in lett, l'ha guardàa per aria. Gh'era ona gran pioda[vi]de sora al lett; e lu, inscambi d'andà in lett, el s'è miss in d'on canton. Quand l'è stàa ona cert ora, i maghi han lassàa giò sta pioda e l'ha schisciàa tutt el lett. A la mattinna, el va de bass; el gh'ha ditt, che l'ha mai podùu dormì per el gran fracass. E lor gh'han ditt, che ghe cambieran la stanza. Sicchè, la sera, l'è andaa in stanza e l'ha guardaa e gh'era anmò sta pioda. E lu, el s'è tiraa in d'on canton. E quand l'è staa ona cert'ora ancamò come prima, l'han lassada giò. A la mattinna, el va de bass, el ghe dis anmò che l'ha mai poduu dormì per el gran frecass. E lor gh'han dit ancamò, che ghe cambieran la stanza. Quand l'è staa ona cert ora, hin andaa in del bosch marì e mièe a tajà on fass de legna. Dopo, hin vegnuu a cà; e lu, l'ha preparàa ona folc[vii]e el gh'ha ditt:—«Spettè, che ve jutti mi a tirà giò el fass.»—E lu, el sciavattin, el gh'ha dàa ona folciada, l'ha tajàa via el còo al mago. Dopo, la va a casa lee; e lu, l'ha fàa l'istess, l'ha cattaa via el coo anca a lee, la maga. Dopo, l'ha spiegàa la bandera e l'ha sonàa la tromba, e gh'è andaa contra la banda a ricevel[viii]. Dopo, l'è rivàa a lacort; el Re, el gh'ha ditt:—«Adess che t'è mazzàa ì dùu maghi, te sposaret la mia tosa.»—Sicchè lu, l'è andàa in lett, dopo sposada; e l'era tant sueffaa a tirà el spagh, ch'el gh'ha dàa i pugn a la mièe; e lee, l'ha vorun pu dormì insemma. E el Re, el gh'ha dàa tanti danee e l'ha mandaa a casa.
II. EL SCIAVATTIN
Ona volta, gh'era on sciavattin, che, stuff de tira el spagh, el pensava la manera de fà fortunna. Intant ch'el stava lì col nas per aria a cuntà i travitt, el s'era desmentegàa, che l'aveva miss sul banchett ona basla de lacc; e i mosch, perchè l'era d'estàa, hin andàa in gran quantità sul lacc, tant che l'era deventàa tutt negher. Alora, lu, el se accorg de sta robba, e el se alza su tutt infuriàa, e el slarga la man come fan i ciappamosch e giò on gran colp. Tanti hin scappàa, ma ona bona parte gh'hin restàa in di man. Alora gh'è taccàa de cuntaj: eren cinqcent. Cosse l'ha fàa lu alora? L'ha fàa on gran cartellon con su scritt:Con una mano ne masso cinquecento. Poeu l'ha taccàa sto gran cartellon foeura de la botega. Avii de savè, che, in quel temp, el Re, el ghe aveva ona gran guerra cont on so visin. Ma l'era semper stàa battùu, tant che on dì, ch'el scappava, l'è passàa cont el so seguit denanz a la bottega del sciavattin e l'ha vist sto gran cartellon. El Re, l'ha mandàa subet a ciamà; e lu, tutt stremii per paura, ch'el ghe fass quajcossa, e anca vergognôs de trovass a la presenza de soa Maestà, l'è cors là subet.—«L'è vera, che voi con una mano ne massate cinquecento?»—«Si»—el respond, lu, tutt tremant. El Re:—«Ve sentireste el coraggio d'andare a combattere imiei nemici?»—El sciavattin, ch'el sperava de fa fortunna, da ona part el gh'aveva paura, e dall'altra el dis:—«Tant l'è l'istess: morì o seguità a fà el sciavattin non savaria qual'è el peggior di mai. Mi tenti!»—E, alora, el ghe rispond al Re:—«Sì, Maestà. Ch'el me daga on cavall, che mi vòo subet a fà scappà tutt i so nemis.»—«Bene»—el Re—«se voi riuscite, io vi darò in sposa la mia figlia.»—Ditto fatto, el sciavattin, el monta a cavall, che quasi l'era gnanca bon de sta su; e cont ona gran bandera, dove gh'era scritt:Con una mano ne masso cinquecento, l'è andàa incontra al nemis. El nemis, ch'el ved arrivà costùu, e che el legg sta gran bandera, l'ha cominciàa a ciappà paura; e poeu, de meneman ch'el sciavattin el vegniva innanz, han cominciàa a scappà, i nemis; e in men de quella ghe n'era pu gnanca vun. El Re, ch'el ghe vegniva adrèe a la lontana, quand l'ha vist sta poca fotta, l'è cors anca lu a juttà el sciavattin. E quand di nemis ghe n'è stàa propi pu nessun, hin tornàa a cà; e, el dì dopo, han fàa el sposalizî co la tosa del Re. La prima sera, ch'hin andàa in lett i dùu spôs, el sciavattin l'era tutt content. Ma, quand el s'è indormentàa, el s'è insognàa de vess ancamò al banchett, sicchè el ghe menava pugn de lira a la soa sposina. Questa chi, a la mattinna, l'è andada tutta piangenta dal sô papà a lamentass; el qual, non savend come combinalla, l'ha ordinàa, che i dùu spôs dormissen in dòo stanz. E l'è per quest, che i Re e i gran sciori no dormen minga insemma marì e mièe.
III. EL SCIAVATTIN
Gh'era on sciavattin, che l'era al banchett[ix]a lavorà. E el gh'aveva on formaggin. E, sto formaggin[x], ghe andava su tanti mosch, e lu, n'ha mazzàa tanti, ch'el diseva:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà.»—La gent sentiven a dì:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà.»—Gh'han ditt, se l'era bon de andà a toeu la città de Casti. E lu, el gh'ha ditt de dagh on cavall, ch'el saria andàa a toeu sta città. E lor gh'han daa on rozzon[xi]d'on cavall, on cavallasc come se sia. El saveva nanca fa a sta a cavall e l'andava come un desperàa.E veden a vegnì sto matt, ch'el diseva:—«Cent i ho mazzàa e cent i ho de mazzà;»—e gh'hin cors a la contra subit, cont i ciav de la città de Casti. In del vegnì indrèe, l'è passàa d'on sit; e là gh'era on mago. E là, sto mago, l'ha ciappàa e l'ha miss in d'ona stanza, e el ghe dava minga de mangià. El mago, el ghe dis:—«Voj! ven chì. Mi gh'hoo ona balla inscì grossa: se ti te see bon de ciappà sta balla chì e de buttalla fina in del mar, mi te lassi andà.»—Lu l'ha ciappàa sta balla, l'ha avùu forza assee de buttalla in del mar. Adess, el sciavattin, el dis:—«Ti te dee fa quel, che te disi mi. Adess de mi e ti emm de guardà chi l'è, che l'è pusèe fort de tirà giò sta pianta.»—E là s'hin miss adrèe con sta pianta, per tralla giò. El sciavattin, el ghe dis:—«Spetta, che andaròo su de la toa mièe e ghe diròo de damm la folc.»—El va de sora de la soa mièe e el ghe dis, el sciavattin:—«El m'ha ditt inscì el so marì, de damm la ciav del secretér[xii].»—E lee, la va a la finestra e la ghe dis al so marì:—«Voj! hoo de daghela?»—E lu, el gh'ha ditt:—«Sì, sì, dàghela, dàghela in pressa.»—Lu, el sciavattin, dopo l'è andàa al secretèr e l'ha portàa via tutti i danèe, che l'ha trovàa. Lee, la mièe, la credeva, che fussen intès, perchè el gh'aveva ditt lu, el mago, de dagh la ciav al sciavattin; la credeva, che fussen intes de toeu su i danèe. Lu, el sciavattin, l'è andàa via per l'altra porta, l'è minga passàa, per dove l'era el mago. Lu, el mago, el ved ch'el ven no, el ciama la soa mièe, el ghe dis:—«Ma voj! te ghe l'è dada?»—«Sì, l'è on pezz. L'ha mò de vegnì?»—E lu, el ved ch'el ven no, va a vedè in dove l'è. El ghe dis a soa mièe:—«Ma com'è? el gh'è in nissun sit? Cossè l'è, che te gh'hê dàa?»—«La ciav di danèe.»—«Ah poverà mi! l'era la folc, che ti te gh'avevet de dà, minga la ciav. Pover a mi! adess dov'hoo de andall a toeu?»—Guarda de chì, varda de lì, el sciavattin l'ha minga podùu trovà pu. Lu l'ha ditt:—«Invece de andà a quistà la città de Casti, hoo quistàa di danèe de viv.»—
IV. EL SCIAVATTIN.[xiii]
Gh'era on sciavattin, che l'era tolt ona formagginna; e la s'è impienida de mosch. L'ha ciappàa ona sciavatta e i ha schisciàtucc. E poeu, l'ha ciappàa on fer e i ha fàa saltà foeura a vunna a vunna: e i ha cuntàa. E poeu l'è andàa atorna a vosà per la cittàa. El diseva:Giovanni Vedino n'ha mazzàa cincent in d'on colp sol; cont pusèe ghen fuss stàa, cont pussèe[xiv]ne averia mazzàa. E el Re, l'ha faa ciamà; e el gh'ha ditt, se el voreva andà a caccia la matinna adrèe insemma a lu. E lu, sto sciavattin, el gh'ha ditt de sì. E aveven de andà a ciappà do besti, che aveven mai podùu ciappaj. Sto sciavattin, quand l'è stàa a metà strada, l'ha dett:Vialter andèe giò de chì e mi voo giò de lì. E sto sciavattin, quand l'ha vedùu a vegnì ona bestia, l'ha buttàa via el s'ciopp e l'è scappàa in su ona pianta. Sta bestia, l'ha fàa per corregh adrèe; e gh'era foeura on legn de la pianta e sta bestia l'è restada taccada su. Lu, allora, el s'è fàa coragg de vegnì giò. Dopo, l'è andàa innanz on poo; e l'ha vedùu a vegnì l'altra bestia. E gh'era li ona casa con denter duu uss. E lu, l'è andàa denter in de sta casa; e l'ha fàa per andà denter sta bestia; e lu, l'ha sarada denter. È vegnuu el Re; el gh'ha ditt, se i ha ciappàa. E el sciavattin, el gh'ha ditt de sì; e el gh'ha ditt:—«Vunna l'hoo ciappada per la coppa e l'hoo taccada su quella pianta; e l'altra l'hoo ciappada per l'oreggia e l'hoo missa denter in quella cà.»—E dopo, lu l'era de sposà la tosa del Re, perchè l'ha ciappàa sti besti. E el dì adrèe, eren de andà a prend la cittàa de Casco. E a la nott, el s'insognava, che l'era adrèe a tirà el spagh; e el gh'ha dàa i pugn a la soa mièe, che l'era la tosa del Re. A la matinna, el sciavattin, l'è andàa a cavall per andà a toeu la cittàa; e, perchè el borlava giò, el continuava a dì:A casco. E i alter ghe dimandaven, se el borlava giò; e lu, el diseva, che l'andava a toeu la cittàa de Casco. Dopo de lì a on poo, l'è borlàa giò; e in quel menter passava ona legora; e el gh'ha ditt, che l'è vegnùu giò apposta per ciappalla. Innanz a on poo de strada anmò, l'è tornàa a borlà giò e gh'era ona crooz. E gh'han dimandàa, se el s'era faa mal: e lu, el gh'ha ditt, che l'aveva fàa per ciappà su sta crooz. Quei de la cittàa de Casco han sentìi, che vegniva st'omm inscì fort, gh'han dàa i ciav de la cittàa e hin scappàa tutt. S'ciao.
[i]IlLiebrechtannota:—“GrimmK. M. n.º 20.Das tapfere Schneiderlein, S. zuSicil. Maerch.n.º 41.Vom tapfern Schuster.”—[ii]Sciavattin, ciabattino.Fà el sciavattin, oltre a fare il mestiere del ciabattino, significa anche lunediare. A proposito di ciabattini, nel cinquecento, come desumo da Celio Malespini,Duecento novelle, parte II, novella LXIV (dove narra delle nozze d'un d'essi) v'era in Milano un uso nuziale, ora dismesso:—«Acconciata che le ebbero la testa, et essendo ora di girne alla chiesa accompagnata da infinite donne; non così tosto ella fu uscita fuori del stallo, che non gli fussero d'intorno più di duecento fanciulle, gridando all'uso loro:Dove la menè? A casa del ferrèe, a conzà i colzee; alludendo ad Imeneo, iddio delle nozze; vetusto costume di quella grandissima città, che continua tuttavia e continoverà.»—[iii]Formagginna, non registrato dal Cherubini, probabilmente diminutivo diFormaggia. Vedi pag. 578 postilla seconda.[iv]Sciavattada, ciabattata, colpo di ciabatta.[v]Lumm, tricorno,nicchio, cappello a tre punte, cappello da prete.[vi]Pioda, pietra piatta e grande, lastra, lastrone.[vii]Folc, falce.Folciada, falciata.[viii]La povera Fattoressa analfabeta, che mi raccontava questa novella, diceva tutto con semplicità ed accennava più che descrivere l'ingresso glorioso del ciabattino nella città reale. Chi volesse tradurre la novelletta in Italiano ed ornarla di fiori rettorici di buon gusto, potrebbe avvalersi qui delle frasi, con cui un lacchè del ministero riparatore celebrava nelNuovo Friulil'ingresso del Presidente del Consiglio in Udine nell'Ottobre M.DCCC.LXXVI, degne proprio d'esser tramandate a' posteri come saggio di servilità democratica.“—Come descrivere adesso, colla fretta e furia di mandar fuori il giornale, e col proto inesorabile alle reni, che viene a strapparci le cartelle di mano prima che sieno interamente coperte di scrittura—come descrivere adesso l'ingresso per il maestoso borgo Acquileja! Non è fare una frase rettorica, se diciamo che fu un vero ingresso trionfale. Un popolo immenso, che mischia la sua voce poderosa ai concenti della musica, un agitarsi di fiaccole, una fila di carrozze precedute da un gruppo di bandiere, una luce continua, vaporosa, di fuochi bengalici rossi, verdi, violetti, che si riflettono sulle faccie delle case. Immaginate, ampliate, colorite, quanto volete, e avrete una pallida idea dell'ingresso di Depretis a Udine.”—[ix]Banchett, deschetto, banchetto.[x]Formaggin, caciolo, formella di cacio. V. pag. 575 postilla terza.[xi]Rozzon, rozzone, rozzaccia.Cavallasc, manca al Cherubini.[xii]Secretér(daSecrétaire, francese), segretario, cioè armadio e scrivania nel contempo.[xiii]Questa variante è gallaratese e vi si notano alcuni idiotismi particolari a quella città.[xiv]Vedi pag. 201 del presente volume la nota (2) alla Novella XIV di questa raccolta.
[i]IlLiebrechtannota:—“GrimmK. M. n.º 20.Das tapfere Schneiderlein, S. zuSicil. Maerch.n.º 41.Vom tapfern Schuster.”—
[ii]Sciavattin, ciabattino.Fà el sciavattin, oltre a fare il mestiere del ciabattino, significa anche lunediare. A proposito di ciabattini, nel cinquecento, come desumo da Celio Malespini,Duecento novelle, parte II, novella LXIV (dove narra delle nozze d'un d'essi) v'era in Milano un uso nuziale, ora dismesso:—«Acconciata che le ebbero la testa, et essendo ora di girne alla chiesa accompagnata da infinite donne; non così tosto ella fu uscita fuori del stallo, che non gli fussero d'intorno più di duecento fanciulle, gridando all'uso loro:Dove la menè? A casa del ferrèe, a conzà i colzee; alludendo ad Imeneo, iddio delle nozze; vetusto costume di quella grandissima città, che continua tuttavia e continoverà.»—
[iii]Formagginna, non registrato dal Cherubini, probabilmente diminutivo diFormaggia. Vedi pag. 578 postilla seconda.
[iv]Sciavattada, ciabattata, colpo di ciabatta.
[v]Lumm, tricorno,nicchio, cappello a tre punte, cappello da prete.
[vi]Pioda, pietra piatta e grande, lastra, lastrone.
[vii]Folc, falce.Folciada, falciata.
[viii]La povera Fattoressa analfabeta, che mi raccontava questa novella, diceva tutto con semplicità ed accennava più che descrivere l'ingresso glorioso del ciabattino nella città reale. Chi volesse tradurre la novelletta in Italiano ed ornarla di fiori rettorici di buon gusto, potrebbe avvalersi qui delle frasi, con cui un lacchè del ministero riparatore celebrava nelNuovo Friulil'ingresso del Presidente del Consiglio in Udine nell'Ottobre M.DCCC.LXXVI, degne proprio d'esser tramandate a' posteri come saggio di servilità democratica.“—Come descrivere adesso, colla fretta e furia di mandar fuori il giornale, e col proto inesorabile alle reni, che viene a strapparci le cartelle di mano prima che sieno interamente coperte di scrittura—come descrivere adesso l'ingresso per il maestoso borgo Acquileja! Non è fare una frase rettorica, se diciamo che fu un vero ingresso trionfale. Un popolo immenso, che mischia la sua voce poderosa ai concenti della musica, un agitarsi di fiaccole, una fila di carrozze precedute da un gruppo di bandiere, una luce continua, vaporosa, di fuochi bengalici rossi, verdi, violetti, che si riflettono sulle faccie delle case. Immaginate, ampliate, colorite, quanto volete, e avrete una pallida idea dell'ingresso di Depretis a Udine.”—
[ix]Banchett, deschetto, banchetto.
[x]Formaggin, caciolo, formella di cacio. V. pag. 575 postilla terza.
[xi]Rozzon, rozzone, rozzaccia.Cavallasc, manca al Cherubini.
[xii]Secretér(daSecrétaire, francese), segretario, cioè armadio e scrivania nel contempo.
[xiii]Questa variante è gallaratese e vi si notano alcuni idiotismi particolari a quella città.
[xiv]Vedi pag. 201 del presente volume la nota (2) alla Novella XIV di questa raccolta.