XLVI.

XLVI.LA NOVELLA DEL SONNO.[1]Nella provincia di Genova si trovava una vedova, che aveva tre figli, che si chiamavano Francesco, Tonino e Angiolino; e Angiolino sempre voleva dormire, quasi non che la notte, ma tutto il giorno. I fratelli principiarono a rimproverare la madre, dicendo così:—Madre, non si può più andare avanti con nostro fratello. Dunque voi pensate quello, che si può fare, perchè noi siamo molto sdegnati contro di lui.»—La madre, che è tenera pe' figli, principiò a dir loro:—Figli miei, io non lo posso discacciare, perchè è figlio come voialtri. Proviamo a dargli moglie e allora si sveglierà.»—Ed i fratelli l'accordarono. Prende moglie Angiolino. E, arrivato la mattina ad alzarsi, la moglie si voleva alzare; ma lui gli disse:—E Cosa fai?»—E la Carolina soggiunse:—«Mi voglio levare, acciò che i tuoi fratelli non abbiano a gridare.»—«No, fintanto che non m'alzerò io, non ti devi movere di qui.»—E i fratelli stavano ad aspettare, che si levassero; ma l'aspettare fu assai, che in fino a ora di pranzo non apparirno in sala. Allora i suoi fratelli sdegnati, così dissero a sua madre:—«Per l'indietro era solo, e adesso sono due. Noi ci si vol partire[2].»—E così decisero di mandargli via. Angiolino e la Carolina presero la sua roba e s'incamminarono verso la città del Modanese, capitale del Regno. Ma in breve consumarono tutto il suo, e furnocostretti a ritirarsi in un piccolo villaggio, presso un fiumicello, che di là passava. Un giorno, che non avendo[3]da mangiare, disse alla Carolina così Angiolino:—«La fame mi ha fatto passare anche il sonno. Ma ho pensato. Quaggiù, nel fiume, ci è dei pesci; voglio andare a pescare, per vedere, se posso fare fortuna.»—Ciò detto, prese la rete e si partì. Giunto nel fossicello, gettò la rete nel fondo di un recinto di acqua e la tirò su.—«Oh dio!»—esclamò:—«che pesce mai è questo?»—Tornasene subito a casa, dicendo:—«Guarda, Carolina, che pesce ho trovato.»—Risponde la Carolina tutta piena di gioia:—«Andiamolo a vendere; e allora potremo comprare del vivere per un pezzo, perchè è una meraviglia, che nessuno ne pole aver veduto un simile.»—«No,»—rispose Angiolino con voce supplicante verso la moglie, che languiva:—«Io lo voglio andare a regalare a i' Re.»—E così ambedue s'incamminarono verso la città. Giunti che furono dentro alla porta, di novo lei lo esortava a volerlo vendere, dicendo, che si poteva levare il sonno più presto che andare da i' Re.—«Ma io ho disegnato di portarlo a lui e non lo voglio vendere.»—E la cara consorte fu costretta a restare a bocca asciutta e fori della porta. Angiolina arrivato però al primo ingresso del palazzo, ritrovata la prima sentinella, gli dimandò:—«Dove vai? e che vôi?»—«Io vado da i' Re a portargli questo regalo. Si pole?»—Soggiunse la sentinella:—«Se tu mi darai la metà del premio, ti lascerò passare: se non altrimenti, poi ritornare di dove siei venuto.»—Allora Angiolino, attirato dall'ingordigia del sonno, perchè non aveva potuto dormire quanta gli era parso, non ripensò all'inganno dell'infame soldato: raccordò e tirò via. Arrivato perciò alla cima della ritorta scala, trova ancora una seconda guardia.Questa lo interroga, di che vada a fare da i' Re. Lui rispose:—«Io sono per fargli un regalo. Di', che ho trovato un pesce, che non ne degno che lui.»—«Come! è dunque una rarità?»—«Sì,»—Angiolino replicò.—«Ma, se non mi dai la metà del premio,»—disse la guardia,—«che ti darà, non ti lascio percorrere più avanti.»—Angiolino l'accordò e tirò via. Giunto che fu alla sala d'aspetto, che ci era la terza sentinella, subito gli domanda:—«Che vole?»—Rispose:—«Io voglio parlare a i' Re.»—Ma il soldato, avvisato già dalla prima sentinella, subito gli domandò della parte del denaro, che gli dava il Re. Angiolino, che già aveva pensato come fare, gli accordò tutto e fece passare parola a i' Re. Subito fu fatto passare. Arrivato Angiolino dinanzi a Sua Maestà, gli presentò questa meraviglia; e i' Re, veduto il pesce, esclamò:—«Dove mai hai tu trovato questo?»—Allora fu chiamata la Regina, chè anch'essa lo vedesse. I' Re soggiunse:—«Dimmi qualche cosa te; di', che gli devo dare in premio di dono così grande.»—«Gli si pol dare cento scudi adesso e in seguito si aiuterà.»—Angiolino rispose, poi che fra sè pensò:—«Questo dono non l'accetto.»—«Oh! dunque, che cosa vôi?»—«Io voglio cento staffilate.»—«Come! siei matto o lo fai?»—Rispose la Regina:—«Dagli cento scudi e mandalo via questo citrullo.»—«Io ho già detto, che voglio cento staffilate,»—disse Angiolino:—«e, per intender meglio, cento nerbate.»—Dice il Re:—«Eh! se le vôi, te le darò.»—Fece chiamare quattro soldati; e gli ordinò, che preparassero tutto quel, che ci voleva, per dargli le busse in sala, acciò che tutti potessero vedere senza moversi da sedere. In un momento fu tutto portato e messo in esecuzione, e tutti sclamarono:—«Questo è matto!»—Allora dice il Re:—«Pigliate quest'omo e gli darete cento staffilate.»—«Sì,è giusta,»—dice Angiolino:—«ma una grazia.»—«Che grazia vôi?»—«Mi deve mandare a chiamare la prima sentinella.»—Subito fu chiamata; e, in presenza sua, gli fu domandato ad Angiolino,—«cosa voleva da lui?»—Dice:—«Voglio da questo ribaldo, che gli sia dato la metà del premio, che Lei mi darà, Sua Maestà. Dunque io ho preso questo premio, è di ragione che l'abbia mezzo.»—Maravigliata tutta l'udienza, ma accertati del fatto, fu messo sotto la sentinella, ed a suo scorno gli furon date cinquanta nerbate: e a quelle percosse saltava come un capretto. Servito che fu questo, fece chiamare la seconda sentinella, e così dicendo Angiolino:—«Ancora questo infame mi voleva mandare addietro, se non gli promettevo un quarto del premio. Gliene siano date venticinque.»—E così fu fatto.—«Ancora quello della sala d'aspetto deve essere premiato.»—Questo tremava a verga, perchè aveva sentito tutto l'andamento di tutto l'affare: ad un tratto si sente chiamare e fu premiato come gli altri. Allora disse il Re:—«Ti ce ne rimane dodici anche per te.»—«Sì, è giusta,»—dice Angiolino:—«Ma io voglio vedere se trovo chi le compri.»—Ciò detto, si partì; e, giunto per le varie strade della città, trovò una bottega, dove si vendeva questi staffili. Gli domandò:—«Quanto costano questi?»—Rispose:—«Dodici paoli l'uno.»—«Io ce n'ho dodici da i' Re,»—dice Angiolino:—«Ve gli do a tre paoli.»—«Ed io gli piglio.»—«Ma bisogna, che venite con me.»—Arrivati alla sala, disse Angiolino:—«Questo è quello, che ha comprato gli staffili.»—Sorridendo il Re, dice:—«Dunque siei quello, che hai comprato?»—«Sì, Sua Maestà.»—«E quanto gli hai fissato?»—«Tre paoli.»—Disse i' Re ai soldati, che gli dassero le dodici nerbate. Quello disse:—«I' ho comprato gli staffili e non le busse.»—Maaveva detto, che gli aveva comprato; e per forza gli furon date e dovette pagare. A questo fatto tutta l'udienza accordarono che fosse premiato di cinque lire al giorno Angiolino e la moglie, e così andare a casa a stare allegramente. Angiolino si partì lieto e andò a ritrovare la Carolina. E fecero molta allegria ed una gran festa ed un bellissimo desinare; e fecero tutto l'invito dei suoi fratelli e sua madre, e tutti si godettero una tranquilla pace.La mia novella non è più lunga:Tagliatevi il naso e io mi taglio l'unghia.NOTE[1]Scritta a memoria e di propria mano da Pietro di Canestrino, bracciante del Montale—Pistojese; raccolta e comunicata dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Nel Fascicolo primo (15 Maggio 1835) deLe Ore solitarie, Opera periodica(Napoli) si leggeva il seguenteAneddotofirmatoE. Bevere:—«Passava Re Carlo Borbone, ai tempi in che era in Napoli, per certa ccontrada, ove scontrossi in un villano, che innestava non so qual albero. Re Carlo era cortese assai, e molto amante di que' della plebe; però alcun poco fermossi a risguardarlo, e s'intrattenne eziandio con esso lui a parlare de' pregi dell'albero, aggiungendo, per sola vaghezza di spirito, che volentieri ne avrebbe mangiato il primo frutto. Or avete a sapere siccome Carlo partissi per le Spagne, e siccome fu prodotto quel tale frutto da lui addimandato. E ben pensò il rustico stivarne un paniere, ed imbarcarsi per le spagnuole terre, chè vide allora esser giunto tempo proprio al fatto suo. Quivi giunto appena, inverso le regie soglie portavasi, quando gli venne vietato l'ingresso; ma dicendo egli come e quando fosse stato dal Sire conosciuto e perchè veniva, fu lasciato passare, dopo che si costrinse cedere la metà del premio che sarebbe per riportare dalla sua gita. Ascese le scale, rattrovò un altro inciampo; e quivi pure, per liberarsene, è forzato promettere l'altra metà del premio; e però tristo il meschinello e riverente appresentossi al Rege. Benignamente da Re Carlo si fu ricevuto e assai tornò gradito il suo presente; perchè il Monarca dappoi richieselo di ciò, che sopra ogni altra cosa avrebbe bramato,ch'egli l'avrebbe concesso in grazia della memoria, che di lui per tanti anni avea conservata. Ricordossi in quel momento il miserabile delle promesse fatte, e, dopo che per poco ebbe guardato il silenzio, addimandò cento bastonate. Maravigliò forte il Principe a tale strana inchiesta; però il perchè saper volle ei la facesse; e, satisfatto, non poco sturbossi; e, dato comandamento che i vili traditori sbanditi fossero da la sua casa e dal suo paese, rinviò il villano ricco di doni e di cortesie alle sue terre natali, dove ancora rammentasi un tale avvenimento.»—Racconta il Voltaire nella prefazione di Caterina Vadé ai Racconti di Guglielmo Vadé:—«Il y avait autrefois un Roi d'Espagne, qui avait promis de distribuer des aumônes considérables à tous les habitants d'auprés de Burgos, qui avaient été ruinés par la guerre. Ils vinrent aux portes du palais; mais les huissiers ne voulurent les laisser entrer qu'à condition qu'ils partageraient avec eux. Le bonhomme Cardero se présenta le premier au monarque, se jeta à ses pieds et lui dit:Grand Roi, je supplie Votre Altesse Royale de faire donner à chacun de nous cent coup d'étrivières.—Voilà une plaisante demande, dit le Roi;pourquoi me faites—vous cette prière?—C'est, dit Cardero,que vos gens veulent absolument avoir la moitié de ce que vous nous donnerez. Le Roi rit beaucoup, et fit un présent considérable à Cardero. De là vint le proverbequ'il vaut mieux avoir affaire à dieu qu'à ses saints.»—Una delle Facezie di Arrigo Bebelio s'intitolaVan dem Pfarrherr von Kalenberg:—«Sacerdos Caecii Montis in Austria, de cuius facete urbaneque dictis integri libelli perscripti sunt, cum semel principi suo, duci Austriae, donare vellet grandem piscem, non ante admissus est ingredi ab hostiario, quam promitteret ei mediam partem muneris a principe accepti. Quam ob causam Sacerdos facetissimus quidem, hominis avaritiam exosam habens, nolebat quicquam accipere a domino, nihilque aliud quam verbera expostulans, quae (cognita re) facile obtinuit. Et cum hostiarius pro sua parte caedendus astaret, clamavit ille:Ego libere pono tibi tres muneris partes, reservans mihi unam tantum, et hostiarium efflictum caedi obtinuit.»—[2]«Cioè, vogliamo fare le divisioni del patrimonio.»—G. N.—V. pag. 599. Nota seconda alla novellaManfane, Tanfane e Zufilo.[3]«Voleva dire:avevano, se pur non è una specie di latinismo popolare.»—G. N.XLVII.MANFANE, TANFANE E ZUFILO.[1]C'era una volta tre fratelli; e si chiamavano Manfane, Tanfane e Zufilo. Ma Zufilo era piuttosto imbecille che nò, al paragone degli altri due maggiori dimolto furbi. Tutti questi fratelli facevano, come sarebbe a dire, l'arte di allevare capi di bestie grosse, vacche, manzi, vitelli, tori; e la mandria la tenevano in combutta, senza divisioni, ma ogni cosa assieme. Un giorno Manfane e Tanfane, che volevano diventar padroni dispotichi di tutta la mandria, senza farne parte al fratello piccolo, gli dissero con furbizia, perchè era giucco:—«S'ha a partire[2]la mandria: un rinserrato per uno; e' capi, che ci vanno dentro, saranno di chi è il rinserrato.»—Si trovaron d'accordo in sul patto e ognuno si messe di bona voglia a fare il rinserrato. Quelli di Manfane e di Tanfane erano di belle frasche tutte verdi e fronzute, e Zufilo invece scelse per il suo de' pali secchi e frasche senza foglie. Sicchè, dunque, la mandria andò tutta ne' rinserrati di Manfane e Tanfane; e nel rinserrato di Zufilo non c'entrò che una vacca magra magra, che gli si vedevano tutte le costole. Zufilo disse allora alla moglie:—«Che se ne fa di questa manza secca allampanata? È meglio ammazzarla e venderne la pelle in città.»—«Sì sì,»—disse la moglie.—«Ammazzala, si venderà la pelle a caro prezzo.»—Zufilo preso un coltello, scannò dunque la vacca. E poi lascorticò. E il cojo, lo fece seccare al sole; e, quando fu ben rasciutto, se lo messe in spalla, e colla moglie andò alla città vicina. Entrato dentro, per le vie gridava:—«Una bella pelle da vendere! La vendo pelo pelo un soldo.»—Ma tutti lo pigliavan per matto; e non ci fu nessuno, che volesse comprare il cojo di Zufilo. S'era già fatto notte; le botteghe si chiudevano e i cittadini si ritiravano in casa. Zufilo disse alla moglie:—«Che ci si fa qui? Andiamo via. Tanto il cojo non c'è caso di venderlo più. Torniamo a casa.»—E s'avviano per una porta della città. Usciti fori dell'abitato, Zufilo e la moglie si trovarono per uno stradone lungo, tutto pieno d'alberi dalle parti; sicchè, cammina cammina, si fece buio fitto, e spersero la strada. Arrivati un pezzo in su, c'era un mucchio di querce; e, nel pulito, come de' sedili e delle tavole di pietra. Dice Zufilo:—«Moglie, non è capo seguitare a ire. Mi par meglio fermarsi e montare sur una di queste querce a riposare, che 'n sennonoe gli animali ci potrebber anche divorare. A bruzzolo, si ritroverà per rimetterci a casa.»—E, detto fatto, s'arrampicarono su per una grossa querce; e tra' rami s'accomodarono come gli riuscì[3]; e Zufilo aveva sempre il cojo sulle spalle. Tutto a un tratto, ecco un branco d'assassini. Accesero de' lumi; e, tirato fori de' sacchetti di quattrini, si messero a sedere e a giocare su quelle tavole di pietra. Zufilo e la moglie, tutti impauriti, badavano anche a non rifiatare, per paura d'essere scoperti e ammazzati senza misericordia. Dopo un po' di tempo, dice Zufilo:—«Moglie, non ne posso più. Ho voglia di pisciare. I' piscio.»—«Noe, per amor di dio! Se tu pisci, marito, siamo morti!»—disse la moglie sotto voce.—«Tant'è, i' 'un la reggo. I' piscio.»—E giù per le rame, Zufilo lascia ire una bella pisciata, che va a cascare sulle tavole, dove gliassassini giocavano.—«Oh!»—dice uno:—«E' pioviccica. Ma 'un sarà nulla. Via via! Seguitiamo.»—E seguitano a giocare. Passa un altro po' di tempo; dice Zufilo:—«Moglie, la mi scappa. I' ho voglia di cacare.»—«Pover'a noi!»—dice la moglie:—«Ora poi, se tu la fai, siam morti davvero. Trattiella[4].»—«Cheh: i' 'un posso. I' la fo.»—E, sbottonati i calzoni, Zufilo fa 'l fatto suo. Uno degli assassini, sentendo cader roba, si volta in su e poi dice:—«È manna. Seguitiamo a giocare. Nun è nulla.»—E seguitano. Passa un altro po' di tempo; dice Zufilo:—«Moglie, questo cojo mi pesa; mi rompe le spalle. Lo butto via.»—«Ma sie' tu matto?»—dice la moglie.—«S'ha da morire scannati in tutti i modi. Ora poi non si scampa!»—Ma, in quel mentre, Zufilo lascia ire il cojo, che, secco a quel mo', giù per le rame della querce faceva un fracassìo indiavolato.—«Il diavolo! il diavolo!»—cominciarono a urlare gli assassini; e fuggi in un battibaleno, lasciando tutti i quattrini sulle tavole! Quando non ci fu più nessuno, Zufilo e la moglie scesero dalla querce; e, rammucchiato l'oro e l'argento, lo messero dentro al cojo; e, già essendo giorno, ritrovata la via, ritornarono allegri e contenti a casa.[5] Arrivati che furono a casa, Zufilo e la moglie con quel cojo pieno di quattrini, Manfane e Tanfane si divoravano dall'astio.—«O come hai fatto,»—gli dissero,—«a diventar tanto ricco?»—dice Zufilo:—«Guà! son'ito alla città e ci ho venduto il cojo della mi' vacca a un soldo il pelo.»—Allora, sentendo questo, Manfane e Tanfane dissero fra di loro:—«Anche noi si può far meglio di questo giucco. Via! ammazziamo le due più belle vacche della mandria; e se ne venderà il cojo a due soldi il pelo.»—Detto fatto e vanno alla città. E lì urla che ti urlo:—«Du' bellepelli, chi le vole? A due soldi pelo pelo.»—Ed eccoti gran radunata di popolo; e lì a contrasto:—«Siete matti? Aresti a esser come quello dell'altro giorno! Aete anche cresciuto la chiesta! O che credete, che i cittadini sieno imbecilli?»—E poi improperî a' malcapitati; e finirono con rimandarli fori della porta a suon di calci e legnate, sicchè tornarono Manfane e Tanfane a casa, tutti pesti e malconci. In quel tramezzo, Zufilo n'aveva pensata un'altra dentro la su' zuccaccia citrulla. Prese un barile senza fondo e l'empì in bon dato di sterco umano, e il di sopra tutto di miele sopraffino; e, poi andato in città, si messe per le strade a gridare:—«Cacca melata bona, chi la vole?»—De' minchioni per le città ce n'è sempre! Gli disse uno:—«O che vendi?»—E lui:—«Guà! cacca melata. La volete?»—Il fatto si è, che quello comprò il barile pieno, senza nemmeno guardarlo dentro e glielo pagò per bene. E Zufilo, furbaccio, gli disse:—«Ora non posso stare a aspettare che lo votate: verrò per esso stasera, quand'io ho fatto le mi' faccende in città.»—«Sie sie, d'accordo. A rivederci!»—E chi s'è visto s'è visto. Zufilo ci ha ancora da tornare a pigliare il barile voto. Manfane e Tanfane perdono 'l capo, nel vedere Zufilo tornare sempre dalla città, carico di quattrini: astiosi, l'invidia se li mangiava vivi. Gli andarono incontro a Zufilo; e un di loro gli domandò:—«O di dove gli ha' tu cavati tanti quattrini?»—«Guà!»—rispose Zufilo:—«I' ho fatto così e così; i' gli ho presi 'n sulla cacca melata. Provatevi anche voi.»—«Sì sì, che si proverà. S'ha a fare anche meglio di te.»—E subito, accomodano due barili di sterco, ricoperto con miele sopraffino; e il giorno dopo, a bruzzolo, via alla città.—«Si vende cacca melata. Chi la vole? Ohè!»—Càpitano, per su' disgrazia, dinanzila bottega di quello, che aveva comprata la cacca melata da Zufilo; gli sente e esce fori con un randello:—«Brai Mei!»—gli dice:—«Aresti a essere della stessa genìa di quell'altro, che mi messe in mezzo. Ma, per zio, me l'avete a pagare.»—E picchia ch'i' ti picchio senza rembolare; non gli dette neanche il tempo di rispondere. Accorse gente a quel chiasso. E tutti addosso a Manfane e Tanfane, che gli ebber dicatti di mettersi a correre e scappare a più non posso, buttando via i barili. E arrivarono a casa coll'ansima e alleniti, tutti pesti e più morti che vivi. Quando si furono un po' rimessi, Manfane e Tanfane, pensavano tra di loro:—«Eppure questo giucco ci ha minchionato, e come ci ha minchionato, per du' volte. Ma gli s'ha a far pagare.»—Dice Manfane:—«Ammazziamolo.»—Tanfane però disse:—«Chè! gli è fratello. Sarebbe un peccato troppo grosso ammazzare un fratello. Piuttosto si cucirà dentro un sacco e si metterà 'n sulla spiaggia del mare, e lì o i pesci o l'acqua lo porteran via, e non se ne saprà più nulla.»—Detto fatto, agguantano Zufilo; e per forza lo metton dentro un sacco e ce lo cuciono alla rinfranta; e poi lo portano alla spiaggia del mare e lo lasciano lì. Era quasi buio e Zufilo dentro al sacco mugolava, come chi si lamenta. Eccoti un pastore con delle pecore, che le rimenava nel chiuso. E sonava uno zufilo per la via. Tutt'a un tratto sente il lamento e si ferma per conoscere di dove veniva, e vede il sacco con quell'omo dentro. Dice:—«Oh! che ci fai costì dentro? Oh! chi siei?»—E Zufilo furbo:—«Non ho voluto sposare la figliola del Re, e m'hanno messo in questo sacco sulla spiaggia del mare, finchè non dico di sì. E io non la voglio la figliola del Re.»—«Che bue!»—dice il pastore:—«Se me la dassero a me, la pigliere' subito.»—«Guà!»—glirispose Zufilo:—«T'ha' a far così. Aprimi e entra nel mi' posto. Domani tornano a sentire, se ho mutato pensieri. Se tu sei nel mi' posto, quella bella sorte toccherà a te. I' non t'avrò astio.»—«D'accordo!»—disse il pastore; e scuce Zufilo e entra in vece sua nel sacco. E Zufilo ce lo serra dentro a doppio cucito; poi piglia lo zufilo del pastore e fischiettando va via colle pecore. E il pastore rimane lì sulla spiaggia del mare a aspettare gli ambasciatori del Re. Aspetta! gli hanno ancora da arrivare! La notte venne una tempesta e portò via il sacco col pastore dentro, che non se ne seppe più nulla. Infrattanto Zufilo arrivò a casa colle pecore e zufilava da lontano. Manfane e Tanfane erano rimbecilliti a quello spettacolo. Gli pareva e non gli pareva che fosse Zufilo. Ma poi lo riconobbero quando gli fu vicino; e gli andarono incontro per sapere com'era uscito dal sacco e avesse fatto l'acquisto delle pecore. E Zufilo gli raccontò ogni cosa, sicchè quelli, disperati, di non poter vincere con Zufilo, s'ammazzarono tra di loro, e addio! E così Zufilo restò padrone d'ogni cosa e campò tuttavia in godimento per dimolto tempo.[6]NOTE[1]Raccolta in Prato dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Neglistudî|sui|dialetti greci della terra d'Otranto|del|prof. dott. Giuseppe Morosi|preceduti da una raccolta|di|Canti Leggende Proverbi e Indovinelli|nei dialetti medesimi||Lecce|Tip. editricesalentina|1870vien riferita una leggenda di Martano, della quale trascriverò qui la versione dal grecanico, data dall'istesso Morosi:—«Una volta c'era un padre e una madre. Venne la morte; e portò via la madre e lasciò il padre con tre figli. Que' tre figli, uno si chiamava Ipazio, l'altro Antonuccio e il terzo Trianniscia, perchè era piuttosto sciocco. Cadde ammalato il padre e chiamò il figlio grande e anche Antonuccio edisse:Venite, figliuoli miei, che devo accomodarvi. Io posseggo due buoi ed una vacca. La coppia buona ve la do a voi; e la vacca grama datela al Trianniscia. Morì il padre; e quelli rimasero con la coppia buona e il Trianniscia con la vacca grama. E che fece il Trianniscia? Prese e scorticò la vacca e ne buttò la pelle sopra un pero agreste. La pelle si disseccò ben bene; ed egli la legò con un filo alla sua persona e andava camminando e facea il tamburrino. Arrivò ad un canale, dove i ladri stavano spartendo molti denari. Essi udirono il tamburro e dissero:Lasciamo i denari, che vengono i carabinieri e ci conducono in prigione. E il Trianniscia li prese e ritornò a casa sua e mostrò i denari a' suoi fratelli. E i suoi fratelli gli dissero:Come facesti, fratelluccio nostro?Ed egli disse:Scorticai la mia vacca, ne seccai la pelle e la vendetti. Si voltarono i fratelli e dissero:Facciamo anche noi come fece costui?Ammazzarono i buoi, ne buttarono la pelle sopra un pero agreste e la fecero disseccare e la presero e andavano dicendo:Chi vuole pelli a cento ducati il pelo? a cento ducati il pelo?Vennero i carabinieri e li pigliarono. E quando uscirono, voleano ammazzare il loro fratello. E questo prese una cesta e andò ad un paese, da un cantiniere; e gli lasciò la cesta e disse:Non me la tocchino; che io devo andare ad ascoltare la messa. E quando ritornò, non ritrovò la cesta; perchè i servi del cantiniere l'aveano presa per mettervi dentro sterco; e cominciò a fare parole. E il cantiniere gli disse:Non parlare più che io ho cento ducati e te li dò. Quegli, quando ebbe i danari, pigliò strada e se n'andò. E di nuovo che fece? si nascose nella chiesa, entro un confessionale. Stavano sotterrando una signora; ed egli rimase la notte e aperse la tomba; trasse fuori la signora, la caricò sulle spalle e la portò fuori della chiesa. Trovò un cavallo, gli mise un basto e collocovvi la signora sopra e andò a Lecce. E di nuovo arrivò da un cantiniere, dove avea vedute tre belle fanciulle. Prese e calò la signora, e disse al cantiniere:Tenetemela bene, questa signora; lasciatela dormire, che io vò ad ascoltare la messa: non me la scoprite. E andò alla chiesa e tornò e fece mostra di averla trovata morta e incominciò a fare parole. E il cantiniere disse:Non gridare, che io ho tre figlie; pigliane una; quale ti piace?Ed egli ne scelse una, e ritornò con la bella fanciulla da' suoi fratelli. E i fratelli si voltarono e dissero:Che cosa ci ha fatto questi? Unae una, due; e una tre. Pigliamolo, leghiamolo in un sacco e portiamolo al mare. E lo caricarono in ispalla per buttarlo nel mare. E arrivarono ad un muro e gittarono il sacco dietro al muro e andarono ad ascoltare la messa. Vi era un mandriano, che stava suonando la sampogna; e vide questa cosa, e venne dietro al muro e disse:E che cosa c'è in questo sacco?Rispose di dentro il Trianniscia:Vieni ed entra tu, che esco io. E il mandriano lo sciolse; ed uscì quello di là dentro e vi entrò il mandriano. Uscirono i due fratelli dalla messa, andarono e si caricarono il sacco in ispalla, e, quando furono giunti al mare lo presero e lo buttarono là dentro. E pigliavano a tornare dal mare e diceano:Ci siamo liberati di lui. Ma, quando arrivarono là, vicino al muro, trovarono il Trianniscia, che suonava la sampogna. E dissero:Trista nostra sorte!Questo è un qualche diavolo, che ci va corbellando.»—Il Morosi, dichiara di pubblicare—«Quattro leggende, tre di Martano e una di Sternatia, che altro forse non sono, se non leggende o conti italiani, entrati nel fondo greco di queste colonie, tanto più che di solito, come mi fu assicurato, si narrano appunto da' Greci stessi in italiano; e che non riusciranno, io credo, affatto inutili a chi studia nelle leggende, come ne' proverbî e ne' canti, il nascere e il trasformarsi progressivo de' sentimenti e delle idee delle singole moltitudini e quindi, che meglio importa, la parentela più o meno stretta, che fra loro collega le moltitudini diverse, i diversi rampolli di una medesima stirpe. Notevole fra tutte è la prima, ossia la leggenda dello sciocco astuto, che è, se non erro, patrimonio comune dei popoli di stirpe ariana.»—Ecco poi una variante, toscana anch'essa, della nostra novella:IL MATTARUGIOLO E IL SAVIO[i].La sorte fece nascere du' fratelli, che, 'nnanzi che fussano grandi, erano rimasti insenza il babbo, sicchè stevano colla su' mamma sola. Di questi du' fratelli, il maggiore gli era un giovinotto savio, che gli garbava lavorare e manteneva tutta la casa, da poero bracciante, ma pure non gli faceva mancar di nulla. Quell'altro,il più piccino, gli era mattarugiolo, un po' scemo, via! in nella testa; e' non sapeva movere una paglia a modo; le faceva tutte alla rovescia le su' cose. Un giorno il Mattarugiolo va dal Savio; dice:—«Quanto mi garban quelle ragazze di laggiù 'n fondo alla via! Anco loro, se le 'ncontro, mi guardano e ridono.»—Dice 'l Savio:—«Vieni a veglia.»—«Oh! che ci si fa a veglia?»—«Si discorre, si raccontan delle novelle; e, quando s'è 'nnamorati, alla dama gli si tira dell'occhiate.»—Il Mattarugiolo, quand'ebbe avuto queste 'struzioni, va nella stalla in dove erano le capre e gli leva a tutte gli occhi e po' di quest'occhi se n'empie una tascata. La sera, si mette addosso la meglio giubba e va a veglia da quelle ragazze; e lì a dire buacciolate e a far de' versacci. Sicchè tutta la conversazione rideva a crepapancia e lo sbeffavano a bono il Mattarugiolo. Ma lui comincia a tirar di quegli occhi di capra nel grugno alle ragazze. A quel brutto scherzo loro si messano a urlare:—«Porco lezzone, 'gnorante!»—E, dato di mano a un bastone per una, te lo legnorno insenza rembolare e a forza di spintoni lo buttorno fuori di casa e gli sbacchiorno l'uscio in sulle reni. Il Mattarugiolo, tutto pesto e svergognato, corse a casa piangendo dal Savio; dice lui:—«Oh! che ha 'tu fatto? Chi t'ha concio a codesto mò?»—«I' son' ito a veglia dalle ragazze in fondo alla via, e loro m'hanno legnato.»—Dice il Savio:—«Ma come? Come ti sie' tu diportato?»—«Gua'! I' gli ho tiro dell'occhiate di capra.»—«Dell'occhiate di capra? Che vo' tu dire con quest'occhiate di capra?»—«Gua'! I' ho levo gli occhi alle capre e me ne son fatta una tascata, e a quelle ragazze gliel'ho butti 'n faccia. Tu non dicesti ch'i' gli avevo a dar dell'occhiate?»—Sclamò il Savio:—«Oh! birbone, imbecille! Tu ha' guasto le capre! Tu sie' la rovina di questa casa[ii]!»—Passornode' giorni e il Savio gli era andato al mercato per le su' faccende; dice il Savio:—«Abbi giudizio e provvedi alla casa.»—In quel mentre che il Savio stava fuori, ecco passa un pentolaio:—«Pentolaio, donne: tegami e pentoli, chi ne vole?»—Lo sente il Mattarugiolo e si fa 'n sulla porta:—«Ohè! galantomo. Quanto volete voi di tutto il cacciucco?»—«Il corbello pieno costerà dieci paoli. Che volete comprare ogni cosa?»—«Sì; perchè bisogna ch'i' provvegga alla casa.»—E insenza altri discorsi, il Mattarugiolo sale in cammera e dalla cassa pigliauna muneta di dieci paoli, che c'era dentro, e la dà al pentolaio per valsente del su' corbello di cocci; poi gli mette tutti 'n fila nella cucina. Torna il Savio dal mercato e vede quello spettacolo; dice:—«Chi ha porto tutti questi cocci?»—«Gli ho compri io per provvedere alla casa.»—«Oh! i quattrini chi te gli ha dati?»—«Gua'! I' gli ho presi dalla cassa: quel coso tondo luccichente, che c'era.»—Il Savio stiede in sull'undici once di picchiarlo il Mattarugiolo a quella brutta notizia:—«Oh! poero me,»—sclama,—«tu mi vo' proprio rovinare.»—Dopo del tempo, il Savio dovette dilontanarsi di casa e gli era di verno; chiama il Mattarugiolo, prima di partire, e gli fa una bella predica.—«Non fare al solito. Tien la testa con teco e bada alla casa. Abbi 'l pensiero alla mamma. Poera donna! gli è vecchia e ha freddo. Riscaldala e che non gli manchi nulla al bisognevole. Ha' tu 'nteso? Non esser tanto allocco.»—«Non dubitare,»—disse il Mattarugiolo,—«alla mamma ci penserò io.»—Quando dunque il Savio fu andato via, il Mattarugiolo vedde che la su' mamma sbatteva i denti dal gran freddo, che aveva: faceva un'asprore, chè il vino si diacciava nel bicchieri.—«Mamma, vi fa freddo? Aspettate che vi riscaldo a modo.»—Piglia delle fascine il Mattarugiolo e arroventa il forno, e poi ci accomida drento una sieda e ci mette li accoccolata per forza quella sciaurata di vecchia; sicchè in un attimo gli era stecchita e mostrava i denti. E il Mattarugiolo tutt'allegro:—«Vo' ridete, eh! mamma. Che bel caldo che c'è costì!»—Eccoti torna il Savio:—«E della mamma che n'ha' tu fatto? L'ha' tu custodita com'i' ti dissi?»—«Eccome!»—dice il Mattarugiolo:—«Vieni a vedi, s'i' t'ho ubbidito.»—E lo mena al forno. A quello spettacolo il Savio fu per cascare morto per le terre dal gran dispiacere.—«Oh! assassino, mammalucco, invecille! Tu ha' ammazzato tu' madre,»—principiò a urlare il Savio, e si strappava i capelli dalla disperazione. Dice:—«Qui non ci si pole più stare: se la giustizia viene in cognizione di questo delitto, ci taglia la testa a tutti e due. Via! bisogna scappare e andar lontano. Mattarugiolo, piglia l'uscio e viemmi dietro.»—Il Mattarugiolo mezzo sbalordito da quegli urli e da quelle gridate, leva l'imposte dell'uscio d'in su i gangheri, se le butta in ispalla e corri chi ti corro in su' passi del fratello. Camminato che ebbano un pezzo, s'era fatto notte scura in mezzo a una macchia, sicchè il Savio si fermò, e arrivoltandosi vedde il Mattarugiolo colle 'mposte addosso.—«Oh!poero a me, tu non ne fa' una a garbo.»—Dice il Mattarugiolo:—«Oh! tu non ha' detto, piglia l'uscio e viemmi rieto?»—«Sì, ma ho volsuto dire, nusci di casa, allocco.»—Ma in quel mentre, che contrastavano, si sente de' rumori e delle voci. Dice il Savio:—«Zitto, ci sono gli assassini. Presto, montiamo in vetta a questa quercia, insennonnò ci ammazzano.»—E subbito s'arrampica su per il tronco e s'accomida alla meglio nel folto delle foglie tra du' rami; e anco il Mattarugiolo gli andette rieto, insenza però lassare le du' imposte. Figuratevi che fatica! Doppo un po', eccoti compariscono gli assassini; sarà stato in verso la mezzanotte: e loro accesano de' lumi, poi stesano una tovaglia e lì prima ci contorno dimolti quattrini rubbati e poi si messano a mangiare e a bere, perchè con loro avevano presciutti, salami, de' fiaschi di vino e insomma ogni ben di dio. In su 'l più bello dice il Mattarugiolo al Savio:—«Mi scappa da pisciare.»—«Non la fare, sai. Che se ci scoprono, siemo morti.»—«I' non posso tienerla. Mi scappa.»—E 'n quel mentre piscia. Gli assassini, che eran sotto alla quercia, a sentirsi tutti bagnare, si rivoltorno 'n su per vedere quel, che fosse. Dice il capo—ladro:—«Di certo c'è tra' rami qualche uccellaccio. Gli si tirerà domani a levata di sole.»—E si rimettono a mangiare. Di lì a un po' dice il Mattarugiolo:—«Savio, i' non la tiengo, la mi scappa. Ho voglia di cacare.»—«Ma che sie' scemo insenza rimedio? Non la fare, sai.» Il Mattarugiolo però non gli diede retta, si calò i calzoni e giù. Gli assassini a veder quella delizia cascare in nella tovaglia, s'arrabbiorno a bono. Ma 'l capo—ladro gli disse:—«Non vi confondete; è un uccellaccio, che fa queste porcherie: ma domani i' lo pago con una stioppettata.»—E seguitorno la cena. Tutto a un tratto dice il Mattarugiolo:—«I' non le reggo più: mi scappan di mano dal peso!»—e, non badando punto alla disperazione del Savio, lassa le imposte dell'uscio, che ruzzolan giù a precipizio tra' rami della quercia. A quel fracassio gli assassini si rizzorno spauriti; e, credendo che la quercia gli cascasse in sul capo, telorno via più presto del vento, dibandonando lì per le terre quattrini e robba. Quando gli fu passato lo spavento e giù il sole si levava, il Savio scese dalla quercia per vedere quel, che era successo. Dimolti fiaschi di vino quelle imposte l'avevano rotti in tricioli; ma tutto il resto era sano. Sicchè tra lui e il Mattarugiolo radunorno, nella tovaglia, il mangiare e i quattrini; e ripresano col carico in dosso la via per tornarsene a casa. Addove arrivati, ricchi a quel modo, non patirono più la fame,feciano acquisto di poderi e se la godettano allegri e contenti a quel dio.[i]Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale—Pistoiese al prof. avv. Gherardo Nerucci.[ii]Fra le facezie delBebelio, ce n'e' una intitolata:De fatuo rustico:—«Cuidam ditissimæ viduæ unicus erat filius, sed crasso pecuarioque ingenio, omniumque stultissimus: qui cum in vicinia quandam virginem nobilem efflictim deperiret, petit illam sibi dari uxorem. Parentes virginis, etsi nobiles essent, inopia tamen et angustia rei domesticæ premebantur, neque facile eorundem natalium filiae virum deligere potuerunt: unde opulentia rustici permoti, non difficulter sunt precibus rustici assensi. Mater autem illius, stultitiæ nati conscia, verita ne propter incompositos mores virgo illum negligeret atque fastideret, curiose satis, quibus moribus esse debeat, instituit. Et cum primum fatuus virginem adiisset conciliandi amoris gratia, virgo abeuntem chirothecis donavit ex aluta, hoc est, tenuoribus pellibus confectis: quibus cum indutus abiret, imbris tempestate in nihilum redegit. Unde mater eum corripiens aiebat:Debebas, fili, thecas complicasse, atque pectorali involvisse. At ille secundo virginem accedens, accipitre donatus est. Abiens ergo et maternæ institutionis memor, eundem pectorali involvit: cumque matri munus ostendere vellet, mortuum accipitrem eduxit. Quem rursum matrem castigans, ait, eundem manibus gestandum fuisset. Tertio, cum virginem salutasset, nec prius thecas aut accipitrem curasset, donavit eum illa cribro frumentario; ex præcepto matris, abiens hoc ineptum capitulum cribrum super manibus, uti accipitrem debuisset, gestavit: matre iterum docente, idem equinæ caudæ appendi debuisse, memoriæ commendavit. Ultimo virgo desperatos hominis mores contemptui habens, eum larido condonavit: quod ille abiens caudæ equi appendit, in diversasque partes antequam domum veniret, per rubos et sentes discerpsit. Tandem mater verita ne filius propter incompositos mores omnino repudiaretur, custodiam domus illi commisit, ipsaque ad parentes virginis profecta est, obtinuitque ut dies nuptiarum diceretur: filio tamen mandata dedit, ne quid interea turbarum domi faceret hac abeunte. Ipse vero se in apothecas vinarias contulit, vinumque depromere volens, totum vas in pavimentum perfudit: quod ne mater videret sine profluvium, tosto farre et quidem plurimo constravit. Deinde in cœnaculum divertens et insolenter ingressus anserem incubantem exterruit, qui clamitansGag ag gag, stulto timorem incussit, quasi diceretIch will's sagen. Quare anserem arripiens quod se dicturum polliceretur, quæ in cellis vinariis egisset, obtruncavit, seque et totum corpus protinus melle, quod in propinquo vasculo inveniebat collinivit, contractisque undique ex pulvinaribus plumis ex mellis natura, in locum anseris incubandi gratia consedit. Matre itaque ex arce virginis domum repedante, filium more anseris incubantem reperit. Quæ dum hostium pulsasset, filiumque vocasset, respondit filiusGagagquasi voce et incubatione anseris officio fungeretur. Tandem relicta cavea, multis minis et interminationibus matrem intromisit. Quam cum nuptura virgo illico aubsequeretur, illa omnia incommoda quæ interim commiserat indulgendo, illum instituit quibus moribus sponsa esset salutanda, ut scilicet oculos hilare et comiter in eam conjiceret. At ille hac adveniente, maternis ovibus universis oculos eruit, omnesque illos in faciem virginis proiecit: sic enim oculos in eam conjiciendos esse putavit. Nihilominus tamen divitiae, optimum amoris vinculum, matrimonium procuraverunt. Quæ cui suppetant, nobilitatem, formam, prudentiam et cuncta alia donant.»—Cf.Basilo. (Pent.)Vardiello, ecc.[2]Dividersela fra noi.—G. N.—Vedi, pag. 586.[3]Ecco un altro esempio di ventura, incontrata, per essersi arrampicata sugli alberi, da persona dispersa.EL PEGORÉE[i].Gh'era on fradell e ona sorella. El fradell, l'andava fœura cont i pegor; e, ona sira, ghe ne mancava vunna. El va a cà a piang a piang. Ma la soa sorella, insomma, l'era rabbiada, perchè ghe mancava sta pegora; e la ghe dis:—«Guardet ben, che se te vegnet a cà ona quaj altra sira cont ona pegora de men, te podet lassà stà de vegnì in cà.»—Lu, el ven on'altra sira, che ghe ne mancava on'altra anmò. El compagna i so pegor fin a l'uss e pœu l'è tornàa via, perchè el gh'aveva pagura de andà in cà de soa sorella; e l'è reussíi a vess in d'on bosch. El sent di pedann[ii], el gh'aveva pagura, el va in su ona pianta. Là ghe se ferma tre donn. Sti donn eren tre strij: se metten a discorr di striament[iii]che aveven faa quella sira. E vunna la dis:—«Mi hoo instriàa la tosa del Re, e gh'è nissun che pò falla guarì, qualunque[iv]dottor ghe vaga, gh'è nissunna medesinna bonna. Varda»—la dis—«mi l'hoo instriada e per fagh andà via l'instriament, bœugna che ciappen on boggettin e che vaghen in de la tal fontanna a impienill de quell'acqua là e che ghel daghen a gotta a gotta a gotta a gotta e savè fà anca a daghel. Allora la guarirà.»—Sto fiœu, el sent tutti sti discors, che faven lì sti donn, el dava a trà[v]quel che diseven e el stava lì quiett, quiett, quiett. E lu, dopo, i ha lassàa andà via e l'è vegnùu giò e l'ha ditt:—«Coss'hoode fà mi adess chì? Bœugna, che vaga distant, innanz che mia sorella vegna a savè che mi sont di sti part chì!»—L'è andàa, e l'è andàa a cercà on sit de trovà de servì, de fa el servitor de stalla, perchè l'era on pajsanell[vi], per podè trovà de guadagnà on poo de pan de mangià. L'era on trì o quattr ann che l'era via, soa sorella la saveva pu nient dove l'era, no l'aveva nè nœuva nè ambassada. Ven, che lu el sent, che diseven, che gh'era la tosa del Re d'on sit distant dove l'era lu, che la stava inscì mal; insomma, che gh'era andàa tutti i professor, tutti i dottor e nessun podeven falla guarì. E lu, el Re, l'aveva ditt, che chi podeva fa guarì la soa tosa, fussen stàa pover, fussen stàa scior, de qualunque condizion, lu el ghe le dava in sposa, se la voreven. E se lor la voressen minga per sposa, lu iè fava ricch. Lu, el pajsanell, ghe ven in ment de quella storia, che l'ha sentìi su la pianta. Allora el dis:—«Vœuj andà mì»—I so padron:—«Perchè te vœut andà via? in dove te vœut andà? te stèe ben chì!»—«No»—el dis—«vœuj andà a girà el mond.»—L'ha minga vorùu dì, dove l'era la soa intenzion, ch'el voreva andà. El va in quella citàa, in dove gh'era sto Re, che gh'aveva la tosa, che la stava inscì mal. Lu, prima de andà là, l'è andàa a tœu la soa acqua, quella tal acqua de quella fontanna e el se l'è portada adrèe. El va là a la cort, el se fà annunzià, el ghe dis, che lu l'era lì per fà guarì la tosa del Re. E lor, i servitor, se metten a guardagh e a rid, perchè gh'era andàa là tanti medegh e tanti professor, ch'hin mai stàa bon de falla guarì. E lu, el gh'ha ditt:—«Ben! s'hin mai stàa bon lor, mi saròo quell, che le farà guarì.»—E van a dighel al Re, che gh'era sto tal, che gh'aveva la pretesa de fa guarì la soa tosa. El Re, el gh'ha ditt:—«Ch'el vegna pur chì, che mi ghe parlaròo mi.»—El va là del Re. El Re, el ghe dis:—«Sent, se te credet de vess bon de falla guarì, ben; ma, se te fet per fa on scherz, varda, che ti te la passaret mal.»—E lu, el ghe dis, che l'era persuas de fa guarì la soa tosa. Allora, el Re, el ghe da orden de lassall entrà in della stanza de la soa tosa e de lassaghel pur là lu sol. Lu, quand l'è stàa là, el ved sta giovena, che l'era là come moribonda. El comincia[vii], el tira fœura el so boggettin e el ghe dà on cuggiarin de st'acqua. De lì do or, ghe ne dà on alter; el ved, che la comincia a pocha poch a revegnì. E a poch a poch, ogni do or, el ghe dà semper el so cugiarin de acqua, fin che l'è stàa finìi el so boggettin. E quel di trìi dì, la tosa l'è restada sana; la se sentiva ben e la gh'aveva pu nient. Allora, el Re, tutt content, el dis:—«Dimm, cosse l'è, che ti te desideret; mi tel daròo.»—«La soa tosa per sposa, no; perchè l'è minga adattada a mi. Mi desideri, che me passen ona pension de viv, finchè scampi mi e la mia sorella.»—E lu, el Re, el gh'ha ditt:—«Benissem! mi te dòo tutt quell, che ti te vœut.»—Lu, dopo che l'è restàa ricch, l'è andàa a cà de so sorella. Lee le cognosseva gnanca. El gh'ha ditt:—«Mi sont chì a tœutt, per sta insemma a mi; perchè adess mi sont ricch; e ti, te gh'hê pu de bisogn de sta chì a fa la pajsanna. Sont on scior!»—E s'ciao, hin stàa content tutti dò.[i]Cf.PentameroneG. II. T. II.Verdeprato—«Nella è ammata da 'no prencepe, lo quale pe' 'no connutto de cristallo va spisse vote a gaudere con essa. Ma rutto lo passo da le 'mmediose de le sore, sse taccareja tutto e sta 'nfine de morte. Nella, pe' strana fortuna, 'ntenne lo remmedio, che sse po' fare, l'appreca a lo malato, lo sana e lo piglia pe' marito».—Cf. pure G. II. T. V.La serpe. Cf. con la seconda parte, dell'Esempi di lader, qui appresso.[ii]Pedanna: Pedata, orma, vestigio. Il suono della pedata.[iii]StriamentoStrioss. Stregheria, malia.—Vedi a pag. 308 tra le postille.[iv]Italianesimo: non c'è nel Cherubini.[v]Dà a trà: Dare fantasia o mente o retta, badare, abbadare.Dà a trà a vun: Ascoltare (i suggerimenti di) uno.[vi]Pajsanell: Contadinello.[vii]Cominciànon meno checomenzà.[4]Questa pretesa singolare della moglie di Zufilo mi rammenta un'altra facezia popolare, della quale metterò qui la versione, che trovo nelle Rime Bernesche di G. Zanetto (Vedile citate a pag. 137 del presente volume nella nota[5]alla fiaba intitolataIl Canto e 'l Sono della Sara Sibillaed anche in nota alla fiabaNimo contento al mondo).Poichè lo divulgò celere fama,Udite un fatto, che non è bugia.Vicina a partorir Donna Sofia,Ajuto! oimè!tra forti doglie sclama.Don Marco, suo consorte, molto l'ama;Ma spesso avvien che nell'inerzia ei stia.Solo dice alla vecchia AnastasiaVanne e la levatrice presto chiama.Corre la serva, che indugiar non lice.Ma frattanto a Sofia crescon le doglie,Il marito la guarda e nulla dice.Ecco, ella grida, il fo...Chi mel raccoglie?E Marco:Or or verrà la levatrice;Non partorire ancor, mia cara moglie.[5]Questa parte della nostra novella risponde alla milanese seguente:L'ESEMPI DI LADER[i]Ona volta, gh'era marì e mièe. Eren pover; e, on dì, el marì, el dìs:—«Vœuri andà a cercà fortunna.»—El ghe dis ala mièe:—«Guarda, che mi vòo innanz, tira adrèe l'us'c.»—E lee, l'ha capìi de portall adrèe. Andàa innanz on gran tocch, la ghe dis al marì:—«Spettem, ajùtem a portall, perchè l'è molto grev.»—E lu, el ghe dis:—«Cialla, che te set! T'ho ditt de tirall adrèe, ma minga de portall adrèe.»—El dis:—«Adess, che sem chì, che l'è giamò[ii]tard, anderem in quel bosch a dormì.»—Come di fatti, hin andàa sott a ona pianta; e pœu lu ghe ven in ment:—«Andà ben[iii], chì ghe ven i lader a dormì.»—El dis:—«Andem su, su sta pianta tutt e dùu.»—E pœu ghe ven in ment:—«E pœu, se venen i lader e veden, che gh'è giò l'us'c, guarden su e me veden l'istess.»—Come di fatti, a mezzanott, ghe va ona troppa de lader sott a quella pianta: e vun se mett adrèe a fà el risott e i alter se metten adrèe a cuntà i danèe, ch'aveven robbàa. Quella donna, la dis:—«Voj vu! gh'ho volontàa de pissà.»—E lu, el dis:—«Falla on poo, ch'è l'istess.»—De lì a on poo, la ghe dis al marì:—«Voj vu! ho volontàa de cagà.»—E el dis:—«Falla on poo, ch'è l'istess.»—Allora, i lader s'hin miss a dì:—«Oh el signor come l'è bon! el ne fa vegnì giò la manna del ciel.[iv]»—E lor, gh'è scappàa el rid a sti dùu; gh'è scappàa de rid a tucc dùu: lassàa andà l'us'c. E i lader han sentìi sto bordell[v]a vegnì giò, s'hin miss a scappà; han lassàa giò el risott e tutt i danèe. Lor, dopo, hin vegnùnabass, e han tolt su tutt i danèe e hin andàa a casa. Inscì viveven de scior. Hin andàa innanz on poo de temp e i danèe i han finii; sicchè, el marì, el dis ancamò:—«Chì bisogna andà ancamò a cercà fortunna.»—E la mièe, la dis:—«Andaroo mi.»—E l'è andada ancamò in su quella pianta, che l'eren andà prima. Quand l'è stàda mezzanott, ghe passa doo strij. E vunna, la dis adrèe l'altra:—«Te see minga? Gh'è malàa la tosa del Re, già licenziada[vi]di dottor. E gh'è nissun rimedi de falla guarì, fœura che l'acqua de quella fontana là: trè gott sol hin assèe de falla guarì.»—Allora, la mattinna, quella donna, la va a tœu on boggettin e le empiss de st'acqua. E la va là a la porta del Re; e la ghe dis a la guardia, de lassalla passà, che la gh'ha on remedi, per fa guarì la tosa del Re. Allora la guardia l'è andada a dighel al Re; e el Be gh'ha dett de lassalla passà, che l'è facil a savenn pusée lee che nê[vii]i medigh. Allora, lee, la va dessora; e la comincia a daghen ona gotta e la tosa del Re la comincia a dervì ì œucc. Ghe n'ha dàa on'altra gotta e la tosa del Re la comincia a parlà. Ghe ne dà on'altra gotta e la tosa del Re l'è stada guarida. Allora el Re, el gh'ha daa ona gran somma de danee, de fa la sciora fin che la scampa, lee e el so marì. Ona soa vesina la gh'ha avùu invidia e la dis:—«Vœuri provà anca mi, andà a cercà fortunna.»—Come difatti, l'è andada in quel bosch in su l'istessa pianta. A la mezzanott, ghe passa anmò quej dòo strij. La comincia vunna e la dis:—«Voj! te see minga, che l'è guarida la tosa del Re? e gh'era nissun rimedi, fœura che quell'acqua là. Andà ben, gh'era chì on quajchedun in del bosch a sentimm. Adess guardi: se trœuvi on quajchedun, el tâj tutt a tocch.»—E la comincia:—«Usc, usc! el sa de cristianusc!»—e la guarda su sta pianta, la ved che gh'è su sta donna. Gh'è andàa su la stria e l'ha trada abass; pœu l'ha tajada tutt a tocch.[i]IlLiebrechtannota:—“Ein Ehepaar bringt de Nacht auf einem Baume zu, an dessen füss sich Diebe einfinden; die Frau verrichtet von oben herab ihre verschiedene Bedürfnisse und lässt endlich auch die thörichterweise mitgenommene Hausthür herabfallen. S. K. M. n.º 59.Frieder und Katherlieschen;Reinh. KoehlerinLemckes Jahrbuch8. 241 ff. Abtheil. II. Die Frau im obigen Märchen heilt dann,durch einem den Hexen abgelauschten Rath eine Kranke Prinzessin, während ihre Nachbarin, der sie davon erzählt, von den Hexen bestraft wird; s. dazu K. M. n.º 107Die beiden Wandererund besonders die dazu 3. 188 ausPauliagesführte Version; sieh auchKoehlera. a. O. 7. 3 ff.”—[ii]Giamò, già. È evidente l'etimologia latina.[iii]Andà ben,andà de dio,andà de Re,andà de pappa, andare di vantaggio o di rondone o in poppa o a seconda.[iv]È impossibile qui non ricordarsi del celebre sonetto di Carlo Porta sulla manna degli Ebrei, che forse gli sarà stato ispirato da una reminiscenza di questa novellina intesa da bimbo. Vedilo riferito più innanzi in postilla allo Esempio MilaneseI duu mai content.[v]Bordell. Rovina, chiasso, bordello:—«Fa tanto bordello, Il Re Travicello.»—Giusti. La parola milanese non ha punto ed in nessun caso il senso, che vieta alle persone ben educate di adoperare nel discorso comune la parola italiana analoga.[vi]Licenziada, spedita.[vii]Nê, in questo caso significa no.Che nê dal ciel a andà dove el sta lu.[6]Ecco come l'espressionedar la Bertaviene illustrata nelle annotazioni alMalmantile racquistato(Cantare IV. St. XLVII).—«Raccontano le donne, che un sagace villano nominato Campriano[i], essendo venuto in mano della giustizia per le sue cattiveopere, fu condannato a esser messo in un sacco e buttato in mare. In esecuzione di che, fu messo dentro al sacco e consegnato a' famigli, che lo buttassero in mare. Nell'andar costoro ad eseguire gli ordini imposti, furono per istrada assaliti da alcuni masnadieri, i quali si crederono, che in quel sacco fosse roba di valore. Onde i famigli, per iscampar la vita, lasciato quivi il sacco con Campriano, si fuggirono. Campriano piangendo si doleva della sua disgrazia; il che, sentito da uno di quei masnadieri, gli domandò perchè piangeva ed a qual fine era stato messo in quel sacco. Il sagace Campriano gli rispose:Io piango di quel, che altri gioirebbe; ed è, che questi signori voglion darmi per moglie Berta, unica figliuola del Re nostro, ed io non la voglio, conoscendomi inabile a tanto grado, per esser un povero villano. E perchè essi dicono, che se non si marita a me, l'oracolo ha detto, che questo Regno andrà sottosopra, mi hanno messo in questo sacco per condurmi a farmela pigliare per forza; e questa è la causa del mio pianto.Il masnadiero, credendo alle parole di costui, si concertò co' compagni d'andare esso a pigliare questa buona fortuna e ripartirla con essi. Onde, fattosi mettere dentro al sacco da Campriano, che non restava di pregarlo a volergli far del bene, quando fosse poi Re, fece allontanare i compagni; e, serratolo entro al sacco, stette aspettando, che ritornassero coloro, i quali non istettero molto a comparire con nuova gente. E, veduto quivi il sacco abbandonato, lo ripresero. Ed, essendo giunti alla riva del mare, ve lo precipitarono. E così sposarono a Berta il balordo masnadiero. E di qui vennedar la Berta o la figliuola del Re, che vuol direburlare,minchionare. Si dice anchedar la madre d'Orlando, perchè da alcuni si crede, che la madre di Orlando Paladino avesse nomeBerta[ii].»—Identica è la novella milanese seguente:L'ESEMPI DE BERTOLD.[iii]Ona volta, Bertold, el ghe fava tanti raddrizz[iv]al Re; e lu, l'ha ciappàa, l' ha fàa mett in d'on sacch per buttall in de l'acqua.Intant, quij, che aveven de buttall in de l'acqua, l'han poggiàa al mur; e el sacch l'era ligàa. E lu, el diseva:—«No, vuj propi tœulla no, la tosa del Re.»—E gh'era on alter, che l'ha sentìi; el dis:—«Cosse l'è, che te diset?»—«Perchè me vœuren fa tœu la tosa del Re, e m'han ligaa denter in del sacch e me vœuren buttà in de l'acqua. Mi la vœuri propi no, la tosa del Re.»—E quell'alter, che l'ha sentìi, el ghe dis:—«Ben, l'è per quell che te vœuren buttà denter in de l'acqua? Ben, allora, ven fœura ti, che ghe vòo denter mi in del sacch.»—E Bertold, l'è vegnùu fœura, eva denter quell'alter, e pœu l'han buttàa in de l'acqua. Lor saveven minga, ch'el fuss pu Bertold. E pœu veden Bertold, ch'el ven giò di collinn[v]; e gh'han dimandaa:—«Ma in che manera, ch'el Re t'ha faa buttà in de l'acqua, che te set chiancamò?»—E Bertold el ghe dische el Re, l'era minga bon de fà quell, che faseva Bertold per salvà la vitta.[i]Vedi a pag. 51 del presente volume, la postilla in cui è riferita un'altra parte dellaStoria di Campriano.[ii]—«Dubito forte, chedar la Bertaderivi dal mito raccontato, che è piuttosto foggiato sulla somiglianza delle due parole.Bertanome di donna;Bertaper burla. Di più noto, che si diceBertaquello strumento, che serve a conficcare i paloni per una palafitta.»—Nota dell'avv. prof. Gherardo Nerucci.[iii]IlLiebrechtannota:—«Eine Episode des bekannten italienischen Volksbuches von Bertoldo. S. K. M. n.º 61Das Burdeund n.º 146Die Rübe.Koehlerin den G. G. A. M.DCCC.LXXI seite 2096 zu n.º 41.»—Straparola. Notte prima, Favola terza:Prete Scarpacifico, da tre malandrini una sol volta gabbato, tre fiate gabbu loro. Finalmente vittorioso con la sua Nina lietamente rimane:—«.... Laonde sdegnati andarono a casa del prete e non volsero più udire le sue fole; ma lo presero e lo posero in un sacco con animo di affogarlo nel vicino fiume. E mentre che lo portavano per attuffarlo nel fiume, sopraggiunse non so che ai malandrini; onde forza gli fu metter giù il prete, che era nel sacco strettamente legato, e fuggirsene. In questo mezzo, che il prete stava chiuso nel sacco, per avventura indi passò un pecoraio col suo gregge, la minuta erba pascendo. E così pascolando udì una lamentevole voce, che diceva:I me la vogliono pur dare ed io non la voglio, che prete sono e prendere non la posso?e tutto sbigottito rimase, perciocchè non poteva sapere, donde venisse quella voce tante volte ripetita. E voltatosi or quinci or quindi, finalmente vide il sacco, nel quale il prete era legato; ed accostatosi al sacco (tuttavia il prete vociferando forte) lo sciolse e trovò il prete. Et addimandatelo per qual causa fusse nel sacco chiuso, e così altamente gridasse, gli rispose: che il signor della città gli volea dar per moglie una sua figliuola; ma che egli non la voleva sì perchè era attempato, sì anche perchè di ragione avere non la poteva per esser prete. Il pastorello, che pienamente dava fede alle finte parole del prete, disse:Credete voi, messere, che il Signore a me la desse?—Io credo di sì, rispose il pretequando tu fosti in questo sacco, si come io era, legato.E, messo il pastorello nel sacco, il prete strettamente lo legò, e con le pecore da quel luogo si allontanò. Non era ancor passato un'ora, che li tre malandrini ritornarono al luogo, dove avevano lasciato il prete nel sacco; e, senza guatarvi dentro, presero il sacco in ispalla, e nel fiume lo gettorono. E così il pastorello invece del prete la sua vita miseramente finì. Partitisi i malandrini, presero il cammino verso la lor casa; e, ragionando insieme, videro le pecore, che non molto lontano pascevano. Onde deliberarono di rubare un pajo di agnelli; e, accostatisi al gregge, videro prete Scarpacifico, ch'era di loro il pastore, e si maravigliarono molto, perciocchè pensavano, che nel fiume annegato si fusse. Onde dimandarono come fatto aveva ad uscire dal fiume. A i quali rispose il prete:O pazzi, voi non sapete nulla! Se voi più sotto mi affogavate, con dieci volte artante pecore di sopra me ne veniva.Il che udendo i compagni, dissero:O messere, volete voi farne questo beneficio? Voi ne porrete ne' sacchi e ne getterete nel fiume; e di masnadieri custodi di pecore diverremo.Disse il prete:Io sono apparecchiato a fare tutto quello, che vi aggrada; e non è cosa in questo mondo, che volentieri per voi non la facessi.E trovati tre buoni sacconi di ferma e fissa canevazza li pose dentro; e strettamente, che uscir non potessero, li legò; e nel fiume li avventò; e così infelicemente se n'andorono le anime loro a i luoghi bui, dove sentono eterno dolore. E prete Scarpacifico, ricco e di denari e di pecore, ritornò a casa e con la sua Nina ancora alquanti anni allegramente visse.»—Vedi ancheDe Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja. XXX. I due furbi e lo scemo.Tralascio di indicare infinite altre varianti, che non mi sovvengono con tutta precisione.[iv]Raddrizznon ho trovato nel Cherubini.[v]Vegnì giò di collinn.Sarebbe proprio loscollinare; adoperato dal Fagiuoli.

XLVI.LA NOVELLA DEL SONNO.[1]Nella provincia di Genova si trovava una vedova, che aveva tre figli, che si chiamavano Francesco, Tonino e Angiolino; e Angiolino sempre voleva dormire, quasi non che la notte, ma tutto il giorno. I fratelli principiarono a rimproverare la madre, dicendo così:—Madre, non si può più andare avanti con nostro fratello. Dunque voi pensate quello, che si può fare, perchè noi siamo molto sdegnati contro di lui.»—La madre, che è tenera pe' figli, principiò a dir loro:—Figli miei, io non lo posso discacciare, perchè è figlio come voialtri. Proviamo a dargli moglie e allora si sveglierà.»—Ed i fratelli l'accordarono. Prende moglie Angiolino. E, arrivato la mattina ad alzarsi, la moglie si voleva alzare; ma lui gli disse:—E Cosa fai?»—E la Carolina soggiunse:—«Mi voglio levare, acciò che i tuoi fratelli non abbiano a gridare.»—«No, fintanto che non m'alzerò io, non ti devi movere di qui.»—E i fratelli stavano ad aspettare, che si levassero; ma l'aspettare fu assai, che in fino a ora di pranzo non apparirno in sala. Allora i suoi fratelli sdegnati, così dissero a sua madre:—«Per l'indietro era solo, e adesso sono due. Noi ci si vol partire[2].»—E così decisero di mandargli via. Angiolino e la Carolina presero la sua roba e s'incamminarono verso la città del Modanese, capitale del Regno. Ma in breve consumarono tutto il suo, e furnocostretti a ritirarsi in un piccolo villaggio, presso un fiumicello, che di là passava. Un giorno, che non avendo[3]da mangiare, disse alla Carolina così Angiolino:—«La fame mi ha fatto passare anche il sonno. Ma ho pensato. Quaggiù, nel fiume, ci è dei pesci; voglio andare a pescare, per vedere, se posso fare fortuna.»—Ciò detto, prese la rete e si partì. Giunto nel fossicello, gettò la rete nel fondo di un recinto di acqua e la tirò su.—«Oh dio!»—esclamò:—«che pesce mai è questo?»—Tornasene subito a casa, dicendo:—«Guarda, Carolina, che pesce ho trovato.»—Risponde la Carolina tutta piena di gioia:—«Andiamolo a vendere; e allora potremo comprare del vivere per un pezzo, perchè è una meraviglia, che nessuno ne pole aver veduto un simile.»—«No,»—rispose Angiolino con voce supplicante verso la moglie, che languiva:—«Io lo voglio andare a regalare a i' Re.»—E così ambedue s'incamminarono verso la città. Giunti che furono dentro alla porta, di novo lei lo esortava a volerlo vendere, dicendo, che si poteva levare il sonno più presto che andare da i' Re.—«Ma io ho disegnato di portarlo a lui e non lo voglio vendere.»—E la cara consorte fu costretta a restare a bocca asciutta e fori della porta. Angiolina arrivato però al primo ingresso del palazzo, ritrovata la prima sentinella, gli dimandò:—«Dove vai? e che vôi?»—«Io vado da i' Re a portargli questo regalo. Si pole?»—Soggiunse la sentinella:—«Se tu mi darai la metà del premio, ti lascerò passare: se non altrimenti, poi ritornare di dove siei venuto.»—Allora Angiolino, attirato dall'ingordigia del sonno, perchè non aveva potuto dormire quanta gli era parso, non ripensò all'inganno dell'infame soldato: raccordò e tirò via. Arrivato perciò alla cima della ritorta scala, trova ancora una seconda guardia.Questa lo interroga, di che vada a fare da i' Re. Lui rispose:—«Io sono per fargli un regalo. Di', che ho trovato un pesce, che non ne degno che lui.»—«Come! è dunque una rarità?»—«Sì,»—Angiolino replicò.—«Ma, se non mi dai la metà del premio,»—disse la guardia,—«che ti darà, non ti lascio percorrere più avanti.»—Angiolino l'accordò e tirò via. Giunto che fu alla sala d'aspetto, che ci era la terza sentinella, subito gli domanda:—«Che vole?»—Rispose:—«Io voglio parlare a i' Re.»—Ma il soldato, avvisato già dalla prima sentinella, subito gli domandò della parte del denaro, che gli dava il Re. Angiolino, che già aveva pensato come fare, gli accordò tutto e fece passare parola a i' Re. Subito fu fatto passare. Arrivato Angiolino dinanzi a Sua Maestà, gli presentò questa meraviglia; e i' Re, veduto il pesce, esclamò:—«Dove mai hai tu trovato questo?»—Allora fu chiamata la Regina, chè anch'essa lo vedesse. I' Re soggiunse:—«Dimmi qualche cosa te; di', che gli devo dare in premio di dono così grande.»—«Gli si pol dare cento scudi adesso e in seguito si aiuterà.»—Angiolino rispose, poi che fra sè pensò:—«Questo dono non l'accetto.»—«Oh! dunque, che cosa vôi?»—«Io voglio cento staffilate.»—«Come! siei matto o lo fai?»—Rispose la Regina:—«Dagli cento scudi e mandalo via questo citrullo.»—«Io ho già detto, che voglio cento staffilate,»—disse Angiolino:—«e, per intender meglio, cento nerbate.»—Dice il Re:—«Eh! se le vôi, te le darò.»—Fece chiamare quattro soldati; e gli ordinò, che preparassero tutto quel, che ci voleva, per dargli le busse in sala, acciò che tutti potessero vedere senza moversi da sedere. In un momento fu tutto portato e messo in esecuzione, e tutti sclamarono:—«Questo è matto!»—Allora dice il Re:—«Pigliate quest'omo e gli darete cento staffilate.»—«Sì,è giusta,»—dice Angiolino:—«ma una grazia.»—«Che grazia vôi?»—«Mi deve mandare a chiamare la prima sentinella.»—Subito fu chiamata; e, in presenza sua, gli fu domandato ad Angiolino,—«cosa voleva da lui?»—Dice:—«Voglio da questo ribaldo, che gli sia dato la metà del premio, che Lei mi darà, Sua Maestà. Dunque io ho preso questo premio, è di ragione che l'abbia mezzo.»—Maravigliata tutta l'udienza, ma accertati del fatto, fu messo sotto la sentinella, ed a suo scorno gli furon date cinquanta nerbate: e a quelle percosse saltava come un capretto. Servito che fu questo, fece chiamare la seconda sentinella, e così dicendo Angiolino:—«Ancora questo infame mi voleva mandare addietro, se non gli promettevo un quarto del premio. Gliene siano date venticinque.»—E così fu fatto.—«Ancora quello della sala d'aspetto deve essere premiato.»—Questo tremava a verga, perchè aveva sentito tutto l'andamento di tutto l'affare: ad un tratto si sente chiamare e fu premiato come gli altri. Allora disse il Re:—«Ti ce ne rimane dodici anche per te.»—«Sì, è giusta,»—dice Angiolino:—«Ma io voglio vedere se trovo chi le compri.»—Ciò detto, si partì; e, giunto per le varie strade della città, trovò una bottega, dove si vendeva questi staffili. Gli domandò:—«Quanto costano questi?»—Rispose:—«Dodici paoli l'uno.»—«Io ce n'ho dodici da i' Re,»—dice Angiolino:—«Ve gli do a tre paoli.»—«Ed io gli piglio.»—«Ma bisogna, che venite con me.»—Arrivati alla sala, disse Angiolino:—«Questo è quello, che ha comprato gli staffili.»—Sorridendo il Re, dice:—«Dunque siei quello, che hai comprato?»—«Sì, Sua Maestà.»—«E quanto gli hai fissato?»—«Tre paoli.»—Disse i' Re ai soldati, che gli dassero le dodici nerbate. Quello disse:—«I' ho comprato gli staffili e non le busse.»—Maaveva detto, che gli aveva comprato; e per forza gli furon date e dovette pagare. A questo fatto tutta l'udienza accordarono che fosse premiato di cinque lire al giorno Angiolino e la moglie, e così andare a casa a stare allegramente. Angiolino si partì lieto e andò a ritrovare la Carolina. E fecero molta allegria ed una gran festa ed un bellissimo desinare; e fecero tutto l'invito dei suoi fratelli e sua madre, e tutti si godettero una tranquilla pace.La mia novella non è più lunga:Tagliatevi il naso e io mi taglio l'unghia.NOTE[1]Scritta a memoria e di propria mano da Pietro di Canestrino, bracciante del Montale—Pistojese; raccolta e comunicata dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Nel Fascicolo primo (15 Maggio 1835) deLe Ore solitarie, Opera periodica(Napoli) si leggeva il seguenteAneddotofirmatoE. Bevere:—«Passava Re Carlo Borbone, ai tempi in che era in Napoli, per certa ccontrada, ove scontrossi in un villano, che innestava non so qual albero. Re Carlo era cortese assai, e molto amante di que' della plebe; però alcun poco fermossi a risguardarlo, e s'intrattenne eziandio con esso lui a parlare de' pregi dell'albero, aggiungendo, per sola vaghezza di spirito, che volentieri ne avrebbe mangiato il primo frutto. Or avete a sapere siccome Carlo partissi per le Spagne, e siccome fu prodotto quel tale frutto da lui addimandato. E ben pensò il rustico stivarne un paniere, ed imbarcarsi per le spagnuole terre, chè vide allora esser giunto tempo proprio al fatto suo. Quivi giunto appena, inverso le regie soglie portavasi, quando gli venne vietato l'ingresso; ma dicendo egli come e quando fosse stato dal Sire conosciuto e perchè veniva, fu lasciato passare, dopo che si costrinse cedere la metà del premio che sarebbe per riportare dalla sua gita. Ascese le scale, rattrovò un altro inciampo; e quivi pure, per liberarsene, è forzato promettere l'altra metà del premio; e però tristo il meschinello e riverente appresentossi al Rege. Benignamente da Re Carlo si fu ricevuto e assai tornò gradito il suo presente; perchè il Monarca dappoi richieselo di ciò, che sopra ogni altra cosa avrebbe bramato,ch'egli l'avrebbe concesso in grazia della memoria, che di lui per tanti anni avea conservata. Ricordossi in quel momento il miserabile delle promesse fatte, e, dopo che per poco ebbe guardato il silenzio, addimandò cento bastonate. Maravigliò forte il Principe a tale strana inchiesta; però il perchè saper volle ei la facesse; e, satisfatto, non poco sturbossi; e, dato comandamento che i vili traditori sbanditi fossero da la sua casa e dal suo paese, rinviò il villano ricco di doni e di cortesie alle sue terre natali, dove ancora rammentasi un tale avvenimento.»—Racconta il Voltaire nella prefazione di Caterina Vadé ai Racconti di Guglielmo Vadé:—«Il y avait autrefois un Roi d'Espagne, qui avait promis de distribuer des aumônes considérables à tous les habitants d'auprés de Burgos, qui avaient été ruinés par la guerre. Ils vinrent aux portes du palais; mais les huissiers ne voulurent les laisser entrer qu'à condition qu'ils partageraient avec eux. Le bonhomme Cardero se présenta le premier au monarque, se jeta à ses pieds et lui dit:Grand Roi, je supplie Votre Altesse Royale de faire donner à chacun de nous cent coup d'étrivières.—Voilà une plaisante demande, dit le Roi;pourquoi me faites—vous cette prière?—C'est, dit Cardero,que vos gens veulent absolument avoir la moitié de ce que vous nous donnerez. Le Roi rit beaucoup, et fit un présent considérable à Cardero. De là vint le proverbequ'il vaut mieux avoir affaire à dieu qu'à ses saints.»—Una delle Facezie di Arrigo Bebelio s'intitolaVan dem Pfarrherr von Kalenberg:—«Sacerdos Caecii Montis in Austria, de cuius facete urbaneque dictis integri libelli perscripti sunt, cum semel principi suo, duci Austriae, donare vellet grandem piscem, non ante admissus est ingredi ab hostiario, quam promitteret ei mediam partem muneris a principe accepti. Quam ob causam Sacerdos facetissimus quidem, hominis avaritiam exosam habens, nolebat quicquam accipere a domino, nihilque aliud quam verbera expostulans, quae (cognita re) facile obtinuit. Et cum hostiarius pro sua parte caedendus astaret, clamavit ille:Ego libere pono tibi tres muneris partes, reservans mihi unam tantum, et hostiarium efflictum caedi obtinuit.»—[2]«Cioè, vogliamo fare le divisioni del patrimonio.»—G. N.—V. pag. 599. Nota seconda alla novellaManfane, Tanfane e Zufilo.[3]«Voleva dire:avevano, se pur non è una specie di latinismo popolare.»—G. N.

LA NOVELLA DEL SONNO.[1]

Nella provincia di Genova si trovava una vedova, che aveva tre figli, che si chiamavano Francesco, Tonino e Angiolino; e Angiolino sempre voleva dormire, quasi non che la notte, ma tutto il giorno. I fratelli principiarono a rimproverare la madre, dicendo così:—Madre, non si può più andare avanti con nostro fratello. Dunque voi pensate quello, che si può fare, perchè noi siamo molto sdegnati contro di lui.»—La madre, che è tenera pe' figli, principiò a dir loro:—Figli miei, io non lo posso discacciare, perchè è figlio come voialtri. Proviamo a dargli moglie e allora si sveglierà.»—Ed i fratelli l'accordarono. Prende moglie Angiolino. E, arrivato la mattina ad alzarsi, la moglie si voleva alzare; ma lui gli disse:—E Cosa fai?»—E la Carolina soggiunse:—«Mi voglio levare, acciò che i tuoi fratelli non abbiano a gridare.»—«No, fintanto che non m'alzerò io, non ti devi movere di qui.»—E i fratelli stavano ad aspettare, che si levassero; ma l'aspettare fu assai, che in fino a ora di pranzo non apparirno in sala. Allora i suoi fratelli sdegnati, così dissero a sua madre:—«Per l'indietro era solo, e adesso sono due. Noi ci si vol partire[2].»—E così decisero di mandargli via. Angiolino e la Carolina presero la sua roba e s'incamminarono verso la città del Modanese, capitale del Regno. Ma in breve consumarono tutto il suo, e furnocostretti a ritirarsi in un piccolo villaggio, presso un fiumicello, che di là passava. Un giorno, che non avendo[3]da mangiare, disse alla Carolina così Angiolino:—«La fame mi ha fatto passare anche il sonno. Ma ho pensato. Quaggiù, nel fiume, ci è dei pesci; voglio andare a pescare, per vedere, se posso fare fortuna.»—Ciò detto, prese la rete e si partì. Giunto nel fossicello, gettò la rete nel fondo di un recinto di acqua e la tirò su.—«Oh dio!»—esclamò:—«che pesce mai è questo?»—Tornasene subito a casa, dicendo:—«Guarda, Carolina, che pesce ho trovato.»—Risponde la Carolina tutta piena di gioia:—«Andiamolo a vendere; e allora potremo comprare del vivere per un pezzo, perchè è una meraviglia, che nessuno ne pole aver veduto un simile.»—«No,»—rispose Angiolino con voce supplicante verso la moglie, che languiva:—«Io lo voglio andare a regalare a i' Re.»—E così ambedue s'incamminarono verso la città. Giunti che furono dentro alla porta, di novo lei lo esortava a volerlo vendere, dicendo, che si poteva levare il sonno più presto che andare da i' Re.—«Ma io ho disegnato di portarlo a lui e non lo voglio vendere.»—E la cara consorte fu costretta a restare a bocca asciutta e fori della porta. Angiolina arrivato però al primo ingresso del palazzo, ritrovata la prima sentinella, gli dimandò:—«Dove vai? e che vôi?»—«Io vado da i' Re a portargli questo regalo. Si pole?»—Soggiunse la sentinella:—«Se tu mi darai la metà del premio, ti lascerò passare: se non altrimenti, poi ritornare di dove siei venuto.»—Allora Angiolino, attirato dall'ingordigia del sonno, perchè non aveva potuto dormire quanta gli era parso, non ripensò all'inganno dell'infame soldato: raccordò e tirò via. Arrivato perciò alla cima della ritorta scala, trova ancora una seconda guardia.Questa lo interroga, di che vada a fare da i' Re. Lui rispose:—«Io sono per fargli un regalo. Di', che ho trovato un pesce, che non ne degno che lui.»—«Come! è dunque una rarità?»—«Sì,»—Angiolino replicò.—«Ma, se non mi dai la metà del premio,»—disse la guardia,—«che ti darà, non ti lascio percorrere più avanti.»—Angiolino l'accordò e tirò via. Giunto che fu alla sala d'aspetto, che ci era la terza sentinella, subito gli domanda:—«Che vole?»—Rispose:—«Io voglio parlare a i' Re.»—Ma il soldato, avvisato già dalla prima sentinella, subito gli domandò della parte del denaro, che gli dava il Re. Angiolino, che già aveva pensato come fare, gli accordò tutto e fece passare parola a i' Re. Subito fu fatto passare. Arrivato Angiolino dinanzi a Sua Maestà, gli presentò questa meraviglia; e i' Re, veduto il pesce, esclamò:—«Dove mai hai tu trovato questo?»—Allora fu chiamata la Regina, chè anch'essa lo vedesse. I' Re soggiunse:—«Dimmi qualche cosa te; di', che gli devo dare in premio di dono così grande.»—«Gli si pol dare cento scudi adesso e in seguito si aiuterà.»—Angiolino rispose, poi che fra sè pensò:—«Questo dono non l'accetto.»—«Oh! dunque, che cosa vôi?»—«Io voglio cento staffilate.»—«Come! siei matto o lo fai?»—Rispose la Regina:—«Dagli cento scudi e mandalo via questo citrullo.»—«Io ho già detto, che voglio cento staffilate,»—disse Angiolino:—«e, per intender meglio, cento nerbate.»—Dice il Re:—«Eh! se le vôi, te le darò.»—Fece chiamare quattro soldati; e gli ordinò, che preparassero tutto quel, che ci voleva, per dargli le busse in sala, acciò che tutti potessero vedere senza moversi da sedere. In un momento fu tutto portato e messo in esecuzione, e tutti sclamarono:—«Questo è matto!»—Allora dice il Re:—«Pigliate quest'omo e gli darete cento staffilate.»—«Sì,è giusta,»—dice Angiolino:—«ma una grazia.»—«Che grazia vôi?»—«Mi deve mandare a chiamare la prima sentinella.»—Subito fu chiamata; e, in presenza sua, gli fu domandato ad Angiolino,—«cosa voleva da lui?»—Dice:—«Voglio da questo ribaldo, che gli sia dato la metà del premio, che Lei mi darà, Sua Maestà. Dunque io ho preso questo premio, è di ragione che l'abbia mezzo.»—Maravigliata tutta l'udienza, ma accertati del fatto, fu messo sotto la sentinella, ed a suo scorno gli furon date cinquanta nerbate: e a quelle percosse saltava come un capretto. Servito che fu questo, fece chiamare la seconda sentinella, e così dicendo Angiolino:—«Ancora questo infame mi voleva mandare addietro, se non gli promettevo un quarto del premio. Gliene siano date venticinque.»—E così fu fatto.—«Ancora quello della sala d'aspetto deve essere premiato.»—Questo tremava a verga, perchè aveva sentito tutto l'andamento di tutto l'affare: ad un tratto si sente chiamare e fu premiato come gli altri. Allora disse il Re:—«Ti ce ne rimane dodici anche per te.»—«Sì, è giusta,»—dice Angiolino:—«Ma io voglio vedere se trovo chi le compri.»—Ciò detto, si partì; e, giunto per le varie strade della città, trovò una bottega, dove si vendeva questi staffili. Gli domandò:—«Quanto costano questi?»—Rispose:—«Dodici paoli l'uno.»—«Io ce n'ho dodici da i' Re,»—dice Angiolino:—«Ve gli do a tre paoli.»—«Ed io gli piglio.»—«Ma bisogna, che venite con me.»—Arrivati alla sala, disse Angiolino:—«Questo è quello, che ha comprato gli staffili.»—Sorridendo il Re, dice:—«Dunque siei quello, che hai comprato?»—«Sì, Sua Maestà.»—«E quanto gli hai fissato?»—«Tre paoli.»—Disse i' Re ai soldati, che gli dassero le dodici nerbate. Quello disse:—«I' ho comprato gli staffili e non le busse.»—Maaveva detto, che gli aveva comprato; e per forza gli furon date e dovette pagare. A questo fatto tutta l'udienza accordarono che fosse premiato di cinque lire al giorno Angiolino e la moglie, e così andare a casa a stare allegramente. Angiolino si partì lieto e andò a ritrovare la Carolina. E fecero molta allegria ed una gran festa ed un bellissimo desinare; e fecero tutto l'invito dei suoi fratelli e sua madre, e tutti si godettero una tranquilla pace.

La mia novella non è più lunga:Tagliatevi il naso e io mi taglio l'unghia.

NOTE

[1]Scritta a memoria e di propria mano da Pietro di Canestrino, bracciante del Montale—Pistojese; raccolta e comunicata dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Nel Fascicolo primo (15 Maggio 1835) deLe Ore solitarie, Opera periodica(Napoli) si leggeva il seguenteAneddotofirmatoE. Bevere:—«Passava Re Carlo Borbone, ai tempi in che era in Napoli, per certa ccontrada, ove scontrossi in un villano, che innestava non so qual albero. Re Carlo era cortese assai, e molto amante di que' della plebe; però alcun poco fermossi a risguardarlo, e s'intrattenne eziandio con esso lui a parlare de' pregi dell'albero, aggiungendo, per sola vaghezza di spirito, che volentieri ne avrebbe mangiato il primo frutto. Or avete a sapere siccome Carlo partissi per le Spagne, e siccome fu prodotto quel tale frutto da lui addimandato. E ben pensò il rustico stivarne un paniere, ed imbarcarsi per le spagnuole terre, chè vide allora esser giunto tempo proprio al fatto suo. Quivi giunto appena, inverso le regie soglie portavasi, quando gli venne vietato l'ingresso; ma dicendo egli come e quando fosse stato dal Sire conosciuto e perchè veniva, fu lasciato passare, dopo che si costrinse cedere la metà del premio che sarebbe per riportare dalla sua gita. Ascese le scale, rattrovò un altro inciampo; e quivi pure, per liberarsene, è forzato promettere l'altra metà del premio; e però tristo il meschinello e riverente appresentossi al Rege. Benignamente da Re Carlo si fu ricevuto e assai tornò gradito il suo presente; perchè il Monarca dappoi richieselo di ciò, che sopra ogni altra cosa avrebbe bramato,ch'egli l'avrebbe concesso in grazia della memoria, che di lui per tanti anni avea conservata. Ricordossi in quel momento il miserabile delle promesse fatte, e, dopo che per poco ebbe guardato il silenzio, addimandò cento bastonate. Maravigliò forte il Principe a tale strana inchiesta; però il perchè saper volle ei la facesse; e, satisfatto, non poco sturbossi; e, dato comandamento che i vili traditori sbanditi fossero da la sua casa e dal suo paese, rinviò il villano ricco di doni e di cortesie alle sue terre natali, dove ancora rammentasi un tale avvenimento.»—Racconta il Voltaire nella prefazione di Caterina Vadé ai Racconti di Guglielmo Vadé:—«Il y avait autrefois un Roi d'Espagne, qui avait promis de distribuer des aumônes considérables à tous les habitants d'auprés de Burgos, qui avaient été ruinés par la guerre. Ils vinrent aux portes du palais; mais les huissiers ne voulurent les laisser entrer qu'à condition qu'ils partageraient avec eux. Le bonhomme Cardero se présenta le premier au monarque, se jeta à ses pieds et lui dit:Grand Roi, je supplie Votre Altesse Royale de faire donner à chacun de nous cent coup d'étrivières.—Voilà une plaisante demande, dit le Roi;pourquoi me faites—vous cette prière?—C'est, dit Cardero,que vos gens veulent absolument avoir la moitié de ce que vous nous donnerez. Le Roi rit beaucoup, et fit un présent considérable à Cardero. De là vint le proverbequ'il vaut mieux avoir affaire à dieu qu'à ses saints.»—Una delle Facezie di Arrigo Bebelio s'intitolaVan dem Pfarrherr von Kalenberg:—«Sacerdos Caecii Montis in Austria, de cuius facete urbaneque dictis integri libelli perscripti sunt, cum semel principi suo, duci Austriae, donare vellet grandem piscem, non ante admissus est ingredi ab hostiario, quam promitteret ei mediam partem muneris a principe accepti. Quam ob causam Sacerdos facetissimus quidem, hominis avaritiam exosam habens, nolebat quicquam accipere a domino, nihilque aliud quam verbera expostulans, quae (cognita re) facile obtinuit. Et cum hostiarius pro sua parte caedendus astaret, clamavit ille:Ego libere pono tibi tres muneris partes, reservans mihi unam tantum, et hostiarium efflictum caedi obtinuit.»—[2]«Cioè, vogliamo fare le divisioni del patrimonio.»—G. N.—V. pag. 599. Nota seconda alla novellaManfane, Tanfane e Zufilo.[3]«Voleva dire:avevano, se pur non è una specie di latinismo popolare.»—G. N.

[1]Scritta a memoria e di propria mano da Pietro di Canestrino, bracciante del Montale—Pistojese; raccolta e comunicata dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Nel Fascicolo primo (15 Maggio 1835) deLe Ore solitarie, Opera periodica(Napoli) si leggeva il seguenteAneddotofirmatoE. Bevere:—«Passava Re Carlo Borbone, ai tempi in che era in Napoli, per certa ccontrada, ove scontrossi in un villano, che innestava non so qual albero. Re Carlo era cortese assai, e molto amante di que' della plebe; però alcun poco fermossi a risguardarlo, e s'intrattenne eziandio con esso lui a parlare de' pregi dell'albero, aggiungendo, per sola vaghezza di spirito, che volentieri ne avrebbe mangiato il primo frutto. Or avete a sapere siccome Carlo partissi per le Spagne, e siccome fu prodotto quel tale frutto da lui addimandato. E ben pensò il rustico stivarne un paniere, ed imbarcarsi per le spagnuole terre, chè vide allora esser giunto tempo proprio al fatto suo. Quivi giunto appena, inverso le regie soglie portavasi, quando gli venne vietato l'ingresso; ma dicendo egli come e quando fosse stato dal Sire conosciuto e perchè veniva, fu lasciato passare, dopo che si costrinse cedere la metà del premio che sarebbe per riportare dalla sua gita. Ascese le scale, rattrovò un altro inciampo; e quivi pure, per liberarsene, è forzato promettere l'altra metà del premio; e però tristo il meschinello e riverente appresentossi al Rege. Benignamente da Re Carlo si fu ricevuto e assai tornò gradito il suo presente; perchè il Monarca dappoi richieselo di ciò, che sopra ogni altra cosa avrebbe bramato,ch'egli l'avrebbe concesso in grazia della memoria, che di lui per tanti anni avea conservata. Ricordossi in quel momento il miserabile delle promesse fatte, e, dopo che per poco ebbe guardato il silenzio, addimandò cento bastonate. Maravigliò forte il Principe a tale strana inchiesta; però il perchè saper volle ei la facesse; e, satisfatto, non poco sturbossi; e, dato comandamento che i vili traditori sbanditi fossero da la sua casa e dal suo paese, rinviò il villano ricco di doni e di cortesie alle sue terre natali, dove ancora rammentasi un tale avvenimento.»—Racconta il Voltaire nella prefazione di Caterina Vadé ai Racconti di Guglielmo Vadé:—«Il y avait autrefois un Roi d'Espagne, qui avait promis de distribuer des aumônes considérables à tous les habitants d'auprés de Burgos, qui avaient été ruinés par la guerre. Ils vinrent aux portes du palais; mais les huissiers ne voulurent les laisser entrer qu'à condition qu'ils partageraient avec eux. Le bonhomme Cardero se présenta le premier au monarque, se jeta à ses pieds et lui dit:Grand Roi, je supplie Votre Altesse Royale de faire donner à chacun de nous cent coup d'étrivières.—Voilà une plaisante demande, dit le Roi;pourquoi me faites—vous cette prière?—C'est, dit Cardero,que vos gens veulent absolument avoir la moitié de ce que vous nous donnerez. Le Roi rit beaucoup, et fit un présent considérable à Cardero. De là vint le proverbequ'il vaut mieux avoir affaire à dieu qu'à ses saints.»—Una delle Facezie di Arrigo Bebelio s'intitolaVan dem Pfarrherr von Kalenberg:—«Sacerdos Caecii Montis in Austria, de cuius facete urbaneque dictis integri libelli perscripti sunt, cum semel principi suo, duci Austriae, donare vellet grandem piscem, non ante admissus est ingredi ab hostiario, quam promitteret ei mediam partem muneris a principe accepti. Quam ob causam Sacerdos facetissimus quidem, hominis avaritiam exosam habens, nolebat quicquam accipere a domino, nihilque aliud quam verbera expostulans, quae (cognita re) facile obtinuit. Et cum hostiarius pro sua parte caedendus astaret, clamavit ille:Ego libere pono tibi tres muneris partes, reservans mihi unam tantum, et hostiarium efflictum caedi obtinuit.»—

[2]«Cioè, vogliamo fare le divisioni del patrimonio.»—G. N.—V. pag. 599. Nota seconda alla novellaManfane, Tanfane e Zufilo.

[3]«Voleva dire:avevano, se pur non è una specie di latinismo popolare.»—G. N.

XLVII.MANFANE, TANFANE E ZUFILO.[1]C'era una volta tre fratelli; e si chiamavano Manfane, Tanfane e Zufilo. Ma Zufilo era piuttosto imbecille che nò, al paragone degli altri due maggiori dimolto furbi. Tutti questi fratelli facevano, come sarebbe a dire, l'arte di allevare capi di bestie grosse, vacche, manzi, vitelli, tori; e la mandria la tenevano in combutta, senza divisioni, ma ogni cosa assieme. Un giorno Manfane e Tanfane, che volevano diventar padroni dispotichi di tutta la mandria, senza farne parte al fratello piccolo, gli dissero con furbizia, perchè era giucco:—«S'ha a partire[2]la mandria: un rinserrato per uno; e' capi, che ci vanno dentro, saranno di chi è il rinserrato.»—Si trovaron d'accordo in sul patto e ognuno si messe di bona voglia a fare il rinserrato. Quelli di Manfane e di Tanfane erano di belle frasche tutte verdi e fronzute, e Zufilo invece scelse per il suo de' pali secchi e frasche senza foglie. Sicchè, dunque, la mandria andò tutta ne' rinserrati di Manfane e Tanfane; e nel rinserrato di Zufilo non c'entrò che una vacca magra magra, che gli si vedevano tutte le costole. Zufilo disse allora alla moglie:—«Che se ne fa di questa manza secca allampanata? È meglio ammazzarla e venderne la pelle in città.»—«Sì sì,»—disse la moglie.—«Ammazzala, si venderà la pelle a caro prezzo.»—Zufilo preso un coltello, scannò dunque la vacca. E poi lascorticò. E il cojo, lo fece seccare al sole; e, quando fu ben rasciutto, se lo messe in spalla, e colla moglie andò alla città vicina. Entrato dentro, per le vie gridava:—«Una bella pelle da vendere! La vendo pelo pelo un soldo.»—Ma tutti lo pigliavan per matto; e non ci fu nessuno, che volesse comprare il cojo di Zufilo. S'era già fatto notte; le botteghe si chiudevano e i cittadini si ritiravano in casa. Zufilo disse alla moglie:—«Che ci si fa qui? Andiamo via. Tanto il cojo non c'è caso di venderlo più. Torniamo a casa.»—E s'avviano per una porta della città. Usciti fori dell'abitato, Zufilo e la moglie si trovarono per uno stradone lungo, tutto pieno d'alberi dalle parti; sicchè, cammina cammina, si fece buio fitto, e spersero la strada. Arrivati un pezzo in su, c'era un mucchio di querce; e, nel pulito, come de' sedili e delle tavole di pietra. Dice Zufilo:—«Moglie, non è capo seguitare a ire. Mi par meglio fermarsi e montare sur una di queste querce a riposare, che 'n sennonoe gli animali ci potrebber anche divorare. A bruzzolo, si ritroverà per rimetterci a casa.»—E, detto fatto, s'arrampicarono su per una grossa querce; e tra' rami s'accomodarono come gli riuscì[3]; e Zufilo aveva sempre il cojo sulle spalle. Tutto a un tratto, ecco un branco d'assassini. Accesero de' lumi; e, tirato fori de' sacchetti di quattrini, si messero a sedere e a giocare su quelle tavole di pietra. Zufilo e la moglie, tutti impauriti, badavano anche a non rifiatare, per paura d'essere scoperti e ammazzati senza misericordia. Dopo un po' di tempo, dice Zufilo:—«Moglie, non ne posso più. Ho voglia di pisciare. I' piscio.»—«Noe, per amor di dio! Se tu pisci, marito, siamo morti!»—disse la moglie sotto voce.—«Tant'è, i' 'un la reggo. I' piscio.»—E giù per le rame, Zufilo lascia ire una bella pisciata, che va a cascare sulle tavole, dove gliassassini giocavano.—«Oh!»—dice uno:—«E' pioviccica. Ma 'un sarà nulla. Via via! Seguitiamo.»—E seguitano a giocare. Passa un altro po' di tempo; dice Zufilo:—«Moglie, la mi scappa. I' ho voglia di cacare.»—«Pover'a noi!»—dice la moglie:—«Ora poi, se tu la fai, siam morti davvero. Trattiella[4].»—«Cheh: i' 'un posso. I' la fo.»—E, sbottonati i calzoni, Zufilo fa 'l fatto suo. Uno degli assassini, sentendo cader roba, si volta in su e poi dice:—«È manna. Seguitiamo a giocare. Nun è nulla.»—E seguitano. Passa un altro po' di tempo; dice Zufilo:—«Moglie, questo cojo mi pesa; mi rompe le spalle. Lo butto via.»—«Ma sie' tu matto?»—dice la moglie.—«S'ha da morire scannati in tutti i modi. Ora poi non si scampa!»—Ma, in quel mentre, Zufilo lascia ire il cojo, che, secco a quel mo', giù per le rame della querce faceva un fracassìo indiavolato.—«Il diavolo! il diavolo!»—cominciarono a urlare gli assassini; e fuggi in un battibaleno, lasciando tutti i quattrini sulle tavole! Quando non ci fu più nessuno, Zufilo e la moglie scesero dalla querce; e, rammucchiato l'oro e l'argento, lo messero dentro al cojo; e, già essendo giorno, ritrovata la via, ritornarono allegri e contenti a casa.[5] Arrivati che furono a casa, Zufilo e la moglie con quel cojo pieno di quattrini, Manfane e Tanfane si divoravano dall'astio.—«O come hai fatto,»—gli dissero,—«a diventar tanto ricco?»—dice Zufilo:—«Guà! son'ito alla città e ci ho venduto il cojo della mi' vacca a un soldo il pelo.»—Allora, sentendo questo, Manfane e Tanfane dissero fra di loro:—«Anche noi si può far meglio di questo giucco. Via! ammazziamo le due più belle vacche della mandria; e se ne venderà il cojo a due soldi il pelo.»—Detto fatto e vanno alla città. E lì urla che ti urlo:—«Du' bellepelli, chi le vole? A due soldi pelo pelo.»—Ed eccoti gran radunata di popolo; e lì a contrasto:—«Siete matti? Aresti a esser come quello dell'altro giorno! Aete anche cresciuto la chiesta! O che credete, che i cittadini sieno imbecilli?»—E poi improperî a' malcapitati; e finirono con rimandarli fori della porta a suon di calci e legnate, sicchè tornarono Manfane e Tanfane a casa, tutti pesti e malconci. In quel tramezzo, Zufilo n'aveva pensata un'altra dentro la su' zuccaccia citrulla. Prese un barile senza fondo e l'empì in bon dato di sterco umano, e il di sopra tutto di miele sopraffino; e, poi andato in città, si messe per le strade a gridare:—«Cacca melata bona, chi la vole?»—De' minchioni per le città ce n'è sempre! Gli disse uno:—«O che vendi?»—E lui:—«Guà! cacca melata. La volete?»—Il fatto si è, che quello comprò il barile pieno, senza nemmeno guardarlo dentro e glielo pagò per bene. E Zufilo, furbaccio, gli disse:—«Ora non posso stare a aspettare che lo votate: verrò per esso stasera, quand'io ho fatto le mi' faccende in città.»—«Sie sie, d'accordo. A rivederci!»—E chi s'è visto s'è visto. Zufilo ci ha ancora da tornare a pigliare il barile voto. Manfane e Tanfane perdono 'l capo, nel vedere Zufilo tornare sempre dalla città, carico di quattrini: astiosi, l'invidia se li mangiava vivi. Gli andarono incontro a Zufilo; e un di loro gli domandò:—«O di dove gli ha' tu cavati tanti quattrini?»—«Guà!»—rispose Zufilo:—«I' ho fatto così e così; i' gli ho presi 'n sulla cacca melata. Provatevi anche voi.»—«Sì sì, che si proverà. S'ha a fare anche meglio di te.»—E subito, accomodano due barili di sterco, ricoperto con miele sopraffino; e il giorno dopo, a bruzzolo, via alla città.—«Si vende cacca melata. Chi la vole? Ohè!»—Càpitano, per su' disgrazia, dinanzila bottega di quello, che aveva comprata la cacca melata da Zufilo; gli sente e esce fori con un randello:—«Brai Mei!»—gli dice:—«Aresti a essere della stessa genìa di quell'altro, che mi messe in mezzo. Ma, per zio, me l'avete a pagare.»—E picchia ch'i' ti picchio senza rembolare; non gli dette neanche il tempo di rispondere. Accorse gente a quel chiasso. E tutti addosso a Manfane e Tanfane, che gli ebber dicatti di mettersi a correre e scappare a più non posso, buttando via i barili. E arrivarono a casa coll'ansima e alleniti, tutti pesti e più morti che vivi. Quando si furono un po' rimessi, Manfane e Tanfane, pensavano tra di loro:—«Eppure questo giucco ci ha minchionato, e come ci ha minchionato, per du' volte. Ma gli s'ha a far pagare.»—Dice Manfane:—«Ammazziamolo.»—Tanfane però disse:—«Chè! gli è fratello. Sarebbe un peccato troppo grosso ammazzare un fratello. Piuttosto si cucirà dentro un sacco e si metterà 'n sulla spiaggia del mare, e lì o i pesci o l'acqua lo porteran via, e non se ne saprà più nulla.»—Detto fatto, agguantano Zufilo; e per forza lo metton dentro un sacco e ce lo cuciono alla rinfranta; e poi lo portano alla spiaggia del mare e lo lasciano lì. Era quasi buio e Zufilo dentro al sacco mugolava, come chi si lamenta. Eccoti un pastore con delle pecore, che le rimenava nel chiuso. E sonava uno zufilo per la via. Tutt'a un tratto sente il lamento e si ferma per conoscere di dove veniva, e vede il sacco con quell'omo dentro. Dice:—«Oh! che ci fai costì dentro? Oh! chi siei?»—E Zufilo furbo:—«Non ho voluto sposare la figliola del Re, e m'hanno messo in questo sacco sulla spiaggia del mare, finchè non dico di sì. E io non la voglio la figliola del Re.»—«Che bue!»—dice il pastore:—«Se me la dassero a me, la pigliere' subito.»—«Guà!»—glirispose Zufilo:—«T'ha' a far così. Aprimi e entra nel mi' posto. Domani tornano a sentire, se ho mutato pensieri. Se tu sei nel mi' posto, quella bella sorte toccherà a te. I' non t'avrò astio.»—«D'accordo!»—disse il pastore; e scuce Zufilo e entra in vece sua nel sacco. E Zufilo ce lo serra dentro a doppio cucito; poi piglia lo zufilo del pastore e fischiettando va via colle pecore. E il pastore rimane lì sulla spiaggia del mare a aspettare gli ambasciatori del Re. Aspetta! gli hanno ancora da arrivare! La notte venne una tempesta e portò via il sacco col pastore dentro, che non se ne seppe più nulla. Infrattanto Zufilo arrivò a casa colle pecore e zufilava da lontano. Manfane e Tanfane erano rimbecilliti a quello spettacolo. Gli pareva e non gli pareva che fosse Zufilo. Ma poi lo riconobbero quando gli fu vicino; e gli andarono incontro per sapere com'era uscito dal sacco e avesse fatto l'acquisto delle pecore. E Zufilo gli raccontò ogni cosa, sicchè quelli, disperati, di non poter vincere con Zufilo, s'ammazzarono tra di loro, e addio! E così Zufilo restò padrone d'ogni cosa e campò tuttavia in godimento per dimolto tempo.[6]NOTE[1]Raccolta in Prato dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Neglistudî|sui|dialetti greci della terra d'Otranto|del|prof. dott. Giuseppe Morosi|preceduti da una raccolta|di|Canti Leggende Proverbi e Indovinelli|nei dialetti medesimi||Lecce|Tip. editricesalentina|1870vien riferita una leggenda di Martano, della quale trascriverò qui la versione dal grecanico, data dall'istesso Morosi:—«Una volta c'era un padre e una madre. Venne la morte; e portò via la madre e lasciò il padre con tre figli. Que' tre figli, uno si chiamava Ipazio, l'altro Antonuccio e il terzo Trianniscia, perchè era piuttosto sciocco. Cadde ammalato il padre e chiamò il figlio grande e anche Antonuccio edisse:Venite, figliuoli miei, che devo accomodarvi. Io posseggo due buoi ed una vacca. La coppia buona ve la do a voi; e la vacca grama datela al Trianniscia. Morì il padre; e quelli rimasero con la coppia buona e il Trianniscia con la vacca grama. E che fece il Trianniscia? Prese e scorticò la vacca e ne buttò la pelle sopra un pero agreste. La pelle si disseccò ben bene; ed egli la legò con un filo alla sua persona e andava camminando e facea il tamburrino. Arrivò ad un canale, dove i ladri stavano spartendo molti denari. Essi udirono il tamburro e dissero:Lasciamo i denari, che vengono i carabinieri e ci conducono in prigione. E il Trianniscia li prese e ritornò a casa sua e mostrò i denari a' suoi fratelli. E i suoi fratelli gli dissero:Come facesti, fratelluccio nostro?Ed egli disse:Scorticai la mia vacca, ne seccai la pelle e la vendetti. Si voltarono i fratelli e dissero:Facciamo anche noi come fece costui?Ammazzarono i buoi, ne buttarono la pelle sopra un pero agreste e la fecero disseccare e la presero e andavano dicendo:Chi vuole pelli a cento ducati il pelo? a cento ducati il pelo?Vennero i carabinieri e li pigliarono. E quando uscirono, voleano ammazzare il loro fratello. E questo prese una cesta e andò ad un paese, da un cantiniere; e gli lasciò la cesta e disse:Non me la tocchino; che io devo andare ad ascoltare la messa. E quando ritornò, non ritrovò la cesta; perchè i servi del cantiniere l'aveano presa per mettervi dentro sterco; e cominciò a fare parole. E il cantiniere gli disse:Non parlare più che io ho cento ducati e te li dò. Quegli, quando ebbe i danari, pigliò strada e se n'andò. E di nuovo che fece? si nascose nella chiesa, entro un confessionale. Stavano sotterrando una signora; ed egli rimase la notte e aperse la tomba; trasse fuori la signora, la caricò sulle spalle e la portò fuori della chiesa. Trovò un cavallo, gli mise un basto e collocovvi la signora sopra e andò a Lecce. E di nuovo arrivò da un cantiniere, dove avea vedute tre belle fanciulle. Prese e calò la signora, e disse al cantiniere:Tenetemela bene, questa signora; lasciatela dormire, che io vò ad ascoltare la messa: non me la scoprite. E andò alla chiesa e tornò e fece mostra di averla trovata morta e incominciò a fare parole. E il cantiniere disse:Non gridare, che io ho tre figlie; pigliane una; quale ti piace?Ed egli ne scelse una, e ritornò con la bella fanciulla da' suoi fratelli. E i fratelli si voltarono e dissero:Che cosa ci ha fatto questi? Unae una, due; e una tre. Pigliamolo, leghiamolo in un sacco e portiamolo al mare. E lo caricarono in ispalla per buttarlo nel mare. E arrivarono ad un muro e gittarono il sacco dietro al muro e andarono ad ascoltare la messa. Vi era un mandriano, che stava suonando la sampogna; e vide questa cosa, e venne dietro al muro e disse:E che cosa c'è in questo sacco?Rispose di dentro il Trianniscia:Vieni ed entra tu, che esco io. E il mandriano lo sciolse; ed uscì quello di là dentro e vi entrò il mandriano. Uscirono i due fratelli dalla messa, andarono e si caricarono il sacco in ispalla, e, quando furono giunti al mare lo presero e lo buttarono là dentro. E pigliavano a tornare dal mare e diceano:Ci siamo liberati di lui. Ma, quando arrivarono là, vicino al muro, trovarono il Trianniscia, che suonava la sampogna. E dissero:Trista nostra sorte!Questo è un qualche diavolo, che ci va corbellando.»—Il Morosi, dichiara di pubblicare—«Quattro leggende, tre di Martano e una di Sternatia, che altro forse non sono, se non leggende o conti italiani, entrati nel fondo greco di queste colonie, tanto più che di solito, come mi fu assicurato, si narrano appunto da' Greci stessi in italiano; e che non riusciranno, io credo, affatto inutili a chi studia nelle leggende, come ne' proverbî e ne' canti, il nascere e il trasformarsi progressivo de' sentimenti e delle idee delle singole moltitudini e quindi, che meglio importa, la parentela più o meno stretta, che fra loro collega le moltitudini diverse, i diversi rampolli di una medesima stirpe. Notevole fra tutte è la prima, ossia la leggenda dello sciocco astuto, che è, se non erro, patrimonio comune dei popoli di stirpe ariana.»—Ecco poi una variante, toscana anch'essa, della nostra novella:IL MATTARUGIOLO E IL SAVIO[i].La sorte fece nascere du' fratelli, che, 'nnanzi che fussano grandi, erano rimasti insenza il babbo, sicchè stevano colla su' mamma sola. Di questi du' fratelli, il maggiore gli era un giovinotto savio, che gli garbava lavorare e manteneva tutta la casa, da poero bracciante, ma pure non gli faceva mancar di nulla. Quell'altro,il più piccino, gli era mattarugiolo, un po' scemo, via! in nella testa; e' non sapeva movere una paglia a modo; le faceva tutte alla rovescia le su' cose. Un giorno il Mattarugiolo va dal Savio; dice:—«Quanto mi garban quelle ragazze di laggiù 'n fondo alla via! Anco loro, se le 'ncontro, mi guardano e ridono.»—Dice 'l Savio:—«Vieni a veglia.»—«Oh! che ci si fa a veglia?»—«Si discorre, si raccontan delle novelle; e, quando s'è 'nnamorati, alla dama gli si tira dell'occhiate.»—Il Mattarugiolo, quand'ebbe avuto queste 'struzioni, va nella stalla in dove erano le capre e gli leva a tutte gli occhi e po' di quest'occhi se n'empie una tascata. La sera, si mette addosso la meglio giubba e va a veglia da quelle ragazze; e lì a dire buacciolate e a far de' versacci. Sicchè tutta la conversazione rideva a crepapancia e lo sbeffavano a bono il Mattarugiolo. Ma lui comincia a tirar di quegli occhi di capra nel grugno alle ragazze. A quel brutto scherzo loro si messano a urlare:—«Porco lezzone, 'gnorante!»—E, dato di mano a un bastone per una, te lo legnorno insenza rembolare e a forza di spintoni lo buttorno fuori di casa e gli sbacchiorno l'uscio in sulle reni. Il Mattarugiolo, tutto pesto e svergognato, corse a casa piangendo dal Savio; dice lui:—«Oh! che ha 'tu fatto? Chi t'ha concio a codesto mò?»—«I' son' ito a veglia dalle ragazze in fondo alla via, e loro m'hanno legnato.»—Dice il Savio:—«Ma come? Come ti sie' tu diportato?»—«Gua'! I' gli ho tiro dell'occhiate di capra.»—«Dell'occhiate di capra? Che vo' tu dire con quest'occhiate di capra?»—«Gua'! I' ho levo gli occhi alle capre e me ne son fatta una tascata, e a quelle ragazze gliel'ho butti 'n faccia. Tu non dicesti ch'i' gli avevo a dar dell'occhiate?»—Sclamò il Savio:—«Oh! birbone, imbecille! Tu ha' guasto le capre! Tu sie' la rovina di questa casa[ii]!»—Passornode' giorni e il Savio gli era andato al mercato per le su' faccende; dice il Savio:—«Abbi giudizio e provvedi alla casa.»—In quel mentre che il Savio stava fuori, ecco passa un pentolaio:—«Pentolaio, donne: tegami e pentoli, chi ne vole?»—Lo sente il Mattarugiolo e si fa 'n sulla porta:—«Ohè! galantomo. Quanto volete voi di tutto il cacciucco?»—«Il corbello pieno costerà dieci paoli. Che volete comprare ogni cosa?»—«Sì; perchè bisogna ch'i' provvegga alla casa.»—E insenza altri discorsi, il Mattarugiolo sale in cammera e dalla cassa pigliauna muneta di dieci paoli, che c'era dentro, e la dà al pentolaio per valsente del su' corbello di cocci; poi gli mette tutti 'n fila nella cucina. Torna il Savio dal mercato e vede quello spettacolo; dice:—«Chi ha porto tutti questi cocci?»—«Gli ho compri io per provvedere alla casa.»—«Oh! i quattrini chi te gli ha dati?»—«Gua'! I' gli ho presi dalla cassa: quel coso tondo luccichente, che c'era.»—Il Savio stiede in sull'undici once di picchiarlo il Mattarugiolo a quella brutta notizia:—«Oh! poero me,»—sclama,—«tu mi vo' proprio rovinare.»—Dopo del tempo, il Savio dovette dilontanarsi di casa e gli era di verno; chiama il Mattarugiolo, prima di partire, e gli fa una bella predica.—«Non fare al solito. Tien la testa con teco e bada alla casa. Abbi 'l pensiero alla mamma. Poera donna! gli è vecchia e ha freddo. Riscaldala e che non gli manchi nulla al bisognevole. Ha' tu 'nteso? Non esser tanto allocco.»—«Non dubitare,»—disse il Mattarugiolo,—«alla mamma ci penserò io.»—Quando dunque il Savio fu andato via, il Mattarugiolo vedde che la su' mamma sbatteva i denti dal gran freddo, che aveva: faceva un'asprore, chè il vino si diacciava nel bicchieri.—«Mamma, vi fa freddo? Aspettate che vi riscaldo a modo.»—Piglia delle fascine il Mattarugiolo e arroventa il forno, e poi ci accomida drento una sieda e ci mette li accoccolata per forza quella sciaurata di vecchia; sicchè in un attimo gli era stecchita e mostrava i denti. E il Mattarugiolo tutt'allegro:—«Vo' ridete, eh! mamma. Che bel caldo che c'è costì!»—Eccoti torna il Savio:—«E della mamma che n'ha' tu fatto? L'ha' tu custodita com'i' ti dissi?»—«Eccome!»—dice il Mattarugiolo:—«Vieni a vedi, s'i' t'ho ubbidito.»—E lo mena al forno. A quello spettacolo il Savio fu per cascare morto per le terre dal gran dispiacere.—«Oh! assassino, mammalucco, invecille! Tu ha' ammazzato tu' madre,»—principiò a urlare il Savio, e si strappava i capelli dalla disperazione. Dice:—«Qui non ci si pole più stare: se la giustizia viene in cognizione di questo delitto, ci taglia la testa a tutti e due. Via! bisogna scappare e andar lontano. Mattarugiolo, piglia l'uscio e viemmi dietro.»—Il Mattarugiolo mezzo sbalordito da quegli urli e da quelle gridate, leva l'imposte dell'uscio d'in su i gangheri, se le butta in ispalla e corri chi ti corro in su' passi del fratello. Camminato che ebbano un pezzo, s'era fatto notte scura in mezzo a una macchia, sicchè il Savio si fermò, e arrivoltandosi vedde il Mattarugiolo colle 'mposte addosso.—«Oh!poero a me, tu non ne fa' una a garbo.»—Dice il Mattarugiolo:—«Oh! tu non ha' detto, piglia l'uscio e viemmi rieto?»—«Sì, ma ho volsuto dire, nusci di casa, allocco.»—Ma in quel mentre, che contrastavano, si sente de' rumori e delle voci. Dice il Savio:—«Zitto, ci sono gli assassini. Presto, montiamo in vetta a questa quercia, insennonnò ci ammazzano.»—E subbito s'arrampica su per il tronco e s'accomida alla meglio nel folto delle foglie tra du' rami; e anco il Mattarugiolo gli andette rieto, insenza però lassare le du' imposte. Figuratevi che fatica! Doppo un po', eccoti compariscono gli assassini; sarà stato in verso la mezzanotte: e loro accesano de' lumi, poi stesano una tovaglia e lì prima ci contorno dimolti quattrini rubbati e poi si messano a mangiare e a bere, perchè con loro avevano presciutti, salami, de' fiaschi di vino e insomma ogni ben di dio. In su 'l più bello dice il Mattarugiolo al Savio:—«Mi scappa da pisciare.»—«Non la fare, sai. Che se ci scoprono, siemo morti.»—«I' non posso tienerla. Mi scappa.»—E 'n quel mentre piscia. Gli assassini, che eran sotto alla quercia, a sentirsi tutti bagnare, si rivoltorno 'n su per vedere quel, che fosse. Dice il capo—ladro:—«Di certo c'è tra' rami qualche uccellaccio. Gli si tirerà domani a levata di sole.»—E si rimettono a mangiare. Di lì a un po' dice il Mattarugiolo:—«Savio, i' non la tiengo, la mi scappa. Ho voglia di cacare.»—«Ma che sie' scemo insenza rimedio? Non la fare, sai.» Il Mattarugiolo però non gli diede retta, si calò i calzoni e giù. Gli assassini a veder quella delizia cascare in nella tovaglia, s'arrabbiorno a bono. Ma 'l capo—ladro gli disse:—«Non vi confondete; è un uccellaccio, che fa queste porcherie: ma domani i' lo pago con una stioppettata.»—E seguitorno la cena. Tutto a un tratto dice il Mattarugiolo:—«I' non le reggo più: mi scappan di mano dal peso!»—e, non badando punto alla disperazione del Savio, lassa le imposte dell'uscio, che ruzzolan giù a precipizio tra' rami della quercia. A quel fracassio gli assassini si rizzorno spauriti; e, credendo che la quercia gli cascasse in sul capo, telorno via più presto del vento, dibandonando lì per le terre quattrini e robba. Quando gli fu passato lo spavento e giù il sole si levava, il Savio scese dalla quercia per vedere quel, che era successo. Dimolti fiaschi di vino quelle imposte l'avevano rotti in tricioli; ma tutto il resto era sano. Sicchè tra lui e il Mattarugiolo radunorno, nella tovaglia, il mangiare e i quattrini; e ripresano col carico in dosso la via per tornarsene a casa. Addove arrivati, ricchi a quel modo, non patirono più la fame,feciano acquisto di poderi e se la godettano allegri e contenti a quel dio.[i]Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale—Pistoiese al prof. avv. Gherardo Nerucci.[ii]Fra le facezie delBebelio, ce n'e' una intitolata:De fatuo rustico:—«Cuidam ditissimæ viduæ unicus erat filius, sed crasso pecuarioque ingenio, omniumque stultissimus: qui cum in vicinia quandam virginem nobilem efflictim deperiret, petit illam sibi dari uxorem. Parentes virginis, etsi nobiles essent, inopia tamen et angustia rei domesticæ premebantur, neque facile eorundem natalium filiae virum deligere potuerunt: unde opulentia rustici permoti, non difficulter sunt precibus rustici assensi. Mater autem illius, stultitiæ nati conscia, verita ne propter incompositos mores virgo illum negligeret atque fastideret, curiose satis, quibus moribus esse debeat, instituit. Et cum primum fatuus virginem adiisset conciliandi amoris gratia, virgo abeuntem chirothecis donavit ex aluta, hoc est, tenuoribus pellibus confectis: quibus cum indutus abiret, imbris tempestate in nihilum redegit. Unde mater eum corripiens aiebat:Debebas, fili, thecas complicasse, atque pectorali involvisse. At ille secundo virginem accedens, accipitre donatus est. Abiens ergo et maternæ institutionis memor, eundem pectorali involvit: cumque matri munus ostendere vellet, mortuum accipitrem eduxit. Quem rursum matrem castigans, ait, eundem manibus gestandum fuisset. Tertio, cum virginem salutasset, nec prius thecas aut accipitrem curasset, donavit eum illa cribro frumentario; ex præcepto matris, abiens hoc ineptum capitulum cribrum super manibus, uti accipitrem debuisset, gestavit: matre iterum docente, idem equinæ caudæ appendi debuisse, memoriæ commendavit. Ultimo virgo desperatos hominis mores contemptui habens, eum larido condonavit: quod ille abiens caudæ equi appendit, in diversasque partes antequam domum veniret, per rubos et sentes discerpsit. Tandem mater verita ne filius propter incompositos mores omnino repudiaretur, custodiam domus illi commisit, ipsaque ad parentes virginis profecta est, obtinuitque ut dies nuptiarum diceretur: filio tamen mandata dedit, ne quid interea turbarum domi faceret hac abeunte. Ipse vero se in apothecas vinarias contulit, vinumque depromere volens, totum vas in pavimentum perfudit: quod ne mater videret sine profluvium, tosto farre et quidem plurimo constravit. Deinde in cœnaculum divertens et insolenter ingressus anserem incubantem exterruit, qui clamitansGag ag gag, stulto timorem incussit, quasi diceretIch will's sagen. Quare anserem arripiens quod se dicturum polliceretur, quæ in cellis vinariis egisset, obtruncavit, seque et totum corpus protinus melle, quod in propinquo vasculo inveniebat collinivit, contractisque undique ex pulvinaribus plumis ex mellis natura, in locum anseris incubandi gratia consedit. Matre itaque ex arce virginis domum repedante, filium more anseris incubantem reperit. Quæ dum hostium pulsasset, filiumque vocasset, respondit filiusGagagquasi voce et incubatione anseris officio fungeretur. Tandem relicta cavea, multis minis et interminationibus matrem intromisit. Quam cum nuptura virgo illico aubsequeretur, illa omnia incommoda quæ interim commiserat indulgendo, illum instituit quibus moribus sponsa esset salutanda, ut scilicet oculos hilare et comiter in eam conjiceret. At ille hac adveniente, maternis ovibus universis oculos eruit, omnesque illos in faciem virginis proiecit: sic enim oculos in eam conjiciendos esse putavit. Nihilominus tamen divitiae, optimum amoris vinculum, matrimonium procuraverunt. Quæ cui suppetant, nobilitatem, formam, prudentiam et cuncta alia donant.»—Cf.Basilo. (Pent.)Vardiello, ecc.[2]Dividersela fra noi.—G. N.—Vedi, pag. 586.[3]Ecco un altro esempio di ventura, incontrata, per essersi arrampicata sugli alberi, da persona dispersa.EL PEGORÉE[i].Gh'era on fradell e ona sorella. El fradell, l'andava fœura cont i pegor; e, ona sira, ghe ne mancava vunna. El va a cà a piang a piang. Ma la soa sorella, insomma, l'era rabbiada, perchè ghe mancava sta pegora; e la ghe dis:—«Guardet ben, che se te vegnet a cà ona quaj altra sira cont ona pegora de men, te podet lassà stà de vegnì in cà.»—Lu, el ven on'altra sira, che ghe ne mancava on'altra anmò. El compagna i so pegor fin a l'uss e pœu l'è tornàa via, perchè el gh'aveva pagura de andà in cà de soa sorella; e l'è reussíi a vess in d'on bosch. El sent di pedann[ii], el gh'aveva pagura, el va in su ona pianta. Là ghe se ferma tre donn. Sti donn eren tre strij: se metten a discorr di striament[iii]che aveven faa quella sira. E vunna la dis:—«Mi hoo instriàa la tosa del Re, e gh'è nissun che pò falla guarì, qualunque[iv]dottor ghe vaga, gh'è nissunna medesinna bonna. Varda»—la dis—«mi l'hoo instriada e per fagh andà via l'instriament, bœugna che ciappen on boggettin e che vaghen in de la tal fontanna a impienill de quell'acqua là e che ghel daghen a gotta a gotta a gotta a gotta e savè fà anca a daghel. Allora la guarirà.»—Sto fiœu, el sent tutti sti discors, che faven lì sti donn, el dava a trà[v]quel che diseven e el stava lì quiett, quiett, quiett. E lu, dopo, i ha lassàa andà via e l'è vegnùu giò e l'ha ditt:—«Coss'hoode fà mi adess chì? Bœugna, che vaga distant, innanz che mia sorella vegna a savè che mi sont di sti part chì!»—L'è andàa, e l'è andàa a cercà on sit de trovà de servì, de fa el servitor de stalla, perchè l'era on pajsanell[vi], per podè trovà de guadagnà on poo de pan de mangià. L'era on trì o quattr ann che l'era via, soa sorella la saveva pu nient dove l'era, no l'aveva nè nœuva nè ambassada. Ven, che lu el sent, che diseven, che gh'era la tosa del Re d'on sit distant dove l'era lu, che la stava inscì mal; insomma, che gh'era andàa tutti i professor, tutti i dottor e nessun podeven falla guarì. E lu, el Re, l'aveva ditt, che chi podeva fa guarì la soa tosa, fussen stàa pover, fussen stàa scior, de qualunque condizion, lu el ghe le dava in sposa, se la voreven. E se lor la voressen minga per sposa, lu iè fava ricch. Lu, el pajsanell, ghe ven in ment de quella storia, che l'ha sentìi su la pianta. Allora el dis:—«Vœuj andà mì»—I so padron:—«Perchè te vœut andà via? in dove te vœut andà? te stèe ben chì!»—«No»—el dis—«vœuj andà a girà el mond.»—L'ha minga vorùu dì, dove l'era la soa intenzion, ch'el voreva andà. El va in quella citàa, in dove gh'era sto Re, che gh'aveva la tosa, che la stava inscì mal. Lu, prima de andà là, l'è andàa a tœu la soa acqua, quella tal acqua de quella fontanna e el se l'è portada adrèe. El va là a la cort, el se fà annunzià, el ghe dis, che lu l'era lì per fà guarì la tosa del Re. E lor, i servitor, se metten a guardagh e a rid, perchè gh'era andàa là tanti medegh e tanti professor, ch'hin mai stàa bon de falla guarì. E lu, el gh'ha ditt:—«Ben! s'hin mai stàa bon lor, mi saròo quell, che le farà guarì.»—E van a dighel al Re, che gh'era sto tal, che gh'aveva la pretesa de fa guarì la soa tosa. El Re, el gh'ha ditt:—«Ch'el vegna pur chì, che mi ghe parlaròo mi.»—El va là del Re. El Re, el ghe dis:—«Sent, se te credet de vess bon de falla guarì, ben; ma, se te fet per fa on scherz, varda, che ti te la passaret mal.»—E lu, el ghe dis, che l'era persuas de fa guarì la soa tosa. Allora, el Re, el ghe da orden de lassall entrà in della stanza de la soa tosa e de lassaghel pur là lu sol. Lu, quand l'è stàa là, el ved sta giovena, che l'era là come moribonda. El comincia[vii], el tira fœura el so boggettin e el ghe dà on cuggiarin de st'acqua. De lì do or, ghe ne dà on alter; el ved, che la comincia a pocha poch a revegnì. E a poch a poch, ogni do or, el ghe dà semper el so cugiarin de acqua, fin che l'è stàa finìi el so boggettin. E quel di trìi dì, la tosa l'è restada sana; la se sentiva ben e la gh'aveva pu nient. Allora, el Re, tutt content, el dis:—«Dimm, cosse l'è, che ti te desideret; mi tel daròo.»—«La soa tosa per sposa, no; perchè l'è minga adattada a mi. Mi desideri, che me passen ona pension de viv, finchè scampi mi e la mia sorella.»—E lu, el Re, el gh'ha ditt:—«Benissem! mi te dòo tutt quell, che ti te vœut.»—Lu, dopo che l'è restàa ricch, l'è andàa a cà de so sorella. Lee le cognosseva gnanca. El gh'ha ditt:—«Mi sont chì a tœutt, per sta insemma a mi; perchè adess mi sont ricch; e ti, te gh'hê pu de bisogn de sta chì a fa la pajsanna. Sont on scior!»—E s'ciao, hin stàa content tutti dò.[i]Cf.PentameroneG. II. T. II.Verdeprato—«Nella è ammata da 'no prencepe, lo quale pe' 'no connutto de cristallo va spisse vote a gaudere con essa. Ma rutto lo passo da le 'mmediose de le sore, sse taccareja tutto e sta 'nfine de morte. Nella, pe' strana fortuna, 'ntenne lo remmedio, che sse po' fare, l'appreca a lo malato, lo sana e lo piglia pe' marito».—Cf. pure G. II. T. V.La serpe. Cf. con la seconda parte, dell'Esempi di lader, qui appresso.[ii]Pedanna: Pedata, orma, vestigio. Il suono della pedata.[iii]StriamentoStrioss. Stregheria, malia.—Vedi a pag. 308 tra le postille.[iv]Italianesimo: non c'è nel Cherubini.[v]Dà a trà: Dare fantasia o mente o retta, badare, abbadare.Dà a trà a vun: Ascoltare (i suggerimenti di) uno.[vi]Pajsanell: Contadinello.[vii]Cominciànon meno checomenzà.[4]Questa pretesa singolare della moglie di Zufilo mi rammenta un'altra facezia popolare, della quale metterò qui la versione, che trovo nelle Rime Bernesche di G. Zanetto (Vedile citate a pag. 137 del presente volume nella nota[5]alla fiaba intitolataIl Canto e 'l Sono della Sara Sibillaed anche in nota alla fiabaNimo contento al mondo).Poichè lo divulgò celere fama,Udite un fatto, che non è bugia.Vicina a partorir Donna Sofia,Ajuto! oimè!tra forti doglie sclama.Don Marco, suo consorte, molto l'ama;Ma spesso avvien che nell'inerzia ei stia.Solo dice alla vecchia AnastasiaVanne e la levatrice presto chiama.Corre la serva, che indugiar non lice.Ma frattanto a Sofia crescon le doglie,Il marito la guarda e nulla dice.Ecco, ella grida, il fo...Chi mel raccoglie?E Marco:Or or verrà la levatrice;Non partorire ancor, mia cara moglie.[5]Questa parte della nostra novella risponde alla milanese seguente:L'ESEMPI DI LADER[i]Ona volta, gh'era marì e mièe. Eren pover; e, on dì, el marì, el dìs:—«Vœuri andà a cercà fortunna.»—El ghe dis ala mièe:—«Guarda, che mi vòo innanz, tira adrèe l'us'c.»—E lee, l'ha capìi de portall adrèe. Andàa innanz on gran tocch, la ghe dis al marì:—«Spettem, ajùtem a portall, perchè l'è molto grev.»—E lu, el ghe dis:—«Cialla, che te set! T'ho ditt de tirall adrèe, ma minga de portall adrèe.»—El dis:—«Adess, che sem chì, che l'è giamò[ii]tard, anderem in quel bosch a dormì.»—Come di fatti, hin andàa sott a ona pianta; e pœu lu ghe ven in ment:—«Andà ben[iii], chì ghe ven i lader a dormì.»—El dis:—«Andem su, su sta pianta tutt e dùu.»—E pœu ghe ven in ment:—«E pœu, se venen i lader e veden, che gh'è giò l'us'c, guarden su e me veden l'istess.»—Come di fatti, a mezzanott, ghe va ona troppa de lader sott a quella pianta: e vun se mett adrèe a fà el risott e i alter se metten adrèe a cuntà i danèe, ch'aveven robbàa. Quella donna, la dis:—«Voj vu! gh'ho volontàa de pissà.»—E lu, el dis:—«Falla on poo, ch'è l'istess.»—De lì a on poo, la ghe dis al marì:—«Voj vu! ho volontàa de cagà.»—E el dis:—«Falla on poo, ch'è l'istess.»—Allora, i lader s'hin miss a dì:—«Oh el signor come l'è bon! el ne fa vegnì giò la manna del ciel.[iv]»—E lor, gh'è scappàa el rid a sti dùu; gh'è scappàa de rid a tucc dùu: lassàa andà l'us'c. E i lader han sentìi sto bordell[v]a vegnì giò, s'hin miss a scappà; han lassàa giò el risott e tutt i danèe. Lor, dopo, hin vegnùnabass, e han tolt su tutt i danèe e hin andàa a casa. Inscì viveven de scior. Hin andàa innanz on poo de temp e i danèe i han finii; sicchè, el marì, el dis ancamò:—«Chì bisogna andà ancamò a cercà fortunna.»—E la mièe, la dis:—«Andaroo mi.»—E l'è andada ancamò in su quella pianta, che l'eren andà prima. Quand l'è stàda mezzanott, ghe passa doo strij. E vunna, la dis adrèe l'altra:—«Te see minga? Gh'è malàa la tosa del Re, già licenziada[vi]di dottor. E gh'è nissun rimedi de falla guarì, fœura che l'acqua de quella fontana là: trè gott sol hin assèe de falla guarì.»—Allora, la mattinna, quella donna, la va a tœu on boggettin e le empiss de st'acqua. E la va là a la porta del Re; e la ghe dis a la guardia, de lassalla passà, che la gh'ha on remedi, per fa guarì la tosa del Re. Allora la guardia l'è andada a dighel al Re; e el Be gh'ha dett de lassalla passà, che l'è facil a savenn pusée lee che nê[vii]i medigh. Allora, lee, la va dessora; e la comincia a daghen ona gotta e la tosa del Re la comincia a dervì ì œucc. Ghe n'ha dàa on'altra gotta e la tosa del Re la comincia a parlà. Ghe ne dà on'altra gotta e la tosa del Re l'è stada guarida. Allora el Re, el gh'ha daa ona gran somma de danee, de fa la sciora fin che la scampa, lee e el so marì. Ona soa vesina la gh'ha avùu invidia e la dis:—«Vœuri provà anca mi, andà a cercà fortunna.»—Come difatti, l'è andada in quel bosch in su l'istessa pianta. A la mezzanott, ghe passa anmò quej dòo strij. La comincia vunna e la dis:—«Voj! te see minga, che l'è guarida la tosa del Re? e gh'era nissun rimedi, fœura che quell'acqua là. Andà ben, gh'era chì on quajchedun in del bosch a sentimm. Adess guardi: se trœuvi on quajchedun, el tâj tutt a tocch.»—E la comincia:—«Usc, usc! el sa de cristianusc!»—e la guarda su sta pianta, la ved che gh'è su sta donna. Gh'è andàa su la stria e l'ha trada abass; pœu l'ha tajada tutt a tocch.[i]IlLiebrechtannota:—“Ein Ehepaar bringt de Nacht auf einem Baume zu, an dessen füss sich Diebe einfinden; die Frau verrichtet von oben herab ihre verschiedene Bedürfnisse und lässt endlich auch die thörichterweise mitgenommene Hausthür herabfallen. S. K. M. n.º 59.Frieder und Katherlieschen;Reinh. KoehlerinLemckes Jahrbuch8. 241 ff. Abtheil. II. Die Frau im obigen Märchen heilt dann,durch einem den Hexen abgelauschten Rath eine Kranke Prinzessin, während ihre Nachbarin, der sie davon erzählt, von den Hexen bestraft wird; s. dazu K. M. n.º 107Die beiden Wandererund besonders die dazu 3. 188 ausPauliagesführte Version; sieh auchKoehlera. a. O. 7. 3 ff.”—[ii]Giamò, già. È evidente l'etimologia latina.[iii]Andà ben,andà de dio,andà de Re,andà de pappa, andare di vantaggio o di rondone o in poppa o a seconda.[iv]È impossibile qui non ricordarsi del celebre sonetto di Carlo Porta sulla manna degli Ebrei, che forse gli sarà stato ispirato da una reminiscenza di questa novellina intesa da bimbo. Vedilo riferito più innanzi in postilla allo Esempio MilaneseI duu mai content.[v]Bordell. Rovina, chiasso, bordello:—«Fa tanto bordello, Il Re Travicello.»—Giusti. La parola milanese non ha punto ed in nessun caso il senso, che vieta alle persone ben educate di adoperare nel discorso comune la parola italiana analoga.[vi]Licenziada, spedita.[vii]Nê, in questo caso significa no.Che nê dal ciel a andà dove el sta lu.[6]Ecco come l'espressionedar la Bertaviene illustrata nelle annotazioni alMalmantile racquistato(Cantare IV. St. XLVII).—«Raccontano le donne, che un sagace villano nominato Campriano[i], essendo venuto in mano della giustizia per le sue cattiveopere, fu condannato a esser messo in un sacco e buttato in mare. In esecuzione di che, fu messo dentro al sacco e consegnato a' famigli, che lo buttassero in mare. Nell'andar costoro ad eseguire gli ordini imposti, furono per istrada assaliti da alcuni masnadieri, i quali si crederono, che in quel sacco fosse roba di valore. Onde i famigli, per iscampar la vita, lasciato quivi il sacco con Campriano, si fuggirono. Campriano piangendo si doleva della sua disgrazia; il che, sentito da uno di quei masnadieri, gli domandò perchè piangeva ed a qual fine era stato messo in quel sacco. Il sagace Campriano gli rispose:Io piango di quel, che altri gioirebbe; ed è, che questi signori voglion darmi per moglie Berta, unica figliuola del Re nostro, ed io non la voglio, conoscendomi inabile a tanto grado, per esser un povero villano. E perchè essi dicono, che se non si marita a me, l'oracolo ha detto, che questo Regno andrà sottosopra, mi hanno messo in questo sacco per condurmi a farmela pigliare per forza; e questa è la causa del mio pianto.Il masnadiero, credendo alle parole di costui, si concertò co' compagni d'andare esso a pigliare questa buona fortuna e ripartirla con essi. Onde, fattosi mettere dentro al sacco da Campriano, che non restava di pregarlo a volergli far del bene, quando fosse poi Re, fece allontanare i compagni; e, serratolo entro al sacco, stette aspettando, che ritornassero coloro, i quali non istettero molto a comparire con nuova gente. E, veduto quivi il sacco abbandonato, lo ripresero. Ed, essendo giunti alla riva del mare, ve lo precipitarono. E così sposarono a Berta il balordo masnadiero. E di qui vennedar la Berta o la figliuola del Re, che vuol direburlare,minchionare. Si dice anchedar la madre d'Orlando, perchè da alcuni si crede, che la madre di Orlando Paladino avesse nomeBerta[ii].»—Identica è la novella milanese seguente:L'ESEMPI DE BERTOLD.[iii]Ona volta, Bertold, el ghe fava tanti raddrizz[iv]al Re; e lu, l'ha ciappàa, l' ha fàa mett in d'on sacch per buttall in de l'acqua.Intant, quij, che aveven de buttall in de l'acqua, l'han poggiàa al mur; e el sacch l'era ligàa. E lu, el diseva:—«No, vuj propi tœulla no, la tosa del Re.»—E gh'era on alter, che l'ha sentìi; el dis:—«Cosse l'è, che te diset?»—«Perchè me vœuren fa tœu la tosa del Re, e m'han ligaa denter in del sacch e me vœuren buttà in de l'acqua. Mi la vœuri propi no, la tosa del Re.»—E quell'alter, che l'ha sentìi, el ghe dis:—«Ben, l'è per quell che te vœuren buttà denter in de l'acqua? Ben, allora, ven fœura ti, che ghe vòo denter mi in del sacch.»—E Bertold, l'è vegnùu fœura, eva denter quell'alter, e pœu l'han buttàa in de l'acqua. Lor saveven minga, ch'el fuss pu Bertold. E pœu veden Bertold, ch'el ven giò di collinn[v]; e gh'han dimandaa:—«Ma in che manera, ch'el Re t'ha faa buttà in de l'acqua, che te set chiancamò?»—E Bertold el ghe dische el Re, l'era minga bon de fà quell, che faseva Bertold per salvà la vitta.[i]Vedi a pag. 51 del presente volume, la postilla in cui è riferita un'altra parte dellaStoria di Campriano.[ii]—«Dubito forte, chedar la Bertaderivi dal mito raccontato, che è piuttosto foggiato sulla somiglianza delle due parole.Bertanome di donna;Bertaper burla. Di più noto, che si diceBertaquello strumento, che serve a conficcare i paloni per una palafitta.»—Nota dell'avv. prof. Gherardo Nerucci.[iii]IlLiebrechtannota:—«Eine Episode des bekannten italienischen Volksbuches von Bertoldo. S. K. M. n.º 61Das Burdeund n.º 146Die Rübe.Koehlerin den G. G. A. M.DCCC.LXXI seite 2096 zu n.º 41.»—Straparola. Notte prima, Favola terza:Prete Scarpacifico, da tre malandrini una sol volta gabbato, tre fiate gabbu loro. Finalmente vittorioso con la sua Nina lietamente rimane:—«.... Laonde sdegnati andarono a casa del prete e non volsero più udire le sue fole; ma lo presero e lo posero in un sacco con animo di affogarlo nel vicino fiume. E mentre che lo portavano per attuffarlo nel fiume, sopraggiunse non so che ai malandrini; onde forza gli fu metter giù il prete, che era nel sacco strettamente legato, e fuggirsene. In questo mezzo, che il prete stava chiuso nel sacco, per avventura indi passò un pecoraio col suo gregge, la minuta erba pascendo. E così pascolando udì una lamentevole voce, che diceva:I me la vogliono pur dare ed io non la voglio, che prete sono e prendere non la posso?e tutto sbigottito rimase, perciocchè non poteva sapere, donde venisse quella voce tante volte ripetita. E voltatosi or quinci or quindi, finalmente vide il sacco, nel quale il prete era legato; ed accostatosi al sacco (tuttavia il prete vociferando forte) lo sciolse e trovò il prete. Et addimandatelo per qual causa fusse nel sacco chiuso, e così altamente gridasse, gli rispose: che il signor della città gli volea dar per moglie una sua figliuola; ma che egli non la voleva sì perchè era attempato, sì anche perchè di ragione avere non la poteva per esser prete. Il pastorello, che pienamente dava fede alle finte parole del prete, disse:Credete voi, messere, che il Signore a me la desse?—Io credo di sì, rispose il pretequando tu fosti in questo sacco, si come io era, legato.E, messo il pastorello nel sacco, il prete strettamente lo legò, e con le pecore da quel luogo si allontanò. Non era ancor passato un'ora, che li tre malandrini ritornarono al luogo, dove avevano lasciato il prete nel sacco; e, senza guatarvi dentro, presero il sacco in ispalla, e nel fiume lo gettorono. E così il pastorello invece del prete la sua vita miseramente finì. Partitisi i malandrini, presero il cammino verso la lor casa; e, ragionando insieme, videro le pecore, che non molto lontano pascevano. Onde deliberarono di rubare un pajo di agnelli; e, accostatisi al gregge, videro prete Scarpacifico, ch'era di loro il pastore, e si maravigliarono molto, perciocchè pensavano, che nel fiume annegato si fusse. Onde dimandarono come fatto aveva ad uscire dal fiume. A i quali rispose il prete:O pazzi, voi non sapete nulla! Se voi più sotto mi affogavate, con dieci volte artante pecore di sopra me ne veniva.Il che udendo i compagni, dissero:O messere, volete voi farne questo beneficio? Voi ne porrete ne' sacchi e ne getterete nel fiume; e di masnadieri custodi di pecore diverremo.Disse il prete:Io sono apparecchiato a fare tutto quello, che vi aggrada; e non è cosa in questo mondo, che volentieri per voi non la facessi.E trovati tre buoni sacconi di ferma e fissa canevazza li pose dentro; e strettamente, che uscir non potessero, li legò; e nel fiume li avventò; e così infelicemente se n'andorono le anime loro a i luoghi bui, dove sentono eterno dolore. E prete Scarpacifico, ricco e di denari e di pecore, ritornò a casa e con la sua Nina ancora alquanti anni allegramente visse.»—Vedi ancheDe Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja. XXX. I due furbi e lo scemo.Tralascio di indicare infinite altre varianti, che non mi sovvengono con tutta precisione.[iv]Raddrizznon ho trovato nel Cherubini.[v]Vegnì giò di collinn.Sarebbe proprio loscollinare; adoperato dal Fagiuoli.

MANFANE, TANFANE E ZUFILO.[1]

C'era una volta tre fratelli; e si chiamavano Manfane, Tanfane e Zufilo. Ma Zufilo era piuttosto imbecille che nò, al paragone degli altri due maggiori dimolto furbi. Tutti questi fratelli facevano, come sarebbe a dire, l'arte di allevare capi di bestie grosse, vacche, manzi, vitelli, tori; e la mandria la tenevano in combutta, senza divisioni, ma ogni cosa assieme. Un giorno Manfane e Tanfane, che volevano diventar padroni dispotichi di tutta la mandria, senza farne parte al fratello piccolo, gli dissero con furbizia, perchè era giucco:—«S'ha a partire[2]la mandria: un rinserrato per uno; e' capi, che ci vanno dentro, saranno di chi è il rinserrato.»—Si trovaron d'accordo in sul patto e ognuno si messe di bona voglia a fare il rinserrato. Quelli di Manfane e di Tanfane erano di belle frasche tutte verdi e fronzute, e Zufilo invece scelse per il suo de' pali secchi e frasche senza foglie. Sicchè, dunque, la mandria andò tutta ne' rinserrati di Manfane e Tanfane; e nel rinserrato di Zufilo non c'entrò che una vacca magra magra, che gli si vedevano tutte le costole. Zufilo disse allora alla moglie:—«Che se ne fa di questa manza secca allampanata? È meglio ammazzarla e venderne la pelle in città.»—«Sì sì,»—disse la moglie.—«Ammazzala, si venderà la pelle a caro prezzo.»—Zufilo preso un coltello, scannò dunque la vacca. E poi lascorticò. E il cojo, lo fece seccare al sole; e, quando fu ben rasciutto, se lo messe in spalla, e colla moglie andò alla città vicina. Entrato dentro, per le vie gridava:—«Una bella pelle da vendere! La vendo pelo pelo un soldo.»—Ma tutti lo pigliavan per matto; e non ci fu nessuno, che volesse comprare il cojo di Zufilo. S'era già fatto notte; le botteghe si chiudevano e i cittadini si ritiravano in casa. Zufilo disse alla moglie:—«Che ci si fa qui? Andiamo via. Tanto il cojo non c'è caso di venderlo più. Torniamo a casa.»—E s'avviano per una porta della città. Usciti fori dell'abitato, Zufilo e la moglie si trovarono per uno stradone lungo, tutto pieno d'alberi dalle parti; sicchè, cammina cammina, si fece buio fitto, e spersero la strada. Arrivati un pezzo in su, c'era un mucchio di querce; e, nel pulito, come de' sedili e delle tavole di pietra. Dice Zufilo:—«Moglie, non è capo seguitare a ire. Mi par meglio fermarsi e montare sur una di queste querce a riposare, che 'n sennonoe gli animali ci potrebber anche divorare. A bruzzolo, si ritroverà per rimetterci a casa.»—E, detto fatto, s'arrampicarono su per una grossa querce; e tra' rami s'accomodarono come gli riuscì[3]; e Zufilo aveva sempre il cojo sulle spalle. Tutto a un tratto, ecco un branco d'assassini. Accesero de' lumi; e, tirato fori de' sacchetti di quattrini, si messero a sedere e a giocare su quelle tavole di pietra. Zufilo e la moglie, tutti impauriti, badavano anche a non rifiatare, per paura d'essere scoperti e ammazzati senza misericordia. Dopo un po' di tempo, dice Zufilo:—«Moglie, non ne posso più. Ho voglia di pisciare. I' piscio.»—«Noe, per amor di dio! Se tu pisci, marito, siamo morti!»—disse la moglie sotto voce.—«Tant'è, i' 'un la reggo. I' piscio.»—E giù per le rame, Zufilo lascia ire una bella pisciata, che va a cascare sulle tavole, dove gliassassini giocavano.—«Oh!»—dice uno:—«E' pioviccica. Ma 'un sarà nulla. Via via! Seguitiamo.»—E seguitano a giocare. Passa un altro po' di tempo; dice Zufilo:—«Moglie, la mi scappa. I' ho voglia di cacare.»—«Pover'a noi!»—dice la moglie:—«Ora poi, se tu la fai, siam morti davvero. Trattiella[4].»—«Cheh: i' 'un posso. I' la fo.»—E, sbottonati i calzoni, Zufilo fa 'l fatto suo. Uno degli assassini, sentendo cader roba, si volta in su e poi dice:—«È manna. Seguitiamo a giocare. Nun è nulla.»—E seguitano. Passa un altro po' di tempo; dice Zufilo:—«Moglie, questo cojo mi pesa; mi rompe le spalle. Lo butto via.»—«Ma sie' tu matto?»—dice la moglie.—«S'ha da morire scannati in tutti i modi. Ora poi non si scampa!»—Ma, in quel mentre, Zufilo lascia ire il cojo, che, secco a quel mo', giù per le rame della querce faceva un fracassìo indiavolato.—«Il diavolo! il diavolo!»—cominciarono a urlare gli assassini; e fuggi in un battibaleno, lasciando tutti i quattrini sulle tavole! Quando non ci fu più nessuno, Zufilo e la moglie scesero dalla querce; e, rammucchiato l'oro e l'argento, lo messero dentro al cojo; e, già essendo giorno, ritrovata la via, ritornarono allegri e contenti a casa.[5] Arrivati che furono a casa, Zufilo e la moglie con quel cojo pieno di quattrini, Manfane e Tanfane si divoravano dall'astio.—«O come hai fatto,»—gli dissero,—«a diventar tanto ricco?»—dice Zufilo:—«Guà! son'ito alla città e ci ho venduto il cojo della mi' vacca a un soldo il pelo.»—Allora, sentendo questo, Manfane e Tanfane dissero fra di loro:—«Anche noi si può far meglio di questo giucco. Via! ammazziamo le due più belle vacche della mandria; e se ne venderà il cojo a due soldi il pelo.»—Detto fatto e vanno alla città. E lì urla che ti urlo:—«Du' bellepelli, chi le vole? A due soldi pelo pelo.»—Ed eccoti gran radunata di popolo; e lì a contrasto:—«Siete matti? Aresti a esser come quello dell'altro giorno! Aete anche cresciuto la chiesta! O che credete, che i cittadini sieno imbecilli?»—E poi improperî a' malcapitati; e finirono con rimandarli fori della porta a suon di calci e legnate, sicchè tornarono Manfane e Tanfane a casa, tutti pesti e malconci. In quel tramezzo, Zufilo n'aveva pensata un'altra dentro la su' zuccaccia citrulla. Prese un barile senza fondo e l'empì in bon dato di sterco umano, e il di sopra tutto di miele sopraffino; e, poi andato in città, si messe per le strade a gridare:—«Cacca melata bona, chi la vole?»—De' minchioni per le città ce n'è sempre! Gli disse uno:—«O che vendi?»—E lui:—«Guà! cacca melata. La volete?»—Il fatto si è, che quello comprò il barile pieno, senza nemmeno guardarlo dentro e glielo pagò per bene. E Zufilo, furbaccio, gli disse:—«Ora non posso stare a aspettare che lo votate: verrò per esso stasera, quand'io ho fatto le mi' faccende in città.»—«Sie sie, d'accordo. A rivederci!»—E chi s'è visto s'è visto. Zufilo ci ha ancora da tornare a pigliare il barile voto. Manfane e Tanfane perdono 'l capo, nel vedere Zufilo tornare sempre dalla città, carico di quattrini: astiosi, l'invidia se li mangiava vivi. Gli andarono incontro a Zufilo; e un di loro gli domandò:—«O di dove gli ha' tu cavati tanti quattrini?»—«Guà!»—rispose Zufilo:—«I' ho fatto così e così; i' gli ho presi 'n sulla cacca melata. Provatevi anche voi.»—«Sì sì, che si proverà. S'ha a fare anche meglio di te.»—E subito, accomodano due barili di sterco, ricoperto con miele sopraffino; e il giorno dopo, a bruzzolo, via alla città.—«Si vende cacca melata. Chi la vole? Ohè!»—Càpitano, per su' disgrazia, dinanzila bottega di quello, che aveva comprata la cacca melata da Zufilo; gli sente e esce fori con un randello:—«Brai Mei!»—gli dice:—«Aresti a essere della stessa genìa di quell'altro, che mi messe in mezzo. Ma, per zio, me l'avete a pagare.»—E picchia ch'i' ti picchio senza rembolare; non gli dette neanche il tempo di rispondere. Accorse gente a quel chiasso. E tutti addosso a Manfane e Tanfane, che gli ebber dicatti di mettersi a correre e scappare a più non posso, buttando via i barili. E arrivarono a casa coll'ansima e alleniti, tutti pesti e più morti che vivi. Quando si furono un po' rimessi, Manfane e Tanfane, pensavano tra di loro:—«Eppure questo giucco ci ha minchionato, e come ci ha minchionato, per du' volte. Ma gli s'ha a far pagare.»—Dice Manfane:—«Ammazziamolo.»—Tanfane però disse:—«Chè! gli è fratello. Sarebbe un peccato troppo grosso ammazzare un fratello. Piuttosto si cucirà dentro un sacco e si metterà 'n sulla spiaggia del mare, e lì o i pesci o l'acqua lo porteran via, e non se ne saprà più nulla.»—Detto fatto, agguantano Zufilo; e per forza lo metton dentro un sacco e ce lo cuciono alla rinfranta; e poi lo portano alla spiaggia del mare e lo lasciano lì. Era quasi buio e Zufilo dentro al sacco mugolava, come chi si lamenta. Eccoti un pastore con delle pecore, che le rimenava nel chiuso. E sonava uno zufilo per la via. Tutt'a un tratto sente il lamento e si ferma per conoscere di dove veniva, e vede il sacco con quell'omo dentro. Dice:—«Oh! che ci fai costì dentro? Oh! chi siei?»—E Zufilo furbo:—«Non ho voluto sposare la figliola del Re, e m'hanno messo in questo sacco sulla spiaggia del mare, finchè non dico di sì. E io non la voglio la figliola del Re.»—«Che bue!»—dice il pastore:—«Se me la dassero a me, la pigliere' subito.»—«Guà!»—glirispose Zufilo:—«T'ha' a far così. Aprimi e entra nel mi' posto. Domani tornano a sentire, se ho mutato pensieri. Se tu sei nel mi' posto, quella bella sorte toccherà a te. I' non t'avrò astio.»—«D'accordo!»—disse il pastore; e scuce Zufilo e entra in vece sua nel sacco. E Zufilo ce lo serra dentro a doppio cucito; poi piglia lo zufilo del pastore e fischiettando va via colle pecore. E il pastore rimane lì sulla spiaggia del mare a aspettare gli ambasciatori del Re. Aspetta! gli hanno ancora da arrivare! La notte venne una tempesta e portò via il sacco col pastore dentro, che non se ne seppe più nulla. Infrattanto Zufilo arrivò a casa colle pecore e zufilava da lontano. Manfane e Tanfane erano rimbecilliti a quello spettacolo. Gli pareva e non gli pareva che fosse Zufilo. Ma poi lo riconobbero quando gli fu vicino; e gli andarono incontro per sapere com'era uscito dal sacco e avesse fatto l'acquisto delle pecore. E Zufilo gli raccontò ogni cosa, sicchè quelli, disperati, di non poter vincere con Zufilo, s'ammazzarono tra di loro, e addio! E così Zufilo restò padrone d'ogni cosa e campò tuttavia in godimento per dimolto tempo.[6]

NOTE

[1]Raccolta in Prato dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Neglistudî|sui|dialetti greci della terra d'Otranto|del|prof. dott. Giuseppe Morosi|preceduti da una raccolta|di|Canti Leggende Proverbi e Indovinelli|nei dialetti medesimi||Lecce|Tip. editricesalentina|1870vien riferita una leggenda di Martano, della quale trascriverò qui la versione dal grecanico, data dall'istesso Morosi:—«Una volta c'era un padre e una madre. Venne la morte; e portò via la madre e lasciò il padre con tre figli. Que' tre figli, uno si chiamava Ipazio, l'altro Antonuccio e il terzo Trianniscia, perchè era piuttosto sciocco. Cadde ammalato il padre e chiamò il figlio grande e anche Antonuccio edisse:Venite, figliuoli miei, che devo accomodarvi. Io posseggo due buoi ed una vacca. La coppia buona ve la do a voi; e la vacca grama datela al Trianniscia. Morì il padre; e quelli rimasero con la coppia buona e il Trianniscia con la vacca grama. E che fece il Trianniscia? Prese e scorticò la vacca e ne buttò la pelle sopra un pero agreste. La pelle si disseccò ben bene; ed egli la legò con un filo alla sua persona e andava camminando e facea il tamburrino. Arrivò ad un canale, dove i ladri stavano spartendo molti denari. Essi udirono il tamburro e dissero:Lasciamo i denari, che vengono i carabinieri e ci conducono in prigione. E il Trianniscia li prese e ritornò a casa sua e mostrò i denari a' suoi fratelli. E i suoi fratelli gli dissero:Come facesti, fratelluccio nostro?Ed egli disse:Scorticai la mia vacca, ne seccai la pelle e la vendetti. Si voltarono i fratelli e dissero:Facciamo anche noi come fece costui?Ammazzarono i buoi, ne buttarono la pelle sopra un pero agreste e la fecero disseccare e la presero e andavano dicendo:Chi vuole pelli a cento ducati il pelo? a cento ducati il pelo?Vennero i carabinieri e li pigliarono. E quando uscirono, voleano ammazzare il loro fratello. E questo prese una cesta e andò ad un paese, da un cantiniere; e gli lasciò la cesta e disse:Non me la tocchino; che io devo andare ad ascoltare la messa. E quando ritornò, non ritrovò la cesta; perchè i servi del cantiniere l'aveano presa per mettervi dentro sterco; e cominciò a fare parole. E il cantiniere gli disse:Non parlare più che io ho cento ducati e te li dò. Quegli, quando ebbe i danari, pigliò strada e se n'andò. E di nuovo che fece? si nascose nella chiesa, entro un confessionale. Stavano sotterrando una signora; ed egli rimase la notte e aperse la tomba; trasse fuori la signora, la caricò sulle spalle e la portò fuori della chiesa. Trovò un cavallo, gli mise un basto e collocovvi la signora sopra e andò a Lecce. E di nuovo arrivò da un cantiniere, dove avea vedute tre belle fanciulle. Prese e calò la signora, e disse al cantiniere:Tenetemela bene, questa signora; lasciatela dormire, che io vò ad ascoltare la messa: non me la scoprite. E andò alla chiesa e tornò e fece mostra di averla trovata morta e incominciò a fare parole. E il cantiniere disse:Non gridare, che io ho tre figlie; pigliane una; quale ti piace?Ed egli ne scelse una, e ritornò con la bella fanciulla da' suoi fratelli. E i fratelli si voltarono e dissero:Che cosa ci ha fatto questi? Unae una, due; e una tre. Pigliamolo, leghiamolo in un sacco e portiamolo al mare. E lo caricarono in ispalla per buttarlo nel mare. E arrivarono ad un muro e gittarono il sacco dietro al muro e andarono ad ascoltare la messa. Vi era un mandriano, che stava suonando la sampogna; e vide questa cosa, e venne dietro al muro e disse:E che cosa c'è in questo sacco?Rispose di dentro il Trianniscia:Vieni ed entra tu, che esco io. E il mandriano lo sciolse; ed uscì quello di là dentro e vi entrò il mandriano. Uscirono i due fratelli dalla messa, andarono e si caricarono il sacco in ispalla, e, quando furono giunti al mare lo presero e lo buttarono là dentro. E pigliavano a tornare dal mare e diceano:Ci siamo liberati di lui. Ma, quando arrivarono là, vicino al muro, trovarono il Trianniscia, che suonava la sampogna. E dissero:Trista nostra sorte!Questo è un qualche diavolo, che ci va corbellando.»—Il Morosi, dichiara di pubblicare—«Quattro leggende, tre di Martano e una di Sternatia, che altro forse non sono, se non leggende o conti italiani, entrati nel fondo greco di queste colonie, tanto più che di solito, come mi fu assicurato, si narrano appunto da' Greci stessi in italiano; e che non riusciranno, io credo, affatto inutili a chi studia nelle leggende, come ne' proverbî e ne' canti, il nascere e il trasformarsi progressivo de' sentimenti e delle idee delle singole moltitudini e quindi, che meglio importa, la parentela più o meno stretta, che fra loro collega le moltitudini diverse, i diversi rampolli di una medesima stirpe. Notevole fra tutte è la prima, ossia la leggenda dello sciocco astuto, che è, se non erro, patrimonio comune dei popoli di stirpe ariana.»—Ecco poi una variante, toscana anch'essa, della nostra novella:IL MATTARUGIOLO E IL SAVIO[i].La sorte fece nascere du' fratelli, che, 'nnanzi che fussano grandi, erano rimasti insenza il babbo, sicchè stevano colla su' mamma sola. Di questi du' fratelli, il maggiore gli era un giovinotto savio, che gli garbava lavorare e manteneva tutta la casa, da poero bracciante, ma pure non gli faceva mancar di nulla. Quell'altro,il più piccino, gli era mattarugiolo, un po' scemo, via! in nella testa; e' non sapeva movere una paglia a modo; le faceva tutte alla rovescia le su' cose. Un giorno il Mattarugiolo va dal Savio; dice:—«Quanto mi garban quelle ragazze di laggiù 'n fondo alla via! Anco loro, se le 'ncontro, mi guardano e ridono.»—Dice 'l Savio:—«Vieni a veglia.»—«Oh! che ci si fa a veglia?»—«Si discorre, si raccontan delle novelle; e, quando s'è 'nnamorati, alla dama gli si tira dell'occhiate.»—Il Mattarugiolo, quand'ebbe avuto queste 'struzioni, va nella stalla in dove erano le capre e gli leva a tutte gli occhi e po' di quest'occhi se n'empie una tascata. La sera, si mette addosso la meglio giubba e va a veglia da quelle ragazze; e lì a dire buacciolate e a far de' versacci. Sicchè tutta la conversazione rideva a crepapancia e lo sbeffavano a bono il Mattarugiolo. Ma lui comincia a tirar di quegli occhi di capra nel grugno alle ragazze. A quel brutto scherzo loro si messano a urlare:—«Porco lezzone, 'gnorante!»—E, dato di mano a un bastone per una, te lo legnorno insenza rembolare e a forza di spintoni lo buttorno fuori di casa e gli sbacchiorno l'uscio in sulle reni. Il Mattarugiolo, tutto pesto e svergognato, corse a casa piangendo dal Savio; dice lui:—«Oh! che ha 'tu fatto? Chi t'ha concio a codesto mò?»—«I' son' ito a veglia dalle ragazze in fondo alla via, e loro m'hanno legnato.»—Dice il Savio:—«Ma come? Come ti sie' tu diportato?»—«Gua'! I' gli ho tiro dell'occhiate di capra.»—«Dell'occhiate di capra? Che vo' tu dire con quest'occhiate di capra?»—«Gua'! I' ho levo gli occhi alle capre e me ne son fatta una tascata, e a quelle ragazze gliel'ho butti 'n faccia. Tu non dicesti ch'i' gli avevo a dar dell'occhiate?»—Sclamò il Savio:—«Oh! birbone, imbecille! Tu ha' guasto le capre! Tu sie' la rovina di questa casa[ii]!»—Passornode' giorni e il Savio gli era andato al mercato per le su' faccende; dice il Savio:—«Abbi giudizio e provvedi alla casa.»—In quel mentre che il Savio stava fuori, ecco passa un pentolaio:—«Pentolaio, donne: tegami e pentoli, chi ne vole?»—Lo sente il Mattarugiolo e si fa 'n sulla porta:—«Ohè! galantomo. Quanto volete voi di tutto il cacciucco?»—«Il corbello pieno costerà dieci paoli. Che volete comprare ogni cosa?»—«Sì; perchè bisogna ch'i' provvegga alla casa.»—E insenza altri discorsi, il Mattarugiolo sale in cammera e dalla cassa pigliauna muneta di dieci paoli, che c'era dentro, e la dà al pentolaio per valsente del su' corbello di cocci; poi gli mette tutti 'n fila nella cucina. Torna il Savio dal mercato e vede quello spettacolo; dice:—«Chi ha porto tutti questi cocci?»—«Gli ho compri io per provvedere alla casa.»—«Oh! i quattrini chi te gli ha dati?»—«Gua'! I' gli ho presi dalla cassa: quel coso tondo luccichente, che c'era.»—Il Savio stiede in sull'undici once di picchiarlo il Mattarugiolo a quella brutta notizia:—«Oh! poero me,»—sclama,—«tu mi vo' proprio rovinare.»—Dopo del tempo, il Savio dovette dilontanarsi di casa e gli era di verno; chiama il Mattarugiolo, prima di partire, e gli fa una bella predica.—«Non fare al solito. Tien la testa con teco e bada alla casa. Abbi 'l pensiero alla mamma. Poera donna! gli è vecchia e ha freddo. Riscaldala e che non gli manchi nulla al bisognevole. Ha' tu 'nteso? Non esser tanto allocco.»—«Non dubitare,»—disse il Mattarugiolo,—«alla mamma ci penserò io.»—Quando dunque il Savio fu andato via, il Mattarugiolo vedde che la su' mamma sbatteva i denti dal gran freddo, che aveva: faceva un'asprore, chè il vino si diacciava nel bicchieri.—«Mamma, vi fa freddo? Aspettate che vi riscaldo a modo.»—Piglia delle fascine il Mattarugiolo e arroventa il forno, e poi ci accomida drento una sieda e ci mette li accoccolata per forza quella sciaurata di vecchia; sicchè in un attimo gli era stecchita e mostrava i denti. E il Mattarugiolo tutt'allegro:—«Vo' ridete, eh! mamma. Che bel caldo che c'è costì!»—Eccoti torna il Savio:—«E della mamma che n'ha' tu fatto? L'ha' tu custodita com'i' ti dissi?»—«Eccome!»—dice il Mattarugiolo:—«Vieni a vedi, s'i' t'ho ubbidito.»—E lo mena al forno. A quello spettacolo il Savio fu per cascare morto per le terre dal gran dispiacere.—«Oh! assassino, mammalucco, invecille! Tu ha' ammazzato tu' madre,»—principiò a urlare il Savio, e si strappava i capelli dalla disperazione. Dice:—«Qui non ci si pole più stare: se la giustizia viene in cognizione di questo delitto, ci taglia la testa a tutti e due. Via! bisogna scappare e andar lontano. Mattarugiolo, piglia l'uscio e viemmi dietro.»—Il Mattarugiolo mezzo sbalordito da quegli urli e da quelle gridate, leva l'imposte dell'uscio d'in su i gangheri, se le butta in ispalla e corri chi ti corro in su' passi del fratello. Camminato che ebbano un pezzo, s'era fatto notte scura in mezzo a una macchia, sicchè il Savio si fermò, e arrivoltandosi vedde il Mattarugiolo colle 'mposte addosso.—«Oh!poero a me, tu non ne fa' una a garbo.»—Dice il Mattarugiolo:—«Oh! tu non ha' detto, piglia l'uscio e viemmi rieto?»—«Sì, ma ho volsuto dire, nusci di casa, allocco.»—Ma in quel mentre, che contrastavano, si sente de' rumori e delle voci. Dice il Savio:—«Zitto, ci sono gli assassini. Presto, montiamo in vetta a questa quercia, insennonnò ci ammazzano.»—E subbito s'arrampica su per il tronco e s'accomida alla meglio nel folto delle foglie tra du' rami; e anco il Mattarugiolo gli andette rieto, insenza però lassare le du' imposte. Figuratevi che fatica! Doppo un po', eccoti compariscono gli assassini; sarà stato in verso la mezzanotte: e loro accesano de' lumi, poi stesano una tovaglia e lì prima ci contorno dimolti quattrini rubbati e poi si messano a mangiare e a bere, perchè con loro avevano presciutti, salami, de' fiaschi di vino e insomma ogni ben di dio. In su 'l più bello dice il Mattarugiolo al Savio:—«Mi scappa da pisciare.»—«Non la fare, sai. Che se ci scoprono, siemo morti.»—«I' non posso tienerla. Mi scappa.»—E 'n quel mentre piscia. Gli assassini, che eran sotto alla quercia, a sentirsi tutti bagnare, si rivoltorno 'n su per vedere quel, che fosse. Dice il capo—ladro:—«Di certo c'è tra' rami qualche uccellaccio. Gli si tirerà domani a levata di sole.»—E si rimettono a mangiare. Di lì a un po' dice il Mattarugiolo:—«Savio, i' non la tiengo, la mi scappa. Ho voglia di cacare.»—«Ma che sie' scemo insenza rimedio? Non la fare, sai.» Il Mattarugiolo però non gli diede retta, si calò i calzoni e giù. Gli assassini a veder quella delizia cascare in nella tovaglia, s'arrabbiorno a bono. Ma 'l capo—ladro gli disse:—«Non vi confondete; è un uccellaccio, che fa queste porcherie: ma domani i' lo pago con una stioppettata.»—E seguitorno la cena. Tutto a un tratto dice il Mattarugiolo:—«I' non le reggo più: mi scappan di mano dal peso!»—e, non badando punto alla disperazione del Savio, lassa le imposte dell'uscio, che ruzzolan giù a precipizio tra' rami della quercia. A quel fracassio gli assassini si rizzorno spauriti; e, credendo che la quercia gli cascasse in sul capo, telorno via più presto del vento, dibandonando lì per le terre quattrini e robba. Quando gli fu passato lo spavento e giù il sole si levava, il Savio scese dalla quercia per vedere quel, che era successo. Dimolti fiaschi di vino quelle imposte l'avevano rotti in tricioli; ma tutto il resto era sano. Sicchè tra lui e il Mattarugiolo radunorno, nella tovaglia, il mangiare e i quattrini; e ripresano col carico in dosso la via per tornarsene a casa. Addove arrivati, ricchi a quel modo, non patirono più la fame,feciano acquisto di poderi e se la godettano allegri e contenti a quel dio.

[1]Raccolta in Prato dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Neglistudî|sui|dialetti greci della terra d'Otranto|del|prof. dott. Giuseppe Morosi|preceduti da una raccolta|di|Canti Leggende Proverbi e Indovinelli|nei dialetti medesimi||Lecce|Tip. editricesalentina|1870vien riferita una leggenda di Martano, della quale trascriverò qui la versione dal grecanico, data dall'istesso Morosi:—«Una volta c'era un padre e una madre. Venne la morte; e portò via la madre e lasciò il padre con tre figli. Que' tre figli, uno si chiamava Ipazio, l'altro Antonuccio e il terzo Trianniscia, perchè era piuttosto sciocco. Cadde ammalato il padre e chiamò il figlio grande e anche Antonuccio edisse:Venite, figliuoli miei, che devo accomodarvi. Io posseggo due buoi ed una vacca. La coppia buona ve la do a voi; e la vacca grama datela al Trianniscia. Morì il padre; e quelli rimasero con la coppia buona e il Trianniscia con la vacca grama. E che fece il Trianniscia? Prese e scorticò la vacca e ne buttò la pelle sopra un pero agreste. La pelle si disseccò ben bene; ed egli la legò con un filo alla sua persona e andava camminando e facea il tamburrino. Arrivò ad un canale, dove i ladri stavano spartendo molti denari. Essi udirono il tamburro e dissero:Lasciamo i denari, che vengono i carabinieri e ci conducono in prigione. E il Trianniscia li prese e ritornò a casa sua e mostrò i denari a' suoi fratelli. E i suoi fratelli gli dissero:Come facesti, fratelluccio nostro?Ed egli disse:Scorticai la mia vacca, ne seccai la pelle e la vendetti. Si voltarono i fratelli e dissero:Facciamo anche noi come fece costui?Ammazzarono i buoi, ne buttarono la pelle sopra un pero agreste e la fecero disseccare e la presero e andavano dicendo:Chi vuole pelli a cento ducati il pelo? a cento ducati il pelo?Vennero i carabinieri e li pigliarono. E quando uscirono, voleano ammazzare il loro fratello. E questo prese una cesta e andò ad un paese, da un cantiniere; e gli lasciò la cesta e disse:Non me la tocchino; che io devo andare ad ascoltare la messa. E quando ritornò, non ritrovò la cesta; perchè i servi del cantiniere l'aveano presa per mettervi dentro sterco; e cominciò a fare parole. E il cantiniere gli disse:Non parlare più che io ho cento ducati e te li dò. Quegli, quando ebbe i danari, pigliò strada e se n'andò. E di nuovo che fece? si nascose nella chiesa, entro un confessionale. Stavano sotterrando una signora; ed egli rimase la notte e aperse la tomba; trasse fuori la signora, la caricò sulle spalle e la portò fuori della chiesa. Trovò un cavallo, gli mise un basto e collocovvi la signora sopra e andò a Lecce. E di nuovo arrivò da un cantiniere, dove avea vedute tre belle fanciulle. Prese e calò la signora, e disse al cantiniere:Tenetemela bene, questa signora; lasciatela dormire, che io vò ad ascoltare la messa: non me la scoprite. E andò alla chiesa e tornò e fece mostra di averla trovata morta e incominciò a fare parole. E il cantiniere disse:Non gridare, che io ho tre figlie; pigliane una; quale ti piace?Ed egli ne scelse una, e ritornò con la bella fanciulla da' suoi fratelli. E i fratelli si voltarono e dissero:Che cosa ci ha fatto questi? Unae una, due; e una tre. Pigliamolo, leghiamolo in un sacco e portiamolo al mare. E lo caricarono in ispalla per buttarlo nel mare. E arrivarono ad un muro e gittarono il sacco dietro al muro e andarono ad ascoltare la messa. Vi era un mandriano, che stava suonando la sampogna; e vide questa cosa, e venne dietro al muro e disse:E che cosa c'è in questo sacco?Rispose di dentro il Trianniscia:Vieni ed entra tu, che esco io. E il mandriano lo sciolse; ed uscì quello di là dentro e vi entrò il mandriano. Uscirono i due fratelli dalla messa, andarono e si caricarono il sacco in ispalla, e, quando furono giunti al mare lo presero e lo buttarono là dentro. E pigliavano a tornare dal mare e diceano:Ci siamo liberati di lui. Ma, quando arrivarono là, vicino al muro, trovarono il Trianniscia, che suonava la sampogna. E dissero:Trista nostra sorte!Questo è un qualche diavolo, che ci va corbellando.»—Il Morosi, dichiara di pubblicare—«Quattro leggende, tre di Martano e una di Sternatia, che altro forse non sono, se non leggende o conti italiani, entrati nel fondo greco di queste colonie, tanto più che di solito, come mi fu assicurato, si narrano appunto da' Greci stessi in italiano; e che non riusciranno, io credo, affatto inutili a chi studia nelle leggende, come ne' proverbî e ne' canti, il nascere e il trasformarsi progressivo de' sentimenti e delle idee delle singole moltitudini e quindi, che meglio importa, la parentela più o meno stretta, che fra loro collega le moltitudini diverse, i diversi rampolli di una medesima stirpe. Notevole fra tutte è la prima, ossia la leggenda dello sciocco astuto, che è, se non erro, patrimonio comune dei popoli di stirpe ariana.»—Ecco poi una variante, toscana anch'essa, della nostra novella:

IL MATTARUGIOLO E IL SAVIO[i].

La sorte fece nascere du' fratelli, che, 'nnanzi che fussano grandi, erano rimasti insenza il babbo, sicchè stevano colla su' mamma sola. Di questi du' fratelli, il maggiore gli era un giovinotto savio, che gli garbava lavorare e manteneva tutta la casa, da poero bracciante, ma pure non gli faceva mancar di nulla. Quell'altro,il più piccino, gli era mattarugiolo, un po' scemo, via! in nella testa; e' non sapeva movere una paglia a modo; le faceva tutte alla rovescia le su' cose. Un giorno il Mattarugiolo va dal Savio; dice:—«Quanto mi garban quelle ragazze di laggiù 'n fondo alla via! Anco loro, se le 'ncontro, mi guardano e ridono.»—Dice 'l Savio:—«Vieni a veglia.»—«Oh! che ci si fa a veglia?»—«Si discorre, si raccontan delle novelle; e, quando s'è 'nnamorati, alla dama gli si tira dell'occhiate.»—Il Mattarugiolo, quand'ebbe avuto queste 'struzioni, va nella stalla in dove erano le capre e gli leva a tutte gli occhi e po' di quest'occhi se n'empie una tascata. La sera, si mette addosso la meglio giubba e va a veglia da quelle ragazze; e lì a dire buacciolate e a far de' versacci. Sicchè tutta la conversazione rideva a crepapancia e lo sbeffavano a bono il Mattarugiolo. Ma lui comincia a tirar di quegli occhi di capra nel grugno alle ragazze. A quel brutto scherzo loro si messano a urlare:—«Porco lezzone, 'gnorante!»—E, dato di mano a un bastone per una, te lo legnorno insenza rembolare e a forza di spintoni lo buttorno fuori di casa e gli sbacchiorno l'uscio in sulle reni. Il Mattarugiolo, tutto pesto e svergognato, corse a casa piangendo dal Savio; dice lui:—«Oh! che ha 'tu fatto? Chi t'ha concio a codesto mò?»—«I' son' ito a veglia dalle ragazze in fondo alla via, e loro m'hanno legnato.»—Dice il Savio:—«Ma come? Come ti sie' tu diportato?»—«Gua'! I' gli ho tiro dell'occhiate di capra.»—«Dell'occhiate di capra? Che vo' tu dire con quest'occhiate di capra?»—«Gua'! I' ho levo gli occhi alle capre e me ne son fatta una tascata, e a quelle ragazze gliel'ho butti 'n faccia. Tu non dicesti ch'i' gli avevo a dar dell'occhiate?»—Sclamò il Savio:—«Oh! birbone, imbecille! Tu ha' guasto le capre! Tu sie' la rovina di questa casa[ii]!»—Passornode' giorni e il Savio gli era andato al mercato per le su' faccende; dice il Savio:—«Abbi giudizio e provvedi alla casa.»—In quel mentre che il Savio stava fuori, ecco passa un pentolaio:—«Pentolaio, donne: tegami e pentoli, chi ne vole?»—Lo sente il Mattarugiolo e si fa 'n sulla porta:—«Ohè! galantomo. Quanto volete voi di tutto il cacciucco?»—«Il corbello pieno costerà dieci paoli. Che volete comprare ogni cosa?»—«Sì; perchè bisogna ch'i' provvegga alla casa.»—E insenza altri discorsi, il Mattarugiolo sale in cammera e dalla cassa pigliauna muneta di dieci paoli, che c'era dentro, e la dà al pentolaio per valsente del su' corbello di cocci; poi gli mette tutti 'n fila nella cucina. Torna il Savio dal mercato e vede quello spettacolo; dice:—«Chi ha porto tutti questi cocci?»—«Gli ho compri io per provvedere alla casa.»—«Oh! i quattrini chi te gli ha dati?»—«Gua'! I' gli ho presi dalla cassa: quel coso tondo luccichente, che c'era.»—Il Savio stiede in sull'undici once di picchiarlo il Mattarugiolo a quella brutta notizia:—«Oh! poero me,»—sclama,—«tu mi vo' proprio rovinare.»—Dopo del tempo, il Savio dovette dilontanarsi di casa e gli era di verno; chiama il Mattarugiolo, prima di partire, e gli fa una bella predica.—«Non fare al solito. Tien la testa con teco e bada alla casa. Abbi 'l pensiero alla mamma. Poera donna! gli è vecchia e ha freddo. Riscaldala e che non gli manchi nulla al bisognevole. Ha' tu 'nteso? Non esser tanto allocco.»—«Non dubitare,»—disse il Mattarugiolo,—«alla mamma ci penserò io.»—Quando dunque il Savio fu andato via, il Mattarugiolo vedde che la su' mamma sbatteva i denti dal gran freddo, che aveva: faceva un'asprore, chè il vino si diacciava nel bicchieri.—«Mamma, vi fa freddo? Aspettate che vi riscaldo a modo.»—Piglia delle fascine il Mattarugiolo e arroventa il forno, e poi ci accomida drento una sieda e ci mette li accoccolata per forza quella sciaurata di vecchia; sicchè in un attimo gli era stecchita e mostrava i denti. E il Mattarugiolo tutt'allegro:—«Vo' ridete, eh! mamma. Che bel caldo che c'è costì!»—Eccoti torna il Savio:—«E della mamma che n'ha' tu fatto? L'ha' tu custodita com'i' ti dissi?»—«Eccome!»—dice il Mattarugiolo:—«Vieni a vedi, s'i' t'ho ubbidito.»—E lo mena al forno. A quello spettacolo il Savio fu per cascare morto per le terre dal gran dispiacere.—«Oh! assassino, mammalucco, invecille! Tu ha' ammazzato tu' madre,»—principiò a urlare il Savio, e si strappava i capelli dalla disperazione. Dice:—«Qui non ci si pole più stare: se la giustizia viene in cognizione di questo delitto, ci taglia la testa a tutti e due. Via! bisogna scappare e andar lontano. Mattarugiolo, piglia l'uscio e viemmi dietro.»—Il Mattarugiolo mezzo sbalordito da quegli urli e da quelle gridate, leva l'imposte dell'uscio d'in su i gangheri, se le butta in ispalla e corri chi ti corro in su' passi del fratello. Camminato che ebbano un pezzo, s'era fatto notte scura in mezzo a una macchia, sicchè il Savio si fermò, e arrivoltandosi vedde il Mattarugiolo colle 'mposte addosso.—«Oh!poero a me, tu non ne fa' una a garbo.»—Dice il Mattarugiolo:—«Oh! tu non ha' detto, piglia l'uscio e viemmi rieto?»—«Sì, ma ho volsuto dire, nusci di casa, allocco.»—Ma in quel mentre, che contrastavano, si sente de' rumori e delle voci. Dice il Savio:—«Zitto, ci sono gli assassini. Presto, montiamo in vetta a questa quercia, insennonnò ci ammazzano.»—E subbito s'arrampica su per il tronco e s'accomida alla meglio nel folto delle foglie tra du' rami; e anco il Mattarugiolo gli andette rieto, insenza però lassare le du' imposte. Figuratevi che fatica! Doppo un po', eccoti compariscono gli assassini; sarà stato in verso la mezzanotte: e loro accesano de' lumi, poi stesano una tovaglia e lì prima ci contorno dimolti quattrini rubbati e poi si messano a mangiare e a bere, perchè con loro avevano presciutti, salami, de' fiaschi di vino e insomma ogni ben di dio. In su 'l più bello dice il Mattarugiolo al Savio:—«Mi scappa da pisciare.»—«Non la fare, sai. Che se ci scoprono, siemo morti.»—«I' non posso tienerla. Mi scappa.»—E 'n quel mentre piscia. Gli assassini, che eran sotto alla quercia, a sentirsi tutti bagnare, si rivoltorno 'n su per vedere quel, che fosse. Dice il capo—ladro:—«Di certo c'è tra' rami qualche uccellaccio. Gli si tirerà domani a levata di sole.»—E si rimettono a mangiare. Di lì a un po' dice il Mattarugiolo:—«Savio, i' non la tiengo, la mi scappa. Ho voglia di cacare.»—«Ma che sie' scemo insenza rimedio? Non la fare, sai.» Il Mattarugiolo però non gli diede retta, si calò i calzoni e giù. Gli assassini a veder quella delizia cascare in nella tovaglia, s'arrabbiorno a bono. Ma 'l capo—ladro gli disse:—«Non vi confondete; è un uccellaccio, che fa queste porcherie: ma domani i' lo pago con una stioppettata.»—E seguitorno la cena. Tutto a un tratto dice il Mattarugiolo:—«I' non le reggo più: mi scappan di mano dal peso!»—e, non badando punto alla disperazione del Savio, lassa le imposte dell'uscio, che ruzzolan giù a precipizio tra' rami della quercia. A quel fracassio gli assassini si rizzorno spauriti; e, credendo che la quercia gli cascasse in sul capo, telorno via più presto del vento, dibandonando lì per le terre quattrini e robba. Quando gli fu passato lo spavento e giù il sole si levava, il Savio scese dalla quercia per vedere quel, che era successo. Dimolti fiaschi di vino quelle imposte l'avevano rotti in tricioli; ma tutto il resto era sano. Sicchè tra lui e il Mattarugiolo radunorno, nella tovaglia, il mangiare e i quattrini; e ripresano col carico in dosso la via per tornarsene a casa. Addove arrivati, ricchi a quel modo, non patirono più la fame,feciano acquisto di poderi e se la godettano allegri e contenti a quel dio.

[i]Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale—Pistoiese al prof. avv. Gherardo Nerucci.[ii]Fra le facezie delBebelio, ce n'e' una intitolata:De fatuo rustico:—«Cuidam ditissimæ viduæ unicus erat filius, sed crasso pecuarioque ingenio, omniumque stultissimus: qui cum in vicinia quandam virginem nobilem efflictim deperiret, petit illam sibi dari uxorem. Parentes virginis, etsi nobiles essent, inopia tamen et angustia rei domesticæ premebantur, neque facile eorundem natalium filiae virum deligere potuerunt: unde opulentia rustici permoti, non difficulter sunt precibus rustici assensi. Mater autem illius, stultitiæ nati conscia, verita ne propter incompositos mores virgo illum negligeret atque fastideret, curiose satis, quibus moribus esse debeat, instituit. Et cum primum fatuus virginem adiisset conciliandi amoris gratia, virgo abeuntem chirothecis donavit ex aluta, hoc est, tenuoribus pellibus confectis: quibus cum indutus abiret, imbris tempestate in nihilum redegit. Unde mater eum corripiens aiebat:Debebas, fili, thecas complicasse, atque pectorali involvisse. At ille secundo virginem accedens, accipitre donatus est. Abiens ergo et maternæ institutionis memor, eundem pectorali involvit: cumque matri munus ostendere vellet, mortuum accipitrem eduxit. Quem rursum matrem castigans, ait, eundem manibus gestandum fuisset. Tertio, cum virginem salutasset, nec prius thecas aut accipitrem curasset, donavit eum illa cribro frumentario; ex præcepto matris, abiens hoc ineptum capitulum cribrum super manibus, uti accipitrem debuisset, gestavit: matre iterum docente, idem equinæ caudæ appendi debuisse, memoriæ commendavit. Ultimo virgo desperatos hominis mores contemptui habens, eum larido condonavit: quod ille abiens caudæ equi appendit, in diversasque partes antequam domum veniret, per rubos et sentes discerpsit. Tandem mater verita ne filius propter incompositos mores omnino repudiaretur, custodiam domus illi commisit, ipsaque ad parentes virginis profecta est, obtinuitque ut dies nuptiarum diceretur: filio tamen mandata dedit, ne quid interea turbarum domi faceret hac abeunte. Ipse vero se in apothecas vinarias contulit, vinumque depromere volens, totum vas in pavimentum perfudit: quod ne mater videret sine profluvium, tosto farre et quidem plurimo constravit. Deinde in cœnaculum divertens et insolenter ingressus anserem incubantem exterruit, qui clamitansGag ag gag, stulto timorem incussit, quasi diceretIch will's sagen. Quare anserem arripiens quod se dicturum polliceretur, quæ in cellis vinariis egisset, obtruncavit, seque et totum corpus protinus melle, quod in propinquo vasculo inveniebat collinivit, contractisque undique ex pulvinaribus plumis ex mellis natura, in locum anseris incubandi gratia consedit. Matre itaque ex arce virginis domum repedante, filium more anseris incubantem reperit. Quæ dum hostium pulsasset, filiumque vocasset, respondit filiusGagagquasi voce et incubatione anseris officio fungeretur. Tandem relicta cavea, multis minis et interminationibus matrem intromisit. Quam cum nuptura virgo illico aubsequeretur, illa omnia incommoda quæ interim commiserat indulgendo, illum instituit quibus moribus sponsa esset salutanda, ut scilicet oculos hilare et comiter in eam conjiceret. At ille hac adveniente, maternis ovibus universis oculos eruit, omnesque illos in faciem virginis proiecit: sic enim oculos in eam conjiciendos esse putavit. Nihilominus tamen divitiae, optimum amoris vinculum, matrimonium procuraverunt. Quæ cui suppetant, nobilitatem, formam, prudentiam et cuncta alia donant.»—Cf.Basilo. (Pent.)Vardiello, ecc.

[i]Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale—Pistoiese al prof. avv. Gherardo Nerucci.

[ii]Fra le facezie delBebelio, ce n'e' una intitolata:De fatuo rustico:—«Cuidam ditissimæ viduæ unicus erat filius, sed crasso pecuarioque ingenio, omniumque stultissimus: qui cum in vicinia quandam virginem nobilem efflictim deperiret, petit illam sibi dari uxorem. Parentes virginis, etsi nobiles essent, inopia tamen et angustia rei domesticæ premebantur, neque facile eorundem natalium filiae virum deligere potuerunt: unde opulentia rustici permoti, non difficulter sunt precibus rustici assensi. Mater autem illius, stultitiæ nati conscia, verita ne propter incompositos mores virgo illum negligeret atque fastideret, curiose satis, quibus moribus esse debeat, instituit. Et cum primum fatuus virginem adiisset conciliandi amoris gratia, virgo abeuntem chirothecis donavit ex aluta, hoc est, tenuoribus pellibus confectis: quibus cum indutus abiret, imbris tempestate in nihilum redegit. Unde mater eum corripiens aiebat:Debebas, fili, thecas complicasse, atque pectorali involvisse. At ille secundo virginem accedens, accipitre donatus est. Abiens ergo et maternæ institutionis memor, eundem pectorali involvit: cumque matri munus ostendere vellet, mortuum accipitrem eduxit. Quem rursum matrem castigans, ait, eundem manibus gestandum fuisset. Tertio, cum virginem salutasset, nec prius thecas aut accipitrem curasset, donavit eum illa cribro frumentario; ex præcepto matris, abiens hoc ineptum capitulum cribrum super manibus, uti accipitrem debuisset, gestavit: matre iterum docente, idem equinæ caudæ appendi debuisse, memoriæ commendavit. Ultimo virgo desperatos hominis mores contemptui habens, eum larido condonavit: quod ille abiens caudæ equi appendit, in diversasque partes antequam domum veniret, per rubos et sentes discerpsit. Tandem mater verita ne filius propter incompositos mores omnino repudiaretur, custodiam domus illi commisit, ipsaque ad parentes virginis profecta est, obtinuitque ut dies nuptiarum diceretur: filio tamen mandata dedit, ne quid interea turbarum domi faceret hac abeunte. Ipse vero se in apothecas vinarias contulit, vinumque depromere volens, totum vas in pavimentum perfudit: quod ne mater videret sine profluvium, tosto farre et quidem plurimo constravit. Deinde in cœnaculum divertens et insolenter ingressus anserem incubantem exterruit, qui clamitansGag ag gag, stulto timorem incussit, quasi diceretIch will's sagen. Quare anserem arripiens quod se dicturum polliceretur, quæ in cellis vinariis egisset, obtruncavit, seque et totum corpus protinus melle, quod in propinquo vasculo inveniebat collinivit, contractisque undique ex pulvinaribus plumis ex mellis natura, in locum anseris incubandi gratia consedit. Matre itaque ex arce virginis domum repedante, filium more anseris incubantem reperit. Quæ dum hostium pulsasset, filiumque vocasset, respondit filiusGagagquasi voce et incubatione anseris officio fungeretur. Tandem relicta cavea, multis minis et interminationibus matrem intromisit. Quam cum nuptura virgo illico aubsequeretur, illa omnia incommoda quæ interim commiserat indulgendo, illum instituit quibus moribus sponsa esset salutanda, ut scilicet oculos hilare et comiter in eam conjiceret. At ille hac adveniente, maternis ovibus universis oculos eruit, omnesque illos in faciem virginis proiecit: sic enim oculos in eam conjiciendos esse putavit. Nihilominus tamen divitiae, optimum amoris vinculum, matrimonium procuraverunt. Quæ cui suppetant, nobilitatem, formam, prudentiam et cuncta alia donant.»—Cf.Basilo. (Pent.)Vardiello, ecc.

[2]Dividersela fra noi.—G. N.—Vedi, pag. 586.[3]Ecco un altro esempio di ventura, incontrata, per essersi arrampicata sugli alberi, da persona dispersa.EL PEGORÉE[i].Gh'era on fradell e ona sorella. El fradell, l'andava fœura cont i pegor; e, ona sira, ghe ne mancava vunna. El va a cà a piang a piang. Ma la soa sorella, insomma, l'era rabbiada, perchè ghe mancava sta pegora; e la ghe dis:—«Guardet ben, che se te vegnet a cà ona quaj altra sira cont ona pegora de men, te podet lassà stà de vegnì in cà.»—Lu, el ven on'altra sira, che ghe ne mancava on'altra anmò. El compagna i so pegor fin a l'uss e pœu l'è tornàa via, perchè el gh'aveva pagura de andà in cà de soa sorella; e l'è reussíi a vess in d'on bosch. El sent di pedann[ii], el gh'aveva pagura, el va in su ona pianta. Là ghe se ferma tre donn. Sti donn eren tre strij: se metten a discorr di striament[iii]che aveven faa quella sira. E vunna la dis:—«Mi hoo instriàa la tosa del Re, e gh'è nissun che pò falla guarì, qualunque[iv]dottor ghe vaga, gh'è nissunna medesinna bonna. Varda»—la dis—«mi l'hoo instriada e per fagh andà via l'instriament, bœugna che ciappen on boggettin e che vaghen in de la tal fontanna a impienill de quell'acqua là e che ghel daghen a gotta a gotta a gotta a gotta e savè fà anca a daghel. Allora la guarirà.»—Sto fiœu, el sent tutti sti discors, che faven lì sti donn, el dava a trà[v]quel che diseven e el stava lì quiett, quiett, quiett. E lu, dopo, i ha lassàa andà via e l'è vegnùu giò e l'ha ditt:—«Coss'hoode fà mi adess chì? Bœugna, che vaga distant, innanz che mia sorella vegna a savè che mi sont di sti part chì!»—L'è andàa, e l'è andàa a cercà on sit de trovà de servì, de fa el servitor de stalla, perchè l'era on pajsanell[vi], per podè trovà de guadagnà on poo de pan de mangià. L'era on trì o quattr ann che l'era via, soa sorella la saveva pu nient dove l'era, no l'aveva nè nœuva nè ambassada. Ven, che lu el sent, che diseven, che gh'era la tosa del Re d'on sit distant dove l'era lu, che la stava inscì mal; insomma, che gh'era andàa tutti i professor, tutti i dottor e nessun podeven falla guarì. E lu, el Re, l'aveva ditt, che chi podeva fa guarì la soa tosa, fussen stàa pover, fussen stàa scior, de qualunque condizion, lu el ghe le dava in sposa, se la voreven. E se lor la voressen minga per sposa, lu iè fava ricch. Lu, el pajsanell, ghe ven in ment de quella storia, che l'ha sentìi su la pianta. Allora el dis:—«Vœuj andà mì»—I so padron:—«Perchè te vœut andà via? in dove te vœut andà? te stèe ben chì!»—«No»—el dis—«vœuj andà a girà el mond.»—L'ha minga vorùu dì, dove l'era la soa intenzion, ch'el voreva andà. El va in quella citàa, in dove gh'era sto Re, che gh'aveva la tosa, che la stava inscì mal. Lu, prima de andà là, l'è andàa a tœu la soa acqua, quella tal acqua de quella fontanna e el se l'è portada adrèe. El va là a la cort, el se fà annunzià, el ghe dis, che lu l'era lì per fà guarì la tosa del Re. E lor, i servitor, se metten a guardagh e a rid, perchè gh'era andàa là tanti medegh e tanti professor, ch'hin mai stàa bon de falla guarì. E lu, el gh'ha ditt:—«Ben! s'hin mai stàa bon lor, mi saròo quell, che le farà guarì.»—E van a dighel al Re, che gh'era sto tal, che gh'aveva la pretesa de fa guarì la soa tosa. El Re, el gh'ha ditt:—«Ch'el vegna pur chì, che mi ghe parlaròo mi.»—El va là del Re. El Re, el ghe dis:—«Sent, se te credet de vess bon de falla guarì, ben; ma, se te fet per fa on scherz, varda, che ti te la passaret mal.»—E lu, el ghe dis, che l'era persuas de fa guarì la soa tosa. Allora, el Re, el ghe da orden de lassall entrà in della stanza de la soa tosa e de lassaghel pur là lu sol. Lu, quand l'è stàa là, el ved sta giovena, che l'era là come moribonda. El comincia[vii], el tira fœura el so boggettin e el ghe dà on cuggiarin de st'acqua. De lì do or, ghe ne dà on alter; el ved, che la comincia a pocha poch a revegnì. E a poch a poch, ogni do or, el ghe dà semper el so cugiarin de acqua, fin che l'è stàa finìi el so boggettin. E quel di trìi dì, la tosa l'è restada sana; la se sentiva ben e la gh'aveva pu nient. Allora, el Re, tutt content, el dis:—«Dimm, cosse l'è, che ti te desideret; mi tel daròo.»—«La soa tosa per sposa, no; perchè l'è minga adattada a mi. Mi desideri, che me passen ona pension de viv, finchè scampi mi e la mia sorella.»—E lu, el Re, el gh'ha ditt:—«Benissem! mi te dòo tutt quell, che ti te vœut.»—Lu, dopo che l'è restàa ricch, l'è andàa a cà de so sorella. Lee le cognosseva gnanca. El gh'ha ditt:—«Mi sont chì a tœutt, per sta insemma a mi; perchè adess mi sont ricch; e ti, te gh'hê pu de bisogn de sta chì a fa la pajsanna. Sont on scior!»—E s'ciao, hin stàa content tutti dò.

[2]Dividersela fra noi.—G. N.—Vedi, pag. 586.

[3]Ecco un altro esempio di ventura, incontrata, per essersi arrampicata sugli alberi, da persona dispersa.

EL PEGORÉE[i].

Gh'era on fradell e ona sorella. El fradell, l'andava fœura cont i pegor; e, ona sira, ghe ne mancava vunna. El va a cà a piang a piang. Ma la soa sorella, insomma, l'era rabbiada, perchè ghe mancava sta pegora; e la ghe dis:—«Guardet ben, che se te vegnet a cà ona quaj altra sira cont ona pegora de men, te podet lassà stà de vegnì in cà.»—Lu, el ven on'altra sira, che ghe ne mancava on'altra anmò. El compagna i so pegor fin a l'uss e pœu l'è tornàa via, perchè el gh'aveva pagura de andà in cà de soa sorella; e l'è reussíi a vess in d'on bosch. El sent di pedann[ii], el gh'aveva pagura, el va in su ona pianta. Là ghe se ferma tre donn. Sti donn eren tre strij: se metten a discorr di striament[iii]che aveven faa quella sira. E vunna la dis:—«Mi hoo instriàa la tosa del Re, e gh'è nissun che pò falla guarì, qualunque[iv]dottor ghe vaga, gh'è nissunna medesinna bonna. Varda»—la dis—«mi l'hoo instriada e per fagh andà via l'instriament, bœugna che ciappen on boggettin e che vaghen in de la tal fontanna a impienill de quell'acqua là e che ghel daghen a gotta a gotta a gotta a gotta e savè fà anca a daghel. Allora la guarirà.»—Sto fiœu, el sent tutti sti discors, che faven lì sti donn, el dava a trà[v]quel che diseven e el stava lì quiett, quiett, quiett. E lu, dopo, i ha lassàa andà via e l'è vegnùu giò e l'ha ditt:—«Coss'hoode fà mi adess chì? Bœugna, che vaga distant, innanz che mia sorella vegna a savè che mi sont di sti part chì!»—L'è andàa, e l'è andàa a cercà on sit de trovà de servì, de fa el servitor de stalla, perchè l'era on pajsanell[vi], per podè trovà de guadagnà on poo de pan de mangià. L'era on trì o quattr ann che l'era via, soa sorella la saveva pu nient dove l'era, no l'aveva nè nœuva nè ambassada. Ven, che lu el sent, che diseven, che gh'era la tosa del Re d'on sit distant dove l'era lu, che la stava inscì mal; insomma, che gh'era andàa tutti i professor, tutti i dottor e nessun podeven falla guarì. E lu, el Re, l'aveva ditt, che chi podeva fa guarì la soa tosa, fussen stàa pover, fussen stàa scior, de qualunque condizion, lu el ghe le dava in sposa, se la voreven. E se lor la voressen minga per sposa, lu iè fava ricch. Lu, el pajsanell, ghe ven in ment de quella storia, che l'ha sentìi su la pianta. Allora el dis:—«Vœuj andà mì»—I so padron:—«Perchè te vœut andà via? in dove te vœut andà? te stèe ben chì!»—«No»—el dis—«vœuj andà a girà el mond.»—L'ha minga vorùu dì, dove l'era la soa intenzion, ch'el voreva andà. El va in quella citàa, in dove gh'era sto Re, che gh'aveva la tosa, che la stava inscì mal. Lu, prima de andà là, l'è andàa a tœu la soa acqua, quella tal acqua de quella fontanna e el se l'è portada adrèe. El va là a la cort, el se fà annunzià, el ghe dis, che lu l'era lì per fà guarì la tosa del Re. E lor, i servitor, se metten a guardagh e a rid, perchè gh'era andàa là tanti medegh e tanti professor, ch'hin mai stàa bon de falla guarì. E lu, el gh'ha ditt:—«Ben! s'hin mai stàa bon lor, mi saròo quell, che le farà guarì.»—E van a dighel al Re, che gh'era sto tal, che gh'aveva la pretesa de fa guarì la soa tosa. El Re, el gh'ha ditt:—«Ch'el vegna pur chì, che mi ghe parlaròo mi.»—El va là del Re. El Re, el ghe dis:—«Sent, se te credet de vess bon de falla guarì, ben; ma, se te fet per fa on scherz, varda, che ti te la passaret mal.»—E lu, el ghe dis, che l'era persuas de fa guarì la soa tosa. Allora, el Re, el ghe da orden de lassall entrà in della stanza de la soa tosa e de lassaghel pur là lu sol. Lu, quand l'è stàa là, el ved sta giovena, che l'era là come moribonda. El comincia[vii], el tira fœura el so boggettin e el ghe dà on cuggiarin de st'acqua. De lì do or, ghe ne dà on alter; el ved, che la comincia a pocha poch a revegnì. E a poch a poch, ogni do or, el ghe dà semper el so cugiarin de acqua, fin che l'è stàa finìi el so boggettin. E quel di trìi dì, la tosa l'è restada sana; la se sentiva ben e la gh'aveva pu nient. Allora, el Re, tutt content, el dis:—«Dimm, cosse l'è, che ti te desideret; mi tel daròo.»—«La soa tosa per sposa, no; perchè l'è minga adattada a mi. Mi desideri, che me passen ona pension de viv, finchè scampi mi e la mia sorella.»—E lu, el Re, el gh'ha ditt:—«Benissem! mi te dòo tutt quell, che ti te vœut.»—Lu, dopo che l'è restàa ricch, l'è andàa a cà de so sorella. Lee le cognosseva gnanca. El gh'ha ditt:—«Mi sont chì a tœutt, per sta insemma a mi; perchè adess mi sont ricch; e ti, te gh'hê pu de bisogn de sta chì a fa la pajsanna. Sont on scior!»—E s'ciao, hin stàa content tutti dò.

[i]Cf.PentameroneG. II. T. II.Verdeprato—«Nella è ammata da 'no prencepe, lo quale pe' 'no connutto de cristallo va spisse vote a gaudere con essa. Ma rutto lo passo da le 'mmediose de le sore, sse taccareja tutto e sta 'nfine de morte. Nella, pe' strana fortuna, 'ntenne lo remmedio, che sse po' fare, l'appreca a lo malato, lo sana e lo piglia pe' marito».—Cf. pure G. II. T. V.La serpe. Cf. con la seconda parte, dell'Esempi di lader, qui appresso.[ii]Pedanna: Pedata, orma, vestigio. Il suono della pedata.[iii]StriamentoStrioss. Stregheria, malia.—Vedi a pag. 308 tra le postille.[iv]Italianesimo: non c'è nel Cherubini.[v]Dà a trà: Dare fantasia o mente o retta, badare, abbadare.Dà a trà a vun: Ascoltare (i suggerimenti di) uno.[vi]Pajsanell: Contadinello.[vii]Cominciànon meno checomenzà.

[i]Cf.PentameroneG. II. T. II.Verdeprato—«Nella è ammata da 'no prencepe, lo quale pe' 'no connutto de cristallo va spisse vote a gaudere con essa. Ma rutto lo passo da le 'mmediose de le sore, sse taccareja tutto e sta 'nfine de morte. Nella, pe' strana fortuna, 'ntenne lo remmedio, che sse po' fare, l'appreca a lo malato, lo sana e lo piglia pe' marito».—Cf. pure G. II. T. V.La serpe. Cf. con la seconda parte, dell'Esempi di lader, qui appresso.

[ii]Pedanna: Pedata, orma, vestigio. Il suono della pedata.

[iii]StriamentoStrioss. Stregheria, malia.—Vedi a pag. 308 tra le postille.

[iv]Italianesimo: non c'è nel Cherubini.

[v]Dà a trà: Dare fantasia o mente o retta, badare, abbadare.Dà a trà a vun: Ascoltare (i suggerimenti di) uno.

[vi]Pajsanell: Contadinello.

[vii]Cominciànon meno checomenzà.

[4]Questa pretesa singolare della moglie di Zufilo mi rammenta un'altra facezia popolare, della quale metterò qui la versione, che trovo nelle Rime Bernesche di G. Zanetto (Vedile citate a pag. 137 del presente volume nella nota[5]alla fiaba intitolataIl Canto e 'l Sono della Sara Sibillaed anche in nota alla fiabaNimo contento al mondo).Poichè lo divulgò celere fama,Udite un fatto, che non è bugia.Vicina a partorir Donna Sofia,Ajuto! oimè!tra forti doglie sclama.Don Marco, suo consorte, molto l'ama;Ma spesso avvien che nell'inerzia ei stia.Solo dice alla vecchia AnastasiaVanne e la levatrice presto chiama.Corre la serva, che indugiar non lice.Ma frattanto a Sofia crescon le doglie,Il marito la guarda e nulla dice.Ecco, ella grida, il fo...Chi mel raccoglie?E Marco:Or or verrà la levatrice;Non partorire ancor, mia cara moglie.[5]Questa parte della nostra novella risponde alla milanese seguente:L'ESEMPI DI LADER[i]Ona volta, gh'era marì e mièe. Eren pover; e, on dì, el marì, el dìs:—«Vœuri andà a cercà fortunna.»—El ghe dis ala mièe:—«Guarda, che mi vòo innanz, tira adrèe l'us'c.»—E lee, l'ha capìi de portall adrèe. Andàa innanz on gran tocch, la ghe dis al marì:—«Spettem, ajùtem a portall, perchè l'è molto grev.»—E lu, el ghe dis:—«Cialla, che te set! T'ho ditt de tirall adrèe, ma minga de portall adrèe.»—El dis:—«Adess, che sem chì, che l'è giamò[ii]tard, anderem in quel bosch a dormì.»—Come di fatti, hin andàa sott a ona pianta; e pœu lu ghe ven in ment:—«Andà ben[iii], chì ghe ven i lader a dormì.»—El dis:—«Andem su, su sta pianta tutt e dùu.»—E pœu ghe ven in ment:—«E pœu, se venen i lader e veden, che gh'è giò l'us'c, guarden su e me veden l'istess.»—Come di fatti, a mezzanott, ghe va ona troppa de lader sott a quella pianta: e vun se mett adrèe a fà el risott e i alter se metten adrèe a cuntà i danèe, ch'aveven robbàa. Quella donna, la dis:—«Voj vu! gh'ho volontàa de pissà.»—E lu, el dis:—«Falla on poo, ch'è l'istess.»—De lì a on poo, la ghe dis al marì:—«Voj vu! ho volontàa de cagà.»—E el dis:—«Falla on poo, ch'è l'istess.»—Allora, i lader s'hin miss a dì:—«Oh el signor come l'è bon! el ne fa vegnì giò la manna del ciel.[iv]»—E lor, gh'è scappàa el rid a sti dùu; gh'è scappàa de rid a tucc dùu: lassàa andà l'us'c. E i lader han sentìi sto bordell[v]a vegnì giò, s'hin miss a scappà; han lassàa giò el risott e tutt i danèe. Lor, dopo, hin vegnùnabass, e han tolt su tutt i danèe e hin andàa a casa. Inscì viveven de scior. Hin andàa innanz on poo de temp e i danèe i han finii; sicchè, el marì, el dis ancamò:—«Chì bisogna andà ancamò a cercà fortunna.»—E la mièe, la dis:—«Andaroo mi.»—E l'è andada ancamò in su quella pianta, che l'eren andà prima. Quand l'è stàda mezzanott, ghe passa doo strij. E vunna, la dis adrèe l'altra:—«Te see minga? Gh'è malàa la tosa del Re, già licenziada[vi]di dottor. E gh'è nissun rimedi de falla guarì, fœura che l'acqua de quella fontana là: trè gott sol hin assèe de falla guarì.»—Allora, la mattinna, quella donna, la va a tœu on boggettin e le empiss de st'acqua. E la va là a la porta del Re; e la ghe dis a la guardia, de lassalla passà, che la gh'ha on remedi, per fa guarì la tosa del Re. Allora la guardia l'è andada a dighel al Re; e el Be gh'ha dett de lassalla passà, che l'è facil a savenn pusée lee che nê[vii]i medigh. Allora, lee, la va dessora; e la comincia a daghen ona gotta e la tosa del Re la comincia a dervì ì œucc. Ghe n'ha dàa on'altra gotta e la tosa del Re la comincia a parlà. Ghe ne dà on'altra gotta e la tosa del Re l'è stada guarida. Allora el Re, el gh'ha daa ona gran somma de danee, de fa la sciora fin che la scampa, lee e el so marì. Ona soa vesina la gh'ha avùu invidia e la dis:—«Vœuri provà anca mi, andà a cercà fortunna.»—Come difatti, l'è andada in quel bosch in su l'istessa pianta. A la mezzanott, ghe passa anmò quej dòo strij. La comincia vunna e la dis:—«Voj! te see minga, che l'è guarida la tosa del Re? e gh'era nissun rimedi, fœura che quell'acqua là. Andà ben, gh'era chì on quajchedun in del bosch a sentimm. Adess guardi: se trœuvi on quajchedun, el tâj tutt a tocch.»—E la comincia:—«Usc, usc! el sa de cristianusc!»—e la guarda su sta pianta, la ved che gh'è su sta donna. Gh'è andàa su la stria e l'ha trada abass; pœu l'ha tajada tutt a tocch.

[4]Questa pretesa singolare della moglie di Zufilo mi rammenta un'altra facezia popolare, della quale metterò qui la versione, che trovo nelle Rime Bernesche di G. Zanetto (Vedile citate a pag. 137 del presente volume nella nota[5]alla fiaba intitolataIl Canto e 'l Sono della Sara Sibillaed anche in nota alla fiabaNimo contento al mondo).

Poichè lo divulgò celere fama,Udite un fatto, che non è bugia.Vicina a partorir Donna Sofia,Ajuto! oimè!tra forti doglie sclama.Don Marco, suo consorte, molto l'ama;Ma spesso avvien che nell'inerzia ei stia.Solo dice alla vecchia AnastasiaVanne e la levatrice presto chiama.Corre la serva, che indugiar non lice.Ma frattanto a Sofia crescon le doglie,Il marito la guarda e nulla dice.Ecco, ella grida, il fo...Chi mel raccoglie?E Marco:Or or verrà la levatrice;Non partorire ancor, mia cara moglie.

[5]Questa parte della nostra novella risponde alla milanese seguente:

L'ESEMPI DI LADER[i]

Ona volta, gh'era marì e mièe. Eren pover; e, on dì, el marì, el dìs:—«Vœuri andà a cercà fortunna.»—El ghe dis ala mièe:—«Guarda, che mi vòo innanz, tira adrèe l'us'c.»—E lee, l'ha capìi de portall adrèe. Andàa innanz on gran tocch, la ghe dis al marì:—«Spettem, ajùtem a portall, perchè l'è molto grev.»—E lu, el ghe dis:—«Cialla, che te set! T'ho ditt de tirall adrèe, ma minga de portall adrèe.»—El dis:—«Adess, che sem chì, che l'è giamò[ii]tard, anderem in quel bosch a dormì.»—Come di fatti, hin andàa sott a ona pianta; e pœu lu ghe ven in ment:—«Andà ben[iii], chì ghe ven i lader a dormì.»—El dis:—«Andem su, su sta pianta tutt e dùu.»—E pœu ghe ven in ment:—«E pœu, se venen i lader e veden, che gh'è giò l'us'c, guarden su e me veden l'istess.»—Come di fatti, a mezzanott, ghe va ona troppa de lader sott a quella pianta: e vun se mett adrèe a fà el risott e i alter se metten adrèe a cuntà i danèe, ch'aveven robbàa. Quella donna, la dis:—«Voj vu! gh'ho volontàa de pissà.»—E lu, el dis:—«Falla on poo, ch'è l'istess.»—De lì a on poo, la ghe dis al marì:—«Voj vu! ho volontàa de cagà.»—E el dis:—«Falla on poo, ch'è l'istess.»—Allora, i lader s'hin miss a dì:—«Oh el signor come l'è bon! el ne fa vegnì giò la manna del ciel.[iv]»—E lor, gh'è scappàa el rid a sti dùu; gh'è scappàa de rid a tucc dùu: lassàa andà l'us'c. E i lader han sentìi sto bordell[v]a vegnì giò, s'hin miss a scappà; han lassàa giò el risott e tutt i danèe. Lor, dopo, hin vegnùnabass, e han tolt su tutt i danèe e hin andàa a casa. Inscì viveven de scior. Hin andàa innanz on poo de temp e i danèe i han finii; sicchè, el marì, el dis ancamò:—«Chì bisogna andà ancamò a cercà fortunna.»—E la mièe, la dis:—«Andaroo mi.»—E l'è andada ancamò in su quella pianta, che l'eren andà prima. Quand l'è stàda mezzanott, ghe passa doo strij. E vunna, la dis adrèe l'altra:—«Te see minga? Gh'è malàa la tosa del Re, già licenziada[vi]di dottor. E gh'è nissun rimedi de falla guarì, fœura che l'acqua de quella fontana là: trè gott sol hin assèe de falla guarì.»—Allora, la mattinna, quella donna, la va a tœu on boggettin e le empiss de st'acqua. E la va là a la porta del Re; e la ghe dis a la guardia, de lassalla passà, che la gh'ha on remedi, per fa guarì la tosa del Re. Allora la guardia l'è andada a dighel al Re; e el Be gh'ha dett de lassalla passà, che l'è facil a savenn pusée lee che nê[vii]i medigh. Allora, lee, la va dessora; e la comincia a daghen ona gotta e la tosa del Re la comincia a dervì ì œucc. Ghe n'ha dàa on'altra gotta e la tosa del Re la comincia a parlà. Ghe ne dà on'altra gotta e la tosa del Re l'è stada guarida. Allora el Re, el gh'ha daa ona gran somma de danee, de fa la sciora fin che la scampa, lee e el so marì. Ona soa vesina la gh'ha avùu invidia e la dis:—«Vœuri provà anca mi, andà a cercà fortunna.»—Come difatti, l'è andada in quel bosch in su l'istessa pianta. A la mezzanott, ghe passa anmò quej dòo strij. La comincia vunna e la dis:—«Voj! te see minga, che l'è guarida la tosa del Re? e gh'era nissun rimedi, fœura che quell'acqua là. Andà ben, gh'era chì on quajchedun in del bosch a sentimm. Adess guardi: se trœuvi on quajchedun, el tâj tutt a tocch.»—E la comincia:—«Usc, usc! el sa de cristianusc!»—e la guarda su sta pianta, la ved che gh'è su sta donna. Gh'è andàa su la stria e l'ha trada abass; pœu l'ha tajada tutt a tocch.

[i]IlLiebrechtannota:—“Ein Ehepaar bringt de Nacht auf einem Baume zu, an dessen füss sich Diebe einfinden; die Frau verrichtet von oben herab ihre verschiedene Bedürfnisse und lässt endlich auch die thörichterweise mitgenommene Hausthür herabfallen. S. K. M. n.º 59.Frieder und Katherlieschen;Reinh. KoehlerinLemckes Jahrbuch8. 241 ff. Abtheil. II. Die Frau im obigen Märchen heilt dann,durch einem den Hexen abgelauschten Rath eine Kranke Prinzessin, während ihre Nachbarin, der sie davon erzählt, von den Hexen bestraft wird; s. dazu K. M. n.º 107Die beiden Wandererund besonders die dazu 3. 188 ausPauliagesführte Version; sieh auchKoehlera. a. O. 7. 3 ff.”—[ii]Giamò, già. È evidente l'etimologia latina.[iii]Andà ben,andà de dio,andà de Re,andà de pappa, andare di vantaggio o di rondone o in poppa o a seconda.[iv]È impossibile qui non ricordarsi del celebre sonetto di Carlo Porta sulla manna degli Ebrei, che forse gli sarà stato ispirato da una reminiscenza di questa novellina intesa da bimbo. Vedilo riferito più innanzi in postilla allo Esempio MilaneseI duu mai content.[v]Bordell. Rovina, chiasso, bordello:—«Fa tanto bordello, Il Re Travicello.»—Giusti. La parola milanese non ha punto ed in nessun caso il senso, che vieta alle persone ben educate di adoperare nel discorso comune la parola italiana analoga.[vi]Licenziada, spedita.[vii]Nê, in questo caso significa no.Che nê dal ciel a andà dove el sta lu.

[i]IlLiebrechtannota:—“Ein Ehepaar bringt de Nacht auf einem Baume zu, an dessen füss sich Diebe einfinden; die Frau verrichtet von oben herab ihre verschiedene Bedürfnisse und lässt endlich auch die thörichterweise mitgenommene Hausthür herabfallen. S. K. M. n.º 59.Frieder und Katherlieschen;Reinh. KoehlerinLemckes Jahrbuch8. 241 ff. Abtheil. II. Die Frau im obigen Märchen heilt dann,durch einem den Hexen abgelauschten Rath eine Kranke Prinzessin, während ihre Nachbarin, der sie davon erzählt, von den Hexen bestraft wird; s. dazu K. M. n.º 107Die beiden Wandererund besonders die dazu 3. 188 ausPauliagesführte Version; sieh auchKoehlera. a. O. 7. 3 ff.”—

[ii]Giamò, già. È evidente l'etimologia latina.

[iii]Andà ben,andà de dio,andà de Re,andà de pappa, andare di vantaggio o di rondone o in poppa o a seconda.

[iv]È impossibile qui non ricordarsi del celebre sonetto di Carlo Porta sulla manna degli Ebrei, che forse gli sarà stato ispirato da una reminiscenza di questa novellina intesa da bimbo. Vedilo riferito più innanzi in postilla allo Esempio MilaneseI duu mai content.

[v]Bordell. Rovina, chiasso, bordello:—«Fa tanto bordello, Il Re Travicello.»—Giusti. La parola milanese non ha punto ed in nessun caso il senso, che vieta alle persone ben educate di adoperare nel discorso comune la parola italiana analoga.

[vi]Licenziada, spedita.

[vii]Nê, in questo caso significa no.Che nê dal ciel a andà dove el sta lu.

[6]Ecco come l'espressionedar la Bertaviene illustrata nelle annotazioni alMalmantile racquistato(Cantare IV. St. XLVII).—«Raccontano le donne, che un sagace villano nominato Campriano[i], essendo venuto in mano della giustizia per le sue cattiveopere, fu condannato a esser messo in un sacco e buttato in mare. In esecuzione di che, fu messo dentro al sacco e consegnato a' famigli, che lo buttassero in mare. Nell'andar costoro ad eseguire gli ordini imposti, furono per istrada assaliti da alcuni masnadieri, i quali si crederono, che in quel sacco fosse roba di valore. Onde i famigli, per iscampar la vita, lasciato quivi il sacco con Campriano, si fuggirono. Campriano piangendo si doleva della sua disgrazia; il che, sentito da uno di quei masnadieri, gli domandò perchè piangeva ed a qual fine era stato messo in quel sacco. Il sagace Campriano gli rispose:Io piango di quel, che altri gioirebbe; ed è, che questi signori voglion darmi per moglie Berta, unica figliuola del Re nostro, ed io non la voglio, conoscendomi inabile a tanto grado, per esser un povero villano. E perchè essi dicono, che se non si marita a me, l'oracolo ha detto, che questo Regno andrà sottosopra, mi hanno messo in questo sacco per condurmi a farmela pigliare per forza; e questa è la causa del mio pianto.Il masnadiero, credendo alle parole di costui, si concertò co' compagni d'andare esso a pigliare questa buona fortuna e ripartirla con essi. Onde, fattosi mettere dentro al sacco da Campriano, che non restava di pregarlo a volergli far del bene, quando fosse poi Re, fece allontanare i compagni; e, serratolo entro al sacco, stette aspettando, che ritornassero coloro, i quali non istettero molto a comparire con nuova gente. E, veduto quivi il sacco abbandonato, lo ripresero. Ed, essendo giunti alla riva del mare, ve lo precipitarono. E così sposarono a Berta il balordo masnadiero. E di qui vennedar la Berta o la figliuola del Re, che vuol direburlare,minchionare. Si dice anchedar la madre d'Orlando, perchè da alcuni si crede, che la madre di Orlando Paladino avesse nomeBerta[ii].»—Identica è la novella milanese seguente:L'ESEMPI DE BERTOLD.[iii]Ona volta, Bertold, el ghe fava tanti raddrizz[iv]al Re; e lu, l'ha ciappàa, l' ha fàa mett in d'on sacch per buttall in de l'acqua.Intant, quij, che aveven de buttall in de l'acqua, l'han poggiàa al mur; e el sacch l'era ligàa. E lu, el diseva:—«No, vuj propi tœulla no, la tosa del Re.»—E gh'era on alter, che l'ha sentìi; el dis:—«Cosse l'è, che te diset?»—«Perchè me vœuren fa tœu la tosa del Re, e m'han ligaa denter in del sacch e me vœuren buttà in de l'acqua. Mi la vœuri propi no, la tosa del Re.»—E quell'alter, che l'ha sentìi, el ghe dis:—«Ben, l'è per quell che te vœuren buttà denter in de l'acqua? Ben, allora, ven fœura ti, che ghe vòo denter mi in del sacch.»—E Bertold, l'è vegnùu fœura, eva denter quell'alter, e pœu l'han buttàa in de l'acqua. Lor saveven minga, ch'el fuss pu Bertold. E pœu veden Bertold, ch'el ven giò di collinn[v]; e gh'han dimandaa:—«Ma in che manera, ch'el Re t'ha faa buttà in de l'acqua, che te set chiancamò?»—E Bertold el ghe dische el Re, l'era minga bon de fà quell, che faseva Bertold per salvà la vitta.

[6]Ecco come l'espressionedar la Bertaviene illustrata nelle annotazioni alMalmantile racquistato(Cantare IV. St. XLVII).—«Raccontano le donne, che un sagace villano nominato Campriano[i], essendo venuto in mano della giustizia per le sue cattiveopere, fu condannato a esser messo in un sacco e buttato in mare. In esecuzione di che, fu messo dentro al sacco e consegnato a' famigli, che lo buttassero in mare. Nell'andar costoro ad eseguire gli ordini imposti, furono per istrada assaliti da alcuni masnadieri, i quali si crederono, che in quel sacco fosse roba di valore. Onde i famigli, per iscampar la vita, lasciato quivi il sacco con Campriano, si fuggirono. Campriano piangendo si doleva della sua disgrazia; il che, sentito da uno di quei masnadieri, gli domandò perchè piangeva ed a qual fine era stato messo in quel sacco. Il sagace Campriano gli rispose:Io piango di quel, che altri gioirebbe; ed è, che questi signori voglion darmi per moglie Berta, unica figliuola del Re nostro, ed io non la voglio, conoscendomi inabile a tanto grado, per esser un povero villano. E perchè essi dicono, che se non si marita a me, l'oracolo ha detto, che questo Regno andrà sottosopra, mi hanno messo in questo sacco per condurmi a farmela pigliare per forza; e questa è la causa del mio pianto.Il masnadiero, credendo alle parole di costui, si concertò co' compagni d'andare esso a pigliare questa buona fortuna e ripartirla con essi. Onde, fattosi mettere dentro al sacco da Campriano, che non restava di pregarlo a volergli far del bene, quando fosse poi Re, fece allontanare i compagni; e, serratolo entro al sacco, stette aspettando, che ritornassero coloro, i quali non istettero molto a comparire con nuova gente. E, veduto quivi il sacco abbandonato, lo ripresero. Ed, essendo giunti alla riva del mare, ve lo precipitarono. E così sposarono a Berta il balordo masnadiero. E di qui vennedar la Berta o la figliuola del Re, che vuol direburlare,minchionare. Si dice anchedar la madre d'Orlando, perchè da alcuni si crede, che la madre di Orlando Paladino avesse nomeBerta[ii].»—Identica è la novella milanese seguente:

L'ESEMPI DE BERTOLD.[iii]

Ona volta, Bertold, el ghe fava tanti raddrizz[iv]al Re; e lu, l'ha ciappàa, l' ha fàa mett in d'on sacch per buttall in de l'acqua.Intant, quij, che aveven de buttall in de l'acqua, l'han poggiàa al mur; e el sacch l'era ligàa. E lu, el diseva:—«No, vuj propi tœulla no, la tosa del Re.»—E gh'era on alter, che l'ha sentìi; el dis:—«Cosse l'è, che te diset?»—«Perchè me vœuren fa tœu la tosa del Re, e m'han ligaa denter in del sacch e me vœuren buttà in de l'acqua. Mi la vœuri propi no, la tosa del Re.»—E quell'alter, che l'ha sentìi, el ghe dis:—«Ben, l'è per quell che te vœuren buttà denter in de l'acqua? Ben, allora, ven fœura ti, che ghe vòo denter mi in del sacch.»—E Bertold, l'è vegnùu fœura, eva denter quell'alter, e pœu l'han buttàa in de l'acqua. Lor saveven minga, ch'el fuss pu Bertold. E pœu veden Bertold, ch'el ven giò di collinn[v]; e gh'han dimandaa:—«Ma in che manera, ch'el Re t'ha faa buttà in de l'acqua, che te set chiancamò?»—E Bertold el ghe dische el Re, l'era minga bon de fà quell, che faseva Bertold per salvà la vitta.

[i]Vedi a pag. 51 del presente volume, la postilla in cui è riferita un'altra parte dellaStoria di Campriano.[ii]—«Dubito forte, chedar la Bertaderivi dal mito raccontato, che è piuttosto foggiato sulla somiglianza delle due parole.Bertanome di donna;Bertaper burla. Di più noto, che si diceBertaquello strumento, che serve a conficcare i paloni per una palafitta.»—Nota dell'avv. prof. Gherardo Nerucci.[iii]IlLiebrechtannota:—«Eine Episode des bekannten italienischen Volksbuches von Bertoldo. S. K. M. n.º 61Das Burdeund n.º 146Die Rübe.Koehlerin den G. G. A. M.DCCC.LXXI seite 2096 zu n.º 41.»—Straparola. Notte prima, Favola terza:Prete Scarpacifico, da tre malandrini una sol volta gabbato, tre fiate gabbu loro. Finalmente vittorioso con la sua Nina lietamente rimane:—«.... Laonde sdegnati andarono a casa del prete e non volsero più udire le sue fole; ma lo presero e lo posero in un sacco con animo di affogarlo nel vicino fiume. E mentre che lo portavano per attuffarlo nel fiume, sopraggiunse non so che ai malandrini; onde forza gli fu metter giù il prete, che era nel sacco strettamente legato, e fuggirsene. In questo mezzo, che il prete stava chiuso nel sacco, per avventura indi passò un pecoraio col suo gregge, la minuta erba pascendo. E così pascolando udì una lamentevole voce, che diceva:I me la vogliono pur dare ed io non la voglio, che prete sono e prendere non la posso?e tutto sbigottito rimase, perciocchè non poteva sapere, donde venisse quella voce tante volte ripetita. E voltatosi or quinci or quindi, finalmente vide il sacco, nel quale il prete era legato; ed accostatosi al sacco (tuttavia il prete vociferando forte) lo sciolse e trovò il prete. Et addimandatelo per qual causa fusse nel sacco chiuso, e così altamente gridasse, gli rispose: che il signor della città gli volea dar per moglie una sua figliuola; ma che egli non la voleva sì perchè era attempato, sì anche perchè di ragione avere non la poteva per esser prete. Il pastorello, che pienamente dava fede alle finte parole del prete, disse:Credete voi, messere, che il Signore a me la desse?—Io credo di sì, rispose il pretequando tu fosti in questo sacco, si come io era, legato.E, messo il pastorello nel sacco, il prete strettamente lo legò, e con le pecore da quel luogo si allontanò. Non era ancor passato un'ora, che li tre malandrini ritornarono al luogo, dove avevano lasciato il prete nel sacco; e, senza guatarvi dentro, presero il sacco in ispalla, e nel fiume lo gettorono. E così il pastorello invece del prete la sua vita miseramente finì. Partitisi i malandrini, presero il cammino verso la lor casa; e, ragionando insieme, videro le pecore, che non molto lontano pascevano. Onde deliberarono di rubare un pajo di agnelli; e, accostatisi al gregge, videro prete Scarpacifico, ch'era di loro il pastore, e si maravigliarono molto, perciocchè pensavano, che nel fiume annegato si fusse. Onde dimandarono come fatto aveva ad uscire dal fiume. A i quali rispose il prete:O pazzi, voi non sapete nulla! Se voi più sotto mi affogavate, con dieci volte artante pecore di sopra me ne veniva.Il che udendo i compagni, dissero:O messere, volete voi farne questo beneficio? Voi ne porrete ne' sacchi e ne getterete nel fiume; e di masnadieri custodi di pecore diverremo.Disse il prete:Io sono apparecchiato a fare tutto quello, che vi aggrada; e non è cosa in questo mondo, che volentieri per voi non la facessi.E trovati tre buoni sacconi di ferma e fissa canevazza li pose dentro; e strettamente, che uscir non potessero, li legò; e nel fiume li avventò; e così infelicemente se n'andorono le anime loro a i luoghi bui, dove sentono eterno dolore. E prete Scarpacifico, ricco e di denari e di pecore, ritornò a casa e con la sua Nina ancora alquanti anni allegramente visse.»—Vedi ancheDe Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja. XXX. I due furbi e lo scemo.Tralascio di indicare infinite altre varianti, che non mi sovvengono con tutta precisione.[iv]Raddrizznon ho trovato nel Cherubini.[v]Vegnì giò di collinn.Sarebbe proprio loscollinare; adoperato dal Fagiuoli.

[i]Vedi a pag. 51 del presente volume, la postilla in cui è riferita un'altra parte dellaStoria di Campriano.

[ii]—«Dubito forte, chedar la Bertaderivi dal mito raccontato, che è piuttosto foggiato sulla somiglianza delle due parole.Bertanome di donna;Bertaper burla. Di più noto, che si diceBertaquello strumento, che serve a conficcare i paloni per una palafitta.»—Nota dell'avv. prof. Gherardo Nerucci.

[iii]IlLiebrechtannota:—«Eine Episode des bekannten italienischen Volksbuches von Bertoldo. S. K. M. n.º 61Das Burdeund n.º 146Die Rübe.Koehlerin den G. G. A. M.DCCC.LXXI seite 2096 zu n.º 41.»—Straparola. Notte prima, Favola terza:Prete Scarpacifico, da tre malandrini una sol volta gabbato, tre fiate gabbu loro. Finalmente vittorioso con la sua Nina lietamente rimane:—«.... Laonde sdegnati andarono a casa del prete e non volsero più udire le sue fole; ma lo presero e lo posero in un sacco con animo di affogarlo nel vicino fiume. E mentre che lo portavano per attuffarlo nel fiume, sopraggiunse non so che ai malandrini; onde forza gli fu metter giù il prete, che era nel sacco strettamente legato, e fuggirsene. In questo mezzo, che il prete stava chiuso nel sacco, per avventura indi passò un pecoraio col suo gregge, la minuta erba pascendo. E così pascolando udì una lamentevole voce, che diceva:I me la vogliono pur dare ed io non la voglio, che prete sono e prendere non la posso?e tutto sbigottito rimase, perciocchè non poteva sapere, donde venisse quella voce tante volte ripetita. E voltatosi or quinci or quindi, finalmente vide il sacco, nel quale il prete era legato; ed accostatosi al sacco (tuttavia il prete vociferando forte) lo sciolse e trovò il prete. Et addimandatelo per qual causa fusse nel sacco chiuso, e così altamente gridasse, gli rispose: che il signor della città gli volea dar per moglie una sua figliuola; ma che egli non la voleva sì perchè era attempato, sì anche perchè di ragione avere non la poteva per esser prete. Il pastorello, che pienamente dava fede alle finte parole del prete, disse:Credete voi, messere, che il Signore a me la desse?—Io credo di sì, rispose il pretequando tu fosti in questo sacco, si come io era, legato.E, messo il pastorello nel sacco, il prete strettamente lo legò, e con le pecore da quel luogo si allontanò. Non era ancor passato un'ora, che li tre malandrini ritornarono al luogo, dove avevano lasciato il prete nel sacco; e, senza guatarvi dentro, presero il sacco in ispalla, e nel fiume lo gettorono. E così il pastorello invece del prete la sua vita miseramente finì. Partitisi i malandrini, presero il cammino verso la lor casa; e, ragionando insieme, videro le pecore, che non molto lontano pascevano. Onde deliberarono di rubare un pajo di agnelli; e, accostatisi al gregge, videro prete Scarpacifico, ch'era di loro il pastore, e si maravigliarono molto, perciocchè pensavano, che nel fiume annegato si fusse. Onde dimandarono come fatto aveva ad uscire dal fiume. A i quali rispose il prete:O pazzi, voi non sapete nulla! Se voi più sotto mi affogavate, con dieci volte artante pecore di sopra me ne veniva.Il che udendo i compagni, dissero:O messere, volete voi farne questo beneficio? Voi ne porrete ne' sacchi e ne getterete nel fiume; e di masnadieri custodi di pecore diverremo.Disse il prete:Io sono apparecchiato a fare tutto quello, che vi aggrada; e non è cosa in questo mondo, che volentieri per voi non la facessi.E trovati tre buoni sacconi di ferma e fissa canevazza li pose dentro; e strettamente, che uscir non potessero, li legò; e nel fiume li avventò; e così infelicemente se n'andorono le anime loro a i luoghi bui, dove sentono eterno dolore. E prete Scarpacifico, ricco e di denari e di pecore, ritornò a casa e con la sua Nina ancora alquanti anni allegramente visse.»—Vedi ancheDe Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja. XXX. I due furbi e lo scemo.Tralascio di indicare infinite altre varianti, che non mi sovvengono con tutta precisione.

[iv]Raddrizznon ho trovato nel Cherubini.

[v]Vegnì giò di collinn.Sarebbe proprio loscollinare; adoperato dal Fagiuoli.


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