XX.I TRE FRATELLI.[1]C'era un padre, che aveva tre figli; e nessuno di questi figli cercava moglie. Quest'omo, essendo vecchio, disse un giorno:—«Com'ho da fare essendo vecchio e avendo tre figli, che nessuno cerca moglie? È meglio ch'io collochi questi figli e trovi un mezzo per farli sposare.»—E gli diede tre palle e li portò sur una piazza e gli disse, che l'avessero buttate per l'aria: dove cascava queste palle avrebbero preso moglie. Una cascò sopra una bottega d'un bottegajo; una sur una bottega d'un macellajo; ed una sur una vasca. Il maggiore era quello d'i' bottegajo; i' secondo quello d'i' macellajo; ed i' terzo quello della vasca, che si chiamava Checchino, i' più piccino. I' padre, perchè non c'entrasse gelosia fra fratello e fratello, disse: Quella sposa che faceva meglio i' lavoro sarebbe stata la prima sposa che entrava in casa. Gli diede una camicia per uno a cucire ai figli, che la portasse ciascuno alla sua sposa; e quella, che la cuciva meglio, sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa. Dunque ognuno la portava. E quello della vasca, che andiede alla vasca, non c'era che una rana.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino[2], che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E uscì un pesce dalla vasca, e prendeva questo fagottino in bocca e rientrava nella vasca: e dentro c'era scritto un polizzino:—«Quindici giorni a cucire questa camicia.»—E dopo quindici giorni tornava Checchino a prender la camicia e richiamava la solita rana.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E risortiva i' solito pesce cor[3]i' fagottino della camicia in bocca; fatta benissimo, preciso, molto meglio che quelle delle altre due. E poi i' padre, naturale, vede che quella lì era cucita meglio, ma non ostante, non persuaso, gli diede ancora una libbra di lino a filare per uno ai suoi figli, che ciascuno la portasse alla sua sposa, chè chi l'avesse filata meglio sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa, perchè voleva che tra loro non c'entrasse gelosia. E gli dà i' tempo quindici giorni. Checchino andiede alla vasca.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E uscì i' solito pesce dalla vasca; e prendeva questo lino in bocca, e dentro c'era un polizzino, scritto:—«Quindici giorni a filare questo lino.»—E dopo quindici giorni Checchino tornava alla vasca a dimandare.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E gli riportò la libbra d'i' lino, bell'e sigillato in un rinvoltino, filato, com'avrebbe potuto fare una signora, perchè questa era una principessa, confinata in quella vasca perchè era fatata. Questo era burlato dai fratelli, che gli dicevan sempre:—«Eh, sposerai una rana, un pesce![4]»—E questo era sempre malinconico, di cattivo umore. Allora, quando gli ebbon riportato questa libbra di lino, i' padre volle provare, non persuaso ancora, perchè non voleva che ci fosse gelosia fra loro. Assegnò a ciascuno un piano della casa e disse, che chi avrebbe montato i' suo appartamento, spazio di quindici giorni, con miglior gusto, sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa. Quello della rana, andiede alla vasca.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E sortiva i' solito pesce. Checchino gli diede a portare i' suo biglietto alla sposa, che in capo a quindici giorni i' quartiere doveva essere tutto mobiliato, doveva portare in casa letti, tende, poltrone, tutto. Dopo, quando andiedono a vedere i quartieri, quello della bottegaja era ammobiliato che non c'era male; quello della macellaja era persino sporco di sangue; e quello della rana era i' meglio quartiere di tutti, c'eran persin le tende di seta. Allora i' padre fissò, che i' piccino fussiquello, che fosse i' primo a essere sposo. La mattina fissorno le carrozze per andare a prendere la sposa, e gli altri fratelli ridevano, perchè dicevano:—«Andiamo a prendere un pesce!»—Figuratevi come lo burlavano! E va alla vasca.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E sortì dalla vasca una bellissima Principessa, che era la Rana, con sei carrozze, con tutte dame vestite da corte, e vanno a sposare. I fratelli ridevano e lo burlavano, credendo che fosse una rana: quando videro uscire una bella signora, rimasero stupefatti. Dopo pochi giorni fissorno lo sposalizio degli altri due fratelli e che quelle altre due dovessero servire di cameriste alla prima sposa. I' padre, che aveva fatto tanto perchè non c'entrasse gelosia fra fratello e fratello, mancò di prudenza: si sa, le cognate non si potevan dar pace di servire alla sposa di Checchino. Dopo, lei ebbe una figlia, la Principessa; e la consegnarono alla prima camerista, come per governante; la doveva tenere come una sua figlia, per bene; la consegnarono a lei, che n'avesse tenuto di conto. Un giorno, andando a spasso per un paese, avendo questa figlia, e la vendiede a un marinaro, perchè era gelosa. E lei non sapeva più come fare a tornare a casa dopo. Andiede a gira' per i' mondo, perchè temeva, che se tornasse a casa l'avrebbero ammazzata. E la prese per cameriera un signore distante una cinquantina di miglia. Cadde ammalata. Essendo ammalata, confessò i' suo delitto, che aveva commesso. Questo signore, avendo saputo che era stata smarritaquesta figlia (avevon mandata la circolare) pensò di scrivere che aveva trovato quella, che aveva commesso questo delitto. La bottegaja guarì e fu consegnata a i' padre di questa figlia, che era divenuto Re, perchè aveva sposata la Rana. La presono, la feciono ricercare della figlia e a chi l'aveva venduta; e la murarono in un muro, lasciato fuori i' busto solo. E tutti i giorni doveva andare a portargli da mangiare la sua nipote di lei che l'aveva venduta (e che l'avevano ritrovata) per ricordargli i' suo delitto. E campò quattro anni e poi morì.Stretta la foglia e larga la via,Dite la vostra, chè ho detto la mia.NOTE[1]Annota ilLiebrecht:—«Dazu K—M, n.º LXIII,Die drei Federn;RadloffI, 8.Der Kaufmann(vgl.Schiefnerin der Vorrede, Seite XIII); und bei den Hindus siehAsiatic Journal, n.º 19. p. 143—150.Stephens und Afzel.Svenska Folk—Sagor, etc. zu n.º XVII,Den förtrollade fästemän, wozu auch gehört n.º XV,Den fördrollade Grodan.»—VediPitrè, Op. cit. XLVI.La Jmmiruta.[2]Perchè il verso torni, va letto e dettoChecchin, apocopando. Ma la novellatrice dicevaChecchino, ed ho scrittoChecchino.[3]Corpercon. Uno stornello di Roccastrada nel Sanese dice:In mezzo al mar che c'è un pesce preteAccompagnatocor unaltro abate:Bella 'un vi si pol dir, brutta non siete.[4]Le rane però non son mica pesci.XXI.LA MAESTRA.[1]C'era una volta marito e moglie che avevan due bambine. Ma eran figliole d'un'altra moglie che quest'omo aveva avuta prima e che era morta. Le mandavano a scola: sapete bene, i ragazzi! Suo padre andava a accompagnarle e a riprenderle queste bambine. La maestra gli piaceva quest'omo, il padre delle bambine, di molto, ma di molto; ne era innamorata proprio. Figuratevi le carezze e il bene, che la voleva a queste bambine. Le bambine:—«Sai che si pagherebbe, perchè fosse la nostra mamma Lei! La ci vuol tanto bene!»—«Eh»—dice—«bambine mie, che volete? L'avete la mamma, io non posso essere la vostra mamma.»—Tutti i giorni le dicevan così:—«Che si pagherebbe, che la fosse la nostra mamma!»—Lei la dice un giorno:—«Gua', se volete che io fossi[2]la vostra mamma, il rimedio ci sarebbe. Quando la mamma vi dà la merenda la mattina, che la la mette in una cassina, buttate lo sportello sopra; la riman morta. E così io sposerò vostro padre!»—Disegnò bene! Eccoti una mattina le bambine, quando la madre gli dà la merenda, le gli buttan sopra lo sportello, e la riman morta; le rimane il ferro dello sportello confitto nel capo. Scappan dalla maestra:—«Sora Maestra, l'è bell'e fatto! l'è bell'e morta la nostra madrigna!»—Le sapevan di molto la birbonata le piccine. Torna il marito, va di là e trova questa povera donna morta, gua'. Ahn, che ti fa? corre subito dalla sua maestra,dalle bambine:—«Oh cosa gli è questo? Si vede proprio, poera donna, si chinava nella cassa, gli è cascato addosso lo sportello e gli è rimasta morta!»—Le bambine si mettono a piangere; la maestra l'istesso.—«Ah! poerina, che disgrazia!»—Figuaravano. Quest'omo le porta a casa le bambine, fa sotterrare la moglie. Che volete! era morta! Piangi ch'io piango: quest'omo piangeva davvero perchè la gli dispiacque. La Maestra dice alle ragazze:—«Sapete?»—dice,—«vostro padre, quando vo' vedete che piange, vo' gli avete a dire:La non pianga, via, signor padre! non c'è rimedio. Perchè la non isposa la signora maestra?»—Eccoti, quand'egli è in casa, piangeva quest'omo sempre e rammentava la sua moglie:—«Babbo! la non pianga! non c'è rimedio! Perchè la non piglia la signora Maestra che la ci vol tanto bene?»—«Bisogna vedere se la signora Maestra la mi vorrà. Io ho due figliole, vojaltre, sapete; non è facile.»—«E»—dicono—«gli si dirà noi; gli si dirà noi alla signora Maestra.»—Eccoti la mattina le vanno a scola.—«Così, cosa disse?»—«Chi sa se la signora Maestra la vorrà prender me?E noi gli si disse:Si dirà noi alla Signora Maestra; si sentirà quel che la dice.»—Dice la Maestra:—«Quando stasera egli vi domanda, voi gli avete da dire:Se gli è contento lui, io son contenta.»—Eccoti la sera ritornano:—«Cosa gli ha detto la Signora Maestra?»—Dicono:—«Ha detto: se gli è contento Lei, lei è contenta.»—«Bene»—dice—«vol dire che domani io verrò là e si discorrerà i nostri affari.»—Eccoti la mattina va là e si principia a discorrere:—«Io son contento.»—«Io son contenta.»—Facendo il discorso corto, in poco tempo furono sposi. Dopo che furono stati sposi, dopo sette o otto giorni, la principiò a strapazzare queste bambine; la gli tirava,la non le poteva soffrire. Le bambine, quando tornava suo padre:—«Babbo»—dicevano—«quanto la ci strapazza, la signora Maestra. Quanto ci tira! La ci voleva tanto bene!»—«Eh!»—dice il padre—«voi sarete cattive, però....»—Un giorno torna a desinare. La gli dice lei:—«Assolutamente, o fori le bambine, o vado fori io. Io non ce le voglio.»—«Ma come!»—dice.—«Io devo mandar via le bambine? Dove voi tu, che io porti le mie bambine?»—«Ah tant'è! Io voglio così[3].»—Dunque, un giorno, il padre gli dice:—«Oh bambine, oggi, quando si sarà mangiato, s'ha andare a fare una passeggiata.»—La maggiorina la si veste; e, nella tasca, gli viene una idea, la si mette tutta crusca. La fa un bucolino alla tasca e ci mette la crusca. La perdeva; a camminare andava via. Eccoti, la moglie, la gli dice, a quest'omo:—«Portatele fori; quando siete fori, a un posto, gli avete a dire d'andare ad orinare e lasciarle.»—Così quest'omo, il giorno, va via con le sue bambine, tutto dolente, pover'omo, con un dispiacere da non credersi. Cammina, cammina, cammina e gli fa fare... chi sa le miglia? Non si sa, di molte. E poi gli dice, che aveva voglia di orinare[4]:—«Aspettatemi qui»—gli dice; e va via. Lui va a casa; e le bambine aspetta aspetta, si mettono a piangere; non avevan più il suo babbo e non sapevan dove le avevan da venire. Quella maggiorina dice alla sorella:—«Stai zitta! Guarda, guarda si anderà dietro alla crusca, ch'io ho presa; così si troverà la strada.»—Eccoti, dietro dietro alla crusca; e arrivano all'uscio di casa e picchiano. Picchiano. Picchiano, s'affaccia la maestra:—«Ah!»—dice,—«son le bambine! Ah quanto tu sei scellerato!»—Le salgon su e le dicano:—«Babbo, perchè non L'è venuto più a pigliarci? perchè La ci ha lasciate?»—«Ho trovatoun mio amico; e così mi sono scordato di voi.»—La moglie insisteva:—«Non avete inteso, che non ce le voglio? O via io, o via loro!»—«Sapete!»—dice suo padre un giorno.—«Oggi v'avete a vestire e si fa una bella passeggiata.»—«Sì! e poi ci lascia!...»—«Eh! non c'è pericolo; non c'è pericolo! Non vi lascio; non vi lascio! Non avete paura!»—Le bambine, le si vestono; ma non si mette crusca quella maggiorina; la non se ne ricorda, o non ce ne avea da essere in casa. Cammina, cammina, il padre le fece camminare centomila volte più della prima volta.—«Sapete»—dice—«bambine; io ho una gran voglia di orinare.»—«Ecco, già, e poi La ci lascia.»—«Non vi lascio, no; quand'io vi dico!...»—E va via suo padre: le bambine lo aspettano ancora. E si fece notte scura. Piangendo, non sapevano dove andare. Cammina, cammina; le vedono un lumicino lontano, ma lontano! Le van sempre appresso a questa luce, loro, gua'! Si avvicinano a questo lume e veggono una porta e picchiano. L'era la casa dell'Orco. Eccoti l'Orchessa (non c'era l'Orco) la tira la corda e vede queste due bambine.—«Oh poerine!»—dice. Eh! le fanno tutto il racconto.—«Il babbo ci ha lasciate»—e le fanno tutto il racconto.—«Poerine»—dice—«v'avete combinato male, perchè l'Orco vi mangia, sapete? appena, che[5]torna.»—La gli dà da mangiare, questa donna, qualcosa, perchè le si accomodino un po' lo stomaco; poerine! le avevan fatto tutte quelle miglia, senza mangiare; e le mette sotto un orcio, dopo che le hanno mangiato. Eccoti l'Orco, che torna a casa.—«Mucci, mucci, che[6]sito di cristianucci; o ce n'è o ce n'è stati, o ce n'è degli impiattati.»—«Eh, chetatevi!»—dice l'Orchessa—«Venite a cena, che si vada a letto! Sempre delle buffonate!»—Eccotil'Orco mangia e va a letto. E la mattina va via, perchè lui andava via presto. Dice l'Orchessa a queste ragazze:—«Poerine»—dice—«io vi do da mangiare; ma salve non vi fo, perchè, se torna, vi mangia. Non vi sarebbe altro vi mettessi su quel tetto, perchè su codesto tetto lui non ci va.»—L'Orco non ci poteva andare. Te le fa andare e mettere sur un tetto. Eccoti l'Orco, che torna; si volta in su:—«Ah briccone, or'ora voi siete mie! Lo diceva, che ci erano i cristianucci!»—Dunque va a casa e rimprovera la moglie. Dice:—«Che so io di bambini? Che conosco io le case degli altri? In casa mia non v'erano»—dice la moglie. Eccoti l'Orco va e picchia a tutte le case, perchè gli aprissero; voleva andare a prendere le figliole. Nessuno gli rispondeva: eh! che eran minchioni, che volevano aprire all'Orco? Lui va a casa e prende tutti i fiaschi, fiaschi voti[7]; e principia a fare una scala, avete inteso? con questi fiaschi e diceva:—«Ora le chiappo!»—Quando gli ha fatto tutta questa scala, si mette a salire. Figuratevi co' fiaschi questa scala! Quando gli è neppure a metà, gli vien di sotto e riman morto. Allora l'Orchessa, la va a prendere le bambine e la le tiene per sue figliole proprio, veramente; e ricche le erano. Quando le furono grandi, lei le maritò e stiedero sempre bene e sempre in pace con questa donna. Morto che fu l'Orco, ci ebbero la sorte; e del padre non se ne ragiona più.Stretta la foglia e larga la via;Dite la vostra, chè ho detto la mia.NOTE[1]Per lo più, nelle varianti di questa fiaba, il figliuolo che i genitori vogliono far disperdere è maschio, come nel famosoPetit—Poucetdel Perrault. Una variante, che ho udita narrare inToscana, ma che non potetti sventuratamente stenografare, s'intitolaGiovannino piccolo e ricco. Giovannino, sperduto due volte dal padre, ritrova la casa, perchè aveva seminato prima sassolini e poi crusca. Ma la terza, semina panico e gli uccellini se lo beccano. Una fata il mette sur un poggio e gli dà un flauto, che, quando lo si sona, quantunque Giovannino desideri, accade. Giovannino pacchia e pacchia; e fa ballare e capitombolare i genitori, che per riprenderlo vogliono ascendere il poggio. La madre, scorticata e ferita, ricorre al giudice; e Giovannino, sonando il flauto, desidera, ch'ella strombetti alla Barbariccia, semprechè le avvien di nominarlo. Il giudice offeso di que' suoni, la caccia dall'udienza. Ella, per chiudere il varco ai flati, ottura il sedere con la conocchia e torna al tribunale; ma, nominando Giovannino, il vento estrude la rocca con tanta violenza, che va a ferire il giudice nella gamba. (Confronta con la Novella CXLV di Franco Sacchetti:—«Facendosi cavaliere messer Lando da Gobbio in Firenze per essere podestà, messer Dolcibene, schernisce la sua miseria; e poi nella sua corte essendo mossa questione a messer Dolcibene, con nuova astuzia e con le peta vince la questione).»—La prima parte della nostraMaestraè identica al principio dellaGatta Cenerentoladel Basile (Pentamerone.Giornata I. Trattenimento VI.)—«Zezolla, 'mmezzata da la Majestra ad accidere la Matreja; e credenno, co' farele avere lo patre pe' marito, d'essere tenuta cara; è posta a la cucina. Ma pe' bertute de le Fate, dapò varie fortune, sse guadagna 'no Re pe' marito.»—Fino all'arrivo alla casa dell'Orchessa si riscontra perfettamente con la seconda fiaba dellaGonzenbach(Op. cit.)Maria, die böse Stiefmutter und die sieben Räuber(salvo che nella versione della Gonzenbach la madre è morta naturalmente). Il matricidio, consigliato dalla Maestra per isposar lei il futuro vedovo ed eseguito col coperchio della cassa e la ingratitudine naturalissima della maestra, divenuta matrigna, si ritrova appo laGonzenbachnel conto:Von Giovannino und Caterina.—La madrigna che odia i figliuoli del primo letto e li vuole sperduti si ritrova inNennillo e Nennella, trattenimento VIII dèlla V Giornata delPentamerone:—«Iannuccio ha duje figlie de la primma mogliere. Sse 'nzora la seconna vota e songo tanto odiati da la matrea, che le porta a 'no vosco; dove sperduto l'uno da l'autro, Nennillo deventa caro cortisciano de 'no Principe; e Nennella, jettannose a maro ègliottuta da 'no pesce fatato e jettata sopra 'no scuoglio, è da lo fratiello reconosciuta e da lo Principe maritata ricca ricca.»—Ecco una versione milanese del racconto.L'ESEMPI DI TRE TOSANN.Ona volta gh'era marì e mièe: gh'aveven tre tosânn; ma la mader l'era madregna, come disem nun. Ona sera, (l'era in lett) la ghe dis al marì:—«Pensa ben a menà via quij tosânn, che mi voeuri minga vedej.»—E lu, el ghe dis:—«Diman i menaroo in quaj sit per faj perd.»—La tosa minor l'ha sentii; e l'ha faa finta de nient: l'ha preparaa i saccocc pien de farinna, e, quand l'è staa, che han finii de disnà, so pader, el ghe dis:—«Andemm, tosânn, vegnì adrèe mi, ch'emm de andà in d'on bel sit.»—E i ha menaa in d'on sit distant. La tosa minor la stava de drèe e ogni tocchell la metteva giò ona brancada de farinna. Quand l'è stàa nott s'hin ridott in d'on bosch, sicchè so pader el ghe dis:—«Buttemmès giò chì, in de sto cassinott, finchè el ven dì»—E lu, i ha lassàa indormentà e poeu lu l'è vengnùu via. E i tosânn hin restàa là. Dopo de lì a on pòo s'hin dessedàa e s'hin miss a piang, perchè han trovaa pu so pader. E la tosa minor la ghe dis:—«Lassèe fa de mi che soo la strâda per andà a casa.»—Come di fatti hin andàa a cà. De lì a on pòo de dì, la comincia ancamò la soa mièe; la ghe dis al marì:—«Pensèe ben a menà via ancamò quij tosânn, che voeuri pu vedej.»—Allora i ha menàa in d'on alter sit. E la tosa minor l'ha sentìi, l'ha impienìi i saccocc de sal e tutt i tocch la metteva giò ona grana. Dopo gh'è passàa i bè e ghe l'han mangiàa tutt. Quand l'è stàa nott, i ha menaa in d'on alter bosch, i ha lassàa indormentà, poeu lu l'è andàa a casa e i tosânn hin restàa là. Dopo s'hin dessedàa e han trovaa pu ancamò so pader. Allora la tosa minor la dis:—«Vegnì adrèe de mi, che sòo la strâda a andà a casa.»—La va innanz on gran tocch e poeu han pers la strada e han seguitàa a viaggià tutt el dì. In fin l'era quasi nott e saveven pu dove andà. Han vist on ciar distant in d'ona cassinna e lor hin andàa là a cercà alogg. E gh'era là ona donna; la ghe dis:—«Ve loggeria volentera; ma gh'hoo el marì che l'è on mago: se el ven a cà, el ve mazza.»—Allora sti tosânn gli han ditt:—«Se scondem sott a quella mottade brugh là: inscì en ne troverà no.»—Come di fatti han faa inscì. E lee la ghe dis:—«Sentìi, tosânn; farem ona robba. Diman mattina hoo de fà el pan e a vialter ve diròo:Vegnìi chi a juttà a mett denter el pan in del forno. Lu el ve dirà de andà là a boffà in del foeugh, e vialter disìgh che si minga bonn, ch'el v'insegna lu.»—Come di fatti lu el ghe dis:—«Tosânn, vegnìi chì, a boffà in del foeugh.»—E lor ghe disen:—«Semm minga bonn.»—E el mago el ghe dis:—«Vegnìi chì, che v'insegnaroo mì.»—E el se mett adrèe a boffà. Allora lôr gh'han ciappàa ona gamba per unna e l'han casciàa denter in del forno. Dopo han seràa su; e l'è mort denter. E quella donna i ha tignùu là come i so tosânn, e staven benissem. On dì ghe va là on poverett a cercà la caritàa: e l'era so pader de sti tosânn. E sti tosânn gh'han ditt:—«Se rigordèe quand n'avìi menàa in del bosch per fann perd? El Signor, nun el n'ha benedìi e vu el v'ha castigaa.»—In quel menter gh'è s' cioppaà ona venna del coeur e l'è mort subet.[2]Sgrammaticatura:che io sia. Benedetti soggiuntivi! Un ragazzo, che riprovammo tre anni fa negli esami di licenza liceale, si prese l'incomodo di stamparmi contro un libello, nel quale, fra le altre amenità, s'incontravano queste frasi:—«L'esaminatore Imbriani pretende, che la sceltafossedel professore, non badando, che in tutte le altre sedi licealiavvenisseil contrario....»—«Ciò l'Imbriani sceglie a preferenza,affinchè avesseun addentellato....»—Ed il poverino, senz'accorgersene, dimostrava così la giustizia della sua condanna.[3]Traduzione pretta del Virgiliano:Sic volo, sic iubeo; sit pro ratione voluntas.[4]Più d'un lettore aggrinzerà il naso a questa parola, dimenticando chenaturalia non sunt turpia. Ma i nostri maggiori non erano tanto schivi, quanto siamo noi, più forse per cresciuta ipocrisia, che per migliorata costumatezza. Dicevano le cose loro semplicemente, ingenuamente, senza malizia. Ne'Miracoli d'Amore, favola pastorale di Vincenzo Iacobilli (Roma M.DC.I), per esempio, Ranocchia villano è soprappreso da doloretti viscerali:Ranocchia.Che dïavol sarà? fan gran fracassoLe budella nel ventre. Oh gran dolore!Quello caldajo di ricotta calda,Che poco fa mangiai, n'è la cagione.Ohimè, che sarà questo? par, che tengaCinquecento folletti entro la pancia.Meglio sarà, che a scaricare il corpoVada dietro a questi arbori, che forseSi partirà la doglia.Corimbo.Io cerco il mio padron per dargli nuovaDi duo agnellini, che son nati or' ora.Ranocchia.Dïavol fa, che m'escan le budella.Corimbo.Qualche rozzo villan dev'esser quello.Gli vo fare una burla. Vo gridareAl lupo. Al lupo! Al lupo! Vien pel bosco!Pastor fuggite e salvate la greggia.Fuggi, fuggi villan, s'esser non vuoiDal lupo ucciso.Ranocchia.Cancaro! m'è forzaCon le brache calate fuggir via:Sia quel, ch'esser si vuol, purchè ne scampi.C'è della goffaggine; nol nego. Ma il riso, suscitato da questo e simili episodi, mi pare aver dovuto esser più salubre, più morale ed esteticamente superiore a quello, che destano certi moderniAcquazzoni in montagna, certeMissioni di donna, certeNonne scellerateeccetera, eccetera.[5]È noto (ma pur giova ricordarlo)appena cheadoperarsi male co' tempi futuri percome,subito che,tosto che. Esempio:—«Appena, che sarà andato via il maestro, io verrò da voi.»—S'ha a dire:Come sarà andato via il maestro; oppure:tosto che sarà andato via, eccetera.[6]Sito, a Firenze si adopera solo nel senso dipuzza,cattiv'odore; mai in quello diluogo. Raccontano d'uno d'altra provincia d'Italia, il quale, visitando un casino, che voleva affittare per villeggiarvi, sclamava sempre:Oh che sito! oh che sito!La fattoressa, che il menava intorno, diceva fra sè:Dice, che v'è un sito! Guà'! I' 'un lo sento!Finalmente scesero in un chiuso tutto aranci, e gli aranci eran tutti fioriti ed olezzavano, che non si può dire l'odore, che rendevano. Sclama il forestiero:Oh che sito! che sito!La donnicciuola non si potè tenere di non gli dire:Oh senta! qui poi, sito, davvero 'un ce n'è![7]Que' vasi di vetro sottile ed impagliati, dal collo lungo e stretto e dalla pancia quasi sferica, ne' quali custodiscono e portanoin tavola il vino nella Toscana. Nelle provincie meridionali, in Lombardia, in Piemonte non usano. Sogliono esser capaci due litri e un quarto. Ilpirettonapolitano, più spiccatamente piriforme e più capace, è di vetro spessissimo e si regge in piedi senza impagliatura.XXII.GLI ASSASSINI.[1]C'era una volta un omo, che aveva tre figliole. Quando erano sulle ventitrè si affacciavano alla finestra. Passa un capo—assassino, si volta in su e vede queste belle ragazze. Che ti fa? Vede una bottega là di faccia:—«Scusate, chi sono quelle tre belle ragazze?»—«Sono figliole d'un poero sarto»—gli dicono—«che sta quì in questa strada.»—Quest'omo va alla bottega dove gli aveva detto questo ed apre. Dice:—«Cosa mi comanda?»—Gli era un sarto; credeva, che gli portasse del lavoro.—«Quante figlie avete voi?»—dice. Dice:—«Tre, signore.»—«Abbiate da sapere, che io le ho vedute: una delle tre la voglio sposare.»—«Signore,»—dice—«Io sono un poeromo. Non gli posso dar niente di dote, nè di altro.»—«Io ricerco la ragazza, e non ricerco quattrini. Mi fareste il piacere,»—dice—«di condurmi a casa e sapere chi di loro mi vole?»—«Volentieri.»—Chiude la bottega e va a casa e picchia.—«Oh dio!»—dicono le ragazze—«gli è il babbo con un signore.»—Tirano la corda. Vengon su. Le ragazze dicono:—«Felice giorno;»—fanno de' complimenti tanto a suo padre, che a questo signore. Il babbo, le fa mettere a sedere e dice:—«Vedete, ragazze; questo signore, una di voi vi vole per isposa.»—Dice la minore:—«No.»—Quell'altra anch'essa:—«No.»—Ma la maggiore dice:—«Lo prenderò io, quando siacontento.»—«Io»—dice allora questo capo—assassino—«ho bisogno di sbrigare questo matrimonio, perchè ho bisogno di tornare nel mio posto.»—In quattro o sei giorni si concludono le nozze: si fa presto! Partono gli sposi; e lei dice addio a il padre, alle sorelle; lui lascia una borsa di quattrini; e vanno via. E principia a imboscare. La dice:—«Che c'è molto ancora per arrivare alla casa?»—«Eh»—dice—«c'è molto ancora; c'è un pezzo; c'è un pezzetto.»—Eccoti arrivano alla casa.—«Evviva gli sposi! evviva gli sposi!»—Tutti quelli altri assassini con le fiaccole. Una tavola apparecchiata: bocca mia, che vuoi tu? che ci era d'ogni ben di dio. Quando ebbero cenato:—«Abbiate da sapere, che noi siamo mercanti. Voi siete padrona di tutto tutto tutto il palazzo, qualunque cosa; ma si vole una grazia da voi.»—«E quale?»—dice.—«Che noialtri si va fori, si va via; e si rimane otto, dieci giorni. Quando noi si picchia, che voi ci aprite subito: questa è la grazia. Ma voi potete dormire in queste notti.»—Dunque, la notte, partono questi assassini; e rimane questa ragazza e comincia a guardare dappertutto, a piangere. La si accorge, che era fra gli assassini. La dice:—«Poero mio babbo! poere mie sorelle!»—E il sonno, piangi piangi, il sonno la prende. Eccoti gli assassini; e lei la dorme, non sente. Che ti fanno? buttan giù la porta. E il marito va su e l'ammazza. E dice ai servi, questo capo assassino:—«Portatela di là, dove c'è tutti gli altri morti.»—La mattina viene a Firenze questo capo—assassino e picchia alla casa delle sorelle e d'il padre:—«Uh»—dicono le ragazze—«gli è il nostro cognato, babbo.»—Tiran su la corda:—«Come la sta la nostra sorella?»—«Uh! non la riconoscereste: l'è ingrassata da non lo poter credere. Anzi la l'ha detto, una di voi la vi vol lassù, per otto o quindicigiorni.»—Dice la maggiore:—«Anderò io, verrò io.»—«Oh!»—dice—«venite quella, che volete.»—Partono e via, verso casa. Principia a imboscare, come fece all'altra. E la ragazza dice:—«Quanto c'è per arrivare a casa?»—«Eh»—dice questo assassino—«c'è tempo ancora!»—«Eh»—dice—«mi par mill'anni di veder mia sorella.»—Arrivano a il palazzo:—«Evviva! Evviva!»—tutti, che vengon giù a scortare. Dice la ragazza:—«Ahn, dov'è la mia sorella?»—Lei, la cerca subito la sua sorella.—«Ehm!»—dice il capo—assassino—«mangiate ora, la vedrete poi la sorella.»—«No, davvero, ch'io non mangio, s'io non la vedo, io.»—«Ebbene, conducetela a veder la sorella.»—Accendono una torcia, aprono la stanza mortuaria:—«Ecco, la vedete? E così sarà di voi, se non ubbidirete ad aprirci quando noi si torna. Ci dovete aprir subito, altrimenti finirete come quella. Stanotte noi si parte e si starà sette o otto giorni. Quando si torna, bisogna che ci aprite subito; altrimenti vi si ammazza.»—E vanno via. La notte partono; e rimane questa ragazza a piangere. Più che la piangeva, non dormiva, si disperava. E quando la notte lei doveva star desta, lei si addormiva. Eccoti gli assassini; picchiano e nessuno risponde. Dicono al marito:—«Non l'ammazzare, poerina; che vòi!»—«Eh!»—dice—«ce n'è un'altra!»—Va su e l'ammazza senza far discorsi. Giorni dopo, viene a Firenze; e va dalla cognata e dal sòcero; e picchia:—«L'è quì mio cognato; ma non ha la sorella, babbo.»—Dice:—«No?»—Risponde la ragazza:—«No.»—[2]e tira su la corda. Dice l'assassino:—«Dunque; vo' avete da sapere....»—«Oh, le sorelle?»—«Vo' non le riconoscereste. Le sono ingrassate tutt'e due, così; specie la me' cognata! E vole, che la veniate anche voi; e poi tornerete tutt'e due insieme.»—Dice il padre:—«È impossibile!»—Dice:—«Io non posso rimaner solo!»—«Ed io Le prenderò una donna, che La custodirà.»—Prende una donna; e gli lascia uno sborso di quattrini a il padre e gli procura una donna per custodirlo. E va via con questa ragazza; e arrivano a il palazzo:—«Evviva! Evviva!»—Figuratevi, che festa facevano gli altri assassini. Ma lei, la dice:—«Dove sono le mie sorelle, dove sono?»—«Eh mangiate! alle sorelle c'è tempo.»—«Eh non mangio, quando non le ho vedute.»—«Ebbene, conducetela a veder le sorelle.»—Aprono la stanza mortuaria: e gli dice:—«Vedete le vostre sorelle? Perchè nojaltri gli si diceva, che ne aprissero, e loro dormivano, noi le si è ammazzate.»—«Bravi!»—dice—«Hanno fatto bene! Briccone, a non obbedì' questi signori!»—«Abbiate da sapere, che fra due giorni nojaltri andremo via; e si starà dieci, dodici giorni. Quando si torna, bisogna che ci aprite subito, altrimenti vi si ammazza. Dormite il giorno innanzi.»—Eccoti, vanno via dopo due giorni; e la ragazza riman sola. L'accende un lume e va alla stanza mortuaria a vedè' le sue sorelle. Piangeva:—«Poerine! se potesse vederci nostro padre!»—Piangeva; e mentre piange, sente fare:—«Uhuh! Uhuh! Uhuh!»—un rammarichìo. Lei crede che sien le sorelle, che si lamentano; tira fori tutti i morti, e tira fori un figliolo del Re, che era ferito, ma non era morto. La lo tira fuori, la lo mette sopra un materasso, con i balsami la gli medica le ferite; e poi, la gli fa delle gelatine, dei brodi, e lì per lì. La rimette tutti i morti adagio dentro la stanza; e poi, trascina il malato adagio adagio e lo mette in una stanza in disparte, che nessuno poteva trovar questo ferito, che lei l'aveva girata la casa e sapeva quel che si faceva. La gli medica le ferite, la gli prepara quel brodo e poi la si mette alla corda.[3]Eccoti,gli assassini picchiano. Lei lesta la tira la corda:—«Ah brava!»—Chi la pigliava di lì, chi di là, regali!—«Voi siete brava! Vedete, quando siete brava, noi come si tratta?»—«Ma sicuro! Non si prendono gl'impegni piuttosto!....»—Lei, la mangia tutt'allegra.—«Ma»—dice il capo—assassino—«fra qualche giorno noi partiremo e si starà anche da venti giorni fòri.»—«Quanto mi rincresce!»—dice:—«Son sempre sola!»—«Eh, ma non pensate! Quando si torna, si starà anche un mese con voi!»—E così loro vanno via; e lei la corre subito da il figlio del Re: e lo trova, che stava veramente benino, ecco. Dopo due tre giorni, dice il Re:—«Morti per morti, qui bisogna scappare.»—Che ti fanno? vanno giù alle scuderie e prendono i meglio cavalli e si caricano di quattrini, di robe, figuratevi! caricano questi cavalli e vanno via.—«Morti per morti, gua'!»—dice. E principiano a imboscare; perchè, per volere, che andassero a casa, bisognava passa' pel bosco; con una paura potete credere! Ma finiscono il bosco liberi. Vanno al palazzo del Re. I servitori dice:—«Se non fosse morto il nostro padrone, si direbbe che gli è lui.»—S'avvicina al palazzo e i servitori lo riconoscono: urli!—«Ah! Ecch'il nostro padrone! ecch'il nostro padrone!»—La Regina, che giusto la non faceva che[4]piangere, la sente quest'urli; la corre a vedere, la riconosce il figliolo. Vi lascio dire! dalla contentezza la si sviene. Quando s'è riavuta, gli dice:—«Questa è la mia sposa!»—e gli racconta tutto il caso, com'era stato.—«Oh!»—la madre.—«Lo credo poerina, ve lo meritate pur troppo!»—Dunque seguono, per far più breve, le nozze: loro penan poco a sposarsi, si sposano, via. E lasciamo a questi, che stanno in festa; e venghiamo agli assassini. Gli assassini, picchia picchia, uh! nessun risponde. Dice un di quegli:—«'Un l'ammazzare,sai, poerina?»—Dice quello:—«Io non l'ammazzo, cheh! cheh!»—Buttan giù la porta; vanno su; e chiama chiama, nessun risponde. Non c'era, gua'! Principiano a girare il palazzo, vanno alla stanza mortuaria e principiano a cavar tutti i morti: e vedono che manca il figliolo del Re.—«Ah briccona! ora ti s'è trovata dove siei! S'è scoperto! col figlio del Re!»—Dice il capo—assassino:—«Acchiappate un orso ed ammazzatelo!»—Quando l'hanno ammazzato, gli levan la pelle; e l'assassino con tutt'arme si fa metter dentro a questa pelle, cucito, che paja un orso vero. E gli dice:—«Portatemi alla piazza del Re. Quando Maestà mi vorrà comprarmi, chiedetene una gran somma.»—Vanno sulla piazza e si metton fermi sulla piazza; e quest'orso, scherzi, ma una cosa che sorprendeva, ecco, una meraviglia! Dice la servitù:—«Maestà, La s'affacci alla finestra, La venga a vedere, che degna cosa, che è questa!»—Maestà s'affaccia; e vede quest'orso, che.... non era possibile, ecco, le maniere che faceva quest'orso. Gli dice a' servitori:—«Domandate quel che vole. Quel che vole, vole; chè io lo voglio comprare.»—Eccoti i servitori:—«Dite, galantomo, lo vendete quest'orso?»—«Nossignori, io non lo posso vendere, su questo ci campo.... Altro che con una gran somma!...»—Così i servitori vanno da Maestà e gli dicono:—«Lo vende, ma con una gran somma.»—«Voglia quel che vole, io lo voglio comperare.»—E l'assassino gli chiede cinquanta o sessanta scudi, ora non mi ricordo. E il Re gli dà i quattrini; e i servitori prendon l'orso. Figuratevi lo scherzo, che gli faceva a il Re questa bestia... Ma non si pol credere: faceva apposta lui, avete inteso? E Maestà dice:—«Chiamate la Regina, che venga a vedere la compra che ho fatta!»—I servitori gnene dicono. Essa risponde:—«Dite a il Re, che se vol bene a me, ammazzil'orso. Se poi vol bene all'orso, io me ne vado.»—Eccoti i servitori gli portano l'ambasciata:—«O L'ammazza l'orso, oppure la Regina se ne va.»—Potete credere, il dolore che gli ebbe Sua Maestà a dire che gli aveva da ammazzar questa bestia:—«Poerino!»—gli diceva all'orso il Re—«Ah quanto son dispiacente! eppure, t'ho da fare ammazzare. Tra poche ore tu hai da esser morto! Il dovere gli è verso la moglie e non verso te.»—Quando sono le ventitrè, eccoti i maniscalchi e ammazzan l'orso; i maniscalchi quelli di mercato, che ammazzan le bestie, i macellari. Quando gli è morto, allora Maestà manda a dire alla Regina, se ora la può venire di qua a vederlo almeno da morto, se non l'ha voluto veder vivo. Lei la risponde:—«Nossignore, che non ci verrò, fino che non è sparato.»—Ritornano i servitori:—«Maestà, la Regina non voi tornare, altro che quando sarà sparato l'orso.»—«Poerino!»—fa Sua Maestà—«ancora sparato, tu vedi!»—Lo fa sparare e ci trovano questo assassino con tutte le qualità dell'armi più peggiori.[5]E la Regina, la viene allora senza esser chiamata:—«Vedete, ch'è due volte»—la dice—«che v'ho salvata la vita? Voi non li conoscevi, perchè rimanesti ferito; ma io li conosco appieno, mentre che (sapete) mi trattenni tutti quei giorni, che io vi medicava. Dunque in quel posto, che noi siamo partiti, ce n'è rimasti altri trentadue: questi bisogna di spengerli.»—Vanno lassù quelli comandati da il Re e li chiappan caldi, caldi. A forza di cannoni, di fucilate, chi bruciato, morirono tutti tutti tutti. Presero tutte le ricchezze, che potete considerare! Danno foco a il posto e vengon via, e portan tutta questa gran ricchezza a il Re. La Regina fa ricerca di suo padre: gli era vecchio, vecchio, ma gli era vivo. La gli racconta tutto il caso delle sorelle, di lei; quel chel'ha patito. Suo padre pianse, potete credere! Lei, lo fece il primo signore del palazzo. Se ne vissero e se ne godièdero, ed in pace sempre stiedero.Stretta la foglia sia, larga la via,Dite la vostra, chè ho detto la mia.NOTE[1]La fiaba della presente raccolta, intitolataLe tre fornarine, è una variante di questa, che va pure confrontata con quelle intitolateL'OrcoedIl contadino che aveva tre figlioli, nonchè, per alcuni punti, con l'altra intitolataIl Re avaro. VediGonzenbach(Op. cit.) X.Die jüngste kluge Kaufmannstochter.Pitrè(Op. cit.) XXII.Li sette Latri, ecc.[2]Si abbia sempre presente la costruzione delle case fiorentine, che accennammo in nota all'Uccellino, che parla.[3]In altre versioni, il Principe è ben morto e la giovane il risuscita o con un unguento miracoloso, che i suoi padroni posseggono, oppure anche con un'erba di strana virtù il cui uso le è stato insegnato da un uccello. Era difatti un tempo credenza generale, che esistesse un'erba con la potenza di risuscitare o di risanar le ferite.Brunetto Latinidice nelTesoro:—«Rigogolo è un uccello de la grandezza del pappagallo, et volentieri usa ne' giardini et ne' luoghi freschi et inarborati; et chi vae al nido loro et tronca la gamba ad uno de' figliuoli loro, la natura gli dà tanta conoscenza, che gli va per una erba, et portala al suo nido, et la mattina li truova l'uomo sani. Et simigliantemente, se l'uomo lega bene li suoi pulcini, l'altro dì li truova isciolti, non sarebbeno stati legati sì fortemente. Et non puote l'uomo saper con che erba elli li guarisce, nè con che ingegno li scioglie.»—Vedi anche inPitrè(Op. cit.) il conto XI.Li tri belli curuni mei; e, nellaPosillechejatadelSarnelli, il conto I.La pietà remmonerata:—«Pececca pe' compassione menaje 'na savorra sopramano; e pe' bona fortuna cogliette lo vozzacchio e le fece cadere la palommella da le granfe. La quale, caduta 'ncoppa a 'na troffa d'erva, a malappena la toccaje, che subeto, fatte quatto capotrommolae brociolejata 'no poco 'nterra, sse ne tornaje a bolare bella e bona, comme se maje fosse stata scannarozzata.»—Con la stessa erba la Pacecca risuscita il figliuol del Be di Campochiaro, che se la sposa; e poi il cognatuzzo, del quale le veniva a torto apposta l'uccisione. Questo racconto del vescovo di Bisceglie ha infiniti punti di contatto, anzi è tutt'una cosa in fondo, col conto CXII delPitrè(Lu tradimentu), il quale ne è una trasformazione religiosa. (Così il divo Antonino Pio è divenuto in Sorrento Sant'Antonino; così Ercole Ostiario divenne San Cristoforo, ed i miti pagani si trasformarono in leggende cristiane e da noi e dovunque). Altro riscontro aLa pietà remmoneratapuò leggersi nella prima dispensa dellaScelta di Curiosità Letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XVII, edita dal librajo Gaetano Romagnoli, in Bologna. È laStoria d'una donna, tentata dal cognato, scampata da pericoli, ritornata in grazia del marito per sua castità e divozione, che il Zambrini ricavò da un codice miscellaneo dell'Università bolognese, segnato di n.º 158.[4]Che, nel significato dise non; è gergo infranciosato moderno; ma in buona lingua non si dice.[5]Vedi, nelPecorone, la Novella Prima della Giornata Vigesimaquinta:—«Democrate di Ricanati delibera di dare una caccia di animali selvaggi, a certi signori forestieri. Muore di questi un'orsa grossissima. Alcuni masnadieri fanno disegno di rubare Democrate. Un di loro si veste della pelle di essa; e, messo dagli altri in una gabbia, si presenta a Democrate, fingendo che gli mandi quest'orsa un albanese suo amico. La notte introduce i compagni. Al romore accorre un fante, e va a raccontare che l'orsa è fuori della gabbia. È uccisa, e allor si scuopre l'infelice masnadiero.»—Questa novella, SerGiovanni Fiorentinola desunse dall'Asino d'orodiApulejo. (Vedi, nella versione delFirenzuola, il Libro IV).
XX.I TRE FRATELLI.[1]C'era un padre, che aveva tre figli; e nessuno di questi figli cercava moglie. Quest'omo, essendo vecchio, disse un giorno:—«Com'ho da fare essendo vecchio e avendo tre figli, che nessuno cerca moglie? È meglio ch'io collochi questi figli e trovi un mezzo per farli sposare.»—E gli diede tre palle e li portò sur una piazza e gli disse, che l'avessero buttate per l'aria: dove cascava queste palle avrebbero preso moglie. Una cascò sopra una bottega d'un bottegajo; una sur una bottega d'un macellajo; ed una sur una vasca. Il maggiore era quello d'i' bottegajo; i' secondo quello d'i' macellajo; ed i' terzo quello della vasca, che si chiamava Checchino, i' più piccino. I' padre, perchè non c'entrasse gelosia fra fratello e fratello, disse: Quella sposa che faceva meglio i' lavoro sarebbe stata la prima sposa che entrava in casa. Gli diede una camicia per uno a cucire ai figli, che la portasse ciascuno alla sua sposa; e quella, che la cuciva meglio, sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa. Dunque ognuno la portava. E quello della vasca, che andiede alla vasca, non c'era che una rana.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino[2], che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E uscì un pesce dalla vasca, e prendeva questo fagottino in bocca e rientrava nella vasca: e dentro c'era scritto un polizzino:—«Quindici giorni a cucire questa camicia.»—E dopo quindici giorni tornava Checchino a prender la camicia e richiamava la solita rana.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E risortiva i' solito pesce cor[3]i' fagottino della camicia in bocca; fatta benissimo, preciso, molto meglio che quelle delle altre due. E poi i' padre, naturale, vede che quella lì era cucita meglio, ma non ostante, non persuaso, gli diede ancora una libbra di lino a filare per uno ai suoi figli, che ciascuno la portasse alla sua sposa, chè chi l'avesse filata meglio sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa, perchè voleva che tra loro non c'entrasse gelosia. E gli dà i' tempo quindici giorni. Checchino andiede alla vasca.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E uscì i' solito pesce dalla vasca; e prendeva questo lino in bocca, e dentro c'era un polizzino, scritto:—«Quindici giorni a filare questo lino.»—E dopo quindici giorni Checchino tornava alla vasca a dimandare.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E gli riportò la libbra d'i' lino, bell'e sigillato in un rinvoltino, filato, com'avrebbe potuto fare una signora, perchè questa era una principessa, confinata in quella vasca perchè era fatata. Questo era burlato dai fratelli, che gli dicevan sempre:—«Eh, sposerai una rana, un pesce![4]»—E questo era sempre malinconico, di cattivo umore. Allora, quando gli ebbon riportato questa libbra di lino, i' padre volle provare, non persuaso ancora, perchè non voleva che ci fosse gelosia fra loro. Assegnò a ciascuno un piano della casa e disse, che chi avrebbe montato i' suo appartamento, spazio di quindici giorni, con miglior gusto, sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa. Quello della rana, andiede alla vasca.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E sortiva i' solito pesce. Checchino gli diede a portare i' suo biglietto alla sposa, che in capo a quindici giorni i' quartiere doveva essere tutto mobiliato, doveva portare in casa letti, tende, poltrone, tutto. Dopo, quando andiedono a vedere i quartieri, quello della bottegaja era ammobiliato che non c'era male; quello della macellaja era persino sporco di sangue; e quello della rana era i' meglio quartiere di tutti, c'eran persin le tende di seta. Allora i' padre fissò, che i' piccino fussiquello, che fosse i' primo a essere sposo. La mattina fissorno le carrozze per andare a prendere la sposa, e gli altri fratelli ridevano, perchè dicevano:—«Andiamo a prendere un pesce!»—Figuratevi come lo burlavano! E va alla vasca.—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—E sortì dalla vasca una bellissima Principessa, che era la Rana, con sei carrozze, con tutte dame vestite da corte, e vanno a sposare. I fratelli ridevano e lo burlavano, credendo che fosse una rana: quando videro uscire una bella signora, rimasero stupefatti. Dopo pochi giorni fissorno lo sposalizio degli altri due fratelli e che quelle altre due dovessero servire di cameriste alla prima sposa. I' padre, che aveva fatto tanto perchè non c'entrasse gelosia fra fratello e fratello, mancò di prudenza: si sa, le cognate non si potevan dar pace di servire alla sposa di Checchino. Dopo, lei ebbe una figlia, la Principessa; e la consegnarono alla prima camerista, come per governante; la doveva tenere come una sua figlia, per bene; la consegnarono a lei, che n'avesse tenuto di conto. Un giorno, andando a spasso per un paese, avendo questa figlia, e la vendiede a un marinaro, perchè era gelosa. E lei non sapeva più come fare a tornare a casa dopo. Andiede a gira' per i' mondo, perchè temeva, che se tornasse a casa l'avrebbero ammazzata. E la prese per cameriera un signore distante una cinquantina di miglia. Cadde ammalata. Essendo ammalata, confessò i' suo delitto, che aveva commesso. Questo signore, avendo saputo che era stata smarritaquesta figlia (avevon mandata la circolare) pensò di scrivere che aveva trovato quella, che aveva commesso questo delitto. La bottegaja guarì e fu consegnata a i' padre di questa figlia, che era divenuto Re, perchè aveva sposata la Rana. La presono, la feciono ricercare della figlia e a chi l'aveva venduta; e la murarono in un muro, lasciato fuori i' busto solo. E tutti i giorni doveva andare a portargli da mangiare la sua nipote di lei che l'aveva venduta (e che l'avevano ritrovata) per ricordargli i' suo delitto. E campò quattro anni e poi morì.Stretta la foglia e larga la via,Dite la vostra, chè ho detto la mia.NOTE[1]Annota ilLiebrecht:—«Dazu K—M, n.º LXIII,Die drei Federn;RadloffI, 8.Der Kaufmann(vgl.Schiefnerin der Vorrede, Seite XIII); und bei den Hindus siehAsiatic Journal, n.º 19. p. 143—150.Stephens und Afzel.Svenska Folk—Sagor, etc. zu n.º XVII,Den förtrollade fästemän, wozu auch gehört n.º XV,Den fördrollade Grodan.»—VediPitrè, Op. cit. XLVI.La Jmmiruta.[2]Perchè il verso torni, va letto e dettoChecchin, apocopando. Ma la novellatrice dicevaChecchino, ed ho scrittoChecchino.[3]Corpercon. Uno stornello di Roccastrada nel Sanese dice:In mezzo al mar che c'è un pesce preteAccompagnatocor unaltro abate:Bella 'un vi si pol dir, brutta non siete.[4]Le rane però non son mica pesci.
I TRE FRATELLI.[1]
C'era un padre, che aveva tre figli; e nessuno di questi figli cercava moglie. Quest'omo, essendo vecchio, disse un giorno:—«Com'ho da fare essendo vecchio e avendo tre figli, che nessuno cerca moglie? È meglio ch'io collochi questi figli e trovi un mezzo per farli sposare.»—E gli diede tre palle e li portò sur una piazza e gli disse, che l'avessero buttate per l'aria: dove cascava queste palle avrebbero preso moglie. Una cascò sopra una bottega d'un bottegajo; una sur una bottega d'un macellajo; ed una sur una vasca. Il maggiore era quello d'i' bottegajo; i' secondo quello d'i' macellajo; ed i' terzo quello della vasca, che si chiamava Checchino, i' più piccino. I' padre, perchè non c'entrasse gelosia fra fratello e fratello, disse: Quella sposa che faceva meglio i' lavoro sarebbe stata la prima sposa che entrava in casa. Gli diede una camicia per uno a cucire ai figli, che la portasse ciascuno alla sua sposa; e quella, che la cuciva meglio, sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa. Dunque ognuno la portava. E quello della vasca, che andiede alla vasca, non c'era che una rana.
—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino[2], che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—
E uscì un pesce dalla vasca, e prendeva questo fagottino in bocca e rientrava nella vasca: e dentro c'era scritto un polizzino:—«Quindici giorni a cucire questa camicia.»—E dopo quindici giorni tornava Checchino a prender la camicia e richiamava la solita rana.
—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—
E risortiva i' solito pesce cor[3]i' fagottino della camicia in bocca; fatta benissimo, preciso, molto meglio che quelle delle altre due. E poi i' padre, naturale, vede che quella lì era cucita meglio, ma non ostante, non persuaso, gli diede ancora una libbra di lino a filare per uno ai suoi figli, che ciascuno la portasse alla sua sposa, chè chi l'avesse filata meglio sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa, perchè voleva che tra loro non c'entrasse gelosia. E gli dà i' tempo quindici giorni. Checchino andiede alla vasca.
—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—
E uscì i' solito pesce dalla vasca; e prendeva questo lino in bocca, e dentro c'era un polizzino, scritto:—«Quindici giorni a filare questo lino.»—E dopo quindici giorni Checchino tornava alla vasca a dimandare.
—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—
E gli riportò la libbra d'i' lino, bell'e sigillato in un rinvoltino, filato, com'avrebbe potuto fare una signora, perchè questa era una principessa, confinata in quella vasca perchè era fatata. Questo era burlato dai fratelli, che gli dicevan sempre:—«Eh, sposerai una rana, un pesce![4]»—E questo era sempre malinconico, di cattivo umore. Allora, quando gli ebbon riportato questa libbra di lino, i' padre volle provare, non persuaso ancora, perchè non voleva che ci fosse gelosia fra loro. Assegnò a ciascuno un piano della casa e disse, che chi avrebbe montato i' suo appartamento, spazio di quindici giorni, con miglior gusto, sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa. Quello della rana, andiede alla vasca.
—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—
E sortiva i' solito pesce. Checchino gli diede a portare i' suo biglietto alla sposa, che in capo a quindici giorni i' quartiere doveva essere tutto mobiliato, doveva portare in casa letti, tende, poltrone, tutto. Dopo, quando andiedono a vedere i quartieri, quello della bottegaja era ammobiliato che non c'era male; quello della macellaja era persino sporco di sangue; e quello della rana era i' meglio quartiere di tutti, c'eran persin le tende di seta. Allora i' padre fissò, che i' piccino fussiquello, che fosse i' primo a essere sposo. La mattina fissorno le carrozze per andare a prendere la sposa, e gli altri fratelli ridevano, perchè dicevano:—«Andiamo a prendere un pesce!»—Figuratevi come lo burlavano! E va alla vasca.
—«Rana, Rana!»——«Chi è, che mi chiama?»——«Checchino, che poco t'ama.»——«M'amerà, m'amerà,Quando bella mi vedrà.»—
E sortì dalla vasca una bellissima Principessa, che era la Rana, con sei carrozze, con tutte dame vestite da corte, e vanno a sposare. I fratelli ridevano e lo burlavano, credendo che fosse una rana: quando videro uscire una bella signora, rimasero stupefatti. Dopo pochi giorni fissorno lo sposalizio degli altri due fratelli e che quelle altre due dovessero servire di cameriste alla prima sposa. I' padre, che aveva fatto tanto perchè non c'entrasse gelosia fra fratello e fratello, mancò di prudenza: si sa, le cognate non si potevan dar pace di servire alla sposa di Checchino. Dopo, lei ebbe una figlia, la Principessa; e la consegnarono alla prima camerista, come per governante; la doveva tenere come una sua figlia, per bene; la consegnarono a lei, che n'avesse tenuto di conto. Un giorno, andando a spasso per un paese, avendo questa figlia, e la vendiede a un marinaro, perchè era gelosa. E lei non sapeva più come fare a tornare a casa dopo. Andiede a gira' per i' mondo, perchè temeva, che se tornasse a casa l'avrebbero ammazzata. E la prese per cameriera un signore distante una cinquantina di miglia. Cadde ammalata. Essendo ammalata, confessò i' suo delitto, che aveva commesso. Questo signore, avendo saputo che era stata smarritaquesta figlia (avevon mandata la circolare) pensò di scrivere che aveva trovato quella, che aveva commesso questo delitto. La bottegaja guarì e fu consegnata a i' padre di questa figlia, che era divenuto Re, perchè aveva sposata la Rana. La presono, la feciono ricercare della figlia e a chi l'aveva venduta; e la murarono in un muro, lasciato fuori i' busto solo. E tutti i giorni doveva andare a portargli da mangiare la sua nipote di lei che l'aveva venduta (e che l'avevano ritrovata) per ricordargli i' suo delitto. E campò quattro anni e poi morì.
Stretta la foglia e larga la via,Dite la vostra, chè ho detto la mia.
NOTE
[1]Annota ilLiebrecht:—«Dazu K—M, n.º LXIII,Die drei Federn;RadloffI, 8.Der Kaufmann(vgl.Schiefnerin der Vorrede, Seite XIII); und bei den Hindus siehAsiatic Journal, n.º 19. p. 143—150.Stephens und Afzel.Svenska Folk—Sagor, etc. zu n.º XVII,Den förtrollade fästemän, wozu auch gehört n.º XV,Den fördrollade Grodan.»—VediPitrè, Op. cit. XLVI.La Jmmiruta.[2]Perchè il verso torni, va letto e dettoChecchin, apocopando. Ma la novellatrice dicevaChecchino, ed ho scrittoChecchino.[3]Corpercon. Uno stornello di Roccastrada nel Sanese dice:In mezzo al mar che c'è un pesce preteAccompagnatocor unaltro abate:Bella 'un vi si pol dir, brutta non siete.[4]Le rane però non son mica pesci.
[1]Annota ilLiebrecht:—«Dazu K—M, n.º LXIII,Die drei Federn;RadloffI, 8.Der Kaufmann(vgl.Schiefnerin der Vorrede, Seite XIII); und bei den Hindus siehAsiatic Journal, n.º 19. p. 143—150.Stephens und Afzel.Svenska Folk—Sagor, etc. zu n.º XVII,Den förtrollade fästemän, wozu auch gehört n.º XV,Den fördrollade Grodan.»—VediPitrè, Op. cit. XLVI.La Jmmiruta.
[2]Perchè il verso torni, va letto e dettoChecchin, apocopando. Ma la novellatrice dicevaChecchino, ed ho scrittoChecchino.
[3]Corpercon. Uno stornello di Roccastrada nel Sanese dice:
In mezzo al mar che c'è un pesce preteAccompagnatocor unaltro abate:Bella 'un vi si pol dir, brutta non siete.
[4]Le rane però non son mica pesci.
XXI.LA MAESTRA.[1]C'era una volta marito e moglie che avevan due bambine. Ma eran figliole d'un'altra moglie che quest'omo aveva avuta prima e che era morta. Le mandavano a scola: sapete bene, i ragazzi! Suo padre andava a accompagnarle e a riprenderle queste bambine. La maestra gli piaceva quest'omo, il padre delle bambine, di molto, ma di molto; ne era innamorata proprio. Figuratevi le carezze e il bene, che la voleva a queste bambine. Le bambine:—«Sai che si pagherebbe, perchè fosse la nostra mamma Lei! La ci vuol tanto bene!»—«Eh»—dice—«bambine mie, che volete? L'avete la mamma, io non posso essere la vostra mamma.»—Tutti i giorni le dicevan così:—«Che si pagherebbe, che la fosse la nostra mamma!»—Lei la dice un giorno:—«Gua', se volete che io fossi[2]la vostra mamma, il rimedio ci sarebbe. Quando la mamma vi dà la merenda la mattina, che la la mette in una cassina, buttate lo sportello sopra; la riman morta. E così io sposerò vostro padre!»—Disegnò bene! Eccoti una mattina le bambine, quando la madre gli dà la merenda, le gli buttan sopra lo sportello, e la riman morta; le rimane il ferro dello sportello confitto nel capo. Scappan dalla maestra:—«Sora Maestra, l'è bell'e fatto! l'è bell'e morta la nostra madrigna!»—Le sapevan di molto la birbonata le piccine. Torna il marito, va di là e trova questa povera donna morta, gua'. Ahn, che ti fa? corre subito dalla sua maestra,dalle bambine:—«Oh cosa gli è questo? Si vede proprio, poera donna, si chinava nella cassa, gli è cascato addosso lo sportello e gli è rimasta morta!»—Le bambine si mettono a piangere; la maestra l'istesso.—«Ah! poerina, che disgrazia!»—Figuaravano. Quest'omo le porta a casa le bambine, fa sotterrare la moglie. Che volete! era morta! Piangi ch'io piango: quest'omo piangeva davvero perchè la gli dispiacque. La Maestra dice alle ragazze:—«Sapete?»—dice,—«vostro padre, quando vo' vedete che piange, vo' gli avete a dire:La non pianga, via, signor padre! non c'è rimedio. Perchè la non isposa la signora maestra?»—Eccoti, quand'egli è in casa, piangeva quest'omo sempre e rammentava la sua moglie:—«Babbo! la non pianga! non c'è rimedio! Perchè la non piglia la signora Maestra che la ci vol tanto bene?»—«Bisogna vedere se la signora Maestra la mi vorrà. Io ho due figliole, vojaltre, sapete; non è facile.»—«E»—dicono—«gli si dirà noi; gli si dirà noi alla signora Maestra.»—Eccoti la mattina le vanno a scola.—«Così, cosa disse?»—«Chi sa se la signora Maestra la vorrà prender me?E noi gli si disse:Si dirà noi alla Signora Maestra; si sentirà quel che la dice.»—Dice la Maestra:—«Quando stasera egli vi domanda, voi gli avete da dire:Se gli è contento lui, io son contenta.»—Eccoti la sera ritornano:—«Cosa gli ha detto la Signora Maestra?»—Dicono:—«Ha detto: se gli è contento Lei, lei è contenta.»—«Bene»—dice—«vol dire che domani io verrò là e si discorrerà i nostri affari.»—Eccoti la mattina va là e si principia a discorrere:—«Io son contento.»—«Io son contenta.»—Facendo il discorso corto, in poco tempo furono sposi. Dopo che furono stati sposi, dopo sette o otto giorni, la principiò a strapazzare queste bambine; la gli tirava,la non le poteva soffrire. Le bambine, quando tornava suo padre:—«Babbo»—dicevano—«quanto la ci strapazza, la signora Maestra. Quanto ci tira! La ci voleva tanto bene!»—«Eh!»—dice il padre—«voi sarete cattive, però....»—Un giorno torna a desinare. La gli dice lei:—«Assolutamente, o fori le bambine, o vado fori io. Io non ce le voglio.»—«Ma come!»—dice.—«Io devo mandar via le bambine? Dove voi tu, che io porti le mie bambine?»—«Ah tant'è! Io voglio così[3].»—Dunque, un giorno, il padre gli dice:—«Oh bambine, oggi, quando si sarà mangiato, s'ha andare a fare una passeggiata.»—La maggiorina la si veste; e, nella tasca, gli viene una idea, la si mette tutta crusca. La fa un bucolino alla tasca e ci mette la crusca. La perdeva; a camminare andava via. Eccoti, la moglie, la gli dice, a quest'omo:—«Portatele fori; quando siete fori, a un posto, gli avete a dire d'andare ad orinare e lasciarle.»—Così quest'omo, il giorno, va via con le sue bambine, tutto dolente, pover'omo, con un dispiacere da non credersi. Cammina, cammina, cammina e gli fa fare... chi sa le miglia? Non si sa, di molte. E poi gli dice, che aveva voglia di orinare[4]:—«Aspettatemi qui»—gli dice; e va via. Lui va a casa; e le bambine aspetta aspetta, si mettono a piangere; non avevan più il suo babbo e non sapevan dove le avevan da venire. Quella maggiorina dice alla sorella:—«Stai zitta! Guarda, guarda si anderà dietro alla crusca, ch'io ho presa; così si troverà la strada.»—Eccoti, dietro dietro alla crusca; e arrivano all'uscio di casa e picchiano. Picchiano. Picchiano, s'affaccia la maestra:—«Ah!»—dice,—«son le bambine! Ah quanto tu sei scellerato!»—Le salgon su e le dicano:—«Babbo, perchè non L'è venuto più a pigliarci? perchè La ci ha lasciate?»—«Ho trovatoun mio amico; e così mi sono scordato di voi.»—La moglie insisteva:—«Non avete inteso, che non ce le voglio? O via io, o via loro!»—«Sapete!»—dice suo padre un giorno.—«Oggi v'avete a vestire e si fa una bella passeggiata.»—«Sì! e poi ci lascia!...»—«Eh! non c'è pericolo; non c'è pericolo! Non vi lascio; non vi lascio! Non avete paura!»—Le bambine, le si vestono; ma non si mette crusca quella maggiorina; la non se ne ricorda, o non ce ne avea da essere in casa. Cammina, cammina, il padre le fece camminare centomila volte più della prima volta.—«Sapete»—dice—«bambine; io ho una gran voglia di orinare.»—«Ecco, già, e poi La ci lascia.»—«Non vi lascio, no; quand'io vi dico!...»—E va via suo padre: le bambine lo aspettano ancora. E si fece notte scura. Piangendo, non sapevano dove andare. Cammina, cammina; le vedono un lumicino lontano, ma lontano! Le van sempre appresso a questa luce, loro, gua'! Si avvicinano a questo lume e veggono una porta e picchiano. L'era la casa dell'Orco. Eccoti l'Orchessa (non c'era l'Orco) la tira la corda e vede queste due bambine.—«Oh poerine!»—dice. Eh! le fanno tutto il racconto.—«Il babbo ci ha lasciate»—e le fanno tutto il racconto.—«Poerine»—dice—«v'avete combinato male, perchè l'Orco vi mangia, sapete? appena, che[5]torna.»—La gli dà da mangiare, questa donna, qualcosa, perchè le si accomodino un po' lo stomaco; poerine! le avevan fatto tutte quelle miglia, senza mangiare; e le mette sotto un orcio, dopo che le hanno mangiato. Eccoti l'Orco, che torna a casa.—«Mucci, mucci, che[6]sito di cristianucci; o ce n'è o ce n'è stati, o ce n'è degli impiattati.»—«Eh, chetatevi!»—dice l'Orchessa—«Venite a cena, che si vada a letto! Sempre delle buffonate!»—Eccotil'Orco mangia e va a letto. E la mattina va via, perchè lui andava via presto. Dice l'Orchessa a queste ragazze:—«Poerine»—dice—«io vi do da mangiare; ma salve non vi fo, perchè, se torna, vi mangia. Non vi sarebbe altro vi mettessi su quel tetto, perchè su codesto tetto lui non ci va.»—L'Orco non ci poteva andare. Te le fa andare e mettere sur un tetto. Eccoti l'Orco, che torna; si volta in su:—«Ah briccone, or'ora voi siete mie! Lo diceva, che ci erano i cristianucci!»—Dunque va a casa e rimprovera la moglie. Dice:—«Che so io di bambini? Che conosco io le case degli altri? In casa mia non v'erano»—dice la moglie. Eccoti l'Orco va e picchia a tutte le case, perchè gli aprissero; voleva andare a prendere le figliole. Nessuno gli rispondeva: eh! che eran minchioni, che volevano aprire all'Orco? Lui va a casa e prende tutti i fiaschi, fiaschi voti[7]; e principia a fare una scala, avete inteso? con questi fiaschi e diceva:—«Ora le chiappo!»—Quando gli ha fatto tutta questa scala, si mette a salire. Figuratevi co' fiaschi questa scala! Quando gli è neppure a metà, gli vien di sotto e riman morto. Allora l'Orchessa, la va a prendere le bambine e la le tiene per sue figliole proprio, veramente; e ricche le erano. Quando le furono grandi, lei le maritò e stiedero sempre bene e sempre in pace con questa donna. Morto che fu l'Orco, ci ebbero la sorte; e del padre non se ne ragiona più.Stretta la foglia e larga la via;Dite la vostra, chè ho detto la mia.NOTE[1]Per lo più, nelle varianti di questa fiaba, il figliuolo che i genitori vogliono far disperdere è maschio, come nel famosoPetit—Poucetdel Perrault. Una variante, che ho udita narrare inToscana, ma che non potetti sventuratamente stenografare, s'intitolaGiovannino piccolo e ricco. Giovannino, sperduto due volte dal padre, ritrova la casa, perchè aveva seminato prima sassolini e poi crusca. Ma la terza, semina panico e gli uccellini se lo beccano. Una fata il mette sur un poggio e gli dà un flauto, che, quando lo si sona, quantunque Giovannino desideri, accade. Giovannino pacchia e pacchia; e fa ballare e capitombolare i genitori, che per riprenderlo vogliono ascendere il poggio. La madre, scorticata e ferita, ricorre al giudice; e Giovannino, sonando il flauto, desidera, ch'ella strombetti alla Barbariccia, semprechè le avvien di nominarlo. Il giudice offeso di que' suoni, la caccia dall'udienza. Ella, per chiudere il varco ai flati, ottura il sedere con la conocchia e torna al tribunale; ma, nominando Giovannino, il vento estrude la rocca con tanta violenza, che va a ferire il giudice nella gamba. (Confronta con la Novella CXLV di Franco Sacchetti:—«Facendosi cavaliere messer Lando da Gobbio in Firenze per essere podestà, messer Dolcibene, schernisce la sua miseria; e poi nella sua corte essendo mossa questione a messer Dolcibene, con nuova astuzia e con le peta vince la questione).»—La prima parte della nostraMaestraè identica al principio dellaGatta Cenerentoladel Basile (Pentamerone.Giornata I. Trattenimento VI.)—«Zezolla, 'mmezzata da la Majestra ad accidere la Matreja; e credenno, co' farele avere lo patre pe' marito, d'essere tenuta cara; è posta a la cucina. Ma pe' bertute de le Fate, dapò varie fortune, sse guadagna 'no Re pe' marito.»—Fino all'arrivo alla casa dell'Orchessa si riscontra perfettamente con la seconda fiaba dellaGonzenbach(Op. cit.)Maria, die böse Stiefmutter und die sieben Räuber(salvo che nella versione della Gonzenbach la madre è morta naturalmente). Il matricidio, consigliato dalla Maestra per isposar lei il futuro vedovo ed eseguito col coperchio della cassa e la ingratitudine naturalissima della maestra, divenuta matrigna, si ritrova appo laGonzenbachnel conto:Von Giovannino und Caterina.—La madrigna che odia i figliuoli del primo letto e li vuole sperduti si ritrova inNennillo e Nennella, trattenimento VIII dèlla V Giornata delPentamerone:—«Iannuccio ha duje figlie de la primma mogliere. Sse 'nzora la seconna vota e songo tanto odiati da la matrea, che le porta a 'no vosco; dove sperduto l'uno da l'autro, Nennillo deventa caro cortisciano de 'no Principe; e Nennella, jettannose a maro ègliottuta da 'no pesce fatato e jettata sopra 'no scuoglio, è da lo fratiello reconosciuta e da lo Principe maritata ricca ricca.»—Ecco una versione milanese del racconto.L'ESEMPI DI TRE TOSANN.Ona volta gh'era marì e mièe: gh'aveven tre tosânn; ma la mader l'era madregna, come disem nun. Ona sera, (l'era in lett) la ghe dis al marì:—«Pensa ben a menà via quij tosânn, che mi voeuri minga vedej.»—E lu, el ghe dis:—«Diman i menaroo in quaj sit per faj perd.»—La tosa minor l'ha sentii; e l'ha faa finta de nient: l'ha preparaa i saccocc pien de farinna, e, quand l'è staa, che han finii de disnà, so pader, el ghe dis:—«Andemm, tosânn, vegnì adrèe mi, ch'emm de andà in d'on bel sit.»—E i ha menaa in d'on sit distant. La tosa minor la stava de drèe e ogni tocchell la metteva giò ona brancada de farinna. Quand l'è stàa nott s'hin ridott in d'on bosch, sicchè so pader el ghe dis:—«Buttemmès giò chì, in de sto cassinott, finchè el ven dì»—E lu, i ha lassàa indormentà e poeu lu l'è vengnùu via. E i tosânn hin restàa là. Dopo de lì a on pòo s'hin dessedàa e s'hin miss a piang, perchè han trovaa pu so pader. E la tosa minor la ghe dis:—«Lassèe fa de mi che soo la strâda per andà a casa.»—Come di fatti hin andàa a cà. De lì a on pòo de dì, la comincia ancamò la soa mièe; la ghe dis al marì:—«Pensèe ben a menà via ancamò quij tosânn, che voeuri pu vedej.»—Allora i ha menàa in d'on alter sit. E la tosa minor l'ha sentìi, l'ha impienìi i saccocc de sal e tutt i tocch la metteva giò ona grana. Dopo gh'è passàa i bè e ghe l'han mangiàa tutt. Quand l'è stàa nott, i ha menaa in d'on alter bosch, i ha lassàa indormentà, poeu lu l'è andàa a casa e i tosânn hin restàa là. Dopo s'hin dessedàa e han trovaa pu ancamò so pader. Allora la tosa minor la dis:—«Vegnì adrèe de mi, che sòo la strâda a andà a casa.»—La va innanz on gran tocch e poeu han pers la strada e han seguitàa a viaggià tutt el dì. In fin l'era quasi nott e saveven pu dove andà. Han vist on ciar distant in d'ona cassinna e lor hin andàa là a cercà alogg. E gh'era là ona donna; la ghe dis:—«Ve loggeria volentera; ma gh'hoo el marì che l'è on mago: se el ven a cà, el ve mazza.»—Allora sti tosânn gli han ditt:—«Se scondem sott a quella mottade brugh là: inscì en ne troverà no.»—Come di fatti han faa inscì. E lee la ghe dis:—«Sentìi, tosânn; farem ona robba. Diman mattina hoo de fà el pan e a vialter ve diròo:Vegnìi chi a juttà a mett denter el pan in del forno. Lu el ve dirà de andà là a boffà in del foeugh, e vialter disìgh che si minga bonn, ch'el v'insegna lu.»—Come di fatti lu el ghe dis:—«Tosânn, vegnìi chì, a boffà in del foeugh.»—E lor ghe disen:—«Semm minga bonn.»—E el mago el ghe dis:—«Vegnìi chì, che v'insegnaroo mì.»—E el se mett adrèe a boffà. Allora lôr gh'han ciappàa ona gamba per unna e l'han casciàa denter in del forno. Dopo han seràa su; e l'è mort denter. E quella donna i ha tignùu là come i so tosânn, e staven benissem. On dì ghe va là on poverett a cercà la caritàa: e l'era so pader de sti tosânn. E sti tosânn gh'han ditt:—«Se rigordèe quand n'avìi menàa in del bosch per fann perd? El Signor, nun el n'ha benedìi e vu el v'ha castigaa.»—In quel menter gh'è s' cioppaà ona venna del coeur e l'è mort subet.[2]Sgrammaticatura:che io sia. Benedetti soggiuntivi! Un ragazzo, che riprovammo tre anni fa negli esami di licenza liceale, si prese l'incomodo di stamparmi contro un libello, nel quale, fra le altre amenità, s'incontravano queste frasi:—«L'esaminatore Imbriani pretende, che la sceltafossedel professore, non badando, che in tutte le altre sedi licealiavvenisseil contrario....»—«Ciò l'Imbriani sceglie a preferenza,affinchè avesseun addentellato....»—Ed il poverino, senz'accorgersene, dimostrava così la giustizia della sua condanna.[3]Traduzione pretta del Virgiliano:Sic volo, sic iubeo; sit pro ratione voluntas.[4]Più d'un lettore aggrinzerà il naso a questa parola, dimenticando chenaturalia non sunt turpia. Ma i nostri maggiori non erano tanto schivi, quanto siamo noi, più forse per cresciuta ipocrisia, che per migliorata costumatezza. Dicevano le cose loro semplicemente, ingenuamente, senza malizia. Ne'Miracoli d'Amore, favola pastorale di Vincenzo Iacobilli (Roma M.DC.I), per esempio, Ranocchia villano è soprappreso da doloretti viscerali:Ranocchia.Che dïavol sarà? fan gran fracassoLe budella nel ventre. Oh gran dolore!Quello caldajo di ricotta calda,Che poco fa mangiai, n'è la cagione.Ohimè, che sarà questo? par, che tengaCinquecento folletti entro la pancia.Meglio sarà, che a scaricare il corpoVada dietro a questi arbori, che forseSi partirà la doglia.Corimbo.Io cerco il mio padron per dargli nuovaDi duo agnellini, che son nati or' ora.Ranocchia.Dïavol fa, che m'escan le budella.Corimbo.Qualche rozzo villan dev'esser quello.Gli vo fare una burla. Vo gridareAl lupo. Al lupo! Al lupo! Vien pel bosco!Pastor fuggite e salvate la greggia.Fuggi, fuggi villan, s'esser non vuoiDal lupo ucciso.Ranocchia.Cancaro! m'è forzaCon le brache calate fuggir via:Sia quel, ch'esser si vuol, purchè ne scampi.C'è della goffaggine; nol nego. Ma il riso, suscitato da questo e simili episodi, mi pare aver dovuto esser più salubre, più morale ed esteticamente superiore a quello, che destano certi moderniAcquazzoni in montagna, certeMissioni di donna, certeNonne scellerateeccetera, eccetera.[5]È noto (ma pur giova ricordarlo)appena cheadoperarsi male co' tempi futuri percome,subito che,tosto che. Esempio:—«Appena, che sarà andato via il maestro, io verrò da voi.»—S'ha a dire:Come sarà andato via il maestro; oppure:tosto che sarà andato via, eccetera.[6]Sito, a Firenze si adopera solo nel senso dipuzza,cattiv'odore; mai in quello diluogo. Raccontano d'uno d'altra provincia d'Italia, il quale, visitando un casino, che voleva affittare per villeggiarvi, sclamava sempre:Oh che sito! oh che sito!La fattoressa, che il menava intorno, diceva fra sè:Dice, che v'è un sito! Guà'! I' 'un lo sento!Finalmente scesero in un chiuso tutto aranci, e gli aranci eran tutti fioriti ed olezzavano, che non si può dire l'odore, che rendevano. Sclama il forestiero:Oh che sito! che sito!La donnicciuola non si potè tenere di non gli dire:Oh senta! qui poi, sito, davvero 'un ce n'è![7]Que' vasi di vetro sottile ed impagliati, dal collo lungo e stretto e dalla pancia quasi sferica, ne' quali custodiscono e portanoin tavola il vino nella Toscana. Nelle provincie meridionali, in Lombardia, in Piemonte non usano. Sogliono esser capaci due litri e un quarto. Ilpirettonapolitano, più spiccatamente piriforme e più capace, è di vetro spessissimo e si regge in piedi senza impagliatura.
LA MAESTRA.[1]
C'era una volta marito e moglie che avevan due bambine. Ma eran figliole d'un'altra moglie che quest'omo aveva avuta prima e che era morta. Le mandavano a scola: sapete bene, i ragazzi! Suo padre andava a accompagnarle e a riprenderle queste bambine. La maestra gli piaceva quest'omo, il padre delle bambine, di molto, ma di molto; ne era innamorata proprio. Figuratevi le carezze e il bene, che la voleva a queste bambine. Le bambine:—«Sai che si pagherebbe, perchè fosse la nostra mamma Lei! La ci vuol tanto bene!»—«Eh»—dice—«bambine mie, che volete? L'avete la mamma, io non posso essere la vostra mamma.»—Tutti i giorni le dicevan così:—«Che si pagherebbe, che la fosse la nostra mamma!»—Lei la dice un giorno:—«Gua', se volete che io fossi[2]la vostra mamma, il rimedio ci sarebbe. Quando la mamma vi dà la merenda la mattina, che la la mette in una cassina, buttate lo sportello sopra; la riman morta. E così io sposerò vostro padre!»—Disegnò bene! Eccoti una mattina le bambine, quando la madre gli dà la merenda, le gli buttan sopra lo sportello, e la riman morta; le rimane il ferro dello sportello confitto nel capo. Scappan dalla maestra:—«Sora Maestra, l'è bell'e fatto! l'è bell'e morta la nostra madrigna!»—Le sapevan di molto la birbonata le piccine. Torna il marito, va di là e trova questa povera donna morta, gua'. Ahn, che ti fa? corre subito dalla sua maestra,dalle bambine:—«Oh cosa gli è questo? Si vede proprio, poera donna, si chinava nella cassa, gli è cascato addosso lo sportello e gli è rimasta morta!»—Le bambine si mettono a piangere; la maestra l'istesso.—«Ah! poerina, che disgrazia!»—Figuaravano. Quest'omo le porta a casa le bambine, fa sotterrare la moglie. Che volete! era morta! Piangi ch'io piango: quest'omo piangeva davvero perchè la gli dispiacque. La Maestra dice alle ragazze:—«Sapete?»—dice,—«vostro padre, quando vo' vedete che piange, vo' gli avete a dire:La non pianga, via, signor padre! non c'è rimedio. Perchè la non isposa la signora maestra?»—Eccoti, quand'egli è in casa, piangeva quest'omo sempre e rammentava la sua moglie:—«Babbo! la non pianga! non c'è rimedio! Perchè la non piglia la signora Maestra che la ci vol tanto bene?»—«Bisogna vedere se la signora Maestra la mi vorrà. Io ho due figliole, vojaltre, sapete; non è facile.»—«E»—dicono—«gli si dirà noi; gli si dirà noi alla signora Maestra.»—Eccoti la mattina le vanno a scola.—«Così, cosa disse?»—«Chi sa se la signora Maestra la vorrà prender me?E noi gli si disse:Si dirà noi alla Signora Maestra; si sentirà quel che la dice.»—Dice la Maestra:—«Quando stasera egli vi domanda, voi gli avete da dire:Se gli è contento lui, io son contenta.»—Eccoti la sera ritornano:—«Cosa gli ha detto la Signora Maestra?»—Dicono:—«Ha detto: se gli è contento Lei, lei è contenta.»—«Bene»—dice—«vol dire che domani io verrò là e si discorrerà i nostri affari.»—Eccoti la mattina va là e si principia a discorrere:—«Io son contento.»—«Io son contenta.»—Facendo il discorso corto, in poco tempo furono sposi. Dopo che furono stati sposi, dopo sette o otto giorni, la principiò a strapazzare queste bambine; la gli tirava,la non le poteva soffrire. Le bambine, quando tornava suo padre:—«Babbo»—dicevano—«quanto la ci strapazza, la signora Maestra. Quanto ci tira! La ci voleva tanto bene!»—«Eh!»—dice il padre—«voi sarete cattive, però....»—Un giorno torna a desinare. La gli dice lei:—«Assolutamente, o fori le bambine, o vado fori io. Io non ce le voglio.»—«Ma come!»—dice.—«Io devo mandar via le bambine? Dove voi tu, che io porti le mie bambine?»—«Ah tant'è! Io voglio così[3].»—Dunque, un giorno, il padre gli dice:—«Oh bambine, oggi, quando si sarà mangiato, s'ha andare a fare una passeggiata.»—La maggiorina la si veste; e, nella tasca, gli viene una idea, la si mette tutta crusca. La fa un bucolino alla tasca e ci mette la crusca. La perdeva; a camminare andava via. Eccoti, la moglie, la gli dice, a quest'omo:—«Portatele fori; quando siete fori, a un posto, gli avete a dire d'andare ad orinare e lasciarle.»—Così quest'omo, il giorno, va via con le sue bambine, tutto dolente, pover'omo, con un dispiacere da non credersi. Cammina, cammina, cammina e gli fa fare... chi sa le miglia? Non si sa, di molte. E poi gli dice, che aveva voglia di orinare[4]:—«Aspettatemi qui»—gli dice; e va via. Lui va a casa; e le bambine aspetta aspetta, si mettono a piangere; non avevan più il suo babbo e non sapevan dove le avevan da venire. Quella maggiorina dice alla sorella:—«Stai zitta! Guarda, guarda si anderà dietro alla crusca, ch'io ho presa; così si troverà la strada.»—Eccoti, dietro dietro alla crusca; e arrivano all'uscio di casa e picchiano. Picchiano. Picchiano, s'affaccia la maestra:—«Ah!»—dice,—«son le bambine! Ah quanto tu sei scellerato!»—Le salgon su e le dicano:—«Babbo, perchè non L'è venuto più a pigliarci? perchè La ci ha lasciate?»—«Ho trovatoun mio amico; e così mi sono scordato di voi.»—La moglie insisteva:—«Non avete inteso, che non ce le voglio? O via io, o via loro!»—«Sapete!»—dice suo padre un giorno.—«Oggi v'avete a vestire e si fa una bella passeggiata.»—«Sì! e poi ci lascia!...»—«Eh! non c'è pericolo; non c'è pericolo! Non vi lascio; non vi lascio! Non avete paura!»—Le bambine, le si vestono; ma non si mette crusca quella maggiorina; la non se ne ricorda, o non ce ne avea da essere in casa. Cammina, cammina, il padre le fece camminare centomila volte più della prima volta.—«Sapete»—dice—«bambine; io ho una gran voglia di orinare.»—«Ecco, già, e poi La ci lascia.»—«Non vi lascio, no; quand'io vi dico!...»—E va via suo padre: le bambine lo aspettano ancora. E si fece notte scura. Piangendo, non sapevano dove andare. Cammina, cammina; le vedono un lumicino lontano, ma lontano! Le van sempre appresso a questa luce, loro, gua'! Si avvicinano a questo lume e veggono una porta e picchiano. L'era la casa dell'Orco. Eccoti l'Orchessa (non c'era l'Orco) la tira la corda e vede queste due bambine.—«Oh poerine!»—dice. Eh! le fanno tutto il racconto.—«Il babbo ci ha lasciate»—e le fanno tutto il racconto.—«Poerine»—dice—«v'avete combinato male, perchè l'Orco vi mangia, sapete? appena, che[5]torna.»—La gli dà da mangiare, questa donna, qualcosa, perchè le si accomodino un po' lo stomaco; poerine! le avevan fatto tutte quelle miglia, senza mangiare; e le mette sotto un orcio, dopo che le hanno mangiato. Eccoti l'Orco, che torna a casa.—«Mucci, mucci, che[6]sito di cristianucci; o ce n'è o ce n'è stati, o ce n'è degli impiattati.»—«Eh, chetatevi!»—dice l'Orchessa—«Venite a cena, che si vada a letto! Sempre delle buffonate!»—Eccotil'Orco mangia e va a letto. E la mattina va via, perchè lui andava via presto. Dice l'Orchessa a queste ragazze:—«Poerine»—dice—«io vi do da mangiare; ma salve non vi fo, perchè, se torna, vi mangia. Non vi sarebbe altro vi mettessi su quel tetto, perchè su codesto tetto lui non ci va.»—L'Orco non ci poteva andare. Te le fa andare e mettere sur un tetto. Eccoti l'Orco, che torna; si volta in su:—«Ah briccone, or'ora voi siete mie! Lo diceva, che ci erano i cristianucci!»—Dunque va a casa e rimprovera la moglie. Dice:—«Che so io di bambini? Che conosco io le case degli altri? In casa mia non v'erano»—dice la moglie. Eccoti l'Orco va e picchia a tutte le case, perchè gli aprissero; voleva andare a prendere le figliole. Nessuno gli rispondeva: eh! che eran minchioni, che volevano aprire all'Orco? Lui va a casa e prende tutti i fiaschi, fiaschi voti[7]; e principia a fare una scala, avete inteso? con questi fiaschi e diceva:—«Ora le chiappo!»—Quando gli ha fatto tutta questa scala, si mette a salire. Figuratevi co' fiaschi questa scala! Quando gli è neppure a metà, gli vien di sotto e riman morto. Allora l'Orchessa, la va a prendere le bambine e la le tiene per sue figliole proprio, veramente; e ricche le erano. Quando le furono grandi, lei le maritò e stiedero sempre bene e sempre in pace con questa donna. Morto che fu l'Orco, ci ebbero la sorte; e del padre non se ne ragiona più.
Stretta la foglia e larga la via;Dite la vostra, chè ho detto la mia.
NOTE
[1]Per lo più, nelle varianti di questa fiaba, il figliuolo che i genitori vogliono far disperdere è maschio, come nel famosoPetit—Poucetdel Perrault. Una variante, che ho udita narrare inToscana, ma che non potetti sventuratamente stenografare, s'intitolaGiovannino piccolo e ricco. Giovannino, sperduto due volte dal padre, ritrova la casa, perchè aveva seminato prima sassolini e poi crusca. Ma la terza, semina panico e gli uccellini se lo beccano. Una fata il mette sur un poggio e gli dà un flauto, che, quando lo si sona, quantunque Giovannino desideri, accade. Giovannino pacchia e pacchia; e fa ballare e capitombolare i genitori, che per riprenderlo vogliono ascendere il poggio. La madre, scorticata e ferita, ricorre al giudice; e Giovannino, sonando il flauto, desidera, ch'ella strombetti alla Barbariccia, semprechè le avvien di nominarlo. Il giudice offeso di que' suoni, la caccia dall'udienza. Ella, per chiudere il varco ai flati, ottura il sedere con la conocchia e torna al tribunale; ma, nominando Giovannino, il vento estrude la rocca con tanta violenza, che va a ferire il giudice nella gamba. (Confronta con la Novella CXLV di Franco Sacchetti:—«Facendosi cavaliere messer Lando da Gobbio in Firenze per essere podestà, messer Dolcibene, schernisce la sua miseria; e poi nella sua corte essendo mossa questione a messer Dolcibene, con nuova astuzia e con le peta vince la questione).»—La prima parte della nostraMaestraè identica al principio dellaGatta Cenerentoladel Basile (Pentamerone.Giornata I. Trattenimento VI.)—«Zezolla, 'mmezzata da la Majestra ad accidere la Matreja; e credenno, co' farele avere lo patre pe' marito, d'essere tenuta cara; è posta a la cucina. Ma pe' bertute de le Fate, dapò varie fortune, sse guadagna 'no Re pe' marito.»—Fino all'arrivo alla casa dell'Orchessa si riscontra perfettamente con la seconda fiaba dellaGonzenbach(Op. cit.)Maria, die böse Stiefmutter und die sieben Räuber(salvo che nella versione della Gonzenbach la madre è morta naturalmente). Il matricidio, consigliato dalla Maestra per isposar lei il futuro vedovo ed eseguito col coperchio della cassa e la ingratitudine naturalissima della maestra, divenuta matrigna, si ritrova appo laGonzenbachnel conto:Von Giovannino und Caterina.—La madrigna che odia i figliuoli del primo letto e li vuole sperduti si ritrova inNennillo e Nennella, trattenimento VIII dèlla V Giornata delPentamerone:—«Iannuccio ha duje figlie de la primma mogliere. Sse 'nzora la seconna vota e songo tanto odiati da la matrea, che le porta a 'no vosco; dove sperduto l'uno da l'autro, Nennillo deventa caro cortisciano de 'no Principe; e Nennella, jettannose a maro ègliottuta da 'no pesce fatato e jettata sopra 'no scuoglio, è da lo fratiello reconosciuta e da lo Principe maritata ricca ricca.»—Ecco una versione milanese del racconto.L'ESEMPI DI TRE TOSANN.Ona volta gh'era marì e mièe: gh'aveven tre tosânn; ma la mader l'era madregna, come disem nun. Ona sera, (l'era in lett) la ghe dis al marì:—«Pensa ben a menà via quij tosânn, che mi voeuri minga vedej.»—E lu, el ghe dis:—«Diman i menaroo in quaj sit per faj perd.»—La tosa minor l'ha sentii; e l'ha faa finta de nient: l'ha preparaa i saccocc pien de farinna, e, quand l'è staa, che han finii de disnà, so pader, el ghe dis:—«Andemm, tosânn, vegnì adrèe mi, ch'emm de andà in d'on bel sit.»—E i ha menaa in d'on sit distant. La tosa minor la stava de drèe e ogni tocchell la metteva giò ona brancada de farinna. Quand l'è stàa nott s'hin ridott in d'on bosch, sicchè so pader el ghe dis:—«Buttemmès giò chì, in de sto cassinott, finchè el ven dì»—E lu, i ha lassàa indormentà e poeu lu l'è vengnùu via. E i tosânn hin restàa là. Dopo de lì a on pòo s'hin dessedàa e s'hin miss a piang, perchè han trovaa pu so pader. E la tosa minor la ghe dis:—«Lassèe fa de mi che soo la strâda per andà a casa.»—Come di fatti hin andàa a cà. De lì a on pòo de dì, la comincia ancamò la soa mièe; la ghe dis al marì:—«Pensèe ben a menà via ancamò quij tosânn, che voeuri pu vedej.»—Allora i ha menàa in d'on alter sit. E la tosa minor l'ha sentìi, l'ha impienìi i saccocc de sal e tutt i tocch la metteva giò ona grana. Dopo gh'è passàa i bè e ghe l'han mangiàa tutt. Quand l'è stàa nott, i ha menaa in d'on alter bosch, i ha lassàa indormentà, poeu lu l'è andàa a casa e i tosânn hin restàa là. Dopo s'hin dessedàa e han trovaa pu ancamò so pader. Allora la tosa minor la dis:—«Vegnì adrèe de mi, che sòo la strâda a andà a casa.»—La va innanz on gran tocch e poeu han pers la strada e han seguitàa a viaggià tutt el dì. In fin l'era quasi nott e saveven pu dove andà. Han vist on ciar distant in d'ona cassinna e lor hin andàa là a cercà alogg. E gh'era là ona donna; la ghe dis:—«Ve loggeria volentera; ma gh'hoo el marì che l'è on mago: se el ven a cà, el ve mazza.»—Allora sti tosânn gli han ditt:—«Se scondem sott a quella mottade brugh là: inscì en ne troverà no.»—Come di fatti han faa inscì. E lee la ghe dis:—«Sentìi, tosânn; farem ona robba. Diman mattina hoo de fà el pan e a vialter ve diròo:Vegnìi chi a juttà a mett denter el pan in del forno. Lu el ve dirà de andà là a boffà in del foeugh, e vialter disìgh che si minga bonn, ch'el v'insegna lu.»—Come di fatti lu el ghe dis:—«Tosânn, vegnìi chì, a boffà in del foeugh.»—E lor ghe disen:—«Semm minga bonn.»—E el mago el ghe dis:—«Vegnìi chì, che v'insegnaroo mì.»—E el se mett adrèe a boffà. Allora lôr gh'han ciappàa ona gamba per unna e l'han casciàa denter in del forno. Dopo han seràa su; e l'è mort denter. E quella donna i ha tignùu là come i so tosânn, e staven benissem. On dì ghe va là on poverett a cercà la caritàa: e l'era so pader de sti tosânn. E sti tosânn gh'han ditt:—«Se rigordèe quand n'avìi menàa in del bosch per fann perd? El Signor, nun el n'ha benedìi e vu el v'ha castigaa.»—In quel menter gh'è s' cioppaà ona venna del coeur e l'è mort subet.[2]Sgrammaticatura:che io sia. Benedetti soggiuntivi! Un ragazzo, che riprovammo tre anni fa negli esami di licenza liceale, si prese l'incomodo di stamparmi contro un libello, nel quale, fra le altre amenità, s'incontravano queste frasi:—«L'esaminatore Imbriani pretende, che la sceltafossedel professore, non badando, che in tutte le altre sedi licealiavvenisseil contrario....»—«Ciò l'Imbriani sceglie a preferenza,affinchè avesseun addentellato....»—Ed il poverino, senz'accorgersene, dimostrava così la giustizia della sua condanna.[3]Traduzione pretta del Virgiliano:Sic volo, sic iubeo; sit pro ratione voluntas.[4]Più d'un lettore aggrinzerà il naso a questa parola, dimenticando chenaturalia non sunt turpia. Ma i nostri maggiori non erano tanto schivi, quanto siamo noi, più forse per cresciuta ipocrisia, che per migliorata costumatezza. Dicevano le cose loro semplicemente, ingenuamente, senza malizia. Ne'Miracoli d'Amore, favola pastorale di Vincenzo Iacobilli (Roma M.DC.I), per esempio, Ranocchia villano è soprappreso da doloretti viscerali:Ranocchia.Che dïavol sarà? fan gran fracassoLe budella nel ventre. Oh gran dolore!Quello caldajo di ricotta calda,Che poco fa mangiai, n'è la cagione.Ohimè, che sarà questo? par, che tengaCinquecento folletti entro la pancia.Meglio sarà, che a scaricare il corpoVada dietro a questi arbori, che forseSi partirà la doglia.Corimbo.Io cerco il mio padron per dargli nuovaDi duo agnellini, che son nati or' ora.Ranocchia.Dïavol fa, che m'escan le budella.Corimbo.Qualche rozzo villan dev'esser quello.Gli vo fare una burla. Vo gridareAl lupo. Al lupo! Al lupo! Vien pel bosco!Pastor fuggite e salvate la greggia.Fuggi, fuggi villan, s'esser non vuoiDal lupo ucciso.Ranocchia.Cancaro! m'è forzaCon le brache calate fuggir via:Sia quel, ch'esser si vuol, purchè ne scampi.C'è della goffaggine; nol nego. Ma il riso, suscitato da questo e simili episodi, mi pare aver dovuto esser più salubre, più morale ed esteticamente superiore a quello, che destano certi moderniAcquazzoni in montagna, certeMissioni di donna, certeNonne scellerateeccetera, eccetera.[5]È noto (ma pur giova ricordarlo)appena cheadoperarsi male co' tempi futuri percome,subito che,tosto che. Esempio:—«Appena, che sarà andato via il maestro, io verrò da voi.»—S'ha a dire:Come sarà andato via il maestro; oppure:tosto che sarà andato via, eccetera.[6]Sito, a Firenze si adopera solo nel senso dipuzza,cattiv'odore; mai in quello diluogo. Raccontano d'uno d'altra provincia d'Italia, il quale, visitando un casino, che voleva affittare per villeggiarvi, sclamava sempre:Oh che sito! oh che sito!La fattoressa, che il menava intorno, diceva fra sè:Dice, che v'è un sito! Guà'! I' 'un lo sento!Finalmente scesero in un chiuso tutto aranci, e gli aranci eran tutti fioriti ed olezzavano, che non si può dire l'odore, che rendevano. Sclama il forestiero:Oh che sito! che sito!La donnicciuola non si potè tenere di non gli dire:Oh senta! qui poi, sito, davvero 'un ce n'è![7]Que' vasi di vetro sottile ed impagliati, dal collo lungo e stretto e dalla pancia quasi sferica, ne' quali custodiscono e portanoin tavola il vino nella Toscana. Nelle provincie meridionali, in Lombardia, in Piemonte non usano. Sogliono esser capaci due litri e un quarto. Ilpirettonapolitano, più spiccatamente piriforme e più capace, è di vetro spessissimo e si regge in piedi senza impagliatura.
[1]Per lo più, nelle varianti di questa fiaba, il figliuolo che i genitori vogliono far disperdere è maschio, come nel famosoPetit—Poucetdel Perrault. Una variante, che ho udita narrare inToscana, ma che non potetti sventuratamente stenografare, s'intitolaGiovannino piccolo e ricco. Giovannino, sperduto due volte dal padre, ritrova la casa, perchè aveva seminato prima sassolini e poi crusca. Ma la terza, semina panico e gli uccellini se lo beccano. Una fata il mette sur un poggio e gli dà un flauto, che, quando lo si sona, quantunque Giovannino desideri, accade. Giovannino pacchia e pacchia; e fa ballare e capitombolare i genitori, che per riprenderlo vogliono ascendere il poggio. La madre, scorticata e ferita, ricorre al giudice; e Giovannino, sonando il flauto, desidera, ch'ella strombetti alla Barbariccia, semprechè le avvien di nominarlo. Il giudice offeso di que' suoni, la caccia dall'udienza. Ella, per chiudere il varco ai flati, ottura il sedere con la conocchia e torna al tribunale; ma, nominando Giovannino, il vento estrude la rocca con tanta violenza, che va a ferire il giudice nella gamba. (Confronta con la Novella CXLV di Franco Sacchetti:—«Facendosi cavaliere messer Lando da Gobbio in Firenze per essere podestà, messer Dolcibene, schernisce la sua miseria; e poi nella sua corte essendo mossa questione a messer Dolcibene, con nuova astuzia e con le peta vince la questione).»—La prima parte della nostraMaestraè identica al principio dellaGatta Cenerentoladel Basile (Pentamerone.Giornata I. Trattenimento VI.)—«Zezolla, 'mmezzata da la Majestra ad accidere la Matreja; e credenno, co' farele avere lo patre pe' marito, d'essere tenuta cara; è posta a la cucina. Ma pe' bertute de le Fate, dapò varie fortune, sse guadagna 'no Re pe' marito.»—Fino all'arrivo alla casa dell'Orchessa si riscontra perfettamente con la seconda fiaba dellaGonzenbach(Op. cit.)Maria, die böse Stiefmutter und die sieben Räuber(salvo che nella versione della Gonzenbach la madre è morta naturalmente). Il matricidio, consigliato dalla Maestra per isposar lei il futuro vedovo ed eseguito col coperchio della cassa e la ingratitudine naturalissima della maestra, divenuta matrigna, si ritrova appo laGonzenbachnel conto:Von Giovannino und Caterina.—La madrigna che odia i figliuoli del primo letto e li vuole sperduti si ritrova inNennillo e Nennella, trattenimento VIII dèlla V Giornata delPentamerone:—«Iannuccio ha duje figlie de la primma mogliere. Sse 'nzora la seconna vota e songo tanto odiati da la matrea, che le porta a 'no vosco; dove sperduto l'uno da l'autro, Nennillo deventa caro cortisciano de 'no Principe; e Nennella, jettannose a maro ègliottuta da 'no pesce fatato e jettata sopra 'no scuoglio, è da lo fratiello reconosciuta e da lo Principe maritata ricca ricca.»—Ecco una versione milanese del racconto.
L'ESEMPI DI TRE TOSANN.
Ona volta gh'era marì e mièe: gh'aveven tre tosânn; ma la mader l'era madregna, come disem nun. Ona sera, (l'era in lett) la ghe dis al marì:—«Pensa ben a menà via quij tosânn, che mi voeuri minga vedej.»—E lu, el ghe dis:—«Diman i menaroo in quaj sit per faj perd.»—La tosa minor l'ha sentii; e l'ha faa finta de nient: l'ha preparaa i saccocc pien de farinna, e, quand l'è staa, che han finii de disnà, so pader, el ghe dis:—«Andemm, tosânn, vegnì adrèe mi, ch'emm de andà in d'on bel sit.»—E i ha menaa in d'on sit distant. La tosa minor la stava de drèe e ogni tocchell la metteva giò ona brancada de farinna. Quand l'è stàa nott s'hin ridott in d'on bosch, sicchè so pader el ghe dis:—«Buttemmès giò chì, in de sto cassinott, finchè el ven dì»—E lu, i ha lassàa indormentà e poeu lu l'è vengnùu via. E i tosânn hin restàa là. Dopo de lì a on pòo s'hin dessedàa e s'hin miss a piang, perchè han trovaa pu so pader. E la tosa minor la ghe dis:—«Lassèe fa de mi che soo la strâda per andà a casa.»—Come di fatti hin andàa a cà. De lì a on pòo de dì, la comincia ancamò la soa mièe; la ghe dis al marì:—«Pensèe ben a menà via ancamò quij tosânn, che voeuri pu vedej.»—Allora i ha menàa in d'on alter sit. E la tosa minor l'ha sentìi, l'ha impienìi i saccocc de sal e tutt i tocch la metteva giò ona grana. Dopo gh'è passàa i bè e ghe l'han mangiàa tutt. Quand l'è stàa nott, i ha menaa in d'on alter bosch, i ha lassàa indormentà, poeu lu l'è andàa a casa e i tosânn hin restàa là. Dopo s'hin dessedàa e han trovaa pu ancamò so pader. Allora la tosa minor la dis:—«Vegnì adrèe de mi, che sòo la strâda a andà a casa.»—La va innanz on gran tocch e poeu han pers la strada e han seguitàa a viaggià tutt el dì. In fin l'era quasi nott e saveven pu dove andà. Han vist on ciar distant in d'ona cassinna e lor hin andàa là a cercà alogg. E gh'era là ona donna; la ghe dis:—«Ve loggeria volentera; ma gh'hoo el marì che l'è on mago: se el ven a cà, el ve mazza.»—Allora sti tosânn gli han ditt:—«Se scondem sott a quella mottade brugh là: inscì en ne troverà no.»—Come di fatti han faa inscì. E lee la ghe dis:—«Sentìi, tosânn; farem ona robba. Diman mattina hoo de fà el pan e a vialter ve diròo:Vegnìi chi a juttà a mett denter el pan in del forno. Lu el ve dirà de andà là a boffà in del foeugh, e vialter disìgh che si minga bonn, ch'el v'insegna lu.»—Come di fatti lu el ghe dis:—«Tosânn, vegnìi chì, a boffà in del foeugh.»—E lor ghe disen:—«Semm minga bonn.»—E el mago el ghe dis:—«Vegnìi chì, che v'insegnaroo mì.»—E el se mett adrèe a boffà. Allora lôr gh'han ciappàa ona gamba per unna e l'han casciàa denter in del forno. Dopo han seràa su; e l'è mort denter. E quella donna i ha tignùu là come i so tosânn, e staven benissem. On dì ghe va là on poverett a cercà la caritàa: e l'era so pader de sti tosânn. E sti tosânn gh'han ditt:—«Se rigordèe quand n'avìi menàa in del bosch per fann perd? El Signor, nun el n'ha benedìi e vu el v'ha castigaa.»—In quel menter gh'è s' cioppaà ona venna del coeur e l'è mort subet.
[2]Sgrammaticatura:che io sia. Benedetti soggiuntivi! Un ragazzo, che riprovammo tre anni fa negli esami di licenza liceale, si prese l'incomodo di stamparmi contro un libello, nel quale, fra le altre amenità, s'incontravano queste frasi:—«L'esaminatore Imbriani pretende, che la sceltafossedel professore, non badando, che in tutte le altre sedi licealiavvenisseil contrario....»—«Ciò l'Imbriani sceglie a preferenza,affinchè avesseun addentellato....»—Ed il poverino, senz'accorgersene, dimostrava così la giustizia della sua condanna.
[3]Traduzione pretta del Virgiliano:
Sic volo, sic iubeo; sit pro ratione voluntas.
[4]Più d'un lettore aggrinzerà il naso a questa parola, dimenticando chenaturalia non sunt turpia. Ma i nostri maggiori non erano tanto schivi, quanto siamo noi, più forse per cresciuta ipocrisia, che per migliorata costumatezza. Dicevano le cose loro semplicemente, ingenuamente, senza malizia. Ne'Miracoli d'Amore, favola pastorale di Vincenzo Iacobilli (Roma M.DC.I), per esempio, Ranocchia villano è soprappreso da doloretti viscerali:
C'è della goffaggine; nol nego. Ma il riso, suscitato da questo e simili episodi, mi pare aver dovuto esser più salubre, più morale ed esteticamente superiore a quello, che destano certi moderniAcquazzoni in montagna, certeMissioni di donna, certeNonne scellerateeccetera, eccetera.
[5]È noto (ma pur giova ricordarlo)appena cheadoperarsi male co' tempi futuri percome,subito che,tosto che. Esempio:—«Appena, che sarà andato via il maestro, io verrò da voi.»—S'ha a dire:Come sarà andato via il maestro; oppure:tosto che sarà andato via, eccetera.
[6]Sito, a Firenze si adopera solo nel senso dipuzza,cattiv'odore; mai in quello diluogo. Raccontano d'uno d'altra provincia d'Italia, il quale, visitando un casino, che voleva affittare per villeggiarvi, sclamava sempre:Oh che sito! oh che sito!La fattoressa, che il menava intorno, diceva fra sè:Dice, che v'è un sito! Guà'! I' 'un lo sento!Finalmente scesero in un chiuso tutto aranci, e gli aranci eran tutti fioriti ed olezzavano, che non si può dire l'odore, che rendevano. Sclama il forestiero:Oh che sito! che sito!La donnicciuola non si potè tenere di non gli dire:Oh senta! qui poi, sito, davvero 'un ce n'è!
[7]Que' vasi di vetro sottile ed impagliati, dal collo lungo e stretto e dalla pancia quasi sferica, ne' quali custodiscono e portanoin tavola il vino nella Toscana. Nelle provincie meridionali, in Lombardia, in Piemonte non usano. Sogliono esser capaci due litri e un quarto. Ilpirettonapolitano, più spiccatamente piriforme e più capace, è di vetro spessissimo e si regge in piedi senza impagliatura.
XXII.GLI ASSASSINI.[1]C'era una volta un omo, che aveva tre figliole. Quando erano sulle ventitrè si affacciavano alla finestra. Passa un capo—assassino, si volta in su e vede queste belle ragazze. Che ti fa? Vede una bottega là di faccia:—«Scusate, chi sono quelle tre belle ragazze?»—«Sono figliole d'un poero sarto»—gli dicono—«che sta quì in questa strada.»—Quest'omo va alla bottega dove gli aveva detto questo ed apre. Dice:—«Cosa mi comanda?»—Gli era un sarto; credeva, che gli portasse del lavoro.—«Quante figlie avete voi?»—dice. Dice:—«Tre, signore.»—«Abbiate da sapere, che io le ho vedute: una delle tre la voglio sposare.»—«Signore,»—dice—«Io sono un poeromo. Non gli posso dar niente di dote, nè di altro.»—«Io ricerco la ragazza, e non ricerco quattrini. Mi fareste il piacere,»—dice—«di condurmi a casa e sapere chi di loro mi vole?»—«Volentieri.»—Chiude la bottega e va a casa e picchia.—«Oh dio!»—dicono le ragazze—«gli è il babbo con un signore.»—Tirano la corda. Vengon su. Le ragazze dicono:—«Felice giorno;»—fanno de' complimenti tanto a suo padre, che a questo signore. Il babbo, le fa mettere a sedere e dice:—«Vedete, ragazze; questo signore, una di voi vi vole per isposa.»—Dice la minore:—«No.»—Quell'altra anch'essa:—«No.»—Ma la maggiore dice:—«Lo prenderò io, quando siacontento.»—«Io»—dice allora questo capo—assassino—«ho bisogno di sbrigare questo matrimonio, perchè ho bisogno di tornare nel mio posto.»—In quattro o sei giorni si concludono le nozze: si fa presto! Partono gli sposi; e lei dice addio a il padre, alle sorelle; lui lascia una borsa di quattrini; e vanno via. E principia a imboscare. La dice:—«Che c'è molto ancora per arrivare alla casa?»—«Eh»—dice—«c'è molto ancora; c'è un pezzo; c'è un pezzetto.»—Eccoti arrivano alla casa.—«Evviva gli sposi! evviva gli sposi!»—Tutti quelli altri assassini con le fiaccole. Una tavola apparecchiata: bocca mia, che vuoi tu? che ci era d'ogni ben di dio. Quando ebbero cenato:—«Abbiate da sapere, che noi siamo mercanti. Voi siete padrona di tutto tutto tutto il palazzo, qualunque cosa; ma si vole una grazia da voi.»—«E quale?»—dice.—«Che noialtri si va fori, si va via; e si rimane otto, dieci giorni. Quando noi si picchia, che voi ci aprite subito: questa è la grazia. Ma voi potete dormire in queste notti.»—Dunque, la notte, partono questi assassini; e rimane questa ragazza e comincia a guardare dappertutto, a piangere. La si accorge, che era fra gli assassini. La dice:—«Poero mio babbo! poere mie sorelle!»—E il sonno, piangi piangi, il sonno la prende. Eccoti gli assassini; e lei la dorme, non sente. Che ti fanno? buttan giù la porta. E il marito va su e l'ammazza. E dice ai servi, questo capo assassino:—«Portatela di là, dove c'è tutti gli altri morti.»—La mattina viene a Firenze questo capo—assassino e picchia alla casa delle sorelle e d'il padre:—«Uh»—dicono le ragazze—«gli è il nostro cognato, babbo.»—Tiran su la corda:—«Come la sta la nostra sorella?»—«Uh! non la riconoscereste: l'è ingrassata da non lo poter credere. Anzi la l'ha detto, una di voi la vi vol lassù, per otto o quindicigiorni.»—Dice la maggiore:—«Anderò io, verrò io.»—«Oh!»—dice—«venite quella, che volete.»—Partono e via, verso casa. Principia a imboscare, come fece all'altra. E la ragazza dice:—«Quanto c'è per arrivare a casa?»—«Eh»—dice questo assassino—«c'è tempo ancora!»—«Eh»—dice—«mi par mill'anni di veder mia sorella.»—Arrivano a il palazzo:—«Evviva! Evviva!»—tutti, che vengon giù a scortare. Dice la ragazza:—«Ahn, dov'è la mia sorella?»—Lei, la cerca subito la sua sorella.—«Ehm!»—dice il capo—assassino—«mangiate ora, la vedrete poi la sorella.»—«No, davvero, ch'io non mangio, s'io non la vedo, io.»—«Ebbene, conducetela a veder la sorella.»—Accendono una torcia, aprono la stanza mortuaria:—«Ecco, la vedete? E così sarà di voi, se non ubbidirete ad aprirci quando noi si torna. Ci dovete aprir subito, altrimenti finirete come quella. Stanotte noi si parte e si starà sette o otto giorni. Quando si torna, bisogna che ci aprite subito; altrimenti vi si ammazza.»—E vanno via. La notte partono; e rimane questa ragazza a piangere. Più che la piangeva, non dormiva, si disperava. E quando la notte lei doveva star desta, lei si addormiva. Eccoti gli assassini; picchiano e nessuno risponde. Dicono al marito:—«Non l'ammazzare, poerina; che vòi!»—«Eh!»—dice—«ce n'è un'altra!»—Va su e l'ammazza senza far discorsi. Giorni dopo, viene a Firenze; e va dalla cognata e dal sòcero; e picchia:—«L'è quì mio cognato; ma non ha la sorella, babbo.»—Dice:—«No?»—Risponde la ragazza:—«No.»—[2]e tira su la corda. Dice l'assassino:—«Dunque; vo' avete da sapere....»—«Oh, le sorelle?»—«Vo' non le riconoscereste. Le sono ingrassate tutt'e due, così; specie la me' cognata! E vole, che la veniate anche voi; e poi tornerete tutt'e due insieme.»—Dice il padre:—«È impossibile!»—Dice:—«Io non posso rimaner solo!»—«Ed io Le prenderò una donna, che La custodirà.»—Prende una donna; e gli lascia uno sborso di quattrini a il padre e gli procura una donna per custodirlo. E va via con questa ragazza; e arrivano a il palazzo:—«Evviva! Evviva!»—Figuratevi, che festa facevano gli altri assassini. Ma lei, la dice:—«Dove sono le mie sorelle, dove sono?»—«Eh mangiate! alle sorelle c'è tempo.»—«Eh non mangio, quando non le ho vedute.»—«Ebbene, conducetela a veder le sorelle.»—Aprono la stanza mortuaria: e gli dice:—«Vedete le vostre sorelle? Perchè nojaltri gli si diceva, che ne aprissero, e loro dormivano, noi le si è ammazzate.»—«Bravi!»—dice—«Hanno fatto bene! Briccone, a non obbedì' questi signori!»—«Abbiate da sapere, che fra due giorni nojaltri andremo via; e si starà dieci, dodici giorni. Quando si torna, bisogna che ci aprite subito, altrimenti vi si ammazza. Dormite il giorno innanzi.»—Eccoti, vanno via dopo due giorni; e la ragazza riman sola. L'accende un lume e va alla stanza mortuaria a vedè' le sue sorelle. Piangeva:—«Poerine! se potesse vederci nostro padre!»—Piangeva; e mentre piange, sente fare:—«Uhuh! Uhuh! Uhuh!»—un rammarichìo. Lei crede che sien le sorelle, che si lamentano; tira fori tutti i morti, e tira fori un figliolo del Re, che era ferito, ma non era morto. La lo tira fuori, la lo mette sopra un materasso, con i balsami la gli medica le ferite; e poi, la gli fa delle gelatine, dei brodi, e lì per lì. La rimette tutti i morti adagio dentro la stanza; e poi, trascina il malato adagio adagio e lo mette in una stanza in disparte, che nessuno poteva trovar questo ferito, che lei l'aveva girata la casa e sapeva quel che si faceva. La gli medica le ferite, la gli prepara quel brodo e poi la si mette alla corda.[3]Eccoti,gli assassini picchiano. Lei lesta la tira la corda:—«Ah brava!»—Chi la pigliava di lì, chi di là, regali!—«Voi siete brava! Vedete, quando siete brava, noi come si tratta?»—«Ma sicuro! Non si prendono gl'impegni piuttosto!....»—Lei, la mangia tutt'allegra.—«Ma»—dice il capo—assassino—«fra qualche giorno noi partiremo e si starà anche da venti giorni fòri.»—«Quanto mi rincresce!»—dice:—«Son sempre sola!»—«Eh, ma non pensate! Quando si torna, si starà anche un mese con voi!»—E così loro vanno via; e lei la corre subito da il figlio del Re: e lo trova, che stava veramente benino, ecco. Dopo due tre giorni, dice il Re:—«Morti per morti, qui bisogna scappare.»—Che ti fanno? vanno giù alle scuderie e prendono i meglio cavalli e si caricano di quattrini, di robe, figuratevi! caricano questi cavalli e vanno via.—«Morti per morti, gua'!»—dice. E principiano a imboscare; perchè, per volere, che andassero a casa, bisognava passa' pel bosco; con una paura potete credere! Ma finiscono il bosco liberi. Vanno al palazzo del Re. I servitori dice:—«Se non fosse morto il nostro padrone, si direbbe che gli è lui.»—S'avvicina al palazzo e i servitori lo riconoscono: urli!—«Ah! Ecch'il nostro padrone! ecch'il nostro padrone!»—La Regina, che giusto la non faceva che[4]piangere, la sente quest'urli; la corre a vedere, la riconosce il figliolo. Vi lascio dire! dalla contentezza la si sviene. Quando s'è riavuta, gli dice:—«Questa è la mia sposa!»—e gli racconta tutto il caso, com'era stato.—«Oh!»—la madre.—«Lo credo poerina, ve lo meritate pur troppo!»—Dunque seguono, per far più breve, le nozze: loro penan poco a sposarsi, si sposano, via. E lasciamo a questi, che stanno in festa; e venghiamo agli assassini. Gli assassini, picchia picchia, uh! nessun risponde. Dice un di quegli:—«'Un l'ammazzare,sai, poerina?»—Dice quello:—«Io non l'ammazzo, cheh! cheh!»—Buttan giù la porta; vanno su; e chiama chiama, nessun risponde. Non c'era, gua'! Principiano a girare il palazzo, vanno alla stanza mortuaria e principiano a cavar tutti i morti: e vedono che manca il figliolo del Re.—«Ah briccona! ora ti s'è trovata dove siei! S'è scoperto! col figlio del Re!»—Dice il capo—assassino:—«Acchiappate un orso ed ammazzatelo!»—Quando l'hanno ammazzato, gli levan la pelle; e l'assassino con tutt'arme si fa metter dentro a questa pelle, cucito, che paja un orso vero. E gli dice:—«Portatemi alla piazza del Re. Quando Maestà mi vorrà comprarmi, chiedetene una gran somma.»—Vanno sulla piazza e si metton fermi sulla piazza; e quest'orso, scherzi, ma una cosa che sorprendeva, ecco, una meraviglia! Dice la servitù:—«Maestà, La s'affacci alla finestra, La venga a vedere, che degna cosa, che è questa!»—Maestà s'affaccia; e vede quest'orso, che.... non era possibile, ecco, le maniere che faceva quest'orso. Gli dice a' servitori:—«Domandate quel che vole. Quel che vole, vole; chè io lo voglio comprare.»—Eccoti i servitori:—«Dite, galantomo, lo vendete quest'orso?»—«Nossignori, io non lo posso vendere, su questo ci campo.... Altro che con una gran somma!...»—Così i servitori vanno da Maestà e gli dicono:—«Lo vende, ma con una gran somma.»—«Voglia quel che vole, io lo voglio comperare.»—E l'assassino gli chiede cinquanta o sessanta scudi, ora non mi ricordo. E il Re gli dà i quattrini; e i servitori prendon l'orso. Figuratevi lo scherzo, che gli faceva a il Re questa bestia... Ma non si pol credere: faceva apposta lui, avete inteso? E Maestà dice:—«Chiamate la Regina, che venga a vedere la compra che ho fatta!»—I servitori gnene dicono. Essa risponde:—«Dite a il Re, che se vol bene a me, ammazzil'orso. Se poi vol bene all'orso, io me ne vado.»—Eccoti i servitori gli portano l'ambasciata:—«O L'ammazza l'orso, oppure la Regina se ne va.»—Potete credere, il dolore che gli ebbe Sua Maestà a dire che gli aveva da ammazzar questa bestia:—«Poerino!»—gli diceva all'orso il Re—«Ah quanto son dispiacente! eppure, t'ho da fare ammazzare. Tra poche ore tu hai da esser morto! Il dovere gli è verso la moglie e non verso te.»—Quando sono le ventitrè, eccoti i maniscalchi e ammazzan l'orso; i maniscalchi quelli di mercato, che ammazzan le bestie, i macellari. Quando gli è morto, allora Maestà manda a dire alla Regina, se ora la può venire di qua a vederlo almeno da morto, se non l'ha voluto veder vivo. Lei la risponde:—«Nossignore, che non ci verrò, fino che non è sparato.»—Ritornano i servitori:—«Maestà, la Regina non voi tornare, altro che quando sarà sparato l'orso.»—«Poerino!»—fa Sua Maestà—«ancora sparato, tu vedi!»—Lo fa sparare e ci trovano questo assassino con tutte le qualità dell'armi più peggiori.[5]E la Regina, la viene allora senza esser chiamata:—«Vedete, ch'è due volte»—la dice—«che v'ho salvata la vita? Voi non li conoscevi, perchè rimanesti ferito; ma io li conosco appieno, mentre che (sapete) mi trattenni tutti quei giorni, che io vi medicava. Dunque in quel posto, che noi siamo partiti, ce n'è rimasti altri trentadue: questi bisogna di spengerli.»—Vanno lassù quelli comandati da il Re e li chiappan caldi, caldi. A forza di cannoni, di fucilate, chi bruciato, morirono tutti tutti tutti. Presero tutte le ricchezze, che potete considerare! Danno foco a il posto e vengon via, e portan tutta questa gran ricchezza a il Re. La Regina fa ricerca di suo padre: gli era vecchio, vecchio, ma gli era vivo. La gli racconta tutto il caso delle sorelle, di lei; quel chel'ha patito. Suo padre pianse, potete credere! Lei, lo fece il primo signore del palazzo. Se ne vissero e se ne godièdero, ed in pace sempre stiedero.Stretta la foglia sia, larga la via,Dite la vostra, chè ho detto la mia.NOTE[1]La fiaba della presente raccolta, intitolataLe tre fornarine, è una variante di questa, che va pure confrontata con quelle intitolateL'OrcoedIl contadino che aveva tre figlioli, nonchè, per alcuni punti, con l'altra intitolataIl Re avaro. VediGonzenbach(Op. cit.) X.Die jüngste kluge Kaufmannstochter.Pitrè(Op. cit.) XXII.Li sette Latri, ecc.[2]Si abbia sempre presente la costruzione delle case fiorentine, che accennammo in nota all'Uccellino, che parla.[3]In altre versioni, il Principe è ben morto e la giovane il risuscita o con un unguento miracoloso, che i suoi padroni posseggono, oppure anche con un'erba di strana virtù il cui uso le è stato insegnato da un uccello. Era difatti un tempo credenza generale, che esistesse un'erba con la potenza di risuscitare o di risanar le ferite.Brunetto Latinidice nelTesoro:—«Rigogolo è un uccello de la grandezza del pappagallo, et volentieri usa ne' giardini et ne' luoghi freschi et inarborati; et chi vae al nido loro et tronca la gamba ad uno de' figliuoli loro, la natura gli dà tanta conoscenza, che gli va per una erba, et portala al suo nido, et la mattina li truova l'uomo sani. Et simigliantemente, se l'uomo lega bene li suoi pulcini, l'altro dì li truova isciolti, non sarebbeno stati legati sì fortemente. Et non puote l'uomo saper con che erba elli li guarisce, nè con che ingegno li scioglie.»—Vedi anche inPitrè(Op. cit.) il conto XI.Li tri belli curuni mei; e, nellaPosillechejatadelSarnelli, il conto I.La pietà remmonerata:—«Pececca pe' compassione menaje 'na savorra sopramano; e pe' bona fortuna cogliette lo vozzacchio e le fece cadere la palommella da le granfe. La quale, caduta 'ncoppa a 'na troffa d'erva, a malappena la toccaje, che subeto, fatte quatto capotrommolae brociolejata 'no poco 'nterra, sse ne tornaje a bolare bella e bona, comme se maje fosse stata scannarozzata.»—Con la stessa erba la Pacecca risuscita il figliuol del Be di Campochiaro, che se la sposa; e poi il cognatuzzo, del quale le veniva a torto apposta l'uccisione. Questo racconto del vescovo di Bisceglie ha infiniti punti di contatto, anzi è tutt'una cosa in fondo, col conto CXII delPitrè(Lu tradimentu), il quale ne è una trasformazione religiosa. (Così il divo Antonino Pio è divenuto in Sorrento Sant'Antonino; così Ercole Ostiario divenne San Cristoforo, ed i miti pagani si trasformarono in leggende cristiane e da noi e dovunque). Altro riscontro aLa pietà remmoneratapuò leggersi nella prima dispensa dellaScelta di Curiosità Letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XVII, edita dal librajo Gaetano Romagnoli, in Bologna. È laStoria d'una donna, tentata dal cognato, scampata da pericoli, ritornata in grazia del marito per sua castità e divozione, che il Zambrini ricavò da un codice miscellaneo dell'Università bolognese, segnato di n.º 158.[4]Che, nel significato dise non; è gergo infranciosato moderno; ma in buona lingua non si dice.[5]Vedi, nelPecorone, la Novella Prima della Giornata Vigesimaquinta:—«Democrate di Ricanati delibera di dare una caccia di animali selvaggi, a certi signori forestieri. Muore di questi un'orsa grossissima. Alcuni masnadieri fanno disegno di rubare Democrate. Un di loro si veste della pelle di essa; e, messo dagli altri in una gabbia, si presenta a Democrate, fingendo che gli mandi quest'orsa un albanese suo amico. La notte introduce i compagni. Al romore accorre un fante, e va a raccontare che l'orsa è fuori della gabbia. È uccisa, e allor si scuopre l'infelice masnadiero.»—Questa novella, SerGiovanni Fiorentinola desunse dall'Asino d'orodiApulejo. (Vedi, nella versione delFirenzuola, il Libro IV).
GLI ASSASSINI.[1]
C'era una volta un omo, che aveva tre figliole. Quando erano sulle ventitrè si affacciavano alla finestra. Passa un capo—assassino, si volta in su e vede queste belle ragazze. Che ti fa? Vede una bottega là di faccia:—«Scusate, chi sono quelle tre belle ragazze?»—«Sono figliole d'un poero sarto»—gli dicono—«che sta quì in questa strada.»—Quest'omo va alla bottega dove gli aveva detto questo ed apre. Dice:—«Cosa mi comanda?»—Gli era un sarto; credeva, che gli portasse del lavoro.—«Quante figlie avete voi?»—dice. Dice:—«Tre, signore.»—«Abbiate da sapere, che io le ho vedute: una delle tre la voglio sposare.»—«Signore,»—dice—«Io sono un poeromo. Non gli posso dar niente di dote, nè di altro.»—«Io ricerco la ragazza, e non ricerco quattrini. Mi fareste il piacere,»—dice—«di condurmi a casa e sapere chi di loro mi vole?»—«Volentieri.»—Chiude la bottega e va a casa e picchia.—«Oh dio!»—dicono le ragazze—«gli è il babbo con un signore.»—Tirano la corda. Vengon su. Le ragazze dicono:—«Felice giorno;»—fanno de' complimenti tanto a suo padre, che a questo signore. Il babbo, le fa mettere a sedere e dice:—«Vedete, ragazze; questo signore, una di voi vi vole per isposa.»—Dice la minore:—«No.»—Quell'altra anch'essa:—«No.»—Ma la maggiore dice:—«Lo prenderò io, quando siacontento.»—«Io»—dice allora questo capo—assassino—«ho bisogno di sbrigare questo matrimonio, perchè ho bisogno di tornare nel mio posto.»—In quattro o sei giorni si concludono le nozze: si fa presto! Partono gli sposi; e lei dice addio a il padre, alle sorelle; lui lascia una borsa di quattrini; e vanno via. E principia a imboscare. La dice:—«Che c'è molto ancora per arrivare alla casa?»—«Eh»—dice—«c'è molto ancora; c'è un pezzo; c'è un pezzetto.»—Eccoti arrivano alla casa.—«Evviva gli sposi! evviva gli sposi!»—Tutti quelli altri assassini con le fiaccole. Una tavola apparecchiata: bocca mia, che vuoi tu? che ci era d'ogni ben di dio. Quando ebbero cenato:—«Abbiate da sapere, che noi siamo mercanti. Voi siete padrona di tutto tutto tutto il palazzo, qualunque cosa; ma si vole una grazia da voi.»—«E quale?»—dice.—«Che noialtri si va fori, si va via; e si rimane otto, dieci giorni. Quando noi si picchia, che voi ci aprite subito: questa è la grazia. Ma voi potete dormire in queste notti.»—Dunque, la notte, partono questi assassini; e rimane questa ragazza e comincia a guardare dappertutto, a piangere. La si accorge, che era fra gli assassini. La dice:—«Poero mio babbo! poere mie sorelle!»—E il sonno, piangi piangi, il sonno la prende. Eccoti gli assassini; e lei la dorme, non sente. Che ti fanno? buttan giù la porta. E il marito va su e l'ammazza. E dice ai servi, questo capo assassino:—«Portatela di là, dove c'è tutti gli altri morti.»—La mattina viene a Firenze questo capo—assassino e picchia alla casa delle sorelle e d'il padre:—«Uh»—dicono le ragazze—«gli è il nostro cognato, babbo.»—Tiran su la corda:—«Come la sta la nostra sorella?»—«Uh! non la riconoscereste: l'è ingrassata da non lo poter credere. Anzi la l'ha detto, una di voi la vi vol lassù, per otto o quindicigiorni.»—Dice la maggiore:—«Anderò io, verrò io.»—«Oh!»—dice—«venite quella, che volete.»—Partono e via, verso casa. Principia a imboscare, come fece all'altra. E la ragazza dice:—«Quanto c'è per arrivare a casa?»—«Eh»—dice questo assassino—«c'è tempo ancora!»—«Eh»—dice—«mi par mill'anni di veder mia sorella.»—Arrivano a il palazzo:—«Evviva! Evviva!»—tutti, che vengon giù a scortare. Dice la ragazza:—«Ahn, dov'è la mia sorella?»—Lei, la cerca subito la sua sorella.—«Ehm!»—dice il capo—assassino—«mangiate ora, la vedrete poi la sorella.»—«No, davvero, ch'io non mangio, s'io non la vedo, io.»—«Ebbene, conducetela a veder la sorella.»—Accendono una torcia, aprono la stanza mortuaria:—«Ecco, la vedete? E così sarà di voi, se non ubbidirete ad aprirci quando noi si torna. Ci dovete aprir subito, altrimenti finirete come quella. Stanotte noi si parte e si starà sette o otto giorni. Quando si torna, bisogna che ci aprite subito; altrimenti vi si ammazza.»—E vanno via. La notte partono; e rimane questa ragazza a piangere. Più che la piangeva, non dormiva, si disperava. E quando la notte lei doveva star desta, lei si addormiva. Eccoti gli assassini; picchiano e nessuno risponde. Dicono al marito:—«Non l'ammazzare, poerina; che vòi!»—«Eh!»—dice—«ce n'è un'altra!»—Va su e l'ammazza senza far discorsi. Giorni dopo, viene a Firenze; e va dalla cognata e dal sòcero; e picchia:—«L'è quì mio cognato; ma non ha la sorella, babbo.»—Dice:—«No?»—Risponde la ragazza:—«No.»—[2]e tira su la corda. Dice l'assassino:—«Dunque; vo' avete da sapere....»—«Oh, le sorelle?»—«Vo' non le riconoscereste. Le sono ingrassate tutt'e due, così; specie la me' cognata! E vole, che la veniate anche voi; e poi tornerete tutt'e due insieme.»—Dice il padre:—«È impossibile!»—Dice:—«Io non posso rimaner solo!»—«Ed io Le prenderò una donna, che La custodirà.»—Prende una donna; e gli lascia uno sborso di quattrini a il padre e gli procura una donna per custodirlo. E va via con questa ragazza; e arrivano a il palazzo:—«Evviva! Evviva!»—Figuratevi, che festa facevano gli altri assassini. Ma lei, la dice:—«Dove sono le mie sorelle, dove sono?»—«Eh mangiate! alle sorelle c'è tempo.»—«Eh non mangio, quando non le ho vedute.»—«Ebbene, conducetela a veder le sorelle.»—Aprono la stanza mortuaria: e gli dice:—«Vedete le vostre sorelle? Perchè nojaltri gli si diceva, che ne aprissero, e loro dormivano, noi le si è ammazzate.»—«Bravi!»—dice—«Hanno fatto bene! Briccone, a non obbedì' questi signori!»—«Abbiate da sapere, che fra due giorni nojaltri andremo via; e si starà dieci, dodici giorni. Quando si torna, bisogna che ci aprite subito, altrimenti vi si ammazza. Dormite il giorno innanzi.»—Eccoti, vanno via dopo due giorni; e la ragazza riman sola. L'accende un lume e va alla stanza mortuaria a vedè' le sue sorelle. Piangeva:—«Poerine! se potesse vederci nostro padre!»—Piangeva; e mentre piange, sente fare:—«Uhuh! Uhuh! Uhuh!»—un rammarichìo. Lei crede che sien le sorelle, che si lamentano; tira fori tutti i morti, e tira fori un figliolo del Re, che era ferito, ma non era morto. La lo tira fuori, la lo mette sopra un materasso, con i balsami la gli medica le ferite; e poi, la gli fa delle gelatine, dei brodi, e lì per lì. La rimette tutti i morti adagio dentro la stanza; e poi, trascina il malato adagio adagio e lo mette in una stanza in disparte, che nessuno poteva trovar questo ferito, che lei l'aveva girata la casa e sapeva quel che si faceva. La gli medica le ferite, la gli prepara quel brodo e poi la si mette alla corda.[3]Eccoti,gli assassini picchiano. Lei lesta la tira la corda:—«Ah brava!»—Chi la pigliava di lì, chi di là, regali!—«Voi siete brava! Vedete, quando siete brava, noi come si tratta?»—«Ma sicuro! Non si prendono gl'impegni piuttosto!....»—Lei, la mangia tutt'allegra.—«Ma»—dice il capo—assassino—«fra qualche giorno noi partiremo e si starà anche da venti giorni fòri.»—«Quanto mi rincresce!»—dice:—«Son sempre sola!»—«Eh, ma non pensate! Quando si torna, si starà anche un mese con voi!»—E così loro vanno via; e lei la corre subito da il figlio del Re: e lo trova, che stava veramente benino, ecco. Dopo due tre giorni, dice il Re:—«Morti per morti, qui bisogna scappare.»—Che ti fanno? vanno giù alle scuderie e prendono i meglio cavalli e si caricano di quattrini, di robe, figuratevi! caricano questi cavalli e vanno via.—«Morti per morti, gua'!»—dice. E principiano a imboscare; perchè, per volere, che andassero a casa, bisognava passa' pel bosco; con una paura potete credere! Ma finiscono il bosco liberi. Vanno al palazzo del Re. I servitori dice:—«Se non fosse morto il nostro padrone, si direbbe che gli è lui.»—S'avvicina al palazzo e i servitori lo riconoscono: urli!—«Ah! Ecch'il nostro padrone! ecch'il nostro padrone!»—La Regina, che giusto la non faceva che[4]piangere, la sente quest'urli; la corre a vedere, la riconosce il figliolo. Vi lascio dire! dalla contentezza la si sviene. Quando s'è riavuta, gli dice:—«Questa è la mia sposa!»—e gli racconta tutto il caso, com'era stato.—«Oh!»—la madre.—«Lo credo poerina, ve lo meritate pur troppo!»—Dunque seguono, per far più breve, le nozze: loro penan poco a sposarsi, si sposano, via. E lasciamo a questi, che stanno in festa; e venghiamo agli assassini. Gli assassini, picchia picchia, uh! nessun risponde. Dice un di quegli:—«'Un l'ammazzare,sai, poerina?»—Dice quello:—«Io non l'ammazzo, cheh! cheh!»—Buttan giù la porta; vanno su; e chiama chiama, nessun risponde. Non c'era, gua'! Principiano a girare il palazzo, vanno alla stanza mortuaria e principiano a cavar tutti i morti: e vedono che manca il figliolo del Re.—«Ah briccona! ora ti s'è trovata dove siei! S'è scoperto! col figlio del Re!»—Dice il capo—assassino:—«Acchiappate un orso ed ammazzatelo!»—Quando l'hanno ammazzato, gli levan la pelle; e l'assassino con tutt'arme si fa metter dentro a questa pelle, cucito, che paja un orso vero. E gli dice:—«Portatemi alla piazza del Re. Quando Maestà mi vorrà comprarmi, chiedetene una gran somma.»—Vanno sulla piazza e si metton fermi sulla piazza; e quest'orso, scherzi, ma una cosa che sorprendeva, ecco, una meraviglia! Dice la servitù:—«Maestà, La s'affacci alla finestra, La venga a vedere, che degna cosa, che è questa!»—Maestà s'affaccia; e vede quest'orso, che.... non era possibile, ecco, le maniere che faceva quest'orso. Gli dice a' servitori:—«Domandate quel che vole. Quel che vole, vole; chè io lo voglio comprare.»—Eccoti i servitori:—«Dite, galantomo, lo vendete quest'orso?»—«Nossignori, io non lo posso vendere, su questo ci campo.... Altro che con una gran somma!...»—Così i servitori vanno da Maestà e gli dicono:—«Lo vende, ma con una gran somma.»—«Voglia quel che vole, io lo voglio comperare.»—E l'assassino gli chiede cinquanta o sessanta scudi, ora non mi ricordo. E il Re gli dà i quattrini; e i servitori prendon l'orso. Figuratevi lo scherzo, che gli faceva a il Re questa bestia... Ma non si pol credere: faceva apposta lui, avete inteso? E Maestà dice:—«Chiamate la Regina, che venga a vedere la compra che ho fatta!»—I servitori gnene dicono. Essa risponde:—«Dite a il Re, che se vol bene a me, ammazzil'orso. Se poi vol bene all'orso, io me ne vado.»—Eccoti i servitori gli portano l'ambasciata:—«O L'ammazza l'orso, oppure la Regina se ne va.»—Potete credere, il dolore che gli ebbe Sua Maestà a dire che gli aveva da ammazzar questa bestia:—«Poerino!»—gli diceva all'orso il Re—«Ah quanto son dispiacente! eppure, t'ho da fare ammazzare. Tra poche ore tu hai da esser morto! Il dovere gli è verso la moglie e non verso te.»—Quando sono le ventitrè, eccoti i maniscalchi e ammazzan l'orso; i maniscalchi quelli di mercato, che ammazzan le bestie, i macellari. Quando gli è morto, allora Maestà manda a dire alla Regina, se ora la può venire di qua a vederlo almeno da morto, se non l'ha voluto veder vivo. Lei la risponde:—«Nossignore, che non ci verrò, fino che non è sparato.»—Ritornano i servitori:—«Maestà, la Regina non voi tornare, altro che quando sarà sparato l'orso.»—«Poerino!»—fa Sua Maestà—«ancora sparato, tu vedi!»—Lo fa sparare e ci trovano questo assassino con tutte le qualità dell'armi più peggiori.[5]E la Regina, la viene allora senza esser chiamata:—«Vedete, ch'è due volte»—la dice—«che v'ho salvata la vita? Voi non li conoscevi, perchè rimanesti ferito; ma io li conosco appieno, mentre che (sapete) mi trattenni tutti quei giorni, che io vi medicava. Dunque in quel posto, che noi siamo partiti, ce n'è rimasti altri trentadue: questi bisogna di spengerli.»—Vanno lassù quelli comandati da il Re e li chiappan caldi, caldi. A forza di cannoni, di fucilate, chi bruciato, morirono tutti tutti tutti. Presero tutte le ricchezze, che potete considerare! Danno foco a il posto e vengon via, e portan tutta questa gran ricchezza a il Re. La Regina fa ricerca di suo padre: gli era vecchio, vecchio, ma gli era vivo. La gli racconta tutto il caso delle sorelle, di lei; quel chel'ha patito. Suo padre pianse, potete credere! Lei, lo fece il primo signore del palazzo. Se ne vissero e se ne godièdero, ed in pace sempre stiedero.
Stretta la foglia sia, larga la via,Dite la vostra, chè ho detto la mia.
NOTE
[1]La fiaba della presente raccolta, intitolataLe tre fornarine, è una variante di questa, che va pure confrontata con quelle intitolateL'OrcoedIl contadino che aveva tre figlioli, nonchè, per alcuni punti, con l'altra intitolataIl Re avaro. VediGonzenbach(Op. cit.) X.Die jüngste kluge Kaufmannstochter.Pitrè(Op. cit.) XXII.Li sette Latri, ecc.[2]Si abbia sempre presente la costruzione delle case fiorentine, che accennammo in nota all'Uccellino, che parla.[3]In altre versioni, il Principe è ben morto e la giovane il risuscita o con un unguento miracoloso, che i suoi padroni posseggono, oppure anche con un'erba di strana virtù il cui uso le è stato insegnato da un uccello. Era difatti un tempo credenza generale, che esistesse un'erba con la potenza di risuscitare o di risanar le ferite.Brunetto Latinidice nelTesoro:—«Rigogolo è un uccello de la grandezza del pappagallo, et volentieri usa ne' giardini et ne' luoghi freschi et inarborati; et chi vae al nido loro et tronca la gamba ad uno de' figliuoli loro, la natura gli dà tanta conoscenza, che gli va per una erba, et portala al suo nido, et la mattina li truova l'uomo sani. Et simigliantemente, se l'uomo lega bene li suoi pulcini, l'altro dì li truova isciolti, non sarebbeno stati legati sì fortemente. Et non puote l'uomo saper con che erba elli li guarisce, nè con che ingegno li scioglie.»—Vedi anche inPitrè(Op. cit.) il conto XI.Li tri belli curuni mei; e, nellaPosillechejatadelSarnelli, il conto I.La pietà remmonerata:—«Pececca pe' compassione menaje 'na savorra sopramano; e pe' bona fortuna cogliette lo vozzacchio e le fece cadere la palommella da le granfe. La quale, caduta 'ncoppa a 'na troffa d'erva, a malappena la toccaje, che subeto, fatte quatto capotrommolae brociolejata 'no poco 'nterra, sse ne tornaje a bolare bella e bona, comme se maje fosse stata scannarozzata.»—Con la stessa erba la Pacecca risuscita il figliuol del Be di Campochiaro, che se la sposa; e poi il cognatuzzo, del quale le veniva a torto apposta l'uccisione. Questo racconto del vescovo di Bisceglie ha infiniti punti di contatto, anzi è tutt'una cosa in fondo, col conto CXII delPitrè(Lu tradimentu), il quale ne è una trasformazione religiosa. (Così il divo Antonino Pio è divenuto in Sorrento Sant'Antonino; così Ercole Ostiario divenne San Cristoforo, ed i miti pagani si trasformarono in leggende cristiane e da noi e dovunque). Altro riscontro aLa pietà remmoneratapuò leggersi nella prima dispensa dellaScelta di Curiosità Letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XVII, edita dal librajo Gaetano Romagnoli, in Bologna. È laStoria d'una donna, tentata dal cognato, scampata da pericoli, ritornata in grazia del marito per sua castità e divozione, che il Zambrini ricavò da un codice miscellaneo dell'Università bolognese, segnato di n.º 158.[4]Che, nel significato dise non; è gergo infranciosato moderno; ma in buona lingua non si dice.[5]Vedi, nelPecorone, la Novella Prima della Giornata Vigesimaquinta:—«Democrate di Ricanati delibera di dare una caccia di animali selvaggi, a certi signori forestieri. Muore di questi un'orsa grossissima. Alcuni masnadieri fanno disegno di rubare Democrate. Un di loro si veste della pelle di essa; e, messo dagli altri in una gabbia, si presenta a Democrate, fingendo che gli mandi quest'orsa un albanese suo amico. La notte introduce i compagni. Al romore accorre un fante, e va a raccontare che l'orsa è fuori della gabbia. È uccisa, e allor si scuopre l'infelice masnadiero.»—Questa novella, SerGiovanni Fiorentinola desunse dall'Asino d'orodiApulejo. (Vedi, nella versione delFirenzuola, il Libro IV).
[1]La fiaba della presente raccolta, intitolataLe tre fornarine, è una variante di questa, che va pure confrontata con quelle intitolateL'OrcoedIl contadino che aveva tre figlioli, nonchè, per alcuni punti, con l'altra intitolataIl Re avaro. VediGonzenbach(Op. cit.) X.Die jüngste kluge Kaufmannstochter.Pitrè(Op. cit.) XXII.Li sette Latri, ecc.
[2]Si abbia sempre presente la costruzione delle case fiorentine, che accennammo in nota all'Uccellino, che parla.
[3]In altre versioni, il Principe è ben morto e la giovane il risuscita o con un unguento miracoloso, che i suoi padroni posseggono, oppure anche con un'erba di strana virtù il cui uso le è stato insegnato da un uccello. Era difatti un tempo credenza generale, che esistesse un'erba con la potenza di risuscitare o di risanar le ferite.Brunetto Latinidice nelTesoro:—«Rigogolo è un uccello de la grandezza del pappagallo, et volentieri usa ne' giardini et ne' luoghi freschi et inarborati; et chi vae al nido loro et tronca la gamba ad uno de' figliuoli loro, la natura gli dà tanta conoscenza, che gli va per una erba, et portala al suo nido, et la mattina li truova l'uomo sani. Et simigliantemente, se l'uomo lega bene li suoi pulcini, l'altro dì li truova isciolti, non sarebbeno stati legati sì fortemente. Et non puote l'uomo saper con che erba elli li guarisce, nè con che ingegno li scioglie.»—Vedi anche inPitrè(Op. cit.) il conto XI.Li tri belli curuni mei; e, nellaPosillechejatadelSarnelli, il conto I.La pietà remmonerata:—«Pececca pe' compassione menaje 'na savorra sopramano; e pe' bona fortuna cogliette lo vozzacchio e le fece cadere la palommella da le granfe. La quale, caduta 'ncoppa a 'na troffa d'erva, a malappena la toccaje, che subeto, fatte quatto capotrommolae brociolejata 'no poco 'nterra, sse ne tornaje a bolare bella e bona, comme se maje fosse stata scannarozzata.»—Con la stessa erba la Pacecca risuscita il figliuol del Be di Campochiaro, che se la sposa; e poi il cognatuzzo, del quale le veniva a torto apposta l'uccisione. Questo racconto del vescovo di Bisceglie ha infiniti punti di contatto, anzi è tutt'una cosa in fondo, col conto CXII delPitrè(Lu tradimentu), il quale ne è una trasformazione religiosa. (Così il divo Antonino Pio è divenuto in Sorrento Sant'Antonino; così Ercole Ostiario divenne San Cristoforo, ed i miti pagani si trasformarono in leggende cristiane e da noi e dovunque). Altro riscontro aLa pietà remmoneratapuò leggersi nella prima dispensa dellaScelta di Curiosità Letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XVII, edita dal librajo Gaetano Romagnoli, in Bologna. È laStoria d'una donna, tentata dal cognato, scampata da pericoli, ritornata in grazia del marito per sua castità e divozione, che il Zambrini ricavò da un codice miscellaneo dell'Università bolognese, segnato di n.º 158.
[4]Che, nel significato dise non; è gergo infranciosato moderno; ma in buona lingua non si dice.
[5]Vedi, nelPecorone, la Novella Prima della Giornata Vigesimaquinta:—«Democrate di Ricanati delibera di dare una caccia di animali selvaggi, a certi signori forestieri. Muore di questi un'orsa grossissima. Alcuni masnadieri fanno disegno di rubare Democrate. Un di loro si veste della pelle di essa; e, messo dagli altri in una gabbia, si presenta a Democrate, fingendo che gli mandi quest'orsa un albanese suo amico. La notte introduce i compagni. Al romore accorre un fante, e va a raccontare che l'orsa è fuori della gabbia. È uccisa, e allor si scuopre l'infelice masnadiero.»—Questa novella, SerGiovanni Fiorentinola desunse dall'Asino d'orodiApulejo. (Vedi, nella versione delFirenzuola, il Libro IV).