XXVI.ZELINDA E IL MOSTRO[1]C'era una volta un pover'omo, che aveva tre figliole. La minore, essendo la più bella e la più manierata e dolce di carattere, era di molto odiata dalle altre due sorelle, ma in quella vece il padre gli voleva un gran bene. Or'avvenne, che in un vicino paese, appunto nel mese di gennaio, vi fosse una fiera; alla quale andando il pover'omo per provvigioni a campare la famiglia, ciascuna delle figliole gli domandò che gli portasse qualche regaluccio: la Rosina volle un vestito, la Marietta uno scialle, e la Zelinda si contentò di una rosa[2]. Il giorno dopo a bruzzolo, il pover'omo si messe in viaggio. E arrivato in sulla fiera, comprate che ebbe le provvigioni, gli fu facile trovare il vestito per la Rosina e lo scialle per la Marietta; ma non gli riescì, per quanto s'affannasse a cercarne, trovar la rosa per la Zelinda. Pure, voglioso di accontentare quella sua cara figliola, si rimesse in viaggio alla ventura lì pe' dintorni, e, cammina cammina, giunse ad un bel giardino; e siccome n'era il cancello aperto, e' vi entrò diviato. Il giardino era carico gremito d'ogni sorta di fiori, e in un cantuccio sorgeva su un[3]cespuglio di vaghe rose sbocciate e di colore smagliante. Non pareva che ci fosse nel giardino anima viva, cui domandare una rosa in compra o in regalo; sicchè il pover'omo, allungata la mano al cespuglio, staccò una rosa per la sua Zelinda. Misericordia! chè appena colto il fiore,di dentro al cespuglio, con gran fracasso e fiamme, sbucò uno spaventevole Mostro in forma di dragone[4], che fischiando a tutto potere, disse:—«Temerario, che ha' tu fatto? Bisognerà che tu moja subito, giacchè avesti l'ardire di toccare e sciupinare la mia pianta di rose.»—Il pover'omo, morto più che mezzo dalla paura, si messe a piangere, a raccomandarsi in ginocchioni, chiedendo perdono dello sbaglio commesso, e si diè a fare racconto del perchè cogliesse la rosa. E poi diceva:—«Lasciatemi andare. Ho famiglia; e, se non ci son'io, l'è finita per lei e va in perdizione.»—Ma il Mostro inferocito gli rispose:—«Uno ha da morire. O portami quella che volle la rosa; o, se nò, t'ammazzo in sul momento.»—Invano il pover'omo pregò e ripregò: il Mostro non gli diede agio di partire, se non dopo che il pover'omo gli ebbe promesso con giuramento di ritornare colla figliola. Figurarsi con che core il pover'omo rientrò in casa sua! Diede i regali alle figliole; ma con un viso tanto stravolto, che quelle gli domandarono con premura se gli fosse accaduta qualche disgrazia. Dàgli e ridàgli, finalmente il pover'omo piangendo gli raccontò la storia del suo viaggio e a che patto era potuto ritornare; e disse:—Bisognerà che io o la Zelinda si sia mangiati dal Mostro.»—Allora sì che le altre due sorelle scaricarono il sacco contro Zelinda:—«Bada lì»—dicevano—«la smorfiosa, la capricciosa! Lei, lei anderà dal Mostro, che ha voluto la rosa. Il babbo ha da rimanere con noi.»—E la Zelinda:—«È giusto che paghi chi ha fatto il danno. Anderò io. Sì, babbo, menatemi al giardino e sia pure la volontà di dio!»—Dopo varî contrasti e battibecchi, si decise che la Zelinda anderebbe nel giardino del Mostro e ci sarebbe lasciata sola. E così fu; chè, postisi in cammino l'indomani lei col padre, in sull'imbrunire giunsero algiardino. Entro a quel luogo ameno non ci veddero, secondo il solito, anima viva; ma osservarono un gran palazzo signorile illuminato e colle porte spalancate. Si introdussero i due viaggiatori nell'atrio; e subito quattro statue di marmo si mossero da' loro piedistalli per fargli lume su per le scale sino ad una sala, dove nel mezzo era una mensa apparecchiata d'ogni ben di dio. I due, sentendosi affamati, si sederono; e satolli, le medesime statue, presi i lumi, gli condussero in due belle camere, dove andati a letto dormirono saporitamente tutta la notte. Al levar del sole, Zelinda e il padre suo pur essi si levarono; e vennero serviti della colazione da mani invisibili. Poi, scesi in giardino, si diedero assieme a cercare del Mostro; e, giunti davanti al cespuglio delle rose, eccotelo sbucar fori in tutta la sua bruttezza e terribilità. La Zelinda dalla paura diventò bianca e gli tremavano le gambe. Disse il Mostro al pover'omo, dopo avere guardata fissa la Zelinda con due occhiacci infocati:—«Sta bene: tu hai mantenuta la promessa. Ora vattene, vecchio; e lascia quì sola la ragazza.»—Il pover'omo si sentiva morire dalla paura; e non meno dolorosa se ne stava la Zelinda. Ma, per preghiere, che facessero, il Mostro rimase duro come un sasso; sicchè bisognò, che il pover'omo se ne andasse, abbandonando la figlia, la sua cara Zelinda, alla discrezione del Mostro. Quando il Mostro fu solo colla Zelinda, principiò a farle carezze e moine; e tanto s'adoperò, che gli riuscì rendersi amabile a lei. Non la lasciava mancar di nulla. E tutti i giorni, discorrendo con lei nel giardino, gli domandava:—«Che mi vuo' bene? Vuo' tu diventarmi sposa?»—Ma la ragazza rispondeva:—«Signore, vi vo' bene sì, ma non diventerò mai vostra sposa.»—E il Mostro si addimostrava molto addolorato; e raddoppiava carezze e buoni garbi; e, sospirando a modo suo, diceva:—«Eppure,se tu mi sposassi, accaderebbe una cosa di molto maravigliosa. Ma non te la posso dire, fino a che tu non voglia essere la mia sposa.»—La Zelinda, sebbene non si trovasse lì malcontenta, pure di sposare il Mostro non se la sentiva punto, perchè troppo brutto e bestiale; quindi alle richieste del Mostro aveva sempre pronta la medesima risposta. Un giorno, il Mostro la chiamò in fretta e gli disse:—«Senti, Zelinda, se tu non acconsenti a sposarmi, è decretato, che moja tuo padre: già sta male e in fine di vita e non lo potrai più rivedere. Guarda, se dico il vero.»—E, cavato fori uno specchio incantato, il Mostro fece vedere a Zelinda il padre moribondo sul letto nella camera di casa sua[5]. Allora Zelinda, tutta disperata e fori di sè dal dolore, gridò:—«Che viva il babbo e lo possa riabbracciare. Sì, vi prometto, che sarò in ogni modo vostra sposa fedele e subito.»—Non ebbe a mala pena la Zelinda profferite quelle parole, in un tratto il Mostro si trasmutò in un bellissimo giovane. La ragazza ne rimase sbalordita; e il giovane, presala per mano, gli disse:—«Cara Zelinda, sappi, che io sono il figliolo del Re delle Pomarance[6]. Una vecchia strega, toccandomi, mi ridusse a Mostro; e mi condannò a stare in quel cespuglio di rose in questa figura, sino a tanto, che una bella fanciulla non acconsentisse diventare mia sposa. Per grazia tua, Zelinda, eccomi ritornato come avanti. Ora andiamo da tuo padre, che è già rinsanichito; e dopo faremo il matrimonio, ottenuto il consentimento dal Re delle Pomarance.»—Zelinda e il giovane a cavallo si partirono dal giardino; e, quand'ebbero riveduto il padre di Zelinda, tutti assieme andarono nel Regno delle Pomarance, dove il Re, alla vista del figliolo, mancò poco non cascasse morto dall'allegrezza. Il giovane disse al Re quel, che gli era intravvenuto. Ma, alla novelladello sposalizio fissato fra il figliolo e la Zelinda, il Re si turbò fortemente; e fece protesto, che, per quant'obblighi avesse alla ragazza per la liberazione del figliolo, a quella richiesta non poteva acconsentire, perchè da molto tempo innanzi aveva impegnata la sua parola di Re, che il suo figliolo si maritasse alla figlia del Re di Prussia. E non ci fu versi di tramutarlo da quel deliberato, per preghiere e pianti degli innamorati. Per cui, non vedendo altro rimedio, il giovane e Zelinda fissarono scappare assieme di notte tempo. E, travestiti da pitocchi, a piedi uscirono fori dal palazzo alla chetichella; e si posero in cammino per la campagna. Zelinda e il suo sposo, dopo avere viaggiato un giorno intero così alla ventura, in sull'abbujare entrarono in una selva e vi si smarrirono. Gira di quà, gira di là, non trovavano la via ad uscirne; ed erano sul punto di sgomentarsi e darsi ormai per perduti e per morti, quando lontan lontano scorsero un lumicino.[7]A tentoni si diressero laggiù, finchè giunsero alla porta di una spelonca e picchiarono colle nocche delle dita. Dopo qualche momento, s'affaccia a un finestrino una donna, che aveva due zanne di porco sporgenti fori delle labbra, che con una vociaccia sgangherata gridò:—«Chi siete? che volete a quest'ora?»—Disse il figliolo del Re delle Pomarance:—«Siam due poverelli, marito e moglie; e ci siam smarriti in questa selva. Dateci in carità ricovero per la notte e un pò di pane, che siam stanchi.»—«Oh! meschini!»—sclamò la donna dalle zanne,—«dove siete mai capitati! Questa è la casa dell'Orco; e io sono la sua moglie. Scappate, ma presto, chè a momenti torna. E se vi sente e vi trova, per voi l'è finita; vi divora tutti e due vivi in un ammenne.»—« O dove volete, che si vada?»—disse il giovane:—«Guardate di rimpiattarci in qualche logo riposto, e domania giorno ce n'anderemo senza farci sentire.»—E l'Orchessa:—«Ma che vi pare! Alla porta, dal di dentro, c'è quì una gabbia d'oro, tutta grema zeppa di sonaglioli; e ci sta un uccellino, che fa la spia e svolazza; e nella stalla c'è un cavallo con una sonagliera, che fa altrettanto. Se entra qualche cristiano in casa, l'Orco lo risà subito, perchè le bestie collo scampanellìo e il diavoleto de' canti, de' nitriti, dell'ali e delle zampe[8]glielo ridicono. E allora l'Orco cerca dappertutto; e per chi trova, non c'è scampo.»—«Tant'è,»—riprese il giovane,—«morti per morti, apriteci e lasciateci venire dentro, accada quel, che vole accadere.»—L'Orchessa, capito, che que' due non se ne volevano partire, e bramosa di fargli un po' di bene, s'avviò per la scala ad aprirgli; e in quel mentre, che tirava catenacci su catenacci e bracciali e saliscendoli e catene, con che era assicurata la porta, una vecchina tutta grinzosa apparì di fori a Zelinda e al suo sposo e presto presto gli disse:—«Pigliate questo cotone, questi confetti e queste focacce. Quando sarete dentro, tappate col cotone tutti i sonaglioli della gabbia e del cavallo, e staranno cheti. Poi, quando l'Orco è a letto e dorme, scappate via e rubate la gabbia coll'uccellino. Quando sarete in mezzo la selva, ammazzate l'uccellino e apritegli il capo. Nel capo e' ci ha un ovo. Rompetelo con una pietra; chè, rotto l'ovo, l'Orco morirà, essendo lì nell'ovo l'incantesimo della sua vita.[9]»—Ciò detto, disparve. Intanto la porta era aperta; e l'Orchessa, introdotti gli smarriti, li condusse in cucina, li rifocillò alla meglio e poi li messe a dormire nella mangiatoia del cavallo e li ricoprì colla paglia e col fieno per nasconderli all'Orco. Que' meschini pensavano di fare quel, che gli aveva detto la vecchina grinzosa, quando eccoti l'Orco: e l'uccellino a cantare e scotere la gabbia; e il cavallo a nitrire ea saltare tentennando la sonagliera. L'Orco, insospettito, tanto più che aveva naso fine, si diè a fiutare quà e là, borbottando fra le zanne:—«Mucci, mucci!«Sento puzzo di cristianucci:«O ce n'è, o ce n'è stati,«O ce n'è de' rimpiattati.»—Poi, rivoltosi alla moglie, disse:—«Moglie, c'è carne umana, non è vero? Dove l'ha' tu riposta?»—E l'Orchessa, facendo l'indiana:—«Ma che? Stasera tu ha' bevuto, marito, tu ha' i frazî nel naso. Va' vai a letto.»—L'Orco non era punto persuaso e storse il grugno alle parole dell'Orchessa. Stette in fra le due e poi disse:—«Sono stracco e non vo' mettermi in sul ricercare adesso. Domani poi frugherò bene la casa; e, se trovo carne umana, mi servirà per colazione.»—L'Orco se n'andiede a letto e di lì a un po' russava da sentirlo un miglio lontano. Pian pianino si alzarono il figliolo del Re delle Pomarance e Zelinda; e, gettate le focacce al cavallo e i confetti all'uccellino, perchè stessero zitti, col cotone tapparono tutti i sonaglioli della gabbia e del cavallo. Poi, senza pensare ad altro, vogliolosi com'erano di scappare, aperta la porta non senza fatica e agguantata la gabbia, via a corsa per la selva. Quando la gabbia fu fori della soglia della porta, l'Orco si svegliò con una scossa e urlò:—«Mi portan via la vita»—e, saltato il letto, corse dietro a' fuggiaschi. E, siccome aveva le gambe lunghe e l'odorato bono, presto li raggiunse; sicchè quelli impauriti abbandonarono la gabbia. L'Orco allora si contentò di ripigliare la gabbia e si sentì ritornare le forze, che cominciavano a scemargli; e, rinvenuto alla spelonca, la serrò con gran cura. Intanto i fuggiaschi s'eranmessi a sedere ansimando per la corsa fatta. Ed eccoti la solita vecchia grinzosa, tra il losco e il brusco, gli riapparì e gli disse:—«Oh matterelli, che non avete saputo fare l'interesse vostro! Se l'Orco era morto, tutti i suoi tesori (e sono di molti) diventavano cosa vostra. Andiamo! ritornate stasera dall'Orco e fate quel, che non avete fatto.»—Que' due si sentivano poco vogliosi di ritentare la prova. Ma la vecchina gliene disse tante, che alla sera ripicchiarono alla porta della spelonca; e, dopo le solite cerimonie dell'Orchessa, che non gli riconobbe per que' della sera prima, gli entraron dentro. Ma, per tornare un passo addietro, bisogna sapere, che la vecchina aveva dato al figliolo del Re delle Pomarance una boccettina, dove stava racchiuso un liquore, che, odorato da chi la teneva in mano, rendeva ottuso il naso dell'Orco. Messi nel solito posto i due sposi, sentirono tornar l'Orco, che fiutava e borbottava la medesima canzone di prima; poi disse alla moglie:—«Questa volta, moglie, non sarò tanto mammalucco. Dammi un lume. Vo' cercare bene prima di andare a letto. E, se c'è cristiani, me li pappo in due bocconi.»—Gira e rigira, l'Orco venne alla stalla; ma il giovane annusò la boccetta, sicchè l'Orco perdette la bussola; e, non iscoprendo nulla, credette meglio andare a letto. Quando fu addormentato e russava, i due sposi, impiegate le stesse diligenze della notte avanti, tolser la gabbia dal chiodo e via per la selva; e l'Orco dietro sbraitando. Ma il giovane, cavato fuori l'uccellino, gli sfrantumò il capo con un sasso, per cui l'Orco cascò in terra morto steccolito intra fine fatta. Il che accaduto, Zelinda e il suo compagno ritornarono alla spelonca; e, caricato sul cavallo dell'Orco tutto il tesoro, presero la strada del Regno delle Pomarance. Quì giunti, si presentarono al Re, che molto lieto li ricevè; e, mirato le grandi ricchezze acquistate, consentìallo sposalizio di Zelinda con il suo figliolo. E gli sposi vissero a lungo assieme e allegramente; e lì nel RegnoSi goderono e se ne stiedero,Ed a me nulla mi diedero.NOTE[1]Più comunemente:Belinda e il Mostro; ed ancheRosina e il mostro. Raccolta dall'Avv. Prof. Gherardo Nerucci. IlLiebrechtannota:—«Der Haupttheil dea Märchens (bis zur Verwandlung des Ungeheuers in einen schönen Jüngling) entspricht dem Märchen aus dem Schwalmgegend, angeführt von Grimm.Kinder—Märchen III, 152 zu N.º LXXXVIII.Das singende, springende Löweneckerchen.»—La connessione della prima parte di questa fiaba col mito della Psiche è evidente e salta agli occhi. Cf. con lo esempio milanese, che segue.L'OMBRION.[i]Ona volta gh'era on papà[ii]. El gh'aveva tre tosànn[iii]e l'era molto[iv]pover e l'andava à cercà la caritàa, per portàa cà de mangià a sti sò tosànn. E on dì, gh'han ditt de portagh a cà on pòo d'aj[v]. L'è andaa fœura de cà, l'è passàa d'on sit, l'ha vist on bell giardin, e l'è andàa dent[vi]. L'ha vist, che gh'era on bell scepp[vii]d'aj; e l'è andàa là e n'ha cattàa on poo. In del strappàll, l'è borlàa per terra e l'ha ditt:—«O daj[viii]!»—E gh'è compars come on'ombria. E st'ombrion l'ha ditt:—«Còsse te set vegnuu a fa cont st'aj?»—E lu, l'ha ditt, che l'è per portà a cà ai sò tosànn, che gh'han ditt lor de andà a cattall. E lu, l'ombrion, el gh'ha ditt:—«Ben! o ti te menet chì diman a st'ora vunna di tò tosànn, o la tòa vitta l'è andada.»—E lu, sto pover—òmm, l'è andàa a cà tutt stremìi[ix]a piang. I so tosànn gh'han ditt: cosa l'era, che lu el gh'aveva? E lu l'ha ditt quell, che gh'era success. Donca[x]i tosànn, la maggior l'ha vorùu minga andà, la segónda nanca[xi], e la minor l'ha ditt:—«Ghe andaròo mi!»—e l'è andada lee in sto sit cont el pà[xii]. E quand el pader l'è stàa là con la sòa tosa, l'ha fàa a la stessa manera, che l'aveva fàa, quand l'ha strappàa l'aj. E allora l'è compars l'ombrion e l'ha ditt:—«Lassala chì, che la toa tosa l'è in bon man e la patirà minga.»—L'ha menada giò d'ona scaletta; e quand l'è stada giò, l'ha veduu on magnifich sit, inscì bell, ch'el pareva on palazz. E no ghe mancava nient, qualunque cossa, che lee la podeva desiderà. Solament, che la gh'aveva semper st'ombrion denanz ai œucc[xiii], e la podeva mai pizzà el ciàr[xiv]de sera; el gh'aveva proibìi lu, ch'elvoreva minga, che de nott se pizzass el ciàr. E, quand el dormiva, lee, le sentiva a ronfà[xv]come ona persona. E la ghe voreva molto ben: la s'era tant affezionada, che la ghe voreva molto ben. La gh'ha cercàa el permess d'andà a cà a trovà i sò sorej[xvi]e el sò pà. E lu ghe l'ha daa el permess domà[xvii]per vintiquattr'or[xviii]. E lee, la gh'ha promess, che la saria vegnuda prima anca di ventiquattr'or. L'è andada a cà, l'ha trovàa i sò sorej e el sò pà; e la gh'ha cuntàa, che la stava inscì ben, che ghe mancava nagott[xix]. La gh'aveva el dispiasè, che la podeva minga pizzà el ciar, e che la nott la sentiva l'ombrion a ronfà come ona personna. Lor, i sorej, gh'han daa de podè pizzà el ciar; candela e zolfanej[xx], per pizzà el ciar quand lu, l'ombrion, el dormiva. I sorej voreven tegnilla là; e lee, la gh'ha ditt:—«No, poss no, perchè gh'hoo promess, che saria andada prima di vintiquattr'or.»—L'è andada; e lu, l'era là a ricevela. E l'è staa content, perchè l'è andada anmò[xxi]prima de quel, che lu, el gh'aveva ditt. La sera, quand hin andàa a dormì, lee, l'ha lassàa indormentà; e pœu l'ha pizzàa el ciar. E l'ha vedùu, che l'era on bellissem gioven. El gh'aveva al coll on cordon cont attach[xxii]ona ciavetta[xxiii]. Ghe l'ha tiràda via e l'è andada a provà in di stanz, che gh'era intorna al só palazz, per vedè, dove l'è, che l'andava ben sta ciav. L'ha trovàa, che in sta stanza gh'era denter tanti donn, che lavoraven e che diseven:Fee fass, patton[xxiv]e pattej[xxv]Per el fiœu del Re.E pœu l'ha saràa su e via l'è andada. Gh'è vegnuu a la contra lu, l'ombrion, in forma d'on bel gioven[xxvi]. El gh'ha ditt:—«Adess, pòdem pu stà insemma!»—E lee l'ha ditt:—«Insegnem, dove hoo de andà; che mi ghe andaròo, dove te vœut.» —Lu, el gh'ha ditt:—«Va a la cort del Re, che mi soo, che lu l'aloggia i forestee[xxvii], quej, che desideren de andà là. Che tutt i nott vegnaròo mi a trovatt.»—Lee, l'è andada; e là l'han aloggiada. La prima nott, che l'ombrion l'è andàa a trovalla, gh'è ona lampeda là sul scalon; e, quand l'era là, el ghe diseva:Lampada d'argento, stoppino d'oro,La mia signorina riposa ancora?E la lampeda, la ghe diseva:Vanne vanne, a buon'ora;La tua signorina riposa ancora.Lu, el ghe dis a la lampeda:Quando mio padre saprà,Con fasce d'oro ti fascerà[xxviii].Quando i galli più non cantano,E le campane più non sonano,Sino a giorno starò qui.On servitor, l'ha sentìi sta robba, ona nott e dò. E l'è andàa a dighel al Re, che sentiven de nott quest, che vegniva a dì sta robba. E lu, el Re, l'è andaa e l'ha voruu sentì lu; e di fatt l'è andaa e l'ha sentìi sta robba. L'ha pessegàa[xxix]a mandà a fa mazzà tutt i gall e a fa sonà pu i campann. Quand gh'è staa pu campann, che sonass, nè gaj, che cantass, quella nott l'ombrion l'è andàa e l'ha tornàa a dì anmò alla lampeda l'istess, che el ghe diseva i alter volt:Già le galle[xxx]più non cantano,Le campane più non sonano,Sino a giorno starò qui.E la mattinna[xxxi], a l'ora solita, che ghe portaven el cafè[xxxii]a sta tosa, van denter; e veden, che gh'è là on alter scior insemma. E lu, sto scior, l'ha cercàa, se se podeva parlà al Re. El Re, che l'era quel, ch'el desiderava, quand l'ha vedùu, l'ha riconossùu, che l'era sò fiœu, che l'era staa instriaa. E allora lu l'ha ditt:—«Quella l'è la mia deliberatrice; se no gh'era questa, mi podeva minga vess deliberàa; pérchè mi, el mè instriament l'aveva de bisogn de trovà vunna, che me voress ben, anca che mi fuss mostruôs.»—E so pader, el gh'ha ditt:—«Ben, e ti te la sposaret; e la sarà toa sposa.»—E s' ciao[xxxiii].L'è passàa on carr d'oli[xxxiv]d'oliva,La panzanega[xxxv]l'è bell'è finida.[i]Ombrion, manca nel Cherubini, dove c'è soloÒmbraedÒmbriaper ombra, spettro (da non confondersi conÒmbraedOmbria, ombra ed ombria.Avé paura de la so ombria). Rispond aLo Catenaccio, trattenimento IX della giornata II delPentamerone.—«Lucia va ped acqua a 'na fontana e trova 'no schiavo, che la mette a 'no bellissimo palazzo, dov'è trattata da Regìna; ma, da le sore 'mmidiose consigliata a bedere co' chi dormisse la notte, trovatolo 'no bello giovane, ne perde la grazia ed è cacciata; ma dopò essere juta sperta e demerta grossa pena 'na maniata d'anne, arreva 'ncasa de lo 'nnamorato, dove, fatto 'no figlio mascolo, dopò varie socciesse fatto pace, le deventa mogliera.»—Si tratta sempre del mito di Psiche.[ii]Papà,paperin, babbo, papà. Il signor Reali postilla:—«Il modo più comune, se non il solo, che si usa per cominciar la narrazione, è:Gh'era ona volta, e non:Ona volta gh'era. È una formola quasi sacramentale, come l'in diebus illis, che non si può indifferentemente mutare nell'in illis diebus.»—La novellaja avrà narrato male, ma diceva com'ho scritto.[iii]Tósa, sing.tosànn, plur. fanciulla, ragazza, tosa. Il diminutivotosètta, fa al plur.tosarètt. Vedi pag. 42 e 301 nelle postille.[iv]Parola che non è nel dialetto.[v]Aj; aglio.Coronna d'aj, resta d'aglio.Coo, capo.Gesa, spicchio.Coaosgaùsc, coda.[vi]Dentodenter.Andà dent, entrare.[vii]Scepp, fra gli altri significati ha quello dicespo,cesto, cumulo di molti figliuoli sur una sola radice di frutti o d'erba; lo stesso che ceppaia, ceppata (sceppâda) negli alberi. Da non confondersi cons'ceppàa, fesso, screpolato;s'ceppa, schiappa, ecc.[viii]Dàj, esclamazione, dagli! Ma qui v'è un bisticcio cond'aj.[ix]Stremìi, impaurito, sbigottito.Fà stremì, impaurire.Stremiss, rimescolarsi, sentirsi rimescolare.Stremizzi, rimescolamento.Tœu sù on stremizzi, rimescolarsi.[x]Doncaedonc.Ergo donca, trii conchin fan ona conca: modo scherzevole di conchiudere.[xi]Nanca,gnancaegnanch.[xii]Pàepàder, padre.[xiii]Oeucc, occhio, plur. simile al sing.[xiv]Pizzà, appicciare, accendere.Smorzà on mocchett per pizzà ona torcia.El ciàr, il lume.[xv]Ronfà, roncà, russare, ronfiare, ronfare; (de' gatti) tornire.[xvi]Sing.sorella; plur.sorell, esorej.[xvii]Domàenomà, solo, soltanto, solamente.[xviii]Òra, sing.Or, plur.[xix]Nagottenagotta, nulla; dane gutta quidem, probabilmente.[xx]Il Cherubini nota come bella parola contadinescaSolfanèlloZolfinèll, invece del cittadinescoZoffreghèttoZoffreghìn.[xxi]Anmò, ancamò; ancora, anche; tuttora, tuttavia.[xxii]Attacch, accanto, allato, presso, vicino, accosto.[xxiii]Ciavetta, chiavetta, specialmente quella dell'oriolo, diminutivo diciav.[xxiv]Fee, fate.Fasss. masch. plur. fasce.Patton, qui è sinonimo dipattonin, pezza a più doppî o imbottita, che si sottopone per pulizia a' bambini lattanti fra le pezze line e quelle di frustagno.[xxv]Pattell(e più comunemente al pluralepattij), pezze, que' pannilini onde avvolgonsi i fanciulli in fasce.[xxvi]GiuveneGioven.[xxvii]Forestée. Avendo Pietro Giordani stampato, in un articolo dellaBiblioteca Italiana, fra le altre cose, che,nella moderna Italia, forestiere, come nell'antichissima Roma, vuol dire inimico, Carlo Porta gli rispose col seguente sonetto:Quand i nost vicciurritt e fiaccareeMenen intorna onMilanesa spass,Ghe diraven, a chi gh'el domandass,Che menem in caroccia onForestee.Quand i nost sciori inviden on viveeDi sò amisMilanesa refisiass,Hin solet digh al cœugh, de regolass,Che gh'han diForestee,tant che sia assee;E lu, ch'el stà chi inscì a s' ceppà i radis,L'ha el coragg de stampann in sul muson,Che in Milan Forestee el vœur dì nemis?Ah! on'altra vœulta innanz trà lì secch secchDe stì goffad con tanta presùnzion,Ch'el consulta el cervell, minga i busecch.[xxviii]Gonzenbach. (Op. cit.) XLIII.Die Geschichte vom Principe Scursuní:Dormi, dormi e fa la ninna!Si to nanna lu saprà,Fasci d'oru ti farà.Del resto quella novella della Gonzenbach si ravvicina più al nostroRe Porco.[xxix]Pessegà,spessegà, affrettasi, sollecitarsi; spicciarsi dicono continuamente nel mezzogiorno.Spessecareè nelle Vite de' Santi Padri, per lo essere sollecito nell'agire delle formiche. Il Firenzuola ha dettospessicare.[xxx]Sic, ma è sproposito evidente della novellatrice lombarda, che non può far testo nelle frasi italiane.[xxxi]MatinnaoMattinna.[xxxii]Usanza moderna, che è stata recentemente interpolata nella fiaba.[xxxiii]Ciao,ciavo,s' ciao, schiavo, come formola di congedo e d'addio.[xxxiv]Olie presso il volgoæuliedæuri.[xxxv]Panzànega. Fiaba, fola, panzana, favola, pantraccola. Il Cherubini riporta così questa chiusa comunissima:E œu gh'han miss sù la saa, l'asès e l'oli d'oliva; E la panzanega l'è bella e finida.Risponde al modo toscano:Stretta la foglia sia, larga la via.Dite la vostra, che ho detta la mia;nel quale è da notarsi, che spesso (e così l'ha scritto Nicomedo Tabacchi, ossia Domenico Batacchi, nel canto IX delZibaldone) il primo verso suona:Il fosso sta fra il campo e fra la via;e talvolta semplicemente:In santa pace pia.[2]Il padre, che, partendo, chiede alle figliuole cosa vogliano in dono, si ritrova nellaGatta Cennerentoladel Basile. Dove il padre dimentica il dono per la migliore ed il suo bastimento viene arremorato. Episodio mancante nella nostra lezione della fiaba presente.—«Soccesse, ch'avenno lo Prencepe da ire 'Nsardegna pe' cose necessarie a lo stato sujo, dommannaje ped'una a 'Mperia, Calamita, Sciorella, Diamante, Colommina, Pascarella, (ch'erano le seje figliastre) che cosa volesseno, che le portasse a lo retuorno. E chi le cercaie vestite da sforgiare; chi galanterie pe' lo capo; chi cuonce pe' la facce; chi jocarielle pe' passare lo tiempo; e chi 'na cosa, e chi 'n'autra. E ped utimo, quase pe' dellieggio, disse a la figlia:E tu che vorrisse?Ed essa:Nient' autro, se non che mme raccommanne a la Palomma de le Fate, decennole, che mme manneno quarcosa. E si te lo scuorde, non puozze ire, nè 'nnanze, nè arreto. Tiene a mente chello che te dico, arma toja, maneca toja.Jette lo Prencepe, fece li fatte suoje 'Nsardegna, accattaje quanto l'avevano cercato le figliastre, e Zezolla le 'scìe de mente. Ma 'mmarcatose 'ncoppa a 'no vasciello, e facenno vela, non fu possibile mai, che la Nave sse arrassasse da lo puorto; e pareva, che fosse 'mpedecata da la remmora. Lo patrone de lo Vasciello, ch'era quase desperato, sse pose pe' stracquo a dormire, e vedde 'nsuonno 'na Fata, che le disse:Saje, pecchè non potite scazzellare la nave da lo puorto? Perchè lo Prencepe, che bene co' buje, ha mancato de prommessa a la figlia, allecordannose de tutte,fora che de lo sango propio. Sse 'sceta lo patrone, conta lo suonno a lo Prencepe, lo quale, confuso de lo mancamiento, ch'aveva fatto, jeze a la Grotta de le Fate, e, arraccommannatole la figlia, disse, che le mannassero quarcosa.»—Un simile arremoramento ritrovo in una fiaba, che ho raccolta in Napoli da una crestaina e che il Liebrecht chiamaein ganz eigenthümliches neapolitanisches Märchen:'A FATA ORLANNA[i].Nce steva 'na vota 'nu mercante. Nu' teneva figlie; era sulo isso e 'a mogliera. Aveva a piglià' 'a mercanzia, aveva a partì'. Sse vota 'nfaccia 'ô marito, 'a mogliera:—«Chiss'è 'n aniello; mettitello 'ô rito. Mm'haje a portà' 'na pupa granne quant'a mme, che fa qualunque atteggio, che cose, che ss'assetta. Sì te scuorde, 'st'aniello sse fa 'rosso 'ô dito; e 'u vapore non va avante nè arreto.»—Comme 'nfatte accussì fuje. Sse dimenticaje 'a pupa, sse mmise 'ncoppa 'ô vapore, e 'u vapore no' volea camminà'. 'U pilota sse votaje:—«Signure, v'avite dimenticato quarche cosa?»—a tutt' 'e signure, che nce stevano.—«Nossignore, niente.»—All'urdemo d' 'o vapore steva chisto mercante:—«Signò'; v'avisseve dimenticato quaccosa, pecchè 'u vapore non po' camminnà'?»—Isso sse guardaje 'â mano e decette:—«Sì, mm'haggio scordata 'na cosa; 'a pupa de moglierema.»—Calaje, prese 'a pupa, e sse mmisedi nto 'ô vapore; e cammenaje. Arrivaje a Napole, portaje 'a pupa 'â mogliera, tutta ben vestita, tutta elegante: pareva 'na bellissima giovane. 'A mogliera, tutta contenta, che parlava, che discorreva co' 'sta pupa, che lavoravano vicino 'ô balcone tutt'e doje. 'Nfaccefronte steva 'u figlio d' 'u Rre: ss'annamoraje 'e 'sta pupa e nce cascaje 'mmalato d' 'a passione. 'A Recina, che vedeva 'stu figlio 'mmalato, diceva:—«Figlio mmio, che è stato? ch'haje? Dill'a mammà. Oggi o domane, nuje morimmo e tu regne: e poi chi regna, se tu piglio 'na malattia e more?»—Sse votaje:—«Mammà,haggio presa 'sta malattia, pecchè 'na figlia, 'a figlia d' 'o mercante, che sta derimpetto, tanto che è bella, che mme fa 'nnamorare.»—Dice 'a Recina:—«Sì, figlio mmio, io t' 'a faccio sposà'. Doppo ch'è 'na figlia de 'mmonnezzaro, t' 'a faccio sposà'»—«Sì, mamma mmia, faciarrisseve 'na cosa bona. Mo' mannammo a chiammà' 'ô mercante.»—Mannajeno 'o servo a casa d' 'o mercante:—«Sua Maestà ve vole a palazzo!»—«E che bo'?»—«Dèbbo parlareve[ii].»—'U mercante va a palazzo; dice:—«Maestà, cosa comanna?»—«Tu tiene 'na figlia?»—«Maestà, no.»—«Comme dice, che no? 'U figlio mmio è caruto ammalato p' 'a passione, che ha pigliate p' 'a figlia toja.»—«Majestà, io ve dico, che chella è 'na pupa, non è mai cristiana.»—«Io no' boglio sape' chiacchiere! Se no' mme presente a figliata 'ntermine de quinnece ghiuorne, 'a cape toja sott' 'â chillottina.»—'A chillottina no' sapete che è? È la forca. Ca sse 'mpenneva, se non portava 'a figlia doppo quinnece ghiuorne. Annaje a casa chiancenno 'sto mercante. Le decette 'a mogliera:—«Che è stato, che t'ha detto lo Re a palazzo, ca tu chiance?»—«No' nzaje, che mme succede? 'U figlio d' 'o Rre è caruto 'mmalato pe' chella pupa, che tu tiene!»—sse votaje 'nfacci' 'â mogliera. Sse votaje 'a mogliera:—«È caruto ammalato? non ha visto, ca è 'na pupa?»—«No' 'u crerette: e dice, ca mm'è figlia; e ca se no nce presento 'â figlia mmia 'ntermine de quinnece ghiuorne, 'a cape mmia sott' 'â chillottina.»—«Be', pigliatella»—sse votaje 'a mogliera—«e portatella a 'na parte de campagna. Vire, che può ffà'.»—Mente, ca 'a menava, tutto sbegottito, trovaje a 'nu viecchio:—«Mercante, cosa vai facenno?»—Sse votaje, decette:—«Eh, vicchiariello mmio, che t'haggio a dì'?»—Sse votaje 'u viecchio:—«Io so tutto.»—Dice 'u mercante:—«Eh già, che sapite tutto, trovate 'nu 'rremedio p' 'a vita mmia.»—Dice:—«Appunto. A tale e tale paese, cammina, nc'è' 'na fata, ca sse chiamma 'a fata Orlanna. Tene 'nu palazzo, ca no' nce sta guardaporto e no' nce sta scalinata. Chisto è 'nu violino, chesta è 'na scalella de seta. Quanno arrive a chillo palazzo, tu miettete a sonà'. Ss'affaccia 'a fata co' tutte 'e dodece damicelle. Chessa te po' dare 'ô 'rremedio, 'a fata Orlanna.»—'U mercante cammenaje, cammenaje; e trovaje 'ô palazzo, ca no'nce steva guardaporto e no' nce steva scalinata. Sse mette a sona' 'ô violino. Ss'affaccia 'a fata co' tutte 'e dodece damicelle. E decettero:—«Che buo', che nce chiamme?»—«Ah! fata Orlanna, dateme 'nu 'rremedio.»—«E che 'rremedio vuoje?»—Dice:—«Tengo chesta pupa, ca 'u figlio d' 'u Rre è caruto 'mmalato, sse n'è 'nnamorato. Io comme faccio?»—Faceva:—«'Ntermine de quinnece ghiuorne, se non 'a presento, 'a cape mmia sarrà tagliata.»—Decette 'a fata Orlanna:—«Mitte chesta scalella vecino 'ô muro. Damme chesta pupa. Aspetta doje ore e poi te 'a donco.»—Aspettaje doje ore e ss'affacciaje 'a fata:—«T'ecchete a figliata. Chesta parla a tutte, parla 'ô Re, 'â Recina; ma 'ô Prencepe no' nce parla. Statte buono, addio.»—Sse n'entraje 'â parte de dinto 'a fata Orlanna, e 'u mercante sse n'annaje co' 'a figlia. Annaje a casa e nce 'a portaje 'â mogliera. Dicette 'a pupa:—«Mammà, comme state?»—«Sì, figlia mmia, sto bona. E tu, addò' sì' stata?»—«So' ghiuta 'â villeggiatura co' papà e mo' so' venuta.»—'Ntermine de quinnece ghiuorne, 'u mercante 'a vestette tutt'elegante e 'a portaje a palazzo. 'U Re, conforme 'a vidde, sse vota co' 'a Recina:—«Have ragione, figlio mmio, ch'è 'na bella giovane!»—Essa sse mese dent' a' galleria a parlà' co' 'u Rre e 'a Rrecina; e co' 'u Prencepe no' parlava. 'U Prencepe morteficato:—«Co' papà parle, co' mammà parle; e co' mme no! Comme va 'st'affare? Forze sarrà 'a soggezione, ca non mme parla.»—Ss' 'a sposaje; e neppure nce parlaje. Tanto che fuje costretto 'u Prencepe, ca sse spartettero senza nisciuna cosa. 'U Prencepe steva a 'na parte e essa a 'n'auta, in doje appartamienti. Isso sse mettette a fa' l'ammore co' 'n'auta Prencipessa. Pigliaje, mente 'na mattina, ca steva mancianno chesta 'nnammorata, chiammaje 'u cammariere:—«Viene cca, 'u prencepe sta a tavola?»—«Altezza, sì.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje mane e 'e menaje dinto 'ô furno. Asciette 'nu ruoto co' diece cape de sacicce.—«Portancelle 'ô Prencepe.»—«Prencepe, ve manna chesto 'a Prencipessa.»—Dice:—«E comme so' fatte?»—«Prencepe, ss'ha tagliate 'e doje mane, 'e ha menate dint' 'ô furno;»—sse votaje 'u cammariere:—«Mm'ha fatto stravedè'.»—Dice 'u cammariere, ca ss'era maravigliato. Dice:—«Basta, manciammole.»—Sse votaje 'u Prencepe. A 'nnammorata sse votaje:—«'U faccio anch'io.»—Sse taglia 'e doje mane, 'e mena dentr' 'ô forno, e sse bruciajeno e morette.—«Ohche mm'ha fatto! mme n'ha fatto morì' a una!»—dicette 'u Prencepe. 'Ncapo 'e tiempo assaje, sse mise a fa' l'ammore co' 'n'auta. Quanno fuje 'a primma jornata, che annaje a tavola cu' essa, 'a Prencipessa chiamma 'n auto cammariere:—«Cammariè', addò' vaje?»—«Majestà, vaco a tavola d' 'o Prencepe, che sta mancianno.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje vracce, 'e mena dint' 'ô furno. Esce 'nu ruoto co' doje sanguinacce. Dice:—«Portancello 'ô Prencepe, a tavola.»—«Prencepe!....»—«Vattenne, ca no' boglio sèntere chiacchiere.»—«Ma sentiteme, lassateme conta'!»—«Ebbe', conta.»—«'A Prencipessa mm'ha chiammato: 'U Prencepe sta a tavola?==Prencipessa sì. Ss'ha tagliate 'e doje braccia soje e 'i ha mmenate dint' 'ô furno. N'ascette 'nu ruoto co' doje sanguinacce; e v'ha mannate 'sti doje sanguinacce. Majestà, ma chella mm'ha fatto remannè' accussì! Tene anche 'e vraccia 'n'auta vota.»—«Eh basta! manciammole! So' bone!»—Sse votaje 'a Prencipessa, l'auta 'nnamorata:—«Eh lu farrò anch'io! boglio vede'!»—Vedè', essa pure! All'urdemo d' 'a tavola, sse taglia 'e vracce e 'e mena dint' 'ô furno. Sse bruciajeno e morette. Diceva 'o Prencepe:—«Ah mme n'ha fatto morì 'n'auta!»—'Ncapo 'e tiempo, sse mise a fa' l'ammore co' 'n'auta. 'U primmo juorno, che annaje a tavola co' essa, 'a mogliera chiammaje 'ô cammariere. Dice:—«Majestà, cosa volite?»—«'U Prencepe sta a tavola?»—«Majestà sì.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje gamme e 'e mena dint' 'ô furno. Esce 'no bello ruoto, granne, co' doje prosutte 'mbottite.—«Portancelle a tavola.»—«Majestà, nu' sapite....»—«Vattenne, ca no' boglio sèntere niente!»—«Majestà, lassateme contà! vuje mo' mme ne cacciate!....»—«Ebbè, conta, co'.»—«So' passato 'â parte d' 'a Prencipessa e mm'ha chiammato:'U Prencepe sta a tavola?==Maestà sì.==E aspetta. Ss'ha tagliate 'e doje gamme, e 'e ha misse dint' 'ô forno e mm'ha date doje pregiutte.»—«Embè, manciammole.»—secutaje. Quanno fuje 'nfine d' 'a tavola, sse votaje a 'nnammorata:—«Che nce' vo'? 'U faccio pur'i'.»—Sse taglia 'e doie gamme; 'e menaie dint' 'ô forno. Sse bruciajeno 'e gamme e morette. Dice 'u Prencepe:—«Ahie! mm'hâ[iii]fatto co' tre!»—Sse votaje 'uPrencepe:—«Sfortunato mme! No' haggio a fà l'ammore co' nisciuna cchiù.»—Quann' a la notte, ca steva curcata 'a Prencipessa, int' 'a nottata 'a lampa deceva:—«Signurì, voglio bere.»—«Agliariè', dancelle a bevere 'â lampa.»—«Signurì, mm'ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quant'è bella 'a fata Orlanna! Quant'è bella 'a fata Orlanna! Quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Faceva accossì tutt' 'a nottata 'nsino a ghiuorno. Erano tutte cose affatate: 'a lampa, l'agliariello. 'U Prencepe, che senteva, sse votaje 'na mattina 'nfaccia a 'nu cammariere:—«Tu, stasera, haje da entrà' dint' 'â cammera d' 'a Prencipessa. Nce haje da stà tutt' 'a nottata sott' 'ô lietto. Haje da vedè, cosa fa tutt' 'a nottata.»—'U cammariere trase sott' 'ô lietto. Quanne fuje 'a notte, cominciaje 'na vota 'a lampa:—«Signurì', voglio bere.»—«Agliariè', dall' a bere 'â lampa.»—«Signurì', mm ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quant'è bella 'a fata Orlanna! quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Fece chesto tutt' 'a nottata. 'U cammariere, ca 'scette fora:—«Prencepe, vuje sentite 'na bella storia 'a notte là!»—«E che diceceno?»—«Majestà, 'a lampa parla co' 'a Prencipessa; 'a Prencipessa parla co' agliaro[iv]e sse vota:Quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Sse votaje 'u Prencepe:—«'Stanotte nce vaco i'.»—Quanno fuje 'â notte, sse mmettette sott' 'ô lietto d' 'a mogliera. Tornaje a fa' 'a stessa storia 'a lampa:—«Signurì', voglio bere.»—«Agliarè', dà bevere 'â lampa.»—«Signurì', mm'ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quanto è bella 'a fata Orlanna!»—Tutta 'a nottata deceva:—«Quanto è bella 'a fata Orlanna!»—Responnette 'o Prencepe:—«Benedetta 'a fata Orlanna!»—«Eh tanto nce volea, pe' di' 'na parola?»—sse votaje 'a Prencepessa. Ss'abbracciajeno e sse vasajeno e sse cuccajeno tutt'e doje. E stiettere cuntente e felice. Loro stanno a Roma e nuje stammo ccà.Chi ha cuntate, 'nu piatto 'i rucate,[Chi ha scritte, 'nu piatto 'e turnise;]E chi ha 'ntiso, 'u penziero nce ha miso.
XXVI.ZELINDA E IL MOSTRO[1]C'era una volta un pover'omo, che aveva tre figliole. La minore, essendo la più bella e la più manierata e dolce di carattere, era di molto odiata dalle altre due sorelle, ma in quella vece il padre gli voleva un gran bene. Or'avvenne, che in un vicino paese, appunto nel mese di gennaio, vi fosse una fiera; alla quale andando il pover'omo per provvigioni a campare la famiglia, ciascuna delle figliole gli domandò che gli portasse qualche regaluccio: la Rosina volle un vestito, la Marietta uno scialle, e la Zelinda si contentò di una rosa[2]. Il giorno dopo a bruzzolo, il pover'omo si messe in viaggio. E arrivato in sulla fiera, comprate che ebbe le provvigioni, gli fu facile trovare il vestito per la Rosina e lo scialle per la Marietta; ma non gli riescì, per quanto s'affannasse a cercarne, trovar la rosa per la Zelinda. Pure, voglioso di accontentare quella sua cara figliola, si rimesse in viaggio alla ventura lì pe' dintorni, e, cammina cammina, giunse ad un bel giardino; e siccome n'era il cancello aperto, e' vi entrò diviato. Il giardino era carico gremito d'ogni sorta di fiori, e in un cantuccio sorgeva su un[3]cespuglio di vaghe rose sbocciate e di colore smagliante. Non pareva che ci fosse nel giardino anima viva, cui domandare una rosa in compra o in regalo; sicchè il pover'omo, allungata la mano al cespuglio, staccò una rosa per la sua Zelinda. Misericordia! chè appena colto il fiore,di dentro al cespuglio, con gran fracasso e fiamme, sbucò uno spaventevole Mostro in forma di dragone[4], che fischiando a tutto potere, disse:—«Temerario, che ha' tu fatto? Bisognerà che tu moja subito, giacchè avesti l'ardire di toccare e sciupinare la mia pianta di rose.»—Il pover'omo, morto più che mezzo dalla paura, si messe a piangere, a raccomandarsi in ginocchioni, chiedendo perdono dello sbaglio commesso, e si diè a fare racconto del perchè cogliesse la rosa. E poi diceva:—«Lasciatemi andare. Ho famiglia; e, se non ci son'io, l'è finita per lei e va in perdizione.»—Ma il Mostro inferocito gli rispose:—«Uno ha da morire. O portami quella che volle la rosa; o, se nò, t'ammazzo in sul momento.»—Invano il pover'omo pregò e ripregò: il Mostro non gli diede agio di partire, se non dopo che il pover'omo gli ebbe promesso con giuramento di ritornare colla figliola. Figurarsi con che core il pover'omo rientrò in casa sua! Diede i regali alle figliole; ma con un viso tanto stravolto, che quelle gli domandarono con premura se gli fosse accaduta qualche disgrazia. Dàgli e ridàgli, finalmente il pover'omo piangendo gli raccontò la storia del suo viaggio e a che patto era potuto ritornare; e disse:—Bisognerà che io o la Zelinda si sia mangiati dal Mostro.»—Allora sì che le altre due sorelle scaricarono il sacco contro Zelinda:—«Bada lì»—dicevano—«la smorfiosa, la capricciosa! Lei, lei anderà dal Mostro, che ha voluto la rosa. Il babbo ha da rimanere con noi.»—E la Zelinda:—«È giusto che paghi chi ha fatto il danno. Anderò io. Sì, babbo, menatemi al giardino e sia pure la volontà di dio!»—Dopo varî contrasti e battibecchi, si decise che la Zelinda anderebbe nel giardino del Mostro e ci sarebbe lasciata sola. E così fu; chè, postisi in cammino l'indomani lei col padre, in sull'imbrunire giunsero algiardino. Entro a quel luogo ameno non ci veddero, secondo il solito, anima viva; ma osservarono un gran palazzo signorile illuminato e colle porte spalancate. Si introdussero i due viaggiatori nell'atrio; e subito quattro statue di marmo si mossero da' loro piedistalli per fargli lume su per le scale sino ad una sala, dove nel mezzo era una mensa apparecchiata d'ogni ben di dio. I due, sentendosi affamati, si sederono; e satolli, le medesime statue, presi i lumi, gli condussero in due belle camere, dove andati a letto dormirono saporitamente tutta la notte. Al levar del sole, Zelinda e il padre suo pur essi si levarono; e vennero serviti della colazione da mani invisibili. Poi, scesi in giardino, si diedero assieme a cercare del Mostro; e, giunti davanti al cespuglio delle rose, eccotelo sbucar fori in tutta la sua bruttezza e terribilità. La Zelinda dalla paura diventò bianca e gli tremavano le gambe. Disse il Mostro al pover'omo, dopo avere guardata fissa la Zelinda con due occhiacci infocati:—«Sta bene: tu hai mantenuta la promessa. Ora vattene, vecchio; e lascia quì sola la ragazza.»—Il pover'omo si sentiva morire dalla paura; e non meno dolorosa se ne stava la Zelinda. Ma, per preghiere, che facessero, il Mostro rimase duro come un sasso; sicchè bisognò, che il pover'omo se ne andasse, abbandonando la figlia, la sua cara Zelinda, alla discrezione del Mostro. Quando il Mostro fu solo colla Zelinda, principiò a farle carezze e moine; e tanto s'adoperò, che gli riuscì rendersi amabile a lei. Non la lasciava mancar di nulla. E tutti i giorni, discorrendo con lei nel giardino, gli domandava:—«Che mi vuo' bene? Vuo' tu diventarmi sposa?»—Ma la ragazza rispondeva:—«Signore, vi vo' bene sì, ma non diventerò mai vostra sposa.»—E il Mostro si addimostrava molto addolorato; e raddoppiava carezze e buoni garbi; e, sospirando a modo suo, diceva:—«Eppure,se tu mi sposassi, accaderebbe una cosa di molto maravigliosa. Ma non te la posso dire, fino a che tu non voglia essere la mia sposa.»—La Zelinda, sebbene non si trovasse lì malcontenta, pure di sposare il Mostro non se la sentiva punto, perchè troppo brutto e bestiale; quindi alle richieste del Mostro aveva sempre pronta la medesima risposta. Un giorno, il Mostro la chiamò in fretta e gli disse:—«Senti, Zelinda, se tu non acconsenti a sposarmi, è decretato, che moja tuo padre: già sta male e in fine di vita e non lo potrai più rivedere. Guarda, se dico il vero.»—E, cavato fori uno specchio incantato, il Mostro fece vedere a Zelinda il padre moribondo sul letto nella camera di casa sua[5]. Allora Zelinda, tutta disperata e fori di sè dal dolore, gridò:—«Che viva il babbo e lo possa riabbracciare. Sì, vi prometto, che sarò in ogni modo vostra sposa fedele e subito.»—Non ebbe a mala pena la Zelinda profferite quelle parole, in un tratto il Mostro si trasmutò in un bellissimo giovane. La ragazza ne rimase sbalordita; e il giovane, presala per mano, gli disse:—«Cara Zelinda, sappi, che io sono il figliolo del Re delle Pomarance[6]. Una vecchia strega, toccandomi, mi ridusse a Mostro; e mi condannò a stare in quel cespuglio di rose in questa figura, sino a tanto, che una bella fanciulla non acconsentisse diventare mia sposa. Per grazia tua, Zelinda, eccomi ritornato come avanti. Ora andiamo da tuo padre, che è già rinsanichito; e dopo faremo il matrimonio, ottenuto il consentimento dal Re delle Pomarance.»—Zelinda e il giovane a cavallo si partirono dal giardino; e, quand'ebbero riveduto il padre di Zelinda, tutti assieme andarono nel Regno delle Pomarance, dove il Re, alla vista del figliolo, mancò poco non cascasse morto dall'allegrezza. Il giovane disse al Re quel, che gli era intravvenuto. Ma, alla novelladello sposalizio fissato fra il figliolo e la Zelinda, il Re si turbò fortemente; e fece protesto, che, per quant'obblighi avesse alla ragazza per la liberazione del figliolo, a quella richiesta non poteva acconsentire, perchè da molto tempo innanzi aveva impegnata la sua parola di Re, che il suo figliolo si maritasse alla figlia del Re di Prussia. E non ci fu versi di tramutarlo da quel deliberato, per preghiere e pianti degli innamorati. Per cui, non vedendo altro rimedio, il giovane e Zelinda fissarono scappare assieme di notte tempo. E, travestiti da pitocchi, a piedi uscirono fori dal palazzo alla chetichella; e si posero in cammino per la campagna. Zelinda e il suo sposo, dopo avere viaggiato un giorno intero così alla ventura, in sull'abbujare entrarono in una selva e vi si smarrirono. Gira di quà, gira di là, non trovavano la via ad uscirne; ed erano sul punto di sgomentarsi e darsi ormai per perduti e per morti, quando lontan lontano scorsero un lumicino.[7]A tentoni si diressero laggiù, finchè giunsero alla porta di una spelonca e picchiarono colle nocche delle dita. Dopo qualche momento, s'affaccia a un finestrino una donna, che aveva due zanne di porco sporgenti fori delle labbra, che con una vociaccia sgangherata gridò:—«Chi siete? che volete a quest'ora?»—Disse il figliolo del Re delle Pomarance:—«Siam due poverelli, marito e moglie; e ci siam smarriti in questa selva. Dateci in carità ricovero per la notte e un pò di pane, che siam stanchi.»—«Oh! meschini!»—sclamò la donna dalle zanne,—«dove siete mai capitati! Questa è la casa dell'Orco; e io sono la sua moglie. Scappate, ma presto, chè a momenti torna. E se vi sente e vi trova, per voi l'è finita; vi divora tutti e due vivi in un ammenne.»—« O dove volete, che si vada?»—disse il giovane:—«Guardate di rimpiattarci in qualche logo riposto, e domania giorno ce n'anderemo senza farci sentire.»—E l'Orchessa:—«Ma che vi pare! Alla porta, dal di dentro, c'è quì una gabbia d'oro, tutta grema zeppa di sonaglioli; e ci sta un uccellino, che fa la spia e svolazza; e nella stalla c'è un cavallo con una sonagliera, che fa altrettanto. Se entra qualche cristiano in casa, l'Orco lo risà subito, perchè le bestie collo scampanellìo e il diavoleto de' canti, de' nitriti, dell'ali e delle zampe[8]glielo ridicono. E allora l'Orco cerca dappertutto; e per chi trova, non c'è scampo.»—«Tant'è,»—riprese il giovane,—«morti per morti, apriteci e lasciateci venire dentro, accada quel, che vole accadere.»—L'Orchessa, capito, che que' due non se ne volevano partire, e bramosa di fargli un po' di bene, s'avviò per la scala ad aprirgli; e in quel mentre, che tirava catenacci su catenacci e bracciali e saliscendoli e catene, con che era assicurata la porta, una vecchina tutta grinzosa apparì di fori a Zelinda e al suo sposo e presto presto gli disse:—«Pigliate questo cotone, questi confetti e queste focacce. Quando sarete dentro, tappate col cotone tutti i sonaglioli della gabbia e del cavallo, e staranno cheti. Poi, quando l'Orco è a letto e dorme, scappate via e rubate la gabbia coll'uccellino. Quando sarete in mezzo la selva, ammazzate l'uccellino e apritegli il capo. Nel capo e' ci ha un ovo. Rompetelo con una pietra; chè, rotto l'ovo, l'Orco morirà, essendo lì nell'ovo l'incantesimo della sua vita.[9]»—Ciò detto, disparve. Intanto la porta era aperta; e l'Orchessa, introdotti gli smarriti, li condusse in cucina, li rifocillò alla meglio e poi li messe a dormire nella mangiatoia del cavallo e li ricoprì colla paglia e col fieno per nasconderli all'Orco. Que' meschini pensavano di fare quel, che gli aveva detto la vecchina grinzosa, quando eccoti l'Orco: e l'uccellino a cantare e scotere la gabbia; e il cavallo a nitrire ea saltare tentennando la sonagliera. L'Orco, insospettito, tanto più che aveva naso fine, si diè a fiutare quà e là, borbottando fra le zanne:—«Mucci, mucci!«Sento puzzo di cristianucci:«O ce n'è, o ce n'è stati,«O ce n'è de' rimpiattati.»—Poi, rivoltosi alla moglie, disse:—«Moglie, c'è carne umana, non è vero? Dove l'ha' tu riposta?»—E l'Orchessa, facendo l'indiana:—«Ma che? Stasera tu ha' bevuto, marito, tu ha' i frazî nel naso. Va' vai a letto.»—L'Orco non era punto persuaso e storse il grugno alle parole dell'Orchessa. Stette in fra le due e poi disse:—«Sono stracco e non vo' mettermi in sul ricercare adesso. Domani poi frugherò bene la casa; e, se trovo carne umana, mi servirà per colazione.»—L'Orco se n'andiede a letto e di lì a un po' russava da sentirlo un miglio lontano. Pian pianino si alzarono il figliolo del Re delle Pomarance e Zelinda; e, gettate le focacce al cavallo e i confetti all'uccellino, perchè stessero zitti, col cotone tapparono tutti i sonaglioli della gabbia e del cavallo. Poi, senza pensare ad altro, vogliolosi com'erano di scappare, aperta la porta non senza fatica e agguantata la gabbia, via a corsa per la selva. Quando la gabbia fu fori della soglia della porta, l'Orco si svegliò con una scossa e urlò:—«Mi portan via la vita»—e, saltato il letto, corse dietro a' fuggiaschi. E, siccome aveva le gambe lunghe e l'odorato bono, presto li raggiunse; sicchè quelli impauriti abbandonarono la gabbia. L'Orco allora si contentò di ripigliare la gabbia e si sentì ritornare le forze, che cominciavano a scemargli; e, rinvenuto alla spelonca, la serrò con gran cura. Intanto i fuggiaschi s'eranmessi a sedere ansimando per la corsa fatta. Ed eccoti la solita vecchia grinzosa, tra il losco e il brusco, gli riapparì e gli disse:—«Oh matterelli, che non avete saputo fare l'interesse vostro! Se l'Orco era morto, tutti i suoi tesori (e sono di molti) diventavano cosa vostra. Andiamo! ritornate stasera dall'Orco e fate quel, che non avete fatto.»—Que' due si sentivano poco vogliosi di ritentare la prova. Ma la vecchina gliene disse tante, che alla sera ripicchiarono alla porta della spelonca; e, dopo le solite cerimonie dell'Orchessa, che non gli riconobbe per que' della sera prima, gli entraron dentro. Ma, per tornare un passo addietro, bisogna sapere, che la vecchina aveva dato al figliolo del Re delle Pomarance una boccettina, dove stava racchiuso un liquore, che, odorato da chi la teneva in mano, rendeva ottuso il naso dell'Orco. Messi nel solito posto i due sposi, sentirono tornar l'Orco, che fiutava e borbottava la medesima canzone di prima; poi disse alla moglie:—«Questa volta, moglie, non sarò tanto mammalucco. Dammi un lume. Vo' cercare bene prima di andare a letto. E, se c'è cristiani, me li pappo in due bocconi.»—Gira e rigira, l'Orco venne alla stalla; ma il giovane annusò la boccetta, sicchè l'Orco perdette la bussola; e, non iscoprendo nulla, credette meglio andare a letto. Quando fu addormentato e russava, i due sposi, impiegate le stesse diligenze della notte avanti, tolser la gabbia dal chiodo e via per la selva; e l'Orco dietro sbraitando. Ma il giovane, cavato fuori l'uccellino, gli sfrantumò il capo con un sasso, per cui l'Orco cascò in terra morto steccolito intra fine fatta. Il che accaduto, Zelinda e il suo compagno ritornarono alla spelonca; e, caricato sul cavallo dell'Orco tutto il tesoro, presero la strada del Regno delle Pomarance. Quì giunti, si presentarono al Re, che molto lieto li ricevè; e, mirato le grandi ricchezze acquistate, consentìallo sposalizio di Zelinda con il suo figliolo. E gli sposi vissero a lungo assieme e allegramente; e lì nel RegnoSi goderono e se ne stiedero,Ed a me nulla mi diedero.NOTE[1]Più comunemente:Belinda e il Mostro; ed ancheRosina e il mostro. Raccolta dall'Avv. Prof. Gherardo Nerucci. IlLiebrechtannota:—«Der Haupttheil dea Märchens (bis zur Verwandlung des Ungeheuers in einen schönen Jüngling) entspricht dem Märchen aus dem Schwalmgegend, angeführt von Grimm.Kinder—Märchen III, 152 zu N.º LXXXVIII.Das singende, springende Löweneckerchen.»—La connessione della prima parte di questa fiaba col mito della Psiche è evidente e salta agli occhi. Cf. con lo esempio milanese, che segue.L'OMBRION.[i]Ona volta gh'era on papà[ii]. El gh'aveva tre tosànn[iii]e l'era molto[iv]pover e l'andava à cercà la caritàa, per portàa cà de mangià a sti sò tosànn. E on dì, gh'han ditt de portagh a cà on pòo d'aj[v]. L'è andaa fœura de cà, l'è passàa d'on sit, l'ha vist on bell giardin, e l'è andàa dent[vi]. L'ha vist, che gh'era on bell scepp[vii]d'aj; e l'è andàa là e n'ha cattàa on poo. In del strappàll, l'è borlàa per terra e l'ha ditt:—«O daj[viii]!»—E gh'è compars come on'ombria. E st'ombrion l'ha ditt:—«Còsse te set vegnuu a fa cont st'aj?»—E lu, l'ha ditt, che l'è per portà a cà ai sò tosànn, che gh'han ditt lor de andà a cattall. E lu, l'ombrion, el gh'ha ditt:—«Ben! o ti te menet chì diman a st'ora vunna di tò tosànn, o la tòa vitta l'è andada.»—E lu, sto pover—òmm, l'è andàa a cà tutt stremìi[ix]a piang. I so tosànn gh'han ditt: cosa l'era, che lu el gh'aveva? E lu l'ha ditt quell, che gh'era success. Donca[x]i tosànn, la maggior l'ha vorùu minga andà, la segónda nanca[xi], e la minor l'ha ditt:—«Ghe andaròo mi!»—e l'è andada lee in sto sit cont el pà[xii]. E quand el pader l'è stàa là con la sòa tosa, l'ha fàa a la stessa manera, che l'aveva fàa, quand l'ha strappàa l'aj. E allora l'è compars l'ombrion e l'ha ditt:—«Lassala chì, che la toa tosa l'è in bon man e la patirà minga.»—L'ha menada giò d'ona scaletta; e quand l'è stada giò, l'ha veduu on magnifich sit, inscì bell, ch'el pareva on palazz. E no ghe mancava nient, qualunque cossa, che lee la podeva desiderà. Solament, che la gh'aveva semper st'ombrion denanz ai œucc[xiii], e la podeva mai pizzà el ciàr[xiv]de sera; el gh'aveva proibìi lu, ch'elvoreva minga, che de nott se pizzass el ciàr. E, quand el dormiva, lee, le sentiva a ronfà[xv]come ona persona. E la ghe voreva molto ben: la s'era tant affezionada, che la ghe voreva molto ben. La gh'ha cercàa el permess d'andà a cà a trovà i sò sorej[xvi]e el sò pà. E lu ghe l'ha daa el permess domà[xvii]per vintiquattr'or[xviii]. E lee, la gh'ha promess, che la saria vegnuda prima anca di ventiquattr'or. L'è andada a cà, l'ha trovàa i sò sorej e el sò pà; e la gh'ha cuntàa, che la stava inscì ben, che ghe mancava nagott[xix]. La gh'aveva el dispiasè, che la podeva minga pizzà el ciar, e che la nott la sentiva l'ombrion a ronfà come ona personna. Lor, i sorej, gh'han daa de podè pizzà el ciar; candela e zolfanej[xx], per pizzà el ciar quand lu, l'ombrion, el dormiva. I sorej voreven tegnilla là; e lee, la gh'ha ditt:—«No, poss no, perchè gh'hoo promess, che saria andada prima di vintiquattr'or.»—L'è andada; e lu, l'era là a ricevela. E l'è staa content, perchè l'è andada anmò[xxi]prima de quel, che lu, el gh'aveva ditt. La sera, quand hin andàa a dormì, lee, l'ha lassàa indormentà; e pœu l'ha pizzàa el ciar. E l'ha vedùu, che l'era on bellissem gioven. El gh'aveva al coll on cordon cont attach[xxii]ona ciavetta[xxiii]. Ghe l'ha tiràda via e l'è andada a provà in di stanz, che gh'era intorna al só palazz, per vedè, dove l'è, che l'andava ben sta ciav. L'ha trovàa, che in sta stanza gh'era denter tanti donn, che lavoraven e che diseven:Fee fass, patton[xxiv]e pattej[xxv]Per el fiœu del Re.E pœu l'ha saràa su e via l'è andada. Gh'è vegnuu a la contra lu, l'ombrion, in forma d'on bel gioven[xxvi]. El gh'ha ditt:—«Adess, pòdem pu stà insemma!»—E lee l'ha ditt:—«Insegnem, dove hoo de andà; che mi ghe andaròo, dove te vœut.» —Lu, el gh'ha ditt:—«Va a la cort del Re, che mi soo, che lu l'aloggia i forestee[xxvii], quej, che desideren de andà là. Che tutt i nott vegnaròo mi a trovatt.»—Lee, l'è andada; e là l'han aloggiada. La prima nott, che l'ombrion l'è andàa a trovalla, gh'è ona lampeda là sul scalon; e, quand l'era là, el ghe diseva:Lampada d'argento, stoppino d'oro,La mia signorina riposa ancora?E la lampeda, la ghe diseva:Vanne vanne, a buon'ora;La tua signorina riposa ancora.Lu, el ghe dis a la lampeda:Quando mio padre saprà,Con fasce d'oro ti fascerà[xxviii].Quando i galli più non cantano,E le campane più non sonano,Sino a giorno starò qui.On servitor, l'ha sentìi sta robba, ona nott e dò. E l'è andàa a dighel al Re, che sentiven de nott quest, che vegniva a dì sta robba. E lu, el Re, l'è andaa e l'ha voruu sentì lu; e di fatt l'è andaa e l'ha sentìi sta robba. L'ha pessegàa[xxix]a mandà a fa mazzà tutt i gall e a fa sonà pu i campann. Quand gh'è staa pu campann, che sonass, nè gaj, che cantass, quella nott l'ombrion l'è andàa e l'ha tornàa a dì anmò alla lampeda l'istess, che el ghe diseva i alter volt:Già le galle[xxx]più non cantano,Le campane più non sonano,Sino a giorno starò qui.E la mattinna[xxxi], a l'ora solita, che ghe portaven el cafè[xxxii]a sta tosa, van denter; e veden, che gh'è là on alter scior insemma. E lu, sto scior, l'ha cercàa, se se podeva parlà al Re. El Re, che l'era quel, ch'el desiderava, quand l'ha vedùu, l'ha riconossùu, che l'era sò fiœu, che l'era staa instriaa. E allora lu l'ha ditt:—«Quella l'è la mia deliberatrice; se no gh'era questa, mi podeva minga vess deliberàa; pérchè mi, el mè instriament l'aveva de bisogn de trovà vunna, che me voress ben, anca che mi fuss mostruôs.»—E so pader, el gh'ha ditt:—«Ben, e ti te la sposaret; e la sarà toa sposa.»—E s' ciao[xxxiii].L'è passàa on carr d'oli[xxxiv]d'oliva,La panzanega[xxxv]l'è bell'è finida.[i]Ombrion, manca nel Cherubini, dove c'è soloÒmbraedÒmbriaper ombra, spettro (da non confondersi conÒmbraedOmbria, ombra ed ombria.Avé paura de la so ombria). Rispond aLo Catenaccio, trattenimento IX della giornata II delPentamerone.—«Lucia va ped acqua a 'na fontana e trova 'no schiavo, che la mette a 'no bellissimo palazzo, dov'è trattata da Regìna; ma, da le sore 'mmidiose consigliata a bedere co' chi dormisse la notte, trovatolo 'no bello giovane, ne perde la grazia ed è cacciata; ma dopò essere juta sperta e demerta grossa pena 'na maniata d'anne, arreva 'ncasa de lo 'nnamorato, dove, fatto 'no figlio mascolo, dopò varie socciesse fatto pace, le deventa mogliera.»—Si tratta sempre del mito di Psiche.[ii]Papà,paperin, babbo, papà. Il signor Reali postilla:—«Il modo più comune, se non il solo, che si usa per cominciar la narrazione, è:Gh'era ona volta, e non:Ona volta gh'era. È una formola quasi sacramentale, come l'in diebus illis, che non si può indifferentemente mutare nell'in illis diebus.»—La novellaja avrà narrato male, ma diceva com'ho scritto.[iii]Tósa, sing.tosànn, plur. fanciulla, ragazza, tosa. Il diminutivotosètta, fa al plur.tosarètt. Vedi pag. 42 e 301 nelle postille.[iv]Parola che non è nel dialetto.[v]Aj; aglio.Coronna d'aj, resta d'aglio.Coo, capo.Gesa, spicchio.Coaosgaùsc, coda.[vi]Dentodenter.Andà dent, entrare.[vii]Scepp, fra gli altri significati ha quello dicespo,cesto, cumulo di molti figliuoli sur una sola radice di frutti o d'erba; lo stesso che ceppaia, ceppata (sceppâda) negli alberi. Da non confondersi cons'ceppàa, fesso, screpolato;s'ceppa, schiappa, ecc.[viii]Dàj, esclamazione, dagli! Ma qui v'è un bisticcio cond'aj.[ix]Stremìi, impaurito, sbigottito.Fà stremì, impaurire.Stremiss, rimescolarsi, sentirsi rimescolare.Stremizzi, rimescolamento.Tœu sù on stremizzi, rimescolarsi.[x]Doncaedonc.Ergo donca, trii conchin fan ona conca: modo scherzevole di conchiudere.[xi]Nanca,gnancaegnanch.[xii]Pàepàder, padre.[xiii]Oeucc, occhio, plur. simile al sing.[xiv]Pizzà, appicciare, accendere.Smorzà on mocchett per pizzà ona torcia.El ciàr, il lume.[xv]Ronfà, roncà, russare, ronfiare, ronfare; (de' gatti) tornire.[xvi]Sing.sorella; plur.sorell, esorej.[xvii]Domàenomà, solo, soltanto, solamente.[xviii]Òra, sing.Or, plur.[xix]Nagottenagotta, nulla; dane gutta quidem, probabilmente.[xx]Il Cherubini nota come bella parola contadinescaSolfanèlloZolfinèll, invece del cittadinescoZoffreghèttoZoffreghìn.[xxi]Anmò, ancamò; ancora, anche; tuttora, tuttavia.[xxii]Attacch, accanto, allato, presso, vicino, accosto.[xxiii]Ciavetta, chiavetta, specialmente quella dell'oriolo, diminutivo diciav.[xxiv]Fee, fate.Fasss. masch. plur. fasce.Patton, qui è sinonimo dipattonin, pezza a più doppî o imbottita, che si sottopone per pulizia a' bambini lattanti fra le pezze line e quelle di frustagno.[xxv]Pattell(e più comunemente al pluralepattij), pezze, que' pannilini onde avvolgonsi i fanciulli in fasce.[xxvi]GiuveneGioven.[xxvii]Forestée. Avendo Pietro Giordani stampato, in un articolo dellaBiblioteca Italiana, fra le altre cose, che,nella moderna Italia, forestiere, come nell'antichissima Roma, vuol dire inimico, Carlo Porta gli rispose col seguente sonetto:Quand i nost vicciurritt e fiaccareeMenen intorna onMilanesa spass,Ghe diraven, a chi gh'el domandass,Che menem in caroccia onForestee.Quand i nost sciori inviden on viveeDi sò amisMilanesa refisiass,Hin solet digh al cœugh, de regolass,Che gh'han diForestee,tant che sia assee;E lu, ch'el stà chi inscì a s' ceppà i radis,L'ha el coragg de stampann in sul muson,Che in Milan Forestee el vœur dì nemis?Ah! on'altra vœulta innanz trà lì secch secchDe stì goffad con tanta presùnzion,Ch'el consulta el cervell, minga i busecch.[xxviii]Gonzenbach. (Op. cit.) XLIII.Die Geschichte vom Principe Scursuní:Dormi, dormi e fa la ninna!Si to nanna lu saprà,Fasci d'oru ti farà.Del resto quella novella della Gonzenbach si ravvicina più al nostroRe Porco.[xxix]Pessegà,spessegà, affrettasi, sollecitarsi; spicciarsi dicono continuamente nel mezzogiorno.Spessecareè nelle Vite de' Santi Padri, per lo essere sollecito nell'agire delle formiche. Il Firenzuola ha dettospessicare.[xxx]Sic, ma è sproposito evidente della novellatrice lombarda, che non può far testo nelle frasi italiane.[xxxi]MatinnaoMattinna.[xxxii]Usanza moderna, che è stata recentemente interpolata nella fiaba.[xxxiii]Ciao,ciavo,s' ciao, schiavo, come formola di congedo e d'addio.[xxxiv]Olie presso il volgoæuliedæuri.[xxxv]Panzànega. Fiaba, fola, panzana, favola, pantraccola. Il Cherubini riporta così questa chiusa comunissima:E œu gh'han miss sù la saa, l'asès e l'oli d'oliva; E la panzanega l'è bella e finida.Risponde al modo toscano:Stretta la foglia sia, larga la via.Dite la vostra, che ho detta la mia;nel quale è da notarsi, che spesso (e così l'ha scritto Nicomedo Tabacchi, ossia Domenico Batacchi, nel canto IX delZibaldone) il primo verso suona:Il fosso sta fra il campo e fra la via;e talvolta semplicemente:In santa pace pia.[2]Il padre, che, partendo, chiede alle figliuole cosa vogliano in dono, si ritrova nellaGatta Cennerentoladel Basile. Dove il padre dimentica il dono per la migliore ed il suo bastimento viene arremorato. Episodio mancante nella nostra lezione della fiaba presente.—«Soccesse, ch'avenno lo Prencepe da ire 'Nsardegna pe' cose necessarie a lo stato sujo, dommannaje ped'una a 'Mperia, Calamita, Sciorella, Diamante, Colommina, Pascarella, (ch'erano le seje figliastre) che cosa volesseno, che le portasse a lo retuorno. E chi le cercaie vestite da sforgiare; chi galanterie pe' lo capo; chi cuonce pe' la facce; chi jocarielle pe' passare lo tiempo; e chi 'na cosa, e chi 'n'autra. E ped utimo, quase pe' dellieggio, disse a la figlia:E tu che vorrisse?Ed essa:Nient' autro, se non che mme raccommanne a la Palomma de le Fate, decennole, che mme manneno quarcosa. E si te lo scuorde, non puozze ire, nè 'nnanze, nè arreto. Tiene a mente chello che te dico, arma toja, maneca toja.Jette lo Prencepe, fece li fatte suoje 'Nsardegna, accattaje quanto l'avevano cercato le figliastre, e Zezolla le 'scìe de mente. Ma 'mmarcatose 'ncoppa a 'no vasciello, e facenno vela, non fu possibile mai, che la Nave sse arrassasse da lo puorto; e pareva, che fosse 'mpedecata da la remmora. Lo patrone de lo Vasciello, ch'era quase desperato, sse pose pe' stracquo a dormire, e vedde 'nsuonno 'na Fata, che le disse:Saje, pecchè non potite scazzellare la nave da lo puorto? Perchè lo Prencepe, che bene co' buje, ha mancato de prommessa a la figlia, allecordannose de tutte,fora che de lo sango propio. Sse 'sceta lo patrone, conta lo suonno a lo Prencepe, lo quale, confuso de lo mancamiento, ch'aveva fatto, jeze a la Grotta de le Fate, e, arraccommannatole la figlia, disse, che le mannassero quarcosa.»—Un simile arremoramento ritrovo in una fiaba, che ho raccolta in Napoli da una crestaina e che il Liebrecht chiamaein ganz eigenthümliches neapolitanisches Märchen:'A FATA ORLANNA[i].Nce steva 'na vota 'nu mercante. Nu' teneva figlie; era sulo isso e 'a mogliera. Aveva a piglià' 'a mercanzia, aveva a partì'. Sse vota 'nfaccia 'ô marito, 'a mogliera:—«Chiss'è 'n aniello; mettitello 'ô rito. Mm'haje a portà' 'na pupa granne quant'a mme, che fa qualunque atteggio, che cose, che ss'assetta. Sì te scuorde, 'st'aniello sse fa 'rosso 'ô dito; e 'u vapore non va avante nè arreto.»—Comme 'nfatte accussì fuje. Sse dimenticaje 'a pupa, sse mmise 'ncoppa 'ô vapore, e 'u vapore no' volea camminà'. 'U pilota sse votaje:—«Signure, v'avite dimenticato quarche cosa?»—a tutt' 'e signure, che nce stevano.—«Nossignore, niente.»—All'urdemo d' 'o vapore steva chisto mercante:—«Signò'; v'avisseve dimenticato quaccosa, pecchè 'u vapore non po' camminnà'?»—Isso sse guardaje 'â mano e decette:—«Sì, mm'haggio scordata 'na cosa; 'a pupa de moglierema.»—Calaje, prese 'a pupa, e sse mmisedi nto 'ô vapore; e cammenaje. Arrivaje a Napole, portaje 'a pupa 'â mogliera, tutta ben vestita, tutta elegante: pareva 'na bellissima giovane. 'A mogliera, tutta contenta, che parlava, che discorreva co' 'sta pupa, che lavoravano vicino 'ô balcone tutt'e doje. 'Nfaccefronte steva 'u figlio d' 'u Rre: ss'annamoraje 'e 'sta pupa e nce cascaje 'mmalato d' 'a passione. 'A Recina, che vedeva 'stu figlio 'mmalato, diceva:—«Figlio mmio, che è stato? ch'haje? Dill'a mammà. Oggi o domane, nuje morimmo e tu regne: e poi chi regna, se tu piglio 'na malattia e more?»—Sse votaje:—«Mammà,haggio presa 'sta malattia, pecchè 'na figlia, 'a figlia d' 'o mercante, che sta derimpetto, tanto che è bella, che mme fa 'nnamorare.»—Dice 'a Recina:—«Sì, figlio mmio, io t' 'a faccio sposà'. Doppo ch'è 'na figlia de 'mmonnezzaro, t' 'a faccio sposà'»—«Sì, mamma mmia, faciarrisseve 'na cosa bona. Mo' mannammo a chiammà' 'ô mercante.»—Mannajeno 'o servo a casa d' 'o mercante:—«Sua Maestà ve vole a palazzo!»—«E che bo'?»—«Dèbbo parlareve[ii].»—'U mercante va a palazzo; dice:—«Maestà, cosa comanna?»—«Tu tiene 'na figlia?»—«Maestà, no.»—«Comme dice, che no? 'U figlio mmio è caruto ammalato p' 'a passione, che ha pigliate p' 'a figlia toja.»—«Majestà, io ve dico, che chella è 'na pupa, non è mai cristiana.»—«Io no' boglio sape' chiacchiere! Se no' mme presente a figliata 'ntermine de quinnece ghiuorne, 'a cape toja sott' 'â chillottina.»—'A chillottina no' sapete che è? È la forca. Ca sse 'mpenneva, se non portava 'a figlia doppo quinnece ghiuorne. Annaje a casa chiancenno 'sto mercante. Le decette 'a mogliera:—«Che è stato, che t'ha detto lo Re a palazzo, ca tu chiance?»—«No' nzaje, che mme succede? 'U figlio d' 'o Rre è caruto 'mmalato pe' chella pupa, che tu tiene!»—sse votaje 'nfacci' 'â mogliera. Sse votaje 'a mogliera:—«È caruto ammalato? non ha visto, ca è 'na pupa?»—«No' 'u crerette: e dice, ca mm'è figlia; e ca se no nce presento 'â figlia mmia 'ntermine de quinnece ghiuorne, 'a cape mmia sott' 'â chillottina.»—«Be', pigliatella»—sse votaje 'a mogliera—«e portatella a 'na parte de campagna. Vire, che può ffà'.»—Mente, ca 'a menava, tutto sbegottito, trovaje a 'nu viecchio:—«Mercante, cosa vai facenno?»—Sse votaje, decette:—«Eh, vicchiariello mmio, che t'haggio a dì'?»—Sse votaje 'u viecchio:—«Io so tutto.»—Dice 'u mercante:—«Eh già, che sapite tutto, trovate 'nu 'rremedio p' 'a vita mmia.»—Dice:—«Appunto. A tale e tale paese, cammina, nc'è' 'na fata, ca sse chiamma 'a fata Orlanna. Tene 'nu palazzo, ca no' nce sta guardaporto e no' nce sta scalinata. Chisto è 'nu violino, chesta è 'na scalella de seta. Quanno arrive a chillo palazzo, tu miettete a sonà'. Ss'affaccia 'a fata co' tutte 'e dodece damicelle. Chessa te po' dare 'ô 'rremedio, 'a fata Orlanna.»—'U mercante cammenaje, cammenaje; e trovaje 'ô palazzo, ca no'nce steva guardaporto e no' nce steva scalinata. Sse mette a sona' 'ô violino. Ss'affaccia 'a fata co' tutte 'e dodece damicelle. E decettero:—«Che buo', che nce chiamme?»—«Ah! fata Orlanna, dateme 'nu 'rremedio.»—«E che 'rremedio vuoje?»—Dice:—«Tengo chesta pupa, ca 'u figlio d' 'u Rre è caruto 'mmalato, sse n'è 'nnamorato. Io comme faccio?»—Faceva:—«'Ntermine de quinnece ghiuorne, se non 'a presento, 'a cape mmia sarrà tagliata.»—Decette 'a fata Orlanna:—«Mitte chesta scalella vecino 'ô muro. Damme chesta pupa. Aspetta doje ore e poi te 'a donco.»—Aspettaje doje ore e ss'affacciaje 'a fata:—«T'ecchete a figliata. Chesta parla a tutte, parla 'ô Re, 'â Recina; ma 'ô Prencepe no' nce parla. Statte buono, addio.»—Sse n'entraje 'â parte de dinto 'a fata Orlanna, e 'u mercante sse n'annaje co' 'a figlia. Annaje a casa e nce 'a portaje 'â mogliera. Dicette 'a pupa:—«Mammà, comme state?»—«Sì, figlia mmia, sto bona. E tu, addò' sì' stata?»—«So' ghiuta 'â villeggiatura co' papà e mo' so' venuta.»—'Ntermine de quinnece ghiuorne, 'u mercante 'a vestette tutt'elegante e 'a portaje a palazzo. 'U Re, conforme 'a vidde, sse vota co' 'a Recina:—«Have ragione, figlio mmio, ch'è 'na bella giovane!»—Essa sse mese dent' a' galleria a parlà' co' 'u Rre e 'a Rrecina; e co' 'u Prencepe no' parlava. 'U Prencepe morteficato:—«Co' papà parle, co' mammà parle; e co' mme no! Comme va 'st'affare? Forze sarrà 'a soggezione, ca non mme parla.»—Ss' 'a sposaje; e neppure nce parlaje. Tanto che fuje costretto 'u Prencepe, ca sse spartettero senza nisciuna cosa. 'U Prencepe steva a 'na parte e essa a 'n'auta, in doje appartamienti. Isso sse mettette a fa' l'ammore co' 'n'auta Prencipessa. Pigliaje, mente 'na mattina, ca steva mancianno chesta 'nnammorata, chiammaje 'u cammariere:—«Viene cca, 'u prencepe sta a tavola?»—«Altezza, sì.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje mane e 'e menaje dinto 'ô furno. Asciette 'nu ruoto co' diece cape de sacicce.—«Portancelle 'ô Prencepe.»—«Prencepe, ve manna chesto 'a Prencipessa.»—Dice:—«E comme so' fatte?»—«Prencepe, ss'ha tagliate 'e doje mane, 'e ha menate dint' 'ô furno;»—sse votaje 'u cammariere:—«Mm'ha fatto stravedè'.»—Dice 'u cammariere, ca ss'era maravigliato. Dice:—«Basta, manciammole.»—Sse votaje 'u Prencepe. A 'nnammorata sse votaje:—«'U faccio anch'io.»—Sse taglia 'e doje mane, 'e mena dentr' 'ô forno, e sse bruciajeno e morette.—«Ohche mm'ha fatto! mme n'ha fatto morì' a una!»—dicette 'u Prencepe. 'Ncapo 'e tiempo assaje, sse mise a fa' l'ammore co' 'n'auta. Quanno fuje 'a primma jornata, che annaje a tavola cu' essa, 'a Prencipessa chiamma 'n auto cammariere:—«Cammariè', addò' vaje?»—«Majestà, vaco a tavola d' 'o Prencepe, che sta mancianno.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje vracce, 'e mena dint' 'ô furno. Esce 'nu ruoto co' doje sanguinacce. Dice:—«Portancello 'ô Prencepe, a tavola.»—«Prencepe!....»—«Vattenne, ca no' boglio sèntere chiacchiere.»—«Ma sentiteme, lassateme conta'!»—«Ebbe', conta.»—«'A Prencipessa mm'ha chiammato: 'U Prencepe sta a tavola?==Prencipessa sì. Ss'ha tagliate 'e doje braccia soje e 'i ha mmenate dint' 'ô furno. N'ascette 'nu ruoto co' doje sanguinacce; e v'ha mannate 'sti doje sanguinacce. Majestà, ma chella mm'ha fatto remannè' accussì! Tene anche 'e vraccia 'n'auta vota.»—«Eh basta! manciammole! So' bone!»—Sse votaje 'a Prencipessa, l'auta 'nnamorata:—«Eh lu farrò anch'io! boglio vede'!»—Vedè', essa pure! All'urdemo d' 'a tavola, sse taglia 'e vracce e 'e mena dint' 'ô furno. Sse bruciajeno e morette. Diceva 'o Prencepe:—«Ah mme n'ha fatto morì 'n'auta!»—'Ncapo 'e tiempo, sse mise a fa' l'ammore co' 'n'auta. 'U primmo juorno, che annaje a tavola co' essa, 'a mogliera chiammaje 'ô cammariere. Dice:—«Majestà, cosa volite?»—«'U Prencepe sta a tavola?»—«Majestà sì.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje gamme e 'e mena dint' 'ô furno. Esce 'no bello ruoto, granne, co' doje prosutte 'mbottite.—«Portancelle a tavola.»—«Majestà, nu' sapite....»—«Vattenne, ca no' boglio sèntere niente!»—«Majestà, lassateme contà! vuje mo' mme ne cacciate!....»—«Ebbè, conta, co'.»—«So' passato 'â parte d' 'a Prencipessa e mm'ha chiammato:'U Prencepe sta a tavola?==Maestà sì.==E aspetta. Ss'ha tagliate 'e doje gamme, e 'e ha misse dint' 'ô forno e mm'ha date doje pregiutte.»—«Embè, manciammole.»—secutaje. Quanno fuje 'nfine d' 'a tavola, sse votaje a 'nnammorata:—«Che nce' vo'? 'U faccio pur'i'.»—Sse taglia 'e doie gamme; 'e menaie dint' 'ô forno. Sse bruciajeno 'e gamme e morette. Dice 'u Prencepe:—«Ahie! mm'hâ[iii]fatto co' tre!»—Sse votaje 'uPrencepe:—«Sfortunato mme! No' haggio a fà l'ammore co' nisciuna cchiù.»—Quann' a la notte, ca steva curcata 'a Prencipessa, int' 'a nottata 'a lampa deceva:—«Signurì, voglio bere.»—«Agliariè', dancelle a bevere 'â lampa.»—«Signurì, mm'ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quant'è bella 'a fata Orlanna! Quant'è bella 'a fata Orlanna! Quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Faceva accossì tutt' 'a nottata 'nsino a ghiuorno. Erano tutte cose affatate: 'a lampa, l'agliariello. 'U Prencepe, che senteva, sse votaje 'na mattina 'nfaccia a 'nu cammariere:—«Tu, stasera, haje da entrà' dint' 'â cammera d' 'a Prencipessa. Nce haje da stà tutt' 'a nottata sott' 'ô lietto. Haje da vedè, cosa fa tutt' 'a nottata.»—'U cammariere trase sott' 'ô lietto. Quanne fuje 'a notte, cominciaje 'na vota 'a lampa:—«Signurì', voglio bere.»—«Agliariè', dall' a bere 'â lampa.»—«Signurì', mm ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quant'è bella 'a fata Orlanna! quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Fece chesto tutt' 'a nottata. 'U cammariere, ca 'scette fora:—«Prencepe, vuje sentite 'na bella storia 'a notte là!»—«E che diceceno?»—«Majestà, 'a lampa parla co' 'a Prencipessa; 'a Prencipessa parla co' agliaro[iv]e sse vota:Quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Sse votaje 'u Prencepe:—«'Stanotte nce vaco i'.»—Quanno fuje 'â notte, sse mmettette sott' 'ô lietto d' 'a mogliera. Tornaje a fa' 'a stessa storia 'a lampa:—«Signurì', voglio bere.»—«Agliarè', dà bevere 'â lampa.»—«Signurì', mm'ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quanto è bella 'a fata Orlanna!»—Tutta 'a nottata deceva:—«Quanto è bella 'a fata Orlanna!»—Responnette 'o Prencepe:—«Benedetta 'a fata Orlanna!»—«Eh tanto nce volea, pe' di' 'na parola?»—sse votaje 'a Prencepessa. Ss'abbracciajeno e sse vasajeno e sse cuccajeno tutt'e doje. E stiettere cuntente e felice. Loro stanno a Roma e nuje stammo ccà.Chi ha cuntate, 'nu piatto 'i rucate,[Chi ha scritte, 'nu piatto 'e turnise;]E chi ha 'ntiso, 'u penziero nce ha miso.
ZELINDA E IL MOSTRO[1]
C'era una volta un pover'omo, che aveva tre figliole. La minore, essendo la più bella e la più manierata e dolce di carattere, era di molto odiata dalle altre due sorelle, ma in quella vece il padre gli voleva un gran bene. Or'avvenne, che in un vicino paese, appunto nel mese di gennaio, vi fosse una fiera; alla quale andando il pover'omo per provvigioni a campare la famiglia, ciascuna delle figliole gli domandò che gli portasse qualche regaluccio: la Rosina volle un vestito, la Marietta uno scialle, e la Zelinda si contentò di una rosa[2]. Il giorno dopo a bruzzolo, il pover'omo si messe in viaggio. E arrivato in sulla fiera, comprate che ebbe le provvigioni, gli fu facile trovare il vestito per la Rosina e lo scialle per la Marietta; ma non gli riescì, per quanto s'affannasse a cercarne, trovar la rosa per la Zelinda. Pure, voglioso di accontentare quella sua cara figliola, si rimesse in viaggio alla ventura lì pe' dintorni, e, cammina cammina, giunse ad un bel giardino; e siccome n'era il cancello aperto, e' vi entrò diviato. Il giardino era carico gremito d'ogni sorta di fiori, e in un cantuccio sorgeva su un[3]cespuglio di vaghe rose sbocciate e di colore smagliante. Non pareva che ci fosse nel giardino anima viva, cui domandare una rosa in compra o in regalo; sicchè il pover'omo, allungata la mano al cespuglio, staccò una rosa per la sua Zelinda. Misericordia! chè appena colto il fiore,di dentro al cespuglio, con gran fracasso e fiamme, sbucò uno spaventevole Mostro in forma di dragone[4], che fischiando a tutto potere, disse:—«Temerario, che ha' tu fatto? Bisognerà che tu moja subito, giacchè avesti l'ardire di toccare e sciupinare la mia pianta di rose.»—Il pover'omo, morto più che mezzo dalla paura, si messe a piangere, a raccomandarsi in ginocchioni, chiedendo perdono dello sbaglio commesso, e si diè a fare racconto del perchè cogliesse la rosa. E poi diceva:—«Lasciatemi andare. Ho famiglia; e, se non ci son'io, l'è finita per lei e va in perdizione.»—Ma il Mostro inferocito gli rispose:—«Uno ha da morire. O portami quella che volle la rosa; o, se nò, t'ammazzo in sul momento.»—Invano il pover'omo pregò e ripregò: il Mostro non gli diede agio di partire, se non dopo che il pover'omo gli ebbe promesso con giuramento di ritornare colla figliola. Figurarsi con che core il pover'omo rientrò in casa sua! Diede i regali alle figliole; ma con un viso tanto stravolto, che quelle gli domandarono con premura se gli fosse accaduta qualche disgrazia. Dàgli e ridàgli, finalmente il pover'omo piangendo gli raccontò la storia del suo viaggio e a che patto era potuto ritornare; e disse:—Bisognerà che io o la Zelinda si sia mangiati dal Mostro.»—Allora sì che le altre due sorelle scaricarono il sacco contro Zelinda:—«Bada lì»—dicevano—«la smorfiosa, la capricciosa! Lei, lei anderà dal Mostro, che ha voluto la rosa. Il babbo ha da rimanere con noi.»—E la Zelinda:—«È giusto che paghi chi ha fatto il danno. Anderò io. Sì, babbo, menatemi al giardino e sia pure la volontà di dio!»—Dopo varî contrasti e battibecchi, si decise che la Zelinda anderebbe nel giardino del Mostro e ci sarebbe lasciata sola. E così fu; chè, postisi in cammino l'indomani lei col padre, in sull'imbrunire giunsero algiardino. Entro a quel luogo ameno non ci veddero, secondo il solito, anima viva; ma osservarono un gran palazzo signorile illuminato e colle porte spalancate. Si introdussero i due viaggiatori nell'atrio; e subito quattro statue di marmo si mossero da' loro piedistalli per fargli lume su per le scale sino ad una sala, dove nel mezzo era una mensa apparecchiata d'ogni ben di dio. I due, sentendosi affamati, si sederono; e satolli, le medesime statue, presi i lumi, gli condussero in due belle camere, dove andati a letto dormirono saporitamente tutta la notte. Al levar del sole, Zelinda e il padre suo pur essi si levarono; e vennero serviti della colazione da mani invisibili. Poi, scesi in giardino, si diedero assieme a cercare del Mostro; e, giunti davanti al cespuglio delle rose, eccotelo sbucar fori in tutta la sua bruttezza e terribilità. La Zelinda dalla paura diventò bianca e gli tremavano le gambe. Disse il Mostro al pover'omo, dopo avere guardata fissa la Zelinda con due occhiacci infocati:—«Sta bene: tu hai mantenuta la promessa. Ora vattene, vecchio; e lascia quì sola la ragazza.»—Il pover'omo si sentiva morire dalla paura; e non meno dolorosa se ne stava la Zelinda. Ma, per preghiere, che facessero, il Mostro rimase duro come un sasso; sicchè bisognò, che il pover'omo se ne andasse, abbandonando la figlia, la sua cara Zelinda, alla discrezione del Mostro. Quando il Mostro fu solo colla Zelinda, principiò a farle carezze e moine; e tanto s'adoperò, che gli riuscì rendersi amabile a lei. Non la lasciava mancar di nulla. E tutti i giorni, discorrendo con lei nel giardino, gli domandava:—«Che mi vuo' bene? Vuo' tu diventarmi sposa?»—Ma la ragazza rispondeva:—«Signore, vi vo' bene sì, ma non diventerò mai vostra sposa.»—E il Mostro si addimostrava molto addolorato; e raddoppiava carezze e buoni garbi; e, sospirando a modo suo, diceva:—«Eppure,se tu mi sposassi, accaderebbe una cosa di molto maravigliosa. Ma non te la posso dire, fino a che tu non voglia essere la mia sposa.»—La Zelinda, sebbene non si trovasse lì malcontenta, pure di sposare il Mostro non se la sentiva punto, perchè troppo brutto e bestiale; quindi alle richieste del Mostro aveva sempre pronta la medesima risposta. Un giorno, il Mostro la chiamò in fretta e gli disse:—«Senti, Zelinda, se tu non acconsenti a sposarmi, è decretato, che moja tuo padre: già sta male e in fine di vita e non lo potrai più rivedere. Guarda, se dico il vero.»—E, cavato fori uno specchio incantato, il Mostro fece vedere a Zelinda il padre moribondo sul letto nella camera di casa sua[5]. Allora Zelinda, tutta disperata e fori di sè dal dolore, gridò:—«Che viva il babbo e lo possa riabbracciare. Sì, vi prometto, che sarò in ogni modo vostra sposa fedele e subito.»—Non ebbe a mala pena la Zelinda profferite quelle parole, in un tratto il Mostro si trasmutò in un bellissimo giovane. La ragazza ne rimase sbalordita; e il giovane, presala per mano, gli disse:—«Cara Zelinda, sappi, che io sono il figliolo del Re delle Pomarance[6]. Una vecchia strega, toccandomi, mi ridusse a Mostro; e mi condannò a stare in quel cespuglio di rose in questa figura, sino a tanto, che una bella fanciulla non acconsentisse diventare mia sposa. Per grazia tua, Zelinda, eccomi ritornato come avanti. Ora andiamo da tuo padre, che è già rinsanichito; e dopo faremo il matrimonio, ottenuto il consentimento dal Re delle Pomarance.»—Zelinda e il giovane a cavallo si partirono dal giardino; e, quand'ebbero riveduto il padre di Zelinda, tutti assieme andarono nel Regno delle Pomarance, dove il Re, alla vista del figliolo, mancò poco non cascasse morto dall'allegrezza. Il giovane disse al Re quel, che gli era intravvenuto. Ma, alla novelladello sposalizio fissato fra il figliolo e la Zelinda, il Re si turbò fortemente; e fece protesto, che, per quant'obblighi avesse alla ragazza per la liberazione del figliolo, a quella richiesta non poteva acconsentire, perchè da molto tempo innanzi aveva impegnata la sua parola di Re, che il suo figliolo si maritasse alla figlia del Re di Prussia. E non ci fu versi di tramutarlo da quel deliberato, per preghiere e pianti degli innamorati. Per cui, non vedendo altro rimedio, il giovane e Zelinda fissarono scappare assieme di notte tempo. E, travestiti da pitocchi, a piedi uscirono fori dal palazzo alla chetichella; e si posero in cammino per la campagna. Zelinda e il suo sposo, dopo avere viaggiato un giorno intero così alla ventura, in sull'abbujare entrarono in una selva e vi si smarrirono. Gira di quà, gira di là, non trovavano la via ad uscirne; ed erano sul punto di sgomentarsi e darsi ormai per perduti e per morti, quando lontan lontano scorsero un lumicino.[7]A tentoni si diressero laggiù, finchè giunsero alla porta di una spelonca e picchiarono colle nocche delle dita. Dopo qualche momento, s'affaccia a un finestrino una donna, che aveva due zanne di porco sporgenti fori delle labbra, che con una vociaccia sgangherata gridò:—«Chi siete? che volete a quest'ora?»—Disse il figliolo del Re delle Pomarance:—«Siam due poverelli, marito e moglie; e ci siam smarriti in questa selva. Dateci in carità ricovero per la notte e un pò di pane, che siam stanchi.»—«Oh! meschini!»—sclamò la donna dalle zanne,—«dove siete mai capitati! Questa è la casa dell'Orco; e io sono la sua moglie. Scappate, ma presto, chè a momenti torna. E se vi sente e vi trova, per voi l'è finita; vi divora tutti e due vivi in un ammenne.»—« O dove volete, che si vada?»—disse il giovane:—«Guardate di rimpiattarci in qualche logo riposto, e domania giorno ce n'anderemo senza farci sentire.»—E l'Orchessa:—«Ma che vi pare! Alla porta, dal di dentro, c'è quì una gabbia d'oro, tutta grema zeppa di sonaglioli; e ci sta un uccellino, che fa la spia e svolazza; e nella stalla c'è un cavallo con una sonagliera, che fa altrettanto. Se entra qualche cristiano in casa, l'Orco lo risà subito, perchè le bestie collo scampanellìo e il diavoleto de' canti, de' nitriti, dell'ali e delle zampe[8]glielo ridicono. E allora l'Orco cerca dappertutto; e per chi trova, non c'è scampo.»—«Tant'è,»—riprese il giovane,—«morti per morti, apriteci e lasciateci venire dentro, accada quel, che vole accadere.»—L'Orchessa, capito, che que' due non se ne volevano partire, e bramosa di fargli un po' di bene, s'avviò per la scala ad aprirgli; e in quel mentre, che tirava catenacci su catenacci e bracciali e saliscendoli e catene, con che era assicurata la porta, una vecchina tutta grinzosa apparì di fori a Zelinda e al suo sposo e presto presto gli disse:—«Pigliate questo cotone, questi confetti e queste focacce. Quando sarete dentro, tappate col cotone tutti i sonaglioli della gabbia e del cavallo, e staranno cheti. Poi, quando l'Orco è a letto e dorme, scappate via e rubate la gabbia coll'uccellino. Quando sarete in mezzo la selva, ammazzate l'uccellino e apritegli il capo. Nel capo e' ci ha un ovo. Rompetelo con una pietra; chè, rotto l'ovo, l'Orco morirà, essendo lì nell'ovo l'incantesimo della sua vita.[9]»—Ciò detto, disparve. Intanto la porta era aperta; e l'Orchessa, introdotti gli smarriti, li condusse in cucina, li rifocillò alla meglio e poi li messe a dormire nella mangiatoia del cavallo e li ricoprì colla paglia e col fieno per nasconderli all'Orco. Que' meschini pensavano di fare quel, che gli aveva detto la vecchina grinzosa, quando eccoti l'Orco: e l'uccellino a cantare e scotere la gabbia; e il cavallo a nitrire ea saltare tentennando la sonagliera. L'Orco, insospettito, tanto più che aveva naso fine, si diè a fiutare quà e là, borbottando fra le zanne:
—«Mucci, mucci!«Sento puzzo di cristianucci:«O ce n'è, o ce n'è stati,«O ce n'è de' rimpiattati.»—
Poi, rivoltosi alla moglie, disse:—«Moglie, c'è carne umana, non è vero? Dove l'ha' tu riposta?»—E l'Orchessa, facendo l'indiana:—«Ma che? Stasera tu ha' bevuto, marito, tu ha' i frazî nel naso. Va' vai a letto.»—L'Orco non era punto persuaso e storse il grugno alle parole dell'Orchessa. Stette in fra le due e poi disse:—«Sono stracco e non vo' mettermi in sul ricercare adesso. Domani poi frugherò bene la casa; e, se trovo carne umana, mi servirà per colazione.»—L'Orco se n'andiede a letto e di lì a un po' russava da sentirlo un miglio lontano. Pian pianino si alzarono il figliolo del Re delle Pomarance e Zelinda; e, gettate le focacce al cavallo e i confetti all'uccellino, perchè stessero zitti, col cotone tapparono tutti i sonaglioli della gabbia e del cavallo. Poi, senza pensare ad altro, vogliolosi com'erano di scappare, aperta la porta non senza fatica e agguantata la gabbia, via a corsa per la selva. Quando la gabbia fu fori della soglia della porta, l'Orco si svegliò con una scossa e urlò:—«Mi portan via la vita»—e, saltato il letto, corse dietro a' fuggiaschi. E, siccome aveva le gambe lunghe e l'odorato bono, presto li raggiunse; sicchè quelli impauriti abbandonarono la gabbia. L'Orco allora si contentò di ripigliare la gabbia e si sentì ritornare le forze, che cominciavano a scemargli; e, rinvenuto alla spelonca, la serrò con gran cura. Intanto i fuggiaschi s'eranmessi a sedere ansimando per la corsa fatta. Ed eccoti la solita vecchia grinzosa, tra il losco e il brusco, gli riapparì e gli disse:—«Oh matterelli, che non avete saputo fare l'interesse vostro! Se l'Orco era morto, tutti i suoi tesori (e sono di molti) diventavano cosa vostra. Andiamo! ritornate stasera dall'Orco e fate quel, che non avete fatto.»—Que' due si sentivano poco vogliosi di ritentare la prova. Ma la vecchina gliene disse tante, che alla sera ripicchiarono alla porta della spelonca; e, dopo le solite cerimonie dell'Orchessa, che non gli riconobbe per que' della sera prima, gli entraron dentro. Ma, per tornare un passo addietro, bisogna sapere, che la vecchina aveva dato al figliolo del Re delle Pomarance una boccettina, dove stava racchiuso un liquore, che, odorato da chi la teneva in mano, rendeva ottuso il naso dell'Orco. Messi nel solito posto i due sposi, sentirono tornar l'Orco, che fiutava e borbottava la medesima canzone di prima; poi disse alla moglie:—«Questa volta, moglie, non sarò tanto mammalucco. Dammi un lume. Vo' cercare bene prima di andare a letto. E, se c'è cristiani, me li pappo in due bocconi.»—Gira e rigira, l'Orco venne alla stalla; ma il giovane annusò la boccetta, sicchè l'Orco perdette la bussola; e, non iscoprendo nulla, credette meglio andare a letto. Quando fu addormentato e russava, i due sposi, impiegate le stesse diligenze della notte avanti, tolser la gabbia dal chiodo e via per la selva; e l'Orco dietro sbraitando. Ma il giovane, cavato fuori l'uccellino, gli sfrantumò il capo con un sasso, per cui l'Orco cascò in terra morto steccolito intra fine fatta. Il che accaduto, Zelinda e il suo compagno ritornarono alla spelonca; e, caricato sul cavallo dell'Orco tutto il tesoro, presero la strada del Regno delle Pomarance. Quì giunti, si presentarono al Re, che molto lieto li ricevè; e, mirato le grandi ricchezze acquistate, consentìallo sposalizio di Zelinda con il suo figliolo. E gli sposi vissero a lungo assieme e allegramente; e lì nel Regno
Si goderono e se ne stiedero,Ed a me nulla mi diedero.
NOTE
[1]Più comunemente:Belinda e il Mostro; ed ancheRosina e il mostro. Raccolta dall'Avv. Prof. Gherardo Nerucci. IlLiebrechtannota:—«Der Haupttheil dea Märchens (bis zur Verwandlung des Ungeheuers in einen schönen Jüngling) entspricht dem Märchen aus dem Schwalmgegend, angeführt von Grimm.Kinder—Märchen III, 152 zu N.º LXXXVIII.Das singende, springende Löweneckerchen.»—La connessione della prima parte di questa fiaba col mito della Psiche è evidente e salta agli occhi. Cf. con lo esempio milanese, che segue.L'OMBRION.[i]Ona volta gh'era on papà[ii]. El gh'aveva tre tosànn[iii]e l'era molto[iv]pover e l'andava à cercà la caritàa, per portàa cà de mangià a sti sò tosànn. E on dì, gh'han ditt de portagh a cà on pòo d'aj[v]. L'è andaa fœura de cà, l'è passàa d'on sit, l'ha vist on bell giardin, e l'è andàa dent[vi]. L'ha vist, che gh'era on bell scepp[vii]d'aj; e l'è andàa là e n'ha cattàa on poo. In del strappàll, l'è borlàa per terra e l'ha ditt:—«O daj[viii]!»—E gh'è compars come on'ombria. E st'ombrion l'ha ditt:—«Còsse te set vegnuu a fa cont st'aj?»—E lu, l'ha ditt, che l'è per portà a cà ai sò tosànn, che gh'han ditt lor de andà a cattall. E lu, l'ombrion, el gh'ha ditt:—«Ben! o ti te menet chì diman a st'ora vunna di tò tosànn, o la tòa vitta l'è andada.»—E lu, sto pover—òmm, l'è andàa a cà tutt stremìi[ix]a piang. I so tosànn gh'han ditt: cosa l'era, che lu el gh'aveva? E lu l'ha ditt quell, che gh'era success. Donca[x]i tosànn, la maggior l'ha vorùu minga andà, la segónda nanca[xi], e la minor l'ha ditt:—«Ghe andaròo mi!»—e l'è andada lee in sto sit cont el pà[xii]. E quand el pader l'è stàa là con la sòa tosa, l'ha fàa a la stessa manera, che l'aveva fàa, quand l'ha strappàa l'aj. E allora l'è compars l'ombrion e l'ha ditt:—«Lassala chì, che la toa tosa l'è in bon man e la patirà minga.»—L'ha menada giò d'ona scaletta; e quand l'è stada giò, l'ha veduu on magnifich sit, inscì bell, ch'el pareva on palazz. E no ghe mancava nient, qualunque cossa, che lee la podeva desiderà. Solament, che la gh'aveva semper st'ombrion denanz ai œucc[xiii], e la podeva mai pizzà el ciàr[xiv]de sera; el gh'aveva proibìi lu, ch'elvoreva minga, che de nott se pizzass el ciàr. E, quand el dormiva, lee, le sentiva a ronfà[xv]come ona persona. E la ghe voreva molto ben: la s'era tant affezionada, che la ghe voreva molto ben. La gh'ha cercàa el permess d'andà a cà a trovà i sò sorej[xvi]e el sò pà. E lu ghe l'ha daa el permess domà[xvii]per vintiquattr'or[xviii]. E lee, la gh'ha promess, che la saria vegnuda prima anca di ventiquattr'or. L'è andada a cà, l'ha trovàa i sò sorej e el sò pà; e la gh'ha cuntàa, che la stava inscì ben, che ghe mancava nagott[xix]. La gh'aveva el dispiasè, che la podeva minga pizzà el ciar, e che la nott la sentiva l'ombrion a ronfà come ona personna. Lor, i sorej, gh'han daa de podè pizzà el ciar; candela e zolfanej[xx], per pizzà el ciar quand lu, l'ombrion, el dormiva. I sorej voreven tegnilla là; e lee, la gh'ha ditt:—«No, poss no, perchè gh'hoo promess, che saria andada prima di vintiquattr'or.»—L'è andada; e lu, l'era là a ricevela. E l'è staa content, perchè l'è andada anmò[xxi]prima de quel, che lu, el gh'aveva ditt. La sera, quand hin andàa a dormì, lee, l'ha lassàa indormentà; e pœu l'ha pizzàa el ciar. E l'ha vedùu, che l'era on bellissem gioven. El gh'aveva al coll on cordon cont attach[xxii]ona ciavetta[xxiii]. Ghe l'ha tiràda via e l'è andada a provà in di stanz, che gh'era intorna al só palazz, per vedè, dove l'è, che l'andava ben sta ciav. L'ha trovàa, che in sta stanza gh'era denter tanti donn, che lavoraven e che diseven:Fee fass, patton[xxiv]e pattej[xxv]Per el fiœu del Re.E pœu l'ha saràa su e via l'è andada. Gh'è vegnuu a la contra lu, l'ombrion, in forma d'on bel gioven[xxvi]. El gh'ha ditt:—«Adess, pòdem pu stà insemma!»—E lee l'ha ditt:—«Insegnem, dove hoo de andà; che mi ghe andaròo, dove te vœut.» —Lu, el gh'ha ditt:—«Va a la cort del Re, che mi soo, che lu l'aloggia i forestee[xxvii], quej, che desideren de andà là. Che tutt i nott vegnaròo mi a trovatt.»—Lee, l'è andada; e là l'han aloggiada. La prima nott, che l'ombrion l'è andàa a trovalla, gh'è ona lampeda là sul scalon; e, quand l'era là, el ghe diseva:Lampada d'argento, stoppino d'oro,La mia signorina riposa ancora?E la lampeda, la ghe diseva:Vanne vanne, a buon'ora;La tua signorina riposa ancora.Lu, el ghe dis a la lampeda:Quando mio padre saprà,Con fasce d'oro ti fascerà[xxviii].Quando i galli più non cantano,E le campane più non sonano,Sino a giorno starò qui.On servitor, l'ha sentìi sta robba, ona nott e dò. E l'è andàa a dighel al Re, che sentiven de nott quest, che vegniva a dì sta robba. E lu, el Re, l'è andaa e l'ha voruu sentì lu; e di fatt l'è andaa e l'ha sentìi sta robba. L'ha pessegàa[xxix]a mandà a fa mazzà tutt i gall e a fa sonà pu i campann. Quand gh'è staa pu campann, che sonass, nè gaj, che cantass, quella nott l'ombrion l'è andàa e l'ha tornàa a dì anmò alla lampeda l'istess, che el ghe diseva i alter volt:Già le galle[xxx]più non cantano,Le campane più non sonano,Sino a giorno starò qui.E la mattinna[xxxi], a l'ora solita, che ghe portaven el cafè[xxxii]a sta tosa, van denter; e veden, che gh'è là on alter scior insemma. E lu, sto scior, l'ha cercàa, se se podeva parlà al Re. El Re, che l'era quel, ch'el desiderava, quand l'ha vedùu, l'ha riconossùu, che l'era sò fiœu, che l'era staa instriaa. E allora lu l'ha ditt:—«Quella l'è la mia deliberatrice; se no gh'era questa, mi podeva minga vess deliberàa; pérchè mi, el mè instriament l'aveva de bisogn de trovà vunna, che me voress ben, anca che mi fuss mostruôs.»—E so pader, el gh'ha ditt:—«Ben, e ti te la sposaret; e la sarà toa sposa.»—E s' ciao[xxxiii].L'è passàa on carr d'oli[xxxiv]d'oliva,La panzanega[xxxv]l'è bell'è finida.
[1]Più comunemente:Belinda e il Mostro; ed ancheRosina e il mostro. Raccolta dall'Avv. Prof. Gherardo Nerucci. IlLiebrechtannota:—«Der Haupttheil dea Märchens (bis zur Verwandlung des Ungeheuers in einen schönen Jüngling) entspricht dem Märchen aus dem Schwalmgegend, angeführt von Grimm.Kinder—Märchen III, 152 zu N.º LXXXVIII.Das singende, springende Löweneckerchen.»—La connessione della prima parte di questa fiaba col mito della Psiche è evidente e salta agli occhi. Cf. con lo esempio milanese, che segue.
L'OMBRION.[i]
Ona volta gh'era on papà[ii]. El gh'aveva tre tosànn[iii]e l'era molto[iv]pover e l'andava à cercà la caritàa, per portàa cà de mangià a sti sò tosànn. E on dì, gh'han ditt de portagh a cà on pòo d'aj[v]. L'è andaa fœura de cà, l'è passàa d'on sit, l'ha vist on bell giardin, e l'è andàa dent[vi]. L'ha vist, che gh'era on bell scepp[vii]d'aj; e l'è andàa là e n'ha cattàa on poo. In del strappàll, l'è borlàa per terra e l'ha ditt:—«O daj[viii]!»—E gh'è compars come on'ombria. E st'ombrion l'ha ditt:—«Còsse te set vegnuu a fa cont st'aj?»—E lu, l'ha ditt, che l'è per portà a cà ai sò tosànn, che gh'han ditt lor de andà a cattall. E lu, l'ombrion, el gh'ha ditt:—«Ben! o ti te menet chì diman a st'ora vunna di tò tosànn, o la tòa vitta l'è andada.»—E lu, sto pover—òmm, l'è andàa a cà tutt stremìi[ix]a piang. I so tosànn gh'han ditt: cosa l'era, che lu el gh'aveva? E lu l'ha ditt quell, che gh'era success. Donca[x]i tosànn, la maggior l'ha vorùu minga andà, la segónda nanca[xi], e la minor l'ha ditt:—«Ghe andaròo mi!»—e l'è andada lee in sto sit cont el pà[xii]. E quand el pader l'è stàa là con la sòa tosa, l'ha fàa a la stessa manera, che l'aveva fàa, quand l'ha strappàa l'aj. E allora l'è compars l'ombrion e l'ha ditt:—«Lassala chì, che la toa tosa l'è in bon man e la patirà minga.»—L'ha menada giò d'ona scaletta; e quand l'è stada giò, l'ha veduu on magnifich sit, inscì bell, ch'el pareva on palazz. E no ghe mancava nient, qualunque cossa, che lee la podeva desiderà. Solament, che la gh'aveva semper st'ombrion denanz ai œucc[xiii], e la podeva mai pizzà el ciàr[xiv]de sera; el gh'aveva proibìi lu, ch'elvoreva minga, che de nott se pizzass el ciàr. E, quand el dormiva, lee, le sentiva a ronfà[xv]come ona persona. E la ghe voreva molto ben: la s'era tant affezionada, che la ghe voreva molto ben. La gh'ha cercàa el permess d'andà a cà a trovà i sò sorej[xvi]e el sò pà. E lu ghe l'ha daa el permess domà[xvii]per vintiquattr'or[xviii]. E lee, la gh'ha promess, che la saria vegnuda prima anca di ventiquattr'or. L'è andada a cà, l'ha trovàa i sò sorej e el sò pà; e la gh'ha cuntàa, che la stava inscì ben, che ghe mancava nagott[xix]. La gh'aveva el dispiasè, che la podeva minga pizzà el ciar, e che la nott la sentiva l'ombrion a ronfà come ona personna. Lor, i sorej, gh'han daa de podè pizzà el ciar; candela e zolfanej[xx], per pizzà el ciar quand lu, l'ombrion, el dormiva. I sorej voreven tegnilla là; e lee, la gh'ha ditt:—«No, poss no, perchè gh'hoo promess, che saria andada prima di vintiquattr'or.»—L'è andada; e lu, l'era là a ricevela. E l'è staa content, perchè l'è andada anmò[xxi]prima de quel, che lu, el gh'aveva ditt. La sera, quand hin andàa a dormì, lee, l'ha lassàa indormentà; e pœu l'ha pizzàa el ciar. E l'ha vedùu, che l'era on bellissem gioven. El gh'aveva al coll on cordon cont attach[xxii]ona ciavetta[xxiii]. Ghe l'ha tiràda via e l'è andada a provà in di stanz, che gh'era intorna al só palazz, per vedè, dove l'è, che l'andava ben sta ciav. L'ha trovàa, che in sta stanza gh'era denter tanti donn, che lavoraven e che diseven:
Fee fass, patton[xxiv]e pattej[xxv]Per el fiœu del Re.
E pœu l'ha saràa su e via l'è andada. Gh'è vegnuu a la contra lu, l'ombrion, in forma d'on bel gioven[xxvi]. El gh'ha ditt:—«Adess, pòdem pu stà insemma!»—E lee l'ha ditt:—«Insegnem, dove hoo de andà; che mi ghe andaròo, dove te vœut.» —Lu, el gh'ha ditt:—«Va a la cort del Re, che mi soo, che lu l'aloggia i forestee[xxvii], quej, che desideren de andà là. Che tutt i nott vegnaròo mi a trovatt.»—Lee, l'è andada; e là l'han aloggiada. La prima nott, che l'ombrion l'è andàa a trovalla, gh'è ona lampeda là sul scalon; e, quand l'era là, el ghe diseva:
Lampada d'argento, stoppino d'oro,La mia signorina riposa ancora?
E la lampeda, la ghe diseva:
Vanne vanne, a buon'ora;La tua signorina riposa ancora.
Lu, el ghe dis a la lampeda:
Quando mio padre saprà,Con fasce d'oro ti fascerà[xxviii].Quando i galli più non cantano,E le campane più non sonano,Sino a giorno starò qui.
On servitor, l'ha sentìi sta robba, ona nott e dò. E l'è andàa a dighel al Re, che sentiven de nott quest, che vegniva a dì sta robba. E lu, el Re, l'è andaa e l'ha voruu sentì lu; e di fatt l'è andaa e l'ha sentìi sta robba. L'ha pessegàa[xxix]a mandà a fa mazzà tutt i gall e a fa sonà pu i campann. Quand gh'è staa pu campann, che sonass, nè gaj, che cantass, quella nott l'ombrion l'è andàa e l'ha tornàa a dì anmò alla lampeda l'istess, che el ghe diseva i alter volt:
Già le galle[xxx]più non cantano,Le campane più non sonano,Sino a giorno starò qui.
E la mattinna[xxxi], a l'ora solita, che ghe portaven el cafè[xxxii]a sta tosa, van denter; e veden, che gh'è là on alter scior insemma. E lu, sto scior, l'ha cercàa, se se podeva parlà al Re. El Re, che l'era quel, ch'el desiderava, quand l'ha vedùu, l'ha riconossùu, che l'era sò fiœu, che l'era staa instriaa. E allora lu l'ha ditt:—«Quella l'è la mia deliberatrice; se no gh'era questa, mi podeva minga vess deliberàa; pérchè mi, el mè instriament l'aveva de bisogn de trovà vunna, che me voress ben, anca che mi fuss mostruôs.»—E so pader, el gh'ha ditt:—«Ben, e ti te la sposaret; e la sarà toa sposa.»—E s' ciao[xxxiii].
L'è passàa on carr d'oli[xxxiv]d'oliva,La panzanega[xxxv]l'è bell'è finida.
[i]Ombrion, manca nel Cherubini, dove c'è soloÒmbraedÒmbriaper ombra, spettro (da non confondersi conÒmbraedOmbria, ombra ed ombria.Avé paura de la so ombria). Rispond aLo Catenaccio, trattenimento IX della giornata II delPentamerone.—«Lucia va ped acqua a 'na fontana e trova 'no schiavo, che la mette a 'no bellissimo palazzo, dov'è trattata da Regìna; ma, da le sore 'mmidiose consigliata a bedere co' chi dormisse la notte, trovatolo 'no bello giovane, ne perde la grazia ed è cacciata; ma dopò essere juta sperta e demerta grossa pena 'na maniata d'anne, arreva 'ncasa de lo 'nnamorato, dove, fatto 'no figlio mascolo, dopò varie socciesse fatto pace, le deventa mogliera.»—Si tratta sempre del mito di Psiche.[ii]Papà,paperin, babbo, papà. Il signor Reali postilla:—«Il modo più comune, se non il solo, che si usa per cominciar la narrazione, è:Gh'era ona volta, e non:Ona volta gh'era. È una formola quasi sacramentale, come l'in diebus illis, che non si può indifferentemente mutare nell'in illis diebus.»—La novellaja avrà narrato male, ma diceva com'ho scritto.[iii]Tósa, sing.tosànn, plur. fanciulla, ragazza, tosa. Il diminutivotosètta, fa al plur.tosarètt. Vedi pag. 42 e 301 nelle postille.[iv]Parola che non è nel dialetto.[v]Aj; aglio.Coronna d'aj, resta d'aglio.Coo, capo.Gesa, spicchio.Coaosgaùsc, coda.[vi]Dentodenter.Andà dent, entrare.[vii]Scepp, fra gli altri significati ha quello dicespo,cesto, cumulo di molti figliuoli sur una sola radice di frutti o d'erba; lo stesso che ceppaia, ceppata (sceppâda) negli alberi. Da non confondersi cons'ceppàa, fesso, screpolato;s'ceppa, schiappa, ecc.[viii]Dàj, esclamazione, dagli! Ma qui v'è un bisticcio cond'aj.[ix]Stremìi, impaurito, sbigottito.Fà stremì, impaurire.Stremiss, rimescolarsi, sentirsi rimescolare.Stremizzi, rimescolamento.Tœu sù on stremizzi, rimescolarsi.[x]Doncaedonc.Ergo donca, trii conchin fan ona conca: modo scherzevole di conchiudere.[xi]Nanca,gnancaegnanch.[xii]Pàepàder, padre.[xiii]Oeucc, occhio, plur. simile al sing.[xiv]Pizzà, appicciare, accendere.Smorzà on mocchett per pizzà ona torcia.El ciàr, il lume.[xv]Ronfà, roncà, russare, ronfiare, ronfare; (de' gatti) tornire.[xvi]Sing.sorella; plur.sorell, esorej.[xvii]Domàenomà, solo, soltanto, solamente.[xviii]Òra, sing.Or, plur.[xix]Nagottenagotta, nulla; dane gutta quidem, probabilmente.[xx]Il Cherubini nota come bella parola contadinescaSolfanèlloZolfinèll, invece del cittadinescoZoffreghèttoZoffreghìn.[xxi]Anmò, ancamò; ancora, anche; tuttora, tuttavia.[xxii]Attacch, accanto, allato, presso, vicino, accosto.[xxiii]Ciavetta, chiavetta, specialmente quella dell'oriolo, diminutivo diciav.[xxiv]Fee, fate.Fasss. masch. plur. fasce.Patton, qui è sinonimo dipattonin, pezza a più doppî o imbottita, che si sottopone per pulizia a' bambini lattanti fra le pezze line e quelle di frustagno.[xxv]Pattell(e più comunemente al pluralepattij), pezze, que' pannilini onde avvolgonsi i fanciulli in fasce.[xxvi]GiuveneGioven.[xxvii]Forestée. Avendo Pietro Giordani stampato, in un articolo dellaBiblioteca Italiana, fra le altre cose, che,nella moderna Italia, forestiere, come nell'antichissima Roma, vuol dire inimico, Carlo Porta gli rispose col seguente sonetto:Quand i nost vicciurritt e fiaccareeMenen intorna onMilanesa spass,Ghe diraven, a chi gh'el domandass,Che menem in caroccia onForestee.Quand i nost sciori inviden on viveeDi sò amisMilanesa refisiass,Hin solet digh al cœugh, de regolass,Che gh'han diForestee,tant che sia assee;E lu, ch'el stà chi inscì a s' ceppà i radis,L'ha el coragg de stampann in sul muson,Che in Milan Forestee el vœur dì nemis?Ah! on'altra vœulta innanz trà lì secch secchDe stì goffad con tanta presùnzion,Ch'el consulta el cervell, minga i busecch.[xxviii]Gonzenbach. (Op. cit.) XLIII.Die Geschichte vom Principe Scursuní:Dormi, dormi e fa la ninna!Si to nanna lu saprà,Fasci d'oru ti farà.Del resto quella novella della Gonzenbach si ravvicina più al nostroRe Porco.[xxix]Pessegà,spessegà, affrettasi, sollecitarsi; spicciarsi dicono continuamente nel mezzogiorno.Spessecareè nelle Vite de' Santi Padri, per lo essere sollecito nell'agire delle formiche. Il Firenzuola ha dettospessicare.[xxx]Sic, ma è sproposito evidente della novellatrice lombarda, che non può far testo nelle frasi italiane.[xxxi]MatinnaoMattinna.[xxxii]Usanza moderna, che è stata recentemente interpolata nella fiaba.[xxxiii]Ciao,ciavo,s' ciao, schiavo, come formola di congedo e d'addio.[xxxiv]Olie presso il volgoæuliedæuri.[xxxv]Panzànega. Fiaba, fola, panzana, favola, pantraccola. Il Cherubini riporta così questa chiusa comunissima:E œu gh'han miss sù la saa, l'asès e l'oli d'oliva; E la panzanega l'è bella e finida.Risponde al modo toscano:Stretta la foglia sia, larga la via.Dite la vostra, che ho detta la mia;nel quale è da notarsi, che spesso (e così l'ha scritto Nicomedo Tabacchi, ossia Domenico Batacchi, nel canto IX delZibaldone) il primo verso suona:Il fosso sta fra il campo e fra la via;e talvolta semplicemente:In santa pace pia.
[i]Ombrion, manca nel Cherubini, dove c'è soloÒmbraedÒmbriaper ombra, spettro (da non confondersi conÒmbraedOmbria, ombra ed ombria.Avé paura de la so ombria). Rispond aLo Catenaccio, trattenimento IX della giornata II delPentamerone.—«Lucia va ped acqua a 'na fontana e trova 'no schiavo, che la mette a 'no bellissimo palazzo, dov'è trattata da Regìna; ma, da le sore 'mmidiose consigliata a bedere co' chi dormisse la notte, trovatolo 'no bello giovane, ne perde la grazia ed è cacciata; ma dopò essere juta sperta e demerta grossa pena 'na maniata d'anne, arreva 'ncasa de lo 'nnamorato, dove, fatto 'no figlio mascolo, dopò varie socciesse fatto pace, le deventa mogliera.»—Si tratta sempre del mito di Psiche.
[ii]Papà,paperin, babbo, papà. Il signor Reali postilla:—«Il modo più comune, se non il solo, che si usa per cominciar la narrazione, è:Gh'era ona volta, e non:Ona volta gh'era. È una formola quasi sacramentale, come l'in diebus illis, che non si può indifferentemente mutare nell'in illis diebus.»—La novellaja avrà narrato male, ma diceva com'ho scritto.
[iii]Tósa, sing.tosànn, plur. fanciulla, ragazza, tosa. Il diminutivotosètta, fa al plur.tosarètt. Vedi pag. 42 e 301 nelle postille.
[iv]Parola che non è nel dialetto.
[v]Aj; aglio.Coronna d'aj, resta d'aglio.Coo, capo.Gesa, spicchio.Coaosgaùsc, coda.
[vi]Dentodenter.Andà dent, entrare.
[vii]Scepp, fra gli altri significati ha quello dicespo,cesto, cumulo di molti figliuoli sur una sola radice di frutti o d'erba; lo stesso che ceppaia, ceppata (sceppâda) negli alberi. Da non confondersi cons'ceppàa, fesso, screpolato;s'ceppa, schiappa, ecc.
[viii]Dàj, esclamazione, dagli! Ma qui v'è un bisticcio cond'aj.
[ix]Stremìi, impaurito, sbigottito.Fà stremì, impaurire.Stremiss, rimescolarsi, sentirsi rimescolare.Stremizzi, rimescolamento.Tœu sù on stremizzi, rimescolarsi.
[x]Doncaedonc.Ergo donca, trii conchin fan ona conca: modo scherzevole di conchiudere.
[xi]Nanca,gnancaegnanch.
[xii]Pàepàder, padre.
[xiii]Oeucc, occhio, plur. simile al sing.
[xiv]Pizzà, appicciare, accendere.Smorzà on mocchett per pizzà ona torcia.El ciàr, il lume.
[xv]Ronfà, roncà, russare, ronfiare, ronfare; (de' gatti) tornire.
[xvi]Sing.sorella; plur.sorell, esorej.
[xvii]Domàenomà, solo, soltanto, solamente.
[xviii]Òra, sing.Or, plur.
[xix]Nagottenagotta, nulla; dane gutta quidem, probabilmente.
[xx]Il Cherubini nota come bella parola contadinescaSolfanèlloZolfinèll, invece del cittadinescoZoffreghèttoZoffreghìn.
[xxi]Anmò, ancamò; ancora, anche; tuttora, tuttavia.
[xxii]Attacch, accanto, allato, presso, vicino, accosto.
[xxiii]Ciavetta, chiavetta, specialmente quella dell'oriolo, diminutivo diciav.
[xxiv]Fee, fate.Fasss. masch. plur. fasce.Patton, qui è sinonimo dipattonin, pezza a più doppî o imbottita, che si sottopone per pulizia a' bambini lattanti fra le pezze line e quelle di frustagno.
[xxv]Pattell(e più comunemente al pluralepattij), pezze, que' pannilini onde avvolgonsi i fanciulli in fasce.
[xxvi]GiuveneGioven.
[xxvii]Forestée. Avendo Pietro Giordani stampato, in un articolo dellaBiblioteca Italiana, fra le altre cose, che,nella moderna Italia, forestiere, come nell'antichissima Roma, vuol dire inimico, Carlo Porta gli rispose col seguente sonetto:
Quand i nost vicciurritt e fiaccareeMenen intorna onMilanesa spass,Ghe diraven, a chi gh'el domandass,Che menem in caroccia onForestee.Quand i nost sciori inviden on viveeDi sò amisMilanesa refisiass,Hin solet digh al cœugh, de regolass,Che gh'han diForestee,tant che sia assee;E lu, ch'el stà chi inscì a s' ceppà i radis,L'ha el coragg de stampann in sul muson,Che in Milan Forestee el vœur dì nemis?Ah! on'altra vœulta innanz trà lì secch secchDe stì goffad con tanta presùnzion,Ch'el consulta el cervell, minga i busecch.
[xxviii]Gonzenbach. (Op. cit.) XLIII.Die Geschichte vom Principe Scursuní:
Dormi, dormi e fa la ninna!Si to nanna lu saprà,Fasci d'oru ti farà.
Del resto quella novella della Gonzenbach si ravvicina più al nostroRe Porco.
[xxix]Pessegà,spessegà, affrettasi, sollecitarsi; spicciarsi dicono continuamente nel mezzogiorno.Spessecareè nelle Vite de' Santi Padri, per lo essere sollecito nell'agire delle formiche. Il Firenzuola ha dettospessicare.
[xxx]Sic, ma è sproposito evidente della novellatrice lombarda, che non può far testo nelle frasi italiane.
[xxxi]MatinnaoMattinna.
[xxxii]Usanza moderna, che è stata recentemente interpolata nella fiaba.
[xxxiii]Ciao,ciavo,s' ciao, schiavo, come formola di congedo e d'addio.
[xxxiv]Olie presso il volgoæuliedæuri.
[xxxv]Panzànega. Fiaba, fola, panzana, favola, pantraccola. Il Cherubini riporta così questa chiusa comunissima:
E œu gh'han miss sù la saa, l'asès e l'oli d'oliva; E la panzanega l'è bella e finida.
Risponde al modo toscano:
Stretta la foglia sia, larga la via.Dite la vostra, che ho detta la mia;
nel quale è da notarsi, che spesso (e così l'ha scritto Nicomedo Tabacchi, ossia Domenico Batacchi, nel canto IX delZibaldone) il primo verso suona:
Il fosso sta fra il campo e fra la via;
e talvolta semplicemente:
In santa pace pia.
[2]Il padre, che, partendo, chiede alle figliuole cosa vogliano in dono, si ritrova nellaGatta Cennerentoladel Basile. Dove il padre dimentica il dono per la migliore ed il suo bastimento viene arremorato. Episodio mancante nella nostra lezione della fiaba presente.—«Soccesse, ch'avenno lo Prencepe da ire 'Nsardegna pe' cose necessarie a lo stato sujo, dommannaje ped'una a 'Mperia, Calamita, Sciorella, Diamante, Colommina, Pascarella, (ch'erano le seje figliastre) che cosa volesseno, che le portasse a lo retuorno. E chi le cercaie vestite da sforgiare; chi galanterie pe' lo capo; chi cuonce pe' la facce; chi jocarielle pe' passare lo tiempo; e chi 'na cosa, e chi 'n'autra. E ped utimo, quase pe' dellieggio, disse a la figlia:E tu che vorrisse?Ed essa:Nient' autro, se non che mme raccommanne a la Palomma de le Fate, decennole, che mme manneno quarcosa. E si te lo scuorde, non puozze ire, nè 'nnanze, nè arreto. Tiene a mente chello che te dico, arma toja, maneca toja.Jette lo Prencepe, fece li fatte suoje 'Nsardegna, accattaje quanto l'avevano cercato le figliastre, e Zezolla le 'scìe de mente. Ma 'mmarcatose 'ncoppa a 'no vasciello, e facenno vela, non fu possibile mai, che la Nave sse arrassasse da lo puorto; e pareva, che fosse 'mpedecata da la remmora. Lo patrone de lo Vasciello, ch'era quase desperato, sse pose pe' stracquo a dormire, e vedde 'nsuonno 'na Fata, che le disse:Saje, pecchè non potite scazzellare la nave da lo puorto? Perchè lo Prencepe, che bene co' buje, ha mancato de prommessa a la figlia, allecordannose de tutte,fora che de lo sango propio. Sse 'sceta lo patrone, conta lo suonno a lo Prencepe, lo quale, confuso de lo mancamiento, ch'aveva fatto, jeze a la Grotta de le Fate, e, arraccommannatole la figlia, disse, che le mannassero quarcosa.»—Un simile arremoramento ritrovo in una fiaba, che ho raccolta in Napoli da una crestaina e che il Liebrecht chiamaein ganz eigenthümliches neapolitanisches Märchen:'A FATA ORLANNA[i].Nce steva 'na vota 'nu mercante. Nu' teneva figlie; era sulo isso e 'a mogliera. Aveva a piglià' 'a mercanzia, aveva a partì'. Sse vota 'nfaccia 'ô marito, 'a mogliera:—«Chiss'è 'n aniello; mettitello 'ô rito. Mm'haje a portà' 'na pupa granne quant'a mme, che fa qualunque atteggio, che cose, che ss'assetta. Sì te scuorde, 'st'aniello sse fa 'rosso 'ô dito; e 'u vapore non va avante nè arreto.»—Comme 'nfatte accussì fuje. Sse dimenticaje 'a pupa, sse mmise 'ncoppa 'ô vapore, e 'u vapore no' volea camminà'. 'U pilota sse votaje:—«Signure, v'avite dimenticato quarche cosa?»—a tutt' 'e signure, che nce stevano.—«Nossignore, niente.»—All'urdemo d' 'o vapore steva chisto mercante:—«Signò'; v'avisseve dimenticato quaccosa, pecchè 'u vapore non po' camminnà'?»—Isso sse guardaje 'â mano e decette:—«Sì, mm'haggio scordata 'na cosa; 'a pupa de moglierema.»—Calaje, prese 'a pupa, e sse mmisedi nto 'ô vapore; e cammenaje. Arrivaje a Napole, portaje 'a pupa 'â mogliera, tutta ben vestita, tutta elegante: pareva 'na bellissima giovane. 'A mogliera, tutta contenta, che parlava, che discorreva co' 'sta pupa, che lavoravano vicino 'ô balcone tutt'e doje. 'Nfaccefronte steva 'u figlio d' 'u Rre: ss'annamoraje 'e 'sta pupa e nce cascaje 'mmalato d' 'a passione. 'A Recina, che vedeva 'stu figlio 'mmalato, diceva:—«Figlio mmio, che è stato? ch'haje? Dill'a mammà. Oggi o domane, nuje morimmo e tu regne: e poi chi regna, se tu piglio 'na malattia e more?»—Sse votaje:—«Mammà,haggio presa 'sta malattia, pecchè 'na figlia, 'a figlia d' 'o mercante, che sta derimpetto, tanto che è bella, che mme fa 'nnamorare.»—Dice 'a Recina:—«Sì, figlio mmio, io t' 'a faccio sposà'. Doppo ch'è 'na figlia de 'mmonnezzaro, t' 'a faccio sposà'»—«Sì, mamma mmia, faciarrisseve 'na cosa bona. Mo' mannammo a chiammà' 'ô mercante.»—Mannajeno 'o servo a casa d' 'o mercante:—«Sua Maestà ve vole a palazzo!»—«E che bo'?»—«Dèbbo parlareve[ii].»—'U mercante va a palazzo; dice:—«Maestà, cosa comanna?»—«Tu tiene 'na figlia?»—«Maestà, no.»—«Comme dice, che no? 'U figlio mmio è caruto ammalato p' 'a passione, che ha pigliate p' 'a figlia toja.»—«Majestà, io ve dico, che chella è 'na pupa, non è mai cristiana.»—«Io no' boglio sape' chiacchiere! Se no' mme presente a figliata 'ntermine de quinnece ghiuorne, 'a cape toja sott' 'â chillottina.»—'A chillottina no' sapete che è? È la forca. Ca sse 'mpenneva, se non portava 'a figlia doppo quinnece ghiuorne. Annaje a casa chiancenno 'sto mercante. Le decette 'a mogliera:—«Che è stato, che t'ha detto lo Re a palazzo, ca tu chiance?»—«No' nzaje, che mme succede? 'U figlio d' 'o Rre è caruto 'mmalato pe' chella pupa, che tu tiene!»—sse votaje 'nfacci' 'â mogliera. Sse votaje 'a mogliera:—«È caruto ammalato? non ha visto, ca è 'na pupa?»—«No' 'u crerette: e dice, ca mm'è figlia; e ca se no nce presento 'â figlia mmia 'ntermine de quinnece ghiuorne, 'a cape mmia sott' 'â chillottina.»—«Be', pigliatella»—sse votaje 'a mogliera—«e portatella a 'na parte de campagna. Vire, che può ffà'.»—Mente, ca 'a menava, tutto sbegottito, trovaje a 'nu viecchio:—«Mercante, cosa vai facenno?»—Sse votaje, decette:—«Eh, vicchiariello mmio, che t'haggio a dì'?»—Sse votaje 'u viecchio:—«Io so tutto.»—Dice 'u mercante:—«Eh già, che sapite tutto, trovate 'nu 'rremedio p' 'a vita mmia.»—Dice:—«Appunto. A tale e tale paese, cammina, nc'è' 'na fata, ca sse chiamma 'a fata Orlanna. Tene 'nu palazzo, ca no' nce sta guardaporto e no' nce sta scalinata. Chisto è 'nu violino, chesta è 'na scalella de seta. Quanno arrive a chillo palazzo, tu miettete a sonà'. Ss'affaccia 'a fata co' tutte 'e dodece damicelle. Chessa te po' dare 'ô 'rremedio, 'a fata Orlanna.»—'U mercante cammenaje, cammenaje; e trovaje 'ô palazzo, ca no'nce steva guardaporto e no' nce steva scalinata. Sse mette a sona' 'ô violino. Ss'affaccia 'a fata co' tutte 'e dodece damicelle. E decettero:—«Che buo', che nce chiamme?»—«Ah! fata Orlanna, dateme 'nu 'rremedio.»—«E che 'rremedio vuoje?»—Dice:—«Tengo chesta pupa, ca 'u figlio d' 'u Rre è caruto 'mmalato, sse n'è 'nnamorato. Io comme faccio?»—Faceva:—«'Ntermine de quinnece ghiuorne, se non 'a presento, 'a cape mmia sarrà tagliata.»—Decette 'a fata Orlanna:—«Mitte chesta scalella vecino 'ô muro. Damme chesta pupa. Aspetta doje ore e poi te 'a donco.»—Aspettaje doje ore e ss'affacciaje 'a fata:—«T'ecchete a figliata. Chesta parla a tutte, parla 'ô Re, 'â Recina; ma 'ô Prencepe no' nce parla. Statte buono, addio.»—Sse n'entraje 'â parte de dinto 'a fata Orlanna, e 'u mercante sse n'annaje co' 'a figlia. Annaje a casa e nce 'a portaje 'â mogliera. Dicette 'a pupa:—«Mammà, comme state?»—«Sì, figlia mmia, sto bona. E tu, addò' sì' stata?»—«So' ghiuta 'â villeggiatura co' papà e mo' so' venuta.»—'Ntermine de quinnece ghiuorne, 'u mercante 'a vestette tutt'elegante e 'a portaje a palazzo. 'U Re, conforme 'a vidde, sse vota co' 'a Recina:—«Have ragione, figlio mmio, ch'è 'na bella giovane!»—Essa sse mese dent' a' galleria a parlà' co' 'u Rre e 'a Rrecina; e co' 'u Prencepe no' parlava. 'U Prencepe morteficato:—«Co' papà parle, co' mammà parle; e co' mme no! Comme va 'st'affare? Forze sarrà 'a soggezione, ca non mme parla.»—Ss' 'a sposaje; e neppure nce parlaje. Tanto che fuje costretto 'u Prencepe, ca sse spartettero senza nisciuna cosa. 'U Prencepe steva a 'na parte e essa a 'n'auta, in doje appartamienti. Isso sse mettette a fa' l'ammore co' 'n'auta Prencipessa. Pigliaje, mente 'na mattina, ca steva mancianno chesta 'nnammorata, chiammaje 'u cammariere:—«Viene cca, 'u prencepe sta a tavola?»—«Altezza, sì.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje mane e 'e menaje dinto 'ô furno. Asciette 'nu ruoto co' diece cape de sacicce.—«Portancelle 'ô Prencepe.»—«Prencepe, ve manna chesto 'a Prencipessa.»—Dice:—«E comme so' fatte?»—«Prencepe, ss'ha tagliate 'e doje mane, 'e ha menate dint' 'ô furno;»—sse votaje 'u cammariere:—«Mm'ha fatto stravedè'.»—Dice 'u cammariere, ca ss'era maravigliato. Dice:—«Basta, manciammole.»—Sse votaje 'u Prencepe. A 'nnammorata sse votaje:—«'U faccio anch'io.»—Sse taglia 'e doje mane, 'e mena dentr' 'ô forno, e sse bruciajeno e morette.—«Ohche mm'ha fatto! mme n'ha fatto morì' a una!»—dicette 'u Prencepe. 'Ncapo 'e tiempo assaje, sse mise a fa' l'ammore co' 'n'auta. Quanno fuje 'a primma jornata, che annaje a tavola cu' essa, 'a Prencipessa chiamma 'n auto cammariere:—«Cammariè', addò' vaje?»—«Majestà, vaco a tavola d' 'o Prencepe, che sta mancianno.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje vracce, 'e mena dint' 'ô furno. Esce 'nu ruoto co' doje sanguinacce. Dice:—«Portancello 'ô Prencepe, a tavola.»—«Prencepe!....»—«Vattenne, ca no' boglio sèntere chiacchiere.»—«Ma sentiteme, lassateme conta'!»—«Ebbe', conta.»—«'A Prencipessa mm'ha chiammato: 'U Prencepe sta a tavola?==Prencipessa sì. Ss'ha tagliate 'e doje braccia soje e 'i ha mmenate dint' 'ô furno. N'ascette 'nu ruoto co' doje sanguinacce; e v'ha mannate 'sti doje sanguinacce. Majestà, ma chella mm'ha fatto remannè' accussì! Tene anche 'e vraccia 'n'auta vota.»—«Eh basta! manciammole! So' bone!»—Sse votaje 'a Prencipessa, l'auta 'nnamorata:—«Eh lu farrò anch'io! boglio vede'!»—Vedè', essa pure! All'urdemo d' 'a tavola, sse taglia 'e vracce e 'e mena dint' 'ô furno. Sse bruciajeno e morette. Diceva 'o Prencepe:—«Ah mme n'ha fatto morì 'n'auta!»—'Ncapo 'e tiempo, sse mise a fa' l'ammore co' 'n'auta. 'U primmo juorno, che annaje a tavola co' essa, 'a mogliera chiammaje 'ô cammariere. Dice:—«Majestà, cosa volite?»—«'U Prencepe sta a tavola?»—«Majestà sì.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje gamme e 'e mena dint' 'ô furno. Esce 'no bello ruoto, granne, co' doje prosutte 'mbottite.—«Portancelle a tavola.»—«Majestà, nu' sapite....»—«Vattenne, ca no' boglio sèntere niente!»—«Majestà, lassateme contà! vuje mo' mme ne cacciate!....»—«Ebbè, conta, co'.»—«So' passato 'â parte d' 'a Prencipessa e mm'ha chiammato:'U Prencepe sta a tavola?==Maestà sì.==E aspetta. Ss'ha tagliate 'e doje gamme, e 'e ha misse dint' 'ô forno e mm'ha date doje pregiutte.»—«Embè, manciammole.»—secutaje. Quanno fuje 'nfine d' 'a tavola, sse votaje a 'nnammorata:—«Che nce' vo'? 'U faccio pur'i'.»—Sse taglia 'e doie gamme; 'e menaie dint' 'ô forno. Sse bruciajeno 'e gamme e morette. Dice 'u Prencepe:—«Ahie! mm'hâ[iii]fatto co' tre!»—Sse votaje 'uPrencepe:—«Sfortunato mme! No' haggio a fà l'ammore co' nisciuna cchiù.»—Quann' a la notte, ca steva curcata 'a Prencipessa, int' 'a nottata 'a lampa deceva:—«Signurì, voglio bere.»—«Agliariè', dancelle a bevere 'â lampa.»—«Signurì, mm'ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quant'è bella 'a fata Orlanna! Quant'è bella 'a fata Orlanna! Quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Faceva accossì tutt' 'a nottata 'nsino a ghiuorno. Erano tutte cose affatate: 'a lampa, l'agliariello. 'U Prencepe, che senteva, sse votaje 'na mattina 'nfaccia a 'nu cammariere:—«Tu, stasera, haje da entrà' dint' 'â cammera d' 'a Prencipessa. Nce haje da stà tutt' 'a nottata sott' 'ô lietto. Haje da vedè, cosa fa tutt' 'a nottata.»—'U cammariere trase sott' 'ô lietto. Quanne fuje 'a notte, cominciaje 'na vota 'a lampa:—«Signurì', voglio bere.»—«Agliariè', dall' a bere 'â lampa.»—«Signurì', mm ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quant'è bella 'a fata Orlanna! quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Fece chesto tutt' 'a nottata. 'U cammariere, ca 'scette fora:—«Prencepe, vuje sentite 'na bella storia 'a notte là!»—«E che diceceno?»—«Majestà, 'a lampa parla co' 'a Prencipessa; 'a Prencipessa parla co' agliaro[iv]e sse vota:Quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Sse votaje 'u Prencepe:—«'Stanotte nce vaco i'.»—Quanno fuje 'â notte, sse mmettette sott' 'ô lietto d' 'a mogliera. Tornaje a fa' 'a stessa storia 'a lampa:—«Signurì', voglio bere.»—«Agliarè', dà bevere 'â lampa.»—«Signurì', mm'ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quanto è bella 'a fata Orlanna!»—Tutta 'a nottata deceva:—«Quanto è bella 'a fata Orlanna!»—Responnette 'o Prencepe:—«Benedetta 'a fata Orlanna!»—«Eh tanto nce volea, pe' di' 'na parola?»—sse votaje 'a Prencepessa. Ss'abbracciajeno e sse vasajeno e sse cuccajeno tutt'e doje. E stiettere cuntente e felice. Loro stanno a Roma e nuje stammo ccà.Chi ha cuntate, 'nu piatto 'i rucate,[Chi ha scritte, 'nu piatto 'e turnise;]E chi ha 'ntiso, 'u penziero nce ha miso.
[2]Il padre, che, partendo, chiede alle figliuole cosa vogliano in dono, si ritrova nellaGatta Cennerentoladel Basile. Dove il padre dimentica il dono per la migliore ed il suo bastimento viene arremorato. Episodio mancante nella nostra lezione della fiaba presente.—«Soccesse, ch'avenno lo Prencepe da ire 'Nsardegna pe' cose necessarie a lo stato sujo, dommannaje ped'una a 'Mperia, Calamita, Sciorella, Diamante, Colommina, Pascarella, (ch'erano le seje figliastre) che cosa volesseno, che le portasse a lo retuorno. E chi le cercaie vestite da sforgiare; chi galanterie pe' lo capo; chi cuonce pe' la facce; chi jocarielle pe' passare lo tiempo; e chi 'na cosa, e chi 'n'autra. E ped utimo, quase pe' dellieggio, disse a la figlia:E tu che vorrisse?Ed essa:Nient' autro, se non che mme raccommanne a la Palomma de le Fate, decennole, che mme manneno quarcosa. E si te lo scuorde, non puozze ire, nè 'nnanze, nè arreto. Tiene a mente chello che te dico, arma toja, maneca toja.Jette lo Prencepe, fece li fatte suoje 'Nsardegna, accattaje quanto l'avevano cercato le figliastre, e Zezolla le 'scìe de mente. Ma 'mmarcatose 'ncoppa a 'no vasciello, e facenno vela, non fu possibile mai, che la Nave sse arrassasse da lo puorto; e pareva, che fosse 'mpedecata da la remmora. Lo patrone de lo Vasciello, ch'era quase desperato, sse pose pe' stracquo a dormire, e vedde 'nsuonno 'na Fata, che le disse:Saje, pecchè non potite scazzellare la nave da lo puorto? Perchè lo Prencepe, che bene co' buje, ha mancato de prommessa a la figlia, allecordannose de tutte,fora che de lo sango propio. Sse 'sceta lo patrone, conta lo suonno a lo Prencepe, lo quale, confuso de lo mancamiento, ch'aveva fatto, jeze a la Grotta de le Fate, e, arraccommannatole la figlia, disse, che le mannassero quarcosa.»—Un simile arremoramento ritrovo in una fiaba, che ho raccolta in Napoli da una crestaina e che il Liebrecht chiamaein ganz eigenthümliches neapolitanisches Märchen:
'A FATA ORLANNA[i].
Nce steva 'na vota 'nu mercante. Nu' teneva figlie; era sulo isso e 'a mogliera. Aveva a piglià' 'a mercanzia, aveva a partì'. Sse vota 'nfaccia 'ô marito, 'a mogliera:—«Chiss'è 'n aniello; mettitello 'ô rito. Mm'haje a portà' 'na pupa granne quant'a mme, che fa qualunque atteggio, che cose, che ss'assetta. Sì te scuorde, 'st'aniello sse fa 'rosso 'ô dito; e 'u vapore non va avante nè arreto.»—Comme 'nfatte accussì fuje. Sse dimenticaje 'a pupa, sse mmise 'ncoppa 'ô vapore, e 'u vapore no' volea camminà'. 'U pilota sse votaje:—«Signure, v'avite dimenticato quarche cosa?»—a tutt' 'e signure, che nce stevano.—«Nossignore, niente.»—All'urdemo d' 'o vapore steva chisto mercante:—«Signò'; v'avisseve dimenticato quaccosa, pecchè 'u vapore non po' camminnà'?»—Isso sse guardaje 'â mano e decette:—«Sì, mm'haggio scordata 'na cosa; 'a pupa de moglierema.»—Calaje, prese 'a pupa, e sse mmisedi nto 'ô vapore; e cammenaje. Arrivaje a Napole, portaje 'a pupa 'â mogliera, tutta ben vestita, tutta elegante: pareva 'na bellissima giovane. 'A mogliera, tutta contenta, che parlava, che discorreva co' 'sta pupa, che lavoravano vicino 'ô balcone tutt'e doje. 'Nfaccefronte steva 'u figlio d' 'u Rre: ss'annamoraje 'e 'sta pupa e nce cascaje 'mmalato d' 'a passione. 'A Recina, che vedeva 'stu figlio 'mmalato, diceva:—«Figlio mmio, che è stato? ch'haje? Dill'a mammà. Oggi o domane, nuje morimmo e tu regne: e poi chi regna, se tu piglio 'na malattia e more?»—Sse votaje:—«Mammà,haggio presa 'sta malattia, pecchè 'na figlia, 'a figlia d' 'o mercante, che sta derimpetto, tanto che è bella, che mme fa 'nnamorare.»—Dice 'a Recina:—«Sì, figlio mmio, io t' 'a faccio sposà'. Doppo ch'è 'na figlia de 'mmonnezzaro, t' 'a faccio sposà'»—«Sì, mamma mmia, faciarrisseve 'na cosa bona. Mo' mannammo a chiammà' 'ô mercante.»—Mannajeno 'o servo a casa d' 'o mercante:—«Sua Maestà ve vole a palazzo!»—«E che bo'?»—«Dèbbo parlareve[ii].»—'U mercante va a palazzo; dice:—«Maestà, cosa comanna?»—«Tu tiene 'na figlia?»—«Maestà, no.»—«Comme dice, che no? 'U figlio mmio è caruto ammalato p' 'a passione, che ha pigliate p' 'a figlia toja.»—«Majestà, io ve dico, che chella è 'na pupa, non è mai cristiana.»—«Io no' boglio sape' chiacchiere! Se no' mme presente a figliata 'ntermine de quinnece ghiuorne, 'a cape toja sott' 'â chillottina.»—'A chillottina no' sapete che è? È la forca. Ca sse 'mpenneva, se non portava 'a figlia doppo quinnece ghiuorne. Annaje a casa chiancenno 'sto mercante. Le decette 'a mogliera:—«Che è stato, che t'ha detto lo Re a palazzo, ca tu chiance?»—«No' nzaje, che mme succede? 'U figlio d' 'o Rre è caruto 'mmalato pe' chella pupa, che tu tiene!»—sse votaje 'nfacci' 'â mogliera. Sse votaje 'a mogliera:—«È caruto ammalato? non ha visto, ca è 'na pupa?»—«No' 'u crerette: e dice, ca mm'è figlia; e ca se no nce presento 'â figlia mmia 'ntermine de quinnece ghiuorne, 'a cape mmia sott' 'â chillottina.»—«Be', pigliatella»—sse votaje 'a mogliera—«e portatella a 'na parte de campagna. Vire, che può ffà'.»—Mente, ca 'a menava, tutto sbegottito, trovaje a 'nu viecchio:—«Mercante, cosa vai facenno?»—Sse votaje, decette:—«Eh, vicchiariello mmio, che t'haggio a dì'?»—Sse votaje 'u viecchio:—«Io so tutto.»—Dice 'u mercante:—«Eh già, che sapite tutto, trovate 'nu 'rremedio p' 'a vita mmia.»—Dice:—«Appunto. A tale e tale paese, cammina, nc'è' 'na fata, ca sse chiamma 'a fata Orlanna. Tene 'nu palazzo, ca no' nce sta guardaporto e no' nce sta scalinata. Chisto è 'nu violino, chesta è 'na scalella de seta. Quanno arrive a chillo palazzo, tu miettete a sonà'. Ss'affaccia 'a fata co' tutte 'e dodece damicelle. Chessa te po' dare 'ô 'rremedio, 'a fata Orlanna.»—'U mercante cammenaje, cammenaje; e trovaje 'ô palazzo, ca no'nce steva guardaporto e no' nce steva scalinata. Sse mette a sona' 'ô violino. Ss'affaccia 'a fata co' tutte 'e dodece damicelle. E decettero:—«Che buo', che nce chiamme?»—«Ah! fata Orlanna, dateme 'nu 'rremedio.»—«E che 'rremedio vuoje?»—Dice:—«Tengo chesta pupa, ca 'u figlio d' 'u Rre è caruto 'mmalato, sse n'è 'nnamorato. Io comme faccio?»—Faceva:—«'Ntermine de quinnece ghiuorne, se non 'a presento, 'a cape mmia sarrà tagliata.»—Decette 'a fata Orlanna:—«Mitte chesta scalella vecino 'ô muro. Damme chesta pupa. Aspetta doje ore e poi te 'a donco.»—Aspettaje doje ore e ss'affacciaje 'a fata:—«T'ecchete a figliata. Chesta parla a tutte, parla 'ô Re, 'â Recina; ma 'ô Prencepe no' nce parla. Statte buono, addio.»—Sse n'entraje 'â parte de dinto 'a fata Orlanna, e 'u mercante sse n'annaje co' 'a figlia. Annaje a casa e nce 'a portaje 'â mogliera. Dicette 'a pupa:—«Mammà, comme state?»—«Sì, figlia mmia, sto bona. E tu, addò' sì' stata?»—«So' ghiuta 'â villeggiatura co' papà e mo' so' venuta.»—'Ntermine de quinnece ghiuorne, 'u mercante 'a vestette tutt'elegante e 'a portaje a palazzo. 'U Re, conforme 'a vidde, sse vota co' 'a Recina:—«Have ragione, figlio mmio, ch'è 'na bella giovane!»—Essa sse mese dent' a' galleria a parlà' co' 'u Rre e 'a Rrecina; e co' 'u Prencepe no' parlava. 'U Prencepe morteficato:—«Co' papà parle, co' mammà parle; e co' mme no! Comme va 'st'affare? Forze sarrà 'a soggezione, ca non mme parla.»—Ss' 'a sposaje; e neppure nce parlaje. Tanto che fuje costretto 'u Prencepe, ca sse spartettero senza nisciuna cosa. 'U Prencepe steva a 'na parte e essa a 'n'auta, in doje appartamienti. Isso sse mettette a fa' l'ammore co' 'n'auta Prencipessa. Pigliaje, mente 'na mattina, ca steva mancianno chesta 'nnammorata, chiammaje 'u cammariere:—«Viene cca, 'u prencepe sta a tavola?»—«Altezza, sì.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje mane e 'e menaje dinto 'ô furno. Asciette 'nu ruoto co' diece cape de sacicce.—«Portancelle 'ô Prencepe.»—«Prencepe, ve manna chesto 'a Prencipessa.»—Dice:—«E comme so' fatte?»—«Prencepe, ss'ha tagliate 'e doje mane, 'e ha menate dint' 'ô furno;»—sse votaje 'u cammariere:—«Mm'ha fatto stravedè'.»—Dice 'u cammariere, ca ss'era maravigliato. Dice:—«Basta, manciammole.»—Sse votaje 'u Prencepe. A 'nnammorata sse votaje:—«'U faccio anch'io.»—Sse taglia 'e doje mane, 'e mena dentr' 'ô forno, e sse bruciajeno e morette.—«Ohche mm'ha fatto! mme n'ha fatto morì' a una!»—dicette 'u Prencepe. 'Ncapo 'e tiempo assaje, sse mise a fa' l'ammore co' 'n'auta. Quanno fuje 'a primma jornata, che annaje a tavola cu' essa, 'a Prencipessa chiamma 'n auto cammariere:—«Cammariè', addò' vaje?»—«Majestà, vaco a tavola d' 'o Prencepe, che sta mancianno.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje vracce, 'e mena dint' 'ô furno. Esce 'nu ruoto co' doje sanguinacce. Dice:—«Portancello 'ô Prencepe, a tavola.»—«Prencepe!....»—«Vattenne, ca no' boglio sèntere chiacchiere.»—«Ma sentiteme, lassateme conta'!»—«Ebbe', conta.»—«'A Prencipessa mm'ha chiammato: 'U Prencepe sta a tavola?==Prencipessa sì. Ss'ha tagliate 'e doje braccia soje e 'i ha mmenate dint' 'ô furno. N'ascette 'nu ruoto co' doje sanguinacce; e v'ha mannate 'sti doje sanguinacce. Majestà, ma chella mm'ha fatto remannè' accussì! Tene anche 'e vraccia 'n'auta vota.»—«Eh basta! manciammole! So' bone!»—Sse votaje 'a Prencipessa, l'auta 'nnamorata:—«Eh lu farrò anch'io! boglio vede'!»—Vedè', essa pure! All'urdemo d' 'a tavola, sse taglia 'e vracce e 'e mena dint' 'ô furno. Sse bruciajeno e morette. Diceva 'o Prencepe:—«Ah mme n'ha fatto morì 'n'auta!»—'Ncapo 'e tiempo, sse mise a fa' l'ammore co' 'n'auta. 'U primmo juorno, che annaje a tavola co' essa, 'a mogliera chiammaje 'ô cammariere. Dice:—«Majestà, cosa volite?»—«'U Prencepe sta a tavola?»—«Majestà sì.»—«Aspetta!»—Sse taglia 'e doje gamme e 'e mena dint' 'ô furno. Esce 'no bello ruoto, granne, co' doje prosutte 'mbottite.—«Portancelle a tavola.»—«Majestà, nu' sapite....»—«Vattenne, ca no' boglio sèntere niente!»—«Majestà, lassateme contà! vuje mo' mme ne cacciate!....»—«Ebbè, conta, co'.»—«So' passato 'â parte d' 'a Prencipessa e mm'ha chiammato:'U Prencepe sta a tavola?==Maestà sì.==E aspetta. Ss'ha tagliate 'e doje gamme, e 'e ha misse dint' 'ô forno e mm'ha date doje pregiutte.»—«Embè, manciammole.»—secutaje. Quanno fuje 'nfine d' 'a tavola, sse votaje a 'nnammorata:—«Che nce' vo'? 'U faccio pur'i'.»—Sse taglia 'e doie gamme; 'e menaie dint' 'ô forno. Sse bruciajeno 'e gamme e morette. Dice 'u Prencepe:—«Ahie! mm'hâ[iii]fatto co' tre!»—Sse votaje 'uPrencepe:—«Sfortunato mme! No' haggio a fà l'ammore co' nisciuna cchiù.»—Quann' a la notte, ca steva curcata 'a Prencipessa, int' 'a nottata 'a lampa deceva:—«Signurì, voglio bere.»—«Agliariè', dancelle a bevere 'â lampa.»—«Signurì, mm'ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quant'è bella 'a fata Orlanna! Quant'è bella 'a fata Orlanna! Quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Faceva accossì tutt' 'a nottata 'nsino a ghiuorno. Erano tutte cose affatate: 'a lampa, l'agliariello. 'U Prencepe, che senteva, sse votaje 'na mattina 'nfaccia a 'nu cammariere:—«Tu, stasera, haje da entrà' dint' 'â cammera d' 'a Prencipessa. Nce haje da stà tutt' 'a nottata sott' 'ô lietto. Haje da vedè, cosa fa tutt' 'a nottata.»—'U cammariere trase sott' 'ô lietto. Quanne fuje 'a notte, cominciaje 'na vota 'a lampa:—«Signurì', voglio bere.»—«Agliariè', dall' a bere 'â lampa.»—«Signurì', mm ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quant'è bella 'a fata Orlanna! quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Fece chesto tutt' 'a nottata. 'U cammariere, ca 'scette fora:—«Prencepe, vuje sentite 'na bella storia 'a notte là!»—«E che diceceno?»—«Majestà, 'a lampa parla co' 'a Prencipessa; 'a Prencipessa parla co' agliaro[iv]e sse vota:Quant'è bella 'a fata Orlanna!»—Sse votaje 'u Prencepe:—«'Stanotte nce vaco i'.»—Quanno fuje 'â notte, sse mmettette sott' 'ô lietto d' 'a mogliera. Tornaje a fa' 'a stessa storia 'a lampa:—«Signurì', voglio bere.»—«Agliarè', dà bevere 'â lampa.»—«Signurì', mm'ha fatto male.»—«Agliariè', perchè haje fatto male 'â lampa? Quanto è bella 'a fata Orlanna!»—Tutta 'a nottata deceva:—«Quanto è bella 'a fata Orlanna!»—Responnette 'o Prencepe:—«Benedetta 'a fata Orlanna!»—«Eh tanto nce volea, pe' di' 'na parola?»—sse votaje 'a Prencepessa. Ss'abbracciajeno e sse vasajeno e sse cuccajeno tutt'e doje. E stiettere cuntente e felice. Loro stanno a Roma e nuje stammo ccà.
Chi ha cuntate, 'nu piatto 'i rucate,[Chi ha scritte, 'nu piatto 'e turnise;]E chi ha 'ntiso, 'u penziero nce ha miso.