XXVII.

XXVII.IL FIGLIOLO DEL PECORAIO.[1]C'era una volta un omo e una donna, che facevano i pastori in montagna ed avevano un ragazzotto di diciassette anni per figliolo. Ma non gli volevano punto bene. Sicchè, per levarselo d'attorno, lo mandavano sempre al bosco con un tozzaccio di pan nero a badare alle pecore. Un giorno, un agnello del branco cascò in un botro e si sfragellò tutto e morì. Non c'è da dire quanto que' cattivi genitori strapazzassero il povero ragazzo. Ed anzi, picchiatolo a quel dio, abbenchè fosse già notte, lo scacciarono fuori di casa, minacciando ammazzarlo se più ci tornasse. Il meschino, piangendo, vagolò un pezzo ne' contorni senza sapere dove andare, fino a che, rifinito e affamato, giunse ad un fosso vôto; e, raggriccito dal freddo, lì si potè alla peggio accoccolare, dopo essersi accomodato un po' di lettuccio con foglie secche. Ma non gli riuscì dormire, sia dalla paura di trovarsi solo al bujo, sia perchè ripensava a' casi suoi e incerto del poi. Era da poco il ragazzotto dentro al sasso, quando capitò un omo, che gli disse:—«Ohè! tu hai preso il mio letto, temerario. Che ci fai costì?»—Tutto impaurito, il ragazzotto si messe a raccontargli le sue disgrazie. E lo pregò, che non lo scacciasse, ma s'accontentasse per quella notte di fare a mezzo del ricovero, che a bruzzolo anderebbe via, dove la sorte lo menasse. L'omo acconsentì di bona voglia ed anzi fu molto contento nel trovare il vôto del sassopieno di foglie secche; chè lui non ci aveva mai pensato a farsi con esse un letticciuolo meno duro e più caldo. Il ragazzotto si rannicchiò da una parte quanto più potè, e stette quieto e finse di dormire, perchè era in non piccolo sospetto del compagno. L'omo intanto borbottava fra sè e sè, credendo non essere inteso; e diceva:—«Che cosa regalerò a questo ragazzotto, che m'ha empiuto di foglie secche il mio ricovero, e si tiene così da parte per non darmi fastidio, sicchè pare, che non ci sia?»—Il ragazzotto sentiva bene il ragionamento, ma figurava di essere appioppato. Venuta la mattina disse l'omo:—«Ha' tu dormito, ragazzo?»—E lui:—«Altro! meglio che nel mi' letto. Ma è giorno: devo andar via e girandolare per il mondo, perchè a casa non mi ci vogliono più, e, se ci torno, il babbo e la mamma m'han detto, che m'ammazzano. Scusate l'incomodo. Addio.»—E s'avviava piangendo.—«Aspetta un po', ragazzo;»—gli disse quell'omo:—«Stanotte sono stato contento di te, e ti voglio regalare certe bricciche, che ti possono essere di gran comodo per il mondo. Ecco. Questo è un tovagliolino di filo; ogni volta, che lo spiegherai, se tu gli ordini da desinare, ti darà da mangiare per te e per quanti siete a tavola[2]. Questa è una scatolina; ogni volta, che tu l'apra, ti darà una moneta di oro[3]. Questo è un organino; se tu ti metti a sonarlo, balleranno, sinchè tu voi, tutti quelli, che lo sentiranno. Ora va' e non ti scordare di me.»—Il ragazzotto, un po' incredulo, accettò i regali e se n'andò pe' fatti suoi. Cammina, cammina, il ragazzotto giunse ad una città piena di popolo, dove si preparavano grandi feste e giostre. Il Re aveva bandito, che chiunque fosse tanto ricco da mettere in deposito una grossa somma di quattrini, lo avrebbe lasciato giocare la sua propria figliola, con promessa di darla in moglie, assiemeal tesoro ammucchiato, al vincitore. Questo saputo, il ragazzotto disse fra sè:—«Ecco il momento di far prova della scatolina. Anche io vo' mettermi in fila, se la scatolina mi dà i quattrini.»—Detto fatto, comincia ad aprirla e chiuderla; e ogni volta c'era dentro una bella moneta di oro lampante. In poco tempo ebbe una bella somma, e si comprò de' cavalli e delle[4]armi, prese de' servitori, e si vestì come un principe. E, andato dal Re, gli dette in deposito una gran somma di quattrini, facendosi credere figliolo del Re di Portogallo, e volse essere accettato per giocatore della sua figliola. In somma, fu assistito dalla fortuna; e, guadagnata la partita, il Re lo dichiarò fidanzato della Principessa. Ma il ragazzotto pastore, non essendo stato allevato che fra le pecore, commetteva tante malcreanze, che diede molto sospetto del suo parentato. Segretamente, dunque, il Re spedì persone fidate e furbe pel Regno e per i paesi vicini a ricercare notizie; se il promesso della Principessa era o nò figliolo del Re di Portogallo. Le diligenze fatte portarono a scoprire la verità: per cui il Re, stizzito dalla rabbia e dalla vergogna, ordinò, che subito si arrestasse il traditore e si ponesse nella prigione sotterranea, che rimaneva sotto la sala del convito. Il ragazzotto si trovò a un tratto in prigione, quando s'era creduto diventare Re. Lì vi eran pur altri diciannove carcerati, che, vedendolo entrare, gli dettero il ben venuto con grande allegria. E lui a raccontargli quel, che gli era intravenuto; e chi n'aveva compassione e chi lo sbeffeggiava. Dopo poco, eccoti il carceriere a portare da mangiare: pan nero, e a mandarlo giù, de' secchi d'acqua pura. Disse, allora che il carceriere ebbe riserrato l'uscio co' catenacci, il ragazzotto:—«Buttate via codesta roba: ce l'ho io un bel desinare per tutti.»—E i compagni:—«Che buffone! o che sie' matto? Come vo' tu farea darci tavola imbandita?»—«Ora vedrete,»—rispose il ragazzotto. E, spiegacciato il tovagliolino di filo, disse forte:—«Su, tovagliolo, apparecchia per venti.»—Detto fatto, apparì un bel desinare per venti, chè non ci mancava proprio nulla, neppure del meglio vino. I carcerati buttarono via il pan nero e l'acqua, e papparono al tovagliolino a crepa—pelle. Il carceriere intanto, tutti i giorni, vedendo il pan nero e l'acqua per le terre, e nonostante vegeti e vispoli i carcerati, non sapeva che lunarî farci su; e, andato dal Re, gli raccontò quel, che accadeva. Il Re, incuriosito, volle assicurarsi della cosa cogli occhi suoi e interrogare da sè i carcerati; e, sceso giù nella prigione, disse:—«Com'è, che sbeffate il solito desinare e pur campate e bene? Via, non dite bugie, che vi perdono di già, se mi schiarite del vero.»—E il ragazzotto, fattosi innanzi, gli rispose:—«Maestà, sono io, che dò a tutti i miei compagni da mangiare e da bere, meglio che alla vostra tavola. Anzi, se volete accettare, v'invito oggi anche voi; e v'assicuro, che resterete contento.»—«Accetto,»—disse il Re:—«Vo' vedere come tu sa' fare e come mi tratti.»—Il ragazzotto subito spiegacciò il tovagliolino di filo e comandò forte:—«Su tovagliolo, apparecchia per ventuno e da Re.» Il tovagliolo obbedì; con grande meraviglia del Re, che desinò meglio che alla propria tavola. Finito di mangiare, il Re disse al ragazzo:—«Mi vendi il tovagliolo?»—«Perchè no, Maestà?»—gli rispose il ragazzo.—«Ma a patto, che mi lasciate dormire una notte colla vostra figliola, mia fidanzata.»—Il Re pensò un poco; e poi disse:—«Sì, te l'accordo. Ma a patto, che tu starai sulla sponda del letto, a finestre aperte; e in camera ci saranno otto guardie e un lampione acceso.»—«Vada per quel, che volete, Maestà,»—riprese il ragazzotto—«e il tovaglioloè vostro.»—Il ragazzotto dormì una notte colla figliola del Re, a quel modo, senza potersi mòvere e toccarla. E, il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. Quando i carcerati veddero rientrare in prigione il ragazzotto, si posero a canzonarlo e bociavano:—«Che citrullo! guarda il minchione! Bisognerà bene mangiare adesso pan nero e bere acqua di pozzo. Che patto grasso tu facesti col Re!»—Disse il ragazzotto:—«Se non si mangiasse anche co' quattrini!»—E i carcerati:—«O dove gli hai i quattrini da scialare?»—«Lasciatevi servire,»—replicò il ragazzotto. E, tirata fori di tasca la scatolina, si messe ad aprirla e serrarla, sicchè in un momento ammonticchiò di molte monete d'oro. Con queste apparecchiò tutti i giorni un desinare ai carcerati; sicchè di novo tutto maravigliato il carceriere corse dal Re, a raccontargli l'avvenuto. Il Re subito sceso nella prigione, quando seppe ogni cosa, disse al ragazzotto.—«Vo' tu vendermela la scatolina?»—«Perchè nò, Maestà? Magari!»—gli rispose il ragazzotto.—«Ma col medesimo patto di prima.»—«E io te l'accordo,»—disse il Re,—«co' medesimi patti di prima.»—Stretto il contratto, il ragazzotto dormì un'altra volta colla figliola del Re; ma non la potè toccare, meno che colla punta di un dito. Il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. I carcerati, vedendo di novo il ragazzotto, più che mai lo canzonarono; e bociavano:—«Ora poi la cuccagna è finita. Bisognerà bene adattarsi al pan nero e all'acqua di pozzo.»—«Pazienza!»—riprese il ragazzotto.—«Ma non mancherà l'allegria. Se non si desina da signori, si ballerà da matti.»—«Come, come?»—gridarono i carcerati. Disse il ragazzotto:—«Aspettate, che il Re sia quì sopra al convito, e vedrete.»—Di lì a un momento sonò la campana del pranzo reale; e i convitati, andati in sala col Re e lasua corte, si sedettero a mensa: quando il ragazzotto, tirato fuori l'organino, disse:—«Organino, comando, che tutti ballino alla mensa del Re;»—e si diè a sonare di gran forza. Come presi dalla mattìa, tutti cominciarono a ballare a furore nella sala del convito: uomini, donne, mobili; le stoviglie si sfrantumarono; le pietanze andarono per le terre; chi picchiava la testa ne' muri o nel soffitto da' gran sbalzi, che era obbligato a fare; il Re urlava a gola squarciata, non sapendo in che mondo si fosse. Avendo il ragazzotto smesso un po' di sonare, il Re, tutto trafelato, scese nella prigione; e domandò, chi fosse la cagione di quello scompiglio.—«Son'io,»—disse il ragazzotto,—«con questo organino!»—e giù a sonare da capo. E il Re salta di quà, salta di là, che pareva un razzo matto.—«Smetti, smetti!»—berciava il Re—«mi rovini!»—Quando il ragazzotto ebbe smesso, disse il Re:—«Vo' tu venderlo, cotesto organino indemoniato?»—«Perchè nò, Maestà?»—rispose il ragazzotto:—«ma a che patti?»—«A' patti di prima,»—riprese il Re. E il ragazzotto:—«Marameo! O novi patti o ricomincio a sonare; e sono, finchè non siate tutti morti sfiaccolati.»—Il Re, impaurito, disse:—«Fagli te i patti!»—«Ecco,»—il ragazzo rispose:—«Voglio, che mi s'accordi di sentire le brame della vostra figliola, quando sono nel su' letto; e che lei sia obbligata a rispondere. Io starò a quel, che lei vole.»—Il Re pensò un poco e poi disse:—«Te l'accordo. Ma in camera ci saranno doppie guardie e due lampioni accesi.»—A pena uscito di lì, il Re fece chiamare in segreto la figliola, e gli disse:—«Ti comando, che, questa notte, quando tu sarai al letto collo sposo, tu risponda sempre dinoalle sue richieste.»—La figliola, inchinandosi, replicò:—«Padre, sarete obbedito.»—Venuta la sera, il ragazzotto se n'andiedea letto colla figliola del Re; e, dopo un po' che erano sdraiati, disse lui alla Principessa:—«Col fresco, che fa, vi par bene, sposa mia, che le finestre stiano aperte?»—Rispose la Principessa:—«No.»—«Dunque, guardie,»—gridò il ragazzotto,—«per comando della Principessa, serrate le finestre.»—E le finestre furono serrate. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che stiamo al letto con tutte queste guardie d'attorno?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto:—«Dunque, guardie, per comando della Principessa, andate via, subito.»—E le guardie se s'andarono. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che si dorma con questi lampioni accesi?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto, alzatosi, in un attimo spense tutti e due i lampioni; e restarono al buio. Rientrato a letto nel suo cantuccio, lasciato passare un po' di tempo, disse il ragazzotto:—«Siamo sposi e pur si sta tanto discosti fra noi! Vi par bene, sposa mia, che si resti la notte così lontani?»—E la Principessa:—«No.»—Allora diviato il ragazzotto si fece vicino alla Principessa, la baciò e l'abbracciò[5]. Quando venne il giorno, e il Re seppe tutto l'accaduto, s'adirò fortemente; e, chiamata la figliola, gli disse di molte male parole per la sua disobbedienza; e voleva, che si tagliasse la testa al ragazzotto. Ma la Principessa gli protestò d'averlo obbedito appuntino e gli raccontò come fossero andate le cose; poi soggiunse:—«Caro padre, questo è ormai il mio sposo; e quel, che è fatto, è fatto. Perdonateci, che ci vogliamo un gran bene.»—Il Re, visto che non c'era più rimedio, cambiò idea; e volle, che lo sposalizio della figliola col ragazzotto pastore si facesse con ogni solennità di feste e di giostre. E i due sposi camparono felici lungamente. E, alla morte del Re, il ragazzo pastore ereditò il Regno.[6]NOTE[1]Raccolta da l'avv. prof. Gherardo Nerucci, che l'ebbe dalla bocca dell'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota.—«Zu Grimm(K. M. N.º 36)Tischchen deckdichu. s. w.»—ecc. I riscontri a questa Novella possono dividersi in tre serie diverse. Nellaprima serie, il possessore di oggetti incantati li perde per l'astuzia d'una donna e poi li riacquista mediante frutta, delle quali una specie produce un difetto corporale, che vien guarito dall'altra. Nellaseconda serie, manca questa ultima parte; ed il possessore riacquista gli oggetti, od impedendo la principessa di frodarlo al giuoco o facendosene amare. Nellaterza seriefinalmente, due oggetti incantati vengono frodati per sostituzione dagli ospiti e riacquistati mediante il terzo, che suol essere un bastone, che batte comandato senza remissione. Allaprima seriedi riscontri appartengono:—I.Gesta Romanorum, il capitolo CXX (dove i fichi fanno diventar lebbroso).—II.La vurza, lu firriolu e lu cornu 'nfatatu(Pitrè. Op. cit) Tre fratelli trovano sotto tre mattoni della soglia della casa paterna, che il padre s'era riserbati nel venderla, una borsa denenaripara, un ferrajuolo invisibilifico ed un corno, che suscita eserciti. Il maggiore si fa rubare tutt'e tre le cose da una Reginotta; cui poi vende de' fichi, che fan venir le corna; e da cui se le fa restituire, per guarirla.—III.Von dem Schäfer, der die Kœnigstochter zum Lachen brachte(Gonzenbach. Op. cit.) Un pastorello trova sul margine d'una fontana uno anello, che fa sternutire senza fine, chi l'ha alla destra. Delibera servirsene, per ottenere la Reginotta, promessa in isposa a chi la farà ridere. Pernottando sur un albero, sente un colloquio di ladri; e poi ruba loro un tovagliuolo, una borsa ed un fischietto incantato. Ponendo lo anello sternutatorio al dito del Re, fa ridere la Principessa. Ma il Re, sdegnato, il manda in carcere; dove poi, mantenendo egli allegri i compagni di sventura co' tre oggetti incantati, questi gli vengon fatti rapire dal Re. Evade. Scopre una ficaja con fichi bianchi e neri; i primi fanno passar le corna prodotte da' secondi. Così riacquista le sue quattro coserelle ed ottiene la Reginotta in moglie.—Allaseconda seriedi riscontri, appartengono:—I. La novella presente.—II.Petru lu Massariotu(Pitrè. Op. cit.)—Allaterza seriedi riscontrifinalmente spetta:—I.Lo Cunto dell'Uerco, trattenimento I. della I. giornata delPentamerone:—«Antuono de Marigliano, ped essere l'arcefanfaro de li catammare, cacciato da la mamma, sse mese a li servizie de 'n Uerco. Da lo quale, volenno vedere la casa soja, è regalato cchiù bote; e sempre sse fa corrivare da 'no tavernaro. All'utemo le da 'na mazza, la quale castiga la 'gnoranzia soja, fa pagare la penitenzia all'Oste de la furberia e arrecchisce la casa soja.»—II.Pitrè(Op. cit.)Lu scarpareddu mortu de fami.—III.Pitrè(ibid)La Munachedda.—IV.Gonzenbach(Op. cit.)Zaubergerte, Goldesel, Knueppelchen schlagt zu.—V.Bernoni(Op. cit.)Ari Ari, caga danari.—VI.De Gubernatis, (Novelline di Santo Stefano di Calcinaja, XXI.)Bastoncrocchia.[2]Similmente ha favoleggiato il Marino nell'Adone (Canto XIII, 228—229.) Mercurio parla in siffatta guisa al figliuol di Mirra:Poi che una noce d'or colta ne avrai,Fa che appo te, ne' tuoi viaggi incerti,La rechi ognor, senza lasciarla mai;Perchè valloni sterili e desertiPassar convienti, inabitati assai,Là dove stanco di sì lunghi erroriPenuria avrai di cibi e di licori.Il guscio aprendo allor de l'aurea noce,Vedrai nuovo miracolo inudito.Vedrai repente comparir veloceSovra mensa real lauto convito;Da ministri incorporei e senza voce,Senza saper da cui, sarai servito.Nè mancherà d'intorno in copia grandeApparato di vini e di vivande.Difatti, (Canto XIV, 8.) Adone...Perchè da la fame è spinto a forzaE da la sete a desiar ristoro,Tosto de l'aurea noce apre la scorza,E credenza gli appar d'alto lavoro;E la sete e la fame in un gli ammorzaVasellamento di cristallo e d'oro,Pien di quanto la terra e 'l mar dispensa;E non ha servi et è servito a mensa.[3]Nell'Adone del Cavalier Marino (Canto XII, stanze CCLXX—CCLXXII), l'Idonea promette in nome della Falsirena al protagonista il dono di una moneta,Che, sempre, a chi la spende, indietro riede.Se la spendessi mille volte il giorno,Mille volte in tua man farà ritorno.Una sua borsa ancor vo', ch'abbi appresso,La cui virtù meravigliosa è molto:Dentro vi cresce ognor ciò, che v'è messo,E rende al doppio più, che non n'è tolto.Vedrai, se l'apri, tosto, da sè stessoMoltiplicarsi quel, che v'è raccolto:Se poi vota la lassi e d'oro scarca,Ve ne ritrovi almen sempre una marca.La lucertola avrai da le due code,Perchè, giocando, a guadagnar ti serva, ecc.—Fra leNovelle Moralidel Chierico Regolare SomascoFrancesco Soavece n'è una, intitolataAlimék o la Felicità, Novella Araba, il cui protagonista possiede una borsa, ch'è piena d'oro, qualora egli vuole.][4]De' cavalli e delle armi. Sarebbe più italiano:armi e cavalli.[5]Racconta Tommaso Costo, nella prima delleOtto giornatedelFuggilozio:—«Un certo messer Nazario, milanese, avendo ire a Genova per un suo negozio, non sapeva come farsi, a lasciar la moglie sola e sicura: e perchè essendo giovane e bella, come geloso dell'onore, ne stava grandemente in sospetto; e massime ch'ella era un poco leggeretta. Alla fine, essendo pur costretto a partirsi, le lasciò quest'ordine, che a qualunque persona la richiedesse di qualche servizio, dovesse dir di no. Ciò intendendo un suo vicino, uomo in far delle truffe diligentissimo, andatosene dalla buona donnicciuola, sì le disse:Madonna Pierina, (così aveva nome)se io vi facessi quel servigio(e glielo dichiarò)ve l'avreste voi a male?—No, rispose la galante femmina, ricordandosi dell'ordine del marito. E così furono d'accordo e 'l povero di messer Nazario per la sua sciocca avvertenza rimase burlato; e debitamente, perchè il poco accorto marito suole talvolta esser cagione dell'errore della semplice moglie.»—[6]In questa novella abbiamo oggetti incantati. Affine a questo genere di finzione sono i viaggi fantastici, per paesi meravigliosi, dove si trovano cose impossibili e stupende, de' quali abbiamo anche esempli greci, e mi basterà citare laStoria veradel samosatense, ed i quali diresti scritti per mettere in caricatura i viaggiatori bugiardi. Rifiorì quindi questa maniera di favole nel cinquecento; e piace sempre, come testimonia la popolarità de'Viaggi del Gulliver. Non so resistere alla tentazione di offrirne uno esempio, ricavato da un antico libro e dimenticato, che s'intitola:Opera Nuova, molto utile et piacevole, ove si contiene quattro dialogi, composti per l'eccellentissimo dottor delle Arte (sic) et medico aureato (sic) Messer Angelo de Forte MDXXXII(com'è detto in fine:Stampata in Vinegia per Nicolo (sic) d'Aristotile detto Zoppino nel mese di Agosto MDXXXII). In essa narrazione si troverà una descrizione del paese favoloso, che poi, sotto nome dipaese di Cuccagna, doveva essere celebrato dal Folengo, dal padre Quirico Rossi e da tanti altri, con più o meno spirito.In questo Dialogo si introduce Piacevolezza, felice Peregrino, hauer cercato il mare tutto, dentro et di fuora, la terra et lo aere per fino al cielo, et in questo visto et fatto cose degne di memoria, di grandi et notabili significati, quali narra a Desio, suo amico:Desio. S'io non erro, ecco il mio amico, qual tanto desiderato ho, già sono hormai molti anni et ciascheduno fermamente crede, che sia morto. Questo, che uedo, non è sogno: son par uigilante. Sia quel, che esser può, uo salutarlo. Dio te salui, amico mio; et doue sei tu tanto tempo stato, ouero da quali lontani a noi te transferisci, con spettacolo de habiti tanto strani?Piacevolezza. La longa peregrinatione me ha fatto così da uoi alieno.Desio. Dunque, tu ai peregrinato?Piacevolezza. Non te l'ho ditto io?Desio. Et in che paesi?Piacevolezza. Tutta la terra, il mare, de fore e dentro, l'aere anchora e il concavo (cioè la parte intrinseca) del continente cielo; e ho trouato in questi, li paesi della mirabilità.Desio. Et che uuol dire, che io non intesi mai nominarli?Piacevolezza. Perchè non se ha memoria d'altro, che me, della nostra regione, in quelli hauer peruenuto.Desio. Dunque tu hai trouato nuoui paesi?Piacevolezza. Certamente nuoui.Desio. Et che in quelli uisto hai?Piacevolezza. Mirabile cose.Desio. Mirabile?Piacevolezza. Sì; e, per tanto, regione de mirabilitate le chiamai.Desio. Et che mirabil cose sono queste?Piacevolezza. Tanto che ogni credenza humana trapassano.Desio. Dì, te prego; e non mi lasciar pendente nel tuo parlare.Piacevolezza. Forse non le crederai.Desio. E como non uoglio credere io un tanto amico, quando afferma hauer uisto e toccato?Piacevolezza. Sì, e con giuramento anchora, quanto più santamente me sera possibile. Dunque, ascolta. Che io te giuro per tutti li nulli e la lor potentissima deità; e per la congregatione delli nienti, e li compagni, matre e fratelli, cosa che ognuno teme e abborre; anchora te giuro per la deità e summo potere de uano: che tutto quello dico, ho cercato; e tanto è uero, quanto la equal pianura è monte, o quanto il gambaro, elefante, ouero la mosca, grua e sparuiero. Stante el giuramento, me potrai tu credere.Desio. Fermamente.Piacevolezza. Sono già dodice anni passati, che io, cupido di sapere delle nouitade e cose mirabile, se trouano nelle insule sparse per lo ampio mare occeano, preparai una grande e buona naue, con tutte cose conueniente a mia nauigatione; e, quando me parse tempo, con uento felice, dal sino persico, demo a uenti le ampie uele, uerso la parte meridionale, tuttauia sgionfe. E per spatio de quindeci giorni sulcate le liquide onde, allhora che nel oriente splendido di raggi, dal mare in alto si elleva il sole, peruenimo in la insula Miracolosa. Nella qual preso porto desiderato, li compagni nostri, con uarij giovenil esercitij in la nuoua terra se dauano piacer, e festa, quando uedemo uer de noi uenire gente in battaglione, con ordini et signi de cruda e mortale guerra fare. Spauentati dunque di tanta nouità, gli facemo assapere nostri affari et conditione, quali intesa amicheuolmente receuettero noi. Così allegri l'una e l'altra parte, de molte cose hauessemo a ragionare: ultimo ne fecero certi, come da una insula lì uicina, ueniuano huomini mirabili, audacissimi e crudeli, quali Ferulari chiamano, perchè da ferule marauigliosamente edificati sono, e poi temprati con suco de sferracavallo, impedimento certo d'ogni pungente ferro, o che taglia, smacca e seca. E spesso spesso solleuano la insula, molestando predare: e che eran ritornati in Ferulara (perchè così la insula se appella) a refrescar del magico sucola dura tempratura, e siccata li giorni passati dalli caldi raggi del potente sole; e in quel tempo espettavano il rabbioso stuolo devere, refattosi, lì retornare. Noi, de tanta novitade fatti attoniti, suspensi alquanto, perchè natando sulcauano le acque presti e leggieri, e non potean da alcun tormento per acuto o graue, che fosse, esser dannegiati, pensamo inusitato modo, de superare questi peruersi, iniqui e scelerati. Demo buon animo dunque alli nuoui amici, promettemoli uittoria; e certificamo lor salute. Ascolta, amico mio, cosa mirabile e de che maniera. Fessemo una rete, larga de passi pur assai, e longhezza tanta, che la insula tutta circondaua, de mistura ottima, che abrusia dentro l'acqua e conferua ogni liquore, de solfore dico, salnitrio, bitumine, oglio de sasso, camphora, rasa, oglio de lino, e simigliante cose. Non tanto presto la rete fo distesa, che ecco per le onde, equalmente natando uenia la mala gente, con impeto de ululi, e squassar nell'acqua con le bracce, testa, gambe e piedi. Spumaua il mare, l'aere deuenne nubilo, la terra tutta incominciò tremare. Spauentaronsi li nostri hospiti. Ma noi, sicurati dall'arte, demo segno de uittoria. Finalmente gionti al lito uniti e in fretta, tutti in poco d'hora se insaccaro nella rete. Li ministri, che ciò aspettauano, impicciato il foco per ogni parte, in uno istante la materia atta seguì suo potere: per la qual cosa in fiamma, fummo e cenere, si conuertì ogni magico e infesto lauoro. Allegri dunque li acquistati amici, a merauiglia ferno festa con suoni e canti, giuochi anchor diuersi, secondo lor costume. Noi, per spatio de quindeci giorni, se dilettamo tra costoro: ma la natural uolontà del sapere, pongendo, spronaua accelerar in altra parte nostro camino. Fornimosi dunque de quello bisognaua et delle mirabilitate, dal paese fessemo partita.Desio. No te rencresca narrar alcune degne cose.Piacevolezza. Te uoglio compiacere. Tollessemo molti uccelli, quali due uolte il dì, (cioè mattina e sera ordinariamente) in aere se elevando, suolano; e con la bocca aperta, receueno le nebule, uento e fumo, cibo proprio de simili animali, con li quali se nutricano, crescino, e ingravidano poi. E lor parto è oue, che, poste in mare, con il moto delle spesse onde, la dura scorza nel lito limano. Finalmente rotta, produceno tauri bianchi e piccolini, quanto un porco de mezza statura ciascuno. Questi se notricano de nebule, fumo e uento anchora; e, con le corne, la soda terra rompeno e sulcando arano; nelli quali solchi il superfluo, che de lor uentre esse, nascondino; e, in termino di sei mesi, preduce arbori, che fruttifican meloni, de grandezza d'una botte ognuno; nutrimento buono, come da noi si fa del pane. Ma delle seme ascolta marauiglia! leponeuano in acqua, che li radiaua il sole; e, per spatio de una reuolution lunare, sgionfauano; finchè, non possendo più la scorza estendere, se rompea; della quale sorgeuan arditi polledri, e, passato l'anno, eran apreciati corsieri.Desio. Tu non hai ditto come si chiamano, e in che maniera stan formati.Piacevolezza. Li pretermessi per esser più breue; ma, perchè te piace, ciò non mi chiami auaro, li uccelli son chiamati nefilophagi da Greci, li Itali nebuliuore appellano. Hanno questi testa e collo de gambello, de elephante il corpo, le suspendente ale a notule somigliano, piedi han quattro, con le ongie adunche, come li auoltori, la coda de anguilla, leue e nuda, eccetto che in cima, con la ponta reuolta, acuta, dura e uenenosa, coperta de minuto pelo, de color uario ciascuna piuma; tardi con li pedi, ma uelocissimi nel uolo. Le oue sono de grandezza, in longo e lato, d'un braccio e mezzo l'uno, di color uerde, con alcune giocce rosse maculati, e chiamanosi questi Van—estima. Li Tauri seguino, e sono bianchi come ho nominato, grassi e belli, con corne grandi, e piccolini, pur assai movino quelli, come della orecchia fanno, perchè sola una oprano, sotto el barbazale: uentre amplo e nella summità arculato, piedi come gli altri e coda simile, ma la ponta de fece priua e abbonda in molti corti et sottili peli. Chiamanosi questi Limmati, per uera ragione. Lo superfluo del uentre, che produce arbori de meloni, Heremati, per le orecchie trascorrendo, suona, e assomiglian le fugace, che nelle uille (per la Grecia) fanno. Li meloni e li arbori sono in colore d'oro, lustri e trasparenti da ogni parte; hanno grandezza gli arbori de ampilo e spesso platano: hor l'uno e l'altro Matticole chiamano. La seme, che in ultimo polledri produce, de Pupillimachi assume il nome.Desio. Della insula e habitatori nulla ditto hai.Piacevolezza. La insula Vericona ho inteso menzonare, e li abitatori, Verincole se appellano. Fannovi de gli altri frutti, come castagne e pomi de virtù miranda et inopinata, quali proficui forno molto al nostro nauigare.Desio. In che maniera?Piacevolezza. Et anche questo te faro palese. Li pomi sono bianchi, de uerde uirgolati, de longhezza de uno passo, la larghezza tre braccia; scorza han dura e leue. Ma quello dentro è come de citro, odorifero, dolce et buono. E se gli fa un buso de che grandezza, che altrui uuole, e poi il foco impizza con legne; nella opposita parte dal quale, se soffia, como sente caldo, uento buono per il nauigare; e dura così cocendo per spatio d'uno anno, aqualunque naue che lo adopra; dopo cotto è cibo perfetto a nauiganti, de sapore de torte de marzapani. Le castagne sono de color aurato, de grandezza ciascuna de uno di pomi, durissime de scorza, e lor sustentia è stiptica e amara. Fasse anchor in quelle il buso e il foco come nelli pomi; quale, scaldate, mandano fora uento furioso, da summergere ogni gran naue.Desio. Tu dici cose, che mai da altri audito, ouer in scrittura se ritrouano. Ma segui te prego oltra el tuo nauigare.Piacevolezza. Fessemo uela dalla insula Vericona, e per spatio de giorni sette, trouamo in la parte meridiana la insula chiamata Nominanza, da Giganti habitata, et abonda in ricchezze e marauiglie. Sono questi giganti di braccia dodece per longo ciascuno, e tre per largo il corpo. Sei piedi hanno: li primi sono d'huomo, li secondi di leone, li terzi all'asinina. Ma della testa, occhi, bracce e mano,..........[i]non te so ben dire, perchè le imprestano l'un l'altro, e alcuni li uendono, e non pochi li furano, ouer uiolentemente se gli assumeno; altri poi per amor gli accomodano. Et pochissimi li danno per amor di dio. Hor quello tra essi è il più degno et honorato, che de più teste, occhi, bracci e mano abbonda: e così li gradi sono locati per il più e meno de queste cose. Ma, se tu intendi come nascono, stupido restarai a marauiglia.Desio. Per altro che mirabile cose udire non espetto io.Piacevolezza. Questo ancora te serà palese. Sappi, quando la terra trema, se everge e sfende, in molti luochi. Nel tempo poi che la tempesta[ii]giù per l'aer descende, se empino tutte quelle aperture. Lui defensi che 'l sole non può come gli altri consumare, superuenendo la notte, insieme con la terra se adunano; et nel giorno sequente fongi grandi, et rossi de colore, se retrouano. Così operando la uirtù lunare, le intrinseche parte uigoranse; e in pochi giorni receuino sustantia anemata. Qual, per spatio d'uno anno, si rompeno la spoglia, de fongi in giganti si trasmutano, e per la regione habitano. Sono questi della terra mirabili cultori; e come tra noi del grano, meglio, faue, pizoli e simigliante seme fanno gli uillani, non altramente essi le monete d'oro e d'argento, le perle e ogni gemma pretiosa, seminano, cultiuano et finalmente recoglieno e conseruano in le fosse, case e magazeni. Ascolta anchora piu alta marauiglia! Quelli fili, che lo insidioso ragno, perle stolide mosche prepara e nell'aere tesse, rotte dal uento, come in terra plicano e sorben del humido, se ingrossano e diuentan anguille, grasse e grande quanto un porco, de longhezza quanto che si estende il filo, e così nel lago uicino se ne uanno. Iui poi li pescano questi giganti; e della lor polpe, con uino e faue in poluere, missidando impastano; con la quale informano imagine de donne, secondo che a lor piace; e, in termino de giorni sette, poste al sole, surgen uiue femine, perfette ad ogni proua[iii]. Questi Giganti non le adopran molto, ma se dilettano della effigie bella videlicet placida scultura, uendinoli, imprestano e donano a qualunque a piacere. Vanno queste nude, con centure e corone de uarij e traspiranti fiori, sopra delle bionde trezze de seta fatti, temprati con suco, de bel apparere; et li ammaestrano a seruitij e piaceri de peregrinanti. Anchor così nude di fiori adorne ordinatamente, una uolta la settimana per fermo, e alcune altre più, circondan tutta la città; e è lecito a qualunque forastiero ellegerse quella de esse, che più gli ua in fantasia, e conducerla seco per uintiquattro hore a sollacciare. Noi in questo loco per un integro mese a nostro buon parere dimorammo, e così ricchi de zoglie e monete, accompagnati de belle e gratiose donne, li Giganti lasciamo e lor paese; e, con lo aiuto del pomo e fuoco, empite le stese uele de felice uento, per sopra le inquiete onde, sulcò la naue giorni diece. E ecco, nel undecimo, pigliamo porto in la placida insula del Conuiuare, mirabile certo, de cose buone, mai più intese.Desio. Anchora queste me farai sapere.Piacevolezza. Vicin del porto è una ampla pianura, de uerdeggiante herbicelle adorna, de uarij e allegri fiori. Hor per qualunque parte che alcuno uuole sedere, quelle gratiose uerdure fiorite se uniscono et fanno sedia, secondo conuiene alla persona. Dauanti poi la simile materia, se intessendo elleua e prepara la mensa, de longhezza opportuna. Noi, stupidi de tal apparato, l'un l'altro mirauamo uacillando. Et ecco uarie sorte d'uccelli con le piume lustre, de bianco uerde e rosse maculate, in uoce humana salutarne e dire:—«Non state più sospesi, così è proprio de nostri paesi. Qui se onoran tutte le persone. Sappiate oltra, che la insula abonda in cose da mangiare e in tutto quello, che se beue, o altramente li occhi e naso diletta, secondo li appetiti uarij. Discorreti dunque e dilettatiue senza sospetto alcuno: chiami pur ciò che alcun uole e ogni cosa li uenirà dauanti.»—Desio. Questa me ua ben per la fantasia, gionta con le prime. O che gli fusse stato io!Piacevolezza. Vedeui, amico mio, per la mensa, quando se domadaua, pauoni, pernice, fasiani, colombini, caponi, starne, beccafiche, tordi, lepori, cerui, latanti uitelli, capretti, castroni, oue fresche, figatelli, latte tremante e calde puine, con acqua rosa inzucherate, butiro, formaggi di qualunque modo, carpioni, sturioni, trute, orate, triglie, cephali, barboni, rosti, lessi, fritti, e di ciaschedun altro buon sapore; Vernacce, Maluasie, moscatelle, nostice, romanie, uinigrechi e tibidraghi, con quelli del mortar: anchor d'ogni altra specie, buoni, di odore, di gusto e colore delettabile; perfette ceruisie ueniano di ogni qualitate, fin la bosa, beuanda turchesca, qual alcuni de riso e altri de miglio fanno; sapori e saporetti, de marasche e de uua, salsa con menta fatta, petroselino, cannella, zafrano, con pane rosto, acqua rosa, zuccaro e aceto, suco de agresta fresca, anchor de l'antiquata, mostarda e piperata, e de mandole peste anchora con petti de gallina, acqua rosa, zuccaro e cannella; sapor d'aglio fatto con noce e oglio dolce, ben pestate, uolti e reuolti, in fin bianco come neue; sapor fatto de rossi d'oui e pan grattato, con suco de agresta, ouer limoni, acqua rosa, con cannella, e zafrano. Ultimo uenne certa strania compositione, chiamata solo da uno de' compagni, e fo nel brodo de capone o uitello, formaggio grattato, grani de uua bianchi e negri, mollica de pane, butiro, grasso de porco, persutto ben tagliato, porri e ceuolette, mele, uino, aceto, con spetie forte inzafranate.Desio. O che uaria mistura!Piacevolezza. Anchora de altre molto più strane; ma io uoglio narrar delle salatucce. Vedeui alcune fatte de latuche tenerelle, de bianche endiuie, appio, petrosellino, menta e finocchio, sol un poco, oglio de mandole, aceto con zucchero e acqua rosa. Altre uariauan con nasturcio e sinapo, ramponzoli e pulegio, nepita, finocchio e petrosellino. Molti eran contenti nella bugiossa e non pochi della cicorea feuan stima. Alcuni nel fior della boragine, ben condíta, si satisfacean, ouero de altri simiglianti fiori. Chi nelle cappare daua il sapore; assai eran che nelle sardelle, persutto, formaggio e caviaro. Alcun con la sappa poi le confacea, torte de marzapani, pignocati, pistachie, mandole confette, de quelle damaschine, coriandoli, picichini moscati, citroni, naranci[iv], limoni, zenzeri uerdi, noce, peri moscatelli, aringhi, e ogni candito, de zuccaro coperto. E se gli altri tutti io te dicesse, stupido resteresti a tanta impresa.Desio. O mia sorte! e perche teco non uenne io? Segui, te prego, almanco odendo mi uo satisfare.Piacevolezza. Quiui propinquo una alta montagna si elleua, de pasta tutta fatta de bianca e sottil farina, acqua rosa, musco, e ambracan, fulta de arbori, con selue grande. Le foglie delle quale son lasagne; li pampani uermicelli et macaroni; li fiori crostole et crispelle. Ma li frutti sono uariati secondo il sito della regione. E per tanto, uerso la parte, che se leua il sole, produce fugace ogni mattina, bianche, molle et ben leuate. Nella meridionale, buciolati, con tortani, grandi e piccolini, dolci et forti, odoriferi, et d'ogni altra buona mistura, secondo che più et meno si elleuano dal tronco, uerso la cima. In quella d'occidente biscotelli liggieri, frangibili et de buon sapore. Nel settentrione, biscotti de qualunque sorte et natura. Nella summità poi tutte produceno fritole piene de mandole con acqua rosa et muschio inzuccherate. Segue a questa un'altra montagna de carne, per grandezza non minore che la prima, folta de selue et d'arbori, che han simile natura. Per fiori nelli quali son figatelli; le foglie, grasso et songia; ma li frutti sono d'ogni maniera d'animali. Alcuni d'essi produceno caponi senza penne, grossi et grassi, che per la lingua pendino; de pauoni li altri, con simile conditioni; de colombini; poi pernice, starne et fasani, quaglie, tordi, tortore et becafiche; galline piene d'oui; galetti gravidi de buona mistura, de peri dico moscatelli, susini et marasche, oliue, oue sbattute, mandole peste, zuccaro, petrosellino, canella, peuere et zafrano; lepori non pochi, conigli, ceruotti et cerui, capretti, castroni et uitelli, porcelletti et porchi domestichi et seluaggi. De pessi seguino gli arbori a questi non lontano; de ostreghe, ricci anchora, granceuoli, cappe, dattoli, pantalene et quanto mai se ponno trouare per il mare tutto, per li fiumi et dentro le lacune. È uero, che la mattina fino all'hora de mangiare, tutti sono lessi, a mezzogiorno rosti, soffritti la sera, et la mezza notte de molti et quasi infiniti gusteuoli sapori. La terza montagna è de recotta marauigliosa, con boschi et selue d'arbori senza foglie, ma frutta tutti, secondo la uaria stagione, perchè la mattina son puine calde et tenerelle, cauo de latte et gioncade; nel mezzo giorno, formaggi dolci et formagietti, e de quelli longhi, anchora degli altri, che chiamano teane; la sera son duri et salati. Quando se sfende la scorza per leuante corre botiro; uerso il ponente, latte; et nel tronco, in forma de fongi, tutti produceno eccellenti rafioli. Nella estate, odoran d'acqua rosa et uiole, nell'inuerno son tutte moscate. La quarta montagna, che dapò per ordine se colloca, è de zuccaro tutta, de herbe coperta,de boschi et selue, poco minore delle prime; et son confetti li frutti, li fiori. Le scorze, li tronchi et le radice anchora hanno mirabile proprietà: se la scorza intacchi o sfendi, como siropo distilla gioso, abondante de sapor buono et uario nel colore, perchè odora del legno da doue descende. Iui tu uedi le selue de canella, de zenzero uerde, et quella de noce moscata, de gariofili, et del balsamo li arbustelli, de tutte le specie, ancor de mirabolani citroni, limoni, naranci et pomi adami, peri moscatelli, et tutti altri ancora, mandole et noce, persichi et susini, ceriese con marasche, zucche, cucumeri, citruli et meloni. Tu non potrai tanto diligentemente immaginare tra le cose tutte, che in quella non troui de più e de migliore. La quinta montagna, larga e spatiosa, che tra l'oriente e mezzo giorno segue, de uerde ellera è coperta, et produce per fiori gotti, tazze, ingestare e altri belli uasi per beuere. E, da poi beuuto, se mangiano, de sapore del uino, anchora tenti del proprio colore. E pullula per tutto territufoli in molta quantità, che parono edifici adorni d'ellera, grandi como case; ma quando, o per tempo o per artificio, se sfendino, buttan uino in modo de fiumara, di qualunque sapore, odorante et buono; e discorrendo giuso in la pianura, fanno de uino un gran lago, che par mare, tra le onde del qual monstri assai notano, de effigie certo marauigliosa. Representan queste bestie faccia humana, non in tutto, perchè han pochi denti, il mostaccio acuto, come musciolini le ale; uanno intorno in forma de rota, non correspondenti in alcun uolere, il uentre hanno de porco, mozzo il busto senza coda, spinoso tutto, come riccio marino. Ecco, può questi, uno alto monte, che tocchi in cielo, con fontane, riuoli e fiumicelli, de traspirante acque et ogli d'odor soaui, laghi anchor assai de zibetto e altri unguenti pretiosi, grotte e cauerne quasi infinite, de terra che par musco ad ogni proua, e non pochi de ambracan, monti di belzuin e di storace, selue, boschetti, intorno e in cima, de ligno aloe, e simile piante, d'odor suaue, ch'io non dico. Verso la parte de oriente, sta una gran pianura habitata di ragni, grandi come boui. Niente differissen dagli altri, dico de colori uariati, eccetto nel uolto, che par a quello d'huomo se assomigli. Questi filano e tessino panni e tele de lino, lana e seta, de qualunque finezza e degno colore. Frequentano la insula tutti li circunuicini, ma non ui abitano molto tempo, perche quel'aere, a qualunque molto ui dimora, produce pedocchi grandi e rabbiosi, che tutto lo stracciano, magnano, e finalmente con la miseria lo uccide.Desio. O fortunati quelli, che a questa finitimi stanno! O sorte, eperchè non son io lì uicino habitatore! O beato te, Piaceuolezza, che de tante buone cose hai fatto proua!Piacevolezza. Noi del eminente pericolo aduertiti, de ciò, che era bisogno, condutto in naue, il terzo giorno, lasciati da parte li conuiuali liti, uerso oriente drizzauamo il camino, tuttauia con lo pomo e fuoco, a nostro uolere faceuamo la uela sgionfa. Così per giorni quindeci ne conuenne le onde sole e il cielo uedere, fin che una mattina al leuar del sole, uedemo un pesse de grandezza tale, che li occhi soli pareano due montagne, eleuate oltra mesura, lustri, scintillanti, e per entro se uedeano campagne, monti, con cittate, gli huomini anchora, e ogni loro opra. Tutti gli altri membri a questi correspondeano. Con la bocca aperta espettaua noi per ingiottirne con tutta la naue.Desio. Et che facesti uoi?Piacevolezza. Voltata in la destra parte la prora, con lo aiuto del pomo, come prima, e le castagne con il foco per nostro riparo uoltamo al pesse, e li facemo gran fortuna, exasperando le spumose onde in alto, che pareano toccar al cielo, fin tanto che della uista nostra fu occultato: quieti d'animo nauigando, lasciamo ogni paura. Finalmente, nel uigesimo giorno, si trouamo in un dilettante et ameno loco; ma, perchè la regione incognita era, da longi fece firmar nostra naue, et scandagliando l'acque nostro gubernatore, s'accorge, che dalla montagna emimente et sublime, lì uicino, nimbo descendea gliomerante, con strepito e furioso. Impauriti dunque tutti, abbassamo li arbori, et con pegola et stoppe serrata ogni perta, così ascosi e timidi dentro aspettauamo nostra uentura. O mirabilità del mondo! come serò creduto io de cosa tanto inaudita e noua? Il nimbo uenne: l'onde del mare bolliuano, rompironse le porte, che con le tenace ancore il legno sosteneuano. In un subito (ascolta marauiglia) quanto che 'l nimbo bagnò della naue, in pesce fo conuertito, la prora con il castello capo deuenne, il resto corpo, in longa coda nostro bon timone. De ligno dunque in acquatile animal trasmutato, discorreua il mare, di sopra, per mezzo, al fondo, et in ciascun loco, così nella superfice. Vedeuamo insule assai, grande, piccole et mediane, ferme, natante, alcune altre s'occultauano, e non poche sorgendo nasceuan da dentro il mare. Tutta uia, scontrauamo pesci di sopra, di sotto et di qualunque lato, de corpi et figure tanto strani, che la mente teme lor memoria. Montagne eran nel basso, pianure, con ualle, arbori, boschi, uille, castella et città, habitation prima d'huomini. Arbori de coralli in altre parte, rossi, bianchi et neri; gemme assai, oro, argento, e ogni altro minerale; fonti d'acqua dolce che sorgean, grosse fiumare disperse per tutto, come qui di sopra.Desio. Per donde uedeui tu tante cose?Piacevolezza. Eran certe uie artificiate, con gradi in modo de scala, da noi fatte, per le qual si ascendea nell'ultimo concauo delli occhi del pesce, da doue discerneuamo ogni cosa.Desio. Segui, te prego; che uedesti anchora?Piacevolezza. Li pesci ne eran molesti per ogni lato, conoscendo noi dentro gli occhi caminare; ma il nostro, che di ciò se accorse, mordeali e stratiaua con denti, feriua con le spine, et sbattea hor questo, hor quello con squassi del mustazzo, ale, e coda, de maniera, che piccoli e grandi nel geno marino odiauano noi. Ma un giorno, tra gli molti, (discorso il mare, può la mirabile trasformatione, sette fiate) infestaronlo quasi infiniti pesci potenti e marauigliosi, di sopra, di sotto, e d'ogni parte, di modo che per li affanni tanti non potea più far defensa. E per tanto, rilassate le ampie ale, e piegata la affannata testa, finalmente abbandonata la gubernatrice coda, se remesse. Pensa, amico, se eramo gionti à mal partito! Uniti dunque tutti li compagni, se consigliamo far l'ultimo potere: e così ponamo a segno tutte l'artelarie, schioppi, archibusi et bombarde, parte per la bocca, aperta con forza de legnami, et parte per sotto della coda, da doue il superfluo se espurga. Quando ne parse tempo, dessemo foco. Li tuoni forno grandi, il uento multiplice et il fumo. Bolliua il mare, per ogni parte se uedean le gran ferute, altri moriuan subito, alcuni alla morte uicini, stropiaronsi molti, e non pochi, storditi dal romore e nouità, fuggirono: de maniera che libero da tanti affanni restò il nostro, per le onde bellamente prendendo riposo. Quando, nel meglio della nostra quiete, un mirabil pesce, de potere oltra misura, inuilito forse per l'aspra guerra e bombardare (cosa inusitata, e da quello mai più compresa) pose il mostaccio e tutta la testa, sotto il uentre del nostro, che dormia, et con gran prestezza dall'acqua in aere sbalzando eleuollo. Questo, compreso e dal dormir remesso, le ampie ale stende, l'accorto hospite sostiense in quelle, et retarda suo peso, che cala, non in mare ma in terra, senza incommodo de corpo, lontano assai del lito. Priuo dunque del sussidio marino, piegò la testa, sotto del gran uentre, poi quella coperse tutta delle ale, e intorno colla coda circongirolla. Trascorsino li giorni, e, per il caldo del sole, desiccosse il grosso corio e diuenne scorza dura. Il caldo dentro uigorato fece sua opra, e, come gionse la luna nel destro trino, sfessesi per longo nella parte suprema, per la qual drago alato, grande e fulminante fora cacciosse. Così con piedi per la terra, con le estense ale per aere, ad ogni suo piacere (audace e forte sopra tutte cose) non restaua da parte in parte il mondocercare. Vn giorno, discorrendo, nelle montagne e spelonche di dragoni peruenne. Questa è una regione, Dragonara appellata, perchè li draghi (e non altri) iui stanno, grandi e superbi, molto rabidi e insidiosi. Quando l'han uisto, uniti tutti a gran furore il nostro insultano, con sibili orrendi, crudi morsi e dispietato sgrafognar de ongie, ma non che restassero aspramente battere anchora con le code. Defesesi, con audacia e potere, il nostro buon compagno, hospite fido, e curioso capitano. Questo et quell'altro sbattendo, hor con morsi uigorosi squassaua, hor stracciaua con le adunche e dure ongie, e aspramente feria anchora esso con la coda. Così, per spatio di tre giorni, durò l'aspra e marauigliosa guerra. Ma essendo solo e la moltitudine unita, che tutta uia li sopragiongea, remirando, se tirò da parte, disperato a l'ultima difesa. Noi, che per entro gli occhi uedeuamo ogni cosa, mettemo in ponto nostre artelarie; et con grossi e longhi legni la gran bocca li tenemo aperta. Il simile anchora quella uscita, che è dopo il uentre e tra la coda. Apri e serra, così in un tratto con il foco scrocamo le artellarie per ogni parte. Il romor fo mirabile e stupendo, multiplicosse la poluere e il gran fumo per tutta la mala regione. Li draghi feriti e morti forono assai, stropiati non pochi, e altri, perterriti dal nouo caso, fuggirono. Noi, conseguendo la incominciata uittoria, non mancamo con bombarde, fulminare per le selue tutte, spelonche e alte montagne. Per la qual cosa nelli folti boschi il foco fiammegiaua, e con l'aiuto de nostre castagne, spengemo il uento molto furioso, intorno girando, fin che de draghi ne parse hauer sufficiente la uendetta. Finita dunque, il nostro triumphalmente abbandonò la mala, iniqua e pessima regione; e, per molti miglia allontanato, se ritronò in la prouincia della Verità. Questa in alto sopragiace de una elleuata montagna, piana tutta e circulare, intorno ui stanno ombrosi boschi, de spineti assai; non è molto ampla, ma abbonda de marauiglie. In mezzo della qual sorge un uiuo fonte, de uirtù miranda, perchè qualunque di quella limpida e chiara onde beue, conosce, sa e intende ciò, che tacitamente le pietre parlano, li metalli, le herbe, gli arbori e tutti li animali. Vacillaua per il primo nostra mente; poi, fatti usi, prendeuamo piacere. Iui se odiuano tutte quelle cose, che fanno de una in un altra effigie trasmutare: di uecchi gioueni, belli e uigorosi: de poueri, ricchi: de infelici, fortunati: de matti, temprati: de ignari, sapienti: de pigri, ueloci e liggieri: de uili e eietti signori nominati: de muti, eloquenti: de sterili, fecundi: de brutti, belli; e simile marauiglie, con soaue e diletteuol melodia.Desio. O felice peregrino, che anchora serui tanto accortamente la memoria de tutte queste cose, non te rincresca memorar qualche bel detto.Piacevolezza. Volentieri, aponto de questa pietra, che ho qui meco, dentro la scarsella, qual notte e giorno simil uersi canta:Io fo passar l'huomo invisibileEt d'ogni nocumento il do securo.Con mente allegra e corpo impassibile.Dall'hora in qua intendemo il uoler del drago e esso il nostro anchora.Desio. Recogliesti uoi de tante degne cose?Piacevolezza. De tutte. E poi fessemo partita. Così, in pochi giorni, discorrendo e con il uolo, conuenimo nel Regno della infirmità. Questo è amplo e spatioso tanto, che non basteria una età caminarlo; con alte montagne, cauerne, vore, e precipitij infiniti, e sopra tutti quelli, stan signori proprij, sudditi alla potente Regina, per recogliere la seme delle lesione, molestie e impedimenti, alli corpi animati. Dalle uore profonde, il uiolente morbo nasce; dalle alte montagne, le seme della febre; della podagra nel piano morbida se annida; della rogna in grebani quiesce e così proportionatamente ciascuna.Desio. Come facesti con tali signori?Piacevolezza. Bene, perchè eramo securi, a dirti il uero, con le tante uirtù de herbe, gemme e metalli, che erano con noi.Desio. Ho sempre inteso le mirande uirtù nelle herbe e pietre esser, anchor nelle parole.Piacevolezza. Questa ultima se troua in Ferulara insula. Ma perchè iui habitano le inique e false persone, de quelle, dico, che con le rete e fuoco fessemo gran strage, pretermessi. E per tanto, drizzato nostro camino in la insula Nominanza, dalli giganti habitata, acquistamo gemme e monete d'oro e argento, quale superan tutte le cose del mondo, che se fanno e reggino.Desio. Et che poter hanno li signori prenominati, sudditi alla tremenda Regina?Piacevolezza. Obedissen a quelli tutte le seme; e, doue a lor piace, mandanle, quando soffia il uento; e secondo, le legge se li impone, fanno. Sappi, che de tutte recogliessimo noi entro le scatole e sacchi e molte casse anchora.Desio. Et perchè?Piacevolezza. Per mandarle doue, che ne fosse di piacere.Desio. Obediuano poi?Piacevolezza. Come a lor proprij signori. Finalmente, abbandonati li penosi luochi, capitassimo in uno altro Regno, molto più stupendo delle marauiglie prime. Edificio, gran signor, quello gubernia, compartito in sette parte principali: la prima tutta è de castelli, campanili e torre, habitata: la seconda, de pallazzi, ampli e sublimi: la terza de case d'ogni qualitate: la quarta de muri semplici e colonne: la quinta de fenestre uariate: la sesta de scale, de qualunque maniera: nella settima e ultima del Regno, le uessate e stridente porte stanno. Il paese è piano tutto, de belle campagne. Parlano questi in lor linguaggio come noi, se maritano e fan figliuoli, peregrinano e contrattano faccende, fanno guerre e inimicansi, mangiano e beuino, uestino, dormino, uigilano, e fanno delle altre cose; ma, sopra tutto, li castelli, torre, e campanili, sono musichi e eccellenti cantori. Anchora, in molti luochi di questo Regno, ascolta marauiglia! longo tempo bandiscono la morte, con ditto manifesto, che ciascuno intende! Di fuori son tutti felici. Ma se tu uedessi dentro! de quanti incommodi, sinestri e mali repleti stanno, de sorzi, toppi ciechi che cauano la terra, de orsi, che con le adunche ongie, sotto di quelli le cauerne preparano, anchor de uolpe, conigli e formiche: piangeresti della gran pietate. Noi dunque, pieni de cordoglio, a molti prestamo rimedio.Desio. Et che poteuase per quelle fare?Piacevolezza. Snodamo molti sacchi et scatole delle seme della infirmità, in quelli dentro per ogni luoco. Secondo le legge della tremenda Regina; a qualunque se annidasse per li lor confini, strettamente abbraccino.Desio. Che seme forno?Piacevolezza. Della rogna primo, e d'ogni spetie di dolori, di febbre, uomiti, flussi, sospiri, gemiti, uertigine, podagra, ciragra, grauezza e curuità nelle suddite spalle, fame, sete e uigilie, terrori subiti, e d'ogni altra spetie, che offende gli animali nelli castelli, torre, e campanili. Questo fatto, lasciamo da parte ogni lor marauiglia. Tuttauia in questo e in quell'altro luoco peregrinando procedeamo (e per breuemente dirti in conclusione) fin che la terra tutta da noi fo cercata, le uille, le castella e le cittade, le prouintie, montagne e monti, ualle con pianure, e ciascuno altro accessibil luoco. Questo ti basta fin qui del sodo haver inteso, ascolta un poco dell'aere e haverai piacere. Cercata la terra, volando in aere se elleva il drago, per vedere; e nel primo, scontramo le strighe, li demoni tutti, le fantasme, le furie, con le pene; altre anchora figure horrende, de nebuleo fumo impastate, che mai in una preseruano, anci quanto più le sguardi, se scambiano, e fanno altrui qui dal basso uacillare, quando in montagne, boschi, case, castella e cittade, teste de bestie terrene e de pesci uarij, navigi efferati: e in summa quanto mai alcuno si puote immaginare, quiui è la sua sedie e principal imperio.Desio. Hai tu uisto la pioggia, le grandine e neue, li tuoni e fulgori, da doue cascano? e perchè soffian li venti tanto uarij?Piacevolezza. Si bene. Et hauerai piacere, se tu le intendi. Nota, prima che altro io dica: queste cose tante, che da qui giù se uede nel aere, delle strighe e fantasme paventose, sono suggette uariatamente a proprî signori, che li esercitan doue a lor piace. Et per tanto, alcuno di essi, con sacchi de tela de ragno, come nebule fatti, uanno dentro al mare; e, pieni d'acqua, nell'aere poi le portan suso. Così delli fiumi, rivoli e fontane. Altri nelli deserti uanno per siccita; per il freddo, alcuni, nelle gelate parte; molti nelle torride, per il caldo e fuoco; e non pochi, dalle caverne e tra monti li venti eccitando, con li udri sorbino. Variano questi, secondo che a lor patroni segue il dominio, in una o in un'altra parte. Nell'aere gionti poi, quando che hanno fretta, quelli delli sacchi e questi con li udri, strengensi, comprimendo l'un l'altro: e di quel ui è dentro, per forza in gioccie convertito, esce, e giù precipitando per l'aere discende, uince la moltitudine e quella appare. Ma la neue sottilmente la taglian a sfogli, e così distesa la tengono in parte, l'un sopra l'altro liggiermente stivati, e quando è il conflitto dalla parte settentrionale, se rompono in pezzetti: e qui più gravando cascano. Le grandine sono cristallo dal freddo anchor non confirmato, gravan nell'aere e discenden gioso. Li folgori intervengono, con li tuoni, quando battaglian questi gran signori tra loro; li serui in quello stretti l'un l'altro furiosamente batte e percote; infiammase l'aere per la fretta, e giù da noi risplende, le botte per il vacuo intonano, e ui fan tanto stupidi mirare. Li udri si rompono per il forte sorbire; fugge il uento, che iui se aprende, e discorre per le parte qui da noi. Sappi più oltra, che l'aere, così spatioso, è tutto abitato de cose uarie, quanto cape la terra e mare. Dall'in giù le seme descendino; fruttifican poi, secondo son locate. Più che circonda sta lo antiquo drago, qual tutto de occhi scintillanti suo corpo adorno riueste, gionge la testa con la coda, li piedi ambi, e tutto couerze con le ale. Vno occhio solo ha in fronte, grande, lustro, claro e bello. Vn altro può in la ponta della coda, qual uoglie et riuoglie spesso e l'affatica. Con questi e con li altri,anchor con quelli, che da qui non si uedeno, mira nell'aere, nella terra e nel mare: così a suo modo le regge e diletta. Quando questo antiquo, uicini esser ne comprese, sdegnato forte sguardò nell'aere e tutto il commosse. Per fuggir dunque, il nostro Duce, in questo et in quell'altro lato uolgendo giraua, ma non potea oltra passare, perchè il tutto intra sè abbraccia. Hor in tal maniera da parte in parte per l'aere uagando, ostacoli parati troua, guerra continua, e pugna; che non manca iui gli affanni, e le gran fatiche; iui abbondan li sudori sanguinolenti; iui la morte ogni ora era palese. Finalmente, retornati in noi, con le herbe, con li metalli e con le gemme anchora, mitigamo li obstaculi e quel antiquo drago; e per la uirtù intrinseca, che non manca, se fessemo conoscere, et esso conoscemo noi. Per la qual cosa, de terore in piacer tutti reuolti, tornamo in giù, e te primo che altro ho qui ueduto.[i]Alle quattro parole, alle quali ho sostituito puntini, vedi un riscontro nelVerville,Moyen de parvenir. (LVI.Théorème) dove parla degli abitanti di Lubecca.[ii]Tempesta, qui val gragnuola, alla lombarda.[iii]Cf.Basile,Pentamerone.Pintosmauto.[iv]Naranci. Vedi, pagina 309, postilla i.

XXVII.IL FIGLIOLO DEL PECORAIO.[1]C'era una volta un omo e una donna, che facevano i pastori in montagna ed avevano un ragazzotto di diciassette anni per figliolo. Ma non gli volevano punto bene. Sicchè, per levarselo d'attorno, lo mandavano sempre al bosco con un tozzaccio di pan nero a badare alle pecore. Un giorno, un agnello del branco cascò in un botro e si sfragellò tutto e morì. Non c'è da dire quanto que' cattivi genitori strapazzassero il povero ragazzo. Ed anzi, picchiatolo a quel dio, abbenchè fosse già notte, lo scacciarono fuori di casa, minacciando ammazzarlo se più ci tornasse. Il meschino, piangendo, vagolò un pezzo ne' contorni senza sapere dove andare, fino a che, rifinito e affamato, giunse ad un fosso vôto; e, raggriccito dal freddo, lì si potè alla peggio accoccolare, dopo essersi accomodato un po' di lettuccio con foglie secche. Ma non gli riuscì dormire, sia dalla paura di trovarsi solo al bujo, sia perchè ripensava a' casi suoi e incerto del poi. Era da poco il ragazzotto dentro al sasso, quando capitò un omo, che gli disse:—«Ohè! tu hai preso il mio letto, temerario. Che ci fai costì?»—Tutto impaurito, il ragazzotto si messe a raccontargli le sue disgrazie. E lo pregò, che non lo scacciasse, ma s'accontentasse per quella notte di fare a mezzo del ricovero, che a bruzzolo anderebbe via, dove la sorte lo menasse. L'omo acconsentì di bona voglia ed anzi fu molto contento nel trovare il vôto del sassopieno di foglie secche; chè lui non ci aveva mai pensato a farsi con esse un letticciuolo meno duro e più caldo. Il ragazzotto si rannicchiò da una parte quanto più potè, e stette quieto e finse di dormire, perchè era in non piccolo sospetto del compagno. L'omo intanto borbottava fra sè e sè, credendo non essere inteso; e diceva:—«Che cosa regalerò a questo ragazzotto, che m'ha empiuto di foglie secche il mio ricovero, e si tiene così da parte per non darmi fastidio, sicchè pare, che non ci sia?»—Il ragazzotto sentiva bene il ragionamento, ma figurava di essere appioppato. Venuta la mattina disse l'omo:—«Ha' tu dormito, ragazzo?»—E lui:—«Altro! meglio che nel mi' letto. Ma è giorno: devo andar via e girandolare per il mondo, perchè a casa non mi ci vogliono più, e, se ci torno, il babbo e la mamma m'han detto, che m'ammazzano. Scusate l'incomodo. Addio.»—E s'avviava piangendo.—«Aspetta un po', ragazzo;»—gli disse quell'omo:—«Stanotte sono stato contento di te, e ti voglio regalare certe bricciche, che ti possono essere di gran comodo per il mondo. Ecco. Questo è un tovagliolino di filo; ogni volta, che lo spiegherai, se tu gli ordini da desinare, ti darà da mangiare per te e per quanti siete a tavola[2]. Questa è una scatolina; ogni volta, che tu l'apra, ti darà una moneta di oro[3]. Questo è un organino; se tu ti metti a sonarlo, balleranno, sinchè tu voi, tutti quelli, che lo sentiranno. Ora va' e non ti scordare di me.»—Il ragazzotto, un po' incredulo, accettò i regali e se n'andò pe' fatti suoi. Cammina, cammina, il ragazzotto giunse ad una città piena di popolo, dove si preparavano grandi feste e giostre. Il Re aveva bandito, che chiunque fosse tanto ricco da mettere in deposito una grossa somma di quattrini, lo avrebbe lasciato giocare la sua propria figliola, con promessa di darla in moglie, assiemeal tesoro ammucchiato, al vincitore. Questo saputo, il ragazzotto disse fra sè:—«Ecco il momento di far prova della scatolina. Anche io vo' mettermi in fila, se la scatolina mi dà i quattrini.»—Detto fatto, comincia ad aprirla e chiuderla; e ogni volta c'era dentro una bella moneta di oro lampante. In poco tempo ebbe una bella somma, e si comprò de' cavalli e delle[4]armi, prese de' servitori, e si vestì come un principe. E, andato dal Re, gli dette in deposito una gran somma di quattrini, facendosi credere figliolo del Re di Portogallo, e volse essere accettato per giocatore della sua figliola. In somma, fu assistito dalla fortuna; e, guadagnata la partita, il Re lo dichiarò fidanzato della Principessa. Ma il ragazzotto pastore, non essendo stato allevato che fra le pecore, commetteva tante malcreanze, che diede molto sospetto del suo parentato. Segretamente, dunque, il Re spedì persone fidate e furbe pel Regno e per i paesi vicini a ricercare notizie; se il promesso della Principessa era o nò figliolo del Re di Portogallo. Le diligenze fatte portarono a scoprire la verità: per cui il Re, stizzito dalla rabbia e dalla vergogna, ordinò, che subito si arrestasse il traditore e si ponesse nella prigione sotterranea, che rimaneva sotto la sala del convito. Il ragazzotto si trovò a un tratto in prigione, quando s'era creduto diventare Re. Lì vi eran pur altri diciannove carcerati, che, vedendolo entrare, gli dettero il ben venuto con grande allegria. E lui a raccontargli quel, che gli era intravenuto; e chi n'aveva compassione e chi lo sbeffeggiava. Dopo poco, eccoti il carceriere a portare da mangiare: pan nero, e a mandarlo giù, de' secchi d'acqua pura. Disse, allora che il carceriere ebbe riserrato l'uscio co' catenacci, il ragazzotto:—«Buttate via codesta roba: ce l'ho io un bel desinare per tutti.»—E i compagni:—«Che buffone! o che sie' matto? Come vo' tu farea darci tavola imbandita?»—«Ora vedrete,»—rispose il ragazzotto. E, spiegacciato il tovagliolino di filo, disse forte:—«Su, tovagliolo, apparecchia per venti.»—Detto fatto, apparì un bel desinare per venti, chè non ci mancava proprio nulla, neppure del meglio vino. I carcerati buttarono via il pan nero e l'acqua, e papparono al tovagliolino a crepa—pelle. Il carceriere intanto, tutti i giorni, vedendo il pan nero e l'acqua per le terre, e nonostante vegeti e vispoli i carcerati, non sapeva che lunarî farci su; e, andato dal Re, gli raccontò quel, che accadeva. Il Re, incuriosito, volle assicurarsi della cosa cogli occhi suoi e interrogare da sè i carcerati; e, sceso giù nella prigione, disse:—«Com'è, che sbeffate il solito desinare e pur campate e bene? Via, non dite bugie, che vi perdono di già, se mi schiarite del vero.»—E il ragazzotto, fattosi innanzi, gli rispose:—«Maestà, sono io, che dò a tutti i miei compagni da mangiare e da bere, meglio che alla vostra tavola. Anzi, se volete accettare, v'invito oggi anche voi; e v'assicuro, che resterete contento.»—«Accetto,»—disse il Re:—«Vo' vedere come tu sa' fare e come mi tratti.»—Il ragazzotto subito spiegacciò il tovagliolino di filo e comandò forte:—«Su tovagliolo, apparecchia per ventuno e da Re.» Il tovagliolo obbedì; con grande meraviglia del Re, che desinò meglio che alla propria tavola. Finito di mangiare, il Re disse al ragazzo:—«Mi vendi il tovagliolo?»—«Perchè no, Maestà?»—gli rispose il ragazzo.—«Ma a patto, che mi lasciate dormire una notte colla vostra figliola, mia fidanzata.»—Il Re pensò un poco; e poi disse:—«Sì, te l'accordo. Ma a patto, che tu starai sulla sponda del letto, a finestre aperte; e in camera ci saranno otto guardie e un lampione acceso.»—«Vada per quel, che volete, Maestà,»—riprese il ragazzotto—«e il tovaglioloè vostro.»—Il ragazzotto dormì una notte colla figliola del Re, a quel modo, senza potersi mòvere e toccarla. E, il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. Quando i carcerati veddero rientrare in prigione il ragazzotto, si posero a canzonarlo e bociavano:—«Che citrullo! guarda il minchione! Bisognerà bene mangiare adesso pan nero e bere acqua di pozzo. Che patto grasso tu facesti col Re!»—Disse il ragazzotto:—«Se non si mangiasse anche co' quattrini!»—E i carcerati:—«O dove gli hai i quattrini da scialare?»—«Lasciatevi servire,»—replicò il ragazzotto. E, tirata fori di tasca la scatolina, si messe ad aprirla e serrarla, sicchè in un momento ammonticchiò di molte monete d'oro. Con queste apparecchiò tutti i giorni un desinare ai carcerati; sicchè di novo tutto maravigliato il carceriere corse dal Re, a raccontargli l'avvenuto. Il Re subito sceso nella prigione, quando seppe ogni cosa, disse al ragazzotto.—«Vo' tu vendermela la scatolina?»—«Perchè nò, Maestà? Magari!»—gli rispose il ragazzotto.—«Ma col medesimo patto di prima.»—«E io te l'accordo,»—disse il Re,—«co' medesimi patti di prima.»—Stretto il contratto, il ragazzotto dormì un'altra volta colla figliola del Re; ma non la potè toccare, meno che colla punta di un dito. Il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. I carcerati, vedendo di novo il ragazzotto, più che mai lo canzonarono; e bociavano:—«Ora poi la cuccagna è finita. Bisognerà bene adattarsi al pan nero e all'acqua di pozzo.»—«Pazienza!»—riprese il ragazzotto.—«Ma non mancherà l'allegria. Se non si desina da signori, si ballerà da matti.»—«Come, come?»—gridarono i carcerati. Disse il ragazzotto:—«Aspettate, che il Re sia quì sopra al convito, e vedrete.»—Di lì a un momento sonò la campana del pranzo reale; e i convitati, andati in sala col Re e lasua corte, si sedettero a mensa: quando il ragazzotto, tirato fuori l'organino, disse:—«Organino, comando, che tutti ballino alla mensa del Re;»—e si diè a sonare di gran forza. Come presi dalla mattìa, tutti cominciarono a ballare a furore nella sala del convito: uomini, donne, mobili; le stoviglie si sfrantumarono; le pietanze andarono per le terre; chi picchiava la testa ne' muri o nel soffitto da' gran sbalzi, che era obbligato a fare; il Re urlava a gola squarciata, non sapendo in che mondo si fosse. Avendo il ragazzotto smesso un po' di sonare, il Re, tutto trafelato, scese nella prigione; e domandò, chi fosse la cagione di quello scompiglio.—«Son'io,»—disse il ragazzotto,—«con questo organino!»—e giù a sonare da capo. E il Re salta di quà, salta di là, che pareva un razzo matto.—«Smetti, smetti!»—berciava il Re—«mi rovini!»—Quando il ragazzotto ebbe smesso, disse il Re:—«Vo' tu venderlo, cotesto organino indemoniato?»—«Perchè nò, Maestà?»—rispose il ragazzotto:—«ma a che patti?»—«A' patti di prima,»—riprese il Re. E il ragazzotto:—«Marameo! O novi patti o ricomincio a sonare; e sono, finchè non siate tutti morti sfiaccolati.»—Il Re, impaurito, disse:—«Fagli te i patti!»—«Ecco,»—il ragazzo rispose:—«Voglio, che mi s'accordi di sentire le brame della vostra figliola, quando sono nel su' letto; e che lei sia obbligata a rispondere. Io starò a quel, che lei vole.»—Il Re pensò un poco e poi disse:—«Te l'accordo. Ma in camera ci saranno doppie guardie e due lampioni accesi.»—A pena uscito di lì, il Re fece chiamare in segreto la figliola, e gli disse:—«Ti comando, che, questa notte, quando tu sarai al letto collo sposo, tu risponda sempre dinoalle sue richieste.»—La figliola, inchinandosi, replicò:—«Padre, sarete obbedito.»—Venuta la sera, il ragazzotto se n'andiedea letto colla figliola del Re; e, dopo un po' che erano sdraiati, disse lui alla Principessa:—«Col fresco, che fa, vi par bene, sposa mia, che le finestre stiano aperte?»—Rispose la Principessa:—«No.»—«Dunque, guardie,»—gridò il ragazzotto,—«per comando della Principessa, serrate le finestre.»—E le finestre furono serrate. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che stiamo al letto con tutte queste guardie d'attorno?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto:—«Dunque, guardie, per comando della Principessa, andate via, subito.»—E le guardie se s'andarono. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che si dorma con questi lampioni accesi?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto, alzatosi, in un attimo spense tutti e due i lampioni; e restarono al buio. Rientrato a letto nel suo cantuccio, lasciato passare un po' di tempo, disse il ragazzotto:—«Siamo sposi e pur si sta tanto discosti fra noi! Vi par bene, sposa mia, che si resti la notte così lontani?»—E la Principessa:—«No.»—Allora diviato il ragazzotto si fece vicino alla Principessa, la baciò e l'abbracciò[5]. Quando venne il giorno, e il Re seppe tutto l'accaduto, s'adirò fortemente; e, chiamata la figliola, gli disse di molte male parole per la sua disobbedienza; e voleva, che si tagliasse la testa al ragazzotto. Ma la Principessa gli protestò d'averlo obbedito appuntino e gli raccontò come fossero andate le cose; poi soggiunse:—«Caro padre, questo è ormai il mio sposo; e quel, che è fatto, è fatto. Perdonateci, che ci vogliamo un gran bene.»—Il Re, visto che non c'era più rimedio, cambiò idea; e volle, che lo sposalizio della figliola col ragazzotto pastore si facesse con ogni solennità di feste e di giostre. E i due sposi camparono felici lungamente. E, alla morte del Re, il ragazzo pastore ereditò il Regno.[6]NOTE[1]Raccolta da l'avv. prof. Gherardo Nerucci, che l'ebbe dalla bocca dell'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota.—«Zu Grimm(K. M. N.º 36)Tischchen deckdichu. s. w.»—ecc. I riscontri a questa Novella possono dividersi in tre serie diverse. Nellaprima serie, il possessore di oggetti incantati li perde per l'astuzia d'una donna e poi li riacquista mediante frutta, delle quali una specie produce un difetto corporale, che vien guarito dall'altra. Nellaseconda serie, manca questa ultima parte; ed il possessore riacquista gli oggetti, od impedendo la principessa di frodarlo al giuoco o facendosene amare. Nellaterza seriefinalmente, due oggetti incantati vengono frodati per sostituzione dagli ospiti e riacquistati mediante il terzo, che suol essere un bastone, che batte comandato senza remissione. Allaprima seriedi riscontri appartengono:—I.Gesta Romanorum, il capitolo CXX (dove i fichi fanno diventar lebbroso).—II.La vurza, lu firriolu e lu cornu 'nfatatu(Pitrè. Op. cit) Tre fratelli trovano sotto tre mattoni della soglia della casa paterna, che il padre s'era riserbati nel venderla, una borsa denenaripara, un ferrajuolo invisibilifico ed un corno, che suscita eserciti. Il maggiore si fa rubare tutt'e tre le cose da una Reginotta; cui poi vende de' fichi, che fan venir le corna; e da cui se le fa restituire, per guarirla.—III.Von dem Schäfer, der die Kœnigstochter zum Lachen brachte(Gonzenbach. Op. cit.) Un pastorello trova sul margine d'una fontana uno anello, che fa sternutire senza fine, chi l'ha alla destra. Delibera servirsene, per ottenere la Reginotta, promessa in isposa a chi la farà ridere. Pernottando sur un albero, sente un colloquio di ladri; e poi ruba loro un tovagliuolo, una borsa ed un fischietto incantato. Ponendo lo anello sternutatorio al dito del Re, fa ridere la Principessa. Ma il Re, sdegnato, il manda in carcere; dove poi, mantenendo egli allegri i compagni di sventura co' tre oggetti incantati, questi gli vengon fatti rapire dal Re. Evade. Scopre una ficaja con fichi bianchi e neri; i primi fanno passar le corna prodotte da' secondi. Così riacquista le sue quattro coserelle ed ottiene la Reginotta in moglie.—Allaseconda seriedi riscontri, appartengono:—I. La novella presente.—II.Petru lu Massariotu(Pitrè. Op. cit.)—Allaterza seriedi riscontrifinalmente spetta:—I.Lo Cunto dell'Uerco, trattenimento I. della I. giornata delPentamerone:—«Antuono de Marigliano, ped essere l'arcefanfaro de li catammare, cacciato da la mamma, sse mese a li servizie de 'n Uerco. Da lo quale, volenno vedere la casa soja, è regalato cchiù bote; e sempre sse fa corrivare da 'no tavernaro. All'utemo le da 'na mazza, la quale castiga la 'gnoranzia soja, fa pagare la penitenzia all'Oste de la furberia e arrecchisce la casa soja.»—II.Pitrè(Op. cit.)Lu scarpareddu mortu de fami.—III.Pitrè(ibid)La Munachedda.—IV.Gonzenbach(Op. cit.)Zaubergerte, Goldesel, Knueppelchen schlagt zu.—V.Bernoni(Op. cit.)Ari Ari, caga danari.—VI.De Gubernatis, (Novelline di Santo Stefano di Calcinaja, XXI.)Bastoncrocchia.[2]Similmente ha favoleggiato il Marino nell'Adone (Canto XIII, 228—229.) Mercurio parla in siffatta guisa al figliuol di Mirra:Poi che una noce d'or colta ne avrai,Fa che appo te, ne' tuoi viaggi incerti,La rechi ognor, senza lasciarla mai;Perchè valloni sterili e desertiPassar convienti, inabitati assai,Là dove stanco di sì lunghi erroriPenuria avrai di cibi e di licori.Il guscio aprendo allor de l'aurea noce,Vedrai nuovo miracolo inudito.Vedrai repente comparir veloceSovra mensa real lauto convito;Da ministri incorporei e senza voce,Senza saper da cui, sarai servito.Nè mancherà d'intorno in copia grandeApparato di vini e di vivande.Difatti, (Canto XIV, 8.) Adone...Perchè da la fame è spinto a forzaE da la sete a desiar ristoro,Tosto de l'aurea noce apre la scorza,E credenza gli appar d'alto lavoro;E la sete e la fame in un gli ammorzaVasellamento di cristallo e d'oro,Pien di quanto la terra e 'l mar dispensa;E non ha servi et è servito a mensa.[3]Nell'Adone del Cavalier Marino (Canto XII, stanze CCLXX—CCLXXII), l'Idonea promette in nome della Falsirena al protagonista il dono di una moneta,Che, sempre, a chi la spende, indietro riede.Se la spendessi mille volte il giorno,Mille volte in tua man farà ritorno.Una sua borsa ancor vo', ch'abbi appresso,La cui virtù meravigliosa è molto:Dentro vi cresce ognor ciò, che v'è messo,E rende al doppio più, che non n'è tolto.Vedrai, se l'apri, tosto, da sè stessoMoltiplicarsi quel, che v'è raccolto:Se poi vota la lassi e d'oro scarca,Ve ne ritrovi almen sempre una marca.La lucertola avrai da le due code,Perchè, giocando, a guadagnar ti serva, ecc.—Fra leNovelle Moralidel Chierico Regolare SomascoFrancesco Soavece n'è una, intitolataAlimék o la Felicità, Novella Araba, il cui protagonista possiede una borsa, ch'è piena d'oro, qualora egli vuole.][4]De' cavalli e delle armi. Sarebbe più italiano:armi e cavalli.[5]Racconta Tommaso Costo, nella prima delleOtto giornatedelFuggilozio:—«Un certo messer Nazario, milanese, avendo ire a Genova per un suo negozio, non sapeva come farsi, a lasciar la moglie sola e sicura: e perchè essendo giovane e bella, come geloso dell'onore, ne stava grandemente in sospetto; e massime ch'ella era un poco leggeretta. Alla fine, essendo pur costretto a partirsi, le lasciò quest'ordine, che a qualunque persona la richiedesse di qualche servizio, dovesse dir di no. Ciò intendendo un suo vicino, uomo in far delle truffe diligentissimo, andatosene dalla buona donnicciuola, sì le disse:Madonna Pierina, (così aveva nome)se io vi facessi quel servigio(e glielo dichiarò)ve l'avreste voi a male?—No, rispose la galante femmina, ricordandosi dell'ordine del marito. E così furono d'accordo e 'l povero di messer Nazario per la sua sciocca avvertenza rimase burlato; e debitamente, perchè il poco accorto marito suole talvolta esser cagione dell'errore della semplice moglie.»—[6]In questa novella abbiamo oggetti incantati. Affine a questo genere di finzione sono i viaggi fantastici, per paesi meravigliosi, dove si trovano cose impossibili e stupende, de' quali abbiamo anche esempli greci, e mi basterà citare laStoria veradel samosatense, ed i quali diresti scritti per mettere in caricatura i viaggiatori bugiardi. Rifiorì quindi questa maniera di favole nel cinquecento; e piace sempre, come testimonia la popolarità de'Viaggi del Gulliver. Non so resistere alla tentazione di offrirne uno esempio, ricavato da un antico libro e dimenticato, che s'intitola:Opera Nuova, molto utile et piacevole, ove si contiene quattro dialogi, composti per l'eccellentissimo dottor delle Arte (sic) et medico aureato (sic) Messer Angelo de Forte MDXXXII(com'è detto in fine:Stampata in Vinegia per Nicolo (sic) d'Aristotile detto Zoppino nel mese di Agosto MDXXXII). In essa narrazione si troverà una descrizione del paese favoloso, che poi, sotto nome dipaese di Cuccagna, doveva essere celebrato dal Folengo, dal padre Quirico Rossi e da tanti altri, con più o meno spirito.In questo Dialogo si introduce Piacevolezza, felice Peregrino, hauer cercato il mare tutto, dentro et di fuora, la terra et lo aere per fino al cielo, et in questo visto et fatto cose degne di memoria, di grandi et notabili significati, quali narra a Desio, suo amico:Desio. S'io non erro, ecco il mio amico, qual tanto desiderato ho, già sono hormai molti anni et ciascheduno fermamente crede, che sia morto. Questo, che uedo, non è sogno: son par uigilante. Sia quel, che esser può, uo salutarlo. Dio te salui, amico mio; et doue sei tu tanto tempo stato, ouero da quali lontani a noi te transferisci, con spettacolo de habiti tanto strani?Piacevolezza. La longa peregrinatione me ha fatto così da uoi alieno.Desio. Dunque, tu ai peregrinato?Piacevolezza. Non te l'ho ditto io?Desio. Et in che paesi?Piacevolezza. Tutta la terra, il mare, de fore e dentro, l'aere anchora e il concavo (cioè la parte intrinseca) del continente cielo; e ho trouato in questi, li paesi della mirabilità.Desio. Et che uuol dire, che io non intesi mai nominarli?Piacevolezza. Perchè non se ha memoria d'altro, che me, della nostra regione, in quelli hauer peruenuto.Desio. Dunque tu hai trouato nuoui paesi?Piacevolezza. Certamente nuoui.Desio. Et che in quelli uisto hai?Piacevolezza. Mirabile cose.Desio. Mirabile?Piacevolezza. Sì; e, per tanto, regione de mirabilitate le chiamai.Desio. Et che mirabil cose sono queste?Piacevolezza. Tanto che ogni credenza humana trapassano.Desio. Dì, te prego; e non mi lasciar pendente nel tuo parlare.Piacevolezza. Forse non le crederai.Desio. E como non uoglio credere io un tanto amico, quando afferma hauer uisto e toccato?Piacevolezza. Sì, e con giuramento anchora, quanto più santamente me sera possibile. Dunque, ascolta. Che io te giuro per tutti li nulli e la lor potentissima deità; e per la congregatione delli nienti, e li compagni, matre e fratelli, cosa che ognuno teme e abborre; anchora te giuro per la deità e summo potere de uano: che tutto quello dico, ho cercato; e tanto è uero, quanto la equal pianura è monte, o quanto il gambaro, elefante, ouero la mosca, grua e sparuiero. Stante el giuramento, me potrai tu credere.Desio. Fermamente.Piacevolezza. Sono già dodice anni passati, che io, cupido di sapere delle nouitade e cose mirabile, se trouano nelle insule sparse per lo ampio mare occeano, preparai una grande e buona naue, con tutte cose conueniente a mia nauigatione; e, quando me parse tempo, con uento felice, dal sino persico, demo a uenti le ampie uele, uerso la parte meridionale, tuttauia sgionfe. E per spatio de quindeci giorni sulcate le liquide onde, allhora che nel oriente splendido di raggi, dal mare in alto si elleva il sole, peruenimo in la insula Miracolosa. Nella qual preso porto desiderato, li compagni nostri, con uarij giovenil esercitij in la nuoua terra se dauano piacer, e festa, quando uedemo uer de noi uenire gente in battaglione, con ordini et signi de cruda e mortale guerra fare. Spauentati dunque di tanta nouità, gli facemo assapere nostri affari et conditione, quali intesa amicheuolmente receuettero noi. Così allegri l'una e l'altra parte, de molte cose hauessemo a ragionare: ultimo ne fecero certi, come da una insula lì uicina, ueniuano huomini mirabili, audacissimi e crudeli, quali Ferulari chiamano, perchè da ferule marauigliosamente edificati sono, e poi temprati con suco de sferracavallo, impedimento certo d'ogni pungente ferro, o che taglia, smacca e seca. E spesso spesso solleuano la insula, molestando predare: e che eran ritornati in Ferulara (perchè così la insula se appella) a refrescar del magico sucola dura tempratura, e siccata li giorni passati dalli caldi raggi del potente sole; e in quel tempo espettavano il rabbioso stuolo devere, refattosi, lì retornare. Noi, de tanta novitade fatti attoniti, suspensi alquanto, perchè natando sulcauano le acque presti e leggieri, e non potean da alcun tormento per acuto o graue, che fosse, esser dannegiati, pensamo inusitato modo, de superare questi peruersi, iniqui e scelerati. Demo buon animo dunque alli nuoui amici, promettemoli uittoria; e certificamo lor salute. Ascolta, amico mio, cosa mirabile e de che maniera. Fessemo una rete, larga de passi pur assai, e longhezza tanta, che la insula tutta circondaua, de mistura ottima, che abrusia dentro l'acqua e conferua ogni liquore, de solfore dico, salnitrio, bitumine, oglio de sasso, camphora, rasa, oglio de lino, e simigliante cose. Non tanto presto la rete fo distesa, che ecco per le onde, equalmente natando uenia la mala gente, con impeto de ululi, e squassar nell'acqua con le bracce, testa, gambe e piedi. Spumaua il mare, l'aere deuenne nubilo, la terra tutta incominciò tremare. Spauentaronsi li nostri hospiti. Ma noi, sicurati dall'arte, demo segno de uittoria. Finalmente gionti al lito uniti e in fretta, tutti in poco d'hora se insaccaro nella rete. Li ministri, che ciò aspettauano, impicciato il foco per ogni parte, in uno istante la materia atta seguì suo potere: per la qual cosa in fiamma, fummo e cenere, si conuertì ogni magico e infesto lauoro. Allegri dunque li acquistati amici, a merauiglia ferno festa con suoni e canti, giuochi anchor diuersi, secondo lor costume. Noi, per spatio de quindeci giorni, se dilettamo tra costoro: ma la natural uolontà del sapere, pongendo, spronaua accelerar in altra parte nostro camino. Fornimosi dunque de quello bisognaua et delle mirabilitate, dal paese fessemo partita.Desio. No te rencresca narrar alcune degne cose.Piacevolezza. Te uoglio compiacere. Tollessemo molti uccelli, quali due uolte il dì, (cioè mattina e sera ordinariamente) in aere se elevando, suolano; e con la bocca aperta, receueno le nebule, uento e fumo, cibo proprio de simili animali, con li quali se nutricano, crescino, e ingravidano poi. E lor parto è oue, che, poste in mare, con il moto delle spesse onde, la dura scorza nel lito limano. Finalmente rotta, produceno tauri bianchi e piccolini, quanto un porco de mezza statura ciascuno. Questi se notricano de nebule, fumo e uento anchora; e, con le corne, la soda terra rompeno e sulcando arano; nelli quali solchi il superfluo, che de lor uentre esse, nascondino; e, in termino di sei mesi, preduce arbori, che fruttifican meloni, de grandezza d'una botte ognuno; nutrimento buono, come da noi si fa del pane. Ma delle seme ascolta marauiglia! leponeuano in acqua, che li radiaua il sole; e, per spatio de una reuolution lunare, sgionfauano; finchè, non possendo più la scorza estendere, se rompea; della quale sorgeuan arditi polledri, e, passato l'anno, eran apreciati corsieri.Desio. Tu non hai ditto come si chiamano, e in che maniera stan formati.Piacevolezza. Li pretermessi per esser più breue; ma, perchè te piace, ciò non mi chiami auaro, li uccelli son chiamati nefilophagi da Greci, li Itali nebuliuore appellano. Hanno questi testa e collo de gambello, de elephante il corpo, le suspendente ale a notule somigliano, piedi han quattro, con le ongie adunche, come li auoltori, la coda de anguilla, leue e nuda, eccetto che in cima, con la ponta reuolta, acuta, dura e uenenosa, coperta de minuto pelo, de color uario ciascuna piuma; tardi con li pedi, ma uelocissimi nel uolo. Le oue sono de grandezza, in longo e lato, d'un braccio e mezzo l'uno, di color uerde, con alcune giocce rosse maculati, e chiamanosi questi Van—estima. Li Tauri seguino, e sono bianchi come ho nominato, grassi e belli, con corne grandi, e piccolini, pur assai movino quelli, come della orecchia fanno, perchè sola una oprano, sotto el barbazale: uentre amplo e nella summità arculato, piedi come gli altri e coda simile, ma la ponta de fece priua e abbonda in molti corti et sottili peli. Chiamanosi questi Limmati, per uera ragione. Lo superfluo del uentre, che produce arbori de meloni, Heremati, per le orecchie trascorrendo, suona, e assomiglian le fugace, che nelle uille (per la Grecia) fanno. Li meloni e li arbori sono in colore d'oro, lustri e trasparenti da ogni parte; hanno grandezza gli arbori de ampilo e spesso platano: hor l'uno e l'altro Matticole chiamano. La seme, che in ultimo polledri produce, de Pupillimachi assume il nome.Desio. Della insula e habitatori nulla ditto hai.Piacevolezza. La insula Vericona ho inteso menzonare, e li abitatori, Verincole se appellano. Fannovi de gli altri frutti, come castagne e pomi de virtù miranda et inopinata, quali proficui forno molto al nostro nauigare.Desio. In che maniera?Piacevolezza. Et anche questo te faro palese. Li pomi sono bianchi, de uerde uirgolati, de longhezza de uno passo, la larghezza tre braccia; scorza han dura e leue. Ma quello dentro è come de citro, odorifero, dolce et buono. E se gli fa un buso de che grandezza, che altrui uuole, e poi il foco impizza con legne; nella opposita parte dal quale, se soffia, como sente caldo, uento buono per il nauigare; e dura così cocendo per spatio d'uno anno, aqualunque naue che lo adopra; dopo cotto è cibo perfetto a nauiganti, de sapore de torte de marzapani. Le castagne sono de color aurato, de grandezza ciascuna de uno di pomi, durissime de scorza, e lor sustentia è stiptica e amara. Fasse anchor in quelle il buso e il foco come nelli pomi; quale, scaldate, mandano fora uento furioso, da summergere ogni gran naue.Desio. Tu dici cose, che mai da altri audito, ouer in scrittura se ritrouano. Ma segui te prego oltra el tuo nauigare.Piacevolezza. Fessemo uela dalla insula Vericona, e per spatio de giorni sette, trouamo in la parte meridiana la insula chiamata Nominanza, da Giganti habitata, et abonda in ricchezze e marauiglie. Sono questi giganti di braccia dodece per longo ciascuno, e tre per largo il corpo. Sei piedi hanno: li primi sono d'huomo, li secondi di leone, li terzi all'asinina. Ma della testa, occhi, bracce e mano,..........[i]non te so ben dire, perchè le imprestano l'un l'altro, e alcuni li uendono, e non pochi li furano, ouer uiolentemente se gli assumeno; altri poi per amor gli accomodano. Et pochissimi li danno per amor di dio. Hor quello tra essi è il più degno et honorato, che de più teste, occhi, bracci e mano abbonda: e così li gradi sono locati per il più e meno de queste cose. Ma, se tu intendi come nascono, stupido restarai a marauiglia.Desio. Per altro che mirabile cose udire non espetto io.Piacevolezza. Questo ancora te serà palese. Sappi, quando la terra trema, se everge e sfende, in molti luochi. Nel tempo poi che la tempesta[ii]giù per l'aer descende, se empino tutte quelle aperture. Lui defensi che 'l sole non può come gli altri consumare, superuenendo la notte, insieme con la terra se adunano; et nel giorno sequente fongi grandi, et rossi de colore, se retrouano. Così operando la uirtù lunare, le intrinseche parte uigoranse; e in pochi giorni receuino sustantia anemata. Qual, per spatio d'uno anno, si rompeno la spoglia, de fongi in giganti si trasmutano, e per la regione habitano. Sono questi della terra mirabili cultori; e come tra noi del grano, meglio, faue, pizoli e simigliante seme fanno gli uillani, non altramente essi le monete d'oro e d'argento, le perle e ogni gemma pretiosa, seminano, cultiuano et finalmente recoglieno e conseruano in le fosse, case e magazeni. Ascolta anchora piu alta marauiglia! Quelli fili, che lo insidioso ragno, perle stolide mosche prepara e nell'aere tesse, rotte dal uento, come in terra plicano e sorben del humido, se ingrossano e diuentan anguille, grasse e grande quanto un porco, de longhezza quanto che si estende il filo, e così nel lago uicino se ne uanno. Iui poi li pescano questi giganti; e della lor polpe, con uino e faue in poluere, missidando impastano; con la quale informano imagine de donne, secondo che a lor piace; e, in termino de giorni sette, poste al sole, surgen uiue femine, perfette ad ogni proua[iii]. Questi Giganti non le adopran molto, ma se dilettano della effigie bella videlicet placida scultura, uendinoli, imprestano e donano a qualunque a piacere. Vanno queste nude, con centure e corone de uarij e traspiranti fiori, sopra delle bionde trezze de seta fatti, temprati con suco, de bel apparere; et li ammaestrano a seruitij e piaceri de peregrinanti. Anchor così nude di fiori adorne ordinatamente, una uolta la settimana per fermo, e alcune altre più, circondan tutta la città; e è lecito a qualunque forastiero ellegerse quella de esse, che più gli ua in fantasia, e conducerla seco per uintiquattro hore a sollacciare. Noi in questo loco per un integro mese a nostro buon parere dimorammo, e così ricchi de zoglie e monete, accompagnati de belle e gratiose donne, li Giganti lasciamo e lor paese; e, con lo aiuto del pomo e fuoco, empite le stese uele de felice uento, per sopra le inquiete onde, sulcò la naue giorni diece. E ecco, nel undecimo, pigliamo porto in la placida insula del Conuiuare, mirabile certo, de cose buone, mai più intese.Desio. Anchora queste me farai sapere.Piacevolezza. Vicin del porto è una ampla pianura, de uerdeggiante herbicelle adorna, de uarij e allegri fiori. Hor per qualunque parte che alcuno uuole sedere, quelle gratiose uerdure fiorite se uniscono et fanno sedia, secondo conuiene alla persona. Dauanti poi la simile materia, se intessendo elleua e prepara la mensa, de longhezza opportuna. Noi, stupidi de tal apparato, l'un l'altro mirauamo uacillando. Et ecco uarie sorte d'uccelli con le piume lustre, de bianco uerde e rosse maculate, in uoce humana salutarne e dire:—«Non state più sospesi, così è proprio de nostri paesi. Qui se onoran tutte le persone. Sappiate oltra, che la insula abonda in cose da mangiare e in tutto quello, che se beue, o altramente li occhi e naso diletta, secondo li appetiti uarij. Discorreti dunque e dilettatiue senza sospetto alcuno: chiami pur ciò che alcun uole e ogni cosa li uenirà dauanti.»—Desio. Questa me ua ben per la fantasia, gionta con le prime. O che gli fusse stato io!Piacevolezza. Vedeui, amico mio, per la mensa, quando se domadaua, pauoni, pernice, fasiani, colombini, caponi, starne, beccafiche, tordi, lepori, cerui, latanti uitelli, capretti, castroni, oue fresche, figatelli, latte tremante e calde puine, con acqua rosa inzucherate, butiro, formaggi di qualunque modo, carpioni, sturioni, trute, orate, triglie, cephali, barboni, rosti, lessi, fritti, e di ciaschedun altro buon sapore; Vernacce, Maluasie, moscatelle, nostice, romanie, uinigrechi e tibidraghi, con quelli del mortar: anchor d'ogni altra specie, buoni, di odore, di gusto e colore delettabile; perfette ceruisie ueniano di ogni qualitate, fin la bosa, beuanda turchesca, qual alcuni de riso e altri de miglio fanno; sapori e saporetti, de marasche e de uua, salsa con menta fatta, petroselino, cannella, zafrano, con pane rosto, acqua rosa, zuccaro e aceto, suco de agresta fresca, anchor de l'antiquata, mostarda e piperata, e de mandole peste anchora con petti de gallina, acqua rosa, zuccaro e cannella; sapor d'aglio fatto con noce e oglio dolce, ben pestate, uolti e reuolti, in fin bianco come neue; sapor fatto de rossi d'oui e pan grattato, con suco de agresta, ouer limoni, acqua rosa, con cannella, e zafrano. Ultimo uenne certa strania compositione, chiamata solo da uno de' compagni, e fo nel brodo de capone o uitello, formaggio grattato, grani de uua bianchi e negri, mollica de pane, butiro, grasso de porco, persutto ben tagliato, porri e ceuolette, mele, uino, aceto, con spetie forte inzafranate.Desio. O che uaria mistura!Piacevolezza. Anchora de altre molto più strane; ma io uoglio narrar delle salatucce. Vedeui alcune fatte de latuche tenerelle, de bianche endiuie, appio, petrosellino, menta e finocchio, sol un poco, oglio de mandole, aceto con zucchero e acqua rosa. Altre uariauan con nasturcio e sinapo, ramponzoli e pulegio, nepita, finocchio e petrosellino. Molti eran contenti nella bugiossa e non pochi della cicorea feuan stima. Alcuni nel fior della boragine, ben condíta, si satisfacean, ouero de altri simiglianti fiori. Chi nelle cappare daua il sapore; assai eran che nelle sardelle, persutto, formaggio e caviaro. Alcun con la sappa poi le confacea, torte de marzapani, pignocati, pistachie, mandole confette, de quelle damaschine, coriandoli, picichini moscati, citroni, naranci[iv], limoni, zenzeri uerdi, noce, peri moscatelli, aringhi, e ogni candito, de zuccaro coperto. E se gli altri tutti io te dicesse, stupido resteresti a tanta impresa.Desio. O mia sorte! e perche teco non uenne io? Segui, te prego, almanco odendo mi uo satisfare.Piacevolezza. Quiui propinquo una alta montagna si elleua, de pasta tutta fatta de bianca e sottil farina, acqua rosa, musco, e ambracan, fulta de arbori, con selue grande. Le foglie delle quale son lasagne; li pampani uermicelli et macaroni; li fiori crostole et crispelle. Ma li frutti sono uariati secondo il sito della regione. E per tanto, uerso la parte, che se leua il sole, produce fugace ogni mattina, bianche, molle et ben leuate. Nella meridionale, buciolati, con tortani, grandi e piccolini, dolci et forti, odoriferi, et d'ogni altra buona mistura, secondo che più et meno si elleuano dal tronco, uerso la cima. In quella d'occidente biscotelli liggieri, frangibili et de buon sapore. Nel settentrione, biscotti de qualunque sorte et natura. Nella summità poi tutte produceno fritole piene de mandole con acqua rosa et muschio inzuccherate. Segue a questa un'altra montagna de carne, per grandezza non minore che la prima, folta de selue et d'arbori, che han simile natura. Per fiori nelli quali son figatelli; le foglie, grasso et songia; ma li frutti sono d'ogni maniera d'animali. Alcuni d'essi produceno caponi senza penne, grossi et grassi, che per la lingua pendino; de pauoni li altri, con simile conditioni; de colombini; poi pernice, starne et fasani, quaglie, tordi, tortore et becafiche; galline piene d'oui; galetti gravidi de buona mistura, de peri dico moscatelli, susini et marasche, oliue, oue sbattute, mandole peste, zuccaro, petrosellino, canella, peuere et zafrano; lepori non pochi, conigli, ceruotti et cerui, capretti, castroni et uitelli, porcelletti et porchi domestichi et seluaggi. De pessi seguino gli arbori a questi non lontano; de ostreghe, ricci anchora, granceuoli, cappe, dattoli, pantalene et quanto mai se ponno trouare per il mare tutto, per li fiumi et dentro le lacune. È uero, che la mattina fino all'hora de mangiare, tutti sono lessi, a mezzogiorno rosti, soffritti la sera, et la mezza notte de molti et quasi infiniti gusteuoli sapori. La terza montagna è de recotta marauigliosa, con boschi et selue d'arbori senza foglie, ma frutta tutti, secondo la uaria stagione, perchè la mattina son puine calde et tenerelle, cauo de latte et gioncade; nel mezzo giorno, formaggi dolci et formagietti, e de quelli longhi, anchora degli altri, che chiamano teane; la sera son duri et salati. Quando se sfende la scorza per leuante corre botiro; uerso il ponente, latte; et nel tronco, in forma de fongi, tutti produceno eccellenti rafioli. Nella estate, odoran d'acqua rosa et uiole, nell'inuerno son tutte moscate. La quarta montagna, che dapò per ordine se colloca, è de zuccaro tutta, de herbe coperta,de boschi et selue, poco minore delle prime; et son confetti li frutti, li fiori. Le scorze, li tronchi et le radice anchora hanno mirabile proprietà: se la scorza intacchi o sfendi, como siropo distilla gioso, abondante de sapor buono et uario nel colore, perchè odora del legno da doue descende. Iui tu uedi le selue de canella, de zenzero uerde, et quella de noce moscata, de gariofili, et del balsamo li arbustelli, de tutte le specie, ancor de mirabolani citroni, limoni, naranci et pomi adami, peri moscatelli, et tutti altri ancora, mandole et noce, persichi et susini, ceriese con marasche, zucche, cucumeri, citruli et meloni. Tu non potrai tanto diligentemente immaginare tra le cose tutte, che in quella non troui de più e de migliore. La quinta montagna, larga e spatiosa, che tra l'oriente e mezzo giorno segue, de uerde ellera è coperta, et produce per fiori gotti, tazze, ingestare e altri belli uasi per beuere. E, da poi beuuto, se mangiano, de sapore del uino, anchora tenti del proprio colore. E pullula per tutto territufoli in molta quantità, che parono edifici adorni d'ellera, grandi como case; ma quando, o per tempo o per artificio, se sfendino, buttan uino in modo de fiumara, di qualunque sapore, odorante et buono; e discorrendo giuso in la pianura, fanno de uino un gran lago, che par mare, tra le onde del qual monstri assai notano, de effigie certo marauigliosa. Representan queste bestie faccia humana, non in tutto, perchè han pochi denti, il mostaccio acuto, come musciolini le ale; uanno intorno in forma de rota, non correspondenti in alcun uolere, il uentre hanno de porco, mozzo il busto senza coda, spinoso tutto, come riccio marino. Ecco, può questi, uno alto monte, che tocchi in cielo, con fontane, riuoli e fiumicelli, de traspirante acque et ogli d'odor soaui, laghi anchor assai de zibetto e altri unguenti pretiosi, grotte e cauerne quasi infinite, de terra che par musco ad ogni proua, e non pochi de ambracan, monti di belzuin e di storace, selue, boschetti, intorno e in cima, de ligno aloe, e simile piante, d'odor suaue, ch'io non dico. Verso la parte de oriente, sta una gran pianura habitata di ragni, grandi come boui. Niente differissen dagli altri, dico de colori uariati, eccetto nel uolto, che par a quello d'huomo se assomigli. Questi filano e tessino panni e tele de lino, lana e seta, de qualunque finezza e degno colore. Frequentano la insula tutti li circunuicini, ma non ui abitano molto tempo, perche quel'aere, a qualunque molto ui dimora, produce pedocchi grandi e rabbiosi, che tutto lo stracciano, magnano, e finalmente con la miseria lo uccide.Desio. O fortunati quelli, che a questa finitimi stanno! O sorte, eperchè non son io lì uicino habitatore! O beato te, Piaceuolezza, che de tante buone cose hai fatto proua!Piacevolezza. Noi del eminente pericolo aduertiti, de ciò, che era bisogno, condutto in naue, il terzo giorno, lasciati da parte li conuiuali liti, uerso oriente drizzauamo il camino, tuttauia con lo pomo e fuoco, a nostro uolere faceuamo la uela sgionfa. Così per giorni quindeci ne conuenne le onde sole e il cielo uedere, fin che una mattina al leuar del sole, uedemo un pesse de grandezza tale, che li occhi soli pareano due montagne, eleuate oltra mesura, lustri, scintillanti, e per entro se uedeano campagne, monti, con cittate, gli huomini anchora, e ogni loro opra. Tutti gli altri membri a questi correspondeano. Con la bocca aperta espettaua noi per ingiottirne con tutta la naue.Desio. Et che facesti uoi?Piacevolezza. Voltata in la destra parte la prora, con lo aiuto del pomo, come prima, e le castagne con il foco per nostro riparo uoltamo al pesse, e li facemo gran fortuna, exasperando le spumose onde in alto, che pareano toccar al cielo, fin tanto che della uista nostra fu occultato: quieti d'animo nauigando, lasciamo ogni paura. Finalmente, nel uigesimo giorno, si trouamo in un dilettante et ameno loco; ma, perchè la regione incognita era, da longi fece firmar nostra naue, et scandagliando l'acque nostro gubernatore, s'accorge, che dalla montagna emimente et sublime, lì uicino, nimbo descendea gliomerante, con strepito e furioso. Impauriti dunque tutti, abbassamo li arbori, et con pegola et stoppe serrata ogni perta, così ascosi e timidi dentro aspettauamo nostra uentura. O mirabilità del mondo! come serò creduto io de cosa tanto inaudita e noua? Il nimbo uenne: l'onde del mare bolliuano, rompironse le porte, che con le tenace ancore il legno sosteneuano. In un subito (ascolta marauiglia) quanto che 'l nimbo bagnò della naue, in pesce fo conuertito, la prora con il castello capo deuenne, il resto corpo, in longa coda nostro bon timone. De ligno dunque in acquatile animal trasmutato, discorreua il mare, di sopra, per mezzo, al fondo, et in ciascun loco, così nella superfice. Vedeuamo insule assai, grande, piccole et mediane, ferme, natante, alcune altre s'occultauano, e non poche sorgendo nasceuan da dentro il mare. Tutta uia, scontrauamo pesci di sopra, di sotto et di qualunque lato, de corpi et figure tanto strani, che la mente teme lor memoria. Montagne eran nel basso, pianure, con ualle, arbori, boschi, uille, castella et città, habitation prima d'huomini. Arbori de coralli in altre parte, rossi, bianchi et neri; gemme assai, oro, argento, e ogni altro minerale; fonti d'acqua dolce che sorgean, grosse fiumare disperse per tutto, come qui di sopra.Desio. Per donde uedeui tu tante cose?Piacevolezza. Eran certe uie artificiate, con gradi in modo de scala, da noi fatte, per le qual si ascendea nell'ultimo concauo delli occhi del pesce, da doue discerneuamo ogni cosa.Desio. Segui, te prego; che uedesti anchora?Piacevolezza. Li pesci ne eran molesti per ogni lato, conoscendo noi dentro gli occhi caminare; ma il nostro, che di ciò se accorse, mordeali e stratiaua con denti, feriua con le spine, et sbattea hor questo, hor quello con squassi del mustazzo, ale, e coda, de maniera, che piccoli e grandi nel geno marino odiauano noi. Ma un giorno, tra gli molti, (discorso il mare, può la mirabile trasformatione, sette fiate) infestaronlo quasi infiniti pesci potenti e marauigliosi, di sopra, di sotto, e d'ogni parte, di modo che per li affanni tanti non potea più far defensa. E per tanto, rilassate le ampie ale, e piegata la affannata testa, finalmente abbandonata la gubernatrice coda, se remesse. Pensa, amico, se eramo gionti à mal partito! Uniti dunque tutti li compagni, se consigliamo far l'ultimo potere: e così ponamo a segno tutte l'artelarie, schioppi, archibusi et bombarde, parte per la bocca, aperta con forza de legnami, et parte per sotto della coda, da doue il superfluo se espurga. Quando ne parse tempo, dessemo foco. Li tuoni forno grandi, il uento multiplice et il fumo. Bolliua il mare, per ogni parte se uedean le gran ferute, altri moriuan subito, alcuni alla morte uicini, stropiaronsi molti, e non pochi, storditi dal romore e nouità, fuggirono: de maniera che libero da tanti affanni restò il nostro, per le onde bellamente prendendo riposo. Quando, nel meglio della nostra quiete, un mirabil pesce, de potere oltra misura, inuilito forse per l'aspra guerra e bombardare (cosa inusitata, e da quello mai più compresa) pose il mostaccio e tutta la testa, sotto il uentre del nostro, che dormia, et con gran prestezza dall'acqua in aere sbalzando eleuollo. Questo, compreso e dal dormir remesso, le ampie ale stende, l'accorto hospite sostiense in quelle, et retarda suo peso, che cala, non in mare ma in terra, senza incommodo de corpo, lontano assai del lito. Priuo dunque del sussidio marino, piegò la testa, sotto del gran uentre, poi quella coperse tutta delle ale, e intorno colla coda circongirolla. Trascorsino li giorni, e, per il caldo del sole, desiccosse il grosso corio e diuenne scorza dura. Il caldo dentro uigorato fece sua opra, e, come gionse la luna nel destro trino, sfessesi per longo nella parte suprema, per la qual drago alato, grande e fulminante fora cacciosse. Così con piedi per la terra, con le estense ale per aere, ad ogni suo piacere (audace e forte sopra tutte cose) non restaua da parte in parte il mondocercare. Vn giorno, discorrendo, nelle montagne e spelonche di dragoni peruenne. Questa è una regione, Dragonara appellata, perchè li draghi (e non altri) iui stanno, grandi e superbi, molto rabidi e insidiosi. Quando l'han uisto, uniti tutti a gran furore il nostro insultano, con sibili orrendi, crudi morsi e dispietato sgrafognar de ongie, ma non che restassero aspramente battere anchora con le code. Defesesi, con audacia e potere, il nostro buon compagno, hospite fido, e curioso capitano. Questo et quell'altro sbattendo, hor con morsi uigorosi squassaua, hor stracciaua con le adunche e dure ongie, e aspramente feria anchora esso con la coda. Così, per spatio di tre giorni, durò l'aspra e marauigliosa guerra. Ma essendo solo e la moltitudine unita, che tutta uia li sopragiongea, remirando, se tirò da parte, disperato a l'ultima difesa. Noi, che per entro gli occhi uedeuamo ogni cosa, mettemo in ponto nostre artelarie; et con grossi e longhi legni la gran bocca li tenemo aperta. Il simile anchora quella uscita, che è dopo il uentre e tra la coda. Apri e serra, così in un tratto con il foco scrocamo le artellarie per ogni parte. Il romor fo mirabile e stupendo, multiplicosse la poluere e il gran fumo per tutta la mala regione. Li draghi feriti e morti forono assai, stropiati non pochi, e altri, perterriti dal nouo caso, fuggirono. Noi, conseguendo la incominciata uittoria, non mancamo con bombarde, fulminare per le selue tutte, spelonche e alte montagne. Per la qual cosa nelli folti boschi il foco fiammegiaua, e con l'aiuto de nostre castagne, spengemo il uento molto furioso, intorno girando, fin che de draghi ne parse hauer sufficiente la uendetta. Finita dunque, il nostro triumphalmente abbandonò la mala, iniqua e pessima regione; e, per molti miglia allontanato, se ritronò in la prouincia della Verità. Questa in alto sopragiace de una elleuata montagna, piana tutta e circulare, intorno ui stanno ombrosi boschi, de spineti assai; non è molto ampla, ma abbonda de marauiglie. In mezzo della qual sorge un uiuo fonte, de uirtù miranda, perchè qualunque di quella limpida e chiara onde beue, conosce, sa e intende ciò, che tacitamente le pietre parlano, li metalli, le herbe, gli arbori e tutti li animali. Vacillaua per il primo nostra mente; poi, fatti usi, prendeuamo piacere. Iui se odiuano tutte quelle cose, che fanno de una in un altra effigie trasmutare: di uecchi gioueni, belli e uigorosi: de poueri, ricchi: de infelici, fortunati: de matti, temprati: de ignari, sapienti: de pigri, ueloci e liggieri: de uili e eietti signori nominati: de muti, eloquenti: de sterili, fecundi: de brutti, belli; e simile marauiglie, con soaue e diletteuol melodia.Desio. O felice peregrino, che anchora serui tanto accortamente la memoria de tutte queste cose, non te rincresca memorar qualche bel detto.Piacevolezza. Volentieri, aponto de questa pietra, che ho qui meco, dentro la scarsella, qual notte e giorno simil uersi canta:Io fo passar l'huomo invisibileEt d'ogni nocumento il do securo.Con mente allegra e corpo impassibile.Dall'hora in qua intendemo il uoler del drago e esso il nostro anchora.Desio. Recogliesti uoi de tante degne cose?Piacevolezza. De tutte. E poi fessemo partita. Così, in pochi giorni, discorrendo e con il uolo, conuenimo nel Regno della infirmità. Questo è amplo e spatioso tanto, che non basteria una età caminarlo; con alte montagne, cauerne, vore, e precipitij infiniti, e sopra tutti quelli, stan signori proprij, sudditi alla potente Regina, per recogliere la seme delle lesione, molestie e impedimenti, alli corpi animati. Dalle uore profonde, il uiolente morbo nasce; dalle alte montagne, le seme della febre; della podagra nel piano morbida se annida; della rogna in grebani quiesce e così proportionatamente ciascuna.Desio. Come facesti con tali signori?Piacevolezza. Bene, perchè eramo securi, a dirti il uero, con le tante uirtù de herbe, gemme e metalli, che erano con noi.Desio. Ho sempre inteso le mirande uirtù nelle herbe e pietre esser, anchor nelle parole.Piacevolezza. Questa ultima se troua in Ferulara insula. Ma perchè iui habitano le inique e false persone, de quelle, dico, che con le rete e fuoco fessemo gran strage, pretermessi. E per tanto, drizzato nostro camino in la insula Nominanza, dalli giganti habitata, acquistamo gemme e monete d'oro e argento, quale superan tutte le cose del mondo, che se fanno e reggino.Desio. Et che poter hanno li signori prenominati, sudditi alla tremenda Regina?Piacevolezza. Obedissen a quelli tutte le seme; e, doue a lor piace, mandanle, quando soffia il uento; e secondo, le legge se li impone, fanno. Sappi, che de tutte recogliessimo noi entro le scatole e sacchi e molte casse anchora.Desio. Et perchè?Piacevolezza. Per mandarle doue, che ne fosse di piacere.Desio. Obediuano poi?Piacevolezza. Come a lor proprij signori. Finalmente, abbandonati li penosi luochi, capitassimo in uno altro Regno, molto più stupendo delle marauiglie prime. Edificio, gran signor, quello gubernia, compartito in sette parte principali: la prima tutta è de castelli, campanili e torre, habitata: la seconda, de pallazzi, ampli e sublimi: la terza de case d'ogni qualitate: la quarta de muri semplici e colonne: la quinta de fenestre uariate: la sesta de scale, de qualunque maniera: nella settima e ultima del Regno, le uessate e stridente porte stanno. Il paese è piano tutto, de belle campagne. Parlano questi in lor linguaggio come noi, se maritano e fan figliuoli, peregrinano e contrattano faccende, fanno guerre e inimicansi, mangiano e beuino, uestino, dormino, uigilano, e fanno delle altre cose; ma, sopra tutto, li castelli, torre, e campanili, sono musichi e eccellenti cantori. Anchora, in molti luochi di questo Regno, ascolta marauiglia! longo tempo bandiscono la morte, con ditto manifesto, che ciascuno intende! Di fuori son tutti felici. Ma se tu uedessi dentro! de quanti incommodi, sinestri e mali repleti stanno, de sorzi, toppi ciechi che cauano la terra, de orsi, che con le adunche ongie, sotto di quelli le cauerne preparano, anchor de uolpe, conigli e formiche: piangeresti della gran pietate. Noi dunque, pieni de cordoglio, a molti prestamo rimedio.Desio. Et che poteuase per quelle fare?Piacevolezza. Snodamo molti sacchi et scatole delle seme della infirmità, in quelli dentro per ogni luoco. Secondo le legge della tremenda Regina; a qualunque se annidasse per li lor confini, strettamente abbraccino.Desio. Che seme forno?Piacevolezza. Della rogna primo, e d'ogni spetie di dolori, di febbre, uomiti, flussi, sospiri, gemiti, uertigine, podagra, ciragra, grauezza e curuità nelle suddite spalle, fame, sete e uigilie, terrori subiti, e d'ogni altra spetie, che offende gli animali nelli castelli, torre, e campanili. Questo fatto, lasciamo da parte ogni lor marauiglia. Tuttauia in questo e in quell'altro luoco peregrinando procedeamo (e per breuemente dirti in conclusione) fin che la terra tutta da noi fo cercata, le uille, le castella e le cittade, le prouintie, montagne e monti, ualle con pianure, e ciascuno altro accessibil luoco. Questo ti basta fin qui del sodo haver inteso, ascolta un poco dell'aere e haverai piacere. Cercata la terra, volando in aere se elleva il drago, per vedere; e nel primo, scontramo le strighe, li demoni tutti, le fantasme, le furie, con le pene; altre anchora figure horrende, de nebuleo fumo impastate, che mai in una preseruano, anci quanto più le sguardi, se scambiano, e fanno altrui qui dal basso uacillare, quando in montagne, boschi, case, castella e cittade, teste de bestie terrene e de pesci uarij, navigi efferati: e in summa quanto mai alcuno si puote immaginare, quiui è la sua sedie e principal imperio.Desio. Hai tu uisto la pioggia, le grandine e neue, li tuoni e fulgori, da doue cascano? e perchè soffian li venti tanto uarij?Piacevolezza. Si bene. Et hauerai piacere, se tu le intendi. Nota, prima che altro io dica: queste cose tante, che da qui giù se uede nel aere, delle strighe e fantasme paventose, sono suggette uariatamente a proprî signori, che li esercitan doue a lor piace. Et per tanto, alcuno di essi, con sacchi de tela de ragno, come nebule fatti, uanno dentro al mare; e, pieni d'acqua, nell'aere poi le portan suso. Così delli fiumi, rivoli e fontane. Altri nelli deserti uanno per siccita; per il freddo, alcuni, nelle gelate parte; molti nelle torride, per il caldo e fuoco; e non pochi, dalle caverne e tra monti li venti eccitando, con li udri sorbino. Variano questi, secondo che a lor patroni segue il dominio, in una o in un'altra parte. Nell'aere gionti poi, quando che hanno fretta, quelli delli sacchi e questi con li udri, strengensi, comprimendo l'un l'altro: e di quel ui è dentro, per forza in gioccie convertito, esce, e giù precipitando per l'aere discende, uince la moltitudine e quella appare. Ma la neue sottilmente la taglian a sfogli, e così distesa la tengono in parte, l'un sopra l'altro liggiermente stivati, e quando è il conflitto dalla parte settentrionale, se rompono in pezzetti: e qui più gravando cascano. Le grandine sono cristallo dal freddo anchor non confirmato, gravan nell'aere e discenden gioso. Li folgori intervengono, con li tuoni, quando battaglian questi gran signori tra loro; li serui in quello stretti l'un l'altro furiosamente batte e percote; infiammase l'aere per la fretta, e giù da noi risplende, le botte per il vacuo intonano, e ui fan tanto stupidi mirare. Li udri si rompono per il forte sorbire; fugge il uento, che iui se aprende, e discorre per le parte qui da noi. Sappi più oltra, che l'aere, così spatioso, è tutto abitato de cose uarie, quanto cape la terra e mare. Dall'in giù le seme descendino; fruttifican poi, secondo son locate. Più che circonda sta lo antiquo drago, qual tutto de occhi scintillanti suo corpo adorno riueste, gionge la testa con la coda, li piedi ambi, e tutto couerze con le ale. Vno occhio solo ha in fronte, grande, lustro, claro e bello. Vn altro può in la ponta della coda, qual uoglie et riuoglie spesso e l'affatica. Con questi e con li altri,anchor con quelli, che da qui non si uedeno, mira nell'aere, nella terra e nel mare: così a suo modo le regge e diletta. Quando questo antiquo, uicini esser ne comprese, sdegnato forte sguardò nell'aere e tutto il commosse. Per fuggir dunque, il nostro Duce, in questo et in quell'altro lato uolgendo giraua, ma non potea oltra passare, perchè il tutto intra sè abbraccia. Hor in tal maniera da parte in parte per l'aere uagando, ostacoli parati troua, guerra continua, e pugna; che non manca iui gli affanni, e le gran fatiche; iui abbondan li sudori sanguinolenti; iui la morte ogni ora era palese. Finalmente, retornati in noi, con le herbe, con li metalli e con le gemme anchora, mitigamo li obstaculi e quel antiquo drago; e per la uirtù intrinseca, che non manca, se fessemo conoscere, et esso conoscemo noi. Per la qual cosa, de terore in piacer tutti reuolti, tornamo in giù, e te primo che altro ho qui ueduto.[i]Alle quattro parole, alle quali ho sostituito puntini, vedi un riscontro nelVerville,Moyen de parvenir. (LVI.Théorème) dove parla degli abitanti di Lubecca.[ii]Tempesta, qui val gragnuola, alla lombarda.[iii]Cf.Basile,Pentamerone.Pintosmauto.[iv]Naranci. Vedi, pagina 309, postilla i.

IL FIGLIOLO DEL PECORAIO.[1]

C'era una volta un omo e una donna, che facevano i pastori in montagna ed avevano un ragazzotto di diciassette anni per figliolo. Ma non gli volevano punto bene. Sicchè, per levarselo d'attorno, lo mandavano sempre al bosco con un tozzaccio di pan nero a badare alle pecore. Un giorno, un agnello del branco cascò in un botro e si sfragellò tutto e morì. Non c'è da dire quanto que' cattivi genitori strapazzassero il povero ragazzo. Ed anzi, picchiatolo a quel dio, abbenchè fosse già notte, lo scacciarono fuori di casa, minacciando ammazzarlo se più ci tornasse. Il meschino, piangendo, vagolò un pezzo ne' contorni senza sapere dove andare, fino a che, rifinito e affamato, giunse ad un fosso vôto; e, raggriccito dal freddo, lì si potè alla peggio accoccolare, dopo essersi accomodato un po' di lettuccio con foglie secche. Ma non gli riuscì dormire, sia dalla paura di trovarsi solo al bujo, sia perchè ripensava a' casi suoi e incerto del poi. Era da poco il ragazzotto dentro al sasso, quando capitò un omo, che gli disse:—«Ohè! tu hai preso il mio letto, temerario. Che ci fai costì?»—Tutto impaurito, il ragazzotto si messe a raccontargli le sue disgrazie. E lo pregò, che non lo scacciasse, ma s'accontentasse per quella notte di fare a mezzo del ricovero, che a bruzzolo anderebbe via, dove la sorte lo menasse. L'omo acconsentì di bona voglia ed anzi fu molto contento nel trovare il vôto del sassopieno di foglie secche; chè lui non ci aveva mai pensato a farsi con esse un letticciuolo meno duro e più caldo. Il ragazzotto si rannicchiò da una parte quanto più potè, e stette quieto e finse di dormire, perchè era in non piccolo sospetto del compagno. L'omo intanto borbottava fra sè e sè, credendo non essere inteso; e diceva:—«Che cosa regalerò a questo ragazzotto, che m'ha empiuto di foglie secche il mio ricovero, e si tiene così da parte per non darmi fastidio, sicchè pare, che non ci sia?»—Il ragazzotto sentiva bene il ragionamento, ma figurava di essere appioppato. Venuta la mattina disse l'omo:—«Ha' tu dormito, ragazzo?»—E lui:—«Altro! meglio che nel mi' letto. Ma è giorno: devo andar via e girandolare per il mondo, perchè a casa non mi ci vogliono più, e, se ci torno, il babbo e la mamma m'han detto, che m'ammazzano. Scusate l'incomodo. Addio.»—E s'avviava piangendo.—«Aspetta un po', ragazzo;»—gli disse quell'omo:—«Stanotte sono stato contento di te, e ti voglio regalare certe bricciche, che ti possono essere di gran comodo per il mondo. Ecco. Questo è un tovagliolino di filo; ogni volta, che lo spiegherai, se tu gli ordini da desinare, ti darà da mangiare per te e per quanti siete a tavola[2]. Questa è una scatolina; ogni volta, che tu l'apra, ti darà una moneta di oro[3]. Questo è un organino; se tu ti metti a sonarlo, balleranno, sinchè tu voi, tutti quelli, che lo sentiranno. Ora va' e non ti scordare di me.»—Il ragazzotto, un po' incredulo, accettò i regali e se n'andò pe' fatti suoi. Cammina, cammina, il ragazzotto giunse ad una città piena di popolo, dove si preparavano grandi feste e giostre. Il Re aveva bandito, che chiunque fosse tanto ricco da mettere in deposito una grossa somma di quattrini, lo avrebbe lasciato giocare la sua propria figliola, con promessa di darla in moglie, assiemeal tesoro ammucchiato, al vincitore. Questo saputo, il ragazzotto disse fra sè:—«Ecco il momento di far prova della scatolina. Anche io vo' mettermi in fila, se la scatolina mi dà i quattrini.»—Detto fatto, comincia ad aprirla e chiuderla; e ogni volta c'era dentro una bella moneta di oro lampante. In poco tempo ebbe una bella somma, e si comprò de' cavalli e delle[4]armi, prese de' servitori, e si vestì come un principe. E, andato dal Re, gli dette in deposito una gran somma di quattrini, facendosi credere figliolo del Re di Portogallo, e volse essere accettato per giocatore della sua figliola. In somma, fu assistito dalla fortuna; e, guadagnata la partita, il Re lo dichiarò fidanzato della Principessa. Ma il ragazzotto pastore, non essendo stato allevato che fra le pecore, commetteva tante malcreanze, che diede molto sospetto del suo parentato. Segretamente, dunque, il Re spedì persone fidate e furbe pel Regno e per i paesi vicini a ricercare notizie; se il promesso della Principessa era o nò figliolo del Re di Portogallo. Le diligenze fatte portarono a scoprire la verità: per cui il Re, stizzito dalla rabbia e dalla vergogna, ordinò, che subito si arrestasse il traditore e si ponesse nella prigione sotterranea, che rimaneva sotto la sala del convito. Il ragazzotto si trovò a un tratto in prigione, quando s'era creduto diventare Re. Lì vi eran pur altri diciannove carcerati, che, vedendolo entrare, gli dettero il ben venuto con grande allegria. E lui a raccontargli quel, che gli era intravenuto; e chi n'aveva compassione e chi lo sbeffeggiava. Dopo poco, eccoti il carceriere a portare da mangiare: pan nero, e a mandarlo giù, de' secchi d'acqua pura. Disse, allora che il carceriere ebbe riserrato l'uscio co' catenacci, il ragazzotto:—«Buttate via codesta roba: ce l'ho io un bel desinare per tutti.»—E i compagni:—«Che buffone! o che sie' matto? Come vo' tu farea darci tavola imbandita?»—«Ora vedrete,»—rispose il ragazzotto. E, spiegacciato il tovagliolino di filo, disse forte:—«Su, tovagliolo, apparecchia per venti.»—Detto fatto, apparì un bel desinare per venti, chè non ci mancava proprio nulla, neppure del meglio vino. I carcerati buttarono via il pan nero e l'acqua, e papparono al tovagliolino a crepa—pelle. Il carceriere intanto, tutti i giorni, vedendo il pan nero e l'acqua per le terre, e nonostante vegeti e vispoli i carcerati, non sapeva che lunarî farci su; e, andato dal Re, gli raccontò quel, che accadeva. Il Re, incuriosito, volle assicurarsi della cosa cogli occhi suoi e interrogare da sè i carcerati; e, sceso giù nella prigione, disse:—«Com'è, che sbeffate il solito desinare e pur campate e bene? Via, non dite bugie, che vi perdono di già, se mi schiarite del vero.»—E il ragazzotto, fattosi innanzi, gli rispose:—«Maestà, sono io, che dò a tutti i miei compagni da mangiare e da bere, meglio che alla vostra tavola. Anzi, se volete accettare, v'invito oggi anche voi; e v'assicuro, che resterete contento.»—«Accetto,»—disse il Re:—«Vo' vedere come tu sa' fare e come mi tratti.»—Il ragazzotto subito spiegacciò il tovagliolino di filo e comandò forte:—«Su tovagliolo, apparecchia per ventuno e da Re.» Il tovagliolo obbedì; con grande meraviglia del Re, che desinò meglio che alla propria tavola. Finito di mangiare, il Re disse al ragazzo:—«Mi vendi il tovagliolo?»—«Perchè no, Maestà?»—gli rispose il ragazzo.—«Ma a patto, che mi lasciate dormire una notte colla vostra figliola, mia fidanzata.»—Il Re pensò un poco; e poi disse:—«Sì, te l'accordo. Ma a patto, che tu starai sulla sponda del letto, a finestre aperte; e in camera ci saranno otto guardie e un lampione acceso.»—«Vada per quel, che volete, Maestà,»—riprese il ragazzotto—«e il tovaglioloè vostro.»—Il ragazzotto dormì una notte colla figliola del Re, a quel modo, senza potersi mòvere e toccarla. E, il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. Quando i carcerati veddero rientrare in prigione il ragazzotto, si posero a canzonarlo e bociavano:—«Che citrullo! guarda il minchione! Bisognerà bene mangiare adesso pan nero e bere acqua di pozzo. Che patto grasso tu facesti col Re!»—Disse il ragazzotto:—«Se non si mangiasse anche co' quattrini!»—E i carcerati:—«O dove gli hai i quattrini da scialare?»—«Lasciatevi servire,»—replicò il ragazzotto. E, tirata fori di tasca la scatolina, si messe ad aprirla e serrarla, sicchè in un momento ammonticchiò di molte monete d'oro. Con queste apparecchiò tutti i giorni un desinare ai carcerati; sicchè di novo tutto maravigliato il carceriere corse dal Re, a raccontargli l'avvenuto. Il Re subito sceso nella prigione, quando seppe ogni cosa, disse al ragazzotto.—«Vo' tu vendermela la scatolina?»—«Perchè nò, Maestà? Magari!»—gli rispose il ragazzotto.—«Ma col medesimo patto di prima.»—«E io te l'accordo,»—disse il Re,—«co' medesimi patti di prima.»—Stretto il contratto, il ragazzotto dormì un'altra volta colla figliola del Re; ma non la potè toccare, meno che colla punta di un dito. Il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. I carcerati, vedendo di novo il ragazzotto, più che mai lo canzonarono; e bociavano:—«Ora poi la cuccagna è finita. Bisognerà bene adattarsi al pan nero e all'acqua di pozzo.»—«Pazienza!»—riprese il ragazzotto.—«Ma non mancherà l'allegria. Se non si desina da signori, si ballerà da matti.»—«Come, come?»—gridarono i carcerati. Disse il ragazzotto:—«Aspettate, che il Re sia quì sopra al convito, e vedrete.»—Di lì a un momento sonò la campana del pranzo reale; e i convitati, andati in sala col Re e lasua corte, si sedettero a mensa: quando il ragazzotto, tirato fuori l'organino, disse:—«Organino, comando, che tutti ballino alla mensa del Re;»—e si diè a sonare di gran forza. Come presi dalla mattìa, tutti cominciarono a ballare a furore nella sala del convito: uomini, donne, mobili; le stoviglie si sfrantumarono; le pietanze andarono per le terre; chi picchiava la testa ne' muri o nel soffitto da' gran sbalzi, che era obbligato a fare; il Re urlava a gola squarciata, non sapendo in che mondo si fosse. Avendo il ragazzotto smesso un po' di sonare, il Re, tutto trafelato, scese nella prigione; e domandò, chi fosse la cagione di quello scompiglio.—«Son'io,»—disse il ragazzotto,—«con questo organino!»—e giù a sonare da capo. E il Re salta di quà, salta di là, che pareva un razzo matto.—«Smetti, smetti!»—berciava il Re—«mi rovini!»—Quando il ragazzotto ebbe smesso, disse il Re:—«Vo' tu venderlo, cotesto organino indemoniato?»—«Perchè nò, Maestà?»—rispose il ragazzotto:—«ma a che patti?»—«A' patti di prima,»—riprese il Re. E il ragazzotto:—«Marameo! O novi patti o ricomincio a sonare; e sono, finchè non siate tutti morti sfiaccolati.»—Il Re, impaurito, disse:—«Fagli te i patti!»—«Ecco,»—il ragazzo rispose:—«Voglio, che mi s'accordi di sentire le brame della vostra figliola, quando sono nel su' letto; e che lei sia obbligata a rispondere. Io starò a quel, che lei vole.»—Il Re pensò un poco e poi disse:—«Te l'accordo. Ma in camera ci saranno doppie guardie e due lampioni accesi.»—A pena uscito di lì, il Re fece chiamare in segreto la figliola, e gli disse:—«Ti comando, che, questa notte, quando tu sarai al letto collo sposo, tu risponda sempre dinoalle sue richieste.»—La figliola, inchinandosi, replicò:—«Padre, sarete obbedito.»—Venuta la sera, il ragazzotto se n'andiedea letto colla figliola del Re; e, dopo un po' che erano sdraiati, disse lui alla Principessa:—«Col fresco, che fa, vi par bene, sposa mia, che le finestre stiano aperte?»—Rispose la Principessa:—«No.»—«Dunque, guardie,»—gridò il ragazzotto,—«per comando della Principessa, serrate le finestre.»—E le finestre furono serrate. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che stiamo al letto con tutte queste guardie d'attorno?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto:—«Dunque, guardie, per comando della Principessa, andate via, subito.»—E le guardie se s'andarono. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che si dorma con questi lampioni accesi?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto, alzatosi, in un attimo spense tutti e due i lampioni; e restarono al buio. Rientrato a letto nel suo cantuccio, lasciato passare un po' di tempo, disse il ragazzotto:—«Siamo sposi e pur si sta tanto discosti fra noi! Vi par bene, sposa mia, che si resti la notte così lontani?»—E la Principessa:—«No.»—Allora diviato il ragazzotto si fece vicino alla Principessa, la baciò e l'abbracciò[5]. Quando venne il giorno, e il Re seppe tutto l'accaduto, s'adirò fortemente; e, chiamata la figliola, gli disse di molte male parole per la sua disobbedienza; e voleva, che si tagliasse la testa al ragazzotto. Ma la Principessa gli protestò d'averlo obbedito appuntino e gli raccontò come fossero andate le cose; poi soggiunse:—«Caro padre, questo è ormai il mio sposo; e quel, che è fatto, è fatto. Perdonateci, che ci vogliamo un gran bene.»—Il Re, visto che non c'era più rimedio, cambiò idea; e volle, che lo sposalizio della figliola col ragazzotto pastore si facesse con ogni solennità di feste e di giostre. E i due sposi camparono felici lungamente. E, alla morte del Re, il ragazzo pastore ereditò il Regno.[6]

NOTE

[1]Raccolta da l'avv. prof. Gherardo Nerucci, che l'ebbe dalla bocca dell'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota.—«Zu Grimm(K. M. N.º 36)Tischchen deckdichu. s. w.»—ecc. I riscontri a questa Novella possono dividersi in tre serie diverse. Nellaprima serie, il possessore di oggetti incantati li perde per l'astuzia d'una donna e poi li riacquista mediante frutta, delle quali una specie produce un difetto corporale, che vien guarito dall'altra. Nellaseconda serie, manca questa ultima parte; ed il possessore riacquista gli oggetti, od impedendo la principessa di frodarlo al giuoco o facendosene amare. Nellaterza seriefinalmente, due oggetti incantati vengono frodati per sostituzione dagli ospiti e riacquistati mediante il terzo, che suol essere un bastone, che batte comandato senza remissione. Allaprima seriedi riscontri appartengono:—I.Gesta Romanorum, il capitolo CXX (dove i fichi fanno diventar lebbroso).—II.La vurza, lu firriolu e lu cornu 'nfatatu(Pitrè. Op. cit) Tre fratelli trovano sotto tre mattoni della soglia della casa paterna, che il padre s'era riserbati nel venderla, una borsa denenaripara, un ferrajuolo invisibilifico ed un corno, che suscita eserciti. Il maggiore si fa rubare tutt'e tre le cose da una Reginotta; cui poi vende de' fichi, che fan venir le corna; e da cui se le fa restituire, per guarirla.—III.Von dem Schäfer, der die Kœnigstochter zum Lachen brachte(Gonzenbach. Op. cit.) Un pastorello trova sul margine d'una fontana uno anello, che fa sternutire senza fine, chi l'ha alla destra. Delibera servirsene, per ottenere la Reginotta, promessa in isposa a chi la farà ridere. Pernottando sur un albero, sente un colloquio di ladri; e poi ruba loro un tovagliuolo, una borsa ed un fischietto incantato. Ponendo lo anello sternutatorio al dito del Re, fa ridere la Principessa. Ma il Re, sdegnato, il manda in carcere; dove poi, mantenendo egli allegri i compagni di sventura co' tre oggetti incantati, questi gli vengon fatti rapire dal Re. Evade. Scopre una ficaja con fichi bianchi e neri; i primi fanno passar le corna prodotte da' secondi. Così riacquista le sue quattro coserelle ed ottiene la Reginotta in moglie.—Allaseconda seriedi riscontri, appartengono:—I. La novella presente.—II.Petru lu Massariotu(Pitrè. Op. cit.)—Allaterza seriedi riscontrifinalmente spetta:—I.Lo Cunto dell'Uerco, trattenimento I. della I. giornata delPentamerone:—«Antuono de Marigliano, ped essere l'arcefanfaro de li catammare, cacciato da la mamma, sse mese a li servizie de 'n Uerco. Da lo quale, volenno vedere la casa soja, è regalato cchiù bote; e sempre sse fa corrivare da 'no tavernaro. All'utemo le da 'na mazza, la quale castiga la 'gnoranzia soja, fa pagare la penitenzia all'Oste de la furberia e arrecchisce la casa soja.»—II.Pitrè(Op. cit.)Lu scarpareddu mortu de fami.—III.Pitrè(ibid)La Munachedda.—IV.Gonzenbach(Op. cit.)Zaubergerte, Goldesel, Knueppelchen schlagt zu.—V.Bernoni(Op. cit.)Ari Ari, caga danari.—VI.De Gubernatis, (Novelline di Santo Stefano di Calcinaja, XXI.)Bastoncrocchia.[2]Similmente ha favoleggiato il Marino nell'Adone (Canto XIII, 228—229.) Mercurio parla in siffatta guisa al figliuol di Mirra:Poi che una noce d'or colta ne avrai,Fa che appo te, ne' tuoi viaggi incerti,La rechi ognor, senza lasciarla mai;Perchè valloni sterili e desertiPassar convienti, inabitati assai,Là dove stanco di sì lunghi erroriPenuria avrai di cibi e di licori.Il guscio aprendo allor de l'aurea noce,Vedrai nuovo miracolo inudito.Vedrai repente comparir veloceSovra mensa real lauto convito;Da ministri incorporei e senza voce,Senza saper da cui, sarai servito.Nè mancherà d'intorno in copia grandeApparato di vini e di vivande.Difatti, (Canto XIV, 8.) Adone...Perchè da la fame è spinto a forzaE da la sete a desiar ristoro,Tosto de l'aurea noce apre la scorza,E credenza gli appar d'alto lavoro;E la sete e la fame in un gli ammorzaVasellamento di cristallo e d'oro,Pien di quanto la terra e 'l mar dispensa;E non ha servi et è servito a mensa.[3]Nell'Adone del Cavalier Marino (Canto XII, stanze CCLXX—CCLXXII), l'Idonea promette in nome della Falsirena al protagonista il dono di una moneta,Che, sempre, a chi la spende, indietro riede.Se la spendessi mille volte il giorno,Mille volte in tua man farà ritorno.Una sua borsa ancor vo', ch'abbi appresso,La cui virtù meravigliosa è molto:Dentro vi cresce ognor ciò, che v'è messo,E rende al doppio più, che non n'è tolto.Vedrai, se l'apri, tosto, da sè stessoMoltiplicarsi quel, che v'è raccolto:Se poi vota la lassi e d'oro scarca,Ve ne ritrovi almen sempre una marca.La lucertola avrai da le due code,Perchè, giocando, a guadagnar ti serva, ecc.—Fra leNovelle Moralidel Chierico Regolare SomascoFrancesco Soavece n'è una, intitolataAlimék o la Felicità, Novella Araba, il cui protagonista possiede una borsa, ch'è piena d'oro, qualora egli vuole.][4]De' cavalli e delle armi. Sarebbe più italiano:armi e cavalli.[5]Racconta Tommaso Costo, nella prima delleOtto giornatedelFuggilozio:—«Un certo messer Nazario, milanese, avendo ire a Genova per un suo negozio, non sapeva come farsi, a lasciar la moglie sola e sicura: e perchè essendo giovane e bella, come geloso dell'onore, ne stava grandemente in sospetto; e massime ch'ella era un poco leggeretta. Alla fine, essendo pur costretto a partirsi, le lasciò quest'ordine, che a qualunque persona la richiedesse di qualche servizio, dovesse dir di no. Ciò intendendo un suo vicino, uomo in far delle truffe diligentissimo, andatosene dalla buona donnicciuola, sì le disse:Madonna Pierina, (così aveva nome)se io vi facessi quel servigio(e glielo dichiarò)ve l'avreste voi a male?—No, rispose la galante femmina, ricordandosi dell'ordine del marito. E così furono d'accordo e 'l povero di messer Nazario per la sua sciocca avvertenza rimase burlato; e debitamente, perchè il poco accorto marito suole talvolta esser cagione dell'errore della semplice moglie.»—[6]In questa novella abbiamo oggetti incantati. Affine a questo genere di finzione sono i viaggi fantastici, per paesi meravigliosi, dove si trovano cose impossibili e stupende, de' quali abbiamo anche esempli greci, e mi basterà citare laStoria veradel samosatense, ed i quali diresti scritti per mettere in caricatura i viaggiatori bugiardi. Rifiorì quindi questa maniera di favole nel cinquecento; e piace sempre, come testimonia la popolarità de'Viaggi del Gulliver. Non so resistere alla tentazione di offrirne uno esempio, ricavato da un antico libro e dimenticato, che s'intitola:Opera Nuova, molto utile et piacevole, ove si contiene quattro dialogi, composti per l'eccellentissimo dottor delle Arte (sic) et medico aureato (sic) Messer Angelo de Forte MDXXXII(com'è detto in fine:Stampata in Vinegia per Nicolo (sic) d'Aristotile detto Zoppino nel mese di Agosto MDXXXII). In essa narrazione si troverà una descrizione del paese favoloso, che poi, sotto nome dipaese di Cuccagna, doveva essere celebrato dal Folengo, dal padre Quirico Rossi e da tanti altri, con più o meno spirito.In questo Dialogo si introduce Piacevolezza, felice Peregrino, hauer cercato il mare tutto, dentro et di fuora, la terra et lo aere per fino al cielo, et in questo visto et fatto cose degne di memoria, di grandi et notabili significati, quali narra a Desio, suo amico:Desio. S'io non erro, ecco il mio amico, qual tanto desiderato ho, già sono hormai molti anni et ciascheduno fermamente crede, che sia morto. Questo, che uedo, non è sogno: son par uigilante. Sia quel, che esser può, uo salutarlo. Dio te salui, amico mio; et doue sei tu tanto tempo stato, ouero da quali lontani a noi te transferisci, con spettacolo de habiti tanto strani?Piacevolezza. La longa peregrinatione me ha fatto così da uoi alieno.Desio. Dunque, tu ai peregrinato?Piacevolezza. Non te l'ho ditto io?Desio. Et in che paesi?Piacevolezza. Tutta la terra, il mare, de fore e dentro, l'aere anchora e il concavo (cioè la parte intrinseca) del continente cielo; e ho trouato in questi, li paesi della mirabilità.Desio. Et che uuol dire, che io non intesi mai nominarli?Piacevolezza. Perchè non se ha memoria d'altro, che me, della nostra regione, in quelli hauer peruenuto.Desio. Dunque tu hai trouato nuoui paesi?Piacevolezza. Certamente nuoui.Desio. Et che in quelli uisto hai?Piacevolezza. Mirabile cose.Desio. Mirabile?Piacevolezza. Sì; e, per tanto, regione de mirabilitate le chiamai.Desio. Et che mirabil cose sono queste?Piacevolezza. Tanto che ogni credenza humana trapassano.Desio. Dì, te prego; e non mi lasciar pendente nel tuo parlare.Piacevolezza. Forse non le crederai.Desio. E como non uoglio credere io un tanto amico, quando afferma hauer uisto e toccato?Piacevolezza. Sì, e con giuramento anchora, quanto più santamente me sera possibile. Dunque, ascolta. Che io te giuro per tutti li nulli e la lor potentissima deità; e per la congregatione delli nienti, e li compagni, matre e fratelli, cosa che ognuno teme e abborre; anchora te giuro per la deità e summo potere de uano: che tutto quello dico, ho cercato; e tanto è uero, quanto la equal pianura è monte, o quanto il gambaro, elefante, ouero la mosca, grua e sparuiero. Stante el giuramento, me potrai tu credere.Desio. Fermamente.Piacevolezza. Sono già dodice anni passati, che io, cupido di sapere delle nouitade e cose mirabile, se trouano nelle insule sparse per lo ampio mare occeano, preparai una grande e buona naue, con tutte cose conueniente a mia nauigatione; e, quando me parse tempo, con uento felice, dal sino persico, demo a uenti le ampie uele, uerso la parte meridionale, tuttauia sgionfe. E per spatio de quindeci giorni sulcate le liquide onde, allhora che nel oriente splendido di raggi, dal mare in alto si elleva il sole, peruenimo in la insula Miracolosa. Nella qual preso porto desiderato, li compagni nostri, con uarij giovenil esercitij in la nuoua terra se dauano piacer, e festa, quando uedemo uer de noi uenire gente in battaglione, con ordini et signi de cruda e mortale guerra fare. Spauentati dunque di tanta nouità, gli facemo assapere nostri affari et conditione, quali intesa amicheuolmente receuettero noi. Così allegri l'una e l'altra parte, de molte cose hauessemo a ragionare: ultimo ne fecero certi, come da una insula lì uicina, ueniuano huomini mirabili, audacissimi e crudeli, quali Ferulari chiamano, perchè da ferule marauigliosamente edificati sono, e poi temprati con suco de sferracavallo, impedimento certo d'ogni pungente ferro, o che taglia, smacca e seca. E spesso spesso solleuano la insula, molestando predare: e che eran ritornati in Ferulara (perchè così la insula se appella) a refrescar del magico sucola dura tempratura, e siccata li giorni passati dalli caldi raggi del potente sole; e in quel tempo espettavano il rabbioso stuolo devere, refattosi, lì retornare. Noi, de tanta novitade fatti attoniti, suspensi alquanto, perchè natando sulcauano le acque presti e leggieri, e non potean da alcun tormento per acuto o graue, che fosse, esser dannegiati, pensamo inusitato modo, de superare questi peruersi, iniqui e scelerati. Demo buon animo dunque alli nuoui amici, promettemoli uittoria; e certificamo lor salute. Ascolta, amico mio, cosa mirabile e de che maniera. Fessemo una rete, larga de passi pur assai, e longhezza tanta, che la insula tutta circondaua, de mistura ottima, che abrusia dentro l'acqua e conferua ogni liquore, de solfore dico, salnitrio, bitumine, oglio de sasso, camphora, rasa, oglio de lino, e simigliante cose. Non tanto presto la rete fo distesa, che ecco per le onde, equalmente natando uenia la mala gente, con impeto de ululi, e squassar nell'acqua con le bracce, testa, gambe e piedi. Spumaua il mare, l'aere deuenne nubilo, la terra tutta incominciò tremare. Spauentaronsi li nostri hospiti. Ma noi, sicurati dall'arte, demo segno de uittoria. Finalmente gionti al lito uniti e in fretta, tutti in poco d'hora se insaccaro nella rete. Li ministri, che ciò aspettauano, impicciato il foco per ogni parte, in uno istante la materia atta seguì suo potere: per la qual cosa in fiamma, fummo e cenere, si conuertì ogni magico e infesto lauoro. Allegri dunque li acquistati amici, a merauiglia ferno festa con suoni e canti, giuochi anchor diuersi, secondo lor costume. Noi, per spatio de quindeci giorni, se dilettamo tra costoro: ma la natural uolontà del sapere, pongendo, spronaua accelerar in altra parte nostro camino. Fornimosi dunque de quello bisognaua et delle mirabilitate, dal paese fessemo partita.Desio. No te rencresca narrar alcune degne cose.Piacevolezza. Te uoglio compiacere. Tollessemo molti uccelli, quali due uolte il dì, (cioè mattina e sera ordinariamente) in aere se elevando, suolano; e con la bocca aperta, receueno le nebule, uento e fumo, cibo proprio de simili animali, con li quali se nutricano, crescino, e ingravidano poi. E lor parto è oue, che, poste in mare, con il moto delle spesse onde, la dura scorza nel lito limano. Finalmente rotta, produceno tauri bianchi e piccolini, quanto un porco de mezza statura ciascuno. Questi se notricano de nebule, fumo e uento anchora; e, con le corne, la soda terra rompeno e sulcando arano; nelli quali solchi il superfluo, che de lor uentre esse, nascondino; e, in termino di sei mesi, preduce arbori, che fruttifican meloni, de grandezza d'una botte ognuno; nutrimento buono, come da noi si fa del pane. Ma delle seme ascolta marauiglia! leponeuano in acqua, che li radiaua il sole; e, per spatio de una reuolution lunare, sgionfauano; finchè, non possendo più la scorza estendere, se rompea; della quale sorgeuan arditi polledri, e, passato l'anno, eran apreciati corsieri.Desio. Tu non hai ditto come si chiamano, e in che maniera stan formati.Piacevolezza. Li pretermessi per esser più breue; ma, perchè te piace, ciò non mi chiami auaro, li uccelli son chiamati nefilophagi da Greci, li Itali nebuliuore appellano. Hanno questi testa e collo de gambello, de elephante il corpo, le suspendente ale a notule somigliano, piedi han quattro, con le ongie adunche, come li auoltori, la coda de anguilla, leue e nuda, eccetto che in cima, con la ponta reuolta, acuta, dura e uenenosa, coperta de minuto pelo, de color uario ciascuna piuma; tardi con li pedi, ma uelocissimi nel uolo. Le oue sono de grandezza, in longo e lato, d'un braccio e mezzo l'uno, di color uerde, con alcune giocce rosse maculati, e chiamanosi questi Van—estima. Li Tauri seguino, e sono bianchi come ho nominato, grassi e belli, con corne grandi, e piccolini, pur assai movino quelli, come della orecchia fanno, perchè sola una oprano, sotto el barbazale: uentre amplo e nella summità arculato, piedi come gli altri e coda simile, ma la ponta de fece priua e abbonda in molti corti et sottili peli. Chiamanosi questi Limmati, per uera ragione. Lo superfluo del uentre, che produce arbori de meloni, Heremati, per le orecchie trascorrendo, suona, e assomiglian le fugace, che nelle uille (per la Grecia) fanno. Li meloni e li arbori sono in colore d'oro, lustri e trasparenti da ogni parte; hanno grandezza gli arbori de ampilo e spesso platano: hor l'uno e l'altro Matticole chiamano. La seme, che in ultimo polledri produce, de Pupillimachi assume il nome.Desio. Della insula e habitatori nulla ditto hai.Piacevolezza. La insula Vericona ho inteso menzonare, e li abitatori, Verincole se appellano. Fannovi de gli altri frutti, come castagne e pomi de virtù miranda et inopinata, quali proficui forno molto al nostro nauigare.Desio. In che maniera?Piacevolezza. Et anche questo te faro palese. Li pomi sono bianchi, de uerde uirgolati, de longhezza de uno passo, la larghezza tre braccia; scorza han dura e leue. Ma quello dentro è come de citro, odorifero, dolce et buono. E se gli fa un buso de che grandezza, che altrui uuole, e poi il foco impizza con legne; nella opposita parte dal quale, se soffia, como sente caldo, uento buono per il nauigare; e dura così cocendo per spatio d'uno anno, aqualunque naue che lo adopra; dopo cotto è cibo perfetto a nauiganti, de sapore de torte de marzapani. Le castagne sono de color aurato, de grandezza ciascuna de uno di pomi, durissime de scorza, e lor sustentia è stiptica e amara. Fasse anchor in quelle il buso e il foco come nelli pomi; quale, scaldate, mandano fora uento furioso, da summergere ogni gran naue.Desio. Tu dici cose, che mai da altri audito, ouer in scrittura se ritrouano. Ma segui te prego oltra el tuo nauigare.Piacevolezza. Fessemo uela dalla insula Vericona, e per spatio de giorni sette, trouamo in la parte meridiana la insula chiamata Nominanza, da Giganti habitata, et abonda in ricchezze e marauiglie. Sono questi giganti di braccia dodece per longo ciascuno, e tre per largo il corpo. Sei piedi hanno: li primi sono d'huomo, li secondi di leone, li terzi all'asinina. Ma della testa, occhi, bracce e mano,..........[i]non te so ben dire, perchè le imprestano l'un l'altro, e alcuni li uendono, e non pochi li furano, ouer uiolentemente se gli assumeno; altri poi per amor gli accomodano. Et pochissimi li danno per amor di dio. Hor quello tra essi è il più degno et honorato, che de più teste, occhi, bracci e mano abbonda: e così li gradi sono locati per il più e meno de queste cose. Ma, se tu intendi come nascono, stupido restarai a marauiglia.Desio. Per altro che mirabile cose udire non espetto io.Piacevolezza. Questo ancora te serà palese. Sappi, quando la terra trema, se everge e sfende, in molti luochi. Nel tempo poi che la tempesta[ii]giù per l'aer descende, se empino tutte quelle aperture. Lui defensi che 'l sole non può come gli altri consumare, superuenendo la notte, insieme con la terra se adunano; et nel giorno sequente fongi grandi, et rossi de colore, se retrouano. Così operando la uirtù lunare, le intrinseche parte uigoranse; e in pochi giorni receuino sustantia anemata. Qual, per spatio d'uno anno, si rompeno la spoglia, de fongi in giganti si trasmutano, e per la regione habitano. Sono questi della terra mirabili cultori; e come tra noi del grano, meglio, faue, pizoli e simigliante seme fanno gli uillani, non altramente essi le monete d'oro e d'argento, le perle e ogni gemma pretiosa, seminano, cultiuano et finalmente recoglieno e conseruano in le fosse, case e magazeni. Ascolta anchora piu alta marauiglia! Quelli fili, che lo insidioso ragno, perle stolide mosche prepara e nell'aere tesse, rotte dal uento, come in terra plicano e sorben del humido, se ingrossano e diuentan anguille, grasse e grande quanto un porco, de longhezza quanto che si estende il filo, e così nel lago uicino se ne uanno. Iui poi li pescano questi giganti; e della lor polpe, con uino e faue in poluere, missidando impastano; con la quale informano imagine de donne, secondo che a lor piace; e, in termino de giorni sette, poste al sole, surgen uiue femine, perfette ad ogni proua[iii]. Questi Giganti non le adopran molto, ma se dilettano della effigie bella videlicet placida scultura, uendinoli, imprestano e donano a qualunque a piacere. Vanno queste nude, con centure e corone de uarij e traspiranti fiori, sopra delle bionde trezze de seta fatti, temprati con suco, de bel apparere; et li ammaestrano a seruitij e piaceri de peregrinanti. Anchor così nude di fiori adorne ordinatamente, una uolta la settimana per fermo, e alcune altre più, circondan tutta la città; e è lecito a qualunque forastiero ellegerse quella de esse, che più gli ua in fantasia, e conducerla seco per uintiquattro hore a sollacciare. Noi in questo loco per un integro mese a nostro buon parere dimorammo, e così ricchi de zoglie e monete, accompagnati de belle e gratiose donne, li Giganti lasciamo e lor paese; e, con lo aiuto del pomo e fuoco, empite le stese uele de felice uento, per sopra le inquiete onde, sulcò la naue giorni diece. E ecco, nel undecimo, pigliamo porto in la placida insula del Conuiuare, mirabile certo, de cose buone, mai più intese.Desio. Anchora queste me farai sapere.Piacevolezza. Vicin del porto è una ampla pianura, de uerdeggiante herbicelle adorna, de uarij e allegri fiori. Hor per qualunque parte che alcuno uuole sedere, quelle gratiose uerdure fiorite se uniscono et fanno sedia, secondo conuiene alla persona. Dauanti poi la simile materia, se intessendo elleua e prepara la mensa, de longhezza opportuna. Noi, stupidi de tal apparato, l'un l'altro mirauamo uacillando. Et ecco uarie sorte d'uccelli con le piume lustre, de bianco uerde e rosse maculate, in uoce humana salutarne e dire:—«Non state più sospesi, così è proprio de nostri paesi. Qui se onoran tutte le persone. Sappiate oltra, che la insula abonda in cose da mangiare e in tutto quello, che se beue, o altramente li occhi e naso diletta, secondo li appetiti uarij. Discorreti dunque e dilettatiue senza sospetto alcuno: chiami pur ciò che alcun uole e ogni cosa li uenirà dauanti.»—Desio. Questa me ua ben per la fantasia, gionta con le prime. O che gli fusse stato io!Piacevolezza. Vedeui, amico mio, per la mensa, quando se domadaua, pauoni, pernice, fasiani, colombini, caponi, starne, beccafiche, tordi, lepori, cerui, latanti uitelli, capretti, castroni, oue fresche, figatelli, latte tremante e calde puine, con acqua rosa inzucherate, butiro, formaggi di qualunque modo, carpioni, sturioni, trute, orate, triglie, cephali, barboni, rosti, lessi, fritti, e di ciaschedun altro buon sapore; Vernacce, Maluasie, moscatelle, nostice, romanie, uinigrechi e tibidraghi, con quelli del mortar: anchor d'ogni altra specie, buoni, di odore, di gusto e colore delettabile; perfette ceruisie ueniano di ogni qualitate, fin la bosa, beuanda turchesca, qual alcuni de riso e altri de miglio fanno; sapori e saporetti, de marasche e de uua, salsa con menta fatta, petroselino, cannella, zafrano, con pane rosto, acqua rosa, zuccaro e aceto, suco de agresta fresca, anchor de l'antiquata, mostarda e piperata, e de mandole peste anchora con petti de gallina, acqua rosa, zuccaro e cannella; sapor d'aglio fatto con noce e oglio dolce, ben pestate, uolti e reuolti, in fin bianco come neue; sapor fatto de rossi d'oui e pan grattato, con suco de agresta, ouer limoni, acqua rosa, con cannella, e zafrano. Ultimo uenne certa strania compositione, chiamata solo da uno de' compagni, e fo nel brodo de capone o uitello, formaggio grattato, grani de uua bianchi e negri, mollica de pane, butiro, grasso de porco, persutto ben tagliato, porri e ceuolette, mele, uino, aceto, con spetie forte inzafranate.Desio. O che uaria mistura!Piacevolezza. Anchora de altre molto più strane; ma io uoglio narrar delle salatucce. Vedeui alcune fatte de latuche tenerelle, de bianche endiuie, appio, petrosellino, menta e finocchio, sol un poco, oglio de mandole, aceto con zucchero e acqua rosa. Altre uariauan con nasturcio e sinapo, ramponzoli e pulegio, nepita, finocchio e petrosellino. Molti eran contenti nella bugiossa e non pochi della cicorea feuan stima. Alcuni nel fior della boragine, ben condíta, si satisfacean, ouero de altri simiglianti fiori. Chi nelle cappare daua il sapore; assai eran che nelle sardelle, persutto, formaggio e caviaro. Alcun con la sappa poi le confacea, torte de marzapani, pignocati, pistachie, mandole confette, de quelle damaschine, coriandoli, picichini moscati, citroni, naranci[iv], limoni, zenzeri uerdi, noce, peri moscatelli, aringhi, e ogni candito, de zuccaro coperto. E se gli altri tutti io te dicesse, stupido resteresti a tanta impresa.Desio. O mia sorte! e perche teco non uenne io? Segui, te prego, almanco odendo mi uo satisfare.Piacevolezza. Quiui propinquo una alta montagna si elleua, de pasta tutta fatta de bianca e sottil farina, acqua rosa, musco, e ambracan, fulta de arbori, con selue grande. Le foglie delle quale son lasagne; li pampani uermicelli et macaroni; li fiori crostole et crispelle. Ma li frutti sono uariati secondo il sito della regione. E per tanto, uerso la parte, che se leua il sole, produce fugace ogni mattina, bianche, molle et ben leuate. Nella meridionale, buciolati, con tortani, grandi e piccolini, dolci et forti, odoriferi, et d'ogni altra buona mistura, secondo che più et meno si elleuano dal tronco, uerso la cima. In quella d'occidente biscotelli liggieri, frangibili et de buon sapore. Nel settentrione, biscotti de qualunque sorte et natura. Nella summità poi tutte produceno fritole piene de mandole con acqua rosa et muschio inzuccherate. Segue a questa un'altra montagna de carne, per grandezza non minore che la prima, folta de selue et d'arbori, che han simile natura. Per fiori nelli quali son figatelli; le foglie, grasso et songia; ma li frutti sono d'ogni maniera d'animali. Alcuni d'essi produceno caponi senza penne, grossi et grassi, che per la lingua pendino; de pauoni li altri, con simile conditioni; de colombini; poi pernice, starne et fasani, quaglie, tordi, tortore et becafiche; galline piene d'oui; galetti gravidi de buona mistura, de peri dico moscatelli, susini et marasche, oliue, oue sbattute, mandole peste, zuccaro, petrosellino, canella, peuere et zafrano; lepori non pochi, conigli, ceruotti et cerui, capretti, castroni et uitelli, porcelletti et porchi domestichi et seluaggi. De pessi seguino gli arbori a questi non lontano; de ostreghe, ricci anchora, granceuoli, cappe, dattoli, pantalene et quanto mai se ponno trouare per il mare tutto, per li fiumi et dentro le lacune. È uero, che la mattina fino all'hora de mangiare, tutti sono lessi, a mezzogiorno rosti, soffritti la sera, et la mezza notte de molti et quasi infiniti gusteuoli sapori. La terza montagna è de recotta marauigliosa, con boschi et selue d'arbori senza foglie, ma frutta tutti, secondo la uaria stagione, perchè la mattina son puine calde et tenerelle, cauo de latte et gioncade; nel mezzo giorno, formaggi dolci et formagietti, e de quelli longhi, anchora degli altri, che chiamano teane; la sera son duri et salati. Quando se sfende la scorza per leuante corre botiro; uerso il ponente, latte; et nel tronco, in forma de fongi, tutti produceno eccellenti rafioli. Nella estate, odoran d'acqua rosa et uiole, nell'inuerno son tutte moscate. La quarta montagna, che dapò per ordine se colloca, è de zuccaro tutta, de herbe coperta,de boschi et selue, poco minore delle prime; et son confetti li frutti, li fiori. Le scorze, li tronchi et le radice anchora hanno mirabile proprietà: se la scorza intacchi o sfendi, como siropo distilla gioso, abondante de sapor buono et uario nel colore, perchè odora del legno da doue descende. Iui tu uedi le selue de canella, de zenzero uerde, et quella de noce moscata, de gariofili, et del balsamo li arbustelli, de tutte le specie, ancor de mirabolani citroni, limoni, naranci et pomi adami, peri moscatelli, et tutti altri ancora, mandole et noce, persichi et susini, ceriese con marasche, zucche, cucumeri, citruli et meloni. Tu non potrai tanto diligentemente immaginare tra le cose tutte, che in quella non troui de più e de migliore. La quinta montagna, larga e spatiosa, che tra l'oriente e mezzo giorno segue, de uerde ellera è coperta, et produce per fiori gotti, tazze, ingestare e altri belli uasi per beuere. E, da poi beuuto, se mangiano, de sapore del uino, anchora tenti del proprio colore. E pullula per tutto territufoli in molta quantità, che parono edifici adorni d'ellera, grandi como case; ma quando, o per tempo o per artificio, se sfendino, buttan uino in modo de fiumara, di qualunque sapore, odorante et buono; e discorrendo giuso in la pianura, fanno de uino un gran lago, che par mare, tra le onde del qual monstri assai notano, de effigie certo marauigliosa. Representan queste bestie faccia humana, non in tutto, perchè han pochi denti, il mostaccio acuto, come musciolini le ale; uanno intorno in forma de rota, non correspondenti in alcun uolere, il uentre hanno de porco, mozzo il busto senza coda, spinoso tutto, come riccio marino. Ecco, può questi, uno alto monte, che tocchi in cielo, con fontane, riuoli e fiumicelli, de traspirante acque et ogli d'odor soaui, laghi anchor assai de zibetto e altri unguenti pretiosi, grotte e cauerne quasi infinite, de terra che par musco ad ogni proua, e non pochi de ambracan, monti di belzuin e di storace, selue, boschetti, intorno e in cima, de ligno aloe, e simile piante, d'odor suaue, ch'io non dico. Verso la parte de oriente, sta una gran pianura habitata di ragni, grandi come boui. Niente differissen dagli altri, dico de colori uariati, eccetto nel uolto, che par a quello d'huomo se assomigli. Questi filano e tessino panni e tele de lino, lana e seta, de qualunque finezza e degno colore. Frequentano la insula tutti li circunuicini, ma non ui abitano molto tempo, perche quel'aere, a qualunque molto ui dimora, produce pedocchi grandi e rabbiosi, che tutto lo stracciano, magnano, e finalmente con la miseria lo uccide.Desio. O fortunati quelli, che a questa finitimi stanno! O sorte, eperchè non son io lì uicino habitatore! O beato te, Piaceuolezza, che de tante buone cose hai fatto proua!Piacevolezza. Noi del eminente pericolo aduertiti, de ciò, che era bisogno, condutto in naue, il terzo giorno, lasciati da parte li conuiuali liti, uerso oriente drizzauamo il camino, tuttauia con lo pomo e fuoco, a nostro uolere faceuamo la uela sgionfa. Così per giorni quindeci ne conuenne le onde sole e il cielo uedere, fin che una mattina al leuar del sole, uedemo un pesse de grandezza tale, che li occhi soli pareano due montagne, eleuate oltra mesura, lustri, scintillanti, e per entro se uedeano campagne, monti, con cittate, gli huomini anchora, e ogni loro opra. Tutti gli altri membri a questi correspondeano. Con la bocca aperta espettaua noi per ingiottirne con tutta la naue.Desio. Et che facesti uoi?Piacevolezza. Voltata in la destra parte la prora, con lo aiuto del pomo, come prima, e le castagne con il foco per nostro riparo uoltamo al pesse, e li facemo gran fortuna, exasperando le spumose onde in alto, che pareano toccar al cielo, fin tanto che della uista nostra fu occultato: quieti d'animo nauigando, lasciamo ogni paura. Finalmente, nel uigesimo giorno, si trouamo in un dilettante et ameno loco; ma, perchè la regione incognita era, da longi fece firmar nostra naue, et scandagliando l'acque nostro gubernatore, s'accorge, che dalla montagna emimente et sublime, lì uicino, nimbo descendea gliomerante, con strepito e furioso. Impauriti dunque tutti, abbassamo li arbori, et con pegola et stoppe serrata ogni perta, così ascosi e timidi dentro aspettauamo nostra uentura. O mirabilità del mondo! come serò creduto io de cosa tanto inaudita e noua? Il nimbo uenne: l'onde del mare bolliuano, rompironse le porte, che con le tenace ancore il legno sosteneuano. In un subito (ascolta marauiglia) quanto che 'l nimbo bagnò della naue, in pesce fo conuertito, la prora con il castello capo deuenne, il resto corpo, in longa coda nostro bon timone. De ligno dunque in acquatile animal trasmutato, discorreua il mare, di sopra, per mezzo, al fondo, et in ciascun loco, così nella superfice. Vedeuamo insule assai, grande, piccole et mediane, ferme, natante, alcune altre s'occultauano, e non poche sorgendo nasceuan da dentro il mare. Tutta uia, scontrauamo pesci di sopra, di sotto et di qualunque lato, de corpi et figure tanto strani, che la mente teme lor memoria. Montagne eran nel basso, pianure, con ualle, arbori, boschi, uille, castella et città, habitation prima d'huomini. Arbori de coralli in altre parte, rossi, bianchi et neri; gemme assai, oro, argento, e ogni altro minerale; fonti d'acqua dolce che sorgean, grosse fiumare disperse per tutto, come qui di sopra.Desio. Per donde uedeui tu tante cose?Piacevolezza. Eran certe uie artificiate, con gradi in modo de scala, da noi fatte, per le qual si ascendea nell'ultimo concauo delli occhi del pesce, da doue discerneuamo ogni cosa.Desio. Segui, te prego; che uedesti anchora?Piacevolezza. Li pesci ne eran molesti per ogni lato, conoscendo noi dentro gli occhi caminare; ma il nostro, che di ciò se accorse, mordeali e stratiaua con denti, feriua con le spine, et sbattea hor questo, hor quello con squassi del mustazzo, ale, e coda, de maniera, che piccoli e grandi nel geno marino odiauano noi. Ma un giorno, tra gli molti, (discorso il mare, può la mirabile trasformatione, sette fiate) infestaronlo quasi infiniti pesci potenti e marauigliosi, di sopra, di sotto, e d'ogni parte, di modo che per li affanni tanti non potea più far defensa. E per tanto, rilassate le ampie ale, e piegata la affannata testa, finalmente abbandonata la gubernatrice coda, se remesse. Pensa, amico, se eramo gionti à mal partito! Uniti dunque tutti li compagni, se consigliamo far l'ultimo potere: e così ponamo a segno tutte l'artelarie, schioppi, archibusi et bombarde, parte per la bocca, aperta con forza de legnami, et parte per sotto della coda, da doue il superfluo se espurga. Quando ne parse tempo, dessemo foco. Li tuoni forno grandi, il uento multiplice et il fumo. Bolliua il mare, per ogni parte se uedean le gran ferute, altri moriuan subito, alcuni alla morte uicini, stropiaronsi molti, e non pochi, storditi dal romore e nouità, fuggirono: de maniera che libero da tanti affanni restò il nostro, per le onde bellamente prendendo riposo. Quando, nel meglio della nostra quiete, un mirabil pesce, de potere oltra misura, inuilito forse per l'aspra guerra e bombardare (cosa inusitata, e da quello mai più compresa) pose il mostaccio e tutta la testa, sotto il uentre del nostro, che dormia, et con gran prestezza dall'acqua in aere sbalzando eleuollo. Questo, compreso e dal dormir remesso, le ampie ale stende, l'accorto hospite sostiense in quelle, et retarda suo peso, che cala, non in mare ma in terra, senza incommodo de corpo, lontano assai del lito. Priuo dunque del sussidio marino, piegò la testa, sotto del gran uentre, poi quella coperse tutta delle ale, e intorno colla coda circongirolla. Trascorsino li giorni, e, per il caldo del sole, desiccosse il grosso corio e diuenne scorza dura. Il caldo dentro uigorato fece sua opra, e, come gionse la luna nel destro trino, sfessesi per longo nella parte suprema, per la qual drago alato, grande e fulminante fora cacciosse. Così con piedi per la terra, con le estense ale per aere, ad ogni suo piacere (audace e forte sopra tutte cose) non restaua da parte in parte il mondocercare. Vn giorno, discorrendo, nelle montagne e spelonche di dragoni peruenne. Questa è una regione, Dragonara appellata, perchè li draghi (e non altri) iui stanno, grandi e superbi, molto rabidi e insidiosi. Quando l'han uisto, uniti tutti a gran furore il nostro insultano, con sibili orrendi, crudi morsi e dispietato sgrafognar de ongie, ma non che restassero aspramente battere anchora con le code. Defesesi, con audacia e potere, il nostro buon compagno, hospite fido, e curioso capitano. Questo et quell'altro sbattendo, hor con morsi uigorosi squassaua, hor stracciaua con le adunche e dure ongie, e aspramente feria anchora esso con la coda. Così, per spatio di tre giorni, durò l'aspra e marauigliosa guerra. Ma essendo solo e la moltitudine unita, che tutta uia li sopragiongea, remirando, se tirò da parte, disperato a l'ultima difesa. Noi, che per entro gli occhi uedeuamo ogni cosa, mettemo in ponto nostre artelarie; et con grossi e longhi legni la gran bocca li tenemo aperta. Il simile anchora quella uscita, che è dopo il uentre e tra la coda. Apri e serra, così in un tratto con il foco scrocamo le artellarie per ogni parte. Il romor fo mirabile e stupendo, multiplicosse la poluere e il gran fumo per tutta la mala regione. Li draghi feriti e morti forono assai, stropiati non pochi, e altri, perterriti dal nouo caso, fuggirono. Noi, conseguendo la incominciata uittoria, non mancamo con bombarde, fulminare per le selue tutte, spelonche e alte montagne. Per la qual cosa nelli folti boschi il foco fiammegiaua, e con l'aiuto de nostre castagne, spengemo il uento molto furioso, intorno girando, fin che de draghi ne parse hauer sufficiente la uendetta. Finita dunque, il nostro triumphalmente abbandonò la mala, iniqua e pessima regione; e, per molti miglia allontanato, se ritronò in la prouincia della Verità. Questa in alto sopragiace de una elleuata montagna, piana tutta e circulare, intorno ui stanno ombrosi boschi, de spineti assai; non è molto ampla, ma abbonda de marauiglie. In mezzo della qual sorge un uiuo fonte, de uirtù miranda, perchè qualunque di quella limpida e chiara onde beue, conosce, sa e intende ciò, che tacitamente le pietre parlano, li metalli, le herbe, gli arbori e tutti li animali. Vacillaua per il primo nostra mente; poi, fatti usi, prendeuamo piacere. Iui se odiuano tutte quelle cose, che fanno de una in un altra effigie trasmutare: di uecchi gioueni, belli e uigorosi: de poueri, ricchi: de infelici, fortunati: de matti, temprati: de ignari, sapienti: de pigri, ueloci e liggieri: de uili e eietti signori nominati: de muti, eloquenti: de sterili, fecundi: de brutti, belli; e simile marauiglie, con soaue e diletteuol melodia.Desio. O felice peregrino, che anchora serui tanto accortamente la memoria de tutte queste cose, non te rincresca memorar qualche bel detto.Piacevolezza. Volentieri, aponto de questa pietra, che ho qui meco, dentro la scarsella, qual notte e giorno simil uersi canta:Io fo passar l'huomo invisibileEt d'ogni nocumento il do securo.Con mente allegra e corpo impassibile.Dall'hora in qua intendemo il uoler del drago e esso il nostro anchora.Desio. Recogliesti uoi de tante degne cose?Piacevolezza. De tutte. E poi fessemo partita. Così, in pochi giorni, discorrendo e con il uolo, conuenimo nel Regno della infirmità. Questo è amplo e spatioso tanto, che non basteria una età caminarlo; con alte montagne, cauerne, vore, e precipitij infiniti, e sopra tutti quelli, stan signori proprij, sudditi alla potente Regina, per recogliere la seme delle lesione, molestie e impedimenti, alli corpi animati. Dalle uore profonde, il uiolente morbo nasce; dalle alte montagne, le seme della febre; della podagra nel piano morbida se annida; della rogna in grebani quiesce e così proportionatamente ciascuna.Desio. Come facesti con tali signori?Piacevolezza. Bene, perchè eramo securi, a dirti il uero, con le tante uirtù de herbe, gemme e metalli, che erano con noi.Desio. Ho sempre inteso le mirande uirtù nelle herbe e pietre esser, anchor nelle parole.Piacevolezza. Questa ultima se troua in Ferulara insula. Ma perchè iui habitano le inique e false persone, de quelle, dico, che con le rete e fuoco fessemo gran strage, pretermessi. E per tanto, drizzato nostro camino in la insula Nominanza, dalli giganti habitata, acquistamo gemme e monete d'oro e argento, quale superan tutte le cose del mondo, che se fanno e reggino.Desio. Et che poter hanno li signori prenominati, sudditi alla tremenda Regina?Piacevolezza. Obedissen a quelli tutte le seme; e, doue a lor piace, mandanle, quando soffia il uento; e secondo, le legge se li impone, fanno. Sappi, che de tutte recogliessimo noi entro le scatole e sacchi e molte casse anchora.Desio. Et perchè?Piacevolezza. Per mandarle doue, che ne fosse di piacere.Desio. Obediuano poi?Piacevolezza. Come a lor proprij signori. Finalmente, abbandonati li penosi luochi, capitassimo in uno altro Regno, molto più stupendo delle marauiglie prime. Edificio, gran signor, quello gubernia, compartito in sette parte principali: la prima tutta è de castelli, campanili e torre, habitata: la seconda, de pallazzi, ampli e sublimi: la terza de case d'ogni qualitate: la quarta de muri semplici e colonne: la quinta de fenestre uariate: la sesta de scale, de qualunque maniera: nella settima e ultima del Regno, le uessate e stridente porte stanno. Il paese è piano tutto, de belle campagne. Parlano questi in lor linguaggio come noi, se maritano e fan figliuoli, peregrinano e contrattano faccende, fanno guerre e inimicansi, mangiano e beuino, uestino, dormino, uigilano, e fanno delle altre cose; ma, sopra tutto, li castelli, torre, e campanili, sono musichi e eccellenti cantori. Anchora, in molti luochi di questo Regno, ascolta marauiglia! longo tempo bandiscono la morte, con ditto manifesto, che ciascuno intende! Di fuori son tutti felici. Ma se tu uedessi dentro! de quanti incommodi, sinestri e mali repleti stanno, de sorzi, toppi ciechi che cauano la terra, de orsi, che con le adunche ongie, sotto di quelli le cauerne preparano, anchor de uolpe, conigli e formiche: piangeresti della gran pietate. Noi dunque, pieni de cordoglio, a molti prestamo rimedio.Desio. Et che poteuase per quelle fare?Piacevolezza. Snodamo molti sacchi et scatole delle seme della infirmità, in quelli dentro per ogni luoco. Secondo le legge della tremenda Regina; a qualunque se annidasse per li lor confini, strettamente abbraccino.Desio. Che seme forno?Piacevolezza. Della rogna primo, e d'ogni spetie di dolori, di febbre, uomiti, flussi, sospiri, gemiti, uertigine, podagra, ciragra, grauezza e curuità nelle suddite spalle, fame, sete e uigilie, terrori subiti, e d'ogni altra spetie, che offende gli animali nelli castelli, torre, e campanili. Questo fatto, lasciamo da parte ogni lor marauiglia. Tuttauia in questo e in quell'altro luoco peregrinando procedeamo (e per breuemente dirti in conclusione) fin che la terra tutta da noi fo cercata, le uille, le castella e le cittade, le prouintie, montagne e monti, ualle con pianure, e ciascuno altro accessibil luoco. Questo ti basta fin qui del sodo haver inteso, ascolta un poco dell'aere e haverai piacere. Cercata la terra, volando in aere se elleva il drago, per vedere; e nel primo, scontramo le strighe, li demoni tutti, le fantasme, le furie, con le pene; altre anchora figure horrende, de nebuleo fumo impastate, che mai in una preseruano, anci quanto più le sguardi, se scambiano, e fanno altrui qui dal basso uacillare, quando in montagne, boschi, case, castella e cittade, teste de bestie terrene e de pesci uarij, navigi efferati: e in summa quanto mai alcuno si puote immaginare, quiui è la sua sedie e principal imperio.Desio. Hai tu uisto la pioggia, le grandine e neue, li tuoni e fulgori, da doue cascano? e perchè soffian li venti tanto uarij?Piacevolezza. Si bene. Et hauerai piacere, se tu le intendi. Nota, prima che altro io dica: queste cose tante, che da qui giù se uede nel aere, delle strighe e fantasme paventose, sono suggette uariatamente a proprî signori, che li esercitan doue a lor piace. Et per tanto, alcuno di essi, con sacchi de tela de ragno, come nebule fatti, uanno dentro al mare; e, pieni d'acqua, nell'aere poi le portan suso. Così delli fiumi, rivoli e fontane. Altri nelli deserti uanno per siccita; per il freddo, alcuni, nelle gelate parte; molti nelle torride, per il caldo e fuoco; e non pochi, dalle caverne e tra monti li venti eccitando, con li udri sorbino. Variano questi, secondo che a lor patroni segue il dominio, in una o in un'altra parte. Nell'aere gionti poi, quando che hanno fretta, quelli delli sacchi e questi con li udri, strengensi, comprimendo l'un l'altro: e di quel ui è dentro, per forza in gioccie convertito, esce, e giù precipitando per l'aere discende, uince la moltitudine e quella appare. Ma la neue sottilmente la taglian a sfogli, e così distesa la tengono in parte, l'un sopra l'altro liggiermente stivati, e quando è il conflitto dalla parte settentrionale, se rompono in pezzetti: e qui più gravando cascano. Le grandine sono cristallo dal freddo anchor non confirmato, gravan nell'aere e discenden gioso. Li folgori intervengono, con li tuoni, quando battaglian questi gran signori tra loro; li serui in quello stretti l'un l'altro furiosamente batte e percote; infiammase l'aere per la fretta, e giù da noi risplende, le botte per il vacuo intonano, e ui fan tanto stupidi mirare. Li udri si rompono per il forte sorbire; fugge il uento, che iui se aprende, e discorre per le parte qui da noi. Sappi più oltra, che l'aere, così spatioso, è tutto abitato de cose uarie, quanto cape la terra e mare. Dall'in giù le seme descendino; fruttifican poi, secondo son locate. Più che circonda sta lo antiquo drago, qual tutto de occhi scintillanti suo corpo adorno riueste, gionge la testa con la coda, li piedi ambi, e tutto couerze con le ale. Vno occhio solo ha in fronte, grande, lustro, claro e bello. Vn altro può in la ponta della coda, qual uoglie et riuoglie spesso e l'affatica. Con questi e con li altri,anchor con quelli, che da qui non si uedeno, mira nell'aere, nella terra e nel mare: così a suo modo le regge e diletta. Quando questo antiquo, uicini esser ne comprese, sdegnato forte sguardò nell'aere e tutto il commosse. Per fuggir dunque, il nostro Duce, in questo et in quell'altro lato uolgendo giraua, ma non potea oltra passare, perchè il tutto intra sè abbraccia. Hor in tal maniera da parte in parte per l'aere uagando, ostacoli parati troua, guerra continua, e pugna; che non manca iui gli affanni, e le gran fatiche; iui abbondan li sudori sanguinolenti; iui la morte ogni ora era palese. Finalmente, retornati in noi, con le herbe, con li metalli e con le gemme anchora, mitigamo li obstaculi e quel antiquo drago; e per la uirtù intrinseca, che non manca, se fessemo conoscere, et esso conoscemo noi. Per la qual cosa, de terore in piacer tutti reuolti, tornamo in giù, e te primo che altro ho qui ueduto.

[1]Raccolta da l'avv. prof. Gherardo Nerucci, che l'ebbe dalla bocca dell'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota.—«Zu Grimm(K. M. N.º 36)Tischchen deckdichu. s. w.»—ecc. I riscontri a questa Novella possono dividersi in tre serie diverse. Nellaprima serie, il possessore di oggetti incantati li perde per l'astuzia d'una donna e poi li riacquista mediante frutta, delle quali una specie produce un difetto corporale, che vien guarito dall'altra. Nellaseconda serie, manca questa ultima parte; ed il possessore riacquista gli oggetti, od impedendo la principessa di frodarlo al giuoco o facendosene amare. Nellaterza seriefinalmente, due oggetti incantati vengono frodati per sostituzione dagli ospiti e riacquistati mediante il terzo, che suol essere un bastone, che batte comandato senza remissione. Allaprima seriedi riscontri appartengono:—I.Gesta Romanorum, il capitolo CXX (dove i fichi fanno diventar lebbroso).—II.La vurza, lu firriolu e lu cornu 'nfatatu(Pitrè. Op. cit) Tre fratelli trovano sotto tre mattoni della soglia della casa paterna, che il padre s'era riserbati nel venderla, una borsa denenaripara, un ferrajuolo invisibilifico ed un corno, che suscita eserciti. Il maggiore si fa rubare tutt'e tre le cose da una Reginotta; cui poi vende de' fichi, che fan venir le corna; e da cui se le fa restituire, per guarirla.—III.Von dem Schäfer, der die Kœnigstochter zum Lachen brachte(Gonzenbach. Op. cit.) Un pastorello trova sul margine d'una fontana uno anello, che fa sternutire senza fine, chi l'ha alla destra. Delibera servirsene, per ottenere la Reginotta, promessa in isposa a chi la farà ridere. Pernottando sur un albero, sente un colloquio di ladri; e poi ruba loro un tovagliuolo, una borsa ed un fischietto incantato. Ponendo lo anello sternutatorio al dito del Re, fa ridere la Principessa. Ma il Re, sdegnato, il manda in carcere; dove poi, mantenendo egli allegri i compagni di sventura co' tre oggetti incantati, questi gli vengon fatti rapire dal Re. Evade. Scopre una ficaja con fichi bianchi e neri; i primi fanno passar le corna prodotte da' secondi. Così riacquista le sue quattro coserelle ed ottiene la Reginotta in moglie.—Allaseconda seriedi riscontri, appartengono:—I. La novella presente.—II.Petru lu Massariotu(Pitrè. Op. cit.)—Allaterza seriedi riscontrifinalmente spetta:—I.Lo Cunto dell'Uerco, trattenimento I. della I. giornata delPentamerone:—«Antuono de Marigliano, ped essere l'arcefanfaro de li catammare, cacciato da la mamma, sse mese a li servizie de 'n Uerco. Da lo quale, volenno vedere la casa soja, è regalato cchiù bote; e sempre sse fa corrivare da 'no tavernaro. All'utemo le da 'na mazza, la quale castiga la 'gnoranzia soja, fa pagare la penitenzia all'Oste de la furberia e arrecchisce la casa soja.»—II.Pitrè(Op. cit.)Lu scarpareddu mortu de fami.—III.Pitrè(ibid)La Munachedda.—IV.Gonzenbach(Op. cit.)Zaubergerte, Goldesel, Knueppelchen schlagt zu.—V.Bernoni(Op. cit.)Ari Ari, caga danari.—VI.De Gubernatis, (Novelline di Santo Stefano di Calcinaja, XXI.)Bastoncrocchia.

[2]Similmente ha favoleggiato il Marino nell'Adone (Canto XIII, 228—229.) Mercurio parla in siffatta guisa al figliuol di Mirra:

Poi che una noce d'or colta ne avrai,Fa che appo te, ne' tuoi viaggi incerti,La rechi ognor, senza lasciarla mai;Perchè valloni sterili e desertiPassar convienti, inabitati assai,Là dove stanco di sì lunghi erroriPenuria avrai di cibi e di licori.

Il guscio aprendo allor de l'aurea noce,Vedrai nuovo miracolo inudito.Vedrai repente comparir veloceSovra mensa real lauto convito;Da ministri incorporei e senza voce,Senza saper da cui, sarai servito.Nè mancherà d'intorno in copia grandeApparato di vini e di vivande.

Difatti, (Canto XIV, 8.) Adone

...Perchè da la fame è spinto a forzaE da la sete a desiar ristoro,Tosto de l'aurea noce apre la scorza,E credenza gli appar d'alto lavoro;E la sete e la fame in un gli ammorzaVasellamento di cristallo e d'oro,Pien di quanto la terra e 'l mar dispensa;E non ha servi et è servito a mensa.

[3]Nell'Adone del Cavalier Marino (Canto XII, stanze CCLXX—CCLXXII), l'Idonea promette in nome della Falsirena al protagonista il dono di una moneta,

Che, sempre, a chi la spende, indietro riede.Se la spendessi mille volte il giorno,Mille volte in tua man farà ritorno.Una sua borsa ancor vo', ch'abbi appresso,La cui virtù meravigliosa è molto:Dentro vi cresce ognor ciò, che v'è messo,E rende al doppio più, che non n'è tolto.Vedrai, se l'apri, tosto, da sè stessoMoltiplicarsi quel, che v'è raccolto:Se poi vota la lassi e d'oro scarca,Ve ne ritrovi almen sempre una marca.La lucertola avrai da le due code,Perchè, giocando, a guadagnar ti serva, ecc.—

Fra leNovelle Moralidel Chierico Regolare SomascoFrancesco Soavece n'è una, intitolataAlimék o la Felicità, Novella Araba, il cui protagonista possiede una borsa, ch'è piena d'oro, qualora egli vuole.]

[4]De' cavalli e delle armi. Sarebbe più italiano:armi e cavalli.

[5]Racconta Tommaso Costo, nella prima delleOtto giornatedelFuggilozio:—«Un certo messer Nazario, milanese, avendo ire a Genova per un suo negozio, non sapeva come farsi, a lasciar la moglie sola e sicura: e perchè essendo giovane e bella, come geloso dell'onore, ne stava grandemente in sospetto; e massime ch'ella era un poco leggeretta. Alla fine, essendo pur costretto a partirsi, le lasciò quest'ordine, che a qualunque persona la richiedesse di qualche servizio, dovesse dir di no. Ciò intendendo un suo vicino, uomo in far delle truffe diligentissimo, andatosene dalla buona donnicciuola, sì le disse:Madonna Pierina, (così aveva nome)se io vi facessi quel servigio(e glielo dichiarò)ve l'avreste voi a male?—No, rispose la galante femmina, ricordandosi dell'ordine del marito. E così furono d'accordo e 'l povero di messer Nazario per la sua sciocca avvertenza rimase burlato; e debitamente, perchè il poco accorto marito suole talvolta esser cagione dell'errore della semplice moglie.»—

[6]In questa novella abbiamo oggetti incantati. Affine a questo genere di finzione sono i viaggi fantastici, per paesi meravigliosi, dove si trovano cose impossibili e stupende, de' quali abbiamo anche esempli greci, e mi basterà citare laStoria veradel samosatense, ed i quali diresti scritti per mettere in caricatura i viaggiatori bugiardi. Rifiorì quindi questa maniera di favole nel cinquecento; e piace sempre, come testimonia la popolarità de'Viaggi del Gulliver. Non so resistere alla tentazione di offrirne uno esempio, ricavato da un antico libro e dimenticato, che s'intitola:Opera Nuova, molto utile et piacevole, ove si contiene quattro dialogi, composti per l'eccellentissimo dottor delle Arte (sic) et medico aureato (sic) Messer Angelo de Forte MDXXXII(com'è detto in fine:Stampata in Vinegia per Nicolo (sic) d'Aristotile detto Zoppino nel mese di Agosto MDXXXII). In essa narrazione si troverà una descrizione del paese favoloso, che poi, sotto nome dipaese di Cuccagna, doveva essere celebrato dal Folengo, dal padre Quirico Rossi e da tanti altri, con più o meno spirito.

In questo Dialogo si introduce Piacevolezza, felice Peregrino, hauer cercato il mare tutto, dentro et di fuora, la terra et lo aere per fino al cielo, et in questo visto et fatto cose degne di memoria, di grandi et notabili significati, quali narra a Desio, suo amico:

Desio. S'io non erro, ecco il mio amico, qual tanto desiderato ho, già sono hormai molti anni et ciascheduno fermamente crede, che sia morto. Questo, che uedo, non è sogno: son par uigilante. Sia quel, che esser può, uo salutarlo. Dio te salui, amico mio; et doue sei tu tanto tempo stato, ouero da quali lontani a noi te transferisci, con spettacolo de habiti tanto strani?

Piacevolezza. La longa peregrinatione me ha fatto così da uoi alieno.

Desio. Dunque, tu ai peregrinato?

Piacevolezza. Non te l'ho ditto io?

Desio. Et in che paesi?

Piacevolezza. Tutta la terra, il mare, de fore e dentro, l'aere anchora e il concavo (cioè la parte intrinseca) del continente cielo; e ho trouato in questi, li paesi della mirabilità.

Desio. Et che uuol dire, che io non intesi mai nominarli?

Piacevolezza. Perchè non se ha memoria d'altro, che me, della nostra regione, in quelli hauer peruenuto.

Desio. Dunque tu hai trouato nuoui paesi?

Piacevolezza. Certamente nuoui.

Desio. Et che in quelli uisto hai?

Piacevolezza. Mirabile cose.

Desio. Mirabile?

Piacevolezza. Sì; e, per tanto, regione de mirabilitate le chiamai.

Desio. Et che mirabil cose sono queste?

Piacevolezza. Tanto che ogni credenza humana trapassano.

Desio. Dì, te prego; e non mi lasciar pendente nel tuo parlare.

Piacevolezza. Forse non le crederai.

Desio. E como non uoglio credere io un tanto amico, quando afferma hauer uisto e toccato?

Piacevolezza. Sì, e con giuramento anchora, quanto più santamente me sera possibile. Dunque, ascolta. Che io te giuro per tutti li nulli e la lor potentissima deità; e per la congregatione delli nienti, e li compagni, matre e fratelli, cosa che ognuno teme e abborre; anchora te giuro per la deità e summo potere de uano: che tutto quello dico, ho cercato; e tanto è uero, quanto la equal pianura è monte, o quanto il gambaro, elefante, ouero la mosca, grua e sparuiero. Stante el giuramento, me potrai tu credere.

Desio. Fermamente.

Piacevolezza. Sono già dodice anni passati, che io, cupido di sapere delle nouitade e cose mirabile, se trouano nelle insule sparse per lo ampio mare occeano, preparai una grande e buona naue, con tutte cose conueniente a mia nauigatione; e, quando me parse tempo, con uento felice, dal sino persico, demo a uenti le ampie uele, uerso la parte meridionale, tuttauia sgionfe. E per spatio de quindeci giorni sulcate le liquide onde, allhora che nel oriente splendido di raggi, dal mare in alto si elleva il sole, peruenimo in la insula Miracolosa. Nella qual preso porto desiderato, li compagni nostri, con uarij giovenil esercitij in la nuoua terra se dauano piacer, e festa, quando uedemo uer de noi uenire gente in battaglione, con ordini et signi de cruda e mortale guerra fare. Spauentati dunque di tanta nouità, gli facemo assapere nostri affari et conditione, quali intesa amicheuolmente receuettero noi. Così allegri l'una e l'altra parte, de molte cose hauessemo a ragionare: ultimo ne fecero certi, come da una insula lì uicina, ueniuano huomini mirabili, audacissimi e crudeli, quali Ferulari chiamano, perchè da ferule marauigliosamente edificati sono, e poi temprati con suco de sferracavallo, impedimento certo d'ogni pungente ferro, o che taglia, smacca e seca. E spesso spesso solleuano la insula, molestando predare: e che eran ritornati in Ferulara (perchè così la insula se appella) a refrescar del magico sucola dura tempratura, e siccata li giorni passati dalli caldi raggi del potente sole; e in quel tempo espettavano il rabbioso stuolo devere, refattosi, lì retornare. Noi, de tanta novitade fatti attoniti, suspensi alquanto, perchè natando sulcauano le acque presti e leggieri, e non potean da alcun tormento per acuto o graue, che fosse, esser dannegiati, pensamo inusitato modo, de superare questi peruersi, iniqui e scelerati. Demo buon animo dunque alli nuoui amici, promettemoli uittoria; e certificamo lor salute. Ascolta, amico mio, cosa mirabile e de che maniera. Fessemo una rete, larga de passi pur assai, e longhezza tanta, che la insula tutta circondaua, de mistura ottima, che abrusia dentro l'acqua e conferua ogni liquore, de solfore dico, salnitrio, bitumine, oglio de sasso, camphora, rasa, oglio de lino, e simigliante cose. Non tanto presto la rete fo distesa, che ecco per le onde, equalmente natando uenia la mala gente, con impeto de ululi, e squassar nell'acqua con le bracce, testa, gambe e piedi. Spumaua il mare, l'aere deuenne nubilo, la terra tutta incominciò tremare. Spauentaronsi li nostri hospiti. Ma noi, sicurati dall'arte, demo segno de uittoria. Finalmente gionti al lito uniti e in fretta, tutti in poco d'hora se insaccaro nella rete. Li ministri, che ciò aspettauano, impicciato il foco per ogni parte, in uno istante la materia atta seguì suo potere: per la qual cosa in fiamma, fummo e cenere, si conuertì ogni magico e infesto lauoro. Allegri dunque li acquistati amici, a merauiglia ferno festa con suoni e canti, giuochi anchor diuersi, secondo lor costume. Noi, per spatio de quindeci giorni, se dilettamo tra costoro: ma la natural uolontà del sapere, pongendo, spronaua accelerar in altra parte nostro camino. Fornimosi dunque de quello bisognaua et delle mirabilitate, dal paese fessemo partita.

Desio. No te rencresca narrar alcune degne cose.

Piacevolezza. Te uoglio compiacere. Tollessemo molti uccelli, quali due uolte il dì, (cioè mattina e sera ordinariamente) in aere se elevando, suolano; e con la bocca aperta, receueno le nebule, uento e fumo, cibo proprio de simili animali, con li quali se nutricano, crescino, e ingravidano poi. E lor parto è oue, che, poste in mare, con il moto delle spesse onde, la dura scorza nel lito limano. Finalmente rotta, produceno tauri bianchi e piccolini, quanto un porco de mezza statura ciascuno. Questi se notricano de nebule, fumo e uento anchora; e, con le corne, la soda terra rompeno e sulcando arano; nelli quali solchi il superfluo, che de lor uentre esse, nascondino; e, in termino di sei mesi, preduce arbori, che fruttifican meloni, de grandezza d'una botte ognuno; nutrimento buono, come da noi si fa del pane. Ma delle seme ascolta marauiglia! leponeuano in acqua, che li radiaua il sole; e, per spatio de una reuolution lunare, sgionfauano; finchè, non possendo più la scorza estendere, se rompea; della quale sorgeuan arditi polledri, e, passato l'anno, eran apreciati corsieri.

Desio. Tu non hai ditto come si chiamano, e in che maniera stan formati.

Piacevolezza. Li pretermessi per esser più breue; ma, perchè te piace, ciò non mi chiami auaro, li uccelli son chiamati nefilophagi da Greci, li Itali nebuliuore appellano. Hanno questi testa e collo de gambello, de elephante il corpo, le suspendente ale a notule somigliano, piedi han quattro, con le ongie adunche, come li auoltori, la coda de anguilla, leue e nuda, eccetto che in cima, con la ponta reuolta, acuta, dura e uenenosa, coperta de minuto pelo, de color uario ciascuna piuma; tardi con li pedi, ma uelocissimi nel uolo. Le oue sono de grandezza, in longo e lato, d'un braccio e mezzo l'uno, di color uerde, con alcune giocce rosse maculati, e chiamanosi questi Van—estima. Li Tauri seguino, e sono bianchi come ho nominato, grassi e belli, con corne grandi, e piccolini, pur assai movino quelli, come della orecchia fanno, perchè sola una oprano, sotto el barbazale: uentre amplo e nella summità arculato, piedi come gli altri e coda simile, ma la ponta de fece priua e abbonda in molti corti et sottili peli. Chiamanosi questi Limmati, per uera ragione. Lo superfluo del uentre, che produce arbori de meloni, Heremati, per le orecchie trascorrendo, suona, e assomiglian le fugace, che nelle uille (per la Grecia) fanno. Li meloni e li arbori sono in colore d'oro, lustri e trasparenti da ogni parte; hanno grandezza gli arbori de ampilo e spesso platano: hor l'uno e l'altro Matticole chiamano. La seme, che in ultimo polledri produce, de Pupillimachi assume il nome.

Desio. Della insula e habitatori nulla ditto hai.

Piacevolezza. La insula Vericona ho inteso menzonare, e li abitatori, Verincole se appellano. Fannovi de gli altri frutti, come castagne e pomi de virtù miranda et inopinata, quali proficui forno molto al nostro nauigare.

Desio. In che maniera?

Piacevolezza. Et anche questo te faro palese. Li pomi sono bianchi, de uerde uirgolati, de longhezza de uno passo, la larghezza tre braccia; scorza han dura e leue. Ma quello dentro è come de citro, odorifero, dolce et buono. E se gli fa un buso de che grandezza, che altrui uuole, e poi il foco impizza con legne; nella opposita parte dal quale, se soffia, como sente caldo, uento buono per il nauigare; e dura così cocendo per spatio d'uno anno, aqualunque naue che lo adopra; dopo cotto è cibo perfetto a nauiganti, de sapore de torte de marzapani. Le castagne sono de color aurato, de grandezza ciascuna de uno di pomi, durissime de scorza, e lor sustentia è stiptica e amara. Fasse anchor in quelle il buso e il foco come nelli pomi; quale, scaldate, mandano fora uento furioso, da summergere ogni gran naue.

Desio. Tu dici cose, che mai da altri audito, ouer in scrittura se ritrouano. Ma segui te prego oltra el tuo nauigare.

Piacevolezza. Fessemo uela dalla insula Vericona, e per spatio de giorni sette, trouamo in la parte meridiana la insula chiamata Nominanza, da Giganti habitata, et abonda in ricchezze e marauiglie. Sono questi giganti di braccia dodece per longo ciascuno, e tre per largo il corpo. Sei piedi hanno: li primi sono d'huomo, li secondi di leone, li terzi all'asinina. Ma della testa, occhi, bracce e mano,..........[i]non te so ben dire, perchè le imprestano l'un l'altro, e alcuni li uendono, e non pochi li furano, ouer uiolentemente se gli assumeno; altri poi per amor gli accomodano. Et pochissimi li danno per amor di dio. Hor quello tra essi è il più degno et honorato, che de più teste, occhi, bracci e mano abbonda: e così li gradi sono locati per il più e meno de queste cose. Ma, se tu intendi come nascono, stupido restarai a marauiglia.

Desio. Per altro che mirabile cose udire non espetto io.

Piacevolezza. Questo ancora te serà palese. Sappi, quando la terra trema, se everge e sfende, in molti luochi. Nel tempo poi che la tempesta[ii]giù per l'aer descende, se empino tutte quelle aperture. Lui defensi che 'l sole non può come gli altri consumare, superuenendo la notte, insieme con la terra se adunano; et nel giorno sequente fongi grandi, et rossi de colore, se retrouano. Così operando la uirtù lunare, le intrinseche parte uigoranse; e in pochi giorni receuino sustantia anemata. Qual, per spatio d'uno anno, si rompeno la spoglia, de fongi in giganti si trasmutano, e per la regione habitano. Sono questi della terra mirabili cultori; e come tra noi del grano, meglio, faue, pizoli e simigliante seme fanno gli uillani, non altramente essi le monete d'oro e d'argento, le perle e ogni gemma pretiosa, seminano, cultiuano et finalmente recoglieno e conseruano in le fosse, case e magazeni. Ascolta anchora piu alta marauiglia! Quelli fili, che lo insidioso ragno, perle stolide mosche prepara e nell'aere tesse, rotte dal uento, come in terra plicano e sorben del humido, se ingrossano e diuentan anguille, grasse e grande quanto un porco, de longhezza quanto che si estende il filo, e così nel lago uicino se ne uanno. Iui poi li pescano questi giganti; e della lor polpe, con uino e faue in poluere, missidando impastano; con la quale informano imagine de donne, secondo che a lor piace; e, in termino de giorni sette, poste al sole, surgen uiue femine, perfette ad ogni proua[iii]. Questi Giganti non le adopran molto, ma se dilettano della effigie bella videlicet placida scultura, uendinoli, imprestano e donano a qualunque a piacere. Vanno queste nude, con centure e corone de uarij e traspiranti fiori, sopra delle bionde trezze de seta fatti, temprati con suco, de bel apparere; et li ammaestrano a seruitij e piaceri de peregrinanti. Anchor così nude di fiori adorne ordinatamente, una uolta la settimana per fermo, e alcune altre più, circondan tutta la città; e è lecito a qualunque forastiero ellegerse quella de esse, che più gli ua in fantasia, e conducerla seco per uintiquattro hore a sollacciare. Noi in questo loco per un integro mese a nostro buon parere dimorammo, e così ricchi de zoglie e monete, accompagnati de belle e gratiose donne, li Giganti lasciamo e lor paese; e, con lo aiuto del pomo e fuoco, empite le stese uele de felice uento, per sopra le inquiete onde, sulcò la naue giorni diece. E ecco, nel undecimo, pigliamo porto in la placida insula del Conuiuare, mirabile certo, de cose buone, mai più intese.

Desio. Anchora queste me farai sapere.

Piacevolezza. Vicin del porto è una ampla pianura, de uerdeggiante herbicelle adorna, de uarij e allegri fiori. Hor per qualunque parte che alcuno uuole sedere, quelle gratiose uerdure fiorite se uniscono et fanno sedia, secondo conuiene alla persona. Dauanti poi la simile materia, se intessendo elleua e prepara la mensa, de longhezza opportuna. Noi, stupidi de tal apparato, l'un l'altro mirauamo uacillando. Et ecco uarie sorte d'uccelli con le piume lustre, de bianco uerde e rosse maculate, in uoce humana salutarne e dire:—«Non state più sospesi, così è proprio de nostri paesi. Qui se onoran tutte le persone. Sappiate oltra, che la insula abonda in cose da mangiare e in tutto quello, che se beue, o altramente li occhi e naso diletta, secondo li appetiti uarij. Discorreti dunque e dilettatiue senza sospetto alcuno: chiami pur ciò che alcun uole e ogni cosa li uenirà dauanti.»—

Desio. Questa me ua ben per la fantasia, gionta con le prime. O che gli fusse stato io!

Piacevolezza. Vedeui, amico mio, per la mensa, quando se domadaua, pauoni, pernice, fasiani, colombini, caponi, starne, beccafiche, tordi, lepori, cerui, latanti uitelli, capretti, castroni, oue fresche, figatelli, latte tremante e calde puine, con acqua rosa inzucherate, butiro, formaggi di qualunque modo, carpioni, sturioni, trute, orate, triglie, cephali, barboni, rosti, lessi, fritti, e di ciaschedun altro buon sapore; Vernacce, Maluasie, moscatelle, nostice, romanie, uinigrechi e tibidraghi, con quelli del mortar: anchor d'ogni altra specie, buoni, di odore, di gusto e colore delettabile; perfette ceruisie ueniano di ogni qualitate, fin la bosa, beuanda turchesca, qual alcuni de riso e altri de miglio fanno; sapori e saporetti, de marasche e de uua, salsa con menta fatta, petroselino, cannella, zafrano, con pane rosto, acqua rosa, zuccaro e aceto, suco de agresta fresca, anchor de l'antiquata, mostarda e piperata, e de mandole peste anchora con petti de gallina, acqua rosa, zuccaro e cannella; sapor d'aglio fatto con noce e oglio dolce, ben pestate, uolti e reuolti, in fin bianco come neue; sapor fatto de rossi d'oui e pan grattato, con suco de agresta, ouer limoni, acqua rosa, con cannella, e zafrano. Ultimo uenne certa strania compositione, chiamata solo da uno de' compagni, e fo nel brodo de capone o uitello, formaggio grattato, grani de uua bianchi e negri, mollica de pane, butiro, grasso de porco, persutto ben tagliato, porri e ceuolette, mele, uino, aceto, con spetie forte inzafranate.

Desio. O che uaria mistura!

Piacevolezza. Anchora de altre molto più strane; ma io uoglio narrar delle salatucce. Vedeui alcune fatte de latuche tenerelle, de bianche endiuie, appio, petrosellino, menta e finocchio, sol un poco, oglio de mandole, aceto con zucchero e acqua rosa. Altre uariauan con nasturcio e sinapo, ramponzoli e pulegio, nepita, finocchio e petrosellino. Molti eran contenti nella bugiossa e non pochi della cicorea feuan stima. Alcuni nel fior della boragine, ben condíta, si satisfacean, ouero de altri simiglianti fiori. Chi nelle cappare daua il sapore; assai eran che nelle sardelle, persutto, formaggio e caviaro. Alcun con la sappa poi le confacea, torte de marzapani, pignocati, pistachie, mandole confette, de quelle damaschine, coriandoli, picichini moscati, citroni, naranci[iv], limoni, zenzeri uerdi, noce, peri moscatelli, aringhi, e ogni candito, de zuccaro coperto. E se gli altri tutti io te dicesse, stupido resteresti a tanta impresa.

Desio. O mia sorte! e perche teco non uenne io? Segui, te prego, almanco odendo mi uo satisfare.

Piacevolezza. Quiui propinquo una alta montagna si elleua, de pasta tutta fatta de bianca e sottil farina, acqua rosa, musco, e ambracan, fulta de arbori, con selue grande. Le foglie delle quale son lasagne; li pampani uermicelli et macaroni; li fiori crostole et crispelle. Ma li frutti sono uariati secondo il sito della regione. E per tanto, uerso la parte, che se leua il sole, produce fugace ogni mattina, bianche, molle et ben leuate. Nella meridionale, buciolati, con tortani, grandi e piccolini, dolci et forti, odoriferi, et d'ogni altra buona mistura, secondo che più et meno si elleuano dal tronco, uerso la cima. In quella d'occidente biscotelli liggieri, frangibili et de buon sapore. Nel settentrione, biscotti de qualunque sorte et natura. Nella summità poi tutte produceno fritole piene de mandole con acqua rosa et muschio inzuccherate. Segue a questa un'altra montagna de carne, per grandezza non minore che la prima, folta de selue et d'arbori, che han simile natura. Per fiori nelli quali son figatelli; le foglie, grasso et songia; ma li frutti sono d'ogni maniera d'animali. Alcuni d'essi produceno caponi senza penne, grossi et grassi, che per la lingua pendino; de pauoni li altri, con simile conditioni; de colombini; poi pernice, starne et fasani, quaglie, tordi, tortore et becafiche; galline piene d'oui; galetti gravidi de buona mistura, de peri dico moscatelli, susini et marasche, oliue, oue sbattute, mandole peste, zuccaro, petrosellino, canella, peuere et zafrano; lepori non pochi, conigli, ceruotti et cerui, capretti, castroni et uitelli, porcelletti et porchi domestichi et seluaggi. De pessi seguino gli arbori a questi non lontano; de ostreghe, ricci anchora, granceuoli, cappe, dattoli, pantalene et quanto mai se ponno trouare per il mare tutto, per li fiumi et dentro le lacune. È uero, che la mattina fino all'hora de mangiare, tutti sono lessi, a mezzogiorno rosti, soffritti la sera, et la mezza notte de molti et quasi infiniti gusteuoli sapori. La terza montagna è de recotta marauigliosa, con boschi et selue d'arbori senza foglie, ma frutta tutti, secondo la uaria stagione, perchè la mattina son puine calde et tenerelle, cauo de latte et gioncade; nel mezzo giorno, formaggi dolci et formagietti, e de quelli longhi, anchora degli altri, che chiamano teane; la sera son duri et salati. Quando se sfende la scorza per leuante corre botiro; uerso il ponente, latte; et nel tronco, in forma de fongi, tutti produceno eccellenti rafioli. Nella estate, odoran d'acqua rosa et uiole, nell'inuerno son tutte moscate. La quarta montagna, che dapò per ordine se colloca, è de zuccaro tutta, de herbe coperta,de boschi et selue, poco minore delle prime; et son confetti li frutti, li fiori. Le scorze, li tronchi et le radice anchora hanno mirabile proprietà: se la scorza intacchi o sfendi, como siropo distilla gioso, abondante de sapor buono et uario nel colore, perchè odora del legno da doue descende. Iui tu uedi le selue de canella, de zenzero uerde, et quella de noce moscata, de gariofili, et del balsamo li arbustelli, de tutte le specie, ancor de mirabolani citroni, limoni, naranci et pomi adami, peri moscatelli, et tutti altri ancora, mandole et noce, persichi et susini, ceriese con marasche, zucche, cucumeri, citruli et meloni. Tu non potrai tanto diligentemente immaginare tra le cose tutte, che in quella non troui de più e de migliore. La quinta montagna, larga e spatiosa, che tra l'oriente e mezzo giorno segue, de uerde ellera è coperta, et produce per fiori gotti, tazze, ingestare e altri belli uasi per beuere. E, da poi beuuto, se mangiano, de sapore del uino, anchora tenti del proprio colore. E pullula per tutto territufoli in molta quantità, che parono edifici adorni d'ellera, grandi como case; ma quando, o per tempo o per artificio, se sfendino, buttan uino in modo de fiumara, di qualunque sapore, odorante et buono; e discorrendo giuso in la pianura, fanno de uino un gran lago, che par mare, tra le onde del qual monstri assai notano, de effigie certo marauigliosa. Representan queste bestie faccia humana, non in tutto, perchè han pochi denti, il mostaccio acuto, come musciolini le ale; uanno intorno in forma de rota, non correspondenti in alcun uolere, il uentre hanno de porco, mozzo il busto senza coda, spinoso tutto, come riccio marino. Ecco, può questi, uno alto monte, che tocchi in cielo, con fontane, riuoli e fiumicelli, de traspirante acque et ogli d'odor soaui, laghi anchor assai de zibetto e altri unguenti pretiosi, grotte e cauerne quasi infinite, de terra che par musco ad ogni proua, e non pochi de ambracan, monti di belzuin e di storace, selue, boschetti, intorno e in cima, de ligno aloe, e simile piante, d'odor suaue, ch'io non dico. Verso la parte de oriente, sta una gran pianura habitata di ragni, grandi come boui. Niente differissen dagli altri, dico de colori uariati, eccetto nel uolto, che par a quello d'huomo se assomigli. Questi filano e tessino panni e tele de lino, lana e seta, de qualunque finezza e degno colore. Frequentano la insula tutti li circunuicini, ma non ui abitano molto tempo, perche quel'aere, a qualunque molto ui dimora, produce pedocchi grandi e rabbiosi, che tutto lo stracciano, magnano, e finalmente con la miseria lo uccide.

Desio. O fortunati quelli, che a questa finitimi stanno! O sorte, eperchè non son io lì uicino habitatore! O beato te, Piaceuolezza, che de tante buone cose hai fatto proua!

Piacevolezza. Noi del eminente pericolo aduertiti, de ciò, che era bisogno, condutto in naue, il terzo giorno, lasciati da parte li conuiuali liti, uerso oriente drizzauamo il camino, tuttauia con lo pomo e fuoco, a nostro uolere faceuamo la uela sgionfa. Così per giorni quindeci ne conuenne le onde sole e il cielo uedere, fin che una mattina al leuar del sole, uedemo un pesse de grandezza tale, che li occhi soli pareano due montagne, eleuate oltra mesura, lustri, scintillanti, e per entro se uedeano campagne, monti, con cittate, gli huomini anchora, e ogni loro opra. Tutti gli altri membri a questi correspondeano. Con la bocca aperta espettaua noi per ingiottirne con tutta la naue.

Desio. Et che facesti uoi?

Piacevolezza. Voltata in la destra parte la prora, con lo aiuto del pomo, come prima, e le castagne con il foco per nostro riparo uoltamo al pesse, e li facemo gran fortuna, exasperando le spumose onde in alto, che pareano toccar al cielo, fin tanto che della uista nostra fu occultato: quieti d'animo nauigando, lasciamo ogni paura. Finalmente, nel uigesimo giorno, si trouamo in un dilettante et ameno loco; ma, perchè la regione incognita era, da longi fece firmar nostra naue, et scandagliando l'acque nostro gubernatore, s'accorge, che dalla montagna emimente et sublime, lì uicino, nimbo descendea gliomerante, con strepito e furioso. Impauriti dunque tutti, abbassamo li arbori, et con pegola et stoppe serrata ogni perta, così ascosi e timidi dentro aspettauamo nostra uentura. O mirabilità del mondo! come serò creduto io de cosa tanto inaudita e noua? Il nimbo uenne: l'onde del mare bolliuano, rompironse le porte, che con le tenace ancore il legno sosteneuano. In un subito (ascolta marauiglia) quanto che 'l nimbo bagnò della naue, in pesce fo conuertito, la prora con il castello capo deuenne, il resto corpo, in longa coda nostro bon timone. De ligno dunque in acquatile animal trasmutato, discorreua il mare, di sopra, per mezzo, al fondo, et in ciascun loco, così nella superfice. Vedeuamo insule assai, grande, piccole et mediane, ferme, natante, alcune altre s'occultauano, e non poche sorgendo nasceuan da dentro il mare. Tutta uia, scontrauamo pesci di sopra, di sotto et di qualunque lato, de corpi et figure tanto strani, che la mente teme lor memoria. Montagne eran nel basso, pianure, con ualle, arbori, boschi, uille, castella et città, habitation prima d'huomini. Arbori de coralli in altre parte, rossi, bianchi et neri; gemme assai, oro, argento, e ogni altro minerale; fonti d'acqua dolce che sorgean, grosse fiumare disperse per tutto, come qui di sopra.

Desio. Per donde uedeui tu tante cose?

Piacevolezza. Eran certe uie artificiate, con gradi in modo de scala, da noi fatte, per le qual si ascendea nell'ultimo concauo delli occhi del pesce, da doue discerneuamo ogni cosa.

Desio. Segui, te prego; che uedesti anchora?

Piacevolezza. Li pesci ne eran molesti per ogni lato, conoscendo noi dentro gli occhi caminare; ma il nostro, che di ciò se accorse, mordeali e stratiaua con denti, feriua con le spine, et sbattea hor questo, hor quello con squassi del mustazzo, ale, e coda, de maniera, che piccoli e grandi nel geno marino odiauano noi. Ma un giorno, tra gli molti, (discorso il mare, può la mirabile trasformatione, sette fiate) infestaronlo quasi infiniti pesci potenti e marauigliosi, di sopra, di sotto, e d'ogni parte, di modo che per li affanni tanti non potea più far defensa. E per tanto, rilassate le ampie ale, e piegata la affannata testa, finalmente abbandonata la gubernatrice coda, se remesse. Pensa, amico, se eramo gionti à mal partito! Uniti dunque tutti li compagni, se consigliamo far l'ultimo potere: e così ponamo a segno tutte l'artelarie, schioppi, archibusi et bombarde, parte per la bocca, aperta con forza de legnami, et parte per sotto della coda, da doue il superfluo se espurga. Quando ne parse tempo, dessemo foco. Li tuoni forno grandi, il uento multiplice et il fumo. Bolliua il mare, per ogni parte se uedean le gran ferute, altri moriuan subito, alcuni alla morte uicini, stropiaronsi molti, e non pochi, storditi dal romore e nouità, fuggirono: de maniera che libero da tanti affanni restò il nostro, per le onde bellamente prendendo riposo. Quando, nel meglio della nostra quiete, un mirabil pesce, de potere oltra misura, inuilito forse per l'aspra guerra e bombardare (cosa inusitata, e da quello mai più compresa) pose il mostaccio e tutta la testa, sotto il uentre del nostro, che dormia, et con gran prestezza dall'acqua in aere sbalzando eleuollo. Questo, compreso e dal dormir remesso, le ampie ale stende, l'accorto hospite sostiense in quelle, et retarda suo peso, che cala, non in mare ma in terra, senza incommodo de corpo, lontano assai del lito. Priuo dunque del sussidio marino, piegò la testa, sotto del gran uentre, poi quella coperse tutta delle ale, e intorno colla coda circongirolla. Trascorsino li giorni, e, per il caldo del sole, desiccosse il grosso corio e diuenne scorza dura. Il caldo dentro uigorato fece sua opra, e, come gionse la luna nel destro trino, sfessesi per longo nella parte suprema, per la qual drago alato, grande e fulminante fora cacciosse. Così con piedi per la terra, con le estense ale per aere, ad ogni suo piacere (audace e forte sopra tutte cose) non restaua da parte in parte il mondocercare. Vn giorno, discorrendo, nelle montagne e spelonche di dragoni peruenne. Questa è una regione, Dragonara appellata, perchè li draghi (e non altri) iui stanno, grandi e superbi, molto rabidi e insidiosi. Quando l'han uisto, uniti tutti a gran furore il nostro insultano, con sibili orrendi, crudi morsi e dispietato sgrafognar de ongie, ma non che restassero aspramente battere anchora con le code. Defesesi, con audacia e potere, il nostro buon compagno, hospite fido, e curioso capitano. Questo et quell'altro sbattendo, hor con morsi uigorosi squassaua, hor stracciaua con le adunche e dure ongie, e aspramente feria anchora esso con la coda. Così, per spatio di tre giorni, durò l'aspra e marauigliosa guerra. Ma essendo solo e la moltitudine unita, che tutta uia li sopragiongea, remirando, se tirò da parte, disperato a l'ultima difesa. Noi, che per entro gli occhi uedeuamo ogni cosa, mettemo in ponto nostre artelarie; et con grossi e longhi legni la gran bocca li tenemo aperta. Il simile anchora quella uscita, che è dopo il uentre e tra la coda. Apri e serra, così in un tratto con il foco scrocamo le artellarie per ogni parte. Il romor fo mirabile e stupendo, multiplicosse la poluere e il gran fumo per tutta la mala regione. Li draghi feriti e morti forono assai, stropiati non pochi, e altri, perterriti dal nouo caso, fuggirono. Noi, conseguendo la incominciata uittoria, non mancamo con bombarde, fulminare per le selue tutte, spelonche e alte montagne. Per la qual cosa nelli folti boschi il foco fiammegiaua, e con l'aiuto de nostre castagne, spengemo il uento molto furioso, intorno girando, fin che de draghi ne parse hauer sufficiente la uendetta. Finita dunque, il nostro triumphalmente abbandonò la mala, iniqua e pessima regione; e, per molti miglia allontanato, se ritronò in la prouincia della Verità. Questa in alto sopragiace de una elleuata montagna, piana tutta e circulare, intorno ui stanno ombrosi boschi, de spineti assai; non è molto ampla, ma abbonda de marauiglie. In mezzo della qual sorge un uiuo fonte, de uirtù miranda, perchè qualunque di quella limpida e chiara onde beue, conosce, sa e intende ciò, che tacitamente le pietre parlano, li metalli, le herbe, gli arbori e tutti li animali. Vacillaua per il primo nostra mente; poi, fatti usi, prendeuamo piacere. Iui se odiuano tutte quelle cose, che fanno de una in un altra effigie trasmutare: di uecchi gioueni, belli e uigorosi: de poueri, ricchi: de infelici, fortunati: de matti, temprati: de ignari, sapienti: de pigri, ueloci e liggieri: de uili e eietti signori nominati: de muti, eloquenti: de sterili, fecundi: de brutti, belli; e simile marauiglie, con soaue e diletteuol melodia.

Desio. O felice peregrino, che anchora serui tanto accortamente la memoria de tutte queste cose, non te rincresca memorar qualche bel detto.

Piacevolezza. Volentieri, aponto de questa pietra, che ho qui meco, dentro la scarsella, qual notte e giorno simil uersi canta:

Io fo passar l'huomo invisibileEt d'ogni nocumento il do securo.Con mente allegra e corpo impassibile.

Dall'hora in qua intendemo il uoler del drago e esso il nostro anchora.

Desio. Recogliesti uoi de tante degne cose?

Piacevolezza. De tutte. E poi fessemo partita. Così, in pochi giorni, discorrendo e con il uolo, conuenimo nel Regno della infirmità. Questo è amplo e spatioso tanto, che non basteria una età caminarlo; con alte montagne, cauerne, vore, e precipitij infiniti, e sopra tutti quelli, stan signori proprij, sudditi alla potente Regina, per recogliere la seme delle lesione, molestie e impedimenti, alli corpi animati. Dalle uore profonde, il uiolente morbo nasce; dalle alte montagne, le seme della febre; della podagra nel piano morbida se annida; della rogna in grebani quiesce e così proportionatamente ciascuna.

Desio. Come facesti con tali signori?

Piacevolezza. Bene, perchè eramo securi, a dirti il uero, con le tante uirtù de herbe, gemme e metalli, che erano con noi.

Desio. Ho sempre inteso le mirande uirtù nelle herbe e pietre esser, anchor nelle parole.

Piacevolezza. Questa ultima se troua in Ferulara insula. Ma perchè iui habitano le inique e false persone, de quelle, dico, che con le rete e fuoco fessemo gran strage, pretermessi. E per tanto, drizzato nostro camino in la insula Nominanza, dalli giganti habitata, acquistamo gemme e monete d'oro e argento, quale superan tutte le cose del mondo, che se fanno e reggino.

Desio. Et che poter hanno li signori prenominati, sudditi alla tremenda Regina?

Piacevolezza. Obedissen a quelli tutte le seme; e, doue a lor piace, mandanle, quando soffia il uento; e secondo, le legge se li impone, fanno. Sappi, che de tutte recogliessimo noi entro le scatole e sacchi e molte casse anchora.

Desio. Et perchè?

Piacevolezza. Per mandarle doue, che ne fosse di piacere.

Desio. Obediuano poi?

Piacevolezza. Come a lor proprij signori. Finalmente, abbandonati li penosi luochi, capitassimo in uno altro Regno, molto più stupendo delle marauiglie prime. Edificio, gran signor, quello gubernia, compartito in sette parte principali: la prima tutta è de castelli, campanili e torre, habitata: la seconda, de pallazzi, ampli e sublimi: la terza de case d'ogni qualitate: la quarta de muri semplici e colonne: la quinta de fenestre uariate: la sesta de scale, de qualunque maniera: nella settima e ultima del Regno, le uessate e stridente porte stanno. Il paese è piano tutto, de belle campagne. Parlano questi in lor linguaggio come noi, se maritano e fan figliuoli, peregrinano e contrattano faccende, fanno guerre e inimicansi, mangiano e beuino, uestino, dormino, uigilano, e fanno delle altre cose; ma, sopra tutto, li castelli, torre, e campanili, sono musichi e eccellenti cantori. Anchora, in molti luochi di questo Regno, ascolta marauiglia! longo tempo bandiscono la morte, con ditto manifesto, che ciascuno intende! Di fuori son tutti felici. Ma se tu uedessi dentro! de quanti incommodi, sinestri e mali repleti stanno, de sorzi, toppi ciechi che cauano la terra, de orsi, che con le adunche ongie, sotto di quelli le cauerne preparano, anchor de uolpe, conigli e formiche: piangeresti della gran pietate. Noi dunque, pieni de cordoglio, a molti prestamo rimedio.

Desio. Et che poteuase per quelle fare?

Piacevolezza. Snodamo molti sacchi et scatole delle seme della infirmità, in quelli dentro per ogni luoco. Secondo le legge della tremenda Regina; a qualunque se annidasse per li lor confini, strettamente abbraccino.

Desio. Che seme forno?

Piacevolezza. Della rogna primo, e d'ogni spetie di dolori, di febbre, uomiti, flussi, sospiri, gemiti, uertigine, podagra, ciragra, grauezza e curuità nelle suddite spalle, fame, sete e uigilie, terrori subiti, e d'ogni altra spetie, che offende gli animali nelli castelli, torre, e campanili. Questo fatto, lasciamo da parte ogni lor marauiglia. Tuttauia in questo e in quell'altro luoco peregrinando procedeamo (e per breuemente dirti in conclusione) fin che la terra tutta da noi fo cercata, le uille, le castella e le cittade, le prouintie, montagne e monti, ualle con pianure, e ciascuno altro accessibil luoco. Questo ti basta fin qui del sodo haver inteso, ascolta un poco dell'aere e haverai piacere. Cercata la terra, volando in aere se elleva il drago, per vedere; e nel primo, scontramo le strighe, li demoni tutti, le fantasme, le furie, con le pene; altre anchora figure horrende, de nebuleo fumo impastate, che mai in una preseruano, anci quanto più le sguardi, se scambiano, e fanno altrui qui dal basso uacillare, quando in montagne, boschi, case, castella e cittade, teste de bestie terrene e de pesci uarij, navigi efferati: e in summa quanto mai alcuno si puote immaginare, quiui è la sua sedie e principal imperio.

Desio. Hai tu uisto la pioggia, le grandine e neue, li tuoni e fulgori, da doue cascano? e perchè soffian li venti tanto uarij?

Piacevolezza. Si bene. Et hauerai piacere, se tu le intendi. Nota, prima che altro io dica: queste cose tante, che da qui giù se uede nel aere, delle strighe e fantasme paventose, sono suggette uariatamente a proprî signori, che li esercitan doue a lor piace. Et per tanto, alcuno di essi, con sacchi de tela de ragno, come nebule fatti, uanno dentro al mare; e, pieni d'acqua, nell'aere poi le portan suso. Così delli fiumi, rivoli e fontane. Altri nelli deserti uanno per siccita; per il freddo, alcuni, nelle gelate parte; molti nelle torride, per il caldo e fuoco; e non pochi, dalle caverne e tra monti li venti eccitando, con li udri sorbino. Variano questi, secondo che a lor patroni segue il dominio, in una o in un'altra parte. Nell'aere gionti poi, quando che hanno fretta, quelli delli sacchi e questi con li udri, strengensi, comprimendo l'un l'altro: e di quel ui è dentro, per forza in gioccie convertito, esce, e giù precipitando per l'aere discende, uince la moltitudine e quella appare. Ma la neue sottilmente la taglian a sfogli, e così distesa la tengono in parte, l'un sopra l'altro liggiermente stivati, e quando è il conflitto dalla parte settentrionale, se rompono in pezzetti: e qui più gravando cascano. Le grandine sono cristallo dal freddo anchor non confirmato, gravan nell'aere e discenden gioso. Li folgori intervengono, con li tuoni, quando battaglian questi gran signori tra loro; li serui in quello stretti l'un l'altro furiosamente batte e percote; infiammase l'aere per la fretta, e giù da noi risplende, le botte per il vacuo intonano, e ui fan tanto stupidi mirare. Li udri si rompono per il forte sorbire; fugge il uento, che iui se aprende, e discorre per le parte qui da noi. Sappi più oltra, che l'aere, così spatioso, è tutto abitato de cose uarie, quanto cape la terra e mare. Dall'in giù le seme descendino; fruttifican poi, secondo son locate. Più che circonda sta lo antiquo drago, qual tutto de occhi scintillanti suo corpo adorno riueste, gionge la testa con la coda, li piedi ambi, e tutto couerze con le ale. Vno occhio solo ha in fronte, grande, lustro, claro e bello. Vn altro può in la ponta della coda, qual uoglie et riuoglie spesso e l'affatica. Con questi e con li altri,anchor con quelli, che da qui non si uedeno, mira nell'aere, nella terra e nel mare: così a suo modo le regge e diletta. Quando questo antiquo, uicini esser ne comprese, sdegnato forte sguardò nell'aere e tutto il commosse. Per fuggir dunque, il nostro Duce, in questo et in quell'altro lato uolgendo giraua, ma non potea oltra passare, perchè il tutto intra sè abbraccia. Hor in tal maniera da parte in parte per l'aere uagando, ostacoli parati troua, guerra continua, e pugna; che non manca iui gli affanni, e le gran fatiche; iui abbondan li sudori sanguinolenti; iui la morte ogni ora era palese. Finalmente, retornati in noi, con le herbe, con li metalli e con le gemme anchora, mitigamo li obstaculi e quel antiquo drago; e per la uirtù intrinseca, che non manca, se fessemo conoscere, et esso conoscemo noi. Per la qual cosa, de terore in piacer tutti reuolti, tornamo in giù, e te primo che altro ho qui ueduto.

[i]Alle quattro parole, alle quali ho sostituito puntini, vedi un riscontro nelVerville,Moyen de parvenir. (LVI.Théorème) dove parla degli abitanti di Lubecca.[ii]Tempesta, qui val gragnuola, alla lombarda.[iii]Cf.Basile,Pentamerone.Pintosmauto.[iv]Naranci. Vedi, pagina 309, postilla i.

[i]Alle quattro parole, alle quali ho sostituito puntini, vedi un riscontro nelVerville,Moyen de parvenir. (LVI.Théorème) dove parla degli abitanti di Lubecca.

[ii]Tempesta, qui val gragnuola, alla lombarda.

[iii]Cf.Basile,Pentamerone.Pintosmauto.

[iv]Naranci. Vedi, pagina 309, postilla i.


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