XXVIII.IL MAGO DALLE SETTE TESTE[1].C'era una volta un omo pescatore, il quale aveva una moglie sterile, abbene che fosse a lei da molto tempo marito. Un bel giorno, il pescatore colle sue reti se n'andò a pescare nel lago vicino. E gli venne fatto di chiappare un pesce di gran bellezza e grossezza; che, subito messo fuori dell'acqua, si diede in tono pignucoloso a raccomandarsi a quell'omo, che lo lasciasse andar via, promettendo insegnargli uno stagno lì vicino, dove lui avrebbe potuto in un momento fare una ricca pescagione[2]. Rimase il pescatore mezzo imvecille e impaurito, nel sentire un pesce a parlare; e gli parve sì gran miracolo, che, senza frapporre indugio, gli ridiede la libertà. Poi andò allo stagno insegnatogli dal pesce e ci ricavò in due o tre buttate di rete una smensa quantità di bonissima pescagione. Col carico addosso, il pescatore, ritornato a casa, fece vedere alla donna la preda insolita e gli raccontò quel, che gli era intravenuto. La moglie, sentendo questo, s'imbizzarrì fuor di modo e lo trattò di mammalucco, perchè si fosse lasciato scappare il bel pesce d'in fra le mani. Disse:—«Bada bene di ricercarlo domani e portarlo a casa, che lo voglio. I' ho una bramosia di acconciarmelo in un intingolo da levarmi la fame per un pezzo.»—Il pescatore, il giorno di poi, fu al lago; e, buttate le reti, il pesce parlante c'entrò dentro. Ma alle suppliche sue il pescatore non seppe resistere,sicchè anche questa volta lo liberò; e, fatta abbondante pesca nel solito stagno, se ne rivenne a casa. Non è a dire se la moglie del pescatore uscisse fori da' gangheri, quando riseppe, che il pesce era stato chiappo daccapo e che il suo marito non l'aveva con sè. Messe le mani su' fianchi e con una faccia malandrina principiò a urlare:—«Grullo, che se' un omo di stoppa? Non te n'addai, che quì sotto gatta ci cova, e che è la fortuna, che ti viene incontro e tu la spregi? O domani tu mi porti il pesce o ti nimicherò finchè campi.»—Sospinto e incoraggito dagli sberci della moglie, il pescatore, la mattina dopo, arrivato al lago e buttate le reti, alla prima tirata il pesce c'era dentro: e senza badare alle parole sue, corse diviato a casa e lo porse vivo sempre alla moglie, che lo prese e lo messe in un catino d'acqua fresca. Lì stavano d'attorno a rimirarlo e a farci sù de' ragionamenti; e la donna fantasticava, cercando qual fosse il miglior modo di cucinarlo. Il pesce allora, tirato un po' fori dell'acqua il capo, disse:—«Giacchè veggo, che non c'è più rimedio e ho da morire, lasciatemi almeno far prima testamento.»—Avendovi consentito il pescatore e la donna, il pesce soggiunse:—«Quando sarò morto, sparato e cotto, mangi le mie carni la donna, date a bere alla cavalla la broda della lessatura, buttate le ossa alla cagna, e le tre più grosse teghe mie piantatele ritte nell'orto vostro.»—Ammazzato il pesce e cotto, i due conjugi fecero appuntino quel, che il pesce gli aveva detto. E n'accadde, che la donna, la cavalla e la cagna, ognuna di loro insomma partorì tre creature mastie della sua specie, e le teghe piantate nell'orto crebbero e diventarono tre lance. Tanto queste, che le creature nate, si rassomigliavano così, che era impossibile riconoscerle fra loro senza mettergli un segno. Quando i fanciulli furono giovanotti grandi, il padrediede un cavallo, un cane e una lancia a tutti e tre, e ci aggiunse del suo uno stioppo da caccia. Ma non passò di molto tempo, che il primogenito si straccò di stare a casa povero. Sicchè volse andar per il mondo in cerca di fortuna. Montato dunque a cavallo, prese con seco il cane, la lancia e lo stioppo a armasollo, salutò quelli di casa, e, lasciando una boccetta turata piena d'acqua chiara, disse:—«Se quest'acqua s'intorba, venite a cercar di me: io, o sarò morto, o mi sarà intravvenuta qualche disgrazia. Addio.»—E partì al galoppo. Il primogenito, dopo avere camminato di molti giorni per paesi ignoti, s'imbattè alle porte di una grandissima città e popolosa, dove entrato, si maravigliò oltre credenza nel vedere tutti gli abitanti di quella vestiti a lutto e mesti in viso. Incuriosito, ne domandò la ragione al primo incontrato. E seppe: come un Mago spaventoso con sette teste da lungo tempo compariva tutti i dì nel giardino reale al tocco di mezzogiorno, e divorava quanta gente gli capitava dinanzi; come il Re, a rimedio di peggio male, s'era obbligato col Mago di apparecchiargli a sorte un corpo umano al giorno; e come, quella mattina, la sorte era appunto cascata sulla stessa figliola del Re, e per questo la città tutta disperata vestiva di bruno.[3]Il giovane, che era coraggioso, disse:—«Non c'è forse modo di salvare la figliola del Re e liberare la città da simile flagello? Conducetemi al Re.»—Detto fatto, il giovane fu condotto alla presenza del Re; e gli chiese il permesso di combattere col Mago e di ammazzarlo. Il Re gli rispose:—«Giovane ardito, sappi che di molti prima di te si sono provati all'impresa, ma ci rimessero la vita. Se però anche te vuoi risicarla, io non te lo impedisco. E se tu vinci, quella mia figliola, oggi destinata per pasto al Mago, te la dò in isposa, e tu sarai mio erede nel Regno.»—Niente impauritoil giovane, ma di più messo al punto di diventare genero del Re e suo erede, si fece menare nel giardino reale, dove già la Principessa se ne stava in ginocchioni, raccomandandosi l'anima, aspettando l'apparita del Mago. Quando il giovane la vidde, gli si accostò e la chiamò per nome; e gli raccontò, che era venuto lì per liberarla dalla morte e poi sposarla. La Principessa, girati gli occhi inzuppi di lacrime, disse:—«Disgraziato, vai via! o il Mostro spietato avrà oggi due da divorare invece di me sola. È un Mago tutto pieno d'incantesimi, come vuoi fare ad ammazzarlo?»—Il giovane, che nel mirare la Principessa se n'era già innamorato fortemente, gli rispose:—«Tant'è, oramai vuo' correre questo risico per amor vostro; e sarà quel che è destinato.»—Di lì a poco, scoccò all'orologio di palazzo il tocco del mezzogiorno; e la terra si diè a trabalzare; e di repente con gran fracasso s'aperse una buca; e da quella, tra il foco e il fumo, scaturì il Mago dalle sette teste. Il Mostro subito andò verso la Principessa con tutte le sette bocche spalancate; e fistiava dalla gioja, perchè in quel giorno c'erano due da divorare. Ma il giovane, senza frapporre indugio, saltato sul cavallo, si fogò contro il Mago, aizzandogli il cane; e con una lanciata lo passò parte parte. E 'n quel mentre, che il cane lo tratteneva coi denti, lui, sceso, colla scimitarra in un attimo gli tagliò le sette teste; sicchè l'ammazzò intra fine fatta e rompette l'incantesimo, liberando da morte la Principessa e la città da quel flagello. Quando il Mago non dava più segno di vita, disse la Principessa al giovane:—«Tu sei mio sposo. Ma piglia i segni della vittoria e portali al Re, acciò conosca, che fosti te l'ammazzatore del Mostro, e ti permetta darmi l'anello.»—Il giovane allora tagliò al Mostro le sette lingue e le ravvolse in un pannolino; e, rimontato a cavallo, s'avviò ad un albergoper mutarsi i vestiti e comparire dinanzi al Re in figura garbata e pulita. Or'accadde, che, in una casuccia vicina al giardino reale, ci stava un ciabattino meschinello, sudicio e stralinco, ma di gran furbizia e cattiveria. Lui aveva da lontano visto il combattimento e sentiti i discorsi fra la Principessa ed il giovane; e mulinò fra sè un chiupparello:—«Profittiamo,»—disse,—«di questo bue, che ha lasciato nel giardino le teste del Mago e sciupa il tempo a vestirsi in ghingheri.»—Subito si cala nel giardino da una finestra; raccatta le sette teste mozzate; le nasconde in un sacco; e, preso un coltellaccio, che prima tuffò nel sangue, in mano, corre via a furia dal Re, e dice con un'aria di birbone:—«Maestà, ecco dinanzi a voi l'ammazzatore del Mago. Queste sono le teste, che con questo coltello gli ho staccate dal corpo. Mantenetemi dunque la parola e datemi la vostra figliola in isposa.»—Il Re si sturbò a vedere quel pezzente e alle parole, che proferì; e non sapeva capacitarsi come fosse ita la faccenda. Credette, che il giovane ardito l'avesse divorato il Mago; e che il ciabattino, profittando del contrattempo, avesse assaltato e finito il Mostro. Ad ogni modo la parola reale era data. Epperò il Re disse:—«Se così è, e pare a' segni, la mia figliola è tua. Pigliatela.»—In quel mentre, eccoti la Principessa nella sala; e, sentendo il trattato, cominciò a protestare, che il ciabattino era un bugiardo e che lui non aveva per nulla ammazzato il Mago. E qui nacque un battibecco; e il ciabattino metteva innanzi le teste a provare che diceva la verità. Sicchè il Re, per forza del giuro suo e dei segni, decretò che la sua figliola si chetasse e la volse fidanzata al ciabattino. E subito diede ordine, che s'annunziasse al popolo l'avvenimento e si apparecchiassero tre giorni di corte bandita con tre grandi conviti ogni settimana; e all'ultimo di questisi sarebbero celebrate le nozze. Intanto, il giovane vincitore del Mago si avviava al palazzo del Re; ma, arrivato all'ingresso, non lo volsero fare entrare. E sentì nel medesimo tempo il banditore, che annunziava lo sposalizio della Principessa col ciabattino. Ebbe un bel protestare, urlare, che lo facessero parlare al Re; le guardie stettero dure, per ordine del ciabattino, e finalmente scacciarono a forza il giovane di lì. E lui, mezzo arrabbiato e mezzo piangente, rifece i passi e tornò all'albergo, ruminando quel, che gli convenisse mesticciare per impedire le nozze e farsi riconoscere per quello, che aveva morto il Mago. Nel frattempo, a corte, la mensa era pronta e di molti gl'invitati. E il ciabattino fu messo accanto alla Principessa, riccamente vestito e con sotto da sette cuscini, perchè gli stasse comodo. Il giovane, in quel frattempo, dopo stato un po' a pensare, si voltò al cane, che gli era a cuccia in su' piedi; e, a un tratto, gli disse:—«To', corri su; va dalla figliola del Re e festeggia lei sola; e, prima che si principî a mangiare, butta all'aria la mensa; poi scappa e non ti lasciar chiappare.»—Il cane ubbidente partì correndo; e saltò diviato in grembo alla Principessa, e lì ad accarezzarla e leccarla senza fine. Lei lo riconobbe. E si rallegrava; e, lisciandolo colle mani, gli domandava del padrone. Ma il ciabattino n'aveva sospetto e voleva, che il cane si scacciasse fuori della sala. Si messe la zuppa in tavola; e il cane, addentato un lembo della tovaglia, tira ogni cosa a sè con tutto l'apparecchio e manda tutto per le terre; e poi, via a gambe giù per le scale, e nessuno potè raggiungerlo e vedere, dove mai fosse andato. Lo scompiglio e il trambustìo tra i convitati non si può neanche raccontare, tanto fu smenso. Dopo otto giorni, si venne al secondo banchetto. Il giovane disse al cane:—«To', corri: fa' lo stesso come l'altra volta.»—Quandola Principessa rivedde il cane, si rallegrò di molto. Ma il ciabattino se ne indispettì; e voleva assoluto, che il cane fosse preso e scacciato a suon di legnate. La Principessa però lo difendeva così, che il ciabattino non ardì fargli forma, abbene che stesse di mal'animo. Portata la zuppa, il cane, lesto, addenta la tovaglia, butta sottosopra ogni cosa, e fugge ratto più del vento. Le guardie e i servitori gli si sfilano dietro; ma fu inutile, perchè non poterono raggiungerlo. Al terzo banchetto, il giovane disse al cane:—«To', corri: fa' lo stesso dell'altre volte. Ma questa, lasciati pigliare all'uscio di camera mia.»—Di fatto, il cane eseguì gli ordini a puntino; sicchè le guardie, giunte alla camera del giovane e chiappato il cane, sentito che era suo, anche lui lo arrestarono e lo condussero davanti al Re. Il Re a vederlo lo riconobbe, e gli disse:—«Non se' tu quello, che ti profferisti salvare la mia figliola dalle branche del Mago?»—«Sì, son'io»—riprese il giovane,—«e la salvai ed è mia sposa.»—Ma il ciabattino, alzando la voce, cominciò a urlare:—«Non è vero, non è vero! I segni dell'ammazzamento son'io, che gli ho portati al Re; e son'io, che ho morto il Mago.»—Allora il giovane, senza sturbarsi, rivolto al Re, disse:—«Ebbene! si portino qui le sette teste mozzate dal Mago, e si vedrà chi ha ragione.»—Quando le sette teste furono messe a' piedi del Re, il giovane soggiunse:—«Guardate un po', se hanno le lingue nelle bocche.»—Le lingue non ci erano, gua'! Il giovane, cavato di seno il pannolino, le mostrò in quello rinvoltate; e poi si fece a raccontare, come la cosa fosse andata. Il ciabattino, non ostante, non si dava per vinto; e pretese, che le lingue si misurassero, per conoscere se si adattavano alle teste. La prova però tornandogli a carico, ogni volta, che si eseguiva una misura, lui scaraventava via un cuscino; arrivato al settimo e ultimo, se la diede agambe. Ma raggiunto e arrestato, per comando del Re, venne subito impiccato. Tutti allegri, il Re e gli sposi assieme a' convitati si sedettero a mensa e si diedero bel tempo; poi furon fatte le nozze. La mattina, appena giorno, il giovane si levò; e, aperta la finestra, vedde dirimpetto una folta selva piena di uccelli e gli venne voglia di andarci a caccia. Ma la moglie lo scongiurava che non ci avesse il pensiero, perchè quella selva era incantata e chiunque ci entrava dentro non ritornava più. Il giovane però, pieno di coraggio e di temerità, appunto perchè nella selva ci si correva un risico, s'incaponì d'andarci; e, preso il cane, la lancia e lo stioppo, partì. Aveva di già ammazzato di molti uccelli, quando a un tratto eccoti un temporale, che pareva il finimondo; toni e saette da sbalordire e l'acqua cascava giù a bocca di barile. Il giovane, bagnato sino all'ossa, cercava uscire dalla selva; ma non trovava più la via. Sicchè, venuta la notte, vedde una grotta e ci entrò. La grotta era piena di statue di marmo bianco in varî atteggiamenti; ma il giovane non ci badò troppo, molle e stanco com'era. Ravviate delle legna secche, coll'acciarino lui accese un pò di foco per rasciugarsi e còcere gli uccelli morti, avendo fame; e, intanto, pensava alla moglie; e si pentiva di non avergli dato retta. Di lì a poco, eccoti nella grotta una vecchierella, che sbatteva i denti, come intrizzita dal freddo, e tutta fradicia dal capo a' piedi. E, fattasi vicina al giovane, lo pregò, che la lasciasse riscaldare. E lui:—«Venite pure, mi terrete compagnia.»—La vecchierella si sedette, e offerse al giovane sale per gli uccelli arrostiti, pane pel cane e sugna per ugnere le armi. E il giovane, di nulla sospettando, accettò. Ma a mala pena ebbe mangiato lui gli uccelli, il cane il pane e l'armi furono unte, tutti diventarono statue di marmo. In sulla sera, la Principessa, non vedendo tornare il marito, locredette morto; e il Re, addolorato, diede ordine, che la città si vestisse a bruno. Infrattanto, nella casa paterna del giovane primogenito, che era partito, guardavano tutti i giorni la boccetta dell'acqua, che lui aveva lasciata: un giorno a un tratto, ecco! l'acqua s'intorba. Allora il secondogenito dice:—«Il fratello maggiore o è morto, o gli è intravvenuta qualche disgrazia. Vo' andare a cercarne. Tenete: anch'io vi dò questa boccetta d'acqua chiara; se s'intorba, sapete quel, che vi tocca a fare. Addio.»—Monta a cavallo; e col cane, la lancia e lo stioppo ad armacollo, parte di galoppo. Il secondogenito, dappertutto, dove passava o si fermava, faceva delle ricerche sul fratello suo, dicendo:—«Avete visto uno compagno a me?»—E ognuno rideva, rispondendo:—«Oh bella! non siete voi quello dell'altra volta?»—A questo modo il giovane capiva, che pur' anche il primogenito era passato da quei luoghi. E quando lui arrivò alla città, dove il primogenito aveva morto il Mago e sposata la figliola del Re, in nel suo entrare, tutti facevano le meraviglie e gridavano:—«È lui! è salvo! Viva il Principe!»—Sicchè, fermato e condotto dal Re, tanto questo, che la Principessa e la corte intiera, ingannati dalla gran somiglianza, lo sbagliavano col primogenito. E lui? zitto! non conoscendo se era in mezzo a gente di garbo o a gente traditora. Ma tanto la rigirò con furbizia, interrogando e rispondendo a proposito, che venne a capo di raccapezzare a un dipresso le avventure del primogenito, le sue nozze colla Principessa e il suo smarrimento nella selva incantata. Venuta la notte, il secondogenito fece le viste di essere di molto sturbato pe' disagi sofferti e stracco morto; e, messosi sovra una sponda del letto, lontano dalla Principessa, si addormentò. Alla mattina, si sveglia, si alza e apre la finestra e vede la selva dirimpetto. Coll'animo bramoso di ricercare il fratello, dice alla Principessa:—«Vòandare un po' a caccia laggiù.»—E la Principessa piangendo:—«Ma che non ti basta il pericolo, scansato una volta, e le pene, che m'hai fatto soffrire a cagion tua? Non andare nella selva.»—Il secondogenito però non gli diede ascolto, e partì verso la selva assieme al cane, e con la lancia e lo stioppo. E costì a lui pure gli accade tutto quello, che era accaduto al primogenito; e rimase anche lui nella grotta trasmutato in istatua di marmo. La Principessa, non vedendolo tornare, lo tenne per perso; e la città daccapo si vestì a bruno per comando del Re. Nella casa paterna, intanto, dei tre fratelli, anche la boccetta del secondogenito si sturbò. E il terzogenito non frappose indugio; ma, sellato il cavallo, vi montò sopra; e, detto addio al padre e alla madre, partì a ricercare i due suoi fratelli. Prese con seco anche lui il cane, la lancia e lo stioppo. Cammin facendo, sempre chiedeva notizie, dicendo:—«C'è passato di quì due compagni a me?»—E tutti rispondevano:—«O perchè fate sempre la stessa domanda? Che siete matto?»—In questo modo, capiva, che i suoi fratelli avevano tenuta la medesima strada. Giunto alla città, venne accolto con gran festa e menato dal Re: e al solito, per la gran somiglianza, tutti lo sbagliavano pel primogenito. Andato poi a letto colla Principessa, si finse stracco e dormì sovra una sponda. La mattina, a levata di sole, il terzogenito si affacciò alla finestra, e, vista la selva, disse alla Principessa:—«Voglio andare a caccia laggiù.»—La Principessa diede in disperazione e gridava:—«Dunque proprio tu vuoi andare in perdizione? e finirai con farmi morire di paura.»—Ma il terzogenito non si commosse, avendo fissato in core di ritrovare a ogni costo i proprî fratelli. Sicchè, prese le armi ed il cane, s'avviò alla selva. Quando fu lì, ammazzò di molti uccelli. Ma, tutt'a un tratto, s'alza il temporale. Sicchèsmarritosi, gira e rigira, capitò nella grotta; e, guardate le statue, ci riconobbe subito anche i proprî fratelli. Disse fra sè:—«Qui c'è qualche inganno; ma starò a occhi aperti.»—Accese il foco per rasciugarsi e per cocere gli uccelli; ed eccoti la medesima vecchierella, che, accostandosi, gli chiese di lasciarla scaldarsi. Il giovane la sbirciò di traverso; e con mal garbo gli disse:—«Va 'n là! accanto a me non ti ci voglio.»—La vecchierella parve sconcertata a quest'accoglienza: e soggiunse frignando:—«Quanta poca carità avete! pure io vi offerirò di che meglio cenare. Eccovi del sale per gli uccelli arrostiti, del pane pel cane e della sugna per ungere le armi.»—«Eh! vecchia strega,»—urlò il giovane,—«me, tu non mi cucchi!»—E, saltatogli addosso, la buttò in terra e ce la tenne con un ginocchio sul ventre. Poi gli serrò la gola colla mancina, tirò fori la scimitarra e, accostategliela al collo, disse:—«Stregaccia infame! o tu mi rendi i miei fratelli o ti cavo l'anima senza misericordia.»—La vecchierella protestava, che nulla di male aveva fatto; ma, vedendo che il giovane non si commoveva e che stava lì lì per segargli la gola, piena di paura, promesse, che avrebbe obbedito a quel, che il giovane gli comandava. E, frugatasi in tasca, cavò un vaso di ungento, perchè ne ugnesse le statue, assicurandogli, che a quel modo sarebbero tornati tutti in vita. Il giovane non lasciò la vecchierella; ma, minacciandola sempre coll'arme, la obbligò a fare lei l'operazione: sicchè in poco d'ora tutte quelle statue erano rimenate a vivere e la grotta ne fu piena. I fratelli subito si riconobbero e s'abbracciarono; tutte le altre persone pure non trovavano parole, per ringraziare degnamente chi l'aveva salvate. Nel trambustìo intanto la vecchia cercava svignarsela; ma, essendosene accorti, gli furono sopra e la squartarono e così ruppero l'incantodella selva. Di più, il primogenito gli prese il vasetto dell'unguento, che rendeva la vita agl'incantati e a' morti. Cammin facendo per ritornare in città, i fratelli si raccontavano le avventure patite; ma il primogenito, nel sentire, che gli altri due erano stati a letto colla Principessa, preso da furore geloso, sfoderata la scimitarra, ammazzò i suoi fratelli. Non appena però commesso quel delitto, che un gran rimorso gli nacque in core; e si buttò su' corpi de' morti, e diede in disperazioni e voleva tagliarsi in tutti i modi la gola. Ma gli altri lo impedirono. Tutto a un tratto, si ricordò lui dell'unguento preso alla vecchia strega; e, pensando, che era bono a far rinvivire i fratelli, ne fece la prova, ugnendo le loro ferite; e, miracolo! que' due si alzarono in piedi rinsanichiti e vispoli. Pieno di allegria, il primogenito chiese e ottenne perdono dai suoi fratelli; e poi con loro e la frotta dei compagni si recarono dal Re. Furono ricevuti con grande contentezza; si ordinarono canti e feste per la città; e si dette nelle campane, che pareva il nabisso. Il Primogenito si riunì colla Principessa; e il Re trovò mogli signorili agli altri due fratelli e gli messe nelle prime cariche di corte.NOTE[1]Raccolta dall'avv. Gherardo Nerucci; e gli fu raccontata dall'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota:—«ZuGrimm(K.M. n.º 60)Die zwei Brueder; s. zuGonzenbachn.º 39.Von den Zwillingsbrüdernund n.º 40.Von den drei Brüdern.»—Parte di questa fiaba è identica alla III favola della X delleTredici piacevoli Nottidello Straparola:—«Cesarino di Berni calavrese, con un leone, un orso e un lupo si parte dalla madre e dalle sorelle; e, giunto nella Sicilia, trova la figliola del Re, che doveva esser divorata da un fierissimo dracone; et con quelli tre animali l'uccide; e liberata da morte, vien presa da lui in moglie.»—È pure in gran parte identica alo Mercante, trattenimento VII della prima giornata del Pentamerone:—«Cenzo, rompe la capo a 'no figlio de 'no Re, fuje da la patria e libera da 'no dragone la 'nfanta de Pierdesinno. Dapò varie socciesse, le deventa mogliera; ma, 'ncantato da 'na femmena, è liberato da lo frate. Lo quale (pe' gelosia avennolo acciso), scopierto 'nnozente, co' na certa erva le torna la vita.»—Cf. anche e soprattutto conla Cerva fatata, trattenimento IX della I giornata:—«Nasceno pe' fatazione Fonzo e Canneloro. Canneloro è 'mmidiato da la Regina, mamma de Fonzo, e le rompe lo fronte. Canneloro sse parte. Deventato Re, passa 'no gran pericolo. Fonzo, pe' vertute de 'na fontana e de 'na mortella, sa li travaglie suoje e vace a liberarelo.»—Vedi anche, nel secondo cantare delMalmantiledi Lorenzo Lippi, trasportato parte di questa fiaba, che l'autore avea desunta dalCunto de li Cunti. Ecco l'argomento di esso secondo cantare:Dei due gran figli del signor d'Ugnano, Prodigioso natal narra Baldone: Come s'acquista moglie Floriano, E vien dall'Orco poi fatto prigione; Come Amadigi libera il germano, E il mostro spaventoso a terra pone; E dice alfin, che l'un di questi dui Fu padre a Calidoro e l'altro a lui. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja, XVII.I tre fratelli; e XVIII.Il Pescatore. Mi scrive ilPitré:—«Riscontri siciliani editi colMago delle sette teste, non ne conosco. Bensì vi sono ravvicinamenti e somiglianze parziali. Questo tipo di novella non è stato ancora pubblicato in Sicilia.»—Cf. per alcuni luoghi,Morgante Maggiore, Canto IV, stanze XL—LXXIX e segg.; episodio del Re Corbante, di Fiorisena, della città di Carrara e di Rinaldo accompagnato dal leone. Una pessima, monca, scorretta e corrotta lezione di questa fiaba è la seguente milanese.L'ESEMPI DI TRII FRADEJ[i]Ona volta gh'era trii fradei. E sti trii fradej eren sciori e eren restaa indree de pader e de mader. Ma eren trii gioven e se voreven ben tutt e trii. Quel, che voreva l'un, el condissendeva l'alter. On dì, hin andàa d'accord d'andà a girà el mondtutt e trii. E han ciappaa on cavall per un e ona spada, cont adree on can per un. Hin andàa via insemma; e, quand hin stàa innanz tanti mija, s'hin spartii, perchè vun l'è andàa d'ona part e l'alter dell'altra. E s'even daa, prima de spartiss, on fazzolett bianch; che el fazzolett l'eva de restà smaggiàa de sangu, se vun de lor restava in pericol. Vun, l'è stàa el minor, l'ha veduu on bel palazzi e l'ha vedùu di bej argant[ii]; e lu, l'ha trovàa, che no gh'era nissun; e lu, l'è andàa denter. E gh'era là ona veggia. La ghe dis:—«Liga quel can, che mi gh'hoo paura! Liga quel can, che mi gh'hoo paura.»—E lu, quel gioven, el fa:—«Liga quel can! Liga quel can! coss'hoo de doperà per ligall?»—E lee, la gh'ha ditt:—«Dopera on cavell di mè! Dopera on cavell di mè!»—E lu, el fa:—«Dopera on cavell! Che forza el gh'ha d'avè vun di to cavej, de ligà el can?»—El condiscend e l'ha ligàa el can; e el cavell, l'è restàa ona cadenna, perchè lee, l'era ona stria. Dopo, lee, la gh'ha ciappàa el cavall; e dopo ligàa el cavall e lu, l'ha mettùu in d'on sit sotterranî, che le faseva morì a onz a onz. El fradell, quell'alter, el second, el ruga in saccoccia, el ved el fazzolett bianch tutt smaggiàa de sangu e allora el s'è accort, che el fradell l'era in pericol. L'è andaa in cerca del so fradell; l'è andàa giust in su quella strada e l'ha veduu quel palazzi, che gh'era nissun; e lu, per logass, (che gh'era domà che sto palazzi pien d'argant tutt illuminàa), lu, l'è andaa denter. E gh'era là sta stria: la s'è settada giò in d'on canton, l'ha vist a entrà con quel can e con quel cavall. L'ha faa l'istess, come con quell'alter.—«Via quel can! Liga quel can, che mi gh'hoo paura!»—E lu, el gh'ha condissenduu; el gh'ha ditt.—«Coss'hoo de doperà per ligall?»—E la gh'ha ditt, de doperà on cavell di so. E l'ha ligaa e gh'è restaa ona cadenna. Dopo, lee, l'ha mettuu con quel so fradell e l'ha faa consumà a onz a onz, perchè gh'era ona porta: chi entra in questa porta,non più risorto.[iii]Poeu, el so fradell, quell'alter, anca lu, l'ha trovaa el fazzolett smaggiàa de sangu in saccoccia.—«I me fradej, po' dass, hin in pericol de mort.»—L'è andaa in su l'istessa strada, l'ha trovaa sto palazzi e l'è andaa denter.Gh'era là ancamò quella stria; e la gh'ha ditt de ligà el can, che lee, la gh'aveva tanta paura. E lu, el s'è faa risolutto, perchè el s'è accort, che gh'era denter i so fradej. El gh'haa parlaa seriament, con risoluzion, che el voreva i so fradej, se no con la spada el ghe tajava via el coo. E lee, la gh'ha ditt de ligà el can, che i so fradej i avaria faa vegnì voltra. E lu, el gh'ha ditt.—«Ah! che can! che can! soo minga ligà di can.»—Dopo, la stria, per la paura, l'ha bisognaa condiscendegh e andagh a tirà voltra i so fradej. Ma eren là in angonia[iv]tutt e duu; e lu, iè voreva san, tal e qual hin andaa denter.—«Se de no!...»—El ghe fa vedè la spada. E la stria, la gh'ha faa ona onzion e i ha faa guarì. E la gh'ha tornaa a dà el so cavall per un, el so can; e hin partii tutt e trii. Dopo, hin andaa a cà insemma.[i]IlLiebrechtannota:—«Imbrianiverweist aufBasilen.º 7Der Kaufmannund n.º 9Die bezauberte Hirschkuh; zu letzterem Mährchen vgl.Sizil. Mähr. zun.º 39—40.Von den Zwillingsbrüdern.»—[ii]Argant, sonoles lampes d'Argantfrancesi, così dette dal fabbricante inventore.[iii]Lasciate ogni speranza, voi, ch'entrate.Dante.[iv]Angonia, agonia; e così dicesi in parecchi dialetti e dicevasi anticamente in lingua aulica, per ravvicinare la parola alla etimologia diangere, più comprensibile al volgo della vera e greca. Questi raffazzonamenti di parole fatti dal volgo, per rendersi ragione a modo suo del valore d'un vocabolo, son comunissimi. Così, nel dialetto napoletano,gendarmesi trasformava incientarme(quasi uomo armato di cento armi). CosìAfrodite(nome comunissimo in Pomigliano d'Arco per una Sant'Afrodite), diventaFiorita. Così il toscano incolto dicealberinto, invece dilabirinto, riconducendo il vocabolo alla radice albero, ecc. In un dispaccio di Francesco Michiel, ambasciatore veneto alla altezza di Carlo Emmanuele II, pubblicato testè perNozze Bianchi, Michiel(Roma, 1876) la parolaMaggiordomoè scrittaMaggior d'huomo, attribuendole un'etimologia fantastica, che non può neppure giustificarsi con la natura della cosa, sendo i maggiordomi di corte, di solito, men che uomini. Narra ilDomenichi, nelleFacezie, che:—”facendosi la vigilia di Beffania giuochi a vegghia, come s'una in que' tempi, fu all'improvviso domandato M. Vincenzio Arnolfini, gentilomo Lucchese, amicissimo mio, da una valorosa et nobil donna, che aveva un suo pegno, s'egli lo rivoleva. Et rispondendo egli di sì, quando che a lei fusse piaciuto:Ditemi, disse la donna,se rivolete il pegno, perchè la festa di domani sia detta Beffania?—È detta Beffania, rispose egli subito senza pensare,per la beffa, che i Magi fecero a Erode, che, avendogli promesse di tornare e riferire, dose era Cristo, se n'andarono per un'altra via et l'uccellareno. [Pronta risposta et degna di valoroso gentiluomo.]”—[2]Abbiamo già visto un pesce parlante, ed indicato nella Novella intitolata ilLuccio. Se ne trova un altro nella fiaba seguente:IL PESCIOLINO[i]Tempo fa, ma sono di molti anni, regnava ne' paesi una grande carestia, e la gente non aveva da mangiare, sicchè ne morivano de' cristiani dalla fame tanti, che era una disperazione e faceva 'scherezza a vedere que' disgraziati cascare, chi di qua, chi di là, per le terre senza fiato. A que' medesimi tempi, campava una povera donna pigionacola in un borgo; e il su' marito gli era morto da un pezzo; e lei era rimasa vedova con du' figlioli, un mastio più grandino e una bambina doppo lui; e il mastio lo chiamavano Gianni. Dice un giorno la su' mamma a Gianni:—«Se tu andessi a cercare un po' di pane, bambino! è tanto che non si mangia! Qualcuno forse tu lo trovi, che ti faccia un po' di carità per l'amor di dio.»—Gianni dunque si messe a girandolare per que' luoghi, ma non potiede raccapezzare da nissuno manco una briciola di pane. Che volete! con quella carestia, ognuno n'aveva di catti a tienerselo per sè. Sicchè Gianni, stracco morto e allaccato tra la fatica e la fame, si buttò giù a diacere al sole sulle sponde d'una fossettina, dove ci correva della bell'acqua chiara. E, nell'esser lì, tutt'a un tratto vedde un pesciolino, che navicava; e pareva, che fosse d'argento. Lui pensò subbito d'acchiapparlo e portarlo a casa alla su' mamma, perchè lei almanco lo mangiasse. E piano piano, sceso dentro il fosso, gli riuscì serrare il Pesciolino tra le mani. Ma il Pesciolino principiò a discorrere e a raccomandarsi a Gianni di lassarlo libero, e che l'avrebbe ricompensato della su' bona azione. Gianni, in nel sentire quell'animale, che parlava, s'impaurìe spalancò le dita, e rimase lì mezzo grullo in sospetto di qualche gastigo. Il Pesciolino però gli disse:—«Non aver temenza, chè del male non te ne voglio fare, sai. Oh! perchè mi volevi mangiare?»—Dice Gianni:—«No' siamo tanto affamati a casa e non s'ha pane: ogni cosa è bona in tempo di carestia. La mi' poera mamma fila la stoppa; ma, bene che guadagni poco, prima s'andava innanzi; ora 'nvece ci converrà a tutti morire affamati.»—«Senti,»—disse il Pesciolino,—«tu mi garbi, e io vi aiterò tutti di quel, che v'abbisogna. Quando vi manca qualcosa, basta, che tu dica, per essere esaudito:«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»——«Allora,»—gli arrispose Gianni,—«i' lo dico in questo vero momento:«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?M'abbisogna del pane.»—Alle su' parole, il Pesciolino fece apparire un pane di dieci libbre, perchè lo portassi a casa. Ma gli comandò a Gianni, che doveva star cheto e non raccontare del Pesciolino fatato di quel fosso[ii]. Gianni dunque andiede dalla su' mamma con quel pane di dieci libbre; e inventò, che gliel'aveva regalo uno zio mugnajo per limosina. Dice su' madre:—«Chè, questo è impossibile; è una limosina troppo grossa per de' tempi di carestia. Tu l'ha' rubo, sciaurato, non dir bugie.»—E Gianni a giurare di nò, e che era un regalo del su' zio. Dice su' madre:—«Oh! s'io degli zii è tanto, che non n'ho più; son tutti morti e seppelliti da un bel pezzo.»—E Gianni:—«Guà, vole dire, che voi non gli cognoscevi tutti; e che questol'ho trovo io nel su' mulino di molto lontano di casa nostra. Gnamo, chetatevi, mamma, e non dubitate di nulla. Anzi lo zio m'ha promesso di darmi tutto quello, che m'abbisogna.»—Abbenchè quella donna non fosse tanto persuasa delle parole del su' Gianni, siccome aveva fame, si messe a mangiare il pane assieme co' su' figlioli, e in quel mentre gli scappò detto:—«Pan solo! anche il pan solo è bono, quando non c'è altro. Ma sarebbe più bono tavia con del cacio e con un po' di vino per mandar giù meglio ogni cosa.»—Dice Gianni:—«Lassatemi ritornare dallo zio e il cacio e il vino vo' l'avrete.»—Insomma, per non farla tanto stucca, bastava, che Gianni andesse dal su' Pesciolino e gli chiedessi della robba, che tutto quel, che voleva, lui l'aveva; e, quando viense il freddo di verno, Gianni portò a casa una pezza di lendinella per fare il vestito alla mamma e alla sorella, e un'altra di panno per sè, chè erano prima quasi gnudi e battevano le gazzette. Ora gli accadè, che un giorno, Gianni era dientro a un bosco a cercare di legne, e s'accostò a un palazzo e ci vedde al balcone la figliola del Re; una bellezza da levar gli occhi a guardarla soltanto. Pensò Gianni:—«Se fosse mia! Ma com'è possibile ch'i' possa sposare una figliola di Re, io meschino accosì?«—E stava lì sotto al balcone a strolagare. Ma quella ragazza non ci badò a lui più che tanto. Figuratevi, se una Principessa a quel mo' voleva badare a un poero straccione di per le strade! A un tratto Gianni scrama:—«Che tu possa fare un figliol mastio per virtù del mi' Pesciolino!»—e se ne va diviato a casa. Le parole di Gianni non cascorno invano; perchè la figliola del Re si cominciò a sentir male. Subbito chiamano i dottori a visitarla. E, doppo averla tastata chi di qua e chi di là, gli dissano:—«È gravida.»—Nascette un buggianchio in tutta la corte, perchè la Principessa giurava, che lei non aveva dato retta a nissuno e che era innocente. Ma il Re la ragione non la intendeva, vedendo che alla su' figliola il corpo gli cresceva sempre. Che ti fa? ordina che senza indugio sia serrata dentro a una torre con delle guardie. E lì ce la tiense finchè lei non ebbe partorito un figliol mastio. E il Re volse, che questo mastio fosse rallevato nel palazzo; e badava a cercare se mai si scoprisse chi aveva ingravidata di niscosto la Principessa. Quando il bambino arrivò a du' anni finiti, il Re, che si struggeva di sapere chi fosse il babbo, fece attaccare per tutti i canti del su' Regno un bando:che a un giorno fissato s'adunassino nella corte tutti i signori e cavaglieri e che lui avrebbe concesso per isposa la su' figliola a quello tra loro, stato scelto dal bambino, con una palla d'oro, che gli voleva mettere nelle su' manine. Al sentire quel bando, anco Gianni pensò d'andare alla Corte. E si messe addosso i meglio vestiti e gli riuscì bucare, senz'esser visto, nella sala dell'adunanza, addove in mezzo, sur un tappeto, c'era il figliolo della Principessa colla su' palla d'oro tra le mani. E, abbenchè Gianni si fosse accoccolato in un cantuccio, nonistante il bambino lo trovava sempre e la palla d'oro la dava a lui. Figuratevi, che stupore di quel Re e di que' signori! La Principessa, poi, diventava quasi matta, in nel vedere la trascelta del su' figliolo, perchè lei Gianni non l'aveva mai cognosciuto. Infine tutti incattiviti a bono, a spintoni discacciorno Gianni fori di lì. E il Re disse, che quell'adunanza non gli garbava più e che ne voleva fare un'altra col bambino quand'era più grande; tra un anno, via. L'anno dunque arrivò e i bandi furono appiccicati alle cantonate del Regno; sicchè anco Gianni ci volse ritornare al palazzo. Ma prima andiede al fosso del Pesciolino e lo chiamò come lui gli aveva insegnato:—«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»—Dice il Pesciolino:—«Che vo' tu, Gianni?»—Dice lui:—«Voglio diventare un gran signore, con di be' vestiti, de' cavalli, la carrozza e i servitori, cucchieri e cacciatore, tutti colla livrea.»—Dice il Pesciolino:—«Per farne che di tutta questa robba?»—E Gianni allora gli raccontò quel, che gli era intravenuto colla figliola del Re; e che lui l'aveva ingravidata per virtù del su' amante Pesciolino; e in somma gli scoperse ogni cosa. Dice il Pesciolino:—«Vai, mi' Gianni, che tu sie' esaudito.»—Il giorno dell'adunanza, dunque, ci venne anco Gianni con un traino alla reale, che non ce n'era altri de' compagni. E nissuno potiede raccapezzare chi fosse quel gran signore e di che paese del Regno; ma in ogni mo' lo lassorno ascendere in fino in sala. E lui si messe a siedere assieme cogl'invitati. E quando cominciorno le prove per iscoprire il babbo del figliolo della Principessa, questo, senza manco pencolare, portò la palla d'oro nelle mani di Gianni. Dice il Re:—«Dunque siete voiquello, che ha 'mpregnato la Principessa mi' figliola.»—Arrispose Gianni:—«Al parere è accosì, Maestà.»—La figliola del Re però non stiede zitta; e cominciò a urlare, che non era vero, che lei non lo cognosceva quel signore prutenzionoso e che lei non lo voleva per isposo. Ma il Re la fece stare cheta, perchè la prova per lui era bona e intendeva di mantienere la su' parola. Sicchè diede il comando, che ogni cosa fosse ammannito per le nozze della su' figliola con Gianni. A quell'ordine, la Principessa, perchè Gianni non gli garbava, disse:—«Almanco sua Maestà, m'accordi una grazia.»—Dice il Re:—«È accordata, purchè tu sposi chi è stato trascelto per babbo dal tu' figliolo.»—«Sposare lo sposerò,»—arrisponde lei;—«ma che lui, prima di menarmi con seco, mi fabbrichi un palazzo con un giardino compagni e dirimpetto al palazzo reale, per poterci star dientro da par mio; e vo' sapere chi sono i su' parenti.»—A quella domanda nonistante non si sgomentò Gianni nel sentirla; e gli promesse alla su' sposa, che subbito la contenterebbe a su' piacimento. E, senza indugio, andiede dal Pesciolino; e al solito lo chiamò fori:—«Pesciolino, mi'amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»—Per non allungarla troppo, il Pesciolino fece apparire in nel momento quel, che Gianni volse; e la mattina doppo, quando la Principessa fu levata e s'affacciò alla finestra, vedde un bel palazzo novo e col giardino pieno di piante, di fiori, e con un bosco fitto tutto di cedri, che non ci mancava nulla e pareva il palazzo reale. E venuta poi l'ora delle nozze, eccoti! comparsero la mamma e la sorella di Gianni, vestite come tante Regine. E accosì bisognò che la Principessa s'accordasse a diventare sposa legittima di Gianni: ma lei non era contenta. Anzi, che lei non era contenta l'addiede subbito a divedere; perchè, in nel mentre che spasseggiavano nel giardino, lei colse un bel cedro e poi lo messe di nascosto in tasca a su' padre; e, quando furono a tavola alle frutte, lei disse:—«Sarei più allegra se qualcuno non m'avesse rubbato il più bel cedro del mi' giardino.»—A quel discorso tutti si dettano a cercare per le tasche, e il Re lo trovò in nella sua. Guà, poer'omo! diventò rosso come un carbone acceso dalla vergogna. E, doppo un pezzo, che strolagava chi gliaveva fatto quel brutto scherzo, la su' figliola gli disse:—«Caro padre, non vi state a confondere a cercare chi è stato, e non vi sbigottite: ma arricordatevi, che anch'io non sapevo chi m'aveva ingravidata, e in ogni mo' e' mi conviense di star serrata nella torre per vostro comando e pigliar poi lo sposo, che m'avete trascelto. Il cedro in tasca vi ce l'ho messo io.»—Il Re, a questo rimprovero, non ci arrispose. Ora, per tornare un passo addietro, bisogna sapere, che, quando Gianni andette per l'ultima volta dal Pesciolino, il Pesciolino gli disse, che lui partiva per un altro paese, ma che non voleva dibandonarlo. E però gli fece il regalo d'una lampana d'ottone; e, a stropicciarla, questa lampana, subbito appariva tutto quello, che Gianni bramava; ma lo pregò d'essere di molto prudente e a badare di non perderla la lampana, insennò non c'era più rimedio; tutto l'incanto finiva[iii]. E siccome Gianni del possesso non n'aveva, tutte le su' entrate le cavava dalla lampana; pagava i mercanti a mesi; una stropicciatina alla lampana e la lampana buttava i quattrini secondo il bisogno, per le carrozze, per i cavalli, per i servitori, in somma per ogni spesa giornaliera; e così tirò innanzi per un bel pezzo. Ma, per su' disgrazia, Gianni la testa non l'aveva sempre con seco, e po' colla su' moglie non ci steva troppo d'accordo. Sicchè, lui, gli era sempre a girare di qua e di là; e la lampana la serbava accosì niscosta dientro un cassettone fra delle ciarpe e delle robbe smesse. Un giorno, dunque, che Gianni era fori, viense a passare di sotto alle finestre del su' palazzo un rivendugliolo, di quelli, che comprano cenci e rottami d'ogni sorta. In nel sentirlo urlare per la strada, la cameriera della Principessa andiede a trovarla e gli domandòse voleva dar via quel, che c'era di vecchio per la casa. Dice la Principessa:—«Sì, sbrattiamo della robba inutile il palazzo.»—E si messano a rinfrustare tutti gli armadî e i cassettoni, sicchè trovorno anco la lampana d'ottone; e, concredendo che non fosse bona a nulla, la vendiedero per pochi soldi a quel merciajolo ambulante. Quando però si viense alla fine del mese, che Gianni doveva fare i soliti pagamenti, cerca di qua, cerca di là, la lampana non la trovò più addove lui la tieneva. Tutto sbigottito, corre dalla moglie e gli domanda se lei quella lampana l'ha veduta. Dice la Principessa:—«Sì, l'ho veduta; ma i' la vendettiper ottone vecchio a un merciajolo.»—Scrama a quella nova Gianni:—«Oh! me sciaurato! No' siem fritti! Quella lampana era tutta la mi' rendita, perchè era una lampana incantata!»—Allora la Principessa, invece di racconsolarlo, lo mandò subbito via dal palazzo e lui tornò poero come prima.E finisce accosì la mi' novella:Se vo' sapete, ditela più bella.[i]Novella narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistojese all'avv. prof. Gherardo Nerucci. Cf.Pentamerone, I. 3.Peruonto.—”Peruonto, sciaurato de coppella, va pe' fare 'na sarcena a lo vosco. Usa no termine d'amorevolezza a tre, che dormeno a lo sole; ne receve la fataziene; e, burlato da la figlia de lo Re, le manna la mardezione, che sia prena d'isso. La qual cosa saccesse; e, sapenno essere isso lo patre de la creatura, lo Re lo mette dento na votta co' la mogliera e co' lo figlio, iettannolo dinto mare. Ma, pe' bertute de la fatazione ssoja, sse libera da lo pericolo; e, fatto 'no bello giovene, deventa Re.”—Lo stesso racconto è presso loStraparola. Notte III, Favola I. (Vedi pag. 194 del presente volume tra le note alla Novella XIIIIl Luccio).Pitrè(Op. cit.) CLXXXVIII.Lu loccu di li passuli e ficu.Pitrè(Otto fiabe e novelle siciliane, raccolte dalla bocca del popolo ed annotate, Bologna, 1873). III.Lu Cuntu di Martinu.[ii]Che alcuni pesci fossono addomesticabili e benevoli all'uomo è stata opinione diffusa. NarraBrunetto Latini:—“Et elli si trova ne le storie antiche, che uno garzone nutricò uno delfino col pane et amavalo tanto, che 'l fanciullo lo cavalcava et giucava con lui. Avvenne, che 'l garzone morio; et elli, stimando che 'l fosse morto, se lasciò morire. Et anche in Egitto, un garzone nutricò un altro, che simigliantemente lo cavalcava et giocava con lui. Addivenne, che questo garzone, a preghiera d'uno signore, si lo fece uscire fuori et saltare ne la piazza; et quelli lo uccisero.”—[iii]È la lampada di Aladino delleMille e una Notte.[3]Ricorda l'antica Andromeda; Olimpia ed Angelicalegate al duro sassodell'Ariosto; ilMostro TurchinodelCerlone, ecc.
XXVIII.IL MAGO DALLE SETTE TESTE[1].C'era una volta un omo pescatore, il quale aveva una moglie sterile, abbene che fosse a lei da molto tempo marito. Un bel giorno, il pescatore colle sue reti se n'andò a pescare nel lago vicino. E gli venne fatto di chiappare un pesce di gran bellezza e grossezza; che, subito messo fuori dell'acqua, si diede in tono pignucoloso a raccomandarsi a quell'omo, che lo lasciasse andar via, promettendo insegnargli uno stagno lì vicino, dove lui avrebbe potuto in un momento fare una ricca pescagione[2]. Rimase il pescatore mezzo imvecille e impaurito, nel sentire un pesce a parlare; e gli parve sì gran miracolo, che, senza frapporre indugio, gli ridiede la libertà. Poi andò allo stagno insegnatogli dal pesce e ci ricavò in due o tre buttate di rete una smensa quantità di bonissima pescagione. Col carico addosso, il pescatore, ritornato a casa, fece vedere alla donna la preda insolita e gli raccontò quel, che gli era intravenuto. La moglie, sentendo questo, s'imbizzarrì fuor di modo e lo trattò di mammalucco, perchè si fosse lasciato scappare il bel pesce d'in fra le mani. Disse:—«Bada bene di ricercarlo domani e portarlo a casa, che lo voglio. I' ho una bramosia di acconciarmelo in un intingolo da levarmi la fame per un pezzo.»—Il pescatore, il giorno di poi, fu al lago; e, buttate le reti, il pesce parlante c'entrò dentro. Ma alle suppliche sue il pescatore non seppe resistere,sicchè anche questa volta lo liberò; e, fatta abbondante pesca nel solito stagno, se ne rivenne a casa. Non è a dire se la moglie del pescatore uscisse fori da' gangheri, quando riseppe, che il pesce era stato chiappo daccapo e che il suo marito non l'aveva con sè. Messe le mani su' fianchi e con una faccia malandrina principiò a urlare:—«Grullo, che se' un omo di stoppa? Non te n'addai, che quì sotto gatta ci cova, e che è la fortuna, che ti viene incontro e tu la spregi? O domani tu mi porti il pesce o ti nimicherò finchè campi.»—Sospinto e incoraggito dagli sberci della moglie, il pescatore, la mattina dopo, arrivato al lago e buttate le reti, alla prima tirata il pesce c'era dentro: e senza badare alle parole sue, corse diviato a casa e lo porse vivo sempre alla moglie, che lo prese e lo messe in un catino d'acqua fresca. Lì stavano d'attorno a rimirarlo e a farci sù de' ragionamenti; e la donna fantasticava, cercando qual fosse il miglior modo di cucinarlo. Il pesce allora, tirato un po' fori dell'acqua il capo, disse:—«Giacchè veggo, che non c'è più rimedio e ho da morire, lasciatemi almeno far prima testamento.»—Avendovi consentito il pescatore e la donna, il pesce soggiunse:—«Quando sarò morto, sparato e cotto, mangi le mie carni la donna, date a bere alla cavalla la broda della lessatura, buttate le ossa alla cagna, e le tre più grosse teghe mie piantatele ritte nell'orto vostro.»—Ammazzato il pesce e cotto, i due conjugi fecero appuntino quel, che il pesce gli aveva detto. E n'accadde, che la donna, la cavalla e la cagna, ognuna di loro insomma partorì tre creature mastie della sua specie, e le teghe piantate nell'orto crebbero e diventarono tre lance. Tanto queste, che le creature nate, si rassomigliavano così, che era impossibile riconoscerle fra loro senza mettergli un segno. Quando i fanciulli furono giovanotti grandi, il padrediede un cavallo, un cane e una lancia a tutti e tre, e ci aggiunse del suo uno stioppo da caccia. Ma non passò di molto tempo, che il primogenito si straccò di stare a casa povero. Sicchè volse andar per il mondo in cerca di fortuna. Montato dunque a cavallo, prese con seco il cane, la lancia e lo stioppo a armasollo, salutò quelli di casa, e, lasciando una boccetta turata piena d'acqua chiara, disse:—«Se quest'acqua s'intorba, venite a cercar di me: io, o sarò morto, o mi sarà intravvenuta qualche disgrazia. Addio.»—E partì al galoppo. Il primogenito, dopo avere camminato di molti giorni per paesi ignoti, s'imbattè alle porte di una grandissima città e popolosa, dove entrato, si maravigliò oltre credenza nel vedere tutti gli abitanti di quella vestiti a lutto e mesti in viso. Incuriosito, ne domandò la ragione al primo incontrato. E seppe: come un Mago spaventoso con sette teste da lungo tempo compariva tutti i dì nel giardino reale al tocco di mezzogiorno, e divorava quanta gente gli capitava dinanzi; come il Re, a rimedio di peggio male, s'era obbligato col Mago di apparecchiargli a sorte un corpo umano al giorno; e come, quella mattina, la sorte era appunto cascata sulla stessa figliola del Re, e per questo la città tutta disperata vestiva di bruno.[3]Il giovane, che era coraggioso, disse:—«Non c'è forse modo di salvare la figliola del Re e liberare la città da simile flagello? Conducetemi al Re.»—Detto fatto, il giovane fu condotto alla presenza del Re; e gli chiese il permesso di combattere col Mago e di ammazzarlo. Il Re gli rispose:—«Giovane ardito, sappi che di molti prima di te si sono provati all'impresa, ma ci rimessero la vita. Se però anche te vuoi risicarla, io non te lo impedisco. E se tu vinci, quella mia figliola, oggi destinata per pasto al Mago, te la dò in isposa, e tu sarai mio erede nel Regno.»—Niente impauritoil giovane, ma di più messo al punto di diventare genero del Re e suo erede, si fece menare nel giardino reale, dove già la Principessa se ne stava in ginocchioni, raccomandandosi l'anima, aspettando l'apparita del Mago. Quando il giovane la vidde, gli si accostò e la chiamò per nome; e gli raccontò, che era venuto lì per liberarla dalla morte e poi sposarla. La Principessa, girati gli occhi inzuppi di lacrime, disse:—«Disgraziato, vai via! o il Mostro spietato avrà oggi due da divorare invece di me sola. È un Mago tutto pieno d'incantesimi, come vuoi fare ad ammazzarlo?»—Il giovane, che nel mirare la Principessa se n'era già innamorato fortemente, gli rispose:—«Tant'è, oramai vuo' correre questo risico per amor vostro; e sarà quel che è destinato.»—Di lì a poco, scoccò all'orologio di palazzo il tocco del mezzogiorno; e la terra si diè a trabalzare; e di repente con gran fracasso s'aperse una buca; e da quella, tra il foco e il fumo, scaturì il Mago dalle sette teste. Il Mostro subito andò verso la Principessa con tutte le sette bocche spalancate; e fistiava dalla gioja, perchè in quel giorno c'erano due da divorare. Ma il giovane, senza frapporre indugio, saltato sul cavallo, si fogò contro il Mago, aizzandogli il cane; e con una lanciata lo passò parte parte. E 'n quel mentre, che il cane lo tratteneva coi denti, lui, sceso, colla scimitarra in un attimo gli tagliò le sette teste; sicchè l'ammazzò intra fine fatta e rompette l'incantesimo, liberando da morte la Principessa e la città da quel flagello. Quando il Mago non dava più segno di vita, disse la Principessa al giovane:—«Tu sei mio sposo. Ma piglia i segni della vittoria e portali al Re, acciò conosca, che fosti te l'ammazzatore del Mostro, e ti permetta darmi l'anello.»—Il giovane allora tagliò al Mostro le sette lingue e le ravvolse in un pannolino; e, rimontato a cavallo, s'avviò ad un albergoper mutarsi i vestiti e comparire dinanzi al Re in figura garbata e pulita. Or'accadde, che, in una casuccia vicina al giardino reale, ci stava un ciabattino meschinello, sudicio e stralinco, ma di gran furbizia e cattiveria. Lui aveva da lontano visto il combattimento e sentiti i discorsi fra la Principessa ed il giovane; e mulinò fra sè un chiupparello:—«Profittiamo,»—disse,—«di questo bue, che ha lasciato nel giardino le teste del Mago e sciupa il tempo a vestirsi in ghingheri.»—Subito si cala nel giardino da una finestra; raccatta le sette teste mozzate; le nasconde in un sacco; e, preso un coltellaccio, che prima tuffò nel sangue, in mano, corre via a furia dal Re, e dice con un'aria di birbone:—«Maestà, ecco dinanzi a voi l'ammazzatore del Mago. Queste sono le teste, che con questo coltello gli ho staccate dal corpo. Mantenetemi dunque la parola e datemi la vostra figliola in isposa.»—Il Re si sturbò a vedere quel pezzente e alle parole, che proferì; e non sapeva capacitarsi come fosse ita la faccenda. Credette, che il giovane ardito l'avesse divorato il Mago; e che il ciabattino, profittando del contrattempo, avesse assaltato e finito il Mostro. Ad ogni modo la parola reale era data. Epperò il Re disse:—«Se così è, e pare a' segni, la mia figliola è tua. Pigliatela.»—In quel mentre, eccoti la Principessa nella sala; e, sentendo il trattato, cominciò a protestare, che il ciabattino era un bugiardo e che lui non aveva per nulla ammazzato il Mago. E qui nacque un battibecco; e il ciabattino metteva innanzi le teste a provare che diceva la verità. Sicchè il Re, per forza del giuro suo e dei segni, decretò che la sua figliola si chetasse e la volse fidanzata al ciabattino. E subito diede ordine, che s'annunziasse al popolo l'avvenimento e si apparecchiassero tre giorni di corte bandita con tre grandi conviti ogni settimana; e all'ultimo di questisi sarebbero celebrate le nozze. Intanto, il giovane vincitore del Mago si avviava al palazzo del Re; ma, arrivato all'ingresso, non lo volsero fare entrare. E sentì nel medesimo tempo il banditore, che annunziava lo sposalizio della Principessa col ciabattino. Ebbe un bel protestare, urlare, che lo facessero parlare al Re; le guardie stettero dure, per ordine del ciabattino, e finalmente scacciarono a forza il giovane di lì. E lui, mezzo arrabbiato e mezzo piangente, rifece i passi e tornò all'albergo, ruminando quel, che gli convenisse mesticciare per impedire le nozze e farsi riconoscere per quello, che aveva morto il Mago. Nel frattempo, a corte, la mensa era pronta e di molti gl'invitati. E il ciabattino fu messo accanto alla Principessa, riccamente vestito e con sotto da sette cuscini, perchè gli stasse comodo. Il giovane, in quel frattempo, dopo stato un po' a pensare, si voltò al cane, che gli era a cuccia in su' piedi; e, a un tratto, gli disse:—«To', corri su; va dalla figliola del Re e festeggia lei sola; e, prima che si principî a mangiare, butta all'aria la mensa; poi scappa e non ti lasciar chiappare.»—Il cane ubbidente partì correndo; e saltò diviato in grembo alla Principessa, e lì ad accarezzarla e leccarla senza fine. Lei lo riconobbe. E si rallegrava; e, lisciandolo colle mani, gli domandava del padrone. Ma il ciabattino n'aveva sospetto e voleva, che il cane si scacciasse fuori della sala. Si messe la zuppa in tavola; e il cane, addentato un lembo della tovaglia, tira ogni cosa a sè con tutto l'apparecchio e manda tutto per le terre; e poi, via a gambe giù per le scale, e nessuno potè raggiungerlo e vedere, dove mai fosse andato. Lo scompiglio e il trambustìo tra i convitati non si può neanche raccontare, tanto fu smenso. Dopo otto giorni, si venne al secondo banchetto. Il giovane disse al cane:—«To', corri: fa' lo stesso come l'altra volta.»—Quandola Principessa rivedde il cane, si rallegrò di molto. Ma il ciabattino se ne indispettì; e voleva assoluto, che il cane fosse preso e scacciato a suon di legnate. La Principessa però lo difendeva così, che il ciabattino non ardì fargli forma, abbene che stesse di mal'animo. Portata la zuppa, il cane, lesto, addenta la tovaglia, butta sottosopra ogni cosa, e fugge ratto più del vento. Le guardie e i servitori gli si sfilano dietro; ma fu inutile, perchè non poterono raggiungerlo. Al terzo banchetto, il giovane disse al cane:—«To', corri: fa' lo stesso dell'altre volte. Ma questa, lasciati pigliare all'uscio di camera mia.»—Di fatto, il cane eseguì gli ordini a puntino; sicchè le guardie, giunte alla camera del giovane e chiappato il cane, sentito che era suo, anche lui lo arrestarono e lo condussero davanti al Re. Il Re a vederlo lo riconobbe, e gli disse:—«Non se' tu quello, che ti profferisti salvare la mia figliola dalle branche del Mago?»—«Sì, son'io»—riprese il giovane,—«e la salvai ed è mia sposa.»—Ma il ciabattino, alzando la voce, cominciò a urlare:—«Non è vero, non è vero! I segni dell'ammazzamento son'io, che gli ho portati al Re; e son'io, che ho morto il Mago.»—Allora il giovane, senza sturbarsi, rivolto al Re, disse:—«Ebbene! si portino qui le sette teste mozzate dal Mago, e si vedrà chi ha ragione.»—Quando le sette teste furono messe a' piedi del Re, il giovane soggiunse:—«Guardate un po', se hanno le lingue nelle bocche.»—Le lingue non ci erano, gua'! Il giovane, cavato di seno il pannolino, le mostrò in quello rinvoltate; e poi si fece a raccontare, come la cosa fosse andata. Il ciabattino, non ostante, non si dava per vinto; e pretese, che le lingue si misurassero, per conoscere se si adattavano alle teste. La prova però tornandogli a carico, ogni volta, che si eseguiva una misura, lui scaraventava via un cuscino; arrivato al settimo e ultimo, se la diede agambe. Ma raggiunto e arrestato, per comando del Re, venne subito impiccato. Tutti allegri, il Re e gli sposi assieme a' convitati si sedettero a mensa e si diedero bel tempo; poi furon fatte le nozze. La mattina, appena giorno, il giovane si levò; e, aperta la finestra, vedde dirimpetto una folta selva piena di uccelli e gli venne voglia di andarci a caccia. Ma la moglie lo scongiurava che non ci avesse il pensiero, perchè quella selva era incantata e chiunque ci entrava dentro non ritornava più. Il giovane però, pieno di coraggio e di temerità, appunto perchè nella selva ci si correva un risico, s'incaponì d'andarci; e, preso il cane, la lancia e lo stioppo, partì. Aveva di già ammazzato di molti uccelli, quando a un tratto eccoti un temporale, che pareva il finimondo; toni e saette da sbalordire e l'acqua cascava giù a bocca di barile. Il giovane, bagnato sino all'ossa, cercava uscire dalla selva; ma non trovava più la via. Sicchè, venuta la notte, vedde una grotta e ci entrò. La grotta era piena di statue di marmo bianco in varî atteggiamenti; ma il giovane non ci badò troppo, molle e stanco com'era. Ravviate delle legna secche, coll'acciarino lui accese un pò di foco per rasciugarsi e còcere gli uccelli morti, avendo fame; e, intanto, pensava alla moglie; e si pentiva di non avergli dato retta. Di lì a poco, eccoti nella grotta una vecchierella, che sbatteva i denti, come intrizzita dal freddo, e tutta fradicia dal capo a' piedi. E, fattasi vicina al giovane, lo pregò, che la lasciasse riscaldare. E lui:—«Venite pure, mi terrete compagnia.»—La vecchierella si sedette, e offerse al giovane sale per gli uccelli arrostiti, pane pel cane e sugna per ugnere le armi. E il giovane, di nulla sospettando, accettò. Ma a mala pena ebbe mangiato lui gli uccelli, il cane il pane e l'armi furono unte, tutti diventarono statue di marmo. In sulla sera, la Principessa, non vedendo tornare il marito, locredette morto; e il Re, addolorato, diede ordine, che la città si vestisse a bruno. Infrattanto, nella casa paterna del giovane primogenito, che era partito, guardavano tutti i giorni la boccetta dell'acqua, che lui aveva lasciata: un giorno a un tratto, ecco! l'acqua s'intorba. Allora il secondogenito dice:—«Il fratello maggiore o è morto, o gli è intravvenuta qualche disgrazia. Vo' andare a cercarne. Tenete: anch'io vi dò questa boccetta d'acqua chiara; se s'intorba, sapete quel, che vi tocca a fare. Addio.»—Monta a cavallo; e col cane, la lancia e lo stioppo ad armacollo, parte di galoppo. Il secondogenito, dappertutto, dove passava o si fermava, faceva delle ricerche sul fratello suo, dicendo:—«Avete visto uno compagno a me?»—E ognuno rideva, rispondendo:—«Oh bella! non siete voi quello dell'altra volta?»—A questo modo il giovane capiva, che pur' anche il primogenito era passato da quei luoghi. E quando lui arrivò alla città, dove il primogenito aveva morto il Mago e sposata la figliola del Re, in nel suo entrare, tutti facevano le meraviglie e gridavano:—«È lui! è salvo! Viva il Principe!»—Sicchè, fermato e condotto dal Re, tanto questo, che la Principessa e la corte intiera, ingannati dalla gran somiglianza, lo sbagliavano col primogenito. E lui? zitto! non conoscendo se era in mezzo a gente di garbo o a gente traditora. Ma tanto la rigirò con furbizia, interrogando e rispondendo a proposito, che venne a capo di raccapezzare a un dipresso le avventure del primogenito, le sue nozze colla Principessa e il suo smarrimento nella selva incantata. Venuta la notte, il secondogenito fece le viste di essere di molto sturbato pe' disagi sofferti e stracco morto; e, messosi sovra una sponda del letto, lontano dalla Principessa, si addormentò. Alla mattina, si sveglia, si alza e apre la finestra e vede la selva dirimpetto. Coll'animo bramoso di ricercare il fratello, dice alla Principessa:—«Vòandare un po' a caccia laggiù.»—E la Principessa piangendo:—«Ma che non ti basta il pericolo, scansato una volta, e le pene, che m'hai fatto soffrire a cagion tua? Non andare nella selva.»—Il secondogenito però non gli diede ascolto, e partì verso la selva assieme al cane, e con la lancia e lo stioppo. E costì a lui pure gli accade tutto quello, che era accaduto al primogenito; e rimase anche lui nella grotta trasmutato in istatua di marmo. La Principessa, non vedendolo tornare, lo tenne per perso; e la città daccapo si vestì a bruno per comando del Re. Nella casa paterna, intanto, dei tre fratelli, anche la boccetta del secondogenito si sturbò. E il terzogenito non frappose indugio; ma, sellato il cavallo, vi montò sopra; e, detto addio al padre e alla madre, partì a ricercare i due suoi fratelli. Prese con seco anche lui il cane, la lancia e lo stioppo. Cammin facendo, sempre chiedeva notizie, dicendo:—«C'è passato di quì due compagni a me?»—E tutti rispondevano:—«O perchè fate sempre la stessa domanda? Che siete matto?»—In questo modo, capiva, che i suoi fratelli avevano tenuta la medesima strada. Giunto alla città, venne accolto con gran festa e menato dal Re: e al solito, per la gran somiglianza, tutti lo sbagliavano pel primogenito. Andato poi a letto colla Principessa, si finse stracco e dormì sovra una sponda. La mattina, a levata di sole, il terzogenito si affacciò alla finestra, e, vista la selva, disse alla Principessa:—«Voglio andare a caccia laggiù.»—La Principessa diede in disperazione e gridava:—«Dunque proprio tu vuoi andare in perdizione? e finirai con farmi morire di paura.»—Ma il terzogenito non si commosse, avendo fissato in core di ritrovare a ogni costo i proprî fratelli. Sicchè, prese le armi ed il cane, s'avviò alla selva. Quando fu lì, ammazzò di molti uccelli. Ma, tutt'a un tratto, s'alza il temporale. Sicchèsmarritosi, gira e rigira, capitò nella grotta; e, guardate le statue, ci riconobbe subito anche i proprî fratelli. Disse fra sè:—«Qui c'è qualche inganno; ma starò a occhi aperti.»—Accese il foco per rasciugarsi e per cocere gli uccelli; ed eccoti la medesima vecchierella, che, accostandosi, gli chiese di lasciarla scaldarsi. Il giovane la sbirciò di traverso; e con mal garbo gli disse:—«Va 'n là! accanto a me non ti ci voglio.»—La vecchierella parve sconcertata a quest'accoglienza: e soggiunse frignando:—«Quanta poca carità avete! pure io vi offerirò di che meglio cenare. Eccovi del sale per gli uccelli arrostiti, del pane pel cane e della sugna per ungere le armi.»—«Eh! vecchia strega,»—urlò il giovane,—«me, tu non mi cucchi!»—E, saltatogli addosso, la buttò in terra e ce la tenne con un ginocchio sul ventre. Poi gli serrò la gola colla mancina, tirò fori la scimitarra e, accostategliela al collo, disse:—«Stregaccia infame! o tu mi rendi i miei fratelli o ti cavo l'anima senza misericordia.»—La vecchierella protestava, che nulla di male aveva fatto; ma, vedendo che il giovane non si commoveva e che stava lì lì per segargli la gola, piena di paura, promesse, che avrebbe obbedito a quel, che il giovane gli comandava. E, frugatasi in tasca, cavò un vaso di ungento, perchè ne ugnesse le statue, assicurandogli, che a quel modo sarebbero tornati tutti in vita. Il giovane non lasciò la vecchierella; ma, minacciandola sempre coll'arme, la obbligò a fare lei l'operazione: sicchè in poco d'ora tutte quelle statue erano rimenate a vivere e la grotta ne fu piena. I fratelli subito si riconobbero e s'abbracciarono; tutte le altre persone pure non trovavano parole, per ringraziare degnamente chi l'aveva salvate. Nel trambustìo intanto la vecchia cercava svignarsela; ma, essendosene accorti, gli furono sopra e la squartarono e così ruppero l'incantodella selva. Di più, il primogenito gli prese il vasetto dell'unguento, che rendeva la vita agl'incantati e a' morti. Cammin facendo per ritornare in città, i fratelli si raccontavano le avventure patite; ma il primogenito, nel sentire, che gli altri due erano stati a letto colla Principessa, preso da furore geloso, sfoderata la scimitarra, ammazzò i suoi fratelli. Non appena però commesso quel delitto, che un gran rimorso gli nacque in core; e si buttò su' corpi de' morti, e diede in disperazioni e voleva tagliarsi in tutti i modi la gola. Ma gli altri lo impedirono. Tutto a un tratto, si ricordò lui dell'unguento preso alla vecchia strega; e, pensando, che era bono a far rinvivire i fratelli, ne fece la prova, ugnendo le loro ferite; e, miracolo! que' due si alzarono in piedi rinsanichiti e vispoli. Pieno di allegria, il primogenito chiese e ottenne perdono dai suoi fratelli; e poi con loro e la frotta dei compagni si recarono dal Re. Furono ricevuti con grande contentezza; si ordinarono canti e feste per la città; e si dette nelle campane, che pareva il nabisso. Il Primogenito si riunì colla Principessa; e il Re trovò mogli signorili agli altri due fratelli e gli messe nelle prime cariche di corte.NOTE[1]Raccolta dall'avv. Gherardo Nerucci; e gli fu raccontata dall'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota:—«ZuGrimm(K.M. n.º 60)Die zwei Brueder; s. zuGonzenbachn.º 39.Von den Zwillingsbrüdernund n.º 40.Von den drei Brüdern.»—Parte di questa fiaba è identica alla III favola della X delleTredici piacevoli Nottidello Straparola:—«Cesarino di Berni calavrese, con un leone, un orso e un lupo si parte dalla madre e dalle sorelle; e, giunto nella Sicilia, trova la figliola del Re, che doveva esser divorata da un fierissimo dracone; et con quelli tre animali l'uccide; e liberata da morte, vien presa da lui in moglie.»—È pure in gran parte identica alo Mercante, trattenimento VII della prima giornata del Pentamerone:—«Cenzo, rompe la capo a 'no figlio de 'no Re, fuje da la patria e libera da 'no dragone la 'nfanta de Pierdesinno. Dapò varie socciesse, le deventa mogliera; ma, 'ncantato da 'na femmena, è liberato da lo frate. Lo quale (pe' gelosia avennolo acciso), scopierto 'nnozente, co' na certa erva le torna la vita.»—Cf. anche e soprattutto conla Cerva fatata, trattenimento IX della I giornata:—«Nasceno pe' fatazione Fonzo e Canneloro. Canneloro è 'mmidiato da la Regina, mamma de Fonzo, e le rompe lo fronte. Canneloro sse parte. Deventato Re, passa 'no gran pericolo. Fonzo, pe' vertute de 'na fontana e de 'na mortella, sa li travaglie suoje e vace a liberarelo.»—Vedi anche, nel secondo cantare delMalmantiledi Lorenzo Lippi, trasportato parte di questa fiaba, che l'autore avea desunta dalCunto de li Cunti. Ecco l'argomento di esso secondo cantare:Dei due gran figli del signor d'Ugnano, Prodigioso natal narra Baldone: Come s'acquista moglie Floriano, E vien dall'Orco poi fatto prigione; Come Amadigi libera il germano, E il mostro spaventoso a terra pone; E dice alfin, che l'un di questi dui Fu padre a Calidoro e l'altro a lui. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja, XVII.I tre fratelli; e XVIII.Il Pescatore. Mi scrive ilPitré:—«Riscontri siciliani editi colMago delle sette teste, non ne conosco. Bensì vi sono ravvicinamenti e somiglianze parziali. Questo tipo di novella non è stato ancora pubblicato in Sicilia.»—Cf. per alcuni luoghi,Morgante Maggiore, Canto IV, stanze XL—LXXIX e segg.; episodio del Re Corbante, di Fiorisena, della città di Carrara e di Rinaldo accompagnato dal leone. Una pessima, monca, scorretta e corrotta lezione di questa fiaba è la seguente milanese.L'ESEMPI DI TRII FRADEJ[i]Ona volta gh'era trii fradei. E sti trii fradej eren sciori e eren restaa indree de pader e de mader. Ma eren trii gioven e se voreven ben tutt e trii. Quel, che voreva l'un, el condissendeva l'alter. On dì, hin andàa d'accord d'andà a girà el mondtutt e trii. E han ciappaa on cavall per un e ona spada, cont adree on can per un. Hin andàa via insemma; e, quand hin stàa innanz tanti mija, s'hin spartii, perchè vun l'è andàa d'ona part e l'alter dell'altra. E s'even daa, prima de spartiss, on fazzolett bianch; che el fazzolett l'eva de restà smaggiàa de sangu, se vun de lor restava in pericol. Vun, l'è stàa el minor, l'ha veduu on bel palazzi e l'ha vedùu di bej argant[ii]; e lu, l'ha trovàa, che no gh'era nissun; e lu, l'è andàa denter. E gh'era là ona veggia. La ghe dis:—«Liga quel can, che mi gh'hoo paura! Liga quel can, che mi gh'hoo paura.»—E lu, quel gioven, el fa:—«Liga quel can! Liga quel can! coss'hoo de doperà per ligall?»—E lee, la gh'ha ditt:—«Dopera on cavell di mè! Dopera on cavell di mè!»—E lu, el fa:—«Dopera on cavell! Che forza el gh'ha d'avè vun di to cavej, de ligà el can?»—El condiscend e l'ha ligàa el can; e el cavell, l'è restàa ona cadenna, perchè lee, l'era ona stria. Dopo, lee, la gh'ha ciappàa el cavall; e dopo ligàa el cavall e lu, l'ha mettùu in d'on sit sotterranî, che le faseva morì a onz a onz. El fradell, quell'alter, el second, el ruga in saccoccia, el ved el fazzolett bianch tutt smaggiàa de sangu e allora el s'è accort, che el fradell l'era in pericol. L'è andaa in cerca del so fradell; l'è andàa giust in su quella strada e l'ha veduu quel palazzi, che gh'era nissun; e lu, per logass, (che gh'era domà che sto palazzi pien d'argant tutt illuminàa), lu, l'è andaa denter. E gh'era là sta stria: la s'è settada giò in d'on canton, l'ha vist a entrà con quel can e con quel cavall. L'ha faa l'istess, come con quell'alter.—«Via quel can! Liga quel can, che mi gh'hoo paura!»—E lu, el gh'ha condissenduu; el gh'ha ditt.—«Coss'hoo de doperà per ligall?»—E la gh'ha ditt, de doperà on cavell di so. E l'ha ligaa e gh'è restaa ona cadenna. Dopo, lee, l'ha mettuu con quel so fradell e l'ha faa consumà a onz a onz, perchè gh'era ona porta: chi entra in questa porta,non più risorto.[iii]Poeu, el so fradell, quell'alter, anca lu, l'ha trovaa el fazzolett smaggiàa de sangu in saccoccia.—«I me fradej, po' dass, hin in pericol de mort.»—L'è andaa in su l'istessa strada, l'ha trovaa sto palazzi e l'è andaa denter.Gh'era là ancamò quella stria; e la gh'ha ditt de ligà el can, che lee, la gh'aveva tanta paura. E lu, el s'è faa risolutto, perchè el s'è accort, che gh'era denter i so fradej. El gh'haa parlaa seriament, con risoluzion, che el voreva i so fradej, se no con la spada el ghe tajava via el coo. E lee, la gh'ha ditt de ligà el can, che i so fradej i avaria faa vegnì voltra. E lu, el gh'ha ditt.—«Ah! che can! che can! soo minga ligà di can.»—Dopo, la stria, per la paura, l'ha bisognaa condiscendegh e andagh a tirà voltra i so fradej. Ma eren là in angonia[iv]tutt e duu; e lu, iè voreva san, tal e qual hin andaa denter.—«Se de no!...»—El ghe fa vedè la spada. E la stria, la gh'ha faa ona onzion e i ha faa guarì. E la gh'ha tornaa a dà el so cavall per un, el so can; e hin partii tutt e trii. Dopo, hin andaa a cà insemma.[i]IlLiebrechtannota:—«Imbrianiverweist aufBasilen.º 7Der Kaufmannund n.º 9Die bezauberte Hirschkuh; zu letzterem Mährchen vgl.Sizil. Mähr. zun.º 39—40.Von den Zwillingsbrüdern.»—[ii]Argant, sonoles lampes d'Argantfrancesi, così dette dal fabbricante inventore.[iii]Lasciate ogni speranza, voi, ch'entrate.Dante.[iv]Angonia, agonia; e così dicesi in parecchi dialetti e dicevasi anticamente in lingua aulica, per ravvicinare la parola alla etimologia diangere, più comprensibile al volgo della vera e greca. Questi raffazzonamenti di parole fatti dal volgo, per rendersi ragione a modo suo del valore d'un vocabolo, son comunissimi. Così, nel dialetto napoletano,gendarmesi trasformava incientarme(quasi uomo armato di cento armi). CosìAfrodite(nome comunissimo in Pomigliano d'Arco per una Sant'Afrodite), diventaFiorita. Così il toscano incolto dicealberinto, invece dilabirinto, riconducendo il vocabolo alla radice albero, ecc. In un dispaccio di Francesco Michiel, ambasciatore veneto alla altezza di Carlo Emmanuele II, pubblicato testè perNozze Bianchi, Michiel(Roma, 1876) la parolaMaggiordomoè scrittaMaggior d'huomo, attribuendole un'etimologia fantastica, che non può neppure giustificarsi con la natura della cosa, sendo i maggiordomi di corte, di solito, men che uomini. Narra ilDomenichi, nelleFacezie, che:—”facendosi la vigilia di Beffania giuochi a vegghia, come s'una in que' tempi, fu all'improvviso domandato M. Vincenzio Arnolfini, gentilomo Lucchese, amicissimo mio, da una valorosa et nobil donna, che aveva un suo pegno, s'egli lo rivoleva. Et rispondendo egli di sì, quando che a lei fusse piaciuto:Ditemi, disse la donna,se rivolete il pegno, perchè la festa di domani sia detta Beffania?—È detta Beffania, rispose egli subito senza pensare,per la beffa, che i Magi fecero a Erode, che, avendogli promesse di tornare e riferire, dose era Cristo, se n'andarono per un'altra via et l'uccellareno. [Pronta risposta et degna di valoroso gentiluomo.]”—[2]Abbiamo già visto un pesce parlante, ed indicato nella Novella intitolata ilLuccio. Se ne trova un altro nella fiaba seguente:IL PESCIOLINO[i]Tempo fa, ma sono di molti anni, regnava ne' paesi una grande carestia, e la gente non aveva da mangiare, sicchè ne morivano de' cristiani dalla fame tanti, che era una disperazione e faceva 'scherezza a vedere que' disgraziati cascare, chi di qua, chi di là, per le terre senza fiato. A que' medesimi tempi, campava una povera donna pigionacola in un borgo; e il su' marito gli era morto da un pezzo; e lei era rimasa vedova con du' figlioli, un mastio più grandino e una bambina doppo lui; e il mastio lo chiamavano Gianni. Dice un giorno la su' mamma a Gianni:—«Se tu andessi a cercare un po' di pane, bambino! è tanto che non si mangia! Qualcuno forse tu lo trovi, che ti faccia un po' di carità per l'amor di dio.»—Gianni dunque si messe a girandolare per que' luoghi, ma non potiede raccapezzare da nissuno manco una briciola di pane. Che volete! con quella carestia, ognuno n'aveva di catti a tienerselo per sè. Sicchè Gianni, stracco morto e allaccato tra la fatica e la fame, si buttò giù a diacere al sole sulle sponde d'una fossettina, dove ci correva della bell'acqua chiara. E, nell'esser lì, tutt'a un tratto vedde un pesciolino, che navicava; e pareva, che fosse d'argento. Lui pensò subbito d'acchiapparlo e portarlo a casa alla su' mamma, perchè lei almanco lo mangiasse. E piano piano, sceso dentro il fosso, gli riuscì serrare il Pesciolino tra le mani. Ma il Pesciolino principiò a discorrere e a raccomandarsi a Gianni di lassarlo libero, e che l'avrebbe ricompensato della su' bona azione. Gianni, in nel sentire quell'animale, che parlava, s'impaurìe spalancò le dita, e rimase lì mezzo grullo in sospetto di qualche gastigo. Il Pesciolino però gli disse:—«Non aver temenza, chè del male non te ne voglio fare, sai. Oh! perchè mi volevi mangiare?»—Dice Gianni:—«No' siamo tanto affamati a casa e non s'ha pane: ogni cosa è bona in tempo di carestia. La mi' poera mamma fila la stoppa; ma, bene che guadagni poco, prima s'andava innanzi; ora 'nvece ci converrà a tutti morire affamati.»—«Senti,»—disse il Pesciolino,—«tu mi garbi, e io vi aiterò tutti di quel, che v'abbisogna. Quando vi manca qualcosa, basta, che tu dica, per essere esaudito:«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»——«Allora,»—gli arrispose Gianni,—«i' lo dico in questo vero momento:«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?M'abbisogna del pane.»—Alle su' parole, il Pesciolino fece apparire un pane di dieci libbre, perchè lo portassi a casa. Ma gli comandò a Gianni, che doveva star cheto e non raccontare del Pesciolino fatato di quel fosso[ii]. Gianni dunque andiede dalla su' mamma con quel pane di dieci libbre; e inventò, che gliel'aveva regalo uno zio mugnajo per limosina. Dice su' madre:—«Chè, questo è impossibile; è una limosina troppo grossa per de' tempi di carestia. Tu l'ha' rubo, sciaurato, non dir bugie.»—E Gianni a giurare di nò, e che era un regalo del su' zio. Dice su' madre:—«Oh! s'io degli zii è tanto, che non n'ho più; son tutti morti e seppelliti da un bel pezzo.»—E Gianni:—«Guà, vole dire, che voi non gli cognoscevi tutti; e che questol'ho trovo io nel su' mulino di molto lontano di casa nostra. Gnamo, chetatevi, mamma, e non dubitate di nulla. Anzi lo zio m'ha promesso di darmi tutto quello, che m'abbisogna.»—Abbenchè quella donna non fosse tanto persuasa delle parole del su' Gianni, siccome aveva fame, si messe a mangiare il pane assieme co' su' figlioli, e in quel mentre gli scappò detto:—«Pan solo! anche il pan solo è bono, quando non c'è altro. Ma sarebbe più bono tavia con del cacio e con un po' di vino per mandar giù meglio ogni cosa.»—Dice Gianni:—«Lassatemi ritornare dallo zio e il cacio e il vino vo' l'avrete.»—Insomma, per non farla tanto stucca, bastava, che Gianni andesse dal su' Pesciolino e gli chiedessi della robba, che tutto quel, che voleva, lui l'aveva; e, quando viense il freddo di verno, Gianni portò a casa una pezza di lendinella per fare il vestito alla mamma e alla sorella, e un'altra di panno per sè, chè erano prima quasi gnudi e battevano le gazzette. Ora gli accadè, che un giorno, Gianni era dientro a un bosco a cercare di legne, e s'accostò a un palazzo e ci vedde al balcone la figliola del Re; una bellezza da levar gli occhi a guardarla soltanto. Pensò Gianni:—«Se fosse mia! Ma com'è possibile ch'i' possa sposare una figliola di Re, io meschino accosì?«—E stava lì sotto al balcone a strolagare. Ma quella ragazza non ci badò a lui più che tanto. Figuratevi, se una Principessa a quel mo' voleva badare a un poero straccione di per le strade! A un tratto Gianni scrama:—«Che tu possa fare un figliol mastio per virtù del mi' Pesciolino!»—e se ne va diviato a casa. Le parole di Gianni non cascorno invano; perchè la figliola del Re si cominciò a sentir male. Subbito chiamano i dottori a visitarla. E, doppo averla tastata chi di qua e chi di là, gli dissano:—«È gravida.»—Nascette un buggianchio in tutta la corte, perchè la Principessa giurava, che lei non aveva dato retta a nissuno e che era innocente. Ma il Re la ragione non la intendeva, vedendo che alla su' figliola il corpo gli cresceva sempre. Che ti fa? ordina che senza indugio sia serrata dentro a una torre con delle guardie. E lì ce la tiense finchè lei non ebbe partorito un figliol mastio. E il Re volse, che questo mastio fosse rallevato nel palazzo; e badava a cercare se mai si scoprisse chi aveva ingravidata di niscosto la Principessa. Quando il bambino arrivò a du' anni finiti, il Re, che si struggeva di sapere chi fosse il babbo, fece attaccare per tutti i canti del su' Regno un bando:che a un giorno fissato s'adunassino nella corte tutti i signori e cavaglieri e che lui avrebbe concesso per isposa la su' figliola a quello tra loro, stato scelto dal bambino, con una palla d'oro, che gli voleva mettere nelle su' manine. Al sentire quel bando, anco Gianni pensò d'andare alla Corte. E si messe addosso i meglio vestiti e gli riuscì bucare, senz'esser visto, nella sala dell'adunanza, addove in mezzo, sur un tappeto, c'era il figliolo della Principessa colla su' palla d'oro tra le mani. E, abbenchè Gianni si fosse accoccolato in un cantuccio, nonistante il bambino lo trovava sempre e la palla d'oro la dava a lui. Figuratevi, che stupore di quel Re e di que' signori! La Principessa, poi, diventava quasi matta, in nel vedere la trascelta del su' figliolo, perchè lei Gianni non l'aveva mai cognosciuto. Infine tutti incattiviti a bono, a spintoni discacciorno Gianni fori di lì. E il Re disse, che quell'adunanza non gli garbava più e che ne voleva fare un'altra col bambino quand'era più grande; tra un anno, via. L'anno dunque arrivò e i bandi furono appiccicati alle cantonate del Regno; sicchè anco Gianni ci volse ritornare al palazzo. Ma prima andiede al fosso del Pesciolino e lo chiamò come lui gli aveva insegnato:—«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»—Dice il Pesciolino:—«Che vo' tu, Gianni?»—Dice lui:—«Voglio diventare un gran signore, con di be' vestiti, de' cavalli, la carrozza e i servitori, cucchieri e cacciatore, tutti colla livrea.»—Dice il Pesciolino:—«Per farne che di tutta questa robba?»—E Gianni allora gli raccontò quel, che gli era intravenuto colla figliola del Re; e che lui l'aveva ingravidata per virtù del su' amante Pesciolino; e in somma gli scoperse ogni cosa. Dice il Pesciolino:—«Vai, mi' Gianni, che tu sie' esaudito.»—Il giorno dell'adunanza, dunque, ci venne anco Gianni con un traino alla reale, che non ce n'era altri de' compagni. E nissuno potiede raccapezzare chi fosse quel gran signore e di che paese del Regno; ma in ogni mo' lo lassorno ascendere in fino in sala. E lui si messe a siedere assieme cogl'invitati. E quando cominciorno le prove per iscoprire il babbo del figliolo della Principessa, questo, senza manco pencolare, portò la palla d'oro nelle mani di Gianni. Dice il Re:—«Dunque siete voiquello, che ha 'mpregnato la Principessa mi' figliola.»—Arrispose Gianni:—«Al parere è accosì, Maestà.»—La figliola del Re però non stiede zitta; e cominciò a urlare, che non era vero, che lei non lo cognosceva quel signore prutenzionoso e che lei non lo voleva per isposo. Ma il Re la fece stare cheta, perchè la prova per lui era bona e intendeva di mantienere la su' parola. Sicchè diede il comando, che ogni cosa fosse ammannito per le nozze della su' figliola con Gianni. A quell'ordine, la Principessa, perchè Gianni non gli garbava, disse:—«Almanco sua Maestà, m'accordi una grazia.»—Dice il Re:—«È accordata, purchè tu sposi chi è stato trascelto per babbo dal tu' figliolo.»—«Sposare lo sposerò,»—arrisponde lei;—«ma che lui, prima di menarmi con seco, mi fabbrichi un palazzo con un giardino compagni e dirimpetto al palazzo reale, per poterci star dientro da par mio; e vo' sapere chi sono i su' parenti.»—A quella domanda nonistante non si sgomentò Gianni nel sentirla; e gli promesse alla su' sposa, che subbito la contenterebbe a su' piacimento. E, senza indugio, andiede dal Pesciolino; e al solito lo chiamò fori:—«Pesciolino, mi'amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»—Per non allungarla troppo, il Pesciolino fece apparire in nel momento quel, che Gianni volse; e la mattina doppo, quando la Principessa fu levata e s'affacciò alla finestra, vedde un bel palazzo novo e col giardino pieno di piante, di fiori, e con un bosco fitto tutto di cedri, che non ci mancava nulla e pareva il palazzo reale. E venuta poi l'ora delle nozze, eccoti! comparsero la mamma e la sorella di Gianni, vestite come tante Regine. E accosì bisognò che la Principessa s'accordasse a diventare sposa legittima di Gianni: ma lei non era contenta. Anzi, che lei non era contenta l'addiede subbito a divedere; perchè, in nel mentre che spasseggiavano nel giardino, lei colse un bel cedro e poi lo messe di nascosto in tasca a su' padre; e, quando furono a tavola alle frutte, lei disse:—«Sarei più allegra se qualcuno non m'avesse rubbato il più bel cedro del mi' giardino.»—A quel discorso tutti si dettano a cercare per le tasche, e il Re lo trovò in nella sua. Guà, poer'omo! diventò rosso come un carbone acceso dalla vergogna. E, doppo un pezzo, che strolagava chi gliaveva fatto quel brutto scherzo, la su' figliola gli disse:—«Caro padre, non vi state a confondere a cercare chi è stato, e non vi sbigottite: ma arricordatevi, che anch'io non sapevo chi m'aveva ingravidata, e in ogni mo' e' mi conviense di star serrata nella torre per vostro comando e pigliar poi lo sposo, che m'avete trascelto. Il cedro in tasca vi ce l'ho messo io.»—Il Re, a questo rimprovero, non ci arrispose. Ora, per tornare un passo addietro, bisogna sapere, che, quando Gianni andette per l'ultima volta dal Pesciolino, il Pesciolino gli disse, che lui partiva per un altro paese, ma che non voleva dibandonarlo. E però gli fece il regalo d'una lampana d'ottone; e, a stropicciarla, questa lampana, subbito appariva tutto quello, che Gianni bramava; ma lo pregò d'essere di molto prudente e a badare di non perderla la lampana, insennò non c'era più rimedio; tutto l'incanto finiva[iii]. E siccome Gianni del possesso non n'aveva, tutte le su' entrate le cavava dalla lampana; pagava i mercanti a mesi; una stropicciatina alla lampana e la lampana buttava i quattrini secondo il bisogno, per le carrozze, per i cavalli, per i servitori, in somma per ogni spesa giornaliera; e così tirò innanzi per un bel pezzo. Ma, per su' disgrazia, Gianni la testa non l'aveva sempre con seco, e po' colla su' moglie non ci steva troppo d'accordo. Sicchè, lui, gli era sempre a girare di qua e di là; e la lampana la serbava accosì niscosta dientro un cassettone fra delle ciarpe e delle robbe smesse. Un giorno, dunque, che Gianni era fori, viense a passare di sotto alle finestre del su' palazzo un rivendugliolo, di quelli, che comprano cenci e rottami d'ogni sorta. In nel sentirlo urlare per la strada, la cameriera della Principessa andiede a trovarla e gli domandòse voleva dar via quel, che c'era di vecchio per la casa. Dice la Principessa:—«Sì, sbrattiamo della robba inutile il palazzo.»—E si messano a rinfrustare tutti gli armadî e i cassettoni, sicchè trovorno anco la lampana d'ottone; e, concredendo che non fosse bona a nulla, la vendiedero per pochi soldi a quel merciajolo ambulante. Quando però si viense alla fine del mese, che Gianni doveva fare i soliti pagamenti, cerca di qua, cerca di là, la lampana non la trovò più addove lui la tieneva. Tutto sbigottito, corre dalla moglie e gli domanda se lei quella lampana l'ha veduta. Dice la Principessa:—«Sì, l'ho veduta; ma i' la vendettiper ottone vecchio a un merciajolo.»—Scrama a quella nova Gianni:—«Oh! me sciaurato! No' siem fritti! Quella lampana era tutta la mi' rendita, perchè era una lampana incantata!»—Allora la Principessa, invece di racconsolarlo, lo mandò subbito via dal palazzo e lui tornò poero come prima.E finisce accosì la mi' novella:Se vo' sapete, ditela più bella.[i]Novella narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistojese all'avv. prof. Gherardo Nerucci. Cf.Pentamerone, I. 3.Peruonto.—”Peruonto, sciaurato de coppella, va pe' fare 'na sarcena a lo vosco. Usa no termine d'amorevolezza a tre, che dormeno a lo sole; ne receve la fataziene; e, burlato da la figlia de lo Re, le manna la mardezione, che sia prena d'isso. La qual cosa saccesse; e, sapenno essere isso lo patre de la creatura, lo Re lo mette dento na votta co' la mogliera e co' lo figlio, iettannolo dinto mare. Ma, pe' bertute de la fatazione ssoja, sse libera da lo pericolo; e, fatto 'no bello giovene, deventa Re.”—Lo stesso racconto è presso loStraparola. Notte III, Favola I. (Vedi pag. 194 del presente volume tra le note alla Novella XIIIIl Luccio).Pitrè(Op. cit.) CLXXXVIII.Lu loccu di li passuli e ficu.Pitrè(Otto fiabe e novelle siciliane, raccolte dalla bocca del popolo ed annotate, Bologna, 1873). III.Lu Cuntu di Martinu.[ii]Che alcuni pesci fossono addomesticabili e benevoli all'uomo è stata opinione diffusa. NarraBrunetto Latini:—“Et elli si trova ne le storie antiche, che uno garzone nutricò uno delfino col pane et amavalo tanto, che 'l fanciullo lo cavalcava et giucava con lui. Avvenne, che 'l garzone morio; et elli, stimando che 'l fosse morto, se lasciò morire. Et anche in Egitto, un garzone nutricò un altro, che simigliantemente lo cavalcava et giocava con lui. Addivenne, che questo garzone, a preghiera d'uno signore, si lo fece uscire fuori et saltare ne la piazza; et quelli lo uccisero.”—[iii]È la lampada di Aladino delleMille e una Notte.[3]Ricorda l'antica Andromeda; Olimpia ed Angelicalegate al duro sassodell'Ariosto; ilMostro TurchinodelCerlone, ecc.
IL MAGO DALLE SETTE TESTE[1].
C'era una volta un omo pescatore, il quale aveva una moglie sterile, abbene che fosse a lei da molto tempo marito. Un bel giorno, il pescatore colle sue reti se n'andò a pescare nel lago vicino. E gli venne fatto di chiappare un pesce di gran bellezza e grossezza; che, subito messo fuori dell'acqua, si diede in tono pignucoloso a raccomandarsi a quell'omo, che lo lasciasse andar via, promettendo insegnargli uno stagno lì vicino, dove lui avrebbe potuto in un momento fare una ricca pescagione[2]. Rimase il pescatore mezzo imvecille e impaurito, nel sentire un pesce a parlare; e gli parve sì gran miracolo, che, senza frapporre indugio, gli ridiede la libertà. Poi andò allo stagno insegnatogli dal pesce e ci ricavò in due o tre buttate di rete una smensa quantità di bonissima pescagione. Col carico addosso, il pescatore, ritornato a casa, fece vedere alla donna la preda insolita e gli raccontò quel, che gli era intravenuto. La moglie, sentendo questo, s'imbizzarrì fuor di modo e lo trattò di mammalucco, perchè si fosse lasciato scappare il bel pesce d'in fra le mani. Disse:—«Bada bene di ricercarlo domani e portarlo a casa, che lo voglio. I' ho una bramosia di acconciarmelo in un intingolo da levarmi la fame per un pezzo.»—Il pescatore, il giorno di poi, fu al lago; e, buttate le reti, il pesce parlante c'entrò dentro. Ma alle suppliche sue il pescatore non seppe resistere,sicchè anche questa volta lo liberò; e, fatta abbondante pesca nel solito stagno, se ne rivenne a casa. Non è a dire se la moglie del pescatore uscisse fori da' gangheri, quando riseppe, che il pesce era stato chiappo daccapo e che il suo marito non l'aveva con sè. Messe le mani su' fianchi e con una faccia malandrina principiò a urlare:—«Grullo, che se' un omo di stoppa? Non te n'addai, che quì sotto gatta ci cova, e che è la fortuna, che ti viene incontro e tu la spregi? O domani tu mi porti il pesce o ti nimicherò finchè campi.»—Sospinto e incoraggito dagli sberci della moglie, il pescatore, la mattina dopo, arrivato al lago e buttate le reti, alla prima tirata il pesce c'era dentro: e senza badare alle parole sue, corse diviato a casa e lo porse vivo sempre alla moglie, che lo prese e lo messe in un catino d'acqua fresca. Lì stavano d'attorno a rimirarlo e a farci sù de' ragionamenti; e la donna fantasticava, cercando qual fosse il miglior modo di cucinarlo. Il pesce allora, tirato un po' fori dell'acqua il capo, disse:—«Giacchè veggo, che non c'è più rimedio e ho da morire, lasciatemi almeno far prima testamento.»—Avendovi consentito il pescatore e la donna, il pesce soggiunse:—«Quando sarò morto, sparato e cotto, mangi le mie carni la donna, date a bere alla cavalla la broda della lessatura, buttate le ossa alla cagna, e le tre più grosse teghe mie piantatele ritte nell'orto vostro.»—Ammazzato il pesce e cotto, i due conjugi fecero appuntino quel, che il pesce gli aveva detto. E n'accadde, che la donna, la cavalla e la cagna, ognuna di loro insomma partorì tre creature mastie della sua specie, e le teghe piantate nell'orto crebbero e diventarono tre lance. Tanto queste, che le creature nate, si rassomigliavano così, che era impossibile riconoscerle fra loro senza mettergli un segno. Quando i fanciulli furono giovanotti grandi, il padrediede un cavallo, un cane e una lancia a tutti e tre, e ci aggiunse del suo uno stioppo da caccia. Ma non passò di molto tempo, che il primogenito si straccò di stare a casa povero. Sicchè volse andar per il mondo in cerca di fortuna. Montato dunque a cavallo, prese con seco il cane, la lancia e lo stioppo a armasollo, salutò quelli di casa, e, lasciando una boccetta turata piena d'acqua chiara, disse:—«Se quest'acqua s'intorba, venite a cercar di me: io, o sarò morto, o mi sarà intravvenuta qualche disgrazia. Addio.»—E partì al galoppo. Il primogenito, dopo avere camminato di molti giorni per paesi ignoti, s'imbattè alle porte di una grandissima città e popolosa, dove entrato, si maravigliò oltre credenza nel vedere tutti gli abitanti di quella vestiti a lutto e mesti in viso. Incuriosito, ne domandò la ragione al primo incontrato. E seppe: come un Mago spaventoso con sette teste da lungo tempo compariva tutti i dì nel giardino reale al tocco di mezzogiorno, e divorava quanta gente gli capitava dinanzi; come il Re, a rimedio di peggio male, s'era obbligato col Mago di apparecchiargli a sorte un corpo umano al giorno; e come, quella mattina, la sorte era appunto cascata sulla stessa figliola del Re, e per questo la città tutta disperata vestiva di bruno.[3]Il giovane, che era coraggioso, disse:—«Non c'è forse modo di salvare la figliola del Re e liberare la città da simile flagello? Conducetemi al Re.»—Detto fatto, il giovane fu condotto alla presenza del Re; e gli chiese il permesso di combattere col Mago e di ammazzarlo. Il Re gli rispose:—«Giovane ardito, sappi che di molti prima di te si sono provati all'impresa, ma ci rimessero la vita. Se però anche te vuoi risicarla, io non te lo impedisco. E se tu vinci, quella mia figliola, oggi destinata per pasto al Mago, te la dò in isposa, e tu sarai mio erede nel Regno.»—Niente impauritoil giovane, ma di più messo al punto di diventare genero del Re e suo erede, si fece menare nel giardino reale, dove già la Principessa se ne stava in ginocchioni, raccomandandosi l'anima, aspettando l'apparita del Mago. Quando il giovane la vidde, gli si accostò e la chiamò per nome; e gli raccontò, che era venuto lì per liberarla dalla morte e poi sposarla. La Principessa, girati gli occhi inzuppi di lacrime, disse:—«Disgraziato, vai via! o il Mostro spietato avrà oggi due da divorare invece di me sola. È un Mago tutto pieno d'incantesimi, come vuoi fare ad ammazzarlo?»—Il giovane, che nel mirare la Principessa se n'era già innamorato fortemente, gli rispose:—«Tant'è, oramai vuo' correre questo risico per amor vostro; e sarà quel che è destinato.»—Di lì a poco, scoccò all'orologio di palazzo il tocco del mezzogiorno; e la terra si diè a trabalzare; e di repente con gran fracasso s'aperse una buca; e da quella, tra il foco e il fumo, scaturì il Mago dalle sette teste. Il Mostro subito andò verso la Principessa con tutte le sette bocche spalancate; e fistiava dalla gioja, perchè in quel giorno c'erano due da divorare. Ma il giovane, senza frapporre indugio, saltato sul cavallo, si fogò contro il Mago, aizzandogli il cane; e con una lanciata lo passò parte parte. E 'n quel mentre, che il cane lo tratteneva coi denti, lui, sceso, colla scimitarra in un attimo gli tagliò le sette teste; sicchè l'ammazzò intra fine fatta e rompette l'incantesimo, liberando da morte la Principessa e la città da quel flagello. Quando il Mago non dava più segno di vita, disse la Principessa al giovane:—«Tu sei mio sposo. Ma piglia i segni della vittoria e portali al Re, acciò conosca, che fosti te l'ammazzatore del Mostro, e ti permetta darmi l'anello.»—Il giovane allora tagliò al Mostro le sette lingue e le ravvolse in un pannolino; e, rimontato a cavallo, s'avviò ad un albergoper mutarsi i vestiti e comparire dinanzi al Re in figura garbata e pulita. Or'accadde, che, in una casuccia vicina al giardino reale, ci stava un ciabattino meschinello, sudicio e stralinco, ma di gran furbizia e cattiveria. Lui aveva da lontano visto il combattimento e sentiti i discorsi fra la Principessa ed il giovane; e mulinò fra sè un chiupparello:—«Profittiamo,»—disse,—«di questo bue, che ha lasciato nel giardino le teste del Mago e sciupa il tempo a vestirsi in ghingheri.»—Subito si cala nel giardino da una finestra; raccatta le sette teste mozzate; le nasconde in un sacco; e, preso un coltellaccio, che prima tuffò nel sangue, in mano, corre via a furia dal Re, e dice con un'aria di birbone:—«Maestà, ecco dinanzi a voi l'ammazzatore del Mago. Queste sono le teste, che con questo coltello gli ho staccate dal corpo. Mantenetemi dunque la parola e datemi la vostra figliola in isposa.»—Il Re si sturbò a vedere quel pezzente e alle parole, che proferì; e non sapeva capacitarsi come fosse ita la faccenda. Credette, che il giovane ardito l'avesse divorato il Mago; e che il ciabattino, profittando del contrattempo, avesse assaltato e finito il Mostro. Ad ogni modo la parola reale era data. Epperò il Re disse:—«Se così è, e pare a' segni, la mia figliola è tua. Pigliatela.»—In quel mentre, eccoti la Principessa nella sala; e, sentendo il trattato, cominciò a protestare, che il ciabattino era un bugiardo e che lui non aveva per nulla ammazzato il Mago. E qui nacque un battibecco; e il ciabattino metteva innanzi le teste a provare che diceva la verità. Sicchè il Re, per forza del giuro suo e dei segni, decretò che la sua figliola si chetasse e la volse fidanzata al ciabattino. E subito diede ordine, che s'annunziasse al popolo l'avvenimento e si apparecchiassero tre giorni di corte bandita con tre grandi conviti ogni settimana; e all'ultimo di questisi sarebbero celebrate le nozze. Intanto, il giovane vincitore del Mago si avviava al palazzo del Re; ma, arrivato all'ingresso, non lo volsero fare entrare. E sentì nel medesimo tempo il banditore, che annunziava lo sposalizio della Principessa col ciabattino. Ebbe un bel protestare, urlare, che lo facessero parlare al Re; le guardie stettero dure, per ordine del ciabattino, e finalmente scacciarono a forza il giovane di lì. E lui, mezzo arrabbiato e mezzo piangente, rifece i passi e tornò all'albergo, ruminando quel, che gli convenisse mesticciare per impedire le nozze e farsi riconoscere per quello, che aveva morto il Mago. Nel frattempo, a corte, la mensa era pronta e di molti gl'invitati. E il ciabattino fu messo accanto alla Principessa, riccamente vestito e con sotto da sette cuscini, perchè gli stasse comodo. Il giovane, in quel frattempo, dopo stato un po' a pensare, si voltò al cane, che gli era a cuccia in su' piedi; e, a un tratto, gli disse:—«To', corri su; va dalla figliola del Re e festeggia lei sola; e, prima che si principî a mangiare, butta all'aria la mensa; poi scappa e non ti lasciar chiappare.»—Il cane ubbidente partì correndo; e saltò diviato in grembo alla Principessa, e lì ad accarezzarla e leccarla senza fine. Lei lo riconobbe. E si rallegrava; e, lisciandolo colle mani, gli domandava del padrone. Ma il ciabattino n'aveva sospetto e voleva, che il cane si scacciasse fuori della sala. Si messe la zuppa in tavola; e il cane, addentato un lembo della tovaglia, tira ogni cosa a sè con tutto l'apparecchio e manda tutto per le terre; e poi, via a gambe giù per le scale, e nessuno potè raggiungerlo e vedere, dove mai fosse andato. Lo scompiglio e il trambustìo tra i convitati non si può neanche raccontare, tanto fu smenso. Dopo otto giorni, si venne al secondo banchetto. Il giovane disse al cane:—«To', corri: fa' lo stesso come l'altra volta.»—Quandola Principessa rivedde il cane, si rallegrò di molto. Ma il ciabattino se ne indispettì; e voleva assoluto, che il cane fosse preso e scacciato a suon di legnate. La Principessa però lo difendeva così, che il ciabattino non ardì fargli forma, abbene che stesse di mal'animo. Portata la zuppa, il cane, lesto, addenta la tovaglia, butta sottosopra ogni cosa, e fugge ratto più del vento. Le guardie e i servitori gli si sfilano dietro; ma fu inutile, perchè non poterono raggiungerlo. Al terzo banchetto, il giovane disse al cane:—«To', corri: fa' lo stesso dell'altre volte. Ma questa, lasciati pigliare all'uscio di camera mia.»—Di fatto, il cane eseguì gli ordini a puntino; sicchè le guardie, giunte alla camera del giovane e chiappato il cane, sentito che era suo, anche lui lo arrestarono e lo condussero davanti al Re. Il Re a vederlo lo riconobbe, e gli disse:—«Non se' tu quello, che ti profferisti salvare la mia figliola dalle branche del Mago?»—«Sì, son'io»—riprese il giovane,—«e la salvai ed è mia sposa.»—Ma il ciabattino, alzando la voce, cominciò a urlare:—«Non è vero, non è vero! I segni dell'ammazzamento son'io, che gli ho portati al Re; e son'io, che ho morto il Mago.»—Allora il giovane, senza sturbarsi, rivolto al Re, disse:—«Ebbene! si portino qui le sette teste mozzate dal Mago, e si vedrà chi ha ragione.»—Quando le sette teste furono messe a' piedi del Re, il giovane soggiunse:—«Guardate un po', se hanno le lingue nelle bocche.»—Le lingue non ci erano, gua'! Il giovane, cavato di seno il pannolino, le mostrò in quello rinvoltate; e poi si fece a raccontare, come la cosa fosse andata. Il ciabattino, non ostante, non si dava per vinto; e pretese, che le lingue si misurassero, per conoscere se si adattavano alle teste. La prova però tornandogli a carico, ogni volta, che si eseguiva una misura, lui scaraventava via un cuscino; arrivato al settimo e ultimo, se la diede agambe. Ma raggiunto e arrestato, per comando del Re, venne subito impiccato. Tutti allegri, il Re e gli sposi assieme a' convitati si sedettero a mensa e si diedero bel tempo; poi furon fatte le nozze. La mattina, appena giorno, il giovane si levò; e, aperta la finestra, vedde dirimpetto una folta selva piena di uccelli e gli venne voglia di andarci a caccia. Ma la moglie lo scongiurava che non ci avesse il pensiero, perchè quella selva era incantata e chiunque ci entrava dentro non ritornava più. Il giovane però, pieno di coraggio e di temerità, appunto perchè nella selva ci si correva un risico, s'incaponì d'andarci; e, preso il cane, la lancia e lo stioppo, partì. Aveva di già ammazzato di molti uccelli, quando a un tratto eccoti un temporale, che pareva il finimondo; toni e saette da sbalordire e l'acqua cascava giù a bocca di barile. Il giovane, bagnato sino all'ossa, cercava uscire dalla selva; ma non trovava più la via. Sicchè, venuta la notte, vedde una grotta e ci entrò. La grotta era piena di statue di marmo bianco in varî atteggiamenti; ma il giovane non ci badò troppo, molle e stanco com'era. Ravviate delle legna secche, coll'acciarino lui accese un pò di foco per rasciugarsi e còcere gli uccelli morti, avendo fame; e, intanto, pensava alla moglie; e si pentiva di non avergli dato retta. Di lì a poco, eccoti nella grotta una vecchierella, che sbatteva i denti, come intrizzita dal freddo, e tutta fradicia dal capo a' piedi. E, fattasi vicina al giovane, lo pregò, che la lasciasse riscaldare. E lui:—«Venite pure, mi terrete compagnia.»—La vecchierella si sedette, e offerse al giovane sale per gli uccelli arrostiti, pane pel cane e sugna per ugnere le armi. E il giovane, di nulla sospettando, accettò. Ma a mala pena ebbe mangiato lui gli uccelli, il cane il pane e l'armi furono unte, tutti diventarono statue di marmo. In sulla sera, la Principessa, non vedendo tornare il marito, locredette morto; e il Re, addolorato, diede ordine, che la città si vestisse a bruno. Infrattanto, nella casa paterna del giovane primogenito, che era partito, guardavano tutti i giorni la boccetta dell'acqua, che lui aveva lasciata: un giorno a un tratto, ecco! l'acqua s'intorba. Allora il secondogenito dice:—«Il fratello maggiore o è morto, o gli è intravvenuta qualche disgrazia. Vo' andare a cercarne. Tenete: anch'io vi dò questa boccetta d'acqua chiara; se s'intorba, sapete quel, che vi tocca a fare. Addio.»—Monta a cavallo; e col cane, la lancia e lo stioppo ad armacollo, parte di galoppo. Il secondogenito, dappertutto, dove passava o si fermava, faceva delle ricerche sul fratello suo, dicendo:—«Avete visto uno compagno a me?»—E ognuno rideva, rispondendo:—«Oh bella! non siete voi quello dell'altra volta?»—A questo modo il giovane capiva, che pur' anche il primogenito era passato da quei luoghi. E quando lui arrivò alla città, dove il primogenito aveva morto il Mago e sposata la figliola del Re, in nel suo entrare, tutti facevano le meraviglie e gridavano:—«È lui! è salvo! Viva il Principe!»—Sicchè, fermato e condotto dal Re, tanto questo, che la Principessa e la corte intiera, ingannati dalla gran somiglianza, lo sbagliavano col primogenito. E lui? zitto! non conoscendo se era in mezzo a gente di garbo o a gente traditora. Ma tanto la rigirò con furbizia, interrogando e rispondendo a proposito, che venne a capo di raccapezzare a un dipresso le avventure del primogenito, le sue nozze colla Principessa e il suo smarrimento nella selva incantata. Venuta la notte, il secondogenito fece le viste di essere di molto sturbato pe' disagi sofferti e stracco morto; e, messosi sovra una sponda del letto, lontano dalla Principessa, si addormentò. Alla mattina, si sveglia, si alza e apre la finestra e vede la selva dirimpetto. Coll'animo bramoso di ricercare il fratello, dice alla Principessa:—«Vòandare un po' a caccia laggiù.»—E la Principessa piangendo:—«Ma che non ti basta il pericolo, scansato una volta, e le pene, che m'hai fatto soffrire a cagion tua? Non andare nella selva.»—Il secondogenito però non gli diede ascolto, e partì verso la selva assieme al cane, e con la lancia e lo stioppo. E costì a lui pure gli accade tutto quello, che era accaduto al primogenito; e rimase anche lui nella grotta trasmutato in istatua di marmo. La Principessa, non vedendolo tornare, lo tenne per perso; e la città daccapo si vestì a bruno per comando del Re. Nella casa paterna, intanto, dei tre fratelli, anche la boccetta del secondogenito si sturbò. E il terzogenito non frappose indugio; ma, sellato il cavallo, vi montò sopra; e, detto addio al padre e alla madre, partì a ricercare i due suoi fratelli. Prese con seco anche lui il cane, la lancia e lo stioppo. Cammin facendo, sempre chiedeva notizie, dicendo:—«C'è passato di quì due compagni a me?»—E tutti rispondevano:—«O perchè fate sempre la stessa domanda? Che siete matto?»—In questo modo, capiva, che i suoi fratelli avevano tenuta la medesima strada. Giunto alla città, venne accolto con gran festa e menato dal Re: e al solito, per la gran somiglianza, tutti lo sbagliavano pel primogenito. Andato poi a letto colla Principessa, si finse stracco e dormì sovra una sponda. La mattina, a levata di sole, il terzogenito si affacciò alla finestra, e, vista la selva, disse alla Principessa:—«Voglio andare a caccia laggiù.»—La Principessa diede in disperazione e gridava:—«Dunque proprio tu vuoi andare in perdizione? e finirai con farmi morire di paura.»—Ma il terzogenito non si commosse, avendo fissato in core di ritrovare a ogni costo i proprî fratelli. Sicchè, prese le armi ed il cane, s'avviò alla selva. Quando fu lì, ammazzò di molti uccelli. Ma, tutt'a un tratto, s'alza il temporale. Sicchèsmarritosi, gira e rigira, capitò nella grotta; e, guardate le statue, ci riconobbe subito anche i proprî fratelli. Disse fra sè:—«Qui c'è qualche inganno; ma starò a occhi aperti.»—Accese il foco per rasciugarsi e per cocere gli uccelli; ed eccoti la medesima vecchierella, che, accostandosi, gli chiese di lasciarla scaldarsi. Il giovane la sbirciò di traverso; e con mal garbo gli disse:—«Va 'n là! accanto a me non ti ci voglio.»—La vecchierella parve sconcertata a quest'accoglienza: e soggiunse frignando:—«Quanta poca carità avete! pure io vi offerirò di che meglio cenare. Eccovi del sale per gli uccelli arrostiti, del pane pel cane e della sugna per ungere le armi.»—«Eh! vecchia strega,»—urlò il giovane,—«me, tu non mi cucchi!»—E, saltatogli addosso, la buttò in terra e ce la tenne con un ginocchio sul ventre. Poi gli serrò la gola colla mancina, tirò fori la scimitarra e, accostategliela al collo, disse:—«Stregaccia infame! o tu mi rendi i miei fratelli o ti cavo l'anima senza misericordia.»—La vecchierella protestava, che nulla di male aveva fatto; ma, vedendo che il giovane non si commoveva e che stava lì lì per segargli la gola, piena di paura, promesse, che avrebbe obbedito a quel, che il giovane gli comandava. E, frugatasi in tasca, cavò un vaso di ungento, perchè ne ugnesse le statue, assicurandogli, che a quel modo sarebbero tornati tutti in vita. Il giovane non lasciò la vecchierella; ma, minacciandola sempre coll'arme, la obbligò a fare lei l'operazione: sicchè in poco d'ora tutte quelle statue erano rimenate a vivere e la grotta ne fu piena. I fratelli subito si riconobbero e s'abbracciarono; tutte le altre persone pure non trovavano parole, per ringraziare degnamente chi l'aveva salvate. Nel trambustìo intanto la vecchia cercava svignarsela; ma, essendosene accorti, gli furono sopra e la squartarono e così ruppero l'incantodella selva. Di più, il primogenito gli prese il vasetto dell'unguento, che rendeva la vita agl'incantati e a' morti. Cammin facendo per ritornare in città, i fratelli si raccontavano le avventure patite; ma il primogenito, nel sentire, che gli altri due erano stati a letto colla Principessa, preso da furore geloso, sfoderata la scimitarra, ammazzò i suoi fratelli. Non appena però commesso quel delitto, che un gran rimorso gli nacque in core; e si buttò su' corpi de' morti, e diede in disperazioni e voleva tagliarsi in tutti i modi la gola. Ma gli altri lo impedirono. Tutto a un tratto, si ricordò lui dell'unguento preso alla vecchia strega; e, pensando, che era bono a far rinvivire i fratelli, ne fece la prova, ugnendo le loro ferite; e, miracolo! que' due si alzarono in piedi rinsanichiti e vispoli. Pieno di allegria, il primogenito chiese e ottenne perdono dai suoi fratelli; e poi con loro e la frotta dei compagni si recarono dal Re. Furono ricevuti con grande contentezza; si ordinarono canti e feste per la città; e si dette nelle campane, che pareva il nabisso. Il Primogenito si riunì colla Principessa; e il Re trovò mogli signorili agli altri due fratelli e gli messe nelle prime cariche di corte.
NOTE
[1]Raccolta dall'avv. Gherardo Nerucci; e gli fu raccontata dall'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota:—«ZuGrimm(K.M. n.º 60)Die zwei Brueder; s. zuGonzenbachn.º 39.Von den Zwillingsbrüdernund n.º 40.Von den drei Brüdern.»—Parte di questa fiaba è identica alla III favola della X delleTredici piacevoli Nottidello Straparola:—«Cesarino di Berni calavrese, con un leone, un orso e un lupo si parte dalla madre e dalle sorelle; e, giunto nella Sicilia, trova la figliola del Re, che doveva esser divorata da un fierissimo dracone; et con quelli tre animali l'uccide; e liberata da morte, vien presa da lui in moglie.»—È pure in gran parte identica alo Mercante, trattenimento VII della prima giornata del Pentamerone:—«Cenzo, rompe la capo a 'no figlio de 'no Re, fuje da la patria e libera da 'no dragone la 'nfanta de Pierdesinno. Dapò varie socciesse, le deventa mogliera; ma, 'ncantato da 'na femmena, è liberato da lo frate. Lo quale (pe' gelosia avennolo acciso), scopierto 'nnozente, co' na certa erva le torna la vita.»—Cf. anche e soprattutto conla Cerva fatata, trattenimento IX della I giornata:—«Nasceno pe' fatazione Fonzo e Canneloro. Canneloro è 'mmidiato da la Regina, mamma de Fonzo, e le rompe lo fronte. Canneloro sse parte. Deventato Re, passa 'no gran pericolo. Fonzo, pe' vertute de 'na fontana e de 'na mortella, sa li travaglie suoje e vace a liberarelo.»—Vedi anche, nel secondo cantare delMalmantiledi Lorenzo Lippi, trasportato parte di questa fiaba, che l'autore avea desunta dalCunto de li Cunti. Ecco l'argomento di esso secondo cantare:Dei due gran figli del signor d'Ugnano, Prodigioso natal narra Baldone: Come s'acquista moglie Floriano, E vien dall'Orco poi fatto prigione; Come Amadigi libera il germano, E il mostro spaventoso a terra pone; E dice alfin, che l'un di questi dui Fu padre a Calidoro e l'altro a lui. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja, XVII.I tre fratelli; e XVIII.Il Pescatore. Mi scrive ilPitré:—«Riscontri siciliani editi colMago delle sette teste, non ne conosco. Bensì vi sono ravvicinamenti e somiglianze parziali. Questo tipo di novella non è stato ancora pubblicato in Sicilia.»—Cf. per alcuni luoghi,Morgante Maggiore, Canto IV, stanze XL—LXXIX e segg.; episodio del Re Corbante, di Fiorisena, della città di Carrara e di Rinaldo accompagnato dal leone. Una pessima, monca, scorretta e corrotta lezione di questa fiaba è la seguente milanese.L'ESEMPI DI TRII FRADEJ[i]Ona volta gh'era trii fradei. E sti trii fradej eren sciori e eren restaa indree de pader e de mader. Ma eren trii gioven e se voreven ben tutt e trii. Quel, che voreva l'un, el condissendeva l'alter. On dì, hin andàa d'accord d'andà a girà el mondtutt e trii. E han ciappaa on cavall per un e ona spada, cont adree on can per un. Hin andàa via insemma; e, quand hin stàa innanz tanti mija, s'hin spartii, perchè vun l'è andàa d'ona part e l'alter dell'altra. E s'even daa, prima de spartiss, on fazzolett bianch; che el fazzolett l'eva de restà smaggiàa de sangu, se vun de lor restava in pericol. Vun, l'è stàa el minor, l'ha veduu on bel palazzi e l'ha vedùu di bej argant[ii]; e lu, l'ha trovàa, che no gh'era nissun; e lu, l'è andàa denter. E gh'era là ona veggia. La ghe dis:—«Liga quel can, che mi gh'hoo paura! Liga quel can, che mi gh'hoo paura.»—E lu, quel gioven, el fa:—«Liga quel can! Liga quel can! coss'hoo de doperà per ligall?»—E lee, la gh'ha ditt:—«Dopera on cavell di mè! Dopera on cavell di mè!»—E lu, el fa:—«Dopera on cavell! Che forza el gh'ha d'avè vun di to cavej, de ligà el can?»—El condiscend e l'ha ligàa el can; e el cavell, l'è restàa ona cadenna, perchè lee, l'era ona stria. Dopo, lee, la gh'ha ciappàa el cavall; e dopo ligàa el cavall e lu, l'ha mettùu in d'on sit sotterranî, che le faseva morì a onz a onz. El fradell, quell'alter, el second, el ruga in saccoccia, el ved el fazzolett bianch tutt smaggiàa de sangu e allora el s'è accort, che el fradell l'era in pericol. L'è andaa in cerca del so fradell; l'è andàa giust in su quella strada e l'ha veduu quel palazzi, che gh'era nissun; e lu, per logass, (che gh'era domà che sto palazzi pien d'argant tutt illuminàa), lu, l'è andaa denter. E gh'era là sta stria: la s'è settada giò in d'on canton, l'ha vist a entrà con quel can e con quel cavall. L'ha faa l'istess, come con quell'alter.—«Via quel can! Liga quel can, che mi gh'hoo paura!»—E lu, el gh'ha condissenduu; el gh'ha ditt.—«Coss'hoo de doperà per ligall?»—E la gh'ha ditt, de doperà on cavell di so. E l'ha ligaa e gh'è restaa ona cadenna. Dopo, lee, l'ha mettuu con quel so fradell e l'ha faa consumà a onz a onz, perchè gh'era ona porta: chi entra in questa porta,non più risorto.[iii]Poeu, el so fradell, quell'alter, anca lu, l'ha trovaa el fazzolett smaggiàa de sangu in saccoccia.—«I me fradej, po' dass, hin in pericol de mort.»—L'è andaa in su l'istessa strada, l'ha trovaa sto palazzi e l'è andaa denter.Gh'era là ancamò quella stria; e la gh'ha ditt de ligà el can, che lee, la gh'aveva tanta paura. E lu, el s'è faa risolutto, perchè el s'è accort, che gh'era denter i so fradej. El gh'haa parlaa seriament, con risoluzion, che el voreva i so fradej, se no con la spada el ghe tajava via el coo. E lee, la gh'ha ditt de ligà el can, che i so fradej i avaria faa vegnì voltra. E lu, el gh'ha ditt.—«Ah! che can! che can! soo minga ligà di can.»—Dopo, la stria, per la paura, l'ha bisognaa condiscendegh e andagh a tirà voltra i so fradej. Ma eren là in angonia[iv]tutt e duu; e lu, iè voreva san, tal e qual hin andaa denter.—«Se de no!...»—El ghe fa vedè la spada. E la stria, la gh'ha faa ona onzion e i ha faa guarì. E la gh'ha tornaa a dà el so cavall per un, el so can; e hin partii tutt e trii. Dopo, hin andaa a cà insemma.
[1]Raccolta dall'avv. Gherardo Nerucci; e gli fu raccontata dall'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota:—«ZuGrimm(K.M. n.º 60)Die zwei Brueder; s. zuGonzenbachn.º 39.Von den Zwillingsbrüdernund n.º 40.Von den drei Brüdern.»—Parte di questa fiaba è identica alla III favola della X delleTredici piacevoli Nottidello Straparola:—«Cesarino di Berni calavrese, con un leone, un orso e un lupo si parte dalla madre e dalle sorelle; e, giunto nella Sicilia, trova la figliola del Re, che doveva esser divorata da un fierissimo dracone; et con quelli tre animali l'uccide; e liberata da morte, vien presa da lui in moglie.»—È pure in gran parte identica alo Mercante, trattenimento VII della prima giornata del Pentamerone:—«Cenzo, rompe la capo a 'no figlio de 'no Re, fuje da la patria e libera da 'no dragone la 'nfanta de Pierdesinno. Dapò varie socciesse, le deventa mogliera; ma, 'ncantato da 'na femmena, è liberato da lo frate. Lo quale (pe' gelosia avennolo acciso), scopierto 'nnozente, co' na certa erva le torna la vita.»—Cf. anche e soprattutto conla Cerva fatata, trattenimento IX della I giornata:—«Nasceno pe' fatazione Fonzo e Canneloro. Canneloro è 'mmidiato da la Regina, mamma de Fonzo, e le rompe lo fronte. Canneloro sse parte. Deventato Re, passa 'no gran pericolo. Fonzo, pe' vertute de 'na fontana e de 'na mortella, sa li travaglie suoje e vace a liberarelo.»—Vedi anche, nel secondo cantare delMalmantiledi Lorenzo Lippi, trasportato parte di questa fiaba, che l'autore avea desunta dalCunto de li Cunti. Ecco l'argomento di esso secondo cantare:Dei due gran figli del signor d'Ugnano, Prodigioso natal narra Baldone: Come s'acquista moglie Floriano, E vien dall'Orco poi fatto prigione; Come Amadigi libera il germano, E il mostro spaventoso a terra pone; E dice alfin, che l'un di questi dui Fu padre a Calidoro e l'altro a lui. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja, XVII.I tre fratelli; e XVIII.Il Pescatore. Mi scrive ilPitré:—«Riscontri siciliani editi colMago delle sette teste, non ne conosco. Bensì vi sono ravvicinamenti e somiglianze parziali. Questo tipo di novella non è stato ancora pubblicato in Sicilia.»—Cf. per alcuni luoghi,Morgante Maggiore, Canto IV, stanze XL—LXXIX e segg.; episodio del Re Corbante, di Fiorisena, della città di Carrara e di Rinaldo accompagnato dal leone. Una pessima, monca, scorretta e corrotta lezione di questa fiaba è la seguente milanese.
L'ESEMPI DI TRII FRADEJ[i]
Ona volta gh'era trii fradei. E sti trii fradej eren sciori e eren restaa indree de pader e de mader. Ma eren trii gioven e se voreven ben tutt e trii. Quel, che voreva l'un, el condissendeva l'alter. On dì, hin andàa d'accord d'andà a girà el mondtutt e trii. E han ciappaa on cavall per un e ona spada, cont adree on can per un. Hin andàa via insemma; e, quand hin stàa innanz tanti mija, s'hin spartii, perchè vun l'è andàa d'ona part e l'alter dell'altra. E s'even daa, prima de spartiss, on fazzolett bianch; che el fazzolett l'eva de restà smaggiàa de sangu, se vun de lor restava in pericol. Vun, l'è stàa el minor, l'ha veduu on bel palazzi e l'ha vedùu di bej argant[ii]; e lu, l'ha trovàa, che no gh'era nissun; e lu, l'è andàa denter. E gh'era là ona veggia. La ghe dis:—«Liga quel can, che mi gh'hoo paura! Liga quel can, che mi gh'hoo paura.»—E lu, quel gioven, el fa:—«Liga quel can! Liga quel can! coss'hoo de doperà per ligall?»—E lee, la gh'ha ditt:—«Dopera on cavell di mè! Dopera on cavell di mè!»—E lu, el fa:—«Dopera on cavell! Che forza el gh'ha d'avè vun di to cavej, de ligà el can?»—El condiscend e l'ha ligàa el can; e el cavell, l'è restàa ona cadenna, perchè lee, l'era ona stria. Dopo, lee, la gh'ha ciappàa el cavall; e dopo ligàa el cavall e lu, l'ha mettùu in d'on sit sotterranî, che le faseva morì a onz a onz. El fradell, quell'alter, el second, el ruga in saccoccia, el ved el fazzolett bianch tutt smaggiàa de sangu e allora el s'è accort, che el fradell l'era in pericol. L'è andaa in cerca del so fradell; l'è andàa giust in su quella strada e l'ha veduu quel palazzi, che gh'era nissun; e lu, per logass, (che gh'era domà che sto palazzi pien d'argant tutt illuminàa), lu, l'è andaa denter. E gh'era là sta stria: la s'è settada giò in d'on canton, l'ha vist a entrà con quel can e con quel cavall. L'ha faa l'istess, come con quell'alter.—«Via quel can! Liga quel can, che mi gh'hoo paura!»—E lu, el gh'ha condissenduu; el gh'ha ditt.—«Coss'hoo de doperà per ligall?»—E la gh'ha ditt, de doperà on cavell di so. E l'ha ligaa e gh'è restaa ona cadenna. Dopo, lee, l'ha mettuu con quel so fradell e l'ha faa consumà a onz a onz, perchè gh'era ona porta: chi entra in questa porta,non più risorto.[iii]Poeu, el so fradell, quell'alter, anca lu, l'ha trovaa el fazzolett smaggiàa de sangu in saccoccia.—«I me fradej, po' dass, hin in pericol de mort.»—L'è andaa in su l'istessa strada, l'ha trovaa sto palazzi e l'è andaa denter.Gh'era là ancamò quella stria; e la gh'ha ditt de ligà el can, che lee, la gh'aveva tanta paura. E lu, el s'è faa risolutto, perchè el s'è accort, che gh'era denter i so fradej. El gh'haa parlaa seriament, con risoluzion, che el voreva i so fradej, se no con la spada el ghe tajava via el coo. E lee, la gh'ha ditt de ligà el can, che i so fradej i avaria faa vegnì voltra. E lu, el gh'ha ditt.—«Ah! che can! che can! soo minga ligà di can.»—Dopo, la stria, per la paura, l'ha bisognaa condiscendegh e andagh a tirà voltra i so fradej. Ma eren là in angonia[iv]tutt e duu; e lu, iè voreva san, tal e qual hin andaa denter.—«Se de no!...»—El ghe fa vedè la spada. E la stria, la gh'ha faa ona onzion e i ha faa guarì. E la gh'ha tornaa a dà el so cavall per un, el so can; e hin partii tutt e trii. Dopo, hin andaa a cà insemma.
[i]IlLiebrechtannota:—«Imbrianiverweist aufBasilen.º 7Der Kaufmannund n.º 9Die bezauberte Hirschkuh; zu letzterem Mährchen vgl.Sizil. Mähr. zun.º 39—40.Von den Zwillingsbrüdern.»—[ii]Argant, sonoles lampes d'Argantfrancesi, così dette dal fabbricante inventore.[iii]Lasciate ogni speranza, voi, ch'entrate.Dante.[iv]Angonia, agonia; e così dicesi in parecchi dialetti e dicevasi anticamente in lingua aulica, per ravvicinare la parola alla etimologia diangere, più comprensibile al volgo della vera e greca. Questi raffazzonamenti di parole fatti dal volgo, per rendersi ragione a modo suo del valore d'un vocabolo, son comunissimi. Così, nel dialetto napoletano,gendarmesi trasformava incientarme(quasi uomo armato di cento armi). CosìAfrodite(nome comunissimo in Pomigliano d'Arco per una Sant'Afrodite), diventaFiorita. Così il toscano incolto dicealberinto, invece dilabirinto, riconducendo il vocabolo alla radice albero, ecc. In un dispaccio di Francesco Michiel, ambasciatore veneto alla altezza di Carlo Emmanuele II, pubblicato testè perNozze Bianchi, Michiel(Roma, 1876) la parolaMaggiordomoè scrittaMaggior d'huomo, attribuendole un'etimologia fantastica, che non può neppure giustificarsi con la natura della cosa, sendo i maggiordomi di corte, di solito, men che uomini. Narra ilDomenichi, nelleFacezie, che:—”facendosi la vigilia di Beffania giuochi a vegghia, come s'una in que' tempi, fu all'improvviso domandato M. Vincenzio Arnolfini, gentilomo Lucchese, amicissimo mio, da una valorosa et nobil donna, che aveva un suo pegno, s'egli lo rivoleva. Et rispondendo egli di sì, quando che a lei fusse piaciuto:Ditemi, disse la donna,se rivolete il pegno, perchè la festa di domani sia detta Beffania?—È detta Beffania, rispose egli subito senza pensare,per la beffa, che i Magi fecero a Erode, che, avendogli promesse di tornare e riferire, dose era Cristo, se n'andarono per un'altra via et l'uccellareno. [Pronta risposta et degna di valoroso gentiluomo.]”—
[i]IlLiebrechtannota:—«Imbrianiverweist aufBasilen.º 7Der Kaufmannund n.º 9Die bezauberte Hirschkuh; zu letzterem Mährchen vgl.Sizil. Mähr. zun.º 39—40.Von den Zwillingsbrüdern.»—
[ii]Argant, sonoles lampes d'Argantfrancesi, così dette dal fabbricante inventore.
[iii]Lasciate ogni speranza, voi, ch'entrate.
Dante.
[iv]Angonia, agonia; e così dicesi in parecchi dialetti e dicevasi anticamente in lingua aulica, per ravvicinare la parola alla etimologia diangere, più comprensibile al volgo della vera e greca. Questi raffazzonamenti di parole fatti dal volgo, per rendersi ragione a modo suo del valore d'un vocabolo, son comunissimi. Così, nel dialetto napoletano,gendarmesi trasformava incientarme(quasi uomo armato di cento armi). CosìAfrodite(nome comunissimo in Pomigliano d'Arco per una Sant'Afrodite), diventaFiorita. Così il toscano incolto dicealberinto, invece dilabirinto, riconducendo il vocabolo alla radice albero, ecc. In un dispaccio di Francesco Michiel, ambasciatore veneto alla altezza di Carlo Emmanuele II, pubblicato testè perNozze Bianchi, Michiel(Roma, 1876) la parolaMaggiordomoè scrittaMaggior d'huomo, attribuendole un'etimologia fantastica, che non può neppure giustificarsi con la natura della cosa, sendo i maggiordomi di corte, di solito, men che uomini. Narra ilDomenichi, nelleFacezie, che:—”facendosi la vigilia di Beffania giuochi a vegghia, come s'una in que' tempi, fu all'improvviso domandato M. Vincenzio Arnolfini, gentilomo Lucchese, amicissimo mio, da una valorosa et nobil donna, che aveva un suo pegno, s'egli lo rivoleva. Et rispondendo egli di sì, quando che a lei fusse piaciuto:Ditemi, disse la donna,se rivolete il pegno, perchè la festa di domani sia detta Beffania?—È detta Beffania, rispose egli subito senza pensare,per la beffa, che i Magi fecero a Erode, che, avendogli promesse di tornare e riferire, dose era Cristo, se n'andarono per un'altra via et l'uccellareno. [Pronta risposta et degna di valoroso gentiluomo.]”—
[2]Abbiamo già visto un pesce parlante, ed indicato nella Novella intitolata ilLuccio. Se ne trova un altro nella fiaba seguente:IL PESCIOLINO[i]Tempo fa, ma sono di molti anni, regnava ne' paesi una grande carestia, e la gente non aveva da mangiare, sicchè ne morivano de' cristiani dalla fame tanti, che era una disperazione e faceva 'scherezza a vedere que' disgraziati cascare, chi di qua, chi di là, per le terre senza fiato. A que' medesimi tempi, campava una povera donna pigionacola in un borgo; e il su' marito gli era morto da un pezzo; e lei era rimasa vedova con du' figlioli, un mastio più grandino e una bambina doppo lui; e il mastio lo chiamavano Gianni. Dice un giorno la su' mamma a Gianni:—«Se tu andessi a cercare un po' di pane, bambino! è tanto che non si mangia! Qualcuno forse tu lo trovi, che ti faccia un po' di carità per l'amor di dio.»—Gianni dunque si messe a girandolare per que' luoghi, ma non potiede raccapezzare da nissuno manco una briciola di pane. Che volete! con quella carestia, ognuno n'aveva di catti a tienerselo per sè. Sicchè Gianni, stracco morto e allaccato tra la fatica e la fame, si buttò giù a diacere al sole sulle sponde d'una fossettina, dove ci correva della bell'acqua chiara. E, nell'esser lì, tutt'a un tratto vedde un pesciolino, che navicava; e pareva, che fosse d'argento. Lui pensò subbito d'acchiapparlo e portarlo a casa alla su' mamma, perchè lei almanco lo mangiasse. E piano piano, sceso dentro il fosso, gli riuscì serrare il Pesciolino tra le mani. Ma il Pesciolino principiò a discorrere e a raccomandarsi a Gianni di lassarlo libero, e che l'avrebbe ricompensato della su' bona azione. Gianni, in nel sentire quell'animale, che parlava, s'impaurìe spalancò le dita, e rimase lì mezzo grullo in sospetto di qualche gastigo. Il Pesciolino però gli disse:—«Non aver temenza, chè del male non te ne voglio fare, sai. Oh! perchè mi volevi mangiare?»—Dice Gianni:—«No' siamo tanto affamati a casa e non s'ha pane: ogni cosa è bona in tempo di carestia. La mi' poera mamma fila la stoppa; ma, bene che guadagni poco, prima s'andava innanzi; ora 'nvece ci converrà a tutti morire affamati.»—«Senti,»—disse il Pesciolino,—«tu mi garbi, e io vi aiterò tutti di quel, che v'abbisogna. Quando vi manca qualcosa, basta, che tu dica, per essere esaudito:«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»——«Allora,»—gli arrispose Gianni,—«i' lo dico in questo vero momento:«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?M'abbisogna del pane.»—Alle su' parole, il Pesciolino fece apparire un pane di dieci libbre, perchè lo portassi a casa. Ma gli comandò a Gianni, che doveva star cheto e non raccontare del Pesciolino fatato di quel fosso[ii]. Gianni dunque andiede dalla su' mamma con quel pane di dieci libbre; e inventò, che gliel'aveva regalo uno zio mugnajo per limosina. Dice su' madre:—«Chè, questo è impossibile; è una limosina troppo grossa per de' tempi di carestia. Tu l'ha' rubo, sciaurato, non dir bugie.»—E Gianni a giurare di nò, e che era un regalo del su' zio. Dice su' madre:—«Oh! s'io degli zii è tanto, che non n'ho più; son tutti morti e seppelliti da un bel pezzo.»—E Gianni:—«Guà, vole dire, che voi non gli cognoscevi tutti; e che questol'ho trovo io nel su' mulino di molto lontano di casa nostra. Gnamo, chetatevi, mamma, e non dubitate di nulla. Anzi lo zio m'ha promesso di darmi tutto quello, che m'abbisogna.»—Abbenchè quella donna non fosse tanto persuasa delle parole del su' Gianni, siccome aveva fame, si messe a mangiare il pane assieme co' su' figlioli, e in quel mentre gli scappò detto:—«Pan solo! anche il pan solo è bono, quando non c'è altro. Ma sarebbe più bono tavia con del cacio e con un po' di vino per mandar giù meglio ogni cosa.»—Dice Gianni:—«Lassatemi ritornare dallo zio e il cacio e il vino vo' l'avrete.»—Insomma, per non farla tanto stucca, bastava, che Gianni andesse dal su' Pesciolino e gli chiedessi della robba, che tutto quel, che voleva, lui l'aveva; e, quando viense il freddo di verno, Gianni portò a casa una pezza di lendinella per fare il vestito alla mamma e alla sorella, e un'altra di panno per sè, chè erano prima quasi gnudi e battevano le gazzette. Ora gli accadè, che un giorno, Gianni era dientro a un bosco a cercare di legne, e s'accostò a un palazzo e ci vedde al balcone la figliola del Re; una bellezza da levar gli occhi a guardarla soltanto. Pensò Gianni:—«Se fosse mia! Ma com'è possibile ch'i' possa sposare una figliola di Re, io meschino accosì?«—E stava lì sotto al balcone a strolagare. Ma quella ragazza non ci badò a lui più che tanto. Figuratevi, se una Principessa a quel mo' voleva badare a un poero straccione di per le strade! A un tratto Gianni scrama:—«Che tu possa fare un figliol mastio per virtù del mi' Pesciolino!»—e se ne va diviato a casa. Le parole di Gianni non cascorno invano; perchè la figliola del Re si cominciò a sentir male. Subbito chiamano i dottori a visitarla. E, doppo averla tastata chi di qua e chi di là, gli dissano:—«È gravida.»—Nascette un buggianchio in tutta la corte, perchè la Principessa giurava, che lei non aveva dato retta a nissuno e che era innocente. Ma il Re la ragione non la intendeva, vedendo che alla su' figliola il corpo gli cresceva sempre. Che ti fa? ordina che senza indugio sia serrata dentro a una torre con delle guardie. E lì ce la tiense finchè lei non ebbe partorito un figliol mastio. E il Re volse, che questo mastio fosse rallevato nel palazzo; e badava a cercare se mai si scoprisse chi aveva ingravidata di niscosto la Principessa. Quando il bambino arrivò a du' anni finiti, il Re, che si struggeva di sapere chi fosse il babbo, fece attaccare per tutti i canti del su' Regno un bando:che a un giorno fissato s'adunassino nella corte tutti i signori e cavaglieri e che lui avrebbe concesso per isposa la su' figliola a quello tra loro, stato scelto dal bambino, con una palla d'oro, che gli voleva mettere nelle su' manine. Al sentire quel bando, anco Gianni pensò d'andare alla Corte. E si messe addosso i meglio vestiti e gli riuscì bucare, senz'esser visto, nella sala dell'adunanza, addove in mezzo, sur un tappeto, c'era il figliolo della Principessa colla su' palla d'oro tra le mani. E, abbenchè Gianni si fosse accoccolato in un cantuccio, nonistante il bambino lo trovava sempre e la palla d'oro la dava a lui. Figuratevi, che stupore di quel Re e di que' signori! La Principessa, poi, diventava quasi matta, in nel vedere la trascelta del su' figliolo, perchè lei Gianni non l'aveva mai cognosciuto. Infine tutti incattiviti a bono, a spintoni discacciorno Gianni fori di lì. E il Re disse, che quell'adunanza non gli garbava più e che ne voleva fare un'altra col bambino quand'era più grande; tra un anno, via. L'anno dunque arrivò e i bandi furono appiccicati alle cantonate del Regno; sicchè anco Gianni ci volse ritornare al palazzo. Ma prima andiede al fosso del Pesciolino e lo chiamò come lui gli aveva insegnato:—«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»—Dice il Pesciolino:—«Che vo' tu, Gianni?»—Dice lui:—«Voglio diventare un gran signore, con di be' vestiti, de' cavalli, la carrozza e i servitori, cucchieri e cacciatore, tutti colla livrea.»—Dice il Pesciolino:—«Per farne che di tutta questa robba?»—E Gianni allora gli raccontò quel, che gli era intravenuto colla figliola del Re; e che lui l'aveva ingravidata per virtù del su' amante Pesciolino; e in somma gli scoperse ogni cosa. Dice il Pesciolino:—«Vai, mi' Gianni, che tu sie' esaudito.»—Il giorno dell'adunanza, dunque, ci venne anco Gianni con un traino alla reale, che non ce n'era altri de' compagni. E nissuno potiede raccapezzare chi fosse quel gran signore e di che paese del Regno; ma in ogni mo' lo lassorno ascendere in fino in sala. E lui si messe a siedere assieme cogl'invitati. E quando cominciorno le prove per iscoprire il babbo del figliolo della Principessa, questo, senza manco pencolare, portò la palla d'oro nelle mani di Gianni. Dice il Re:—«Dunque siete voiquello, che ha 'mpregnato la Principessa mi' figliola.»—Arrispose Gianni:—«Al parere è accosì, Maestà.»—La figliola del Re però non stiede zitta; e cominciò a urlare, che non era vero, che lei non lo cognosceva quel signore prutenzionoso e che lei non lo voleva per isposo. Ma il Re la fece stare cheta, perchè la prova per lui era bona e intendeva di mantienere la su' parola. Sicchè diede il comando, che ogni cosa fosse ammannito per le nozze della su' figliola con Gianni. A quell'ordine, la Principessa, perchè Gianni non gli garbava, disse:—«Almanco sua Maestà, m'accordi una grazia.»—Dice il Re:—«È accordata, purchè tu sposi chi è stato trascelto per babbo dal tu' figliolo.»—«Sposare lo sposerò,»—arrisponde lei;—«ma che lui, prima di menarmi con seco, mi fabbrichi un palazzo con un giardino compagni e dirimpetto al palazzo reale, per poterci star dientro da par mio; e vo' sapere chi sono i su' parenti.»—A quella domanda nonistante non si sgomentò Gianni nel sentirla; e gli promesse alla su' sposa, che subbito la contenterebbe a su' piacimento. E, senza indugio, andiede dal Pesciolino; e al solito lo chiamò fori:—«Pesciolino, mi'amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»—Per non allungarla troppo, il Pesciolino fece apparire in nel momento quel, che Gianni volse; e la mattina doppo, quando la Principessa fu levata e s'affacciò alla finestra, vedde un bel palazzo novo e col giardino pieno di piante, di fiori, e con un bosco fitto tutto di cedri, che non ci mancava nulla e pareva il palazzo reale. E venuta poi l'ora delle nozze, eccoti! comparsero la mamma e la sorella di Gianni, vestite come tante Regine. E accosì bisognò che la Principessa s'accordasse a diventare sposa legittima di Gianni: ma lei non era contenta. Anzi, che lei non era contenta l'addiede subbito a divedere; perchè, in nel mentre che spasseggiavano nel giardino, lei colse un bel cedro e poi lo messe di nascosto in tasca a su' padre; e, quando furono a tavola alle frutte, lei disse:—«Sarei più allegra se qualcuno non m'avesse rubbato il più bel cedro del mi' giardino.»—A quel discorso tutti si dettano a cercare per le tasche, e il Re lo trovò in nella sua. Guà, poer'omo! diventò rosso come un carbone acceso dalla vergogna. E, doppo un pezzo, che strolagava chi gliaveva fatto quel brutto scherzo, la su' figliola gli disse:—«Caro padre, non vi state a confondere a cercare chi è stato, e non vi sbigottite: ma arricordatevi, che anch'io non sapevo chi m'aveva ingravidata, e in ogni mo' e' mi conviense di star serrata nella torre per vostro comando e pigliar poi lo sposo, che m'avete trascelto. Il cedro in tasca vi ce l'ho messo io.»—Il Re, a questo rimprovero, non ci arrispose. Ora, per tornare un passo addietro, bisogna sapere, che, quando Gianni andette per l'ultima volta dal Pesciolino, il Pesciolino gli disse, che lui partiva per un altro paese, ma che non voleva dibandonarlo. E però gli fece il regalo d'una lampana d'ottone; e, a stropicciarla, questa lampana, subbito appariva tutto quello, che Gianni bramava; ma lo pregò d'essere di molto prudente e a badare di non perderla la lampana, insennò non c'era più rimedio; tutto l'incanto finiva[iii]. E siccome Gianni del possesso non n'aveva, tutte le su' entrate le cavava dalla lampana; pagava i mercanti a mesi; una stropicciatina alla lampana e la lampana buttava i quattrini secondo il bisogno, per le carrozze, per i cavalli, per i servitori, in somma per ogni spesa giornaliera; e così tirò innanzi per un bel pezzo. Ma, per su' disgrazia, Gianni la testa non l'aveva sempre con seco, e po' colla su' moglie non ci steva troppo d'accordo. Sicchè, lui, gli era sempre a girare di qua e di là; e la lampana la serbava accosì niscosta dientro un cassettone fra delle ciarpe e delle robbe smesse. Un giorno, dunque, che Gianni era fori, viense a passare di sotto alle finestre del su' palazzo un rivendugliolo, di quelli, che comprano cenci e rottami d'ogni sorta. In nel sentirlo urlare per la strada, la cameriera della Principessa andiede a trovarla e gli domandòse voleva dar via quel, che c'era di vecchio per la casa. Dice la Principessa:—«Sì, sbrattiamo della robba inutile il palazzo.»—E si messano a rinfrustare tutti gli armadî e i cassettoni, sicchè trovorno anco la lampana d'ottone; e, concredendo che non fosse bona a nulla, la vendiedero per pochi soldi a quel merciajolo ambulante. Quando però si viense alla fine del mese, che Gianni doveva fare i soliti pagamenti, cerca di qua, cerca di là, la lampana non la trovò più addove lui la tieneva. Tutto sbigottito, corre dalla moglie e gli domanda se lei quella lampana l'ha veduta. Dice la Principessa:—«Sì, l'ho veduta; ma i' la vendettiper ottone vecchio a un merciajolo.»—Scrama a quella nova Gianni:—«Oh! me sciaurato! No' siem fritti! Quella lampana era tutta la mi' rendita, perchè era una lampana incantata!»—Allora la Principessa, invece di racconsolarlo, lo mandò subbito via dal palazzo e lui tornò poero come prima.E finisce accosì la mi' novella:Se vo' sapete, ditela più bella.
[2]Abbiamo già visto un pesce parlante, ed indicato nella Novella intitolata ilLuccio. Se ne trova un altro nella fiaba seguente:
IL PESCIOLINO[i]
Tempo fa, ma sono di molti anni, regnava ne' paesi una grande carestia, e la gente non aveva da mangiare, sicchè ne morivano de' cristiani dalla fame tanti, che era una disperazione e faceva 'scherezza a vedere que' disgraziati cascare, chi di qua, chi di là, per le terre senza fiato. A que' medesimi tempi, campava una povera donna pigionacola in un borgo; e il su' marito gli era morto da un pezzo; e lei era rimasa vedova con du' figlioli, un mastio più grandino e una bambina doppo lui; e il mastio lo chiamavano Gianni. Dice un giorno la su' mamma a Gianni:—«Se tu andessi a cercare un po' di pane, bambino! è tanto che non si mangia! Qualcuno forse tu lo trovi, che ti faccia un po' di carità per l'amor di dio.»—Gianni dunque si messe a girandolare per que' luoghi, ma non potiede raccapezzare da nissuno manco una briciola di pane. Che volete! con quella carestia, ognuno n'aveva di catti a tienerselo per sè. Sicchè Gianni, stracco morto e allaccato tra la fatica e la fame, si buttò giù a diacere al sole sulle sponde d'una fossettina, dove ci correva della bell'acqua chiara. E, nell'esser lì, tutt'a un tratto vedde un pesciolino, che navicava; e pareva, che fosse d'argento. Lui pensò subbito d'acchiapparlo e portarlo a casa alla su' mamma, perchè lei almanco lo mangiasse. E piano piano, sceso dentro il fosso, gli riuscì serrare il Pesciolino tra le mani. Ma il Pesciolino principiò a discorrere e a raccomandarsi a Gianni di lassarlo libero, e che l'avrebbe ricompensato della su' bona azione. Gianni, in nel sentire quell'animale, che parlava, s'impaurìe spalancò le dita, e rimase lì mezzo grullo in sospetto di qualche gastigo. Il Pesciolino però gli disse:—«Non aver temenza, chè del male non te ne voglio fare, sai. Oh! perchè mi volevi mangiare?»—Dice Gianni:—«No' siamo tanto affamati a casa e non s'ha pane: ogni cosa è bona in tempo di carestia. La mi' poera mamma fila la stoppa; ma, bene che guadagni poco, prima s'andava innanzi; ora 'nvece ci converrà a tutti morire affamati.»—«Senti,»—disse il Pesciolino,—«tu mi garbi, e io vi aiterò tutti di quel, che v'abbisogna. Quando vi manca qualcosa, basta, che tu dica, per essere esaudito:
«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»—
—«Allora,»—gli arrispose Gianni,—«i' lo dico in questo vero momento:
«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?
M'abbisogna del pane.»—Alle su' parole, il Pesciolino fece apparire un pane di dieci libbre, perchè lo portassi a casa. Ma gli comandò a Gianni, che doveva star cheto e non raccontare del Pesciolino fatato di quel fosso[ii]. Gianni dunque andiede dalla su' mamma con quel pane di dieci libbre; e inventò, che gliel'aveva regalo uno zio mugnajo per limosina. Dice su' madre:—«Chè, questo è impossibile; è una limosina troppo grossa per de' tempi di carestia. Tu l'ha' rubo, sciaurato, non dir bugie.»—E Gianni a giurare di nò, e che era un regalo del su' zio. Dice su' madre:—«Oh! s'io degli zii è tanto, che non n'ho più; son tutti morti e seppelliti da un bel pezzo.»—E Gianni:—«Guà, vole dire, che voi non gli cognoscevi tutti; e che questol'ho trovo io nel su' mulino di molto lontano di casa nostra. Gnamo, chetatevi, mamma, e non dubitate di nulla. Anzi lo zio m'ha promesso di darmi tutto quello, che m'abbisogna.»—Abbenchè quella donna non fosse tanto persuasa delle parole del su' Gianni, siccome aveva fame, si messe a mangiare il pane assieme co' su' figlioli, e in quel mentre gli scappò detto:—«Pan solo! anche il pan solo è bono, quando non c'è altro. Ma sarebbe più bono tavia con del cacio e con un po' di vino per mandar giù meglio ogni cosa.»—Dice Gianni:—«Lassatemi ritornare dallo zio e il cacio e il vino vo' l'avrete.»—Insomma, per non farla tanto stucca, bastava, che Gianni andesse dal su' Pesciolino e gli chiedessi della robba, che tutto quel, che voleva, lui l'aveva; e, quando viense il freddo di verno, Gianni portò a casa una pezza di lendinella per fare il vestito alla mamma e alla sorella, e un'altra di panno per sè, chè erano prima quasi gnudi e battevano le gazzette. Ora gli accadè, che un giorno, Gianni era dientro a un bosco a cercare di legne, e s'accostò a un palazzo e ci vedde al balcone la figliola del Re; una bellezza da levar gli occhi a guardarla soltanto. Pensò Gianni:—«Se fosse mia! Ma com'è possibile ch'i' possa sposare una figliola di Re, io meschino accosì?«—E stava lì sotto al balcone a strolagare. Ma quella ragazza non ci badò a lui più che tanto. Figuratevi, se una Principessa a quel mo' voleva badare a un poero straccione di per le strade! A un tratto Gianni scrama:—«Che tu possa fare un figliol mastio per virtù del mi' Pesciolino!»—e se ne va diviato a casa. Le parole di Gianni non cascorno invano; perchè la figliola del Re si cominciò a sentir male. Subbito chiamano i dottori a visitarla. E, doppo averla tastata chi di qua e chi di là, gli dissano:—«È gravida.»—Nascette un buggianchio in tutta la corte, perchè la Principessa giurava, che lei non aveva dato retta a nissuno e che era innocente. Ma il Re la ragione non la intendeva, vedendo che alla su' figliola il corpo gli cresceva sempre. Che ti fa? ordina che senza indugio sia serrata dentro a una torre con delle guardie. E lì ce la tiense finchè lei non ebbe partorito un figliol mastio. E il Re volse, che questo mastio fosse rallevato nel palazzo; e badava a cercare se mai si scoprisse chi aveva ingravidata di niscosto la Principessa. Quando il bambino arrivò a du' anni finiti, il Re, che si struggeva di sapere chi fosse il babbo, fece attaccare per tutti i canti del su' Regno un bando:che a un giorno fissato s'adunassino nella corte tutti i signori e cavaglieri e che lui avrebbe concesso per isposa la su' figliola a quello tra loro, stato scelto dal bambino, con una palla d'oro, che gli voleva mettere nelle su' manine. Al sentire quel bando, anco Gianni pensò d'andare alla Corte. E si messe addosso i meglio vestiti e gli riuscì bucare, senz'esser visto, nella sala dell'adunanza, addove in mezzo, sur un tappeto, c'era il figliolo della Principessa colla su' palla d'oro tra le mani. E, abbenchè Gianni si fosse accoccolato in un cantuccio, nonistante il bambino lo trovava sempre e la palla d'oro la dava a lui. Figuratevi, che stupore di quel Re e di que' signori! La Principessa, poi, diventava quasi matta, in nel vedere la trascelta del su' figliolo, perchè lei Gianni non l'aveva mai cognosciuto. Infine tutti incattiviti a bono, a spintoni discacciorno Gianni fori di lì. E il Re disse, che quell'adunanza non gli garbava più e che ne voleva fare un'altra col bambino quand'era più grande; tra un anno, via. L'anno dunque arrivò e i bandi furono appiccicati alle cantonate del Regno; sicchè anco Gianni ci volse ritornare al palazzo. Ma prima andiede al fosso del Pesciolino e lo chiamò come lui gli aveva insegnato:
—«Pesciolino, mi' amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»—
Dice il Pesciolino:—«Che vo' tu, Gianni?»—Dice lui:—«Voglio diventare un gran signore, con di be' vestiti, de' cavalli, la carrozza e i servitori, cucchieri e cacciatore, tutti colla livrea.»—Dice il Pesciolino:—«Per farne che di tutta questa robba?»—E Gianni allora gli raccontò quel, che gli era intravenuto colla figliola del Re; e che lui l'aveva ingravidata per virtù del su' amante Pesciolino; e in somma gli scoperse ogni cosa. Dice il Pesciolino:—«Vai, mi' Gianni, che tu sie' esaudito.»—Il giorno dell'adunanza, dunque, ci venne anco Gianni con un traino alla reale, che non ce n'era altri de' compagni. E nissuno potiede raccapezzare chi fosse quel gran signore e di che paese del Regno; ma in ogni mo' lo lassorno ascendere in fino in sala. E lui si messe a siedere assieme cogl'invitati. E quando cominciorno le prove per iscoprire il babbo del figliolo della Principessa, questo, senza manco pencolare, portò la palla d'oro nelle mani di Gianni. Dice il Re:—«Dunque siete voiquello, che ha 'mpregnato la Principessa mi' figliola.»—Arrispose Gianni:—«Al parere è accosì, Maestà.»—La figliola del Re però non stiede zitta; e cominciò a urlare, che non era vero, che lei non lo cognosceva quel signore prutenzionoso e che lei non lo voleva per isposo. Ma il Re la fece stare cheta, perchè la prova per lui era bona e intendeva di mantienere la su' parola. Sicchè diede il comando, che ogni cosa fosse ammannito per le nozze della su' figliola con Gianni. A quell'ordine, la Principessa, perchè Gianni non gli garbava, disse:—«Almanco sua Maestà, m'accordi una grazia.»—Dice il Re:—«È accordata, purchè tu sposi chi è stato trascelto per babbo dal tu' figliolo.»—«Sposare lo sposerò,»—arrisponde lei;—«ma che lui, prima di menarmi con seco, mi fabbrichi un palazzo con un giardino compagni e dirimpetto al palazzo reale, per poterci star dientro da par mio; e vo' sapere chi sono i su' parenti.»—A quella domanda nonistante non si sgomentò Gianni nel sentirla; e gli promesse alla su' sposa, che subbito la contenterebbe a su' piacimento. E, senza indugio, andiede dal Pesciolino; e al solito lo chiamò fori:
—«Pesciolino, mi'amante,Saresti a me costante?Mi faresti la carità?»—
Per non allungarla troppo, il Pesciolino fece apparire in nel momento quel, che Gianni volse; e la mattina doppo, quando la Principessa fu levata e s'affacciò alla finestra, vedde un bel palazzo novo e col giardino pieno di piante, di fiori, e con un bosco fitto tutto di cedri, che non ci mancava nulla e pareva il palazzo reale. E venuta poi l'ora delle nozze, eccoti! comparsero la mamma e la sorella di Gianni, vestite come tante Regine. E accosì bisognò che la Principessa s'accordasse a diventare sposa legittima di Gianni: ma lei non era contenta. Anzi, che lei non era contenta l'addiede subbito a divedere; perchè, in nel mentre che spasseggiavano nel giardino, lei colse un bel cedro e poi lo messe di nascosto in tasca a su' padre; e, quando furono a tavola alle frutte, lei disse:—«Sarei più allegra se qualcuno non m'avesse rubbato il più bel cedro del mi' giardino.»—A quel discorso tutti si dettano a cercare per le tasche, e il Re lo trovò in nella sua. Guà, poer'omo! diventò rosso come un carbone acceso dalla vergogna. E, doppo un pezzo, che strolagava chi gliaveva fatto quel brutto scherzo, la su' figliola gli disse:—«Caro padre, non vi state a confondere a cercare chi è stato, e non vi sbigottite: ma arricordatevi, che anch'io non sapevo chi m'aveva ingravidata, e in ogni mo' e' mi conviense di star serrata nella torre per vostro comando e pigliar poi lo sposo, che m'avete trascelto. Il cedro in tasca vi ce l'ho messo io.»—Il Re, a questo rimprovero, non ci arrispose. Ora, per tornare un passo addietro, bisogna sapere, che, quando Gianni andette per l'ultima volta dal Pesciolino, il Pesciolino gli disse, che lui partiva per un altro paese, ma che non voleva dibandonarlo. E però gli fece il regalo d'una lampana d'ottone; e, a stropicciarla, questa lampana, subbito appariva tutto quello, che Gianni bramava; ma lo pregò d'essere di molto prudente e a badare di non perderla la lampana, insennò non c'era più rimedio; tutto l'incanto finiva[iii]. E siccome Gianni del possesso non n'aveva, tutte le su' entrate le cavava dalla lampana; pagava i mercanti a mesi; una stropicciatina alla lampana e la lampana buttava i quattrini secondo il bisogno, per le carrozze, per i cavalli, per i servitori, in somma per ogni spesa giornaliera; e così tirò innanzi per un bel pezzo. Ma, per su' disgrazia, Gianni la testa non l'aveva sempre con seco, e po' colla su' moglie non ci steva troppo d'accordo. Sicchè, lui, gli era sempre a girare di qua e di là; e la lampana la serbava accosì niscosta dientro un cassettone fra delle ciarpe e delle robbe smesse. Un giorno, dunque, che Gianni era fori, viense a passare di sotto alle finestre del su' palazzo un rivendugliolo, di quelli, che comprano cenci e rottami d'ogni sorta. In nel sentirlo urlare per la strada, la cameriera della Principessa andiede a trovarla e gli domandòse voleva dar via quel, che c'era di vecchio per la casa. Dice la Principessa:—«Sì, sbrattiamo della robba inutile il palazzo.»—E si messano a rinfrustare tutti gli armadî e i cassettoni, sicchè trovorno anco la lampana d'ottone; e, concredendo che non fosse bona a nulla, la vendiedero per pochi soldi a quel merciajolo ambulante. Quando però si viense alla fine del mese, che Gianni doveva fare i soliti pagamenti, cerca di qua, cerca di là, la lampana non la trovò più addove lui la tieneva. Tutto sbigottito, corre dalla moglie e gli domanda se lei quella lampana l'ha veduta. Dice la Principessa:—«Sì, l'ho veduta; ma i' la vendettiper ottone vecchio a un merciajolo.»—Scrama a quella nova Gianni:—«Oh! me sciaurato! No' siem fritti! Quella lampana era tutta la mi' rendita, perchè era una lampana incantata!»—Allora la Principessa, invece di racconsolarlo, lo mandò subbito via dal palazzo e lui tornò poero come prima.
E finisce accosì la mi' novella:Se vo' sapete, ditela più bella.
[i]Novella narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistojese all'avv. prof. Gherardo Nerucci. Cf.Pentamerone, I. 3.Peruonto.—”Peruonto, sciaurato de coppella, va pe' fare 'na sarcena a lo vosco. Usa no termine d'amorevolezza a tre, che dormeno a lo sole; ne receve la fataziene; e, burlato da la figlia de lo Re, le manna la mardezione, che sia prena d'isso. La qual cosa saccesse; e, sapenno essere isso lo patre de la creatura, lo Re lo mette dento na votta co' la mogliera e co' lo figlio, iettannolo dinto mare. Ma, pe' bertute de la fatazione ssoja, sse libera da lo pericolo; e, fatto 'no bello giovene, deventa Re.”—Lo stesso racconto è presso loStraparola. Notte III, Favola I. (Vedi pag. 194 del presente volume tra le note alla Novella XIIIIl Luccio).Pitrè(Op. cit.) CLXXXVIII.Lu loccu di li passuli e ficu.Pitrè(Otto fiabe e novelle siciliane, raccolte dalla bocca del popolo ed annotate, Bologna, 1873). III.Lu Cuntu di Martinu.[ii]Che alcuni pesci fossono addomesticabili e benevoli all'uomo è stata opinione diffusa. NarraBrunetto Latini:—“Et elli si trova ne le storie antiche, che uno garzone nutricò uno delfino col pane et amavalo tanto, che 'l fanciullo lo cavalcava et giucava con lui. Avvenne, che 'l garzone morio; et elli, stimando che 'l fosse morto, se lasciò morire. Et anche in Egitto, un garzone nutricò un altro, che simigliantemente lo cavalcava et giocava con lui. Addivenne, che questo garzone, a preghiera d'uno signore, si lo fece uscire fuori et saltare ne la piazza; et quelli lo uccisero.”—[iii]È la lampada di Aladino delleMille e una Notte.
[i]Novella narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistojese all'avv. prof. Gherardo Nerucci. Cf.Pentamerone, I. 3.Peruonto.—”Peruonto, sciaurato de coppella, va pe' fare 'na sarcena a lo vosco. Usa no termine d'amorevolezza a tre, che dormeno a lo sole; ne receve la fataziene; e, burlato da la figlia de lo Re, le manna la mardezione, che sia prena d'isso. La qual cosa saccesse; e, sapenno essere isso lo patre de la creatura, lo Re lo mette dento na votta co' la mogliera e co' lo figlio, iettannolo dinto mare. Ma, pe' bertute de la fatazione ssoja, sse libera da lo pericolo; e, fatto 'no bello giovene, deventa Re.”—Lo stesso racconto è presso loStraparola. Notte III, Favola I. (Vedi pag. 194 del presente volume tra le note alla Novella XIIIIl Luccio).Pitrè(Op. cit.) CLXXXVIII.Lu loccu di li passuli e ficu.Pitrè(Otto fiabe e novelle siciliane, raccolte dalla bocca del popolo ed annotate, Bologna, 1873). III.Lu Cuntu di Martinu.
[ii]Che alcuni pesci fossono addomesticabili e benevoli all'uomo è stata opinione diffusa. NarraBrunetto Latini:—“Et elli si trova ne le storie antiche, che uno garzone nutricò uno delfino col pane et amavalo tanto, che 'l fanciullo lo cavalcava et giucava con lui. Avvenne, che 'l garzone morio; et elli, stimando che 'l fosse morto, se lasciò morire. Et anche in Egitto, un garzone nutricò un altro, che simigliantemente lo cavalcava et giocava con lui. Addivenne, che questo garzone, a preghiera d'uno signore, si lo fece uscire fuori et saltare ne la piazza; et quelli lo uccisero.”—
[iii]È la lampada di Aladino delleMille e una Notte.
[3]Ricorda l'antica Andromeda; Olimpia ed Angelicalegate al duro sassodell'Ariosto; ilMostro TurchinodelCerlone, ecc.
[3]Ricorda l'antica Andromeda; Olimpia ed Angelicalegate al duro sassodell'Ariosto; ilMostro TurchinodelCerlone, ecc.