XXXI.

XXXI.LA NOVELLA DI LEOMBRUNO.[1]C'era una volta un gran pescatore. Questo pescatore la mattina si alza co' il suo garzone e va per andare a far la pesca. Quando lui gli ha armato la sua rete, la getta in mare; ma butta giù e tira sù non pescava nemmanco un pesce.—«Vai garzone, vai a casa; e fatti dare la rete di numero uno, per vedere se si pesca qualche pesce.»—Butta giù la rete nel mare; va per tirarla sù: questa rete non veniva. I curiosi, tutte le genti, si fermano per vedere, si mettono alla rete, a il canape, e tira, tira, tira, tiran su la rete, e salta fori un serpente tra i pesci. Tutte quelle genti fuggirono, vedendo il serpente. Dice:—«Pescatore, cosa fai?»—«Che vole, signore, son quì che faccio la mia pesca; gli è il mio mestieri, per tirarmi un poco avanti.»—«Dimmi un po', hai figli?»—«Oh, ce ne ho dodici.»—«Dodici ne hai?»—«Sì.»—«M'imprometti di portarmi uno dei tuoi figli domani? Farai pesche innumerabili, che diventerai un gran ricco pescatore ancora te. E se non me lo porti, io ammazzerò te e tutti i tuoi dodici figli.»—«Oh Le pare! Sarà ubbidito. Sissignore, che io gnene porterò uno di dodici... Troppo onore per lui.»—Accomoda le crine de' suoi pesci e le manda a vendere per l'omo, che lui aveva. Caro pescatore, se ne va a casa, dispiacente, pensando che lui doveva portare un figlio a un serpente. Li guarda a uno a uno, sospira e getta le lagrimedagli occhi.—«Che ha, signor padre? ci guarda a uno a uno, sospira e getta lacrime dagli occhi.»—«Eh! figli miei, sospireresti anco vojaltri, perchè questo m'intravviene, figli miei: nel tirar sù la rete, m'è saltato fori un serpente; e mi ha detto, quanti figli che avevo?—Dodici.—Ne vole uno di questi dodici figli, sennò ci ammazza tutti quanti. Con qual core un padre vi deve portare nelle mani di un serpente?»—Risponde il maggiore:—«Non è niente di male, signor padre. Vengo e vengo volentieri.»—«Oh avete un bellissimo coraggio, di andare nelle mani di un serpente!»—La mattina, a mala pena che lui vedde albore, si veste:—«Signor padre, quando si deve partire, partimo; che io son bell' e all'ordine.»—Il padre va dispiacente, prende il figlio a braccetto e te ne vanno via tutt'e due. Salta fori il serpente, quand'è una piccola lontananza:—«Mandalo via, che non lo posso vedere! e vieni avanti te.»—«Vai, vai, figlio mio! e va a casa.»—Va avanti il pescatore.—«Dimmi, caro Pescatore, li hai perfidi e scellerati tutti a quella maniera i tuoi figli?»—«Sono tutti eguali.»—«Portamene un altro, domani.»—Il caso di questo, gli è il caso di tutti quegli altri dieci. Si conduce il caro pescatore di portargli l'ultimo figlio, il minore, che lui aveva, dei dodici, che gli rincresceva e gli passava il core questo Leombruno, perchè gli voleva tanto e tanto bene. Va intorno a Leombruno il padre a piangere e sospirare.—«Cosa piange, signor padre?»—«Caro Leombruno, piango la tua disgrazia.»—«E che disgrazia è la mia?»—gli fa il figlio a il padre.—«La disgrazia è la tua di andare nelle mani di un serpente.»—«Cheh! caro signor padre, la disgrazia non è niente. Ci vengo, ci vengo volentieri.»—Ancora questo poero Leombruno. La mattina era allestito innanzi di quelli altri undici fratelli,Leombruno.—«Signor padre, quando si vol partire, sono all'ordine.»—«Eh, figlio mio, avete un gran coraggio!»—Prende il padre il figlio a braccetto e se ne vanno inverso la riva del mare. In quel mentre salta fori il serpente:—«Vieni, vieni, caro pescatore, con il tuo diletto figlio!»—«Gli mancò il fiato: in quel momento non sapeva più che rispondere, il padre. In quel mentre, che gli era per consegnarlo a il serpente, gli apparisce un'aquila, e che ti fa? te lo prende per il groppone di dietro e te lo porta in aria a Leombruno. Il padre rimane così in estasi, dispiacente che l'aquila gli aveva portato via il figlio[2]. Il serpente:—«Eh sei stato di parola; me li hai portati tutti e dodici; non ho niente a divider con teco. Te, getta pure le reti in mare; pescherai pesci quanti vuoi; e diventerai un gran ricchissimo pescatore.»—E gli sparisce il serpente. Torniamo ora a Leombruno, che l'aquila l'aveva straportato via. L'aveva straportato sur un'isola, la più alta che ci potesse essere sopra la terra, sopra un tetto d'una certa Madonna Chilina[3]. Sendo costì poero Leombruno sopra codesto tetto, si rammaricava:—«Ahi! Ahi! Ahi! dove sono? Ahi! Ahi! Ahimè.»—Questa, che l'è una fata, ha inteso, questa madonna Chilina. Aveva dodici damigelle d'attorno, questa. Fa:—«O ragazze, venite davanti a me. Sento un rammarichìo. Andate a vedere cosa c'è'; e straportate davanti a me quello, che vojaltre trovate.»—«Sissignore[4], Regina.»—Vanne su, su questo tetto, e veggan questo giovane»—«Cosa fai? qual mai vento ti ha straportato in codeste parti?»—Leombruno, che si metteva a discorrere quello, che gli era intravvenuto.—«Niente, niente! Vieni con nojaltre, discorrerai con la Regina.»—Te lo straportano giù. Dice:—«Regina, s'è trovato questo giovane.»—La lo guarda bene in viso:—«Qualmai vento ti ha straportato sur il mio tetto?»—Gli racconta lui la novella:—«Gli è un caso, che il mio signor padre l'andava a pescare. Tirò fori la rete piena di pesci; e, tra questi pesci saltò fori un serpente; e gli disse:Pescatore, hai figli?—N'ho dodici, signore.—Se mi prometti di portarmene uno, farai pesche innumerabili; e, se non lo porti, ti ammazzerò a te e a tuoi dodici figli.»—E così gli racconta tutta la novella alla Regina, il caro Leombruno. La Regina, madonna Chilina, dice:—«Starai qui con meco.»—E se lo tiene per sè, che lei questo Leombruno se l'avea fatto per suo legittimo sposo. Era ben servito e ben corteggiato di tutto quello, che lui voleva. Passando il mese, passando quell'altro, madonna Chilina dice:—«Caro Leombruno, io vi ho da dire una cosa.»—«Dite pure quello, che voi comandate.»—«Abbiate da sapere, che io sono nel vostro interno; conosco il vostro pensiero, che voi avete. Spiegatemelo un poco per vedere, se io sbagliassi. Quanto paghereste di andare a fare visita a il vostro signor padre, alla vostra signora madre e a tutti undici i vostri fratelli?»—Dice:—«Regina....»—«Domani mattina troverete preparati i regali, che dovete dare al vostro signor padre, alla signora madre e agli undici vostri fratelli.»—La mattina si alza Leombruno. Alzata era anche madonna Chilina; dice:—«Vedi, caro Leombruno, questo è il regalo, che io mando a mio socero, a mia socera e a i miei undici cognati. Tieni, ti consegno le chiavi a te. La più grande è del tuo signor padre; una cassa più minore va alla tua signora madre; e giù giù insino alla coda de' tuoi fratelli, vanno a diminuire in più piccolo. Senti, Leombruno, te consegnerai le chiavi al tuo signor padre, alla tua signora madre e a' tuoi undici fratelli; guarderanno quello, che io gli ho mandato. E diventerannoricchi strafondati e si compreranno la croce da cavaliere, si compreranno lo spadino, si compreranno ville e poderi e diventeranno signoroni. Vedrai il tuo signor padre, essendo diventato tanto signore, ti menare ai divertimenti, agli spassi, a questa festa, a quell'altra, a divertirti e tutto. Ti menerà anco nelCasino dei Nobili, che lì fanno anche i giochi di tutti i modi. C'è una stanza, caro Leombruno, che diranno diversi signori:Signore, che ha di rarità, Lei?—Oh! io ho un bellissimo quartiere!—Oh! io ho una bellissima villa. E la voglion vedere. Diranno:E Lei, bel giovane, non ha niente di rarità?Che non vi venga mai detto, che voi avete una bellissima sposa, sennò sarete tradito.»—Lei va, si leva un anello di dito:—«Tieni, caro Leombruno,»—e gnene mette in dito a Leombruno.—«A un bisogno grande, fregate quest'anello nel muro, domandate quello, che voi volete, tutto vi apparirà. Rammentatevi bene, caro Leombruno, di non dire, che voi avete una gran bellissima sposa, sennò sarete tradito. Addio! Addio!»—«Addio! Addio!»—E se ne vanno via. Caricate tutte le ricchezze e straportato via in un battibaleno. In quanto se ne discorre, fu straportato all'uscio (con le carrozze, i facchini e tutto) del suo signor padre e della sua signora madre di Leombruno. Sorte di carrozza Leombruno e bussa alla porta del suo signor padre e della sua signora madre. Si affaccia la madre alla finestra; gli fa:—«Signore!...»—«Farebbe grazia di aprimi?»—«Oh signor cavaliere, sissignore.»—Scende e gli apre.—«Signor cavaliere, ben arrivato.»—«Ben trovata, sposa. Dite, che io non so in queste parti come contenermi di niente. Vi contenterete, che nella vostra stanza qua, facessi diposare questi imbarazzi, che è qui? E se voi vi contentate, riposerei qui stanotte.»—Eh,signor cavaliere, è casa di poera gente, non abbiamo gran cosa.»—«Il contento son io, se voi siete contenta.»—«Contenta, contentissima per me.»—Accomodati i bauli in codesta stanza e tutto, rimane Leombruno e la sua signora madre soltanto, e sparisce ogni cosa: servitù, carrozza, facchini e tutto; altro che i bauli: i bauli rimane, e Leombruno insieme con la sua signora madre. In questo contrattempo eccoti il pescatore a casa. Vede questo cavaliere:—«Oh signor cavaliere!»—Si leva di cappello e tutto e lo riverisce. Dice:—«Caro pescatore, ci avete molti figli, voi?»—«Eh, caro signore, non me ne rammenti neppure! perchè di dodici figli, che io aveva, ne persi uno, che mi stava proprio a il mio core; e l'ho pianto sempre giorno e notte.»—«Come si chiamava?»—«Leombruno ai suoi comandi, signor cavaliere.»—«Oh come va?»—E gli racconta la novella il pescatore, che l'avea portato via un'aquila; che doveva averlo un serpente; e che, in quel momento d'avviticciarsi il serpente alla vita di Leombruno, apparì un'aquila, che lo straportò via:—«Che non so, poero mio Leombruno, in dove sia!»—«Ditemi, caro pescatore: se il vostro figlio lo doveste riconoscere, lo riconosceresti?»—«Eh, caro cavaliere; fusse tra tremila giovani, il mio figlio lo riconoscerei! Abbiate da sapere, signor cavaliere, che tra loro bimbi, quand'erano piccoli, facevano il chiasso tra di loro, ruzzolò una scala e si fece un sette nella testa, il poero mio Leombruno!»—Si leva il cappello Leombruno e va per rasciugarsi il sudore così, con il fazzoletto, che lui aveva in mano. Il padre e la madre, che ti riconosce il sette, che lui aveva nella testa di quando ruzzolò la scala:—«Ohimè! quello è Leombruno!»—cadono in terra tutt'e due svenuti. In questo presente momento, ti apparisce tutt'a undici ifratelli. Tutti a levarsi il cappello:—«Felice giorno, signor cavaliere; felice giorno, signor cavaliere! Cos'è stato?»—vedono in terra il padre e la madre.—«Uh, sono cascati non so in che modo,»—fa Leombruno.—«Qui bisogna riaverli.»—Prendono dell'acque odorose e rianno il padre e la madre. Il padre e la madre, riaviti tutt'e due:—«Figlioli miei, lo vedete questo cavaliere qui? Questo è vostro fratello Leombruno, come vojaltri.»—Gli s'avventorno al collo tutt'e undici, per baciarlo e tutto.—«Fratelli miei, lasciatemi stare; sennò mi consumerete tutto da' baci e la mia sposa come anderà? Venga, signor padre, tenga. Questa è una chiave sua; deve aprire e prendere il regalo, che le manda la mia legittima sposa; questa è della mia signora madre; e questa è una chiave per uno anche a vojaltri: il regalo della mia sposa, che vi ha mandato.»—Vanno a codesti mobili; aprono, ognuno con la sua chiave; e veggono tutte verghe d'oro e d'argento. Comincia il padre a dire:—«Guarda quante ricchezze ci hai portate, figlio mio!»—Dà via queste verghe d'oro, e compra ville, poderi e stabili da tutte le parti, che era diventato un gran signorone. Principia a comprarsi una croce, una bella croce da cavaliere e uno spadino per il fianco, il padre e tutti e undici i suoi figli. Il padre dice:—«Sai, caro Leombruno. Domani ci è feste innumerabili: anderemo a gòdersele[5], eh?»—«Sì, caro signor padre.»—Un giorno lo menava a quella delle feste; un giorno a quell'altra; un giorno poi lo mena al Casino dei Nobili. Entrano alla stanza di quel gioco, entrano alla stanza di quell'altro, si divertono. La stanza entra, che faceva parecchi signori:—«Io ho una bellissima casa.»—«Io ho una bellissima villa.»—«Io ho una bellissima di quella cosa.»—«Io ho una bellissima di quell'altra».—Il caro Leombrunostava in un angolo, zitto; e non diceva niente. Va diversi signori da lui:—«Lei, signore, non ha niente? non dice niente? non ha voce in capitolo? non ha niente da dirci?»—Rammentandosi sempre della sua legittima sposa, gli vien detto:—«Signori, ho una bellissima sposa.»—«Avete una bellissima sposa? Tempo tre giorni, che la sposa sia portata a il casino. Si vuol vedere.»—«Sentino, signori, non la posso straportare a il casino quassù. Tante e poi tante miglia lontano da me, non la posso straportare.»—«Se, in tèmpo di tre giorni, non è apparita la sposa al casino, pena la testa a voi.»—Dispiacente Leombruno, la mattina di poi se ne va al casino:—«La vostra sposa si vedrà nella mattinata?»—«Si vedrà, se potrà venire.»—«Male per voi, se non ci viene.»—Frega lui l'anello a il muro. Sente dire:—«Comandi, Signore.»—«Comando, che indispensabilmente apparisca la mia legittima sposa nel Casino dei Nobili.»—Lei gli manda una camerista bellissima, vestita di Regina. Gli apparisce.—«È questa la vostra legittima sposa?»—«No.»—«Oh! e allora?»—E gli sparisce. Va a dir di no, testa di tinca anco lui! poteva dir di sì. Rifrega la seconda mattina l'anello a il muro.—«Comandi, signore.»—«Comando, che indispensabilmente apparisca la mia legittima sposa.»—«Se quella era bella, la prima camerista, che gli aveva mandata, gnene manda un'altra più bella assai, che la prima, che gli aveva mandata. Apparisce lì.—«È questa, signore, la vostra legittima sposa?»—«No.»—Gli fa il visocúlo, gli volta il sedere anco questa e gli sparisce la seconda di quelle damigelle di corte, che madonna Chilina aveva.—«Signor cavaliere, domani è l'ultimo giorno. Quì in questo gran salone sia rizzata la ghigliottina, perchè dovete lasciar la testa, se non apparisce la vostra legittimasposa, che voi dite.»—La terza mattina, che lui è nella stanza del Casino dei Nobili, si raccomanda fortemente; e prega, che gli apparisca di vero zelo la sua legittima moglie, sennò lui è tradito, ha la morte. Fregando l'anello al muro, lì, la gli apparisce lei.—«È questa la vostra legittima sposa?»—«Sissignori.»—«Oh una volta s'è veduta!»—La va lei, gli strappa l'anello d'il dito, gli lascia andare un manrovescio e sparisce:—«Addio, l'hai avuta la sposa!»—Sparita, che l'è, lui se ne va via con il signor padre insieme, piangendo e sospirando:—«Cosa piangi e cosa sospiri, caro figlio mio? Hai portata tanta ricchezza; c'è da vivere tutti nojaltri, e poi, prendendo moglie i tuoi fratelli, con tutti i figli loro.»—Risponde Leombruno al suo signor padre:—«Senta, signor padre, non ho pace di me, se non vo a cercare la mia legittima sposa.»—Il padre dice:—«Figlio mio, che vuoi io che ti faccia? Vuoi andare incontro alla sposa, eh?»—«Sì, carissimo padre e carissima madre.»—«Vi dirò una cosa, figlio mio. Vi potrò dare de' denari, vi potrò dare delle cambiali, che voi potete fare il vostro interesse di andare incontro alla sposa.»—Abbraccia il padre, la madre, i fratelli e tutto:—«Addio, addio! Saprete delle nove.»—Carico di cambiali e di quattrini e se ne parte davanti il padre e la madre e i fratelli e via. Via, cammina, cammina, cammina, cammina. Ne' posti, in dove lui si fermava a rinfrescarsi oppure a mangiare, domandava, se avessero sentito, in dove risiedeva una certa Madonna Chilina. Cammina, cammina, cammina, cammina, trova una locanda; entra dentro in codesta locanda:—«Signore, si accomodi, si accomodi. Si vuol rinfrescare?»—Si rinfresca bene bene; soddisfa, paga l'oste. Gli domanda anche a lui, se avesse sentito, in dove risiedeva una certa Madonna Chilina.—«Cheh! non s'è sentito nominare dicotesti nomi.»—«No?»—e via di gran carriera. Trotta, trotta, trotta, trotta, nel trottare passa in un posto e sente contrastare due.—«Guardiamo, in dove sono.»—Guarda in un borro. Gli erano due giovinotti, fondo ma fondo, che avevano delle ricchezze, che ne facevano due parti. Eran due assassini.—«No, che tu non l'hai fatte giuste le parti! Qui ce n'è più, qui ce n'è meno.»—E si contrastano. Leombruno, che stava a guardarli:—«O giovinotti, che avete a contrastarvi?»—Rialzano il capo:—«Giusto Lei, la guardi, giusto Lei, ci faccia il piacere, venga qui da nojaltri.»—«Vi dirò una cosa: se fossi un uccello io ci verrei volentieri.»—«La guardi, La dee prendere codesto viùzzolo; e La vien via giù giù; e La si ritrova, in dove siamo nojaltri.»—Dice:—«Ho capito.»—Si ritrova fra questi due giovanotti.—«Dunque, cos'avete a ridire fra vojaltri? siete[6]boni, siete.»—«Qui La deve assapere, che questa qui è roba rubata. Semo due assassini, noi.»—«Oh mi rallegro con vojaltri.»—«Abbia da sapere, giovinotto, che queste qui non mi pajon parti fatte giuste.»—«State zitti; ve le farò io.»—Piglia una ripetizione di quà, una di là, le bilancia nelle sue mani e gli fa le parti, fra vezzi, anelli, tutte quelle ricchezze, che avevano robate. Dice:—«Ora queste le son parti! Queste, ma non quelle, che s'eran fatte fra nojaltri! Badi, sa Ella, c'è due altri capi grossissimi. Un pajo di stivali, che camminano quanto il vento.....»—«Benissimo»—fa lui.—«E un mantello: ce lo mettiamo addosso, non siamo più visti da nessuno.»—«Benissimo più che mai. Fatemi vedere questi stivali.»—«Eccoli lì.»—«La se gl'infilzi Lei»—gli fa a uno di questi assassini. Arriva e s'infilza questi stivali.—«Prendi il mantello, mettitelo sotto il braccio, guarda di andare su quella montagna tantoalta là.»—In un battibaleno gli era su quella montagna.—«Mettiti il mantello!»—E gli arriva questo giovinotto e si mette il mantello.—«Eh mi vede?»—«Eh no. Vien giù. Oh pròvateli te ora.»—Si leva gli stivali, si leva il mantello e se li mette quell'altro. Fa la solita anco lui. Va su quella montagna, si mette il mantello:—«Che mi vede?»—«No! Oh vien giù.»—Gli apparisce giù da Leombruno. Leombruno:—«Oh ditemi un po': io qui vi ho fatto le parti e ogni cosa: che me li faresti provare gli stivali e questo mantello?»—Dice:—«Sicuro!»—fra di loro.—«Sicuro!»—Gli apparisce il caro Leombruno e s'infilza gli stivali; prende il mantello e se lo mette sotto il braccio e via! Quando gli è sulla montagna:—«Eh! si metta il mantello!»—Si mette il mantello il caro Leombruno[7].—«Che mi vedete, giovanotti?»—«No.»—«Eh non mi volete vedere!»—e non si fa più vedere il caro Leombruno. E tra di loro si pigliano a tu per tu, si picchiano e tutto. E il caro Leombruno, con il suo mantello addosso, gli era giù da loro, gli era. Si dà la combinazione, che s'ammazzano tutti e due; e rimane solo Leombruno, lì. Il caro Leombruno di due parti e' ne fa solo un monte e si carica di tutte quelle ricchezze e va via. Cammina, cammina, cammina, cammina, si condusse a una locanda.—«Oh! qui mi voglio rinfrescare. Ditemi, locandiere; di primo impeto, innanzi rinfrescarmi, voglio sapere, se voi sapete, in dove pò risèdere[8]una certa Donna Chilina?»—«Venga, signore, venga qua, nojaltri non se ne sa niente di questi nomi. Ma venga qui. Vede quelle sette montagne? Tanti e tanti hanno domandato di questa donna Chilina, perchè non hanno mai potuto resistere di poterle salire.»—«Ditemi, ditemi, che io le salgo.»—Mangia, beve e tutto di questa locanda; e poi, a il locandieregli dà una bellissima ripetizione d'oro e due anella, e alla locandiera gli mette a il collo un bellissimo vezzo con una fermezza d'oro, per regalo. E gli lascia due cambiali di dugento scudi l'una, dando il regalo a tutti anco della locanda. Dice addio e va via. E sale tutte e sette queste montagne a una alla volta con gli stivali, che aveva. Gli facevano comodo. Si trova su, in questo prato, e nel mezzo a questo prato vede, come si dice? in dove stava l'eremita[9]. Picchia lui, picchia; e fa l'eremita:—«Chi mai, diavolo, ti ha straportato in queste parti? Vattene nel profondo del tuo abisso!»—«E' un casca nulla! E' mi ha preso per il gran diavolo!»—Ripicchia. L'eremita, che si affaccia:—«Chi mai vento ti ha straporto in queste parti?»—«Il mio pensiero, caro eremita!»—E gli apre l'eremita. E Leombruno sale.—«Cosa desiderate, bel giovane?»—«Desideravo sapere, in dove risiede una certa Donna Chilina.»—«Eh sentite, bel giovane, io non ve lo so dire; ma abbiate da sapere, che qui tutt'e sette i venti vengono nel mio quartiere a riposare.»—Viene, quando gli è una cert'ora, il Vento Marino:—«Oh bona sera, eremita! chi è questo giovane?»——«Eh! gli è un giovane, che cerca di ritrovare la sua sposa; una certa Donna Chilina.»—«Oh guarda! Io ne torno ora, torno adesso, caro bel giovane. Io ti ho da ditti una cosa: che, dimani, qualche altro vento, o Scirocco, o Marino, o Ponente, o Levante, o Pisano, o Tramontano!... chi sa che non tocchi a il Tramontano a andare domani da Madonna Chilina? che quell'isola non rimane mai senza ventolazione.»—«Oh! io ho piacere,»—risponde Leombruno. Viene adagio adagio tutt'e sei i venti; e l'ultimo gli è il settimo, che gli è il Tramontano.—«Badate,»—gli fa l'eremita,—«bel giovane, non vi spaventate; adesso sta per apparire il Tramontano; che la cella va da unaparte all'altra, che il Tramontano la porta in qua in là: ti sbarberebbe anco le mura.»—«Oh non mi spavento!»—In codesto contrattempo gli altri venti:—«Ma diteci, bel giovane, che è di voi?»—«La mia legittima sposa....»—fa Leombruno; gli dice tutta la novella.—«Dapò in qua, che voi mancate dalle sue braccia, Donna Chilina ha messo due grossi leoni alla sua porta d'ingresso; che un poveretto, che è per entrare dentro, è divorato.»—«Non ho paura.»—Tutt'in un tratto si sente brrrr! brrrr! brrrr! che gli era il Tramontano, che appariva, che la cella gli andava da una parte all'altra. E apparisce il Tramontano.—«Oh bona sera!»—fa.—«Che fa qui questo giovanotto? Che bon vento l'ha straportato?»—«Oh stati zitto, sai, caro Tramontano!»—e gli fanno tutto. Dice il Tramontano:—«Ma tu non sai, te? tu vuoi ire nelle braccia della tua sposa? Tu non poi, sai, andare.»—«Come io non posso?»—«Che voi venì' con meco?»—«Sì, che io vengo con teco.»—«O che cammini quanto me, te?»—«Sarà più facile, che cammini più io che te.»—«È possibil mai? E poi, anche che te cammini come me, non sai, che chi s'accosta al suo appartamento è divorato dai leoni?[10]»—«Non ho paura. Guarda, se io sarò liberato dai leoni!»—Spiega il mantello e se lo mette in dosso.—«Oh mi vedi, Tramontano?»—«No, che io, te, non ti veggo. Ho bell'e capito, gua'! te, tu vai nelle braccia della tua legittima sposa presto presto; ci hai tutti gli ammennìcoli!»—gli fa il Tramontano. Il Tramontano lo lascia e va via. Innanzi di lasciarlo, dice:—«Tu non te lo piglierai per male, se te lo dico: ci sarà le cameriste della tua legittima sposa, che fanno il bucato; quando sono per stenderlo lì, io apparisco lì, e gli butto tutto all'aria.»—«Buttagli tutt'all'aria,»—faLeombruno—«a me non me n'interessa niente.»—Lui, quand'è vicino, si mette il suo mantello addosso. Arriva, vede i leoni; e passa tra mezzo i leoni e entra nel suo appartamento. E si mette accanto a sedere sur una sieda, accanto alla sua legittima sposa. Dice:—«Ohimè!»—la fa lei. Sona il campanello.—«Comandi, Regina.»—«Portatemi qualche cosa: mi sento venire una mancanza.»—E arrivano e gli portano una bella zuppiera con del brodo. Cambio di prenderla lei, apparisce Leombruno, si prende la zuppiera e se la manda giù.—«Ohimè!»—la fa lei e si sviene.—«Ohimè, questo è il mio poero Leombruno! Chi sa la fame, che lui patisce. Lesto, portatemi qualcos'altro.»—Gli portano altra roba, per potersi sostentare della mancanza, che lei aveva avuta. La mangia Leombruno.—«Dimmi, che siei tu esso, che siei qui da me? Fammi la carità, fammi il piacere, fatti vedere, se siei te!»—Va lui e si leva il mantello:—«Sì, sì, son quello io, mia carissima sposa!»—Lei, che te lo vede, te l'abbraccia e te lo bacia dalla consolazione.—«'Un sai, eh? caro Leombruno; come hai fatto a venire da me nelle mie braccia?»—E lui, gli racconta tutta la novella, che gli era incorsa per la strada, nel venire a salutare la sua legittima sposa.—«Mi hai tu visto, carissima sposa, entrare nel tuo appartamento, accanto a te?»—«No.»—«Vedi, se non avessi avuto questo mantello, che è qui, sarei stato divorato dai leoni.»—«E quei leoni,»—la gli fa Madonna Chilina—«vedi, che ci è alla porta, ti saranno i tuoi fedeli, che ti salveranno dalla morte. Dico io una cosa: in quattr'e quattr'otto... Quanto tempo avrai perduto te, per fare la gita di venirmi a trovare me? E io ti dirò: in quattr'e quattr'otto voglio, che qui alla mia presenza appariscano il mio socero, la mia socera e tutt'e undicii miei cognati.»—E come di fatti, lei frega il suo anello a il muro.—«Comandi, signora.»—«Comando, che indispensabilmente, in questo momento, apparisca mio socero, mia socera e tutt'e undici i miei cognati nel mio appartamento.»—E Leombruno, che se li vede apparire: il padre, la madre e i fratelli. Il padre e la madre:—«Oh carissimo figlio!»—Fanno il complimento alla nora. I cognati similmente. E trionfalmente rinnovano lo sposalizio la mattina di poi. Il padre, che, benchè avesse la croce di cavaliere, benchè avesse lo spadino al fianco, gli fu consegnata una croce imbrillantata, che valeva un tesoro ed una spada l'istesso; e a tutti cognati l'istessamente la croce imbrillantata. La socera, rivestita, che, benchè non ne avesse di bisogno, nel modo e nella maniera, che volle Madonna Chilina, e se la tenne al suo fianco. Il padre l'istessamente al fianco della nora. E i fratelli, che erano undici, intorno al fratello; a onorare il fratello tutt'e undici quanti gli erano. Rinnovano le nozze e furono di bel novo sposi. Invito di signori, pranzo suntuoso. Diede da mangiare e bere a tutte le poere genti. E così se ne godettero e se ne stiedero.Stretta la foglia e larga la via;Dite la vostra, che ho detta la mia.NOTE[1]È in sostanza il libretto popolare intitolato:Bellissima Istoria di Liombruno, dove s'intende, che fu venduto da suo Padre, e come fu liberato, ed altre cose bellissime, come leggendo intenderete.CANTARE PRIMODammi ajuto, che puoi, musa divina,Di componere una istrana istoria,Che la mia cetra non vi si rovina;Ma ajuta la debol mia memoria,(Perchè, nè di saper, nè di dottrina,Nemmen di poesìa non vanto gloria)Sì ch'io possa narrar un caso in rima,Ch'a ciascun piaccia dal piede alla cima.Signori, trovo, che per povertadeMolte persone son male arrivate,Hanno perduto la lor libertade,La povertà sì forte l'ha cacciate.Voglio cantar di una veritade,Qual'è di un padre (se mi ascoltate),Com'egli venne a così gran periglio,Che per campar vendè un suo figlio.Il pover uomo era un Pescatore,Ed ogni giorno sì andava a pescare.Per sua disaventura, a tutte l'ore,Poco pesce veniva egli a pigliare.Terra, nè vigna non aveva ancora,Ben tre Figliuoli avea da nutricare;La sua Donna era fresca più che rosa,Viveva di pescar, non d'altra cosa.Una mattina il buon uom si levò,A pescar con la barca fu andato.Punto di pesce il giorno non pigliò,Onde il buon uomo si fu crucïato.E a un'Isoletta del mare arrivò,Ed ivi un gran Corsaro ha ritrovato;Il qual gli disse:—«Che mi vuoi tu dare,«S'io ti darò del pesce, e assai dinare?»—Rispose:—«Io ti darò ciò, che tu vuoi;«Onde ora dimmi ciò, che posso fare.»—Parlò il Corsaro con i detti suoi,E dissegli:—«Se tu mi vuoi menare«Su st'Isoletta uno dei figli tuoi,«Se mi prometti di non m'ingannare,«Io ti darò del pesce per ristoro,«E ancor moneta assai d'argento ed oro.»—E quel buon'uomo n'ebbe gran dolore;Per povertà convien che gl'imprometta,E gli rispose:—«Io ti darò il minore,«E menarollo su quest'Isoletta.»—Il mal Corsaro non fece dimore:Pigliò del pesce ed empì la barchetta;Moneta gli diè assai, chè gliel portassi.Disse:—«T'annegarei, se m'ingannassi.»—E quel buon uomo gli rispose ardito:—«Io certamente non t'ingannerò.»—E poi verso di casa ne fu itoCon tutto il pesce assai dinar portò,E di buon vestimento assai vestito.La moglie ed i figliuoi ben adobbò;Di vettovaglia la casa ha fornita;Ma del figliuolo avea una gran ferita.E poi chiamò il suo figliuol minore;Nella barchetta seco lo menò;Dentro del cor aveva gran dolore,E navigando a l'Isola arrivò.Onde dalla barchetta il trasse fuore,Dicendo:—«Aspetta sin che tornerò.»—Così lasciò il figliolo con affanni,Qual non avea passato li sett'anni.Essendo il Padre suo da lui partito,(Che del figliuol non vuol veder la morte)Il Corsar Turco gli apparse ardito,E via 'l volea portar per cotal sorte.E quel figliuolo forte fu smarrito,Che non aveva nissun, che 'l conforte.—«Ajuto! Ajuto!»—cominciò a gridare,Che il Turco tosto si mise a scappare.Rimase il fanciullin con gran paura,Solo soletto su quell'Isolella;E guardò, e vide sopra dell'alturaSotto forme grifagne una donzella,Che un'Aquila parea la sua figura.E pel fanciullo se ne venne quella,E gli disse così:—«Non dubitare,«Che da questa Isoletta ti vo' trare.»—Disse il fanciullo:—«Non mi vuò partire,«Perchè mio padre qui debbo aspettare.»—L'Aquila all'ora sì gli prese a dire:—«Dov'è tuo Padre ti voglio portare.»—E prese quel fanciul, senza mentire,Sopra dell'aere cominciò a volare:E così lei per l'aere il portava,E meglio che in barca camminava.Poi gli mostrò 'l bel paese soprano,E il suo Castello, ch'era in lunghe parteQuattrocento giornate per certano.E più ancora fa menzion le carte:Che l'Aquila con quel fanciullo altanoIn una notte se gli andò per arte;La sera, che dall'Isola traeva,E la mattina al suo Castel giungeva.Poselo in una sala molto bella.—«Ora m'aspetta fin che torno»—disse;Ed entrò in zambra, e diventò donzella,E parve fuor del Paradiso uscisse.Lucevan gli occhi suoi più che la stella,E assomigliava il Sol, che risplendesse;Era vestita di molti bei panni,E non avea passati li dieci anni.La fanciulla, la qual ora vi dico,Lei si chiamava madonna Aquilina,Che scampò quel fanciullo dal nemico,Quando lo trasse fuor della Marina.Andò da lui, e disse:—«O bell'amico,«Io ti auguro la buona mattina:«Io son colei, che in alto ti portai,«Quando da quel Corsaro ti scampai.»—E quel fanciul, con grande sentimento,Cortesemente esso la ringraziò,E dissegli:—«Madonna, io son contento«D'esser tuo servo; e sempre tal sarò.»—E lei rispose:—«Non pigliar spavento,«Ch'ancora più contento ti farò.»—E lei dieci anni avea, ed egli sette:E così più d'otto anni ancora stette.Quando cresciuti furon in etate,Egli pareva un giglio, ella una rosa;Quella Madonna, piena di bontade,Disse:—«Il mio cor giammai non avrà posa,«Se non adempio la mia volontade;«Propongoti, ch'io sia la tua sposa.«Poichè allevato t'ho, donzel gradito,«Ora ti piaccia d'esser mio marito.»—E quel fanciullo, con buona dottrina,Cortesemente gli ebbe parlato,E gli rispose:—«Madonna Aquilina,«Con gran fatica m'avete allevato,«Voi mi cavaste fuor della marina,«Ciò, ch'a voi piace, son apparecchiato.»—Ed il suo nome dico a ciascheduno:La gente sì lo chiama Liombruno.E poi sposò la donna a cotal sorte:Lei per sua sposa, e lui per suo marito.Il suo Castello era cotanto forte,Di ciò, che bisognava, era fornito;Per fin nell'aere aveva due porte,Fatte per arte ed in cotal partito,Che niuna persona intrar potea,Se madonna Aquilina non volea.E Liombruno sapea l'incantamento,A suo diletto usciva egli ed entrava;E sì spesso facea torniamento,In belle giostre al tutto si approvava.E quella donna di buon sentimentoDi giorno in giorno sempre più l'amava,Perch'era bello e pien di gagliardìa,Sì che la donna gran ben gli volìa.E, stando un giorno tutto pensieroso,Quella donna gentil gli ebbe parlato,E sì gli disse:—«Marito, mio sposo,«Perchè stai tu alquanto corrucciato?»—Rispose Liombrun tutto doglioso:—«Madonna, un gran pensier mi si è levato,«Li miei fratelli veder io vorria,«Ed il mio Padre e Madre in compagnia.»—Disse la Donna:—«Se tu vuoi andare,«Voglio, che mi prometti senza inganno,«Termine ti darò, di ritornare:«Voglio, che tu torni al fin dell'anno.»—E Liombruno gli prese a parlare:—«Madonna, el sarà fatto senza affanno.»—Ed ella gli donò un bell'anello,Che da disagio campasse il Donzello.Disse:—«A l'anel ciò ch'avrai dimandare,«Tu l'averai a tutto tuo piacere;«Denaro e robba senza dimorare,«Ti sarà dato a tutto tuo volere.«Ma guarda ben, non lo manifestare,«Che mai più grazia non potresti avere!«E fa, che dentro un anno tu ritorni,E, se più stai, non varcar quattro giorni.»—E Liombruno disse:—«Volentiere.»—E questa donna nobile e gradita,Innanzi che partisse a tal mestiere,Ben quattro dì fe far corte bandita;E fecelo far anco Cavaliere,Fugli ben cinta la spada forbita.E fatto questo prese esso comiato,Messer Liombrun: così era chiamato.Egli avea d'andar giorni quattrocento,Innanzi ch'al suo paese arrivasse;E questa donna, per incantamento,Ordinò che lui si addormentasse.Ed all'Arte ella fa comandamento,Che in suo paese presto lo portasse.E Liombrun s'adormentò la sera,E la mattina nel suo paese era.Ma quando venne sù l'alba del giorno,Presto Liombruno si fu risvegliato;Rizzossi in piedi, guardossi d'intorno,Il bel Paese ha ben raffigurato.Di Liombrun quel Cavaliere adorno,Umilmente la Fata ha ringraziato,Ed all'anello grazia gli chiedia,Ciò che gli domandava gli venia.Per la virtù, ch'avea quel bell'anello,In prima se gli diede un buon destriero;Un vestimento poi sì ricco e bello,Come bisogna a ciascun Cavaliero.Valige poi ancora appresso quelloFornite di fiorini, a tal mestiero,E gente gli chiedeva senza fallo:Assai ne venne a piedi, ed a cavallo.Con questa gente e con quelle valiciAndò a sua casa, ove trovò suo padreE' suoi fratelli, ch'erano felici,E le valige appresentò alla Madre.Danari avea per sè e per gli amici,Per li parenti e cugine leggiadre;I suoi parenti dicea ciascheduno:—«Ben sia venuto messer Liombruno.»—Ed essi pur dicevan tutti quanti:—«O Liombruno, dove sei tu stato?»—E Liombrun gli rispose davanti:—«In veritade, ch'ho ben guadagnato;Io son stato con ricchi mercadanti,Che m'han così vestito ed addobato,Per il bene servir, che ho fatto a loro,M'han fatto Cavalier di Bufaloro.E a questi mercadanti io ho promesso,Prima che passi un anno, di tornare.»—Li suoi parenti gli dissero adesso:—«O Liombruno, dove voi tu andare?Il gran Re di Granata sta qui appresso,Ed una figlia sua vol maritare.Il torneamento ha fatto già bandire,Che chi vince ne faccia il suo desire.»—E quando Liombruno questo udìa,Vennegli il cor di veder sua ventura:Ed all'anello subito chiediaUn bel corsier con tutta sua armatura.Ciò, che domanda, tutto gli venìa,E Liombrun si armava a dirittura,Da suoi parenti comiato pigliava,E ciaschedun di loro lacrimava.E Liombruno sì prese comiato.Tanto cavalca, ch'è, giunto in Granata,Là dove il torneamento era ordinato,E la gran Giostra era già cominciata.L'altro giorno ivi se n'andò sul prato,Dove la gente era ben radunata.Ivi era un saracin molto possente,Che nella Giostra era quasi vincente.Quel Saracino avea tanta fortezza,Nissun a lui non si volea accostare;Perchè era prode e pien di gagliardezza,A suoi colpi nissun potea durare.Ma Liombruno, pien di gentilezza,Davanti a lui s'andò a presentare;Dissegli il Saracino:—«A me ti rendi;O, se tu vuoi giostrar, del campo prendi.»—E Liombrun gli disse:—«Volontieri.»—Arditamente del campo pigliava;Il Saracino, ch'è forte e leggeri,Su 'l buon destrier all'ora s'affermava.E rivoltorsi i nobil Cavalieri,L'un inver l'altro forte spronava.Li Cavalieri insieme fur scontrati,Or udirete i colpi smisurati.Il Saracino e messer LiombrunoVenivansi a ferir arditamente:Dui gran colpi si dettero ciascuno,Ma pur il Saracino fu perdente.Arme, ch'avesse, non gli valse un pruno;Che Liombruno, nobile possente,Il ferro e l'asta nel cor gli cacciò,E giù del destrier morto lo gettò.Caduto in terra morto il Saracino,Liombrun forte nel campo ferìa;Quanti giungeva metteva a declino;Ma ciascheduno gli dava la via,Che ben pareva un franco paladino.Con alta voce ciaschedun dicia:—«O non combatter più, franco Signore,Che della Giostra tu hai vinto l'onore.»—Il Re fece venir il Cavaliere,E sì gli disse:—«Baron valoroso,La mia figliuola sarà tua mogliere,E tu sarai mio genero e suo sposo.»—E Liombruno disse:—«Volontiere,Ciò ch'a voi piace, alto Re glorioso.»—Ma lo Re innanzi, che gliel'abbia a dare,Co' suoi Baroni si vuol consigliare.Il Re a' suoi savi ebbe dimandato,Dicendo:—«Che vi par del Cavaliere?Voi dovete saperlo.»—Ebbe parlato:—«Fuor ch'in suo paese egli ha mogliere,E non ci par di così gentil stato,Che s'acconvenga a voi per tal mestiere.Benchè sia prode e pien di gagliardia,A noi non par, che convenevol sia.«Ma, se volete a nostro senno fare,Voi ordinate, che ciascun si vanti,E, dopo, il vanto, senza dimorare,Ve lo presenti subito davanti.»—E l'altro dì si fece ritornareIn su la Sala i Baron tutti quanti,Ove ordinò, che ciascun s'avanzasse,Poi li vanti davanti ad un portasse.Chi si avvanta di bella mogliere,Chi si avvanta di bella magione,Chi di Caval corrente e buon destriere,Chi di gentil Sparviere e buon Falcone,Chi di Palazzo e chi di Torri altiere,Chi si vanta di sua condizione;E quando poi ciascun si fu vantato,Messer Liombruno si fu domandato.Or disse il Re:—«Perchè non vi avanzate?»—E Liombruno così rispondia,—«Sacra Corona or deh! mi perdonate.»—Rispose lui:—«Perdonato ti sia.»—E Liombruno disse:—«In veritade,Io pur mi vanto della donna mia,Più bella donna non la puoi trovare;Fra venti giorni lo voglio provare.»——«Termine mi dimandi venti dì,»—Rispose il Re:—«Io te ne vuò dar trenta.»—Liombruno disse all'anello lì:—«Monna Aquilina tosto qui appresenta.»—E quella donna, perchè a lei fallì,Non vuol venire, acciò ch'egli si penta.Ne passa trenta giorni senza resta,Alli trenta dovea perder la testa.A i trenta giorni quella fu venuta.Fuori della Città si ritenìa.Una donzella gli ebbe travestita,Mandolla al Re e sua baronia.E quando il Re costei ebbe veduta,Che era piena di tanta leggiadria.Disse a Liombruno:—«È quella tua mogliere?»—E lui rispose:—«Nò, dolce messere.»—La cameriera presto si arrivavaDavanti al Re e ad ogni Barone,Quando il Re la donzella non guardava.Quella era tanto bella di fazione!Verso di Liombruno lui parlava:—«È questa tua moglie gentil campione?»—Disse Liombruno con dolce favelle:—«Signor nò, ambedue sono donzelle.»—E Madonna Aquilina fu arrivata,Col suo bel viso, che rendea splendore;Davanti al Re si fu rappresentata,Poi di lì si partì senza dimore.E quando il Re costei ebbe guardata,Disse a Liombruno:—«Nobile Signore,Or mi perdona per tua cortesia.»——«Perdona a me.»—Liombrun rispondia.E Liombruno prese comiato,E dietro alla sua donna se ne gia.Ella l'aspetta con viso turbato;Liombruno gridando la chiedia.Ed ella disse:—«Falso rinegato,Della tua morte ancor m'incresceria!»—Per Arte quella donna se n'andava,Nè arme, nè caval non gli lasciava.Nè arme, nè caval non gli lasciò,Liombruno in un bosco fu entrato,Dove che tre malandrini trovò,Che ciascheduno parea disperato.Nel secondo cantare vi dirò,Ciò che al Cavaliero fu incontrato,Di Liombrun dett'ho il primo cantare,E la seconda parte vò contare.CANTARE SECONDOSignori, dissi nell'altro cantare,Come Liombruno dal Corsar scampò;Di punto in punto v'ebbi a ricordare,Come per grand'onor al padre andò.Ed io vi dissi quello, ch'ebbe a fare,Come madonna Aquilina il lasciòSenz'arme e (quel, ch'è più) senza cavallo,E come s'incontrò in un gran fallo.Tre malandrini avevano rubbato,Duoi mercanti e morti a gran furore,E lor denari avevano essi a latoSopra una pietra per partir allore (sic.)Ciascuno quivi parea disperato,Insieme facendo essi gran rumore.Per darsi morte le spade son tratte,Per un mantello, per un par d'osatte.E quel mantello lo voleva l'uno,L'altro le osatte, nè si può accordare;Al terzo poi non ne rimaneva uno,E tutti tre si ebbero a crucciare.In tanto ivi arrivava Liombruno;E quando lui gli vide così stare,Il più antico di loro il chiamò;E Liombruno prestamente andò.E sì gli disse:—«Amico valoroso,«A queste cose abbi gran providenza,«D'esto mantel, ch'è tutto grazioso,«Di queste osatte dacci la sentenza.»—E Liombruno sì gli ebbe risposo:—«Acciò che possa dar giusta sentenza,«La virtù del mantello voi mi dite,«E delle osatte poi che voi sentite.»—Uno di loro, ch'era più saputo,A Liombruno si prese a parlare,E sì gli disse:—«Sarà provveduto,«Chi questo manto indosso avrà a portare:«Da uom del mondo non può esser veduto.«Di quelli osatti ti voglio contare:«Chi gli ha in piedi camina più che vento,«Perchè son fatti per incantamento.»—Disse Liombruno:—«Non lo crederia,«Se primamente non l'avrò a provare.»—Ed il più antico sì gli rispondia:—«Or te li metti e poi comincia andare«Alquanti passi su per questa via.»—Lui se li mise senza dimorare;Di poi si fu calzato, LiombrunoE del mantello dimandava ad uno.—«S'egli è ver ora quel, che voi dicete,«Un gran tesoro vale, in fede mia!»—Disse il più antico—«Se ve lo mettete,«Voi vedrete s'egli è vero o bugìa»—Lui se lo mise, e disse:—«Mi vedete?»——«Non vi vediamo»—il malandrin dicia.Lui prese dei fiorini a suo piacere,Perchè niuno non lo può vedere.Sì che Liombruno non tardò niente,Ma il mantello e gli osatti ha via portato,Lì malandrini rimaser dolente.Sul più antico il lor cruccio han disfogatoDicendogli:—«È tuo amico, o tuo parente?»—E gli altri due così l'hanno ammazzato,Benchè dicesse:—«Il giuro, nol conosco,«Nè mai il vidi se non in questo bosco.»—E fatto questo, s'ebbero voltatiVerso la pietra, ov'eran li denare;E vedendo, che gli erano scemati,Tosto poi tra lor s'ebbero a sdegnare;Dicendosi l'un l'altro:—«Li hai rubbati.»—E con le spade cominciorno a dare.Li colpi furono sì crudeli, e forti,Che ambi restonno su quel punto morti.Liombruno sentiva il gran rumore,Voltossi indietro, e se ne sta a vedere.E vide crudi colpi di valore,Che ciaschedun si dan di buon volere.Indietro ritornò senza timore,E prese de' fiorini a suo piacere,Ch'eran da trenta milla e settecento,Poi caminava più che non fa il vento.E Liombruno tanto caminò,Che ad una gran Città fu arrivato;Dentro d'un'Osteria lui entrò,E tre Mercanti lì ebbe trovato,E quei cortesemente salutò.Lor il saluto gli ebber raddoppiato,E pel saluto, che fe' Liombruno,In piedi fu levato ciascheduno.Vedendo Liombrun li Mercadanti,Che ciascheduno gli facea onoreE gli parlava con dolci sembianti,—«Assentatevi giù, gentil Signore;»—E Liombruno disse all'Oste innanti:—«Reca del vino, dico, e del migliore;«A questi Mercadanti dà da bere,«Che voglio star con lor di buon volere.»—E così stando, il vino fu recato,Poichè ebbero bevuto lì davanti,Liombruno a loro gli ebbe parlato,E si gli disse:—«O gentil Mercadanti,«Voi che cercate del Mondo ogni lato,«Li Regni co' paesi tutti quanti,«M'insegnate la terra oltremarina,«Ov'è signora madonna Aquillina.»—Niun di loro gli sapea insegnare,Ma volto l'uno l'altro a quel, che chiese,Rispose:—«Mai l'udimmo nominare,«Noi per il vero questo tal paese.»—Disse il più antico:—«Tu potresti andare«Millanta miglia, e forse più d'un mese,«Caminaresti, cotal argomento«Ne tel potria insegnar se non il vento.»—Disse Liombrun:—«V'è nessun, che sapesse,«Come si possa il vento ritrovare?»—Il più antico par, che rispondesse:—«Se su quel monte tu potessi andare,«Ed aspettar il vento, che venesse,«A casa d'un Romito ad albergare,«Più di sessanta venti per certano,«Quando là sono ogn'un par corpo umano.«Ma dell'andar non ti metter in prova,«Che giammai non vi fu uomo creato.«Sol un Romito, e questo vi si trova,«Perchè da' venti lui vi fu portato;«Ed ogni capo d'anno si rinnova.«Siccome l'alto Eolo ha ordinato,«Così vi viene portato dal vento,«Conforme al grande Nume è in piacimento.«Quella montagna ha sì grande altura«È sì pendente da montarvi suso,«Che mai nissun vi monta per sciagura,«Ch'a mezzo miglio non ne venghi giuso«Morto per terra in quella pianura.«Però d'irvi ciascuno è pauroso;«Deh non vi andar, se tu non vuoi morire.»—Dice Liombruno:—«A me convien pur gire.»—Per la virtù, che avevan quegli osatti,Allegramente Liombrun caminava,E giunse alla montagna in cotal patti,Che sopra quella non timido andava.Arrivato al romito, batti batti!E quel Romito si maravigliava,Ed alla cella fuori si facea:Aprì il portello e nissun non vedea.E quel Romito gran paura avea,Perchè credeva fosse un spirto fello.Ma Liombruno a dietro si traeva,E dal dosso si trasse il mantello,Acciò che il Romito lo vedea,E poi sì fè davanti del portello.Allora quel Romito s'assicuraVedendo di persona la figura.Ancor non era il Sol ben tramontato,Secondo che l'Istoria ne fa conto,Quando Liombrun dal Romito arrivato,Gli disse:—«Amico, che sei quà tu giunto?»—Quel buon Romito l'ebbe addimandato;—«Or da qual parte sei qui sopra assunto?«Non fu mai uomo alcun, che ci venisse,«Salvo, che il vento ce lo conducisse!»—E Liombruno sì gli rispondia,E disse a quel Romito con desìo:—«Mi ha portato la ventura ria,«E questi osatti, che a' piedi ho io,«Sol per amore della donna mia,«La qual mi tiene legato il cor mio.«Monna Aquilina si chiama palese,«Che signoreggia di strano paese.»—E quel Romito, da lui invitato,A Liombruno si prese a parlare:—«In la mia vita mai in nissun lato,«Cotal paese non udì nomare.»—Disse Liombruno:—«Mi è stato insegnato,«Che quà su i venti vengon albergare,«Per lo mio amor quando saran tornati,«Pregovi di averli interrogati.»——«Or entra dentro»—quel Romito disse,—«Fin che tornino i venti ad uno ad uno,«Che gli domanderò se lor sapisse.»—Dentro la cella n'andò Liombruno.Nel luogo del Romito egli si misse.Per fin che i venti tornasser ciascuno,E quel Romito poi li congiurava,E di Aquilina gli addimandava.In prima venne il vento Ponente,E di poi quello veniva il Garbino;Vento Levante; e poi, subitamente,Il gran vento, che tuttor vien d'Alpino;Vento Maestro venne similmente,Vento Greco, ed il buon vento Marino;Vent'Ostro, vento Borea, e Tramotana,E molti venti del mar della Tana.Quel Romito da Liombrun pregato,Ad uno ad uno scongiurava i venti,Che quel paese gli avesse insegnatoIn qual parte si trovava presente,Ciascun diceva:—«Non vi son mai stato.»—E un di loro parlò immantinente,Disse:—«Scirocco è già per arrivare,Forse, che lui ve lo saprà insegnare.»—Così essendo Scirocco già arrivato,Che quel romito per virtù inclina,Di quel paese gli ebbe domandato,Dov'è signora madonna Aquilina.Sirocco disse:—«Lì, vi son ben stato.E ritornarci voglio domattina.»—E Liombruno sì gli prese a dire:—«Se 'l t'è in piacer, con teco vo' venire.»—Disse il vento:—«Vuoi tu con me venire,Che il paese è tanto lontano?D'aspettar te io vedo non potire.Amico caro mio, tu parli in vano.»—Disse Liombruno:—«È proprio mio volire!Seguir ti voglio per monte e per piano;Se domattina tu mi vuoi chiamare,Quando sei in punto di voler andare.»—Disse Scirocco:—«Io ti chiamerò,Poichè con meco pur tu vuoi venire;In niuna parte non t'aspetterò,Questo ti dico, e ti faccio gire.La strada col cammin ti mostrerò;Vedrò, vedrò se mi potrai seguire.»——«Io son contento,»—Liombrun dicìa,Purchè mi trovi il cammin e la via.»—E quel Romito da cena gli dava,Di quelle cose, che per lui aveva;E mentre per ciò egli preparava,Mai da Sirocco Liombrun si parteva.Poscia a dormire subito n'andava,E gli osatti da' piè non si traeva,Per esser presto, se il vento il chiamasse,A seguitarlo dove quello andasse.E quando il giorno cominciò a spuntare,Scirocco Liombrun ebbe chiamato,E disse:—«Amico, voi tu camminare?»—Rispose lui:—«Io son apparecchiato,»—E uscì di fuori senza dimorare,La strada, ed il cammin gli ebbe mostrato—«Vedi quella montagna, ch'è sì lungi?Lassù me troverai, se tu m'aggiungi.»—Poi si partiva Scirocco fuggendo.E Liombruno da quel RomitelloPrese comiato; e vassen via, correndoDietro il vento, e messesi il mantello.Sirocco indietro si andava volgendo,E Liombruno andava innanzi ad ello.E così alla montagna arrivò primaDel vento, e l'aspettò su quella cima.Or disse il vento:—«Che uomo sei tu,Che per la via non ti posso vedire,E quanto io cammino, e ancor tu più?Non mi credea, che potessi venire.Quella montagna lungi vedi tu?Fin là con meco ti convien seguire,E poi là mostrerotti, amico bello,Di madonna Aquillina il suo castello.»—Allor Scirocco innanzi s'avviava;E Liombruno il mantel si mettea,Ed innanzi del vento se n'andava.Scirocco pur indietro si volgea,E spesse volte Liombrun chiamava,Liombruno, che innanzi rispondea,E come alla montagna fu arrivatoInnanzi il vento, il mantel s'ha cavato.Liombruno allora levato il mantello,Il vento giunse presto; e sì gli disse:—«Io ti prometto, caro amico snello,Tu sei miglior corrier, che mai vedisse!Or leva su, che ti mostri il castello.»—E poscia il vento da lui dipartisse;E per un'altra via il vento andava,E Liombruno al castel caminava.E Liombruno niente ha dimorato;Con allegrezza prese a camminare,E dentro del castello fu entrato.Salì il palazzo senza più tardare.Nella sala trovò apparecchiato,Che madonna Aquillina è a desinare;E con lei stava a mangiare a tagliere,E non vedean le donne il Cavaliere.Una donzella di coltel tagliava,L'altra donzella di coppa serviva,E Liombrun di buon cor mangiava,Ciò gli bisogna, e nissun nol vedia.E quella donna si maravigliava,Di quella robba, ch'innanzi venia,La quarta parte non gli par mangiare,Di quel, che innanzi si facea recare.Per la virtù, ch'aveva questo mantello,La donna non vedea quel sì ardito;E Liombruno aveva ancor l'anello,Che essa gli donò quando fu partito,Ed egli allor si ricordò di quello,Liombruno gentil, Signor gradito,Sopra il tagliere lo lasciava gire.La donna il vide, e presto prese a dire:—«Questo è l'anel, ch'è tanto grazioso,Ch'a Liombruno diedi quella volta!Ancora l'averia fatto giojoso,Se la virtute non gli avesse tolta.Sempre il mio core ne sarà doglioso,L'alma mia in pena si è rinvolta.»—A la passion che la donna ha sentita,Svenne, ed al suolo cadde tramortita.. . . . . . . . . . . . . .E la donzella di camera uscia,Come la donna gli avea ordinato.Nascosto Liombrun dentro ne gia,Ed alla sponda lui si fu accostato.Quella donna pel gran dolor dormia;Appresso lei egli fu appoggiato,Al chiaro viso, e in bocca l'ha baciata:Allor la donna si fu risvegliata.E Liombruno il mantel si mettea,Sì che la donna nol vedea per niente,Subitamente quella allor diceaIn fra sè stessa:—«Lassa me dolente,»—(Che Liombruno morto ella credea),—«Io me lo insognava certamente!Tapina me, ch'io non ho più conforto,Questo è segnal, che Liombruno è morto.»—Allor la bella donna imantinente,Un'altra volta si mise a dormire,E Liombruno fece similmente,Il mantello fingendosi scoprire.Ma ella si voltò ben prestamente;Che col mantel non si puote coprire.Ed alquanto lo vidde ella per certo,Prima che col mantel fosse coperto.Di dormire Aquillina allor s'infinseE Liombruno il mantel si è levato.Ella fu presta e con le mani il cinse,Prima che Liombrun l'abbia indossato;E così fortemente ella lo strinse,Dicendo:—«Liombrun, chi t'ha insegnatoLo incantamento, che adopri per Arte?Chi t'insegnò venir in questa parte?»—E Liombrun gli disse tutti i fatti,De' malandrini, che trovato avia,Di quel mantello e ancor di quelli osatti,E del vento, che gl'insegnò la via,In tra lor dui non ci bisogna patti,Le braccia al collo ciascun si mettia,Ed ambidui con un amor veraceSposandosi, così fecer la pace.Entrambi stetter poi allegramente,Per fin che visser, con perfetto amore.Io prego il mio lettore pazienteDi perdonare ogni mio grave errore.Auguro a tutta la mia buona genteChe si mantenghi in pace e buon umore;E al fine ognuno di voi abbia gloria!Al vostro onore cantata ho l'istoria.La popolarità di questo poemetto, del quale la lezione è scorrettissima, può argomentarsi da quanto narra l'autore delle facezie di Messer Poncino.—«Un certo pazzarello, tocco dalfumo dell'ambizione, per essergli stata laudata una sua frottola senza frutti da non so che ignorantissimi Cinciglioni, aveva abbandonato l'esercizio suo, ch'era d'armar nastri et altre simili cordelle e s'era persuaso Poeta.»—Il Poncino gli diè la soja, ond'egli tutto si ringalluzzì.—«Prese finalmente congedo, dopo, che ebbe oltre modo nojoso e lungo tedio recato al visitato gentiluomo con suoi pazzi cinguettamenti, Filippo Mastrucci, che questi erano il nome et il cognome del mentecatto giovine; e, ritornato alla sua povera casa, serratosi in un suo camerino, cominciò a voltare quando Buovo d'Antona, quando Dama Rovenza dal Martello, quando Aiolfo di Barbiconi, quando la vita del francese Gargantuaso e quando la frottola di Liombruno.....»—Vedi,Le piaceuoli | et ridicolose | facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | Con l'aggiunta d'alcune altre, che nella prima | impressione mancauano. | In Venetia, M.DC.XXVII | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti.[2]Rammenta il mito di Ganimede.[3]Aquilina.[4]Curioso quelsissignoredivenuto invariabile, col semplice significato disì, ma con una sfumatura di cortesia maggiore.[5]Gódersele, facendo il verbo della seconda, inèrelungo, anzi che della terza, inerebreve.[6]Siete, quì persiate.[7]Veramente Liombruno la fece da mariuolo. Questo mantello vien ricordato dalPanantinelPoeta di Teatro, canto XXIV.Se scorgo una carrozza, ove suppongoChe possa riconoscermi qualcuno,Mi turo, mi rannicchio, mi nascondo,Il mantello vorrei di Liombruno.Liombruno è ricordato anche nel Canto XVII diBertoldo, Bertoldino e Cacasenno......È un giovanotto di circa trent'anniInstivalato e avvolto in mantel bruno,Che il copre e par gli metta al corso i vanni.Dice Marcotte allor:—«Questi è Liombruno,Che fece col mantello vari inganni.»—[8]Risèdere, sdrucciolo. Dicendo essi spessissimosèdere, verbo e sostantivo. (Vedi in questo volume la novella intitolataLe dueBelle Giojee la Nota a pag. 410). Il che mi ricorda quell'aneddoto dell'improvvisatore, che s'indusse dopo lunghe preghiere ad improvvisare e cominciò in tal forma:Oh che bel vèdereSe spunta il dì....Subito l'interruppe uno degli astanti e compì la strofetta:Si ponga a sèdere,Basta così.N.B.Questo aneddoto si narra anche diversamente. Secondo un'altra lezione, l'improvvisatore avrebbe detto:O che bel vèdere,Sul far del giornoVolar la grù!...E l'interuttore:Si ponga a sèdere.Si ride intorno:Non parli più.[9]Suppongo, che s'abbia a direRomitoriooppureEremoovveroRomitaggio.[10]Questi leoni ricordan Cibele.

XXXI.LA NOVELLA DI LEOMBRUNO.[1]C'era una volta un gran pescatore. Questo pescatore la mattina si alza co' il suo garzone e va per andare a far la pesca. Quando lui gli ha armato la sua rete, la getta in mare; ma butta giù e tira sù non pescava nemmanco un pesce.—«Vai garzone, vai a casa; e fatti dare la rete di numero uno, per vedere se si pesca qualche pesce.»—Butta giù la rete nel mare; va per tirarla sù: questa rete non veniva. I curiosi, tutte le genti, si fermano per vedere, si mettono alla rete, a il canape, e tira, tira, tira, tiran su la rete, e salta fori un serpente tra i pesci. Tutte quelle genti fuggirono, vedendo il serpente. Dice:—«Pescatore, cosa fai?»—«Che vole, signore, son quì che faccio la mia pesca; gli è il mio mestieri, per tirarmi un poco avanti.»—«Dimmi un po', hai figli?»—«Oh, ce ne ho dodici.»—«Dodici ne hai?»—«Sì.»—«M'imprometti di portarmi uno dei tuoi figli domani? Farai pesche innumerabili, che diventerai un gran ricco pescatore ancora te. E se non me lo porti, io ammazzerò te e tutti i tuoi dodici figli.»—«Oh Le pare! Sarà ubbidito. Sissignore, che io gnene porterò uno di dodici... Troppo onore per lui.»—Accomoda le crine de' suoi pesci e le manda a vendere per l'omo, che lui aveva. Caro pescatore, se ne va a casa, dispiacente, pensando che lui doveva portare un figlio a un serpente. Li guarda a uno a uno, sospira e getta le lagrimedagli occhi.—«Che ha, signor padre? ci guarda a uno a uno, sospira e getta lacrime dagli occhi.»—«Eh! figli miei, sospireresti anco vojaltri, perchè questo m'intravviene, figli miei: nel tirar sù la rete, m'è saltato fori un serpente; e mi ha detto, quanti figli che avevo?—Dodici.—Ne vole uno di questi dodici figli, sennò ci ammazza tutti quanti. Con qual core un padre vi deve portare nelle mani di un serpente?»—Risponde il maggiore:—«Non è niente di male, signor padre. Vengo e vengo volentieri.»—«Oh avete un bellissimo coraggio, di andare nelle mani di un serpente!»—La mattina, a mala pena che lui vedde albore, si veste:—«Signor padre, quando si deve partire, partimo; che io son bell' e all'ordine.»—Il padre va dispiacente, prende il figlio a braccetto e te ne vanno via tutt'e due. Salta fori il serpente, quand'è una piccola lontananza:—«Mandalo via, che non lo posso vedere! e vieni avanti te.»—«Vai, vai, figlio mio! e va a casa.»—Va avanti il pescatore.—«Dimmi, caro Pescatore, li hai perfidi e scellerati tutti a quella maniera i tuoi figli?»—«Sono tutti eguali.»—«Portamene un altro, domani.»—Il caso di questo, gli è il caso di tutti quegli altri dieci. Si conduce il caro pescatore di portargli l'ultimo figlio, il minore, che lui aveva, dei dodici, che gli rincresceva e gli passava il core questo Leombruno, perchè gli voleva tanto e tanto bene. Va intorno a Leombruno il padre a piangere e sospirare.—«Cosa piange, signor padre?»—«Caro Leombruno, piango la tua disgrazia.»—«E che disgrazia è la mia?»—gli fa il figlio a il padre.—«La disgrazia è la tua di andare nelle mani di un serpente.»—«Cheh! caro signor padre, la disgrazia non è niente. Ci vengo, ci vengo volentieri.»—Ancora questo poero Leombruno. La mattina era allestito innanzi di quelli altri undici fratelli,Leombruno.—«Signor padre, quando si vol partire, sono all'ordine.»—«Eh, figlio mio, avete un gran coraggio!»—Prende il padre il figlio a braccetto e se ne vanno inverso la riva del mare. In quel mentre salta fori il serpente:—«Vieni, vieni, caro pescatore, con il tuo diletto figlio!»—«Gli mancò il fiato: in quel momento non sapeva più che rispondere, il padre. In quel mentre, che gli era per consegnarlo a il serpente, gli apparisce un'aquila, e che ti fa? te lo prende per il groppone di dietro e te lo porta in aria a Leombruno. Il padre rimane così in estasi, dispiacente che l'aquila gli aveva portato via il figlio[2]. Il serpente:—«Eh sei stato di parola; me li hai portati tutti e dodici; non ho niente a divider con teco. Te, getta pure le reti in mare; pescherai pesci quanti vuoi; e diventerai un gran ricchissimo pescatore.»—E gli sparisce il serpente. Torniamo ora a Leombruno, che l'aquila l'aveva straportato via. L'aveva straportato sur un'isola, la più alta che ci potesse essere sopra la terra, sopra un tetto d'una certa Madonna Chilina[3]. Sendo costì poero Leombruno sopra codesto tetto, si rammaricava:—«Ahi! Ahi! Ahi! dove sono? Ahi! Ahi! Ahimè.»—Questa, che l'è una fata, ha inteso, questa madonna Chilina. Aveva dodici damigelle d'attorno, questa. Fa:—«O ragazze, venite davanti a me. Sento un rammarichìo. Andate a vedere cosa c'è'; e straportate davanti a me quello, che vojaltre trovate.»—«Sissignore[4], Regina.»—Vanne su, su questo tetto, e veggan questo giovane»—«Cosa fai? qual mai vento ti ha straportato in codeste parti?»—Leombruno, che si metteva a discorrere quello, che gli era intravvenuto.—«Niente, niente! Vieni con nojaltre, discorrerai con la Regina.»—Te lo straportano giù. Dice:—«Regina, s'è trovato questo giovane.»—La lo guarda bene in viso:—«Qualmai vento ti ha straportato sur il mio tetto?»—Gli racconta lui la novella:—«Gli è un caso, che il mio signor padre l'andava a pescare. Tirò fori la rete piena di pesci; e, tra questi pesci saltò fori un serpente; e gli disse:Pescatore, hai figli?—N'ho dodici, signore.—Se mi prometti di portarmene uno, farai pesche innumerabili; e, se non lo porti, ti ammazzerò a te e a tuoi dodici figli.»—E così gli racconta tutta la novella alla Regina, il caro Leombruno. La Regina, madonna Chilina, dice:—«Starai qui con meco.»—E se lo tiene per sè, che lei questo Leombruno se l'avea fatto per suo legittimo sposo. Era ben servito e ben corteggiato di tutto quello, che lui voleva. Passando il mese, passando quell'altro, madonna Chilina dice:—«Caro Leombruno, io vi ho da dire una cosa.»—«Dite pure quello, che voi comandate.»—«Abbiate da sapere, che io sono nel vostro interno; conosco il vostro pensiero, che voi avete. Spiegatemelo un poco per vedere, se io sbagliassi. Quanto paghereste di andare a fare visita a il vostro signor padre, alla vostra signora madre e a tutti undici i vostri fratelli?»—Dice:—«Regina....»—«Domani mattina troverete preparati i regali, che dovete dare al vostro signor padre, alla signora madre e agli undici vostri fratelli.»—La mattina si alza Leombruno. Alzata era anche madonna Chilina; dice:—«Vedi, caro Leombruno, questo è il regalo, che io mando a mio socero, a mia socera e a i miei undici cognati. Tieni, ti consegno le chiavi a te. La più grande è del tuo signor padre; una cassa più minore va alla tua signora madre; e giù giù insino alla coda de' tuoi fratelli, vanno a diminuire in più piccolo. Senti, Leombruno, te consegnerai le chiavi al tuo signor padre, alla tua signora madre e a' tuoi undici fratelli; guarderanno quello, che io gli ho mandato. E diventerannoricchi strafondati e si compreranno la croce da cavaliere, si compreranno lo spadino, si compreranno ville e poderi e diventeranno signoroni. Vedrai il tuo signor padre, essendo diventato tanto signore, ti menare ai divertimenti, agli spassi, a questa festa, a quell'altra, a divertirti e tutto. Ti menerà anco nelCasino dei Nobili, che lì fanno anche i giochi di tutti i modi. C'è una stanza, caro Leombruno, che diranno diversi signori:Signore, che ha di rarità, Lei?—Oh! io ho un bellissimo quartiere!—Oh! io ho una bellissima villa. E la voglion vedere. Diranno:E Lei, bel giovane, non ha niente di rarità?Che non vi venga mai detto, che voi avete una bellissima sposa, sennò sarete tradito.»—Lei va, si leva un anello di dito:—«Tieni, caro Leombruno,»—e gnene mette in dito a Leombruno.—«A un bisogno grande, fregate quest'anello nel muro, domandate quello, che voi volete, tutto vi apparirà. Rammentatevi bene, caro Leombruno, di non dire, che voi avete una gran bellissima sposa, sennò sarete tradito. Addio! Addio!»—«Addio! Addio!»—E se ne vanno via. Caricate tutte le ricchezze e straportato via in un battibaleno. In quanto se ne discorre, fu straportato all'uscio (con le carrozze, i facchini e tutto) del suo signor padre e della sua signora madre di Leombruno. Sorte di carrozza Leombruno e bussa alla porta del suo signor padre e della sua signora madre. Si affaccia la madre alla finestra; gli fa:—«Signore!...»—«Farebbe grazia di aprimi?»—«Oh signor cavaliere, sissignore.»—Scende e gli apre.—«Signor cavaliere, ben arrivato.»—«Ben trovata, sposa. Dite, che io non so in queste parti come contenermi di niente. Vi contenterete, che nella vostra stanza qua, facessi diposare questi imbarazzi, che è qui? E se voi vi contentate, riposerei qui stanotte.»—Eh,signor cavaliere, è casa di poera gente, non abbiamo gran cosa.»—«Il contento son io, se voi siete contenta.»—«Contenta, contentissima per me.»—Accomodati i bauli in codesta stanza e tutto, rimane Leombruno e la sua signora madre soltanto, e sparisce ogni cosa: servitù, carrozza, facchini e tutto; altro che i bauli: i bauli rimane, e Leombruno insieme con la sua signora madre. In questo contrattempo eccoti il pescatore a casa. Vede questo cavaliere:—«Oh signor cavaliere!»—Si leva di cappello e tutto e lo riverisce. Dice:—«Caro pescatore, ci avete molti figli, voi?»—«Eh, caro signore, non me ne rammenti neppure! perchè di dodici figli, che io aveva, ne persi uno, che mi stava proprio a il mio core; e l'ho pianto sempre giorno e notte.»—«Come si chiamava?»—«Leombruno ai suoi comandi, signor cavaliere.»—«Oh come va?»—E gli racconta la novella il pescatore, che l'avea portato via un'aquila; che doveva averlo un serpente; e che, in quel momento d'avviticciarsi il serpente alla vita di Leombruno, apparì un'aquila, che lo straportò via:—«Che non so, poero mio Leombruno, in dove sia!»—«Ditemi, caro pescatore: se il vostro figlio lo doveste riconoscere, lo riconosceresti?»—«Eh, caro cavaliere; fusse tra tremila giovani, il mio figlio lo riconoscerei! Abbiate da sapere, signor cavaliere, che tra loro bimbi, quand'erano piccoli, facevano il chiasso tra di loro, ruzzolò una scala e si fece un sette nella testa, il poero mio Leombruno!»—Si leva il cappello Leombruno e va per rasciugarsi il sudore così, con il fazzoletto, che lui aveva in mano. Il padre e la madre, che ti riconosce il sette, che lui aveva nella testa di quando ruzzolò la scala:—«Ohimè! quello è Leombruno!»—cadono in terra tutt'e due svenuti. In questo presente momento, ti apparisce tutt'a undici ifratelli. Tutti a levarsi il cappello:—«Felice giorno, signor cavaliere; felice giorno, signor cavaliere! Cos'è stato?»—vedono in terra il padre e la madre.—«Uh, sono cascati non so in che modo,»—fa Leombruno.—«Qui bisogna riaverli.»—Prendono dell'acque odorose e rianno il padre e la madre. Il padre e la madre, riaviti tutt'e due:—«Figlioli miei, lo vedete questo cavaliere qui? Questo è vostro fratello Leombruno, come vojaltri.»—Gli s'avventorno al collo tutt'e undici, per baciarlo e tutto.—«Fratelli miei, lasciatemi stare; sennò mi consumerete tutto da' baci e la mia sposa come anderà? Venga, signor padre, tenga. Questa è una chiave sua; deve aprire e prendere il regalo, che le manda la mia legittima sposa; questa è della mia signora madre; e questa è una chiave per uno anche a vojaltri: il regalo della mia sposa, che vi ha mandato.»—Vanno a codesti mobili; aprono, ognuno con la sua chiave; e veggono tutte verghe d'oro e d'argento. Comincia il padre a dire:—«Guarda quante ricchezze ci hai portate, figlio mio!»—Dà via queste verghe d'oro, e compra ville, poderi e stabili da tutte le parti, che era diventato un gran signorone. Principia a comprarsi una croce, una bella croce da cavaliere e uno spadino per il fianco, il padre e tutti e undici i suoi figli. Il padre dice:—«Sai, caro Leombruno. Domani ci è feste innumerabili: anderemo a gòdersele[5], eh?»—«Sì, caro signor padre.»—Un giorno lo menava a quella delle feste; un giorno a quell'altra; un giorno poi lo mena al Casino dei Nobili. Entrano alla stanza di quel gioco, entrano alla stanza di quell'altro, si divertono. La stanza entra, che faceva parecchi signori:—«Io ho una bellissima casa.»—«Io ho una bellissima villa.»—«Io ho una bellissima di quella cosa.»—«Io ho una bellissima di quell'altra».—Il caro Leombrunostava in un angolo, zitto; e non diceva niente. Va diversi signori da lui:—«Lei, signore, non ha niente? non dice niente? non ha voce in capitolo? non ha niente da dirci?»—Rammentandosi sempre della sua legittima sposa, gli vien detto:—«Signori, ho una bellissima sposa.»—«Avete una bellissima sposa? Tempo tre giorni, che la sposa sia portata a il casino. Si vuol vedere.»—«Sentino, signori, non la posso straportare a il casino quassù. Tante e poi tante miglia lontano da me, non la posso straportare.»—«Se, in tèmpo di tre giorni, non è apparita la sposa al casino, pena la testa a voi.»—Dispiacente Leombruno, la mattina di poi se ne va al casino:—«La vostra sposa si vedrà nella mattinata?»—«Si vedrà, se potrà venire.»—«Male per voi, se non ci viene.»—Frega lui l'anello a il muro. Sente dire:—«Comandi, Signore.»—«Comando, che indispensabilmente apparisca la mia legittima sposa nel Casino dei Nobili.»—Lei gli manda una camerista bellissima, vestita di Regina. Gli apparisce.—«È questa la vostra legittima sposa?»—«No.»—«Oh! e allora?»—E gli sparisce. Va a dir di no, testa di tinca anco lui! poteva dir di sì. Rifrega la seconda mattina l'anello a il muro.—«Comandi, signore.»—«Comando, che indispensabilmente apparisca la mia legittima sposa.»—«Se quella era bella, la prima camerista, che gli aveva mandata, gnene manda un'altra più bella assai, che la prima, che gli aveva mandata. Apparisce lì.—«È questa, signore, la vostra legittima sposa?»—«No.»—Gli fa il visocúlo, gli volta il sedere anco questa e gli sparisce la seconda di quelle damigelle di corte, che madonna Chilina aveva.—«Signor cavaliere, domani è l'ultimo giorno. Quì in questo gran salone sia rizzata la ghigliottina, perchè dovete lasciar la testa, se non apparisce la vostra legittimasposa, che voi dite.»—La terza mattina, che lui è nella stanza del Casino dei Nobili, si raccomanda fortemente; e prega, che gli apparisca di vero zelo la sua legittima moglie, sennò lui è tradito, ha la morte. Fregando l'anello al muro, lì, la gli apparisce lei.—«È questa la vostra legittima sposa?»—«Sissignori.»—«Oh una volta s'è veduta!»—La va lei, gli strappa l'anello d'il dito, gli lascia andare un manrovescio e sparisce:—«Addio, l'hai avuta la sposa!»—Sparita, che l'è, lui se ne va via con il signor padre insieme, piangendo e sospirando:—«Cosa piangi e cosa sospiri, caro figlio mio? Hai portata tanta ricchezza; c'è da vivere tutti nojaltri, e poi, prendendo moglie i tuoi fratelli, con tutti i figli loro.»—Risponde Leombruno al suo signor padre:—«Senta, signor padre, non ho pace di me, se non vo a cercare la mia legittima sposa.»—Il padre dice:—«Figlio mio, che vuoi io che ti faccia? Vuoi andare incontro alla sposa, eh?»—«Sì, carissimo padre e carissima madre.»—«Vi dirò una cosa, figlio mio. Vi potrò dare de' denari, vi potrò dare delle cambiali, che voi potete fare il vostro interesse di andare incontro alla sposa.»—Abbraccia il padre, la madre, i fratelli e tutto:—«Addio, addio! Saprete delle nove.»—Carico di cambiali e di quattrini e se ne parte davanti il padre e la madre e i fratelli e via. Via, cammina, cammina, cammina, cammina. Ne' posti, in dove lui si fermava a rinfrescarsi oppure a mangiare, domandava, se avessero sentito, in dove risiedeva una certa Madonna Chilina. Cammina, cammina, cammina, cammina, trova una locanda; entra dentro in codesta locanda:—«Signore, si accomodi, si accomodi. Si vuol rinfrescare?»—Si rinfresca bene bene; soddisfa, paga l'oste. Gli domanda anche a lui, se avesse sentito, in dove risiedeva una certa Madonna Chilina.—«Cheh! non s'è sentito nominare dicotesti nomi.»—«No?»—e via di gran carriera. Trotta, trotta, trotta, trotta, nel trottare passa in un posto e sente contrastare due.—«Guardiamo, in dove sono.»—Guarda in un borro. Gli erano due giovinotti, fondo ma fondo, che avevano delle ricchezze, che ne facevano due parti. Eran due assassini.—«No, che tu non l'hai fatte giuste le parti! Qui ce n'è più, qui ce n'è meno.»—E si contrastano. Leombruno, che stava a guardarli:—«O giovinotti, che avete a contrastarvi?»—Rialzano il capo:—«Giusto Lei, la guardi, giusto Lei, ci faccia il piacere, venga qui da nojaltri.»—«Vi dirò una cosa: se fossi un uccello io ci verrei volentieri.»—«La guardi, La dee prendere codesto viùzzolo; e La vien via giù giù; e La si ritrova, in dove siamo nojaltri.»—Dice:—«Ho capito.»—Si ritrova fra questi due giovanotti.—«Dunque, cos'avete a ridire fra vojaltri? siete[6]boni, siete.»—«Qui La deve assapere, che questa qui è roba rubata. Semo due assassini, noi.»—«Oh mi rallegro con vojaltri.»—«Abbia da sapere, giovinotto, che queste qui non mi pajon parti fatte giuste.»—«State zitti; ve le farò io.»—Piglia una ripetizione di quà, una di là, le bilancia nelle sue mani e gli fa le parti, fra vezzi, anelli, tutte quelle ricchezze, che avevano robate. Dice:—«Ora queste le son parti! Queste, ma non quelle, che s'eran fatte fra nojaltri! Badi, sa Ella, c'è due altri capi grossissimi. Un pajo di stivali, che camminano quanto il vento.....»—«Benissimo»—fa lui.—«E un mantello: ce lo mettiamo addosso, non siamo più visti da nessuno.»—«Benissimo più che mai. Fatemi vedere questi stivali.»—«Eccoli lì.»—«La se gl'infilzi Lei»—gli fa a uno di questi assassini. Arriva e s'infilza questi stivali.—«Prendi il mantello, mettitelo sotto il braccio, guarda di andare su quella montagna tantoalta là.»—In un battibaleno gli era su quella montagna.—«Mettiti il mantello!»—E gli arriva questo giovinotto e si mette il mantello.—«Eh mi vede?»—«Eh no. Vien giù. Oh pròvateli te ora.»—Si leva gli stivali, si leva il mantello e se li mette quell'altro. Fa la solita anco lui. Va su quella montagna, si mette il mantello:—«Che mi vede?»—«No! Oh vien giù.»—Gli apparisce giù da Leombruno. Leombruno:—«Oh ditemi un po': io qui vi ho fatto le parti e ogni cosa: che me li faresti provare gli stivali e questo mantello?»—Dice:—«Sicuro!»—fra di loro.—«Sicuro!»—Gli apparisce il caro Leombruno e s'infilza gli stivali; prende il mantello e se lo mette sotto il braccio e via! Quando gli è sulla montagna:—«Eh! si metta il mantello!»—Si mette il mantello il caro Leombruno[7].—«Che mi vedete, giovanotti?»—«No.»—«Eh non mi volete vedere!»—e non si fa più vedere il caro Leombruno. E tra di loro si pigliano a tu per tu, si picchiano e tutto. E il caro Leombruno, con il suo mantello addosso, gli era giù da loro, gli era. Si dà la combinazione, che s'ammazzano tutti e due; e rimane solo Leombruno, lì. Il caro Leombruno di due parti e' ne fa solo un monte e si carica di tutte quelle ricchezze e va via. Cammina, cammina, cammina, cammina, si condusse a una locanda.—«Oh! qui mi voglio rinfrescare. Ditemi, locandiere; di primo impeto, innanzi rinfrescarmi, voglio sapere, se voi sapete, in dove pò risèdere[8]una certa Donna Chilina?»—«Venga, signore, venga qua, nojaltri non se ne sa niente di questi nomi. Ma venga qui. Vede quelle sette montagne? Tanti e tanti hanno domandato di questa donna Chilina, perchè non hanno mai potuto resistere di poterle salire.»—«Ditemi, ditemi, che io le salgo.»—Mangia, beve e tutto di questa locanda; e poi, a il locandieregli dà una bellissima ripetizione d'oro e due anella, e alla locandiera gli mette a il collo un bellissimo vezzo con una fermezza d'oro, per regalo. E gli lascia due cambiali di dugento scudi l'una, dando il regalo a tutti anco della locanda. Dice addio e va via. E sale tutte e sette queste montagne a una alla volta con gli stivali, che aveva. Gli facevano comodo. Si trova su, in questo prato, e nel mezzo a questo prato vede, come si dice? in dove stava l'eremita[9]. Picchia lui, picchia; e fa l'eremita:—«Chi mai, diavolo, ti ha straportato in queste parti? Vattene nel profondo del tuo abisso!»—«E' un casca nulla! E' mi ha preso per il gran diavolo!»—Ripicchia. L'eremita, che si affaccia:—«Chi mai vento ti ha straporto in queste parti?»—«Il mio pensiero, caro eremita!»—E gli apre l'eremita. E Leombruno sale.—«Cosa desiderate, bel giovane?»—«Desideravo sapere, in dove risiede una certa Donna Chilina.»—«Eh sentite, bel giovane, io non ve lo so dire; ma abbiate da sapere, che qui tutt'e sette i venti vengono nel mio quartiere a riposare.»—Viene, quando gli è una cert'ora, il Vento Marino:—«Oh bona sera, eremita! chi è questo giovane?»——«Eh! gli è un giovane, che cerca di ritrovare la sua sposa; una certa Donna Chilina.»—«Oh guarda! Io ne torno ora, torno adesso, caro bel giovane. Io ti ho da ditti una cosa: che, dimani, qualche altro vento, o Scirocco, o Marino, o Ponente, o Levante, o Pisano, o Tramontano!... chi sa che non tocchi a il Tramontano a andare domani da Madonna Chilina? che quell'isola non rimane mai senza ventolazione.»—«Oh! io ho piacere,»—risponde Leombruno. Viene adagio adagio tutt'e sei i venti; e l'ultimo gli è il settimo, che gli è il Tramontano.—«Badate,»—gli fa l'eremita,—«bel giovane, non vi spaventate; adesso sta per apparire il Tramontano; che la cella va da unaparte all'altra, che il Tramontano la porta in qua in là: ti sbarberebbe anco le mura.»—«Oh non mi spavento!»—In codesto contrattempo gli altri venti:—«Ma diteci, bel giovane, che è di voi?»—«La mia legittima sposa....»—fa Leombruno; gli dice tutta la novella.—«Dapò in qua, che voi mancate dalle sue braccia, Donna Chilina ha messo due grossi leoni alla sua porta d'ingresso; che un poveretto, che è per entrare dentro, è divorato.»—«Non ho paura.»—Tutt'in un tratto si sente brrrr! brrrr! brrrr! che gli era il Tramontano, che appariva, che la cella gli andava da una parte all'altra. E apparisce il Tramontano.—«Oh bona sera!»—fa.—«Che fa qui questo giovanotto? Che bon vento l'ha straportato?»—«Oh stati zitto, sai, caro Tramontano!»—e gli fanno tutto. Dice il Tramontano:—«Ma tu non sai, te? tu vuoi ire nelle braccia della tua sposa? Tu non poi, sai, andare.»—«Come io non posso?»—«Che voi venì' con meco?»—«Sì, che io vengo con teco.»—«O che cammini quanto me, te?»—«Sarà più facile, che cammini più io che te.»—«È possibil mai? E poi, anche che te cammini come me, non sai, che chi s'accosta al suo appartamento è divorato dai leoni?[10]»—«Non ho paura. Guarda, se io sarò liberato dai leoni!»—Spiega il mantello e se lo mette in dosso.—«Oh mi vedi, Tramontano?»—«No, che io, te, non ti veggo. Ho bell'e capito, gua'! te, tu vai nelle braccia della tua legittima sposa presto presto; ci hai tutti gli ammennìcoli!»—gli fa il Tramontano. Il Tramontano lo lascia e va via. Innanzi di lasciarlo, dice:—«Tu non te lo piglierai per male, se te lo dico: ci sarà le cameriste della tua legittima sposa, che fanno il bucato; quando sono per stenderlo lì, io apparisco lì, e gli butto tutto all'aria.»—«Buttagli tutt'all'aria,»—faLeombruno—«a me non me n'interessa niente.»—Lui, quand'è vicino, si mette il suo mantello addosso. Arriva, vede i leoni; e passa tra mezzo i leoni e entra nel suo appartamento. E si mette accanto a sedere sur una sieda, accanto alla sua legittima sposa. Dice:—«Ohimè!»—la fa lei. Sona il campanello.—«Comandi, Regina.»—«Portatemi qualche cosa: mi sento venire una mancanza.»—E arrivano e gli portano una bella zuppiera con del brodo. Cambio di prenderla lei, apparisce Leombruno, si prende la zuppiera e se la manda giù.—«Ohimè!»—la fa lei e si sviene.—«Ohimè, questo è il mio poero Leombruno! Chi sa la fame, che lui patisce. Lesto, portatemi qualcos'altro.»—Gli portano altra roba, per potersi sostentare della mancanza, che lei aveva avuta. La mangia Leombruno.—«Dimmi, che siei tu esso, che siei qui da me? Fammi la carità, fammi il piacere, fatti vedere, se siei te!»—Va lui e si leva il mantello:—«Sì, sì, son quello io, mia carissima sposa!»—Lei, che te lo vede, te l'abbraccia e te lo bacia dalla consolazione.—«'Un sai, eh? caro Leombruno; come hai fatto a venire da me nelle mie braccia?»—E lui, gli racconta tutta la novella, che gli era incorsa per la strada, nel venire a salutare la sua legittima sposa.—«Mi hai tu visto, carissima sposa, entrare nel tuo appartamento, accanto a te?»—«No.»—«Vedi, se non avessi avuto questo mantello, che è qui, sarei stato divorato dai leoni.»—«E quei leoni,»—la gli fa Madonna Chilina—«vedi, che ci è alla porta, ti saranno i tuoi fedeli, che ti salveranno dalla morte. Dico io una cosa: in quattr'e quattr'otto... Quanto tempo avrai perduto te, per fare la gita di venirmi a trovare me? E io ti dirò: in quattr'e quattr'otto voglio, che qui alla mia presenza appariscano il mio socero, la mia socera e tutt'e undicii miei cognati.»—E come di fatti, lei frega il suo anello a il muro.—«Comandi, signora.»—«Comando, che indispensabilmente, in questo momento, apparisca mio socero, mia socera e tutt'e undici i miei cognati nel mio appartamento.»—E Leombruno, che se li vede apparire: il padre, la madre e i fratelli. Il padre e la madre:—«Oh carissimo figlio!»—Fanno il complimento alla nora. I cognati similmente. E trionfalmente rinnovano lo sposalizio la mattina di poi. Il padre, che, benchè avesse la croce di cavaliere, benchè avesse lo spadino al fianco, gli fu consegnata una croce imbrillantata, che valeva un tesoro ed una spada l'istesso; e a tutti cognati l'istessamente la croce imbrillantata. La socera, rivestita, che, benchè non ne avesse di bisogno, nel modo e nella maniera, che volle Madonna Chilina, e se la tenne al suo fianco. Il padre l'istessamente al fianco della nora. E i fratelli, che erano undici, intorno al fratello; a onorare il fratello tutt'e undici quanti gli erano. Rinnovano le nozze e furono di bel novo sposi. Invito di signori, pranzo suntuoso. Diede da mangiare e bere a tutte le poere genti. E così se ne godettero e se ne stiedero.Stretta la foglia e larga la via;Dite la vostra, che ho detta la mia.NOTE[1]È in sostanza il libretto popolare intitolato:Bellissima Istoria di Liombruno, dove s'intende, che fu venduto da suo Padre, e come fu liberato, ed altre cose bellissime, come leggendo intenderete.CANTARE PRIMODammi ajuto, che puoi, musa divina,Di componere una istrana istoria,Che la mia cetra non vi si rovina;Ma ajuta la debol mia memoria,(Perchè, nè di saper, nè di dottrina,Nemmen di poesìa non vanto gloria)Sì ch'io possa narrar un caso in rima,Ch'a ciascun piaccia dal piede alla cima.Signori, trovo, che per povertadeMolte persone son male arrivate,Hanno perduto la lor libertade,La povertà sì forte l'ha cacciate.Voglio cantar di una veritade,Qual'è di un padre (se mi ascoltate),Com'egli venne a così gran periglio,Che per campar vendè un suo figlio.Il pover uomo era un Pescatore,Ed ogni giorno sì andava a pescare.Per sua disaventura, a tutte l'ore,Poco pesce veniva egli a pigliare.Terra, nè vigna non aveva ancora,Ben tre Figliuoli avea da nutricare;La sua Donna era fresca più che rosa,Viveva di pescar, non d'altra cosa.Una mattina il buon uom si levò,A pescar con la barca fu andato.Punto di pesce il giorno non pigliò,Onde il buon uomo si fu crucïato.E a un'Isoletta del mare arrivò,Ed ivi un gran Corsaro ha ritrovato;Il qual gli disse:—«Che mi vuoi tu dare,«S'io ti darò del pesce, e assai dinare?»—Rispose:—«Io ti darò ciò, che tu vuoi;«Onde ora dimmi ciò, che posso fare.»—Parlò il Corsaro con i detti suoi,E dissegli:—«Se tu mi vuoi menare«Su st'Isoletta uno dei figli tuoi,«Se mi prometti di non m'ingannare,«Io ti darò del pesce per ristoro,«E ancor moneta assai d'argento ed oro.»—E quel buon'uomo n'ebbe gran dolore;Per povertà convien che gl'imprometta,E gli rispose:—«Io ti darò il minore,«E menarollo su quest'Isoletta.»—Il mal Corsaro non fece dimore:Pigliò del pesce ed empì la barchetta;Moneta gli diè assai, chè gliel portassi.Disse:—«T'annegarei, se m'ingannassi.»—E quel buon uomo gli rispose ardito:—«Io certamente non t'ingannerò.»—E poi verso di casa ne fu itoCon tutto il pesce assai dinar portò,E di buon vestimento assai vestito.La moglie ed i figliuoi ben adobbò;Di vettovaglia la casa ha fornita;Ma del figliuolo avea una gran ferita.E poi chiamò il suo figliuol minore;Nella barchetta seco lo menò;Dentro del cor aveva gran dolore,E navigando a l'Isola arrivò.Onde dalla barchetta il trasse fuore,Dicendo:—«Aspetta sin che tornerò.»—Così lasciò il figliolo con affanni,Qual non avea passato li sett'anni.Essendo il Padre suo da lui partito,(Che del figliuol non vuol veder la morte)Il Corsar Turco gli apparse ardito,E via 'l volea portar per cotal sorte.E quel figliuolo forte fu smarrito,Che non aveva nissun, che 'l conforte.—«Ajuto! Ajuto!»—cominciò a gridare,Che il Turco tosto si mise a scappare.Rimase il fanciullin con gran paura,Solo soletto su quell'Isolella;E guardò, e vide sopra dell'alturaSotto forme grifagne una donzella,Che un'Aquila parea la sua figura.E pel fanciullo se ne venne quella,E gli disse così:—«Non dubitare,«Che da questa Isoletta ti vo' trare.»—Disse il fanciullo:—«Non mi vuò partire,«Perchè mio padre qui debbo aspettare.»—L'Aquila all'ora sì gli prese a dire:—«Dov'è tuo Padre ti voglio portare.»—E prese quel fanciul, senza mentire,Sopra dell'aere cominciò a volare:E così lei per l'aere il portava,E meglio che in barca camminava.Poi gli mostrò 'l bel paese soprano,E il suo Castello, ch'era in lunghe parteQuattrocento giornate per certano.E più ancora fa menzion le carte:Che l'Aquila con quel fanciullo altanoIn una notte se gli andò per arte;La sera, che dall'Isola traeva,E la mattina al suo Castel giungeva.Poselo in una sala molto bella.—«Ora m'aspetta fin che torno»—disse;Ed entrò in zambra, e diventò donzella,E parve fuor del Paradiso uscisse.Lucevan gli occhi suoi più che la stella,E assomigliava il Sol, che risplendesse;Era vestita di molti bei panni,E non avea passati li dieci anni.La fanciulla, la qual ora vi dico,Lei si chiamava madonna Aquilina,Che scampò quel fanciullo dal nemico,Quando lo trasse fuor della Marina.Andò da lui, e disse:—«O bell'amico,«Io ti auguro la buona mattina:«Io son colei, che in alto ti portai,«Quando da quel Corsaro ti scampai.»—E quel fanciul, con grande sentimento,Cortesemente esso la ringraziò,E dissegli:—«Madonna, io son contento«D'esser tuo servo; e sempre tal sarò.»—E lei rispose:—«Non pigliar spavento,«Ch'ancora più contento ti farò.»—E lei dieci anni avea, ed egli sette:E così più d'otto anni ancora stette.Quando cresciuti furon in etate,Egli pareva un giglio, ella una rosa;Quella Madonna, piena di bontade,Disse:—«Il mio cor giammai non avrà posa,«Se non adempio la mia volontade;«Propongoti, ch'io sia la tua sposa.«Poichè allevato t'ho, donzel gradito,«Ora ti piaccia d'esser mio marito.»—E quel fanciullo, con buona dottrina,Cortesemente gli ebbe parlato,E gli rispose:—«Madonna Aquilina,«Con gran fatica m'avete allevato,«Voi mi cavaste fuor della marina,«Ciò, ch'a voi piace, son apparecchiato.»—Ed il suo nome dico a ciascheduno:La gente sì lo chiama Liombruno.E poi sposò la donna a cotal sorte:Lei per sua sposa, e lui per suo marito.Il suo Castello era cotanto forte,Di ciò, che bisognava, era fornito;Per fin nell'aere aveva due porte,Fatte per arte ed in cotal partito,Che niuna persona intrar potea,Se madonna Aquilina non volea.E Liombruno sapea l'incantamento,A suo diletto usciva egli ed entrava;E sì spesso facea torniamento,In belle giostre al tutto si approvava.E quella donna di buon sentimentoDi giorno in giorno sempre più l'amava,Perch'era bello e pien di gagliardìa,Sì che la donna gran ben gli volìa.E, stando un giorno tutto pensieroso,Quella donna gentil gli ebbe parlato,E sì gli disse:—«Marito, mio sposo,«Perchè stai tu alquanto corrucciato?»—Rispose Liombrun tutto doglioso:—«Madonna, un gran pensier mi si è levato,«Li miei fratelli veder io vorria,«Ed il mio Padre e Madre in compagnia.»—Disse la Donna:—«Se tu vuoi andare,«Voglio, che mi prometti senza inganno,«Termine ti darò, di ritornare:«Voglio, che tu torni al fin dell'anno.»—E Liombruno gli prese a parlare:—«Madonna, el sarà fatto senza affanno.»—Ed ella gli donò un bell'anello,Che da disagio campasse il Donzello.Disse:—«A l'anel ciò ch'avrai dimandare,«Tu l'averai a tutto tuo piacere;«Denaro e robba senza dimorare,«Ti sarà dato a tutto tuo volere.«Ma guarda ben, non lo manifestare,«Che mai più grazia non potresti avere!«E fa, che dentro un anno tu ritorni,E, se più stai, non varcar quattro giorni.»—E Liombruno disse:—«Volentiere.»—E questa donna nobile e gradita,Innanzi che partisse a tal mestiere,Ben quattro dì fe far corte bandita;E fecelo far anco Cavaliere,Fugli ben cinta la spada forbita.E fatto questo prese esso comiato,Messer Liombrun: così era chiamato.Egli avea d'andar giorni quattrocento,Innanzi ch'al suo paese arrivasse;E questa donna, per incantamento,Ordinò che lui si addormentasse.Ed all'Arte ella fa comandamento,Che in suo paese presto lo portasse.E Liombrun s'adormentò la sera,E la mattina nel suo paese era.Ma quando venne sù l'alba del giorno,Presto Liombruno si fu risvegliato;Rizzossi in piedi, guardossi d'intorno,Il bel Paese ha ben raffigurato.Di Liombrun quel Cavaliere adorno,Umilmente la Fata ha ringraziato,Ed all'anello grazia gli chiedia,Ciò che gli domandava gli venia.Per la virtù, ch'avea quel bell'anello,In prima se gli diede un buon destriero;Un vestimento poi sì ricco e bello,Come bisogna a ciascun Cavaliero.Valige poi ancora appresso quelloFornite di fiorini, a tal mestiero,E gente gli chiedeva senza fallo:Assai ne venne a piedi, ed a cavallo.Con questa gente e con quelle valiciAndò a sua casa, ove trovò suo padreE' suoi fratelli, ch'erano felici,E le valige appresentò alla Madre.Danari avea per sè e per gli amici,Per li parenti e cugine leggiadre;I suoi parenti dicea ciascheduno:—«Ben sia venuto messer Liombruno.»—Ed essi pur dicevan tutti quanti:—«O Liombruno, dove sei tu stato?»—E Liombrun gli rispose davanti:—«In veritade, ch'ho ben guadagnato;Io son stato con ricchi mercadanti,Che m'han così vestito ed addobato,Per il bene servir, che ho fatto a loro,M'han fatto Cavalier di Bufaloro.E a questi mercadanti io ho promesso,Prima che passi un anno, di tornare.»—Li suoi parenti gli dissero adesso:—«O Liombruno, dove voi tu andare?Il gran Re di Granata sta qui appresso,Ed una figlia sua vol maritare.Il torneamento ha fatto già bandire,Che chi vince ne faccia il suo desire.»—E quando Liombruno questo udìa,Vennegli il cor di veder sua ventura:Ed all'anello subito chiediaUn bel corsier con tutta sua armatura.Ciò, che domanda, tutto gli venìa,E Liombrun si armava a dirittura,Da suoi parenti comiato pigliava,E ciaschedun di loro lacrimava.E Liombruno sì prese comiato.Tanto cavalca, ch'è, giunto in Granata,Là dove il torneamento era ordinato,E la gran Giostra era già cominciata.L'altro giorno ivi se n'andò sul prato,Dove la gente era ben radunata.Ivi era un saracin molto possente,Che nella Giostra era quasi vincente.Quel Saracino avea tanta fortezza,Nissun a lui non si volea accostare;Perchè era prode e pien di gagliardezza,A suoi colpi nissun potea durare.Ma Liombruno, pien di gentilezza,Davanti a lui s'andò a presentare;Dissegli il Saracino:—«A me ti rendi;O, se tu vuoi giostrar, del campo prendi.»—E Liombrun gli disse:—«Volontieri.»—Arditamente del campo pigliava;Il Saracino, ch'è forte e leggeri,Su 'l buon destrier all'ora s'affermava.E rivoltorsi i nobil Cavalieri,L'un inver l'altro forte spronava.Li Cavalieri insieme fur scontrati,Or udirete i colpi smisurati.Il Saracino e messer LiombrunoVenivansi a ferir arditamente:Dui gran colpi si dettero ciascuno,Ma pur il Saracino fu perdente.Arme, ch'avesse, non gli valse un pruno;Che Liombruno, nobile possente,Il ferro e l'asta nel cor gli cacciò,E giù del destrier morto lo gettò.Caduto in terra morto il Saracino,Liombrun forte nel campo ferìa;Quanti giungeva metteva a declino;Ma ciascheduno gli dava la via,Che ben pareva un franco paladino.Con alta voce ciaschedun dicia:—«O non combatter più, franco Signore,Che della Giostra tu hai vinto l'onore.»—Il Re fece venir il Cavaliere,E sì gli disse:—«Baron valoroso,La mia figliuola sarà tua mogliere,E tu sarai mio genero e suo sposo.»—E Liombruno disse:—«Volontiere,Ciò ch'a voi piace, alto Re glorioso.»—Ma lo Re innanzi, che gliel'abbia a dare,Co' suoi Baroni si vuol consigliare.Il Re a' suoi savi ebbe dimandato,Dicendo:—«Che vi par del Cavaliere?Voi dovete saperlo.»—Ebbe parlato:—«Fuor ch'in suo paese egli ha mogliere,E non ci par di così gentil stato,Che s'acconvenga a voi per tal mestiere.Benchè sia prode e pien di gagliardia,A noi non par, che convenevol sia.«Ma, se volete a nostro senno fare,Voi ordinate, che ciascun si vanti,E, dopo, il vanto, senza dimorare,Ve lo presenti subito davanti.»—E l'altro dì si fece ritornareIn su la Sala i Baron tutti quanti,Ove ordinò, che ciascun s'avanzasse,Poi li vanti davanti ad un portasse.Chi si avvanta di bella mogliere,Chi si avvanta di bella magione,Chi di Caval corrente e buon destriere,Chi di gentil Sparviere e buon Falcone,Chi di Palazzo e chi di Torri altiere,Chi si vanta di sua condizione;E quando poi ciascun si fu vantato,Messer Liombruno si fu domandato.Or disse il Re:—«Perchè non vi avanzate?»—E Liombruno così rispondia,—«Sacra Corona or deh! mi perdonate.»—Rispose lui:—«Perdonato ti sia.»—E Liombruno disse:—«In veritade,Io pur mi vanto della donna mia,Più bella donna non la puoi trovare;Fra venti giorni lo voglio provare.»——«Termine mi dimandi venti dì,»—Rispose il Re:—«Io te ne vuò dar trenta.»—Liombruno disse all'anello lì:—«Monna Aquilina tosto qui appresenta.»—E quella donna, perchè a lei fallì,Non vuol venire, acciò ch'egli si penta.Ne passa trenta giorni senza resta,Alli trenta dovea perder la testa.A i trenta giorni quella fu venuta.Fuori della Città si ritenìa.Una donzella gli ebbe travestita,Mandolla al Re e sua baronia.E quando il Re costei ebbe veduta,Che era piena di tanta leggiadria.Disse a Liombruno:—«È quella tua mogliere?»—E lui rispose:—«Nò, dolce messere.»—La cameriera presto si arrivavaDavanti al Re e ad ogni Barone,Quando il Re la donzella non guardava.Quella era tanto bella di fazione!Verso di Liombruno lui parlava:—«È questa tua moglie gentil campione?»—Disse Liombruno con dolce favelle:—«Signor nò, ambedue sono donzelle.»—E Madonna Aquilina fu arrivata,Col suo bel viso, che rendea splendore;Davanti al Re si fu rappresentata,Poi di lì si partì senza dimore.E quando il Re costei ebbe guardata,Disse a Liombruno:—«Nobile Signore,Or mi perdona per tua cortesia.»——«Perdona a me.»—Liombrun rispondia.E Liombruno prese comiato,E dietro alla sua donna se ne gia.Ella l'aspetta con viso turbato;Liombruno gridando la chiedia.Ed ella disse:—«Falso rinegato,Della tua morte ancor m'incresceria!»—Per Arte quella donna se n'andava,Nè arme, nè caval non gli lasciava.Nè arme, nè caval non gli lasciò,Liombruno in un bosco fu entrato,Dove che tre malandrini trovò,Che ciascheduno parea disperato.Nel secondo cantare vi dirò,Ciò che al Cavaliero fu incontrato,Di Liombrun dett'ho il primo cantare,E la seconda parte vò contare.CANTARE SECONDOSignori, dissi nell'altro cantare,Come Liombruno dal Corsar scampò;Di punto in punto v'ebbi a ricordare,Come per grand'onor al padre andò.Ed io vi dissi quello, ch'ebbe a fare,Come madonna Aquilina il lasciòSenz'arme e (quel, ch'è più) senza cavallo,E come s'incontrò in un gran fallo.Tre malandrini avevano rubbato,Duoi mercanti e morti a gran furore,E lor denari avevano essi a latoSopra una pietra per partir allore (sic.)Ciascuno quivi parea disperato,Insieme facendo essi gran rumore.Per darsi morte le spade son tratte,Per un mantello, per un par d'osatte.E quel mantello lo voleva l'uno,L'altro le osatte, nè si può accordare;Al terzo poi non ne rimaneva uno,E tutti tre si ebbero a crucciare.In tanto ivi arrivava Liombruno;E quando lui gli vide così stare,Il più antico di loro il chiamò;E Liombruno prestamente andò.E sì gli disse:—«Amico valoroso,«A queste cose abbi gran providenza,«D'esto mantel, ch'è tutto grazioso,«Di queste osatte dacci la sentenza.»—E Liombruno sì gli ebbe risposo:—«Acciò che possa dar giusta sentenza,«La virtù del mantello voi mi dite,«E delle osatte poi che voi sentite.»—Uno di loro, ch'era più saputo,A Liombruno si prese a parlare,E sì gli disse:—«Sarà provveduto,«Chi questo manto indosso avrà a portare:«Da uom del mondo non può esser veduto.«Di quelli osatti ti voglio contare:«Chi gli ha in piedi camina più che vento,«Perchè son fatti per incantamento.»—Disse Liombruno:—«Non lo crederia,«Se primamente non l'avrò a provare.»—Ed il più antico sì gli rispondia:—«Or te li metti e poi comincia andare«Alquanti passi su per questa via.»—Lui se li mise senza dimorare;Di poi si fu calzato, LiombrunoE del mantello dimandava ad uno.—«S'egli è ver ora quel, che voi dicete,«Un gran tesoro vale, in fede mia!»—Disse il più antico—«Se ve lo mettete,«Voi vedrete s'egli è vero o bugìa»—Lui se lo mise, e disse:—«Mi vedete?»——«Non vi vediamo»—il malandrin dicia.Lui prese dei fiorini a suo piacere,Perchè niuno non lo può vedere.Sì che Liombruno non tardò niente,Ma il mantello e gli osatti ha via portato,Lì malandrini rimaser dolente.Sul più antico il lor cruccio han disfogatoDicendogli:—«È tuo amico, o tuo parente?»—E gli altri due così l'hanno ammazzato,Benchè dicesse:—«Il giuro, nol conosco,«Nè mai il vidi se non in questo bosco.»—E fatto questo, s'ebbero voltatiVerso la pietra, ov'eran li denare;E vedendo, che gli erano scemati,Tosto poi tra lor s'ebbero a sdegnare;Dicendosi l'un l'altro:—«Li hai rubbati.»—E con le spade cominciorno a dare.Li colpi furono sì crudeli, e forti,Che ambi restonno su quel punto morti.Liombruno sentiva il gran rumore,Voltossi indietro, e se ne sta a vedere.E vide crudi colpi di valore,Che ciaschedun si dan di buon volere.Indietro ritornò senza timore,E prese de' fiorini a suo piacere,Ch'eran da trenta milla e settecento,Poi caminava più che non fa il vento.E Liombruno tanto caminò,Che ad una gran Città fu arrivato;Dentro d'un'Osteria lui entrò,E tre Mercanti lì ebbe trovato,E quei cortesemente salutò.Lor il saluto gli ebber raddoppiato,E pel saluto, che fe' Liombruno,In piedi fu levato ciascheduno.Vedendo Liombrun li Mercadanti,Che ciascheduno gli facea onoreE gli parlava con dolci sembianti,—«Assentatevi giù, gentil Signore;»—E Liombruno disse all'Oste innanti:—«Reca del vino, dico, e del migliore;«A questi Mercadanti dà da bere,«Che voglio star con lor di buon volere.»—E così stando, il vino fu recato,Poichè ebbero bevuto lì davanti,Liombruno a loro gli ebbe parlato,E si gli disse:—«O gentil Mercadanti,«Voi che cercate del Mondo ogni lato,«Li Regni co' paesi tutti quanti,«M'insegnate la terra oltremarina,«Ov'è signora madonna Aquillina.»—Niun di loro gli sapea insegnare,Ma volto l'uno l'altro a quel, che chiese,Rispose:—«Mai l'udimmo nominare,«Noi per il vero questo tal paese.»—Disse il più antico:—«Tu potresti andare«Millanta miglia, e forse più d'un mese,«Caminaresti, cotal argomento«Ne tel potria insegnar se non il vento.»—Disse Liombrun:—«V'è nessun, che sapesse,«Come si possa il vento ritrovare?»—Il più antico par, che rispondesse:—«Se su quel monte tu potessi andare,«Ed aspettar il vento, che venesse,«A casa d'un Romito ad albergare,«Più di sessanta venti per certano,«Quando là sono ogn'un par corpo umano.«Ma dell'andar non ti metter in prova,«Che giammai non vi fu uomo creato.«Sol un Romito, e questo vi si trova,«Perchè da' venti lui vi fu portato;«Ed ogni capo d'anno si rinnova.«Siccome l'alto Eolo ha ordinato,«Così vi viene portato dal vento,«Conforme al grande Nume è in piacimento.«Quella montagna ha sì grande altura«È sì pendente da montarvi suso,«Che mai nissun vi monta per sciagura,«Ch'a mezzo miglio non ne venghi giuso«Morto per terra in quella pianura.«Però d'irvi ciascuno è pauroso;«Deh non vi andar, se tu non vuoi morire.»—Dice Liombruno:—«A me convien pur gire.»—Per la virtù, che avevan quegli osatti,Allegramente Liombrun caminava,E giunse alla montagna in cotal patti,Che sopra quella non timido andava.Arrivato al romito, batti batti!E quel Romito si maravigliava,Ed alla cella fuori si facea:Aprì il portello e nissun non vedea.E quel Romito gran paura avea,Perchè credeva fosse un spirto fello.Ma Liombruno a dietro si traeva,E dal dosso si trasse il mantello,Acciò che il Romito lo vedea,E poi sì fè davanti del portello.Allora quel Romito s'assicuraVedendo di persona la figura.Ancor non era il Sol ben tramontato,Secondo che l'Istoria ne fa conto,Quando Liombrun dal Romito arrivato,Gli disse:—«Amico, che sei quà tu giunto?»—Quel buon Romito l'ebbe addimandato;—«Or da qual parte sei qui sopra assunto?«Non fu mai uomo alcun, che ci venisse,«Salvo, che il vento ce lo conducisse!»—E Liombruno sì gli rispondia,E disse a quel Romito con desìo:—«Mi ha portato la ventura ria,«E questi osatti, che a' piedi ho io,«Sol per amore della donna mia,«La qual mi tiene legato il cor mio.«Monna Aquilina si chiama palese,«Che signoreggia di strano paese.»—E quel Romito, da lui invitato,A Liombruno si prese a parlare:—«In la mia vita mai in nissun lato,«Cotal paese non udì nomare.»—Disse Liombruno:—«Mi è stato insegnato,«Che quà su i venti vengon albergare,«Per lo mio amor quando saran tornati,«Pregovi di averli interrogati.»——«Or entra dentro»—quel Romito disse,—«Fin che tornino i venti ad uno ad uno,«Che gli domanderò se lor sapisse.»—Dentro la cella n'andò Liombruno.Nel luogo del Romito egli si misse.Per fin che i venti tornasser ciascuno,E quel Romito poi li congiurava,E di Aquilina gli addimandava.In prima venne il vento Ponente,E di poi quello veniva il Garbino;Vento Levante; e poi, subitamente,Il gran vento, che tuttor vien d'Alpino;Vento Maestro venne similmente,Vento Greco, ed il buon vento Marino;Vent'Ostro, vento Borea, e Tramotana,E molti venti del mar della Tana.Quel Romito da Liombrun pregato,Ad uno ad uno scongiurava i venti,Che quel paese gli avesse insegnatoIn qual parte si trovava presente,Ciascun diceva:—«Non vi son mai stato.»—E un di loro parlò immantinente,Disse:—«Scirocco è già per arrivare,Forse, che lui ve lo saprà insegnare.»—Così essendo Scirocco già arrivato,Che quel romito per virtù inclina,Di quel paese gli ebbe domandato,Dov'è signora madonna Aquilina.Sirocco disse:—«Lì, vi son ben stato.E ritornarci voglio domattina.»—E Liombruno sì gli prese a dire:—«Se 'l t'è in piacer, con teco vo' venire.»—Disse il vento:—«Vuoi tu con me venire,Che il paese è tanto lontano?D'aspettar te io vedo non potire.Amico caro mio, tu parli in vano.»—Disse Liombruno:—«È proprio mio volire!Seguir ti voglio per monte e per piano;Se domattina tu mi vuoi chiamare,Quando sei in punto di voler andare.»—Disse Scirocco:—«Io ti chiamerò,Poichè con meco pur tu vuoi venire;In niuna parte non t'aspetterò,Questo ti dico, e ti faccio gire.La strada col cammin ti mostrerò;Vedrò, vedrò se mi potrai seguire.»——«Io son contento,»—Liombrun dicìa,Purchè mi trovi il cammin e la via.»—E quel Romito da cena gli dava,Di quelle cose, che per lui aveva;E mentre per ciò egli preparava,Mai da Sirocco Liombrun si parteva.Poscia a dormire subito n'andava,E gli osatti da' piè non si traeva,Per esser presto, se il vento il chiamasse,A seguitarlo dove quello andasse.E quando il giorno cominciò a spuntare,Scirocco Liombrun ebbe chiamato,E disse:—«Amico, voi tu camminare?»—Rispose lui:—«Io son apparecchiato,»—E uscì di fuori senza dimorare,La strada, ed il cammin gli ebbe mostrato—«Vedi quella montagna, ch'è sì lungi?Lassù me troverai, se tu m'aggiungi.»—Poi si partiva Scirocco fuggendo.E Liombruno da quel RomitelloPrese comiato; e vassen via, correndoDietro il vento, e messesi il mantello.Sirocco indietro si andava volgendo,E Liombruno andava innanzi ad ello.E così alla montagna arrivò primaDel vento, e l'aspettò su quella cima.Or disse il vento:—«Che uomo sei tu,Che per la via non ti posso vedire,E quanto io cammino, e ancor tu più?Non mi credea, che potessi venire.Quella montagna lungi vedi tu?Fin là con meco ti convien seguire,E poi là mostrerotti, amico bello,Di madonna Aquillina il suo castello.»—Allor Scirocco innanzi s'avviava;E Liombruno il mantel si mettea,Ed innanzi del vento se n'andava.Scirocco pur indietro si volgea,E spesse volte Liombrun chiamava,Liombruno, che innanzi rispondea,E come alla montagna fu arrivatoInnanzi il vento, il mantel s'ha cavato.Liombruno allora levato il mantello,Il vento giunse presto; e sì gli disse:—«Io ti prometto, caro amico snello,Tu sei miglior corrier, che mai vedisse!Or leva su, che ti mostri il castello.»—E poscia il vento da lui dipartisse;E per un'altra via il vento andava,E Liombruno al castel caminava.E Liombruno niente ha dimorato;Con allegrezza prese a camminare,E dentro del castello fu entrato.Salì il palazzo senza più tardare.Nella sala trovò apparecchiato,Che madonna Aquillina è a desinare;E con lei stava a mangiare a tagliere,E non vedean le donne il Cavaliere.Una donzella di coltel tagliava,L'altra donzella di coppa serviva,E Liombrun di buon cor mangiava,Ciò gli bisogna, e nissun nol vedia.E quella donna si maravigliava,Di quella robba, ch'innanzi venia,La quarta parte non gli par mangiare,Di quel, che innanzi si facea recare.Per la virtù, ch'aveva questo mantello,La donna non vedea quel sì ardito;E Liombruno aveva ancor l'anello,Che essa gli donò quando fu partito,Ed egli allor si ricordò di quello,Liombruno gentil, Signor gradito,Sopra il tagliere lo lasciava gire.La donna il vide, e presto prese a dire:—«Questo è l'anel, ch'è tanto grazioso,Ch'a Liombruno diedi quella volta!Ancora l'averia fatto giojoso,Se la virtute non gli avesse tolta.Sempre il mio core ne sarà doglioso,L'alma mia in pena si è rinvolta.»—A la passion che la donna ha sentita,Svenne, ed al suolo cadde tramortita.. . . . . . . . . . . . . .E la donzella di camera uscia,Come la donna gli avea ordinato.Nascosto Liombrun dentro ne gia,Ed alla sponda lui si fu accostato.Quella donna pel gran dolor dormia;Appresso lei egli fu appoggiato,Al chiaro viso, e in bocca l'ha baciata:Allor la donna si fu risvegliata.E Liombruno il mantel si mettea,Sì che la donna nol vedea per niente,Subitamente quella allor diceaIn fra sè stessa:—«Lassa me dolente,»—(Che Liombruno morto ella credea),—«Io me lo insognava certamente!Tapina me, ch'io non ho più conforto,Questo è segnal, che Liombruno è morto.»—Allor la bella donna imantinente,Un'altra volta si mise a dormire,E Liombruno fece similmente,Il mantello fingendosi scoprire.Ma ella si voltò ben prestamente;Che col mantel non si puote coprire.Ed alquanto lo vidde ella per certo,Prima che col mantel fosse coperto.Di dormire Aquillina allor s'infinseE Liombruno il mantel si è levato.Ella fu presta e con le mani il cinse,Prima che Liombrun l'abbia indossato;E così fortemente ella lo strinse,Dicendo:—«Liombrun, chi t'ha insegnatoLo incantamento, che adopri per Arte?Chi t'insegnò venir in questa parte?»—E Liombrun gli disse tutti i fatti,De' malandrini, che trovato avia,Di quel mantello e ancor di quelli osatti,E del vento, che gl'insegnò la via,In tra lor dui non ci bisogna patti,Le braccia al collo ciascun si mettia,Ed ambidui con un amor veraceSposandosi, così fecer la pace.Entrambi stetter poi allegramente,Per fin che visser, con perfetto amore.Io prego il mio lettore pazienteDi perdonare ogni mio grave errore.Auguro a tutta la mia buona genteChe si mantenghi in pace e buon umore;E al fine ognuno di voi abbia gloria!Al vostro onore cantata ho l'istoria.La popolarità di questo poemetto, del quale la lezione è scorrettissima, può argomentarsi da quanto narra l'autore delle facezie di Messer Poncino.—«Un certo pazzarello, tocco dalfumo dell'ambizione, per essergli stata laudata una sua frottola senza frutti da non so che ignorantissimi Cinciglioni, aveva abbandonato l'esercizio suo, ch'era d'armar nastri et altre simili cordelle e s'era persuaso Poeta.»—Il Poncino gli diè la soja, ond'egli tutto si ringalluzzì.—«Prese finalmente congedo, dopo, che ebbe oltre modo nojoso e lungo tedio recato al visitato gentiluomo con suoi pazzi cinguettamenti, Filippo Mastrucci, che questi erano il nome et il cognome del mentecatto giovine; e, ritornato alla sua povera casa, serratosi in un suo camerino, cominciò a voltare quando Buovo d'Antona, quando Dama Rovenza dal Martello, quando Aiolfo di Barbiconi, quando la vita del francese Gargantuaso e quando la frottola di Liombruno.....»—Vedi,Le piaceuoli | et ridicolose | facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | Con l'aggiunta d'alcune altre, che nella prima | impressione mancauano. | In Venetia, M.DC.XXVII | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti.[2]Rammenta il mito di Ganimede.[3]Aquilina.[4]Curioso quelsissignoredivenuto invariabile, col semplice significato disì, ma con una sfumatura di cortesia maggiore.[5]Gódersele, facendo il verbo della seconda, inèrelungo, anzi che della terza, inerebreve.[6]Siete, quì persiate.[7]Veramente Liombruno la fece da mariuolo. Questo mantello vien ricordato dalPanantinelPoeta di Teatro, canto XXIV.Se scorgo una carrozza, ove suppongoChe possa riconoscermi qualcuno,Mi turo, mi rannicchio, mi nascondo,Il mantello vorrei di Liombruno.Liombruno è ricordato anche nel Canto XVII diBertoldo, Bertoldino e Cacasenno......È un giovanotto di circa trent'anniInstivalato e avvolto in mantel bruno,Che il copre e par gli metta al corso i vanni.Dice Marcotte allor:—«Questi è Liombruno,Che fece col mantello vari inganni.»—[8]Risèdere, sdrucciolo. Dicendo essi spessissimosèdere, verbo e sostantivo. (Vedi in questo volume la novella intitolataLe dueBelle Giojee la Nota a pag. 410). Il che mi ricorda quell'aneddoto dell'improvvisatore, che s'indusse dopo lunghe preghiere ad improvvisare e cominciò in tal forma:Oh che bel vèdereSe spunta il dì....Subito l'interruppe uno degli astanti e compì la strofetta:Si ponga a sèdere,Basta così.N.B.Questo aneddoto si narra anche diversamente. Secondo un'altra lezione, l'improvvisatore avrebbe detto:O che bel vèdere,Sul far del giornoVolar la grù!...E l'interuttore:Si ponga a sèdere.Si ride intorno:Non parli più.[9]Suppongo, che s'abbia a direRomitoriooppureEremoovveroRomitaggio.[10]Questi leoni ricordan Cibele.

LA NOVELLA DI LEOMBRUNO.[1]

C'era una volta un gran pescatore. Questo pescatore la mattina si alza co' il suo garzone e va per andare a far la pesca. Quando lui gli ha armato la sua rete, la getta in mare; ma butta giù e tira sù non pescava nemmanco un pesce.—«Vai garzone, vai a casa; e fatti dare la rete di numero uno, per vedere se si pesca qualche pesce.»—Butta giù la rete nel mare; va per tirarla sù: questa rete non veniva. I curiosi, tutte le genti, si fermano per vedere, si mettono alla rete, a il canape, e tira, tira, tira, tiran su la rete, e salta fori un serpente tra i pesci. Tutte quelle genti fuggirono, vedendo il serpente. Dice:—«Pescatore, cosa fai?»—«Che vole, signore, son quì che faccio la mia pesca; gli è il mio mestieri, per tirarmi un poco avanti.»—«Dimmi un po', hai figli?»—«Oh, ce ne ho dodici.»—«Dodici ne hai?»—«Sì.»—«M'imprometti di portarmi uno dei tuoi figli domani? Farai pesche innumerabili, che diventerai un gran ricco pescatore ancora te. E se non me lo porti, io ammazzerò te e tutti i tuoi dodici figli.»—«Oh Le pare! Sarà ubbidito. Sissignore, che io gnene porterò uno di dodici... Troppo onore per lui.»—Accomoda le crine de' suoi pesci e le manda a vendere per l'omo, che lui aveva. Caro pescatore, se ne va a casa, dispiacente, pensando che lui doveva portare un figlio a un serpente. Li guarda a uno a uno, sospira e getta le lagrimedagli occhi.—«Che ha, signor padre? ci guarda a uno a uno, sospira e getta lacrime dagli occhi.»—«Eh! figli miei, sospireresti anco vojaltri, perchè questo m'intravviene, figli miei: nel tirar sù la rete, m'è saltato fori un serpente; e mi ha detto, quanti figli che avevo?—Dodici.—Ne vole uno di questi dodici figli, sennò ci ammazza tutti quanti. Con qual core un padre vi deve portare nelle mani di un serpente?»—Risponde il maggiore:—«Non è niente di male, signor padre. Vengo e vengo volentieri.»—«Oh avete un bellissimo coraggio, di andare nelle mani di un serpente!»—La mattina, a mala pena che lui vedde albore, si veste:—«Signor padre, quando si deve partire, partimo; che io son bell' e all'ordine.»—Il padre va dispiacente, prende il figlio a braccetto e te ne vanno via tutt'e due. Salta fori il serpente, quand'è una piccola lontananza:—«Mandalo via, che non lo posso vedere! e vieni avanti te.»—«Vai, vai, figlio mio! e va a casa.»—Va avanti il pescatore.—«Dimmi, caro Pescatore, li hai perfidi e scellerati tutti a quella maniera i tuoi figli?»—«Sono tutti eguali.»—«Portamene un altro, domani.»—Il caso di questo, gli è il caso di tutti quegli altri dieci. Si conduce il caro pescatore di portargli l'ultimo figlio, il minore, che lui aveva, dei dodici, che gli rincresceva e gli passava il core questo Leombruno, perchè gli voleva tanto e tanto bene. Va intorno a Leombruno il padre a piangere e sospirare.—«Cosa piange, signor padre?»—«Caro Leombruno, piango la tua disgrazia.»—«E che disgrazia è la mia?»—gli fa il figlio a il padre.—«La disgrazia è la tua di andare nelle mani di un serpente.»—«Cheh! caro signor padre, la disgrazia non è niente. Ci vengo, ci vengo volentieri.»—Ancora questo poero Leombruno. La mattina era allestito innanzi di quelli altri undici fratelli,Leombruno.—«Signor padre, quando si vol partire, sono all'ordine.»—«Eh, figlio mio, avete un gran coraggio!»—Prende il padre il figlio a braccetto e se ne vanno inverso la riva del mare. In quel mentre salta fori il serpente:—«Vieni, vieni, caro pescatore, con il tuo diletto figlio!»—«Gli mancò il fiato: in quel momento non sapeva più che rispondere, il padre. In quel mentre, che gli era per consegnarlo a il serpente, gli apparisce un'aquila, e che ti fa? te lo prende per il groppone di dietro e te lo porta in aria a Leombruno. Il padre rimane così in estasi, dispiacente che l'aquila gli aveva portato via il figlio[2]. Il serpente:—«Eh sei stato di parola; me li hai portati tutti e dodici; non ho niente a divider con teco. Te, getta pure le reti in mare; pescherai pesci quanti vuoi; e diventerai un gran ricchissimo pescatore.»—E gli sparisce il serpente. Torniamo ora a Leombruno, che l'aquila l'aveva straportato via. L'aveva straportato sur un'isola, la più alta che ci potesse essere sopra la terra, sopra un tetto d'una certa Madonna Chilina[3]. Sendo costì poero Leombruno sopra codesto tetto, si rammaricava:—«Ahi! Ahi! Ahi! dove sono? Ahi! Ahi! Ahimè.»—Questa, che l'è una fata, ha inteso, questa madonna Chilina. Aveva dodici damigelle d'attorno, questa. Fa:—«O ragazze, venite davanti a me. Sento un rammarichìo. Andate a vedere cosa c'è'; e straportate davanti a me quello, che vojaltre trovate.»—«Sissignore[4], Regina.»—Vanne su, su questo tetto, e veggan questo giovane»—«Cosa fai? qual mai vento ti ha straportato in codeste parti?»—Leombruno, che si metteva a discorrere quello, che gli era intravvenuto.—«Niente, niente! Vieni con nojaltre, discorrerai con la Regina.»—Te lo straportano giù. Dice:—«Regina, s'è trovato questo giovane.»—La lo guarda bene in viso:—«Qualmai vento ti ha straportato sur il mio tetto?»—Gli racconta lui la novella:—«Gli è un caso, che il mio signor padre l'andava a pescare. Tirò fori la rete piena di pesci; e, tra questi pesci saltò fori un serpente; e gli disse:Pescatore, hai figli?—N'ho dodici, signore.—Se mi prometti di portarmene uno, farai pesche innumerabili; e, se non lo porti, ti ammazzerò a te e a tuoi dodici figli.»—E così gli racconta tutta la novella alla Regina, il caro Leombruno. La Regina, madonna Chilina, dice:—«Starai qui con meco.»—E se lo tiene per sè, che lei questo Leombruno se l'avea fatto per suo legittimo sposo. Era ben servito e ben corteggiato di tutto quello, che lui voleva. Passando il mese, passando quell'altro, madonna Chilina dice:—«Caro Leombruno, io vi ho da dire una cosa.»—«Dite pure quello, che voi comandate.»—«Abbiate da sapere, che io sono nel vostro interno; conosco il vostro pensiero, che voi avete. Spiegatemelo un poco per vedere, se io sbagliassi. Quanto paghereste di andare a fare visita a il vostro signor padre, alla vostra signora madre e a tutti undici i vostri fratelli?»—Dice:—«Regina....»—«Domani mattina troverete preparati i regali, che dovete dare al vostro signor padre, alla signora madre e agli undici vostri fratelli.»—La mattina si alza Leombruno. Alzata era anche madonna Chilina; dice:—«Vedi, caro Leombruno, questo è il regalo, che io mando a mio socero, a mia socera e a i miei undici cognati. Tieni, ti consegno le chiavi a te. La più grande è del tuo signor padre; una cassa più minore va alla tua signora madre; e giù giù insino alla coda de' tuoi fratelli, vanno a diminuire in più piccolo. Senti, Leombruno, te consegnerai le chiavi al tuo signor padre, alla tua signora madre e a' tuoi undici fratelli; guarderanno quello, che io gli ho mandato. E diventerannoricchi strafondati e si compreranno la croce da cavaliere, si compreranno lo spadino, si compreranno ville e poderi e diventeranno signoroni. Vedrai il tuo signor padre, essendo diventato tanto signore, ti menare ai divertimenti, agli spassi, a questa festa, a quell'altra, a divertirti e tutto. Ti menerà anco nelCasino dei Nobili, che lì fanno anche i giochi di tutti i modi. C'è una stanza, caro Leombruno, che diranno diversi signori:Signore, che ha di rarità, Lei?—Oh! io ho un bellissimo quartiere!—Oh! io ho una bellissima villa. E la voglion vedere. Diranno:E Lei, bel giovane, non ha niente di rarità?Che non vi venga mai detto, che voi avete una bellissima sposa, sennò sarete tradito.»—Lei va, si leva un anello di dito:—«Tieni, caro Leombruno,»—e gnene mette in dito a Leombruno.—«A un bisogno grande, fregate quest'anello nel muro, domandate quello, che voi volete, tutto vi apparirà. Rammentatevi bene, caro Leombruno, di non dire, che voi avete una gran bellissima sposa, sennò sarete tradito. Addio! Addio!»—«Addio! Addio!»—E se ne vanno via. Caricate tutte le ricchezze e straportato via in un battibaleno. In quanto se ne discorre, fu straportato all'uscio (con le carrozze, i facchini e tutto) del suo signor padre e della sua signora madre di Leombruno. Sorte di carrozza Leombruno e bussa alla porta del suo signor padre e della sua signora madre. Si affaccia la madre alla finestra; gli fa:—«Signore!...»—«Farebbe grazia di aprimi?»—«Oh signor cavaliere, sissignore.»—Scende e gli apre.—«Signor cavaliere, ben arrivato.»—«Ben trovata, sposa. Dite, che io non so in queste parti come contenermi di niente. Vi contenterete, che nella vostra stanza qua, facessi diposare questi imbarazzi, che è qui? E se voi vi contentate, riposerei qui stanotte.»—Eh,signor cavaliere, è casa di poera gente, non abbiamo gran cosa.»—«Il contento son io, se voi siete contenta.»—«Contenta, contentissima per me.»—Accomodati i bauli in codesta stanza e tutto, rimane Leombruno e la sua signora madre soltanto, e sparisce ogni cosa: servitù, carrozza, facchini e tutto; altro che i bauli: i bauli rimane, e Leombruno insieme con la sua signora madre. In questo contrattempo eccoti il pescatore a casa. Vede questo cavaliere:—«Oh signor cavaliere!»—Si leva di cappello e tutto e lo riverisce. Dice:—«Caro pescatore, ci avete molti figli, voi?»—«Eh, caro signore, non me ne rammenti neppure! perchè di dodici figli, che io aveva, ne persi uno, che mi stava proprio a il mio core; e l'ho pianto sempre giorno e notte.»—«Come si chiamava?»—«Leombruno ai suoi comandi, signor cavaliere.»—«Oh come va?»—E gli racconta la novella il pescatore, che l'avea portato via un'aquila; che doveva averlo un serpente; e che, in quel momento d'avviticciarsi il serpente alla vita di Leombruno, apparì un'aquila, che lo straportò via:—«Che non so, poero mio Leombruno, in dove sia!»—«Ditemi, caro pescatore: se il vostro figlio lo doveste riconoscere, lo riconosceresti?»—«Eh, caro cavaliere; fusse tra tremila giovani, il mio figlio lo riconoscerei! Abbiate da sapere, signor cavaliere, che tra loro bimbi, quand'erano piccoli, facevano il chiasso tra di loro, ruzzolò una scala e si fece un sette nella testa, il poero mio Leombruno!»—Si leva il cappello Leombruno e va per rasciugarsi il sudore così, con il fazzoletto, che lui aveva in mano. Il padre e la madre, che ti riconosce il sette, che lui aveva nella testa di quando ruzzolò la scala:—«Ohimè! quello è Leombruno!»—cadono in terra tutt'e due svenuti. In questo presente momento, ti apparisce tutt'a undici ifratelli. Tutti a levarsi il cappello:—«Felice giorno, signor cavaliere; felice giorno, signor cavaliere! Cos'è stato?»—vedono in terra il padre e la madre.—«Uh, sono cascati non so in che modo,»—fa Leombruno.—«Qui bisogna riaverli.»—Prendono dell'acque odorose e rianno il padre e la madre. Il padre e la madre, riaviti tutt'e due:—«Figlioli miei, lo vedete questo cavaliere qui? Questo è vostro fratello Leombruno, come vojaltri.»—Gli s'avventorno al collo tutt'e undici, per baciarlo e tutto.—«Fratelli miei, lasciatemi stare; sennò mi consumerete tutto da' baci e la mia sposa come anderà? Venga, signor padre, tenga. Questa è una chiave sua; deve aprire e prendere il regalo, che le manda la mia legittima sposa; questa è della mia signora madre; e questa è una chiave per uno anche a vojaltri: il regalo della mia sposa, che vi ha mandato.»—Vanno a codesti mobili; aprono, ognuno con la sua chiave; e veggono tutte verghe d'oro e d'argento. Comincia il padre a dire:—«Guarda quante ricchezze ci hai portate, figlio mio!»—Dà via queste verghe d'oro, e compra ville, poderi e stabili da tutte le parti, che era diventato un gran signorone. Principia a comprarsi una croce, una bella croce da cavaliere e uno spadino per il fianco, il padre e tutti e undici i suoi figli. Il padre dice:—«Sai, caro Leombruno. Domani ci è feste innumerabili: anderemo a gòdersele[5], eh?»—«Sì, caro signor padre.»—Un giorno lo menava a quella delle feste; un giorno a quell'altra; un giorno poi lo mena al Casino dei Nobili. Entrano alla stanza di quel gioco, entrano alla stanza di quell'altro, si divertono. La stanza entra, che faceva parecchi signori:—«Io ho una bellissima casa.»—«Io ho una bellissima villa.»—«Io ho una bellissima di quella cosa.»—«Io ho una bellissima di quell'altra».—Il caro Leombrunostava in un angolo, zitto; e non diceva niente. Va diversi signori da lui:—«Lei, signore, non ha niente? non dice niente? non ha voce in capitolo? non ha niente da dirci?»—Rammentandosi sempre della sua legittima sposa, gli vien detto:—«Signori, ho una bellissima sposa.»—«Avete una bellissima sposa? Tempo tre giorni, che la sposa sia portata a il casino. Si vuol vedere.»—«Sentino, signori, non la posso straportare a il casino quassù. Tante e poi tante miglia lontano da me, non la posso straportare.»—«Se, in tèmpo di tre giorni, non è apparita la sposa al casino, pena la testa a voi.»—Dispiacente Leombruno, la mattina di poi se ne va al casino:—«La vostra sposa si vedrà nella mattinata?»—«Si vedrà, se potrà venire.»—«Male per voi, se non ci viene.»—Frega lui l'anello a il muro. Sente dire:—«Comandi, Signore.»—«Comando, che indispensabilmente apparisca la mia legittima sposa nel Casino dei Nobili.»—Lei gli manda una camerista bellissima, vestita di Regina. Gli apparisce.—«È questa la vostra legittima sposa?»—«No.»—«Oh! e allora?»—E gli sparisce. Va a dir di no, testa di tinca anco lui! poteva dir di sì. Rifrega la seconda mattina l'anello a il muro.—«Comandi, signore.»—«Comando, che indispensabilmente apparisca la mia legittima sposa.»—«Se quella era bella, la prima camerista, che gli aveva mandata, gnene manda un'altra più bella assai, che la prima, che gli aveva mandata. Apparisce lì.—«È questa, signore, la vostra legittima sposa?»—«No.»—Gli fa il visocúlo, gli volta il sedere anco questa e gli sparisce la seconda di quelle damigelle di corte, che madonna Chilina aveva.—«Signor cavaliere, domani è l'ultimo giorno. Quì in questo gran salone sia rizzata la ghigliottina, perchè dovete lasciar la testa, se non apparisce la vostra legittimasposa, che voi dite.»—La terza mattina, che lui è nella stanza del Casino dei Nobili, si raccomanda fortemente; e prega, che gli apparisca di vero zelo la sua legittima moglie, sennò lui è tradito, ha la morte. Fregando l'anello al muro, lì, la gli apparisce lei.—«È questa la vostra legittima sposa?»—«Sissignori.»—«Oh una volta s'è veduta!»—La va lei, gli strappa l'anello d'il dito, gli lascia andare un manrovescio e sparisce:—«Addio, l'hai avuta la sposa!»—Sparita, che l'è, lui se ne va via con il signor padre insieme, piangendo e sospirando:—«Cosa piangi e cosa sospiri, caro figlio mio? Hai portata tanta ricchezza; c'è da vivere tutti nojaltri, e poi, prendendo moglie i tuoi fratelli, con tutti i figli loro.»—Risponde Leombruno al suo signor padre:—«Senta, signor padre, non ho pace di me, se non vo a cercare la mia legittima sposa.»—Il padre dice:—«Figlio mio, che vuoi io che ti faccia? Vuoi andare incontro alla sposa, eh?»—«Sì, carissimo padre e carissima madre.»—«Vi dirò una cosa, figlio mio. Vi potrò dare de' denari, vi potrò dare delle cambiali, che voi potete fare il vostro interesse di andare incontro alla sposa.»—Abbraccia il padre, la madre, i fratelli e tutto:—«Addio, addio! Saprete delle nove.»—Carico di cambiali e di quattrini e se ne parte davanti il padre e la madre e i fratelli e via. Via, cammina, cammina, cammina, cammina. Ne' posti, in dove lui si fermava a rinfrescarsi oppure a mangiare, domandava, se avessero sentito, in dove risiedeva una certa Madonna Chilina. Cammina, cammina, cammina, cammina, trova una locanda; entra dentro in codesta locanda:—«Signore, si accomodi, si accomodi. Si vuol rinfrescare?»—Si rinfresca bene bene; soddisfa, paga l'oste. Gli domanda anche a lui, se avesse sentito, in dove risiedeva una certa Madonna Chilina.—«Cheh! non s'è sentito nominare dicotesti nomi.»—«No?»—e via di gran carriera. Trotta, trotta, trotta, trotta, nel trottare passa in un posto e sente contrastare due.—«Guardiamo, in dove sono.»—Guarda in un borro. Gli erano due giovinotti, fondo ma fondo, che avevano delle ricchezze, che ne facevano due parti. Eran due assassini.—«No, che tu non l'hai fatte giuste le parti! Qui ce n'è più, qui ce n'è meno.»—E si contrastano. Leombruno, che stava a guardarli:—«O giovinotti, che avete a contrastarvi?»—Rialzano il capo:—«Giusto Lei, la guardi, giusto Lei, ci faccia il piacere, venga qui da nojaltri.»—«Vi dirò una cosa: se fossi un uccello io ci verrei volentieri.»—«La guardi, La dee prendere codesto viùzzolo; e La vien via giù giù; e La si ritrova, in dove siamo nojaltri.»—Dice:—«Ho capito.»—Si ritrova fra questi due giovanotti.—«Dunque, cos'avete a ridire fra vojaltri? siete[6]boni, siete.»—«Qui La deve assapere, che questa qui è roba rubata. Semo due assassini, noi.»—«Oh mi rallegro con vojaltri.»—«Abbia da sapere, giovinotto, che queste qui non mi pajon parti fatte giuste.»—«State zitti; ve le farò io.»—Piglia una ripetizione di quà, una di là, le bilancia nelle sue mani e gli fa le parti, fra vezzi, anelli, tutte quelle ricchezze, che avevano robate. Dice:—«Ora queste le son parti! Queste, ma non quelle, che s'eran fatte fra nojaltri! Badi, sa Ella, c'è due altri capi grossissimi. Un pajo di stivali, che camminano quanto il vento.....»—«Benissimo»—fa lui.—«E un mantello: ce lo mettiamo addosso, non siamo più visti da nessuno.»—«Benissimo più che mai. Fatemi vedere questi stivali.»—«Eccoli lì.»—«La se gl'infilzi Lei»—gli fa a uno di questi assassini. Arriva e s'infilza questi stivali.—«Prendi il mantello, mettitelo sotto il braccio, guarda di andare su quella montagna tantoalta là.»—In un battibaleno gli era su quella montagna.—«Mettiti il mantello!»—E gli arriva questo giovinotto e si mette il mantello.—«Eh mi vede?»—«Eh no. Vien giù. Oh pròvateli te ora.»—Si leva gli stivali, si leva il mantello e se li mette quell'altro. Fa la solita anco lui. Va su quella montagna, si mette il mantello:—«Che mi vede?»—«No! Oh vien giù.»—Gli apparisce giù da Leombruno. Leombruno:—«Oh ditemi un po': io qui vi ho fatto le parti e ogni cosa: che me li faresti provare gli stivali e questo mantello?»—Dice:—«Sicuro!»—fra di loro.—«Sicuro!»—Gli apparisce il caro Leombruno e s'infilza gli stivali; prende il mantello e se lo mette sotto il braccio e via! Quando gli è sulla montagna:—«Eh! si metta il mantello!»—Si mette il mantello il caro Leombruno[7].—«Che mi vedete, giovanotti?»—«No.»—«Eh non mi volete vedere!»—e non si fa più vedere il caro Leombruno. E tra di loro si pigliano a tu per tu, si picchiano e tutto. E il caro Leombruno, con il suo mantello addosso, gli era giù da loro, gli era. Si dà la combinazione, che s'ammazzano tutti e due; e rimane solo Leombruno, lì. Il caro Leombruno di due parti e' ne fa solo un monte e si carica di tutte quelle ricchezze e va via. Cammina, cammina, cammina, cammina, si condusse a una locanda.—«Oh! qui mi voglio rinfrescare. Ditemi, locandiere; di primo impeto, innanzi rinfrescarmi, voglio sapere, se voi sapete, in dove pò risèdere[8]una certa Donna Chilina?»—«Venga, signore, venga qua, nojaltri non se ne sa niente di questi nomi. Ma venga qui. Vede quelle sette montagne? Tanti e tanti hanno domandato di questa donna Chilina, perchè non hanno mai potuto resistere di poterle salire.»—«Ditemi, ditemi, che io le salgo.»—Mangia, beve e tutto di questa locanda; e poi, a il locandieregli dà una bellissima ripetizione d'oro e due anella, e alla locandiera gli mette a il collo un bellissimo vezzo con una fermezza d'oro, per regalo. E gli lascia due cambiali di dugento scudi l'una, dando il regalo a tutti anco della locanda. Dice addio e va via. E sale tutte e sette queste montagne a una alla volta con gli stivali, che aveva. Gli facevano comodo. Si trova su, in questo prato, e nel mezzo a questo prato vede, come si dice? in dove stava l'eremita[9]. Picchia lui, picchia; e fa l'eremita:—«Chi mai, diavolo, ti ha straportato in queste parti? Vattene nel profondo del tuo abisso!»—«E' un casca nulla! E' mi ha preso per il gran diavolo!»—Ripicchia. L'eremita, che si affaccia:—«Chi mai vento ti ha straporto in queste parti?»—«Il mio pensiero, caro eremita!»—E gli apre l'eremita. E Leombruno sale.—«Cosa desiderate, bel giovane?»—«Desideravo sapere, in dove risiede una certa Donna Chilina.»—«Eh sentite, bel giovane, io non ve lo so dire; ma abbiate da sapere, che qui tutt'e sette i venti vengono nel mio quartiere a riposare.»—Viene, quando gli è una cert'ora, il Vento Marino:—«Oh bona sera, eremita! chi è questo giovane?»——«Eh! gli è un giovane, che cerca di ritrovare la sua sposa; una certa Donna Chilina.»—«Oh guarda! Io ne torno ora, torno adesso, caro bel giovane. Io ti ho da ditti una cosa: che, dimani, qualche altro vento, o Scirocco, o Marino, o Ponente, o Levante, o Pisano, o Tramontano!... chi sa che non tocchi a il Tramontano a andare domani da Madonna Chilina? che quell'isola non rimane mai senza ventolazione.»—«Oh! io ho piacere,»—risponde Leombruno. Viene adagio adagio tutt'e sei i venti; e l'ultimo gli è il settimo, che gli è il Tramontano.—«Badate,»—gli fa l'eremita,—«bel giovane, non vi spaventate; adesso sta per apparire il Tramontano; che la cella va da unaparte all'altra, che il Tramontano la porta in qua in là: ti sbarberebbe anco le mura.»—«Oh non mi spavento!»—In codesto contrattempo gli altri venti:—«Ma diteci, bel giovane, che è di voi?»—«La mia legittima sposa....»—fa Leombruno; gli dice tutta la novella.—«Dapò in qua, che voi mancate dalle sue braccia, Donna Chilina ha messo due grossi leoni alla sua porta d'ingresso; che un poveretto, che è per entrare dentro, è divorato.»—«Non ho paura.»—Tutt'in un tratto si sente brrrr! brrrr! brrrr! che gli era il Tramontano, che appariva, che la cella gli andava da una parte all'altra. E apparisce il Tramontano.—«Oh bona sera!»—fa.—«Che fa qui questo giovanotto? Che bon vento l'ha straportato?»—«Oh stati zitto, sai, caro Tramontano!»—e gli fanno tutto. Dice il Tramontano:—«Ma tu non sai, te? tu vuoi ire nelle braccia della tua sposa? Tu non poi, sai, andare.»—«Come io non posso?»—«Che voi venì' con meco?»—«Sì, che io vengo con teco.»—«O che cammini quanto me, te?»—«Sarà più facile, che cammini più io che te.»—«È possibil mai? E poi, anche che te cammini come me, non sai, che chi s'accosta al suo appartamento è divorato dai leoni?[10]»—«Non ho paura. Guarda, se io sarò liberato dai leoni!»—Spiega il mantello e se lo mette in dosso.—«Oh mi vedi, Tramontano?»—«No, che io, te, non ti veggo. Ho bell'e capito, gua'! te, tu vai nelle braccia della tua legittima sposa presto presto; ci hai tutti gli ammennìcoli!»—gli fa il Tramontano. Il Tramontano lo lascia e va via. Innanzi di lasciarlo, dice:—«Tu non te lo piglierai per male, se te lo dico: ci sarà le cameriste della tua legittima sposa, che fanno il bucato; quando sono per stenderlo lì, io apparisco lì, e gli butto tutto all'aria.»—«Buttagli tutt'all'aria,»—faLeombruno—«a me non me n'interessa niente.»—Lui, quand'è vicino, si mette il suo mantello addosso. Arriva, vede i leoni; e passa tra mezzo i leoni e entra nel suo appartamento. E si mette accanto a sedere sur una sieda, accanto alla sua legittima sposa. Dice:—«Ohimè!»—la fa lei. Sona il campanello.—«Comandi, Regina.»—«Portatemi qualche cosa: mi sento venire una mancanza.»—E arrivano e gli portano una bella zuppiera con del brodo. Cambio di prenderla lei, apparisce Leombruno, si prende la zuppiera e se la manda giù.—«Ohimè!»—la fa lei e si sviene.—«Ohimè, questo è il mio poero Leombruno! Chi sa la fame, che lui patisce. Lesto, portatemi qualcos'altro.»—Gli portano altra roba, per potersi sostentare della mancanza, che lei aveva avuta. La mangia Leombruno.—«Dimmi, che siei tu esso, che siei qui da me? Fammi la carità, fammi il piacere, fatti vedere, se siei te!»—Va lui e si leva il mantello:—«Sì, sì, son quello io, mia carissima sposa!»—Lei, che te lo vede, te l'abbraccia e te lo bacia dalla consolazione.—«'Un sai, eh? caro Leombruno; come hai fatto a venire da me nelle mie braccia?»—E lui, gli racconta tutta la novella, che gli era incorsa per la strada, nel venire a salutare la sua legittima sposa.—«Mi hai tu visto, carissima sposa, entrare nel tuo appartamento, accanto a te?»—«No.»—«Vedi, se non avessi avuto questo mantello, che è qui, sarei stato divorato dai leoni.»—«E quei leoni,»—la gli fa Madonna Chilina—«vedi, che ci è alla porta, ti saranno i tuoi fedeli, che ti salveranno dalla morte. Dico io una cosa: in quattr'e quattr'otto... Quanto tempo avrai perduto te, per fare la gita di venirmi a trovare me? E io ti dirò: in quattr'e quattr'otto voglio, che qui alla mia presenza appariscano il mio socero, la mia socera e tutt'e undicii miei cognati.»—E come di fatti, lei frega il suo anello a il muro.—«Comandi, signora.»—«Comando, che indispensabilmente, in questo momento, apparisca mio socero, mia socera e tutt'e undici i miei cognati nel mio appartamento.»—E Leombruno, che se li vede apparire: il padre, la madre e i fratelli. Il padre e la madre:—«Oh carissimo figlio!»—Fanno il complimento alla nora. I cognati similmente. E trionfalmente rinnovano lo sposalizio la mattina di poi. Il padre, che, benchè avesse la croce di cavaliere, benchè avesse lo spadino al fianco, gli fu consegnata una croce imbrillantata, che valeva un tesoro ed una spada l'istesso; e a tutti cognati l'istessamente la croce imbrillantata. La socera, rivestita, che, benchè non ne avesse di bisogno, nel modo e nella maniera, che volle Madonna Chilina, e se la tenne al suo fianco. Il padre l'istessamente al fianco della nora. E i fratelli, che erano undici, intorno al fratello; a onorare il fratello tutt'e undici quanti gli erano. Rinnovano le nozze e furono di bel novo sposi. Invito di signori, pranzo suntuoso. Diede da mangiare e bere a tutte le poere genti. E così se ne godettero e se ne stiedero.

Stretta la foglia e larga la via;Dite la vostra, che ho detta la mia.

NOTE

[1]È in sostanza il libretto popolare intitolato:Bellissima Istoria di Liombruno, dove s'intende, che fu venduto da suo Padre, e come fu liberato, ed altre cose bellissime, come leggendo intenderete.CANTARE PRIMODammi ajuto, che puoi, musa divina,Di componere una istrana istoria,Che la mia cetra non vi si rovina;Ma ajuta la debol mia memoria,(Perchè, nè di saper, nè di dottrina,Nemmen di poesìa non vanto gloria)Sì ch'io possa narrar un caso in rima,Ch'a ciascun piaccia dal piede alla cima.Signori, trovo, che per povertadeMolte persone son male arrivate,Hanno perduto la lor libertade,La povertà sì forte l'ha cacciate.Voglio cantar di una veritade,Qual'è di un padre (se mi ascoltate),Com'egli venne a così gran periglio,Che per campar vendè un suo figlio.Il pover uomo era un Pescatore,Ed ogni giorno sì andava a pescare.Per sua disaventura, a tutte l'ore,Poco pesce veniva egli a pigliare.Terra, nè vigna non aveva ancora,Ben tre Figliuoli avea da nutricare;La sua Donna era fresca più che rosa,Viveva di pescar, non d'altra cosa.Una mattina il buon uom si levò,A pescar con la barca fu andato.Punto di pesce il giorno non pigliò,Onde il buon uomo si fu crucïato.E a un'Isoletta del mare arrivò,Ed ivi un gran Corsaro ha ritrovato;Il qual gli disse:—«Che mi vuoi tu dare,«S'io ti darò del pesce, e assai dinare?»—Rispose:—«Io ti darò ciò, che tu vuoi;«Onde ora dimmi ciò, che posso fare.»—Parlò il Corsaro con i detti suoi,E dissegli:—«Se tu mi vuoi menare«Su st'Isoletta uno dei figli tuoi,«Se mi prometti di non m'ingannare,«Io ti darò del pesce per ristoro,«E ancor moneta assai d'argento ed oro.»—E quel buon'uomo n'ebbe gran dolore;Per povertà convien che gl'imprometta,E gli rispose:—«Io ti darò il minore,«E menarollo su quest'Isoletta.»—Il mal Corsaro non fece dimore:Pigliò del pesce ed empì la barchetta;Moneta gli diè assai, chè gliel portassi.Disse:—«T'annegarei, se m'ingannassi.»—E quel buon uomo gli rispose ardito:—«Io certamente non t'ingannerò.»—E poi verso di casa ne fu itoCon tutto il pesce assai dinar portò,E di buon vestimento assai vestito.La moglie ed i figliuoi ben adobbò;Di vettovaglia la casa ha fornita;Ma del figliuolo avea una gran ferita.E poi chiamò il suo figliuol minore;Nella barchetta seco lo menò;Dentro del cor aveva gran dolore,E navigando a l'Isola arrivò.Onde dalla barchetta il trasse fuore,Dicendo:—«Aspetta sin che tornerò.»—Così lasciò il figliolo con affanni,Qual non avea passato li sett'anni.Essendo il Padre suo da lui partito,(Che del figliuol non vuol veder la morte)Il Corsar Turco gli apparse ardito,E via 'l volea portar per cotal sorte.E quel figliuolo forte fu smarrito,Che non aveva nissun, che 'l conforte.—«Ajuto! Ajuto!»—cominciò a gridare,Che il Turco tosto si mise a scappare.Rimase il fanciullin con gran paura,Solo soletto su quell'Isolella;E guardò, e vide sopra dell'alturaSotto forme grifagne una donzella,Che un'Aquila parea la sua figura.E pel fanciullo se ne venne quella,E gli disse così:—«Non dubitare,«Che da questa Isoletta ti vo' trare.»—Disse il fanciullo:—«Non mi vuò partire,«Perchè mio padre qui debbo aspettare.»—L'Aquila all'ora sì gli prese a dire:—«Dov'è tuo Padre ti voglio portare.»—E prese quel fanciul, senza mentire,Sopra dell'aere cominciò a volare:E così lei per l'aere il portava,E meglio che in barca camminava.Poi gli mostrò 'l bel paese soprano,E il suo Castello, ch'era in lunghe parteQuattrocento giornate per certano.E più ancora fa menzion le carte:Che l'Aquila con quel fanciullo altanoIn una notte se gli andò per arte;La sera, che dall'Isola traeva,E la mattina al suo Castel giungeva.Poselo in una sala molto bella.—«Ora m'aspetta fin che torno»—disse;Ed entrò in zambra, e diventò donzella,E parve fuor del Paradiso uscisse.Lucevan gli occhi suoi più che la stella,E assomigliava il Sol, che risplendesse;Era vestita di molti bei panni,E non avea passati li dieci anni.La fanciulla, la qual ora vi dico,Lei si chiamava madonna Aquilina,Che scampò quel fanciullo dal nemico,Quando lo trasse fuor della Marina.Andò da lui, e disse:—«O bell'amico,«Io ti auguro la buona mattina:«Io son colei, che in alto ti portai,«Quando da quel Corsaro ti scampai.»—E quel fanciul, con grande sentimento,Cortesemente esso la ringraziò,E dissegli:—«Madonna, io son contento«D'esser tuo servo; e sempre tal sarò.»—E lei rispose:—«Non pigliar spavento,«Ch'ancora più contento ti farò.»—E lei dieci anni avea, ed egli sette:E così più d'otto anni ancora stette.Quando cresciuti furon in etate,Egli pareva un giglio, ella una rosa;Quella Madonna, piena di bontade,Disse:—«Il mio cor giammai non avrà posa,«Se non adempio la mia volontade;«Propongoti, ch'io sia la tua sposa.«Poichè allevato t'ho, donzel gradito,«Ora ti piaccia d'esser mio marito.»—E quel fanciullo, con buona dottrina,Cortesemente gli ebbe parlato,E gli rispose:—«Madonna Aquilina,«Con gran fatica m'avete allevato,«Voi mi cavaste fuor della marina,«Ciò, ch'a voi piace, son apparecchiato.»—Ed il suo nome dico a ciascheduno:La gente sì lo chiama Liombruno.E poi sposò la donna a cotal sorte:Lei per sua sposa, e lui per suo marito.Il suo Castello era cotanto forte,Di ciò, che bisognava, era fornito;Per fin nell'aere aveva due porte,Fatte per arte ed in cotal partito,Che niuna persona intrar potea,Se madonna Aquilina non volea.E Liombruno sapea l'incantamento,A suo diletto usciva egli ed entrava;E sì spesso facea torniamento,In belle giostre al tutto si approvava.E quella donna di buon sentimentoDi giorno in giorno sempre più l'amava,Perch'era bello e pien di gagliardìa,Sì che la donna gran ben gli volìa.E, stando un giorno tutto pensieroso,Quella donna gentil gli ebbe parlato,E sì gli disse:—«Marito, mio sposo,«Perchè stai tu alquanto corrucciato?»—Rispose Liombrun tutto doglioso:—«Madonna, un gran pensier mi si è levato,«Li miei fratelli veder io vorria,«Ed il mio Padre e Madre in compagnia.»—Disse la Donna:—«Se tu vuoi andare,«Voglio, che mi prometti senza inganno,«Termine ti darò, di ritornare:«Voglio, che tu torni al fin dell'anno.»—E Liombruno gli prese a parlare:—«Madonna, el sarà fatto senza affanno.»—Ed ella gli donò un bell'anello,Che da disagio campasse il Donzello.Disse:—«A l'anel ciò ch'avrai dimandare,«Tu l'averai a tutto tuo piacere;«Denaro e robba senza dimorare,«Ti sarà dato a tutto tuo volere.«Ma guarda ben, non lo manifestare,«Che mai più grazia non potresti avere!«E fa, che dentro un anno tu ritorni,E, se più stai, non varcar quattro giorni.»—E Liombruno disse:—«Volentiere.»—E questa donna nobile e gradita,Innanzi che partisse a tal mestiere,Ben quattro dì fe far corte bandita;E fecelo far anco Cavaliere,Fugli ben cinta la spada forbita.E fatto questo prese esso comiato,Messer Liombrun: così era chiamato.Egli avea d'andar giorni quattrocento,Innanzi ch'al suo paese arrivasse;E questa donna, per incantamento,Ordinò che lui si addormentasse.Ed all'Arte ella fa comandamento,Che in suo paese presto lo portasse.E Liombrun s'adormentò la sera,E la mattina nel suo paese era.Ma quando venne sù l'alba del giorno,Presto Liombruno si fu risvegliato;Rizzossi in piedi, guardossi d'intorno,Il bel Paese ha ben raffigurato.Di Liombrun quel Cavaliere adorno,Umilmente la Fata ha ringraziato,Ed all'anello grazia gli chiedia,Ciò che gli domandava gli venia.Per la virtù, ch'avea quel bell'anello,In prima se gli diede un buon destriero;Un vestimento poi sì ricco e bello,Come bisogna a ciascun Cavaliero.Valige poi ancora appresso quelloFornite di fiorini, a tal mestiero,E gente gli chiedeva senza fallo:Assai ne venne a piedi, ed a cavallo.Con questa gente e con quelle valiciAndò a sua casa, ove trovò suo padreE' suoi fratelli, ch'erano felici,E le valige appresentò alla Madre.Danari avea per sè e per gli amici,Per li parenti e cugine leggiadre;I suoi parenti dicea ciascheduno:—«Ben sia venuto messer Liombruno.»—Ed essi pur dicevan tutti quanti:—«O Liombruno, dove sei tu stato?»—E Liombrun gli rispose davanti:—«In veritade, ch'ho ben guadagnato;Io son stato con ricchi mercadanti,Che m'han così vestito ed addobato,Per il bene servir, che ho fatto a loro,M'han fatto Cavalier di Bufaloro.E a questi mercadanti io ho promesso,Prima che passi un anno, di tornare.»—Li suoi parenti gli dissero adesso:—«O Liombruno, dove voi tu andare?Il gran Re di Granata sta qui appresso,Ed una figlia sua vol maritare.Il torneamento ha fatto già bandire,Che chi vince ne faccia il suo desire.»—E quando Liombruno questo udìa,Vennegli il cor di veder sua ventura:Ed all'anello subito chiediaUn bel corsier con tutta sua armatura.Ciò, che domanda, tutto gli venìa,E Liombrun si armava a dirittura,Da suoi parenti comiato pigliava,E ciaschedun di loro lacrimava.E Liombruno sì prese comiato.Tanto cavalca, ch'è, giunto in Granata,Là dove il torneamento era ordinato,E la gran Giostra era già cominciata.L'altro giorno ivi se n'andò sul prato,Dove la gente era ben radunata.Ivi era un saracin molto possente,Che nella Giostra era quasi vincente.Quel Saracino avea tanta fortezza,Nissun a lui non si volea accostare;Perchè era prode e pien di gagliardezza,A suoi colpi nissun potea durare.Ma Liombruno, pien di gentilezza,Davanti a lui s'andò a presentare;Dissegli il Saracino:—«A me ti rendi;O, se tu vuoi giostrar, del campo prendi.»—E Liombrun gli disse:—«Volontieri.»—Arditamente del campo pigliava;Il Saracino, ch'è forte e leggeri,Su 'l buon destrier all'ora s'affermava.E rivoltorsi i nobil Cavalieri,L'un inver l'altro forte spronava.Li Cavalieri insieme fur scontrati,Or udirete i colpi smisurati.Il Saracino e messer LiombrunoVenivansi a ferir arditamente:Dui gran colpi si dettero ciascuno,Ma pur il Saracino fu perdente.Arme, ch'avesse, non gli valse un pruno;Che Liombruno, nobile possente,Il ferro e l'asta nel cor gli cacciò,E giù del destrier morto lo gettò.Caduto in terra morto il Saracino,Liombrun forte nel campo ferìa;Quanti giungeva metteva a declino;Ma ciascheduno gli dava la via,Che ben pareva un franco paladino.Con alta voce ciaschedun dicia:—«O non combatter più, franco Signore,Che della Giostra tu hai vinto l'onore.»—Il Re fece venir il Cavaliere,E sì gli disse:—«Baron valoroso,La mia figliuola sarà tua mogliere,E tu sarai mio genero e suo sposo.»—E Liombruno disse:—«Volontiere,Ciò ch'a voi piace, alto Re glorioso.»—Ma lo Re innanzi, che gliel'abbia a dare,Co' suoi Baroni si vuol consigliare.Il Re a' suoi savi ebbe dimandato,Dicendo:—«Che vi par del Cavaliere?Voi dovete saperlo.»—Ebbe parlato:—«Fuor ch'in suo paese egli ha mogliere,E non ci par di così gentil stato,Che s'acconvenga a voi per tal mestiere.Benchè sia prode e pien di gagliardia,A noi non par, che convenevol sia.«Ma, se volete a nostro senno fare,Voi ordinate, che ciascun si vanti,E, dopo, il vanto, senza dimorare,Ve lo presenti subito davanti.»—E l'altro dì si fece ritornareIn su la Sala i Baron tutti quanti,Ove ordinò, che ciascun s'avanzasse,Poi li vanti davanti ad un portasse.Chi si avvanta di bella mogliere,Chi si avvanta di bella magione,Chi di Caval corrente e buon destriere,Chi di gentil Sparviere e buon Falcone,Chi di Palazzo e chi di Torri altiere,Chi si vanta di sua condizione;E quando poi ciascun si fu vantato,Messer Liombruno si fu domandato.Or disse il Re:—«Perchè non vi avanzate?»—E Liombruno così rispondia,—«Sacra Corona or deh! mi perdonate.»—Rispose lui:—«Perdonato ti sia.»—E Liombruno disse:—«In veritade,Io pur mi vanto della donna mia,Più bella donna non la puoi trovare;Fra venti giorni lo voglio provare.»——«Termine mi dimandi venti dì,»—Rispose il Re:—«Io te ne vuò dar trenta.»—Liombruno disse all'anello lì:—«Monna Aquilina tosto qui appresenta.»—E quella donna, perchè a lei fallì,Non vuol venire, acciò ch'egli si penta.Ne passa trenta giorni senza resta,Alli trenta dovea perder la testa.A i trenta giorni quella fu venuta.Fuori della Città si ritenìa.Una donzella gli ebbe travestita,Mandolla al Re e sua baronia.E quando il Re costei ebbe veduta,Che era piena di tanta leggiadria.Disse a Liombruno:—«È quella tua mogliere?»—E lui rispose:—«Nò, dolce messere.»—La cameriera presto si arrivavaDavanti al Re e ad ogni Barone,Quando il Re la donzella non guardava.Quella era tanto bella di fazione!Verso di Liombruno lui parlava:—«È questa tua moglie gentil campione?»—Disse Liombruno con dolce favelle:—«Signor nò, ambedue sono donzelle.»—E Madonna Aquilina fu arrivata,Col suo bel viso, che rendea splendore;Davanti al Re si fu rappresentata,Poi di lì si partì senza dimore.E quando il Re costei ebbe guardata,Disse a Liombruno:—«Nobile Signore,Or mi perdona per tua cortesia.»——«Perdona a me.»—Liombrun rispondia.E Liombruno prese comiato,E dietro alla sua donna se ne gia.Ella l'aspetta con viso turbato;Liombruno gridando la chiedia.Ed ella disse:—«Falso rinegato,Della tua morte ancor m'incresceria!»—Per Arte quella donna se n'andava,Nè arme, nè caval non gli lasciava.Nè arme, nè caval non gli lasciò,Liombruno in un bosco fu entrato,Dove che tre malandrini trovò,Che ciascheduno parea disperato.Nel secondo cantare vi dirò,Ciò che al Cavaliero fu incontrato,Di Liombrun dett'ho il primo cantare,E la seconda parte vò contare.CANTARE SECONDOSignori, dissi nell'altro cantare,Come Liombruno dal Corsar scampò;Di punto in punto v'ebbi a ricordare,Come per grand'onor al padre andò.Ed io vi dissi quello, ch'ebbe a fare,Come madonna Aquilina il lasciòSenz'arme e (quel, ch'è più) senza cavallo,E come s'incontrò in un gran fallo.Tre malandrini avevano rubbato,Duoi mercanti e morti a gran furore,E lor denari avevano essi a latoSopra una pietra per partir allore (sic.)Ciascuno quivi parea disperato,Insieme facendo essi gran rumore.Per darsi morte le spade son tratte,Per un mantello, per un par d'osatte.E quel mantello lo voleva l'uno,L'altro le osatte, nè si può accordare;Al terzo poi non ne rimaneva uno,E tutti tre si ebbero a crucciare.In tanto ivi arrivava Liombruno;E quando lui gli vide così stare,Il più antico di loro il chiamò;E Liombruno prestamente andò.E sì gli disse:—«Amico valoroso,«A queste cose abbi gran providenza,«D'esto mantel, ch'è tutto grazioso,«Di queste osatte dacci la sentenza.»—E Liombruno sì gli ebbe risposo:—«Acciò che possa dar giusta sentenza,«La virtù del mantello voi mi dite,«E delle osatte poi che voi sentite.»—Uno di loro, ch'era più saputo,A Liombruno si prese a parlare,E sì gli disse:—«Sarà provveduto,«Chi questo manto indosso avrà a portare:«Da uom del mondo non può esser veduto.«Di quelli osatti ti voglio contare:«Chi gli ha in piedi camina più che vento,«Perchè son fatti per incantamento.»—Disse Liombruno:—«Non lo crederia,«Se primamente non l'avrò a provare.»—Ed il più antico sì gli rispondia:—«Or te li metti e poi comincia andare«Alquanti passi su per questa via.»—Lui se li mise senza dimorare;Di poi si fu calzato, LiombrunoE del mantello dimandava ad uno.—«S'egli è ver ora quel, che voi dicete,«Un gran tesoro vale, in fede mia!»—Disse il più antico—«Se ve lo mettete,«Voi vedrete s'egli è vero o bugìa»—Lui se lo mise, e disse:—«Mi vedete?»——«Non vi vediamo»—il malandrin dicia.Lui prese dei fiorini a suo piacere,Perchè niuno non lo può vedere.Sì che Liombruno non tardò niente,Ma il mantello e gli osatti ha via portato,Lì malandrini rimaser dolente.Sul più antico il lor cruccio han disfogatoDicendogli:—«È tuo amico, o tuo parente?»—E gli altri due così l'hanno ammazzato,Benchè dicesse:—«Il giuro, nol conosco,«Nè mai il vidi se non in questo bosco.»—E fatto questo, s'ebbero voltatiVerso la pietra, ov'eran li denare;E vedendo, che gli erano scemati,Tosto poi tra lor s'ebbero a sdegnare;Dicendosi l'un l'altro:—«Li hai rubbati.»—E con le spade cominciorno a dare.Li colpi furono sì crudeli, e forti,Che ambi restonno su quel punto morti.Liombruno sentiva il gran rumore,Voltossi indietro, e se ne sta a vedere.E vide crudi colpi di valore,Che ciaschedun si dan di buon volere.Indietro ritornò senza timore,E prese de' fiorini a suo piacere,Ch'eran da trenta milla e settecento,Poi caminava più che non fa il vento.E Liombruno tanto caminò,Che ad una gran Città fu arrivato;Dentro d'un'Osteria lui entrò,E tre Mercanti lì ebbe trovato,E quei cortesemente salutò.Lor il saluto gli ebber raddoppiato,E pel saluto, che fe' Liombruno,In piedi fu levato ciascheduno.Vedendo Liombrun li Mercadanti,Che ciascheduno gli facea onoreE gli parlava con dolci sembianti,—«Assentatevi giù, gentil Signore;»—E Liombruno disse all'Oste innanti:—«Reca del vino, dico, e del migliore;«A questi Mercadanti dà da bere,«Che voglio star con lor di buon volere.»—E così stando, il vino fu recato,Poichè ebbero bevuto lì davanti,Liombruno a loro gli ebbe parlato,E si gli disse:—«O gentil Mercadanti,«Voi che cercate del Mondo ogni lato,«Li Regni co' paesi tutti quanti,«M'insegnate la terra oltremarina,«Ov'è signora madonna Aquillina.»—Niun di loro gli sapea insegnare,Ma volto l'uno l'altro a quel, che chiese,Rispose:—«Mai l'udimmo nominare,«Noi per il vero questo tal paese.»—Disse il più antico:—«Tu potresti andare«Millanta miglia, e forse più d'un mese,«Caminaresti, cotal argomento«Ne tel potria insegnar se non il vento.»—Disse Liombrun:—«V'è nessun, che sapesse,«Come si possa il vento ritrovare?»—Il più antico par, che rispondesse:—«Se su quel monte tu potessi andare,«Ed aspettar il vento, che venesse,«A casa d'un Romito ad albergare,«Più di sessanta venti per certano,«Quando là sono ogn'un par corpo umano.«Ma dell'andar non ti metter in prova,«Che giammai non vi fu uomo creato.«Sol un Romito, e questo vi si trova,«Perchè da' venti lui vi fu portato;«Ed ogni capo d'anno si rinnova.«Siccome l'alto Eolo ha ordinato,«Così vi viene portato dal vento,«Conforme al grande Nume è in piacimento.«Quella montagna ha sì grande altura«È sì pendente da montarvi suso,«Che mai nissun vi monta per sciagura,«Ch'a mezzo miglio non ne venghi giuso«Morto per terra in quella pianura.«Però d'irvi ciascuno è pauroso;«Deh non vi andar, se tu non vuoi morire.»—Dice Liombruno:—«A me convien pur gire.»—Per la virtù, che avevan quegli osatti,Allegramente Liombrun caminava,E giunse alla montagna in cotal patti,Che sopra quella non timido andava.Arrivato al romito, batti batti!E quel Romito si maravigliava,Ed alla cella fuori si facea:Aprì il portello e nissun non vedea.E quel Romito gran paura avea,Perchè credeva fosse un spirto fello.Ma Liombruno a dietro si traeva,E dal dosso si trasse il mantello,Acciò che il Romito lo vedea,E poi sì fè davanti del portello.Allora quel Romito s'assicuraVedendo di persona la figura.Ancor non era il Sol ben tramontato,Secondo che l'Istoria ne fa conto,Quando Liombrun dal Romito arrivato,Gli disse:—«Amico, che sei quà tu giunto?»—Quel buon Romito l'ebbe addimandato;—«Or da qual parte sei qui sopra assunto?«Non fu mai uomo alcun, che ci venisse,«Salvo, che il vento ce lo conducisse!»—E Liombruno sì gli rispondia,E disse a quel Romito con desìo:—«Mi ha portato la ventura ria,«E questi osatti, che a' piedi ho io,«Sol per amore della donna mia,«La qual mi tiene legato il cor mio.«Monna Aquilina si chiama palese,«Che signoreggia di strano paese.»—E quel Romito, da lui invitato,A Liombruno si prese a parlare:—«In la mia vita mai in nissun lato,«Cotal paese non udì nomare.»—Disse Liombruno:—«Mi è stato insegnato,«Che quà su i venti vengon albergare,«Per lo mio amor quando saran tornati,«Pregovi di averli interrogati.»——«Or entra dentro»—quel Romito disse,—«Fin che tornino i venti ad uno ad uno,«Che gli domanderò se lor sapisse.»—Dentro la cella n'andò Liombruno.Nel luogo del Romito egli si misse.Per fin che i venti tornasser ciascuno,E quel Romito poi li congiurava,E di Aquilina gli addimandava.In prima venne il vento Ponente,E di poi quello veniva il Garbino;Vento Levante; e poi, subitamente,Il gran vento, che tuttor vien d'Alpino;Vento Maestro venne similmente,Vento Greco, ed il buon vento Marino;Vent'Ostro, vento Borea, e Tramotana,E molti venti del mar della Tana.Quel Romito da Liombrun pregato,Ad uno ad uno scongiurava i venti,Che quel paese gli avesse insegnatoIn qual parte si trovava presente,Ciascun diceva:—«Non vi son mai stato.»—E un di loro parlò immantinente,Disse:—«Scirocco è già per arrivare,Forse, che lui ve lo saprà insegnare.»—Così essendo Scirocco già arrivato,Che quel romito per virtù inclina,Di quel paese gli ebbe domandato,Dov'è signora madonna Aquilina.Sirocco disse:—«Lì, vi son ben stato.E ritornarci voglio domattina.»—E Liombruno sì gli prese a dire:—«Se 'l t'è in piacer, con teco vo' venire.»—Disse il vento:—«Vuoi tu con me venire,Che il paese è tanto lontano?D'aspettar te io vedo non potire.Amico caro mio, tu parli in vano.»—Disse Liombruno:—«È proprio mio volire!Seguir ti voglio per monte e per piano;Se domattina tu mi vuoi chiamare,Quando sei in punto di voler andare.»—Disse Scirocco:—«Io ti chiamerò,Poichè con meco pur tu vuoi venire;In niuna parte non t'aspetterò,Questo ti dico, e ti faccio gire.La strada col cammin ti mostrerò;Vedrò, vedrò se mi potrai seguire.»——«Io son contento,»—Liombrun dicìa,Purchè mi trovi il cammin e la via.»—E quel Romito da cena gli dava,Di quelle cose, che per lui aveva;E mentre per ciò egli preparava,Mai da Sirocco Liombrun si parteva.Poscia a dormire subito n'andava,E gli osatti da' piè non si traeva,Per esser presto, se il vento il chiamasse,A seguitarlo dove quello andasse.E quando il giorno cominciò a spuntare,Scirocco Liombrun ebbe chiamato,E disse:—«Amico, voi tu camminare?»—Rispose lui:—«Io son apparecchiato,»—E uscì di fuori senza dimorare,La strada, ed il cammin gli ebbe mostrato—«Vedi quella montagna, ch'è sì lungi?Lassù me troverai, se tu m'aggiungi.»—Poi si partiva Scirocco fuggendo.E Liombruno da quel RomitelloPrese comiato; e vassen via, correndoDietro il vento, e messesi il mantello.Sirocco indietro si andava volgendo,E Liombruno andava innanzi ad ello.E così alla montagna arrivò primaDel vento, e l'aspettò su quella cima.Or disse il vento:—«Che uomo sei tu,Che per la via non ti posso vedire,E quanto io cammino, e ancor tu più?Non mi credea, che potessi venire.Quella montagna lungi vedi tu?Fin là con meco ti convien seguire,E poi là mostrerotti, amico bello,Di madonna Aquillina il suo castello.»—Allor Scirocco innanzi s'avviava;E Liombruno il mantel si mettea,Ed innanzi del vento se n'andava.Scirocco pur indietro si volgea,E spesse volte Liombrun chiamava,Liombruno, che innanzi rispondea,E come alla montagna fu arrivatoInnanzi il vento, il mantel s'ha cavato.Liombruno allora levato il mantello,Il vento giunse presto; e sì gli disse:—«Io ti prometto, caro amico snello,Tu sei miglior corrier, che mai vedisse!Or leva su, che ti mostri il castello.»—E poscia il vento da lui dipartisse;E per un'altra via il vento andava,E Liombruno al castel caminava.E Liombruno niente ha dimorato;Con allegrezza prese a camminare,E dentro del castello fu entrato.Salì il palazzo senza più tardare.Nella sala trovò apparecchiato,Che madonna Aquillina è a desinare;E con lei stava a mangiare a tagliere,E non vedean le donne il Cavaliere.Una donzella di coltel tagliava,L'altra donzella di coppa serviva,E Liombrun di buon cor mangiava,Ciò gli bisogna, e nissun nol vedia.E quella donna si maravigliava,Di quella robba, ch'innanzi venia,La quarta parte non gli par mangiare,Di quel, che innanzi si facea recare.Per la virtù, ch'aveva questo mantello,La donna non vedea quel sì ardito;E Liombruno aveva ancor l'anello,Che essa gli donò quando fu partito,Ed egli allor si ricordò di quello,Liombruno gentil, Signor gradito,Sopra il tagliere lo lasciava gire.La donna il vide, e presto prese a dire:—«Questo è l'anel, ch'è tanto grazioso,Ch'a Liombruno diedi quella volta!Ancora l'averia fatto giojoso,Se la virtute non gli avesse tolta.Sempre il mio core ne sarà doglioso,L'alma mia in pena si è rinvolta.»—A la passion che la donna ha sentita,Svenne, ed al suolo cadde tramortita.. . . . . . . . . . . . . .E la donzella di camera uscia,Come la donna gli avea ordinato.Nascosto Liombrun dentro ne gia,Ed alla sponda lui si fu accostato.Quella donna pel gran dolor dormia;Appresso lei egli fu appoggiato,Al chiaro viso, e in bocca l'ha baciata:Allor la donna si fu risvegliata.E Liombruno il mantel si mettea,Sì che la donna nol vedea per niente,Subitamente quella allor diceaIn fra sè stessa:—«Lassa me dolente,»—(Che Liombruno morto ella credea),—«Io me lo insognava certamente!Tapina me, ch'io non ho più conforto,Questo è segnal, che Liombruno è morto.»—Allor la bella donna imantinente,Un'altra volta si mise a dormire,E Liombruno fece similmente,Il mantello fingendosi scoprire.Ma ella si voltò ben prestamente;Che col mantel non si puote coprire.Ed alquanto lo vidde ella per certo,Prima che col mantel fosse coperto.Di dormire Aquillina allor s'infinseE Liombruno il mantel si è levato.Ella fu presta e con le mani il cinse,Prima che Liombrun l'abbia indossato;E così fortemente ella lo strinse,Dicendo:—«Liombrun, chi t'ha insegnatoLo incantamento, che adopri per Arte?Chi t'insegnò venir in questa parte?»—E Liombrun gli disse tutti i fatti,De' malandrini, che trovato avia,Di quel mantello e ancor di quelli osatti,E del vento, che gl'insegnò la via,In tra lor dui non ci bisogna patti,Le braccia al collo ciascun si mettia,Ed ambidui con un amor veraceSposandosi, così fecer la pace.Entrambi stetter poi allegramente,Per fin che visser, con perfetto amore.Io prego il mio lettore pazienteDi perdonare ogni mio grave errore.Auguro a tutta la mia buona genteChe si mantenghi in pace e buon umore;E al fine ognuno di voi abbia gloria!Al vostro onore cantata ho l'istoria.La popolarità di questo poemetto, del quale la lezione è scorrettissima, può argomentarsi da quanto narra l'autore delle facezie di Messer Poncino.—«Un certo pazzarello, tocco dalfumo dell'ambizione, per essergli stata laudata una sua frottola senza frutti da non so che ignorantissimi Cinciglioni, aveva abbandonato l'esercizio suo, ch'era d'armar nastri et altre simili cordelle e s'era persuaso Poeta.»—Il Poncino gli diè la soja, ond'egli tutto si ringalluzzì.—«Prese finalmente congedo, dopo, che ebbe oltre modo nojoso e lungo tedio recato al visitato gentiluomo con suoi pazzi cinguettamenti, Filippo Mastrucci, che questi erano il nome et il cognome del mentecatto giovine; e, ritornato alla sua povera casa, serratosi in un suo camerino, cominciò a voltare quando Buovo d'Antona, quando Dama Rovenza dal Martello, quando Aiolfo di Barbiconi, quando la vita del francese Gargantuaso e quando la frottola di Liombruno.....»—Vedi,Le piaceuoli | et ridicolose | facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | Con l'aggiunta d'alcune altre, che nella prima | impressione mancauano. | In Venetia, M.DC.XXVII | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti.[2]Rammenta il mito di Ganimede.[3]Aquilina.[4]Curioso quelsissignoredivenuto invariabile, col semplice significato disì, ma con una sfumatura di cortesia maggiore.[5]Gódersele, facendo il verbo della seconda, inèrelungo, anzi che della terza, inerebreve.[6]Siete, quì persiate.[7]Veramente Liombruno la fece da mariuolo. Questo mantello vien ricordato dalPanantinelPoeta di Teatro, canto XXIV.Se scorgo una carrozza, ove suppongoChe possa riconoscermi qualcuno,Mi turo, mi rannicchio, mi nascondo,Il mantello vorrei di Liombruno.Liombruno è ricordato anche nel Canto XVII diBertoldo, Bertoldino e Cacasenno......È un giovanotto di circa trent'anniInstivalato e avvolto in mantel bruno,Che il copre e par gli metta al corso i vanni.Dice Marcotte allor:—«Questi è Liombruno,Che fece col mantello vari inganni.»—[8]Risèdere, sdrucciolo. Dicendo essi spessissimosèdere, verbo e sostantivo. (Vedi in questo volume la novella intitolataLe dueBelle Giojee la Nota a pag. 410). Il che mi ricorda quell'aneddoto dell'improvvisatore, che s'indusse dopo lunghe preghiere ad improvvisare e cominciò in tal forma:Oh che bel vèdereSe spunta il dì....Subito l'interruppe uno degli astanti e compì la strofetta:Si ponga a sèdere,Basta così.N.B.Questo aneddoto si narra anche diversamente. Secondo un'altra lezione, l'improvvisatore avrebbe detto:O che bel vèdere,Sul far del giornoVolar la grù!...E l'interuttore:Si ponga a sèdere.Si ride intorno:Non parli più.[9]Suppongo, che s'abbia a direRomitoriooppureEremoovveroRomitaggio.[10]Questi leoni ricordan Cibele.

[1]È in sostanza il libretto popolare intitolato:Bellissima Istoria di Liombruno, dove s'intende, che fu venduto da suo Padre, e come fu liberato, ed altre cose bellissime, come leggendo intenderete.

CANTARE PRIMO

Dammi ajuto, che puoi, musa divina,Di componere una istrana istoria,Che la mia cetra non vi si rovina;Ma ajuta la debol mia memoria,(Perchè, nè di saper, nè di dottrina,Nemmen di poesìa non vanto gloria)Sì ch'io possa narrar un caso in rima,Ch'a ciascun piaccia dal piede alla cima.Signori, trovo, che per povertadeMolte persone son male arrivate,Hanno perduto la lor libertade,La povertà sì forte l'ha cacciate.Voglio cantar di una veritade,Qual'è di un padre (se mi ascoltate),Com'egli venne a così gran periglio,Che per campar vendè un suo figlio.Il pover uomo era un Pescatore,Ed ogni giorno sì andava a pescare.Per sua disaventura, a tutte l'ore,Poco pesce veniva egli a pigliare.Terra, nè vigna non aveva ancora,Ben tre Figliuoli avea da nutricare;La sua Donna era fresca più che rosa,Viveva di pescar, non d'altra cosa.Una mattina il buon uom si levò,A pescar con la barca fu andato.Punto di pesce il giorno non pigliò,Onde il buon uomo si fu crucïato.E a un'Isoletta del mare arrivò,Ed ivi un gran Corsaro ha ritrovato;Il qual gli disse:—«Che mi vuoi tu dare,«S'io ti darò del pesce, e assai dinare?»—Rispose:—«Io ti darò ciò, che tu vuoi;«Onde ora dimmi ciò, che posso fare.»—Parlò il Corsaro con i detti suoi,E dissegli:—«Se tu mi vuoi menare«Su st'Isoletta uno dei figli tuoi,«Se mi prometti di non m'ingannare,«Io ti darò del pesce per ristoro,«E ancor moneta assai d'argento ed oro.»—E quel buon'uomo n'ebbe gran dolore;Per povertà convien che gl'imprometta,E gli rispose:—«Io ti darò il minore,«E menarollo su quest'Isoletta.»—Il mal Corsaro non fece dimore:Pigliò del pesce ed empì la barchetta;Moneta gli diè assai, chè gliel portassi.Disse:—«T'annegarei, se m'ingannassi.»—E quel buon uomo gli rispose ardito:—«Io certamente non t'ingannerò.»—E poi verso di casa ne fu itoCon tutto il pesce assai dinar portò,E di buon vestimento assai vestito.La moglie ed i figliuoi ben adobbò;Di vettovaglia la casa ha fornita;Ma del figliuolo avea una gran ferita.E poi chiamò il suo figliuol minore;Nella barchetta seco lo menò;Dentro del cor aveva gran dolore,E navigando a l'Isola arrivò.Onde dalla barchetta il trasse fuore,Dicendo:—«Aspetta sin che tornerò.»—Così lasciò il figliolo con affanni,Qual non avea passato li sett'anni.Essendo il Padre suo da lui partito,(Che del figliuol non vuol veder la morte)Il Corsar Turco gli apparse ardito,E via 'l volea portar per cotal sorte.E quel figliuolo forte fu smarrito,Che non aveva nissun, che 'l conforte.—«Ajuto! Ajuto!»—cominciò a gridare,Che il Turco tosto si mise a scappare.Rimase il fanciullin con gran paura,Solo soletto su quell'Isolella;E guardò, e vide sopra dell'alturaSotto forme grifagne una donzella,Che un'Aquila parea la sua figura.E pel fanciullo se ne venne quella,E gli disse così:—«Non dubitare,«Che da questa Isoletta ti vo' trare.»—Disse il fanciullo:—«Non mi vuò partire,«Perchè mio padre qui debbo aspettare.»—L'Aquila all'ora sì gli prese a dire:—«Dov'è tuo Padre ti voglio portare.»—E prese quel fanciul, senza mentire,Sopra dell'aere cominciò a volare:E così lei per l'aere il portava,E meglio che in barca camminava.Poi gli mostrò 'l bel paese soprano,E il suo Castello, ch'era in lunghe parteQuattrocento giornate per certano.E più ancora fa menzion le carte:Che l'Aquila con quel fanciullo altanoIn una notte se gli andò per arte;La sera, che dall'Isola traeva,E la mattina al suo Castel giungeva.Poselo in una sala molto bella.—«Ora m'aspetta fin che torno»—disse;Ed entrò in zambra, e diventò donzella,E parve fuor del Paradiso uscisse.Lucevan gli occhi suoi più che la stella,E assomigliava il Sol, che risplendesse;Era vestita di molti bei panni,E non avea passati li dieci anni.La fanciulla, la qual ora vi dico,Lei si chiamava madonna Aquilina,Che scampò quel fanciullo dal nemico,Quando lo trasse fuor della Marina.Andò da lui, e disse:—«O bell'amico,«Io ti auguro la buona mattina:«Io son colei, che in alto ti portai,«Quando da quel Corsaro ti scampai.»—E quel fanciul, con grande sentimento,Cortesemente esso la ringraziò,E dissegli:—«Madonna, io son contento«D'esser tuo servo; e sempre tal sarò.»—E lei rispose:—«Non pigliar spavento,«Ch'ancora più contento ti farò.»—E lei dieci anni avea, ed egli sette:E così più d'otto anni ancora stette.Quando cresciuti furon in etate,Egli pareva un giglio, ella una rosa;Quella Madonna, piena di bontade,Disse:—«Il mio cor giammai non avrà posa,«Se non adempio la mia volontade;«Propongoti, ch'io sia la tua sposa.«Poichè allevato t'ho, donzel gradito,«Ora ti piaccia d'esser mio marito.»—E quel fanciullo, con buona dottrina,Cortesemente gli ebbe parlato,E gli rispose:—«Madonna Aquilina,«Con gran fatica m'avete allevato,«Voi mi cavaste fuor della marina,«Ciò, ch'a voi piace, son apparecchiato.»—Ed il suo nome dico a ciascheduno:La gente sì lo chiama Liombruno.E poi sposò la donna a cotal sorte:Lei per sua sposa, e lui per suo marito.Il suo Castello era cotanto forte,Di ciò, che bisognava, era fornito;Per fin nell'aere aveva due porte,Fatte per arte ed in cotal partito,Che niuna persona intrar potea,Se madonna Aquilina non volea.E Liombruno sapea l'incantamento,A suo diletto usciva egli ed entrava;E sì spesso facea torniamento,In belle giostre al tutto si approvava.E quella donna di buon sentimentoDi giorno in giorno sempre più l'amava,Perch'era bello e pien di gagliardìa,Sì che la donna gran ben gli volìa.E, stando un giorno tutto pensieroso,Quella donna gentil gli ebbe parlato,E sì gli disse:—«Marito, mio sposo,«Perchè stai tu alquanto corrucciato?»—Rispose Liombrun tutto doglioso:—«Madonna, un gran pensier mi si è levato,«Li miei fratelli veder io vorria,«Ed il mio Padre e Madre in compagnia.»—Disse la Donna:—«Se tu vuoi andare,«Voglio, che mi prometti senza inganno,«Termine ti darò, di ritornare:«Voglio, che tu torni al fin dell'anno.»—E Liombruno gli prese a parlare:—«Madonna, el sarà fatto senza affanno.»—Ed ella gli donò un bell'anello,Che da disagio campasse il Donzello.Disse:—«A l'anel ciò ch'avrai dimandare,«Tu l'averai a tutto tuo piacere;«Denaro e robba senza dimorare,«Ti sarà dato a tutto tuo volere.«Ma guarda ben, non lo manifestare,«Che mai più grazia non potresti avere!«E fa, che dentro un anno tu ritorni,E, se più stai, non varcar quattro giorni.»—E Liombruno disse:—«Volentiere.»—E questa donna nobile e gradita,Innanzi che partisse a tal mestiere,Ben quattro dì fe far corte bandita;E fecelo far anco Cavaliere,Fugli ben cinta la spada forbita.E fatto questo prese esso comiato,Messer Liombrun: così era chiamato.Egli avea d'andar giorni quattrocento,Innanzi ch'al suo paese arrivasse;E questa donna, per incantamento,Ordinò che lui si addormentasse.Ed all'Arte ella fa comandamento,Che in suo paese presto lo portasse.E Liombrun s'adormentò la sera,E la mattina nel suo paese era.Ma quando venne sù l'alba del giorno,Presto Liombruno si fu risvegliato;Rizzossi in piedi, guardossi d'intorno,Il bel Paese ha ben raffigurato.Di Liombrun quel Cavaliere adorno,Umilmente la Fata ha ringraziato,Ed all'anello grazia gli chiedia,Ciò che gli domandava gli venia.Per la virtù, ch'avea quel bell'anello,In prima se gli diede un buon destriero;Un vestimento poi sì ricco e bello,Come bisogna a ciascun Cavaliero.Valige poi ancora appresso quelloFornite di fiorini, a tal mestiero,E gente gli chiedeva senza fallo:Assai ne venne a piedi, ed a cavallo.Con questa gente e con quelle valiciAndò a sua casa, ove trovò suo padreE' suoi fratelli, ch'erano felici,E le valige appresentò alla Madre.Danari avea per sè e per gli amici,Per li parenti e cugine leggiadre;I suoi parenti dicea ciascheduno:—«Ben sia venuto messer Liombruno.»—Ed essi pur dicevan tutti quanti:—«O Liombruno, dove sei tu stato?»—E Liombrun gli rispose davanti:—«In veritade, ch'ho ben guadagnato;Io son stato con ricchi mercadanti,Che m'han così vestito ed addobato,Per il bene servir, che ho fatto a loro,M'han fatto Cavalier di Bufaloro.E a questi mercadanti io ho promesso,Prima che passi un anno, di tornare.»—Li suoi parenti gli dissero adesso:—«O Liombruno, dove voi tu andare?Il gran Re di Granata sta qui appresso,Ed una figlia sua vol maritare.Il torneamento ha fatto già bandire,Che chi vince ne faccia il suo desire.»—E quando Liombruno questo udìa,Vennegli il cor di veder sua ventura:Ed all'anello subito chiediaUn bel corsier con tutta sua armatura.Ciò, che domanda, tutto gli venìa,E Liombrun si armava a dirittura,Da suoi parenti comiato pigliava,E ciaschedun di loro lacrimava.E Liombruno sì prese comiato.Tanto cavalca, ch'è, giunto in Granata,Là dove il torneamento era ordinato,E la gran Giostra era già cominciata.L'altro giorno ivi se n'andò sul prato,Dove la gente era ben radunata.Ivi era un saracin molto possente,Che nella Giostra era quasi vincente.Quel Saracino avea tanta fortezza,Nissun a lui non si volea accostare;Perchè era prode e pien di gagliardezza,A suoi colpi nissun potea durare.Ma Liombruno, pien di gentilezza,Davanti a lui s'andò a presentare;Dissegli il Saracino:—«A me ti rendi;O, se tu vuoi giostrar, del campo prendi.»—E Liombrun gli disse:—«Volontieri.»—Arditamente del campo pigliava;Il Saracino, ch'è forte e leggeri,Su 'l buon destrier all'ora s'affermava.E rivoltorsi i nobil Cavalieri,L'un inver l'altro forte spronava.Li Cavalieri insieme fur scontrati,Or udirete i colpi smisurati.Il Saracino e messer LiombrunoVenivansi a ferir arditamente:Dui gran colpi si dettero ciascuno,Ma pur il Saracino fu perdente.Arme, ch'avesse, non gli valse un pruno;Che Liombruno, nobile possente,Il ferro e l'asta nel cor gli cacciò,E giù del destrier morto lo gettò.Caduto in terra morto il Saracino,Liombrun forte nel campo ferìa;Quanti giungeva metteva a declino;Ma ciascheduno gli dava la via,Che ben pareva un franco paladino.Con alta voce ciaschedun dicia:—«O non combatter più, franco Signore,Che della Giostra tu hai vinto l'onore.»—Il Re fece venir il Cavaliere,E sì gli disse:—«Baron valoroso,La mia figliuola sarà tua mogliere,E tu sarai mio genero e suo sposo.»—E Liombruno disse:—«Volontiere,Ciò ch'a voi piace, alto Re glorioso.»—Ma lo Re innanzi, che gliel'abbia a dare,Co' suoi Baroni si vuol consigliare.Il Re a' suoi savi ebbe dimandato,Dicendo:—«Che vi par del Cavaliere?Voi dovete saperlo.»—Ebbe parlato:—«Fuor ch'in suo paese egli ha mogliere,E non ci par di così gentil stato,Che s'acconvenga a voi per tal mestiere.Benchè sia prode e pien di gagliardia,A noi non par, che convenevol sia.«Ma, se volete a nostro senno fare,Voi ordinate, che ciascun si vanti,E, dopo, il vanto, senza dimorare,Ve lo presenti subito davanti.»—E l'altro dì si fece ritornareIn su la Sala i Baron tutti quanti,Ove ordinò, che ciascun s'avanzasse,Poi li vanti davanti ad un portasse.Chi si avvanta di bella mogliere,Chi si avvanta di bella magione,Chi di Caval corrente e buon destriere,Chi di gentil Sparviere e buon Falcone,Chi di Palazzo e chi di Torri altiere,Chi si vanta di sua condizione;E quando poi ciascun si fu vantato,Messer Liombruno si fu domandato.Or disse il Re:—«Perchè non vi avanzate?»—E Liombruno così rispondia,—«Sacra Corona or deh! mi perdonate.»—Rispose lui:—«Perdonato ti sia.»—E Liombruno disse:—«In veritade,Io pur mi vanto della donna mia,Più bella donna non la puoi trovare;Fra venti giorni lo voglio provare.»——«Termine mi dimandi venti dì,»—Rispose il Re:—«Io te ne vuò dar trenta.»—Liombruno disse all'anello lì:—«Monna Aquilina tosto qui appresenta.»—E quella donna, perchè a lei fallì,Non vuol venire, acciò ch'egli si penta.Ne passa trenta giorni senza resta,Alli trenta dovea perder la testa.A i trenta giorni quella fu venuta.Fuori della Città si ritenìa.Una donzella gli ebbe travestita,Mandolla al Re e sua baronia.E quando il Re costei ebbe veduta,Che era piena di tanta leggiadria.Disse a Liombruno:—«È quella tua mogliere?»—E lui rispose:—«Nò, dolce messere.»—La cameriera presto si arrivavaDavanti al Re e ad ogni Barone,Quando il Re la donzella non guardava.Quella era tanto bella di fazione!Verso di Liombruno lui parlava:—«È questa tua moglie gentil campione?»—Disse Liombruno con dolce favelle:—«Signor nò, ambedue sono donzelle.»—E Madonna Aquilina fu arrivata,Col suo bel viso, che rendea splendore;Davanti al Re si fu rappresentata,Poi di lì si partì senza dimore.E quando il Re costei ebbe guardata,Disse a Liombruno:—«Nobile Signore,Or mi perdona per tua cortesia.»——«Perdona a me.»—Liombrun rispondia.E Liombruno prese comiato,E dietro alla sua donna se ne gia.Ella l'aspetta con viso turbato;Liombruno gridando la chiedia.Ed ella disse:—«Falso rinegato,Della tua morte ancor m'incresceria!»—Per Arte quella donna se n'andava,Nè arme, nè caval non gli lasciava.Nè arme, nè caval non gli lasciò,Liombruno in un bosco fu entrato,Dove che tre malandrini trovò,Che ciascheduno parea disperato.Nel secondo cantare vi dirò,Ciò che al Cavaliero fu incontrato,Di Liombrun dett'ho il primo cantare,E la seconda parte vò contare.

CANTARE SECONDO

Signori, dissi nell'altro cantare,Come Liombruno dal Corsar scampò;Di punto in punto v'ebbi a ricordare,Come per grand'onor al padre andò.Ed io vi dissi quello, ch'ebbe a fare,Come madonna Aquilina il lasciòSenz'arme e (quel, ch'è più) senza cavallo,E come s'incontrò in un gran fallo.Tre malandrini avevano rubbato,Duoi mercanti e morti a gran furore,E lor denari avevano essi a latoSopra una pietra per partir allore (sic.)Ciascuno quivi parea disperato,Insieme facendo essi gran rumore.Per darsi morte le spade son tratte,Per un mantello, per un par d'osatte.E quel mantello lo voleva l'uno,L'altro le osatte, nè si può accordare;Al terzo poi non ne rimaneva uno,E tutti tre si ebbero a crucciare.In tanto ivi arrivava Liombruno;E quando lui gli vide così stare,Il più antico di loro il chiamò;E Liombruno prestamente andò.E sì gli disse:—«Amico valoroso,«A queste cose abbi gran providenza,«D'esto mantel, ch'è tutto grazioso,«Di queste osatte dacci la sentenza.»—E Liombruno sì gli ebbe risposo:—«Acciò che possa dar giusta sentenza,«La virtù del mantello voi mi dite,«E delle osatte poi che voi sentite.»—Uno di loro, ch'era più saputo,A Liombruno si prese a parlare,E sì gli disse:—«Sarà provveduto,«Chi questo manto indosso avrà a portare:«Da uom del mondo non può esser veduto.«Di quelli osatti ti voglio contare:«Chi gli ha in piedi camina più che vento,«Perchè son fatti per incantamento.»—Disse Liombruno:—«Non lo crederia,«Se primamente non l'avrò a provare.»—Ed il più antico sì gli rispondia:—«Or te li metti e poi comincia andare«Alquanti passi su per questa via.»—Lui se li mise senza dimorare;Di poi si fu calzato, LiombrunoE del mantello dimandava ad uno.—«S'egli è ver ora quel, che voi dicete,«Un gran tesoro vale, in fede mia!»—Disse il più antico—«Se ve lo mettete,«Voi vedrete s'egli è vero o bugìa»—Lui se lo mise, e disse:—«Mi vedete?»——«Non vi vediamo»—il malandrin dicia.Lui prese dei fiorini a suo piacere,Perchè niuno non lo può vedere.Sì che Liombruno non tardò niente,Ma il mantello e gli osatti ha via portato,Lì malandrini rimaser dolente.Sul più antico il lor cruccio han disfogatoDicendogli:—«È tuo amico, o tuo parente?»—E gli altri due così l'hanno ammazzato,Benchè dicesse:—«Il giuro, nol conosco,«Nè mai il vidi se non in questo bosco.»—E fatto questo, s'ebbero voltatiVerso la pietra, ov'eran li denare;E vedendo, che gli erano scemati,Tosto poi tra lor s'ebbero a sdegnare;Dicendosi l'un l'altro:—«Li hai rubbati.»—E con le spade cominciorno a dare.Li colpi furono sì crudeli, e forti,Che ambi restonno su quel punto morti.Liombruno sentiva il gran rumore,Voltossi indietro, e se ne sta a vedere.E vide crudi colpi di valore,Che ciaschedun si dan di buon volere.Indietro ritornò senza timore,E prese de' fiorini a suo piacere,Ch'eran da trenta milla e settecento,Poi caminava più che non fa il vento.E Liombruno tanto caminò,Che ad una gran Città fu arrivato;Dentro d'un'Osteria lui entrò,E tre Mercanti lì ebbe trovato,E quei cortesemente salutò.Lor il saluto gli ebber raddoppiato,E pel saluto, che fe' Liombruno,In piedi fu levato ciascheduno.Vedendo Liombrun li Mercadanti,Che ciascheduno gli facea onoreE gli parlava con dolci sembianti,—«Assentatevi giù, gentil Signore;»—E Liombruno disse all'Oste innanti:—«Reca del vino, dico, e del migliore;«A questi Mercadanti dà da bere,«Che voglio star con lor di buon volere.»—E così stando, il vino fu recato,Poichè ebbero bevuto lì davanti,Liombruno a loro gli ebbe parlato,E si gli disse:—«O gentil Mercadanti,«Voi che cercate del Mondo ogni lato,«Li Regni co' paesi tutti quanti,«M'insegnate la terra oltremarina,«Ov'è signora madonna Aquillina.»—Niun di loro gli sapea insegnare,Ma volto l'uno l'altro a quel, che chiese,Rispose:—«Mai l'udimmo nominare,«Noi per il vero questo tal paese.»—Disse il più antico:—«Tu potresti andare«Millanta miglia, e forse più d'un mese,«Caminaresti, cotal argomento«Ne tel potria insegnar se non il vento.»—Disse Liombrun:—«V'è nessun, che sapesse,«Come si possa il vento ritrovare?»—Il più antico par, che rispondesse:—«Se su quel monte tu potessi andare,«Ed aspettar il vento, che venesse,«A casa d'un Romito ad albergare,«Più di sessanta venti per certano,«Quando là sono ogn'un par corpo umano.«Ma dell'andar non ti metter in prova,«Che giammai non vi fu uomo creato.«Sol un Romito, e questo vi si trova,«Perchè da' venti lui vi fu portato;«Ed ogni capo d'anno si rinnova.«Siccome l'alto Eolo ha ordinato,«Così vi viene portato dal vento,«Conforme al grande Nume è in piacimento.«Quella montagna ha sì grande altura«È sì pendente da montarvi suso,«Che mai nissun vi monta per sciagura,«Ch'a mezzo miglio non ne venghi giuso«Morto per terra in quella pianura.«Però d'irvi ciascuno è pauroso;«Deh non vi andar, se tu non vuoi morire.»—Dice Liombruno:—«A me convien pur gire.»—Per la virtù, che avevan quegli osatti,Allegramente Liombrun caminava,E giunse alla montagna in cotal patti,Che sopra quella non timido andava.Arrivato al romito, batti batti!E quel Romito si maravigliava,Ed alla cella fuori si facea:Aprì il portello e nissun non vedea.E quel Romito gran paura avea,Perchè credeva fosse un spirto fello.Ma Liombruno a dietro si traeva,E dal dosso si trasse il mantello,Acciò che il Romito lo vedea,E poi sì fè davanti del portello.Allora quel Romito s'assicuraVedendo di persona la figura.Ancor non era il Sol ben tramontato,Secondo che l'Istoria ne fa conto,Quando Liombrun dal Romito arrivato,Gli disse:—«Amico, che sei quà tu giunto?»—Quel buon Romito l'ebbe addimandato;—«Or da qual parte sei qui sopra assunto?«Non fu mai uomo alcun, che ci venisse,«Salvo, che il vento ce lo conducisse!»—E Liombruno sì gli rispondia,E disse a quel Romito con desìo:—«Mi ha portato la ventura ria,«E questi osatti, che a' piedi ho io,«Sol per amore della donna mia,«La qual mi tiene legato il cor mio.«Monna Aquilina si chiama palese,«Che signoreggia di strano paese.»—E quel Romito, da lui invitato,A Liombruno si prese a parlare:—«In la mia vita mai in nissun lato,«Cotal paese non udì nomare.»—Disse Liombruno:—«Mi è stato insegnato,«Che quà su i venti vengon albergare,«Per lo mio amor quando saran tornati,«Pregovi di averli interrogati.»——«Or entra dentro»—quel Romito disse,—«Fin che tornino i venti ad uno ad uno,«Che gli domanderò se lor sapisse.»—Dentro la cella n'andò Liombruno.Nel luogo del Romito egli si misse.Per fin che i venti tornasser ciascuno,E quel Romito poi li congiurava,E di Aquilina gli addimandava.In prima venne il vento Ponente,E di poi quello veniva il Garbino;Vento Levante; e poi, subitamente,Il gran vento, che tuttor vien d'Alpino;Vento Maestro venne similmente,Vento Greco, ed il buon vento Marino;Vent'Ostro, vento Borea, e Tramotana,E molti venti del mar della Tana.Quel Romito da Liombrun pregato,Ad uno ad uno scongiurava i venti,Che quel paese gli avesse insegnatoIn qual parte si trovava presente,Ciascun diceva:—«Non vi son mai stato.»—E un di loro parlò immantinente,Disse:—«Scirocco è già per arrivare,Forse, che lui ve lo saprà insegnare.»—Così essendo Scirocco già arrivato,Che quel romito per virtù inclina,Di quel paese gli ebbe domandato,Dov'è signora madonna Aquilina.Sirocco disse:—«Lì, vi son ben stato.E ritornarci voglio domattina.»—E Liombruno sì gli prese a dire:—«Se 'l t'è in piacer, con teco vo' venire.»—Disse il vento:—«Vuoi tu con me venire,Che il paese è tanto lontano?D'aspettar te io vedo non potire.Amico caro mio, tu parli in vano.»—Disse Liombruno:—«È proprio mio volire!Seguir ti voglio per monte e per piano;Se domattina tu mi vuoi chiamare,Quando sei in punto di voler andare.»—Disse Scirocco:—«Io ti chiamerò,Poichè con meco pur tu vuoi venire;In niuna parte non t'aspetterò,Questo ti dico, e ti faccio gire.La strada col cammin ti mostrerò;Vedrò, vedrò se mi potrai seguire.»——«Io son contento,»—Liombrun dicìa,Purchè mi trovi il cammin e la via.»—E quel Romito da cena gli dava,Di quelle cose, che per lui aveva;E mentre per ciò egli preparava,Mai da Sirocco Liombrun si parteva.Poscia a dormire subito n'andava,E gli osatti da' piè non si traeva,Per esser presto, se il vento il chiamasse,A seguitarlo dove quello andasse.E quando il giorno cominciò a spuntare,Scirocco Liombrun ebbe chiamato,E disse:—«Amico, voi tu camminare?»—Rispose lui:—«Io son apparecchiato,»—E uscì di fuori senza dimorare,La strada, ed il cammin gli ebbe mostrato—«Vedi quella montagna, ch'è sì lungi?Lassù me troverai, se tu m'aggiungi.»—Poi si partiva Scirocco fuggendo.E Liombruno da quel RomitelloPrese comiato; e vassen via, correndoDietro il vento, e messesi il mantello.Sirocco indietro si andava volgendo,E Liombruno andava innanzi ad ello.E così alla montagna arrivò primaDel vento, e l'aspettò su quella cima.Or disse il vento:—«Che uomo sei tu,Che per la via non ti posso vedire,E quanto io cammino, e ancor tu più?Non mi credea, che potessi venire.Quella montagna lungi vedi tu?Fin là con meco ti convien seguire,E poi là mostrerotti, amico bello,Di madonna Aquillina il suo castello.»—Allor Scirocco innanzi s'avviava;E Liombruno il mantel si mettea,Ed innanzi del vento se n'andava.Scirocco pur indietro si volgea,E spesse volte Liombrun chiamava,Liombruno, che innanzi rispondea,E come alla montagna fu arrivatoInnanzi il vento, il mantel s'ha cavato.Liombruno allora levato il mantello,Il vento giunse presto; e sì gli disse:—«Io ti prometto, caro amico snello,Tu sei miglior corrier, che mai vedisse!Or leva su, che ti mostri il castello.»—E poscia il vento da lui dipartisse;E per un'altra via il vento andava,E Liombruno al castel caminava.E Liombruno niente ha dimorato;Con allegrezza prese a camminare,E dentro del castello fu entrato.Salì il palazzo senza più tardare.Nella sala trovò apparecchiato,Che madonna Aquillina è a desinare;E con lei stava a mangiare a tagliere,E non vedean le donne il Cavaliere.Una donzella di coltel tagliava,L'altra donzella di coppa serviva,E Liombrun di buon cor mangiava,Ciò gli bisogna, e nissun nol vedia.E quella donna si maravigliava,Di quella robba, ch'innanzi venia,La quarta parte non gli par mangiare,Di quel, che innanzi si facea recare.Per la virtù, ch'aveva questo mantello,La donna non vedea quel sì ardito;E Liombruno aveva ancor l'anello,Che essa gli donò quando fu partito,Ed egli allor si ricordò di quello,Liombruno gentil, Signor gradito,Sopra il tagliere lo lasciava gire.La donna il vide, e presto prese a dire:—«Questo è l'anel, ch'è tanto grazioso,Ch'a Liombruno diedi quella volta!Ancora l'averia fatto giojoso,Se la virtute non gli avesse tolta.Sempre il mio core ne sarà doglioso,L'alma mia in pena si è rinvolta.»—A la passion che la donna ha sentita,Svenne, ed al suolo cadde tramortita.. . . . . . . . . . . . . .E la donzella di camera uscia,Come la donna gli avea ordinato.Nascosto Liombrun dentro ne gia,Ed alla sponda lui si fu accostato.Quella donna pel gran dolor dormia;Appresso lei egli fu appoggiato,Al chiaro viso, e in bocca l'ha baciata:Allor la donna si fu risvegliata.E Liombruno il mantel si mettea,Sì che la donna nol vedea per niente,Subitamente quella allor diceaIn fra sè stessa:—«Lassa me dolente,»—(Che Liombruno morto ella credea),—«Io me lo insognava certamente!Tapina me, ch'io non ho più conforto,Questo è segnal, che Liombruno è morto.»—Allor la bella donna imantinente,Un'altra volta si mise a dormire,E Liombruno fece similmente,Il mantello fingendosi scoprire.Ma ella si voltò ben prestamente;Che col mantel non si puote coprire.Ed alquanto lo vidde ella per certo,Prima che col mantel fosse coperto.Di dormire Aquillina allor s'infinseE Liombruno il mantel si è levato.Ella fu presta e con le mani il cinse,Prima che Liombrun l'abbia indossato;E così fortemente ella lo strinse,Dicendo:—«Liombrun, chi t'ha insegnatoLo incantamento, che adopri per Arte?Chi t'insegnò venir in questa parte?»—E Liombrun gli disse tutti i fatti,De' malandrini, che trovato avia,Di quel mantello e ancor di quelli osatti,E del vento, che gl'insegnò la via,In tra lor dui non ci bisogna patti,Le braccia al collo ciascun si mettia,Ed ambidui con un amor veraceSposandosi, così fecer la pace.Entrambi stetter poi allegramente,Per fin che visser, con perfetto amore.Io prego il mio lettore pazienteDi perdonare ogni mio grave errore.Auguro a tutta la mia buona genteChe si mantenghi in pace e buon umore;E al fine ognuno di voi abbia gloria!Al vostro onore cantata ho l'istoria.

La popolarità di questo poemetto, del quale la lezione è scorrettissima, può argomentarsi da quanto narra l'autore delle facezie di Messer Poncino.—«Un certo pazzarello, tocco dalfumo dell'ambizione, per essergli stata laudata una sua frottola senza frutti da non so che ignorantissimi Cinciglioni, aveva abbandonato l'esercizio suo, ch'era d'armar nastri et altre simili cordelle e s'era persuaso Poeta.»—Il Poncino gli diè la soja, ond'egli tutto si ringalluzzì.—«Prese finalmente congedo, dopo, che ebbe oltre modo nojoso e lungo tedio recato al visitato gentiluomo con suoi pazzi cinguettamenti, Filippo Mastrucci, che questi erano il nome et il cognome del mentecatto giovine; e, ritornato alla sua povera casa, serratosi in un suo camerino, cominciò a voltare quando Buovo d'Antona, quando Dama Rovenza dal Martello, quando Aiolfo di Barbiconi, quando la vita del francese Gargantuaso e quando la frottola di Liombruno.....»—Vedi,Le piaceuoli | et ridicolose | facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | Con l'aggiunta d'alcune altre, che nella prima | impressione mancauano. | In Venetia, M.DC.XXVII | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti.

[2]Rammenta il mito di Ganimede.

[3]Aquilina.

[4]Curioso quelsissignoredivenuto invariabile, col semplice significato disì, ma con una sfumatura di cortesia maggiore.

[5]Gódersele, facendo il verbo della seconda, inèrelungo, anzi che della terza, inerebreve.

[6]Siete, quì persiate.

[7]Veramente Liombruno la fece da mariuolo. Questo mantello vien ricordato dalPanantinelPoeta di Teatro, canto XXIV.

Se scorgo una carrozza, ove suppongoChe possa riconoscermi qualcuno,Mi turo, mi rannicchio, mi nascondo,Il mantello vorrei di Liombruno.

Liombruno è ricordato anche nel Canto XVII diBertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

.....È un giovanotto di circa trent'anniInstivalato e avvolto in mantel bruno,Che il copre e par gli metta al corso i vanni.Dice Marcotte allor:—«Questi è Liombruno,Che fece col mantello vari inganni.»—

[8]Risèdere, sdrucciolo. Dicendo essi spessissimosèdere, verbo e sostantivo. (Vedi in questo volume la novella intitolataLe dueBelle Giojee la Nota a pag. 410). Il che mi ricorda quell'aneddoto dell'improvvisatore, che s'indusse dopo lunghe preghiere ad improvvisare e cominciò in tal forma:

Oh che bel vèdereSe spunta il dì....

Subito l'interruppe uno degli astanti e compì la strofetta:

Si ponga a sèdere,Basta così.

N.B.Questo aneddoto si narra anche diversamente. Secondo un'altra lezione, l'improvvisatore avrebbe detto:

O che bel vèdere,Sul far del giornoVolar la grù!...

E l'interuttore:

Si ponga a sèdere.Si ride intorno:Non parli più.

[9]Suppongo, che s'abbia a direRomitoriooppureEremoovveroRomitaggio.

[10]Questi leoni ricordan Cibele.


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