XXXII.

XXXII.LA NOVELLA DEL SIGNOR GIOVANNI.[1]Vi racconterò la Novella del signor Giovanni da Costantinopoli, ched era un signore ricchissimo. Nell'essere a i' balcone d'i' suo terrazzo d'i' suo appartamento, vide passare una sposa con un bimbo per la mano, che l'accompagnava alla scola.—«Sposa!»—«Che comanda, signor Giovanni?»—alzò sù il capo.—«Potreste salir sù col vostro bimbo?»—«Sissignore.»—Questa, la sale sù:—«Oh, signor Giovanni, felice giorno a Lei; ben alzato. Cosa mi comanda?»—«È vostro questo bimbo?»—«Sissignore, è mio.»—«Ah! io non ho nessuno nin questo mondo! per me, sono solo, unico! Un signore come io sono, pieno di ricchezze e tutto, non ho a una mia morte da lasciare le mie ricchezze!»—Dice:—«Guardate, lo prenderei volentieri per mio figlio nel mio appartamento. Io gli metterei il maestro d'imparare le vere educazioni; se venisse ad imparare un'arte o cosa simile, gli metterei anche tutte le maestranze, gli metterei. Altro che soltanto vi darei un regalo d'un sacchetto di luigi d'oro. Non è per comprare il bimbo; padroni gli sposi di venire a far visita al vostro figlio, quando che gli pare e piace.»—«Signor Giovanni, caro signor Giovanni, bisogna che io vada a casa e gnene dica a mio marito, perchè, se mio marito è contento, io gnene porto il bimbo. Sa, signor Giovanni, ci ho anche una bimba, sa....»—«Ah,non me ne ragionate delle donne, perchè non le posso vedere. Il bimbo, sì; ma le donne non le posso vedere,»—dice. Ella va a casa da i' marito, co i' bimbo pella mano. Va a casa e picchia. S'affaccia alla finestra:—«Beh! cos'hai fatto? Non l'hai accompagnato a scola i' bimbo?»—Dice:—«No. Apri, che ho da dirti alcune parole. Il signor Giovanni di Costantinopoli, che mi ha chiamato e mi ha detto questo: che lui vorrebbe il mio figlio nelle sue mani, che lui verrebbe a un punto di esser l'erede di tutte le ricchezze del signor Giovanni di Costantinopoli.»—«Bah! che vuoi? me ne rincresce.»—«Ma, con questo, sai, padroni gli sposi di andare a far visita al nostro figlio, quando ci pare e piace. E, con questo, ci dà un sacchetto di napoleoni d'oro. Un bisogno, che occorre, gua', si ricorre là e siamo soccorsi d'ogni nostro bisogno.»—Dice:—«Vai e portagnene. Vieni, poero Franceschino!»—fa i' padre al figliolo (si chiamava Francesco il figlio); lo bacia e tutto:—«Addio, addio, addio!»—La madre se lo prende per la mano e lo porta al signor Giovanni di Costantinopoli. Il signor Giovanni di Costantinopoli, che l'era là al balcone e vede tornare la madre con il bimbo, gli brillava il core dell'allegrezza:—«Come, sposina mia cara?»—«Mio marito è contento.»—«Fate conto di entrare nel vostro quartiere, quando entrate nel mio palazzo!»—La madre del bimbo te lo piglia, te lo bacia:—«Addio Franceschino! Addio Franceschino!»—Non se ne sapeva distaccare. Il Signor Giovanni va lì e prende quel sacchetto di luigi d'oro e lo dà alla madre e dice:—«Addio, fa conto, quando volete vedere il bimbo, di entrare in casa vostra.»—«Addio, addio!»—la madre se ne va via. Il signor Giovanni:—«Ah poero Franceschino!»—te lo piglia, te lo abbraccia ete lo bacia, e te gli mette su un perfettissimo maestro; per imparargli l'educazione a i' bimbo. Viene in crescenza; dice:—«Signor Giovanni, io vorrei fare la tal'arte,»—secondo; e lui gli piantava i' maestro. Principiando da codesto de' maestri, Franceschino, che veniva a perfezione, diceva:—«Io vo' fare la tal'arte, la tal'altra; io vo' fare l'indoratore, l'intagliatore,»—secondo. Un bravissimo giovanotto venne; bravissimo nelle sue arti, che lui voleva imparare, di pittore, di tutto; e venne a perfezione. Venne sù un gran pittore bravissimo. Nell'essendo a tavola co' i' signor Giovanni, Franceschino (che all'ora di digiunè lo teneva seco; all'ora di pranzo, l'istesso; all'ora d'i' rinfresco l'istesso: non se lo lasciava mai di fianco) venne una volontà a i' signor Giovanni di dirgli:—«Franceschino, voglio, che te mi facci un regalo di un bellissimo quadro con cornice intagliata, indorata e tutto. Fammi uno scherzo, sai? quel che ti piace, ma non volto di donna, bada; non te ne ingerire, sai.»—«La sarà servito, signor Giovanni»—gli fà Franceschino. Franceschino entra nel suo studio e comincia a travagliare e comincia. Gli venne fatto i' quadro, tagliato i' cristallo, dorato e tutto; e una bellissima pittura gli fece, di un bellissimo volto di Venere. Si sa molto bene che i pittori!... Cosa ti fa Franceschino? te l'accomoda e tutto; e, a ora quieta, te lo porta nella camera del signor Giovanni e gnene mette accanto allo specchio, che quando il signor Giovanni faceva la toaletta e lo vedeva subito. La mattina, si alza il signor Giovanni; e se ne va al suo quartiere, allo specchio a fare la toaletta. Un tratto:—«Ohimè!»—dice—«che cosa è questa!»—e rimane stupito.—«Franceschino, Franceschino!»—«Come, signor Giovanni?»—«Vieni quà, davanti a me. Cosa io ti dissi, che io volto di femmina non lo voleva?»—«Chevole, signor Giovanni, perdoni e compatisca, che i pittori son pazzeschi, sono. Cosa gli viene per la testa, bisogna che faccino. Mi è venuto per la testa questo e io ho fatto questo.»—«Dilontanatevi da me!»—Ora di digiunè, non era più chiamato; ora di pranzo, non era più chiamato; ma tutto quel, che gli serviva, gli era portato nel suo laboratorio.—«Anco così si va innanzi; mangio anche così. Non m'importa di mangiare col signor Giovanni. Tutto quel, che mangia lui, viene anche costì: si mangia per tutto!»—fa Franceschino. Il signor Giovanni, in capo a qualche po' di tempo, chiama Franceschino:—«Franceschino!»—«Comandi, signor Giovanni!»—«Devi prendere quel quadrettino, che te facesti; te lo devi mettere nella tasca ladra del tuo soprabito, te lo devi mettere; e andartene alla riva del mare di Costantinopoli; e fare staccare il mio bastimento. Tanto a piedi che nel bastimento, tu devi girare tutto il mondo; e mi devi promettere di portarmi un ritratto, come te hai fatto.[2]»—«Caro signor Giovanni, io farò tutto quello, che Lei comanda; ma mi mandi compagni con meco.»—«Ci viene quel giovane a giocare e spassare nel nostro appartamento. Tu domandagli, se viene. Tu intanto non istai ad andar solo.»—Comparisce la sera questo giovane quà nel palazzo.—«Oh sai, amico»—dice Franceschino a questo giovane,—«ho da fare un giro, nella barca qua del signor Giovanni di Costantinopoli. Vuoi venir con me?»—«Ci vengo volentieri.»—«Sente signor Giovanni? ci viene volentieri.»—«Io ti do tempo, caro Franceschino, un anno e tre giorni a portarmi nel mio palazzo un volto, come te hai fatto.»—Franceschino chiede licenza a i' signor Giovanni:—«Vado via. Addio, addio, addio!»—Giovanni abbraccia Franceschino e lo bacia:—«Addioe felice ritorno. Cerca di fare ogni cosa pel bene di quello, ch'io ti dico.»—«Sissignore.»—Vanno alla riva del mare, staccano i' bastimento, entrano dentro, dànno le vele al vento, addio! per andare a girare i' mondo. Gira di quà, gira di là, gira di sopra, gira di sotto e gira dappertutto, non trovava mai un volto simile a quello, che lui aveva fatto. Via! e tiran via sempre a camminare n'i' bastimento del signor Giovanni. Da lontano Franceschino vede certe fiamme sur un'isola, che pareva, che prendesse foco roba.—«Arriviamo quà»—al piloto.—«Arriviamo a quell'isola lassù, che tanto ci si rinfrescheremo.»—Montando su quest'isola, sortendo d'i' bastimento, Francesco occhia una bimba e l'era tutta il ritratto. Va al compagno:—«Guarda! sai, se la fosse a tiro, la sarebbe proprio il ritratto! Ma lascia fare a me. Ora è entrata in quella bottega di pizzicagnolo. Aspettiamo, che sorte, e gli voglio dimandare quante sono in famiglia.»—Sorte questa fanciulla di bottega del pizzicagnolo. Francesco dice:—«Bambina, scusatemi, venite qua.»—«Cosa volete, signori?»—la gli fa questa fanciullina a questi due giovanotti, tanto a Francesco che a quell'altro giovanotto. E loro gli dissero:—«Non ci è nessuno qui, che dia da rinfrescarsi?»—Risponde la fanciullina:—«Signori, venghino pure, perchè ora entra a tavola il mio signor padre; dà da rinfrescarsi e da mangiare a tutti i viaggianti, che vengono su in quest'isola.»—Che questo, abbiate da sapere, era un carbonaro, fabbricava il carbone, e però vedevano le fiamme da lontano. Entra drento Franceschino, il suo compagno e tutto. Questa fanciulla dice:—«Signor padre, c'è questi due signori, che si voglion rinfrescare.»—«Falli accomodare a tavola, che adesso si va a pranzo.»—Si accomodano a tavola e tutto. Viene il carbonajo,viene la moglie, viene un figlio e questa ragazzina. Francesco non poteva stare alle mosse, e fa:—«Dica, signor Padrone, non c'è altro che loro in famiglia?»—E i' padre risponde e dice:—«Oh che? Rosina non è venuta! Cosa sta a fare? Ditegli, che venga a pranzo.»—Va di là la sorella; dice:—«Rosina!Cosa fai?Non vieni a pranzo, ha detto il signor padre.»—Dice:—«Senti, io non ci voglio venire, sai? C'è quei duoi signori, io mi vergogno.»—Va di là questa ragazzina, dice:—«Sa, signor Padre, non ci vuol venire, perchè si vergogna, che c'è questi due signori.»—Tanto Francesco che quell'altro sente dire.—«Ah!»—dice,—«dica pure, che nojaltri non siamo signori di soggezione. Può venire, può venire a pranzo. Non si pigli soggezione di nojaltri: può venire, può venire a pranzo.»—Va dentro la sorellina e gnene dice.—«Adesso finisco di far la toalette e verrò.»—Eccotela e viene per andare alla tavola da pranzo. Francesco, che te l'occhia, fa così al compagno:—«Lascia fare a me, che l'è tutta il vero ritratto!»—Eh! un pranzo quello, ch'è lì, sontuoso: bottiglie, caffè, confetture; mangiano, bevono, si divertono. Dice Franceschino:—«Sa, signor Padrone; ora mi dirà quello, che devo dare.»—Dice:—«Niente. A questi signori, che vengono sù in quest'isola, che è qui, non faccio pagar niente.»—«Sa, signor padrone, Lei,»—dice Franceschino—«bisogna, che venga a vedere una cosa bellissima nel mio bastimento, che si divertirà di molto, sa. Deve venire a vederla tutta la sua famiglia, sa.»—Si alzano di tavola, si rivestono benone, tanto il carbonajo, la carbonara, il figlio, le figlie per andarsene insieme con questi due giovanotti nel bastimento. Si rizzano, sortano da il posto, vengon fori, chiudono la sua porta e se ne vanno in verso la riva del mare perentrare nel bastimento. Quando entrati sono nel bastimento, Franceschino dà d'occhio ai marinari, che diano le vele a il vento, per andare di gran carriera a Costantinopoli[3]. Intanto Franceschino gli fa vedere tutte quelle belle rarità, che gli avevano. C'era un bellissimo giardino con piante di limoni e di tutti innesti nel bastimento. Se ne vanno al primo piano, che c'era un bellissimo salone con un bellissimo digiunè grande e intorno intorno tutte siede. Fa portare bottiglie, confetture, paste, cose simili.—«Si deve rinfrescare»—fa alla conversazione d'i' carbonaro.—«Oh»—il carbonaro—«Bello! bello! belle cose! Non n'ho mai visto! N'è venuti dei bastimenti; ma non pieni così di tutte queste belle rarità!»—Dice Franceschino:—Signori, verranno a questi altri piani. L'abbiano da sapere, che io ci ho un terrazzo; che torno torno a questo terrazzo ci è diversi vasi, tra fiori e limoni e aranci.»—Ah, se ne vanno su, sulla terrazza. Il Carbonaro dice:—«Ah qui siamo nelle mani degli assassini.»—Franceschino dice:—«Come nelle mani degli assassini? Siete nelle mani di due giovani di garbo.»—«Non sapete, che io sono distante da' miei appartamenti quelle tante e tante miglia? Noi siamo nelle mani degli assassini.»—Francesco cava di tasca quel ritrattino, che egli aveva fatto:—«Prenda questo ritratto quì; l'esamini alle Sue figlie; come somiglia?»—«Tutto mia figlia maggiore, tutto mia figlia maggiore.»—«Dunque[4]nelle mani degli assassini non siete, caro signore; siete nelle mani di due giovani di garbo. Vostra figlia la devo portare in Costantinopoli al suo legittimo sposo, che lei toccherà a sposare.»—«Quando questo è, tiriamo avanti il vostro viaggio.»—«Viene per andare nelle mani d'un signorone, più ricco che ci sia in Costantinopoli.»—Via, via, via, che andava semprevia come fiamma il bastimento. Quando è vicino per arrivare a Costantinopoli, Franceschino fa dare il tocco de i' cannone, come a dire:—«Ecco qui Franceschino addietro!»—Il signor Giovanni di Costantinopoli:—«Questo è Franceschino! questo è Franceschino!»—Se n'esce del suo palazzo, piglia un piccolo vascello e se ne va all'incontro del bastimento. Franceschino, che te lo vede, gli va incontro anche lui. Quando sono prossimi, si abbracciano e si baciano.—«Cos'hai fatto, Francesco?»—«Eh! ho fatto tutto quello, che Lei l'ha comandato.»—«Dunque si può vedere la sposa, che devo prendere?»—«Altro.»—Va alla bussola della camera, picchia. Dice:—«Chi è?»—Dice:—«Rosina, ci è il Suo legittimo sposo, che deve essere, che la vuol vedere.»—Dice:—«Adesso finisco di fa' la toalette e vengo nelle sue braccia.»—Eccoti la Rosina, che viene fori. Viene fori la Rosina; lui, che te la vede, potete credere i complimenti e tutto. Dice:—«Questo chi è?»—«Questo è il suo signor padre, questa è la sua signora madre, questo è il suo fratello e questa è la sua sorella.»—Riverisce tutti, e sortono d'ir bastimento tutti insieme e se ne vanno sopra terra. Cammin facendo, se ne vanno a i' palazzo del signor Giovanni di Costantinopoli. Entrati, che sono nel suo palazzo, lui fa subito bandire, che egli, in tanti, faceva sua sposa una bellissima femmina, figlia di un tal ricchissimo carbonaro. Venne a prossimarsi lo sposalizio del signor Giovanni e di questa bellissima femmina. Per sei mesi, diede un regalo ai poveri di pane, vino; e quelle tante libbre di carne per sei mesi a testa. Dice un giorno il socero, che l'era i' carbonaro:—«Carissimo genero, abbiate da sapere, che io ho tante libbre di carbone, che mi va a male. Bisogna, che io ritorni al mio destino.»—Dice il signor Giovanni:—«Oh Franceschino, vieniqua. Te sarai quello, che accompagnerai mio socero, mia socera e il mio cognato nel suo posto. Ditemi un pò, carissimo socero, non avete parenti nel vostro posto?»—«Oh lontani!»—«Lontani o vicini, io dico, che cediate loro tutte le vostre ricchezze. E te, Franceschino, riportali addietro in Costantinopoli; che qui c'è da vivere e da fare i signori ancora loro, come uguali sono a me.»—Il fatto si è che... Lasciamo stare questi, che son là, che dispensano il suo a queste tali persone e torniamo a Giovanni e alla sposa.[5]Abbiate da sapere, che ci era un altro signore, che era ricco sì, ma non tanto quanto il signor Giovanni. Questo signor Giuseppe, nell'andando a i' caffè, il caffettiere fa:—«Oh signor Giuseppe, è tanto tempo, che Lei manca di venire nella mia bottega! Eh sarà stato degl'invitati allo sposalizio del signor Giovanni di Costantinopoli; eh?»—«Eh, non sono stato degl'invitati, non sono stato.»—«Eh Le dirò per cosa, eh, signor Giuseppe, perchè non sarà stato invitato. Siccome[6]il signor Giovanni saprà, che Lei è un galluccio, però non l'avrà invitato allo sposalizio.»—Dice:—«Che gallo e che non gallo! Quanto tempo è, che non ci è stato il signor Giovanni di Costantinopoli?»—«Oh»—dice—«gli è tanto!»—«Si che venisse in questo contrattempo, io vorrei fare una bellissima scommessa fra me e lui. Prendo l'impegno di stare dieci minuti insieme con la sua sposa. Che, se ci sto, pena la testa a lui; se non ci sto, pena la testa a me. Questa è la scommessa, che io fo. Se avete luogo di poterlo vedere e di potergnene fare assapere questo affare qui, mandatemi ad avvisare, che io vengo subito qui, per fare questa scommessa.»—«Sì, signor Giuseppe.»—Dice:—«Addio, caffettiere.»—«Addio, Addio.»—«Avete inteso quel, che io vi ho lasciato detto.»—Va viail signor Giuseppe, com'io ho detto; e di lì ad una decina di minuti come fusse mezzo quarto d'ora, eccoti qua il signor Giovanni nella bottega d'i' caffettiere.—«Oh signor Giovanni, benvenuto! Vede, se Lei era venuto avanti una decina di minuti e qualcosa, Lei ci trovava il signor Giuseppe.»—«Ah, quello sciocco?»—fa il signor Giovanni.—«Ha lasciato una imbasciata.»—«Un'imbasciata ha egli lasciata?»—«Ha lasciata un'imbasciata, che fa volentieri una scommessa.»—«E che scommessa vo' fare?»—«Di stare dieci minuti con la Sua sposa.»—«La faccio, la faccio! E che scommessa vol fare?»—«Se ci sta, pena la testa a voi: se non ci sta, pena la testa a lui.»—«La faccio! la faccio! Andate a chiamarmelo!»—Spedisce un giovane di bottega, vanno intorno per vedere, se trovano il signor Giuseppe. Questo giovane, te lo vede da lontano:—«Signor Giuseppe! signor Giuseppe!»—«Cosa c'è?»—«C'è il signor Giovanni, che l'attende a bottega.»—Via! Arrivato, che è a bottega del caffettiere:—«Oh, signor Giovanni!...»—«Oh! signor Giuseppe!»—si riveriscono tutti e due.—«Voi fate questa bella scommessa, eh? Volentieri la faccio ancora io;»—fa il signor Giovanni. Si prendono a braccetto tutti e due, chieggono licenza al caffettiere e se ne vanno fori: comperano i fogli bollati e tutto. Se ne vanno in Delegazione di Costantinopoli; là, con i fogli bollati e tutto, suggellano.[7]Uno se ne va da una parte, uno dall'altra; e non si guardano più, tra il signor Giovanni e il signor Giuseppe. Il signor Giovanni se ne va a i' suo palazzo. Entrato, che è a i' suo palazzo, riverisce la sposa, riverisce la cognata e se ne va alla tavola del rinfresco. Qui:—«Io vado, carissima sposa, a far un giro per andare a rivedere i miei beni»—fa il signor Giovanni alla sua sposa.—«Qui avetetutto: non vi manca niente. Qui avete la mattina la lattaja, che vi porta il latte; chi è, che vi porta il burro, e chi la carne da i' macellajo. Non vi manca nulla. Statevi in conversazione con vostra sorella; divertitevi; fate quello, che vi pare e piace; e addio al mio ritorno. I complimenti li faccio ora, perchè parto di notte; non istò lì a svegliarvi nessuna delle due.»—La mattina (lui nella nottata si alza da i' letto, si veste, se ne va via, lasciando la sposa e la cognata); la mattina, viene la lattaja a portargli il latte. Pensa la sposa di dire alla sorella:—«Sai, le persiane di sulla strada le devi chiudere. Ci si servirà delle stanze per di dietro, di quel terrazzo e di quel bel giardino, che ci sta; ci si divertirà costì nojaltre. Che le muraglie le sono tanto alte, che le genti, che passan per la strada, non hanno campo di poter occhiar nessuno.»—Bisogna ritornare ora a quello, che aveva fatta la scommessa, a i' signor Giuseppe, che gira in giù, in sù, in qua, in là e non poteva mai occhiar la moglie del signor Giovanni, neppur vedella. Si combatte un giorno, che il signor Giuseppe andava in sù, in giù, disperato; gli pareva, come se fosse un pazzo il signor Giuseppe. Siccome in su la cantonata prossima alla porta d'ingresso del signor Giovanni, c'era una vecchia a sedere sur una seda, nel vedendo il signor Giuseppe, fa questa vecchia:—«Eh, signor Giuseppe, eh! che vol dire a diventar vecchia! la non mi guarda più in viso!»—«Eh vai, ho altre cose nella testa, a guardare in viso te.»—«Ma La dia retta, signor Giuseppe; ma che ha Ella in testa?»—«Quel, ch'io ho, non te lo posso spiegare a te, impacciosa, che tu non sei altro.»—«Ma La dia retta: ma se io nella cosa, che ha nella testa, Le potessi rimediare, oh che non rimedierei? o che non rimedierei?»—«Che vuoi rimediare?»—Vecchiamaligna, che è questa!—«Ma La senta: ma mi dica qualcosa!»—«Vuoi, che ti spieghi il tutto? Te lo spiegherò. Abbi da sapere, che io feci una scommessa con il signor Giovanni di Costantinopoli di stare almeno dieci minuti con la sua sposa: così non si riesce davvero! L'è una cosa da nulla, sai? Ho messo la testa: che, se ci sto, la testa del signor Giovanni; se non ci sto, la mia testa paga.»—«Uh! poero signor Giuseppe, la testa sua non deve pagare. Io, Lei mi deve menare in casa sua e rivestirmi dal capo insino ai piedi come una signora. Prendo una carrozza, un carrozzino fori di porta di Costantinopoli; e di mezzanotte così anderò a picchiare alla porta del signor Giovanni di Costantinopoli; e passerò di essere sua sorella del signor Giovanni. Che, benchè Lei sappia, che non ha parenti da nessuna parte, posso passare di essere sua sorella del signor Giovanni con questo inganno, che è qui; che non si sappia, che ci son neppure in questo mondo.»—Te la riveste e tutto, gli prende questo carrozzino, te la pianta drento e via. Quando gli è vicino alla porta del signor Giovanni, sorte di carrozza la vecchia. Sona il campanello questa vecchia. La sposa del signor Giovanni sona il campanello alla sorella, come a dire:—«Vai a vedè' chi è a quest'ora bruna: sona il campanello! Non so, che affare possa essere.»—Va a aprire:—«Chi è?»—«Scusi; ci è un appartamento qui del signor Giovanni di Costantinopoli?»—«Sì, gli è l'appartamento; ma non ci è, sapete, è fora.»—«Oh questo mi rincresce! Io era venuta (avendo saputo di tante miglia lontano, che mio fratello era stato sposo), era venuta a fargli una visita. Ma la sposa non c'è'?»—Dice:—«Sì. Adesso vado a dirgnene alla signora.»—«Fallo, sì; e digli, ch'è la sorella del signor Giovanni, che non sa neppure, se egli abita più in questo mondo,dagli anni, che gli è, che non ha visto più il suo fratello.»—Dice la Rosina alla sorella:—«Dammi la mia veste da camera. E te, vagli ad aprire; e falla salì' su.»—Entra la sorella, che dava a intendere, che gli era del signor Giovanni.—«Oh»—dice: «che gli è questa la sposa del mio fratello?»—La gli s'avventa a i' collo e la bacia fortemente dall'allegrezza e dalla consolazione. Vecchia birbona!—«Carissima cognata, avete appetito, eh?»—«Dirò, che ho viaggiato tutta la notte e tutto il giorno....»—«Apparecchia e dàlle da mangiare e bere.»—La mette a tavola. Dopo mangiato e bevuto e tutto:—«Gradireste di andare a riposare, cara cognata?»—la gli fa la sposa.—«Eh gradirei volentieri; sì andiamo.»—Si alzano, la prende sotto il braccio e la porta in un altro quartiere. La fa questa vecchia:—«Ditemi un po', cara cognata, che l'è la camera di mio fratello, questa qui?»—«Eh nò.»—«Voglio vedè' la camera d'i' mio fratello, io.»—Ecco, gli fa:—«Volete vedè' la camera del vostro fratello? Venite, venite.»—«Oh, stasera, non essendoci lui a dormire, voglio stare a dormire io nel posto, che dovrebbe starci i' mio fratello.»—Si spogliano tutte e due; e se ne vanno a letto le cognate. Quando è questa vecchia, che sente, che questa cognata aveva attaccato il sonno, adagio, adagio sguscia d'i' letto, prende il suo lapis, che lei aveva portato, e carta; e disegna tutta la camera come la stava; letto, poltrona e tutto, come stava la camera, e la disegna. Sopra il suo buffetto, sopra il suo comò, via, aveva posate tutte le sue gioje, che l'aveva in dito, la sposa. La va e gli prende i' più bel giojello, che lei avesse, questa vecchia, che lei avesse su i' cassettone; poi la gli va intorno i' letto, adagio adagio te la scopre, tutti i panni, che lei aveva in dosso; la gli piglia un brucchio di capelli,che lei aveva dalla collottola e la gli taglia per portagli come contrassegni anche quelli. Te la ricopre adagio adagio e ti fa finzione di rientrar nel letto adagio adagio la vecchia. Voltati di qua, voltati di là, faceva finzione di svegliarsi, faceva. La sposa, che sente questo tramenìo, la fa:——«Cara cognata, che siete sveglia?»—La fa:—«Eh cara cognata, l'ora è tarda; bisogna, che io parta, che io vada via di quì; perchè, alla tal ora, bisogna, che io sia nella tale e nella tal città; e non posso far di meno. Dunque fatto si è....»—«Aspettate, mi alzerò anch'io.»—«No, no! State pure a letto! Non vi alzate! Non è ora per voi di alzarvi!»—Sona il campanello, chiama la sorella. Dice:—«Vai accompagnarla insino alla porta, perchè vole andar via.»—«Oh, per pietà!..... Andar via di notte!...»—Abbraccia la cognata, abbraccia anche la bimba:—«Addio, addio! Fate tanti saluti anche a mio fratello!»—e la va via. Chiusa la porta d'ingresso, e via subito di gran carriera questa vecchia la va a casa del signor Giuseppe. Il servitore, che sente picchiare alla porta, va ad affacciarsi e dice:—«Chi è?»—«Ci è il signor Giuseppe?»—«Che tu caschi morta, vecchia malandrina! O che va a fare, infi' a quest'ora a importunì' le genti!»—Va in camera del signor Giuseppe il servitore:—«Signor Giuseppe! Signor Giuseppe! Signor Giuseppe!»—«Che c'è?»—«C'è la tal di tale, che Le vuol parlare.»—«Falla passare! Falla passare!»—Dice il cameriere:—«Oh diavolo! son vecchi decrepiti tutti e due!.....»—Te la fa passare. Passa in camera del signor Giuseppe:—«Te, sai, ti puoi ritirare nel tuo quartiere»—a i' servitore.—«Ah signor Giuseppe, ben trovato. Io ho fatto tutto per Lei, io ho fatto.»—Gli dà il disegno della camera, che lei aveva disegnato.—«Questoè l'anello; il più bel giojello, che lei avesse in dito. Può dire alla Delegazione, che Lei gnene ha regalato con le sue proprie mani. E poi questi sono i capelli della collottola.»—«Anche questi t'hai presi?»—dice.—«Brava! Brava! Brava!»—Dice:—«Va nel mio comò, costà; tre cassette, che c'è, àpritele e sèrviti nin oro e in argento, èmpiti anche le tasche del tuo vestuario[8], che io ti ho fatto; e vattene in pace, io ti ringrazio.»—Codesta vecchia se ne va via. Eccoti, quando è giorno, il signor Giuseppe, che si alza da il letto, si veste e tutto, prende i fogli e se ne va in Delegazione e davanti a i giudici.—«Oh, signor Giuseppe, ben arrivato!»—Tira fori i fogli come i rinvolti. Mostra il foglio, dov'era dipinto la camera e tutto.—«Questo è i' più bel giojello, che lei l'avesse: me l'ha regalato con le sue proprie mani. E questi sono i capelli della collottola.»—I giudici si messono a ridere:—«Guarda! insino i capelli della collottola! Bravo! Bravo! potete andare!»—a i' signor Giuseppe. Pigliano il disegno, pigliano tutto, fanno i' rinvolto e lo sigillano. L'arresto personale, quando entrava il Signor Giovanni in Costantinopoli, che le guardie giravano per tutto. Sentono da lontano:—«Cià, cià, cià! Cià, cià, cià! cià cià cià!»—Era il signor Giovanni, che tornava in Costantinopoli co' suoi cavalli e i servitori e tutto. Gli va la squadra e li sofferma:—«Fermi là!»—Il signor Giovanni, che sente dire:—«Fermi là!»—mette il capo fori dello sportello, e vede, che è la polizia. Dice:—«Signori, cosa comandate?»—Dice:—«Eh, signor Giovanni, Lei è in arresto.»—«Oh! quando io sono in arresto, io pagherò quello, che io devo pagare.»—Sorte di carrozza, paga la vettura, e se ne va via in mezzo alla polizia. E il popolo di Costantinopoli, che ti vede il signor Giovanni nin bel mezzodella polizia:—«Poero signor Giovanni, che ha egli fatto? Guardate in che mani, che egli è!»—tutti dispiacenti. Menato in Delegazione, davanti ai giudici:—«Signor Giovanni, ben arrivato.»—«Ben trovati, signori.»—Dice:—«Venga qua, Lei. Vede la sua camera? Che la riconoscerebbe, Lei?»—«Altro se la riconoscerei.»—Quindi prendono i' disegno.—«Non c'è un pelo, che pende, come sta la mia camera e come sta il disegno, che è stato fatto.»—«E questa gioja la conosce, signor Giovanni?»—«Altro se la conosco! è l'anello d'i' matrimonio.»—«Benissimo.»—fa i' giudice.—«Questi, sono un rivoltino de' capelli della sua collottola di Sua moglie. Li riconoscerebbe? Che possono esser suoi?»—«Eh altro, se son suoi anche questi! Benissimo, la mia testa la pagherà.»—Portato via dalla polizia, e scritto l'ora, il momento e i' giorno, che lui gli doveva esser fatta la testa sulla piazza di Costantinopoli. Un bisbiglìo per tutta Costantinopoli:—«Guarda, poero signor Giovanni! l'ha avuta la bella sposa e gli tocca ad andare alla morte per la sposa!»—Un bisbiglìo, che non finiva mai. Voglio dire, che anche la sposa d'i' signor Giovanni sentiva questo bisbiglìo; ma non raccapezzava nulla, che cosa fosse e che cosa non fosse questo ronzìo. La sposa la fa, la chiama la sorella e gli dice:—«Senti, come viene domani la lattaja, tu gli hai a dire, che la salga su da me, che io ho bisogno di parlargli.»—Viene la lattaja, la mattina. La sorella della sposa gli dice:—«Sapete, lattaja? la mia sorella sù ha bisogno di parlarvi.»—«Parlarmi? cos'ha ella da sapè' da me?»—con un atto di superbia, perchè la sapeva, che l'aveva da andà' alla morte il suo sposo. La non voleva ire, la non voleva ire, ma poi la salì dalla sposa de i' signor Giovanni. Sale sù. Saluta, quando è davanti allasposa de i' signor Giovanni.—«Signora, ben alzata»—la gli fa la lattaja.—«Che vuol Ella da me?»—«Che superità ha Lei, di rispondermi in questa maniera?»—la gli fa la signora alla lattaja.—«Io mi vergogno inclusive anche a discorre' con Lei.»—«In che motivo?»—«Il motivo gli è, che domani, all'undici, sulla piazza di Costantinopoli, devon fa' la testa al Suo sposo.»—«A i' mio sposo? gli devon fa' la testa?»—«Sì, per cagion Sua.»—«Per cagion mia?»—«Lei è stata una notte insieme con il signor Giuseppe di Costantinopoli nel letto Suo.»—«Io, sono stata? chi è questo signor Giuseppe di Costantinopoli?»—la fa questa sposa alla lattaja.—«Eh, Lei ci ha dormito insieme!»—«Chi è questo signor Giuseppe? Gradirei di conoscerlo, perchè, da quando io l'ho dato a balia, non ho avuto il piacere di vederlo. Sai, lattaja, porta latte bono e burro di quello bono e vieni di bon'ora, che farai colezione fra me e te e la mia sorella. E te allora m'insegnerai, chi è questo signor Giuseppe; perchè io non lo conosco; non conosco signori Giuseppi, io. Vieni e non mancare, veh! farai colezione con me, perchè io voglio liberare dalla morte il mio legittimo sposo innocente. Tanto io che lui, innocenti tutti e due.»—La mattina, a bon'ora, ritorna la lattaja dalla signora con i' burro; e preparano una bona colezione. Semelli e chifelli arrosti imburrati e tutto. Rispose alla lattaja la signora:—«Mangia, perchè adesso vado a prepararmi, perchè poi devo andar via.»—Lei si carica in un fazzoletto bianco tutte gioje; le rinvolta in questo fazzoletto e le mette nelle tasche del suo vestuario, che lei s'era messo addosso. Allora:—«Ora partiremo, per andare su i' Ponte—Vecchio[9]di Costantinopoli da i' mio orefice.»—La signora e la lattaja vanno. Entra drento in bottega d'i' suo orefice.—«Benarrivata!»—«Ben trovato, orefice. Prendetemi la misura a questo piede quì di una pianella; e questa, che è qui, deve essere guarnita con tutte queste gioje. Che al momento sia pronta.»—L'orefice fa:—«Oh che si cammina cor un piede?»—«Eh! quell'altra, me la faccio arrende' da chi me l'ha rubata.»—«Faccia una piccola giratina per i Lungarni, torni addietro e la troverà la pianella bell'e fatta.»—Torna addietro:—«Ecco, signora. Venga, venga; se la provi.»—Se la prova: la gli stava benone, codesta pianella. La rinvolta nel medesimo fazzoletto, dov'era le gioje, e se la mette in tasca.—«Addio. Sarai avvisato, per venire a prendere i danari.»—«Vada, vada, signora.»—E le vanno. Va via insieme alla lattaja. La gli fa la lattaja:—«Signora, che non ci si passerà, sa, nel bel mezzo alla piazza!»—«Cheh! cheh! cheh! Io voglio passare; e te, prendimi pel mio vestuario di dietro e non mi devi lasciare, sai? Passo io, devi passare anco te.»—Va per passare la moglie del signor Giovanni; le guardie, che la volevan mandare indietro; lei fa cedere di qua e di là e passa nel bel mezzo della piazza con la lattaja, che aveva attaccata addosso. Nell'andare inverso ai giudici, la gli fà la lattaja:—«Vede, signora, quello nin mezzo a i giudici con quel cappello bianco in capo? Gli è il signor Giuseppe.»—«Oh hai fatto bene a dirmelo.»—Sicchè, quando è davanti ai giudici:—«Signori, ben trovati: voglio giustizia.»—«Eh, adesso, signora, non si può dar retta a Lei, perchè c'è questa festa a fare. Bisogna prima far questa; e poi, daremo retta a Lei.»—«Anzi, appunto voglio, che mi sia consegnata la compagna di questa pianella, che questo signore mi ha derubato.»—I giudici si voltano da i' signor Giuseppe:—«Come è mai, signor Giuseppe, questo affare qui?»—«Come mai dar retta, cheio abbia rubata la pianella, se io non conosco questa signora, perchè, da quando io l'ho data a balia, non ho avuto il piacere di vederla?»—«Dunque, porco sudicione, che tu non sei altro, come puoi fare e dire, che te hai dormito una notte con la moglie d'i' signor Giovanni, se tu hai detto adesso ai giudici, che, da che mi desti a balia, hai l'onore di vedermi ora? Hanno sentito, signori?»—si volta a i giudici, da i' signor Giuseppe.—«Dunque, signor Giuseppe, Lei dice di aver pernottato una notte con la moglie d'i' signor Giovanni; e la moglie d'i' signor Giovanni, dopo che la diede a balia, la vede ora?»—Ebbe a confessare a i' pubblico la pura verità di tutto, ogni cosa:—«Non c'è niente di guasto. I ferri, che ha il signor Giovanni di Costantinopoli tanto alle mani che ai piedi, sian levati e messi a i' signor Giuseppe.»—È mandata a prendere per la squadra la vecchia a casa, per istraportarla sulla piazza di Costantinopoli, nin mezzo ai giudici. Ci va la squadra a casa della vecchia; bussano. S'affaccia questa vecchia dell'aceto:—«Che vuol'ellin', signori?»—«Giù a terra. Dovete venire avanti ai giudici.»—«I giudici da me non hanno da aver nulla. Cosa hanno ellino da aver da me i giudici?»—«Colle bone venite via, se no verrete colle cattive.»—Non voleva aprire l'uscio. Buttarono giù l'uscio; presero la vecchia; catene a mane e piedi; e la straportaron sulla piazza di Costantinopoli. Come difatti, l'ebbe a confessare dall'iinsino all'aa i' pubblico ancor lei. Fu messa sur i' patibolo; e i' signor Giuseppe a stare a vedere a falli la testa a questa vecchia. E, dopo della vecchia, fecero a montare sul patibolo anche il signor Giuseppe e decollorno ancora lui. Il popolo, che vedde cotesta e costì, cominciorno a dare in un picchìo di mano:—«Evviva! evviva la sposa d'i' signor Giovanni di Costantinopoli,che ha salvato i' suo sposo.»—Furono presi pell'aria tutti e due per istraportarli nel suo palazzo. Nin questo contrattempo, torna Franceschino con il socero, la socera e i' cognato d'i signor Giovanni. Danno i' tocco d'i' cannone: corre la famiglia d'i signor Giovanni. Lui, che sente questo:—«Eh addietro alla riva d'i' mare! è i' riscontro di Franceschino!»—disse i' signor Giovanni. Smonta Franceschino, la socera, i' socero, i' cognato da i' bastimento e vengono sopra a terra. I' signor Giovanni, che gli va incontro, abbraccia Franceschino e te lo bacia e tutto i' resto. Straportato ne i' palazzo d'i' signor Giovanni di Costantinopoli, manda i' signor Giovanni a prendere i' padre, la madre e la sorella di Franceschino, che fossero straportati nel suo palazzo: e vennero. Franceschino sposò la cognata d'i' signor Giovanni; e i' fratello della Rosina (che era la moglie d'i' signor Giovanni) sposò la sorella di Franceschino. Fecero due sposalizî in grande, che gli diedero da mangiare pane e vino e tutto i' necessario ai poveri di Costantinopoli per sei mesi. Festa in grande, che da sè se ne godettero e a me nulla dettero.Stretta la foglia e larga la via,Dite la vostra, che ho detta la mia.[10]NOTE[1]IlLiebrechtannota:—«Gehört in den Kreis der Erzählungen, die v. d. HagenGesamtabentN.º LXVIIIZwei Kaufmänner und die treue Hausfraubehandelt hat. S. auchReinhold KöhlerinLemcke's Jahrb. VIII. 44 ff.»—VediPitrè(op. cit.) LXXV.La stivala. ed anche LXXIIIErvabianca(che ilPitrèha pubblicata anche in Italiano con qualche modificazione in una strenna stampata a Milano nel M.DCCC.LXXIIe chiamataL'Adolescenza).—Gonzenbach(op. cit.)VII. Die beiden Fürstenkinder von Monteleone.(Cf.Simrock,Deutsche MärchenN.º 51).—Sgubbernatis(op. cit.) X.Il Guanto d'oro.—Bernoni. (Fiabe e novelle popolari veneziane) I.I do Camarieri.—La mente del lettore corre subito ad una delle più vaghe novelle delBoccaccio.[2]Non è molto chiara l'espressione. Intende, una donna simile perfettamente alla figura, da te ideata; una donna, della quale, questa tua figura possa considerarsi ritratto, che sia come l'originale di questo ritratto. Innamoramenti per ritratti si trovano non di rado nelle fiabe e frequentissimamente nelle opere letterarie. Potrei farne un lungo elenco; ma mi restringerò a due citazioncelle del mio prediletto seicento:Giovan Francesco Loredano, nobile veneto, che scrisse, verso il M.DC.XXXV laDianea, v'introduce parecchi personaggi innamorati de' ritratti di belle Principesse; e l'un d'essi, Celardo, viene così ripreso da un vecchio romito:—«Possibile, che 'l senso così vi tiranneggi la ragione! Possibile, ch'un parto dell'arte, tanto più vile, quanto più comune a tutti, possa tormentar gli effetti d'un cuore, ch'è maggiore dell'arte e della natura! Io non biasimo la pittura, che sa eternare coloro, che non viverebbero alla memoria nonchè agli occhi. Biasimo l'intemperanza delle nostre compiacenze, la pazzia de i nostri pensieri, la cecità del nostro intelletto, che riceve alterazione da fantasimi imaginarî, da larve finte, da sembianze o imitate o adulate. Che direste, se questa pittura fosse non una copia del vero, ma un capriccio artificioso d'un pennello, che avesse, senza vederle, imitate le idee della bellezza? Dunque l'uomo ha da languire per i delirî d'una mano, che imita assai più la fantasia che 'l senso? Dunque si doverà permettere la sovranità sovra i nostri animi ad una cosa insensata, mentre la neghiamo il più delle volte alle potenze del medesimo cielo? L'amare è sempre una infelicità. L'amare però una pittura è il pessimo dei mali. Non v'è corrispondenza. Il diletto si ferma solamente negli occhi: e si può amare una cosa, che o non sia, o che ritrovandosi si vegga così adulterata, che cagioni piuttosto pentimento che amore.»—Doramiro, principe di Cipro, com'egli stesso narra nellaRosminda, favola drammatica di Don Antonio Muscettola (Napoli, M.DC.LIX), cacciando ne' mesi invernali, vide pericolare un legno:—«................ giuntoNel loco del naufragio, invan cercaiUom, che vita godesse; e, mentre mestoProcuro almen saper che gente e qualeIn quella nave era sommersa, vidiPicciol'arca dorataDa quell'onde agitata.Tosto fei tôrla; ed in aprirla, (oh dio!Che memoria infelice!)Gli occhi abbagliommi e fulminommi l'almaDi sovrana beltà leggiadra immago.Vidi in angusta telaSmisurate bellezze,Ed in ombre mentite un vero sole,Ch'uscì del mare al tramontar del giorno.Nè pria il vidi, che n'arsi:Così le fiamme mie nacquer da l'onde;E, poi che fu del mar spento il furore,Fè naufragio il mio core.»—[3]Un'astuzia simile troviamo nel IX trattenimento della IV giornata del Pentamerone, intitolatoLo cuorvo; che nel resto, è identico alla fiaba di questa raccolta, che s'intitola:L'impietrito.[4]Stupendo queldunque! Proprio logico![5]Da questo punto sino alla fine,La Novella del signor Giovanniè identica aLa Pianelladi Domenico Batacchi.[6]Sic.[7]Fa proprio piacere il veder la tassa di registro e bollo entrata così ne' costumi, che il volgo comincia a considerarla, come condizionesine qua nondel contratto; a non saper concepire un contratto senza di essa. Gran fortuna per un popolo quando le leggi s'immedesimano co' costumi, poichè ormai la sapienza moderna non pensa più a farle conformi a quelli.[8]Vestuarioe nonvestiario.[9]Il povero cechino pidocchioso, che mi raccontava questa novella, non poteva immaginar Costantinopoli diversa dalla sua Firenze. Ci aveva ad essere un Ponte—Vecchio con gli orefici ed i Lungarni e tutto, in Costantinopoli tal' e quale come in Firenze.[10]Quasi ogni Novelliere Italiano ci offre una variante di questo racconto, che ha pure fornito molto tema ad una mediocre tragedia dello Shakespeare... Che dico mediocre? Il Gervinus, col solito buon gusto germanico, con quel senso fine del bellopoetico, che, come tutti sanno, è retaggio esclusivo de' teutoni, la dichiara il capolavoro del cosidetto Cigno dell'Avon! IlLiebrechtterminava così l'articolo suo sulla edizione Napoletana del M.DCCC.LXXI del presente lavoro:—«Aus vorstehender Uebersicht dieser Sammlung erhellt, dass sie ihrem Inhalt und ihrer Abstammung nach, ausnahmslos der europäischen Märchenwelt angehört, sich also in dieser Beziehung den übrigen italiänischen Conceptionen dieser Art, so weit sie bisher bekannt geworden, anschliesst, ob wohl sie andrerseits in vielen einzelnen Zügen oder deren Fassung und Zusammenstellung genug Eigenthümliches enthält, um ihr Erscheinen als sehr willkommen begrüssen und dem Herausgeber für die darauf verwandte Sorgfalt besten Dank sagen zu können, und zwar auch selbst von deutscher Seite, trotzdem Imbriani es nicht hat zu hinterlassen vermocht, unsern Landsleuten bei einer herbeigezogenen Gelegenheit einen Hieb zu versetzen, indem er gelegentlich desMärchens von dem Herrn Johannbemerkt:Fast jeder italiänische Novellist bietet eine Variante dieser Erzählung, die auch zu einem mittelmässigen Schauspiel Shakespeare's den Grundstoff hergegeben. Warum jedoch sage ich mittelmässig? Gervinus, mit dem gervöhnlichen guten Geschmack der Deutschen, mit dem feinen Sinn für poetische Schönheit, die, wie weltbekannt, ein auschliessliches Erbtheil der Teutonen sind, erklärt dasselbe für das Hauptwerk des sogenannten Schwans vom Avon.Trotzdem dies nicht die erste uebelwollende Aeusserung gegen die Deutschen ist, in der Imbriani sich ergeht, so will ich doch nichts darauf entgegnen und somit einen schlagenden Beweis liefern, dass wir Deutschen gar wohl wissen, wasguter Geschmackist.»—Non è lecito neppure di mettere in dubbio l'infallibilità tedesca, nè rilevare una corbelleria od uno sproposito detto con prosopopea da que' loro barbassori! Vi pare? Sacrilegio! Le altre nazioni debbono stare con la faccia nella polvere, adorando gli oracoli d'ogni professore o professorucolo o professorone germanico, finchè un altro professore o professorucolo o professorone germanico anch'esso non si benigni di provare che sono corbellerie od ispropositi. Ci son molti grulli, che si rassegnano a questa parte. Io no, no davvero, no e poi no, io.XXXIII.CONTENTO NIMO NEL MONDO[1]Che direbbe Lei? che ce ne fussano della gente contenta nel mondo? Chê! ognuno ha la su' ascherezza. La stia dunque a sentire. C'era un Re, ma non c'era verso, che lui fusse mai contento; lui, la su' contentezza non l'aveva. Colla moglie non stevano d'accordo e sempre si battibeccavano, che era una disperazione[2]; eppure non gli mancava nulla, e della grazia di dio in casa ce ne stramoggiava; una dovizia, via! Che ti fa il Re? Chiama il su' fido camberieri e dice:—«S'ha a andare a girar per il mondo, se si potessi trovare, se de' contenti ce n'è. Almeno per aver questa consolazione, E di vedere qualcheduno un po' contento.»—Presero una cassetta sotto 'l braccio, tutta piena di gioielli, d'anellini, di buccole per gli orecchi; e poi, travestiti da orefici, partirno da casa, e cammina cammina, loro non si fermorno, che quando furno dimolto lontani. E così tutti i giorni camminavano di qua e di là con quel mestieri d'orefici; ma della gente contenta a modo non ne trovan mai. Chi steva in nimicizia colla moglie, chi co' figlioli, chi aveva a ridosso i parenti. Ce n'erano, che leticavano pe' tribunali, o si battagliavan col prossimo. Insomma tutti, chi più o chi meno, la su' croce l'avevano a portare; dappertutto de' malcontenti. Un giorno, questi du' viaggiatori sentiron dire d'una città, in dove ci comandava un Re, che lo chiamavano ilRe delle contentezze. Sicchè dunque deliberornodi fargli una visita, perchè, con quel nome, loro si figuravano, che quel Re fussi molto contento. Si messano in cammino; e, arrivati alla città di quel Re, si presentano al palazzo e subbito gli feciano passare a udienza. Il Re gli ricevette da par suo e comperò de' gioielli; e poi gli orefici gli garborno tanto, perchè gli parseno gente per bene, che lui gli volse con seco a desinare. Quando ebban finito di mangiare e che eran satolli, discorsano del più e del meno, in quel mentre che bevevano il caffè; e il Re, dalle parole e dalla su' allegrezza in viso almeno, s'addimostrava contento. N'aveva il nomedelle contentezze! Dice quello, che era travestito da orefice forastiero:—«Lei, Maestà, non si pole lamentare; sta bene e non gli manca nulla. Dunque gli è per questa ragione, che lo chiamano ilRe delle contentezze?»—«Eh! di sicuro, questo pare. Ma venite con meco e vi farò vedere i mi' contenti. Venite, venite.»—S'alzano; e il Re innanzi a girare per tutto il palazzo, pieno d'oro, di pietre preziose; una ricchezza, che cavava gli occhi a vederla; poi arrivorno a un salone, giù fondo—anche qui c'è fondo—ma lì, al paragone, fondo, chè la fine non si vedeva. Dice il Re:—«Guardate quelle tre belle donne, che lavorano: una è la Regina, la mi' sposa; e quell'altre due sono le su' camberiere, che gli tengono compagnia. Avre' a esser contento io, con quel tocco di sposa! è una bellezza splendente; non ce n'è altre di compagne.»—Tutti assieme si avvicinorno. Ma, più che il Re s'avvicinava e la su' sposa cominciava a allargar le braccia e a tremolare; e, quando lui gli era dinanzi a petto, la Regina si trasmutava in una statua. Dice il Re:—«Ecco le mi' contentezze! Una bellissima sposa, che non la posso toccare, perchè diventa una statua. I' sono un omo sperso; e 'l mi' Regno non avrà eredi.»—Que' du' viaggiatori rimasonosbalorditi a quello spettacolo; e, quando si furno licenziati dalla corte, disse il servitore al su' padrone:—«Maestà, torniamo a casa e state colla vostra moglie; perchè si vede, che, nel mondo, de' contenti non ce n'è, e della miseria n'è più in casa degli altri, che a casa vostra.»—Detto fatto, ritornano addietro, e il Re s'avvezzò a non si lamentar più della su' scontentezza, e s'accomodò a quel che dio gli mandava.NOTE[1]Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistoiese e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.Nimo, cioè nessuno.Fagiuoli.Il sordo fatto sentir per forza.—«Laura. Ma s'io non lo scoilto dire a nimo a codesto moe.Frasia. Se tu non lo scoilti dire a nimo, te lo dich'io; e bada a me e non a nimo. Animo, eh? Anessunodei dire.»—Confronta con la Novella I della Giornata.... del Pecorone.[2]Chi sa quante volte non avrà pensato come quel marito, che, (in un sonetto di quel Zanetto, mentovato a pagine 136—137 del presente volume), alla moglie, la quale biasima i vivicomburî delle Indiane sul cadavere del marito:—«Hai ragion»—le rispose—«è una follia.Che giova, a chi nol sente, un tanto amore?Ti regola altrimenti, moglie mia.«Non aspettar, ch'io giunga all'ultim'ora;Anticipa, mio ben, bruciati in pria,Ed io dirò:Che moglie di buon cuore!»—

XXXII.LA NOVELLA DEL SIGNOR GIOVANNI.[1]Vi racconterò la Novella del signor Giovanni da Costantinopoli, ched era un signore ricchissimo. Nell'essere a i' balcone d'i' suo terrazzo d'i' suo appartamento, vide passare una sposa con un bimbo per la mano, che l'accompagnava alla scola.—«Sposa!»—«Che comanda, signor Giovanni?»—alzò sù il capo.—«Potreste salir sù col vostro bimbo?»—«Sissignore.»—Questa, la sale sù:—«Oh, signor Giovanni, felice giorno a Lei; ben alzato. Cosa mi comanda?»—«È vostro questo bimbo?»—«Sissignore, è mio.»—«Ah! io non ho nessuno nin questo mondo! per me, sono solo, unico! Un signore come io sono, pieno di ricchezze e tutto, non ho a una mia morte da lasciare le mie ricchezze!»—Dice:—«Guardate, lo prenderei volentieri per mio figlio nel mio appartamento. Io gli metterei il maestro d'imparare le vere educazioni; se venisse ad imparare un'arte o cosa simile, gli metterei anche tutte le maestranze, gli metterei. Altro che soltanto vi darei un regalo d'un sacchetto di luigi d'oro. Non è per comprare il bimbo; padroni gli sposi di venire a far visita al vostro figlio, quando che gli pare e piace.»—«Signor Giovanni, caro signor Giovanni, bisogna che io vada a casa e gnene dica a mio marito, perchè, se mio marito è contento, io gnene porto il bimbo. Sa, signor Giovanni, ci ho anche una bimba, sa....»—«Ah,non me ne ragionate delle donne, perchè non le posso vedere. Il bimbo, sì; ma le donne non le posso vedere,»—dice. Ella va a casa da i' marito, co i' bimbo pella mano. Va a casa e picchia. S'affaccia alla finestra:—«Beh! cos'hai fatto? Non l'hai accompagnato a scola i' bimbo?»—Dice:—«No. Apri, che ho da dirti alcune parole. Il signor Giovanni di Costantinopoli, che mi ha chiamato e mi ha detto questo: che lui vorrebbe il mio figlio nelle sue mani, che lui verrebbe a un punto di esser l'erede di tutte le ricchezze del signor Giovanni di Costantinopoli.»—«Bah! che vuoi? me ne rincresce.»—«Ma, con questo, sai, padroni gli sposi di andare a far visita al nostro figlio, quando ci pare e piace. E, con questo, ci dà un sacchetto di napoleoni d'oro. Un bisogno, che occorre, gua', si ricorre là e siamo soccorsi d'ogni nostro bisogno.»—Dice:—«Vai e portagnene. Vieni, poero Franceschino!»—fa i' padre al figliolo (si chiamava Francesco il figlio); lo bacia e tutto:—«Addio, addio, addio!»—La madre se lo prende per la mano e lo porta al signor Giovanni di Costantinopoli. Il signor Giovanni di Costantinopoli, che l'era là al balcone e vede tornare la madre con il bimbo, gli brillava il core dell'allegrezza:—«Come, sposina mia cara?»—«Mio marito è contento.»—«Fate conto di entrare nel vostro quartiere, quando entrate nel mio palazzo!»—La madre del bimbo te lo piglia, te lo bacia:—«Addio Franceschino! Addio Franceschino!»—Non se ne sapeva distaccare. Il Signor Giovanni va lì e prende quel sacchetto di luigi d'oro e lo dà alla madre e dice:—«Addio, fa conto, quando volete vedere il bimbo, di entrare in casa vostra.»—«Addio, addio!»—la madre se ne va via. Il signor Giovanni:—«Ah poero Franceschino!»—te lo piglia, te lo abbraccia ete lo bacia, e te gli mette su un perfettissimo maestro; per imparargli l'educazione a i' bimbo. Viene in crescenza; dice:—«Signor Giovanni, io vorrei fare la tal'arte,»—secondo; e lui gli piantava i' maestro. Principiando da codesto de' maestri, Franceschino, che veniva a perfezione, diceva:—«Io vo' fare la tal'arte, la tal'altra; io vo' fare l'indoratore, l'intagliatore,»—secondo. Un bravissimo giovanotto venne; bravissimo nelle sue arti, che lui voleva imparare, di pittore, di tutto; e venne a perfezione. Venne sù un gran pittore bravissimo. Nell'essendo a tavola co' i' signor Giovanni, Franceschino (che all'ora di digiunè lo teneva seco; all'ora di pranzo, l'istesso; all'ora d'i' rinfresco l'istesso: non se lo lasciava mai di fianco) venne una volontà a i' signor Giovanni di dirgli:—«Franceschino, voglio, che te mi facci un regalo di un bellissimo quadro con cornice intagliata, indorata e tutto. Fammi uno scherzo, sai? quel che ti piace, ma non volto di donna, bada; non te ne ingerire, sai.»—«La sarà servito, signor Giovanni»—gli fà Franceschino. Franceschino entra nel suo studio e comincia a travagliare e comincia. Gli venne fatto i' quadro, tagliato i' cristallo, dorato e tutto; e una bellissima pittura gli fece, di un bellissimo volto di Venere. Si sa molto bene che i pittori!... Cosa ti fa Franceschino? te l'accomoda e tutto; e, a ora quieta, te lo porta nella camera del signor Giovanni e gnene mette accanto allo specchio, che quando il signor Giovanni faceva la toaletta e lo vedeva subito. La mattina, si alza il signor Giovanni; e se ne va al suo quartiere, allo specchio a fare la toaletta. Un tratto:—«Ohimè!»—dice—«che cosa è questa!»—e rimane stupito.—«Franceschino, Franceschino!»—«Come, signor Giovanni?»—«Vieni quà, davanti a me. Cosa io ti dissi, che io volto di femmina non lo voleva?»—«Chevole, signor Giovanni, perdoni e compatisca, che i pittori son pazzeschi, sono. Cosa gli viene per la testa, bisogna che faccino. Mi è venuto per la testa questo e io ho fatto questo.»—«Dilontanatevi da me!»—Ora di digiunè, non era più chiamato; ora di pranzo, non era più chiamato; ma tutto quel, che gli serviva, gli era portato nel suo laboratorio.—«Anco così si va innanzi; mangio anche così. Non m'importa di mangiare col signor Giovanni. Tutto quel, che mangia lui, viene anche costì: si mangia per tutto!»—fa Franceschino. Il signor Giovanni, in capo a qualche po' di tempo, chiama Franceschino:—«Franceschino!»—«Comandi, signor Giovanni!»—«Devi prendere quel quadrettino, che te facesti; te lo devi mettere nella tasca ladra del tuo soprabito, te lo devi mettere; e andartene alla riva del mare di Costantinopoli; e fare staccare il mio bastimento. Tanto a piedi che nel bastimento, tu devi girare tutto il mondo; e mi devi promettere di portarmi un ritratto, come te hai fatto.[2]»—«Caro signor Giovanni, io farò tutto quello, che Lei comanda; ma mi mandi compagni con meco.»—«Ci viene quel giovane a giocare e spassare nel nostro appartamento. Tu domandagli, se viene. Tu intanto non istai ad andar solo.»—Comparisce la sera questo giovane quà nel palazzo.—«Oh sai, amico»—dice Franceschino a questo giovane,—«ho da fare un giro, nella barca qua del signor Giovanni di Costantinopoli. Vuoi venir con me?»—«Ci vengo volentieri.»—«Sente signor Giovanni? ci viene volentieri.»—«Io ti do tempo, caro Franceschino, un anno e tre giorni a portarmi nel mio palazzo un volto, come te hai fatto.»—Franceschino chiede licenza a i' signor Giovanni:—«Vado via. Addio, addio, addio!»—Giovanni abbraccia Franceschino e lo bacia:—«Addioe felice ritorno. Cerca di fare ogni cosa pel bene di quello, ch'io ti dico.»—«Sissignore.»—Vanno alla riva del mare, staccano i' bastimento, entrano dentro, dànno le vele al vento, addio! per andare a girare i' mondo. Gira di quà, gira di là, gira di sopra, gira di sotto e gira dappertutto, non trovava mai un volto simile a quello, che lui aveva fatto. Via! e tiran via sempre a camminare n'i' bastimento del signor Giovanni. Da lontano Franceschino vede certe fiamme sur un'isola, che pareva, che prendesse foco roba.—«Arriviamo quà»—al piloto.—«Arriviamo a quell'isola lassù, che tanto ci si rinfrescheremo.»—Montando su quest'isola, sortendo d'i' bastimento, Francesco occhia una bimba e l'era tutta il ritratto. Va al compagno:—«Guarda! sai, se la fosse a tiro, la sarebbe proprio il ritratto! Ma lascia fare a me. Ora è entrata in quella bottega di pizzicagnolo. Aspettiamo, che sorte, e gli voglio dimandare quante sono in famiglia.»—Sorte questa fanciulla di bottega del pizzicagnolo. Francesco dice:—«Bambina, scusatemi, venite qua.»—«Cosa volete, signori?»—la gli fa questa fanciullina a questi due giovanotti, tanto a Francesco che a quell'altro giovanotto. E loro gli dissero:—«Non ci è nessuno qui, che dia da rinfrescarsi?»—Risponde la fanciullina:—«Signori, venghino pure, perchè ora entra a tavola il mio signor padre; dà da rinfrescarsi e da mangiare a tutti i viaggianti, che vengono su in quest'isola.»—Che questo, abbiate da sapere, era un carbonaro, fabbricava il carbone, e però vedevano le fiamme da lontano. Entra drento Franceschino, il suo compagno e tutto. Questa fanciulla dice:—«Signor padre, c'è questi due signori, che si voglion rinfrescare.»—«Falli accomodare a tavola, che adesso si va a pranzo.»—Si accomodano a tavola e tutto. Viene il carbonajo,viene la moglie, viene un figlio e questa ragazzina. Francesco non poteva stare alle mosse, e fa:—«Dica, signor Padrone, non c'è altro che loro in famiglia?»—E i' padre risponde e dice:—«Oh che? Rosina non è venuta! Cosa sta a fare? Ditegli, che venga a pranzo.»—Va di là la sorella; dice:—«Rosina!Cosa fai?Non vieni a pranzo, ha detto il signor padre.»—Dice:—«Senti, io non ci voglio venire, sai? C'è quei duoi signori, io mi vergogno.»—Va di là questa ragazzina, dice:—«Sa, signor Padre, non ci vuol venire, perchè si vergogna, che c'è questi due signori.»—Tanto Francesco che quell'altro sente dire.—«Ah!»—dice,—«dica pure, che nojaltri non siamo signori di soggezione. Può venire, può venire a pranzo. Non si pigli soggezione di nojaltri: può venire, può venire a pranzo.»—Va dentro la sorellina e gnene dice.—«Adesso finisco di far la toalette e verrò.»—Eccotela e viene per andare alla tavola da pranzo. Francesco, che te l'occhia, fa così al compagno:—«Lascia fare a me, che l'è tutta il vero ritratto!»—Eh! un pranzo quello, ch'è lì, sontuoso: bottiglie, caffè, confetture; mangiano, bevono, si divertono. Dice Franceschino:—«Sa, signor Padrone; ora mi dirà quello, che devo dare.»—Dice:—«Niente. A questi signori, che vengono sù in quest'isola, che è qui, non faccio pagar niente.»—«Sa, signor padrone, Lei,»—dice Franceschino—«bisogna, che venga a vedere una cosa bellissima nel mio bastimento, che si divertirà di molto, sa. Deve venire a vederla tutta la sua famiglia, sa.»—Si alzano di tavola, si rivestono benone, tanto il carbonajo, la carbonara, il figlio, le figlie per andarsene insieme con questi due giovanotti nel bastimento. Si rizzano, sortano da il posto, vengon fori, chiudono la sua porta e se ne vanno in verso la riva del mare perentrare nel bastimento. Quando entrati sono nel bastimento, Franceschino dà d'occhio ai marinari, che diano le vele a il vento, per andare di gran carriera a Costantinopoli[3]. Intanto Franceschino gli fa vedere tutte quelle belle rarità, che gli avevano. C'era un bellissimo giardino con piante di limoni e di tutti innesti nel bastimento. Se ne vanno al primo piano, che c'era un bellissimo salone con un bellissimo digiunè grande e intorno intorno tutte siede. Fa portare bottiglie, confetture, paste, cose simili.—«Si deve rinfrescare»—fa alla conversazione d'i' carbonaro.—«Oh»—il carbonaro—«Bello! bello! belle cose! Non n'ho mai visto! N'è venuti dei bastimenti; ma non pieni così di tutte queste belle rarità!»—Dice Franceschino:—Signori, verranno a questi altri piani. L'abbiano da sapere, che io ci ho un terrazzo; che torno torno a questo terrazzo ci è diversi vasi, tra fiori e limoni e aranci.»—Ah, se ne vanno su, sulla terrazza. Il Carbonaro dice:—«Ah qui siamo nelle mani degli assassini.»—Franceschino dice:—«Come nelle mani degli assassini? Siete nelle mani di due giovani di garbo.»—«Non sapete, che io sono distante da' miei appartamenti quelle tante e tante miglia? Noi siamo nelle mani degli assassini.»—Francesco cava di tasca quel ritrattino, che egli aveva fatto:—«Prenda questo ritratto quì; l'esamini alle Sue figlie; come somiglia?»—«Tutto mia figlia maggiore, tutto mia figlia maggiore.»—«Dunque[4]nelle mani degli assassini non siete, caro signore; siete nelle mani di due giovani di garbo. Vostra figlia la devo portare in Costantinopoli al suo legittimo sposo, che lei toccherà a sposare.»—«Quando questo è, tiriamo avanti il vostro viaggio.»—«Viene per andare nelle mani d'un signorone, più ricco che ci sia in Costantinopoli.»—Via, via, via, che andava semprevia come fiamma il bastimento. Quando è vicino per arrivare a Costantinopoli, Franceschino fa dare il tocco de i' cannone, come a dire:—«Ecco qui Franceschino addietro!»—Il signor Giovanni di Costantinopoli:—«Questo è Franceschino! questo è Franceschino!»—Se n'esce del suo palazzo, piglia un piccolo vascello e se ne va all'incontro del bastimento. Franceschino, che te lo vede, gli va incontro anche lui. Quando sono prossimi, si abbracciano e si baciano.—«Cos'hai fatto, Francesco?»—«Eh! ho fatto tutto quello, che Lei l'ha comandato.»—«Dunque si può vedere la sposa, che devo prendere?»—«Altro.»—Va alla bussola della camera, picchia. Dice:—«Chi è?»—Dice:—«Rosina, ci è il Suo legittimo sposo, che deve essere, che la vuol vedere.»—Dice:—«Adesso finisco di fa' la toalette e vengo nelle sue braccia.»—Eccoti la Rosina, che viene fori. Viene fori la Rosina; lui, che te la vede, potete credere i complimenti e tutto. Dice:—«Questo chi è?»—«Questo è il suo signor padre, questa è la sua signora madre, questo è il suo fratello e questa è la sua sorella.»—Riverisce tutti, e sortono d'ir bastimento tutti insieme e se ne vanno sopra terra. Cammin facendo, se ne vanno a i' palazzo del signor Giovanni di Costantinopoli. Entrati, che sono nel suo palazzo, lui fa subito bandire, che egli, in tanti, faceva sua sposa una bellissima femmina, figlia di un tal ricchissimo carbonaro. Venne a prossimarsi lo sposalizio del signor Giovanni e di questa bellissima femmina. Per sei mesi, diede un regalo ai poveri di pane, vino; e quelle tante libbre di carne per sei mesi a testa. Dice un giorno il socero, che l'era i' carbonaro:—«Carissimo genero, abbiate da sapere, che io ho tante libbre di carbone, che mi va a male. Bisogna, che io ritorni al mio destino.»—Dice il signor Giovanni:—«Oh Franceschino, vieniqua. Te sarai quello, che accompagnerai mio socero, mia socera e il mio cognato nel suo posto. Ditemi un pò, carissimo socero, non avete parenti nel vostro posto?»—«Oh lontani!»—«Lontani o vicini, io dico, che cediate loro tutte le vostre ricchezze. E te, Franceschino, riportali addietro in Costantinopoli; che qui c'è da vivere e da fare i signori ancora loro, come uguali sono a me.»—Il fatto si è che... Lasciamo stare questi, che son là, che dispensano il suo a queste tali persone e torniamo a Giovanni e alla sposa.[5]Abbiate da sapere, che ci era un altro signore, che era ricco sì, ma non tanto quanto il signor Giovanni. Questo signor Giuseppe, nell'andando a i' caffè, il caffettiere fa:—«Oh signor Giuseppe, è tanto tempo, che Lei manca di venire nella mia bottega! Eh sarà stato degl'invitati allo sposalizio del signor Giovanni di Costantinopoli; eh?»—«Eh, non sono stato degl'invitati, non sono stato.»—«Eh Le dirò per cosa, eh, signor Giuseppe, perchè non sarà stato invitato. Siccome[6]il signor Giovanni saprà, che Lei è un galluccio, però non l'avrà invitato allo sposalizio.»—Dice:—«Che gallo e che non gallo! Quanto tempo è, che non ci è stato il signor Giovanni di Costantinopoli?»—«Oh»—dice—«gli è tanto!»—«Si che venisse in questo contrattempo, io vorrei fare una bellissima scommessa fra me e lui. Prendo l'impegno di stare dieci minuti insieme con la sua sposa. Che, se ci sto, pena la testa a lui; se non ci sto, pena la testa a me. Questa è la scommessa, che io fo. Se avete luogo di poterlo vedere e di potergnene fare assapere questo affare qui, mandatemi ad avvisare, che io vengo subito qui, per fare questa scommessa.»—«Sì, signor Giuseppe.»—Dice:—«Addio, caffettiere.»—«Addio, Addio.»—«Avete inteso quel, che io vi ho lasciato detto.»—Va viail signor Giuseppe, com'io ho detto; e di lì ad una decina di minuti come fusse mezzo quarto d'ora, eccoti qua il signor Giovanni nella bottega d'i' caffettiere.—«Oh signor Giovanni, benvenuto! Vede, se Lei era venuto avanti una decina di minuti e qualcosa, Lei ci trovava il signor Giuseppe.»—«Ah, quello sciocco?»—fa il signor Giovanni.—«Ha lasciato una imbasciata.»—«Un'imbasciata ha egli lasciata?»—«Ha lasciata un'imbasciata, che fa volentieri una scommessa.»—«E che scommessa vo' fare?»—«Di stare dieci minuti con la Sua sposa.»—«La faccio, la faccio! E che scommessa vol fare?»—«Se ci sta, pena la testa a voi: se non ci sta, pena la testa a lui.»—«La faccio! la faccio! Andate a chiamarmelo!»—Spedisce un giovane di bottega, vanno intorno per vedere, se trovano il signor Giuseppe. Questo giovane, te lo vede da lontano:—«Signor Giuseppe! signor Giuseppe!»—«Cosa c'è?»—«C'è il signor Giovanni, che l'attende a bottega.»—Via! Arrivato, che è a bottega del caffettiere:—«Oh, signor Giovanni!...»—«Oh! signor Giuseppe!»—si riveriscono tutti e due.—«Voi fate questa bella scommessa, eh? Volentieri la faccio ancora io;»—fa il signor Giovanni. Si prendono a braccetto tutti e due, chieggono licenza al caffettiere e se ne vanno fori: comperano i fogli bollati e tutto. Se ne vanno in Delegazione di Costantinopoli; là, con i fogli bollati e tutto, suggellano.[7]Uno se ne va da una parte, uno dall'altra; e non si guardano più, tra il signor Giovanni e il signor Giuseppe. Il signor Giovanni se ne va a i' suo palazzo. Entrato, che è a i' suo palazzo, riverisce la sposa, riverisce la cognata e se ne va alla tavola del rinfresco. Qui:—«Io vado, carissima sposa, a far un giro per andare a rivedere i miei beni»—fa il signor Giovanni alla sua sposa.—«Qui avetetutto: non vi manca niente. Qui avete la mattina la lattaja, che vi porta il latte; chi è, che vi porta il burro, e chi la carne da i' macellajo. Non vi manca nulla. Statevi in conversazione con vostra sorella; divertitevi; fate quello, che vi pare e piace; e addio al mio ritorno. I complimenti li faccio ora, perchè parto di notte; non istò lì a svegliarvi nessuna delle due.»—La mattina (lui nella nottata si alza da i' letto, si veste, se ne va via, lasciando la sposa e la cognata); la mattina, viene la lattaja a portargli il latte. Pensa la sposa di dire alla sorella:—«Sai, le persiane di sulla strada le devi chiudere. Ci si servirà delle stanze per di dietro, di quel terrazzo e di quel bel giardino, che ci sta; ci si divertirà costì nojaltre. Che le muraglie le sono tanto alte, che le genti, che passan per la strada, non hanno campo di poter occhiar nessuno.»—Bisogna ritornare ora a quello, che aveva fatta la scommessa, a i' signor Giuseppe, che gira in giù, in sù, in qua, in là e non poteva mai occhiar la moglie del signor Giovanni, neppur vedella. Si combatte un giorno, che il signor Giuseppe andava in sù, in giù, disperato; gli pareva, come se fosse un pazzo il signor Giuseppe. Siccome in su la cantonata prossima alla porta d'ingresso del signor Giovanni, c'era una vecchia a sedere sur una seda, nel vedendo il signor Giuseppe, fa questa vecchia:—«Eh, signor Giuseppe, eh! che vol dire a diventar vecchia! la non mi guarda più in viso!»—«Eh vai, ho altre cose nella testa, a guardare in viso te.»—«Ma La dia retta, signor Giuseppe; ma che ha Ella in testa?»—«Quel, ch'io ho, non te lo posso spiegare a te, impacciosa, che tu non sei altro.»—«Ma La dia retta: ma se io nella cosa, che ha nella testa, Le potessi rimediare, oh che non rimedierei? o che non rimedierei?»—«Che vuoi rimediare?»—Vecchiamaligna, che è questa!—«Ma La senta: ma mi dica qualcosa!»—«Vuoi, che ti spieghi il tutto? Te lo spiegherò. Abbi da sapere, che io feci una scommessa con il signor Giovanni di Costantinopoli di stare almeno dieci minuti con la sua sposa: così non si riesce davvero! L'è una cosa da nulla, sai? Ho messo la testa: che, se ci sto, la testa del signor Giovanni; se non ci sto, la mia testa paga.»—«Uh! poero signor Giuseppe, la testa sua non deve pagare. Io, Lei mi deve menare in casa sua e rivestirmi dal capo insino ai piedi come una signora. Prendo una carrozza, un carrozzino fori di porta di Costantinopoli; e di mezzanotte così anderò a picchiare alla porta del signor Giovanni di Costantinopoli; e passerò di essere sua sorella del signor Giovanni. Che, benchè Lei sappia, che non ha parenti da nessuna parte, posso passare di essere sua sorella del signor Giovanni con questo inganno, che è qui; che non si sappia, che ci son neppure in questo mondo.»—Te la riveste e tutto, gli prende questo carrozzino, te la pianta drento e via. Quando gli è vicino alla porta del signor Giovanni, sorte di carrozza la vecchia. Sona il campanello questa vecchia. La sposa del signor Giovanni sona il campanello alla sorella, come a dire:—«Vai a vedè' chi è a quest'ora bruna: sona il campanello! Non so, che affare possa essere.»—Va a aprire:—«Chi è?»—«Scusi; ci è un appartamento qui del signor Giovanni di Costantinopoli?»—«Sì, gli è l'appartamento; ma non ci è, sapete, è fora.»—«Oh questo mi rincresce! Io era venuta (avendo saputo di tante miglia lontano, che mio fratello era stato sposo), era venuta a fargli una visita. Ma la sposa non c'è'?»—Dice:—«Sì. Adesso vado a dirgnene alla signora.»—«Fallo, sì; e digli, ch'è la sorella del signor Giovanni, che non sa neppure, se egli abita più in questo mondo,dagli anni, che gli è, che non ha visto più il suo fratello.»—Dice la Rosina alla sorella:—«Dammi la mia veste da camera. E te, vagli ad aprire; e falla salì' su.»—Entra la sorella, che dava a intendere, che gli era del signor Giovanni.—«Oh»—dice: «che gli è questa la sposa del mio fratello?»—La gli s'avventa a i' collo e la bacia fortemente dall'allegrezza e dalla consolazione. Vecchia birbona!—«Carissima cognata, avete appetito, eh?»—«Dirò, che ho viaggiato tutta la notte e tutto il giorno....»—«Apparecchia e dàlle da mangiare e bere.»—La mette a tavola. Dopo mangiato e bevuto e tutto:—«Gradireste di andare a riposare, cara cognata?»—la gli fa la sposa.—«Eh gradirei volentieri; sì andiamo.»—Si alzano, la prende sotto il braccio e la porta in un altro quartiere. La fa questa vecchia:—«Ditemi un po', cara cognata, che l'è la camera di mio fratello, questa qui?»—«Eh nò.»—«Voglio vedè' la camera d'i' mio fratello, io.»—Ecco, gli fa:—«Volete vedè' la camera del vostro fratello? Venite, venite.»—«Oh, stasera, non essendoci lui a dormire, voglio stare a dormire io nel posto, che dovrebbe starci i' mio fratello.»—Si spogliano tutte e due; e se ne vanno a letto le cognate. Quando è questa vecchia, che sente, che questa cognata aveva attaccato il sonno, adagio, adagio sguscia d'i' letto, prende il suo lapis, che lei aveva portato, e carta; e disegna tutta la camera come la stava; letto, poltrona e tutto, come stava la camera, e la disegna. Sopra il suo buffetto, sopra il suo comò, via, aveva posate tutte le sue gioje, che l'aveva in dito, la sposa. La va e gli prende i' più bel giojello, che lei avesse, questa vecchia, che lei avesse su i' cassettone; poi la gli va intorno i' letto, adagio adagio te la scopre, tutti i panni, che lei aveva in dosso; la gli piglia un brucchio di capelli,che lei aveva dalla collottola e la gli taglia per portagli come contrassegni anche quelli. Te la ricopre adagio adagio e ti fa finzione di rientrar nel letto adagio adagio la vecchia. Voltati di qua, voltati di là, faceva finzione di svegliarsi, faceva. La sposa, che sente questo tramenìo, la fa:——«Cara cognata, che siete sveglia?»—La fa:—«Eh cara cognata, l'ora è tarda; bisogna, che io parta, che io vada via di quì; perchè, alla tal ora, bisogna, che io sia nella tale e nella tal città; e non posso far di meno. Dunque fatto si è....»—«Aspettate, mi alzerò anch'io.»—«No, no! State pure a letto! Non vi alzate! Non è ora per voi di alzarvi!»—Sona il campanello, chiama la sorella. Dice:—«Vai accompagnarla insino alla porta, perchè vole andar via.»—«Oh, per pietà!..... Andar via di notte!...»—Abbraccia la cognata, abbraccia anche la bimba:—«Addio, addio! Fate tanti saluti anche a mio fratello!»—e la va via. Chiusa la porta d'ingresso, e via subito di gran carriera questa vecchia la va a casa del signor Giuseppe. Il servitore, che sente picchiare alla porta, va ad affacciarsi e dice:—«Chi è?»—«Ci è il signor Giuseppe?»—«Che tu caschi morta, vecchia malandrina! O che va a fare, infi' a quest'ora a importunì' le genti!»—Va in camera del signor Giuseppe il servitore:—«Signor Giuseppe! Signor Giuseppe! Signor Giuseppe!»—«Che c'è?»—«C'è la tal di tale, che Le vuol parlare.»—«Falla passare! Falla passare!»—Dice il cameriere:—«Oh diavolo! son vecchi decrepiti tutti e due!.....»—Te la fa passare. Passa in camera del signor Giuseppe:—«Te, sai, ti puoi ritirare nel tuo quartiere»—a i' servitore.—«Ah signor Giuseppe, ben trovato. Io ho fatto tutto per Lei, io ho fatto.»—Gli dà il disegno della camera, che lei aveva disegnato.—«Questoè l'anello; il più bel giojello, che lei avesse in dito. Può dire alla Delegazione, che Lei gnene ha regalato con le sue proprie mani. E poi questi sono i capelli della collottola.»—«Anche questi t'hai presi?»—dice.—«Brava! Brava! Brava!»—Dice:—«Va nel mio comò, costà; tre cassette, che c'è, àpritele e sèrviti nin oro e in argento, èmpiti anche le tasche del tuo vestuario[8], che io ti ho fatto; e vattene in pace, io ti ringrazio.»—Codesta vecchia se ne va via. Eccoti, quando è giorno, il signor Giuseppe, che si alza da il letto, si veste e tutto, prende i fogli e se ne va in Delegazione e davanti a i giudici.—«Oh, signor Giuseppe, ben arrivato!»—Tira fori i fogli come i rinvolti. Mostra il foglio, dov'era dipinto la camera e tutto.—«Questo è i' più bel giojello, che lei l'avesse: me l'ha regalato con le sue proprie mani. E questi sono i capelli della collottola.»—I giudici si messono a ridere:—«Guarda! insino i capelli della collottola! Bravo! Bravo! potete andare!»—a i' signor Giuseppe. Pigliano il disegno, pigliano tutto, fanno i' rinvolto e lo sigillano. L'arresto personale, quando entrava il Signor Giovanni in Costantinopoli, che le guardie giravano per tutto. Sentono da lontano:—«Cià, cià, cià! Cià, cià, cià! cià cià cià!»—Era il signor Giovanni, che tornava in Costantinopoli co' suoi cavalli e i servitori e tutto. Gli va la squadra e li sofferma:—«Fermi là!»—Il signor Giovanni, che sente dire:—«Fermi là!»—mette il capo fori dello sportello, e vede, che è la polizia. Dice:—«Signori, cosa comandate?»—Dice:—«Eh, signor Giovanni, Lei è in arresto.»—«Oh! quando io sono in arresto, io pagherò quello, che io devo pagare.»—Sorte di carrozza, paga la vettura, e se ne va via in mezzo alla polizia. E il popolo di Costantinopoli, che ti vede il signor Giovanni nin bel mezzodella polizia:—«Poero signor Giovanni, che ha egli fatto? Guardate in che mani, che egli è!»—tutti dispiacenti. Menato in Delegazione, davanti ai giudici:—«Signor Giovanni, ben arrivato.»—«Ben trovati, signori.»—Dice:—«Venga qua, Lei. Vede la sua camera? Che la riconoscerebbe, Lei?»—«Altro se la riconoscerei.»—Quindi prendono i' disegno.—«Non c'è un pelo, che pende, come sta la mia camera e come sta il disegno, che è stato fatto.»—«E questa gioja la conosce, signor Giovanni?»—«Altro se la conosco! è l'anello d'i' matrimonio.»—«Benissimo.»—fa i' giudice.—«Questi, sono un rivoltino de' capelli della sua collottola di Sua moglie. Li riconoscerebbe? Che possono esser suoi?»—«Eh altro, se son suoi anche questi! Benissimo, la mia testa la pagherà.»—Portato via dalla polizia, e scritto l'ora, il momento e i' giorno, che lui gli doveva esser fatta la testa sulla piazza di Costantinopoli. Un bisbiglìo per tutta Costantinopoli:—«Guarda, poero signor Giovanni! l'ha avuta la bella sposa e gli tocca ad andare alla morte per la sposa!»—Un bisbiglìo, che non finiva mai. Voglio dire, che anche la sposa d'i' signor Giovanni sentiva questo bisbiglìo; ma non raccapezzava nulla, che cosa fosse e che cosa non fosse questo ronzìo. La sposa la fa, la chiama la sorella e gli dice:—«Senti, come viene domani la lattaja, tu gli hai a dire, che la salga su da me, che io ho bisogno di parlargli.»—Viene la lattaja, la mattina. La sorella della sposa gli dice:—«Sapete, lattaja? la mia sorella sù ha bisogno di parlarvi.»—«Parlarmi? cos'ha ella da sapè' da me?»—con un atto di superbia, perchè la sapeva, che l'aveva da andà' alla morte il suo sposo. La non voleva ire, la non voleva ire, ma poi la salì dalla sposa de i' signor Giovanni. Sale sù. Saluta, quando è davanti allasposa de i' signor Giovanni.—«Signora, ben alzata»—la gli fa la lattaja.—«Che vuol Ella da me?»—«Che superità ha Lei, di rispondermi in questa maniera?»—la gli fa la signora alla lattaja.—«Io mi vergogno inclusive anche a discorre' con Lei.»—«In che motivo?»—«Il motivo gli è, che domani, all'undici, sulla piazza di Costantinopoli, devon fa' la testa al Suo sposo.»—«A i' mio sposo? gli devon fa' la testa?»—«Sì, per cagion Sua.»—«Per cagion mia?»—«Lei è stata una notte insieme con il signor Giuseppe di Costantinopoli nel letto Suo.»—«Io, sono stata? chi è questo signor Giuseppe di Costantinopoli?»—la fa questa sposa alla lattaja.—«Eh, Lei ci ha dormito insieme!»—«Chi è questo signor Giuseppe? Gradirei di conoscerlo, perchè, da quando io l'ho dato a balia, non ho avuto il piacere di vederlo. Sai, lattaja, porta latte bono e burro di quello bono e vieni di bon'ora, che farai colezione fra me e te e la mia sorella. E te allora m'insegnerai, chi è questo signor Giuseppe; perchè io non lo conosco; non conosco signori Giuseppi, io. Vieni e non mancare, veh! farai colezione con me, perchè io voglio liberare dalla morte il mio legittimo sposo innocente. Tanto io che lui, innocenti tutti e due.»—La mattina, a bon'ora, ritorna la lattaja dalla signora con i' burro; e preparano una bona colezione. Semelli e chifelli arrosti imburrati e tutto. Rispose alla lattaja la signora:—«Mangia, perchè adesso vado a prepararmi, perchè poi devo andar via.»—Lei si carica in un fazzoletto bianco tutte gioje; le rinvolta in questo fazzoletto e le mette nelle tasche del suo vestuario, che lei s'era messo addosso. Allora:—«Ora partiremo, per andare su i' Ponte—Vecchio[9]di Costantinopoli da i' mio orefice.»—La signora e la lattaja vanno. Entra drento in bottega d'i' suo orefice.—«Benarrivata!»—«Ben trovato, orefice. Prendetemi la misura a questo piede quì di una pianella; e questa, che è qui, deve essere guarnita con tutte queste gioje. Che al momento sia pronta.»—L'orefice fa:—«Oh che si cammina cor un piede?»—«Eh! quell'altra, me la faccio arrende' da chi me l'ha rubata.»—«Faccia una piccola giratina per i Lungarni, torni addietro e la troverà la pianella bell'e fatta.»—Torna addietro:—«Ecco, signora. Venga, venga; se la provi.»—Se la prova: la gli stava benone, codesta pianella. La rinvolta nel medesimo fazzoletto, dov'era le gioje, e se la mette in tasca.—«Addio. Sarai avvisato, per venire a prendere i danari.»—«Vada, vada, signora.»—E le vanno. Va via insieme alla lattaja. La gli fa la lattaja:—«Signora, che non ci si passerà, sa, nel bel mezzo alla piazza!»—«Cheh! cheh! cheh! Io voglio passare; e te, prendimi pel mio vestuario di dietro e non mi devi lasciare, sai? Passo io, devi passare anco te.»—Va per passare la moglie del signor Giovanni; le guardie, che la volevan mandare indietro; lei fa cedere di qua e di là e passa nel bel mezzo della piazza con la lattaja, che aveva attaccata addosso. Nell'andare inverso ai giudici, la gli fà la lattaja:—«Vede, signora, quello nin mezzo a i giudici con quel cappello bianco in capo? Gli è il signor Giuseppe.»—«Oh hai fatto bene a dirmelo.»—Sicchè, quando è davanti ai giudici:—«Signori, ben trovati: voglio giustizia.»—«Eh, adesso, signora, non si può dar retta a Lei, perchè c'è questa festa a fare. Bisogna prima far questa; e poi, daremo retta a Lei.»—«Anzi, appunto voglio, che mi sia consegnata la compagna di questa pianella, che questo signore mi ha derubato.»—I giudici si voltano da i' signor Giuseppe:—«Come è mai, signor Giuseppe, questo affare qui?»—«Come mai dar retta, cheio abbia rubata la pianella, se io non conosco questa signora, perchè, da quando io l'ho data a balia, non ho avuto il piacere di vederla?»—«Dunque, porco sudicione, che tu non sei altro, come puoi fare e dire, che te hai dormito una notte con la moglie d'i' signor Giovanni, se tu hai detto adesso ai giudici, che, da che mi desti a balia, hai l'onore di vedermi ora? Hanno sentito, signori?»—si volta a i giudici, da i' signor Giuseppe.—«Dunque, signor Giuseppe, Lei dice di aver pernottato una notte con la moglie d'i' signor Giovanni; e la moglie d'i' signor Giovanni, dopo che la diede a balia, la vede ora?»—Ebbe a confessare a i' pubblico la pura verità di tutto, ogni cosa:—«Non c'è niente di guasto. I ferri, che ha il signor Giovanni di Costantinopoli tanto alle mani che ai piedi, sian levati e messi a i' signor Giuseppe.»—È mandata a prendere per la squadra la vecchia a casa, per istraportarla sulla piazza di Costantinopoli, nin mezzo ai giudici. Ci va la squadra a casa della vecchia; bussano. S'affaccia questa vecchia dell'aceto:—«Che vuol'ellin', signori?»—«Giù a terra. Dovete venire avanti ai giudici.»—«I giudici da me non hanno da aver nulla. Cosa hanno ellino da aver da me i giudici?»—«Colle bone venite via, se no verrete colle cattive.»—Non voleva aprire l'uscio. Buttarono giù l'uscio; presero la vecchia; catene a mane e piedi; e la straportaron sulla piazza di Costantinopoli. Come difatti, l'ebbe a confessare dall'iinsino all'aa i' pubblico ancor lei. Fu messa sur i' patibolo; e i' signor Giuseppe a stare a vedere a falli la testa a questa vecchia. E, dopo della vecchia, fecero a montare sul patibolo anche il signor Giuseppe e decollorno ancora lui. Il popolo, che vedde cotesta e costì, cominciorno a dare in un picchìo di mano:—«Evviva! evviva la sposa d'i' signor Giovanni di Costantinopoli,che ha salvato i' suo sposo.»—Furono presi pell'aria tutti e due per istraportarli nel suo palazzo. Nin questo contrattempo, torna Franceschino con il socero, la socera e i' cognato d'i signor Giovanni. Danno i' tocco d'i' cannone: corre la famiglia d'i signor Giovanni. Lui, che sente questo:—«Eh addietro alla riva d'i' mare! è i' riscontro di Franceschino!»—disse i' signor Giovanni. Smonta Franceschino, la socera, i' socero, i' cognato da i' bastimento e vengono sopra a terra. I' signor Giovanni, che gli va incontro, abbraccia Franceschino e te lo bacia e tutto i' resto. Straportato ne i' palazzo d'i' signor Giovanni di Costantinopoli, manda i' signor Giovanni a prendere i' padre, la madre e la sorella di Franceschino, che fossero straportati nel suo palazzo: e vennero. Franceschino sposò la cognata d'i' signor Giovanni; e i' fratello della Rosina (che era la moglie d'i' signor Giovanni) sposò la sorella di Franceschino. Fecero due sposalizî in grande, che gli diedero da mangiare pane e vino e tutto i' necessario ai poveri di Costantinopoli per sei mesi. Festa in grande, che da sè se ne godettero e a me nulla dettero.Stretta la foglia e larga la via,Dite la vostra, che ho detta la mia.[10]NOTE[1]IlLiebrechtannota:—«Gehört in den Kreis der Erzählungen, die v. d. HagenGesamtabentN.º LXVIIIZwei Kaufmänner und die treue Hausfraubehandelt hat. S. auchReinhold KöhlerinLemcke's Jahrb. VIII. 44 ff.»—VediPitrè(op. cit.) LXXV.La stivala. ed anche LXXIIIErvabianca(che ilPitrèha pubblicata anche in Italiano con qualche modificazione in una strenna stampata a Milano nel M.DCCC.LXXIIe chiamataL'Adolescenza).—Gonzenbach(op. cit.)VII. Die beiden Fürstenkinder von Monteleone.(Cf.Simrock,Deutsche MärchenN.º 51).—Sgubbernatis(op. cit.) X.Il Guanto d'oro.—Bernoni. (Fiabe e novelle popolari veneziane) I.I do Camarieri.—La mente del lettore corre subito ad una delle più vaghe novelle delBoccaccio.[2]Non è molto chiara l'espressione. Intende, una donna simile perfettamente alla figura, da te ideata; una donna, della quale, questa tua figura possa considerarsi ritratto, che sia come l'originale di questo ritratto. Innamoramenti per ritratti si trovano non di rado nelle fiabe e frequentissimamente nelle opere letterarie. Potrei farne un lungo elenco; ma mi restringerò a due citazioncelle del mio prediletto seicento:Giovan Francesco Loredano, nobile veneto, che scrisse, verso il M.DC.XXXV laDianea, v'introduce parecchi personaggi innamorati de' ritratti di belle Principesse; e l'un d'essi, Celardo, viene così ripreso da un vecchio romito:—«Possibile, che 'l senso così vi tiranneggi la ragione! Possibile, ch'un parto dell'arte, tanto più vile, quanto più comune a tutti, possa tormentar gli effetti d'un cuore, ch'è maggiore dell'arte e della natura! Io non biasimo la pittura, che sa eternare coloro, che non viverebbero alla memoria nonchè agli occhi. Biasimo l'intemperanza delle nostre compiacenze, la pazzia de i nostri pensieri, la cecità del nostro intelletto, che riceve alterazione da fantasimi imaginarî, da larve finte, da sembianze o imitate o adulate. Che direste, se questa pittura fosse non una copia del vero, ma un capriccio artificioso d'un pennello, che avesse, senza vederle, imitate le idee della bellezza? Dunque l'uomo ha da languire per i delirî d'una mano, che imita assai più la fantasia che 'l senso? Dunque si doverà permettere la sovranità sovra i nostri animi ad una cosa insensata, mentre la neghiamo il più delle volte alle potenze del medesimo cielo? L'amare è sempre una infelicità. L'amare però una pittura è il pessimo dei mali. Non v'è corrispondenza. Il diletto si ferma solamente negli occhi: e si può amare una cosa, che o non sia, o che ritrovandosi si vegga così adulterata, che cagioni piuttosto pentimento che amore.»—Doramiro, principe di Cipro, com'egli stesso narra nellaRosminda, favola drammatica di Don Antonio Muscettola (Napoli, M.DC.LIX), cacciando ne' mesi invernali, vide pericolare un legno:—«................ giuntoNel loco del naufragio, invan cercaiUom, che vita godesse; e, mentre mestoProcuro almen saper che gente e qualeIn quella nave era sommersa, vidiPicciol'arca dorataDa quell'onde agitata.Tosto fei tôrla; ed in aprirla, (oh dio!Che memoria infelice!)Gli occhi abbagliommi e fulminommi l'almaDi sovrana beltà leggiadra immago.Vidi in angusta telaSmisurate bellezze,Ed in ombre mentite un vero sole,Ch'uscì del mare al tramontar del giorno.Nè pria il vidi, che n'arsi:Così le fiamme mie nacquer da l'onde;E, poi che fu del mar spento il furore,Fè naufragio il mio core.»—[3]Un'astuzia simile troviamo nel IX trattenimento della IV giornata del Pentamerone, intitolatoLo cuorvo; che nel resto, è identico alla fiaba di questa raccolta, che s'intitola:L'impietrito.[4]Stupendo queldunque! Proprio logico![5]Da questo punto sino alla fine,La Novella del signor Giovanniè identica aLa Pianelladi Domenico Batacchi.[6]Sic.[7]Fa proprio piacere il veder la tassa di registro e bollo entrata così ne' costumi, che il volgo comincia a considerarla, come condizionesine qua nondel contratto; a non saper concepire un contratto senza di essa. Gran fortuna per un popolo quando le leggi s'immedesimano co' costumi, poichè ormai la sapienza moderna non pensa più a farle conformi a quelli.[8]Vestuarioe nonvestiario.[9]Il povero cechino pidocchioso, che mi raccontava questa novella, non poteva immaginar Costantinopoli diversa dalla sua Firenze. Ci aveva ad essere un Ponte—Vecchio con gli orefici ed i Lungarni e tutto, in Costantinopoli tal' e quale come in Firenze.[10]Quasi ogni Novelliere Italiano ci offre una variante di questo racconto, che ha pure fornito molto tema ad una mediocre tragedia dello Shakespeare... Che dico mediocre? Il Gervinus, col solito buon gusto germanico, con quel senso fine del bellopoetico, che, come tutti sanno, è retaggio esclusivo de' teutoni, la dichiara il capolavoro del cosidetto Cigno dell'Avon! IlLiebrechtterminava così l'articolo suo sulla edizione Napoletana del M.DCCC.LXXI del presente lavoro:—«Aus vorstehender Uebersicht dieser Sammlung erhellt, dass sie ihrem Inhalt und ihrer Abstammung nach, ausnahmslos der europäischen Märchenwelt angehört, sich also in dieser Beziehung den übrigen italiänischen Conceptionen dieser Art, so weit sie bisher bekannt geworden, anschliesst, ob wohl sie andrerseits in vielen einzelnen Zügen oder deren Fassung und Zusammenstellung genug Eigenthümliches enthält, um ihr Erscheinen als sehr willkommen begrüssen und dem Herausgeber für die darauf verwandte Sorgfalt besten Dank sagen zu können, und zwar auch selbst von deutscher Seite, trotzdem Imbriani es nicht hat zu hinterlassen vermocht, unsern Landsleuten bei einer herbeigezogenen Gelegenheit einen Hieb zu versetzen, indem er gelegentlich desMärchens von dem Herrn Johannbemerkt:Fast jeder italiänische Novellist bietet eine Variante dieser Erzählung, die auch zu einem mittelmässigen Schauspiel Shakespeare's den Grundstoff hergegeben. Warum jedoch sage ich mittelmässig? Gervinus, mit dem gervöhnlichen guten Geschmack der Deutschen, mit dem feinen Sinn für poetische Schönheit, die, wie weltbekannt, ein auschliessliches Erbtheil der Teutonen sind, erklärt dasselbe für das Hauptwerk des sogenannten Schwans vom Avon.Trotzdem dies nicht die erste uebelwollende Aeusserung gegen die Deutschen ist, in der Imbriani sich ergeht, so will ich doch nichts darauf entgegnen und somit einen schlagenden Beweis liefern, dass wir Deutschen gar wohl wissen, wasguter Geschmackist.»—Non è lecito neppure di mettere in dubbio l'infallibilità tedesca, nè rilevare una corbelleria od uno sproposito detto con prosopopea da que' loro barbassori! Vi pare? Sacrilegio! Le altre nazioni debbono stare con la faccia nella polvere, adorando gli oracoli d'ogni professore o professorucolo o professorone germanico, finchè un altro professore o professorucolo o professorone germanico anch'esso non si benigni di provare che sono corbellerie od ispropositi. Ci son molti grulli, che si rassegnano a questa parte. Io no, no davvero, no e poi no, io.

LA NOVELLA DEL SIGNOR GIOVANNI.[1]

Vi racconterò la Novella del signor Giovanni da Costantinopoli, ched era un signore ricchissimo. Nell'essere a i' balcone d'i' suo terrazzo d'i' suo appartamento, vide passare una sposa con un bimbo per la mano, che l'accompagnava alla scola.—«Sposa!»—«Che comanda, signor Giovanni?»—alzò sù il capo.—«Potreste salir sù col vostro bimbo?»—«Sissignore.»—Questa, la sale sù:—«Oh, signor Giovanni, felice giorno a Lei; ben alzato. Cosa mi comanda?»—«È vostro questo bimbo?»—«Sissignore, è mio.»—«Ah! io non ho nessuno nin questo mondo! per me, sono solo, unico! Un signore come io sono, pieno di ricchezze e tutto, non ho a una mia morte da lasciare le mie ricchezze!»—Dice:—«Guardate, lo prenderei volentieri per mio figlio nel mio appartamento. Io gli metterei il maestro d'imparare le vere educazioni; se venisse ad imparare un'arte o cosa simile, gli metterei anche tutte le maestranze, gli metterei. Altro che soltanto vi darei un regalo d'un sacchetto di luigi d'oro. Non è per comprare il bimbo; padroni gli sposi di venire a far visita al vostro figlio, quando che gli pare e piace.»—«Signor Giovanni, caro signor Giovanni, bisogna che io vada a casa e gnene dica a mio marito, perchè, se mio marito è contento, io gnene porto il bimbo. Sa, signor Giovanni, ci ho anche una bimba, sa....»—«Ah,non me ne ragionate delle donne, perchè non le posso vedere. Il bimbo, sì; ma le donne non le posso vedere,»—dice. Ella va a casa da i' marito, co i' bimbo pella mano. Va a casa e picchia. S'affaccia alla finestra:—«Beh! cos'hai fatto? Non l'hai accompagnato a scola i' bimbo?»—Dice:—«No. Apri, che ho da dirti alcune parole. Il signor Giovanni di Costantinopoli, che mi ha chiamato e mi ha detto questo: che lui vorrebbe il mio figlio nelle sue mani, che lui verrebbe a un punto di esser l'erede di tutte le ricchezze del signor Giovanni di Costantinopoli.»—«Bah! che vuoi? me ne rincresce.»—«Ma, con questo, sai, padroni gli sposi di andare a far visita al nostro figlio, quando ci pare e piace. E, con questo, ci dà un sacchetto di napoleoni d'oro. Un bisogno, che occorre, gua', si ricorre là e siamo soccorsi d'ogni nostro bisogno.»—Dice:—«Vai e portagnene. Vieni, poero Franceschino!»—fa i' padre al figliolo (si chiamava Francesco il figlio); lo bacia e tutto:—«Addio, addio, addio!»—La madre se lo prende per la mano e lo porta al signor Giovanni di Costantinopoli. Il signor Giovanni di Costantinopoli, che l'era là al balcone e vede tornare la madre con il bimbo, gli brillava il core dell'allegrezza:—«Come, sposina mia cara?»—«Mio marito è contento.»—«Fate conto di entrare nel vostro quartiere, quando entrate nel mio palazzo!»—La madre del bimbo te lo piglia, te lo bacia:—«Addio Franceschino! Addio Franceschino!»—Non se ne sapeva distaccare. Il Signor Giovanni va lì e prende quel sacchetto di luigi d'oro e lo dà alla madre e dice:—«Addio, fa conto, quando volete vedere il bimbo, di entrare in casa vostra.»—«Addio, addio!»—la madre se ne va via. Il signor Giovanni:—«Ah poero Franceschino!»—te lo piglia, te lo abbraccia ete lo bacia, e te gli mette su un perfettissimo maestro; per imparargli l'educazione a i' bimbo. Viene in crescenza; dice:—«Signor Giovanni, io vorrei fare la tal'arte,»—secondo; e lui gli piantava i' maestro. Principiando da codesto de' maestri, Franceschino, che veniva a perfezione, diceva:—«Io vo' fare la tal'arte, la tal'altra; io vo' fare l'indoratore, l'intagliatore,»—secondo. Un bravissimo giovanotto venne; bravissimo nelle sue arti, che lui voleva imparare, di pittore, di tutto; e venne a perfezione. Venne sù un gran pittore bravissimo. Nell'essendo a tavola co' i' signor Giovanni, Franceschino (che all'ora di digiunè lo teneva seco; all'ora di pranzo, l'istesso; all'ora d'i' rinfresco l'istesso: non se lo lasciava mai di fianco) venne una volontà a i' signor Giovanni di dirgli:—«Franceschino, voglio, che te mi facci un regalo di un bellissimo quadro con cornice intagliata, indorata e tutto. Fammi uno scherzo, sai? quel che ti piace, ma non volto di donna, bada; non te ne ingerire, sai.»—«La sarà servito, signor Giovanni»—gli fà Franceschino. Franceschino entra nel suo studio e comincia a travagliare e comincia. Gli venne fatto i' quadro, tagliato i' cristallo, dorato e tutto; e una bellissima pittura gli fece, di un bellissimo volto di Venere. Si sa molto bene che i pittori!... Cosa ti fa Franceschino? te l'accomoda e tutto; e, a ora quieta, te lo porta nella camera del signor Giovanni e gnene mette accanto allo specchio, che quando il signor Giovanni faceva la toaletta e lo vedeva subito. La mattina, si alza il signor Giovanni; e se ne va al suo quartiere, allo specchio a fare la toaletta. Un tratto:—«Ohimè!»—dice—«che cosa è questa!»—e rimane stupito.—«Franceschino, Franceschino!»—«Come, signor Giovanni?»—«Vieni quà, davanti a me. Cosa io ti dissi, che io volto di femmina non lo voleva?»—«Chevole, signor Giovanni, perdoni e compatisca, che i pittori son pazzeschi, sono. Cosa gli viene per la testa, bisogna che faccino. Mi è venuto per la testa questo e io ho fatto questo.»—«Dilontanatevi da me!»—Ora di digiunè, non era più chiamato; ora di pranzo, non era più chiamato; ma tutto quel, che gli serviva, gli era portato nel suo laboratorio.—«Anco così si va innanzi; mangio anche così. Non m'importa di mangiare col signor Giovanni. Tutto quel, che mangia lui, viene anche costì: si mangia per tutto!»—fa Franceschino. Il signor Giovanni, in capo a qualche po' di tempo, chiama Franceschino:—«Franceschino!»—«Comandi, signor Giovanni!»—«Devi prendere quel quadrettino, che te facesti; te lo devi mettere nella tasca ladra del tuo soprabito, te lo devi mettere; e andartene alla riva del mare di Costantinopoli; e fare staccare il mio bastimento. Tanto a piedi che nel bastimento, tu devi girare tutto il mondo; e mi devi promettere di portarmi un ritratto, come te hai fatto.[2]»—«Caro signor Giovanni, io farò tutto quello, che Lei comanda; ma mi mandi compagni con meco.»—«Ci viene quel giovane a giocare e spassare nel nostro appartamento. Tu domandagli, se viene. Tu intanto non istai ad andar solo.»—Comparisce la sera questo giovane quà nel palazzo.—«Oh sai, amico»—dice Franceschino a questo giovane,—«ho da fare un giro, nella barca qua del signor Giovanni di Costantinopoli. Vuoi venir con me?»—«Ci vengo volentieri.»—«Sente signor Giovanni? ci viene volentieri.»—«Io ti do tempo, caro Franceschino, un anno e tre giorni a portarmi nel mio palazzo un volto, come te hai fatto.»—Franceschino chiede licenza a i' signor Giovanni:—«Vado via. Addio, addio, addio!»—Giovanni abbraccia Franceschino e lo bacia:—«Addioe felice ritorno. Cerca di fare ogni cosa pel bene di quello, ch'io ti dico.»—«Sissignore.»—Vanno alla riva del mare, staccano i' bastimento, entrano dentro, dànno le vele al vento, addio! per andare a girare i' mondo. Gira di quà, gira di là, gira di sopra, gira di sotto e gira dappertutto, non trovava mai un volto simile a quello, che lui aveva fatto. Via! e tiran via sempre a camminare n'i' bastimento del signor Giovanni. Da lontano Franceschino vede certe fiamme sur un'isola, che pareva, che prendesse foco roba.—«Arriviamo quà»—al piloto.—«Arriviamo a quell'isola lassù, che tanto ci si rinfrescheremo.»—Montando su quest'isola, sortendo d'i' bastimento, Francesco occhia una bimba e l'era tutta il ritratto. Va al compagno:—«Guarda! sai, se la fosse a tiro, la sarebbe proprio il ritratto! Ma lascia fare a me. Ora è entrata in quella bottega di pizzicagnolo. Aspettiamo, che sorte, e gli voglio dimandare quante sono in famiglia.»—Sorte questa fanciulla di bottega del pizzicagnolo. Francesco dice:—«Bambina, scusatemi, venite qua.»—«Cosa volete, signori?»—la gli fa questa fanciullina a questi due giovanotti, tanto a Francesco che a quell'altro giovanotto. E loro gli dissero:—«Non ci è nessuno qui, che dia da rinfrescarsi?»—Risponde la fanciullina:—«Signori, venghino pure, perchè ora entra a tavola il mio signor padre; dà da rinfrescarsi e da mangiare a tutti i viaggianti, che vengono su in quest'isola.»—Che questo, abbiate da sapere, era un carbonaro, fabbricava il carbone, e però vedevano le fiamme da lontano. Entra drento Franceschino, il suo compagno e tutto. Questa fanciulla dice:—«Signor padre, c'è questi due signori, che si voglion rinfrescare.»—«Falli accomodare a tavola, che adesso si va a pranzo.»—Si accomodano a tavola e tutto. Viene il carbonajo,viene la moglie, viene un figlio e questa ragazzina. Francesco non poteva stare alle mosse, e fa:—«Dica, signor Padrone, non c'è altro che loro in famiglia?»—E i' padre risponde e dice:—«Oh che? Rosina non è venuta! Cosa sta a fare? Ditegli, che venga a pranzo.»—Va di là la sorella; dice:—«Rosina!Cosa fai?Non vieni a pranzo, ha detto il signor padre.»—Dice:—«Senti, io non ci voglio venire, sai? C'è quei duoi signori, io mi vergogno.»—Va di là questa ragazzina, dice:—«Sa, signor Padre, non ci vuol venire, perchè si vergogna, che c'è questi due signori.»—Tanto Francesco che quell'altro sente dire.—«Ah!»—dice,—«dica pure, che nojaltri non siamo signori di soggezione. Può venire, può venire a pranzo. Non si pigli soggezione di nojaltri: può venire, può venire a pranzo.»—Va dentro la sorellina e gnene dice.—«Adesso finisco di far la toalette e verrò.»—Eccotela e viene per andare alla tavola da pranzo. Francesco, che te l'occhia, fa così al compagno:—«Lascia fare a me, che l'è tutta il vero ritratto!»—Eh! un pranzo quello, ch'è lì, sontuoso: bottiglie, caffè, confetture; mangiano, bevono, si divertono. Dice Franceschino:—«Sa, signor Padrone; ora mi dirà quello, che devo dare.»—Dice:—«Niente. A questi signori, che vengono sù in quest'isola, che è qui, non faccio pagar niente.»—«Sa, signor padrone, Lei,»—dice Franceschino—«bisogna, che venga a vedere una cosa bellissima nel mio bastimento, che si divertirà di molto, sa. Deve venire a vederla tutta la sua famiglia, sa.»—Si alzano di tavola, si rivestono benone, tanto il carbonajo, la carbonara, il figlio, le figlie per andarsene insieme con questi due giovanotti nel bastimento. Si rizzano, sortano da il posto, vengon fori, chiudono la sua porta e se ne vanno in verso la riva del mare perentrare nel bastimento. Quando entrati sono nel bastimento, Franceschino dà d'occhio ai marinari, che diano le vele a il vento, per andare di gran carriera a Costantinopoli[3]. Intanto Franceschino gli fa vedere tutte quelle belle rarità, che gli avevano. C'era un bellissimo giardino con piante di limoni e di tutti innesti nel bastimento. Se ne vanno al primo piano, che c'era un bellissimo salone con un bellissimo digiunè grande e intorno intorno tutte siede. Fa portare bottiglie, confetture, paste, cose simili.—«Si deve rinfrescare»—fa alla conversazione d'i' carbonaro.—«Oh»—il carbonaro—«Bello! bello! belle cose! Non n'ho mai visto! N'è venuti dei bastimenti; ma non pieni così di tutte queste belle rarità!»—Dice Franceschino:—Signori, verranno a questi altri piani. L'abbiano da sapere, che io ci ho un terrazzo; che torno torno a questo terrazzo ci è diversi vasi, tra fiori e limoni e aranci.»—Ah, se ne vanno su, sulla terrazza. Il Carbonaro dice:—«Ah qui siamo nelle mani degli assassini.»—Franceschino dice:—«Come nelle mani degli assassini? Siete nelle mani di due giovani di garbo.»—«Non sapete, che io sono distante da' miei appartamenti quelle tante e tante miglia? Noi siamo nelle mani degli assassini.»—Francesco cava di tasca quel ritrattino, che egli aveva fatto:—«Prenda questo ritratto quì; l'esamini alle Sue figlie; come somiglia?»—«Tutto mia figlia maggiore, tutto mia figlia maggiore.»—«Dunque[4]nelle mani degli assassini non siete, caro signore; siete nelle mani di due giovani di garbo. Vostra figlia la devo portare in Costantinopoli al suo legittimo sposo, che lei toccherà a sposare.»—«Quando questo è, tiriamo avanti il vostro viaggio.»—«Viene per andare nelle mani d'un signorone, più ricco che ci sia in Costantinopoli.»—Via, via, via, che andava semprevia come fiamma il bastimento. Quando è vicino per arrivare a Costantinopoli, Franceschino fa dare il tocco de i' cannone, come a dire:—«Ecco qui Franceschino addietro!»—Il signor Giovanni di Costantinopoli:—«Questo è Franceschino! questo è Franceschino!»—Se n'esce del suo palazzo, piglia un piccolo vascello e se ne va all'incontro del bastimento. Franceschino, che te lo vede, gli va incontro anche lui. Quando sono prossimi, si abbracciano e si baciano.—«Cos'hai fatto, Francesco?»—«Eh! ho fatto tutto quello, che Lei l'ha comandato.»—«Dunque si può vedere la sposa, che devo prendere?»—«Altro.»—Va alla bussola della camera, picchia. Dice:—«Chi è?»—Dice:—«Rosina, ci è il Suo legittimo sposo, che deve essere, che la vuol vedere.»—Dice:—«Adesso finisco di fa' la toalette e vengo nelle sue braccia.»—Eccoti la Rosina, che viene fori. Viene fori la Rosina; lui, che te la vede, potete credere i complimenti e tutto. Dice:—«Questo chi è?»—«Questo è il suo signor padre, questa è la sua signora madre, questo è il suo fratello e questa è la sua sorella.»—Riverisce tutti, e sortono d'ir bastimento tutti insieme e se ne vanno sopra terra. Cammin facendo, se ne vanno a i' palazzo del signor Giovanni di Costantinopoli. Entrati, che sono nel suo palazzo, lui fa subito bandire, che egli, in tanti, faceva sua sposa una bellissima femmina, figlia di un tal ricchissimo carbonaro. Venne a prossimarsi lo sposalizio del signor Giovanni e di questa bellissima femmina. Per sei mesi, diede un regalo ai poveri di pane, vino; e quelle tante libbre di carne per sei mesi a testa. Dice un giorno il socero, che l'era i' carbonaro:—«Carissimo genero, abbiate da sapere, che io ho tante libbre di carbone, che mi va a male. Bisogna, che io ritorni al mio destino.»—Dice il signor Giovanni:—«Oh Franceschino, vieniqua. Te sarai quello, che accompagnerai mio socero, mia socera e il mio cognato nel suo posto. Ditemi un pò, carissimo socero, non avete parenti nel vostro posto?»—«Oh lontani!»—«Lontani o vicini, io dico, che cediate loro tutte le vostre ricchezze. E te, Franceschino, riportali addietro in Costantinopoli; che qui c'è da vivere e da fare i signori ancora loro, come uguali sono a me.»—Il fatto si è che... Lasciamo stare questi, che son là, che dispensano il suo a queste tali persone e torniamo a Giovanni e alla sposa.[5]Abbiate da sapere, che ci era un altro signore, che era ricco sì, ma non tanto quanto il signor Giovanni. Questo signor Giuseppe, nell'andando a i' caffè, il caffettiere fa:—«Oh signor Giuseppe, è tanto tempo, che Lei manca di venire nella mia bottega! Eh sarà stato degl'invitati allo sposalizio del signor Giovanni di Costantinopoli; eh?»—«Eh, non sono stato degl'invitati, non sono stato.»—«Eh Le dirò per cosa, eh, signor Giuseppe, perchè non sarà stato invitato. Siccome[6]il signor Giovanni saprà, che Lei è un galluccio, però non l'avrà invitato allo sposalizio.»—Dice:—«Che gallo e che non gallo! Quanto tempo è, che non ci è stato il signor Giovanni di Costantinopoli?»—«Oh»—dice—«gli è tanto!»—«Si che venisse in questo contrattempo, io vorrei fare una bellissima scommessa fra me e lui. Prendo l'impegno di stare dieci minuti insieme con la sua sposa. Che, se ci sto, pena la testa a lui; se non ci sto, pena la testa a me. Questa è la scommessa, che io fo. Se avete luogo di poterlo vedere e di potergnene fare assapere questo affare qui, mandatemi ad avvisare, che io vengo subito qui, per fare questa scommessa.»—«Sì, signor Giuseppe.»—Dice:—«Addio, caffettiere.»—«Addio, Addio.»—«Avete inteso quel, che io vi ho lasciato detto.»—Va viail signor Giuseppe, com'io ho detto; e di lì ad una decina di minuti come fusse mezzo quarto d'ora, eccoti qua il signor Giovanni nella bottega d'i' caffettiere.—«Oh signor Giovanni, benvenuto! Vede, se Lei era venuto avanti una decina di minuti e qualcosa, Lei ci trovava il signor Giuseppe.»—«Ah, quello sciocco?»—fa il signor Giovanni.—«Ha lasciato una imbasciata.»—«Un'imbasciata ha egli lasciata?»—«Ha lasciata un'imbasciata, che fa volentieri una scommessa.»—«E che scommessa vo' fare?»—«Di stare dieci minuti con la Sua sposa.»—«La faccio, la faccio! E che scommessa vol fare?»—«Se ci sta, pena la testa a voi: se non ci sta, pena la testa a lui.»—«La faccio! la faccio! Andate a chiamarmelo!»—Spedisce un giovane di bottega, vanno intorno per vedere, se trovano il signor Giuseppe. Questo giovane, te lo vede da lontano:—«Signor Giuseppe! signor Giuseppe!»—«Cosa c'è?»—«C'è il signor Giovanni, che l'attende a bottega.»—Via! Arrivato, che è a bottega del caffettiere:—«Oh, signor Giovanni!...»—«Oh! signor Giuseppe!»—si riveriscono tutti e due.—«Voi fate questa bella scommessa, eh? Volentieri la faccio ancora io;»—fa il signor Giovanni. Si prendono a braccetto tutti e due, chieggono licenza al caffettiere e se ne vanno fori: comperano i fogli bollati e tutto. Se ne vanno in Delegazione di Costantinopoli; là, con i fogli bollati e tutto, suggellano.[7]Uno se ne va da una parte, uno dall'altra; e non si guardano più, tra il signor Giovanni e il signor Giuseppe. Il signor Giovanni se ne va a i' suo palazzo. Entrato, che è a i' suo palazzo, riverisce la sposa, riverisce la cognata e se ne va alla tavola del rinfresco. Qui:—«Io vado, carissima sposa, a far un giro per andare a rivedere i miei beni»—fa il signor Giovanni alla sua sposa.—«Qui avetetutto: non vi manca niente. Qui avete la mattina la lattaja, che vi porta il latte; chi è, che vi porta il burro, e chi la carne da i' macellajo. Non vi manca nulla. Statevi in conversazione con vostra sorella; divertitevi; fate quello, che vi pare e piace; e addio al mio ritorno. I complimenti li faccio ora, perchè parto di notte; non istò lì a svegliarvi nessuna delle due.»—La mattina (lui nella nottata si alza da i' letto, si veste, se ne va via, lasciando la sposa e la cognata); la mattina, viene la lattaja a portargli il latte. Pensa la sposa di dire alla sorella:—«Sai, le persiane di sulla strada le devi chiudere. Ci si servirà delle stanze per di dietro, di quel terrazzo e di quel bel giardino, che ci sta; ci si divertirà costì nojaltre. Che le muraglie le sono tanto alte, che le genti, che passan per la strada, non hanno campo di poter occhiar nessuno.»—Bisogna ritornare ora a quello, che aveva fatta la scommessa, a i' signor Giuseppe, che gira in giù, in sù, in qua, in là e non poteva mai occhiar la moglie del signor Giovanni, neppur vedella. Si combatte un giorno, che il signor Giuseppe andava in sù, in giù, disperato; gli pareva, come se fosse un pazzo il signor Giuseppe. Siccome in su la cantonata prossima alla porta d'ingresso del signor Giovanni, c'era una vecchia a sedere sur una seda, nel vedendo il signor Giuseppe, fa questa vecchia:—«Eh, signor Giuseppe, eh! che vol dire a diventar vecchia! la non mi guarda più in viso!»—«Eh vai, ho altre cose nella testa, a guardare in viso te.»—«Ma La dia retta, signor Giuseppe; ma che ha Ella in testa?»—«Quel, ch'io ho, non te lo posso spiegare a te, impacciosa, che tu non sei altro.»—«Ma La dia retta: ma se io nella cosa, che ha nella testa, Le potessi rimediare, oh che non rimedierei? o che non rimedierei?»—«Che vuoi rimediare?»—Vecchiamaligna, che è questa!—«Ma La senta: ma mi dica qualcosa!»—«Vuoi, che ti spieghi il tutto? Te lo spiegherò. Abbi da sapere, che io feci una scommessa con il signor Giovanni di Costantinopoli di stare almeno dieci minuti con la sua sposa: così non si riesce davvero! L'è una cosa da nulla, sai? Ho messo la testa: che, se ci sto, la testa del signor Giovanni; se non ci sto, la mia testa paga.»—«Uh! poero signor Giuseppe, la testa sua non deve pagare. Io, Lei mi deve menare in casa sua e rivestirmi dal capo insino ai piedi come una signora. Prendo una carrozza, un carrozzino fori di porta di Costantinopoli; e di mezzanotte così anderò a picchiare alla porta del signor Giovanni di Costantinopoli; e passerò di essere sua sorella del signor Giovanni. Che, benchè Lei sappia, che non ha parenti da nessuna parte, posso passare di essere sua sorella del signor Giovanni con questo inganno, che è qui; che non si sappia, che ci son neppure in questo mondo.»—Te la riveste e tutto, gli prende questo carrozzino, te la pianta drento e via. Quando gli è vicino alla porta del signor Giovanni, sorte di carrozza la vecchia. Sona il campanello questa vecchia. La sposa del signor Giovanni sona il campanello alla sorella, come a dire:—«Vai a vedè' chi è a quest'ora bruna: sona il campanello! Non so, che affare possa essere.»—Va a aprire:—«Chi è?»—«Scusi; ci è un appartamento qui del signor Giovanni di Costantinopoli?»—«Sì, gli è l'appartamento; ma non ci è, sapete, è fora.»—«Oh questo mi rincresce! Io era venuta (avendo saputo di tante miglia lontano, che mio fratello era stato sposo), era venuta a fargli una visita. Ma la sposa non c'è'?»—Dice:—«Sì. Adesso vado a dirgnene alla signora.»—«Fallo, sì; e digli, ch'è la sorella del signor Giovanni, che non sa neppure, se egli abita più in questo mondo,dagli anni, che gli è, che non ha visto più il suo fratello.»—Dice la Rosina alla sorella:—«Dammi la mia veste da camera. E te, vagli ad aprire; e falla salì' su.»—Entra la sorella, che dava a intendere, che gli era del signor Giovanni.—«Oh»—dice: «che gli è questa la sposa del mio fratello?»—La gli s'avventa a i' collo e la bacia fortemente dall'allegrezza e dalla consolazione. Vecchia birbona!—«Carissima cognata, avete appetito, eh?»—«Dirò, che ho viaggiato tutta la notte e tutto il giorno....»—«Apparecchia e dàlle da mangiare e bere.»—La mette a tavola. Dopo mangiato e bevuto e tutto:—«Gradireste di andare a riposare, cara cognata?»—la gli fa la sposa.—«Eh gradirei volentieri; sì andiamo.»—Si alzano, la prende sotto il braccio e la porta in un altro quartiere. La fa questa vecchia:—«Ditemi un po', cara cognata, che l'è la camera di mio fratello, questa qui?»—«Eh nò.»—«Voglio vedè' la camera d'i' mio fratello, io.»—Ecco, gli fa:—«Volete vedè' la camera del vostro fratello? Venite, venite.»—«Oh, stasera, non essendoci lui a dormire, voglio stare a dormire io nel posto, che dovrebbe starci i' mio fratello.»—Si spogliano tutte e due; e se ne vanno a letto le cognate. Quando è questa vecchia, che sente, che questa cognata aveva attaccato il sonno, adagio, adagio sguscia d'i' letto, prende il suo lapis, che lei aveva portato, e carta; e disegna tutta la camera come la stava; letto, poltrona e tutto, come stava la camera, e la disegna. Sopra il suo buffetto, sopra il suo comò, via, aveva posate tutte le sue gioje, che l'aveva in dito, la sposa. La va e gli prende i' più bel giojello, che lei avesse, questa vecchia, che lei avesse su i' cassettone; poi la gli va intorno i' letto, adagio adagio te la scopre, tutti i panni, che lei aveva in dosso; la gli piglia un brucchio di capelli,che lei aveva dalla collottola e la gli taglia per portagli come contrassegni anche quelli. Te la ricopre adagio adagio e ti fa finzione di rientrar nel letto adagio adagio la vecchia. Voltati di qua, voltati di là, faceva finzione di svegliarsi, faceva. La sposa, che sente questo tramenìo, la fa:——«Cara cognata, che siete sveglia?»—La fa:—«Eh cara cognata, l'ora è tarda; bisogna, che io parta, che io vada via di quì; perchè, alla tal ora, bisogna, che io sia nella tale e nella tal città; e non posso far di meno. Dunque fatto si è....»—«Aspettate, mi alzerò anch'io.»—«No, no! State pure a letto! Non vi alzate! Non è ora per voi di alzarvi!»—Sona il campanello, chiama la sorella. Dice:—«Vai accompagnarla insino alla porta, perchè vole andar via.»—«Oh, per pietà!..... Andar via di notte!...»—Abbraccia la cognata, abbraccia anche la bimba:—«Addio, addio! Fate tanti saluti anche a mio fratello!»—e la va via. Chiusa la porta d'ingresso, e via subito di gran carriera questa vecchia la va a casa del signor Giuseppe. Il servitore, che sente picchiare alla porta, va ad affacciarsi e dice:—«Chi è?»—«Ci è il signor Giuseppe?»—«Che tu caschi morta, vecchia malandrina! O che va a fare, infi' a quest'ora a importunì' le genti!»—Va in camera del signor Giuseppe il servitore:—«Signor Giuseppe! Signor Giuseppe! Signor Giuseppe!»—«Che c'è?»—«C'è la tal di tale, che Le vuol parlare.»—«Falla passare! Falla passare!»—Dice il cameriere:—«Oh diavolo! son vecchi decrepiti tutti e due!.....»—Te la fa passare. Passa in camera del signor Giuseppe:—«Te, sai, ti puoi ritirare nel tuo quartiere»—a i' servitore.—«Ah signor Giuseppe, ben trovato. Io ho fatto tutto per Lei, io ho fatto.»—Gli dà il disegno della camera, che lei aveva disegnato.—«Questoè l'anello; il più bel giojello, che lei avesse in dito. Può dire alla Delegazione, che Lei gnene ha regalato con le sue proprie mani. E poi questi sono i capelli della collottola.»—«Anche questi t'hai presi?»—dice.—«Brava! Brava! Brava!»—Dice:—«Va nel mio comò, costà; tre cassette, che c'è, àpritele e sèrviti nin oro e in argento, èmpiti anche le tasche del tuo vestuario[8], che io ti ho fatto; e vattene in pace, io ti ringrazio.»—Codesta vecchia se ne va via. Eccoti, quando è giorno, il signor Giuseppe, che si alza da il letto, si veste e tutto, prende i fogli e se ne va in Delegazione e davanti a i giudici.—«Oh, signor Giuseppe, ben arrivato!»—Tira fori i fogli come i rinvolti. Mostra il foglio, dov'era dipinto la camera e tutto.—«Questo è i' più bel giojello, che lei l'avesse: me l'ha regalato con le sue proprie mani. E questi sono i capelli della collottola.»—I giudici si messono a ridere:—«Guarda! insino i capelli della collottola! Bravo! Bravo! potete andare!»—a i' signor Giuseppe. Pigliano il disegno, pigliano tutto, fanno i' rinvolto e lo sigillano. L'arresto personale, quando entrava il Signor Giovanni in Costantinopoli, che le guardie giravano per tutto. Sentono da lontano:—«Cià, cià, cià! Cià, cià, cià! cià cià cià!»—Era il signor Giovanni, che tornava in Costantinopoli co' suoi cavalli e i servitori e tutto. Gli va la squadra e li sofferma:—«Fermi là!»—Il signor Giovanni, che sente dire:—«Fermi là!»—mette il capo fori dello sportello, e vede, che è la polizia. Dice:—«Signori, cosa comandate?»—Dice:—«Eh, signor Giovanni, Lei è in arresto.»—«Oh! quando io sono in arresto, io pagherò quello, che io devo pagare.»—Sorte di carrozza, paga la vettura, e se ne va via in mezzo alla polizia. E il popolo di Costantinopoli, che ti vede il signor Giovanni nin bel mezzodella polizia:—«Poero signor Giovanni, che ha egli fatto? Guardate in che mani, che egli è!»—tutti dispiacenti. Menato in Delegazione, davanti ai giudici:—«Signor Giovanni, ben arrivato.»—«Ben trovati, signori.»—Dice:—«Venga qua, Lei. Vede la sua camera? Che la riconoscerebbe, Lei?»—«Altro se la riconoscerei.»—Quindi prendono i' disegno.—«Non c'è un pelo, che pende, come sta la mia camera e come sta il disegno, che è stato fatto.»—«E questa gioja la conosce, signor Giovanni?»—«Altro se la conosco! è l'anello d'i' matrimonio.»—«Benissimo.»—fa i' giudice.—«Questi, sono un rivoltino de' capelli della sua collottola di Sua moglie. Li riconoscerebbe? Che possono esser suoi?»—«Eh altro, se son suoi anche questi! Benissimo, la mia testa la pagherà.»—Portato via dalla polizia, e scritto l'ora, il momento e i' giorno, che lui gli doveva esser fatta la testa sulla piazza di Costantinopoli. Un bisbiglìo per tutta Costantinopoli:—«Guarda, poero signor Giovanni! l'ha avuta la bella sposa e gli tocca ad andare alla morte per la sposa!»—Un bisbiglìo, che non finiva mai. Voglio dire, che anche la sposa d'i' signor Giovanni sentiva questo bisbiglìo; ma non raccapezzava nulla, che cosa fosse e che cosa non fosse questo ronzìo. La sposa la fa, la chiama la sorella e gli dice:—«Senti, come viene domani la lattaja, tu gli hai a dire, che la salga su da me, che io ho bisogno di parlargli.»—Viene la lattaja, la mattina. La sorella della sposa gli dice:—«Sapete, lattaja? la mia sorella sù ha bisogno di parlarvi.»—«Parlarmi? cos'ha ella da sapè' da me?»—con un atto di superbia, perchè la sapeva, che l'aveva da andà' alla morte il suo sposo. La non voleva ire, la non voleva ire, ma poi la salì dalla sposa de i' signor Giovanni. Sale sù. Saluta, quando è davanti allasposa de i' signor Giovanni.—«Signora, ben alzata»—la gli fa la lattaja.—«Che vuol Ella da me?»—«Che superità ha Lei, di rispondermi in questa maniera?»—la gli fa la signora alla lattaja.—«Io mi vergogno inclusive anche a discorre' con Lei.»—«In che motivo?»—«Il motivo gli è, che domani, all'undici, sulla piazza di Costantinopoli, devon fa' la testa al Suo sposo.»—«A i' mio sposo? gli devon fa' la testa?»—«Sì, per cagion Sua.»—«Per cagion mia?»—«Lei è stata una notte insieme con il signor Giuseppe di Costantinopoli nel letto Suo.»—«Io, sono stata? chi è questo signor Giuseppe di Costantinopoli?»—la fa questa sposa alla lattaja.—«Eh, Lei ci ha dormito insieme!»—«Chi è questo signor Giuseppe? Gradirei di conoscerlo, perchè, da quando io l'ho dato a balia, non ho avuto il piacere di vederlo. Sai, lattaja, porta latte bono e burro di quello bono e vieni di bon'ora, che farai colezione fra me e te e la mia sorella. E te allora m'insegnerai, chi è questo signor Giuseppe; perchè io non lo conosco; non conosco signori Giuseppi, io. Vieni e non mancare, veh! farai colezione con me, perchè io voglio liberare dalla morte il mio legittimo sposo innocente. Tanto io che lui, innocenti tutti e due.»—La mattina, a bon'ora, ritorna la lattaja dalla signora con i' burro; e preparano una bona colezione. Semelli e chifelli arrosti imburrati e tutto. Rispose alla lattaja la signora:—«Mangia, perchè adesso vado a prepararmi, perchè poi devo andar via.»—Lei si carica in un fazzoletto bianco tutte gioje; le rinvolta in questo fazzoletto e le mette nelle tasche del suo vestuario, che lei s'era messo addosso. Allora:—«Ora partiremo, per andare su i' Ponte—Vecchio[9]di Costantinopoli da i' mio orefice.»—La signora e la lattaja vanno. Entra drento in bottega d'i' suo orefice.—«Benarrivata!»—«Ben trovato, orefice. Prendetemi la misura a questo piede quì di una pianella; e questa, che è qui, deve essere guarnita con tutte queste gioje. Che al momento sia pronta.»—L'orefice fa:—«Oh che si cammina cor un piede?»—«Eh! quell'altra, me la faccio arrende' da chi me l'ha rubata.»—«Faccia una piccola giratina per i Lungarni, torni addietro e la troverà la pianella bell'e fatta.»—Torna addietro:—«Ecco, signora. Venga, venga; se la provi.»—Se la prova: la gli stava benone, codesta pianella. La rinvolta nel medesimo fazzoletto, dov'era le gioje, e se la mette in tasca.—«Addio. Sarai avvisato, per venire a prendere i danari.»—«Vada, vada, signora.»—E le vanno. Va via insieme alla lattaja. La gli fa la lattaja:—«Signora, che non ci si passerà, sa, nel bel mezzo alla piazza!»—«Cheh! cheh! cheh! Io voglio passare; e te, prendimi pel mio vestuario di dietro e non mi devi lasciare, sai? Passo io, devi passare anco te.»—Va per passare la moglie del signor Giovanni; le guardie, che la volevan mandare indietro; lei fa cedere di qua e di là e passa nel bel mezzo della piazza con la lattaja, che aveva attaccata addosso. Nell'andare inverso ai giudici, la gli fà la lattaja:—«Vede, signora, quello nin mezzo a i giudici con quel cappello bianco in capo? Gli è il signor Giuseppe.»—«Oh hai fatto bene a dirmelo.»—Sicchè, quando è davanti ai giudici:—«Signori, ben trovati: voglio giustizia.»—«Eh, adesso, signora, non si può dar retta a Lei, perchè c'è questa festa a fare. Bisogna prima far questa; e poi, daremo retta a Lei.»—«Anzi, appunto voglio, che mi sia consegnata la compagna di questa pianella, che questo signore mi ha derubato.»—I giudici si voltano da i' signor Giuseppe:—«Come è mai, signor Giuseppe, questo affare qui?»—«Come mai dar retta, cheio abbia rubata la pianella, se io non conosco questa signora, perchè, da quando io l'ho data a balia, non ho avuto il piacere di vederla?»—«Dunque, porco sudicione, che tu non sei altro, come puoi fare e dire, che te hai dormito una notte con la moglie d'i' signor Giovanni, se tu hai detto adesso ai giudici, che, da che mi desti a balia, hai l'onore di vedermi ora? Hanno sentito, signori?»—si volta a i giudici, da i' signor Giuseppe.—«Dunque, signor Giuseppe, Lei dice di aver pernottato una notte con la moglie d'i' signor Giovanni; e la moglie d'i' signor Giovanni, dopo che la diede a balia, la vede ora?»—Ebbe a confessare a i' pubblico la pura verità di tutto, ogni cosa:—«Non c'è niente di guasto. I ferri, che ha il signor Giovanni di Costantinopoli tanto alle mani che ai piedi, sian levati e messi a i' signor Giuseppe.»—È mandata a prendere per la squadra la vecchia a casa, per istraportarla sulla piazza di Costantinopoli, nin mezzo ai giudici. Ci va la squadra a casa della vecchia; bussano. S'affaccia questa vecchia dell'aceto:—«Che vuol'ellin', signori?»—«Giù a terra. Dovete venire avanti ai giudici.»—«I giudici da me non hanno da aver nulla. Cosa hanno ellino da aver da me i giudici?»—«Colle bone venite via, se no verrete colle cattive.»—Non voleva aprire l'uscio. Buttarono giù l'uscio; presero la vecchia; catene a mane e piedi; e la straportaron sulla piazza di Costantinopoli. Come difatti, l'ebbe a confessare dall'iinsino all'aa i' pubblico ancor lei. Fu messa sur i' patibolo; e i' signor Giuseppe a stare a vedere a falli la testa a questa vecchia. E, dopo della vecchia, fecero a montare sul patibolo anche il signor Giuseppe e decollorno ancora lui. Il popolo, che vedde cotesta e costì, cominciorno a dare in un picchìo di mano:—«Evviva! evviva la sposa d'i' signor Giovanni di Costantinopoli,che ha salvato i' suo sposo.»—Furono presi pell'aria tutti e due per istraportarli nel suo palazzo. Nin questo contrattempo, torna Franceschino con il socero, la socera e i' cognato d'i signor Giovanni. Danno i' tocco d'i' cannone: corre la famiglia d'i signor Giovanni. Lui, che sente questo:—«Eh addietro alla riva d'i' mare! è i' riscontro di Franceschino!»—disse i' signor Giovanni. Smonta Franceschino, la socera, i' socero, i' cognato da i' bastimento e vengono sopra a terra. I' signor Giovanni, che gli va incontro, abbraccia Franceschino e te lo bacia e tutto i' resto. Straportato ne i' palazzo d'i' signor Giovanni di Costantinopoli, manda i' signor Giovanni a prendere i' padre, la madre e la sorella di Franceschino, che fossero straportati nel suo palazzo: e vennero. Franceschino sposò la cognata d'i' signor Giovanni; e i' fratello della Rosina (che era la moglie d'i' signor Giovanni) sposò la sorella di Franceschino. Fecero due sposalizî in grande, che gli diedero da mangiare pane e vino e tutto i' necessario ai poveri di Costantinopoli per sei mesi. Festa in grande, che da sè se ne godettero e a me nulla dettero.

Stretta la foglia e larga la via,Dite la vostra, che ho detta la mia.[10]

NOTE

[1]IlLiebrechtannota:—«Gehört in den Kreis der Erzählungen, die v. d. HagenGesamtabentN.º LXVIIIZwei Kaufmänner und die treue Hausfraubehandelt hat. S. auchReinhold KöhlerinLemcke's Jahrb. VIII. 44 ff.»—VediPitrè(op. cit.) LXXV.La stivala. ed anche LXXIIIErvabianca(che ilPitrèha pubblicata anche in Italiano con qualche modificazione in una strenna stampata a Milano nel M.DCCC.LXXIIe chiamataL'Adolescenza).—Gonzenbach(op. cit.)VII. Die beiden Fürstenkinder von Monteleone.(Cf.Simrock,Deutsche MärchenN.º 51).—Sgubbernatis(op. cit.) X.Il Guanto d'oro.—Bernoni. (Fiabe e novelle popolari veneziane) I.I do Camarieri.—La mente del lettore corre subito ad una delle più vaghe novelle delBoccaccio.[2]Non è molto chiara l'espressione. Intende, una donna simile perfettamente alla figura, da te ideata; una donna, della quale, questa tua figura possa considerarsi ritratto, che sia come l'originale di questo ritratto. Innamoramenti per ritratti si trovano non di rado nelle fiabe e frequentissimamente nelle opere letterarie. Potrei farne un lungo elenco; ma mi restringerò a due citazioncelle del mio prediletto seicento:Giovan Francesco Loredano, nobile veneto, che scrisse, verso il M.DC.XXXV laDianea, v'introduce parecchi personaggi innamorati de' ritratti di belle Principesse; e l'un d'essi, Celardo, viene così ripreso da un vecchio romito:—«Possibile, che 'l senso così vi tiranneggi la ragione! Possibile, ch'un parto dell'arte, tanto più vile, quanto più comune a tutti, possa tormentar gli effetti d'un cuore, ch'è maggiore dell'arte e della natura! Io non biasimo la pittura, che sa eternare coloro, che non viverebbero alla memoria nonchè agli occhi. Biasimo l'intemperanza delle nostre compiacenze, la pazzia de i nostri pensieri, la cecità del nostro intelletto, che riceve alterazione da fantasimi imaginarî, da larve finte, da sembianze o imitate o adulate. Che direste, se questa pittura fosse non una copia del vero, ma un capriccio artificioso d'un pennello, che avesse, senza vederle, imitate le idee della bellezza? Dunque l'uomo ha da languire per i delirî d'una mano, che imita assai più la fantasia che 'l senso? Dunque si doverà permettere la sovranità sovra i nostri animi ad una cosa insensata, mentre la neghiamo il più delle volte alle potenze del medesimo cielo? L'amare è sempre una infelicità. L'amare però una pittura è il pessimo dei mali. Non v'è corrispondenza. Il diletto si ferma solamente negli occhi: e si può amare una cosa, che o non sia, o che ritrovandosi si vegga così adulterata, che cagioni piuttosto pentimento che amore.»—Doramiro, principe di Cipro, com'egli stesso narra nellaRosminda, favola drammatica di Don Antonio Muscettola (Napoli, M.DC.LIX), cacciando ne' mesi invernali, vide pericolare un legno:—«................ giuntoNel loco del naufragio, invan cercaiUom, che vita godesse; e, mentre mestoProcuro almen saper che gente e qualeIn quella nave era sommersa, vidiPicciol'arca dorataDa quell'onde agitata.Tosto fei tôrla; ed in aprirla, (oh dio!Che memoria infelice!)Gli occhi abbagliommi e fulminommi l'almaDi sovrana beltà leggiadra immago.Vidi in angusta telaSmisurate bellezze,Ed in ombre mentite un vero sole,Ch'uscì del mare al tramontar del giorno.Nè pria il vidi, che n'arsi:Così le fiamme mie nacquer da l'onde;E, poi che fu del mar spento il furore,Fè naufragio il mio core.»—[3]Un'astuzia simile troviamo nel IX trattenimento della IV giornata del Pentamerone, intitolatoLo cuorvo; che nel resto, è identico alla fiaba di questa raccolta, che s'intitola:L'impietrito.[4]Stupendo queldunque! Proprio logico![5]Da questo punto sino alla fine,La Novella del signor Giovanniè identica aLa Pianelladi Domenico Batacchi.[6]Sic.[7]Fa proprio piacere il veder la tassa di registro e bollo entrata così ne' costumi, che il volgo comincia a considerarla, come condizionesine qua nondel contratto; a non saper concepire un contratto senza di essa. Gran fortuna per un popolo quando le leggi s'immedesimano co' costumi, poichè ormai la sapienza moderna non pensa più a farle conformi a quelli.[8]Vestuarioe nonvestiario.[9]Il povero cechino pidocchioso, che mi raccontava questa novella, non poteva immaginar Costantinopoli diversa dalla sua Firenze. Ci aveva ad essere un Ponte—Vecchio con gli orefici ed i Lungarni e tutto, in Costantinopoli tal' e quale come in Firenze.[10]Quasi ogni Novelliere Italiano ci offre una variante di questo racconto, che ha pure fornito molto tema ad una mediocre tragedia dello Shakespeare... Che dico mediocre? Il Gervinus, col solito buon gusto germanico, con quel senso fine del bellopoetico, che, come tutti sanno, è retaggio esclusivo de' teutoni, la dichiara il capolavoro del cosidetto Cigno dell'Avon! IlLiebrechtterminava così l'articolo suo sulla edizione Napoletana del M.DCCC.LXXI del presente lavoro:—«Aus vorstehender Uebersicht dieser Sammlung erhellt, dass sie ihrem Inhalt und ihrer Abstammung nach, ausnahmslos der europäischen Märchenwelt angehört, sich also in dieser Beziehung den übrigen italiänischen Conceptionen dieser Art, so weit sie bisher bekannt geworden, anschliesst, ob wohl sie andrerseits in vielen einzelnen Zügen oder deren Fassung und Zusammenstellung genug Eigenthümliches enthält, um ihr Erscheinen als sehr willkommen begrüssen und dem Herausgeber für die darauf verwandte Sorgfalt besten Dank sagen zu können, und zwar auch selbst von deutscher Seite, trotzdem Imbriani es nicht hat zu hinterlassen vermocht, unsern Landsleuten bei einer herbeigezogenen Gelegenheit einen Hieb zu versetzen, indem er gelegentlich desMärchens von dem Herrn Johannbemerkt:Fast jeder italiänische Novellist bietet eine Variante dieser Erzählung, die auch zu einem mittelmässigen Schauspiel Shakespeare's den Grundstoff hergegeben. Warum jedoch sage ich mittelmässig? Gervinus, mit dem gervöhnlichen guten Geschmack der Deutschen, mit dem feinen Sinn für poetische Schönheit, die, wie weltbekannt, ein auschliessliches Erbtheil der Teutonen sind, erklärt dasselbe für das Hauptwerk des sogenannten Schwans vom Avon.Trotzdem dies nicht die erste uebelwollende Aeusserung gegen die Deutschen ist, in der Imbriani sich ergeht, so will ich doch nichts darauf entgegnen und somit einen schlagenden Beweis liefern, dass wir Deutschen gar wohl wissen, wasguter Geschmackist.»—Non è lecito neppure di mettere in dubbio l'infallibilità tedesca, nè rilevare una corbelleria od uno sproposito detto con prosopopea da que' loro barbassori! Vi pare? Sacrilegio! Le altre nazioni debbono stare con la faccia nella polvere, adorando gli oracoli d'ogni professore o professorucolo o professorone germanico, finchè un altro professore o professorucolo o professorone germanico anch'esso non si benigni di provare che sono corbellerie od ispropositi. Ci son molti grulli, che si rassegnano a questa parte. Io no, no davvero, no e poi no, io.

[1]IlLiebrechtannota:—«Gehört in den Kreis der Erzählungen, die v. d. HagenGesamtabentN.º LXVIIIZwei Kaufmänner und die treue Hausfraubehandelt hat. S. auchReinhold KöhlerinLemcke's Jahrb. VIII. 44 ff.»—VediPitrè(op. cit.) LXXV.La stivala. ed anche LXXIIIErvabianca(che ilPitrèha pubblicata anche in Italiano con qualche modificazione in una strenna stampata a Milano nel M.DCCC.LXXIIe chiamataL'Adolescenza).—Gonzenbach(op. cit.)VII. Die beiden Fürstenkinder von Monteleone.(Cf.Simrock,Deutsche MärchenN.º 51).—Sgubbernatis(op. cit.) X.Il Guanto d'oro.—Bernoni. (Fiabe e novelle popolari veneziane) I.I do Camarieri.—La mente del lettore corre subito ad una delle più vaghe novelle delBoccaccio.

[2]Non è molto chiara l'espressione. Intende, una donna simile perfettamente alla figura, da te ideata; una donna, della quale, questa tua figura possa considerarsi ritratto, che sia come l'originale di questo ritratto. Innamoramenti per ritratti si trovano non di rado nelle fiabe e frequentissimamente nelle opere letterarie. Potrei farne un lungo elenco; ma mi restringerò a due citazioncelle del mio prediletto seicento:

Giovan Francesco Loredano, nobile veneto, che scrisse, verso il M.DC.XXXV laDianea, v'introduce parecchi personaggi innamorati de' ritratti di belle Principesse; e l'un d'essi, Celardo, viene così ripreso da un vecchio romito:—«Possibile, che 'l senso così vi tiranneggi la ragione! Possibile, ch'un parto dell'arte, tanto più vile, quanto più comune a tutti, possa tormentar gli effetti d'un cuore, ch'è maggiore dell'arte e della natura! Io non biasimo la pittura, che sa eternare coloro, che non viverebbero alla memoria nonchè agli occhi. Biasimo l'intemperanza delle nostre compiacenze, la pazzia de i nostri pensieri, la cecità del nostro intelletto, che riceve alterazione da fantasimi imaginarî, da larve finte, da sembianze o imitate o adulate. Che direste, se questa pittura fosse non una copia del vero, ma un capriccio artificioso d'un pennello, che avesse, senza vederle, imitate le idee della bellezza? Dunque l'uomo ha da languire per i delirî d'una mano, che imita assai più la fantasia che 'l senso? Dunque si doverà permettere la sovranità sovra i nostri animi ad una cosa insensata, mentre la neghiamo il più delle volte alle potenze del medesimo cielo? L'amare è sempre una infelicità. L'amare però una pittura è il pessimo dei mali. Non v'è corrispondenza. Il diletto si ferma solamente negli occhi: e si può amare una cosa, che o non sia, o che ritrovandosi si vegga così adulterata, che cagioni piuttosto pentimento che amore.»—Doramiro, principe di Cipro, com'egli stesso narra nellaRosminda, favola drammatica di Don Antonio Muscettola (Napoli, M.DC.LIX), cacciando ne' mesi invernali, vide pericolare un legno:

—«................ giuntoNel loco del naufragio, invan cercaiUom, che vita godesse; e, mentre mestoProcuro almen saper che gente e qualeIn quella nave era sommersa, vidiPicciol'arca dorataDa quell'onde agitata.Tosto fei tôrla; ed in aprirla, (oh dio!Che memoria infelice!)Gli occhi abbagliommi e fulminommi l'almaDi sovrana beltà leggiadra immago.Vidi in angusta telaSmisurate bellezze,Ed in ombre mentite un vero sole,Ch'uscì del mare al tramontar del giorno.Nè pria il vidi, che n'arsi:Così le fiamme mie nacquer da l'onde;E, poi che fu del mar spento il furore,Fè naufragio il mio core.»—

[3]Un'astuzia simile troviamo nel IX trattenimento della IV giornata del Pentamerone, intitolatoLo cuorvo; che nel resto, è identico alla fiaba di questa raccolta, che s'intitola:L'impietrito.

[4]Stupendo queldunque! Proprio logico!

[5]Da questo punto sino alla fine,La Novella del signor Giovanniè identica aLa Pianelladi Domenico Batacchi.

[6]Sic.

[7]Fa proprio piacere il veder la tassa di registro e bollo entrata così ne' costumi, che il volgo comincia a considerarla, come condizionesine qua nondel contratto; a non saper concepire un contratto senza di essa. Gran fortuna per un popolo quando le leggi s'immedesimano co' costumi, poichè ormai la sapienza moderna non pensa più a farle conformi a quelli.

[8]Vestuarioe nonvestiario.

[9]Il povero cechino pidocchioso, che mi raccontava questa novella, non poteva immaginar Costantinopoli diversa dalla sua Firenze. Ci aveva ad essere un Ponte—Vecchio con gli orefici ed i Lungarni e tutto, in Costantinopoli tal' e quale come in Firenze.

[10]Quasi ogni Novelliere Italiano ci offre una variante di questo racconto, che ha pure fornito molto tema ad una mediocre tragedia dello Shakespeare... Che dico mediocre? Il Gervinus, col solito buon gusto germanico, con quel senso fine del bellopoetico, che, come tutti sanno, è retaggio esclusivo de' teutoni, la dichiara il capolavoro del cosidetto Cigno dell'Avon! IlLiebrechtterminava così l'articolo suo sulla edizione Napoletana del M.DCCC.LXXI del presente lavoro:—«Aus vorstehender Uebersicht dieser Sammlung erhellt, dass sie ihrem Inhalt und ihrer Abstammung nach, ausnahmslos der europäischen Märchenwelt angehört, sich also in dieser Beziehung den übrigen italiänischen Conceptionen dieser Art, so weit sie bisher bekannt geworden, anschliesst, ob wohl sie andrerseits in vielen einzelnen Zügen oder deren Fassung und Zusammenstellung genug Eigenthümliches enthält, um ihr Erscheinen als sehr willkommen begrüssen und dem Herausgeber für die darauf verwandte Sorgfalt besten Dank sagen zu können, und zwar auch selbst von deutscher Seite, trotzdem Imbriani es nicht hat zu hinterlassen vermocht, unsern Landsleuten bei einer herbeigezogenen Gelegenheit einen Hieb zu versetzen, indem er gelegentlich desMärchens von dem Herrn Johannbemerkt:Fast jeder italiänische Novellist bietet eine Variante dieser Erzählung, die auch zu einem mittelmässigen Schauspiel Shakespeare's den Grundstoff hergegeben. Warum jedoch sage ich mittelmässig? Gervinus, mit dem gervöhnlichen guten Geschmack der Deutschen, mit dem feinen Sinn für poetische Schönheit, die, wie weltbekannt, ein auschliessliches Erbtheil der Teutonen sind, erklärt dasselbe für das Hauptwerk des sogenannten Schwans vom Avon.Trotzdem dies nicht die erste uebelwollende Aeusserung gegen die Deutschen ist, in der Imbriani sich ergeht, so will ich doch nichts darauf entgegnen und somit einen schlagenden Beweis liefern, dass wir Deutschen gar wohl wissen, wasguter Geschmackist.»—Non è lecito neppure di mettere in dubbio l'infallibilità tedesca, nè rilevare una corbelleria od uno sproposito detto con prosopopea da que' loro barbassori! Vi pare? Sacrilegio! Le altre nazioni debbono stare con la faccia nella polvere, adorando gli oracoli d'ogni professore o professorucolo o professorone germanico, finchè un altro professore o professorucolo o professorone germanico anch'esso non si benigni di provare che sono corbellerie od ispropositi. Ci son molti grulli, che si rassegnano a questa parte. Io no, no davvero, no e poi no, io.

XXXIII.CONTENTO NIMO NEL MONDO[1]Che direbbe Lei? che ce ne fussano della gente contenta nel mondo? Chê! ognuno ha la su' ascherezza. La stia dunque a sentire. C'era un Re, ma non c'era verso, che lui fusse mai contento; lui, la su' contentezza non l'aveva. Colla moglie non stevano d'accordo e sempre si battibeccavano, che era una disperazione[2]; eppure non gli mancava nulla, e della grazia di dio in casa ce ne stramoggiava; una dovizia, via! Che ti fa il Re? Chiama il su' fido camberieri e dice:—«S'ha a andare a girar per il mondo, se si potessi trovare, se de' contenti ce n'è. Almeno per aver questa consolazione, E di vedere qualcheduno un po' contento.»—Presero una cassetta sotto 'l braccio, tutta piena di gioielli, d'anellini, di buccole per gli orecchi; e poi, travestiti da orefici, partirno da casa, e cammina cammina, loro non si fermorno, che quando furno dimolto lontani. E così tutti i giorni camminavano di qua e di là con quel mestieri d'orefici; ma della gente contenta a modo non ne trovan mai. Chi steva in nimicizia colla moglie, chi co' figlioli, chi aveva a ridosso i parenti. Ce n'erano, che leticavano pe' tribunali, o si battagliavan col prossimo. Insomma tutti, chi più o chi meno, la su' croce l'avevano a portare; dappertutto de' malcontenti. Un giorno, questi du' viaggiatori sentiron dire d'una città, in dove ci comandava un Re, che lo chiamavano ilRe delle contentezze. Sicchè dunque deliberornodi fargli una visita, perchè, con quel nome, loro si figuravano, che quel Re fussi molto contento. Si messano in cammino; e, arrivati alla città di quel Re, si presentano al palazzo e subbito gli feciano passare a udienza. Il Re gli ricevette da par suo e comperò de' gioielli; e poi gli orefici gli garborno tanto, perchè gli parseno gente per bene, che lui gli volse con seco a desinare. Quando ebban finito di mangiare e che eran satolli, discorsano del più e del meno, in quel mentre che bevevano il caffè; e il Re, dalle parole e dalla su' allegrezza in viso almeno, s'addimostrava contento. N'aveva il nomedelle contentezze! Dice quello, che era travestito da orefice forastiero:—«Lei, Maestà, non si pole lamentare; sta bene e non gli manca nulla. Dunque gli è per questa ragione, che lo chiamano ilRe delle contentezze?»—«Eh! di sicuro, questo pare. Ma venite con meco e vi farò vedere i mi' contenti. Venite, venite.»—S'alzano; e il Re innanzi a girare per tutto il palazzo, pieno d'oro, di pietre preziose; una ricchezza, che cavava gli occhi a vederla; poi arrivorno a un salone, giù fondo—anche qui c'è fondo—ma lì, al paragone, fondo, chè la fine non si vedeva. Dice il Re:—«Guardate quelle tre belle donne, che lavorano: una è la Regina, la mi' sposa; e quell'altre due sono le su' camberiere, che gli tengono compagnia. Avre' a esser contento io, con quel tocco di sposa! è una bellezza splendente; non ce n'è altre di compagne.»—Tutti assieme si avvicinorno. Ma, più che il Re s'avvicinava e la su' sposa cominciava a allargar le braccia e a tremolare; e, quando lui gli era dinanzi a petto, la Regina si trasmutava in una statua. Dice il Re:—«Ecco le mi' contentezze! Una bellissima sposa, che non la posso toccare, perchè diventa una statua. I' sono un omo sperso; e 'l mi' Regno non avrà eredi.»—Que' du' viaggiatori rimasonosbalorditi a quello spettacolo; e, quando si furno licenziati dalla corte, disse il servitore al su' padrone:—«Maestà, torniamo a casa e state colla vostra moglie; perchè si vede, che, nel mondo, de' contenti non ce n'è, e della miseria n'è più in casa degli altri, che a casa vostra.»—Detto fatto, ritornano addietro, e il Re s'avvezzò a non si lamentar più della su' scontentezza, e s'accomodò a quel che dio gli mandava.NOTE[1]Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistoiese e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.Nimo, cioè nessuno.Fagiuoli.Il sordo fatto sentir per forza.—«Laura. Ma s'io non lo scoilto dire a nimo a codesto moe.Frasia. Se tu non lo scoilti dire a nimo, te lo dich'io; e bada a me e non a nimo. Animo, eh? Anessunodei dire.»—Confronta con la Novella I della Giornata.... del Pecorone.[2]Chi sa quante volte non avrà pensato come quel marito, che, (in un sonetto di quel Zanetto, mentovato a pagine 136—137 del presente volume), alla moglie, la quale biasima i vivicomburî delle Indiane sul cadavere del marito:—«Hai ragion»—le rispose—«è una follia.Che giova, a chi nol sente, un tanto amore?Ti regola altrimenti, moglie mia.«Non aspettar, ch'io giunga all'ultim'ora;Anticipa, mio ben, bruciati in pria,Ed io dirò:Che moglie di buon cuore!»—

CONTENTO NIMO NEL MONDO[1]

Che direbbe Lei? che ce ne fussano della gente contenta nel mondo? Chê! ognuno ha la su' ascherezza. La stia dunque a sentire. C'era un Re, ma non c'era verso, che lui fusse mai contento; lui, la su' contentezza non l'aveva. Colla moglie non stevano d'accordo e sempre si battibeccavano, che era una disperazione[2]; eppure non gli mancava nulla, e della grazia di dio in casa ce ne stramoggiava; una dovizia, via! Che ti fa il Re? Chiama il su' fido camberieri e dice:—«S'ha a andare a girar per il mondo, se si potessi trovare, se de' contenti ce n'è. Almeno per aver questa consolazione, E di vedere qualcheduno un po' contento.»—Presero una cassetta sotto 'l braccio, tutta piena di gioielli, d'anellini, di buccole per gli orecchi; e poi, travestiti da orefici, partirno da casa, e cammina cammina, loro non si fermorno, che quando furno dimolto lontani. E così tutti i giorni camminavano di qua e di là con quel mestieri d'orefici; ma della gente contenta a modo non ne trovan mai. Chi steva in nimicizia colla moglie, chi co' figlioli, chi aveva a ridosso i parenti. Ce n'erano, che leticavano pe' tribunali, o si battagliavan col prossimo. Insomma tutti, chi più o chi meno, la su' croce l'avevano a portare; dappertutto de' malcontenti. Un giorno, questi du' viaggiatori sentiron dire d'una città, in dove ci comandava un Re, che lo chiamavano ilRe delle contentezze. Sicchè dunque deliberornodi fargli una visita, perchè, con quel nome, loro si figuravano, che quel Re fussi molto contento. Si messano in cammino; e, arrivati alla città di quel Re, si presentano al palazzo e subbito gli feciano passare a udienza. Il Re gli ricevette da par suo e comperò de' gioielli; e poi gli orefici gli garborno tanto, perchè gli parseno gente per bene, che lui gli volse con seco a desinare. Quando ebban finito di mangiare e che eran satolli, discorsano del più e del meno, in quel mentre che bevevano il caffè; e il Re, dalle parole e dalla su' allegrezza in viso almeno, s'addimostrava contento. N'aveva il nomedelle contentezze! Dice quello, che era travestito da orefice forastiero:—«Lei, Maestà, non si pole lamentare; sta bene e non gli manca nulla. Dunque gli è per questa ragione, che lo chiamano ilRe delle contentezze?»—«Eh! di sicuro, questo pare. Ma venite con meco e vi farò vedere i mi' contenti. Venite, venite.»—S'alzano; e il Re innanzi a girare per tutto il palazzo, pieno d'oro, di pietre preziose; una ricchezza, che cavava gli occhi a vederla; poi arrivorno a un salone, giù fondo—anche qui c'è fondo—ma lì, al paragone, fondo, chè la fine non si vedeva. Dice il Re:—«Guardate quelle tre belle donne, che lavorano: una è la Regina, la mi' sposa; e quell'altre due sono le su' camberiere, che gli tengono compagnia. Avre' a esser contento io, con quel tocco di sposa! è una bellezza splendente; non ce n'è altre di compagne.»—Tutti assieme si avvicinorno. Ma, più che il Re s'avvicinava e la su' sposa cominciava a allargar le braccia e a tremolare; e, quando lui gli era dinanzi a petto, la Regina si trasmutava in una statua. Dice il Re:—«Ecco le mi' contentezze! Una bellissima sposa, che non la posso toccare, perchè diventa una statua. I' sono un omo sperso; e 'l mi' Regno non avrà eredi.»—Que' du' viaggiatori rimasonosbalorditi a quello spettacolo; e, quando si furno licenziati dalla corte, disse il servitore al su' padrone:—«Maestà, torniamo a casa e state colla vostra moglie; perchè si vede, che, nel mondo, de' contenti non ce n'è, e della miseria n'è più in casa degli altri, che a casa vostra.»—Detto fatto, ritornano addietro, e il Re s'avvezzò a non si lamentar più della su' scontentezza, e s'accomodò a quel che dio gli mandava.

NOTE

[1]Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistoiese e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.Nimo, cioè nessuno.Fagiuoli.Il sordo fatto sentir per forza.—«Laura. Ma s'io non lo scoilto dire a nimo a codesto moe.Frasia. Se tu non lo scoilti dire a nimo, te lo dich'io; e bada a me e non a nimo. Animo, eh? Anessunodei dire.»—Confronta con la Novella I della Giornata.... del Pecorone.[2]Chi sa quante volte non avrà pensato come quel marito, che, (in un sonetto di quel Zanetto, mentovato a pagine 136—137 del presente volume), alla moglie, la quale biasima i vivicomburî delle Indiane sul cadavere del marito:—«Hai ragion»—le rispose—«è una follia.Che giova, a chi nol sente, un tanto amore?Ti regola altrimenti, moglie mia.«Non aspettar, ch'io giunga all'ultim'ora;Anticipa, mio ben, bruciati in pria,Ed io dirò:Che moglie di buon cuore!»—

[1]Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistoiese e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.Nimo, cioè nessuno.Fagiuoli.Il sordo fatto sentir per forza.—«Laura. Ma s'io non lo scoilto dire a nimo a codesto moe.Frasia. Se tu non lo scoilti dire a nimo, te lo dich'io; e bada a me e non a nimo. Animo, eh? Anessunodei dire.»—Confronta con la Novella I della Giornata.... del Pecorone.

[2]Chi sa quante volte non avrà pensato come quel marito, che, (in un sonetto di quel Zanetto, mentovato a pagine 136—137 del presente volume), alla moglie, la quale biasima i vivicomburî delle Indiane sul cadavere del marito:

—«Hai ragion»—le rispose—«è una follia.Che giova, a chi nol sente, un tanto amore?Ti regola altrimenti, moglie mia.«Non aspettar, ch'io giunga all'ultim'ora;Anticipa, mio ben, bruciati in pria,Ed io dirò:Che moglie di buon cuore!»—


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