XXXIV.

XXXIV.FIORINDO E CHIARA STELLA[1]Un Re andava a caccia; e una volta, nel girare, incontrò un contadino, che per una selva strolagava di notte le stelle. Dice il Re:—«Oh! che fate voi costì?»—«Strolago le stelle.»—«Per farne che? Vo' non potete esser capace.»—«Capace i' sono; e fo la strolagazione, perchè ho la moglie soprapparto, che m'ha da partorire un bambino; e le stelle prognosticano, che lui sarà il Re di Spagna.»—A questo discorso il Re si sturbò, perchè lui gli era proprio il Re di Spagna in persona e figlioli maschi non n'aveva per legittimi eredi. Ma stiede zitto e 'nvece gli disse a quel contadino:—«Gli farò da padrino, se vo' siete contento, alla vostra creatura. Vo' non ve n'arete a pentire.»—«Oh! faccia Lei, se si vole incomidare; vienga pure in casa con meco.»—Entrano dunque in casa del contadino, e già la donna aveva partorito un bel maschio. E gli si messan tutti d'attorno per ammannirlo alla cirimonia del comparatico; e, fatto che ebbano ogni cosa, come costuma in simili casi, il Re disse:—«Questo figliolo lo voglio io. Me l'avete a dare, perchè, se lui dev'esser Re, bisogna dargli un'aducazione; e voialtri per questo non n'avete i mezzi. Io de' figlioli non n'ho, e 'nvece tierrò questo per mi' figliolo legittimo.»—Si sa, gli omini tacciano e le donne discorron di più: il contadino steva zitto e non opponeva difficoltà; ma la su' moglie silamentava, che gli volessan portar via la su' creatura a mala pena nata. Ma poi, doppo del pezzo, di' e ridì', anco lei si persuase; e il Re, col bambino rifasciato, lassata una bona mancia a' su' genitori, se n'andette assieme al su' servitore, che l'aveva accompagnato insino a lì. Quando furno drento a un bosco folto, che c'era il mare vicino, disse il Re al servitore:—«Piglia questo coltello e ammazzalo codesto bambino e buttalo 'n mare. I' t'aspetto all'osteria; e 'ntendo, che tu mi porti il fegato del bambino, che me lo vo' mangiare.»—Il servitore rimase nel bosco; e, doppo che il Re si fu dilontanato, badava a dire da sè:—«Gua', che be' modi! rubbare i bambini degli altri per poi ammazzarli! E bisgognerà, che l'ammazzi per l'ubbidienza; chè, se non gli portassi 'l fegato, la mi' testa non la salverei.»—Alzò il coltello e alla creatura gli diede un colpo nel collo; ma in quel mentre che gli tirava, gli comparse a piedi un agnello; e subbito ripensò di levare il fegato all'agnello e la creatura lassarla nel bosco, a quel modo ferita, alla bontà di dio: e a quel modo lo fece. E quando il Re ebbe il fegato dell'agnello, sicchè lui e' lo credè quello del bambino; e con rabbia se lo mangiò, scramando:—«In sul mi' trono tu non ce lo barbi il sedere!»—Ma che vadia pure il Re a casa sua allegro e contento per aver commesso questo delitto! Tanto, quel che è scritto 'n cielo non si scampa; e 'l su' destino a chi tocca tocca; e rinusce ogni sempre a quel modo come dio ha decretato. Torniamo dunque a quella creatura sciaurata lì a diacere dentro un cesto di stipa nel bosco, e colla piaga sanguinosa nel collo; la piaga imperò non era mortale, perchè poi rinsanichì e gli lassò soltanto una ciprigna, che a toccarla si sentiva sotto le dita. La mattina doppo, a levata di sole, un signore di que' contorni girava a caccia co' su' cani; e, quando icani giunsano al cesto di stipa, addove steva il bambino niscosto, eccoti a scagnare, che pareva il finimondo. Il padrone corse subbito là, perchè lui pensava, che ci fusse la liepre al covo; e ti vede la creatura che ugnolava dalla fame.—«Oh!»—dice,—«Iddio m'ha provvisto! appunto non ho figlioli, e anco la moglie sarà contenta d'aver questo per suo.»—Lo prende pian piano e lo porta a casa, che era un'allegrezza. Quelle du' bone persone l'allevorno per su' figliolo, sicchè diventò grande e lo facevano 'struire da de' maestri 'sperti nel leggere e scrivere e gli posano nome Fiorindo. E Fiorindo cresceva a vista d'occhio, robusto e virtudioso, che era proprio una maraviglia. Aveva Fiorindo in su i tredici anni e assieme cogli altri ragazzi del vicinato ruzzava; un giorno, che facevano a nocino, lui perse per il valsente d'otto quattrini: a que' tempi correvano sempre i quattrini. Ma questi otto quattrini per le tasche non ce gli aveva. Dice:—«Vi pagherò domani.»—«No, si voglian'ora.»—«Ma io con meco non ce gli ho. Lassatemi andare a casa a chiedergli al babbo e alla mamma. Son ricchi, sapete, e domani ve gli porto.»—«Dal babbo e dalla mamma?»—quelli risposano beffeggiando:—«Poero grullo! Non son mica il tu' babbo e la tu' mamma que' signori, che t'hanno rallevo in casa.»—«Come?»—«Eh! di certo: ti trovorno in un bosco, lì dibandonato, con una piaga di coltello nel collo; e, se tu ti tasti, tu ci trovi tavia la ciprigna.»—A simili discorsi Fiorindo rimase sbalordito; e corse a casa e volse sapere come le stavan le cose; e prega prega, e' gli dissan tutta la verità. Scrama lui:—«Allora, se non son vostro figliolo, me ne vo' ire. Vi ringrazio di tutto 'l bene, che m'avete fatto, ma io qui son bastardo e non ci vo' stare.»—«Ma senti! per noi tu sie' nostro figliolo. Ti si darà quel, che tu voi; manon ci lassare disperati e solingoli accosì.»—Lui però stiede fermo nel su' pensieri; e 'n tutti modi volse, che lo riaccompagnasser nel bosco, addove l'avevan trovato; e non ci fu versi di smoverlo. Solo lì nel bosco, pensava da che parte andare; e principiò a camminare a caso; e cammina cammina, gli eran vicine le ventiquattro, e la stracchezza e la fame gli devano alle gambe. Sicchè si fermò al cancello di un giardino, addove dentro il giardinieri annacquava le piante e i fiori; e, nel voltar gli occhi, vedde Fiorindo. Dice:—«Chi siei? che vo' tu?»—«Sono un poero ragazzo insenza babbo, nè mamma; e sono stracco morto e ho fame. Che mi piglieressi costì nel giardino ad aitarvi? Mi contento del mangiare.»—Al giardiniere gli era garbato dimolto il giovinotto, soltanto a mirarlo; sicchè gli arrispose:—«Vieni pure, qui da mangiare non ne manca. Il giardino gli è del Re di Spagna e io sto al su' servizio.»—In quel mentre, che Fiorindo abitava col giardinieri, il Re andeva spesso a spasseggiare per il giardino, e nell'imbattersi con lui gli garbava. Gua'! ci sono sempre le persone, che incontrano! Sicchè un giorno gli disse:—«Fiorindo, tu ha' da vienire con meco per camberieri.»—A Fiorindo non gli parve vero; e fu alloggiato nel palazzo reale, e vestiva il Re e sempre accosto alla su' persona.—Ora, bisogna sapere, che questo Re de' maschi non n'aveva punti; bensì aveva una figliola di tredici anni, che si chiamava Chiara Stella; una bellezza da non si dire; manierata, gentilina, con una faccia di sole, sempre piena d'allegria. Vo' capite quel, che gli accadde. È facile, che i giovani s'innamorino nel solo vedersi, massime se s'intendono tra di loro. Fiorindo preparava tutte le mattine un mazzolino con un po' di geranio, un po' di dittamo, delle rose, delle viole ammammole; e, quando Chiara Stella sortiva per il giardinoin compagnia della camberiera, lui glielo dava. Discorsi non se ne facevano, ma cogli occhi parlavan meglio che colla bocca. Insomma, finirono col volersi un ben dell'anima, e tutti se n'erano accorti all'infori del Re. Già, i babbi e i mariti son sempre ciechi a bono. Ma, in nelle corti, degl'invidiosi ce n'è dovizia; e tutti gli altri servitori astiavano all'arrabbiata Fiorindo, perchè il Re l'aveva sempre d'attorno e si confidava con lui d'ogni cosa. Cominciorno dunque a fargli la spia e a riportare al Re, che lui faceva all'amore colla su' figliola.—«Chê,»—arrispondeva quel Re mammalucco:—«Non la posso credere tanto sciaurata la mi' figliola, da mettersi a fare all'amore con un camberieri.»—Ma la badaron tanto quelli astiosi, che una sera la fecian trovare assieme con Fiorindo, che si discorrevano da soli. A quella vista, il Re, impermalito che lo tradissero nella su' fede, pensò subbito al gastigo. Sicchè diede ordine, che Chiara Stella fusse dilontanata dal palazzo e mandata al fratello del Re, che lui pure era Re del Portogallo. E gli scrisse, che la tenessi custodita. Sì, tieneteli anco in prigione sotto terra gl'innamorati, che tanto loro trovano il modo di darsi le novità! Cominciorno dunque a scriversi; ma una di queste lettere capitò in nelle mani d'un servitore, che la portò al Re. Dice il Re:—«Questa lettera è di Chiara Stella!»—e gli venne a lui tanta rabbia, che l'amore per Fiorindo lo trasmutò in barbarità. Lo fa chiamare e gli dà una lettera sigillata, che la porti al Re del Portogallo. E nella lettera c'era scritto, che 'l corrieri dovesse essere impiccato drento una settimana. Oh! badate la bella sorte degl'innamorati! Fiorindo arriva nella città del Re del Portogallo, e 'ncontra appunto Chiara Stella, che spasseggiava colla su' guardiana in certi chiostri. E quando si veddano, che feste! che allegrie! Fiorindo gli sporsela lettera di su' padre; ma Chiara Stella n'ebbe sospetto; e insenza cancugnare, l'aprì e ci lesse drento quella po' po' di birbonata. Figuratevi, che pena! Imperò non perdette il giudizio. Lei scriveva come su' padre; e strappò quella brutta lettera e ne scrisse un'altra, in dove ci diceva:—«La mi' brama è di sposare Chiara Stella a un valoroso cavaglieri. Fatela tra una settimana giocare alla giostra, e chi la vince, sia sua.»—A male brighe, che il Re del Portogallo gli ebbe in nelle mane questa falsa lettera, bandì la giostra per tutto il Regno. E ci accorsano principi, baroni e cavaglieri di cartello. In quel mentre, Chiara Stella fece, che Fiorindo anco lui addimandasse di giocar la giostra. Ma al primo e al secondo combattimento non ce lo volsano, perchè lui non era cavaglieri; sicchè dunque Chiara Stella, con uno de' su' gioielli, essendo lei figliola di Re e erede del trono, lo nominò cavaglieri e lo mandò pure lui alla giostra. E ci si diportò tanto da virtudioso, che vinse tutti, e bisognò dargli per isposa Chiara Stella. E s'era per far le nozze, che a un tratto comparì un corrieri con una lettera crociata di nero. E ci diceva, che il Re di Spagna era morto, e Chiara Stella doveva regnare. Che bella combinazione! Tanto quel, che è scrittolassùe' non c'è modo di scansarlo! E le stelle dissano il vero, perchè Fiorindo diventò Re di Spagna[2].Fiorindo e Chiara Stella!Chi vuol la libertà, vadia per ella.NOTE[1]«Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale di Pistoja all'avv. prof. Gherardo Nerucci. Vi è a stampa un poemetto popolare col titolo:—Storia di Florindo e Chiara Stella, doves'intende varj avvenimenti di due amanti con felice fine. Firenze (con approvazione).»—G. N.—VediGuppernatis. (Novelline di Santo Stefano) VII.Il Re di Spagna.—Pitré. (Op. cit.) C.Lu mircanti 'Smailitu Giumentu.Si troveranno alcuni punti di somiglianza neL'Aldimiro|del|Cavalier|Fra Carlo de Conti|della Lengueglia.|Dedicato|All'Illustrissimo Signore |Il Signor|Christoforo|Centurione|In Milano.|Per Filippo Ghisolfi MDCXXXVII.|Ad instan. di Gio. Battista Cerri,|et Carlo Ferrandi.|Con licenza dei superiori.(Vedi specialmente Libro secondo). L'autore stesso confessa, che,—«sotto il nome di Aldimiro è un accidente di Carlo Magno narrato dal Petrarca nella terza delle sue pistole, et in quello di Nefiteo l'avvenimento di Corrado secondo, scritto da Giovanni Villani a capo quattordici dell'undecimo libro. Volendo scrivere non mi sono appigliato alle sole favole, poichè quel gentil maestro di buoni costumi condanna per cosa sconcia, il raccontare alle brigate i vaneggiamenti dei proprî sogni. Ho condotti questi due imperatori sotto finto nome nell'isola di Cipro; nè però stimo, che abbia a dolersene la Germania, la quale è stata a' forastieri popoli di suoi tanti Principi liberale: oltrechè fu buon augurio, che non dovessero le loro amorose fiamme essere infruttuose, trasportandogli in quell'Isola, ove anche le fiamme sono di volanti parti feconde,» ecc. ecc.—Vedi pure quanto di Corrado Imperatore si racconta, nel Libro VI dellaHistoria|Varia|di M. Ludovico|Domenichi,|nella quale si contengono|molte cose argute, nobili, e degne di memoria|di diversi Principi et huomini illustri;|divisa in XIII libri;|con due tavole, la prima de'|nomi delle persone e delle cose notabili, et|l'altra della proprietà delle cose.|Con Privilegio.|In Vinegia appresso Gabriel| Giolito de' Ferrari.|M D L X V.Noterò, per utile degli studiosi di novellistica paragonata, che l'avventura di Carlo Magno, utilizzata da fra Carlo è la stessa, che forma l'argomento dell'avvenimento II della I delleSei Giornatedello Erizzo.—«Il Re Carlo, congnominato Magno, amando una giovine morta e non potendo abbandonare il suo corpo, fu inteso per rivelazione divina, la cagione di quel suo furore essere un anello, ch'era sotto la lingua della giovine. Il quale dal vescovo coloniese rimosso e dipoi gettato in una palude, il Re torna nella primiera sanità del suo animo.»—Giangiacomo Lavagna, altro secentista, fece un bel sonetto su questo tema, che termina:Nè sperar posso già pace o ristoroAl mio strano languir, al mio tormento, S'amo la morte e suoi trionfi adoro.[2]Come dice il Metastasio?Nasce al bosco, in rozza cuna,Un felice pastorello;E, con l'aure di fortuna,Giunge i Regni a dominar.Presso al trono, in regie fasce,Sventurato un altro nasce;E, fra l'ire della sorte,Va gli armenti a pascolar.XXXV.ADELAME E ADELASIA[1]Adelame era un cavaliere al servizio d'un Re, e l'Adelasia era la figliola unica e bellissima di questo medesimo Re. Si sa, che i cavalieri usano fare una settimana per uno a stare negli appartamenti reali e presso il Re; sicchè dunque, Adelame, in nel praticare il palazzo, vedde spesso l'Adelasia; e finì con divenirne innamorato e l'Adelasia di lui. Ma all'amore facevano di nascosto, perchè Adelame non era di sangue regio. Il Re, di questi amori, non ne sapeva niente; e ci furono di quelli di corte, che, per invidia, o che so io, glielo andarono a ridire. Lui però non ci voleva credere; ma gli messero tante prove in mano, che bisognò ci credesse. Lui, che tifa? Chiama l'Adelasia e gli dice:—«So che tu discorri[2]con Adelame.»—Dice lei:—«Cheh! non è vero, signor padre.»—Arrispose il Re:—«Eh! quel, che dico io, ne son sicuro, e non vale il negare. Dunque, con Adelame non voglio, che tu ci discorra. Se tu seguiti, lui lo esiglio dal Regno e te ti rinchiudo nella torre. Ha' capito?»—Passa qualche tempo e Adelame seguitava a discorrere con l'Adelasia di nascosto, perchè gli riesciva farla pulita. Un giorno però si trovarono in un boschetto del giardino reale e furon visti da un servitore del Re. Lesto, diviato il servitore corse dal Re a farli pippo[3], che la su' figliola era nel giardino con Adelame. Sicchè il Re andò là con diverse guardie e sorprese que' due, chenon se l'aspettavano. Dice il Re:—«Cavaliere, tempo tre giorni a uscire dal Regno; pena la testa, se disubbidite o ci tornate mai. In quanto a voi, figliuola disubbidiente, anderete incarcerata nella torre a mi' volontà.»—La ragazza fu subito menata via dalle guardie. E la chiusero dentro alla torre, dove c'era una bella camera tutta mobigliata da Regina, ma con una finestra alta da terra. E poi in camera non ci poteva entrare nessuno; e anche da mangiare, e tutto quel, che voleva, alla figliola del Re, glielo davano per la rota[4]. Il cavaliere Adelame intanto, a quel modo disgraziato, bisognò che partisse, senza neppure dire—«addio»—all'Adelasia. Esce dalla città per andare fori di Stato, e, cammina cammina, arriva a una campagna, dove oberano dimolti contadini a vangare. Dice Adelame:—«Chi vol mutare i su' abiti co' miei, si farà a baratto.»—«Io, io,»—dicevan tutti, perchè non gli pareva vero di far quello scambio. Dice Adelame:—«Adagio: il baratto lo farò con quello, che ha de' vestiti, che mi tornino addosso.»—Difatto, si mutò il su' vestito da cavalieri con un contadinotto, che aveva il su' stesso personale. E messo a quel modo alla contadina, che non pareva più lui, seguitò a camminare dimolti giorni, finchè giunse a un'altra città, fori dello Stato del su' Re. Da per tutte le città ci sono degli uomini, che fanno il mestieri, come sarebbe a dire, di mezzano o sensale a trovare impieghi a chi ne vôle. Sicchè, un di quest'omini, quando vedde Adelame a girottolare qua e là per le strade e per le piazze, e s'accorse che era forastieri, gli s'accostò e gli disse:—«Ohè! quel giovine, che vi mancherebbe un impiego? I' son bono a trovarvelo, se vi garba.»—Arrispose Adelame:—«E' non mi parrebbe vero; appunto sono disoccupato.»—Dice il mezzano:—«Oh! che sapete fare?»—«Di tutto,»—gli ripricò Adelame. Dice il mezzano:—«Bene,bene! C'è appunto una signora, che gli manca l'ortolano e giardinieri, e forse sarebbe contenta d'avervi al su' servizio. Ora vo subito a sentire. Aspettatemi qui.»—Il mezzano va, picchia e lo fanno passare dalla signora; e lei s'accorda, che piglierà Adelame al su' servizio. Dunque Adelame va anche lui da quella signora; che, appena lo vede, gli dice:—«Come vi chiamate?»—Dice Adelame:—«I' mi chiamo Antonio:»—chè 'l su' vero nome non glielo volse palesare, per non essere scoperto.—«E quanto vôi di salario a farmi da ortolano e giardinieri?»—Arrisponde:—«In quanto al salario, mi proverà per un mese, e io proverò Lei; e poi, dopo, se si resta contenti, combineremo, chè non ci sarà nulla da ridire.»—«Sì, sì: come tu vôi,»—dice la signora. Poi dà la mancia al mezzano e mena Antonio, ossia Adelame, che s'era preso quel soprannome, nell'orto e giardino; che pareva un serpaio, tant'era trascurato e tutto in disordine. Adelame ci si messe coll'arco della stiena; e tanto lavorò, che in pochi giorni il terreno e le piante era una meraviglia a vederle, e 'n capo a venti giorni raccolse dimolta roba primaticcia, come insalate, cedri, limoni e fiori della stagione. Prese ogni cosa e va dalla padrona: e gli dice:—«Se Lei me lo permette, anderò a vendere in campagna questa roba.»—Dice la signora:—«Vai, vai pure.»—Adelame piglia un corbello, ci mette dentro la su' roba e esce fori delle porte alla campagna; e, a cinque o sei miglia di distanza, trova un paese e lì ci vende tutto, e col corbello vôto ritorna a casa. Adelame si presenta alla signora:—«Padrona, ecco i quattrini, che ho preso della vendita;»—e gli dà una ventina di lire. La signora rimase, perchè non aveva mai ricavato nulla dal terreno; e dice:—«Bravo! son proprio contenta di te. Dunque, i' ho deliberatodi darti questo salario: lire trenta al mese e tutto spesato. Che te ne pare?»—Dice Antonio:—«Io, per me, son più che contento.»—Passano de' giorni e l'orto e il giardino prosperavano a vista d'occhio, va allora Antonio dalla padrona e gli dice:—«Senta, io addosso non ci posso portare dimolto, e ci avrei robba in quantità da vendere e pigliare quattrini al doppio. Se Lei me lo permette, comprerò un ciuchino da mettergli la soma, e con du' ceste di qua e di là dal basto, potrei caricarlo a mi' modo.»—Dice la signora:—«Fa' pure.»—Antonio, dunque, comprò un ciuco; e gli accomodò le ceste al basto, che riempiette d'ogni ben di dio, e ci aggiunse anco un bel mazzo di fiori. E poi sortì al solito fuori delle porte della città e camminò dimolti giorni, insinacchè venne a entrare nello Stato del Re, e diviato se n'andò alla su' città. Comincia a urlare:—«Ortolano, ohè! chi vol di be' cavoli, pera, limoni primaticci, e d'ogni cosa?»—A quel bocìo la gente correva da tutte le parti; e chi voleva una cosa e chi un'altra. Quando Antonio fu sulla piazza del palazzo reale, lì sì che bociava. E a quegli urli, eccoti anche il coco del Re. Senza tanti discorsi, prese tutto il carico. Dice Antonio:—«Oh! Lei chi è? dev'essere un gran signore.»—Dice il coco:—«Cheh! sono il coco del Re.»—Dice Antonio facendo l'ignorante:—«Re? o chi è il Re? che vôl dire un Re?»—Dice il coco:—«Senti! il Re è quello, che comanda tutto lo Stato; e sta in quel palazzo.»—Dice Antonio:—«Come! in quel palazzo con tutte quelle finestre ci sta uno solo? Oh! che non ha nissuno questo Re?»—Dice il coco:—«Già, ci sta solo lui. Gli avrebbe anco una figliola; ma la faceva all'amore di nascosto con un cavalieri, e su' padre l'ha rinchiusa in una torre, e non si pole nè vedere, nè parlargli.»—Dice Antonio:—«Poeraragazza! con che animo starà lei là dentro serrata!»—«Figuratevi!»—arrisponde il coco. Dice Antonio:—«Tenga, gli voglio dare questo bel mazzo di fiori a Lei, che ha compro tanta roba. Gua', se crede, lo mandi a quella sventurata.»—«Eh! questo si potrà anche fare,»—disse il coco.—«Dunque, addio! Addio! a rivederci,»—e ognuno andò pe' su' versi. Adelame aveva intanto saputo così, che l'Adelasia era sempre viva e chiusa nella torre. Ritorna dalla su' padrona e gli dà un monte di quattrini della robba venduta: e figuratevi se quella signora stava allegra! Dice Antonio:—«Padrona, le vendite vanno bene; ma io ho bisogno di caricare di vantaggio. Se Lei me lo permette, invece del ciuco, comprerò un cavallino e un barroccino, e vedrà poi quanti quattrini gli porto.»—Dice la signora:—«Sì sì, sono contenta. Fa' come ti pare.»—Antonio, dunque, vende il ciuco e invece compra il cavallino col barroccino. E quand'ebbe da caricarlo di robba proprio bona e avvistata, ce la messe su con un altro mazzo di fiori, ma belli e appariscenti, per regalargli al solito coco. Poi ripiglia la strada; e, dopo dimolti giorni, eccotelo daccapo nella su' città davanti al palazzo reale. Il coco del Re, quando lo vedde, subbito corse per comprare, e gli prese tutta la robba. Dice Antonio:—«Questo è un altro mazzo per Lei; ma avre' bisogno d'un consiglio e d'un aiuto.»—Dice il coco:—«In quel, che posso, vi servirò.»—Dice Antonio:—«Fori della porta ho riscontrato una povera donna inferma, che voleva venire al palazzo reale a presentare una supplica, perchè il su' marito dev'esser condannato, e lei chiede la grazia alla figliola del Re. La piangeva questa donna, che non si poteva movere. E m'ha pregato tanto, ch'i' gli facessi recapitare questa lettera sigillata alla figliola del Re! Come si può contentarla?»—Diceil coco:—«Sentite, è dimolto difficile. Il Re ha proibito di parlargli alla su' figliola: e poi, in camera non ci si pole entrare.»—Dice Antonio:—«Se si trovasse un ripiego, quella donna ha detto, che mi darà la mancia, se riesco. Io, a voi, vi do la mancia, che m'ha promesso quella donna, e ce n'aggiungo un'altra del mio, se fate recapitare questa lettera alla figliola del Re.»—Dice il coco:—«Non c'è altro, che la metta tra' piatti del desinare, che gli si danno per la rota.»—Dice Antonio:—«Fate, come vo' credete meglio! Ma i' ho bisogno della risposta. Se dunque la lettera sigillata torna colla soprascrittagraziata, allora portatemela, e io vi darò la mancia. Domani, all'istess'ora, sarò giù di qui per piazza.»—D'accordo, il coco prese la lettera e la messe tra' piatti del desinare, destinato alla figliola del Re, siccome aveva promesso. E nella lettera c'era scritto:—«Adelame vol sempre bene all'Adelasia; e, se l'Adelasia è sempre dello stesso sentimento, Adelame intende condurla via con seco, se si cala dalla torre. Quando questo gli garbi all'Adelasia, scrivagraziatasulla lettera e la rimandi, e domani a mezzanotte, Adelame sarà sotto la torre a ricevere la su' Adelasia.»—Figuratevi quel, che pensasse l'Adelasia quando lesse questa lettera! Dunque, delibera di scappare; e scrivegraziatasulla lettera e poi la rimette tra' piatti; e intanto fa i su' preparativi per calarsi giù dalla finestra della torre: taglia le lenzole a strisce, le annoda e così fa una bella fune lunga, che arrivava infino a pie' della prigione. Il coco poi, avuta in mano la lettera, il giorno dopo la riporta in piazza a Antonio, o Adelame, che si voglia dire. Dice:—«Eccovi, galantomo, la vostra lettera.»—Dice Antonio:—«Oh! che c'è scritto sopra? Leggetemelo, i' non so leggere.»—Dice il coco:—«Gua', e' c'èscrittograziata.»—«Davvero!»—sclama Antonio:—«Datemela, e che dio ve ne rimeriti. Intanto, pigliate di mancia questo zecchino da me, per il vostro incomodo. Poi avrete anche la mancia, che m'ha promesso quella donna. Addio, addio.»—Diviato va Antonio in un chiassettolo e apre la lettera. E vede, che Adelasia acconsentiva a tutto; e lui non poteva stare alle mosse, che venisse la mezzanotte. Quando sonava la mezzanotte, Antonio, e da ora in là gli si darà il su' proprio vero nome, Adelame, era sotto la torre a aspettare; ed ecco dalla finestra, prima cala giù una cassina, che c'era dentro le gioie e i quattrini con diversi panni dell'Adelasia; poi scende anche l'Adelasia. Adelame la riceve tra le su' proprie braccia; e poi lesti vanno alla stalla e sul carrettino da ortolano scappan via fori della città; e cammina cammina, arrivano a giorno alla spiaggia del mare. Adelame lascia lì il cavallo col barroccino; e, vista una barca, ci monta su con l'Adelasia e la cassina, e co' remi e colla vela s'allontanano. Dopo un pezzo, che erano in mare, comincia una fiera burrasca, sicchè ebbero dicatti d'essere spinti in un luogo deserto, che non ci si vedeva anima viva. Sbarcano; e Adelame, presa addosso la cassina, cominciano a camminare verso un bosco folto, che ricopriva una montagna. Sali, sali, sali, era già buio fitto, e non sapevano dove mettevano i piedi e dove andavano. A un tratto, gli pare di scorgere un lume da lontano. S'avvian dunque verso quel lume e trovano una capanna di frasche, che dentro c'era un eremita vecchio in ginocchioni a fare orazione con una barba lunga lunga, che gli scendeva sul petto. Dice Adelame:—«Abbiate, padrino[4], la finezza di ricoverarci questa notte, che siamo due smarriti e non si sa dove battere il capo.»—Alza il capo l'eremita e gli guarda; e poi esclama:—«Sciagurati! che avete vo'fatto?»—Adelame e Adelasia rimasero sbigottiti e come di sasso, a sentire quelle parole. E l'eremita seguita a dire:—«Sciagurati! siete in peccato. Vo' avete trasgredito alla legge umana e alla legge divina. Alla legge umana, perchè disubbidiste al padre e al Re, e sappiate che il Re vi fa cercare dappertutto per dàrvi la pena di morte. Alla legge divina, perchè siete insieme senz'essere marito e moglie.»—Que' due allora, tutti impauriti, gli si buttarono a' piedi; e lì a pregarlo, che gli aiutasse in qualche modo, che ormai il male era fatto e non c'era rimedio. Dice l'eremita:—«Ma veramente volete essere sposi?»—Risposero assieme:—«Sì, sì: sposi e per sempre.»—«Ebbene!»—dice l'eremita:—«Vi sposerò io; e, per questa notte, vi darò ricovero. Ma domani bisogna, che ve n'andiate, perchè qui non ci potete stare con me.»—Allora l'eremita gli sposò e gli benedisse; e poi, in un canto della capanna, e' gli messe a dormire su delle foglie. Quando poi fu giorno, Adelame e l'Adelasia dovettero andar via, dopo ricevuta nova benedizione dall'eremita. Bisogna sapere, che infrattanto, al palazzo erano andati a portare da colazione alla rota della camera dell'Adelasia: ma la colazione c'era sempre all'ora di desinare. Vanno dal Re i servitori e gli raccontano quel, che è successo. Il Re ordina, che s'apra la camera, per vedere se la su' figliola sia malata; e entrati dentro s'accorgono, che lei è scappata via e che non c'è più nessuno. Il Re montò sulle furie, che pareva un cane arrabbiato, perchè capì, che l'Adelasia gliel'aveva portata via Adelame. Sicchè dunque mandò soldati a cercarne dappertutto lo Stato, e messe un bando, che gli fossero menati que' due morti o vivi, perchè a ogni modo e' gli voleva ammazzati. E quando dall'eremita Adelame e l'Adelasia seppero di questo bando, badarono a scansare i confini dello Stato del Re. Sicchèseguitarono a camminare dimolti giorni, campando alla meglio, col vendere le robe dell'Adelasia e dormivano per le capanne; finchè si ritrovarono in un luogo selvatico e deserto in vetta a un monte, che pianeggiava. E lì risolvettero di fermarsi. Adelame ci fece una capanna; e, scoperto che a qualche miglio giù nella valle c'era un paesuccio, si messe a tagliar legna, a far carbone, e l'andava a vendere per comprarsi il necessario. Eran lì da qualche mese, quando l'Adelasia s'accorse d'esser gravida. A su' tempo partorì un bel maschio; e se lo battezzarono colle proprie mani e gli messero nome Germano. Germano cresceva a vista d'occhio, vispo e giudizioso; e, quando fu in negli otto anni, il babbo suo se lo conduceva con seco al bosco, e poi col carico delle legna o colle sacca del carbone a vendere al paese; e, quando poi ebbi diciott'anni, lo mandava anche solo. Dice un giorno Germano:—«Babbo, perchè non comprate un ciuco per portare le some? Si durerebbe meno fatica, e si potrebb' anco fare un carico più grande.»—Dice Adelame:—«Compriamolo pure.»—E difatto, comprarono un ciucarello di poca spesa; e con quello andavono a vendere al paese. Un giorno, Germano parte solo col ciuco carico e scende al paese; e, in un tratto, s'incontra con un omo, che aveva in mano un uccellino raro dentro una gabbia. A Germano gli venne voglia d'averlo quell'uccellino e dice:—«Galantomo, che me lo venderesti codest'uccellino?»—«Magari!»—quello gli arrispose.—«Oh! che volete?»—«Oh! si fa lesti. Voglio il ciuco col carico!»—«D'accordo,»—dice Germano, e gli dà il ciuco col carico e lui piglia l'uccellino colla gabbia e tutto; e poi ritorna diviato a casa. Quando la mamma lo vedde, dice:—«Oh! del ciuco, che n'è stato?»—Dice Germano:—«Badate! l'ho barattato colla soma e tutto con un omo,che m'ha dato questo bell'uccellino in gabbia[5].»—«Oh! sciaurato!»—sclamò l'Adelasia:—«Quando torna Adelame dal bosco e sa il tu' operato, t'ammazza di sicuro.»—Germano, a quelle parole della su' mamma, s'impaurì. Sicchè, lasciata lì la gabbia coll'uccellino, escì dalla capanna e via alla ventura dove lo portavano i piedi. Ma l'Adelasia credeva, che fosse andato a cercare il babbo. Eccoti in sulle ventiquattro viene Adelame; dice l'Adelasia:—«Germano, addove l'ha' lasciato?»—« I' non l'ho visto da stamane in quà,»—gli arrispose Adelame.—«Oh! pover'a me,»—sclamò l'Adelasia:—«Addove sarà ito mai? I' l'ho gridato un po', perchè ha dato in baratto di quest'uccellino in gabbia il ciuco col carico e tutto; e gli ho detto, che, se tu tornavi, l'avresti ammazzato. E lui è sortito e credevo fosse venuto a cercarti. Oh! me sciaurata, dove sarà ito il mi' figliolo?»—Dice Adelame:—«Vedi, tu ha' fatto male a dirgli quelle parole e a rimproverarlo. Lui ha operato secondo il su' sangue; ha operato da Re, sebben non sappia, che è di stirpe reale.»—Insomma, aspetta aspetta, Germano non lo veddero più, abbenchè s'arrabattassero a cercarne e dimandarne pe' contorni. Ma lasciamo que' du' poveri disperati e ritorniamo a Germano. Lui camminò dimolti mesi chiedendo la limosina, e alla fine giunse alla città del Re su' nonno. E siccome[6]era vestito tutto di pelle di bestia salvatica e pareva una cosa strana, tutti gli si facevano d'intorno, per sapere chi fosse, da che paesi veniva, se era solo o aveva il babbo e la mamma. E lui rispondeva sì e no, secondo i casi, ma non potette dir mai, da che paese gli era partito. Con tutto questo fracasso di gente, arrivò sulla piazza del palazzo reale, che appunto il Re stava alla finestra; e, quando vedde quella rannata, mandò subito un servitore a sentire, che cos'era. Dice il servitore:—«Maestà, è un giovinettoforestiero, vestito di pelle. E gli fanno mille domande; e lui risponde pronto, che non si sgomenta.»—Dice il Re:—«Fatelo salir su, che lo voglio vedere e gli voglio parlare.»—Il servitore ubbidiente va e chiama Germano e lo fa salire alla presenza del Re. Dice il Re:—«Chi siei? di dove vieni? il babbo e la mamma gli hai? che mestieri fanno?»—Dice Germano:—«Son figliolo di du' boscaioli, ma il nome di loro non lo so; non l'ho mai sentito ricordare. Io mi chiamo Germano e son figliolo solo. Son partito da casa; e, cammina cammina, mi son perso. E non so neanche in che paese i' ero!»—Dice il Re:—«Vo' tu stare al mi' servizio?»—Dice Germano:—«Sì, volentieri, perchè fin'ora ho campato colla limosina.»—A farla corta, Germano fu messo per mozzo di stalla; e, dopo qualche mese; passò aiuto del coco, e poi fu fatto credenziere di corte e il Re gli dava un bon salario. Ma lui s'era annoiato; e un giorno dice al Re:—«Senta, Maestà, i' me ne voglio andare, perchè a servire così mi sono annoiato.»—Dice il Re:—«Oh! come mai? Eppure ti dò un bon salario e non ti manca nulla.»—«Tant'è, che vôle, i' non posso durarla così.»—Dice il Re:—«Ma che faresti volentieri qualche altr'arte?»—Gli arrisponde Germano:—«Per dir vero, mi piacerebbe la vita del militare.»—Dice il Re:—«Ci ho da contentarti a tu' piacimento. Entra nell'esercito e addio.»—Germano dunque entrò comune nell'esercito, e in pochi anni divenne Maggiore. Quando fu Maggiore, un giorno il Re lo fa chiamare e gli dice:—«Dimmi un po', Germano! ma che a' tu' genitori non ci pensi mai? Non t'è mai venuto in testa di ricercarne?»—«Altro, Maestà. Gli è il mi' pensiero di tutti i giorni,»—arrispose Germano:—«Ma non so, che strada prendere per ritrovarli questi genitori.»—Dice il Re:—«Pigliaquel, che ti bisogna, e vai a vedere se gli trovi. E, se gli trovi, portameli quì. Ti do un permesso per quanto tempo tu vôi.»—Germano dunque, avuto il permesso dal Re, trascelse a su' fido compagno un vecchio Capitano. E tutti e due, montati a cavallo, sortirono una mattina dalla città. Dice il Capitano:—«Ma sie' sicuro, Germano, che questa è la porta, da cui la prima volta entrasti in questa città?»—«Sì sì, ne sono sicuro. La riconosco. Non mi sbaglio;»—gli arrispose Germano. Camminarono dunque dimolto tempo; e finalmente giunsero a un luogo deserto e salvatico, a piè d'una montagna, e non c'erano sentieri per salire su. Dice il Capitano:—«A me mi pare, che tu sbagli la via. Oh! non vedi, che non c'è modo di salire? e poi siamo per un deserto salvatico.»—Dice Germano:—«Abbenchè da tanto tempo, eppure mi pare proprio, che questi posti son quelli, che attraversai, quando venni via di casa.»—Dice il Capitano:—«Gua', e' sarà! Ma io dico, che tu ha' scambiato.»—Ma Germano cominciò a salire su pel monte e il Capitano gli andava dietro alla meglio; e, sali, sali, arrivarono in vetta. Dice Germano:—«Ecco, son proprio ne' mi' posti. E la capanna de' mie' genitori eccola laggiù in fondo a questa spianata.»—L'Adelasia, in quel mentre, era lì a raccattar delle foglie. Quando vedde que' du' soldati, si sconturbò tutta, perchè credette fossero venuti per arrestarla e gli parve di vedere tutta l'effigie del su' babbo; motivo per cui impaurita, corse dentro alla capanna, ne serrò l'uscio e cascò in terra stramortita. Germano, che aveva riconosciuto la mamma, gli corse dietro anche lui a cavallo, e di fori urlava:—«Mamma, mamma, son'io; sono il vostro figliolo. Che non mi riconoscete? Aprite, non abbiate paura.»—Ma quella non rispondeva, perchè era svenuta. Allora Germano, con un calcio, buttògiù l'uscio; e prese l'Adelasia tra le braccia; e badava a chiamarla e a dirgli, che la stasse di bon'animo e che era il su' figliolo. L'Adelasia aprì gli occhi e guardò ben bene Germano. Dice:—«Sì, ti riconosco. Ma tu m'ha' tradito.»—Dice Germano:—«Perdonatemi. Ora son qui da voi, per condurvi dal Re assieme col babbo.»—E l'Adelasia piangendo:—«Lo vedi? se lo dico, che tu m'ha' tradito!»—In questo mentre, eccoti anche Adelame, che tornava dal bosco; e, nel vedere lì que' soldati, anche lui credette, che fossero venuti per arrestarlo. E si buttò in ginocchioni a dimandar pietà per lui e per la moglie. Bisogna ora sapere, che quel Capitano vecchio, era stato padrino dell'Adelasia. Sicchè dunque, a sentire tutte quelle cose, finì con riconoscerla; e rimase, quando s'accorse, che Germano era figliolo di Adelame e dell'Adelasia, e però nipote del Re. Entrò di mezzo anche lui e disse chi era. E tanto s'adoperò, che Adelame e l'Adelasia s'addomestichirono, e la paura gli cominciò a andar via d'addosso, e si lasciarono persuadere a tornare tutti alla città del Re. Quando ci furono arrivati, il Capitano fece entrare Adelame e l'Adelasia nel palazzo reale per una scala segreta e gli messe in una camera in disparte; e poi con Germano andò dal Re. Dice il Re:—«Ben tornati. Che gli avete scoperti i genitori di Germano? Non me gli avete menati, come vi ordinai?»—Dice Germano:—«Trovati i' gli ho. Ma che vôle, Maestà, son gente avvezza al bosco e mezzo salvatichi, non sono voluti venire con me.»—«Male, male! avete fatto dimolto male a non gli condurre con voi,»—disse il Re mezzo scorruccito. Dice il Capitano:—«Senta, Maestà, il vero è, che que' due sono venuti con noi. Ma io non glieli presento davvero, se prima non mi concede la grazia della vita a tre persone.»—Dice il Re:—«Oh! che domanda è questa?»—Dice il Capitano:—«ALei non gli costa nulla questa grazia e me la pole fare.»—Dice il Re:—«Ebbene, in vista, che siete il più vecchio de' miei uffiziali, la grazia è concessa.»—«Scusi veh! Maestà,»—dice il Capitano:—«Ma Lei mi deve giurare sulla corona, che mi manterrà la parola ad ogni patto.»—Al Re parve un po' ostica questa pretensione del Capitano; ma, per non contraddirlo, giurò come voleva lui. Allora il Capitano fece entrare Adelame e l'Adelasia, che si buttarono a' piedi del Re, chiedendo perdono. Quando il Re gli riconobbe, tutto incattivito, sclamò:—«Bricconi! ci siete capitati nelle mi' mani. Ora poi vo' fare le mi' vendette.»—E tira la spada dal fodero per ammazzare l'Adelasia per la prima. Germano, che vedde quel lavoro, non si ritenne; e anche lui cava la spada e l'appunta al petto del Re:—«Se Sua Maestà non si ferma, e vôle ammazzare la mamma, io invece ammazzerò Lei.»—In quel mentre il Capitano aveva preso il braccio del Re e gli dice:—«Sua Maestà si rammenti del giuramento. E poi ripensi, che questo è suo sangue; e che Germano è il suo unico nipote ed erede.»—Al Re a poco per volta gli passarono le furie; e sentito che Germano era figliolo legittimo di Adelame e dell'Adelasia, e quanti stenti e patimenti avevan sofferto tutti per tanti anni, finì con perdonarli e rimetterli nella su' grazia. Sicchè se ne stettero col Re; e, morto lui, Germano diventò padrone dello stato.[7]E così termina la novella:Ditene, se vi pare, una più bella.NOTE[1]Narrata da Ferdinando Giovannini, sarto del Montale—Pistoiese, al cav. prof. Gherardo Nerucci.[2]«Discorrere, nel vernacolo,fare all'amore.» G. N.[3]«Far pippo, valefar la spia.» G. N.[4]I padri tiranni a questo modo e peggio, sono frequentissimi ne' racconti e popolari e letterarî e nella vita pur troppo. Ne troviamo uno nell'esempio milanese seguente:LA MONEGA[i]Ona volta gh'era on Prenzip. L'era vedov; el gh'aveva minga de miee, l'era morta. E el gh'aveva ona tosa; e in casa soa, la sera, gh'era semper conversazion. De quij, che andava là alla conversazion, gh'era on cont; e el ghe fava l'amor alla tosa de sto Prenzip. Quand el pader è vegnuu a savell, el gh'ha proibii alla soa tosa de parlagh; ma lee, de scondon, la ghe parlava semper. Ven, che lu, sto cont, l'ha ditt:—«Mi vòo a cercalla al pader.»—E el pader, el gh'ha ditt, ch'el voreva minga maridalla, che l'era tropp giovina, e de lassalla sta. Ma lee, la ghe voreva tant ben e lu l'istess, che han combinàa de sposass secretament. E lì han cercàa on pret e di testimoni; e ona sera, de nascost del pader, hin andàa e s'hin sposàa. Ven, che lee, è vegnuu on moment, che bisognava, che al pader ghe le disess, che lee, l'era maridada. Quand ghe le dis al pader, lu, el va in tutt i furi; e el ghe dis, che l'è minga vera e ch'el ghe cred minga. E la ghe dis, che gh'è el pret e i testimoni. E lu, a la sera, l'ha fàa su tutta la robba de la tosa; de scondon l'ha fàa taccà sott; l'ha missa in carrozza; e l'ha menada distant, che lee l'ha minga podùu capì in che sit, ch'hin reussìi. Fatt l'è, che l'era de nott: el pader, el va a on convent, el ghe dis:—«Quest l'è el sit, in dove te devet stà ti.»—El parla cont la badessa, e el ghe dis la manera, che doveven regolass; e pœu el va via, el lassa lì la soa tosa. Lee, la se trœuva in de sto monastee. E i monegh ghe disen, che la doveva fà l'ann de novizziàa e dopo fass monega.Lee, la dis che la podeva minga.[ii]Difatti, de lì on trì mes, la gh'ha avuu ona tosetta. Lor, sta tosetta, i monegh, per part de la mièe del giardinèe l'han dada via a bailì. E pœu, lee, in seguet, voreven a tutt i cunt, che la se fass monega. E lee, la ghe diseva, che la podeva minga: che, se lee la se fava monega, la fava on sacrilegg, perchè l'era maridada. So pader, el mandava là a vedè sta soa tosa come la se comportava. Lor ghe diseven, che la voreva minga fass monega; e lu, el ghe diseva a i monegh, de dagh di gran castigh. Ven, che i monegh l'han ciappada, l'han menada giò in d'on sotterani. E là, no la gh'aveva nient, on lettin propi come in terra, a dormì a l'umed: per vedè, se lee l'avess avùu de podè fa la monega. Ma lee, l'è semper stada ferma. La ghe diseva:—«Putost la mort, che fà on sacrilegg.»—Quella, che andava de bass a portagh el mangià, l'era ona moneghella, che anca lee l'han missa denter, contra la soa volontàa. E quand l'andava de bass a portagh el mangià, le confortava; e la ghe diseva semper de sperà in dio, che l'avaria juttada. Ven, che quella tosetta, che aveven fa bailì, era già passàa on ses o sett ann, e l'han tirada lì in del convent; e i monegh l'educaven lor, ma semper con l'idea, che la dovess fa la monega. Ma sta tosa la gh'aveva poca vocazion. È passàa on poo de temp e la gh'aveva già on quindes ann. Lee, l'andava cont i monegh al mattutin tutt i ser; e passaven via d'on corridor e la sentiva di volt ona vôs, on lament, che a sta tosa el ghe favapenna. La ghe le dis, a quella tal moneghella, che l'era lee, che gh'aveva i ciav e che andava giò. La moneghella, lee le dis, che l'era ona povera infelice, che l'era in castigh. Lee, la gh'ha ditt, che la desiderava de vedella, sta povera infelice, per podè confortalla. E la monega, la dis:—«Ben, sent. Diman de sira, quand tutti hin a dormì, mi te menaroo de bass; ma guarda ben a confidaghel a nissun; se de no, mi voo in bordell[iii].»—Lee, la ghe dis:—«No, no; sta certa, che mi no ghel diroo a nissun.»—La sera adree, quand tutti hin a dormì, che gh'è quiett depertutt, van e derven st'us'c sott a sto coridor e van giò. Sta tosa, la dis:—«O che aria umeda, che ven! povera donna! come la dev avè soffert!»—Van là; e sta donna, la dis:—«Chi l'è, che ven de sti or in de sta povera infelice?»—E la monega le dis:—«Sont mi, che te meni giò ona novizia, che la desidera de vedett.»—E lee, la ghe dis:—«O brava! vedi volentera, che te l'abbiet menada chì.»—La ghe dimanda a sta giovina, se la voreva propi fa la monega; e lee, la ghe dis: se le fava, le fava per forza; perchè lee, la gh'aveva minga la vocazion de fa la monega. E sta donna, la malada, la ghe dimanda quanto temp l'è, che l'è denter; e lee, la ghe rispond, che dopo che l'è vegnuda granda, l'è stada semper denter lì. La ghe dimanda, quanti ann la gh'ha; e la tosa, la ghe dis, che la gh'ha quindes ann. E lee, allora, la ghe dis:—«Allora te see nassuda chì denter!»—e la se volta con la monega e la ghe dis:—«Dimm la veritàa, che questa l'è la mia tosa?»—Allora la monega, la dis:—«Si, mi hoo mai vorùu dì nient per no inquietàtt, ma questa l'è la toa tosa.»—Allora la tosa, la ghe trà i bracc al coll a soa mader e la ghe dis:—«Subet che mi sont la toa tosa e mi saroo quella, che te salvaràa de chì.»—E s' ciavo e van via. La monega, la dis:—«Per caritàa, digh nient a la badessa; fa minga in manera, che mì gh'abbia andà de mezz.»—E lee, la ghe dis:—«No, sta sira l'è tropp tard; ma diman, quand saran tutti a dormì e quiett, mi e ti emm de sortì del convent. Ti, te see pratica de sta cittàa chì; e andarem tutt e dò de l'arcivescov. E quand sarem là, lassem parlà de mi.»—Adess bœugna tornà del marì. Combinazion, ch'el marì l'ha mai podùu savè, in dove l'avess compagnàa soa miee so pader de lee. E lu, l'andava semper de sira de spess in de stoarcivescov in conversazion; el ghe diseva tutt i so dispiasè, ch'el gh'aveva: e lu, l'arcivescov, el ghe diseva de sperà, che chi sà che on quaj dì o l'alter l'avess avuu de podè trovà ancamò la soa mièe? Ven, che quella sira l'era là in conversazion, quand va denter on servitor. El ghe dis:—«Soa Eminenza, gh'è chì dò monegh; han de bisogn de parlagh.»—Allora l'arcivescov, el và là, el ghe dis:—«Come! dò monegh de sti or fœura del monestee?»—E lee, allora, la tosa, la ghe dis:—«Si, el bisogn, el m'ha faa sortì anca de sti or chì!»—e la ghe cunta i maltrattament, che ghe faven a la soa mamma, che han mai voruu cred, che la fuss maridada.—«E mi sont vegnuda a savè, che mi sont la soa tosa; e vegni a interced grazî per la mia mamma»—Allora lu, el dis:—«Ben, diman vegnaroo subet al convent; faròo finta de andà a vedè tutt i local.»—El ghe dis a quella monega:—«Ti, che te gh'hét i ciav de tutt, quand semm sott a quel portegh, damm ona oggiada, che mi allora voreroo vedè anca quel sit là.»—S'ciao, ie fa compagnà a casa col servitor; e lor van a casa e van in la soa cella e van a dormì. El dì adree, ghe va l'arcivescov. E la mader badessa, la corr, ma la corr a la contra! la ghe fa cera e la ghe dis:—«Che novitàa de vegnì, che nun l'aspettavem minga?»—E lu, el ghe dis, che l'era andàa per fa ona visita al convent. La mader badessa le mena attorno deppertutt; e quand l'è sott a quel portegh, la monega la ghe fa on segn. E lu, el dis:—«Ma sto uss chì, dove l'è, che el va?»—E lee, la Badessa, la ghe dis:—«Oh l'è on uss d'ona cantinna; l'è minga on uss.... non se va mai giò.»—E lu, el dis:«—Ben, posto che visiti tutt, vœuj visità anca sto sit.»—La badessa l'è restada lì e la po minga digh de no; e lee, la monega, la pessèga, la derv. Ven giò l'arcivescov: el resta lì a vedè sta povera infelice lì buttada giò in su on pajassin. El ghe dis:—«Che delitt l'ha commess sta donna de maltrattalla in sta manera?»—E lee, la ghe dis, lee, la malada, che la maltratten in quella manera lì, perchè lee l'è maridada e lor voreven, che la professass a fà la monega. Allora lu, l'arcivescov, el ghe da ordin immediatamente de levà quella donna de quel sit lì, de portalla de fœura e mettella in su on lett e de dagh quaicoss de podè tiralla su, perchè l'era tanto svenuda, gh'era vegnùu fastidi. El fava stà lì la soa tosa e quell'altra monega. L'è stada lì per on poo de dì; e pœu l'arcivescov l'ha mandada a tœu,lee e la tosa e la monega insemma tutt e tre, l'ha missa in d'ona casa fina, che l'ha podùu recuperà on poo de salut. On dì va là el cont, el torna a parlà di so dispiasè: allora l'arcivescov, el fa taccà sott, el ghe dis:—«Andem, che vœuj menav in d'on sit a fa ona visita.»—E le mena là, dove gh'era la soa mièe:—«Ecco»—el dis—«la cognossìi questa chì?»—E lu, el dis:—«Mi no.»—«Ben, questa l'è la vostra mièe e questa l'è la vostra tosa.»—E lu, l'è restàa ben content d'avè trovàa la mièe e la tosa. L'arcivescov l'ha dàa on gran castigh a la badessa e pœu l'ha mandàa a ciamà so pader de lee. Anca a lu, el gh'ha dàa ona gran strapazzada[iv]. E quella monega che gh'era insemma, che l'ha salvada, l'è restada anca lee cont lor, perchè lee, la monega la fava contra la soa volontàa. Hin restàa insemma e s'ciavo, n'occorr alter.[i]IlLiebrechtannota:—«Klostergeschichte. Nichts besonderes.»—Ma ognun vede quanto importa questa novella, come documento di ciò, che ribolliva nelle menti de' volghi.[ii]Un frammento di canzonetta popolare, raccolta a Crenna, nel quale il processo di dialettizzamento è rimasto incompiuto, dice:In stassira e l'altra sira Son passada del monistee, E hoo incontrà d'ona giovina bella, Che l'andava monighella. La s'è voltada de penseo, E el so fradello caro Gh'ha donato d'on bel libretto. —«Mi non voglio questo libretto: Ma mi voglio quel giovinetto, Che me consolarà.»— L'han ciappada per ona man, L'han menada in d'ona stanza scura, E pœu sì l'han fada morì. —«Adesso, che tu sei morta, Te farem di gran onor. Farem cantà di offizii E altretanti sonador.»—[iii]Andà in bordellandare a rovina.[iv]Strapazzada, rabbuffo.[5]Padrino.Ricorda e spiega ilparrinuCalabro e siculo, che val prete.—Bebel.Facetiarum Liber I.—«Vidimus nuper Eremitam promissa barba insignem, qui, cum multa esanctimoniae ab aliquibus praedicaretur, surrexit unus ex nostris, qui parvam existimationem tribuebat universis illis eremitis, dicens:Unde sanctitatem auguramini, an ex promissa barba? Non est sie, ô simplices sodales: si enim barba probitatem adderet, hircus esset vel omnium probissimus.[i]»—[i]Ricordo confuso un epigramma, in cui c'è lo stesso pensiero, ma si parla di filosofi e termina:quid vetat, caper esse Plato.[6]Sic.[7]Questo negozio, questo baratto svantaggioso, ricorda l'esordio del Trattenimento V della Giornata III delPentamerone:—«Nardiello è mannato tre bote da lo patre a fare mercanzia co' ciento docate la vota; e, tutte le bote, accatta mo' 'no sorece, mo' 'no scarrafone e mo' 'no grillo. E, cacciato pe' chesto da lo patre, arriva dove, sananno pe' miezo de' st'anemale la figlia de 'no Re, dapò varie socciesse le doventa marito.»—

XXXIV.FIORINDO E CHIARA STELLA[1]Un Re andava a caccia; e una volta, nel girare, incontrò un contadino, che per una selva strolagava di notte le stelle. Dice il Re:—«Oh! che fate voi costì?»—«Strolago le stelle.»—«Per farne che? Vo' non potete esser capace.»—«Capace i' sono; e fo la strolagazione, perchè ho la moglie soprapparto, che m'ha da partorire un bambino; e le stelle prognosticano, che lui sarà il Re di Spagna.»—A questo discorso il Re si sturbò, perchè lui gli era proprio il Re di Spagna in persona e figlioli maschi non n'aveva per legittimi eredi. Ma stiede zitto e 'nvece gli disse a quel contadino:—«Gli farò da padrino, se vo' siete contento, alla vostra creatura. Vo' non ve n'arete a pentire.»—«Oh! faccia Lei, se si vole incomidare; vienga pure in casa con meco.»—Entrano dunque in casa del contadino, e già la donna aveva partorito un bel maschio. E gli si messan tutti d'attorno per ammannirlo alla cirimonia del comparatico; e, fatto che ebbano ogni cosa, come costuma in simili casi, il Re disse:—«Questo figliolo lo voglio io. Me l'avete a dare, perchè, se lui dev'esser Re, bisogna dargli un'aducazione; e voialtri per questo non n'avete i mezzi. Io de' figlioli non n'ho, e 'nvece tierrò questo per mi' figliolo legittimo.»—Si sa, gli omini tacciano e le donne discorron di più: il contadino steva zitto e non opponeva difficoltà; ma la su' moglie silamentava, che gli volessan portar via la su' creatura a mala pena nata. Ma poi, doppo del pezzo, di' e ridì', anco lei si persuase; e il Re, col bambino rifasciato, lassata una bona mancia a' su' genitori, se n'andette assieme al su' servitore, che l'aveva accompagnato insino a lì. Quando furno drento a un bosco folto, che c'era il mare vicino, disse il Re al servitore:—«Piglia questo coltello e ammazzalo codesto bambino e buttalo 'n mare. I' t'aspetto all'osteria; e 'ntendo, che tu mi porti il fegato del bambino, che me lo vo' mangiare.»—Il servitore rimase nel bosco; e, doppo che il Re si fu dilontanato, badava a dire da sè:—«Gua', che be' modi! rubbare i bambini degli altri per poi ammazzarli! E bisgognerà, che l'ammazzi per l'ubbidienza; chè, se non gli portassi 'l fegato, la mi' testa non la salverei.»—Alzò il coltello e alla creatura gli diede un colpo nel collo; ma in quel mentre che gli tirava, gli comparse a piedi un agnello; e subbito ripensò di levare il fegato all'agnello e la creatura lassarla nel bosco, a quel modo ferita, alla bontà di dio: e a quel modo lo fece. E quando il Re ebbe il fegato dell'agnello, sicchè lui e' lo credè quello del bambino; e con rabbia se lo mangiò, scramando:—«In sul mi' trono tu non ce lo barbi il sedere!»—Ma che vadia pure il Re a casa sua allegro e contento per aver commesso questo delitto! Tanto, quel che è scritto 'n cielo non si scampa; e 'l su' destino a chi tocca tocca; e rinusce ogni sempre a quel modo come dio ha decretato. Torniamo dunque a quella creatura sciaurata lì a diacere dentro un cesto di stipa nel bosco, e colla piaga sanguinosa nel collo; la piaga imperò non era mortale, perchè poi rinsanichì e gli lassò soltanto una ciprigna, che a toccarla si sentiva sotto le dita. La mattina doppo, a levata di sole, un signore di que' contorni girava a caccia co' su' cani; e, quando icani giunsano al cesto di stipa, addove steva il bambino niscosto, eccoti a scagnare, che pareva il finimondo. Il padrone corse subbito là, perchè lui pensava, che ci fusse la liepre al covo; e ti vede la creatura che ugnolava dalla fame.—«Oh!»—dice,—«Iddio m'ha provvisto! appunto non ho figlioli, e anco la moglie sarà contenta d'aver questo per suo.»—Lo prende pian piano e lo porta a casa, che era un'allegrezza. Quelle du' bone persone l'allevorno per su' figliolo, sicchè diventò grande e lo facevano 'struire da de' maestri 'sperti nel leggere e scrivere e gli posano nome Fiorindo. E Fiorindo cresceva a vista d'occhio, robusto e virtudioso, che era proprio una maraviglia. Aveva Fiorindo in su i tredici anni e assieme cogli altri ragazzi del vicinato ruzzava; un giorno, che facevano a nocino, lui perse per il valsente d'otto quattrini: a que' tempi correvano sempre i quattrini. Ma questi otto quattrini per le tasche non ce gli aveva. Dice:—«Vi pagherò domani.»—«No, si voglian'ora.»—«Ma io con meco non ce gli ho. Lassatemi andare a casa a chiedergli al babbo e alla mamma. Son ricchi, sapete, e domani ve gli porto.»—«Dal babbo e dalla mamma?»—quelli risposano beffeggiando:—«Poero grullo! Non son mica il tu' babbo e la tu' mamma que' signori, che t'hanno rallevo in casa.»—«Come?»—«Eh! di certo: ti trovorno in un bosco, lì dibandonato, con una piaga di coltello nel collo; e, se tu ti tasti, tu ci trovi tavia la ciprigna.»—A simili discorsi Fiorindo rimase sbalordito; e corse a casa e volse sapere come le stavan le cose; e prega prega, e' gli dissan tutta la verità. Scrama lui:—«Allora, se non son vostro figliolo, me ne vo' ire. Vi ringrazio di tutto 'l bene, che m'avete fatto, ma io qui son bastardo e non ci vo' stare.»—«Ma senti! per noi tu sie' nostro figliolo. Ti si darà quel, che tu voi; manon ci lassare disperati e solingoli accosì.»—Lui però stiede fermo nel su' pensieri; e 'n tutti modi volse, che lo riaccompagnasser nel bosco, addove l'avevan trovato; e non ci fu versi di smoverlo. Solo lì nel bosco, pensava da che parte andare; e principiò a camminare a caso; e cammina cammina, gli eran vicine le ventiquattro, e la stracchezza e la fame gli devano alle gambe. Sicchè si fermò al cancello di un giardino, addove dentro il giardinieri annacquava le piante e i fiori; e, nel voltar gli occhi, vedde Fiorindo. Dice:—«Chi siei? che vo' tu?»—«Sono un poero ragazzo insenza babbo, nè mamma; e sono stracco morto e ho fame. Che mi piglieressi costì nel giardino ad aitarvi? Mi contento del mangiare.»—Al giardiniere gli era garbato dimolto il giovinotto, soltanto a mirarlo; sicchè gli arrispose:—«Vieni pure, qui da mangiare non ne manca. Il giardino gli è del Re di Spagna e io sto al su' servizio.»—In quel mentre, che Fiorindo abitava col giardinieri, il Re andeva spesso a spasseggiare per il giardino, e nell'imbattersi con lui gli garbava. Gua'! ci sono sempre le persone, che incontrano! Sicchè un giorno gli disse:—«Fiorindo, tu ha' da vienire con meco per camberieri.»—A Fiorindo non gli parve vero; e fu alloggiato nel palazzo reale, e vestiva il Re e sempre accosto alla su' persona.—Ora, bisogna sapere, che questo Re de' maschi non n'aveva punti; bensì aveva una figliola di tredici anni, che si chiamava Chiara Stella; una bellezza da non si dire; manierata, gentilina, con una faccia di sole, sempre piena d'allegria. Vo' capite quel, che gli accadde. È facile, che i giovani s'innamorino nel solo vedersi, massime se s'intendono tra di loro. Fiorindo preparava tutte le mattine un mazzolino con un po' di geranio, un po' di dittamo, delle rose, delle viole ammammole; e, quando Chiara Stella sortiva per il giardinoin compagnia della camberiera, lui glielo dava. Discorsi non se ne facevano, ma cogli occhi parlavan meglio che colla bocca. Insomma, finirono col volersi un ben dell'anima, e tutti se n'erano accorti all'infori del Re. Già, i babbi e i mariti son sempre ciechi a bono. Ma, in nelle corti, degl'invidiosi ce n'è dovizia; e tutti gli altri servitori astiavano all'arrabbiata Fiorindo, perchè il Re l'aveva sempre d'attorno e si confidava con lui d'ogni cosa. Cominciorno dunque a fargli la spia e a riportare al Re, che lui faceva all'amore colla su' figliola.—«Chê,»—arrispondeva quel Re mammalucco:—«Non la posso credere tanto sciaurata la mi' figliola, da mettersi a fare all'amore con un camberieri.»—Ma la badaron tanto quelli astiosi, che una sera la fecian trovare assieme con Fiorindo, che si discorrevano da soli. A quella vista, il Re, impermalito che lo tradissero nella su' fede, pensò subbito al gastigo. Sicchè diede ordine, che Chiara Stella fusse dilontanata dal palazzo e mandata al fratello del Re, che lui pure era Re del Portogallo. E gli scrisse, che la tenessi custodita. Sì, tieneteli anco in prigione sotto terra gl'innamorati, che tanto loro trovano il modo di darsi le novità! Cominciorno dunque a scriversi; ma una di queste lettere capitò in nelle mani d'un servitore, che la portò al Re. Dice il Re:—«Questa lettera è di Chiara Stella!»—e gli venne a lui tanta rabbia, che l'amore per Fiorindo lo trasmutò in barbarità. Lo fa chiamare e gli dà una lettera sigillata, che la porti al Re del Portogallo. E nella lettera c'era scritto, che 'l corrieri dovesse essere impiccato drento una settimana. Oh! badate la bella sorte degl'innamorati! Fiorindo arriva nella città del Re del Portogallo, e 'ncontra appunto Chiara Stella, che spasseggiava colla su' guardiana in certi chiostri. E quando si veddano, che feste! che allegrie! Fiorindo gli sporsela lettera di su' padre; ma Chiara Stella n'ebbe sospetto; e insenza cancugnare, l'aprì e ci lesse drento quella po' po' di birbonata. Figuratevi, che pena! Imperò non perdette il giudizio. Lei scriveva come su' padre; e strappò quella brutta lettera e ne scrisse un'altra, in dove ci diceva:—«La mi' brama è di sposare Chiara Stella a un valoroso cavaglieri. Fatela tra una settimana giocare alla giostra, e chi la vince, sia sua.»—A male brighe, che il Re del Portogallo gli ebbe in nelle mane questa falsa lettera, bandì la giostra per tutto il Regno. E ci accorsano principi, baroni e cavaglieri di cartello. In quel mentre, Chiara Stella fece, che Fiorindo anco lui addimandasse di giocar la giostra. Ma al primo e al secondo combattimento non ce lo volsano, perchè lui non era cavaglieri; sicchè dunque Chiara Stella, con uno de' su' gioielli, essendo lei figliola di Re e erede del trono, lo nominò cavaglieri e lo mandò pure lui alla giostra. E ci si diportò tanto da virtudioso, che vinse tutti, e bisognò dargli per isposa Chiara Stella. E s'era per far le nozze, che a un tratto comparì un corrieri con una lettera crociata di nero. E ci diceva, che il Re di Spagna era morto, e Chiara Stella doveva regnare. Che bella combinazione! Tanto quel, che è scrittolassùe' non c'è modo di scansarlo! E le stelle dissano il vero, perchè Fiorindo diventò Re di Spagna[2].Fiorindo e Chiara Stella!Chi vuol la libertà, vadia per ella.NOTE[1]«Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale di Pistoja all'avv. prof. Gherardo Nerucci. Vi è a stampa un poemetto popolare col titolo:—Storia di Florindo e Chiara Stella, doves'intende varj avvenimenti di due amanti con felice fine. Firenze (con approvazione).»—G. N.—VediGuppernatis. (Novelline di Santo Stefano) VII.Il Re di Spagna.—Pitré. (Op. cit.) C.Lu mircanti 'Smailitu Giumentu.Si troveranno alcuni punti di somiglianza neL'Aldimiro|del|Cavalier|Fra Carlo de Conti|della Lengueglia.|Dedicato|All'Illustrissimo Signore |Il Signor|Christoforo|Centurione|In Milano.|Per Filippo Ghisolfi MDCXXXVII.|Ad instan. di Gio. Battista Cerri,|et Carlo Ferrandi.|Con licenza dei superiori.(Vedi specialmente Libro secondo). L'autore stesso confessa, che,—«sotto il nome di Aldimiro è un accidente di Carlo Magno narrato dal Petrarca nella terza delle sue pistole, et in quello di Nefiteo l'avvenimento di Corrado secondo, scritto da Giovanni Villani a capo quattordici dell'undecimo libro. Volendo scrivere non mi sono appigliato alle sole favole, poichè quel gentil maestro di buoni costumi condanna per cosa sconcia, il raccontare alle brigate i vaneggiamenti dei proprî sogni. Ho condotti questi due imperatori sotto finto nome nell'isola di Cipro; nè però stimo, che abbia a dolersene la Germania, la quale è stata a' forastieri popoli di suoi tanti Principi liberale: oltrechè fu buon augurio, che non dovessero le loro amorose fiamme essere infruttuose, trasportandogli in quell'Isola, ove anche le fiamme sono di volanti parti feconde,» ecc. ecc.—Vedi pure quanto di Corrado Imperatore si racconta, nel Libro VI dellaHistoria|Varia|di M. Ludovico|Domenichi,|nella quale si contengono|molte cose argute, nobili, e degne di memoria|di diversi Principi et huomini illustri;|divisa in XIII libri;|con due tavole, la prima de'|nomi delle persone e delle cose notabili, et|l'altra della proprietà delle cose.|Con Privilegio.|In Vinegia appresso Gabriel| Giolito de' Ferrari.|M D L X V.Noterò, per utile degli studiosi di novellistica paragonata, che l'avventura di Carlo Magno, utilizzata da fra Carlo è la stessa, che forma l'argomento dell'avvenimento II della I delleSei Giornatedello Erizzo.—«Il Re Carlo, congnominato Magno, amando una giovine morta e non potendo abbandonare il suo corpo, fu inteso per rivelazione divina, la cagione di quel suo furore essere un anello, ch'era sotto la lingua della giovine. Il quale dal vescovo coloniese rimosso e dipoi gettato in una palude, il Re torna nella primiera sanità del suo animo.»—Giangiacomo Lavagna, altro secentista, fece un bel sonetto su questo tema, che termina:Nè sperar posso già pace o ristoroAl mio strano languir, al mio tormento, S'amo la morte e suoi trionfi adoro.[2]Come dice il Metastasio?Nasce al bosco, in rozza cuna,Un felice pastorello;E, con l'aure di fortuna,Giunge i Regni a dominar.Presso al trono, in regie fasce,Sventurato un altro nasce;E, fra l'ire della sorte,Va gli armenti a pascolar.

FIORINDO E CHIARA STELLA[1]

Un Re andava a caccia; e una volta, nel girare, incontrò un contadino, che per una selva strolagava di notte le stelle. Dice il Re:—«Oh! che fate voi costì?»—«Strolago le stelle.»—«Per farne che? Vo' non potete esser capace.»—«Capace i' sono; e fo la strolagazione, perchè ho la moglie soprapparto, che m'ha da partorire un bambino; e le stelle prognosticano, che lui sarà il Re di Spagna.»—A questo discorso il Re si sturbò, perchè lui gli era proprio il Re di Spagna in persona e figlioli maschi non n'aveva per legittimi eredi. Ma stiede zitto e 'nvece gli disse a quel contadino:—«Gli farò da padrino, se vo' siete contento, alla vostra creatura. Vo' non ve n'arete a pentire.»—«Oh! faccia Lei, se si vole incomidare; vienga pure in casa con meco.»—Entrano dunque in casa del contadino, e già la donna aveva partorito un bel maschio. E gli si messan tutti d'attorno per ammannirlo alla cirimonia del comparatico; e, fatto che ebbano ogni cosa, come costuma in simili casi, il Re disse:—«Questo figliolo lo voglio io. Me l'avete a dare, perchè, se lui dev'esser Re, bisogna dargli un'aducazione; e voialtri per questo non n'avete i mezzi. Io de' figlioli non n'ho, e 'nvece tierrò questo per mi' figliolo legittimo.»—Si sa, gli omini tacciano e le donne discorron di più: il contadino steva zitto e non opponeva difficoltà; ma la su' moglie silamentava, che gli volessan portar via la su' creatura a mala pena nata. Ma poi, doppo del pezzo, di' e ridì', anco lei si persuase; e il Re, col bambino rifasciato, lassata una bona mancia a' su' genitori, se n'andette assieme al su' servitore, che l'aveva accompagnato insino a lì. Quando furno drento a un bosco folto, che c'era il mare vicino, disse il Re al servitore:—«Piglia questo coltello e ammazzalo codesto bambino e buttalo 'n mare. I' t'aspetto all'osteria; e 'ntendo, che tu mi porti il fegato del bambino, che me lo vo' mangiare.»—Il servitore rimase nel bosco; e, doppo che il Re si fu dilontanato, badava a dire da sè:—«Gua', che be' modi! rubbare i bambini degli altri per poi ammazzarli! E bisgognerà, che l'ammazzi per l'ubbidienza; chè, se non gli portassi 'l fegato, la mi' testa non la salverei.»—Alzò il coltello e alla creatura gli diede un colpo nel collo; ma in quel mentre che gli tirava, gli comparse a piedi un agnello; e subbito ripensò di levare il fegato all'agnello e la creatura lassarla nel bosco, a quel modo ferita, alla bontà di dio: e a quel modo lo fece. E quando il Re ebbe il fegato dell'agnello, sicchè lui e' lo credè quello del bambino; e con rabbia se lo mangiò, scramando:—«In sul mi' trono tu non ce lo barbi il sedere!»—Ma che vadia pure il Re a casa sua allegro e contento per aver commesso questo delitto! Tanto, quel che è scritto 'n cielo non si scampa; e 'l su' destino a chi tocca tocca; e rinusce ogni sempre a quel modo come dio ha decretato. Torniamo dunque a quella creatura sciaurata lì a diacere dentro un cesto di stipa nel bosco, e colla piaga sanguinosa nel collo; la piaga imperò non era mortale, perchè poi rinsanichì e gli lassò soltanto una ciprigna, che a toccarla si sentiva sotto le dita. La mattina doppo, a levata di sole, un signore di que' contorni girava a caccia co' su' cani; e, quando icani giunsano al cesto di stipa, addove steva il bambino niscosto, eccoti a scagnare, che pareva il finimondo. Il padrone corse subbito là, perchè lui pensava, che ci fusse la liepre al covo; e ti vede la creatura che ugnolava dalla fame.—«Oh!»—dice,—«Iddio m'ha provvisto! appunto non ho figlioli, e anco la moglie sarà contenta d'aver questo per suo.»—Lo prende pian piano e lo porta a casa, che era un'allegrezza. Quelle du' bone persone l'allevorno per su' figliolo, sicchè diventò grande e lo facevano 'struire da de' maestri 'sperti nel leggere e scrivere e gli posano nome Fiorindo. E Fiorindo cresceva a vista d'occhio, robusto e virtudioso, che era proprio una maraviglia. Aveva Fiorindo in su i tredici anni e assieme cogli altri ragazzi del vicinato ruzzava; un giorno, che facevano a nocino, lui perse per il valsente d'otto quattrini: a que' tempi correvano sempre i quattrini. Ma questi otto quattrini per le tasche non ce gli aveva. Dice:—«Vi pagherò domani.»—«No, si voglian'ora.»—«Ma io con meco non ce gli ho. Lassatemi andare a casa a chiedergli al babbo e alla mamma. Son ricchi, sapete, e domani ve gli porto.»—«Dal babbo e dalla mamma?»—quelli risposano beffeggiando:—«Poero grullo! Non son mica il tu' babbo e la tu' mamma que' signori, che t'hanno rallevo in casa.»—«Come?»—«Eh! di certo: ti trovorno in un bosco, lì dibandonato, con una piaga di coltello nel collo; e, se tu ti tasti, tu ci trovi tavia la ciprigna.»—A simili discorsi Fiorindo rimase sbalordito; e corse a casa e volse sapere come le stavan le cose; e prega prega, e' gli dissan tutta la verità. Scrama lui:—«Allora, se non son vostro figliolo, me ne vo' ire. Vi ringrazio di tutto 'l bene, che m'avete fatto, ma io qui son bastardo e non ci vo' stare.»—«Ma senti! per noi tu sie' nostro figliolo. Ti si darà quel, che tu voi; manon ci lassare disperati e solingoli accosì.»—Lui però stiede fermo nel su' pensieri; e 'n tutti modi volse, che lo riaccompagnasser nel bosco, addove l'avevan trovato; e non ci fu versi di smoverlo. Solo lì nel bosco, pensava da che parte andare; e principiò a camminare a caso; e cammina cammina, gli eran vicine le ventiquattro, e la stracchezza e la fame gli devano alle gambe. Sicchè si fermò al cancello di un giardino, addove dentro il giardinieri annacquava le piante e i fiori; e, nel voltar gli occhi, vedde Fiorindo. Dice:—«Chi siei? che vo' tu?»—«Sono un poero ragazzo insenza babbo, nè mamma; e sono stracco morto e ho fame. Che mi piglieressi costì nel giardino ad aitarvi? Mi contento del mangiare.»—Al giardiniere gli era garbato dimolto il giovinotto, soltanto a mirarlo; sicchè gli arrispose:—«Vieni pure, qui da mangiare non ne manca. Il giardino gli è del Re di Spagna e io sto al su' servizio.»—In quel mentre, che Fiorindo abitava col giardinieri, il Re andeva spesso a spasseggiare per il giardino, e nell'imbattersi con lui gli garbava. Gua'! ci sono sempre le persone, che incontrano! Sicchè un giorno gli disse:—«Fiorindo, tu ha' da vienire con meco per camberieri.»—A Fiorindo non gli parve vero; e fu alloggiato nel palazzo reale, e vestiva il Re e sempre accosto alla su' persona.—Ora, bisogna sapere, che questo Re de' maschi non n'aveva punti; bensì aveva una figliola di tredici anni, che si chiamava Chiara Stella; una bellezza da non si dire; manierata, gentilina, con una faccia di sole, sempre piena d'allegria. Vo' capite quel, che gli accadde. È facile, che i giovani s'innamorino nel solo vedersi, massime se s'intendono tra di loro. Fiorindo preparava tutte le mattine un mazzolino con un po' di geranio, un po' di dittamo, delle rose, delle viole ammammole; e, quando Chiara Stella sortiva per il giardinoin compagnia della camberiera, lui glielo dava. Discorsi non se ne facevano, ma cogli occhi parlavan meglio che colla bocca. Insomma, finirono col volersi un ben dell'anima, e tutti se n'erano accorti all'infori del Re. Già, i babbi e i mariti son sempre ciechi a bono. Ma, in nelle corti, degl'invidiosi ce n'è dovizia; e tutti gli altri servitori astiavano all'arrabbiata Fiorindo, perchè il Re l'aveva sempre d'attorno e si confidava con lui d'ogni cosa. Cominciorno dunque a fargli la spia e a riportare al Re, che lui faceva all'amore colla su' figliola.—«Chê,»—arrispondeva quel Re mammalucco:—«Non la posso credere tanto sciaurata la mi' figliola, da mettersi a fare all'amore con un camberieri.»—Ma la badaron tanto quelli astiosi, che una sera la fecian trovare assieme con Fiorindo, che si discorrevano da soli. A quella vista, il Re, impermalito che lo tradissero nella su' fede, pensò subbito al gastigo. Sicchè diede ordine, che Chiara Stella fusse dilontanata dal palazzo e mandata al fratello del Re, che lui pure era Re del Portogallo. E gli scrisse, che la tenessi custodita. Sì, tieneteli anco in prigione sotto terra gl'innamorati, che tanto loro trovano il modo di darsi le novità! Cominciorno dunque a scriversi; ma una di queste lettere capitò in nelle mani d'un servitore, che la portò al Re. Dice il Re:—«Questa lettera è di Chiara Stella!»—e gli venne a lui tanta rabbia, che l'amore per Fiorindo lo trasmutò in barbarità. Lo fa chiamare e gli dà una lettera sigillata, che la porti al Re del Portogallo. E nella lettera c'era scritto, che 'l corrieri dovesse essere impiccato drento una settimana. Oh! badate la bella sorte degl'innamorati! Fiorindo arriva nella città del Re del Portogallo, e 'ncontra appunto Chiara Stella, che spasseggiava colla su' guardiana in certi chiostri. E quando si veddano, che feste! che allegrie! Fiorindo gli sporsela lettera di su' padre; ma Chiara Stella n'ebbe sospetto; e insenza cancugnare, l'aprì e ci lesse drento quella po' po' di birbonata. Figuratevi, che pena! Imperò non perdette il giudizio. Lei scriveva come su' padre; e strappò quella brutta lettera e ne scrisse un'altra, in dove ci diceva:—«La mi' brama è di sposare Chiara Stella a un valoroso cavaglieri. Fatela tra una settimana giocare alla giostra, e chi la vince, sia sua.»—A male brighe, che il Re del Portogallo gli ebbe in nelle mane questa falsa lettera, bandì la giostra per tutto il Regno. E ci accorsano principi, baroni e cavaglieri di cartello. In quel mentre, Chiara Stella fece, che Fiorindo anco lui addimandasse di giocar la giostra. Ma al primo e al secondo combattimento non ce lo volsano, perchè lui non era cavaglieri; sicchè dunque Chiara Stella, con uno de' su' gioielli, essendo lei figliola di Re e erede del trono, lo nominò cavaglieri e lo mandò pure lui alla giostra. E ci si diportò tanto da virtudioso, che vinse tutti, e bisognò dargli per isposa Chiara Stella. E s'era per far le nozze, che a un tratto comparì un corrieri con una lettera crociata di nero. E ci diceva, che il Re di Spagna era morto, e Chiara Stella doveva regnare. Che bella combinazione! Tanto quel, che è scrittolassùe' non c'è modo di scansarlo! E le stelle dissano il vero, perchè Fiorindo diventò Re di Spagna[2].

Fiorindo e Chiara Stella!Chi vuol la libertà, vadia per ella.

NOTE

[1]«Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale di Pistoja all'avv. prof. Gherardo Nerucci. Vi è a stampa un poemetto popolare col titolo:—Storia di Florindo e Chiara Stella, doves'intende varj avvenimenti di due amanti con felice fine. Firenze (con approvazione).»—G. N.—VediGuppernatis. (Novelline di Santo Stefano) VII.Il Re di Spagna.—Pitré. (Op. cit.) C.Lu mircanti 'Smailitu Giumentu.Si troveranno alcuni punti di somiglianza neL'Aldimiro|del|Cavalier|Fra Carlo de Conti|della Lengueglia.|Dedicato|All'Illustrissimo Signore |Il Signor|Christoforo|Centurione|In Milano.|Per Filippo Ghisolfi MDCXXXVII.|Ad instan. di Gio. Battista Cerri,|et Carlo Ferrandi.|Con licenza dei superiori.(Vedi specialmente Libro secondo). L'autore stesso confessa, che,—«sotto il nome di Aldimiro è un accidente di Carlo Magno narrato dal Petrarca nella terza delle sue pistole, et in quello di Nefiteo l'avvenimento di Corrado secondo, scritto da Giovanni Villani a capo quattordici dell'undecimo libro. Volendo scrivere non mi sono appigliato alle sole favole, poichè quel gentil maestro di buoni costumi condanna per cosa sconcia, il raccontare alle brigate i vaneggiamenti dei proprî sogni. Ho condotti questi due imperatori sotto finto nome nell'isola di Cipro; nè però stimo, che abbia a dolersene la Germania, la quale è stata a' forastieri popoli di suoi tanti Principi liberale: oltrechè fu buon augurio, che non dovessero le loro amorose fiamme essere infruttuose, trasportandogli in quell'Isola, ove anche le fiamme sono di volanti parti feconde,» ecc. ecc.—Vedi pure quanto di Corrado Imperatore si racconta, nel Libro VI dellaHistoria|Varia|di M. Ludovico|Domenichi,|nella quale si contengono|molte cose argute, nobili, e degne di memoria|di diversi Principi et huomini illustri;|divisa in XIII libri;|con due tavole, la prima de'|nomi delle persone e delle cose notabili, et|l'altra della proprietà delle cose.|Con Privilegio.|In Vinegia appresso Gabriel| Giolito de' Ferrari.|M D L X V.Noterò, per utile degli studiosi di novellistica paragonata, che l'avventura di Carlo Magno, utilizzata da fra Carlo è la stessa, che forma l'argomento dell'avvenimento II della I delleSei Giornatedello Erizzo.—«Il Re Carlo, congnominato Magno, amando una giovine morta e non potendo abbandonare il suo corpo, fu inteso per rivelazione divina, la cagione di quel suo furore essere un anello, ch'era sotto la lingua della giovine. Il quale dal vescovo coloniese rimosso e dipoi gettato in una palude, il Re torna nella primiera sanità del suo animo.»—Giangiacomo Lavagna, altro secentista, fece un bel sonetto su questo tema, che termina:Nè sperar posso già pace o ristoroAl mio strano languir, al mio tormento, S'amo la morte e suoi trionfi adoro.[2]Come dice il Metastasio?Nasce al bosco, in rozza cuna,Un felice pastorello;E, con l'aure di fortuna,Giunge i Regni a dominar.Presso al trono, in regie fasce,Sventurato un altro nasce;E, fra l'ire della sorte,Va gli armenti a pascolar.

[1]«Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale di Pistoja all'avv. prof. Gherardo Nerucci. Vi è a stampa un poemetto popolare col titolo:—Storia di Florindo e Chiara Stella, doves'intende varj avvenimenti di due amanti con felice fine. Firenze (con approvazione).»—G. N.—VediGuppernatis. (Novelline di Santo Stefano) VII.Il Re di Spagna.—Pitré. (Op. cit.) C.Lu mircanti 'Smailitu Giumentu.Si troveranno alcuni punti di somiglianza neL'Aldimiro|del|Cavalier|Fra Carlo de Conti|della Lengueglia.|Dedicato|All'Illustrissimo Signore |Il Signor|Christoforo|Centurione|In Milano.|Per Filippo Ghisolfi MDCXXXVII.|Ad instan. di Gio. Battista Cerri,|et Carlo Ferrandi.|Con licenza dei superiori.(Vedi specialmente Libro secondo). L'autore stesso confessa, che,—«sotto il nome di Aldimiro è un accidente di Carlo Magno narrato dal Petrarca nella terza delle sue pistole, et in quello di Nefiteo l'avvenimento di Corrado secondo, scritto da Giovanni Villani a capo quattordici dell'undecimo libro. Volendo scrivere non mi sono appigliato alle sole favole, poichè quel gentil maestro di buoni costumi condanna per cosa sconcia, il raccontare alle brigate i vaneggiamenti dei proprî sogni. Ho condotti questi due imperatori sotto finto nome nell'isola di Cipro; nè però stimo, che abbia a dolersene la Germania, la quale è stata a' forastieri popoli di suoi tanti Principi liberale: oltrechè fu buon augurio, che non dovessero le loro amorose fiamme essere infruttuose, trasportandogli in quell'Isola, ove anche le fiamme sono di volanti parti feconde,» ecc. ecc.—Vedi pure quanto di Corrado Imperatore si racconta, nel Libro VI dellaHistoria|Varia|di M. Ludovico|Domenichi,|nella quale si contengono|molte cose argute, nobili, e degne di memoria|di diversi Principi et huomini illustri;|divisa in XIII libri;|con due tavole, la prima de'|nomi delle persone e delle cose notabili, et|l'altra della proprietà delle cose.|Con Privilegio.|In Vinegia appresso Gabriel| Giolito de' Ferrari.|M D L X V.Noterò, per utile degli studiosi di novellistica paragonata, che l'avventura di Carlo Magno, utilizzata da fra Carlo è la stessa, che forma l'argomento dell'avvenimento II della I delleSei Giornatedello Erizzo.—«Il Re Carlo, congnominato Magno, amando una giovine morta e non potendo abbandonare il suo corpo, fu inteso per rivelazione divina, la cagione di quel suo furore essere un anello, ch'era sotto la lingua della giovine. Il quale dal vescovo coloniese rimosso e dipoi gettato in una palude, il Re torna nella primiera sanità del suo animo.»—Giangiacomo Lavagna, altro secentista, fece un bel sonetto su questo tema, che termina:

Nè sperar posso già pace o ristoroAl mio strano languir, al mio tormento, S'amo la morte e suoi trionfi adoro.

[2]Come dice il Metastasio?

Nasce al bosco, in rozza cuna,Un felice pastorello;E, con l'aure di fortuna,Giunge i Regni a dominar.Presso al trono, in regie fasce,Sventurato un altro nasce;E, fra l'ire della sorte,Va gli armenti a pascolar.

XXXV.ADELAME E ADELASIA[1]Adelame era un cavaliere al servizio d'un Re, e l'Adelasia era la figliola unica e bellissima di questo medesimo Re. Si sa, che i cavalieri usano fare una settimana per uno a stare negli appartamenti reali e presso il Re; sicchè dunque, Adelame, in nel praticare il palazzo, vedde spesso l'Adelasia; e finì con divenirne innamorato e l'Adelasia di lui. Ma all'amore facevano di nascosto, perchè Adelame non era di sangue regio. Il Re, di questi amori, non ne sapeva niente; e ci furono di quelli di corte, che, per invidia, o che so io, glielo andarono a ridire. Lui però non ci voleva credere; ma gli messero tante prove in mano, che bisognò ci credesse. Lui, che tifa? Chiama l'Adelasia e gli dice:—«So che tu discorri[2]con Adelame.»—Dice lei:—«Cheh! non è vero, signor padre.»—Arrispose il Re:—«Eh! quel, che dico io, ne son sicuro, e non vale il negare. Dunque, con Adelame non voglio, che tu ci discorra. Se tu seguiti, lui lo esiglio dal Regno e te ti rinchiudo nella torre. Ha' capito?»—Passa qualche tempo e Adelame seguitava a discorrere con l'Adelasia di nascosto, perchè gli riesciva farla pulita. Un giorno però si trovarono in un boschetto del giardino reale e furon visti da un servitore del Re. Lesto, diviato il servitore corse dal Re a farli pippo[3], che la su' figliola era nel giardino con Adelame. Sicchè il Re andò là con diverse guardie e sorprese que' due, chenon se l'aspettavano. Dice il Re:—«Cavaliere, tempo tre giorni a uscire dal Regno; pena la testa, se disubbidite o ci tornate mai. In quanto a voi, figliuola disubbidiente, anderete incarcerata nella torre a mi' volontà.»—La ragazza fu subito menata via dalle guardie. E la chiusero dentro alla torre, dove c'era una bella camera tutta mobigliata da Regina, ma con una finestra alta da terra. E poi in camera non ci poteva entrare nessuno; e anche da mangiare, e tutto quel, che voleva, alla figliola del Re, glielo davano per la rota[4]. Il cavaliere Adelame intanto, a quel modo disgraziato, bisognò che partisse, senza neppure dire—«addio»—all'Adelasia. Esce dalla città per andare fori di Stato, e, cammina cammina, arriva a una campagna, dove oberano dimolti contadini a vangare. Dice Adelame:—«Chi vol mutare i su' abiti co' miei, si farà a baratto.»—«Io, io,»—dicevan tutti, perchè non gli pareva vero di far quello scambio. Dice Adelame:—«Adagio: il baratto lo farò con quello, che ha de' vestiti, che mi tornino addosso.»—Difatto, si mutò il su' vestito da cavalieri con un contadinotto, che aveva il su' stesso personale. E messo a quel modo alla contadina, che non pareva più lui, seguitò a camminare dimolti giorni, finchè giunse a un'altra città, fori dello Stato del su' Re. Da per tutte le città ci sono degli uomini, che fanno il mestieri, come sarebbe a dire, di mezzano o sensale a trovare impieghi a chi ne vôle. Sicchè, un di quest'omini, quando vedde Adelame a girottolare qua e là per le strade e per le piazze, e s'accorse che era forastieri, gli s'accostò e gli disse:—«Ohè! quel giovine, che vi mancherebbe un impiego? I' son bono a trovarvelo, se vi garba.»—Arrispose Adelame:—«E' non mi parrebbe vero; appunto sono disoccupato.»—Dice il mezzano:—«Oh! che sapete fare?»—«Di tutto,»—gli ripricò Adelame. Dice il mezzano:—«Bene,bene! C'è appunto una signora, che gli manca l'ortolano e giardinieri, e forse sarebbe contenta d'avervi al su' servizio. Ora vo subito a sentire. Aspettatemi qui.»—Il mezzano va, picchia e lo fanno passare dalla signora; e lei s'accorda, che piglierà Adelame al su' servizio. Dunque Adelame va anche lui da quella signora; che, appena lo vede, gli dice:—«Come vi chiamate?»—Dice Adelame:—«I' mi chiamo Antonio:»—chè 'l su' vero nome non glielo volse palesare, per non essere scoperto.—«E quanto vôi di salario a farmi da ortolano e giardinieri?»—Arrisponde:—«In quanto al salario, mi proverà per un mese, e io proverò Lei; e poi, dopo, se si resta contenti, combineremo, chè non ci sarà nulla da ridire.»—«Sì, sì: come tu vôi,»—dice la signora. Poi dà la mancia al mezzano e mena Antonio, ossia Adelame, che s'era preso quel soprannome, nell'orto e giardino; che pareva un serpaio, tant'era trascurato e tutto in disordine. Adelame ci si messe coll'arco della stiena; e tanto lavorò, che in pochi giorni il terreno e le piante era una meraviglia a vederle, e 'n capo a venti giorni raccolse dimolta roba primaticcia, come insalate, cedri, limoni e fiori della stagione. Prese ogni cosa e va dalla padrona: e gli dice:—«Se Lei me lo permette, anderò a vendere in campagna questa roba.»—Dice la signora:—«Vai, vai pure.»—Adelame piglia un corbello, ci mette dentro la su' roba e esce fori delle porte alla campagna; e, a cinque o sei miglia di distanza, trova un paese e lì ci vende tutto, e col corbello vôto ritorna a casa. Adelame si presenta alla signora:—«Padrona, ecco i quattrini, che ho preso della vendita;»—e gli dà una ventina di lire. La signora rimase, perchè non aveva mai ricavato nulla dal terreno; e dice:—«Bravo! son proprio contenta di te. Dunque, i' ho deliberatodi darti questo salario: lire trenta al mese e tutto spesato. Che te ne pare?»—Dice Antonio:—«Io, per me, son più che contento.»—Passano de' giorni e l'orto e il giardino prosperavano a vista d'occhio, va allora Antonio dalla padrona e gli dice:—«Senta, io addosso non ci posso portare dimolto, e ci avrei robba in quantità da vendere e pigliare quattrini al doppio. Se Lei me lo permette, comprerò un ciuchino da mettergli la soma, e con du' ceste di qua e di là dal basto, potrei caricarlo a mi' modo.»—Dice la signora:—«Fa' pure.»—Antonio, dunque, comprò un ciuco; e gli accomodò le ceste al basto, che riempiette d'ogni ben di dio, e ci aggiunse anco un bel mazzo di fiori. E poi sortì al solito fuori delle porte della città e camminò dimolti giorni, insinacchè venne a entrare nello Stato del Re, e diviato se n'andò alla su' città. Comincia a urlare:—«Ortolano, ohè! chi vol di be' cavoli, pera, limoni primaticci, e d'ogni cosa?»—A quel bocìo la gente correva da tutte le parti; e chi voleva una cosa e chi un'altra. Quando Antonio fu sulla piazza del palazzo reale, lì sì che bociava. E a quegli urli, eccoti anche il coco del Re. Senza tanti discorsi, prese tutto il carico. Dice Antonio:—«Oh! Lei chi è? dev'essere un gran signore.»—Dice il coco:—«Cheh! sono il coco del Re.»—Dice Antonio facendo l'ignorante:—«Re? o chi è il Re? che vôl dire un Re?»—Dice il coco:—«Senti! il Re è quello, che comanda tutto lo Stato; e sta in quel palazzo.»—Dice Antonio:—«Come! in quel palazzo con tutte quelle finestre ci sta uno solo? Oh! che non ha nissuno questo Re?»—Dice il coco:—«Già, ci sta solo lui. Gli avrebbe anco una figliola; ma la faceva all'amore di nascosto con un cavalieri, e su' padre l'ha rinchiusa in una torre, e non si pole nè vedere, nè parlargli.»—Dice Antonio:—«Poeraragazza! con che animo starà lei là dentro serrata!»—«Figuratevi!»—arrisponde il coco. Dice Antonio:—«Tenga, gli voglio dare questo bel mazzo di fiori a Lei, che ha compro tanta roba. Gua', se crede, lo mandi a quella sventurata.»—«Eh! questo si potrà anche fare,»—disse il coco.—«Dunque, addio! Addio! a rivederci,»—e ognuno andò pe' su' versi. Adelame aveva intanto saputo così, che l'Adelasia era sempre viva e chiusa nella torre. Ritorna dalla su' padrona e gli dà un monte di quattrini della robba venduta: e figuratevi se quella signora stava allegra! Dice Antonio:—«Padrona, le vendite vanno bene; ma io ho bisogno di caricare di vantaggio. Se Lei me lo permette, invece del ciuco, comprerò un cavallino e un barroccino, e vedrà poi quanti quattrini gli porto.»—Dice la signora:—«Sì sì, sono contenta. Fa' come ti pare.»—Antonio, dunque, vende il ciuco e invece compra il cavallino col barroccino. E quand'ebbe da caricarlo di robba proprio bona e avvistata, ce la messe su con un altro mazzo di fiori, ma belli e appariscenti, per regalargli al solito coco. Poi ripiglia la strada; e, dopo dimolti giorni, eccotelo daccapo nella su' città davanti al palazzo reale. Il coco del Re, quando lo vedde, subbito corse per comprare, e gli prese tutta la robba. Dice Antonio:—«Questo è un altro mazzo per Lei; ma avre' bisogno d'un consiglio e d'un aiuto.»—Dice il coco:—«In quel, che posso, vi servirò.»—Dice Antonio:—«Fori della porta ho riscontrato una povera donna inferma, che voleva venire al palazzo reale a presentare una supplica, perchè il su' marito dev'esser condannato, e lei chiede la grazia alla figliola del Re. La piangeva questa donna, che non si poteva movere. E m'ha pregato tanto, ch'i' gli facessi recapitare questa lettera sigillata alla figliola del Re! Come si può contentarla?»—Diceil coco:—«Sentite, è dimolto difficile. Il Re ha proibito di parlargli alla su' figliola: e poi, in camera non ci si pole entrare.»—Dice Antonio:—«Se si trovasse un ripiego, quella donna ha detto, che mi darà la mancia, se riesco. Io, a voi, vi do la mancia, che m'ha promesso quella donna, e ce n'aggiungo un'altra del mio, se fate recapitare questa lettera alla figliola del Re.»—Dice il coco:—«Non c'è altro, che la metta tra' piatti del desinare, che gli si danno per la rota.»—Dice Antonio:—«Fate, come vo' credete meglio! Ma i' ho bisogno della risposta. Se dunque la lettera sigillata torna colla soprascrittagraziata, allora portatemela, e io vi darò la mancia. Domani, all'istess'ora, sarò giù di qui per piazza.»—D'accordo, il coco prese la lettera e la messe tra' piatti del desinare, destinato alla figliola del Re, siccome aveva promesso. E nella lettera c'era scritto:—«Adelame vol sempre bene all'Adelasia; e, se l'Adelasia è sempre dello stesso sentimento, Adelame intende condurla via con seco, se si cala dalla torre. Quando questo gli garbi all'Adelasia, scrivagraziatasulla lettera e la rimandi, e domani a mezzanotte, Adelame sarà sotto la torre a ricevere la su' Adelasia.»—Figuratevi quel, che pensasse l'Adelasia quando lesse questa lettera! Dunque, delibera di scappare; e scrivegraziatasulla lettera e poi la rimette tra' piatti; e intanto fa i su' preparativi per calarsi giù dalla finestra della torre: taglia le lenzole a strisce, le annoda e così fa una bella fune lunga, che arrivava infino a pie' della prigione. Il coco poi, avuta in mano la lettera, il giorno dopo la riporta in piazza a Antonio, o Adelame, che si voglia dire. Dice:—«Eccovi, galantomo, la vostra lettera.»—Dice Antonio:—«Oh! che c'è scritto sopra? Leggetemelo, i' non so leggere.»—Dice il coco:—«Gua', e' c'èscrittograziata.»—«Davvero!»—sclama Antonio:—«Datemela, e che dio ve ne rimeriti. Intanto, pigliate di mancia questo zecchino da me, per il vostro incomodo. Poi avrete anche la mancia, che m'ha promesso quella donna. Addio, addio.»—Diviato va Antonio in un chiassettolo e apre la lettera. E vede, che Adelasia acconsentiva a tutto; e lui non poteva stare alle mosse, che venisse la mezzanotte. Quando sonava la mezzanotte, Antonio, e da ora in là gli si darà il su' proprio vero nome, Adelame, era sotto la torre a aspettare; ed ecco dalla finestra, prima cala giù una cassina, che c'era dentro le gioie e i quattrini con diversi panni dell'Adelasia; poi scende anche l'Adelasia. Adelame la riceve tra le su' proprie braccia; e poi lesti vanno alla stalla e sul carrettino da ortolano scappan via fori della città; e cammina cammina, arrivano a giorno alla spiaggia del mare. Adelame lascia lì il cavallo col barroccino; e, vista una barca, ci monta su con l'Adelasia e la cassina, e co' remi e colla vela s'allontanano. Dopo un pezzo, che erano in mare, comincia una fiera burrasca, sicchè ebbero dicatti d'essere spinti in un luogo deserto, che non ci si vedeva anima viva. Sbarcano; e Adelame, presa addosso la cassina, cominciano a camminare verso un bosco folto, che ricopriva una montagna. Sali, sali, sali, era già buio fitto, e non sapevano dove mettevano i piedi e dove andavano. A un tratto, gli pare di scorgere un lume da lontano. S'avvian dunque verso quel lume e trovano una capanna di frasche, che dentro c'era un eremita vecchio in ginocchioni a fare orazione con una barba lunga lunga, che gli scendeva sul petto. Dice Adelame:—«Abbiate, padrino[4], la finezza di ricoverarci questa notte, che siamo due smarriti e non si sa dove battere il capo.»—Alza il capo l'eremita e gli guarda; e poi esclama:—«Sciagurati! che avete vo'fatto?»—Adelame e Adelasia rimasero sbigottiti e come di sasso, a sentire quelle parole. E l'eremita seguita a dire:—«Sciagurati! siete in peccato. Vo' avete trasgredito alla legge umana e alla legge divina. Alla legge umana, perchè disubbidiste al padre e al Re, e sappiate che il Re vi fa cercare dappertutto per dàrvi la pena di morte. Alla legge divina, perchè siete insieme senz'essere marito e moglie.»—Que' due allora, tutti impauriti, gli si buttarono a' piedi; e lì a pregarlo, che gli aiutasse in qualche modo, che ormai il male era fatto e non c'era rimedio. Dice l'eremita:—«Ma veramente volete essere sposi?»—Risposero assieme:—«Sì, sì: sposi e per sempre.»—«Ebbene!»—dice l'eremita:—«Vi sposerò io; e, per questa notte, vi darò ricovero. Ma domani bisogna, che ve n'andiate, perchè qui non ci potete stare con me.»—Allora l'eremita gli sposò e gli benedisse; e poi, in un canto della capanna, e' gli messe a dormire su delle foglie. Quando poi fu giorno, Adelame e l'Adelasia dovettero andar via, dopo ricevuta nova benedizione dall'eremita. Bisogna sapere, che infrattanto, al palazzo erano andati a portare da colazione alla rota della camera dell'Adelasia: ma la colazione c'era sempre all'ora di desinare. Vanno dal Re i servitori e gli raccontano quel, che è successo. Il Re ordina, che s'apra la camera, per vedere se la su' figliola sia malata; e entrati dentro s'accorgono, che lei è scappata via e che non c'è più nessuno. Il Re montò sulle furie, che pareva un cane arrabbiato, perchè capì, che l'Adelasia gliel'aveva portata via Adelame. Sicchè dunque mandò soldati a cercarne dappertutto lo Stato, e messe un bando, che gli fossero menati que' due morti o vivi, perchè a ogni modo e' gli voleva ammazzati. E quando dall'eremita Adelame e l'Adelasia seppero di questo bando, badarono a scansare i confini dello Stato del Re. Sicchèseguitarono a camminare dimolti giorni, campando alla meglio, col vendere le robe dell'Adelasia e dormivano per le capanne; finchè si ritrovarono in un luogo selvatico e deserto in vetta a un monte, che pianeggiava. E lì risolvettero di fermarsi. Adelame ci fece una capanna; e, scoperto che a qualche miglio giù nella valle c'era un paesuccio, si messe a tagliar legna, a far carbone, e l'andava a vendere per comprarsi il necessario. Eran lì da qualche mese, quando l'Adelasia s'accorse d'esser gravida. A su' tempo partorì un bel maschio; e se lo battezzarono colle proprie mani e gli messero nome Germano. Germano cresceva a vista d'occhio, vispo e giudizioso; e, quando fu in negli otto anni, il babbo suo se lo conduceva con seco al bosco, e poi col carico delle legna o colle sacca del carbone a vendere al paese; e, quando poi ebbi diciott'anni, lo mandava anche solo. Dice un giorno Germano:—«Babbo, perchè non comprate un ciuco per portare le some? Si durerebbe meno fatica, e si potrebb' anco fare un carico più grande.»—Dice Adelame:—«Compriamolo pure.»—E difatto, comprarono un ciucarello di poca spesa; e con quello andavono a vendere al paese. Un giorno, Germano parte solo col ciuco carico e scende al paese; e, in un tratto, s'incontra con un omo, che aveva in mano un uccellino raro dentro una gabbia. A Germano gli venne voglia d'averlo quell'uccellino e dice:—«Galantomo, che me lo venderesti codest'uccellino?»—«Magari!»—quello gli arrispose.—«Oh! che volete?»—«Oh! si fa lesti. Voglio il ciuco col carico!»—«D'accordo,»—dice Germano, e gli dà il ciuco col carico e lui piglia l'uccellino colla gabbia e tutto; e poi ritorna diviato a casa. Quando la mamma lo vedde, dice:—«Oh! del ciuco, che n'è stato?»—Dice Germano:—«Badate! l'ho barattato colla soma e tutto con un omo,che m'ha dato questo bell'uccellino in gabbia[5].»—«Oh! sciaurato!»—sclamò l'Adelasia:—«Quando torna Adelame dal bosco e sa il tu' operato, t'ammazza di sicuro.»—Germano, a quelle parole della su' mamma, s'impaurì. Sicchè, lasciata lì la gabbia coll'uccellino, escì dalla capanna e via alla ventura dove lo portavano i piedi. Ma l'Adelasia credeva, che fosse andato a cercare il babbo. Eccoti in sulle ventiquattro viene Adelame; dice l'Adelasia:—«Germano, addove l'ha' lasciato?»—« I' non l'ho visto da stamane in quà,»—gli arrispose Adelame.—«Oh! pover'a me,»—sclamò l'Adelasia:—«Addove sarà ito mai? I' l'ho gridato un po', perchè ha dato in baratto di quest'uccellino in gabbia il ciuco col carico e tutto; e gli ho detto, che, se tu tornavi, l'avresti ammazzato. E lui è sortito e credevo fosse venuto a cercarti. Oh! me sciaurata, dove sarà ito il mi' figliolo?»—Dice Adelame:—«Vedi, tu ha' fatto male a dirgli quelle parole e a rimproverarlo. Lui ha operato secondo il su' sangue; ha operato da Re, sebben non sappia, che è di stirpe reale.»—Insomma, aspetta aspetta, Germano non lo veddero più, abbenchè s'arrabattassero a cercarne e dimandarne pe' contorni. Ma lasciamo que' du' poveri disperati e ritorniamo a Germano. Lui camminò dimolti mesi chiedendo la limosina, e alla fine giunse alla città del Re su' nonno. E siccome[6]era vestito tutto di pelle di bestia salvatica e pareva una cosa strana, tutti gli si facevano d'intorno, per sapere chi fosse, da che paesi veniva, se era solo o aveva il babbo e la mamma. E lui rispondeva sì e no, secondo i casi, ma non potette dir mai, da che paese gli era partito. Con tutto questo fracasso di gente, arrivò sulla piazza del palazzo reale, che appunto il Re stava alla finestra; e, quando vedde quella rannata, mandò subito un servitore a sentire, che cos'era. Dice il servitore:—«Maestà, è un giovinettoforestiero, vestito di pelle. E gli fanno mille domande; e lui risponde pronto, che non si sgomenta.»—Dice il Re:—«Fatelo salir su, che lo voglio vedere e gli voglio parlare.»—Il servitore ubbidiente va e chiama Germano e lo fa salire alla presenza del Re. Dice il Re:—«Chi siei? di dove vieni? il babbo e la mamma gli hai? che mestieri fanno?»—Dice Germano:—«Son figliolo di du' boscaioli, ma il nome di loro non lo so; non l'ho mai sentito ricordare. Io mi chiamo Germano e son figliolo solo. Son partito da casa; e, cammina cammina, mi son perso. E non so neanche in che paese i' ero!»—Dice il Re:—«Vo' tu stare al mi' servizio?»—Dice Germano:—«Sì, volentieri, perchè fin'ora ho campato colla limosina.»—A farla corta, Germano fu messo per mozzo di stalla; e, dopo qualche mese; passò aiuto del coco, e poi fu fatto credenziere di corte e il Re gli dava un bon salario. Ma lui s'era annoiato; e un giorno dice al Re:—«Senta, Maestà, i' me ne voglio andare, perchè a servire così mi sono annoiato.»—Dice il Re:—«Oh! come mai? Eppure ti dò un bon salario e non ti manca nulla.»—«Tant'è, che vôle, i' non posso durarla così.»—Dice il Re:—«Ma che faresti volentieri qualche altr'arte?»—Gli arrisponde Germano:—«Per dir vero, mi piacerebbe la vita del militare.»—Dice il Re:—«Ci ho da contentarti a tu' piacimento. Entra nell'esercito e addio.»—Germano dunque entrò comune nell'esercito, e in pochi anni divenne Maggiore. Quando fu Maggiore, un giorno il Re lo fa chiamare e gli dice:—«Dimmi un po', Germano! ma che a' tu' genitori non ci pensi mai? Non t'è mai venuto in testa di ricercarne?»—«Altro, Maestà. Gli è il mi' pensiero di tutti i giorni,»—arrispose Germano:—«Ma non so, che strada prendere per ritrovarli questi genitori.»—Dice il Re:—«Pigliaquel, che ti bisogna, e vai a vedere se gli trovi. E, se gli trovi, portameli quì. Ti do un permesso per quanto tempo tu vôi.»—Germano dunque, avuto il permesso dal Re, trascelse a su' fido compagno un vecchio Capitano. E tutti e due, montati a cavallo, sortirono una mattina dalla città. Dice il Capitano:—«Ma sie' sicuro, Germano, che questa è la porta, da cui la prima volta entrasti in questa città?»—«Sì sì, ne sono sicuro. La riconosco. Non mi sbaglio;»—gli arrispose Germano. Camminarono dunque dimolto tempo; e finalmente giunsero a un luogo deserto e salvatico, a piè d'una montagna, e non c'erano sentieri per salire su. Dice il Capitano:—«A me mi pare, che tu sbagli la via. Oh! non vedi, che non c'è modo di salire? e poi siamo per un deserto salvatico.»—Dice Germano:—«Abbenchè da tanto tempo, eppure mi pare proprio, che questi posti son quelli, che attraversai, quando venni via di casa.»—Dice il Capitano:—«Gua', e' sarà! Ma io dico, che tu ha' scambiato.»—Ma Germano cominciò a salire su pel monte e il Capitano gli andava dietro alla meglio; e, sali, sali, arrivarono in vetta. Dice Germano:—«Ecco, son proprio ne' mi' posti. E la capanna de' mie' genitori eccola laggiù in fondo a questa spianata.»—L'Adelasia, in quel mentre, era lì a raccattar delle foglie. Quando vedde que' du' soldati, si sconturbò tutta, perchè credette fossero venuti per arrestarla e gli parve di vedere tutta l'effigie del su' babbo; motivo per cui impaurita, corse dentro alla capanna, ne serrò l'uscio e cascò in terra stramortita. Germano, che aveva riconosciuto la mamma, gli corse dietro anche lui a cavallo, e di fori urlava:—«Mamma, mamma, son'io; sono il vostro figliolo. Che non mi riconoscete? Aprite, non abbiate paura.»—Ma quella non rispondeva, perchè era svenuta. Allora Germano, con un calcio, buttògiù l'uscio; e prese l'Adelasia tra le braccia; e badava a chiamarla e a dirgli, che la stasse di bon'animo e che era il su' figliolo. L'Adelasia aprì gli occhi e guardò ben bene Germano. Dice:—«Sì, ti riconosco. Ma tu m'ha' tradito.»—Dice Germano:—«Perdonatemi. Ora son qui da voi, per condurvi dal Re assieme col babbo.»—E l'Adelasia piangendo:—«Lo vedi? se lo dico, che tu m'ha' tradito!»—In questo mentre, eccoti anche Adelame, che tornava dal bosco; e, nel vedere lì que' soldati, anche lui credette, che fossero venuti per arrestarlo. E si buttò in ginocchioni a dimandar pietà per lui e per la moglie. Bisogna ora sapere, che quel Capitano vecchio, era stato padrino dell'Adelasia. Sicchè dunque, a sentire tutte quelle cose, finì con riconoscerla; e rimase, quando s'accorse, che Germano era figliolo di Adelame e dell'Adelasia, e però nipote del Re. Entrò di mezzo anche lui e disse chi era. E tanto s'adoperò, che Adelame e l'Adelasia s'addomestichirono, e la paura gli cominciò a andar via d'addosso, e si lasciarono persuadere a tornare tutti alla città del Re. Quando ci furono arrivati, il Capitano fece entrare Adelame e l'Adelasia nel palazzo reale per una scala segreta e gli messe in una camera in disparte; e poi con Germano andò dal Re. Dice il Re:—«Ben tornati. Che gli avete scoperti i genitori di Germano? Non me gli avete menati, come vi ordinai?»—Dice Germano:—«Trovati i' gli ho. Ma che vôle, Maestà, son gente avvezza al bosco e mezzo salvatichi, non sono voluti venire con me.»—«Male, male! avete fatto dimolto male a non gli condurre con voi,»—disse il Re mezzo scorruccito. Dice il Capitano:—«Senta, Maestà, il vero è, che que' due sono venuti con noi. Ma io non glieli presento davvero, se prima non mi concede la grazia della vita a tre persone.»—Dice il Re:—«Oh! che domanda è questa?»—Dice il Capitano:—«ALei non gli costa nulla questa grazia e me la pole fare.»—Dice il Re:—«Ebbene, in vista, che siete il più vecchio de' miei uffiziali, la grazia è concessa.»—«Scusi veh! Maestà,»—dice il Capitano:—«Ma Lei mi deve giurare sulla corona, che mi manterrà la parola ad ogni patto.»—Al Re parve un po' ostica questa pretensione del Capitano; ma, per non contraddirlo, giurò come voleva lui. Allora il Capitano fece entrare Adelame e l'Adelasia, che si buttarono a' piedi del Re, chiedendo perdono. Quando il Re gli riconobbe, tutto incattivito, sclamò:—«Bricconi! ci siete capitati nelle mi' mani. Ora poi vo' fare le mi' vendette.»—E tira la spada dal fodero per ammazzare l'Adelasia per la prima. Germano, che vedde quel lavoro, non si ritenne; e anche lui cava la spada e l'appunta al petto del Re:—«Se Sua Maestà non si ferma, e vôle ammazzare la mamma, io invece ammazzerò Lei.»—In quel mentre il Capitano aveva preso il braccio del Re e gli dice:—«Sua Maestà si rammenti del giuramento. E poi ripensi, che questo è suo sangue; e che Germano è il suo unico nipote ed erede.»—Al Re a poco per volta gli passarono le furie; e sentito che Germano era figliolo legittimo di Adelame e dell'Adelasia, e quanti stenti e patimenti avevan sofferto tutti per tanti anni, finì con perdonarli e rimetterli nella su' grazia. Sicchè se ne stettero col Re; e, morto lui, Germano diventò padrone dello stato.[7]E così termina la novella:Ditene, se vi pare, una più bella.NOTE[1]Narrata da Ferdinando Giovannini, sarto del Montale—Pistoiese, al cav. prof. Gherardo Nerucci.[2]«Discorrere, nel vernacolo,fare all'amore.» G. N.[3]«Far pippo, valefar la spia.» G. N.[4]I padri tiranni a questo modo e peggio, sono frequentissimi ne' racconti e popolari e letterarî e nella vita pur troppo. Ne troviamo uno nell'esempio milanese seguente:LA MONEGA[i]Ona volta gh'era on Prenzip. L'era vedov; el gh'aveva minga de miee, l'era morta. E el gh'aveva ona tosa; e in casa soa, la sera, gh'era semper conversazion. De quij, che andava là alla conversazion, gh'era on cont; e el ghe fava l'amor alla tosa de sto Prenzip. Quand el pader è vegnuu a savell, el gh'ha proibii alla soa tosa de parlagh; ma lee, de scondon, la ghe parlava semper. Ven, che lu, sto cont, l'ha ditt:—«Mi vòo a cercalla al pader.»—E el pader, el gh'ha ditt, ch'el voreva minga maridalla, che l'era tropp giovina, e de lassalla sta. Ma lee, la ghe voreva tant ben e lu l'istess, che han combinàa de sposass secretament. E lì han cercàa on pret e di testimoni; e ona sera, de nascost del pader, hin andàa e s'hin sposàa. Ven, che lee, è vegnuu on moment, che bisognava, che al pader ghe le disess, che lee, l'era maridada. Quand ghe le dis al pader, lu, el va in tutt i furi; e el ghe dis, che l'è minga vera e ch'el ghe cred minga. E la ghe dis, che gh'è el pret e i testimoni. E lu, a la sera, l'ha fàa su tutta la robba de la tosa; de scondon l'ha fàa taccà sott; l'ha missa in carrozza; e l'ha menada distant, che lee l'ha minga podùu capì in che sit, ch'hin reussìi. Fatt l'è, che l'era de nott: el pader, el va a on convent, el ghe dis:—«Quest l'è el sit, in dove te devet stà ti.»—El parla cont la badessa, e el ghe dis la manera, che doveven regolass; e pœu el va via, el lassa lì la soa tosa. Lee, la se trœuva in de sto monastee. E i monegh ghe disen, che la doveva fà l'ann de novizziàa e dopo fass monega.Lee, la dis che la podeva minga.[ii]Difatti, de lì on trì mes, la gh'ha avuu ona tosetta. Lor, sta tosetta, i monegh, per part de la mièe del giardinèe l'han dada via a bailì. E pœu, lee, in seguet, voreven a tutt i cunt, che la se fass monega. E lee, la ghe diseva, che la podeva minga: che, se lee la se fava monega, la fava on sacrilegg, perchè l'era maridada. So pader, el mandava là a vedè sta soa tosa come la se comportava. Lor ghe diseven, che la voreva minga fass monega; e lu, el ghe diseva a i monegh, de dagh di gran castigh. Ven, che i monegh l'han ciappada, l'han menada giò in d'on sotterani. E là, no la gh'aveva nient, on lettin propi come in terra, a dormì a l'umed: per vedè, se lee l'avess avùu de podè fa la monega. Ma lee, l'è semper stada ferma. La ghe diseva:—«Putost la mort, che fà on sacrilegg.»—Quella, che andava de bass a portagh el mangià, l'era ona moneghella, che anca lee l'han missa denter, contra la soa volontàa. E quand l'andava de bass a portagh el mangià, le confortava; e la ghe diseva semper de sperà in dio, che l'avaria juttada. Ven, che quella tosetta, che aveven fa bailì, era già passàa on ses o sett ann, e l'han tirada lì in del convent; e i monegh l'educaven lor, ma semper con l'idea, che la dovess fa la monega. Ma sta tosa la gh'aveva poca vocazion. È passàa on poo de temp e la gh'aveva già on quindes ann. Lee, l'andava cont i monegh al mattutin tutt i ser; e passaven via d'on corridor e la sentiva di volt ona vôs, on lament, che a sta tosa el ghe favapenna. La ghe le dis, a quella tal moneghella, che l'era lee, che gh'aveva i ciav e che andava giò. La moneghella, lee le dis, che l'era ona povera infelice, che l'era in castigh. Lee, la gh'ha ditt, che la desiderava de vedella, sta povera infelice, per podè confortalla. E la monega, la dis:—«Ben, sent. Diman de sira, quand tutti hin a dormì, mi te menaroo de bass; ma guarda ben a confidaghel a nissun; se de no, mi voo in bordell[iii].»—Lee, la ghe dis:—«No, no; sta certa, che mi no ghel diroo a nissun.»—La sera adree, quand tutti hin a dormì, che gh'è quiett depertutt, van e derven st'us'c sott a sto coridor e van giò. Sta tosa, la dis:—«O che aria umeda, che ven! povera donna! come la dev avè soffert!»—Van là; e sta donna, la dis:—«Chi l'è, che ven de sti or in de sta povera infelice?»—E la monega le dis:—«Sont mi, che te meni giò ona novizia, che la desidera de vedett.»—E lee, la ghe dis:—«O brava! vedi volentera, che te l'abbiet menada chì.»—La ghe dimanda a sta giovina, se la voreva propi fa la monega; e lee, la ghe dis: se le fava, le fava per forza; perchè lee, la gh'aveva minga la vocazion de fa la monega. E sta donna, la malada, la ghe dimanda quanto temp l'è, che l'è denter; e lee, la ghe rispond, che dopo che l'è vegnuda granda, l'è stada semper denter lì. La ghe dimanda, quanti ann la gh'ha; e la tosa, la ghe dis, che la gh'ha quindes ann. E lee, allora, la ghe dis:—«Allora te see nassuda chì denter!»—e la se volta con la monega e la ghe dis:—«Dimm la veritàa, che questa l'è la mia tosa?»—Allora la monega, la dis:—«Si, mi hoo mai vorùu dì nient per no inquietàtt, ma questa l'è la toa tosa.»—Allora la tosa, la ghe trà i bracc al coll a soa mader e la ghe dis:—«Subet che mi sont la toa tosa e mi saroo quella, che te salvaràa de chì.»—E s' ciavo e van via. La monega, la dis:—«Per caritàa, digh nient a la badessa; fa minga in manera, che mì gh'abbia andà de mezz.»—E lee, la ghe dis:—«No, sta sira l'è tropp tard; ma diman, quand saran tutti a dormì e quiett, mi e ti emm de sortì del convent. Ti, te see pratica de sta cittàa chì; e andarem tutt e dò de l'arcivescov. E quand sarem là, lassem parlà de mi.»—Adess bœugna tornà del marì. Combinazion, ch'el marì l'ha mai podùu savè, in dove l'avess compagnàa soa miee so pader de lee. E lu, l'andava semper de sira de spess in de stoarcivescov in conversazion; el ghe diseva tutt i so dispiasè, ch'el gh'aveva: e lu, l'arcivescov, el ghe diseva de sperà, che chi sà che on quaj dì o l'alter l'avess avuu de podè trovà ancamò la soa mièe? Ven, che quella sira l'era là in conversazion, quand va denter on servitor. El ghe dis:—«Soa Eminenza, gh'è chì dò monegh; han de bisogn de parlagh.»—Allora l'arcivescov, el và là, el ghe dis:—«Come! dò monegh de sti or fœura del monestee?»—E lee, allora, la tosa, la ghe dis:—«Si, el bisogn, el m'ha faa sortì anca de sti or chì!»—e la ghe cunta i maltrattament, che ghe faven a la soa mamma, che han mai voruu cred, che la fuss maridada.—«E mi sont vegnuda a savè, che mi sont la soa tosa; e vegni a interced grazî per la mia mamma»—Allora lu, el dis:—«Ben, diman vegnaroo subet al convent; faròo finta de andà a vedè tutt i local.»—El ghe dis a quella monega:—«Ti, che te gh'hét i ciav de tutt, quand semm sott a quel portegh, damm ona oggiada, che mi allora voreroo vedè anca quel sit là.»—S'ciao, ie fa compagnà a casa col servitor; e lor van a casa e van in la soa cella e van a dormì. El dì adree, ghe va l'arcivescov. E la mader badessa, la corr, ma la corr a la contra! la ghe fa cera e la ghe dis:—«Che novitàa de vegnì, che nun l'aspettavem minga?»—E lu, el ghe dis, che l'era andàa per fa ona visita al convent. La mader badessa le mena attorno deppertutt; e quand l'è sott a quel portegh, la monega la ghe fa on segn. E lu, el dis:—«Ma sto uss chì, dove l'è, che el va?»—E lee, la Badessa, la ghe dis:—«Oh l'è on uss d'ona cantinna; l'è minga on uss.... non se va mai giò.»—E lu, el dis:«—Ben, posto che visiti tutt, vœuj visità anca sto sit.»—La badessa l'è restada lì e la po minga digh de no; e lee, la monega, la pessèga, la derv. Ven giò l'arcivescov: el resta lì a vedè sta povera infelice lì buttada giò in su on pajassin. El ghe dis:—«Che delitt l'ha commess sta donna de maltrattalla in sta manera?»—E lee, la ghe dis, lee, la malada, che la maltratten in quella manera lì, perchè lee l'è maridada e lor voreven, che la professass a fà la monega. Allora lu, l'arcivescov, el ghe da ordin immediatamente de levà quella donna de quel sit lì, de portalla de fœura e mettella in su on lett e de dagh quaicoss de podè tiralla su, perchè l'era tanto svenuda, gh'era vegnùu fastidi. El fava stà lì la soa tosa e quell'altra monega. L'è stada lì per on poo de dì; e pœu l'arcivescov l'ha mandada a tœu,lee e la tosa e la monega insemma tutt e tre, l'ha missa in d'ona casa fina, che l'ha podùu recuperà on poo de salut. On dì va là el cont, el torna a parlà di so dispiasè: allora l'arcivescov, el fa taccà sott, el ghe dis:—«Andem, che vœuj menav in d'on sit a fa ona visita.»—E le mena là, dove gh'era la soa mièe:—«Ecco»—el dis—«la cognossìi questa chì?»—E lu, el dis:—«Mi no.»—«Ben, questa l'è la vostra mièe e questa l'è la vostra tosa.»—E lu, l'è restàa ben content d'avè trovàa la mièe e la tosa. L'arcivescov l'ha dàa on gran castigh a la badessa e pœu l'ha mandàa a ciamà so pader de lee. Anca a lu, el gh'ha dàa ona gran strapazzada[iv]. E quella monega che gh'era insemma, che l'ha salvada, l'è restada anca lee cont lor, perchè lee, la monega la fava contra la soa volontàa. Hin restàa insemma e s'ciavo, n'occorr alter.[i]IlLiebrechtannota:—«Klostergeschichte. Nichts besonderes.»—Ma ognun vede quanto importa questa novella, come documento di ciò, che ribolliva nelle menti de' volghi.[ii]Un frammento di canzonetta popolare, raccolta a Crenna, nel quale il processo di dialettizzamento è rimasto incompiuto, dice:In stassira e l'altra sira Son passada del monistee, E hoo incontrà d'ona giovina bella, Che l'andava monighella. La s'è voltada de penseo, E el so fradello caro Gh'ha donato d'on bel libretto. —«Mi non voglio questo libretto: Ma mi voglio quel giovinetto, Che me consolarà.»— L'han ciappada per ona man, L'han menada in d'ona stanza scura, E pœu sì l'han fada morì. —«Adesso, che tu sei morta, Te farem di gran onor. Farem cantà di offizii E altretanti sonador.»—[iii]Andà in bordellandare a rovina.[iv]Strapazzada, rabbuffo.[5]Padrino.Ricorda e spiega ilparrinuCalabro e siculo, che val prete.—Bebel.Facetiarum Liber I.—«Vidimus nuper Eremitam promissa barba insignem, qui, cum multa esanctimoniae ab aliquibus praedicaretur, surrexit unus ex nostris, qui parvam existimationem tribuebat universis illis eremitis, dicens:Unde sanctitatem auguramini, an ex promissa barba? Non est sie, ô simplices sodales: si enim barba probitatem adderet, hircus esset vel omnium probissimus.[i]»—[i]Ricordo confuso un epigramma, in cui c'è lo stesso pensiero, ma si parla di filosofi e termina:quid vetat, caper esse Plato.[6]Sic.[7]Questo negozio, questo baratto svantaggioso, ricorda l'esordio del Trattenimento V della Giornata III delPentamerone:—«Nardiello è mannato tre bote da lo patre a fare mercanzia co' ciento docate la vota; e, tutte le bote, accatta mo' 'no sorece, mo' 'no scarrafone e mo' 'no grillo. E, cacciato pe' chesto da lo patre, arriva dove, sananno pe' miezo de' st'anemale la figlia de 'no Re, dapò varie socciesse le doventa marito.»—

ADELAME E ADELASIA[1]

Adelame era un cavaliere al servizio d'un Re, e l'Adelasia era la figliola unica e bellissima di questo medesimo Re. Si sa, che i cavalieri usano fare una settimana per uno a stare negli appartamenti reali e presso il Re; sicchè dunque, Adelame, in nel praticare il palazzo, vedde spesso l'Adelasia; e finì con divenirne innamorato e l'Adelasia di lui. Ma all'amore facevano di nascosto, perchè Adelame non era di sangue regio. Il Re, di questi amori, non ne sapeva niente; e ci furono di quelli di corte, che, per invidia, o che so io, glielo andarono a ridire. Lui però non ci voleva credere; ma gli messero tante prove in mano, che bisognò ci credesse. Lui, che tifa? Chiama l'Adelasia e gli dice:—«So che tu discorri[2]con Adelame.»—Dice lei:—«Cheh! non è vero, signor padre.»—Arrispose il Re:—«Eh! quel, che dico io, ne son sicuro, e non vale il negare. Dunque, con Adelame non voglio, che tu ci discorra. Se tu seguiti, lui lo esiglio dal Regno e te ti rinchiudo nella torre. Ha' capito?»—Passa qualche tempo e Adelame seguitava a discorrere con l'Adelasia di nascosto, perchè gli riesciva farla pulita. Un giorno però si trovarono in un boschetto del giardino reale e furon visti da un servitore del Re. Lesto, diviato il servitore corse dal Re a farli pippo[3], che la su' figliola era nel giardino con Adelame. Sicchè il Re andò là con diverse guardie e sorprese que' due, chenon se l'aspettavano. Dice il Re:—«Cavaliere, tempo tre giorni a uscire dal Regno; pena la testa, se disubbidite o ci tornate mai. In quanto a voi, figliuola disubbidiente, anderete incarcerata nella torre a mi' volontà.»—La ragazza fu subito menata via dalle guardie. E la chiusero dentro alla torre, dove c'era una bella camera tutta mobigliata da Regina, ma con una finestra alta da terra. E poi in camera non ci poteva entrare nessuno; e anche da mangiare, e tutto quel, che voleva, alla figliola del Re, glielo davano per la rota[4]. Il cavaliere Adelame intanto, a quel modo disgraziato, bisognò che partisse, senza neppure dire—«addio»—all'Adelasia. Esce dalla città per andare fori di Stato, e, cammina cammina, arriva a una campagna, dove oberano dimolti contadini a vangare. Dice Adelame:—«Chi vol mutare i su' abiti co' miei, si farà a baratto.»—«Io, io,»—dicevan tutti, perchè non gli pareva vero di far quello scambio. Dice Adelame:—«Adagio: il baratto lo farò con quello, che ha de' vestiti, che mi tornino addosso.»—Difatto, si mutò il su' vestito da cavalieri con un contadinotto, che aveva il su' stesso personale. E messo a quel modo alla contadina, che non pareva più lui, seguitò a camminare dimolti giorni, finchè giunse a un'altra città, fori dello Stato del su' Re. Da per tutte le città ci sono degli uomini, che fanno il mestieri, come sarebbe a dire, di mezzano o sensale a trovare impieghi a chi ne vôle. Sicchè, un di quest'omini, quando vedde Adelame a girottolare qua e là per le strade e per le piazze, e s'accorse che era forastieri, gli s'accostò e gli disse:—«Ohè! quel giovine, che vi mancherebbe un impiego? I' son bono a trovarvelo, se vi garba.»—Arrispose Adelame:—«E' non mi parrebbe vero; appunto sono disoccupato.»—Dice il mezzano:—«Oh! che sapete fare?»—«Di tutto,»—gli ripricò Adelame. Dice il mezzano:—«Bene,bene! C'è appunto una signora, che gli manca l'ortolano e giardinieri, e forse sarebbe contenta d'avervi al su' servizio. Ora vo subito a sentire. Aspettatemi qui.»—Il mezzano va, picchia e lo fanno passare dalla signora; e lei s'accorda, che piglierà Adelame al su' servizio. Dunque Adelame va anche lui da quella signora; che, appena lo vede, gli dice:—«Come vi chiamate?»—Dice Adelame:—«I' mi chiamo Antonio:»—chè 'l su' vero nome non glielo volse palesare, per non essere scoperto.—«E quanto vôi di salario a farmi da ortolano e giardinieri?»—Arrisponde:—«In quanto al salario, mi proverà per un mese, e io proverò Lei; e poi, dopo, se si resta contenti, combineremo, chè non ci sarà nulla da ridire.»—«Sì, sì: come tu vôi,»—dice la signora. Poi dà la mancia al mezzano e mena Antonio, ossia Adelame, che s'era preso quel soprannome, nell'orto e giardino; che pareva un serpaio, tant'era trascurato e tutto in disordine. Adelame ci si messe coll'arco della stiena; e tanto lavorò, che in pochi giorni il terreno e le piante era una meraviglia a vederle, e 'n capo a venti giorni raccolse dimolta roba primaticcia, come insalate, cedri, limoni e fiori della stagione. Prese ogni cosa e va dalla padrona: e gli dice:—«Se Lei me lo permette, anderò a vendere in campagna questa roba.»—Dice la signora:—«Vai, vai pure.»—Adelame piglia un corbello, ci mette dentro la su' roba e esce fori delle porte alla campagna; e, a cinque o sei miglia di distanza, trova un paese e lì ci vende tutto, e col corbello vôto ritorna a casa. Adelame si presenta alla signora:—«Padrona, ecco i quattrini, che ho preso della vendita;»—e gli dà una ventina di lire. La signora rimase, perchè non aveva mai ricavato nulla dal terreno; e dice:—«Bravo! son proprio contenta di te. Dunque, i' ho deliberatodi darti questo salario: lire trenta al mese e tutto spesato. Che te ne pare?»—Dice Antonio:—«Io, per me, son più che contento.»—Passano de' giorni e l'orto e il giardino prosperavano a vista d'occhio, va allora Antonio dalla padrona e gli dice:—«Senta, io addosso non ci posso portare dimolto, e ci avrei robba in quantità da vendere e pigliare quattrini al doppio. Se Lei me lo permette, comprerò un ciuchino da mettergli la soma, e con du' ceste di qua e di là dal basto, potrei caricarlo a mi' modo.»—Dice la signora:—«Fa' pure.»—Antonio, dunque, comprò un ciuco; e gli accomodò le ceste al basto, che riempiette d'ogni ben di dio, e ci aggiunse anco un bel mazzo di fiori. E poi sortì al solito fuori delle porte della città e camminò dimolti giorni, insinacchè venne a entrare nello Stato del Re, e diviato se n'andò alla su' città. Comincia a urlare:—«Ortolano, ohè! chi vol di be' cavoli, pera, limoni primaticci, e d'ogni cosa?»—A quel bocìo la gente correva da tutte le parti; e chi voleva una cosa e chi un'altra. Quando Antonio fu sulla piazza del palazzo reale, lì sì che bociava. E a quegli urli, eccoti anche il coco del Re. Senza tanti discorsi, prese tutto il carico. Dice Antonio:—«Oh! Lei chi è? dev'essere un gran signore.»—Dice il coco:—«Cheh! sono il coco del Re.»—Dice Antonio facendo l'ignorante:—«Re? o chi è il Re? che vôl dire un Re?»—Dice il coco:—«Senti! il Re è quello, che comanda tutto lo Stato; e sta in quel palazzo.»—Dice Antonio:—«Come! in quel palazzo con tutte quelle finestre ci sta uno solo? Oh! che non ha nissuno questo Re?»—Dice il coco:—«Già, ci sta solo lui. Gli avrebbe anco una figliola; ma la faceva all'amore di nascosto con un cavalieri, e su' padre l'ha rinchiusa in una torre, e non si pole nè vedere, nè parlargli.»—Dice Antonio:—«Poeraragazza! con che animo starà lei là dentro serrata!»—«Figuratevi!»—arrisponde il coco. Dice Antonio:—«Tenga, gli voglio dare questo bel mazzo di fiori a Lei, che ha compro tanta roba. Gua', se crede, lo mandi a quella sventurata.»—«Eh! questo si potrà anche fare,»—disse il coco.—«Dunque, addio! Addio! a rivederci,»—e ognuno andò pe' su' versi. Adelame aveva intanto saputo così, che l'Adelasia era sempre viva e chiusa nella torre. Ritorna dalla su' padrona e gli dà un monte di quattrini della robba venduta: e figuratevi se quella signora stava allegra! Dice Antonio:—«Padrona, le vendite vanno bene; ma io ho bisogno di caricare di vantaggio. Se Lei me lo permette, invece del ciuco, comprerò un cavallino e un barroccino, e vedrà poi quanti quattrini gli porto.»—Dice la signora:—«Sì sì, sono contenta. Fa' come ti pare.»—Antonio, dunque, vende il ciuco e invece compra il cavallino col barroccino. E quand'ebbe da caricarlo di robba proprio bona e avvistata, ce la messe su con un altro mazzo di fiori, ma belli e appariscenti, per regalargli al solito coco. Poi ripiglia la strada; e, dopo dimolti giorni, eccotelo daccapo nella su' città davanti al palazzo reale. Il coco del Re, quando lo vedde, subbito corse per comprare, e gli prese tutta la robba. Dice Antonio:—«Questo è un altro mazzo per Lei; ma avre' bisogno d'un consiglio e d'un aiuto.»—Dice il coco:—«In quel, che posso, vi servirò.»—Dice Antonio:—«Fori della porta ho riscontrato una povera donna inferma, che voleva venire al palazzo reale a presentare una supplica, perchè il su' marito dev'esser condannato, e lei chiede la grazia alla figliola del Re. La piangeva questa donna, che non si poteva movere. E m'ha pregato tanto, ch'i' gli facessi recapitare questa lettera sigillata alla figliola del Re! Come si può contentarla?»—Diceil coco:—«Sentite, è dimolto difficile. Il Re ha proibito di parlargli alla su' figliola: e poi, in camera non ci si pole entrare.»—Dice Antonio:—«Se si trovasse un ripiego, quella donna ha detto, che mi darà la mancia, se riesco. Io, a voi, vi do la mancia, che m'ha promesso quella donna, e ce n'aggiungo un'altra del mio, se fate recapitare questa lettera alla figliola del Re.»—Dice il coco:—«Non c'è altro, che la metta tra' piatti del desinare, che gli si danno per la rota.»—Dice Antonio:—«Fate, come vo' credete meglio! Ma i' ho bisogno della risposta. Se dunque la lettera sigillata torna colla soprascrittagraziata, allora portatemela, e io vi darò la mancia. Domani, all'istess'ora, sarò giù di qui per piazza.»—D'accordo, il coco prese la lettera e la messe tra' piatti del desinare, destinato alla figliola del Re, siccome aveva promesso. E nella lettera c'era scritto:—«Adelame vol sempre bene all'Adelasia; e, se l'Adelasia è sempre dello stesso sentimento, Adelame intende condurla via con seco, se si cala dalla torre. Quando questo gli garbi all'Adelasia, scrivagraziatasulla lettera e la rimandi, e domani a mezzanotte, Adelame sarà sotto la torre a ricevere la su' Adelasia.»—Figuratevi quel, che pensasse l'Adelasia quando lesse questa lettera! Dunque, delibera di scappare; e scrivegraziatasulla lettera e poi la rimette tra' piatti; e intanto fa i su' preparativi per calarsi giù dalla finestra della torre: taglia le lenzole a strisce, le annoda e così fa una bella fune lunga, che arrivava infino a pie' della prigione. Il coco poi, avuta in mano la lettera, il giorno dopo la riporta in piazza a Antonio, o Adelame, che si voglia dire. Dice:—«Eccovi, galantomo, la vostra lettera.»—Dice Antonio:—«Oh! che c'è scritto sopra? Leggetemelo, i' non so leggere.»—Dice il coco:—«Gua', e' c'èscrittograziata.»—«Davvero!»—sclama Antonio:—«Datemela, e che dio ve ne rimeriti. Intanto, pigliate di mancia questo zecchino da me, per il vostro incomodo. Poi avrete anche la mancia, che m'ha promesso quella donna. Addio, addio.»—Diviato va Antonio in un chiassettolo e apre la lettera. E vede, che Adelasia acconsentiva a tutto; e lui non poteva stare alle mosse, che venisse la mezzanotte. Quando sonava la mezzanotte, Antonio, e da ora in là gli si darà il su' proprio vero nome, Adelame, era sotto la torre a aspettare; ed ecco dalla finestra, prima cala giù una cassina, che c'era dentro le gioie e i quattrini con diversi panni dell'Adelasia; poi scende anche l'Adelasia. Adelame la riceve tra le su' proprie braccia; e poi lesti vanno alla stalla e sul carrettino da ortolano scappan via fori della città; e cammina cammina, arrivano a giorno alla spiaggia del mare. Adelame lascia lì il cavallo col barroccino; e, vista una barca, ci monta su con l'Adelasia e la cassina, e co' remi e colla vela s'allontanano. Dopo un pezzo, che erano in mare, comincia una fiera burrasca, sicchè ebbero dicatti d'essere spinti in un luogo deserto, che non ci si vedeva anima viva. Sbarcano; e Adelame, presa addosso la cassina, cominciano a camminare verso un bosco folto, che ricopriva una montagna. Sali, sali, sali, era già buio fitto, e non sapevano dove mettevano i piedi e dove andavano. A un tratto, gli pare di scorgere un lume da lontano. S'avvian dunque verso quel lume e trovano una capanna di frasche, che dentro c'era un eremita vecchio in ginocchioni a fare orazione con una barba lunga lunga, che gli scendeva sul petto. Dice Adelame:—«Abbiate, padrino[4], la finezza di ricoverarci questa notte, che siamo due smarriti e non si sa dove battere il capo.»—Alza il capo l'eremita e gli guarda; e poi esclama:—«Sciagurati! che avete vo'fatto?»—Adelame e Adelasia rimasero sbigottiti e come di sasso, a sentire quelle parole. E l'eremita seguita a dire:—«Sciagurati! siete in peccato. Vo' avete trasgredito alla legge umana e alla legge divina. Alla legge umana, perchè disubbidiste al padre e al Re, e sappiate che il Re vi fa cercare dappertutto per dàrvi la pena di morte. Alla legge divina, perchè siete insieme senz'essere marito e moglie.»—Que' due allora, tutti impauriti, gli si buttarono a' piedi; e lì a pregarlo, che gli aiutasse in qualche modo, che ormai il male era fatto e non c'era rimedio. Dice l'eremita:—«Ma veramente volete essere sposi?»—Risposero assieme:—«Sì, sì: sposi e per sempre.»—«Ebbene!»—dice l'eremita:—«Vi sposerò io; e, per questa notte, vi darò ricovero. Ma domani bisogna, che ve n'andiate, perchè qui non ci potete stare con me.»—Allora l'eremita gli sposò e gli benedisse; e poi, in un canto della capanna, e' gli messe a dormire su delle foglie. Quando poi fu giorno, Adelame e l'Adelasia dovettero andar via, dopo ricevuta nova benedizione dall'eremita. Bisogna sapere, che infrattanto, al palazzo erano andati a portare da colazione alla rota della camera dell'Adelasia: ma la colazione c'era sempre all'ora di desinare. Vanno dal Re i servitori e gli raccontano quel, che è successo. Il Re ordina, che s'apra la camera, per vedere se la su' figliola sia malata; e entrati dentro s'accorgono, che lei è scappata via e che non c'è più nessuno. Il Re montò sulle furie, che pareva un cane arrabbiato, perchè capì, che l'Adelasia gliel'aveva portata via Adelame. Sicchè dunque mandò soldati a cercarne dappertutto lo Stato, e messe un bando, che gli fossero menati que' due morti o vivi, perchè a ogni modo e' gli voleva ammazzati. E quando dall'eremita Adelame e l'Adelasia seppero di questo bando, badarono a scansare i confini dello Stato del Re. Sicchèseguitarono a camminare dimolti giorni, campando alla meglio, col vendere le robe dell'Adelasia e dormivano per le capanne; finchè si ritrovarono in un luogo selvatico e deserto in vetta a un monte, che pianeggiava. E lì risolvettero di fermarsi. Adelame ci fece una capanna; e, scoperto che a qualche miglio giù nella valle c'era un paesuccio, si messe a tagliar legna, a far carbone, e l'andava a vendere per comprarsi il necessario. Eran lì da qualche mese, quando l'Adelasia s'accorse d'esser gravida. A su' tempo partorì un bel maschio; e se lo battezzarono colle proprie mani e gli messero nome Germano. Germano cresceva a vista d'occhio, vispo e giudizioso; e, quando fu in negli otto anni, il babbo suo se lo conduceva con seco al bosco, e poi col carico delle legna o colle sacca del carbone a vendere al paese; e, quando poi ebbi diciott'anni, lo mandava anche solo. Dice un giorno Germano:—«Babbo, perchè non comprate un ciuco per portare le some? Si durerebbe meno fatica, e si potrebb' anco fare un carico più grande.»—Dice Adelame:—«Compriamolo pure.»—E difatto, comprarono un ciucarello di poca spesa; e con quello andavono a vendere al paese. Un giorno, Germano parte solo col ciuco carico e scende al paese; e, in un tratto, s'incontra con un omo, che aveva in mano un uccellino raro dentro una gabbia. A Germano gli venne voglia d'averlo quell'uccellino e dice:—«Galantomo, che me lo venderesti codest'uccellino?»—«Magari!»—quello gli arrispose.—«Oh! che volete?»—«Oh! si fa lesti. Voglio il ciuco col carico!»—«D'accordo,»—dice Germano, e gli dà il ciuco col carico e lui piglia l'uccellino colla gabbia e tutto; e poi ritorna diviato a casa. Quando la mamma lo vedde, dice:—«Oh! del ciuco, che n'è stato?»—Dice Germano:—«Badate! l'ho barattato colla soma e tutto con un omo,che m'ha dato questo bell'uccellino in gabbia[5].»—«Oh! sciaurato!»—sclamò l'Adelasia:—«Quando torna Adelame dal bosco e sa il tu' operato, t'ammazza di sicuro.»—Germano, a quelle parole della su' mamma, s'impaurì. Sicchè, lasciata lì la gabbia coll'uccellino, escì dalla capanna e via alla ventura dove lo portavano i piedi. Ma l'Adelasia credeva, che fosse andato a cercare il babbo. Eccoti in sulle ventiquattro viene Adelame; dice l'Adelasia:—«Germano, addove l'ha' lasciato?»—« I' non l'ho visto da stamane in quà,»—gli arrispose Adelame.—«Oh! pover'a me,»—sclamò l'Adelasia:—«Addove sarà ito mai? I' l'ho gridato un po', perchè ha dato in baratto di quest'uccellino in gabbia il ciuco col carico e tutto; e gli ho detto, che, se tu tornavi, l'avresti ammazzato. E lui è sortito e credevo fosse venuto a cercarti. Oh! me sciaurata, dove sarà ito il mi' figliolo?»—Dice Adelame:—«Vedi, tu ha' fatto male a dirgli quelle parole e a rimproverarlo. Lui ha operato secondo il su' sangue; ha operato da Re, sebben non sappia, che è di stirpe reale.»—Insomma, aspetta aspetta, Germano non lo veddero più, abbenchè s'arrabattassero a cercarne e dimandarne pe' contorni. Ma lasciamo que' du' poveri disperati e ritorniamo a Germano. Lui camminò dimolti mesi chiedendo la limosina, e alla fine giunse alla città del Re su' nonno. E siccome[6]era vestito tutto di pelle di bestia salvatica e pareva una cosa strana, tutti gli si facevano d'intorno, per sapere chi fosse, da che paesi veniva, se era solo o aveva il babbo e la mamma. E lui rispondeva sì e no, secondo i casi, ma non potette dir mai, da che paese gli era partito. Con tutto questo fracasso di gente, arrivò sulla piazza del palazzo reale, che appunto il Re stava alla finestra; e, quando vedde quella rannata, mandò subito un servitore a sentire, che cos'era. Dice il servitore:—«Maestà, è un giovinettoforestiero, vestito di pelle. E gli fanno mille domande; e lui risponde pronto, che non si sgomenta.»—Dice il Re:—«Fatelo salir su, che lo voglio vedere e gli voglio parlare.»—Il servitore ubbidiente va e chiama Germano e lo fa salire alla presenza del Re. Dice il Re:—«Chi siei? di dove vieni? il babbo e la mamma gli hai? che mestieri fanno?»—Dice Germano:—«Son figliolo di du' boscaioli, ma il nome di loro non lo so; non l'ho mai sentito ricordare. Io mi chiamo Germano e son figliolo solo. Son partito da casa; e, cammina cammina, mi son perso. E non so neanche in che paese i' ero!»—Dice il Re:—«Vo' tu stare al mi' servizio?»—Dice Germano:—«Sì, volentieri, perchè fin'ora ho campato colla limosina.»—A farla corta, Germano fu messo per mozzo di stalla; e, dopo qualche mese; passò aiuto del coco, e poi fu fatto credenziere di corte e il Re gli dava un bon salario. Ma lui s'era annoiato; e un giorno dice al Re:—«Senta, Maestà, i' me ne voglio andare, perchè a servire così mi sono annoiato.»—Dice il Re:—«Oh! come mai? Eppure ti dò un bon salario e non ti manca nulla.»—«Tant'è, che vôle, i' non posso durarla così.»—Dice il Re:—«Ma che faresti volentieri qualche altr'arte?»—Gli arrisponde Germano:—«Per dir vero, mi piacerebbe la vita del militare.»—Dice il Re:—«Ci ho da contentarti a tu' piacimento. Entra nell'esercito e addio.»—Germano dunque entrò comune nell'esercito, e in pochi anni divenne Maggiore. Quando fu Maggiore, un giorno il Re lo fa chiamare e gli dice:—«Dimmi un po', Germano! ma che a' tu' genitori non ci pensi mai? Non t'è mai venuto in testa di ricercarne?»—«Altro, Maestà. Gli è il mi' pensiero di tutti i giorni,»—arrispose Germano:—«Ma non so, che strada prendere per ritrovarli questi genitori.»—Dice il Re:—«Pigliaquel, che ti bisogna, e vai a vedere se gli trovi. E, se gli trovi, portameli quì. Ti do un permesso per quanto tempo tu vôi.»—Germano dunque, avuto il permesso dal Re, trascelse a su' fido compagno un vecchio Capitano. E tutti e due, montati a cavallo, sortirono una mattina dalla città. Dice il Capitano:—«Ma sie' sicuro, Germano, che questa è la porta, da cui la prima volta entrasti in questa città?»—«Sì sì, ne sono sicuro. La riconosco. Non mi sbaglio;»—gli arrispose Germano. Camminarono dunque dimolto tempo; e finalmente giunsero a un luogo deserto e salvatico, a piè d'una montagna, e non c'erano sentieri per salire su. Dice il Capitano:—«A me mi pare, che tu sbagli la via. Oh! non vedi, che non c'è modo di salire? e poi siamo per un deserto salvatico.»—Dice Germano:—«Abbenchè da tanto tempo, eppure mi pare proprio, che questi posti son quelli, che attraversai, quando venni via di casa.»—Dice il Capitano:—«Gua', e' sarà! Ma io dico, che tu ha' scambiato.»—Ma Germano cominciò a salire su pel monte e il Capitano gli andava dietro alla meglio; e, sali, sali, arrivarono in vetta. Dice Germano:—«Ecco, son proprio ne' mi' posti. E la capanna de' mie' genitori eccola laggiù in fondo a questa spianata.»—L'Adelasia, in quel mentre, era lì a raccattar delle foglie. Quando vedde que' du' soldati, si sconturbò tutta, perchè credette fossero venuti per arrestarla e gli parve di vedere tutta l'effigie del su' babbo; motivo per cui impaurita, corse dentro alla capanna, ne serrò l'uscio e cascò in terra stramortita. Germano, che aveva riconosciuto la mamma, gli corse dietro anche lui a cavallo, e di fori urlava:—«Mamma, mamma, son'io; sono il vostro figliolo. Che non mi riconoscete? Aprite, non abbiate paura.»—Ma quella non rispondeva, perchè era svenuta. Allora Germano, con un calcio, buttògiù l'uscio; e prese l'Adelasia tra le braccia; e badava a chiamarla e a dirgli, che la stasse di bon'animo e che era il su' figliolo. L'Adelasia aprì gli occhi e guardò ben bene Germano. Dice:—«Sì, ti riconosco. Ma tu m'ha' tradito.»—Dice Germano:—«Perdonatemi. Ora son qui da voi, per condurvi dal Re assieme col babbo.»—E l'Adelasia piangendo:—«Lo vedi? se lo dico, che tu m'ha' tradito!»—In questo mentre, eccoti anche Adelame, che tornava dal bosco; e, nel vedere lì que' soldati, anche lui credette, che fossero venuti per arrestarlo. E si buttò in ginocchioni a dimandar pietà per lui e per la moglie. Bisogna ora sapere, che quel Capitano vecchio, era stato padrino dell'Adelasia. Sicchè dunque, a sentire tutte quelle cose, finì con riconoscerla; e rimase, quando s'accorse, che Germano era figliolo di Adelame e dell'Adelasia, e però nipote del Re. Entrò di mezzo anche lui e disse chi era. E tanto s'adoperò, che Adelame e l'Adelasia s'addomestichirono, e la paura gli cominciò a andar via d'addosso, e si lasciarono persuadere a tornare tutti alla città del Re. Quando ci furono arrivati, il Capitano fece entrare Adelame e l'Adelasia nel palazzo reale per una scala segreta e gli messe in una camera in disparte; e poi con Germano andò dal Re. Dice il Re:—«Ben tornati. Che gli avete scoperti i genitori di Germano? Non me gli avete menati, come vi ordinai?»—Dice Germano:—«Trovati i' gli ho. Ma che vôle, Maestà, son gente avvezza al bosco e mezzo salvatichi, non sono voluti venire con me.»—«Male, male! avete fatto dimolto male a non gli condurre con voi,»—disse il Re mezzo scorruccito. Dice il Capitano:—«Senta, Maestà, il vero è, che que' due sono venuti con noi. Ma io non glieli presento davvero, se prima non mi concede la grazia della vita a tre persone.»—Dice il Re:—«Oh! che domanda è questa?»—Dice il Capitano:—«ALei non gli costa nulla questa grazia e me la pole fare.»—Dice il Re:—«Ebbene, in vista, che siete il più vecchio de' miei uffiziali, la grazia è concessa.»—«Scusi veh! Maestà,»—dice il Capitano:—«Ma Lei mi deve giurare sulla corona, che mi manterrà la parola ad ogni patto.»—Al Re parve un po' ostica questa pretensione del Capitano; ma, per non contraddirlo, giurò come voleva lui. Allora il Capitano fece entrare Adelame e l'Adelasia, che si buttarono a' piedi del Re, chiedendo perdono. Quando il Re gli riconobbe, tutto incattivito, sclamò:—«Bricconi! ci siete capitati nelle mi' mani. Ora poi vo' fare le mi' vendette.»—E tira la spada dal fodero per ammazzare l'Adelasia per la prima. Germano, che vedde quel lavoro, non si ritenne; e anche lui cava la spada e l'appunta al petto del Re:—«Se Sua Maestà non si ferma, e vôle ammazzare la mamma, io invece ammazzerò Lei.»—In quel mentre il Capitano aveva preso il braccio del Re e gli dice:—«Sua Maestà si rammenti del giuramento. E poi ripensi, che questo è suo sangue; e che Germano è il suo unico nipote ed erede.»—Al Re a poco per volta gli passarono le furie; e sentito che Germano era figliolo legittimo di Adelame e dell'Adelasia, e quanti stenti e patimenti avevan sofferto tutti per tanti anni, finì con perdonarli e rimetterli nella su' grazia. Sicchè se ne stettero col Re; e, morto lui, Germano diventò padrone dello stato.[7]

E così termina la novella:Ditene, se vi pare, una più bella.

NOTE

[1]Narrata da Ferdinando Giovannini, sarto del Montale—Pistoiese, al cav. prof. Gherardo Nerucci.[2]«Discorrere, nel vernacolo,fare all'amore.» G. N.[3]«Far pippo, valefar la spia.» G. N.[4]I padri tiranni a questo modo e peggio, sono frequentissimi ne' racconti e popolari e letterarî e nella vita pur troppo. Ne troviamo uno nell'esempio milanese seguente:LA MONEGA[i]Ona volta gh'era on Prenzip. L'era vedov; el gh'aveva minga de miee, l'era morta. E el gh'aveva ona tosa; e in casa soa, la sera, gh'era semper conversazion. De quij, che andava là alla conversazion, gh'era on cont; e el ghe fava l'amor alla tosa de sto Prenzip. Quand el pader è vegnuu a savell, el gh'ha proibii alla soa tosa de parlagh; ma lee, de scondon, la ghe parlava semper. Ven, che lu, sto cont, l'ha ditt:—«Mi vòo a cercalla al pader.»—E el pader, el gh'ha ditt, ch'el voreva minga maridalla, che l'era tropp giovina, e de lassalla sta. Ma lee, la ghe voreva tant ben e lu l'istess, che han combinàa de sposass secretament. E lì han cercàa on pret e di testimoni; e ona sera, de nascost del pader, hin andàa e s'hin sposàa. Ven, che lee, è vegnuu on moment, che bisognava, che al pader ghe le disess, che lee, l'era maridada. Quand ghe le dis al pader, lu, el va in tutt i furi; e el ghe dis, che l'è minga vera e ch'el ghe cred minga. E la ghe dis, che gh'è el pret e i testimoni. E lu, a la sera, l'ha fàa su tutta la robba de la tosa; de scondon l'ha fàa taccà sott; l'ha missa in carrozza; e l'ha menada distant, che lee l'ha minga podùu capì in che sit, ch'hin reussìi. Fatt l'è, che l'era de nott: el pader, el va a on convent, el ghe dis:—«Quest l'è el sit, in dove te devet stà ti.»—El parla cont la badessa, e el ghe dis la manera, che doveven regolass; e pœu el va via, el lassa lì la soa tosa. Lee, la se trœuva in de sto monastee. E i monegh ghe disen, che la doveva fà l'ann de novizziàa e dopo fass monega.Lee, la dis che la podeva minga.[ii]Difatti, de lì on trì mes, la gh'ha avuu ona tosetta. Lor, sta tosetta, i monegh, per part de la mièe del giardinèe l'han dada via a bailì. E pœu, lee, in seguet, voreven a tutt i cunt, che la se fass monega. E lee, la ghe diseva, che la podeva minga: che, se lee la se fava monega, la fava on sacrilegg, perchè l'era maridada. So pader, el mandava là a vedè sta soa tosa come la se comportava. Lor ghe diseven, che la voreva minga fass monega; e lu, el ghe diseva a i monegh, de dagh di gran castigh. Ven, che i monegh l'han ciappada, l'han menada giò in d'on sotterani. E là, no la gh'aveva nient, on lettin propi come in terra, a dormì a l'umed: per vedè, se lee l'avess avùu de podè fa la monega. Ma lee, l'è semper stada ferma. La ghe diseva:—«Putost la mort, che fà on sacrilegg.»—Quella, che andava de bass a portagh el mangià, l'era ona moneghella, che anca lee l'han missa denter, contra la soa volontàa. E quand l'andava de bass a portagh el mangià, le confortava; e la ghe diseva semper de sperà in dio, che l'avaria juttada. Ven, che quella tosetta, che aveven fa bailì, era già passàa on ses o sett ann, e l'han tirada lì in del convent; e i monegh l'educaven lor, ma semper con l'idea, che la dovess fa la monega. Ma sta tosa la gh'aveva poca vocazion. È passàa on poo de temp e la gh'aveva già on quindes ann. Lee, l'andava cont i monegh al mattutin tutt i ser; e passaven via d'on corridor e la sentiva di volt ona vôs, on lament, che a sta tosa el ghe favapenna. La ghe le dis, a quella tal moneghella, che l'era lee, che gh'aveva i ciav e che andava giò. La moneghella, lee le dis, che l'era ona povera infelice, che l'era in castigh. Lee, la gh'ha ditt, che la desiderava de vedella, sta povera infelice, per podè confortalla. E la monega, la dis:—«Ben, sent. Diman de sira, quand tutti hin a dormì, mi te menaroo de bass; ma guarda ben a confidaghel a nissun; se de no, mi voo in bordell[iii].»—Lee, la ghe dis:—«No, no; sta certa, che mi no ghel diroo a nissun.»—La sera adree, quand tutti hin a dormì, che gh'è quiett depertutt, van e derven st'us'c sott a sto coridor e van giò. Sta tosa, la dis:—«O che aria umeda, che ven! povera donna! come la dev avè soffert!»—Van là; e sta donna, la dis:—«Chi l'è, che ven de sti or in de sta povera infelice?»—E la monega le dis:—«Sont mi, che te meni giò ona novizia, che la desidera de vedett.»—E lee, la ghe dis:—«O brava! vedi volentera, che te l'abbiet menada chì.»—La ghe dimanda a sta giovina, se la voreva propi fa la monega; e lee, la ghe dis: se le fava, le fava per forza; perchè lee, la gh'aveva minga la vocazion de fa la monega. E sta donna, la malada, la ghe dimanda quanto temp l'è, che l'è denter; e lee, la ghe rispond, che dopo che l'è vegnuda granda, l'è stada semper denter lì. La ghe dimanda, quanti ann la gh'ha; e la tosa, la ghe dis, che la gh'ha quindes ann. E lee, allora, la ghe dis:—«Allora te see nassuda chì denter!»—e la se volta con la monega e la ghe dis:—«Dimm la veritàa, che questa l'è la mia tosa?»—Allora la monega, la dis:—«Si, mi hoo mai vorùu dì nient per no inquietàtt, ma questa l'è la toa tosa.»—Allora la tosa, la ghe trà i bracc al coll a soa mader e la ghe dis:—«Subet che mi sont la toa tosa e mi saroo quella, che te salvaràa de chì.»—E s' ciavo e van via. La monega, la dis:—«Per caritàa, digh nient a la badessa; fa minga in manera, che mì gh'abbia andà de mezz.»—E lee, la ghe dis:—«No, sta sira l'è tropp tard; ma diman, quand saran tutti a dormì e quiett, mi e ti emm de sortì del convent. Ti, te see pratica de sta cittàa chì; e andarem tutt e dò de l'arcivescov. E quand sarem là, lassem parlà de mi.»—Adess bœugna tornà del marì. Combinazion, ch'el marì l'ha mai podùu savè, in dove l'avess compagnàa soa miee so pader de lee. E lu, l'andava semper de sira de spess in de stoarcivescov in conversazion; el ghe diseva tutt i so dispiasè, ch'el gh'aveva: e lu, l'arcivescov, el ghe diseva de sperà, che chi sà che on quaj dì o l'alter l'avess avuu de podè trovà ancamò la soa mièe? Ven, che quella sira l'era là in conversazion, quand va denter on servitor. El ghe dis:—«Soa Eminenza, gh'è chì dò monegh; han de bisogn de parlagh.»—Allora l'arcivescov, el và là, el ghe dis:—«Come! dò monegh de sti or fœura del monestee?»—E lee, allora, la tosa, la ghe dis:—«Si, el bisogn, el m'ha faa sortì anca de sti or chì!»—e la ghe cunta i maltrattament, che ghe faven a la soa mamma, che han mai voruu cred, che la fuss maridada.—«E mi sont vegnuda a savè, che mi sont la soa tosa; e vegni a interced grazî per la mia mamma»—Allora lu, el dis:—«Ben, diman vegnaroo subet al convent; faròo finta de andà a vedè tutt i local.»—El ghe dis a quella monega:—«Ti, che te gh'hét i ciav de tutt, quand semm sott a quel portegh, damm ona oggiada, che mi allora voreroo vedè anca quel sit là.»—S'ciao, ie fa compagnà a casa col servitor; e lor van a casa e van in la soa cella e van a dormì. El dì adree, ghe va l'arcivescov. E la mader badessa, la corr, ma la corr a la contra! la ghe fa cera e la ghe dis:—«Che novitàa de vegnì, che nun l'aspettavem minga?»—E lu, el ghe dis, che l'era andàa per fa ona visita al convent. La mader badessa le mena attorno deppertutt; e quand l'è sott a quel portegh, la monega la ghe fa on segn. E lu, el dis:—«Ma sto uss chì, dove l'è, che el va?»—E lee, la Badessa, la ghe dis:—«Oh l'è on uss d'ona cantinna; l'è minga on uss.... non se va mai giò.»—E lu, el dis:«—Ben, posto che visiti tutt, vœuj visità anca sto sit.»—La badessa l'è restada lì e la po minga digh de no; e lee, la monega, la pessèga, la derv. Ven giò l'arcivescov: el resta lì a vedè sta povera infelice lì buttada giò in su on pajassin. El ghe dis:—«Che delitt l'ha commess sta donna de maltrattalla in sta manera?»—E lee, la ghe dis, lee, la malada, che la maltratten in quella manera lì, perchè lee l'è maridada e lor voreven, che la professass a fà la monega. Allora lu, l'arcivescov, el ghe da ordin immediatamente de levà quella donna de quel sit lì, de portalla de fœura e mettella in su on lett e de dagh quaicoss de podè tiralla su, perchè l'era tanto svenuda, gh'era vegnùu fastidi. El fava stà lì la soa tosa e quell'altra monega. L'è stada lì per on poo de dì; e pœu l'arcivescov l'ha mandada a tœu,lee e la tosa e la monega insemma tutt e tre, l'ha missa in d'ona casa fina, che l'ha podùu recuperà on poo de salut. On dì va là el cont, el torna a parlà di so dispiasè: allora l'arcivescov, el fa taccà sott, el ghe dis:—«Andem, che vœuj menav in d'on sit a fa ona visita.»—E le mena là, dove gh'era la soa mièe:—«Ecco»—el dis—«la cognossìi questa chì?»—E lu, el dis:—«Mi no.»—«Ben, questa l'è la vostra mièe e questa l'è la vostra tosa.»—E lu, l'è restàa ben content d'avè trovàa la mièe e la tosa. L'arcivescov l'ha dàa on gran castigh a la badessa e pœu l'ha mandàa a ciamà so pader de lee. Anca a lu, el gh'ha dàa ona gran strapazzada[iv]. E quella monega che gh'era insemma, che l'ha salvada, l'è restada anca lee cont lor, perchè lee, la monega la fava contra la soa volontàa. Hin restàa insemma e s'ciavo, n'occorr alter.

[1]Narrata da Ferdinando Giovannini, sarto del Montale—Pistoiese, al cav. prof. Gherardo Nerucci.

[2]«Discorrere, nel vernacolo,fare all'amore.» G. N.

[3]«Far pippo, valefar la spia.» G. N.

[4]I padri tiranni a questo modo e peggio, sono frequentissimi ne' racconti e popolari e letterarî e nella vita pur troppo. Ne troviamo uno nell'esempio milanese seguente:

LA MONEGA[i]

Ona volta gh'era on Prenzip. L'era vedov; el gh'aveva minga de miee, l'era morta. E el gh'aveva ona tosa; e in casa soa, la sera, gh'era semper conversazion. De quij, che andava là alla conversazion, gh'era on cont; e el ghe fava l'amor alla tosa de sto Prenzip. Quand el pader è vegnuu a savell, el gh'ha proibii alla soa tosa de parlagh; ma lee, de scondon, la ghe parlava semper. Ven, che lu, sto cont, l'ha ditt:—«Mi vòo a cercalla al pader.»—E el pader, el gh'ha ditt, ch'el voreva minga maridalla, che l'era tropp giovina, e de lassalla sta. Ma lee, la ghe voreva tant ben e lu l'istess, che han combinàa de sposass secretament. E lì han cercàa on pret e di testimoni; e ona sera, de nascost del pader, hin andàa e s'hin sposàa. Ven, che lee, è vegnuu on moment, che bisognava, che al pader ghe le disess, che lee, l'era maridada. Quand ghe le dis al pader, lu, el va in tutt i furi; e el ghe dis, che l'è minga vera e ch'el ghe cred minga. E la ghe dis, che gh'è el pret e i testimoni. E lu, a la sera, l'ha fàa su tutta la robba de la tosa; de scondon l'ha fàa taccà sott; l'ha missa in carrozza; e l'ha menada distant, che lee l'ha minga podùu capì in che sit, ch'hin reussìi. Fatt l'è, che l'era de nott: el pader, el va a on convent, el ghe dis:—«Quest l'è el sit, in dove te devet stà ti.»—El parla cont la badessa, e el ghe dis la manera, che doveven regolass; e pœu el va via, el lassa lì la soa tosa. Lee, la se trœuva in de sto monastee. E i monegh ghe disen, che la doveva fà l'ann de novizziàa e dopo fass monega.Lee, la dis che la podeva minga.[ii]Difatti, de lì on trì mes, la gh'ha avuu ona tosetta. Lor, sta tosetta, i monegh, per part de la mièe del giardinèe l'han dada via a bailì. E pœu, lee, in seguet, voreven a tutt i cunt, che la se fass monega. E lee, la ghe diseva, che la podeva minga: che, se lee la se fava monega, la fava on sacrilegg, perchè l'era maridada. So pader, el mandava là a vedè sta soa tosa come la se comportava. Lor ghe diseven, che la voreva minga fass monega; e lu, el ghe diseva a i monegh, de dagh di gran castigh. Ven, che i monegh l'han ciappada, l'han menada giò in d'on sotterani. E là, no la gh'aveva nient, on lettin propi come in terra, a dormì a l'umed: per vedè, se lee l'avess avùu de podè fa la monega. Ma lee, l'è semper stada ferma. La ghe diseva:—«Putost la mort, che fà on sacrilegg.»—Quella, che andava de bass a portagh el mangià, l'era ona moneghella, che anca lee l'han missa denter, contra la soa volontàa. E quand l'andava de bass a portagh el mangià, le confortava; e la ghe diseva semper de sperà in dio, che l'avaria juttada. Ven, che quella tosetta, che aveven fa bailì, era già passàa on ses o sett ann, e l'han tirada lì in del convent; e i monegh l'educaven lor, ma semper con l'idea, che la dovess fa la monega. Ma sta tosa la gh'aveva poca vocazion. È passàa on poo de temp e la gh'aveva già on quindes ann. Lee, l'andava cont i monegh al mattutin tutt i ser; e passaven via d'on corridor e la sentiva di volt ona vôs, on lament, che a sta tosa el ghe favapenna. La ghe le dis, a quella tal moneghella, che l'era lee, che gh'aveva i ciav e che andava giò. La moneghella, lee le dis, che l'era ona povera infelice, che l'era in castigh. Lee, la gh'ha ditt, che la desiderava de vedella, sta povera infelice, per podè confortalla. E la monega, la dis:—«Ben, sent. Diman de sira, quand tutti hin a dormì, mi te menaroo de bass; ma guarda ben a confidaghel a nissun; se de no, mi voo in bordell[iii].»—Lee, la ghe dis:—«No, no; sta certa, che mi no ghel diroo a nissun.»—La sera adree, quand tutti hin a dormì, che gh'è quiett depertutt, van e derven st'us'c sott a sto coridor e van giò. Sta tosa, la dis:—«O che aria umeda, che ven! povera donna! come la dev avè soffert!»—Van là; e sta donna, la dis:—«Chi l'è, che ven de sti or in de sta povera infelice?»—E la monega le dis:—«Sont mi, che te meni giò ona novizia, che la desidera de vedett.»—E lee, la ghe dis:—«O brava! vedi volentera, che te l'abbiet menada chì.»—La ghe dimanda a sta giovina, se la voreva propi fa la monega; e lee, la ghe dis: se le fava, le fava per forza; perchè lee, la gh'aveva minga la vocazion de fa la monega. E sta donna, la malada, la ghe dimanda quanto temp l'è, che l'è denter; e lee, la ghe rispond, che dopo che l'è vegnuda granda, l'è stada semper denter lì. La ghe dimanda, quanti ann la gh'ha; e la tosa, la ghe dis, che la gh'ha quindes ann. E lee, allora, la ghe dis:—«Allora te see nassuda chì denter!»—e la se volta con la monega e la ghe dis:—«Dimm la veritàa, che questa l'è la mia tosa?»—Allora la monega, la dis:—«Si, mi hoo mai vorùu dì nient per no inquietàtt, ma questa l'è la toa tosa.»—Allora la tosa, la ghe trà i bracc al coll a soa mader e la ghe dis:—«Subet che mi sont la toa tosa e mi saroo quella, che te salvaràa de chì.»—E s' ciavo e van via. La monega, la dis:—«Per caritàa, digh nient a la badessa; fa minga in manera, che mì gh'abbia andà de mezz.»—E lee, la ghe dis:—«No, sta sira l'è tropp tard; ma diman, quand saran tutti a dormì e quiett, mi e ti emm de sortì del convent. Ti, te see pratica de sta cittàa chì; e andarem tutt e dò de l'arcivescov. E quand sarem là, lassem parlà de mi.»—Adess bœugna tornà del marì. Combinazion, ch'el marì l'ha mai podùu savè, in dove l'avess compagnàa soa miee so pader de lee. E lu, l'andava semper de sira de spess in de stoarcivescov in conversazion; el ghe diseva tutt i so dispiasè, ch'el gh'aveva: e lu, l'arcivescov, el ghe diseva de sperà, che chi sà che on quaj dì o l'alter l'avess avuu de podè trovà ancamò la soa mièe? Ven, che quella sira l'era là in conversazion, quand va denter on servitor. El ghe dis:—«Soa Eminenza, gh'è chì dò monegh; han de bisogn de parlagh.»—Allora l'arcivescov, el và là, el ghe dis:—«Come! dò monegh de sti or fœura del monestee?»—E lee, allora, la tosa, la ghe dis:—«Si, el bisogn, el m'ha faa sortì anca de sti or chì!»—e la ghe cunta i maltrattament, che ghe faven a la soa mamma, che han mai voruu cred, che la fuss maridada.—«E mi sont vegnuda a savè, che mi sont la soa tosa; e vegni a interced grazî per la mia mamma»—Allora lu, el dis:—«Ben, diman vegnaroo subet al convent; faròo finta de andà a vedè tutt i local.»—El ghe dis a quella monega:—«Ti, che te gh'hét i ciav de tutt, quand semm sott a quel portegh, damm ona oggiada, che mi allora voreroo vedè anca quel sit là.»—S'ciao, ie fa compagnà a casa col servitor; e lor van a casa e van in la soa cella e van a dormì. El dì adree, ghe va l'arcivescov. E la mader badessa, la corr, ma la corr a la contra! la ghe fa cera e la ghe dis:—«Che novitàa de vegnì, che nun l'aspettavem minga?»—E lu, el ghe dis, che l'era andàa per fa ona visita al convent. La mader badessa le mena attorno deppertutt; e quand l'è sott a quel portegh, la monega la ghe fa on segn. E lu, el dis:—«Ma sto uss chì, dove l'è, che el va?»—E lee, la Badessa, la ghe dis:—«Oh l'è on uss d'ona cantinna; l'è minga on uss.... non se va mai giò.»—E lu, el dis:«—Ben, posto che visiti tutt, vœuj visità anca sto sit.»—La badessa l'è restada lì e la po minga digh de no; e lee, la monega, la pessèga, la derv. Ven giò l'arcivescov: el resta lì a vedè sta povera infelice lì buttada giò in su on pajassin. El ghe dis:—«Che delitt l'ha commess sta donna de maltrattalla in sta manera?»—E lee, la ghe dis, lee, la malada, che la maltratten in quella manera lì, perchè lee l'è maridada e lor voreven, che la professass a fà la monega. Allora lu, l'arcivescov, el ghe da ordin immediatamente de levà quella donna de quel sit lì, de portalla de fœura e mettella in su on lett e de dagh quaicoss de podè tiralla su, perchè l'era tanto svenuda, gh'era vegnùu fastidi. El fava stà lì la soa tosa e quell'altra monega. L'è stada lì per on poo de dì; e pœu l'arcivescov l'ha mandada a tœu,lee e la tosa e la monega insemma tutt e tre, l'ha missa in d'ona casa fina, che l'ha podùu recuperà on poo de salut. On dì va là el cont, el torna a parlà di so dispiasè: allora l'arcivescov, el fa taccà sott, el ghe dis:—«Andem, che vœuj menav in d'on sit a fa ona visita.»—E le mena là, dove gh'era la soa mièe:—«Ecco»—el dis—«la cognossìi questa chì?»—E lu, el dis:—«Mi no.»—«Ben, questa l'è la vostra mièe e questa l'è la vostra tosa.»—E lu, l'è restàa ben content d'avè trovàa la mièe e la tosa. L'arcivescov l'ha dàa on gran castigh a la badessa e pœu l'ha mandàa a ciamà so pader de lee. Anca a lu, el gh'ha dàa ona gran strapazzada[iv]. E quella monega che gh'era insemma, che l'ha salvada, l'è restada anca lee cont lor, perchè lee, la monega la fava contra la soa volontàa. Hin restàa insemma e s'ciavo, n'occorr alter.

[i]IlLiebrechtannota:—«Klostergeschichte. Nichts besonderes.»—Ma ognun vede quanto importa questa novella, come documento di ciò, che ribolliva nelle menti de' volghi.[ii]Un frammento di canzonetta popolare, raccolta a Crenna, nel quale il processo di dialettizzamento è rimasto incompiuto, dice:In stassira e l'altra sira Son passada del monistee, E hoo incontrà d'ona giovina bella, Che l'andava monighella. La s'è voltada de penseo, E el so fradello caro Gh'ha donato d'on bel libretto. —«Mi non voglio questo libretto: Ma mi voglio quel giovinetto, Che me consolarà.»— L'han ciappada per ona man, L'han menada in d'ona stanza scura, E pœu sì l'han fada morì. —«Adesso, che tu sei morta, Te farem di gran onor. Farem cantà di offizii E altretanti sonador.»—[iii]Andà in bordellandare a rovina.[iv]Strapazzada, rabbuffo.

[i]IlLiebrechtannota:—«Klostergeschichte. Nichts besonderes.»—Ma ognun vede quanto importa questa novella, come documento di ciò, che ribolliva nelle menti de' volghi.

[ii]Un frammento di canzonetta popolare, raccolta a Crenna, nel quale il processo di dialettizzamento è rimasto incompiuto, dice:

In stassira e l'altra sira Son passada del monistee, E hoo incontrà d'ona giovina bella, Che l'andava monighella. La s'è voltada de penseo, E el so fradello caro Gh'ha donato d'on bel libretto. —«Mi non voglio questo libretto: Ma mi voglio quel giovinetto, Che me consolarà.»— L'han ciappada per ona man, L'han menada in d'ona stanza scura, E pœu sì l'han fada morì. —«Adesso, che tu sei morta, Te farem di gran onor. Farem cantà di offizii E altretanti sonador.»—

[iii]Andà in bordellandare a rovina.

[iv]Strapazzada, rabbuffo.

[5]Padrino.Ricorda e spiega ilparrinuCalabro e siculo, che val prete.—Bebel.Facetiarum Liber I.—«Vidimus nuper Eremitam promissa barba insignem, qui, cum multa esanctimoniae ab aliquibus praedicaretur, surrexit unus ex nostris, qui parvam existimationem tribuebat universis illis eremitis, dicens:Unde sanctitatem auguramini, an ex promissa barba? Non est sie, ô simplices sodales: si enim barba probitatem adderet, hircus esset vel omnium probissimus.[i]»—

[5]Padrino.Ricorda e spiega ilparrinuCalabro e siculo, che val prete.—Bebel.Facetiarum Liber I.—«Vidimus nuper Eremitam promissa barba insignem, qui, cum multa esanctimoniae ab aliquibus praedicaretur, surrexit unus ex nostris, qui parvam existimationem tribuebat universis illis eremitis, dicens:Unde sanctitatem auguramini, an ex promissa barba? Non est sie, ô simplices sodales: si enim barba probitatem adderet, hircus esset vel omnium probissimus.[i]»—

[i]Ricordo confuso un epigramma, in cui c'è lo stesso pensiero, ma si parla di filosofi e termina:quid vetat, caper esse Plato.

[i]Ricordo confuso un epigramma, in cui c'è lo stesso pensiero, ma si parla di filosofi e termina:quid vetat, caper esse Plato.

[6]Sic.[7]Questo negozio, questo baratto svantaggioso, ricorda l'esordio del Trattenimento V della Giornata III delPentamerone:—«Nardiello è mannato tre bote da lo patre a fare mercanzia co' ciento docate la vota; e, tutte le bote, accatta mo' 'no sorece, mo' 'no scarrafone e mo' 'no grillo. E, cacciato pe' chesto da lo patre, arriva dove, sananno pe' miezo de' st'anemale la figlia de 'no Re, dapò varie socciesse le doventa marito.»—

[6]Sic.

[7]Questo negozio, questo baratto svantaggioso, ricorda l'esordio del Trattenimento V della Giornata III delPentamerone:—«Nardiello è mannato tre bote da lo patre a fare mercanzia co' ciento docate la vota; e, tutte le bote, accatta mo' 'no sorece, mo' 'no scarrafone e mo' 'no grillo. E, cacciato pe' chesto da lo patre, arriva dove, sananno pe' miezo de' st'anemale la figlia de 'no Re, dapò varie socciesse le doventa marito.»—


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