XXXVI.

XXXVI.IL FIGLIOLO DEL RE DI PORTOGALLO.[1]Il Re di Portogallo aveva un figliolo di nome Pietro, dimolto voglioso di pigliar donna; ma a modo suo non la trovava. Un giorno tornava da caccia e passa per una strada della città; e, sulla porta di una bottega di ciabattino, vede una bellissima ragazza. Questa ragazza aveva una capelliera, che tutti i capelli parevan d'oro e folti; e du' occhi poi neri brillantini e come lagrimosi dentro; e una cera rosata com'una mela.[2]Dice Pietro intra di sè:—«Oh! che bella ragazza, per esser mi' sposa!»—Arriva al palazzo, posa lo stioppo e si riveste da par suo e ritorna fori:—«Tant'è, voglio andare a discorrere!»—rimuginava Pietro:—«Peccato, che sia figliola d'un ciabattino!»—Arriva alla bottega del ciabattino e si mette a discorrere colla ragazza; e s'accorge, che non era solamente bella, ma anche ben'alleveta. Sicchè dunque se n'innamora. Dice Pietro:—«Mi vo' per isposo?»—«Chè, Lei fa celia,»—risponde la ragazza:—«Ma gli pare! Lei è il figliolo del Re, e io sono figliuola d'un ciabattino.»—Dice Pietro:—«Non importa e non fo celia. Se tu mi vo', ti sposo.»—Per farla corta, si promessero di sposarsi. Pietro va al palazzo, che era l'ora di desinare. Si mettono a tavola e cominciano a mangiare. Quando sono alle frutta, dice Pietro:—«Sa, signor padre, mi son risoluto a pigliar donna; e la sposa, l'ho bell'e trovata.»—Il Re, asentir questa novità, in sul principio si rallegrò tutto. E gli addimandò al figliolo, chi era questa sposa, e lui glielo disse. Dice il Re, tutto sconturbato:—«Ma come? una figliola d'un ciabattino! E' non è una donna per un Re. Che direbbe la nobiltà e tutto il popolo a vedere una ciabattina sul trono di Portogallo? No davvero, questo matrimonio non si può fare.»—«Signor padre,»—disse allora Pietro:—«Mi dispiace, che Lei non sia contento: ma io gli ho promesso e gli ho dato parola di Re, a questa ragazza, di sposarla. Dunque, bisogna, che la sposi.»—«Quand'è così,»—disse il Re,»—«mantenete la parola; ma, fori di palazzo e del Regno; qui non vi ci voglio nessun de' due.»—Dopo pochi giorni, fu fatto lo sposalizio. E poi gli sposi, montati con una cameriera dentro una vettura, se ne partirono per le poste per andare verso Parigi. Quando fu notte, Pietro, la sposa e la cameriera s'addormentarono in carrozza, e i vetturini, camminato per un pezzo in un gran stradone, arrivati a due vie, siccome era notte dimolto buia, invece di pigliare quell'a manca, sbagliarono e mossero i cavalli per quell'a manritta. Sicchè entrarono per una macchia folta, che non ci si vedeva lume. Eccoti, a un tratto, sbucano una gran quantità di bestie feroci; e assaltano i vetturini e i cavalli e li divorano in un momento. A quel rumore si sveglia Pietro. Chiama i vetturini e nessun risponde. Scende, e vede lì per terra soltanto gli stivali de' vetturini e gli zoccoli de' cavalli. Allora scendono leste anco le donne, e tutti insieme, alla meglio, cercano di scappare a piedi fori di quella macchia. E arrivati in un logo aperto, strafelati dal correre, Pietro con delle frasche fece un capannotto; e lì si messero a riposare al coperto il restante della notte. Quando fu giorno, Pietro si leva su e vede alla lontana una fonte d'acqua viva:piglia lo stioppo, che mai lo lasciava, e ci s'avvia per lavarsi. Arrivato, che fu alla fonte, si cavò il cappello di capo; e sopra ci messe un anello con un brillante, che teneva in dito, per meglio sciacquarsi le mani e il viso. Ed eccoti, che in quel mentre, che si lavava, viene volando un uccellino, gli becca l'anello e poi va a posarsi su di un frutto. E Pietro, abbrancato lo stioppo, corre diviato per tirargli. Ma l'uccellino, quando lui s'impostava, via su di un altro frutto più lontano; e quello dietro. Insomma corse Pietro tutta la giornata e non potette mai tirare all'uccellino; sicchè finalmente l'uccellino s'appollaiò su di un frutto, quand'era notte, e tra le foglie non si vedeva più. Allora Pietro ci si messe a dormire sotto, col pensiero d'ammazzarlo, a mala pena si levasse il sole. E difatto, a levata di sole, Pietro stava di già impostato per tirare all'uccellino. Ma questo gli scappò daccapo; e, di frutto in frutto, lo menò per insino a un muraglione altissimo e lo traversò, sicchè Pietro lo perdette di vista.[3]Pietro, disperato, si messe a girare intorno al muraglione, per cercare se ci fosse un'entrata: ma porte non ce n'era di nessuna specie; soltanto un grand'albero, da un lato, aveva un ramo sporgente sul muraglione. E lui, non fa discorsi; s'arrampica sull'albero e monta in sulla cresta del muraglione. Guarda e vede un bel giardino; e lontano ci stava l'uccellino a beccare per le terre. Allora, Pietro, aiutandosi col ramo sporgente dell'albero, si cala nel giardino, e adagio adagio s'accostava all'uccellino per ammazzarlo: ma quello, al solito, scappa via, ritrapassando il muraglione. Pietro non sapeva più quel, che si fare, e voleva uscire di lì; ma non c'era modo. Mentre dunque si sforzava di arrampicarsi su per il muraglione, apparisce un Mago con du' occhi, che schizzavan foco; che, tutto arrabbiato, urlava:—«Briccone, ladro! ti ci ho colto a isciuparmi«le piante!»—Dice Pietro:—«Vi sbagliate! son entrato qui per questo e questo, e non per isciuparvi e portarvi via niente.»—Ma il Mago non voleva sentir ragione e gli tralucevano gli occhi dalla stizza, e voleva Pietro morto in tutti i modi. Pietro gli si gettò in ginocchioni, pregandolo, che non l'ammazzasse; e gli raccontò tutto quello, che gli era intravvenuto. Dice il Mago:—«Bene, bene! si vedrà col tempo, se tu sie' veritiero o bugiardo. Vieni dunque con me al mi' palazzo.»—Vanno al palazzo; e c'era la Maga, moglie del Mago. Dice:—«Che c'è marito?»—Dice il Mago:—«Ho trovato questo giovane a sperperare il giardino. Che se n'ha a fare?»—Dice la Maga:—«Gua', se è vero quel, che t'ha raccontato, provalo; e poi si vedrà quel, che s'ha da farne.»—Dunque, Pietro fu messo, come giardiniere e ortolano, a lavorare la terra di quel rinserrato: e lui, prudente e ubbidiente, contentava que' due in ogni cosa, e gli teneva per bene tutta la coltivazione, sicchè il Mago e la Maga gli volevan bene come a un figliolo. Era dimolti mesi, che Pietro stava con que' Maghi, quando un giorno il Mago gli disse:—«Tu m'ha' a vangare questo campicello, che ci vo' fare una sementa a modo mio.»—Pietro si messe subito a vangare; e, in quel mentre che vangava, eccoti, che vede l'uccellino, che gli aveva beccato l'anello, volare giù da una pianta nel lavorato a razzolarvi. Corre lesto a pigliar lo stioppo, tira all'uccellino e l'ammazza; e nel gozzo sente colle dita, che ci aveva sempre l'anello. Alla botta venne anche il Mago e dice:—«Che c'è?»—E Pietro:—«Eccovi, zio,»—perchè e' lo chiamavazio,—«la prova, ch'i' sono un galantomo e dicevo il vero, quand'entrai qui la prima volta. Io ho morto l'uccellino, che mi rubò l'anello; e l'anello l'ha sempre nel gozzo.»—Vennero allora nel palazzo; e, aperto il gozzodell'uccellino, tiraron fuori l'anello tal'e quale. Dice il Mago:—«Ora, poi, tu ti puoi considerare come figliolo di me e padrone qui dentro quanto me; perchè proprio ho veduto, che siei un bravo ragazzo e non sai dir bugie.»—Tuttavia Pietro non era contento di star rinchiuso in quel giardino; e sempre s'appalesava voglioso d'andar via. Sentita il Mago questa sua idea ferma, per il ben, che gli voleva, non aveva cuore di contraddirlo. Un giorno gli disse:—«Senti, di qui a escire c'è gran pericoli, perchè il paese di fuori è tutto pieno di bestie feroci. Anzi, non so, come tu sia scampato da loro prima di entrar qui dentro. Ma, se tu aspetti, io conosco quando ci sarà tempesta in mare: e, quando c'è tempesta in mare, l'acqua arriva per insino alla cresta del muraglione, e ci vengono i bastimenti e li legano a que' campanelloni, che tu avra' visti. Se tu aspetti, tu potra' andartene con un di que' bastimenti.»—Passano diversi mesi; e, un giorno, il Mago dice:—«Pietro, domani c'è tempesta in mare. Se tu sie' sempre della medesima idea, preparati pure alla partenza. Ma prima, va' nel mi' tesoro e piglia quattrini a tu' piacimento.»—Pietro non se lo fece dir du' volte; e, andato nel tesoro, si empì le tasche di quattrini. Il giorno dopo, la tempesta accadde; e i bastimenti stavan legati alla cresta del muraglione, Pietro andò a uno e domandò:—«Capitano, per dove?»—Dice il capitano:—«Vo al porto di Spagna.»—«Bene,»—dice Pietro:—«I' vengo con voi; e mi sbarcherete al porto di Spagna.»—Detto addio al Mago e alla Maga, Pietro montò sul bastimento; e, in pochi giorni, giunse al porto di Spagna; e lì scese a un albergo per riposarsi del viaggio. Non sapendo Pietro, che si fare nel porto di Spagna, dice al cameriere dell'albergo:—«Ci sarebbe modo di trovare un impiego in questacittà?»—«Perchè no?»—gli arrispose il cameriere:—«C'è un omo, che fa appunto questo mestieri di trovare impieghi a chi ne vuole; e capita qui ogni mattina. Lui sarà capace di contentarvi.»—Poco dopo, eccoti infatti quell'omo: e Pietro gli domandò, se aveva come impiegarlo. Dice quell'omo:—«Oh! se volete, manca il cameriere al Governatore della città; e sarebbe proprio un posto bono per voi.»—Si trovan d'accordo: quell'omo condusse Pietro dal Governatore, e Pietro diventa il su' cameriere fidato. Dunque, Pietro andava tutti i giorni ad accompagnare a scola i figlioli del Governatore; e il Governatore dava a' su' figlioli una tascata di quattrinelli per far l'elemosina a' poveri lungo la via. I ragazzi, a chi gli chiedeva qualche cosa per amor di dio, gli davano un quattrino per uno; e Pietro, invece, gli dava un paolo per uno, di quelli avuti in regalo dal Mago. Subito si sparse per la città questa notizia; e il popolo cominciò a mormorare contro il Governatore, e badavano a dire:—«Sarebbe meglio, che fosse Governatore il cameriere, e non quell'avaraccio.»—Insomma, fecero un tumulto e corsero sotto le finestre del Governatore a urlare:—«Abbasso il Governatore. Si vole Pietro cameriere per Governatore.»—Ma Pietro s'affacciò alla terrazza e fece cenno colla mano, che tutti stassero boni; e la gente a quel cenno se n'andò. Ora, bisogna sapere, che il Governatore aveva anche una figliola grande da marito, che s'era innamorata di Pietro; e, quando vedde, che il popolo lo voleva invece di su' padre, fece tanto, che il Governatore bisognò glielo desse per isposo. Intanto Pietro seguitava a far elemosine sempre di più moneta, perchè dava sino a tre paoli per testa: sicchè ne venne un altro tumulto più grande del primo. E il Governatore dovette andar via a una sua villa fuor di città; e ne' su' piedi c'entròsubito Pietro, e governava tanto bene, chè ogni persona era contenta. Ma, per fare un passo addietro, torniamo alla moglie e alla cameriera, che Pietro aveva lasciate in quel capanno di frasche, quando l'uccellino gli portò via l'anello. Le donne, perso Pietro e non lo vedendo tornar più, si messero a cercarlo. E, dopo dimolti mesi, cammina cammina, arrivarono anche loro a piedi nel porto di Spagna; e, entrate in un albergo, da un parucchiere si fecero tagliare corti i capelli e da un sarto presero de' vestiti e si trasfigurirono da omo; poi domandarono al cameriere dell'albergo, se c'era modo d'impiegarsi in qualche casa. Dice il cameriere:—«C'è un omo a posta, che cerca servitori per gli altri. Se volete, tra poco ha da venir qui, potete parlar con lui.»—L'omo venne e le du' donne gli dissero i' loro pensiero. Dice l'omo:—«Oh! appunto manca il coco e il cameriere al Governatore novo della città. Vi metterò lì.»—Fatti i patti, la figliola del ciabattino pigliò il posto di coco e la su' cameriera quello di cameriere: ma nè Pietro le riconobbe, nè loro riconobbero punto Pietro. Passato diverso tempo, dice un giorno Pietro alla su' moglie, la figliola del Governatore:—«Oggi non sono a desinare: m'hanno invitato fori certi signori e ti lascio sola.»—E la moglie:—«Allora, io anderò in villa dal babbo, per qualche giorno, a tenergli compagnia.»—E così fecero; e ognuno andò pe' su' versi. In casa, eran rimasti il coco e il cameriere, cioè, quelle du' donne vestite a quel modo. Dice il coco al cameriere:—«Vo' pulire per bene la cucina. Fammi il piacere, piglia per un po' quest'anello, che mi dette il mi' sposo, quando ci si sposò, che non lo vorrei sciupare. Me lo renderai domani, dopo finite le faccende.»—Il cameriere prese l'anello e se lo messe in dito; e poi, andò a rifare la camera de' padroni. Ma lì, anche lui, pernon isciupare l'anello, se lo cavò e lo messe sul cassettone, per poi ripigliarlo; e invece se ne scordò. La sera, torna Pietro, cena e va a letto. Quando la mattina si levò, e' vedde luccicare l'anello sul cassettone:—«Di chi è quest'anello?»—Lo prende e gli pare di riconoscerlo. Chiama il cameriere:—«Di', chi ha messo qui quest'anello? di chi è?»—Dice il cameriere:—«Scusi, signor padrone, ce l'ho lasciato io per dimenticanza codest'anello. Ma non è mio: è del coco.»—«Chiama dunque il coco,»—dice Pietro. Vien su dunque il coco: e, per farla corta, chiedi, domanda, cerca e rispondi, finirono per riconoscersi. Ma Pietro non era però tant'allegro, perchè pensava, che aveva preso un'altra moglie e non sapeva come rimediarla. Quando però venne dalla villa la figliola del Governatore, Pietro gli raccontò tutta la su' storia; e gli disse:—«E come si rimedia a questa faccenda?»—Dice la su' seconda moglie:—«E' si può stare tutti uniti e d'accordo. Io per me non son punto gelosa, che tu abbia, invece d'una, anche du' mogli. Stiamo insieme.»—A Pietro non gli parve vero. Venuta la sera, dice Pietro:—«Dunque, chi viene a dormir con me?»—E la figliola del Governatore:—«È giusto, che ci venga stasera la tu' prima moglie, perchè è tanto tempo, che non vi siete veduti.»—E Pietro andò a letto colla su' prima moglie. Quando era un po' di tempo, che erano a letto, la figliola del Governatore piglia du' pistole cariche e va alla porta di camera. Dice:—«Si pol passare?»—«Entra, entra pure,»—rispose Pietro. E lei entra, va al letto e con du' colpi ammazza Pietro e la moglie. A quel rumore, si sveglian tutti nel palazzo. Vanno in camera e ti vedono quello spettacolo! E le guardie arrestano subito la figliola del Governatore, che, il giorno dopo, menata in piazza in mezzo al popolo sollevato, la messero sur una catasta di legnacon una camicia di pece, e lì la bruciarono viva per il su' delitto commesso.NOTE[1]Narrata da Giovanni Becherini, contadino del Montale—Pistoiese e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.[2]Insomma, Fortuna ed Amore, nel formar questa ragazza, come dice il Carteromaco II, 42....Fer di bellezze un vasto ammasso;E poscia ne formaro una donzellaDi cui non fu giammai cosa più bella.[3]L'abbandono involontario della innamorata nel bosco ed alcun particolare ricordano la terza novella della giornata quinta delDecameron.—«Pietro Boccamazza si fugge con l'Agnolella. Truova ladroni. La giovane fugge per una selva ed è condotta ad un castello. Pietro è preso; e delle mani de' ladroni fugge; e, dopo alcuno accidente, capita a quel castello, dove l'Agnolella era. E sposatala, con lei se ne torna a Roma.»—Maggiori sono i riscontri e più importanti con laIstoria di Ottinello e Giulia, quale tratta, come fu preso da' Turchi e con riscatto liberossi e con l'edificazione della città di Taranto per mezzo loro, ch'è una delle storie popolari più diffuse in Italia ed anche fuori, sott'altro nome. VediLa storia | di | Ottinello e Giulia | Poemetto popolare in ottava rima | riprodotto sulle antiche stampe || Bologna | presso Gaetano Romagnoli | 1867. Noterò qui solo tre riscontri, che rimasero sconosciuti al d'Ancona, il quale curò questa ristampa e vi premise una dotta prefazione. Sarebbero:A) La XXII dellePorretanediM. Sabadino Degli Arienti, Bolognese.—«El figliuol del Re di Portogallo, fingendo andare per voto in Hierosolîma, ne va in Anglia e mena via la figliuola del Re, sua amante; et ambedue in diversi lochi rapiti sono in servitù posti. In la quale dimorati un tempo, in Portogallo in ottima mente se trovano, dove con gran festa e letitia se maritano.»—(da carte 51 a carte 59 della edizione di Verona M.D.XL. per Antonio Putelleto )—B) L'Avventura di Sifanto, nel XVII Canto delMondo NuovodiTommaso Stiglianida Matera.—C) La Novella LVI della Parte I delleDuecentoNovellediCelio Malespini:—«Avvenimento infelice di Orio e Pulicastra, che poi si terminò in infinita allegrezza.»—Dalla Francia la storia è tornata in Italia sotto altra forma ed altro nome; ed è lo argomento d'un opuscolo popolare prosastico, del quale ho sott'occhi un'edizione recente:Storia memorabile | e molto piacevole | per ogni generoso e nobile cavaliere | del valoroso | Pietro di Provenza | e della | bella Maghelona | dove sono ampiamente dichiarate | le loro prodezze ed amori || Torino 1863 | Tipografia e Libreria fratelli Canfari | Via Doragrossa N.º 52.XXXVII.FANTA—GHIRÒ, PERSONA BELLA.[1]A' tempi antichi vivette un Re, che de' figlioli maschi non n'aveva, ma soltanto tre belle fanciulle, e si chiamavano così: la prima Carolina, la mezzana Assuntina e l'ultima Fanta—Ghirò, persona bella, perchè gli era la più bella di tutte. Questo Re pativa d'un certo male, che nessuno l'aveva saputo guarire, sicchè passava le su' giornate nella cambera. E nella cambera, ci teneva tre siede, una celeste, una nera e una rossa. E le su' figliole, quando andevan da lui la mattina, guardavan sempre su che sedia s'era messo il padre; se su quella celeste, voleva direallegria; su quella nera,morte; su quella rossa,guerra. Un giorno, entrano in cambera e il Re siedeva sulla sedia rossa. Dice la maggiore:—«Signor padre, oh! che gli è intravvenuto?»—«Ho ricevuto una lettera dal Re a confino, e lui mi dichiara la guerra. Ma io, a questo modo ammalato, non so dove sbacchiare il capo, perchè da me non posso andare al comando dell'assercito. Bisognerà, che trovi un bon generale.»—Dice la maggiore:—«Se lei me lo permette, il generale sarò io. Vedrà, che son capace a comandare a' soldati.»—«Chê! non son affari da donne,»—gli arrispose il Re.—«Oh! la mi provi.»—«Sì, farò a tu' modo,»—disse il Re:—«Ma con questo, che, se per istrada tu rammenti cose da donne, subbito 'ndietro e a casa.»—Quando si furno accordati, ilRe chiama il su' fido servitore e gli comanda di montare a cavallo colla Principessa per accompagnarla alla guerra; ma che lui la rimeni al palazzo, se la Principessa rammenta cose da donne. Ogni cosa pronta, montano a cavallo e vanno via; e 'l servitore accanto della Principessa. E, camminato che ebbano un pezzo, arrivorno a un bel canneto. Dice la Principessa:—«Oh! che belle canne! Se s'avessano a casa, quante ma' rocche ci si faremmo.»—«A casa, a casa,»—disse il servitore:—«Vo' avete ricordato cose da donne.»—E tornorno a casa. Si fece allora alla presenzia del Re la mezzana, che volse in tutti i modi andar lei a comandar la battaglia; ma il Re ce la mandò co' medesimi patti della maggiore. E, arrivata che lei fu al canneto, stiede zitta; poi passorno in mezzo a una palaia. Dice la mezzana:—«Bada, Tonino, che be' pali svelti e diritti! Se s'avessano a casa, quanti ma' be' fusi per filare.»—«A casa, a casa,»—disse Tonino servitore:—«Vo' avete rammentato cose da donne.»—E bisognò ritornare alla città dal Re. Il Re s'era messo per perso; ma eccoti, va da lui Fanta—Ghirò e lo supprica di mandarla lei alla guerra. Dice il Re:—«Tu sie' troppo bambina! Non son rinuscite quell'altre a bene, che vo' tu, ch' 'speri 'n te?»—«Che mal ci sarà egli a provarmi, babbo? Vedrete, che non vi farò disonore, se mi mandate.»—Volse il Re provare anche lei, e al servitore gli diede i medesimi comandamenti: 'ntanto Fanta—Ghirò si vestì da guerrieri, colla su' spada, le pistole, la montura; pareva un bel dragone valoroso. Montano a cavallo e via, coll'assercito dreto. Passano il canneto, passano la palaia, e Fanta—Ghirò zitta. Arrivati al confino, Fanta—Ghirò si volse abboccare col Re nimico, che era un bel giovinotto sderto. E lui, a male brighe vedde Fanta—Ghirò, disse in tra di sè, che gli era una donna; e la 'nvitòal su' palazzo per parlarsi meglio delle ragioni della guerra prima di battagliare. Quando questo Re fu al palazzo, corse da su' madre, e gli raccontò del guerrieri, che comandava l'assercito contrario, e che l'aveva condotto con seco per l'abboccamento:—«Oh! mamma, mamma!»—scramava dalla passione, che si sentiva nel core:—«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—Dice su' madre:—«Portala in nella stanza dell'armi. Se lei è una donna, non le guarderà e non le vorrà toccare.»—Il Re fece subbito a quel modo: ma Fanta—Ghirò pigliava le spade e le provava, scaricò gli stioppi e le pistole, proprio a somiglianza d'un omo. Il Re torna da su' madre:—«Mamma, lei brancica l'armi come un omo. Ma in d'ogni mo':Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—Dice la madre:—«Portala nel giardino. Se lei è una donna, piglierà una rosa o una viola in mano e poi se la metterà nel petto: ma, se gli è omo, vederai, che si ferma al gelsumino catalogno; e, doppo averlo annusato, se lo metterà all'orecchio.»—Dunque il Re menò Fanta—Ghirò nel giardino a spasseggiare; ma lei le rose e le viole non le guardò neppure; colse bensì un gelsumino catalogno, l'annusò ben bene e poi se lo messe nell'orecchio. Il Re torna da su' madre:—«Ha fatto com'un omo. Ma io son sempre della medesima idea:«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—Dice la madre, che vedeva il su' figliuolo tanto disperato per l'amore, e a lui il core gli faceva tuppete tappete dalla gran passione:—«'Nvitala a desinare. Se lei piglia il pane e per tagliarlo l'appoggia al petto, è una donna; ma, se 'nvece lo taglia accosì per aria, allora poi è dicerto un omo, e non vale star tanto sollevato.»—Ma anco questa prova non fu bona; perchè Fanta—Ghirò tagliò 'l pane insenza metterselo alla vita. Torna il Re da su' madre:—«Mamma, gli ha fatto tutto 'l contrario d'una donna. Ma son sempre dell'istessa idea:«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—Dice la madre:—«Tu m'hai l'aria d'un matto. Ma fa' anco questa di prove. Menala a letto con teco. Se è una ragazza, dirà di no.»—Il Re andò subbito a trovare Fanta—Ghirò:—«Quanto i' sare' contento, se voi volessi vienire a dormir con meco.»—«Sarebbe il mi' piacere, Maestà,»—disse lei:—«Se lei vole, sia pure: stasera si dormirà assieme.»—Prima di mettersi a letto, però, volsano cenare; e il Re aveva fatto un grand'apparecchio di bottiglie, e a Fanta—Ghirò la bottiglia gli era alloppiata; ma lei furba, non beveva. Quando furno al fine del mangiare, dice lei:—«S'ha da fare un brindesse prima d'andare a letto.»—Si baciorno, si presano a braccetto, e Fanta—Ghirò cantava:—«Bevi su, compagno,'N sennò t'ammazzerò:»—E il Re arrispondeva:—«Non m'ammazzar, compagno,Perchen'io beverò.»—E 'ntanto, lui beveva, insenz'accorgersene, la bottiglia alloppiata. Sicchè, quando fu 'n cammera, si buttò nel letto e intrafinefatta s'addormentò, che russava com'un animale. Allo svegliarsi della mattina, il Re vedde Fanta—Ghirò bell'e 'n piedi e tutta vestita da dragone, e non potiede sapere, se era donna o omo. Figuratevi le disperazioni e la passione! Non poteva più campare. Il Re torna da su' madre, che cominciò a gridarlo fortemente della su' mattia. Ma lui badava a dire:—«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—Dice la madre:—«Dunque fa' anco questa di prove: ma sarà l'ultima. 'Nvitala, Fanta—Ghirò, a bagnarsi gnuda con teco nella pescaia del giardino in sul mezzodì. Se lei è donna, o non ci viene, oppuramente tu te n'addai insenza dubbio.»—Lui, difatto, fece quell'invito a Fanta—Ghirò; gli disse:—«Non mi par vero! Anco a casa son'avvezza a lavarmi ogni giorno, e ora gli è un pezzo, che non son'entra nell'acqua. Ma però il bagno s'ha da fare domattina; stamani no, chè non posso.»—Subbito Fanta—Ghirò chiama il su' fido servitore, che monti a cavallo e porti una lettera al Re suo padre, e con pronta risposta. Nella risposta, da mandarsi per un dragone de' meglio, ciaveva a dire:—«Che lui steva male in fin di vita, e che voleva rivedere Fanta—Ghirò prima di morire.»—Il servitore di carriera se n'andette coll'ambasciata. Intanto, il giorno dopo, in sul mezzodì, il Re aspettava nel giardino Fanta—Ghirò, e s'era cominciato a spogliare, quando la vedde comparire da lontano per una redola. Lesto, si leva d'addosso il resto de' panni e si tuffa nella pescaia. Lei però disse:—«Non mi voglio ancora bagnare: ho troppo caldo e son molle di sudore.»—Ma faceva così, perchè gli arrivassi il corrieri colla lettera. Aspetta, aspetta, mezzodì era già sonato da un pezzo, e non appariva nessuno. Fanta—Ghirò moriva dalla pena, perchè il Re la pintava a gnudarsi e buttarsi giù in nella pescaia. Dice Fanta—Ghirò:—«Mi sento male. Mi vien certi gricciori per le spalle e per le gambe. Gli è un segno cattivo; c'è qualche disgrazia per aria.»—Il Re s'impazientiva:—«Non è nulla. Spogliatevi e buttatevi giù, chè ci si sta tanto bene. Che disgrazie volete, che ci sieno?»—In quel mentre si sente un rumore; scrama Fanta—Ghirò:—«Un cavallo, un cavallo alla carriera, con uno de' miei dragoni sopr'esso. Sta, sta. Deccolo.»—A male brighe il dragone gli viense dinanzi, gli diede la lettera di su' padre a Fanta—Ghirò; e lei fece le viste d'aprirla con gran premuria. E, quando l'ebbe letta, disse al Re:—«Mi rincresce, Maestà, ma ci sono delle cattive nove. Lo dicevo io, che que' gricciori eran un segno cattivo! mi' padre è lì lì per morire e mi vole rivedere. Dunque, bisogna, che parta in nel momento. Sicchè facciamo la pace; e, se volete, vienite a trovarmi nel mi' Regno. Il bagno si farà un'altra volta.»—Figuratevi, se il Re era disperato davvero, perchè lui proprio credeva, che Fanta—Ghirò fusse donna, e ci moriva sopra dalla passione. Ma gli conviense adattarsi al destino e lassarlaandar via. Lei, dunque, passò prima dalla su' cambera; e in sullo 'nginocchiatoio ci messe un foglio scritto, che diceva:—«Fanta—Ghirò,Donna è venuta e donna se ne va,Ma 'mperò cognosciuta il Re non l'ha.»Quando, la mattina doppo, il Re gli andette in quella cambera per isfogarsi della passione, in nel girar gli occhi vedde il foglio e lo lesse; sicchè rimase lì di sasso, come un baiocco, tra 'l dispiaciere e l'allegrezza. Corre diviato da su' madre:—«Mamma, mamma! l'avevo indovinato, che Fanta—Ghirò era donna. Leggete questo foglio, che ha lassato scritto in sullo 'nginocchiatoio della cambera.»—E non stiede ad aspettar la risposta di su' madre; ma, fatta attaccare la carrozza, si messe dreto a tutta carriera a Fanta—Ghirò. Fanta—Ghirò, intanto, steva alla presenzia di su' padre e gli raccontava le cose, che gli erano intravvenute, e come a quel mo' avessi vinto le battaglie; quando, doppo poco, si sente un rumore nella corte; era il rumore della carrozza con quel Re innamorato, che subbito volse rivedere Fanta—Ghirò. E lì, dissano tante cose, chè la concrusione fu la pace tra que' Re e lo sposalizio di Fanta—Ghirò col Re dapprima nimico. Sicchè lui la menò con seco al su' palazzo nel su' Regno; e, quando poi morì il babbo di Fanta—Ghirò, lei ebbe in eredità tutto il Regno di su' padre.NOTA[1]—«FantaoFantina, aggiunto adonna, vale come il latinoVirago. Può essere, cheGhiròsia una corruzione diVirago. Fanta—Ghirò, Fanciulla—eroina?»—Così il raccoglitoreprof. avv. Gherardo Nerucci, cui venne dettata da Luisa Ginanni del Montale—Pistojese. Cf. ConLa Serva d'Aglie, Trattenimento VI della giornata III del Pentamerone:—«Belluccia, figlia d'Ambrouso de la Varra, ped essere obediente a lo patre, facenno lo gusto sujo, pe' portarese accortamente 'n chello, che l'era stato commannato, deventa maretata ricca ricca co' Narduccio, primmogeneto de Biasillo Guallecchia; ed è causa, che l'autre sore poverelle siano da lo medesemo dotate e date pe' mogliere a l'autre figli suoje.»—XXXVIII.LA FRITTATINA.C'era una volta una donnina, che aveva una stanzina piccina piccina, e ci aveva una gallina. Questa gallina, la fece l'ovo. E la donnina, la lo prese e ne fece una frittatina picchina picchina picchina, e la la messe a freddare alla finestra. Passa una mosca e gnene mangia: figuratevi, che frittata avea da esser quella![1]La donnina la va da il Commissario e gli racconta il caso.—«Oh!»—dice—«quando voi la vedrete, la mosca, tenete questa mazza»—e gli dà una mazzettina—«quando voi la vedrete, picchiatela, ammazzatela.»—In quel tempo, la gli si mette su il naso a questo Commissario una mosca. La donnina, lei, la crede, che sia quella; e gli dà una bastonata, come gli aveva detto, e rompe il naso a il Commissario.[2]NOTE[1]Questa frittata, veramente omeopatica, mi rimette in mente un raccontino, una novelletta del Tresatti, ignota al Gamba, al Borromeo, al Passano, al Papanti, eccetera, eccetera (e degna di rimanere ignota) che ricavo dalla sua edizione de' cantici del Beato Jacopone da Todi.—«Voleva uno cuocer funghi: et dimandava ad un vecchio, come ciò far potrebbe a fin che riuscissero assai buoni a mangiare.Io te l'insegnerò, disse il vecchio;che saranno ottimi. Piglia de' funghi sì poco, quanto sia l'ugna del tuo dito piccolo et non più; et mescola seco et sbatti dell'ova fresche et del formaggio buono grattato et del butirro.Et vi aggiungeva dell'altre cose sì fatte. Et conchiudeva:Or vatti con dio, che, cocendo tai funghi con diligenza, saranno stupendi buonissimi.»—[2]VediVita | Pentimento, e Morte | di | Pietro Bailardo | con | Pulcinella | accarezzato da' diavoli e spaven | tato dall'ombra di Merlino | Tragicommedia Magico—spettacolosa | in quattro atti. || Napoli | Tipografia Francesco Saverio Criscuolo. | Presso Giuseppe d'Ambra strada Portacarrese | Montecalvario n. 1. | 1852.—Nella scena V dell'Atto II, il Bargello narra a Pietro Bailardo, nel condurlo in prigione, la storia di alcuni carcerati.—«Pietro. E quell'altro là?Bargello. Quello poi è innocente, innocentissimo; e si trova qui per avere uccisa una mosca.Pietro. Come! Se è così, non merita alcuna pena. Spiegatevi.Bargello. Eccomi. Stava costui al servizio di uno speziale. Adocchiò, che il suo padrone aveva molto denaro nel bancone; e siccome (sic) il suo naturale è stato sempre di volersi appropriare della roba d'altri, così, spalancati tanto d'occhi su quel piccolo tesoro, e' cercava modo d'impadronirsene. Ma, non potendogli riuscire a causa della vigilanza del padrone, nè volendo commettere un delitto coll'ucciderlo, andava cercando una occasione opportuna, onde soddisfare (sic) le sue brame. Questa gli si presentò un giorno di està dopo pranzo, in cui il suo padrone dormiva nella spezieria, sdrajato su di uno scanno. Una mosca impertinente gli succhiava il sudore, che gli grondava dalla fronte. Il dormiente non la sentiva, perchè assopito nel sonno; ma questo buon uomo, ch'era sempre sveglio e vigilante negl'interessi del padrone, ben se n'accorse; e, per fare un atto di carità, prese un maglio; e, con un colpo da maestro diretto sopra la mosca, la ridusse a zero.Pietro. Oh cielo! E la testa del padrone?Bargello. La fece come una focaccia.»—XXXIX.LA DONNINA PICCINA PICCINA PICCINA PICCIÒ.[1]C'era una volta una donnina, piccina piccina piccina picciò; aveva una casina, piccina piccina piccina picciò, e una gallina, piccina piccina piccina picciò. Questa gallina, piccina piccina piccina picciò, fece un ovino, piccino piccino piccino picciò. Questa donnina, piccina piccina piccina picciò, fece una frittatina, piccina piccina piccina picciò; e la pose sopra la finestrina, piccina piccina piccina picciò. Passò una moschina piccina piccina piccina picciò e ci cadde drento. La donnina, piccina piccina piccina picciò, tutta arrabbiata, val dal Gonfaloniere e si lamenta di questa sventura. Il Gonfaloniere, tutto meravigliato, gli dà un bastoncino piccino piccino piccino picciò e gli dice di bastonare la moschina piccina piccina piccina picciò appena[2]la vedrà. In questo tempo una moschina piccina piccina piccina picciò si posa precisamente sul naso del Gonfaloniere; e la donnina, piccina piccina piccina picciò, gli dà una bella bastonata. Il Gonfaloniere si risente di questa mossa inaspettata e la donnina, piccina piccina piccina picciò se ne andò pe' fatti suoi.NOTE[1]Variante della Novelletta precedente.—Pitrè(Op. cit.) CXL.Lu Re Befè.[2]Appena; leggi e correggi:come.XL.PETRUZZO[1].C'era una volta marito e moglie, che avevano un figliolo. Suo padre, di questo ragazzo, s'ammalò. Mandano a chiamare il medico; e gli ordina la minestra di cavolo. Dice la mamma:—«Petruzzo, Petruzzo, va a cogliere il cavoluzzo, per tuo pa', che ha male.»—«Io no, ch'io non voglio andare,»—dice Petruzzo.—«Dirò alla mazza, che ti dia. Mazza, dà a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non vo' dare,»—dice la mazza.—«Dirò al foco, che ti bruci. Foco, brucia la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non vo' bruciare,»—dice il foco.—«Dirò all'acqua, che ti spenga. Acqua, spengi il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non voglio spengere,»—dice l'acqua.—«Dirò a' bovi, che ti bevino. Bovi, bevete l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vole dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, che non si vol bere,»—dicono i bovi.—«Dirò alle funi,che vi leghino. O funi, legate i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, che non si vol legare,»—dicono le funi.—«Dirò ai topi, che vi rodino. Topi, rodete le funi, perchè le funi non vogliono legare i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a prendere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, non si vol rodere,»—dicono i topi.—«Dirò al gatto, che vi mangi. Gatto, mangia i topi, perchè i topi non vogliono rodere le funi, perchè le funi non vogliono legare i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a prendere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—Dice il gatto:—«Io mangio, io mangio.»—Dice il topo:—«Rodo, rodo.»—Dice le funi:—«Lego, lego.»—Dice i bovi:—«Bevo, bevo.»—Dice l'acqua:—«Spengo, spengo.»—Dice il foco:—«I' ardo, i' ardo.»—Dice la mazza:—«I' dò, i' dò.»—Dice Petruzzo:—«I' vo', i' vo'.»—NOTA[1]IlLiebrechtannota:—«Ein Häufelmärchen wieDer Bauer shickt den Jäkel aus. Vergleiche meine Anzeige vonBleek'sReinhard Fuchs in Afrikazu n.º 17 und n.º 42 des ersten Buches.»—VediGradi(Saggio di Letture Varie)La Novella di Petruzzo.—Pitrè(op. cit.) CXXXIPitidda.—Bernoni(Tradizioni popolari Veneziane, puntata terza)Petin—Petele.XLI.IL TOPO.[1]C'era una volta un topo. Dunque, questo topino entra in una stalla. C'era il gallo e gli becca il cervello a questo topino. Il topo principia a urlare e dice:—«Dove ho a andare a farmi medicare?»—Dice il gallo:—«Da il medico, eh!»—«Medico medicò, medica il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—Dice il medico:—«Portami delle toppe.»—Delle pezzette, si dirà.—«E dove ho andare?»—«Da il sarto.»—«Sarto sartò, dammi toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—«Portatemi del pane eh!»—dice il sarto.—«O dove ho andare?»—«Da il fornajo, eh!»—«Fornajo fornajò, dammi pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—«Portami delle frasche, eh!»—«E dove ho andare?»—«A il bosco.»—«Bosco boscò, dammi frasche e frascò, che le porti al fornajo fornajò, che mi dia pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—Dice il bosco:—«Portami del concio, eh!»—A volere, che il bosco sia coltivato, ci vol del concio.—«E dove ho andare?»—«Da il bove, eh!»—«Bove bovò, dammi merda e merdò, chela porti al bosco boscò, che mi dia frasche e frascò, che le porti al fornajo fornajò, che mi dia pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che lo porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, che il gallo m'ha beccato.»—Eccoti il bove dice:—«Aspetta, aspetta!»—Con rispetto, gli fa un'evacuata ed affoga il povero topino[2]. Gli stava lì!NOTE[1]Cf.Pitrè. (Op. cit.) CXXXV.Lu nasu di lu Sacristanu(la seconda parte).—Bernoni. (Tradizioni popolari veneziane, Puntata terza)Galeto e Sorzeto.—In tutta Italia vi ha gran quantità di novelline puerili, le quali (come questa e quella diPetruzzo) si riducono ad un esercizio mnemonico ad uno ispratichimento della lingua. Ne soggiungerò due esempi milanesi, de' quali conosco varianti infinite ne' dialetti meridionali.EL RATTON E EL RATTINEl ratton l'è andàa a provved el disnà. El gh'ha ditt al rattin de scumà la carne, e el rattin l'è borlàa dent in del caldar. Ven a cà el ratton, el cerca el rattin per tutta la cà e le troeuva no. Guarda in del caldar; el troeuva el rattin mort. Allora, disperàa, el trà el caldar in mezz a la cà. La banca, la dis:—«Perchè t'hê tràa el caldar in mezz a la cà?»—«Perchè el rattin, l'è mort; e mi hòo tràa el caldar in mezz a la cà.»—La banca, la dis:—«E mi saltaròo!»—E la s'è missa à saltà. L'uss, el ghe dis a la banca:—«Perchè te saltet?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, e mi salti.»—L'uss, el dis:—«E mi andaròo innanz e indrèe.»—La scala, la dis:—«Perchè te vee innanz e indrèe?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, e mi voo innanz e indrèe.»—La scala, la dis:—«E mi andaròo tutt a tocch.»—La porta, la dis:—«Perchè te set tutt a tocch?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa elcaldar in mezz a la cà, la banca salta, uss innanz e indrèe; e mi sont andada tutt a tocch.»—La porta, la dis:—«E mi andaròo giò de chanchen.»—Gh'era on carr de foeura de la porta; e el gh'ha ditt:—«Perchè te set giò de canchen?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, la scala tutt a tocch, porta scanchignada.»—El carr, el dis:—«E mi andaròo senza i boeu.»—Passa ona vipera e la dis:—«Perchè te see senza i boeu?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada e mi vòo senza i boeu.»—La vipera, la dis:—«E mi me pelaròo.»—La vipera, la passa d'on fontanin. El fontanin, el dis:—«Perchè te see pelada?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el carr, el va senza i boeu, e mi sont pelada.»—El fontanin, el dis:—«Ben! e mi me sugaròo.»—Ven ona serva a cavà l'acqua e la ghe dis:—«Perchè te see sugàa, fontanin?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el carr, el va senz i boeu, la vipera, la s'è pelada, e mi me son sugàa.»—E lee, la dis:—«Ben; e mi trarròo el sidellin in mezz a la strada.»—E' vegnuu el padron; el ghe dis:—«Perchè t'hê tràa el sidellin in mezz a la strada?»—E lee, la ghe dis:—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el car, el va senza i boeu, la vipera, la s'è pelada, el fontanin s'è sugàa e mi hoo tràa el sidellin in mezz a la strada.»—E lu, el dis:—«E mi, che sont el padron, la faròo in di calzon.»ON RE E DÒ ZÒCCOR[i].Ona volta on Re e dò zòccor[ii]hin andaa in d'on giardin su ona pianta de pér[iii]a cattà[iv]pòmm[v]. L'è rivaa el padron de sti nespol e l'ha ditt:—«Giò de quij figh, ch'hin minga voster quij brugn[vi].»—E l'ha ciappàa on sass, che no gh'era; e ghe l'ha dàa tant su i calcagn, ch'el gh'ha fàa dorì[vii]on'oreggia[viii]per on ann.[i]NellaPosellecheata de Masillo Reppone(Scampagnata a Posillipo di Pompeo Sarnelli) opera in dialetto Napolitano del seicento, che contiene cinque fiabe (canti) capricciosamente raffazzonati dal vescovo autore, fra le canzoni cantate dalla forese Ciulletella è la seguente:E l'autra sera, quanno fuje la festa,Pigliaje la ronca e ghiette a semmenare.Trovaje 'no sammuco de nocelle:Quanta ne couze de chelle granate!E benne lo patrone de le perzeche:—“E bi', ca non te magne 'ste percoca!”—L'aseno, ca saglieva a lo cerasoPpe' cogliere 'no tummolo de fiche,Cadette 'nterra e sse rompìo lo naso.Li lupe sse schiattavano de risa.La vorpa, ca facìa li maccarune,Li figlie le grattavano lo caso.La gatta arrepezzava le lenzola,Li surece scopavano la casa.Esce 'no zampaglione de la votta,Piglia la spata e sse ne va a la corte.—“Sio capetanio, famme 'no favore:Piglia la mosca e mettela 'mpresone.”—La moaca se n'ascìo pe' la cancella......A 'no povero cecato 'na panella.L'ultimo verso indica, esser questa una tiritera, solita a cantarsi da' ciechi, nel chieder l'elemosina. La canzone è viva tuttora con infinite varianti nelle provincie del mezzogiorno d'Italia. Le quali varianti non è qui opportuno il riferire.[ii]ZòccaraoZòccheraoZòccola, Zòccolo.Zòccor de capuscin, sandali.Zòccor de patta, zoccoli a guiggia intera (Sgalmare, in Venezia ).Zòccor de mezza pattaozòccor de montagna, zoccoli a mezza guiggia.[iii]Pianta de pér, si dice ancheon pér.[iv]Cattà, cogliere,captare, frequent. di capio.[v]Pomm, mela, ed anche il melo.[vi]Brugna; tanto il prugno o susino che la prugna o susina.[vii]Dorì, dolore.Insalata de fràa, bombon de monegh, fan semper dorì el stomegh.—“Insalata di monache eh! E' si spende più a mangiarne a capo d'anno, che a mangiar starne e fagiani.Gelli,Sporta.”—[viii]Oreggia, sing.Orecc, plur.[2]Nel quarto libro dell'Asino d'orodi Agnolo Firenzuola, il povero ciuco narra, come, per non so qual suo fallo, gli aizzassero addosso alcuni rabidi cani:—«Allora io, senza dubbio alcuno vicino alla morte, veggendo tanti cagnacci e così grandi e così fieri, che non avrebbero avuto paura nè degli orsi, nè dei leoni, incrudelirsi ogni vie più contro di me per le lor grida, preso consiglio in sul fatto, restai di fuggire; e, dato la volta addietro, con presti passi me n'entrai nella stalla di quella casa, donde io mi era partito poco fa. Perchè eglino, avendo con gran fatica rilegati i cani, attaccatomi con una buona fune a una caviglia, di nuovo mi cominciarono a mazzicare. E avrebbonmi senza dubbio alcuno ammazzato, se non che il ventre pien di bietole e di altri erbaggi, assaltato, la mercè di queste bastonate, da una sdrucciolevole soccorrenza, schizzando come un nibbio, di loro una parte ricoperse, e un'altra ne ammorbò con quell'odore; sicchè, per lo miglior loro, e' furon forzati a tormisi d'in su le spalle.»—

XXXVI.IL FIGLIOLO DEL RE DI PORTOGALLO.[1]Il Re di Portogallo aveva un figliolo di nome Pietro, dimolto voglioso di pigliar donna; ma a modo suo non la trovava. Un giorno tornava da caccia e passa per una strada della città; e, sulla porta di una bottega di ciabattino, vede una bellissima ragazza. Questa ragazza aveva una capelliera, che tutti i capelli parevan d'oro e folti; e du' occhi poi neri brillantini e come lagrimosi dentro; e una cera rosata com'una mela.[2]Dice Pietro intra di sè:—«Oh! che bella ragazza, per esser mi' sposa!»—Arriva al palazzo, posa lo stioppo e si riveste da par suo e ritorna fori:—«Tant'è, voglio andare a discorrere!»—rimuginava Pietro:—«Peccato, che sia figliola d'un ciabattino!»—Arriva alla bottega del ciabattino e si mette a discorrere colla ragazza; e s'accorge, che non era solamente bella, ma anche ben'alleveta. Sicchè dunque se n'innamora. Dice Pietro:—«Mi vo' per isposo?»—«Chè, Lei fa celia,»—risponde la ragazza:—«Ma gli pare! Lei è il figliolo del Re, e io sono figliuola d'un ciabattino.»—Dice Pietro:—«Non importa e non fo celia. Se tu mi vo', ti sposo.»—Per farla corta, si promessero di sposarsi. Pietro va al palazzo, che era l'ora di desinare. Si mettono a tavola e cominciano a mangiare. Quando sono alle frutta, dice Pietro:—«Sa, signor padre, mi son risoluto a pigliar donna; e la sposa, l'ho bell'e trovata.»—Il Re, asentir questa novità, in sul principio si rallegrò tutto. E gli addimandò al figliolo, chi era questa sposa, e lui glielo disse. Dice il Re, tutto sconturbato:—«Ma come? una figliola d'un ciabattino! E' non è una donna per un Re. Che direbbe la nobiltà e tutto il popolo a vedere una ciabattina sul trono di Portogallo? No davvero, questo matrimonio non si può fare.»—«Signor padre,»—disse allora Pietro:—«Mi dispiace, che Lei non sia contento: ma io gli ho promesso e gli ho dato parola di Re, a questa ragazza, di sposarla. Dunque, bisogna, che la sposi.»—«Quand'è così,»—disse il Re,»—«mantenete la parola; ma, fori di palazzo e del Regno; qui non vi ci voglio nessun de' due.»—Dopo pochi giorni, fu fatto lo sposalizio. E poi gli sposi, montati con una cameriera dentro una vettura, se ne partirono per le poste per andare verso Parigi. Quando fu notte, Pietro, la sposa e la cameriera s'addormentarono in carrozza, e i vetturini, camminato per un pezzo in un gran stradone, arrivati a due vie, siccome era notte dimolto buia, invece di pigliare quell'a manca, sbagliarono e mossero i cavalli per quell'a manritta. Sicchè entrarono per una macchia folta, che non ci si vedeva lume. Eccoti, a un tratto, sbucano una gran quantità di bestie feroci; e assaltano i vetturini e i cavalli e li divorano in un momento. A quel rumore si sveglia Pietro. Chiama i vetturini e nessun risponde. Scende, e vede lì per terra soltanto gli stivali de' vetturini e gli zoccoli de' cavalli. Allora scendono leste anco le donne, e tutti insieme, alla meglio, cercano di scappare a piedi fori di quella macchia. E arrivati in un logo aperto, strafelati dal correre, Pietro con delle frasche fece un capannotto; e lì si messero a riposare al coperto il restante della notte. Quando fu giorno, Pietro si leva su e vede alla lontana una fonte d'acqua viva:piglia lo stioppo, che mai lo lasciava, e ci s'avvia per lavarsi. Arrivato, che fu alla fonte, si cavò il cappello di capo; e sopra ci messe un anello con un brillante, che teneva in dito, per meglio sciacquarsi le mani e il viso. Ed eccoti, che in quel mentre, che si lavava, viene volando un uccellino, gli becca l'anello e poi va a posarsi su di un frutto. E Pietro, abbrancato lo stioppo, corre diviato per tirargli. Ma l'uccellino, quando lui s'impostava, via su di un altro frutto più lontano; e quello dietro. Insomma corse Pietro tutta la giornata e non potette mai tirare all'uccellino; sicchè finalmente l'uccellino s'appollaiò su di un frutto, quand'era notte, e tra le foglie non si vedeva più. Allora Pietro ci si messe a dormire sotto, col pensiero d'ammazzarlo, a mala pena si levasse il sole. E difatto, a levata di sole, Pietro stava di già impostato per tirare all'uccellino. Ma questo gli scappò daccapo; e, di frutto in frutto, lo menò per insino a un muraglione altissimo e lo traversò, sicchè Pietro lo perdette di vista.[3]Pietro, disperato, si messe a girare intorno al muraglione, per cercare se ci fosse un'entrata: ma porte non ce n'era di nessuna specie; soltanto un grand'albero, da un lato, aveva un ramo sporgente sul muraglione. E lui, non fa discorsi; s'arrampica sull'albero e monta in sulla cresta del muraglione. Guarda e vede un bel giardino; e lontano ci stava l'uccellino a beccare per le terre. Allora, Pietro, aiutandosi col ramo sporgente dell'albero, si cala nel giardino, e adagio adagio s'accostava all'uccellino per ammazzarlo: ma quello, al solito, scappa via, ritrapassando il muraglione. Pietro non sapeva più quel, che si fare, e voleva uscire di lì; ma non c'era modo. Mentre dunque si sforzava di arrampicarsi su per il muraglione, apparisce un Mago con du' occhi, che schizzavan foco; che, tutto arrabbiato, urlava:—«Briccone, ladro! ti ci ho colto a isciuparmi«le piante!»—Dice Pietro:—«Vi sbagliate! son entrato qui per questo e questo, e non per isciuparvi e portarvi via niente.»—Ma il Mago non voleva sentir ragione e gli tralucevano gli occhi dalla stizza, e voleva Pietro morto in tutti i modi. Pietro gli si gettò in ginocchioni, pregandolo, che non l'ammazzasse; e gli raccontò tutto quello, che gli era intravvenuto. Dice il Mago:—«Bene, bene! si vedrà col tempo, se tu sie' veritiero o bugiardo. Vieni dunque con me al mi' palazzo.»—Vanno al palazzo; e c'era la Maga, moglie del Mago. Dice:—«Che c'è marito?»—Dice il Mago:—«Ho trovato questo giovane a sperperare il giardino. Che se n'ha a fare?»—Dice la Maga:—«Gua', se è vero quel, che t'ha raccontato, provalo; e poi si vedrà quel, che s'ha da farne.»—Dunque, Pietro fu messo, come giardiniere e ortolano, a lavorare la terra di quel rinserrato: e lui, prudente e ubbidiente, contentava que' due in ogni cosa, e gli teneva per bene tutta la coltivazione, sicchè il Mago e la Maga gli volevan bene come a un figliolo. Era dimolti mesi, che Pietro stava con que' Maghi, quando un giorno il Mago gli disse:—«Tu m'ha' a vangare questo campicello, che ci vo' fare una sementa a modo mio.»—Pietro si messe subito a vangare; e, in quel mentre che vangava, eccoti, che vede l'uccellino, che gli aveva beccato l'anello, volare giù da una pianta nel lavorato a razzolarvi. Corre lesto a pigliar lo stioppo, tira all'uccellino e l'ammazza; e nel gozzo sente colle dita, che ci aveva sempre l'anello. Alla botta venne anche il Mago e dice:—«Che c'è?»—E Pietro:—«Eccovi, zio,»—perchè e' lo chiamavazio,—«la prova, ch'i' sono un galantomo e dicevo il vero, quand'entrai qui la prima volta. Io ho morto l'uccellino, che mi rubò l'anello; e l'anello l'ha sempre nel gozzo.»—Vennero allora nel palazzo; e, aperto il gozzodell'uccellino, tiraron fuori l'anello tal'e quale. Dice il Mago:—«Ora, poi, tu ti puoi considerare come figliolo di me e padrone qui dentro quanto me; perchè proprio ho veduto, che siei un bravo ragazzo e non sai dir bugie.»—Tuttavia Pietro non era contento di star rinchiuso in quel giardino; e sempre s'appalesava voglioso d'andar via. Sentita il Mago questa sua idea ferma, per il ben, che gli voleva, non aveva cuore di contraddirlo. Un giorno gli disse:—«Senti, di qui a escire c'è gran pericoli, perchè il paese di fuori è tutto pieno di bestie feroci. Anzi, non so, come tu sia scampato da loro prima di entrar qui dentro. Ma, se tu aspetti, io conosco quando ci sarà tempesta in mare: e, quando c'è tempesta in mare, l'acqua arriva per insino alla cresta del muraglione, e ci vengono i bastimenti e li legano a que' campanelloni, che tu avra' visti. Se tu aspetti, tu potra' andartene con un di que' bastimenti.»—Passano diversi mesi; e, un giorno, il Mago dice:—«Pietro, domani c'è tempesta in mare. Se tu sie' sempre della medesima idea, preparati pure alla partenza. Ma prima, va' nel mi' tesoro e piglia quattrini a tu' piacimento.»—Pietro non se lo fece dir du' volte; e, andato nel tesoro, si empì le tasche di quattrini. Il giorno dopo, la tempesta accadde; e i bastimenti stavan legati alla cresta del muraglione, Pietro andò a uno e domandò:—«Capitano, per dove?»—Dice il capitano:—«Vo al porto di Spagna.»—«Bene,»—dice Pietro:—«I' vengo con voi; e mi sbarcherete al porto di Spagna.»—Detto addio al Mago e alla Maga, Pietro montò sul bastimento; e, in pochi giorni, giunse al porto di Spagna; e lì scese a un albergo per riposarsi del viaggio. Non sapendo Pietro, che si fare nel porto di Spagna, dice al cameriere dell'albergo:—«Ci sarebbe modo di trovare un impiego in questacittà?»—«Perchè no?»—gli arrispose il cameriere:—«C'è un omo, che fa appunto questo mestieri di trovare impieghi a chi ne vuole; e capita qui ogni mattina. Lui sarà capace di contentarvi.»—Poco dopo, eccoti infatti quell'omo: e Pietro gli domandò, se aveva come impiegarlo. Dice quell'omo:—«Oh! se volete, manca il cameriere al Governatore della città; e sarebbe proprio un posto bono per voi.»—Si trovan d'accordo: quell'omo condusse Pietro dal Governatore, e Pietro diventa il su' cameriere fidato. Dunque, Pietro andava tutti i giorni ad accompagnare a scola i figlioli del Governatore; e il Governatore dava a' su' figlioli una tascata di quattrinelli per far l'elemosina a' poveri lungo la via. I ragazzi, a chi gli chiedeva qualche cosa per amor di dio, gli davano un quattrino per uno; e Pietro, invece, gli dava un paolo per uno, di quelli avuti in regalo dal Mago. Subito si sparse per la città questa notizia; e il popolo cominciò a mormorare contro il Governatore, e badavano a dire:—«Sarebbe meglio, che fosse Governatore il cameriere, e non quell'avaraccio.»—Insomma, fecero un tumulto e corsero sotto le finestre del Governatore a urlare:—«Abbasso il Governatore. Si vole Pietro cameriere per Governatore.»—Ma Pietro s'affacciò alla terrazza e fece cenno colla mano, che tutti stassero boni; e la gente a quel cenno se n'andò. Ora, bisogna sapere, che il Governatore aveva anche una figliola grande da marito, che s'era innamorata di Pietro; e, quando vedde, che il popolo lo voleva invece di su' padre, fece tanto, che il Governatore bisognò glielo desse per isposo. Intanto Pietro seguitava a far elemosine sempre di più moneta, perchè dava sino a tre paoli per testa: sicchè ne venne un altro tumulto più grande del primo. E il Governatore dovette andar via a una sua villa fuor di città; e ne' su' piedi c'entròsubito Pietro, e governava tanto bene, chè ogni persona era contenta. Ma, per fare un passo addietro, torniamo alla moglie e alla cameriera, che Pietro aveva lasciate in quel capanno di frasche, quando l'uccellino gli portò via l'anello. Le donne, perso Pietro e non lo vedendo tornar più, si messero a cercarlo. E, dopo dimolti mesi, cammina cammina, arrivarono anche loro a piedi nel porto di Spagna; e, entrate in un albergo, da un parucchiere si fecero tagliare corti i capelli e da un sarto presero de' vestiti e si trasfigurirono da omo; poi domandarono al cameriere dell'albergo, se c'era modo d'impiegarsi in qualche casa. Dice il cameriere:—«C'è un omo a posta, che cerca servitori per gli altri. Se volete, tra poco ha da venir qui, potete parlar con lui.»—L'omo venne e le du' donne gli dissero i' loro pensiero. Dice l'omo:—«Oh! appunto manca il coco e il cameriere al Governatore novo della città. Vi metterò lì.»—Fatti i patti, la figliola del ciabattino pigliò il posto di coco e la su' cameriera quello di cameriere: ma nè Pietro le riconobbe, nè loro riconobbero punto Pietro. Passato diverso tempo, dice un giorno Pietro alla su' moglie, la figliola del Governatore:—«Oggi non sono a desinare: m'hanno invitato fori certi signori e ti lascio sola.»—E la moglie:—«Allora, io anderò in villa dal babbo, per qualche giorno, a tenergli compagnia.»—E così fecero; e ognuno andò pe' su' versi. In casa, eran rimasti il coco e il cameriere, cioè, quelle du' donne vestite a quel modo. Dice il coco al cameriere:—«Vo' pulire per bene la cucina. Fammi il piacere, piglia per un po' quest'anello, che mi dette il mi' sposo, quando ci si sposò, che non lo vorrei sciupare. Me lo renderai domani, dopo finite le faccende.»—Il cameriere prese l'anello e se lo messe in dito; e poi, andò a rifare la camera de' padroni. Ma lì, anche lui, pernon isciupare l'anello, se lo cavò e lo messe sul cassettone, per poi ripigliarlo; e invece se ne scordò. La sera, torna Pietro, cena e va a letto. Quando la mattina si levò, e' vedde luccicare l'anello sul cassettone:—«Di chi è quest'anello?»—Lo prende e gli pare di riconoscerlo. Chiama il cameriere:—«Di', chi ha messo qui quest'anello? di chi è?»—Dice il cameriere:—«Scusi, signor padrone, ce l'ho lasciato io per dimenticanza codest'anello. Ma non è mio: è del coco.»—«Chiama dunque il coco,»—dice Pietro. Vien su dunque il coco: e, per farla corta, chiedi, domanda, cerca e rispondi, finirono per riconoscersi. Ma Pietro non era però tant'allegro, perchè pensava, che aveva preso un'altra moglie e non sapeva come rimediarla. Quando però venne dalla villa la figliola del Governatore, Pietro gli raccontò tutta la su' storia; e gli disse:—«E come si rimedia a questa faccenda?»—Dice la su' seconda moglie:—«E' si può stare tutti uniti e d'accordo. Io per me non son punto gelosa, che tu abbia, invece d'una, anche du' mogli. Stiamo insieme.»—A Pietro non gli parve vero. Venuta la sera, dice Pietro:—«Dunque, chi viene a dormir con me?»—E la figliola del Governatore:—«È giusto, che ci venga stasera la tu' prima moglie, perchè è tanto tempo, che non vi siete veduti.»—E Pietro andò a letto colla su' prima moglie. Quando era un po' di tempo, che erano a letto, la figliola del Governatore piglia du' pistole cariche e va alla porta di camera. Dice:—«Si pol passare?»—«Entra, entra pure,»—rispose Pietro. E lei entra, va al letto e con du' colpi ammazza Pietro e la moglie. A quel rumore, si sveglian tutti nel palazzo. Vanno in camera e ti vedono quello spettacolo! E le guardie arrestano subito la figliola del Governatore, che, il giorno dopo, menata in piazza in mezzo al popolo sollevato, la messero sur una catasta di legnacon una camicia di pece, e lì la bruciarono viva per il su' delitto commesso.NOTE[1]Narrata da Giovanni Becherini, contadino del Montale—Pistoiese e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.[2]Insomma, Fortuna ed Amore, nel formar questa ragazza, come dice il Carteromaco II, 42....Fer di bellezze un vasto ammasso;E poscia ne formaro una donzellaDi cui non fu giammai cosa più bella.[3]L'abbandono involontario della innamorata nel bosco ed alcun particolare ricordano la terza novella della giornata quinta delDecameron.—«Pietro Boccamazza si fugge con l'Agnolella. Truova ladroni. La giovane fugge per una selva ed è condotta ad un castello. Pietro è preso; e delle mani de' ladroni fugge; e, dopo alcuno accidente, capita a quel castello, dove l'Agnolella era. E sposatala, con lei se ne torna a Roma.»—Maggiori sono i riscontri e più importanti con laIstoria di Ottinello e Giulia, quale tratta, come fu preso da' Turchi e con riscatto liberossi e con l'edificazione della città di Taranto per mezzo loro, ch'è una delle storie popolari più diffuse in Italia ed anche fuori, sott'altro nome. VediLa storia | di | Ottinello e Giulia | Poemetto popolare in ottava rima | riprodotto sulle antiche stampe || Bologna | presso Gaetano Romagnoli | 1867. Noterò qui solo tre riscontri, che rimasero sconosciuti al d'Ancona, il quale curò questa ristampa e vi premise una dotta prefazione. Sarebbero:A) La XXII dellePorretanediM. Sabadino Degli Arienti, Bolognese.—«El figliuol del Re di Portogallo, fingendo andare per voto in Hierosolîma, ne va in Anglia e mena via la figliuola del Re, sua amante; et ambedue in diversi lochi rapiti sono in servitù posti. In la quale dimorati un tempo, in Portogallo in ottima mente se trovano, dove con gran festa e letitia se maritano.»—(da carte 51 a carte 59 della edizione di Verona M.D.XL. per Antonio Putelleto )—B) L'Avventura di Sifanto, nel XVII Canto delMondo NuovodiTommaso Stiglianida Matera.—C) La Novella LVI della Parte I delleDuecentoNovellediCelio Malespini:—«Avvenimento infelice di Orio e Pulicastra, che poi si terminò in infinita allegrezza.»—Dalla Francia la storia è tornata in Italia sotto altra forma ed altro nome; ed è lo argomento d'un opuscolo popolare prosastico, del quale ho sott'occhi un'edizione recente:Storia memorabile | e molto piacevole | per ogni generoso e nobile cavaliere | del valoroso | Pietro di Provenza | e della | bella Maghelona | dove sono ampiamente dichiarate | le loro prodezze ed amori || Torino 1863 | Tipografia e Libreria fratelli Canfari | Via Doragrossa N.º 52.

IL FIGLIOLO DEL RE DI PORTOGALLO.[1]

Il Re di Portogallo aveva un figliolo di nome Pietro, dimolto voglioso di pigliar donna; ma a modo suo non la trovava. Un giorno tornava da caccia e passa per una strada della città; e, sulla porta di una bottega di ciabattino, vede una bellissima ragazza. Questa ragazza aveva una capelliera, che tutti i capelli parevan d'oro e folti; e du' occhi poi neri brillantini e come lagrimosi dentro; e una cera rosata com'una mela.[2]Dice Pietro intra di sè:—«Oh! che bella ragazza, per esser mi' sposa!»—Arriva al palazzo, posa lo stioppo e si riveste da par suo e ritorna fori:—«Tant'è, voglio andare a discorrere!»—rimuginava Pietro:—«Peccato, che sia figliola d'un ciabattino!»—Arriva alla bottega del ciabattino e si mette a discorrere colla ragazza; e s'accorge, che non era solamente bella, ma anche ben'alleveta. Sicchè dunque se n'innamora. Dice Pietro:—«Mi vo' per isposo?»—«Chè, Lei fa celia,»—risponde la ragazza:—«Ma gli pare! Lei è il figliolo del Re, e io sono figliuola d'un ciabattino.»—Dice Pietro:—«Non importa e non fo celia. Se tu mi vo', ti sposo.»—Per farla corta, si promessero di sposarsi. Pietro va al palazzo, che era l'ora di desinare. Si mettono a tavola e cominciano a mangiare. Quando sono alle frutta, dice Pietro:—«Sa, signor padre, mi son risoluto a pigliar donna; e la sposa, l'ho bell'e trovata.»—Il Re, asentir questa novità, in sul principio si rallegrò tutto. E gli addimandò al figliolo, chi era questa sposa, e lui glielo disse. Dice il Re, tutto sconturbato:—«Ma come? una figliola d'un ciabattino! E' non è una donna per un Re. Che direbbe la nobiltà e tutto il popolo a vedere una ciabattina sul trono di Portogallo? No davvero, questo matrimonio non si può fare.»—«Signor padre,»—disse allora Pietro:—«Mi dispiace, che Lei non sia contento: ma io gli ho promesso e gli ho dato parola di Re, a questa ragazza, di sposarla. Dunque, bisogna, che la sposi.»—«Quand'è così,»—disse il Re,»—«mantenete la parola; ma, fori di palazzo e del Regno; qui non vi ci voglio nessun de' due.»—Dopo pochi giorni, fu fatto lo sposalizio. E poi gli sposi, montati con una cameriera dentro una vettura, se ne partirono per le poste per andare verso Parigi. Quando fu notte, Pietro, la sposa e la cameriera s'addormentarono in carrozza, e i vetturini, camminato per un pezzo in un gran stradone, arrivati a due vie, siccome era notte dimolto buia, invece di pigliare quell'a manca, sbagliarono e mossero i cavalli per quell'a manritta. Sicchè entrarono per una macchia folta, che non ci si vedeva lume. Eccoti, a un tratto, sbucano una gran quantità di bestie feroci; e assaltano i vetturini e i cavalli e li divorano in un momento. A quel rumore si sveglia Pietro. Chiama i vetturini e nessun risponde. Scende, e vede lì per terra soltanto gli stivali de' vetturini e gli zoccoli de' cavalli. Allora scendono leste anco le donne, e tutti insieme, alla meglio, cercano di scappare a piedi fori di quella macchia. E arrivati in un logo aperto, strafelati dal correre, Pietro con delle frasche fece un capannotto; e lì si messero a riposare al coperto il restante della notte. Quando fu giorno, Pietro si leva su e vede alla lontana una fonte d'acqua viva:piglia lo stioppo, che mai lo lasciava, e ci s'avvia per lavarsi. Arrivato, che fu alla fonte, si cavò il cappello di capo; e sopra ci messe un anello con un brillante, che teneva in dito, per meglio sciacquarsi le mani e il viso. Ed eccoti, che in quel mentre, che si lavava, viene volando un uccellino, gli becca l'anello e poi va a posarsi su di un frutto. E Pietro, abbrancato lo stioppo, corre diviato per tirargli. Ma l'uccellino, quando lui s'impostava, via su di un altro frutto più lontano; e quello dietro. Insomma corse Pietro tutta la giornata e non potette mai tirare all'uccellino; sicchè finalmente l'uccellino s'appollaiò su di un frutto, quand'era notte, e tra le foglie non si vedeva più. Allora Pietro ci si messe a dormire sotto, col pensiero d'ammazzarlo, a mala pena si levasse il sole. E difatto, a levata di sole, Pietro stava di già impostato per tirare all'uccellino. Ma questo gli scappò daccapo; e, di frutto in frutto, lo menò per insino a un muraglione altissimo e lo traversò, sicchè Pietro lo perdette di vista.[3]Pietro, disperato, si messe a girare intorno al muraglione, per cercare se ci fosse un'entrata: ma porte non ce n'era di nessuna specie; soltanto un grand'albero, da un lato, aveva un ramo sporgente sul muraglione. E lui, non fa discorsi; s'arrampica sull'albero e monta in sulla cresta del muraglione. Guarda e vede un bel giardino; e lontano ci stava l'uccellino a beccare per le terre. Allora, Pietro, aiutandosi col ramo sporgente dell'albero, si cala nel giardino, e adagio adagio s'accostava all'uccellino per ammazzarlo: ma quello, al solito, scappa via, ritrapassando il muraglione. Pietro non sapeva più quel, che si fare, e voleva uscire di lì; ma non c'era modo. Mentre dunque si sforzava di arrampicarsi su per il muraglione, apparisce un Mago con du' occhi, che schizzavan foco; che, tutto arrabbiato, urlava:—«Briccone, ladro! ti ci ho colto a isciuparmi«le piante!»—Dice Pietro:—«Vi sbagliate! son entrato qui per questo e questo, e non per isciuparvi e portarvi via niente.»—Ma il Mago non voleva sentir ragione e gli tralucevano gli occhi dalla stizza, e voleva Pietro morto in tutti i modi. Pietro gli si gettò in ginocchioni, pregandolo, che non l'ammazzasse; e gli raccontò tutto quello, che gli era intravvenuto. Dice il Mago:—«Bene, bene! si vedrà col tempo, se tu sie' veritiero o bugiardo. Vieni dunque con me al mi' palazzo.»—Vanno al palazzo; e c'era la Maga, moglie del Mago. Dice:—«Che c'è marito?»—Dice il Mago:—«Ho trovato questo giovane a sperperare il giardino. Che se n'ha a fare?»—Dice la Maga:—«Gua', se è vero quel, che t'ha raccontato, provalo; e poi si vedrà quel, che s'ha da farne.»—Dunque, Pietro fu messo, come giardiniere e ortolano, a lavorare la terra di quel rinserrato: e lui, prudente e ubbidiente, contentava que' due in ogni cosa, e gli teneva per bene tutta la coltivazione, sicchè il Mago e la Maga gli volevan bene come a un figliolo. Era dimolti mesi, che Pietro stava con que' Maghi, quando un giorno il Mago gli disse:—«Tu m'ha' a vangare questo campicello, che ci vo' fare una sementa a modo mio.»—Pietro si messe subito a vangare; e, in quel mentre che vangava, eccoti, che vede l'uccellino, che gli aveva beccato l'anello, volare giù da una pianta nel lavorato a razzolarvi. Corre lesto a pigliar lo stioppo, tira all'uccellino e l'ammazza; e nel gozzo sente colle dita, che ci aveva sempre l'anello. Alla botta venne anche il Mago e dice:—«Che c'è?»—E Pietro:—«Eccovi, zio,»—perchè e' lo chiamavazio,—«la prova, ch'i' sono un galantomo e dicevo il vero, quand'entrai qui la prima volta. Io ho morto l'uccellino, che mi rubò l'anello; e l'anello l'ha sempre nel gozzo.»—Vennero allora nel palazzo; e, aperto il gozzodell'uccellino, tiraron fuori l'anello tal'e quale. Dice il Mago:—«Ora, poi, tu ti puoi considerare come figliolo di me e padrone qui dentro quanto me; perchè proprio ho veduto, che siei un bravo ragazzo e non sai dir bugie.»—Tuttavia Pietro non era contento di star rinchiuso in quel giardino; e sempre s'appalesava voglioso d'andar via. Sentita il Mago questa sua idea ferma, per il ben, che gli voleva, non aveva cuore di contraddirlo. Un giorno gli disse:—«Senti, di qui a escire c'è gran pericoli, perchè il paese di fuori è tutto pieno di bestie feroci. Anzi, non so, come tu sia scampato da loro prima di entrar qui dentro. Ma, se tu aspetti, io conosco quando ci sarà tempesta in mare: e, quando c'è tempesta in mare, l'acqua arriva per insino alla cresta del muraglione, e ci vengono i bastimenti e li legano a que' campanelloni, che tu avra' visti. Se tu aspetti, tu potra' andartene con un di que' bastimenti.»—Passano diversi mesi; e, un giorno, il Mago dice:—«Pietro, domani c'è tempesta in mare. Se tu sie' sempre della medesima idea, preparati pure alla partenza. Ma prima, va' nel mi' tesoro e piglia quattrini a tu' piacimento.»—Pietro non se lo fece dir du' volte; e, andato nel tesoro, si empì le tasche di quattrini. Il giorno dopo, la tempesta accadde; e i bastimenti stavan legati alla cresta del muraglione, Pietro andò a uno e domandò:—«Capitano, per dove?»—Dice il capitano:—«Vo al porto di Spagna.»—«Bene,»—dice Pietro:—«I' vengo con voi; e mi sbarcherete al porto di Spagna.»—Detto addio al Mago e alla Maga, Pietro montò sul bastimento; e, in pochi giorni, giunse al porto di Spagna; e lì scese a un albergo per riposarsi del viaggio. Non sapendo Pietro, che si fare nel porto di Spagna, dice al cameriere dell'albergo:—«Ci sarebbe modo di trovare un impiego in questacittà?»—«Perchè no?»—gli arrispose il cameriere:—«C'è un omo, che fa appunto questo mestieri di trovare impieghi a chi ne vuole; e capita qui ogni mattina. Lui sarà capace di contentarvi.»—Poco dopo, eccoti infatti quell'omo: e Pietro gli domandò, se aveva come impiegarlo. Dice quell'omo:—«Oh! se volete, manca il cameriere al Governatore della città; e sarebbe proprio un posto bono per voi.»—Si trovan d'accordo: quell'omo condusse Pietro dal Governatore, e Pietro diventa il su' cameriere fidato. Dunque, Pietro andava tutti i giorni ad accompagnare a scola i figlioli del Governatore; e il Governatore dava a' su' figlioli una tascata di quattrinelli per far l'elemosina a' poveri lungo la via. I ragazzi, a chi gli chiedeva qualche cosa per amor di dio, gli davano un quattrino per uno; e Pietro, invece, gli dava un paolo per uno, di quelli avuti in regalo dal Mago. Subito si sparse per la città questa notizia; e il popolo cominciò a mormorare contro il Governatore, e badavano a dire:—«Sarebbe meglio, che fosse Governatore il cameriere, e non quell'avaraccio.»—Insomma, fecero un tumulto e corsero sotto le finestre del Governatore a urlare:—«Abbasso il Governatore. Si vole Pietro cameriere per Governatore.»—Ma Pietro s'affacciò alla terrazza e fece cenno colla mano, che tutti stassero boni; e la gente a quel cenno se n'andò. Ora, bisogna sapere, che il Governatore aveva anche una figliola grande da marito, che s'era innamorata di Pietro; e, quando vedde, che il popolo lo voleva invece di su' padre, fece tanto, che il Governatore bisognò glielo desse per isposo. Intanto Pietro seguitava a far elemosine sempre di più moneta, perchè dava sino a tre paoli per testa: sicchè ne venne un altro tumulto più grande del primo. E il Governatore dovette andar via a una sua villa fuor di città; e ne' su' piedi c'entròsubito Pietro, e governava tanto bene, chè ogni persona era contenta. Ma, per fare un passo addietro, torniamo alla moglie e alla cameriera, che Pietro aveva lasciate in quel capanno di frasche, quando l'uccellino gli portò via l'anello. Le donne, perso Pietro e non lo vedendo tornar più, si messero a cercarlo. E, dopo dimolti mesi, cammina cammina, arrivarono anche loro a piedi nel porto di Spagna; e, entrate in un albergo, da un parucchiere si fecero tagliare corti i capelli e da un sarto presero de' vestiti e si trasfigurirono da omo; poi domandarono al cameriere dell'albergo, se c'era modo d'impiegarsi in qualche casa. Dice il cameriere:—«C'è un omo a posta, che cerca servitori per gli altri. Se volete, tra poco ha da venir qui, potete parlar con lui.»—L'omo venne e le du' donne gli dissero i' loro pensiero. Dice l'omo:—«Oh! appunto manca il coco e il cameriere al Governatore novo della città. Vi metterò lì.»—Fatti i patti, la figliola del ciabattino pigliò il posto di coco e la su' cameriera quello di cameriere: ma nè Pietro le riconobbe, nè loro riconobbero punto Pietro. Passato diverso tempo, dice un giorno Pietro alla su' moglie, la figliola del Governatore:—«Oggi non sono a desinare: m'hanno invitato fori certi signori e ti lascio sola.»—E la moglie:—«Allora, io anderò in villa dal babbo, per qualche giorno, a tenergli compagnia.»—E così fecero; e ognuno andò pe' su' versi. In casa, eran rimasti il coco e il cameriere, cioè, quelle du' donne vestite a quel modo. Dice il coco al cameriere:—«Vo' pulire per bene la cucina. Fammi il piacere, piglia per un po' quest'anello, che mi dette il mi' sposo, quando ci si sposò, che non lo vorrei sciupare. Me lo renderai domani, dopo finite le faccende.»—Il cameriere prese l'anello e se lo messe in dito; e poi, andò a rifare la camera de' padroni. Ma lì, anche lui, pernon isciupare l'anello, se lo cavò e lo messe sul cassettone, per poi ripigliarlo; e invece se ne scordò. La sera, torna Pietro, cena e va a letto. Quando la mattina si levò, e' vedde luccicare l'anello sul cassettone:—«Di chi è quest'anello?»—Lo prende e gli pare di riconoscerlo. Chiama il cameriere:—«Di', chi ha messo qui quest'anello? di chi è?»—Dice il cameriere:—«Scusi, signor padrone, ce l'ho lasciato io per dimenticanza codest'anello. Ma non è mio: è del coco.»—«Chiama dunque il coco,»—dice Pietro. Vien su dunque il coco: e, per farla corta, chiedi, domanda, cerca e rispondi, finirono per riconoscersi. Ma Pietro non era però tant'allegro, perchè pensava, che aveva preso un'altra moglie e non sapeva come rimediarla. Quando però venne dalla villa la figliola del Governatore, Pietro gli raccontò tutta la su' storia; e gli disse:—«E come si rimedia a questa faccenda?»—Dice la su' seconda moglie:—«E' si può stare tutti uniti e d'accordo. Io per me non son punto gelosa, che tu abbia, invece d'una, anche du' mogli. Stiamo insieme.»—A Pietro non gli parve vero. Venuta la sera, dice Pietro:—«Dunque, chi viene a dormir con me?»—E la figliola del Governatore:—«È giusto, che ci venga stasera la tu' prima moglie, perchè è tanto tempo, che non vi siete veduti.»—E Pietro andò a letto colla su' prima moglie. Quando era un po' di tempo, che erano a letto, la figliola del Governatore piglia du' pistole cariche e va alla porta di camera. Dice:—«Si pol passare?»—«Entra, entra pure,»—rispose Pietro. E lei entra, va al letto e con du' colpi ammazza Pietro e la moglie. A quel rumore, si sveglian tutti nel palazzo. Vanno in camera e ti vedono quello spettacolo! E le guardie arrestano subito la figliola del Governatore, che, il giorno dopo, menata in piazza in mezzo al popolo sollevato, la messero sur una catasta di legnacon una camicia di pece, e lì la bruciarono viva per il su' delitto commesso.

NOTE

[1]Narrata da Giovanni Becherini, contadino del Montale—Pistoiese e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.[2]Insomma, Fortuna ed Amore, nel formar questa ragazza, come dice il Carteromaco II, 42....Fer di bellezze un vasto ammasso;E poscia ne formaro una donzellaDi cui non fu giammai cosa più bella.[3]L'abbandono involontario della innamorata nel bosco ed alcun particolare ricordano la terza novella della giornata quinta delDecameron.—«Pietro Boccamazza si fugge con l'Agnolella. Truova ladroni. La giovane fugge per una selva ed è condotta ad un castello. Pietro è preso; e delle mani de' ladroni fugge; e, dopo alcuno accidente, capita a quel castello, dove l'Agnolella era. E sposatala, con lei se ne torna a Roma.»—Maggiori sono i riscontri e più importanti con laIstoria di Ottinello e Giulia, quale tratta, come fu preso da' Turchi e con riscatto liberossi e con l'edificazione della città di Taranto per mezzo loro, ch'è una delle storie popolari più diffuse in Italia ed anche fuori, sott'altro nome. VediLa storia | di | Ottinello e Giulia | Poemetto popolare in ottava rima | riprodotto sulle antiche stampe || Bologna | presso Gaetano Romagnoli | 1867. Noterò qui solo tre riscontri, che rimasero sconosciuti al d'Ancona, il quale curò questa ristampa e vi premise una dotta prefazione. Sarebbero:A) La XXII dellePorretanediM. Sabadino Degli Arienti, Bolognese.—«El figliuol del Re di Portogallo, fingendo andare per voto in Hierosolîma, ne va in Anglia e mena via la figliuola del Re, sua amante; et ambedue in diversi lochi rapiti sono in servitù posti. In la quale dimorati un tempo, in Portogallo in ottima mente se trovano, dove con gran festa e letitia se maritano.»—(da carte 51 a carte 59 della edizione di Verona M.D.XL. per Antonio Putelleto )—B) L'Avventura di Sifanto, nel XVII Canto delMondo NuovodiTommaso Stiglianida Matera.—C) La Novella LVI della Parte I delleDuecentoNovellediCelio Malespini:—«Avvenimento infelice di Orio e Pulicastra, che poi si terminò in infinita allegrezza.»—Dalla Francia la storia è tornata in Italia sotto altra forma ed altro nome; ed è lo argomento d'un opuscolo popolare prosastico, del quale ho sott'occhi un'edizione recente:Storia memorabile | e molto piacevole | per ogni generoso e nobile cavaliere | del valoroso | Pietro di Provenza | e della | bella Maghelona | dove sono ampiamente dichiarate | le loro prodezze ed amori || Torino 1863 | Tipografia e Libreria fratelli Canfari | Via Doragrossa N.º 52.

[1]Narrata da Giovanni Becherini, contadino del Montale—Pistoiese e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.

[2]Insomma, Fortuna ed Amore, nel formar questa ragazza, come dice il Carteromaco II, 42

....Fer di bellezze un vasto ammasso;E poscia ne formaro una donzellaDi cui non fu giammai cosa più bella.

[3]L'abbandono involontario della innamorata nel bosco ed alcun particolare ricordano la terza novella della giornata quinta delDecameron.—«Pietro Boccamazza si fugge con l'Agnolella. Truova ladroni. La giovane fugge per una selva ed è condotta ad un castello. Pietro è preso; e delle mani de' ladroni fugge; e, dopo alcuno accidente, capita a quel castello, dove l'Agnolella era. E sposatala, con lei se ne torna a Roma.»—Maggiori sono i riscontri e più importanti con laIstoria di Ottinello e Giulia, quale tratta, come fu preso da' Turchi e con riscatto liberossi e con l'edificazione della città di Taranto per mezzo loro, ch'è una delle storie popolari più diffuse in Italia ed anche fuori, sott'altro nome. VediLa storia | di | Ottinello e Giulia | Poemetto popolare in ottava rima | riprodotto sulle antiche stampe || Bologna | presso Gaetano Romagnoli | 1867. Noterò qui solo tre riscontri, che rimasero sconosciuti al d'Ancona, il quale curò questa ristampa e vi premise una dotta prefazione. Sarebbero:A) La XXII dellePorretanediM. Sabadino Degli Arienti, Bolognese.—«El figliuol del Re di Portogallo, fingendo andare per voto in Hierosolîma, ne va in Anglia e mena via la figliuola del Re, sua amante; et ambedue in diversi lochi rapiti sono in servitù posti. In la quale dimorati un tempo, in Portogallo in ottima mente se trovano, dove con gran festa e letitia se maritano.»—(da carte 51 a carte 59 della edizione di Verona M.D.XL. per Antonio Putelleto )—B) L'Avventura di Sifanto, nel XVII Canto delMondo NuovodiTommaso Stiglianida Matera.—C) La Novella LVI della Parte I delleDuecentoNovellediCelio Malespini:—«Avvenimento infelice di Orio e Pulicastra, che poi si terminò in infinita allegrezza.»—Dalla Francia la storia è tornata in Italia sotto altra forma ed altro nome; ed è lo argomento d'un opuscolo popolare prosastico, del quale ho sott'occhi un'edizione recente:Storia memorabile | e molto piacevole | per ogni generoso e nobile cavaliere | del valoroso | Pietro di Provenza | e della | bella Maghelona | dove sono ampiamente dichiarate | le loro prodezze ed amori || Torino 1863 | Tipografia e Libreria fratelli Canfari | Via Doragrossa N.º 52.

XXXVII.FANTA—GHIRÒ, PERSONA BELLA.[1]A' tempi antichi vivette un Re, che de' figlioli maschi non n'aveva, ma soltanto tre belle fanciulle, e si chiamavano così: la prima Carolina, la mezzana Assuntina e l'ultima Fanta—Ghirò, persona bella, perchè gli era la più bella di tutte. Questo Re pativa d'un certo male, che nessuno l'aveva saputo guarire, sicchè passava le su' giornate nella cambera. E nella cambera, ci teneva tre siede, una celeste, una nera e una rossa. E le su' figliole, quando andevan da lui la mattina, guardavan sempre su che sedia s'era messo il padre; se su quella celeste, voleva direallegria; su quella nera,morte; su quella rossa,guerra. Un giorno, entrano in cambera e il Re siedeva sulla sedia rossa. Dice la maggiore:—«Signor padre, oh! che gli è intravvenuto?»—«Ho ricevuto una lettera dal Re a confino, e lui mi dichiara la guerra. Ma io, a questo modo ammalato, non so dove sbacchiare il capo, perchè da me non posso andare al comando dell'assercito. Bisognerà, che trovi un bon generale.»—Dice la maggiore:—«Se lei me lo permette, il generale sarò io. Vedrà, che son capace a comandare a' soldati.»—«Chê! non son affari da donne,»—gli arrispose il Re.—«Oh! la mi provi.»—«Sì, farò a tu' modo,»—disse il Re:—«Ma con questo, che, se per istrada tu rammenti cose da donne, subbito 'ndietro e a casa.»—Quando si furno accordati, ilRe chiama il su' fido servitore e gli comanda di montare a cavallo colla Principessa per accompagnarla alla guerra; ma che lui la rimeni al palazzo, se la Principessa rammenta cose da donne. Ogni cosa pronta, montano a cavallo e vanno via; e 'l servitore accanto della Principessa. E, camminato che ebbano un pezzo, arrivorno a un bel canneto. Dice la Principessa:—«Oh! che belle canne! Se s'avessano a casa, quante ma' rocche ci si faremmo.»—«A casa, a casa,»—disse il servitore:—«Vo' avete ricordato cose da donne.»—E tornorno a casa. Si fece allora alla presenzia del Re la mezzana, che volse in tutti i modi andar lei a comandar la battaglia; ma il Re ce la mandò co' medesimi patti della maggiore. E, arrivata che lei fu al canneto, stiede zitta; poi passorno in mezzo a una palaia. Dice la mezzana:—«Bada, Tonino, che be' pali svelti e diritti! Se s'avessano a casa, quanti ma' be' fusi per filare.»—«A casa, a casa,»—disse Tonino servitore:—«Vo' avete rammentato cose da donne.»—E bisognò ritornare alla città dal Re. Il Re s'era messo per perso; ma eccoti, va da lui Fanta—Ghirò e lo supprica di mandarla lei alla guerra. Dice il Re:—«Tu sie' troppo bambina! Non son rinuscite quell'altre a bene, che vo' tu, ch' 'speri 'n te?»—«Che mal ci sarà egli a provarmi, babbo? Vedrete, che non vi farò disonore, se mi mandate.»—Volse il Re provare anche lei, e al servitore gli diede i medesimi comandamenti: 'ntanto Fanta—Ghirò si vestì da guerrieri, colla su' spada, le pistole, la montura; pareva un bel dragone valoroso. Montano a cavallo e via, coll'assercito dreto. Passano il canneto, passano la palaia, e Fanta—Ghirò zitta. Arrivati al confino, Fanta—Ghirò si volse abboccare col Re nimico, che era un bel giovinotto sderto. E lui, a male brighe vedde Fanta—Ghirò, disse in tra di sè, che gli era una donna; e la 'nvitòal su' palazzo per parlarsi meglio delle ragioni della guerra prima di battagliare. Quando questo Re fu al palazzo, corse da su' madre, e gli raccontò del guerrieri, che comandava l'assercito contrario, e che l'aveva condotto con seco per l'abboccamento:—«Oh! mamma, mamma!»—scramava dalla passione, che si sentiva nel core:—«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—Dice su' madre:—«Portala in nella stanza dell'armi. Se lei è una donna, non le guarderà e non le vorrà toccare.»—Il Re fece subbito a quel modo: ma Fanta—Ghirò pigliava le spade e le provava, scaricò gli stioppi e le pistole, proprio a somiglianza d'un omo. Il Re torna da su' madre:—«Mamma, lei brancica l'armi come un omo. Ma in d'ogni mo':Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—Dice la madre:—«Portala nel giardino. Se lei è una donna, piglierà una rosa o una viola in mano e poi se la metterà nel petto: ma, se gli è omo, vederai, che si ferma al gelsumino catalogno; e, doppo averlo annusato, se lo metterà all'orecchio.»—Dunque il Re menò Fanta—Ghirò nel giardino a spasseggiare; ma lei le rose e le viole non le guardò neppure; colse bensì un gelsumino catalogno, l'annusò ben bene e poi se lo messe nell'orecchio. Il Re torna da su' madre:—«Ha fatto com'un omo. Ma io son sempre della medesima idea:«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—Dice la madre, che vedeva il su' figliuolo tanto disperato per l'amore, e a lui il core gli faceva tuppete tappete dalla gran passione:—«'Nvitala a desinare. Se lei piglia il pane e per tagliarlo l'appoggia al petto, è una donna; ma, se 'nvece lo taglia accosì per aria, allora poi è dicerto un omo, e non vale star tanto sollevato.»—Ma anco questa prova non fu bona; perchè Fanta—Ghirò tagliò 'l pane insenza metterselo alla vita. Torna il Re da su' madre:—«Mamma, gli ha fatto tutto 'l contrario d'una donna. Ma son sempre dell'istessa idea:«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—Dice la madre:—«Tu m'hai l'aria d'un matto. Ma fa' anco questa di prove. Menala a letto con teco. Se è una ragazza, dirà di no.»—Il Re andò subbito a trovare Fanta—Ghirò:—«Quanto i' sare' contento, se voi volessi vienire a dormir con meco.»—«Sarebbe il mi' piacere, Maestà,»—disse lei:—«Se lei vole, sia pure: stasera si dormirà assieme.»—Prima di mettersi a letto, però, volsano cenare; e il Re aveva fatto un grand'apparecchio di bottiglie, e a Fanta—Ghirò la bottiglia gli era alloppiata; ma lei furba, non beveva. Quando furno al fine del mangiare, dice lei:—«S'ha da fare un brindesse prima d'andare a letto.»—Si baciorno, si presano a braccetto, e Fanta—Ghirò cantava:—«Bevi su, compagno,'N sennò t'ammazzerò:»—E il Re arrispondeva:—«Non m'ammazzar, compagno,Perchen'io beverò.»—E 'ntanto, lui beveva, insenz'accorgersene, la bottiglia alloppiata. Sicchè, quando fu 'n cammera, si buttò nel letto e intrafinefatta s'addormentò, che russava com'un animale. Allo svegliarsi della mattina, il Re vedde Fanta—Ghirò bell'e 'n piedi e tutta vestita da dragone, e non potiede sapere, se era donna o omo. Figuratevi le disperazioni e la passione! Non poteva più campare. Il Re torna da su' madre, che cominciò a gridarlo fortemente della su' mattia. Ma lui badava a dire:—«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—Dice la madre:—«Dunque fa' anco questa di prove: ma sarà l'ultima. 'Nvitala, Fanta—Ghirò, a bagnarsi gnuda con teco nella pescaia del giardino in sul mezzodì. Se lei è donna, o non ci viene, oppuramente tu te n'addai insenza dubbio.»—Lui, difatto, fece quell'invito a Fanta—Ghirò; gli disse:—«Non mi par vero! Anco a casa son'avvezza a lavarmi ogni giorno, e ora gli è un pezzo, che non son'entra nell'acqua. Ma però il bagno s'ha da fare domattina; stamani no, chè non posso.»—Subbito Fanta—Ghirò chiama il su' fido servitore, che monti a cavallo e porti una lettera al Re suo padre, e con pronta risposta. Nella risposta, da mandarsi per un dragone de' meglio, ciaveva a dire:—«Che lui steva male in fin di vita, e che voleva rivedere Fanta—Ghirò prima di morire.»—Il servitore di carriera se n'andette coll'ambasciata. Intanto, il giorno dopo, in sul mezzodì, il Re aspettava nel giardino Fanta—Ghirò, e s'era cominciato a spogliare, quando la vedde comparire da lontano per una redola. Lesto, si leva d'addosso il resto de' panni e si tuffa nella pescaia. Lei però disse:—«Non mi voglio ancora bagnare: ho troppo caldo e son molle di sudore.»—Ma faceva così, perchè gli arrivassi il corrieri colla lettera. Aspetta, aspetta, mezzodì era già sonato da un pezzo, e non appariva nessuno. Fanta—Ghirò moriva dalla pena, perchè il Re la pintava a gnudarsi e buttarsi giù in nella pescaia. Dice Fanta—Ghirò:—«Mi sento male. Mi vien certi gricciori per le spalle e per le gambe. Gli è un segno cattivo; c'è qualche disgrazia per aria.»—Il Re s'impazientiva:—«Non è nulla. Spogliatevi e buttatevi giù, chè ci si sta tanto bene. Che disgrazie volete, che ci sieno?»—In quel mentre si sente un rumore; scrama Fanta—Ghirò:—«Un cavallo, un cavallo alla carriera, con uno de' miei dragoni sopr'esso. Sta, sta. Deccolo.»—A male brighe il dragone gli viense dinanzi, gli diede la lettera di su' padre a Fanta—Ghirò; e lei fece le viste d'aprirla con gran premuria. E, quando l'ebbe letta, disse al Re:—«Mi rincresce, Maestà, ma ci sono delle cattive nove. Lo dicevo io, che que' gricciori eran un segno cattivo! mi' padre è lì lì per morire e mi vole rivedere. Dunque, bisogna, che parta in nel momento. Sicchè facciamo la pace; e, se volete, vienite a trovarmi nel mi' Regno. Il bagno si farà un'altra volta.»—Figuratevi, se il Re era disperato davvero, perchè lui proprio credeva, che Fanta—Ghirò fusse donna, e ci moriva sopra dalla passione. Ma gli conviense adattarsi al destino e lassarlaandar via. Lei, dunque, passò prima dalla su' cambera; e in sullo 'nginocchiatoio ci messe un foglio scritto, che diceva:—«Fanta—Ghirò,Donna è venuta e donna se ne va,Ma 'mperò cognosciuta il Re non l'ha.»Quando, la mattina doppo, il Re gli andette in quella cambera per isfogarsi della passione, in nel girar gli occhi vedde il foglio e lo lesse; sicchè rimase lì di sasso, come un baiocco, tra 'l dispiaciere e l'allegrezza. Corre diviato da su' madre:—«Mamma, mamma! l'avevo indovinato, che Fanta—Ghirò era donna. Leggete questo foglio, che ha lassato scritto in sullo 'nginocchiatoio della cambera.»—E non stiede ad aspettar la risposta di su' madre; ma, fatta attaccare la carrozza, si messe dreto a tutta carriera a Fanta—Ghirò. Fanta—Ghirò, intanto, steva alla presenzia di su' padre e gli raccontava le cose, che gli erano intravvenute, e come a quel mo' avessi vinto le battaglie; quando, doppo poco, si sente un rumore nella corte; era il rumore della carrozza con quel Re innamorato, che subbito volse rivedere Fanta—Ghirò. E lì, dissano tante cose, chè la concrusione fu la pace tra que' Re e lo sposalizio di Fanta—Ghirò col Re dapprima nimico. Sicchè lui la menò con seco al su' palazzo nel su' Regno; e, quando poi morì il babbo di Fanta—Ghirò, lei ebbe in eredità tutto il Regno di su' padre.NOTA[1]—«FantaoFantina, aggiunto adonna, vale come il latinoVirago. Può essere, cheGhiròsia una corruzione diVirago. Fanta—Ghirò, Fanciulla—eroina?»—Così il raccoglitoreprof. avv. Gherardo Nerucci, cui venne dettata da Luisa Ginanni del Montale—Pistojese. Cf. ConLa Serva d'Aglie, Trattenimento VI della giornata III del Pentamerone:—«Belluccia, figlia d'Ambrouso de la Varra, ped essere obediente a lo patre, facenno lo gusto sujo, pe' portarese accortamente 'n chello, che l'era stato commannato, deventa maretata ricca ricca co' Narduccio, primmogeneto de Biasillo Guallecchia; ed è causa, che l'autre sore poverelle siano da lo medesemo dotate e date pe' mogliere a l'autre figli suoje.»—

FANTA—GHIRÒ, PERSONA BELLA.[1]

A' tempi antichi vivette un Re, che de' figlioli maschi non n'aveva, ma soltanto tre belle fanciulle, e si chiamavano così: la prima Carolina, la mezzana Assuntina e l'ultima Fanta—Ghirò, persona bella, perchè gli era la più bella di tutte. Questo Re pativa d'un certo male, che nessuno l'aveva saputo guarire, sicchè passava le su' giornate nella cambera. E nella cambera, ci teneva tre siede, una celeste, una nera e una rossa. E le su' figliole, quando andevan da lui la mattina, guardavan sempre su che sedia s'era messo il padre; se su quella celeste, voleva direallegria; su quella nera,morte; su quella rossa,guerra. Un giorno, entrano in cambera e il Re siedeva sulla sedia rossa. Dice la maggiore:—«Signor padre, oh! che gli è intravvenuto?»—«Ho ricevuto una lettera dal Re a confino, e lui mi dichiara la guerra. Ma io, a questo modo ammalato, non so dove sbacchiare il capo, perchè da me non posso andare al comando dell'assercito. Bisognerà, che trovi un bon generale.»—Dice la maggiore:—«Se lei me lo permette, il generale sarò io. Vedrà, che son capace a comandare a' soldati.»—«Chê! non son affari da donne,»—gli arrispose il Re.—«Oh! la mi provi.»—«Sì, farò a tu' modo,»—disse il Re:—«Ma con questo, che, se per istrada tu rammenti cose da donne, subbito 'ndietro e a casa.»—Quando si furno accordati, ilRe chiama il su' fido servitore e gli comanda di montare a cavallo colla Principessa per accompagnarla alla guerra; ma che lui la rimeni al palazzo, se la Principessa rammenta cose da donne. Ogni cosa pronta, montano a cavallo e vanno via; e 'l servitore accanto della Principessa. E, camminato che ebbano un pezzo, arrivorno a un bel canneto. Dice la Principessa:—«Oh! che belle canne! Se s'avessano a casa, quante ma' rocche ci si faremmo.»—«A casa, a casa,»—disse il servitore:—«Vo' avete ricordato cose da donne.»—E tornorno a casa. Si fece allora alla presenzia del Re la mezzana, che volse in tutti i modi andar lei a comandar la battaglia; ma il Re ce la mandò co' medesimi patti della maggiore. E, arrivata che lei fu al canneto, stiede zitta; poi passorno in mezzo a una palaia. Dice la mezzana:—«Bada, Tonino, che be' pali svelti e diritti! Se s'avessano a casa, quanti ma' be' fusi per filare.»—«A casa, a casa,»—disse Tonino servitore:—«Vo' avete rammentato cose da donne.»—E bisognò ritornare alla città dal Re. Il Re s'era messo per perso; ma eccoti, va da lui Fanta—Ghirò e lo supprica di mandarla lei alla guerra. Dice il Re:—«Tu sie' troppo bambina! Non son rinuscite quell'altre a bene, che vo' tu, ch' 'speri 'n te?»—«Che mal ci sarà egli a provarmi, babbo? Vedrete, che non vi farò disonore, se mi mandate.»—Volse il Re provare anche lei, e al servitore gli diede i medesimi comandamenti: 'ntanto Fanta—Ghirò si vestì da guerrieri, colla su' spada, le pistole, la montura; pareva un bel dragone valoroso. Montano a cavallo e via, coll'assercito dreto. Passano il canneto, passano la palaia, e Fanta—Ghirò zitta. Arrivati al confino, Fanta—Ghirò si volse abboccare col Re nimico, che era un bel giovinotto sderto. E lui, a male brighe vedde Fanta—Ghirò, disse in tra di sè, che gli era una donna; e la 'nvitòal su' palazzo per parlarsi meglio delle ragioni della guerra prima di battagliare. Quando questo Re fu al palazzo, corse da su' madre, e gli raccontò del guerrieri, che comandava l'assercito contrario, e che l'aveva condotto con seco per l'abboccamento:—«Oh! mamma, mamma!»—scramava dalla passione, che si sentiva nel core:

—«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—

Dice su' madre:—«Portala in nella stanza dell'armi. Se lei è una donna, non le guarderà e non le vorrà toccare.»—Il Re fece subbito a quel modo: ma Fanta—Ghirò pigliava le spade e le provava, scaricò gli stioppi e le pistole, proprio a somiglianza d'un omo. Il Re torna da su' madre:—«Mamma, lei brancica l'armi come un omo. Ma in d'ogni mo':

Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—

Dice la madre:—«Portala nel giardino. Se lei è una donna, piglierà una rosa o una viola in mano e poi se la metterà nel petto: ma, se gli è omo, vederai, che si ferma al gelsumino catalogno; e, doppo averlo annusato, se lo metterà all'orecchio.»—Dunque il Re menò Fanta—Ghirò nel giardino a spasseggiare; ma lei le rose e le viole non le guardò neppure; colse bensì un gelsumino catalogno, l'annusò ben bene e poi se lo messe nell'orecchio. Il Re torna da su' madre:—«Ha fatto com'un omo. Ma io son sempre della medesima idea:

«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—

Dice la madre, che vedeva il su' figliuolo tanto disperato per l'amore, e a lui il core gli faceva tuppete tappete dalla gran passione:—«'Nvitala a desinare. Se lei piglia il pane e per tagliarlo l'appoggia al petto, è una donna; ma, se 'nvece lo taglia accosì per aria, allora poi è dicerto un omo, e non vale star tanto sollevato.»—Ma anco questa prova non fu bona; perchè Fanta—Ghirò tagliò 'l pane insenza metterselo alla vita. Torna il Re da su' madre:—«Mamma, gli ha fatto tutto 'l contrario d'una donna. Ma son sempre dell'istessa idea:

«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—

Dice la madre:—«Tu m'hai l'aria d'un matto. Ma fa' anco questa di prove. Menala a letto con teco. Se è una ragazza, dirà di no.»—Il Re andò subbito a trovare Fanta—Ghirò:—«Quanto i' sare' contento, se voi volessi vienire a dormir con meco.»—«Sarebbe il mi' piacere, Maestà,»—disse lei:—«Se lei vole, sia pure: stasera si dormirà assieme.»—Prima di mettersi a letto, però, volsano cenare; e il Re aveva fatto un grand'apparecchio di bottiglie, e a Fanta—Ghirò la bottiglia gli era alloppiata; ma lei furba, non beveva. Quando furno al fine del mangiare, dice lei:—«S'ha da fare un brindesse prima d'andare a letto.»—Si baciorno, si presano a braccetto, e Fanta—Ghirò cantava:

—«Bevi su, compagno,'N sennò t'ammazzerò:»—

E il Re arrispondeva:

—«Non m'ammazzar, compagno,Perchen'io beverò.»—

E 'ntanto, lui beveva, insenz'accorgersene, la bottiglia alloppiata. Sicchè, quando fu 'n cammera, si buttò nel letto e intrafinefatta s'addormentò, che russava com'un animale. Allo svegliarsi della mattina, il Re vedde Fanta—Ghirò bell'e 'n piedi e tutta vestita da dragone, e non potiede sapere, se era donna o omo. Figuratevi le disperazioni e la passione! Non poteva più campare. Il Re torna da su' madre, che cominciò a gridarlo fortemente della su' mattia. Ma lui badava a dire:

—«Fanta—Ghirò, persona bella,Du' occhi neri, drento la su' favella:Carissima madre, mi pare una donzella.»—

Dice la madre:—«Dunque fa' anco questa di prove: ma sarà l'ultima. 'Nvitala, Fanta—Ghirò, a bagnarsi gnuda con teco nella pescaia del giardino in sul mezzodì. Se lei è donna, o non ci viene, oppuramente tu te n'addai insenza dubbio.»—Lui, difatto, fece quell'invito a Fanta—Ghirò; gli disse:—«Non mi par vero! Anco a casa son'avvezza a lavarmi ogni giorno, e ora gli è un pezzo, che non son'entra nell'acqua. Ma però il bagno s'ha da fare domattina; stamani no, chè non posso.»—Subbito Fanta—Ghirò chiama il su' fido servitore, che monti a cavallo e porti una lettera al Re suo padre, e con pronta risposta. Nella risposta, da mandarsi per un dragone de' meglio, ciaveva a dire:—«Che lui steva male in fin di vita, e che voleva rivedere Fanta—Ghirò prima di morire.»—Il servitore di carriera se n'andette coll'ambasciata. Intanto, il giorno dopo, in sul mezzodì, il Re aspettava nel giardino Fanta—Ghirò, e s'era cominciato a spogliare, quando la vedde comparire da lontano per una redola. Lesto, si leva d'addosso il resto de' panni e si tuffa nella pescaia. Lei però disse:—«Non mi voglio ancora bagnare: ho troppo caldo e son molle di sudore.»—Ma faceva così, perchè gli arrivassi il corrieri colla lettera. Aspetta, aspetta, mezzodì era già sonato da un pezzo, e non appariva nessuno. Fanta—Ghirò moriva dalla pena, perchè il Re la pintava a gnudarsi e buttarsi giù in nella pescaia. Dice Fanta—Ghirò:—«Mi sento male. Mi vien certi gricciori per le spalle e per le gambe. Gli è un segno cattivo; c'è qualche disgrazia per aria.»—Il Re s'impazientiva:—«Non è nulla. Spogliatevi e buttatevi giù, chè ci si sta tanto bene. Che disgrazie volete, che ci sieno?»—In quel mentre si sente un rumore; scrama Fanta—Ghirò:—«Un cavallo, un cavallo alla carriera, con uno de' miei dragoni sopr'esso. Sta, sta. Deccolo.»—A male brighe il dragone gli viense dinanzi, gli diede la lettera di su' padre a Fanta—Ghirò; e lei fece le viste d'aprirla con gran premuria. E, quando l'ebbe letta, disse al Re:—«Mi rincresce, Maestà, ma ci sono delle cattive nove. Lo dicevo io, che que' gricciori eran un segno cattivo! mi' padre è lì lì per morire e mi vole rivedere. Dunque, bisogna, che parta in nel momento. Sicchè facciamo la pace; e, se volete, vienite a trovarmi nel mi' Regno. Il bagno si farà un'altra volta.»—Figuratevi, se il Re era disperato davvero, perchè lui proprio credeva, che Fanta—Ghirò fusse donna, e ci moriva sopra dalla passione. Ma gli conviense adattarsi al destino e lassarlaandar via. Lei, dunque, passò prima dalla su' cambera; e in sullo 'nginocchiatoio ci messe un foglio scritto, che diceva:

—«Fanta—Ghirò,Donna è venuta e donna se ne va,Ma 'mperò cognosciuta il Re non l'ha.»

Quando, la mattina doppo, il Re gli andette in quella cambera per isfogarsi della passione, in nel girar gli occhi vedde il foglio e lo lesse; sicchè rimase lì di sasso, come un baiocco, tra 'l dispiaciere e l'allegrezza. Corre diviato da su' madre:—«Mamma, mamma! l'avevo indovinato, che Fanta—Ghirò era donna. Leggete questo foglio, che ha lassato scritto in sullo 'nginocchiatoio della cambera.»—E non stiede ad aspettar la risposta di su' madre; ma, fatta attaccare la carrozza, si messe dreto a tutta carriera a Fanta—Ghirò. Fanta—Ghirò, intanto, steva alla presenzia di su' padre e gli raccontava le cose, che gli erano intravvenute, e come a quel mo' avessi vinto le battaglie; quando, doppo poco, si sente un rumore nella corte; era il rumore della carrozza con quel Re innamorato, che subbito volse rivedere Fanta—Ghirò. E lì, dissano tante cose, chè la concrusione fu la pace tra que' Re e lo sposalizio di Fanta—Ghirò col Re dapprima nimico. Sicchè lui la menò con seco al su' palazzo nel su' Regno; e, quando poi morì il babbo di Fanta—Ghirò, lei ebbe in eredità tutto il Regno di su' padre.

NOTA

[1]—«FantaoFantina, aggiunto adonna, vale come il latinoVirago. Può essere, cheGhiròsia una corruzione diVirago. Fanta—Ghirò, Fanciulla—eroina?»—Così il raccoglitoreprof. avv. Gherardo Nerucci, cui venne dettata da Luisa Ginanni del Montale—Pistojese. Cf. ConLa Serva d'Aglie, Trattenimento VI della giornata III del Pentamerone:—«Belluccia, figlia d'Ambrouso de la Varra, ped essere obediente a lo patre, facenno lo gusto sujo, pe' portarese accortamente 'n chello, che l'era stato commannato, deventa maretata ricca ricca co' Narduccio, primmogeneto de Biasillo Guallecchia; ed è causa, che l'autre sore poverelle siano da lo medesemo dotate e date pe' mogliere a l'autre figli suoje.»—

[1]—«FantaoFantina, aggiunto adonna, vale come il latinoVirago. Può essere, cheGhiròsia una corruzione diVirago. Fanta—Ghirò, Fanciulla—eroina?»—Così il raccoglitoreprof. avv. Gherardo Nerucci, cui venne dettata da Luisa Ginanni del Montale—Pistojese. Cf. ConLa Serva d'Aglie, Trattenimento VI della giornata III del Pentamerone:—«Belluccia, figlia d'Ambrouso de la Varra, ped essere obediente a lo patre, facenno lo gusto sujo, pe' portarese accortamente 'n chello, che l'era stato commannato, deventa maretata ricca ricca co' Narduccio, primmogeneto de Biasillo Guallecchia; ed è causa, che l'autre sore poverelle siano da lo medesemo dotate e date pe' mogliere a l'autre figli suoje.»—

XXXVIII.LA FRITTATINA.C'era una volta una donnina, che aveva una stanzina piccina piccina, e ci aveva una gallina. Questa gallina, la fece l'ovo. E la donnina, la lo prese e ne fece una frittatina picchina picchina picchina, e la la messe a freddare alla finestra. Passa una mosca e gnene mangia: figuratevi, che frittata avea da esser quella![1]La donnina la va da il Commissario e gli racconta il caso.—«Oh!»—dice—«quando voi la vedrete, la mosca, tenete questa mazza»—e gli dà una mazzettina—«quando voi la vedrete, picchiatela, ammazzatela.»—In quel tempo, la gli si mette su il naso a questo Commissario una mosca. La donnina, lei, la crede, che sia quella; e gli dà una bastonata, come gli aveva detto, e rompe il naso a il Commissario.[2]NOTE[1]Questa frittata, veramente omeopatica, mi rimette in mente un raccontino, una novelletta del Tresatti, ignota al Gamba, al Borromeo, al Passano, al Papanti, eccetera, eccetera (e degna di rimanere ignota) che ricavo dalla sua edizione de' cantici del Beato Jacopone da Todi.—«Voleva uno cuocer funghi: et dimandava ad un vecchio, come ciò far potrebbe a fin che riuscissero assai buoni a mangiare.Io te l'insegnerò, disse il vecchio;che saranno ottimi. Piglia de' funghi sì poco, quanto sia l'ugna del tuo dito piccolo et non più; et mescola seco et sbatti dell'ova fresche et del formaggio buono grattato et del butirro.Et vi aggiungeva dell'altre cose sì fatte. Et conchiudeva:Or vatti con dio, che, cocendo tai funghi con diligenza, saranno stupendi buonissimi.»—[2]VediVita | Pentimento, e Morte | di | Pietro Bailardo | con | Pulcinella | accarezzato da' diavoli e spaven | tato dall'ombra di Merlino | Tragicommedia Magico—spettacolosa | in quattro atti. || Napoli | Tipografia Francesco Saverio Criscuolo. | Presso Giuseppe d'Ambra strada Portacarrese | Montecalvario n. 1. | 1852.—Nella scena V dell'Atto II, il Bargello narra a Pietro Bailardo, nel condurlo in prigione, la storia di alcuni carcerati.—«Pietro. E quell'altro là?Bargello. Quello poi è innocente, innocentissimo; e si trova qui per avere uccisa una mosca.Pietro. Come! Se è così, non merita alcuna pena. Spiegatevi.Bargello. Eccomi. Stava costui al servizio di uno speziale. Adocchiò, che il suo padrone aveva molto denaro nel bancone; e siccome (sic) il suo naturale è stato sempre di volersi appropriare della roba d'altri, così, spalancati tanto d'occhi su quel piccolo tesoro, e' cercava modo d'impadronirsene. Ma, non potendogli riuscire a causa della vigilanza del padrone, nè volendo commettere un delitto coll'ucciderlo, andava cercando una occasione opportuna, onde soddisfare (sic) le sue brame. Questa gli si presentò un giorno di està dopo pranzo, in cui il suo padrone dormiva nella spezieria, sdrajato su di uno scanno. Una mosca impertinente gli succhiava il sudore, che gli grondava dalla fronte. Il dormiente non la sentiva, perchè assopito nel sonno; ma questo buon uomo, ch'era sempre sveglio e vigilante negl'interessi del padrone, ben se n'accorse; e, per fare un atto di carità, prese un maglio; e, con un colpo da maestro diretto sopra la mosca, la ridusse a zero.Pietro. Oh cielo! E la testa del padrone?Bargello. La fece come una focaccia.»—

LA FRITTATINA.

C'era una volta una donnina, che aveva una stanzina piccina piccina, e ci aveva una gallina. Questa gallina, la fece l'ovo. E la donnina, la lo prese e ne fece una frittatina picchina picchina picchina, e la la messe a freddare alla finestra. Passa una mosca e gnene mangia: figuratevi, che frittata avea da esser quella![1]La donnina la va da il Commissario e gli racconta il caso.—«Oh!»—dice—«quando voi la vedrete, la mosca, tenete questa mazza»—e gli dà una mazzettina—«quando voi la vedrete, picchiatela, ammazzatela.»—In quel tempo, la gli si mette su il naso a questo Commissario una mosca. La donnina, lei, la crede, che sia quella; e gli dà una bastonata, come gli aveva detto, e rompe il naso a il Commissario.[2]

NOTE

[1]Questa frittata, veramente omeopatica, mi rimette in mente un raccontino, una novelletta del Tresatti, ignota al Gamba, al Borromeo, al Passano, al Papanti, eccetera, eccetera (e degna di rimanere ignota) che ricavo dalla sua edizione de' cantici del Beato Jacopone da Todi.—«Voleva uno cuocer funghi: et dimandava ad un vecchio, come ciò far potrebbe a fin che riuscissero assai buoni a mangiare.Io te l'insegnerò, disse il vecchio;che saranno ottimi. Piglia de' funghi sì poco, quanto sia l'ugna del tuo dito piccolo et non più; et mescola seco et sbatti dell'ova fresche et del formaggio buono grattato et del butirro.Et vi aggiungeva dell'altre cose sì fatte. Et conchiudeva:Or vatti con dio, che, cocendo tai funghi con diligenza, saranno stupendi buonissimi.»—[2]VediVita | Pentimento, e Morte | di | Pietro Bailardo | con | Pulcinella | accarezzato da' diavoli e spaven | tato dall'ombra di Merlino | Tragicommedia Magico—spettacolosa | in quattro atti. || Napoli | Tipografia Francesco Saverio Criscuolo. | Presso Giuseppe d'Ambra strada Portacarrese | Montecalvario n. 1. | 1852.—Nella scena V dell'Atto II, il Bargello narra a Pietro Bailardo, nel condurlo in prigione, la storia di alcuni carcerati.—«Pietro. E quell'altro là?Bargello. Quello poi è innocente, innocentissimo; e si trova qui per avere uccisa una mosca.Pietro. Come! Se è così, non merita alcuna pena. Spiegatevi.Bargello. Eccomi. Stava costui al servizio di uno speziale. Adocchiò, che il suo padrone aveva molto denaro nel bancone; e siccome (sic) il suo naturale è stato sempre di volersi appropriare della roba d'altri, così, spalancati tanto d'occhi su quel piccolo tesoro, e' cercava modo d'impadronirsene. Ma, non potendogli riuscire a causa della vigilanza del padrone, nè volendo commettere un delitto coll'ucciderlo, andava cercando una occasione opportuna, onde soddisfare (sic) le sue brame. Questa gli si presentò un giorno di està dopo pranzo, in cui il suo padrone dormiva nella spezieria, sdrajato su di uno scanno. Una mosca impertinente gli succhiava il sudore, che gli grondava dalla fronte. Il dormiente non la sentiva, perchè assopito nel sonno; ma questo buon uomo, ch'era sempre sveglio e vigilante negl'interessi del padrone, ben se n'accorse; e, per fare un atto di carità, prese un maglio; e, con un colpo da maestro diretto sopra la mosca, la ridusse a zero.Pietro. Oh cielo! E la testa del padrone?Bargello. La fece come una focaccia.»—

[1]Questa frittata, veramente omeopatica, mi rimette in mente un raccontino, una novelletta del Tresatti, ignota al Gamba, al Borromeo, al Passano, al Papanti, eccetera, eccetera (e degna di rimanere ignota) che ricavo dalla sua edizione de' cantici del Beato Jacopone da Todi.—«Voleva uno cuocer funghi: et dimandava ad un vecchio, come ciò far potrebbe a fin che riuscissero assai buoni a mangiare.Io te l'insegnerò, disse il vecchio;che saranno ottimi. Piglia de' funghi sì poco, quanto sia l'ugna del tuo dito piccolo et non più; et mescola seco et sbatti dell'ova fresche et del formaggio buono grattato et del butirro.Et vi aggiungeva dell'altre cose sì fatte. Et conchiudeva:Or vatti con dio, che, cocendo tai funghi con diligenza, saranno stupendi buonissimi.»—

[2]VediVita | Pentimento, e Morte | di | Pietro Bailardo | con | Pulcinella | accarezzato da' diavoli e spaven | tato dall'ombra di Merlino | Tragicommedia Magico—spettacolosa | in quattro atti. || Napoli | Tipografia Francesco Saverio Criscuolo. | Presso Giuseppe d'Ambra strada Portacarrese | Montecalvario n. 1. | 1852.—Nella scena V dell'Atto II, il Bargello narra a Pietro Bailardo, nel condurlo in prigione, la storia di alcuni carcerati.—«Pietro. E quell'altro là?Bargello. Quello poi è innocente, innocentissimo; e si trova qui per avere uccisa una mosca.Pietro. Come! Se è così, non merita alcuna pena. Spiegatevi.Bargello. Eccomi. Stava costui al servizio di uno speziale. Adocchiò, che il suo padrone aveva molto denaro nel bancone; e siccome (sic) il suo naturale è stato sempre di volersi appropriare della roba d'altri, così, spalancati tanto d'occhi su quel piccolo tesoro, e' cercava modo d'impadronirsene. Ma, non potendogli riuscire a causa della vigilanza del padrone, nè volendo commettere un delitto coll'ucciderlo, andava cercando una occasione opportuna, onde soddisfare (sic) le sue brame. Questa gli si presentò un giorno di està dopo pranzo, in cui il suo padrone dormiva nella spezieria, sdrajato su di uno scanno. Una mosca impertinente gli succhiava il sudore, che gli grondava dalla fronte. Il dormiente non la sentiva, perchè assopito nel sonno; ma questo buon uomo, ch'era sempre sveglio e vigilante negl'interessi del padrone, ben se n'accorse; e, per fare un atto di carità, prese un maglio; e, con un colpo da maestro diretto sopra la mosca, la ridusse a zero.Pietro. Oh cielo! E la testa del padrone?Bargello. La fece come una focaccia.»—

XXXIX.LA DONNINA PICCINA PICCINA PICCINA PICCIÒ.[1]C'era una volta una donnina, piccina piccina piccina picciò; aveva una casina, piccina piccina piccina picciò, e una gallina, piccina piccina piccina picciò. Questa gallina, piccina piccina piccina picciò, fece un ovino, piccino piccino piccino picciò. Questa donnina, piccina piccina piccina picciò, fece una frittatina, piccina piccina piccina picciò; e la pose sopra la finestrina, piccina piccina piccina picciò. Passò una moschina piccina piccina piccina picciò e ci cadde drento. La donnina, piccina piccina piccina picciò, tutta arrabbiata, val dal Gonfaloniere e si lamenta di questa sventura. Il Gonfaloniere, tutto meravigliato, gli dà un bastoncino piccino piccino piccino picciò e gli dice di bastonare la moschina piccina piccina piccina picciò appena[2]la vedrà. In questo tempo una moschina piccina piccina piccina picciò si posa precisamente sul naso del Gonfaloniere; e la donnina, piccina piccina piccina picciò, gli dà una bella bastonata. Il Gonfaloniere si risente di questa mossa inaspettata e la donnina, piccina piccina piccina picciò se ne andò pe' fatti suoi.NOTE[1]Variante della Novelletta precedente.—Pitrè(Op. cit.) CXL.Lu Re Befè.[2]Appena; leggi e correggi:come.

LA DONNINA PICCINA PICCINA PICCINA PICCIÒ.[1]

C'era una volta una donnina, piccina piccina piccina picciò; aveva una casina, piccina piccina piccina picciò, e una gallina, piccina piccina piccina picciò. Questa gallina, piccina piccina piccina picciò, fece un ovino, piccino piccino piccino picciò. Questa donnina, piccina piccina piccina picciò, fece una frittatina, piccina piccina piccina picciò; e la pose sopra la finestrina, piccina piccina piccina picciò. Passò una moschina piccina piccina piccina picciò e ci cadde drento. La donnina, piccina piccina piccina picciò, tutta arrabbiata, val dal Gonfaloniere e si lamenta di questa sventura. Il Gonfaloniere, tutto meravigliato, gli dà un bastoncino piccino piccino piccino picciò e gli dice di bastonare la moschina piccina piccina piccina picciò appena[2]la vedrà. In questo tempo una moschina piccina piccina piccina picciò si posa precisamente sul naso del Gonfaloniere; e la donnina, piccina piccina piccina picciò, gli dà una bella bastonata. Il Gonfaloniere si risente di questa mossa inaspettata e la donnina, piccina piccina piccina picciò se ne andò pe' fatti suoi.

NOTE

[1]Variante della Novelletta precedente.—Pitrè(Op. cit.) CXL.Lu Re Befè.[2]Appena; leggi e correggi:come.

[1]Variante della Novelletta precedente.—Pitrè(Op. cit.) CXL.Lu Re Befè.

[2]Appena; leggi e correggi:come.

XL.PETRUZZO[1].C'era una volta marito e moglie, che avevano un figliolo. Suo padre, di questo ragazzo, s'ammalò. Mandano a chiamare il medico; e gli ordina la minestra di cavolo. Dice la mamma:—«Petruzzo, Petruzzo, va a cogliere il cavoluzzo, per tuo pa', che ha male.»—«Io no, ch'io non voglio andare,»—dice Petruzzo.—«Dirò alla mazza, che ti dia. Mazza, dà a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non vo' dare,»—dice la mazza.—«Dirò al foco, che ti bruci. Foco, brucia la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non vo' bruciare,»—dice il foco.—«Dirò all'acqua, che ti spenga. Acqua, spengi il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non voglio spengere,»—dice l'acqua.—«Dirò a' bovi, che ti bevino. Bovi, bevete l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vole dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, che non si vol bere,»—dicono i bovi.—«Dirò alle funi,che vi leghino. O funi, legate i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, che non si vol legare,»—dicono le funi.—«Dirò ai topi, che vi rodino. Topi, rodete le funi, perchè le funi non vogliono legare i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a prendere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, non si vol rodere,»—dicono i topi.—«Dirò al gatto, che vi mangi. Gatto, mangia i topi, perchè i topi non vogliono rodere le funi, perchè le funi non vogliono legare i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a prendere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—Dice il gatto:—«Io mangio, io mangio.»—Dice il topo:—«Rodo, rodo.»—Dice le funi:—«Lego, lego.»—Dice i bovi:—«Bevo, bevo.»—Dice l'acqua:—«Spengo, spengo.»—Dice il foco:—«I' ardo, i' ardo.»—Dice la mazza:—«I' dò, i' dò.»—Dice Petruzzo:—«I' vo', i' vo'.»—NOTA[1]IlLiebrechtannota:—«Ein Häufelmärchen wieDer Bauer shickt den Jäkel aus. Vergleiche meine Anzeige vonBleek'sReinhard Fuchs in Afrikazu n.º 17 und n.º 42 des ersten Buches.»—VediGradi(Saggio di Letture Varie)La Novella di Petruzzo.—Pitrè(op. cit.) CXXXIPitidda.—Bernoni(Tradizioni popolari Veneziane, puntata terza)Petin—Petele.

PETRUZZO[1].

C'era una volta marito e moglie, che avevano un figliolo. Suo padre, di questo ragazzo, s'ammalò. Mandano a chiamare il medico; e gli ordina la minestra di cavolo. Dice la mamma:—«Petruzzo, Petruzzo, va a cogliere il cavoluzzo, per tuo pa', che ha male.»—«Io no, ch'io non voglio andare,»—dice Petruzzo.—«Dirò alla mazza, che ti dia. Mazza, dà a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non vo' dare,»—dice la mazza.—«Dirò al foco, che ti bruci. Foco, brucia la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non vo' bruciare,»—dice il foco.—«Dirò all'acqua, che ti spenga. Acqua, spengi il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non voglio spengere,»—dice l'acqua.—«Dirò a' bovi, che ti bevino. Bovi, bevete l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vole dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, che non si vol bere,»—dicono i bovi.—«Dirò alle funi,che vi leghino. O funi, legate i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, che non si vol legare,»—dicono le funi.—«Dirò ai topi, che vi rodino. Topi, rodete le funi, perchè le funi non vogliono legare i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a prendere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, non si vol rodere,»—dicono i topi.—«Dirò al gatto, che vi mangi. Gatto, mangia i topi, perchè i topi non vogliono rodere le funi, perchè le funi non vogliono legare i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a prendere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—

Dice il gatto:—«Io mangio, io mangio.»—Dice il topo:—«Rodo, rodo.»—Dice le funi:—«Lego, lego.»—Dice i bovi:—«Bevo, bevo.»—Dice l'acqua:—«Spengo, spengo.»—Dice il foco:—«I' ardo, i' ardo.»—Dice la mazza:—«I' dò, i' dò.»—Dice Petruzzo:—«I' vo', i' vo'.»—

NOTA

[1]IlLiebrechtannota:—«Ein Häufelmärchen wieDer Bauer shickt den Jäkel aus. Vergleiche meine Anzeige vonBleek'sReinhard Fuchs in Afrikazu n.º 17 und n.º 42 des ersten Buches.»—VediGradi(Saggio di Letture Varie)La Novella di Petruzzo.—Pitrè(op. cit.) CXXXIPitidda.—Bernoni(Tradizioni popolari Veneziane, puntata terza)Petin—Petele.

[1]IlLiebrechtannota:—«Ein Häufelmärchen wieDer Bauer shickt den Jäkel aus. Vergleiche meine Anzeige vonBleek'sReinhard Fuchs in Afrikazu n.º 17 und n.º 42 des ersten Buches.»—VediGradi(Saggio di Letture Varie)La Novella di Petruzzo.—Pitrè(op. cit.) CXXXIPitidda.—Bernoni(Tradizioni popolari Veneziane, puntata terza)Petin—Petele.

XLI.IL TOPO.[1]C'era una volta un topo. Dunque, questo topino entra in una stalla. C'era il gallo e gli becca il cervello a questo topino. Il topo principia a urlare e dice:—«Dove ho a andare a farmi medicare?»—Dice il gallo:—«Da il medico, eh!»—«Medico medicò, medica il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—Dice il medico:—«Portami delle toppe.»—Delle pezzette, si dirà.—«E dove ho andare?»—«Da il sarto.»—«Sarto sartò, dammi toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—«Portatemi del pane eh!»—dice il sarto.—«O dove ho andare?»—«Da il fornajo, eh!»—«Fornajo fornajò, dammi pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—«Portami delle frasche, eh!»—«E dove ho andare?»—«A il bosco.»—«Bosco boscò, dammi frasche e frascò, che le porti al fornajo fornajò, che mi dia pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—Dice il bosco:—«Portami del concio, eh!»—A volere, che il bosco sia coltivato, ci vol del concio.—«E dove ho andare?»—«Da il bove, eh!»—«Bove bovò, dammi merda e merdò, chela porti al bosco boscò, che mi dia frasche e frascò, che le porti al fornajo fornajò, che mi dia pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che lo porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, che il gallo m'ha beccato.»—Eccoti il bove dice:—«Aspetta, aspetta!»—Con rispetto, gli fa un'evacuata ed affoga il povero topino[2]. Gli stava lì!NOTE[1]Cf.Pitrè. (Op. cit.) CXXXV.Lu nasu di lu Sacristanu(la seconda parte).—Bernoni. (Tradizioni popolari veneziane, Puntata terza)Galeto e Sorzeto.—In tutta Italia vi ha gran quantità di novelline puerili, le quali (come questa e quella diPetruzzo) si riducono ad un esercizio mnemonico ad uno ispratichimento della lingua. Ne soggiungerò due esempi milanesi, de' quali conosco varianti infinite ne' dialetti meridionali.EL RATTON E EL RATTINEl ratton l'è andàa a provved el disnà. El gh'ha ditt al rattin de scumà la carne, e el rattin l'è borlàa dent in del caldar. Ven a cà el ratton, el cerca el rattin per tutta la cà e le troeuva no. Guarda in del caldar; el troeuva el rattin mort. Allora, disperàa, el trà el caldar in mezz a la cà. La banca, la dis:—«Perchè t'hê tràa el caldar in mezz a la cà?»—«Perchè el rattin, l'è mort; e mi hòo tràa el caldar in mezz a la cà.»—La banca, la dis:—«E mi saltaròo!»—E la s'è missa à saltà. L'uss, el ghe dis a la banca:—«Perchè te saltet?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, e mi salti.»—L'uss, el dis:—«E mi andaròo innanz e indrèe.»—La scala, la dis:—«Perchè te vee innanz e indrèe?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, e mi voo innanz e indrèe.»—La scala, la dis:—«E mi andaròo tutt a tocch.»—La porta, la dis:—«Perchè te set tutt a tocch?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa elcaldar in mezz a la cà, la banca salta, uss innanz e indrèe; e mi sont andada tutt a tocch.»—La porta, la dis:—«E mi andaròo giò de chanchen.»—Gh'era on carr de foeura de la porta; e el gh'ha ditt:—«Perchè te set giò de canchen?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, la scala tutt a tocch, porta scanchignada.»—El carr, el dis:—«E mi andaròo senza i boeu.»—Passa ona vipera e la dis:—«Perchè te see senza i boeu?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada e mi vòo senza i boeu.»—La vipera, la dis:—«E mi me pelaròo.»—La vipera, la passa d'on fontanin. El fontanin, el dis:—«Perchè te see pelada?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el carr, el va senza i boeu, e mi sont pelada.»—El fontanin, el dis:—«Ben! e mi me sugaròo.»—Ven ona serva a cavà l'acqua e la ghe dis:—«Perchè te see sugàa, fontanin?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el carr, el va senz i boeu, la vipera, la s'è pelada, e mi me son sugàa.»—E lee, la dis:—«Ben; e mi trarròo el sidellin in mezz a la strada.»—E' vegnuu el padron; el ghe dis:—«Perchè t'hê tràa el sidellin in mezz a la strada?»—E lee, la ghe dis:—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el car, el va senza i boeu, la vipera, la s'è pelada, el fontanin s'è sugàa e mi hoo tràa el sidellin in mezz a la strada.»—E lu, el dis:—«E mi, che sont el padron, la faròo in di calzon.»ON RE E DÒ ZÒCCOR[i].Ona volta on Re e dò zòccor[ii]hin andaa in d'on giardin su ona pianta de pér[iii]a cattà[iv]pòmm[v]. L'è rivaa el padron de sti nespol e l'ha ditt:—«Giò de quij figh, ch'hin minga voster quij brugn[vi].»—E l'ha ciappàa on sass, che no gh'era; e ghe l'ha dàa tant su i calcagn, ch'el gh'ha fàa dorì[vii]on'oreggia[viii]per on ann.[i]NellaPosellecheata de Masillo Reppone(Scampagnata a Posillipo di Pompeo Sarnelli) opera in dialetto Napolitano del seicento, che contiene cinque fiabe (canti) capricciosamente raffazzonati dal vescovo autore, fra le canzoni cantate dalla forese Ciulletella è la seguente:E l'autra sera, quanno fuje la festa,Pigliaje la ronca e ghiette a semmenare.Trovaje 'no sammuco de nocelle:Quanta ne couze de chelle granate!E benne lo patrone de le perzeche:—“E bi', ca non te magne 'ste percoca!”—L'aseno, ca saglieva a lo cerasoPpe' cogliere 'no tummolo de fiche,Cadette 'nterra e sse rompìo lo naso.Li lupe sse schiattavano de risa.La vorpa, ca facìa li maccarune,Li figlie le grattavano lo caso.La gatta arrepezzava le lenzola,Li surece scopavano la casa.Esce 'no zampaglione de la votta,Piglia la spata e sse ne va a la corte.—“Sio capetanio, famme 'no favore:Piglia la mosca e mettela 'mpresone.”—La moaca se n'ascìo pe' la cancella......A 'no povero cecato 'na panella.L'ultimo verso indica, esser questa una tiritera, solita a cantarsi da' ciechi, nel chieder l'elemosina. La canzone è viva tuttora con infinite varianti nelle provincie del mezzogiorno d'Italia. Le quali varianti non è qui opportuno il riferire.[ii]ZòccaraoZòccheraoZòccola, Zòccolo.Zòccor de capuscin, sandali.Zòccor de patta, zoccoli a guiggia intera (Sgalmare, in Venezia ).Zòccor de mezza pattaozòccor de montagna, zoccoli a mezza guiggia.[iii]Pianta de pér, si dice ancheon pér.[iv]Cattà, cogliere,captare, frequent. di capio.[v]Pomm, mela, ed anche il melo.[vi]Brugna; tanto il prugno o susino che la prugna o susina.[vii]Dorì, dolore.Insalata de fràa, bombon de monegh, fan semper dorì el stomegh.—“Insalata di monache eh! E' si spende più a mangiarne a capo d'anno, che a mangiar starne e fagiani.Gelli,Sporta.”—[viii]Oreggia, sing.Orecc, plur.[2]Nel quarto libro dell'Asino d'orodi Agnolo Firenzuola, il povero ciuco narra, come, per non so qual suo fallo, gli aizzassero addosso alcuni rabidi cani:—«Allora io, senza dubbio alcuno vicino alla morte, veggendo tanti cagnacci e così grandi e così fieri, che non avrebbero avuto paura nè degli orsi, nè dei leoni, incrudelirsi ogni vie più contro di me per le lor grida, preso consiglio in sul fatto, restai di fuggire; e, dato la volta addietro, con presti passi me n'entrai nella stalla di quella casa, donde io mi era partito poco fa. Perchè eglino, avendo con gran fatica rilegati i cani, attaccatomi con una buona fune a una caviglia, di nuovo mi cominciarono a mazzicare. E avrebbonmi senza dubbio alcuno ammazzato, se non che il ventre pien di bietole e di altri erbaggi, assaltato, la mercè di queste bastonate, da una sdrucciolevole soccorrenza, schizzando come un nibbio, di loro una parte ricoperse, e un'altra ne ammorbò con quell'odore; sicchè, per lo miglior loro, e' furon forzati a tormisi d'in su le spalle.»—

IL TOPO.[1]

C'era una volta un topo. Dunque, questo topino entra in una stalla. C'era il gallo e gli becca il cervello a questo topino. Il topo principia a urlare e dice:—«Dove ho a andare a farmi medicare?»—Dice il gallo:—«Da il medico, eh!»—«Medico medicò, medica il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—Dice il medico:—«Portami delle toppe.»—Delle pezzette, si dirà.—«E dove ho andare?»—«Da il sarto.»—«Sarto sartò, dammi toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—«Portatemi del pane eh!»—dice il sarto.—«O dove ho andare?»—«Da il fornajo, eh!»—«Fornajo fornajò, dammi pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—«Portami delle frasche, eh!»—«E dove ho andare?»—«A il bosco.»—«Bosco boscò, dammi frasche e frascò, che le porti al fornajo fornajò, che mi dia pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—Dice il bosco:—«Portami del concio, eh!»—A volere, che il bosco sia coltivato, ci vol del concio.—«E dove ho andare?»—«Da il bove, eh!»—«Bove bovò, dammi merda e merdò, chela porti al bosco boscò, che mi dia frasche e frascò, che le porti al fornajo fornajò, che mi dia pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che lo porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, che il gallo m'ha beccato.»—Eccoti il bove dice:—«Aspetta, aspetta!»—Con rispetto, gli fa un'evacuata ed affoga il povero topino[2]. Gli stava lì!

NOTE

[1]Cf.Pitrè. (Op. cit.) CXXXV.Lu nasu di lu Sacristanu(la seconda parte).—Bernoni. (Tradizioni popolari veneziane, Puntata terza)Galeto e Sorzeto.—In tutta Italia vi ha gran quantità di novelline puerili, le quali (come questa e quella diPetruzzo) si riducono ad un esercizio mnemonico ad uno ispratichimento della lingua. Ne soggiungerò due esempi milanesi, de' quali conosco varianti infinite ne' dialetti meridionali.EL RATTON E EL RATTINEl ratton l'è andàa a provved el disnà. El gh'ha ditt al rattin de scumà la carne, e el rattin l'è borlàa dent in del caldar. Ven a cà el ratton, el cerca el rattin per tutta la cà e le troeuva no. Guarda in del caldar; el troeuva el rattin mort. Allora, disperàa, el trà el caldar in mezz a la cà. La banca, la dis:—«Perchè t'hê tràa el caldar in mezz a la cà?»—«Perchè el rattin, l'è mort; e mi hòo tràa el caldar in mezz a la cà.»—La banca, la dis:—«E mi saltaròo!»—E la s'è missa à saltà. L'uss, el ghe dis a la banca:—«Perchè te saltet?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, e mi salti.»—L'uss, el dis:—«E mi andaròo innanz e indrèe.»—La scala, la dis:—«Perchè te vee innanz e indrèe?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, e mi voo innanz e indrèe.»—La scala, la dis:—«E mi andaròo tutt a tocch.»—La porta, la dis:—«Perchè te set tutt a tocch?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa elcaldar in mezz a la cà, la banca salta, uss innanz e indrèe; e mi sont andada tutt a tocch.»—La porta, la dis:—«E mi andaròo giò de chanchen.»—Gh'era on carr de foeura de la porta; e el gh'ha ditt:—«Perchè te set giò de canchen?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, la scala tutt a tocch, porta scanchignada.»—El carr, el dis:—«E mi andaròo senza i boeu.»—Passa ona vipera e la dis:—«Perchè te see senza i boeu?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada e mi vòo senza i boeu.»—La vipera, la dis:—«E mi me pelaròo.»—La vipera, la passa d'on fontanin. El fontanin, el dis:—«Perchè te see pelada?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el carr, el va senza i boeu, e mi sont pelada.»—El fontanin, el dis:—«Ben! e mi me sugaròo.»—Ven ona serva a cavà l'acqua e la ghe dis:—«Perchè te see sugàa, fontanin?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el carr, el va senz i boeu, la vipera, la s'è pelada, e mi me son sugàa.»—E lee, la dis:—«Ben; e mi trarròo el sidellin in mezz a la strada.»—E' vegnuu el padron; el ghe dis:—«Perchè t'hê tràa el sidellin in mezz a la strada?»—E lee, la ghe dis:—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el car, el va senza i boeu, la vipera, la s'è pelada, el fontanin s'è sugàa e mi hoo tràa el sidellin in mezz a la strada.»—E lu, el dis:—«E mi, che sont el padron, la faròo in di calzon.»ON RE E DÒ ZÒCCOR[i].Ona volta on Re e dò zòccor[ii]hin andaa in d'on giardin su ona pianta de pér[iii]a cattà[iv]pòmm[v]. L'è rivaa el padron de sti nespol e l'ha ditt:—«Giò de quij figh, ch'hin minga voster quij brugn[vi].»—E l'ha ciappàa on sass, che no gh'era; e ghe l'ha dàa tant su i calcagn, ch'el gh'ha fàa dorì[vii]on'oreggia[viii]per on ann.

[1]Cf.Pitrè. (Op. cit.) CXXXV.Lu nasu di lu Sacristanu(la seconda parte).—Bernoni. (Tradizioni popolari veneziane, Puntata terza)Galeto e Sorzeto.—In tutta Italia vi ha gran quantità di novelline puerili, le quali (come questa e quella diPetruzzo) si riducono ad un esercizio mnemonico ad uno ispratichimento della lingua. Ne soggiungerò due esempi milanesi, de' quali conosco varianti infinite ne' dialetti meridionali.

EL RATTON E EL RATTIN

El ratton l'è andàa a provved el disnà. El gh'ha ditt al rattin de scumà la carne, e el rattin l'è borlàa dent in del caldar. Ven a cà el ratton, el cerca el rattin per tutta la cà e le troeuva no. Guarda in del caldar; el troeuva el rattin mort. Allora, disperàa, el trà el caldar in mezz a la cà. La banca, la dis:—«Perchè t'hê tràa el caldar in mezz a la cà?»—«Perchè el rattin, l'è mort; e mi hòo tràa el caldar in mezz a la cà.»—La banca, la dis:—«E mi saltaròo!»—E la s'è missa à saltà. L'uss, el ghe dis a la banca:—«Perchè te saltet?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, e mi salti.»—L'uss, el dis:—«E mi andaròo innanz e indrèe.»—La scala, la dis:—«Perchè te vee innanz e indrèe?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, e mi voo innanz e indrèe.»—La scala, la dis:—«E mi andaròo tutt a tocch.»—La porta, la dis:—«Perchè te set tutt a tocch?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa elcaldar in mezz a la cà, la banca salta, uss innanz e indrèe; e mi sont andada tutt a tocch.»—La porta, la dis:—«E mi andaròo giò de chanchen.»—Gh'era on carr de foeura de la porta; e el gh'ha ditt:—«Perchè te set giò de canchen?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, la scala tutt a tocch, porta scanchignada.»—El carr, el dis:—«E mi andaròo senza i boeu.»—Passa ona vipera e la dis:—«Perchè te see senza i boeu?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada e mi vòo senza i boeu.»—La vipera, la dis:—«E mi me pelaròo.»—La vipera, la passa d'on fontanin. El fontanin, el dis:—«Perchè te see pelada?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el carr, el va senza i boeu, e mi sont pelada.»—El fontanin, el dis:—«Ben! e mi me sugaròo.»—Ven ona serva a cavà l'acqua e la ghe dis:—«Perchè te see sugàa, fontanin?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el carr, el va senz i boeu, la vipera, la s'è pelada, e mi me son sugàa.»—E lee, la dis:—«Ben; e mi trarròo el sidellin in mezz a la strada.»—E' vegnuu el padron; el ghe dis:—«Perchè t'hê tràa el sidellin in mezz a la strada?»—E lee, la ghe dis:—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el car, el va senza i boeu, la vipera, la s'è pelada, el fontanin s'è sugàa e mi hoo tràa el sidellin in mezz a la strada.»—E lu, el dis:—«E mi, che sont el padron, la faròo in di calzon.»

ON RE E DÒ ZÒCCOR[i].

Ona volta on Re e dò zòccor[ii]hin andaa in d'on giardin su ona pianta de pér[iii]a cattà[iv]pòmm[v]. L'è rivaa el padron de sti nespol e l'ha ditt:—«Giò de quij figh, ch'hin minga voster quij brugn[vi].»—E l'ha ciappàa on sass, che no gh'era; e ghe l'ha dàa tant su i calcagn, ch'el gh'ha fàa dorì[vii]on'oreggia[viii]per on ann.

[i]NellaPosellecheata de Masillo Reppone(Scampagnata a Posillipo di Pompeo Sarnelli) opera in dialetto Napolitano del seicento, che contiene cinque fiabe (canti) capricciosamente raffazzonati dal vescovo autore, fra le canzoni cantate dalla forese Ciulletella è la seguente:E l'autra sera, quanno fuje la festa,Pigliaje la ronca e ghiette a semmenare.Trovaje 'no sammuco de nocelle:Quanta ne couze de chelle granate!E benne lo patrone de le perzeche:—“E bi', ca non te magne 'ste percoca!”—L'aseno, ca saglieva a lo cerasoPpe' cogliere 'no tummolo de fiche,Cadette 'nterra e sse rompìo lo naso.Li lupe sse schiattavano de risa.La vorpa, ca facìa li maccarune,Li figlie le grattavano lo caso.La gatta arrepezzava le lenzola,Li surece scopavano la casa.Esce 'no zampaglione de la votta,Piglia la spata e sse ne va a la corte.—“Sio capetanio, famme 'no favore:Piglia la mosca e mettela 'mpresone.”—La moaca se n'ascìo pe' la cancella......A 'no povero cecato 'na panella.L'ultimo verso indica, esser questa una tiritera, solita a cantarsi da' ciechi, nel chieder l'elemosina. La canzone è viva tuttora con infinite varianti nelle provincie del mezzogiorno d'Italia. Le quali varianti non è qui opportuno il riferire.[ii]ZòccaraoZòccheraoZòccola, Zòccolo.Zòccor de capuscin, sandali.Zòccor de patta, zoccoli a guiggia intera (Sgalmare, in Venezia ).Zòccor de mezza pattaozòccor de montagna, zoccoli a mezza guiggia.[iii]Pianta de pér, si dice ancheon pér.[iv]Cattà, cogliere,captare, frequent. di capio.[v]Pomm, mela, ed anche il melo.[vi]Brugna; tanto il prugno o susino che la prugna o susina.[vii]Dorì, dolore.Insalata de fràa, bombon de monegh, fan semper dorì el stomegh.—“Insalata di monache eh! E' si spende più a mangiarne a capo d'anno, che a mangiar starne e fagiani.Gelli,Sporta.”—[viii]Oreggia, sing.Orecc, plur.

[i]NellaPosellecheata de Masillo Reppone(Scampagnata a Posillipo di Pompeo Sarnelli) opera in dialetto Napolitano del seicento, che contiene cinque fiabe (canti) capricciosamente raffazzonati dal vescovo autore, fra le canzoni cantate dalla forese Ciulletella è la seguente:

E l'autra sera, quanno fuje la festa,Pigliaje la ronca e ghiette a semmenare.Trovaje 'no sammuco de nocelle:Quanta ne couze de chelle granate!E benne lo patrone de le perzeche:—“E bi', ca non te magne 'ste percoca!”—L'aseno, ca saglieva a lo cerasoPpe' cogliere 'no tummolo de fiche,Cadette 'nterra e sse rompìo lo naso.Li lupe sse schiattavano de risa.La vorpa, ca facìa li maccarune,Li figlie le grattavano lo caso.La gatta arrepezzava le lenzola,Li surece scopavano la casa.Esce 'no zampaglione de la votta,Piglia la spata e sse ne va a la corte.—“Sio capetanio, famme 'no favore:Piglia la mosca e mettela 'mpresone.”—La moaca se n'ascìo pe' la cancella......A 'no povero cecato 'na panella.

L'ultimo verso indica, esser questa una tiritera, solita a cantarsi da' ciechi, nel chieder l'elemosina. La canzone è viva tuttora con infinite varianti nelle provincie del mezzogiorno d'Italia. Le quali varianti non è qui opportuno il riferire.

[ii]ZòccaraoZòccheraoZòccola, Zòccolo.Zòccor de capuscin, sandali.Zòccor de patta, zoccoli a guiggia intera (Sgalmare, in Venezia ).Zòccor de mezza pattaozòccor de montagna, zoccoli a mezza guiggia.

[iii]Pianta de pér, si dice ancheon pér.

[iv]Cattà, cogliere,captare, frequent. di capio.

[v]Pomm, mela, ed anche il melo.

[vi]Brugna; tanto il prugno o susino che la prugna o susina.

[vii]Dorì, dolore.Insalata de fràa, bombon de monegh, fan semper dorì el stomegh.—“Insalata di monache eh! E' si spende più a mangiarne a capo d'anno, che a mangiar starne e fagiani.Gelli,Sporta.”—

[viii]Oreggia, sing.Orecc, plur.

[2]Nel quarto libro dell'Asino d'orodi Agnolo Firenzuola, il povero ciuco narra, come, per non so qual suo fallo, gli aizzassero addosso alcuni rabidi cani:—«Allora io, senza dubbio alcuno vicino alla morte, veggendo tanti cagnacci e così grandi e così fieri, che non avrebbero avuto paura nè degli orsi, nè dei leoni, incrudelirsi ogni vie più contro di me per le lor grida, preso consiglio in sul fatto, restai di fuggire; e, dato la volta addietro, con presti passi me n'entrai nella stalla di quella casa, donde io mi era partito poco fa. Perchè eglino, avendo con gran fatica rilegati i cani, attaccatomi con una buona fune a una caviglia, di nuovo mi cominciarono a mazzicare. E avrebbonmi senza dubbio alcuno ammazzato, se non che il ventre pien di bietole e di altri erbaggi, assaltato, la mercè di queste bastonate, da una sdrucciolevole soccorrenza, schizzando come un nibbio, di loro una parte ricoperse, e un'altra ne ammorbò con quell'odore; sicchè, per lo miglior loro, e' furon forzati a tormisi d'in su le spalle.»—

[2]Nel quarto libro dell'Asino d'orodi Agnolo Firenzuola, il povero ciuco narra, come, per non so qual suo fallo, gli aizzassero addosso alcuni rabidi cani:—«Allora io, senza dubbio alcuno vicino alla morte, veggendo tanti cagnacci e così grandi e così fieri, che non avrebbero avuto paura nè degli orsi, nè dei leoni, incrudelirsi ogni vie più contro di me per le lor grida, preso consiglio in sul fatto, restai di fuggire; e, dato la volta addietro, con presti passi me n'entrai nella stalla di quella casa, donde io mi era partito poco fa. Perchè eglino, avendo con gran fatica rilegati i cani, attaccatomi con una buona fune a una caviglia, di nuovo mi cominciarono a mazzicare. E avrebbonmi senza dubbio alcuno ammazzato, se non che il ventre pien di bietole e di altri erbaggi, assaltato, la mercè di queste bastonate, da una sdrucciolevole soccorrenza, schizzando come un nibbio, di loro una parte ricoperse, e un'altra ne ammorbò con quell'odore; sicchè, per lo miglior loro, e' furon forzati a tormisi d'in su le spalle.»—


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