IV.

Sono scorsi due giorni….

I funerali del vecchio duca erano finiti.

Il sepolcro, che sembra aver l'incarico di compiere l'opera della morte, nascondendo ad ogni sguardo gli avanzi inanimati che richiamano in modo sì crudele la persona estinta, aveva accolto quelli del padre di don Francesco.

Ah! perchè un ribrezzo irresistibile allontana tosto dai cadaveri? E perchè tale ribrezzo viene sentito maggiormente dai parenti, dagli amici che dagli indifferenti?

È forse ciò effetto della disperazione che si prova in pensare come lo spirito immortale, che animava prima quelle membra, non sarà mai per farvi ritorno?… Mai!

E non vi è lagrima, non vi è preghiera, che valga a richiamarlo nemmeno un istante! Sembra quasi impossibile che non sia dato ottenere risposta veruna da chi poco prima poteva ancora comprendere, amare, soffrire!

Ecco forse perchè si fuggono abitualmente, appena la morte gli ha toccati, coloro che furono cari in vita, e che divengono quasi oggetti di terrore.

Ma non si può condannare un tal terrore, che in certe persone è davvero invincibile.

Niuna di tali sensazioni aveva però accompagnato nella tomba il vecchio duca dell'Isola. Le sue ultime parole, il segreto da lui rivelato avevano destato in tutti preoccupazioni gravissime: ed all'estinto non si pensava che per contraccolpo di esse; come cioè alla prima causa che le aveva fatte nascere.

Se egli fosse disceso nel sepolcro col suo segreto, avrebbe aumentata innanzi a Dio la propria responsabilità; ma quanti odj, quante colpe fors'anco avrebbe evitate!

Le preghiere di donna Rosalia, che chiedevano disperatamente a Dio di perdonare a suo padre, erano state le più ardenti che avessero seguito il vecchio duca.

Appena finiti i funerali, la duchessa, come lo aveva pensato donnaMaria, era ritornata al suo castello.

Quel castello era stato lasciato a donna Livia dal padre di lei, e colle vaste dipendenze formava parte delle sue cospicue sostanze. Benchè in inverno, la duchessa vi si recava sovente per più giorni insieme al suo bambino.

Questa volta aveva condotto seco lei donna Rosalia, temendo forse lasciarla in palazzo.

Il duca non aveva mostrato la menoma emozione nell'udire da sua moglie ch'ella ripartiva pel castello.

Nei precedenti giorni don Francesco aveva cercato contenersi come in un tempo di tregua; e come al benedettino, data una dilazione alla duchessa, e chiestane una per iscritto al cavaliere di Malta, perchè riflettessero meglio.

Nulla del resto,—aveva aggiunto con entrambi,—potrebbe smuoverlo dal partito preso, cioè di ottenere il silenzio con tutti i possibili mezzi.

E tale dilazione momentanea era stata accettata dal conte di SanGiorgio e da donna Livia.

Il giorno era per finire, quando la duchessa arrivò con donna Rosalia al castello. Quasi subito condusse la cognata in una sala del piano superiore: indi si assise vicino a lei senza parlare.

Donna Rosalia ruppe prima il silenzio.

—Dunque, disse, voi sperate, donna Livia, di poter giungere così a compiere il voto del mio sciagurato padre?

—Sì: non vedo via migliore di questa.

—Ma bisognerà che nessuno possa mai sospettare…

—Nessuno sospetterà, lo spero: e se, come credo, il vostro padrino asseconda il mio progetto, giungeremo presto forse allo scopo che desideriamo ottenere.

—Lo volesse il cielo!

—Basta; fra poco lo sapremo; il conte non dovrebbe tardar molto.

E donna Livia si alzò: andò a mettersi a una finestra: guardò pel vasto orizzonte che le si stendeva dinanzi.

—Nessuno! mormorò volgendosi alla cognata; nessuno ancora!

Donna Rosalia non l'intese.

Vedendo la duchessa alla finestra, aveva abbassato gli occhi, e lagrime silenziose scorrevano sulle sue pallide guance.

Donna Livia la considerò qualche tempo.

Sventurata! pensò; ah, non è soltanto la morte e la colpa di suo padre che ella piange! Quanto deve soffrire! Eppure quali angosce le sono serbate ancora! Adesso ella dubita soltanto: che sarà fra poco quando comprenderà che il principe non l'ha mai amata, o che almeno non l'ama più?—Cielo, perchè permetti che donna Maria debba, come ne sono sicura, venir preferita a questa fanciulla?… Donna Maria sì egoista, sì falsa ed insensibile!… Ah, non sono ingiusta pensando così di lei! Troppo bene la conosco.

E si passò una mano sulla fronte, mormorando: Oh! io so quanto costi rinunciare alla felicità vagheggiata!

E nei begli occhi della giovane duchessa brillò una lagrima… Ma ella scacciò tosto la sua emozione… Alfine, disse quindi tra sè, ho mio figlio, che tanto amo!… Sì: egli potrà forse farmi in parte dimenticare….

E come per non pensare a sè stessa, tornò ad esaminare donna Rosalia.

Temo, rifletteva, ch'ella non sappia sopportare il disinganno che l'attende… Vorrei incoraggiarla: vorrei dirle che so ciò che la fa soffrire:… ma no! D'altronde ora devo pensare a far quanto mi detta la mia coscienza, cercando realizzare il progetto che ho concepito.

E donna Livia tornò a guardare nella campagna.

Mentre poco prima stava considerando la giovane cognata, si sarebbe durato fatica a riconoscere in lei la donna che aveva strappato la pergamena a suo marito nella notte fatale, e che era quindi rimasta di ghiaccio alle di lui minacce.

Passò qualche tempo.

Ad un tratto la duchessa esclamò:

—Il cavaliere giunge.

Donna Rosalia alzò il capo.

—Sì, riprese donna Livia, allontanandosi dalla finestra. Egli si avvicina al galoppo. Io vado tosto a riceverlo, e vi comunicherò poi la sua risposta.

Ciò detto, sortì rapidamente.

Donna Rosalia le guardò dietro un istante.

Sì, disse tra sè; ella otterrà forse quanto mio padre desiderava…Riescisse almeno quel progetto!

Indi a sua volta si mise alla finestra, ove stava prima appoggiata la moglie del duca. I suoi sguardi non errarono a lungo, e si arrestarono tosto nella direzione di Catania.

La notte, che si avvicinava, non le permetteva di scorgerla… Per qualche tempo donna Rosalia rimase immobile.

Quella fanciulla, benchè nata in seno all'opulenza, era davvero degna di compassione! Sua madre era morta nel darle la luce; ed ella, al pari di donna Maria, aveva passato l'adolescenza in un monastero, ove le religiose cogli scrupoli, le continue pratiche di pietà, i sermoni;—le compagne colle immagini fallaci del mondo, col fantasticare in regioni sconosciute—avevano sviluppato nelle due sorelle gl'istinti diversi: così donna Rosalia, per natura sensibile e generosa, era divenuta appassionata ed insieme molto pia, fanatica quasi;—e donna Maria, d'indole perversa ed egoista—scettica, falsa, avendo ella presto volto il suo naturale ingegno, il brio, la perspicacia all'intrigo ed al male.

Ritornate nella casa paterna dopo qualche anno, quelle due ragazze erano state abbandonate a sè stesse ed alle influenze non sempre buone delle governanti e delle cameriste.

L'abitudine del vecchio duca di ricevere società numerosa, onde certo soffocare colle distrazioni i rimorsi; l'egoismo, l'indifferenza di don Francesco, il quale non si era mai dato alcun pensiero delle sue giovani sorelle,—avevano compita l'opera funesta di quella educazione viziata.

Ed ecco perchè, mentre donna Maria si occupava a sorvegliare la cognata, che ella odiava senza motivo; a condurre di pari passo gli amori col giovine cavaliere, ch'ella aveva da poco rapito a donna Rosalia; questa non sapeva far altro che piangere e pregare.

Così anche quella sera ella andava mormorando lagrimosa:

Ah! egli è là fra quelle mura, ed ella pure! Gli è di me più vicina! Sarà dunque vero, gran Dio, che è dessa ch'egli ama ora?… Eppure vi fu un tempo in cui i suoi occhi cercavano i miei, e che di rado mi lasciavano!… Ma allora ella non era là; non la conosceva; non l'aveva veduta mai!… Ah, perchè è tanto bella? Forse in questo istante il principe le parla, le dice d'amarla!… Perchè non sono io rimasta a Catania? Gli osserverei almeno!… Preferirei la collera di don Francesco all'idea che, mentre io sono qui, essi sono insieme…. Insieme!… Ah, questa sola parola mi uccide!… Se venisse il giorno fatale che gli unisse per sempre, sento che non potrei più vivere… Cielo! perdona!

E donna Rosalia allontanò colla mano i suoi abbondanti capegli neri, che le cadevano sulla fronte.

Indi con un movimento di disperazione:

Oimè! disse amaramente tra sè; a che mi varrebbe esser presso di loro, sorvegliarli?… Se ei non mi ama più!… Non farei che venir riguardata come un testimonio importuno… All'indifferenza che il principe comincia, lo temo, a provare per me, si aggiungerebbero la noja, il tedio…. Me infelice!… Eppure, se il cielo mi ajutasse, potrei forse venir preferita ancora; perchè infine io non sono certa; dubito soltanto…. Gran Dio, perdonate a mio padre la sua colpa, ed abbiate anche pietà di me!… E se mi confidassi a donna Livia?… Ella forse potrebbe…. Ma no!… ma no!…

La giovinetta appoggiò il capo ad una mano, e di lì a qualche tempo:

Ah! perchè donna Maria non è ella rimasta ancora a Palermo?… Quale stella a me fatale decise sì presto il suo ritorno?… Se almeno tardava un anno, qualche mese, avrei forse già sposato il principe; ed invece!… Ella venne ad attraversarmi la via della felicità…. Poteva maritarsi in casa di quella nostra parente; essere contenta; ma lungi di qui!…

Donna Livia starà ora persuadendo il cavaliere: ei non le negherà certamente quanto ella gli chiederà…. È sì buono il mio padrino!… Se riescissi presto a veder restituire ai nostri parenti spogliati quanto è loro dovuto, mi sembra che, oltre la soddisfazione che ciò mi cagionerebbe, ne trarrei anche un lieto presagio pel mio avvenire…

Il rumore lontano di un cavallo che sembrava venire verso il castello, interruppe le riflessioni di donna Rosalia. Ella si scosse, e cercò collo sguardo di penetrare attraverso l'oscurità che avvolgeva la campagna; ma nulla distinse.

Ed intanto quel rumore andava avvicinandosi sempre più… Ella attendeva con un'agitazione piena di ansietà…. Ah! pensava, se fosse il principe che, sapendomi a questo castello, venisse qui per vedermi nascostamente, parlarmi lungi da donna Maria, rassicurarmi!…

E se la notte non lo avesse vietato, si sarebbe potuto vedere un vivissimo rossore animare le sue guance abitualmente scolorite.

Ma era illusione la sua, e durò poco.

Quel rumore, che tanto l'aveva scossa, era già cessato.

Certamente qualche cavaliere era passato nelle vicinanze, poi sì era allontanalo.

Donna Rosalia sospirando rinchiuse allora la finestra ed andò a sedere dinanzi al camino.

Intanto un cavaliere grande, coperto da un ampio mantello, sotto al quale scorgevasi appena la spada, si avanzava a piedi, leggermente, verso il castello, per una stradicciuola remota che metteva alla porta rustica del fabbricato.

Era il duca.

Un servo, che certo lo aspettava da qualche tempo, gli mosse incontro.Non parlò, ed attese.

—Conducimi all'istante nel luogo ove sai, mormorò don Francesco.

Il servo obbedì.

Entrambi, colla rapidità ed il silenzio di due fantasmi, entrarono per una porticina nel castello.

—Hai ben preso ogni precauzione, perchè nessuno possa sospettare la mia presenza? domandò il duca.

—Sì, Eccellenza.

—Bene.

E disparvero per un lungo e deserto corridojo.

Dopo aver lasciato donna Rosalia, la duchessa si era recata in una sala terrena, la più piccola di tutte, ove abitualmente soleva trattenersi quando era al castello.

Quasi all'istante il cavaliere di Malta fu introdotto.

Allora donna Livia gli accennò di chiudere la porta; indi:

—Sedete, conte, gli disse: devo pregarvi di una grazia.

—Comandate, rispose egli commosso. Sapete che io sono interamente ai vostri ordini. Ah, vorrei mi chiedeste molto, onde potervi testimoniare la mia assoluta devozione!

Queste parole furono pronunciate in un modo che non lasciava dubbio alcuno sulla loro sincerità.

—E molto vi chiederò infatti, riprese con calma la duchessa.Ascoltatemi.

Il cavaliere di Malta attendeva in silenzio.

—È del segreto rivelato dal vecchio duca che io intendo parlarvi, continuò donna Livia. Voi certamente lo avrete immaginato.

Il conte fece un cenno affermativo, ma non l'interruppe.

—Perciò, proseguì ella, ho voluto vedervi oggi in questo castello. Io ho concepito un progetto, e col vostro mezzo spero poterlo realizzare. Ora ve lo comunicherò. Sulle prime ero decisa ad oppormi risolutamente a don Francesco, come avevo cominciato a fare; ma poi cangiai avviso. Compresi che egli vuole ottenere assolutamente il silenzio di tutti su quel disgraziato affare, con ogni mezzo; mezzi estremi forse, a cui io devo evitare che egli ricorra. Non crediate però, conte, che io acconsenta a vedere in pace il cavaliere dell'Isola ingiustamente spogliato: quando penso che mio marito può accogliere tale idea, mi sento fremere; ma ei non la manderà ad effetto sinchè avrò vita.

Ella si arrestò un istante; indi:

—Ho riflettuto: ho pensato che forse don Francesco ritiene in buona fede di non essere colpevole operando in tal modo, facendo quanto infine fece suo padre per tanti anni…. Egli non ha certamente afferrato il vero concetto di…. Insomma la cosa non gli appare forse come a voi, conte, come a me…. sotto la sua vera luce….

—Voi lo scusate!…

—Lo devo: poi, comprendete, desidero anche persuadere a me stessa ciò che vi dico: cioè che l'orgoglio, l'ostinazione, sì forti in lui, siano i suoi soli moventi.

—Ah, donna Livia, io quella notte ho temuto assai la sua collera per voi…. Faceste bene a desistere da una aperta opposizione: sarebbe stata troppo pericolosa.

La duchessa sorrise amaramente.

—Non è il timore che mi consigliò; ma il pensiero di mio figlio: e d'altronde che avrei ottenuto, continuando a provocare don Francesco? Nulla…. Ma per mio figlio istesso io desidero riparare a quella ingiustizia…. E per farlo senza destare troppi odj, e per evitare altre scene tristi, ecco quanto ho pensato.

Il conte di San Giorgio si fece attentissimo.

—Ora, proseguì donna Livia, la pergamena non esiste più: e se vostro zio od i suoi eredi venissero a reclamare, attestando, come potranno certamente farlo, con prove autentiche, la loro identità; don Francesco non potrebbe rifiutarsi a rendere ad essi quanto è loro dovuto. Mi comprendete?

—In parte: continuate, signora.

—Ma, onde non contrastare troppo apertamente col duca, bisognerebbe cercare di loro segretamente: ed una volta trovatili, fare che essi reclamino, mostrando però non essere stati consigliati da alcuno, e soltanto perchè la morte del vecchio duca dell'Isola giunse casualmente a loro cognizione.

—Vi comprendo, donna Livia: ed io, sì, io li cercherò.

—Vi ringrazio, cavaliere: sapevo non contare invano sopra di voi.

—Sì: avete ragione: questo è il mezzo migliore infatti. Sono pronto a secondarvi intieramente. Come credete che io debba agire?

La giovane duchessa parve commossa da sì completa devozione; indi:

—Mi diceste che un ordine vi chiama a Malta tra breve: mostrando quell'ordine come per caso a don Francesco, ei non potrebbe concepire il menomo sospetto. Giunto a Malta, potrete disimpegnarvi ed ottenere un lungo permesso?

—Sì, lo posso: mi basterà vedere un momento il gran maestro: fra qualche giorno partirò.

E prima che ella rispondesse, riprese:

—Avevo pensato un istante a prendere sopra di me ogni responsabilità, svelando il segreto, poichè voi avevate distrutta la pergamena; ma allora…. Voi conoscete don Francesco!… Un duello a morte con lui sarebbe stato inevitabile. È inutile dirvi perchè ne rifuggii.

—Aveste ragione, conte: un duello tra voi e mio marito, qualunque risultato avesse, mi sarebbe causa d'eterna amarezza.

—Ma, e come eviterete lo sdegno del duca, quando questi nostri parenti venissero a reclamare?

—Don Francesco mi disse che, se io serbo il silenzio, mi perdona la distruzione della pergamena. Voi fate in modo che il cavaliere dell'Isola, od i suoi figli non suscitino scandali. Così il duca si persuaderà più facilmente, e sarà possibile far credere che nessuno di noi conosceva la loro esistenza. Pur troppo il vostro compito non sarà facile; perchè ignoriamo qual nome essi portino; ma siccome il vecchio duca prima di morire disse sapere che suo fratello aveva preso servizio nell'armata della repubblica veneta, così dimorerà ancora su quelle terre: o, se egli più non esiste, è là che potrete aver contezza de' suoi figli.

—Infatti, questa è l'ipotesi più verosimile: l'avevo già pensato anch'io. Per iscoprire quei parenti farò tutto il possibile, e spero riescire ad onta del mistero che ce li nasconde… Ed al duca dirò che acconsento a serbare il silenzio?.. aggiunse con qualche esitazione.

—Potete dirgli che, obbligato ad assentarvi per un tempo di cui ignorate la durata, dovete rinunciare per ora ad occuparvi della rivelazione di vostro zio.

—Gli dirò che, finchè rimango a Malta, serberò il silenzio da lui chiestomi! Non gli sembrerà strana la mia lunga assenza, benchè non sia tempo di guerra; poichè già diverse volte, il sapete, ebbi missioni che durarono mesi e mesi….. D'altronde, mostrandogli l'ordine…. Ma, e gli altri taceranno?

—Il benedettino giungerà qui tra breve: egli è un uomo sicuro: gli confiderò tutto, ed ei mostrerà d'aver ceduto a don Francesco che, lo so, ha insistito con forza presso di lui…. Quanto a donna Rosalia, il duca non la teme molto: la crederà facilmente scoraggiata. Ed io gli dirò aver deciso tacere, nella speranza ch'ei si persuada da sè a riparare quella ingiustizia.

Ella si arrestò; indi con una specie di disgusto:

—Oh! mi ripugna scendere ad una finzione: ma è necessario.

—No, donna Livia, questa non è finzione; od almeno lo scopo che vi proponete la giustifica. Tale scopo è santo!

—Riesciste almeno!

—Speriamo: il cavaliere dell'Isola, come saprete, ha portato seco le sue carte di famiglia: dunque….

—Infatti…. Tranquillizzeremo donna Rosalia, che è ansiosissima di veder compito il voto di suo padre.

—Povera donna Rosalia! Mi dispiace lasciarla infelice.

La duchessa alzò il capo.

—Che volete dire? domandò.

—Voglio dire che, come ve ne sarete certamente avveduta, ella ama il giovane principe degli Alberi, e ch'ei non pensa se non a donna Maria. Me ne duole assai per la mia figlioccia, che ho sempre amata molto; ma non vedo rimedio alcuno…. Ella soffre….

—Sì: eppure credo non abbia perduta ogni speranza.

—La perderà fra poco. Io so che il principe conta chiedere presto la mano di donna Maria.

—Come lo sapeste?

—Ora vi racconterò. Il principe stesso me lo disse…

In quell'istante, se il conte e donna Livia avessero prestato attenzione, avrebbero potuto udire un lieve rumore dietro la tappezzeria.

Era don Francesco, che giungeva nel suo nascondiglio. Trovavasi un po' in ritardo; perchè aveva pensato esser meglio partire da Catania a qualche intervallo dal suo parente, anzichè seguirlo troppo davvicino, o prevenirlo, e dar sospetto. Poi, siccome la gelosia era stata il solo suo movente, erasi detto che, ove anche perdesse una parte di quella conversazione, ne udirebbe sempre abbastanza per sapere quali rapporti regnassero tra la duchessa ed il cavaliere di Malta.

Donna Maria non si era ingannata: benchè il duca avesse mostrato non crederle, le insinuazioni di lei gli avevano suscitato in cuore un inferno.

«Il principe stesso me lo disse.»

Ecco le prime parole che don Francesco doveva udir pronunciare dal conte di San Giorgio.

Il cielo certamente non permise che egli sentisse quanto riguardava il segreto rivelato dal padre.

Intanto il cavaliere proseguiva:

—Incontrai il principe fuori della città: egli era a cavallo: io pure. Mi si avvicinò, e mi chiese se volessi acconsentire che per qualche tempo mi accompagnasse. Accettai. Sembrava ch'egli avesse qualche cosa a dirmi, ed io attendeva che parlasse. Infatti quasi subito esclamò:—Ah! la morte del duca vostro zio venne a spezzare i miei più cari progetti.—Lo guardai sorpreso, come per interrogarlo, ed egli continuò:—Avevo risolto chiedere donna Maria in isposa in questi giorni, e non ebbi il tempo di farlo.—Io pensai tosto a donna Rosalia, e mi sentii stringere il cuore.—Ah! dissi, voi amate una delle mie giovani cugine, principe?—A queste parole, che avevo pronunciate appositamente, mi parve che egli arrossisse: ciò mi persuase sempre più che in passato deve avere lasciato credere a donna Rosalia di amarla.—Amo donna Maria, mi rispose con qualche imbarazzo, e temo che la morte di suo padre possa, non solo ritardare, ma impedire le mie nozze con lei; perciò desiderai consultar voi, che come stretto parente conoscerete forse le idee di don Francesco. Credete che ei possa concedermela?—Voi siete di famiglia illustre, risposi; siete ricchissimo, non dovete dunque temere un rifiuto.—Gli è che il duca potrebbe avere per donna Maria qualche altro progetto.—Io rimasi un istante perplesso; indi:—Non credo, ribattei.—Cercate voi, riprese egli, d'interpellare don Francesco in proposito.—Io non ho con lui grande intimità, risposi: mi sembra sia meglio che voi stesso, quando ve ne parrà giunto il tempo, facciate la vostra domanda.—Voi comprendete, donna Livia, che io non potevo acconsentire ad immischiarmi d'un matrimonio che darà tanta pena alla mia figlioccia.—Farò come mi consigliate, disse il giovane: più presto che sarà conveniente, parlerò al duca.—E dopo essersi trattenuto ancora qualche istante meco, mi lasciò un po' freddamente. Mi parve alquanto offeso per non aver io voluto accogliere la sua preghiera.—Volli narrarvi tutto ciò, donna Livia, perchè pensiate voi se vi par meglio preparare un po' per volta al disinganno donna Rosalia.

La duchessa riflettè un istante.

—No, disse quindi, non la preverrò. Perchè anticiparle il dolore, la disperazione forse, in cui la getterà il sapere che il principe vuole sposare donna Maria? Alle volte la verità, per quanto possa essere crudele, è preferibile ai dubbj, è vero, ma non per tutti…. D'altronde ella non mi ha parlato mai del suo amore, ed io non posso provocare le di lei confidenze senza commettere un'indiscrezione.

—Non so che dire; ma non potremo evitare che fra poco ella conosca il vero; poichè infatti, se il principe non l'ama, mi sembra inutile cercar d'impedire le nozze di lui con donna Maria. D'altronde ciò dipende dal duca.

—Certamente. Se donna Maria avesse cuore, potrebbe ella… Io non la credo innamorata propriamente del principe.

—Nemmeno io: ella non è capace di amare alcuno; ma non rinuncierà mai ad un gran partito come questo per generosità. Il lusingarsene sarebbe un assurdo. Guardate, donna Livia, io provo per quella fanciulla, quantunque tanto bella, una repulsione grandissima.

La duchessa non rispose: perchè avrebbe difeso donna Maria? Non era suo costume prodigare elogi a chi non stimava.

—Ed io, continuò il cavaliere, voglio dirvi che vi guardiate da lei: anche conoscendola, come certo la conoscete, non la temete forse abbastanza. Siete al disopra di ogni sospetto; ma colei potrebbe egualmente nuocervi. Diffidate… La notte, in cui morì mio zio, io feci per accostarmi a voi: volevo dirvi qualche parola sul disgraziato affare della pergamena, mentre eravate appoggiata al letto.

—Ebbene?

—Io vidi donna Maria esaminarmi in modo che rabbrividii. Ella sorrideva impercettibilmente; ma quel sorriso era sì malvagio, che io vi lessi macchinazioni infernali, come ne lessi ne' suoi sguardi… Oh! donna Livia!—aggiunse con viva emozione—io che so per prova come voi siate fra il numero raro di quelle donne che saprebbero morire prima che mancare anche in ispirito all'onore, al dovere; posso dirvi che ella sospetta di voi: posso dirvelo senza timore d'offendervi.

—Vi ringrazio, conte, rispose la duchessa tristamente: mi prevarrò di questo vostro avviso.

Il rumore, che si poteva aver udito poco prima, si rinnovò; ma neanche questa volta nè donna Livia, nè il cavaliere lo notarono.

Il duca, scosso e persuaso dalle ultime parole del cavaliere di Malta, ed arrossendo d'aver potuto un momento dubitare della duchessa, non aveva voluto trattenersi maggiormente. D'altronde da un istante all'altro il conte poteva lasciare il castello, ed ei non voleva esporsi ad incontrarlo in cammino. La risposta, che donna Livia aveva data all'avvertimento del cavaliere, pareva dover terminare il colloquio; pensò che si sarebbe fatta chiamare donna Rosalia, e che ella entrando poteva avvedersi di lui: non gli rimaneva forse che il tempo strettamente necessario per ritornare a Catania senza essere raggiunto dal cugino.

Fu fortuna; poichè, se si fosse trattenuto ancora, avrebbe inteso parlare del progetto che riguardava il cavaliere dell'Isola.

—Chi sa quali cangiamenti avverranno qui forse durante la mia assenza? disse il conte di San Giorgio a donna Livia.

—Non cerchiamo d'interrogar l'avvenire, rispose ella: disponiamoci ad accettar con coraggio quanto potrà darci di male, e forse sarà meno triste di quanto potremmo presumere in mezzo a tante preoccupazioni. I presagi, che talora si credono scorgere in esso, sono più fallaci di una sibilla menzognera.

Vi era in queste parole della giovane duchessa un senso di sconforto, che ne traspariva suo malgrado, come una rimembranza di speranze distrutte, di necessità subíte.

Il cavaliere la esaminò con una certa agitazione; indi:

—Avete ragione, signora, le disse: vi fu un tempo in cui io guardavo al futuro con una specie di temeraria fiducia: credevo non dover trovarvi mai se non che pugne felicemente sostenute, soddisfazioni di un guerriero…. ed invece….

La duchessa lo guardò attentamente.

—Non temete, donna Livia, proseguì egli con dolore ed insieme con esaltazione; io non mancherò giammai alla promessa che vi ho fatta; riguardatemi senza timore come il vostro amico più devoto.

—Vedete che come tale vi riguardo, caro conte; non metto ora forse la vostra amicizia alla prova, ed a dura prova?

Ella sorrise leggermente, e dopo qualche istante:

—L'unica cosa, che temo indovinare nell'avvenire, è il dolore di donna Rosalia. Questa fanciulla, credetemelo, cavaliere, mi preoccupa assai.

—Ed io pure: ma che fare? d'altronde presto partirò. Voi la consolerete, duchessa.

—Lo tenterò almeno. Ora ella è meco al castello: volete salutarla?

—Volentieri.

Donna Livia fece chiamare la sua giovane cognata.

Dopo un momento questa entrò. Era sì pallida, sì abbattuta, che il suo padrino e la duchessa si scambiarono uno sguardo di compassione: essi, che sapevano come tutto fosse finito per lei.

Donna Rosalia si conteneva però: desiderava far credere che la morte del padre, ed il segreto di famiglia fossero causa del suo turbamento. E ciò in parte era anche vero. Ma ahi! in piccola parte soltanto.

—E così? domandò ella a donna Livia.

—Il conte è pronto ad assecondarci, rispose la duchessa: se otterremo il nostro scopo, sarà grazie a lui. Ei partirà prestissimo: forse prima non lo rivedremo più.

Donna Rosalia guardò il cavaliere di Malta; e nei suoi occhi neri grandi e belli si dipinse una viva riconoscenza.

—Grazie, grazie, dissegli, per mio padre e per me.

—Fo il mio dovere, cara figlioccia: io pure desidero assai togliermi la parte di responsabilità, lasciatami in questo affare dal duca morente. E poi colui, che cercherò reintegrare ne' suoi diritti, non è forse mio zio? Non avrei osato agire solo, perchè personalmente io non devo una riparazione.

E come per distrarre la giovane, per occuparla di altro che del principe, aggiunse:

—Siate cauta, cara donna Rosalia: adoperatevi colla duchessa, affinchè non si penetri da alcuno il vero motivo della mia assenza.

—Oh non temete! quel progetto mi sta tanto a cuore!

—Ora, riprese il conte, ritorno subito a Catania. Prima di partire mi recherò da don Francesco: se sarete ritornate in città, avrò il piacere di salutarvi ancora: altrimenti, pazienza!

Egli contemplò qualche istante donna Rosalia e la duchessa; la prima con una tenera compassione; la seconda un po' più a lungo, e con espressione indefinibile. Indi decidendosi, si strappò alla specie d'incanto, che lo tratteneva in quella sala: e dopo aver abbracciata donna Rosalia, e baciata tremando la mano alla duchessa, partì.

La moglie e la sorella di don Francesco rimasero silenziose: entrambe erano commosse, agitate.

Il progetto di donna Livia era generoso; ma chi sa dove poteva condurre?

Quasi subito una vecchia che era sempre stata governante di donna Livia, sin da quando questa era bambina, venne ad avvertirla che il benedettino, invitato segretamente da lei a recarsi al castello, era giunto non visto da alcuno, ed attendeva nella cappella.

Donna Livia vi si recò all'istante.

Sul cadere dello stesso giorno, in cui il duca ed il conte si recavano al castello di donna Livia per fini diversi, donna Maria passeggiava sola nel giardino del palazzo.

La passeggiata aveva certamente uno scopo; perchè l'affascinante bionda camminava rapidamente, e non si arrestò che dinanzi un rustico padiglione, situato in fondo al giardino istesso. Entrò in una stanza terrena di quel fabbricato, la cui finestra dava su di una via isolata e deserta. Donna Maria sedette sopra un rozzo sgabello di legno: attesa un poco, indi si alzò: guardò dalla finestra, e:—Non viene ancora, disse tra sè. Ma, a che mi lagno? Non gli ho io fatto raccomandare di aspettar la notte? Mio fratello è sì violento, esigente, bizzarro, che, se mi sorprendesse in colloquio con un cavaliere, sarebbe capace di un eccesso… Ma egli è assente…. Ah! lo comprendevo bene: sapevo di non arrischiarmi troppo, dando al principe un appuntamento… Ero sicura che don Francesco si sarebbe recato al castello, onde sorprendere la sua cara sposa col cavaliere!… Chi sa che cosa può accadere?… Ma ecco il principe: e non è ancor notte fatta…. Ora temo quasi sia troppo presto…

Guardò intorno a sè. Ma nessuno mi vede, pensò.

Quasi subito un giovane gentiluomo entrò dalla finestra, che potè facilmente scavalcare.

Era desso il principe degli Alberi, colui che donna Rosalia amava con tanta passione. Era piccolo, bruno, delicato; con un certo che di languido nella fisonomia assai più dolce e gentile di quanto addicasi ad un uomo.

Donna Maria lo salutò con un sorriso molto espressivo, e gli porse la mano, ch'ei baciò con trasporto.

—Finalmente! esclamò il giovine, vi trovo sola: posso dirvi finalmente, lungi da ogni sguardo importuno, quanto vi amo!

La sorella del duca ascoltava coll'aria di una donna che è certissima del suo potere, e che si tiene egualmente certa non si possa mai eccedere nell'adorarla.

Dagli sguardi, che il principe fissava in lei, era facile comprendere che quella fanciulla era tutto per lui… Se donna Rosalia lo avesse veduto in quell'istante, non avrebbe più conservato la menoma lusinga! Si sarebbe sentita trafiggere il cuore da una mortale ferita.

—Vedendovi, diceva egli a donna Maria, trovandomi solo con voi, mi illudo: mi sembra che la felicità, di cui godo, debba essere duratura; che nulla al mondo possa aver forza bastante per farla cessare, per costringermi ad allontanarmi da voi!

Ella sorrise ancora.

—Speriamo, rispose.

—Oh certamente! Se non sperassi farvi mia, non potrei vivere…. E pensare che devo differire a chiedere la vostra mano! Credete che tale dilazione dovrà esser lunga?

—Di qualche mese almeno.

—Quale fatalità!

—Ne soffro al pari di voi, principe,—disse donna Maria, alzando al cielo i begli occhi, nei quali sembrava fremere una viva passione, repressa soltanto dall'onore e dalla modestia.

Il giovane la contemplava estatico agli ultimi chiarori del giorno; sembrava che volesse prolungarli col desiderio, ed impedire alle tenebre di avvolgere quella seducente bellezza.

Certo, se egli aveva dei rimproveri ad indirizzarsi sulla sua condotta passata, se il pensiero di donna Rosalia poteva cagionargli rimorsi; rimproveri e rimorsi dovevano essere ben leggieri.

E forse non sospettava nemmeno le lagrime amare che la sua incostanza faceva scorrere in quegli stessi istanti.

Ah! perchè si può impunemente distruggere la felicità di una persona, senza che tal colpa, la quale molte volte ha conseguenze più funeste di un delitto, venga punita?—Ma non è infamia mancare a promesse che talora un uomo, talora una donna ebbero l'ingenuità, la sciocchezza di credere sacre…. È invece cosa naturalissima!… Non è crudeltà dimenticare d'aver pronunciate parole che forse s'impressero a caratteri indelebili nella mente, nel cuore di chi non si vuole, non si può più amare; è soltanto cedere alla natura che spinge verso un altro oggetto; il quale, simile al sole, che oscura co' suoi fulgidi raggi le faci trovate talvolta al mattino, fa impallidire ogni altra immagine.

E coloro, che agiscono in tal modo, credono in buona fede di non far gran male.

Il principe, per esempio, mentre stava contemplando donna Maria, non si preoccupava molto di tutto questo: è vero ch'egli aveva a scusa una passione più forte della sua ragione, che lo conduceva, che lo trascinava: ma bastava ciò?…

—Credeva, proseguiva egli, aver trovato un mezzo per affrettare il compimento de' miei voti.

—E qual mezzo?

—Non so se devo parlarvene: esso non è riescito.

—Comunicatemelo egualmente.

—Già da molti giorni non potevo vedervi, e ciò mi addolorava assai; questa privazione mi rendeva più crudele l'idea del contrattempo che tanto mi affligge. Pensai che facendo parlare al duca da qualcheduno della vostra famiglia mi avrebbe giovato, e m'indirizzai al conte di San Giorgio.

—A lui?

—Sì.

Donna Maria parve riflettere.

—E che vi rispose? domandò poi.

—Mi disse ch'ei non ha alcuna influenza su don Francesco, e mi consigliò a chiedergli direttamente la vostra mano, quando lo giudicherò conveniente.

—Ah, egli vi disse questo?

E donna Maria si volse: aprì una piccola lanterna che stava in un angolo della stanza, e chiuse le pesanti imposte della finestra, onde nessuno potesse scorgere il lume dalla via.

Dopo un istante il principe continuò:

—Compresi che il conte non voleva forse adoperarsi per noi: però anche senza il suo concorso….

Donna Maria lo interruppe:

—Quel concorso non ci sarebbe stato di grande utilità.

—È dunque vero che il duca non si sarebbe lasciato persuadere da lui?

—È verissimo: ed è forse meglio ch'egli abbia rifiutato.

Ed intanto pensava alla scena che forse avveniva al castello, e che ella stessa aveva preparata. Ma ad un tratto una subita riflessione venne a turbarla grandemente… Il principe aveva parlato al cavaliere di Malta… E se fosse stato per comunicar ciò alla duchessa che il conte…. Ella aveva udito dell'abboccamento; ma qualche parola appena, mentre stava nascosta dietro una portiera… E se il duca riconoscesse infondate le sue accuse?… Ei, che già le aveva proibito dubitare di donna Livia!… Oimè! pensava; avrei fatto una bella cosa!… Qual sarebbe la sua collera!… Egli, così violento, brutale!… Oh bene! gli dirò chiaro che acconsento a serbare il segreto rilevato da nostro padre, a condizione soltanto ch'ei mi lasci sposar presto il principe.

Quest'ultima idea la rassicurò alquanto, e si rivolse sorridente al giovane.

—Quali pensieri vi occupano, donna Maria? chiese egli. Nei vostri begli occhi mi parve leggere come dell'inquietudine, e…

Ella non lo lasciò terminare.

—Nulla, disse: pensavo che faceste male ad agire senza consultarmi: vi avrei risparmiato un inutile passo.

—Purchè tal passo non ci riesca dannoso, che m'importa di averlo sprecato? Tutto è per me indifferente fuorchè il nostro amore.

—Sì; ma bisogna condurci con prudenza.

Prudenza!… Questa parola, proferita freddissimamente da donna Maria, fece sull'innamorato principe l'effetto d'un pezzo di ghiaccio sul fuoco.

La giovane nel pronunciarla non aveva pensato che alla collera di don Francesco, provocata forse inconsultamente da lei, e non si era lasciata trasportare dall'entusiasmo del suo innamorato, come aveva finto sino ad allora.

—Ah! mormorò il giovine tristamente; voi non mi amate, come io vi amo, donna Maria.

Ella comprese tosto l'errore commesso, e con una adorabile languidezza:

—Non vi amo, disse, perchè tremo per voi? Perchè pavento che qualche passo troppo azzardoso possa suscitare nuovi ostacoli alle nostre nozze?… Impedirle forse?… E voi potete dirmi che non vi amo?

—Perdonate! esclamò il principe.

—Non dubiterete più di me? gli chiese donna Maria con accento incantevole.

—Mai più: lo giuro.

—Bene, allora ascoltatemi, e lasciate che io vi dica come dovrete contenervi.

—Sì, consigliatemi voi, donna Maria: che farò per ottenere l'assenso del duca?

—Fate quanto vi disse il cavaliere di Malta.

—Voi credete dunque che il suo consiglio sia buono?

—Sì, sì.

—E quando dovrò porlo ad effetto?

—Ve ne avviserò io.

—Non sarà mai tanto presto quanto lo desidero.

—Ma, caro principe, bisogna concedere un ritardo un po' lungo per la morte di mio padre.

—È vero!

Vi fu un momento di silenzio, dopo cui il giovine disse a donna Maria:

—E potrò almeno qualche volta vedervi ancora…. sola…. come… stasera?

—Sola non so.

—Ma la duchessa è al castello: per qualche tempo senza dubbio vi rimarrà.

—Sì; ma io non avrò gran libertà egualmente: poi potrebbero sorgere accidenti impreveduti, che affrettassero il ritorno di donna Livia,—aggiunse con una esitazione che sembrava oscillare tra il timore e la speranza.

—Come?

—Che volete? Temo sempre.

Queste ultime parole, pronunciate con dolcissima espressione, incantarono il principe.

—Non so, disse, se dovrò cessare le visite che facevo in palazzo di tanto in tanto, vivente vostro padre.

—Vedremo. Se fosse necessario un tal sacrificio, aggiunse ella sospirando, esso costerebbe a me non meno che a voi.

In quel momento l'essere più diffidente avrebbe giurato che donnaMaria diceva il vero: sì grande è l'ascendente di un vago volto.

Come adunque non l'avrebbe creduto il principe, che l'adorava?… Aveva errato nell'amare quella fanciulla d'indole più che perversa, sopratutto se per lei aveva tradito un'altra; ma ora, come presumere ch'ei si arrestasse? Chi saprebbe farlo su un delizioso pendío cosparso di fiori, ai piedi del quale non scorge il precipizio in cui può cadere?

Donna Maria non ingannava intieramente il suo innamorato però: per esempio, quando diceva soffrire del ritardo, degli ostacoli forse, che la morte del padre aveva suscitato alle loro nozze, era nel vero. Mai ella avrebbe trovato un miglior partito del principe!… Era avida di libertà, di piaceri, di dominio!

Ogni suo voto sarebbe stato soddisfatto, appena fosse sposa di lui.

Affezioni simili non datano dal dì d'oggi, benchè la educazione diversa, i diversi costumi potessero renderle assai più rare in quel tempo.

Donna Maria aveva dunque in sè degli elementi preziosi di progresso: perchè ogni sua parola, ogni sorriso, ogni sguardo era calcolato, gettato per fare effetto.

E con questi difetti, o qualità, come si vorrà chiamarle, cattivava intieramente il principe.

—Oimè! il tempo di separarci è venuto, gli disse ella.

—Che! di già? Mi sembra sì poco che son qui presso di voi, cara donnaMaria!

—A me pure; ma…

—Il duca non è assente? Non siete voi libera per qualche ora?

—Ei non mi disse quanto sarebbe durata la sua assenza. Seppi a caso che doveva partire… Una passeggiata a cavallo può durare anche pochissimo.

—Ah sì! avete ragione: mi converrà lasciarvi. Al suo ritorno don Francesco potrebbe chiedere di voi… Ma non temete l'indiscrezione di qualche servo?

—Non temo; perchè mi vedono molte volte passeggiare in giardino, quantunque sia nel verno. Poi ho una delle mie donne, che mi è intieramente devota, quella che impiegai sempre per comunicare con voi…. Fu dessa che, sotto un suo particolare pretesto, ottenne dal giardiniere la chiave di questa stanza. Ora ella veglia qui presso.

—Addio dunque, donna Maria: rammentatevi di me.

—Potete voi dirmelo?

—Chè non mi è dato rattenere il tempo?

—Vedete, caro principe: la notte è già discesa: partite; addio.

Il giovane dovette rassegnarsi: e dopo qualche altra parola di commiato piena di passione, si allontanò colle più grandi precauzioni.

La notte era discesa infatti, e donna Maria non indugiò a rientrare.

Era agitata. Ormai si teneva sicurissima, è vero, d'aver affascinato il principe in modo, che ei non potesse più sfuggirle. Quel primo colloquio, avuto con lui da sola a solo, ne la accertava: per questo pensava meno al giovane di quanto lo avesse fatto prima di recarsi all'appuntamento.

Ma altri timori le impedivano gioire intieramente del suo trionfo. Il duca adirato le passava dinanzi come un fantasma terribile. Una sola persona, lo sapeva, poteva farsi perdonare da lui; ed era quella persona appunto, ch'ella aveva accusata. Le restava minacciare il duca di rivelare il segreto del padre; ma questo pensiero, che dapprima l'aveva rassicurata, non le infondeva più tanto coraggio.

Ella non potrebbe egualmente forse salvarsi da una esplosione di collera.

«Ma a che temer tanto? dicevasi poi, aggiungendo, come sempre accade, nuove riflessioni alle antiche…. Io posso sostenere arditamente, se don Francesco mi rimprovera, che credevo esser nel vero…. D'altronde gli dirò che intendevo parlare del cavaliere soltanto, non di donna Livia…. Poi, chi sa!… Se il duca avesse sorpreso una sola frase equivoca, allora!… Sì, ciò basterebbe a renderlo furioso, e spingerlo ad un eccesso.

»E mia sorella? Oh avrà bel fare!… Il principe ama me sola…. di questo non voglio più preoccuparmi; non devo nemmeno parlargli di lei…. no; non voglio mostrare di temer donna Rosalia.»

Qualche momento dopo, donna Maria era seduta tranquillamente dinanzi al camino in una sala di riunione. Attendeva il ritorno del duca con viva ansietà.

Molte volte aveva già chiesto di lui alla fidata camerista, che erasi guadagnata colla promessa di condurla seco e di migliorarne la condizione, quando ella sposerebbe il principe degli Alberi.

Ma il duca non era ancor ritornato.

Eppure le stelle già da qualche tempo brillavano in cielo.

«Mi sembra ch'egli indugi, pensava donna Maria: che sarà mai avvenuto? Si sarebbe egli già pacificato con donna Livia?… Ma il castello è lontano una buona lega dalla città…. Andare, venire, fermarsi…. vi vuole il suo tempo!»

Poi, vedendo entrare la camerista senza che l'avesse chiamata:

—Ebbene? le domandò.

—Il signor duca è ritornato, rispose l'interrogata.

—Viene qui?

—No: è già salito nel suo appartamento, e vi si è rinchiuso.

Donna Maria si alzò.

—Accompagnami alle mie stanze, disse alla camerista, che la seguì in silenzio.

Era collera verso di lei, o verso la moglie, che faceva desiderare al duca di essere solo?

Donna Maria se lo chiedeva con qualche timore.

«Donna Livia non ama il conte!…»

Ecco il primo pensiero del duca; le prime parole che gli erano venute alle labbra, appena lasciato il suo nascondiglio!

E tale convinzione gli aveva fatto provare un istante di gioja purissima! Essa per un momento aveva scacciato dallo spirito di lui ogni altra preoccupazione!…

Persino il segreto rivelato dal padre; il cavaliere dell'Isola; i suoi eredi; la pergamena distrutta erano stati dimenticati in quel punto!

Tutto era sparito, come una tetra fantasmagoria, costretta ad indietreggiare dinanzi alla dolce realtà.

Il marito felice, nel riconoscere accusata a torto una sposa adorata, aveva vinto il signore orgoglioso, ingiusto; l'uomo ostinato, irascibile, avido soprattutto di comando.

Ma ahi! come per poco!

Perchè quella sensazione, che egli aveva provata vivamente, non aveva cercato rattenerla?

Perchè doveva essere passaggiera, fugace, come tante sentite talora contro volere; senza saperlo quasi; soltanto per un istinto di natura?

Quella sensazione aveva lasciato nel duca, è vero, una traccia del suo passaggio; ma essa col suo entusiasmo, colla sua poesia si era allontanata come luce sovrumana, incantevole; come sogno delizioso e fuggitivo, di cui è dato serbare soltanto il ricordo.

Altri sentimenti nè entusiastici, nè poetici, radicati fortemente in don Francesco, non avevano voluto cedere per molto il campo ad un'ubbia generosa.

Atterriti, per così dire, del momentaneo esilio che in grazia di quell'ubbia avevano dovuto subire, essi si adoperarono tosto nel dimostrare al duca come il mettere in oblio per una donna ogni altra cosa sarebbe stato mancare di dignità.

Così quei sentimenti tornarono a signoreggiare il suo cuore….

Senza di essi don Francesco, spinto dall'amore, avrebbe saputo rinunciare a' suoi ingiusti progetti; acconsentire alla perdita di qualche parte delle sue ricchezze; sopportare il disdoro che egli credeva dovesse venire alla sua famiglia, alla sua casa da quella riparazione.

E tutto questo per ottenere l'approvazione della duchessa!

Donna Livia non lo aveva sposato per inclinazione; ma era buona, sensibile: sarebbe stata commossa nel vedergli fare un sacrifizio che ella più d'ogni altra avrebbe apprezzato…. E…. chi sa!… Al sentimento del dovere, che solo l'aveva guidata sino allora, si sarebbe forse aggiunta un'affezione non appassionata, ma riconoscente e sincera….

Ella aveva amato un altro, amato moltissimo; ma colui era morto: e se ella avrebbe voluto restargli fedele egualmente: se perciò aveva desiderato assai rimaner sempre libera: non rifiuterebbe ora forse un giusto affetto all'uomo di cui portava il nome: al padre di suo figlio, ove ei sapesse meritarlo: gli perdonerebbe alla fine di averla fatta sua quasi forzatamente.

E ciò non sarebbe stato grandissimo compenso ad un sacrificio d'orgoglio, d'interesse, d'amor proprio?

Questa era la via, che la gioja provata nel veder donna Livia sempre degna dell'amor suo, aveva per un istante additata al duca; e dalla quale lo allontanarono poi le altre sue passioni.

Egli si vergognò come sempre di amar tanto; e come sempre si promise di non cedere.

Eppure questa vittoria di un cattivo démone gli costava, ne soffriva assai.

Non si ha l'idea delle pene strane che deve provare un cuore trabalzato continuamente da un sentimento all'altro, incatenato da pregiudizii che non ha la forza di svellere, e che lo rinchiudono in una prigione di ferro.

Dopo essersi dibattuto tra l'amore, che lo spingeva al bene, e l'orgoglio che lo trascinava al male, don Francesco aveva finito per cedere al secondo: e così la sua volontà, nell'esigere ad ogni patto che il segreto di famiglia fosse serbato, era rimasta eguale.

Escito dalla dolce esaltazione di poco prima, tornava a veder le cose dal lato pratico: però alcun che di quella esaltazione gli era rimasto, ed unito agli altri suoi pensieri creava una specie di caos nel suo cervello.

E donna Maria?

Il duca vi aveva pensato un istante con vero orrore; ma poi riflettendo si era sforzato a calmarsi; aveva gran motivi per non abbandonarsi all'ira, ma per frenarsi aveva bisogno di non veder subito la sorella, e per questo al ritorno dal castello era salito tosto nel suo appartamento.

Seduto innanzi ad un gran fuoco, egli riandava nella sua mente tutto quanto gli era avvenuto in pochi giorni, dalla morte del padre sino a quella sera.

«Dunque, pensava, era per prevenire donna Livia dell'amore del principe per donna Maria; della sua intenzione di chiedermela in isposa, che il cavaliere si recò al castello? Ed io avevo sospettato?… Mi ero sentito ardere di gelosia?… Eppure…. se avessi riflettuto, non avrei dovuto temere…. Ella non mi diede mai motivo di dubitare…. Perchè ho io prestato fede a donna Maria, quando da lungo tempo avrei dovuto comprendere ch'ella odia mia moglie?… Poi avrà temuto che la duchessa mettesse ostacolo al suo matrimonio col principe; che cercasse impedirlo per compassione di donna Rosalia….

»Anche di costei mi si spiega ora l'eterna malinconia…. Avrei dovuto avvedermi da me medesimo di tutto questo; ma per verità non me ne sono mai preoccupato…. Basta: ora penserò…. Ah! donna Rosalia ama il principe senza speranza?… E donna Livia ne ha pietà?… Ciò è naturale!… Ella deve aver riflettuto a lungo sul sentimento!… Ella!…»

Ed il volto del duca si annuvolò…. Una specie di sorriso amarissimo sfiorò le sue labbra; ma fu un lampo!…

«Devo io negare donna Maria al principe? pensò poi…. Devo rifiutargli la sua mano, quando me la chiederà?… Colei lo meriterebbe: ma la conosco!… Si vendicherebbe di me, col palesare il segreto, che voglio tenere celato…. Nulla l'arresterebbe…. Lasciandole invece sposare il principe, tacerà…. Ne sono certissimo: non ha gli scrupoli della duchessa…. Ma ella pure dovrà obbedirmi…. Che mai conterà fare?… Mi sembra impossibile imporle la mia volontà…. Ed il cavaliere?… Ah, egli avvisò donna Livia che si guardasse da mia sorella!… Aveva compreso che questa si era avveduta del suo amore per la duchessa…. In questo donna Maria non mi ha ingannato…. Forse mi rese un servigio; ma ella m'offese…. Sì, il conte ama donna Livia!… L'ama con idolatria: lo compresi dalle sue parole, dal fremito della sua voce!… Indegno!… Basta: lo tratterò in avvenire con tanta freddezza, che non oserà frequentare la mia casa!… Non è che io tema della duchessa!… Mai ella amerà il cavaliere, come mai non amerà alcuno!… Per questo saprò contenermi con mio cugino…. Ho d'uopo del suo silenzio; e se me lo promette, tacerò per ora…. Un duello con lui sarebbe in questo momento uno scandalo…. Del resto il mio onore è illeso; ed io non devo preoccuparmi di una folle passione del cavaliere, che d'altronde da un istante all'altro può lasciar la Sicilia, per sempre forse…. Sì, otterrò il silenzio di tutti!»

……………………………………………………….. ………………………………………………………..

Il giorno dopo, don Francesco ordinò ad un servo d'invitare donna Maria a passare da lui. Aveva stabilito un piano che doveva cominciare dall'intendersi colla giovane.

Ella non si fece aspettare: era ansiosissima di sapere qualche cosa, benchè non fosse affatto senza timore su quel colloquio. Esaminò rapidamente, con grande attenzione, il volto del duca; ma non potè trarre alcuna congettura da tale esame, tanto quel volto rimase impassibile.

—Che volete da me? domandò al fratello, sedendo sulla seggiola ch'ei le additava in faccia a lui.

L'accento di donna Maria era il più naturale del mondo.

Il duca la fissò un momento senza parlare: sotto quello sguardo incisivo e duro la giovane si sentì arrossire a suo dispetto. Fu costretta ad abbassare gli occhi, quantunque tutt'altro che timidi; ma la sua coscienza non era tranquilla.

—Bramo, le rispose lentamente il duca, sapere su qual fondamento basava l'ingiusta accusa che lanciaste alla duchessa.

L'ingiusta accusa? Dunque don Francesco l'aveva riconosciuta tale…. Ella non aveva temuto invano: bisognava ricorrere senza esitare ai mezzi di difesa preparati….

E donna Maria vi ricorse all'istante.

—Questo rimprovero mi sorprende: vi avevo già detto che io non intendevo menomamente offendere la vostra sposa: intendevo parlare del cavaliere soltanto; e credetti darvi coll'avvertirvi del suo amore per la duchessa una prova di devozione. Se voi pensate diversamente, mi giudicate male, ve lo giuro.

Il duca sorrise con incredulità.

—Ciò potrebbe anche essere, mormorò.

Donna Maria non fu per nulla rassicurata da quelle parole. La calma di don Francesco le sembrava forzata; e soltanto l'idea che egli aveva bisogno del suo silenzio le infondeva coraggio: poichè infatti, pensava, se egli, così violento, si contiene, vuol dire che teme disgustarmi.

—Ciò non toglie, riprese il duca, che voi abbiate commesso un gravissimo errore, una colpa anzi, tentando gettare in me dei dubbj su donna Livia.

—No, poichè sapevo che l'amate al punto da….

Donna Maria aveva detto ciò con qualche ironia, trasportata dalla sua animosità per la duchessa, involontariamente fors'anche.

Don Francesco l'interruppe.

—Vi avverto, donna Maria, le disse alterato, che non sono disposto a tollerare la menoma celia, per quanto velata essa sia.

La giovane si era fatta pallida, ma si rimise tosto.

—Credeva parlando così, disse, giustificarmi, rispondere alle vostre domande.

Ella aspettavasi che suo fratello le dicesse da un momento all'altro il motivo pel quale il cavaliere si era recato al castello, motivo che ella credeva conoscere; ma così non fu: gliene increbbe assai, perchè aveva stabilito valersene ad ottenere l'assenso alle sue nozze col principe.

—No, riprese il duca: voi non credeste rispondere alle mie domande, asserendo tenervi certa che io non avrei dubitato di donna Livia. Voi pensate tutto all'opposto. Credete voi che io non vi conosca?

E si arrestò, volendo giudicare dell'effetto che farebbero queste sue parole.

Ma donna Maria seppe questa volta contenersi mirabilmente e credette dover metter mano senz'altro all'ultimo colpo, cioè al segreto del padre.

—Ecco, disse senza alterarsi, quanto ottenni da voi in ricambio della mia devozione.

—Spiegatevi.

Era su quel terreno ch'egli aveva voluto condurla.

—Sì, riprese donna Maria, non ho io forse rispettato senza discuterlo il vostro volere, quando tutti gli altri vi contrastavano?… quando la vostra sposa…

—Basta, interruppe il duca alzandosi e mettendosi a passeggiare: basta.

E dopo un istante di silenzio, che donna Maria non osò rompere:

—Ebbene, sì, disse: voi in quella notte mi avete ubbidito, secondandomi. Non istarò ad indagare se il faceste unicamente per vostro particolare interesse; lo riconosco senza restrizione: è tutto quanto posso fare per voi.

«Ah, egli scende finalmente a patteggiare,» pensò donna Maria…—E fatta più ardita da questa riflessione, si rivolse al duca:

—A proposito, e gli altri taceranno?

Don Francesco si accigliò; quella domanda risvegliava tutte le sue inquietudini; pur nondimeno rispose con un cenno affermativo.

—Ne sono contentissima.

—Davvero?

—Certamente.

—Se è così, tacerete, senza chiedervelo, voi.

Donna Maria parve imbarazzata; poi decidendosi:

—Sì, tacerò; ma anch'io voglio facciate qualche cosa per me.

—E che cosa?

—Prima di chiedervela….

Ed ella esitò.

—Continuate.

—Poco fa mi sembraste non prestar fede alle mie parole… ed io….

—Donna Maria, disse il duca cangiando tuono, non voglio più udirvi parlare dei vostri indegni sospetti. Spiegatevi…. Voi mi avete offeso, gravemente offeso calunniando la duchessa, il sapete: e sapete altresì che, se vi perdono, è soltanto a condizione che il segreto di famiglia non venga mai svelato da voi. Lasciate ogni reticenza: che volete da me?

E la guardò attentamente.

Donna Maria, sorpresa da quel cangiamento, rimase sulle prime un po' stordita. Perchè don Francesco non le aveva parlato così a dirittura? Se sapeva quanto doveva chiedergli, ed ei lo sapeva certamente…. Era dunque per non darle la soddisfazione di confessare che era stato al castello?… Ma, qualunque fosse la causa che lo avesse guidato, ella comprendeva che era risoluto a comperare il suo silenzio… E senza occuparsi maggiormente a spiegare a sè stessa ciò che vi era di strano nel procedere del duca, rispose quasi subito:

—Voglio chiedervi non disponiate di me senza consultarmi, e non diversamente di quanto contava fare nostro padre.

—Nostro padre pensava maritarvi, disse affrettatamente il duca, che voleva finirla…. Comprendo: voi volete che vi pensi anch'io…. Infatti, siete nata pel mondo voi….

Egli sorrise sarcasticamente, passando le dita nei suoi folti baffi neri.

Ma donna Maria non si spaventò di quel contegno: provò per altro un vivissimo senso di dispetto nel pensare che don Francesco, il quale sembrava farsi un piacere d'umiliar tutti, ed a cui per allora ella era soggetta, aveva potuto perdonare a donna Livia, che ella odiava, la distruzione della pergamena; sdegnarsi, soffrire delle offese fatte a colei.

Ma perchè invidierebbe la duchessa? Fra poco non l'attendava forse un eguale destino? Migliore anzi: perchè ella comprendeva bene che donna Livia non era felice…. Non avrebbe ella presto uno sposo che l'amerebbe quanto il duca amava sua moglie, e che di più le sarebbe facile dominare, perchè nè orgoglioso, nè ostinato?

Scacciò dunque quel movimento di rabbia, e rispose tranquillamente al duca:

—Ebbene, sì: desidero vivere nel mondo; ma ho temuto, perchè so che una volta consigliaste nostro padre a mettermi in un ritiro.

—La vostra domanda riguarda anche donna Rosalia? chiese il duca ironicamente.

Era un altro rimprovero: e se donna Maria avesse prima dubitato che don Francesco non fosse stato al castello, quelle parole ne l'avrebbero accertata.

Ma, guardando all'avvenire sì ridente per lei, pensò non doversene offendere per allora, e rispose:

—Io non conosco i gusti di donna Rosalia.

—Bene, bene: se mi si presenterà per voi un buon partito, non lo rifiuterò.

Ei non parlava del principe, e donna Maria si decise finalmente a farlo ella stessa.

—Il principe degli Alberi mi ama, disse: egli vi chiederà la mia mano.

—Ah, voi mantenete corrispondenze amorose? domandò allora il duca con una severità piena per altro d'indifferenza.

—Vedevo il principe soltanto quando veniva da nostro padre, e….

—Basta, basta: vi dispenso dal giustificarvi.

Quella specie di sprezzo ferì molto donna Maria; ma si propose rimandare la vendetta a tempo migliore; e senza darsene per intesa:

—Dunque se il principe verrà al palazzo, e mi chiederà se deve sperare, potrò rispondergli affermativamente?

—Sì, sì; ma non colloqui sotto le finestre, non abboccamenti misteriosi; perchè ciò sarebbe sconveniente, e non lo permetterei.

Donna Maria pensò che non aveva tremato invano d'essere scoperta la sera prima: si felicitò della prudenza avuta.

—Non dubitate, rispose…. E quando potrò…

—Bisogna attendere un poco, mi pare: per convenienza almeno.—Ed aggiunse con ironia:—Oh, avete la gran fretta di aver marito!…

—Non è questo: soltanto volevo sapere ad un dipresso….

—Fra tre o quattro mesi, diss'egli seccamente.


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