VIII.

—Benissimo, vi ringrazio.

Era soddisfattissima della buona riescita di quel colloquio. Benedisse al segreto del padre, grazie a cui soltanto il duca assecondava i di lei voti.

Don Francesco le si avvicinò, e guardandola fissamente:

—Ora, le disse, non vi raccomando di nuovo di serbare il silenzio sull'affare che sapete, e non parlarne mai nemmeno col vostro sposo istesso: non avete alcun interesse a tradirmi: solo vi dirò che, se mai per animosità o per dispetto lo faceste, io ve ne farei pentire. Nessuno, rammentatevelo bene, nessuno vi salverebbe allora dalla mia collera; vostro marito mi risponderebbe, ed alla menoma indiscrezione….

Donna Maria non aveva mai pensato a rivelare quel segreto; la responsabilità colpevole, che assumerebbe tacendo, era la cosa di cui meno si preoccupava; ma, ove anche fosse stato il contrario, le parole minacciose del duca l'avrebbero tosto persuasa. La calma, con cui egli le aveva parlato dapprima, non l'aveva illusa: aveva compreso ch'essa era simulata a fatica, e non indizio d'aver don Francesco cangiato carattere.

—Non parlerò mai, esclamò, lo giuro!

—E sarà meglio per voi. Ora potete ritornare nelle vostre camere.

Donna Maria partì.

«Sì, costei tacerà, pensò il duca. Ah, quante noje per riparare a ciò che fece donna Livia!… E se a malgrado di esse non riescissi?…»

Un movimento di rabbia gli sfuggì; indi:

«Domani vedrò il benedettino, vedrò il cavaliere: e se tutti tacciono, nessuno ha mai reclamato sin qui… È vero che la morte di mio padre, conosciuta da coloro, potrebbe… Ma no, no: è impossibile!…»

Il giorno dopo, il duca attendeva con impazienza la risposta del benedettino.

Quella sera spirava la dilazione accettata dal frate. Don Francesco non dubitava che mancasse: prima, perchè si teneva sicurissimo che non si oserebbe farlo aspettare; secondariamente, perchè il monaco aveva preso tutt'altro che leggermente quell'affare di tanto rilievo.

Infatti il religioso non mancò. Non era molto che don Francesco attendeva, quando un servo venne ad annunziarlo.

Dunque aveva deciso tacere: poichè altrimenti come ardirebbe affrontare colla sua presenza la collera dì un potente signore?

Ma la risposta che doveva dare riguardava un affare sì delicato, che affidarla ad un'altra persona o ad una carta sarebbe stato quasi impossibile.

Queste domande il duca se le fece colla rapidità del pensiero, e mentre ordinava fosse introdotto il frate all'istante.

Quando questi fu nel gabinetto, e chiuse le porte, don Francesco lo interrogò.

—Dunque, gli disse, siete deciso a serbare il silenzio?

Il frate s'inchinò in segno di assenso.

Un lampo di soddisfazione brillò negli occhi del duca; ma fu passaggiero più del lampo istesso, e pressochè impercettibile. La fisonomia di don Francesco rimase compassata ed altiera.

—Ero sicuro, riprese volgendosi di nuovo al monaco, che la riflessione vi avrebbe giovato; che, grazie ad essa, avreste riconosciuto la giustezza delle mie osservazioni. Bene: potete contare sopra di me.

«Ah! pensò il frate, ei crede che io abbia avuto paura!»

Ma la sua adesione era stata muta: per non dar sospetto qualche cosa bisognava dire, e le ultime parole del duca gliene fornirono occasione.

—Non potrò approfittare delle vostre offerte, Eccellenza, rispose. Io non sono qui che di passaggio: presto devo abbandonare questi luoghi.

Era vero: il duca lo sapeva: non poteva dunque meravigliarsene: eppure, provò una certa apprensione, pensando che non gli sarebbe possibile sorvegliare quel frate. Chi lo assicurava che colui, assente, manterrebbe una promessa strappatagli, egli almeno lo credeva, dal solo timore?… Lo esaminò un istante con diffidenza: il monaco comprese quel che passava nell'animo di don Francesco, ma non proferì parola.

—Io, disse il duca lentamente, vi ritengo impegnato al silenzio per sempre. Rammentatevelo bene… Per sempre! ripetè con accento minaccioso.

—Non è mia intenzione mancarvi, rispose con gravità il padre benedettino.

—Datemene un giuramento sacro.—E gli additò la croce attaccata al grosso rosario, che gli pendeva dal fianco.

—Giuro su questa croce, disse il frate, che mai rivelerò il vostro segreto.

«Cielo! pensò poi; più tardi questo cavaliere, se la duchessa riesce nel progetto comunicatomi, crederà forse che io abbia mancato a sì sacra promessa.»

Il duca si era atteso a reticenze all'atto di quel giuramento solenne: e non avendo scorta nel monaco la menoma esitazione, credette poter esser tranquillo.

Vedendo il frate restare innanzi a lui in silenzio, pensò ch'ei volesse, e non osasse, reclamare la promessa fattagli poco dopo la morte del padre.

—Accettate dunque, disse, la ricompensa che vi aveva offerta.

Un movimento di penosa perplessità sfuggì al benedettino. Il duca non vi abbadò: estrasse da un gotico scaffale una borsa piena d'oro e la porse al monaco.

Questi impallidì: pensò che rifiutando avrebbe potuto far nascere dei sospetti; ma quell'oro gli avrebbe abbruciato le mani, anche adoperato esclusivamente in opere pie.

«No, disse fra sè, non posso fingere a tal segno, per quanto Dio non debba condannare l'artifizio a cui degli animi nobili sono costretti ricorrere, onde riparare una ingiustizia crudele, ed evitare fors'anche dei delitti: ma non accetterò quest'oro!»

E volgendosi al duca:

—Eccellenza, non vogliate offendervi se io rifiuto.

—Che?

—La sola circostanza che le mie parole, rivelando quel segreto, sarebbero state inutili, mi persuase a tacere: non posso dunque accettare ricompensa alcuna.

Il duca, benchè molto indispettito, si felicitò di aver celato al frate la distruzione della pergamena, e di averne con tal mezzo ottenuto il silenzio.

Salutò con freddezza il benedettino, che s'inchinò profondamente ed escì.

………………………………………………………..

Qualche ora dopo, il duca udì bussare al suo gabinetto.

—Chi è là? domandò.

—Io, Eccellenza, gli rispose il suo cameriere. Don Francesco andò ad aprire.

—Che hai? chiese con asprezza: avevo ordinato non mi si sturbasse.

—Nè io avrei ardito farlo senza ragione; ma il conte dì San Giorgio desidera di….

—Ah, egli è qui? domanda di me?

—Stava per dirlo; ma se vostra Eccellenza non vuol riceverlo, andrò ad avvisarlo.

—No, no: fallo entrare subito: sbrigati.

Il servo escì, e poco dopo introdusse il cavaliere di Malta.

I due cugini si salutarono in silenzio, mentre il domestico si ritirava.

Per un istante entrambi rimasero muti. Non erano mai stati in termini molto cordiali, e dopo il diverbio avuto la notte della morte del vecchio duca, diverbio che era stato per degenerare in aperta contesa, l'imbarazzo, che provavano trovandosi l'uno in faccia all'altro, sarebbe stato giustificato, se anche forti ragioni segrete non vi avessero contribuito.

Sembrava che nessuno di loro volesse parlare il primo, e si squadrarono con qualche alterigia.

Al duca pareva, durante quel rapido esame, udire il cavaliere parlare d'amore a donna Livia, ed a quell'idea il suo sangue si rimescolava: mentre sembrava al conte veder don Francesco comandare, imporre il silenzio a colei, per obbedire alla quale stava per intraprendere un lungo, periglioso e forse inutile viaggio; per la quale senza esitare avrebbe data la vita.

A lui non venne neppure in pensiero che il duca, anzichè aver assistito ad una parte del suo abboccamento con donna Livia, ne avesse avuto la menoma contezza.

L'aria accigliata, con cui veniva ricevuto, non poteva sorprenderlo: era abituale a don Francesco: epperò ruppe primo il silenzio.

—Sono venuto per salutarvi, duca, disse: domani io parto.

—Partite? come? per dove?

—Per Malta. Un ordine pressante mi vi chiamava già da qualche giorno.

Il duca provò un movimento di soddisfazione; ma tosto un sospetto gli attraversò lo spirito, però non lo lasciò scorgere per allora al cugino.

—Vi ringrazio, cavaliere, gli rispose, della vostra premura: ve ne sono doppiamente grato, perchè non ignorate certamente che io sono solo al palazzo con donna Maria.

Dicendo questo, lo guardava fissamente.

Il conte si turbò. «Ah sì! disse tra sè: è meglio che io parta, che mi allontani: avrei dovuto farlo prima senza esitare.»

E con gravità rispose:

—Non dovreste esser sorpreso della mia visita; oltre al congedarmi da voi, essa ha un altro scopo, che conoscete.

—È vero. Ebbene, che cosa avete risolto?

—Finchè rimango a Malta, vi prometto il silenzio da voi chiestomi col vostro foglio.

Queste parole gli costarono assai.

—Bene, rispose il duca: il tempo vi farà persuaso certamente che io ho ragione di voler evitare alla nostra famiglia degli scandali… Ma quanto rimarrete assente da Catania? Non potete dirmi nulla di più, conte?

Ei lo guardava con insistenza. Il cavaliere di Malta comprese che non era senza sospetti. Per rassicurarlo, soprattutto per evitare a donna Livia dei dispiaceri, benchè si sentisse internamente indignato per la domanda fattagli, estrasse un foglio, e lo porse al duca, dicendo con una certa indifferenza:

—Non saprei: vedete voi stesso l'ordine del gran maestro, che già da due settimane ho ricevuto: mi dice di recarmi a Malta, appena ciò mi è possibile, senza precisarmi il perchè. Jeri vidi uno dei miei confratelli reduce dall'isola, che mi rinnovò a voce le istanze del gran maestro… Infatti differii anche troppo.

Il duca, benchè con qualche esitazione, esaminò attentamente quel foglio: la sua fronte si spianò; l'ordine era preciso, autentico: ogni dubbio gli era impossibile.

Restituì il foglio al conte, non senza pensare che l'indugio, posto da questo a partire, proveniva dal suo folle amore per la duchessa. «In ogni modo, disse tra sè, tal partenza mi giova, e comincio a credere che la sorte mi favorisce.»

E vedendo il cavaliere già disposto a partire:

—Volete salutare donna Maria? gli chiese: la farò chiamare.

—No, no: non voglio disturbarla a quest'ora inopportuna.

Il duca era già certo di tale risposta, sin da quando aveva fatto l'offerta.

Il conte, temendo che suo cugino gli chiedesse promesse più formali, che sapeva non poter attenere, si congedò.

—Addio dunque, duca, disse: vi prego presentare a donna Livia ed alle vostre sorelle i miei saluti di commiato.

—Non vi mancherò, rispose don Francesco,—cercando dissimulare l'ironia, della quale era improntata la sua risposta.—Vi auguro fortuna nel vostro viaggio.

—Grazie, rispose il conte.

«Ah, se ne sospettasse il finale scopo, pensò, non mi augurerebbe fortuna! Ma già lo conosco: non fu sincero egualmente.»

Ed escì, dopo avere scambiato col duca un altro addio freddo e cerimonioso.

Don Francesco gli guardò dietro per qualche istante.

«Sì! egli va davvero a Malta, disse tra sè: comprendo ora…. Ei prese pretesto dall'amore di donna Rosalia per veder sola la duchessa almeno una volta prima di partire… Maledetto! Benchè ei non possa nutrire alcuna speranza, pure sono doppiamente lieto ch'ei si allontani… A Malta potrà forse trovare imbarazzi grandissimi: e quando ritornerà, vedremo… Se non vorrà promettermi il silenzio, ebbene… un duello deciderà…. Io sono sicuro della mia spada, quanto egli della sua, benchè tra le più temute dei cavalieri di Malta.

Ora non mi rimane che donna Livia: mi prometterà ella il silenzio? Lo dovrà…. Feci già troppo perdonandole la distruzione della pergamena… Ma a che pensarvi? Io non avrei mai avuto il coraggio di punirla; perchè, prescindendo dalla sua ostinazione, ella merita assai….»

Ei si lagnava sempre tra sè di quella ostinazione, eppure… nessuno era più ostinato di lui: e se anche donna Livia lo avesse supplicato, non avrebbe certamente ceduto su tal punto.

Fu detto che il contrasto di due volontà egualmente ferme non regge; che, simili a lame di buon acciajo, volano in frantumi forzando troppo: una di quelle volontà deve spezzarsi alla fine se non piega, e ciò è verissimo.

Così donna Livia dovette mostrare di piegare la sua.

Un istante ella aveva pensato di pregare il duca; ma se ne era dissuasa tosto.

Pregare può riescire con una tempra forte, ma moderata dal cuore sensibile, dall'intimo gentile: mentre invece non conduce a nulla con chi, pure esigendo l'umiliazione negli altri, e servendosene, non comprende ciò che essa ha di meritorio e la disprezza.

La duchessa sapeva benissimo che suo marito era nel numero di questi: così aveva pensato riparare nascostamente alla colpa del vecchio duca, per quanto fosse in lei.

Obbedire don Francesco in quella circostanza nol poteva: perchè, se cedere in cose di poco rilievo è virtù necessarissima, e non, come credono tanti, indizio di debolezza; lo diviene quando ci rende complici, non foss'altro che col subirli in silenzio, di atti che offendono il decoro ed i diritti della famiglia, della società.

Si hanno dei doveri anche verso sè stessi: guai a chi li dimentica! Tanti uomini che sopportarono di essere disonorati impunemente; tante donne sventurate, che per una eccessiva arrendevolezza contribuiscono a mantenere i loro mariti sulla via del vizio, ne sono una dolorosissima, incontrastabile prova.

Che avrebbero ottenuto, si dirà, resistendo? Nulla forse; ma almeno non si sarebbero contaminate anch'esse.

Certo non si deve ricorrere alla resistenza che quando si riconoscono inutili gli altri mezzi; ma allora bisogna averne il coraggio.

Anche il più grande amore non giustifica certi errori. L'amore, per essere grande, ha d'uopo d'essere puro: allora si ha ragione di sacrificargli tutto; ma se la stima, la fede, su cui dovrebbe sempre basare, mancano; si deve saperlo combattere come uno strumento di corruzione; è lacerare una tela logora, che finirebbe egualmente per cadere a brandelli.

Accingersi a tale impresa, compirla non vuol dire mancare di sensibilità; preferir sè agli altri: no; poichè è soltanto per una via difficilissima, seminata di ostacoli grandi che vi si giunge: via che spaventerebbe gettandovi gli occhi assai più di quella che tiene l'eterna condiscendenza.

Ma tutte queste idee vengono diversamente intese; così, mentre tanti avrebbero bisogno di rara fermezza per non lasciarsi avvilire dall'amore, il duca, che poteva farsi condurre da esso ad una nobile meta, non lo aveva voluto: emetteva tutto il suo coraggio, tutta la sua ostinazione a resistere, ed era risolutissimo a farlo, altrimenti avrebbe arrossito di sè stesso.

Dopo la partenza del cavaliere di Malta, egli rimase qualche momento pensieroso. Indi si alzò mormorando:

—Questa sera istessa ella dovrà promettermi il silenzio, perchè infine io posso esigerlo. Anzi voglio vederla senza indugio, subito.

E chiamato un servo, ordinò si mettessero i cavalli ad una carrozza.

Pochi momenti dopo partiva pel castello.

Il viaggio.

Verso la metà di marzo dello stesso anno 1574, il conte di San Giorgio sbarcava nel porto di Manfredonia, seguito da un solo servo che da molti anni gli era sempre compagno in ogni suo viaggio.

Giungeva da Malta, ove, come lo aveva detto a donna Livia, gli era stato facile ottenere dal gran maestro, a cui lo legava personale amicizia, un lungo permesso; ed essere disimpegnato da una missione in Ispagna, per affidargli la quale era stato chiamato nell'isola.

Il conte non aveva voluto imbarcarsi direttamente per Venezia, desiderando percorrere, giacchè ne aveva occasione, gran parte dell'Italia, ed anche nella speranza di trovare forse in cammino qualche indizio di coloro che cercava.

Il paese, che doveva percorrere, gli era affatto ignoto: mai vi si era recato, benchè molte volte avesse sentito desiderio in addietro di andare a combattere nell'Italia superiore, su quei campi inaffiati di continuo sangue.

Ma la sua qualità di cavaliere di Malta gli aveva lasciato sempre pochissima libertà. Aveva preso parte alla difesa dell'isola, quando questa era stata assediata nel 1565, da Solimano II, e là vi si era grandemente distinto.

Dopo che i Musulmani furono costretti a levare l'assedio di Malta, il conte di San Giorgio l'aveva lasciata anch'egli; ma sino al 1572 era quasi sempre rimasto assente dalla Sicilia, a motivo di diversi incarichi affidatigli.

Ritornato in patria, aveva conosciuto donna Livia, da poco sposa a don Francesco; e quella conoscenza gli aveva fatto desiderare vivamente di restare a Catania per lungo tempo.

Ma ei sapeva benissimo poter essere chiamato a Malta da un momento all'altro, come lo sapeva il duca suo cugino, che per questo non si era meravigliato della sua partenza.

Dopo qualche giorno di fermata a Malta, il conte di San Giorgio aveva avuto la fortuna di trovare un piccolo bastimento mercantile, che salpava per Manfredonia. Là si provvide di cavalli e di una mula: malgrado la sua impazienza, contava viaggiare a piccole giornate.

Egli si chiedeva se potrebbe giungere a scoprire il cavaliere dell'Isola: e la sua ragione pur troppo gli rispondeva che forse mai vi perverrebbe.

Quando si ha la certezza di raggiungere uno scopo, sia esso pure lontanissimo, si misura la distanza con fiducia; ma invece chi assicurava il cavaliere di Malta ch'ei non correva dietro ad una chimera? Che vedeva egli, cercando consultare il futuro? Quali probabilità gli si presentavano? Ben poche ed incerte. Tutto gli appariva oscuro, come la strada che doveva percorrere: poichè, se anche gli riescisse incontrarsi col cavaliere dell'Isola, o co' suoi figli, come li riconoscerebbe? non solo; ma come lì sospetterebbe benanco sotto un falso nome, egli che mai gli aveva veduti?

Quando aveva accettata la missione affidatagli dalla duchessa, non aveva pensato molto a tutto ciò. Compiere un'azione giusta; soprattutto obbedire a donna Livia; fare ciò ch'ella desiderava: ecco quanto allora aveva scorto. Non aveva nemmeno diviso i dubbj della duchessa, i suoi timori dì non riescire: l'aveva anzi rassicurata.

Ma ora, nella solitudine, alla prospettiva di quel viaggio lungo e difficile forse, che doveva intraprendere, mille riflessioni scoraggianti gli si presentavano allo spirito. Però, se esse potevano raffreddare il suo entusiasmo, non iscemavano la sua devozione; e mai una sola volta si pentì dì quanto aveva promesso.

Ciò non era poco: molti, il cui zelo si accende e si spegne coll'incostanza di una fiamma fittizia, avrebbero maledetto l'impegno assunto, se si fossero trovati in luogo suo.

Per giudicare della abnegazione di chi si sobbarca ad un compito pericoloso e difficile, bisognerebbe poter attendere, quando sfumata l'ebbrezza dei primi momenti, chi promise si trova di fronte ad ostacoli che forse non previde nemmeno, e che per questo non sa affrontare. Allora cadrebbero molte di quelle illusioni, su cui tante volte appoggiano le speranze persino di un popolo intiero. Sarebbe doloroso assai certamente; ma forse più saggio, più salutare.

Ma il cavaliere di Malta, benchè avesse subito la influenza che esercita su tutti il contatto della fredda realtà, la quale sembra farsi una gioja di spargere negli animi una specie di acqua diacciata, non si scoraggiava, e cercava il mezzo migliore per trovare la via più breve e sicura. Vedendo che non vi riescirebbe facilmente da sè, si decise a prendere tosto una guida.

Aveva creduto dapprima non averne bisogno: poi gli ripugnava anche un poco affidarsi a persone che non conosceva. Egli era valorosissimo: non sapea che fosse la paura: però non ignorava che vi sono perigli, contro cui la spada non giova; agguati, nei quali una volta caduti, la destra più forte è impotente a trarne: ma questi dubbj, queste esitazioni le vinse, perchè gli premeva non perder tempo. Solo si promise sorvegliare colla massima attenzione la persona che gli sarebbe di scorta.

Trovar questa persona non gli fu cosa agevole: le lunghe gite, che tentano sempre poco i contadini, spaventavano la maggior parte di coloro ai quali il conte di San Giorgio si indirizzava.

Non poteva ricorrere se non che a villici, poichè si era alquanto discostato da Manfredonia: e come orizzontarsi per que' luoghi montuosi ed ignoti?

La ricompensa, che ei prometteva, allettava bensì l'avidità di molti; ma la paura, la diffidenza finivano sempre per avere il sopravvento.

Legato alla sua casa, al suo villaggio da un affetto tenace, sospettoso per natura, il contadino prova a staccarsi, sia pure per poco, dai luoghi ove nacque una ripugnanza grandissima, quasi superstiziosa: ed in quei tempi tal ripugnanza non poteva essere che maggiore. D'altronde per questo motivo istesso pochissimi erano andati molto in là. E la via, che il conte voleva farsi additare, era sconosciuta a molti del pari che a lui.

Finalmente nella locanda di un paesello trovò una specie di mulattiere che acconsentì ad essergli di guida sino a Chieti, ove del resto doveva recarsi egualmente per commissione dei padri cappuccini, che lo impiegavano sposso.

—Là giunti, disse al cavaliere di Malta, Vostra Eccellenza potrà probabilmente accompagnarsi con qualche cappuccino, che tratto tratto ve ne sono che si recano in Romagna per predicarvi o per altro.

—Lo farei volentieri, rispose il conte.

—Allora, riprese la guida, io condurrò Vostra Eccellenza nel convento dei Padri, che trovasi nei dintorni di Chieti.

Il cavaliere di Malta accettò, e si rimise in cammino col servo e col suo conduttore, il quale montava una grossa mula carica di diverse bisacce contenenti carte ed altri oggetti diretti ai padri cappuccini.

Il freddo era ancora abbastanza vivo in mezzo a quei monti: e le lunghe notti, le pioggie, che cadevano talora, obbligavano a fermate più lunghe di quanto il cavaliere avesse previsto.

Nulla stancava la sua costanza: eppure per natura egli era poco paziente.

Ma l'idea che le noje, cui sottostava, erano necessarie per obbedir donna Livia, bastava ad alleggerirgliene il peso.

Amava la giovine duchessa come si ama di rado; immensamente cioè, e senza speranza alcuna di mercede. Una volta che egli aveva accennato tremando al suo amore, ella, se lo rammentava ad ogni istante, gli aveva detto che tale amore per la sposa di un altro, di suo cugino, era indegno di lui, che ogni sua lusinga sarebbe stata follia verso sè stesso, offesa grandissima a lei, ed egli aveva giurato di non parlarne giammai.

L'amicizia, che poi ella gli aveva accordata, la fiducia che in lui riponeva lo rendevano altiero; gli bastavano, o faceva almeno il possibile perchè gli bastassero.

Ed a lui era vietato persino ciò che è sempre concesso agli innamorati: pascersi cioè d'illusioni: immaginare, circostante imprevedute e lontane che possono venire a cangiare qualunque situazione più difficile. Donna Livia in ogni modo mai lo avrebbe amato; mai sarebbe stata sua. Libero, la morte di don Francesco gli sarebbe forse balenata un istante come ipotesi possibile; Vi avrebbe fermato il pensiero involontariamente, arrossendo fors'anco, ma con trepidazione; avrebbe veduto aprirglisi dinanzi una fuggitiva probabilità, una via nascosta, nella quale pur ripugnando d'entrare, avrebbe creduto scorgere una meta.

Ma egli, legato da voti eterni, non aveva nemmeno mai guardato a tal via: fra il suo amore e donna Livia vi era un abisso: lo sapeva, e nondimeno la adorava sempre. Ella in quel viaggio gli era ad ogni istante presente: si chiedeva ciò che ella farebbe, che le avverrebbe in quella Catania da cui sempre più andava allontanandosi.

Pensava anche a donna Rosalia: un segreto presentimento gli faceva temere che la sua figlioccia non resisterebbe alle pene che l'attendevano. Confrontava tra sè quell'assenza alle altre: provava una voluttà amara e melanconica, nel dire a sè stesso che mai si era sentito come allora legato a Catania tanto fortemente.

Precorreva col pensiero il giorno in cui vi ritornerebbe: lo desiderava e lo temeva insieme.

Ed intanto procedeva, ma lentamente.

Era contento della sua guida, che conosceva perfettamente le strade, e che faceva quanto era in poter suo per assecondare l'impazienza che egli mostrava.

Quel buon uomo era d'altronde poco voglioso di prolungarsi l'onore di viaggiare in compagnia d'un cavaliere generoso ed affabile, ma che non proferiva mai dieci parole di seguito, e che coll'esempio forse aveva reso il suo servo poco ciarliero.

Ad Ambrogio, chè tale era il nome della guida, era occorso più volte far cammino insieme a frati di diversi ordini, e mai ne aveva trovato alcuno che serbasse con più regolarità il silenzio di questi suoi compagni. Credeva la parola una necessaria manifestazione del pensiero, e fra sè diceva che il suo momentaneo signore doveva pensare assai poco. Non immaginava come invece il povero conte fantasticasse continuamente; come, mentre sembrava fissare la criniera del suo bel cavallo nero, il suo cervello non potesse trovare un momento di riposo.

Ambrosio in buona fede credeva, ed avrebbe scommesso, che quel gentiluomo non sapeva sostenere una conversazione; egli al contrario si sentiva nato per la società: così ad ogni momento rivolgeva il discorso al servo, non osando farlo al padrone. Non lo lasciava per un pezzo, accontentandosi della brevità con cui gli si rispondeva.

Sin dal principio aveva chiesto e chiedeva ancora al fedele seguace del conte di San Giorgio il nome di questi; ma tali domande riescivano sempre inutili: il cavaliere aveva detto al suo servo Antonio che desiderava non si sapesse chi egli fosse, e ciò era bastato a chiudergli le labbra in proposito. Invano la guida diceva goder tutta la fiducia dei padri cappuccini; che quindi si poteva contare sulla sua segretezza, se la segretezza era necessaria.

Il servo rispondeva colla più gran flemma che ne era intieramente persuaso.

L'altro interrogava ancora su diversi argomenti. La curiosità, tutti lo sanno, è la facoltà che si stanca meno; essa si ravviva cogli ostacoli. Per questo Ambrogio non aveva rinunciato affatto all'idea di conoscere il nome del gentiluomo che accompagnava, e non isfuggiva occasione alcuna per riescire in tale intento.

Un giorno egli disse ad Antonio con aria trionfale:

—Ho veduto per la prima volta che il vostro padrone è un cavaliere diMalta. Ho osservato la gran croce dell'ordine sotto al suo mantello.

—Sì, bravo, rispose Antonio.

—Oh, io li conosco i cavalieri di Malta; i padri cappuccini me ne hanno mostrati alcuni…. Allora voi sarete stato alla guerra col vostro padrone.

—Siete curioso, messer Ambrogio.

Ed il bravo domestico spronò il cavallo, onde raggiungere il conte di San Giorgio, che senza avvedersene forse era sempre innanzi un buon tratto.

Così si fece quel viaggio sino al principio degli Abruzzi: così probabilmente sarebbe continuato sino a Chieti, se una pioggia dirottissima non avesse costretto il conte ed i suoi compagni a passare due giorni nella meschina osteria di un paesello situato tra i monti, nascosto quasi tra le ramificazioni degli Apennini.

Contro gli elementi è inutile impazientarsi!

Ed il cavaliere di Malta, benchè a malincuore, decise, entrando nel suo meschino alloggio, di starvi finchè il tempo fosse cangiato.

Sarebbe stato follia pensare altrimenti.

Il cielo era carico di nubi nere, che si aprivano per lasciar cadere la pioggia con una violenza estrema.

Le vie erano allagate, ed i poveri tetti di quelle case, che avevano tutte il carattere più deciso di capanne, erano scossi da sì impetuosa bufera, e sembravano barcollare.

Il timore che potessero crollare, se quel temporale perdurava, non sarebbe stato infondato.

Tutti si rinchiudevano in casa.

Il conte di San Giorgio si affacciò alla finestruccia mal connessa della povera stanza che gli era stata fissata. Contemplò la scena che si offriva a' suoi sguardi.

Non un'anima viva, non un rumore il quale contendesse anche debolmente con quello della pioggia, che infuriava sempre più.

Le nubi fittissime e scure sembravano avere abbassata la vôlta del cielo, mentre gettavano una specie di tetro manto sulla campagna e la avvolgevano intieramente con esso.

Il delizioso paesaggio, il vasto orizzonte che da quella finestra sarebbe stato possibile scorgere, erano spariti; non si sarebbero sospettati in quel giorno.

Quella scena era triste, ma non faceva sul cavaliere una impressione penosa. Essa armonizzava coll'animo suo: lo spingeva maggiormente verso la malinconia. cui già inclinava.

Dopo qualche tempo si venne a toglierlo alle sue meditazioni.

—La cena è all'ordine, disse Antonio, arrestandosi sulla soglia ed inchinandosi.

Il cavaliere lo seguì in silenzio; la sala da pranzo era la cucina; non ve n'era altra nell'osteria.

L'oste istesso venne ad incontrare quello che aveva indovinato essere un ospite di gran conto, e lo pregò umilmente a perdonargli se non gli era possibile servirlo in luogo migliore.

Il conte rispose con distrazione che ciò gli era indifferentissimo.

Si assise ad una tavola preparata per lui in fondo alla stanza.

La guida intanto era già installata dinanzi al fuoco e stava discorrendo coll'ostessa, a cui narrava essere il gentiluomo, che egli accompagnava, un cavaliere di Malta. Tale qualità sembrava far poco effetto sull'ostessa, che chiedeva se quel signore era ricco e generoso.

In quel momento furono interrotti da Antonio, che si avvicinava per ricevere dall'oste un piatto d'uova da recare al conte.

Quella modestissima cena si componeva di ben poca cosa, ed il cavaliere la terminò presto.

La pioggia continuava sempre con eguale violenza: nulla faceva presumere che il cielo avesse a rasserenarsi presto; l'oste diceva al cavaliere che alle volte tali pioggie primaverili duravano tre o quattro giorni di seguito.

Tale prospettiva non doveva certo allettare il conte. Che mai poteva far egli onde ingannare il tempo, lungo forse, che dovrebbe passare in quella miserabile osteria: egli, abituato alla società più scelta ed aristocratica?

Se lo chiese però senza timore; la solitudine anche in quel luogo orribile non lo spaventava, poichè mai gli avveniva d'annojarsi.

L'oste lo invitò a sedere dinanzi al camino sgombrato dagli utensili di cucina, e nel quale ardeva un gran fuoco.

Il cavaliere vi si assise infatti: benchè fosse nobilissimo ed avesse avuto in vita sua grandi soddisfazioni d'amor proprio, non era orgoglioso: non riguardava con disprezzo quelli che la Provvidenza aveva fatti nascere al disotto di lui; per questo non isdegnò trattenersi in quella cucina, al contatto della povera gente che vi si trovava.

«Donna Livia, diceva tra sè, sì generosa ed indulgente farebbe lo stesso.»

Ogni qualvolta egli trovava qualche rassomiglianza tra i suoi sentimenti e quelli della duchessa provava un senso di gioja; gli sembrava avvicinarsi a lei.

Era un'ingenuità, direbbero molti.

E sia; ma di quelle ingenuità che si possono rinvenire in persone di spirito, e che fanno sorridere di compassione tanti sciocchi.

Un'ora dopo, il cavaliere di Malta era ancora seduto nello stesso luogo.

La notte era venuta: nessun avventore aveva colla sua presenza rotta la monotonia che regnava in quella vasta cucina, resa ancora più triste dalla meschina lampada ad olio che sola la rischiarava.

Finalmente il conte si alzò: il servo lo precedette con un lume: da un pezzo Antonio era già pronto.

Un letto abbastanza pulito attendeva il cavaliere: egli avrebbe dato assai assai perchè il sonno venisse a toglierlo tosto ai pensieri continui, che quasi lo stancavano. Ma è allora appunto che il sonno si fa attendere; e tutti dormivano nell'osteria che il cugino del duca vegliava ancora.

L'indomani il cattivo tempo imperversava come nel giorno precedente: come il precedente lo passò il conte, e verso sera, alla stessa ora del dì prima, era assiso al fuoco della cucina.

Vi stava da qualche tempo: da qualche tempo Ambrogio un po' discosto ciarlava colla moglie dell'oste, quando si udì battere con forza all'uscio di strada.

Si andò ad aprire, ed un uomo sulla sessantina entrò tutto stravolto.

L'oste al vederlo mise un grido di sorpresa; un altro ne mise la moglie.

—Voi qui! esclamarono insieme, volgendosi al nuovo venuto.

—Sì, per mia disgrazia, rispose egli.

—Che volete dire?

—Che sono ben sfortunato! Oh se sapeste che cosa è avvenuto a me ed a mio figlio!

—Spiegatevi una volta.

—Adesso, lasciatemi sedere.

E si avanzò verso il camino; ma ad un tratto si arrestò imbarazzato, scorgendo il cavaliere di Malta, che non aveva veduto prima; non seppe più se avanzare o retrocedere; rimase perplesso, confuso.

—Non temete, gli susurrò all'orecchio l'oste; è un cavaliere buonissimo; la sua presenza non vi impedirà che mi narriate….

Egli era curioso di conoscere il motivo di quella agitazione; curioso quasi al pari di Ambrogio, che non molto discosto attendeva con un'ansietà mista di piacere il racconto che starebbe per fare il vecchio. Eppure non lo conosceva: le sue parole, non lo riguarderebbero menomamente; ma che monta? Quando si è presi dal desiderio di sapere, saper sempre senza ragione, non si pensa tanto: nella brava guida tal desiderio era ad ogni istante vivo.

Del resto questa volta aveva compagni; non soltanto l'oste, ma anche sua moglie attendeva con impazienza. Essi erano parenti di colui che doveva parlare, è vero; ma probabilmente non avrebbero, anche in caso diverso, gran che differito da Ambrogio.

Il conte aveva prestato poca attenzione a quanto succedeva intorno a lui; in quell'istante donna Livia ed anche gli altri suoi parenti, i loro segreti, le loro preoccupazioni orano assai più presenti allo spirito di lui, delle persone che gli stavano vicine. Non vide nemmeno l'oste esaminarlo rapidamente, come per accertarsi della verità di quanto aveva asseverato al vecchio.

Dopo un tale esame, l'oste scostò una sedia dalla tavola, e collocandola a qualche passo dietro il conte l'additò al suo parente, dicendogli:

—Sedete e parlate. Sapete quanto ci interessiamo a voi e a vostro figlio.

Il cavaliere volse il capo a quelle parole.

Tutti gli sguardi si fissarono sopra di lui; ma egli aveva già ripreso la sua prima posizione.

Certo, pensò, quanto costui vuol narrare si può udire senza indiscrezione, poichè si dispone a parlare in presenza di tutti; e persuaso d'udir cose indifferenti, tornò ad immergersi ne' suoi pensieri.

Antonio non divideva la curiosità degli altri; formava eccezione col conte, malgrado non avesse, come questi, preoccupazioni particolari.

Ei non si dava pensiero che di quanto risguardava il suo servigio; da questo in fuori non aveva da molti anni pensato assolutamente ad altro; da ciò la flemma indifferente che gli era naturale in ogni cosa, che si leggeva sulla sua fisonomia, in ogni suo atto, e che tanto meravigliava la guida.

Intanto il parente dell'oste si disponeva a soddisfare alle domande fattegli, e dopo aver dato in qualche altra esclamazione di dolore, incominciò:

—Ero andato quindici giorni fa con mio figlio a Teramo: poveretto! chi avrebbe immaginato ciò che lo attendeva! Certo allora non si sarebbe mosso di qui.

Ed il vecchio si arrestò un momento, come se volesse accrescere la curiosità degli uditori.

Era per questo, o perchè il dolore gl'impediva veramente di continuare, troncandogli la voce? Nessuno glielo chiese; che ad interrompere un contadino non si finisce più. Si aspettava che riprendesse da sè il racconto, e ciò non tardò molto.

—Sapete, proseguì, che mio figlio doveva sposare, appena arrivato a Teramo, quella ragazza, cui voleva gran bene, che credeva ne volesse altrettanto a lui, ma ciò non era, a quanto sembra. Fidatevi dunque delle donne, delle forestiere soprattutto!… Vi è noto difatti che quella giovane è di Ancona, o forse di più lontano ancora; e che mio figlio la conobbe per essere ella camerista di quella dama, che ha la bella villa qui presso….

—Affrettatevi, Adriano, disse l'oste, che tutto ciò il sappiamo.

—Eh lasciatemi dire con ordine… Insomma mio figlio e colei si erano data parola di sposarsi: questo bisogna ve lo richiami; ed io ero contento, perchè la padrona della ragazza, che se la tiene assai cara, aveva promesso dotarla: mio figlio non vedeva più che pe' suoi occhi… dunque, senza andare a saper tanto pel sottile chi ella fosse, che famiglia avesse, si erano concluse le nozze; convenuto che verso Pasqua il mio Battista ed io saremmo andati a Teramo, e che dopo le feste si sarebbe fatto il matrimonio in casa della signora. Di lettere non ne corsero da quest'autunno a quando partimmo; però non doveva essere avvenuto cangiamento alcuno nelle idee della ragazza, perchè il mese scorso ci mandò a salutare da un dipendente della sua padrona, come faceva sempre quando ne aveva l'occasione, e ci fece dire che ne aspettava. Noi partiamo dunque.

—Che uomo nojoso! disse piano l'ostessa ad Ambrogio. Come se non sapessimo anche questo!

—Eh via, lasciatelo dire, rispose la guida pure a bassa voce.

—Sì, sì, tacete sussurrò l'oste.

Questa leggiera interruzione era durata un batter d'occhio, ed il vecchio continuava.

—Partiamo dunque. Appena giunti a Teramo, naturalmente ci rechiamo a casa della padrona di Carolina. Facciamo chiedere di questa, ed ella vien subito, sì; ma come ci tratta! Ha un'aria da signora davvero: sembra sdegnare di salutarci, ed in poche parole dice chiaramente a mio figlio che non può più divenire sua moglie, perchè un gran cangiamento è avvenuto nella sua condizione.

—Ma era vero questo? interruppe l'oste.

—Eh sì; aspettate. Mio figlio senza chieder altro si mette a piangere come un ragazzo. Gli è che, vedete, era stregato da colei; povero bernardone!

—Ed ella? domandò l'ostessa; e voi, che faceste?

—Ella non parve molto commossa dalla disperazione di Battista; dissegli si consolasse, che ella non aveva colpa, se impreveduti avvenimenti le impedivano mantenere un'antica promessa. Se avesse trattato così con un altro non l'avrebbe passata liscia… Ma Battista! Ella lo conosce; si contenterebbe, ne era sicura, di singhiozzare.

—Ehi? chiese l'oste; come andò poi a finir tutto?

—Carolina, continuò il vecchio che sembrava parlare anche per proprio conto, e come desideroso di sfogarsi, aveva certamente dato parola a mio figlio, soltanto per la poca terra che possediamo; non abbadò a Battista che cercava intenerirla.

Carolina, le diceva tra i singhiozzi, non vi ricordate dunque più d'avermi voluto bene ed assicurato tante volte che non vedevate l'ora di diventare mia sposa? Ella non rispose subito; indi: Che cosa ho da farci? Allora io non sapevo…

—Che cosa siete diventata dunque? l'interruppi io, qualche dama?—Non una dama, mi disse in collera un bel giovane che entrava allora, e che forse vuole sposarsi lui quella gioja; ma non è più in condizione eguale a vostro figlio. Farebbe una pazzia se lo sposasse.—Dite almeno una volta, domandai a colui, che cosa le è avvenuto; spiegatevi.

—Oh per questo vi soddisferò, ribattè egli; è giusto; volete che parli io per voi? chiese tutto sorridente a Carolina: mi date licenza?—Fate pure diss'ella, ed io andrò dalla signora, che mi aspetta. E quasi senza salutarci, si allontanò, contenta di liberarsi di noi. Grande acquisto che avrebbe fatto mio figlio!… Ma ei non vuol darsi pace e continua a piangere.

—Ma che cosa vi narrò poi quell'uomo? domandò l'ostessa.

—Carolina, mi disse, ha ragione; per obbedirla, per accontentarvi vi dirò tutto.—Aveva un'aria d'importanza che bisognava vedere.—Ma io non mi lasciai mettere soggezione. Attesi si spiegasse. Mio figlio attendeva pure con ansietà certamente; ma senza ristare dal piangere e col volto nascosto fra le mani,—Saprete forse, continuò colui, che Carolina aveva una zia che l'amava molto e che sempre aveva servito da governante; da molti anni era andata con un vecchio padrone a Venezia.

Venezia! questo nome scosse il cavaliere di Malta; gli sembrava strano venisse a ferire il suo orecchio in quel luogo solitario, tanto lontano dalla città delle lagune. Quale combinazione! Dapprima, non aveva quasi ascoltato il racconto del vecchio; poi lo aveva udito con qualche interesse; certo non vi era confronto alcuno tra il suo amore per la duchessa e quello di Battista per Carolina; ma pure si lasciava involontariamente cattivare da tutto quanto riguardava quel sentimento, che viene sì diversamente provato, che spinge ora al bene ed ora al male…. Adesso l'interesse del conte si era fatto maggiore; si parlerebbe forse dei luoghi, ove doveva recarsi.

Il vecchio continuava, e ripeteva le parole di quello, che egli sospettava rivale a suo figlio.—Questa zia è morta da due anni: ma Carolina non ne ebbe mai contezza: quand'ecco che alcuni giorni fa viene chiamata ad un convento; trova un frate forestiere, che le annunzia la morte di quella donna, e le rimette molto danaro, moltissimo danaro, dicendole che le era stato lasciato dalla zia già da molto tempo, ma che, non avendola sino allora potuta trovare, si aveva dovuto aspettare tanto a rimetterglielo. Ed ecco tutto. Colui fece per andarsene, ma io lo trattenni.—Quanto mi aveva narrato sembravano inverosimile.—Come mai, chiesi, questa zia era divenuta sì ricca?—Questo non so, rispose: sembra fosse stata al servizio di un padrone generosissimo; forse ammassò quell'oro a poco, a poco: nessuno, disse quel frate, sa però chi fosse tale padrone, ed ella morì improvvisamente, senza nemmeno avere potuto confessarsi; morì tanto improvvisamente, che corse per Venezia la voce fosse stata avvelenata.—Bene; replicai io a quel giovane; se lo tenga Carolina il suo oro: chi sa da qual parte viene! Datti pace, Battista, dissi quindi a mio figlio: ma ei non mi udiva, e dovetti condurlo via per forza da quella casa. Ora è qui che mi vuol far impazzire. Da due giorni che siamo ritornati, tento invano consolarlo. L'ho lasciato un momento solo con sua madre per disperazione…. Non potevo più resistere a vederlo sì afflitto.

Il vecchio aveva terminato il suo racconto; l'oste e la moglie si diedero a consolarlo. Ambrogio tanto per parlare fece lo stesso.

—Mandatemelo qui quel ragazzo, disse l'oste; cercheremo distrarlo un poco.

—Non vuol andare da nessuno; vi assicuro che fa scoppiare il cuore.

—Sventurato! mormorò il cavaliere.

Questa parola ei l'aveva pronunciata senza avvedersene, sommessamente tanto, che nessuno la udì. Il dolore di quel giovane contadino, che appariva sì profondo, lo aveva vivamente commosso; e non era questa la sola impressione, che gli avesse destata la narrazione udita.

Il conte pensava anche a quella donna morta, a quanto dicevasi, di veleno a Venezia, e si sentiva tratto a fantasticare su quella circostanza; ma cessò presto dall'occuparsene. Sapeva che non bisogna mai lasciarsi trasportare dalla immaginazione, che può condurre lontanissimo dal vero, e fare scorgere misteri, laddove non sono che cose naturalissime.

Eppure lo spaziare in regioni ideali poteva essere in quel tempo errore più perdonabile. L'oscurità generale, i costumi dell'epoca, non bellissimi al certo, avevano però alcun che di ribelle, che si sottraeva all'impero assoluto della realtà.

Ma il conte resistette; e vide in quella storia un fatto naturale, e che non poteva avere certo alcun rapporto cogli sconosciuti parenti, che egli sperava rinvenire a Venezia.

Vi soffermava ancora il pensiero; ma soltanto per occuparsi del povero Battista, o piuttosto per riflettere quante pene si possono trovare ovunque; quanti affanni di cuore è possibile rinvenire in ogni ceto di persone: pene tante volte ignorate, affanni degnati tante volte appena d'uno sguardo dai felici, cui tutto sorride, che non comprendono come si possa soffrire, e temono forse lasciare un lembo della loro felicità a contatto del dolore.

Il conte amava osservare, riflettere; egli era alquanto filosofo.

Quando era entrato in quella meschina osteria, non aveva creduto certamente trovarvi diversioni, che potessero occupare anche per poco il suo spirito. Però si sentiva più che mai preso dal desiderio di proseguire il suo viaggio nel modo più sollecito.

Ah! come bramava condurlo a termine; ritornare a Catania; riveder donna Livia; fare in modo che il duca non giungesse mai a sapere ch'ella lo aveva mandato in traccia dei loro parenti spogliati!

Intanto il vecchio Adriano era partito; l'osteria aveva ripreso il solito aspetto; vi si parlava sommesso come prima.

Il cavaliere di Malta si alzò: accennò al suo servo di seguirlo e passando da una loggia di legno, che metteva alla sua camera fredda e mal riparata, vi si soffermò per consultare il cielo. La pioggia era cessata, ma l'oscurità era ancora profonda; non si vedeva brillare alcuna stella.

Domani, pensò il conte, benchè il cielo non sia ancora sereno, potrò partire egualmente, lo spero…

Ed entrò nella sua stanza.

L'indomani spuntò torbido e nero, e la pioggia, cessata la sera prima, aveva ripreso a cadere, se non con gran violenza, senza interruzione però.

Le strade erano poi ancora più impraticabili; agli abitanti del paesello ciò non dava gran pena; nessuno ne fu dunque contrariato la centesima parto di quanto lo fosse il cavaliere di Malta.

Si era alzato all'alba, ansioso di sapere se potrebbe continuare la sua via. Ei provò un senso di dolorosa impazienza nel vedere che ciò gli sarebbe impossibile ancora; ma durerebbe sempre quella situazione?

Donna Livia per sicuro lo credeva assai più innanzi; ed invece tanti ostacoli ritardavano il suo cammino, ad onta della buona volontà, dell'ansietà sua; ed ora doveva fermarsi di nuovo!

Tutte queste cose il conte le pensava sospirando; per incoraggiarsi diceva a sè stesso essere la strada che gli rimaneva lunga sì, ma certamente più conosciuta, più agevole, ma non vi riusciva; il pensiero di dover aspettare ancora lo tormentava. Il giorno precedente non si era tanto impazientato. Perchè mai questo?

Era forse semplicemente effetto dell'essere intieramente riposato dalle fatiche del viaggio. In ogni modo tale indugio gli pesava assai. Dopo aver passeggiato un pezzo su e giù per la sua stanzaccia, discese nella cucina.

L'oste venne, come già aveva fatto la mattina innanzi, a complimentarlo, unendo ai rispettosi saluti qualche imprecazione al cattivo tempo, che perseguitava il cavaliere.

Il conte ebbe bisogno di tutto il suo buon senso per non adirarsi di quelle ciarle. Era in una disposizione d'animo tutta diversa del solito. Quante volte non accade ciò, e talora anche senza cagione alcuna?

L'oste era ben lontano dal dolersi della pioggia, grazie a cui soltanto il cavaliere forastiero si tratteneva.

La guida aveva preso in paco il suo partito; aveva ciarlato tutta mattina coll'oste e la moglie, prendendo a tema la storia del povero Battista; si era occupato con loro a commentarla, e senza impazienza alcuna aspettava che il tempo smettesse il broncio.

Quanto al servo del conte, comprendendo che il suo padrone era di cattivo umore, malediva alla pioggia, ed usciva dalla sua abituale placidezza.

Ma verso sera le nubi si diradarono come per incanto; un vento impetuoso le aveva scacciate in pochi istanti; il cielo tornò sereno, ed il sole apparve circondato da un'aureola dorata, splendido e puro. Mai esso era giunto sì caro al conte di San Giorgio. Le sue speranze ritornarono con esso, come se si fossero riaccese a quella fulgida luce.

Però ei non poteva pensare a partire sino al giorno seguente.

La notte non era lontana; ed il sole, che aveva quasi terminato il suo corso, benchè allora soltanto si fosse mostrato sull'orizzonte, non doveva tardare a nascondersi di nuovo.

Il cavaliere di Malta si ritirò presto, ordinando al servo ed alla guida di tenersi pronti a lasciar l'osteria l'indomani per tempo.

E così fu; poichè le strade, grazie al vento che aveva continuato tutta la notte impetuoso, si erano alquanto asciugate.

Fu con vero piacere che il conte si allontanò da quei luoghi; quasi ora pentito di non aver pazientato qualche giorno a Malta per attendervi una nave, che direttamente lo conducesse a Venezia; ma ormai la cosa era fatta.

Ah! se avesse potuto varcare, come lo faceva col desiderio, lo spazio, che il divideva da quella città, cui era diretto, come presto vi sarebbe giunto! con quale rapidità!

Ma il desiderio, per vivo che sia, non dà mai l'impossibile, benchè possa far conseguire il difficile; ed al conte non rimaneva che usare dei mezzi posti a sua disposizione onde affrettarsi.

Ambrogio durava fatica assai più del servo a seguirlo su d'una strada difficile, ove il pantano giungeva ancora ad una incomoda altezza. Ma si fece il possibile per arrivare a Chieti prima della notte, e fale scopo fu raggiunto. La giornata non era ancora finita, quando Ambrogio esclamò:

—Ecco Chieti!

E poco dopo si fermarono ad una locanda.

Il mattino seguente la guida condusse il conte al convento dei cappuccini situato fuori della città.

Quei padri accolsero benissimo i viaggiatori, e fecero mille offerte al cavaliere di Malta.

Ambrogio si era apposto al vero. Un padre cappuccino doveva partire per una città delle Romagne, Loreto; ed il conte vi si recherebbe con lui.

Ciò gli era assai caro, tanto più che poteva costeggiare l'Adriatico, come desiderava.

Ambrogio fu largamente ricompensato; ma dovette separarsi da' suoi compagni di viaggio, senza saperne di loro più di quanto ne aveva indovinato.

Il padre cappuccino lo rimpiazzò presso di loro, e partirono insieme il giorno dopo.

Quel frate si recava a Loreto per predicarvi, ed assicurò il cavaliere che, il tempo permettendolo, vi giungerebbero fra cinque o sei giorni.

—Dunque, cavaliere, diss'egli al conte, voi siete diretto a Venezia?

—Sì.

—Venite da lungi?

—Da Manfredonia, ove arrivava da Malta.

—Come mai non vi imbarcaste direttamente per Venezia?

—Non mi fu possibile ritrovar subito un bastimento; ma forse adAncona mi imbarcherò.

Il frate troncò quel dialogo; pensava che andar per mare a Venezia sarebbe stato il partito più ragionevole.

Ed il conte era sempre più pentito di non averlo adottato, perchè avrebbe fatto più presto ed evitato mille noje.

Il cappuccino, che viaggiava col cavaliere, era un giovane di una fisonomia simpatica e dolce, dai modi gentili e distinti.

Era stato detto al conte esser egli un bravo predicatore; ed infatti sembrava molto istruito.

La finezza di sentire, che rivelava sempre ne' suoi discorsi, contribuiva a rendere la sua compagnia piacevole. Il cavaliere lo ascoltava volentieri, e sovente si interteneva seco a lungo, felicitandosi sinceramente di averlo compagno.

Un giorno avvenne al conte di dimenticare in una osteria di villaggio, ove avevano passato la notte, una piccola valigia, che portava sempre seco; mandò tosto il suo servo a cercare di essa, ed egli medesimo pregò il frate a ritornare un poco sui loro passi, onde sapere più presto su la valigia fosse ritrovata.

Il cavaliere era agitatissimo.

—Se la smarrissi, disse al padre Leone, non me ne consolerei giammai,

—Oh! spero la ritroverete, ed intatta; poichè certamente avrete con voi la chiave.

—Sì, ma temo lo stesso; per me quella piccola valigia è preziosa; contiene delle carte importantissimo, delle lettere, poi anche il ritratto di mia madre che non ho mai conosciuta, ed i cui tratti mi sono noti soltanto, grazie a quell'effigie.

—Comprendo allora la vostra ansietà, signor cavaliere; ma, ne sono persuaso, ricupererete quella valigia; conosco l'oste che ci albergò, per aver alloggiato da lui diverse volte; sì egli che la sua famiglia sono persone onestissima; ed a quest'ora non vi sarà stato dopo di noi alcun forastiero.

Il conte, incoraggiato da quelle parole, attese Antonio più tranquillamente.

Questi giunse poco dopo; portava seco la valigia, che rimise al suo padrone.

Essa era chiusa, nessuno poteva averla toccata; pure il conte la aprì e la osservò.

Tutti volsero la briglia alle loro cavalcature; ritornarono a fare il tratto di strada già percorso due volte in sì breve tempo. Pel momento si procedeva lentamente; perchè il cavaliere era ancora occupato ad esaminare la valigia.

Prima di rinchiuderla, ei mostrò al padre cappuccino un quadretto, legato in oro e cesellato con molta finezza, dicendogli:

—Ecco il ritratto di mia madre, di cui vi parlai. Un distinto pittore glielo fece appena sposa.

Il giovane frate lo prese tra le mani e l'osservò.

—È singolare! esclamò tosto.

—Che cosa?

—Questo ritratto…..

—Ebbene!

—Mi rammenta in modo straordinario una giovane signora, che vidi diverse volte a Pesaro.

—Che dite?

—Il vero; sono le stesse fattezze, e soprattutto l'impronta della fisonomia, il taglio degli occhi, il loro colore, lo sguardo… tuttociò non potrebbe essere più eguale.

Il cavaliere era agitato… Sua madre rassomigliava al vecchio duca dell'Isola, a donna Rosalia, che anche per questo gli era sempre stata cara; ma più che a tutti rassomigliava, per quanto ne aveva udito dire, al parente diseredato, di cui in casa non si serbava alcun ritratto. E vi era a Pesaro una giovane donna, che tanto veniva richiamata dall'effigie della contessa?… Come mai?

Pure alle volte si danno di questi casi; ma nelle circostanze, in cui si trovava il conte di San Giorgio, ei non poteva riguardare quella somiglianza come un semplice capriccio della natura.

—È cosa strana infatti! disse dopo un momento al cappuccino con preoccupazione, prendendo il ritratto, ch'ei gli rendeva e rinchiudendolo nella valigia.

—Sì, rispose egli; sono sicuro che, se voi vedeste la donna, di cui vi parlai, sovverreste che io non esagerai menomamente; soltanto vi è nel ritratto di vostra madre maggior brio, maggior freschezza di colorito. Sembrano entrambe della stessa famiglia; tanto che io l'avrei pensato tosto se voi, signor cavaliere, non mi aveste detto non aver parenti da questo parti.

Il cavaliere di Malta rimase perplesso; il suo imbarazzo consigliò il giovane frate a parlar d'altro: gli sembrava che il suo compagno di viaggio non desiderasse continuare il discorso di prima.

Ben presto comprese che la preoccupazione del conte non faceva che aumentare; per questo, dopo qualche frase indifferente, il frate si tacque.

Il cavaliere non s'avvide quasi di quel silenzio; era fortemente impressionato, e questa volta gli sembrava aver davvero ragione di fantasticare.

Andrò a Pesaro, pensava; vedrò questa donna; ah si! bisogna che io la veda; ma vi sarà ella ancora? A questo dubbio, natogli dopo qualche tempo di silenzio, egli si volse al giovane, frate, e:

—La persona, che diceste assomigliare a mia madre, abiterà ancora aPesaro?

—Non saprei. Allora vi abitava; io non la conoscevo che di vista.

Il cavaliere ebbe un istante d'angoscia. Non importa, pensò poi; mi recherò egualmente a Pesaro; io spero in ogni modo di trovarvela.

E come per distrarsi, senza sapere quanto si dicesse, s'indirizzò nuovamente al cappuccino:

—Vi ho chiesto ciò, perchè avrei voluto giudicare io stesso di questa rassomiglianza prodigiosa.

Il padre Leone sorrise leggermente; non poteva comprendere il motivo reale, che guidava il cavaliere di Malta; ma era persuaso che esso nascondeva un mistero.

Benchè assai giovane, non doveva aver più di ventitre anni, ei possedeva molta esperienza, e soprattutto molta penetrazione; ma non mostrò dubitare delle parole del conte.

Ed il viaggio, grazie a quell'incidente, continuò per un pezzo senza che nè il cavaliere, nè il padre Leone profferissero parola.

Il primo non cessava dal pensare a quella donna, che il giovane religioso aveva veduta a Pesaro, e che forse era strettamente legata alla famiglia dell'Isola. Che non avrebbe dato per intrattenerne donna Livia, per mostrarle il debole lume, che gli era apparso nelle tenebre, e che sperava potesse guidarlo ad una intiera luce?

Ma perchè avrebbe desiderato far dividere alla duchessa la sua agitazione, il disinganno che forse lo attendeva?… perchè infatti poteva essere una falsa lusinga la sua.

Poi pensava che non s'imbarcherebbe ad Ancona; che terrebbe la via di terra, e che il recarsi a Pesaro non lo devierebbe quasi dalla sua strada.

Non sarebbe un gran ritardo, se anche i suoi passi in quella città riuscissero inutili.

Ma perchè non avverrebbe il contrario? Ora sperava, ora temeva senza poter renderne ragione a sè stesso.

Il giovane frate, che lo accompagnava, si occupava forse della straordinaria impressione cagionata dalla osservazione da lui fatta; osservazione semplicissima. Infatti se il cavaliere non aveva parenti colà, se diceva il vero, perchè commuoversi a tal segno, se una. donna sconosciuta richiamava i tratti di sua madre?

Intanto si continuava a procedere in silenzio. Il servo, che per rispetto si teneva sempre un po' indietro dal suo signore e dal religioso, non si era avveduto di nulla; nulla aveva inteso; egli era anche quel giorno, ciò che era sempre, un automa movente, che sembrava aver ricevuto per sua parte di felicità la calma più grande ed inalterabile.

Si avanzava, e Loreto non era gran che discosto.

Il momento di lasciare il padre cappuccino si avvicinava: il conte pensava anche a questo. La sua ansietà di procedere raddoppiava però; benchè sentisse un'emozione penosa nel dire a sè stesso, come ogni lega, che lo approssimava alla meta, lo allontanava sempre più dalla sua isola natale, da Catania, dalla duchessa.

In mezzo alle sue preoccupazioni ei si chiedeva alle volte se mai la rivedrebbe; era veramente il suo un grande amore, e colla lontananza sembrava accrescersi. Certo contribuiva assai a fargli desiderare di affrettarsi. Il conte non sarebbe stato sì ansioso senza di esso; per quanto l'idea di compiere il voto del vecchio duca, di riparare alla sua colpa, portando a dei parenti sventurati delle speranze, un perdono che era loro dovuto, e che forse meritavano, avesse potuto bastare ad agitarlo.

Ma in quale posizione troverebbe quei parenti? Potrei saperlo in parte ora, pensò, se…. E senza finire di spiegare a se stesso ciò che intendeva, si volse di nuovo al padre Leone.

—Perdonate, gli disse, la mia curiosità, che deve sembrarvi davvero stravagante. La giovane donna, di cui parlaste, che conosceste a Pesaro, in quale condizione si trovava?

Il giovane religioso lo esaminò rapidamente; ma rispose tosto:

—Non era ricca, a quanto credo. Era vedova da poco, per quel che ne intesi; aveva due bambini.

—Il suo nome non lo conoscete?

—No.

—E, perdonate, dove solevate vederla? Il padre Leone parve riflettere.

—Vi giuro, disse il conte, pensando che il frate potesse temere, rispondendo, di cagionar danno a quella, donna; vi giuro che le mie domande sono dettate da un giusto motivo; che soddisfacendomi, dicendomi quanto sapete di quella donna, non le nuocerete menomamente. Ebbi torto, il vedo, nel volervi far credere che la sola curiosità….

Il cappuccino l'interruppe.

—Non vi chiedo i vostri segreti, signor cavaliere rispose con una dignità, che poteva sorprendere in mi povero frate; e poichè mi date parola che non comprometto quella giovane donna parlando, vi dirò il poco che ne so, o piuttosto che ne penso…. La credo una infelice perseguitata dalla fortuna; ma la sua origine, le sue vicende mi sono intieramente sconosciute…. Io solevo vederla nella chiesa di San Domenico, ove l'anno scorso predicava. La sua tristezza, l'abbattimento che si leggeva sul suo volto, il mistero, di cui pareva circondarsi, chiamarono su di lei la mia attenzione. Molte volte, nelle ore del giorno, in cui le chiese sono più deserte, potei esaminarla lungamente; chè sovente, come ve lo dissi, ella era in chiesa: abitava lì presso, e diverse volte la vidi entrare in una casa vicina.

—Dunque non sapete se avesse parenti?

—Lo ignoro; ma secondo me, non crederei; però tale mia convinzione potrebbe essere erronea….

Diceva egli il vero, oppure conosceva particolarmente quella donna?… O non voleva dirlo, legato da qualche promessa, fors'anco dalla confessione?…

Il conte pensò che in ogni modo il frate sembrava persuaso che ella non avesse parenti: sa tale supposizione era vera, essa veniva a distruggere in parte le sue speranze.

Ringraziò il cappuccino, e non fece altre domande su quell'argomento; perchè comprese che il suo compagno o non voleva dir altro, o in realtà non ne sapeva di più.

L'indomani giunse, senza che essi parlassero ancora di quella donna.

Arrivarono a Loreto; il padre Leone si accommiatò dal cavaliere diMalta, perchè doveva recarsi tosto alla chiesa.

—Sempre, gli disse il conte salutandolo, rammenterò con piacere i giorni, che passammo insieme.

—Ed io pure, rispose il giovane.

—Se mai il caso ci riunisse, ritroverete, padre, in me un amico: come a me sembrerà ritrovarne uno in voi.


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