IV.

—Non ne dubitate, signor cavaliere, rispose il giovane commosso alquanto. E si allontanò.

Il conte di San Giorgio lo seguì un istante collo sguardo: aveva lasciato molte volte vecchi conoscenti, senza sentirne dispiacere, come ora ne sentiva nel separarsi da quel cappuccino. Ma altri pensieri lo occupavano troppo, perchè tale impressione durasse a lungo.

Discese ad una locanda, deciso a fermarvisi fino all'indomani, perchè i cavalli avevano bisogno di riposo. Visitò il santuario della Vergine, scopo allora di appositi viaggi; e la sera ritirandosi ordinò al suo servo di tenersi pronto a partire l'indomani di buon'ora.

Il giorno dopo il conte giungeva ad Ancona due ore prima del mezzogiorno.

Ormai in tre giornate si troverebbe a Pesaro: saprebbe allora se aveva sperato invano trovar colà il bandolo dell'arruffata matassa.

Affrettava col desiderio quel giorno: eppure con esso potevano svanire le speranze concepite.

Per non impazientarsi troppo, se ciò doveva avvenirgli, si preparava a restare deluso; ma a che serve? Alle volte si ha un bell'antivenire colla immaginazione una pena, un disinganno, come si volesse con ciò evitarli; non si soffre meno quando giungono.

Ad Ancona il conte, che era andato a fare un giro per la città, si vide ad un tratto sbarrare la via da un gentiluomo sulla cinquantina, che sbucava allora da una stradicciuola.

Alzò gli occhi sopra di lui, e provò una sorpresa non molto aggradevole, riconoscendo uno dei suoi confratelli, col quale da più anni non si era trovato.

Sino ad allora il caso lo aveva favorito; mai eragli avvenuto d'incontrarsi in alcuno, che lo conoscesse; per questo aveva sperato con qualche fondamento di poter condurre a termine il suo viaggio nell'ombra più completa, come desiderava; ma dissimulò la sua impazienza e rispose ai saluti dell'amico nel modo più amabile che gli fu possibile.

—Per quale combinazione vi trovo qui? chiese al conte l'altro cavaliere di Malta.

—Devo recarmi nelle terre venete per un affare.

—Ah comprendo! Infatti un sì lungo viaggio non si può far senza scopo.

—Certamente.

Nel rispondere così asciutto, il conte sembrava contrariato, e l'altro non persistè con nuove domande; chè temeva essere indiscreto.

Quel gentiluomo si chiamava il barone Fiordispina: era un'ottima persona; amava assai il conte, di cui più volte a Malta, durante l'assedio di Solimano, aveva ammirato il valore, il coraggio. Da queste qualità soltanto soleva il barone misurare la stima, che accordava ai suoi amici.

—Perdonate, disse al suo confratello, prendendogli amichevolmente il braccio; io non credeva….

Il conte arrossì: quell'uomo gli aveva sempre dato prove di affezione sincera, ed egli si era adirato ad una sua domanda naturalissima? nè bastava; la vista di lui lo aveva messo di malumore. Qual colpa aveva il barone, se ei non desiderava essere incontrato? Ma che? Non avrebbe dunque più se non pensieri esclusivi? Per essi tratterebbe con asprezza un amico?… Si pentì di quella involontaria collera; le gentilezze, le prove di amicizia ricevute dal barone, le strette relazioni avute sempre con lui gli tornarono in un istante alla memoria; sicchè gli strinse fortemente la mano sorridendo.

—Eccovi dunque pacificato, caro conte, disse allora sorridendo pure il barone, contentissimo di quel cangiamento.

—Attribuite la mia perplessità alla sorpresa; non potevo aspettarmi trovar qui voi, fiorentino.

—È un caso infatti; sono venuto a passare ad Ancona un mese, in casa di mia nipote Elvira, maritata da poco ad un gentiluomo ili qui.

—Ah vedo!

—Lo sapete: non ho altri parenti fuori di lei; voi, caro conte, ne avete invece molti a Catania.

Queste parole cagionarono nel conte una penosa impressione. Quai parenti! pensava; divisi fra loro da rancori, da odj, da passioni violente! parte di essi spogliati, sconosciuti, nascosti!

—E da Malta, continuò il barone, che notizie abbiamo?

—La lasciai da poco, e per ora non vi è nulla d'importante.

—Me ne dispiace, perchè sono annojato di questa vita. È da Lepanto che io non combatto! Fu quella davvero una bella giornata: peccato che voi, conte, non vi siate trovato colà.

—Ah sì! Ero allora in Ispagna.

—Avete perduto una bella occasiona per dar prova del vostro valore.

Il conte sorrise.

—Voi siete sempre lo stesso, disse quindi.

—Eh, mio Dio, sì. Che volete? mi annojo senza guerre. Ma, lasciamo questo; se avete a recarvi in qualche luogo, non restate per cagion mia.

—Stavo dirigendomi al mio alloggio.

—Vi fermate molto qui?

—Sino a domani, e soltanto per lasciar riposare i cavalli.

—Non avete dunque alcun impegno quest'oggi?

—Nessuno.

—Pel momento dunque siete libero?

—Sì.

—Allora vi chiederò un favore.

—Quale?

—Che vi lasciate presentare ai miei nipoti.

—Sono dolentissimo di rifiutare, rispose il conte, ma….

—Perchè?

—Ho dei motivi per desiderare tener celato il mio viaggio.

Il barone parve sorpreso, ma riflettè poi che il conte di San Giorgio godeva di tutta la fiducia del gran Maestro, che aveva avuto da lui missioni segretissime, che poteva averne anche questa volta… e…

—Non importa, disse; se non è che per questo, qui nessuno può conoscervi; non negatemi dunque la grazia che vi chiedo.

Il conte riflettè un istante.

—Ebbene, accetto, rispose poi.

—Del resto, continuò il barone, potete star tranquillo; ad Ancona non havvi alcuno dei nostri confratelli. Ora, venite.

Il conte seguì il suo amico, che lo condusse in una delle più belle case di Ancona.

Un servo li fece entrare subito in una sala, ove per solito si tratteneva donna Elvira. Ella si alzò premurosamente, onde ricevere l'ospite, che le conduceva suo zio.

Bruna, vivace, graziosa, donna Elvira piaceva subito, quantunque non bellissima; ed il suo amabile sorriso, la sua voce argentina facevano non si avesse quasi il tempo di notare ciò che eravi di poco corretto ne' suoi tratti.

Il conte salutò profondamente quella dama, che gli riuscì simpatica assai.

—Vi presento, mia cara nipote, dissi il barone, il conte di SanGiorgio, uno de' miei migliori amici e confratelli.

Ella salutò con grazia il forastiero, dicendo:

—Gli amici di mio zio sono i benvenuti in mia casa, e la onorano.

Poi, udendo dei passi nella sala attigua:

—Mio marito, disse.

E ripetè il nome del conte ad un gentiluomo che entrava allora, e che accolse perfettamente il nuovo venuto.

—Spero, conte, gli disse, che durante il vostro soggiorno ad Ancona accetterete l'ospitalità da noi.

Donna Elvira appoggiò con gentile insistenza questa offerta: pareva che quei due sposi avessero comuni i pensieri ed i desiderj. E ciò era infatti; essi erano nel numero di coloro, che Dio vuole felici; niuna nube era mai sorta sulla loro esistenza; mai tempestose passioni non l'avevano intorbidata; nulla minacciava il loro avvenire, il quale non prometteva ad essi che delle gioje.

—Accettate, caro conte, disse a sua volta il barone, vedete con quanta cordialità vi preghiamo.

Egli era contentissimo; che i suoi nipoti non avrebbero potuto accogliere meglio il conte.

Questi non potè rifintare sì reiterati inviti, ed accetto; tanto un giorno si sarebbe fermato ugualmente ad Ancona.

In quella casa poteva trovare qualche distrazione, non lo sperava, ma comprendeva averne bisogno; perchè nulla stanca tanto la fantasia, nulla la affatica di più che pensieri costanti, e sopratutto idee fisse.

Poi da tanto tempo si trovava lungi dalla sfera, in cui era nato!…Ritornarvi per un momento non gli dispiacque.

Prese dunque di buona grazia il suo partito; promise ritornare pel pranzo; e dopo qualche tempo si recò al suo alloggio per dare gli ordini al servo.

Il barone volle accompagnarlo, ed escirono insieme.

Poco dopo, e per l'ora convenuta, ritornarono alla dimora di donOttavio, il nipote del barone.

Vi trovarono alcune dame e diversi cavalieri, che erano pure invitati pel pranzo: e quel giorno per combinazione si festeggiava da don Ottavio il ritorno di un suo fratello, che veniva di Francia, ove aveva passato due anni.

Quasi subito fu servito il pranzo con una profusione ed una splendidezza veramente grandiosa.

Il conte di San Giorgio aveva sulle prime provato un po' di contrarietà nel trovarsi in una compagnia più numerosa di quanto aveva creduto; ma poi, pensando che nessuno lo conosceva, si rasserenò, e divenne ciò che era in natura, il cavaliere di Malta, più aristocratico che religioso, benchè senza alterigia.

Gli pareva quel giorno, nel vedersi in una sala addobbata con gusto, in mezzo a persone del suo ceto: col lusso di numerosi domestici riccamente vestiti; a quella tavola, ove i cibi più ricercati venivano serviti in preziose supellettili, di trovarsi in Sicilia, al palazzo dell'Isola: ma quella illusione non poteva durare a lungo, svaniva quando egli alzava gli occhi sulle dame.

Nessuna di loro richiamava la duchessa! Dopo qualche tempo di cerimoniosa freddezza, I discorsi si animarono, si parlò di guerra; era un argomento inevitabile, dove si trovava il barone. Ei non mancava toccarlo, se gli altri nol facevano prima di lui.

In quel momento di guerra in Italia non ve n'era alcuna; sicchè l'amico del conte non potè parlare a lungo sul suo tema favorito.

Si chiesero al fratello di don Ottavio particolari sulle stragi dellaSaint Barthélemy, durante le quali aveva egli detto essersi trovato aParigi.

Ei soddisfece alle domande fattegli, e dipinse con vivacità quell'orribile massacro, la desolazione degli sventurati ugonotti.

—Vidi, disse, moltissime scene strazianti: il corpo dell'ammiraglio di Coligny fatto segno ad infiniti oltraggi, e trascinato sino a Monfalcone, ove venne appiccato sulla forca destinata ai più gran malfattori. Non posso rammentarmi tale spettacolo senza rabbrividire. Quale ferocia in quella plebe fanatica!

—E nelle provincie la strage fu pur grande, a guanto ne intesi, interruppe il barone.

—Certo, riprese il fratello di don Ottavio, particolarmente a Lione, a quanto ne udii. Il re fu di una severità crudele.

—Ah sì! esclamò il conte di San Giorgio, tale massacro fa esecrando; come si può in tal modo opprimere vilmente degli infelici, se anche si ingannano nelle loro credenze?

—Avete ragione, caro conte, dispose il barone: vilmente è la parola. Infierire contro gente, che non è in numero per difendersi, non è certo prodezza; coloro, che non arrossiscono di mettersi cinquanta contro uno, secondo me, sono subito giudicati. Vili e crudeli.

—Sì, replicò il fratello di don Ottavio; dite bene: colle vostre parole delineate, barone, la plebaglia di Parigi; quella plebaglia che festeggiava intorno al cadavere del signor di Coligny, e che mi destò tanto ribrezzo.

Gli altri convitati ad intervalli appoggiavano più et meno caldamente tali opinioni; che per verità taluno di loro si dava poco pensiero degli ugonotti, già morti da un pezzo, e trovava che tale discorso non era il più adatto ad allietare un pranzo.

Ma ciò malgrado questo discorso continuava ancora.

—In Italia, disse don Ottavio, io ne ho la credenza, tali eccessi non si sarebbero forse potuti commettere, ne è prova il vedere che nel marchesato di Saluzzo gli ordini venuti di Francia non furono eseguiti: degli autorevoli ecclesiastici stessi s'interposero, ed Emanuele Filiberto, a malgrado le suggestioni di Castrocaro, che voleva perseguitare i protestanti fuggiaschi, ordinò a tutti che fossero accolti e lasciati liberi.

—Ed il papa, azzardò ridendo un giovane e bel cavaliere, che fece celebrare come una vittoria quel massacro? Ed il cardinale di Lorena, che ne ordinò clamorose dimostrazioni di gioja?

—Lasciate stare il papa ed i cardinali, interruppe ridendo pure il barone, e voi, caro mio, che bazzicate alla corte di Firenze, pensate che anche Cosimo di Toscana mandò ambasciatori speciali a felicitare il re e la regina di Francia, ed a rallegrarsene…. Ma lasciamo sì lugubre argomento, tanto più che Carlo IX è morto, ed a quanto pare tutti preparano grandi feste anche in Italia pel passaggio di Enrico, il nuovo sovrano di Francia, che per sì poco tempo regnò in Polonia.

—Infatti, disse un altro, a Venezia sopratutto si devono far cose grandi, per quanto ne udii jeri in porto da gente giunta di là.

E dopo qualche altra parola su tali feste, si pensò ad occuparsi delle dame, un po' trascurate, un po' dimenticate per quella discussione, che probabilmente non le aveva divertite.

Sicchè con allegria terminò il pranzo.

Alla sera i parenti e gli amici di don Ottavio ritornarono alle loro dimore.

Il conte di San Giorgio rimase ultimo a congedarsi da' suoi ospiti; non aveva accettato di fermarsi in casa loro la notte, adducendo a scusa che doveva partire da Ancona all'alba. Ed essi non osarono insistere. Il barone era veramente contrariato di perdere si presto il suo amico; ma, comprendendo che egli desiderava veramente partire, e che probabilmente aveva gravi motivi per ciò, imitò don Ottavio e donna Elvira, non si oppose alla partenza di lui; perchè eccedere anche nella cortesia può toccare l'indiscrezione.

Volle però accompagnare il conte al suo alloggio: sortirono insieme dopo che don Ottavio e sua moglie ebbero pregato il conte a venirli a vedere se ripassava da Ancona, e ch'egli l'ebbe loro promesso, ringraziandoli delle gentili accoglienze.

—Voi avete dei nipoti molto cortesi ed amabili. disse il conte di SanGiorgio al barone, appena furono nella via.

—Eh sì! godo nel vederli giudicati tanto favorevolmente da voi, caro amico; quanto mi dispiace vedervi partire….

—Ci rivedremo presto a Malta: chi sa!

—Lo desidero, ma poichè i musulmani ci lasciano per ora tranquilli….

Ed egli scosse il capo in segno di malcontento.

—Che? chiese sorridendo il conte, voi rimpiangete Solimano?

—Quasi per dirla!…

Ed il barone si mise a ridere colla bonarietà, che gli era abituale.

Anch'io, pensò osservandolo il conte di San Giorgio. mi rallegravo un tempo quando vi erano guerre! Ove mai fuggì esso?

I due cavalieri di Malta giunsero in breve alla locanda.

Il fedele Antonio attendeva da gran tempo sulla porta il suo padrone.

Egli riconobbe il signor di Fiordispina, che non aveva veduto nella giornata, quando si era recato alla locanda col conte.

Si rammentò che a Malta era stato uno dei più intimi amici del suo padrone. Il barone, vedendo Antonio, esclamò volgendosi all'amico:

—Avete ancora il vostro fido servo?

—Il vedete, rispose il conte, mentre Antonio s'inchinava rispettosamente.

Costui, pensò il barone, ne sa più di me; conosce la meta del viaggio, che deve fare il conte, od almeno la conoscerà tra poco.

E dopo aver salutato con effusione il suo confratello, si allontanò.

—Eccomi libero, mormorò allora il conte; domani riprenderò l'esistenza, che conduco da tanto tempo, ma presto sarò a Pesaro.

Ed egli vi giunse finalmente in quella città, che le parole del giovane padre Leone gli avevano fatto desiderare sì vivamente.

Fu con una grande speranza, e bisogna anche dirlo, con una certa sicurezza, che dopo essersi riposato qualche istante si diresse verso la chiesa di San Domenico, nelle cui vicinanze, glielo aveva detto il religioso, aveva abitato ed abitava probabilmente ancora quella giovane donna, ch'ei non conosceva, e che pur nondimeno con tanto ardore desiderava rinvenire.

L'agitazione, che provava in quel breve tragitto. era tale che sorprendeva lui stesso.

Gli sembrava che una forza superiore lo guidasse, lo spingesse.

Presto si trovò dinanzi a San Domenico; rimase un istante perplesso, poi principiò le sue indagini.

—Abita qui, domandò egli ad una donna, che vide ferma sulla porta di una casa poco lontano, abita qui una giovane signora, bruna, vedova, con due bambini?…

—Illustrissimo no, rispose l'interrogata.

Il cavaliere di Malta non ne fu sconcertato; certo era quasi impossibile trovare colei che cercava nella prima casa, in cui ne aveva chiesto.

Si volse ad una specie di mercante girovago, che vide presso alla chiesa, e gli ripetè la domanda già fatta invano.

—Io son forastiero, eccellenza, rispose quell'uomo: non posso soddisfarla; chiamerò qui il sagrestano. che è mio amico e pesarese; si farà premura di rispondere ad un cavaliere, e forse potrà servirla.

—Sì, chiamatelo, rispose il conte di San Giorgio, mi farete piacere.

E siccome colui aveva più del povero che del mercante, gli mise fra le mani una moneta d'argento.

—Come mai non ho pensato io stesso? disse tra sè…

Ed intanto l'altro correva a cercar del sagrestane. Presto ritornò; conduceva seco il suo amico, ed entrambi s'affrettavano.

—Sapreste dirmi, domandò il conte al nuovo venuto, dove dimora una giovane signora, bruna e vedova, che l'anno scorso di quaresima, abitava qui vicino, e che spesso si recava in San Domenico, e vi si fermava a lungo?

Questa volta attendeva in preda ad una ansietà vivissima.

Il sagrestano, vecchietto che si dava qualche importanza, si fece pensieroso, chè certo richiamava le sue memorie.

—Una giovane signora…. vedova…. bruna…. madre ad un fanciulline…. che spesso si recava in questa chiesa…. disse lentamente.

—Sì, sì.

Il conte di San Giorgio s'impazientava.

—Rispondete presto, sussurrò al sagrestano il suo amico, dandogli una spinta.

—Me la rammento perfettamente, esclamò alla fine il vecchio.

Il cavaliere si scosse.

—Ebbene? domandò.

—Abitava qui vicino infatti, eccellenza, lì in quella casa:—e ne additava una poco discosta.

—Ma ora, ora?

—Ora non vi abita più.

—Ma però dimorerà sempre in Pesaro? Insegnatemi dove, e….

Il sagrestano lo interruppe.

—Perdonate, eccellenza, è andata via: da più di sei mesi ha lasciato questa città.

Il cavaliere impallidì; aveva dunque sperato invano, invano si era lusingato. Restò un momento immobile, indi:

—Siete ben certo di quanto mi dite? mormorò.

—Oh! certissimo; non mi sarei permesso altrimenti dare questa notizia.

—Non potrei sapere da alcuno ove quella signora si sia recata?

—Non saprei: ella viveva nella solitudine più completa, non frequentava anima viva, però….

—Continuate.

Ed il conte, annojato da quelle esitazioni, mise del danaro fra le mani del vecchio.

Sino d'allora, a quanto pare, tal mezzo era il più possente per ottenere quanto si voleva. Ed il sagrestano non vi fu insensibile.

—È davvero un gran signore, pensò.

—Eccellenza, rispose rispettosamente, vi è una vecchia, che ajutava talvolta la domestica di quella signora: può darsi che ella sappia in qual luogo….

—Conducetemi da lei all'istante.

Il sagrestano si affrettò ad obbedire.

Gli fu necessario correre per secondare l'impazienza del conte di SanGiorgio.

—Chi lo avrebbe detto, borbottava tra sè, che quella signora, certo non ricca, avesse ad essere ricercata con tanta premuna da questo cavaliere?

Si chiedeva quali motivi ne fossero causa; ne trovava parecchi, sceglieva tra loro, li confrontava, li respingeva.

Condusse il conte in una bruttissima via, stretta e sucida, la peggiore di Pesaro; si arrestò dinanzi ad una meschina casupola.

—È qui, disse, che quella vecchia abita.

—Andatemela a chiamare, rispose il conte, spaventato quasi, disgustato certo dalla specie di fogna, in cui si trovava.

Il sagrestano entrò nella casa,

Il cavaliere di Malta girò lo sguardo intorno a sè.

—Che? pensò: sarebbe possibile che in questo luogo potessi avere gli schiarimenti che desidero? Che qui trovassi chi possiede i segreti forse di colei, che ritengo mia prossima congiunta? Cielo! che mai accadde del cavaliere dell'Isola?… Egli, nato in seno all'opulenza…. Ed i suoi figli dove precipitarono essi?

Delle voci che si avvicinavano strapparono il conte a quelle riflessioni.

Una vecchia accompagnava il sagrestano….

Saprebbe dessa?…

Non le disse nulla, non interrogò…. Doveva essere già informata… D'altronde non ne avrebbe avuto il tempo; chè il sagrestano esclamò tosto:

Non sa nulla. Eccellenza.

Queste parole fecero svanire l'ultima speranza del cavaliere di Malta. Dunque tutte era finito!… Non saprebbe che fosse avvenuto della donna che cercava? Colei, che un istante si era tenuto quasi certo di rinvenire… Perdeva le sue tracce, quando soltanto per suo mezzo avrebbe potuto forse aver notizia degli altri suoi parenti… Se il cavaliere Dell'Isola era morto, come mai ritroverebbe quel figlio, di cui il vecchio duca moribondo aveva palesato l'esistenza?…

Dovrebbe dunque ritornare a Catania senza nulla scoprire; e non saprebbe riportare alla duchessa che delle congetture confuse, incerte, infondate fors'anche… che maggiormente l'agiterebbero?

Mentre egli rifletteva a tutto ciò, il sagrestano e la donna, che gli aveva condotta dinnanzi, lo esaminavano ed attendevano quanto direbbe loro.

Infatti, dopo qualche istante, ei rivolse la parola alla vecchia.

—Che disse quella signora prima di lasciare Pesaro? Quale motivo addusse?

—Nessuno, assolutamente nessuno; balbettò la povera donna posta in gran soggezione.

—Quella partenza fu dessa precipitosa, o vi parve fosse stabilita da lungo tempo?

—Partì improvvisamente colla sua domestica, non ne so di più, perchè soltanto qualche volta andavo in quella casa. Quella signora parlava pochissimo; era sempre assai triste.

—E non giungeste mai a conoscere qualche importante particolare, che la riguardasse?

L'interrogata riflettè.

—Non so davvero che mi dire, mormorò; era assai affezionata al suo bambino, che non toccava ancora, i due anni; so che ne aveva un altro più piccolo da una nutrice, che ignoro ove abitasse; ella vestiva sempre a bruno, da poco era vedova, e di suo marito non parlava mai.

—E non diceva talvolta di aver padre, fratello?

—Io non ne ho mai udito parlare.

—Nessuno veniva a vederla?

—Nessuno a quanto credo.

Mi sembra impossibile, pensò il conte, che se veramente era mia cugina avesse a vivere in tal modo. La sua famiglia non dovrebbe essersi tutta spenta. Poi ad un tratto.

—Ed il suo nome?

—Io la udii chiamar soltanto la signora Gabriella.

Gabriella! pensò il conte… Ma era questo il nome della seconda moglie del duca suo avo!… della madre del cavaliere Dell'Isola… Ah sì! doveva esser sua cugina… E per accertarsene, spinto da un impulso involontario, irresistibile, senza darsi pensiero che quanto stava per fare era forse sconveniente per lui, e poteva cagionar sospetti, trasse rapidamente dalla valigia di pelle, che portava sotto al mantello, il ritratto della contessa sua madre, e lo mise sotto gli occhi della vecchia e del sagrestano.

Essi fecero un movimento di sorpresa.

—È il suo ritratto! sclamarono insieme. Dunque il giovane padre Leone non aveva esagerato!…

Ah perchè non la ritrovai? pensò il conte.

La sorte si prendeva davvero giuoco di lui. Come potrebbe riescire se essa non lo favoriva?

Dopo un istante di immobilità dolorosa rimise l'effigie della contessa nella valigia.

Le due persone, alle quali egli l'aveva mostrata, fissavano in lui degli sguardi pieni di curiosità. Certo, pensavano entrambi, questo cavaliere deve conoscere assai la signora Gabriella. Forse è suo fratello!.. forse qualche suo amante!…

Quanto s'ingannavano in quest'ultima congettura sopratutto!… Eppure… chi non avrebbe pensato come loro, vedendo la premura, l'agitazione del conte?

È così che talora si crede ciò che non è, e si riesce poi a persuadersene in modo, che rende in seguito difficilissimo il convincersi di avere errato.

Il conte di San Giorgio, pensando che quella vecchia non potrebbe ormai essergli utile a nulla, la congedò dopo aver dato anche a lei del danaro.

Dal suo contegno e da quello del sagrestano il cavaliere aveva compresa la maraviglia cagionata in entrambi dalla sua singolare condotta. Ma che gl'importava di loro? Già nessuno sapeva chi fosse.

—Vostra eccellenza comanda ancora qualche cosa da me? gli chiese il sagrestano.

—No, no, rispose il conte, che si allontanò frettolosamente.

Ah, pensava, a che ci condurrà il progetto della duchessa? A nulla; comincio a crederlo. E sarà per nulla che io la lasciai; che mi privai dell'unica felicità, che mi può dare la vita!… Vederla talora, parlarle qualche volta… Perchè io non iscoprirò nulla nemmeno a Venezia: me lo dicono i miei presentimenti… Oh quella donna è davvero della nostra famiglia!… Gabriella! non m'inganno… dove mai si troverà dessa?… Se potessi saperlo; indovinare ove dimora!…

Queste idee stancavano l'immaginazione del conte.

Forse, diceva tra sè, è in questi dintorni, in qualche campagna isolata, che ella si nasconde!

Ma è dunque sola?… Perchè?… Se mi provassi a cercarla nelle adiacenze!…

Ma allora non mi recherei mai a Venezia!… Ed io voglio andarvi presto…

Cercherò questa Gabriella nel ripassare di qui… e se a Venezia non avrò scoperto nulla, farò di trovarla ad ogni patto….

E dopo aver preso questa risoluzione, il conte di San Giorgio si sentì più tranquillo.

Per qualche tempo aveva esitato tra proseguire e fermarsi senza sapere a qual partito attenersi. Ma ora ne aveva adottato uno, e si era deciso fermamente per esso. È sempre un bene escire dalla perplessità.

Poi rifletteva che quella donna poteva essere ritornata a Venezia insieme a' suoi parenti; che disgiunta forse da loro par qualche colpa commessa, o per qualche fatalità, avesse finito poi per riconciliarsi con loro, o per ritrovarli…

Se ciò fosse?… Ed egli, che poco prima si era proposto di non voler più sperare, si lusingò ancora:… chè nuovi avvenimenti, nuove congetture gli erano balenate dinanzi a rischiarargli l'orizzonte sconosciuto.

Appena ritornato alla locanda, il cavaliere di Malta ordinò ad Antonio di sellare i cavalli, che avevano fatto quel giorno poche leghe.

Il servo rimase sorpreso, poichè quel mattino istesso il conte gli aveva detto che probabilmente si sarebbero fermati a Pesaro più che nelle altre città, negli altri paesi già percorsi.

Ma Antonio non si permise la menoma osservazione ed obbedì in silenzio.

Il conte si disponeva a lasciar Pesaro con una specie di gioja.

Pesaro, in cui era giunto con tante speranza, e che per tanto tempo aveva desiderata!

Quante noje! Ma il pensiero di donna Livia lo sorreggeva. Sì, il duca aveva avuto ragione nel trovare che suo cugino amava quella donna con idolatria, non meno di quanto l'amava egli stesso!

Se avesse veduto quante pene il conte si prendeva per obbedirla, ne avrebbe riso; ma detto anche fra sè che l'amore del cavaliere era, se non più appassionato, assai più devoto del suo!

Il conte di San Giorgio era già a cavallo, nella corte della locanda; stava per escirne, quando vide il sagrestano, che si avvicinava correndo.

Chiedeva di lui?

Sì.

—Eccellenza, gli disse, mi è venuto un pensiero dopo averla lasciata; sono andato a chieder notizia di quella dama ad una sua vicina.

—Ebbene?

—La signora Gabriella, dopo una breve assenza, ritornò a prendere le sue robe, e quella vicina udì dal carrettiere che si recava a Rimini.

Ah! pensò il conte, io vi sarò stassera.

Ringraziò il sagrestano, lo regalò ancora, e partì.

Presto fu fuori della città. Spronò il cavallo, dicendo al servo di affrettarsi più che poteva.

L'Adriatico sembrava seguire il cavaliere di Malta in quella rapida corsa. Quel mare, che ei costeggiava da tanto tempo, gli pareva ormai un compagno, un amico.

La sera istessa giunse a Rimini.

Ma la notte era troppo inoltrata, perchè potesse tentar subito indagini.

L'indomani per tempo entrò nella chiesa di San Francesco, pensando che probabilmente troverebbe là quella donna, poichè aveva sentito passar ella gran parte del suo tempo in chiesa.

Se non la vedeva entrare quel giorno, ed era domenica, in San Francesco per le funzioni, farebbe altre ricerche, ma la sorte lo favorì.

Tra le prime persone che entrarono in chiesa, vide una giovane signora, che a prima vista lo colpì… La riconobbe…. Sì, è dessa! mormorò… Ah quanto rassomiglia anche a donna Rosalia….

La seguirò quando escirà di chiesa; vedrò dove entra… e quindi mi recherò da lei….

Qualche settimana prima in una camera d'apparenza modesta di una modestissima casa di Rimini la giovane donna, che il conte di San Giorgio aveva cercata invano a Pesaro, Gabriella, se ne stava sola, appoggiata ad una finestra, come se avesse bisogno di respirare un po' d'aria.

Pareva immersa in riflessioni dolorose.

Sì, quei grandi occhi neri e languidi, quel profilo dolce, eppure troppo spiegato, quel volto pallidissimo, vezzoso, ma triste, e sino il complesso della persona alta, ma delicata ed esile rammentavano in modo particolare donna Rosalia; erano i medesimi tratti, ma assai più affaticati e stanchi.

Gabriella vestiva a bruno, e ciò faceva sembrar maggiore la sua pallidezza.

Ad un tratto si mosse: aveva udito battere alla porta.

—Siete voi, Giovanna? disse; ma perchè ricondurre subito i bambini?…

Intanto apriva; le parole morirono sulle sue labbra.

Invece della servente e de' suoi figli vide un uomo ancora assai giovane intieramente avvolto in un gran mantello di color cupo.

Ella lo riconobbe; ed una specie di esasperazione parve impossessarsi di lei.

Il nuovo venuto rimase un momento immobile; indi rinchiuse la porta, e prendendo per una mano la donna, che non profferiva parola, la condusse nella seconda stanza, e la fece sedere.

—Sì; sono io, Gabriella, disse poi; e la mia presenza non deve incutervi alcun timore.

Ella lo guardò un momento in silenzio; indi:

—È vero, mormorò; chi vi disse che io ero in Rimini?

—Nessuno me lo disse, io stesso vi vidi; da qualche giorno ho arrestata in questo porto la mia nave; vi riconobbi in chiesa, ed attesi per venirvi a vedere che la vostra domestica fosse escita per qualche tempo. Oggi quando sortì la interrogai, seppi che per gran parte della giornata sarebbe assente, e venni… Venni come un amico, chè come tale, il sapete, vi amai sempre.

—È vero, rispose ella, grazie.

E gli stese la mano, che ei strinse in silenzio. Poi:

—Sventurata! disse; che fu di voi? che mai faceste? Dunque, una passione vi trascinò?

—No! esclamò Gabriella; voi vi ingannate, come certo s'ingannarono tutti. La fatalità soltanto mi ha trascinata, non passioni…

—E dove vi trascinò essa?

—Alla sventura, Marco. Mi chiedete ciò che fu di me in questi quattro anni? ciò che io feci? Nulla. Le pene, che ho patite, io non le ho cercate.

Il giovane la guardò con compassione profonda.

—Spiegatevi, Gabriella; pensate, che quanto a me direte nessuno lo saprà in eterno, se così bramate: parlate dunque.

—Prima di farlo, lasciate che io vi chieda una cosa.

—E quale?

—Vedeste mio fratello? Da quanto tempo?

—Da quasi due anni.

—Oh allora non sapete…. e nulla poteva dirvi di me….

—Nulla mi disse; sapete che io non gli ho parlato che due volte; egli ignorava perfino che voi avevate accettata la mia mano, durante la sua assenza….. D'altronde non si avvide di me; era in gondola con una donna….

Ed il giovane si arrestò, come se non volesse proseguire.

Gabriella fece un movimento di terrore.

—Sarà stata lei! mormorò a voce bassissima, ed il suo volto si contrasse.

—Che avete? le domandò il forestiero.

La giovano donna si alzò; poi dopo un istante si lasciò cadere di nuovo sulla sua sedia; le lagrime la soffocavano.

—Se il parlare deve riuscirvi troppo doloroso, ebbene tacete; esclamò il giovane, che all'accento si riconosceva facilmente per veneziano.

—No, no; voglio dirvi tutto, giustificarmi; vedrete che non sono indegna dell'interesse che mi dimostrate.

—Vi ascolto.

E prendendo una sedia, Marco Sabbia, tale era il nome di quel giovane, ricco armatore veneziano, si assise vicino a Gabriella.

—Sì, voi mi compatirete, cominciò ella; siete calmo e riflessivo; l'idea soltanto che mio fratello non poteva occuparsi di me vi spinse ad offrirmi la vostra mano una volta…. E tutto posso dirvi….

Egli la interruppe:

—No, Gabriella, io vi voleva bene; siete la sola donna, che avrei sposata; vi amava senza esaltazione. ma molto: e quando vi perdetti, rimasi profondamente rattristato…. Tanto che mi recai in Levante, viaggiai continuamente, quantunque avessi potuto vivere tranquillo a Venezia con ogni agio: ma la mia città natale mi era divenuta insopportabile, mi vi fermava soltanto il tempo necessario a ricevere nuovi incarichi dalla signoria, che tante volte mi aveva già spedito come mio padre in Dalmazia, in Morea, in Asia.

—E che diceste allorquando io sparii?

—Mi fu detto che eravate fuggita con un giovane; pensai fosse il vostro amante; mi pareva strano, il confesso, ma dovetti persuadermene…. Faccia Dio, mi dissi, che mai ella si penta dell'error suo!

—Ah! mormorò Gabriella: voi avete creduto ciò di me. No, mai avrei commesso una tal colpa, affrontata la collera divina!

—Infatti, voi sì pia, sì religiosa: ma dunque raccontatemi tutto.

—Marco, voi credeste la mia partenza una fuga, invece fu un rapimento.

—Come? Che dite? Chi fu il vile? Come mai potè effettuare?…Proseguite.

—Negli ultimi giorni, che passai in casa della signora Lorini vostra zia, a cui mio padre mi aveva affidata, io vedeva, ogniqualvolta andava alla finestra, un uomo guardarmi fissamente, ed in modo che quasi mi spaventava. Credetti però non dovermene dar gran pensiero; per questo non ne dissi nulla alla signora Lorini. Voi eravate assente. Ah! credeste che io non fossi soddisfatta della sorte che mi promettevate, che mi attendeva…. ed invece la guardavo con fiducia… Oh, non fui io che volli cangiarla…. Una sera, mentre stavo discorrendo colla signora Lorini, si venne ad avvertir questa che una sua amica, le se ne disse il nome, stava per morire, e che chiedeva istantemente di vederla. Senza riflettere molto ella entrò nella gondola, che attendeva ai piedi della nostra casa, e che dicevano mandata dai parenti della inferma. Così io rimasi sola. Andai alla finestra, e stavo guardando allontanarsi la signora Lorini, quando ad un tratto mi sentii afferrare per un braccio. Mi rivolsi; al lume della lampada, che ardeva nella camera, riconobbi l'uomo che mi trascinava… Era lui!… quello, che da qualche giorno vedevo sempre dalla finestra. Feci per parlare, ma egli me lo impedì:—Gabriella, mi disse, non vi spaventate, siete con un uomo che vi adora; seguitemi… Ed intanto mi trascinava per le scale…. Stordita per la sorpresa, e per lo spavento, io non feci resistenza come lo avrei potuto del resto? Le forze mi abbandonavano, volevo gridare, chiamar soccorso, ma la mia voce moriva nella strozza. D'altronde e' continuava a minacciarmi; poi tutto fu l'affare di pochi istanti…. Giunti ai piedi della piccola scala, che voi conoscete, egli mi depose in una gondola; prima di allontanarsi, io lo vidi parlare ad una persona, che stava in un'altra gondola. La luna illuminava le lagune; uno de' suoi raggi cadde sul volto di quella persona, nell'atto che metteva fra le mani di colui che mi rapiva qualche cosa, che non distinsi; quantunque più morta che viva, ed incapace di muovermi, io concentrai tutto quanto potevo avere di forza visiva, di attenzione, sul volto della persona, che parlava col mio rapitore… Era una donna…. una donna giovine e bellissima.

Marco rabbrividì.

—Quale interesse, continuò Gabriella, poteva spingerla a prender parte a quel rapimento? ah non lo so ancora, quantunque….

Ella parve fare a sè stessa una domanda penosa; i singhiozzi, che avevano sempre interrotta la sua voce, cessarono un istante, la collera, l'odio quasi si dipinsero sulla sua fisonomia, abitualmente dolce.

—Infelice! esclamò il marinajo, che sembrava assai preoccupato.

—Infelice! aspettate a darmi tal nome; voi non sapete ancora quanto soffrii…. Dopo che ebbe parlato con colei, e fu per un momento, l'uomo che mi rapiva si assise vicino a me. Le ultime mie forze mi abbandonarono, e svenni…. Ei mi fece fiutare qualche cosa, che invece di scuotermi mi intorpidì affatto. Quando rinsensai, ero in una specie di cameretta di una nave straniera, sola con lui. Mi chiesi un istante con angoscia inesprimibile se non ero in preda ad un orribile sogno…. Ahimè no! lo compresi tosto. I miei sentimenti confusi si risvegliarono insieme, mi risovvenni con chiarezza di essere stata strappata a forza dalla casa ove abitavo, deposta nella gondola, e mi risovvenni benanco della donna, di cui vi ho parlato, che sembrava essere stata l'anima di quella trama, e che forse l'aveva ordita ella sola…. Quali penosi ricordi gran Dio! A misura che essi mi persuadevano della realtà crudele della mia situazione, il mio cuore si stringeva, il sangue mi affluiva con violenza al cervello: com'è che non divenni pazza? Pensai anche a voi, Marco, vi desiderai a me vicino; voi mi avreste forse salvata….

—Lo avrei tentato almeno! esclamò egli; e se non perdevo la vita nella lotta, sarei riescito.

—Lo credo. Per qualche istante rimasi silenziosa, poi mi rivolsi piangendo a colui. Insensata! credevo di commoverlo; mi gettai a' suoi piedi: Riconducetemi a casa, esclamai; Dio vi benedirà! Egli mi rialzò; Acquetatevi, Gabriella, mi disse; io non posso soddisfarvi.—Perchè?—Perchè vi amo, ed ho risoluto siate mia per sempre. Prima che rinunziare a voi io saprei uccidervi.—Egli pronunziò quelle parole in modo, che ne fui atterrita, e ritenni inutile ogni altra prece. Mi costrinse quasi a bere qualche goccia di un'acqua, che ei diceva mi avrebbe calmata. Tosto fui presa da un sonno pesante, che mi aggravava le palpebre. Benchè tentassi rimanere svegliata, non lo potei…. ogni sforzo fu inutile…. E m'addormentai…. Certo avevo preso qualche narcotico possente. L'altra volta il mio torpore non era durato molto; ma invece questa, lo compresi in seguito, aveva durato due giorni e due notti…. Mi risvegliai in una camera di locanda; ero sdrajata su di una lunga seggiola a bracciuoli…. Egli mi aveva coperta col suo mantello…. Stava in piedi dinanzi a me…. Cielo! che era mai avvenuto?… Mi misi a piangere…. Egli mi prese le mani. Gabriella, mi disse, perchè non vi rassegnate al vostro destino? Io sono giovane e vi amo: perchè non mi amerete voi pure? Sposatemi, e tutto sarà finito, chè veramente, non potrei sempre vedervi a piangere…. E certo io non voglio rinunziare a voi…. Mi sembra parlarvi ragionevolmente… Un prete ci attende. Venite….. Rimasi un istante perplessa tra l'idea di rachiudermi in un chiostro; narrar tutto ad un confessore; od accettare l'offerta di colui, che in quell'istante mi guardava dolcemente. L'onore mi spinse a prendere il secondo partito. Andiamo, esclamai alzandomi, andiamo tosto. Egli mi parve soddisfatto e sorpreso insieme da quel subito consenso. Mi condusse in una chiesa vicina senza indugio; sembrava temesse che io avessi a cangiarmi. Tutto era pronto per la cerimonia. Un'ora dopo io era sua moglie; e qualche giorno prima egli mi era straniero.

—Vi amò egli almeno? chiese il marinajo.

—Sì, benchè poi divenisse assai brutale e non mi lasciasse la menoma libertà.

—Ed in qual luogo lo sposaste?

—A Ravenna.

E riprendendo il filo del suo racconto:

—Ero maritata ad un uomo, di cui ignoravo la condizione e gli antecedenti. Chi era egli mai? Glielo domandai con qualche terrore, appena fummo di ritorno dalla chiesa. Esercitai sempre il mestiere dell'armi, mi disse; ora ne sono annojato, e voglio ritirarmi in campagna. Non sono molto ricco, ma possiedo una fortuna sufficiente per vivere. Questa fortuna. l'ho meco: e mi mostrò una gran borsa piena d'oro. Voi siete mia, continuò egli; nulla ormai può spezzare i legami, che a me vi uniscono; dunque prendete il vostro partito. Io vi amo. Rimasi silenziosa; non era il sapere che ei non fosse nobile, nè ricco che mi opprimeva; egli mi aveva strappata, è vero, ad un avvenire sicuro, ad un'esistenza agiata, fatto provare angosce terribili; ma infine io stessa ero figlia d'un guerriero di ventura, non possedevo ricchezze; mio padre era nobile sì, ma orfano, solo; insomma…. colui mi aveva sposata senza esitare; ciò tranquillava la mia coscienza. Intanto egli mi parlava d'amore, le sue parole, piene di una passione selvaggia, mi facevano tremare, ma risvegliavano in me sentimenti, sino ad allora sconosciuti…. Voi eravate il solo, che mi avesse prima amata; e, benchè mio fidanzato, eravate sempre stato per me più un fratello che un amante; io non conoscevo dunque l'amore, poichè non era amore ancora quello, che provavo per voi…. Eppure con voi sarei stata felice!… Poi colui, benchè in modo sì strano, era mio marito; io non poteva rifiutarmi ad ascoltarlo…. non potevo…. Il cielo istesso m'imponeva verso di lui dei grandi doveri…. Marco, aggiunse Gabriella alzandosi con vivacità passaggiera e convulsa, nella posizione, in cui io mi trovavo di fronte a quell'uomo che mi aveva rapita, che avevo sposato per necessità, che dovevo fare? Una donna altiera, energica avrebbe preferito morire prima che viver seco; si sarebbe precipitata nell'onde sin dalla notte fatale, anzichè rimanere sola con lui…. ma io, timida, inesperta, mi lasciai trascinare….. Marco, quell'uomo, che mi aveva strappata a forza dalla casa, ove abitavo, non poteva essermi indifferente; bisognava, o lasciarmi trascinare verso di lui, od odiarlo…. Ed io non sapeva odiare….

Gabriella si lasciò cadere nuovamente sulla sua seggiola, e nascose il volto tra le mani.

Il giovane veneziano rispettò un istante quel silenzio, come quello che proveniva da mille affetti diversi.

Egli la comprendeva, non si era condotta come una eroina, ma era sventurata, non colpevole.

—Dunque, lo amaste? le chiese con dolcezza.

—Sì, lo amai, come la schiava ama il suo padrone, di un amore, che mi avviliva a' miei proprj occhi…. In pochi giorni lo amai così… Tanto ei mi dominava, che un solo suo sguardo arrestava sulle mie labbra le parole, quando volevo rimproverargli il modo, col quale aveva agito meco; sicchè quasi non osai più tentarlo…. Fu virtù la mia, o fu viltà?… Ahimè! che io stessa….

Marco la interruppe.

—Gabriella, le disse con dolcezza ed insieme con dignità, io non vi chiedo di più; comprendo qual dolore si debba sentire nel narrare, sia pure all'amico più devoto, le umiliazioni patite…. Non devo esigere che a tal dolore vi assoggettiate per me….

—Grazie, mormorò la giovane.

—Io, riprese Marco, devo cercare soltanto di alleviare le vostre sventure; vi offro ancora la mia mano e la mia fortuna, che in questi anni coi traffici e colla mercatura divenne ancor più considerevole….

—Che dite?

—Che io sarò, se il volete, il padre dei vostri figli. Se avessi provato per voi una di quelle vive passioni che sconvolgono la fantasia, non potrei forse parlarvi in tal modo: avrei orribilmente sofferto nell'udire che amaste un altro; ma io che non ho la mente offuscata dalla gelosia, posso sopportare tale idea…. Comprendo lo stato, in cui vi trovaste, e vi compatisco… Accettate la mia offerta, e potrete essere ancora, se non felice, amata e tranquilla.

Gabriella rimase immobile: sembrava che la voce non potesse escire dalle sue labbra. Finalmente, dopo un forte accesso di tosse:

—Marco, mormorò, io non posso, non devo accettare.

—Perchè?

—Perchè non sono più quella che fui. Voi vi pentireste della vostra generosità; guardatemi!… Io non ho ancora venticinque anni, eppure il mio cuore non sa più schiudersi alla speranza…. D'altronde….

—Ebbene?

—Poco forse mi rimane di vita…. una malattia sottile mi distrugge…. I medici, che ho consultati, me lo lasciarono travedere….

Il veneziano la guardò con terrore; sin dal primo momento l'eccessiva pallidezza di lei lo aveva colpito.

—Perchè temer ciò? le disse. Siete pallida, sfinita. ma foste sempre delicata…. Una nuova esistenza, la pace soprattutto potranno facilmente, lo spero, rendervi la salute….

—Oh quanto siete buono! Come potei atterrirmi in vedervi?… Temere di essere disprezzata da voi?… Oh ma voglio terminare di narrarvi i miei casi….

—Vi commovete troppo; ciò vi affaticherà.

—No, no; lo desidero…. È tanto tempo che non parlo ad un amico….Mai confidai ad alcuno le mie pene….

—Come credete, Gabriella.

—Mio marito si chiamava Ferdinando Alboni; era di Perugia. Comperò una casa ed un podere fra gli Apennini, in un luogo deserto, quasi nascosto; pareva volesse celarsi…. Là diedi alla luce i miei figli…. Io ero diventata una specie di automa…. La mia testa si era indebolita assai, assai…. Fu effetto dei narcotici presi?… Lo pensai tante volte….

Marco fremette.

—E talora, continuò ella, anche adesso io ho degli istanti, in cui mi sembra smarrire la memoria di ogni cosa…. Per più di due anni vissi in quel modo: mi angosciava talvolta il non saper nulla di Federico, il quale era assente quando avevo lasciata Venezia, il non saper nulla di voi, della signora Lorini…. Che era avvenuto di tutti?… Ahimè! non me lo chiedevo lungamente!… Accasciata sotto il peso della fatalità io non ardivo sperare più nulla…. non sapevo quasi avere una volontà…. mi lasciavo condurre da mio marito…. gli obbedivo senza rendermene ragione…. Eppure, a misura che io mi era fatta più dolce, egli era divenuto più imperioso…. Per lui ero un oggetto di sua proprietà esclusiva, non molto di più; ed io ne ero quasi persuasa….

Gabriella si arrestò un istante, indi:

—Mio marito mi aveva sempre amata materialmente; la mia poca energia, la mia obbedienza passiva, il non saper oppormi, nemmeno quando lo avrei dovuto, volse quel materialismo in brutalità… Marco, voi mi guardate sorpreso: voi temete che io soffra nel dirvi così…. No; certe pene io non le provo più….

Il veneziano si scosse.

—Cielo! pensò, dunque è vero che amare in tal modo, con tale sofferenza, possa condurre all'abbiezione?

Ed egli non interruppe quella sventurata.

Certo abbisognava tutto il suo buon cuore, tutta la sua indulgenza, perchè la pietà profonda, ch'ella gli ispirava, non avesse nulla d'umiliante per lei.

Gabriella era stata un istante silenziosa; poi ad un tratto il suo volto si animò, l'espressione di dolce ebetismo, che vi stava dipinta poco prima, disparve quasi.

Una specie di vivacità brillò nel suo sguardo. Era rossore di quanto aveva detto? Era la speranza, che le ritornava in cuore?… Fatto sta che ella riprese con voce più ferma:

—Non voglio abusare della vostra attenzione, Marco, amico mio; perdonate ad una povera donna, che alle volte non sa più quel che si dica…. Ascoltate: Tale dunque fu la mia esistenza vicino a quell'uomo. Dopo due anni di essa egli morì alla caccia, dove passava molto tempo…. venne ucciso da un bufalo selvaggio…. Dopo la sua morte un vecchio coltivatore, nostro vicino, che mi aveva sempre dimostrata molta premura, s'incaricò di far valere le mie poche terre, e mi promise d'inviarmi due volte all'anno i danari ricavatine, ovunque fossi…. Volevo lasciar quei paesi, avvicinarmi a Venezia, benchè non contassi ritornarvi. La mia salute già da qualche tempo era alterata; un medico, che quel vecchio coltivatore fece venire dalla vicina Spoleto, mi consigliò a soggiornare in riva al mare…. Mi recai a Pesaro, mi vi fermai otto mesi, vi sarei ancora…. quando…. un giorno, che mi ero recata a passeggiare in porto, fui riconosciuta da un guerriero della repubblica, amico di Federico, il quale mi disse aver appena veduto questo a Bologna, ove contava fermarsi un mese per affari…. Quel guerriero non aggiunse altro, chè soltanto di vista mi conosceva; ma aveva mostrata una gran sorpresa, vedendomi, perchè mi credeva morta. Federico era il solo parente che mi rimanesse: lo avevo sempre amato molto, benchè egli mi avesse un po' trascurata, a motivo anche della sua carriera, e poi ei mi credeva estinta o colpevole…. Non seppi resistere al desiderio di vederlo, di giustificarmi…. Partii per Bologna coi miei figli e colla mia servente, una buona donna, che intieramente mi è devota…. Presi meco il mio atto di matrimonio, chè non volevo arrossire dinanzi a Federico, buono, gentile, ma orgoglioso e suscettibile…. Giunta appena in quella città, chiesi di lui…. Volle fortuna che mi fosse tosto additata la locanda, ove aveva preso alloggio…. Era in casa…. chiesi al suo cameriere di parlare a lui solo, e fui introdotta all'istante…. Rimase più che sorpreso in vedermi; io, dopo poche parole, gli mostrai l'atto del mio matrimonio, perchè compresi esser ciò necessario a distruggere i sospetti, che leggevo sul suo volto. Fui rapita, Federico, gli dissi; non sono colpevole…. Allora egli, che è poi facile a commoversi, mi abbracciò: Vi credo, Gabriella, rispose; sono contento di ritrovarvi, e spero combineremo di poter vivere vicini. Nulla noi potemmo dire di più…. Non ebbi il tempo di raccontargli i dettagli del mio rapimento, nè di accennare alla donna, che vi aveva preso parte; neppure gli chiesi della sua posizione attuale…. Portava una brillante assisa militare; non mi pareva più vestito come prima però…. ma probabilmente sarà ancora al servizio della repubblica; vi sono tante fogge diverse di abiti, io non ne ho pratica…. Insomma, pochi minuti rimanemmo soli…. Una porta dietro a me si aprì, prima che io mi volgessi a vedere chi entrava:—Ecco mia moglie: disse Federico.—Che? siete ammogliato? domandai sorpresa, e mi alzai, mi rivolsi:… Vidi la sua sposa…. Oh mio Dio!… rimasi come colpita dal fulmine!… Riconobbi in lei la donna che aveva assistito al mio rapimento, che forse aveva dato a mio marito l'oro ch'ei possedeva, giacchè tale dubbio sempre mi aveva perseguitata, benchè egli mi avesse assicurata del contrario….

Marco parve spaventato, ma dissimulò tale spavento.

—Come? domandò.

—Sì; era dessa, riprese Gabriella: ah non è tal volto, che si possa dimenticare…. Un debole grido mi sfuggì, ma sì debole, che mio fratello non lo udì nemmeno…. Stava presentandomi alla sua sposa, narrandole in poche parole la mia storia…. Certamente ella mi riconobbe; forse sin da quella notte fatale sapeva che io ero sorella a Federico di Chiarofonte; ma non un atto la tradì, e fissò su di me il suo sguardo, ove non iscorsi il menomo turbamento….

Marco sempre più si atterriva; ma si sforzava di mostrarsi calmo.

Gabriella continuò.

—La moglie di mio fratello mi ripetè le offerte di lui, ma esse non facevano che spaventarmi: nel sorriso di lei continuo ed insinuante io leggevo la menzogna; ne' suoi begli occhi orribili minacce. Indi: Venite meco, mi disse, prendendomi per la mano; vi riposerete e vi ristorerete. Sì, sì, andate, interruppe Federico, io non vi pensava.—Che doveva fare? Dire a mio fratello tutto?… Ero sì confusa…. non avrei potuto parlare…. La seguii macchinalmente, benchè a stento; quando fui sola con lei, mi fece sedere, quindi ella pure sedette in faccia a me. La guardai un poco spaventata; poi torsi gli occhi; non sapevo che dire, che pensare…. Chi ci avesse vedute in quell'istante avrebbe creduta me colpevole verso di lei; poichè io sola mi mostravo confusa…. Non potevo dubitare dei miei occhi; l'avevo perfettamente riconosciuta: eppure fui quasi per chiedermi se non mi fossi ingannata; tal era la sua franchezza, la sicurezza che mostrava ed ostentava in faccia mia…. Certamente, od almeno lo pensai, ella mi condusse seco, onde vedere se le riuscisse possibile il farmi credere che io mi ero ingannata….. persuadermi che per la prima volta ci vedevamo…. Lo compresi dalle parole seguenti: Sono lieta, mi disse, dell'avermi mio marito fatto sperare che dimorerete con noi per qualche tempo almeno. Pronunciò questa frase lentissimamente, esaminandomi, onde giudicare dell'impressione cagionata in me. Ella sorrideva intanto, e nel suo esame sembrava mettere una certa sbadataggine…. Immaginate, Marco, come io dovevo sentirmi.

—Che faceste? dissimulaste?

—No; benchè un istante ne avessi avuta l'idea, ma nol potei, chè le lagrime mi soffocavano…. Dimorare con voi! signora, mormorai, quella che….—Che volete dire? non vi comprendo. In quell'istante io vidi come in un sogno la mia vita dal giorno, in cui avevo per la prima volta veduta quella donna, la sposa di Federico… Pensai quanto diversa, quanto tranquilla sarebbe stata la mia esistenza senza di lei!… Pensai agli avvilimenti sofferti senza poter lagnarmi; alla mia salute distrutta; provai un senso di dolore, che mi esasperò…. Ed alzandomi: Ditemi almeno il perchè, le chiesi convulsamente, mi avete fatta rapire…. Ella impallidì; si alzò alla sua volta: Voi mi scambiate con un'altra, mi disse. Io non sono molto fina, ma non le credetti però. Non abbisognava un'osservatrice profonda per notare in quell'istante sul volto di lei una passaggiera, ma indicibile espressione di terrore. Anche i cattivi non sanno sempre dissimulare colla stessa perfezione. Vi sono dei momenti, in cui Dio permette che si tradiscano loro malgrado. Vedendo che io non volevo crederle, che non le riusciva ingannarmi, prese ad un tratto altra via…. Si avvicinò a me, e stringendomi un braccio: Gabriella, mormorò con voce concitata, contate voi parlare a mio marito dei vostri sospetti?—I suoi occhi lanciavano fiamme: erano sì minacciosi, che non osai rispondere.—Voi nol farete, riprese ella collo stesso tuono, altrimenti…. Io feci uno sforzo e rialzai il capo…. altrimenti, continuò, voi avete dei bambini, Gabriella, gli amate?—Signora, perchè tale domanda? mormorai atterrita.—Se gli amate, vi premerà conservarli!—E si arrestò, guardandomi fissamente. Un brivido mi corse per le membra. Che mio marito non sappia mai, proseguì ella, mai!…. Che mai una parola mi accusi dinanzi a lui…. Mi avrete compresa…. Giuratemi di non dirgli nulla.—Spaventata, pensando ai miei poveri figli, io non seppi resistere.—Ve lo giuro, balbettai.—E non potendo più a lungo trovarmi sola con quella donna, corsi all'uscio più vicino, e mi precipitai fuori della stanza.—In un batter d'occhio ella mi raggiunse. Calmatevi, mi sussurrò all'orecchio; la vostra agitazione è pericolosa. Soggiogata, obbedii. Obbedire alla forza per me era un'abitudine.

—Povera Gabriella!

—Ah Marco! voi solo non mi atterrite. Come potei mai temere di voi?

E dopo avergli gettato uno sguardo, in cui si dipingeva tutta la sua gratitudine, la giovane donna continuò:

—Passai tutta la giornata presso Federico; sua moglie non mi lasciò un istante. Rimarrete dunque con noi un poco? mi disse mio fratello. Io non potevo rispondere. Ella vuol ritornare domani a Pesaro, interruppe sua moglie. Pronunciando queste parole, mi guardò; compresi ciò che ella voleva e non esitai.—Sì, dissi, voglio ritornare a Pesaro. Federico meravigliato di quel rapido cangiamento, me ne chiese il motivo.—Sono abituata a viver sola, risposi; mi dispiace cangiare: ho riflettuto che la mia salute ha proprio bisogno di una vita monotona; poi forse quest'aria mi farebbe male.—Mentiva; ma come non avrei mentito?—Federico si mostrò dolente, ma non insistè. Verrò io presto a trovarvi a Pesaro, mi disse. Credetti veder sua moglie spaventarsi; ma così non fu. Mio fratello parve persuaso delle mie ragioni, che il mio aspetto delicato e triste giustificava.—Mandò a prendere i miei bambini alla locanda, perchè voleva conoscerli, vederli. Fece loro molte carezze; sua moglie pure gli abbracciò…. Oh mio Dio! que' suoi baci mi fecero rabbrividire…. Ella che aveva detto…. Così passò quel giorno. La sera, dopo cena, abbracciai Federico, che volle accompagnarmi alla locanda: sua moglie con una gentile insistenza chiese seguirci, e venne con noi…. Così terminò la mia visita a Federico. Ero andata da lui, sperando averne qualche consolazione; sperando che la sua vista mi facesse dimenticare alquanto le circostanze orribili, in cui mi ero trovata…. Ed invece! fu là che i miei ricordi penosi dovevano maggiormente risvegliarsi; che dovevo provare terribili scosse…. E Federico?…. Ma come mai aveva amata quella donna? Come mai l'aveva sposata?…. Chi è dessa?…. Io nulla potei chiedergli, poichè, se anche mi avesse lasciata poi sola con lui, non lo avrei osato….

Marco era pensieroso: pareva non potesse decidersi a parlare.

—E così, lasciaste Pesaro allora? domandò, come per dir qualche cosa.

—Sì; mi recai qui a Rimini, perchè ella non sapesse ove io fossi: non per me, che di me poco preme, ma i miei figli…. Ah Marco! che sarà di loro?

—Voi me lo chiedete? Perchè non siete tranquilla sul loro avvenire?… Avete dimenticato quanto vi ho detto?

—No, Marco, no: ma…

Ed ella sospirò. Indi:

—Ora vi ho narrato tutto quanto mi è accaduto, dacchè lasciai Venezia: una cosa sempre mi chiedo; nè mai so rispondervi… Perchè quella donna assecondò mio marito, e lo spinse forse a rapirmi?… E se sino da allora amava mio fratello, quale ostacolo poteva io essere alla sua unione con lui?… Ajutatemi voi: ditemi quanto ne pensate…

Marco rifletteva.

—Non saprei, rispose quindi. Io pure non vedo una ragione chiara abbastanza… molte me ne suggerisce la fantasia… ma non una che mi persuada… Infatti, voi non potevate essere per lei un ostacolo, di cui le fosse necessario sbarazzarsi… Può darsi che, senza sapere chi eravate, avesse secondato vostro marito… che, legata a lui da qualche segreto, da qualche mistero, non abbia potuto rifiutarsi ad ajutarlo… Non vi disse egli mai di conoscerla?… Non le chiedeste mai di lei?…

—Più volte, ma invano. Mai voleva rispondermi su tal punto… Non vi dissi già come ei mi dominasse?… Non soleva darmi molti schiarimenti…. E quando gli faceva domande che il contrariavano, s'impazientava tosto… Ah Marco! voi forse conoscerete quella donna… Certo Federico la vide a Venezia.

—Guardate, Gabriella….

—Che cosa?

—Io inclino a credere che, quando agì in danno vostro, ella non vi conosceva.

Gabriella scosse il capo: benchè non ne comprendesse il motivo, era persuasa del contrario.

—Poi, continuò Marco, vostro fratello, un cavaliere brillante, che sempre frequentò le case patrizie, che ebbe già molti intrighi galanti, non può essersi impegnato eternamente con una donna così senza conoscerla bene…

—Oh lo avrà ingannato! Ingannerebbe voi pure… se la vedeste…. se la udiste….

—Può darsi: ma insomma io non lo credo…

—Ma perchè?…

—Non so. Ma io penso che ella sia soltanto l'amante di vostro fratello…. Non vi sarebbe nulla di strano….

—Ah se fosse vero! Se non la vedessi eternamente posta tra me e lui!

Ed un lampo di fuggitiva soddisfazione brillò negli occhi diGabriella. Ma ricadde poi subito nell'abbattimento consueto.

—Perchè, mormorò, se anche voi vi apponete al vero, io dovrei temere egualmente, più forse… Se Federico non è suo marito, maggiormente temerà di perderlo.

—Non vi lasciate dominare da soverchi timori: d'ora innanzi io veglierò su voi…. Io credo non sia sua moglie; però potrei ingannarmi. Sono persuaso esser ella la donna, che vidi seco lui in gondola…. Quanto udii da voi maggiormente me ne assicura…. È molto bella, diceste?

—Sì; immaginatevi una grandiosa statua, corretta, ed insieme espressiva…. che cammina, che parla…. ed avrete una idea della bellezza di lei….

—Ciò non fa che confermare le mie supposizioni; in ogni modo, se vostro fratello la sposò, la sposò affascinato senza sapere chi ella fosse…. Deve essere davvero colei che io vidi…. Dite che è grande….

—Sì, grande, maestosa….

—Bruna?

—Perfettamente.

—Occhi neri, brillanti, grandissimi, che volge continuamente, ma troppo aperti, sfrontati….

—Sì, sì….

—Il suo profilo è greco?

—Come una statua. Ma voi la conoscete, il vedo….

—Qual età potrà avere….


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