PARTE TERZA

La duchessa dell'Isola.

Intanto a Catania succedevano altri avvenimenti.

Il duca dell'Isola, dopo aver tentato invano ottenere da donna Livia la promessa di un eterno silenzio sul segreto rivelato dal padre, ed essersi sdegnato seco lei perchè gli rispondeva consentire a tacere soltanto nella speranza che ei si persuadesse da sè a riparare quella grave ingiustizia, aveva immaginato poi che tale risposta fosse una scusa, una palliativa dietro la quale la duchessa voleva mettere al coperto il suo orgoglio, onde non mostrare di cedere, obbedire al marito.

E ciò aveva detto con qualche ironia a donna Livia, che credette meglio lasciarglielo pensare.

Tal contegno di lei lo aveva convinto di aver dato nel segno; sicchè, fino al ritorno del conte di San Giorgio da Malta, pensava poter vivere tranquillo.

Ed una specie di pace era rientrata nella nobile famiglia. I soliti rapporti fra i suoi membri erano stati ripresi dopo poco tempo.

Donna Rosalia aveva giurato al duca il silenzio senza la menoma difficoltà, sapendo di poterlo fare senza scrupolo.

Ella viveva sempre nelle stesse angosce; nulla sapeva delle intenzioni del principe, nè della promessa fatta dal duca a donna Maria, o piuttosto del patto conchiuso fra loro.

La giovinetta continuava a piangere in segreto, compatita soltanto, in segreto pure, dalla duchessa.

Il principe degli Alberi veniva di rado assai al palazzo, perchè il duca, all'opposto del padre, non amava le visite.

Era sempre in presenza di tutti che il giovane parlava a donna Maria, e per soggezione di don Francesco, si strano ed altiero, non osava farlo a lungo, nè in modo che accennasse al loro amore.

Talora però donna Rosalia sorprendeva tra lui e la sorella di quei lunghi sguardi, che sono come il dizionario degli innamorati, e che talvolta dicono più di un poema.

E quegli sguardi la gettavano nella costernazione. Eppure tentava illudersi ancora, ed almeno voleva attendere a perdere ogni speranza l'ultimo istante; come il condannato a morte, che talora non vuol persuadersi di dover perire se non al momento della esecuzione.

E sì che il contegno di donna Maria poteva bastar solo a farle indovinare il vero.

La leggiadra bionda sembrava non darsi pensiero d'alcuno; si tratteneva a lungo sola; era sempre sorridente; parlava poco col duca, pochissimo con donna Livia, e trattava la sorella colla più completa indifferenza. Mostravasi insomma contenta e calma, come chi sa di trovare in un avvenire vicino sicure gioje, e se ne compiace in anticipazione.

Povera donna Rosalia! il suo cuore, lacerato da mille ferite, indovinava prossimo l'ultimo colpo, lo attendeva, ma senza prepararvisi.

Don Francesco aveva sempre comandato in casa anche prima, perchè suo padre mostrava per lui una deferenza che rasentava la soggezione; ma ora era assoluto padrone; nessuno, nè anche nelle più piccole cose, poteva contrastargli; era sempre accigliato, sempre burbero, ma sempre però invaghito di donna Livia.

Come mai avesse ella potuto cattivarlo tanto era un mistero.

Forse perchè portato per natura a sprezzare i caratteri deboli ed a desiderare soltanto il difficile?

E l'indole ferma di donna Livia, la freddezza istessa contribuivano mai a mantener viva la sua passione per lei?

I cuori orgogliosi hanno degli strani capricci; alle volte sprezzano ciò che facilmente potrebbero avere.

In ogni modo è probabile che, ove al duca fosse toccata una sposa troppo dolce e sommessa, se ne sarebbe presto annoiato.

Ma a che frugare in certi lati reconditi del cuore? Pur troppo si verrebbe a concluderne soltanto che talora la tenerezza soverchia riesce a danno e nulla altro.

Quante povere donne non lo provarono!

Riguardo alla duchessa non sarebbe agevole definire ciò ch'ella sentisse per suo marito.

Comprendeva certo ch'egli l'amava con passione; ma quell'amore era di tal natura, ch'ella non poteva spiegarselo.

Mai il duca le aveva fatto un sacrifizio, e la di lui naturale durezza distruggeva l'effetto, che forse la sua costante affezione avrebbe potuto poco a poco ottenere.

Egli aveva voluto donna Livia, benchè sapesse che ella non lo amava; dunque gli bastava esserle marito.

La duchessa evitava quasi di guardare troppo addentro in quel cuore per tema di atterrirsi.

Ma il sentimento del dovere, un figlio, più di due anni di convivenza la legavano al duca; ed ella, sin dal giorno, in cui era stata forzata a sposarlo, col cuore pieno di un'altra immagine, si era proposta di fare il possibile onde avere per lui qualche affezione, e la sua freddezza abituale col duca non assumeva mai il carattere della noja; era troppo saggia per questo, giacchè don Francesco non avrebbe tollerato troppo.

Non imitava insomma quelle donne, che, anche mostrando accettare di buon grado un marito, si propongono di odiarlo perchè hanno già amato.

Volentieri ella avrebbe temperato la durezza del duca, come sinceramente aveva desiderato evitargli una colpa, ed anche per lui stesso tentato ripararla suo malgrado.

Donna Livia non era certo una donna comune; vi erano nel suo cuore dei tesori di sentimento, e nel suo spirito una rara facilità di comprendere, d'indovinare.

Poi era una di quelle persone capaci di sacrificar tutto all'onore perchè hanno bisogno di potersi stimare.

La giovane duchessa era forse un po' troppo seria, un po' troppo inclinata alla tristezza; molti al vederla la giudicavano fredda, fors'anche insensibile; nessuno immaginava quanto invece sentisse vivamente, come s'affliggesse per mille motivi diversi.

Certo ella meritava l'amore del duca, per quanto grande fosse; soltanto una donna come lei poteva cattivar don Francesco, il quale, prima di conoscerla, aveva sempre avuto per le donne la più grande indifferenza, tanto che non aveva potuto decidersi più presto a scegliersi una sposa.

Egli era di un carattere difficilissimo; violento, superbo, dispotico sopratutto; voleva che la duchessa non escisse mai, che non ricevesse alcuno. Ma che importava ciò a donna Livia? In questo si uniformava volontieri ai voleri del duca; ma la diffidenza, da cui comprendeva essere dettati, la offendeva, come la offendeva la sorveglianza continua, di cui si sapeva oggetto.

Al suo castello però ella credeva essere più libera; pensava che il duca si accontentasse, per osservarla, delle lunghe visite, che le faceva sempre quando meno l'aspettava, e ad ore diverse.

Per questo non aveva temuto dare al cavaliere di Malta un abboccamento appena giunta al castello, la sera, in cui gli aveva affidato quella missione, che si conosce.

Dopo la morte del vecchio duca però donna Livia poteva difficilmente recarsi al suo castello. Don Francesco, che prima ve la lasciava volentieri, perchè il palazzo era frequentato da diversi cavalieri amici e parenti, ora che quelle visite, grazie al suo contegno freddo ed altiero, erano divenute rarissime, pretendeva non si dovessero lasciar sole le sorelle in palazzo.

Donna Livia aveva passato dunque tutto il resto del verno a Catania, ove ella non era conosciuta che dagli sventurati pei numerosi suoi benefici, per le sue elemosine intelligenti e segrete.

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Una sera, in sul finir dell'aprile, la duchessa si trovava in giardino colle cognate, quando don Francesco apparve sul principio di un lungo viale.

Donna Rosalia stava su di un rustico sedile, pallida e silenziosa, come al solito.

Donna Maria in piedi sfogliava sorridendo un fiore; la duchessa passeggiava sola un po' più lungi.

Il duca le raggiunse in pochi istanti; passando dinanzi a donna Maria si arrestò.

—Vi devo dare una nuova, le disse in modo da essere inteso dalle altre; siete fidanzata, fra otto giorni sposerete il principe degli Alberi, che quest'oggi stesso mi ha chiesto la vostra mano.

Ella provò un senso di vivissima gioja; poichè davvero era annoiatissima della vita monotona e triste, che conduceva in quel palazzo.

E donna Rosalia?

Fu su di lei che la duchessa portò tosto gli sguardi alle parole del duca; la vide tremare, vacillare, farsi più pallida del marmo.

Don Francesco si era già allontanato da donna Maria, ed avvicinatosi alla duchessa, le prese il braccio, dicendole:

—Rientriamo, è tardi.

Infatti cominciava ad imbrunire.

Donna Livia lo seguì macchinalmente; macchinalmente rispose a qualche parola, ch'ei le indirizzava: ma fatti pochi passi, si rivolse.

Ella non vide più donna Rosalia: guardò attorno, e la scorse dirigersi verso piccolo lago, che chiudeva da un lato il vasto giardino.

Una subita e terribile idea colpì donna Livia, che lasciò tosto il braccio del duca.

—Che cosa fate? le disse trattenendola.

—Attendete, rispose agitata.

—Ma che c'è?

—Donna Rosalia vostra sorella si sentiva assai male: non la vedo; voglio andarne in traccia.

E senz'altro si allontanò rapidamente.

Donna Maria era già rientrata.

Il duca si fermò a guardar dietro a donna Livia, che, colla leggerezza di una figura fantastica, andava scomparendo.

Ah! capisco, disse tra sè: ella teme qualche follia, qualche eccessodi disperazione. Veramente si dà un gran pensiero per donna Rosalia…Quella fanciulla è pazza; se il principe non se ne cura, a che?…Basta, non voglio pensarvi.

E guardò ancora… Nessuno ritorna; che fanno?…

Si mise a passeggiare lentamente, riflettendo… Da qualche tempo, pensava, la duchessa mi sembra talvolta agitata, benchè non lo dia a divedere… Se non avessi udito ciò che il cavaliere le disse quella sera, crederei quasi che la sua assenza le duole… Quando accenno al suo ritorno, quando profferisco il nome di lui, mi pare che donna Livia si turbi…

Oh! ma che avviene? Qualche scena sicuro… Mi piacerebbe udire ciò che mia moglie starà dicendo a donna Rosalia per consolarla… Oh saprà farlo dolcemente… È d'animo così gentile, benchè un po' altiera meco talvolta… Ma è così che mi piacque.

Ed aggrottando le sopraciglia, come faceva sempre quando gli sembrava persuadersi troppo in donna Livia… Ah, pensò, quando rifletto che per sua colpa un giorno forse quei parenti verranno a reclamare, provocare degli scandali, farmi arrossire… perchè poi chi sa che gente sono… Maledizione al cavaliere dell'Isola!… E mio padre co' suoi scrupoli… Quanto sarebbe stato più saggio tacere!

Quel segreto naturalmente preoccupava ancor molto il duca. Sperava che il suo piano riescisse, ma non era sicuro…

A questo pensiero, che lo tediava, se ne aggiungeva un altro, che pure gli dava pena. Si chiedeva sempre se donna Livia tacerebbe assolutamente, e se il ricordo di quel segreto, o l'assenza del conte fosse causa della sua preoccupazione.

Eppure donna Livia non era cangiata; ma per quanto grande fosse l'imperio che aveva sopra sè stessa, non le riusciva nascondere intieramente le ansietà, cui era in preda, ad un marito che notava tutto, persino i menomi movimenti.

Ella si domandava sempre che avverrebbe al ritorno del conte di San Giorgio; benchè fosse preparata a tutto, benchè nulla potesse atterrirla, non era certo tranquilla.

Chiedevasi anche talora se il conte non incontrerebbe perigli nell'obbedirla…. E se morisse in quei luoghi lontani?… Tali timori in quell'epoca non erano irragionevoli.

Allora donna Livia provava una vera pena, pensava che forse sarebbe stato meglio agire altrimenti; ma altrimenti…. come fare?… chè il duca su quell'argomento era invulnerabile….

Pareva ne avesse fatto una questione di puntiglio…. E quando si reclamerebbe, come persuaderlo?…

Però ella faceva ogni sforzo per contenersi: ed un altro, meno sospettoso di don Francesco, non avrebbe scorto nella duchessa alcun turbamento.

Tuttavia alle volte attribuiva anch'egli la preoccupazione, la tristezza di donna Livia al carattere poco espansivo di lei, a cause segrete, che egli conosceva benissimo, ed alla sua salute, che non era delle migliori.

Per questo, quando rifletteva sul segreto, che tanto lo aveva agitato, finiva per sperare in un buon esito e per felicitarsi della fermezza avuta.

Quanto al conte, don Francesco vi pensava con sdegno. Quegli non soltanto possedeva il suo segreto, ma aveva osato innalzare i pensieri sino a donna Livia, e per quanto questo amore fosse platonico, e la duchessa vi si mostrasse indifferente, pure tale idea bastava sola perchè il duca odiasse il cavaliere di Malta.

Se i suoi voti avessero potuto realizzarsi, il conte non sarebbe più ritornato; alle volte don Francesco diceva tra sè che i Musulmani avrebbero dovuto tornare ad assediar Malta, e tener occupati per lungo tempo tutti i suoi cavalieri.

Passeggiò un poco ancora pel viale attendendo donna Livia; poi, vedendo ch'ella non veniva, si diresse verso il palazzo mormorando:

Che diavolo è accaduto?… Convien dire che donna Rosalia stia male davvero, od abbia bisogno di lunghe consolazioni! Basta; ora ho fretta di maritar donna Maria; chè io non voglio lunghi preamboli…. Il principe ne è pazzamente invaghito…. Si soddisfi pure…. chè infatti ella è bella assai…. Per altro…. senza quel secreto, donna Maria con tutti i suoi vezzi l'avrei cardata fra quattro mura…. Vi sarebbe morta di rabbia, oppure per distrarsi vi avrebbe immaginato mille intrighi…. Eh la conosco! perversa, finta, vendicativa al massimo segno…. Quando sarà maritata, me ne aspetto delle belle…. Il principe è un imbecille…. basta, vi pensi lui….

Ed entrò in palazzo.

Nella gran sala terrena, che dava sul giardino, e le cui larghe invetriate erano ancora aperte, il duca vide, appena postovi il piede, la nutrice di suo figlio, che entrava da un'altra parte col bambino.

La buona donna a quell'incontro arrossì per la confusione. Ed infatti il duca co' suoi lunghi baffi, la sua aria imperiosa, il suo sguardo altiero non era un cavaliere da mettere a bell'agio.

La nutrice stava per ritirarsi senza parlare; ma, vedendo ch'egli si era accorto di lei, si trattenne.

—La signora duchessa, disse, mi aveva ordinato di condurle un momento il bambino prima di porlo a dormire.

Ed additava il fanciullo, che teneva fra le braccia avvolto in ricche vesti infantili. Era vezzoso assai; rassomigliava a donna Livia; solo aveva come il duca gli occhi nerissimi.

Don Francesco lo guardò un poco; degnò sorridere e lo accarezzò, vedendo ch'ei mostrava di riconoscerlo.

—Coricatelo, disse quindi alla donna; la duchessa per ora non verrà qui.

La nutrice obbedì tosto; certo non desiderava prolungarsi l'onore di quella conversazione.

Il duca entrò in un'altra sala, dicendosi: anche questo fanciullo avrà un giorno forse da pensare a coloro….

La duchessa non si era ingannata nel temere una disgrazia, nel credere necessario non perder tempo onde impedirla.

Donna Livia possedeva una intuizione pronta e sicura, colla quale aveva sempre preveduto che la sorella minore del duca non reggerebbe al colpo fatale.

Quella natura appassionata, generosa, ma esaltata e fanatica quasi, aveva sempre spaventato donna Livia; per questo non nutriva speranza, come lo aveva detto al conte di San Giorgio, l'ultima volta che si era trovata con lui, che giovasse preparar donna Rosalia al disinganno, persuaderla a poco a poco. Comprendeva che non voleva essere interrogata, e che agire nel modo consigliato dal conte avrebbe fatto arrossire la giovinetta, ed esacerbato forse le sue ferite, null'altro.

Vi erano in donna Rosalia dei contrasti di carattere, che non isfuggivano alla duchessa; una gran dolcezza, ed insieme una diffidenza selvaggia.

Donna Livia aveva compreso che alle ferite della sua giovane cognata ogni farmaco sarebbe riuscito vano: che forse ella aveva bisogno di abbandonarsi ad un eccesso di dolore, di disperazione.

Soltanto una crisi violenta poteva salvarla…. Ma la religione, assai viva in donna Rosalia, aveva sempre fatto sperare alla duchessa ch'ella mai oserebbe attentare a' suoi giorni.

Eppure per quale altro scopo poteva dirigersi verso il lago in quel momento?

Con tale idea donna Livia era corsa sulle sue traccie.

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L'impressione, che viene provata da chi, in mezzo ad un incendio, comprende non esservi più scampo alcuno, e dover tra poco perir nelle fiamme,—da chi, sorpreso in alto mare da un uragano impetuoso su d'una fragile barca, vede che questa sarà sommersa prima di toccar la riva,—da chi, fra una strage sente che, per essere risparmiato un momento, non otterrà se non che di penar più degli altri,—non può paragonarsi a quella cagionata in donna Rosalia da queste parole dei duca, indirizzate all'altra sorella:—Voi siete fidanzata; fra otto giorni sposerete il principe degli Alberi, che quest'oggi stesso mi ha chiesto la vostra mano;—perchè quelli si vedono innanzi la morte come panorama terribile, mentre ella invece vi guardò come all'unico mezzo per sottrarsi a spasimi orribili, ad angosce insopportabili.

Immaginò il principe e donna Maria sposi, felici!… Ah che mai ella avrebbe potuto vederli!… La sua ragione soccombette.

Il sangue le affluì al cervello con tal violenza, che lo sconvolse.

La fredda e dura voce del duca le aveva passato il cuore più di una lama avvelenata.

E si era diretta livida e palpitante verso il lago.

Prima di precipitarvisi, s'inginocchiò sulla riva; con lagrime disperate chiese a Dio di perdonarle.

La sua risoluzione era presa; pochi momenti ancora, ed ella non sarebbe più!

Ed intanto sua sorella si compiaceva pensando alla felicità vicina; e colui, che cagionava si violenta disperazione, fremeva di gioja all'idea che donna Maria sarebbe sua fra poco.

Sventurata!

La duchessa, che l'aveva perduta di vista un momento, respirò nel vederla in ginocchio; credette poter rallentare il passo, e leggierissimamente si accostò alla fanciulla. Si pose dietro un albero, vicino tanto a donna Rosalia, da potere al primo movimento di lei trattenerla…. Benchè fosse persuasa che la giovinetta era decisa a morire, pure volle attendere l'ultimo istante. Chi sa!… poteva al momento fatale indietreggiare…. Ma ella non indietreggiò!…

Con un gemito soffocato fece atto di precipitarsi nel lago. Quell'atto fu sì improvviso che, se la duchessa fosso stata meno pronta del lampo, non avrebbe potuto arrestarla.

L'afferrò con forza per le vesti, e la trasse a sè.

Donna Rosalia si volse spaventata. Chi poteva trattenerla così?…Riconoscendo donna Livia, diede in un dirotto pianto.

—Voi! mormorò tra i singhiozzi, e con amara ironia verso sè stessa, aggiunse: Oh infatti! niuno fuori che voi poteva interessarsi a me.

—Sì, io, che il cielo scelse per salvarvi.

—Perchè non mi lasciaste morire? Ma non potrete impedirmelo sempre.

E nel suo sguardo smarrito brillò un lampo tale di disperazione, che mise un brivido alla duchessa.

Eppure la morte non poteva spaventare la coraggiosa donna Livia.

Per qualche istante credette inopportuno ogni conforto; chè il voler troncare uno sfogo di dolore talvolta è interromperlo soltanto. Val meglio lasciarlo dileguare da sè.

Ella fissò in donna Rosalia i suoi begli occhi, che sembravano un riflesso del cielo, nel quali, attraverso le lunghe ciglia, pareva brillare un raggio sovrumano: ma non profferì parola.

Ed ebbe ragione; chè pel momento donna Rosalia non l'avrebbe nemmeno udita, sì grande era la sua esasperazione!

Finalmente cominciò a piangere con minor violenza; per quanto vivi sieno i trasporti del dolore, finiscono sempre per calmarsi.

Chi non muore guarisce.

Donna Livia comprese che poteva parlare.

—Sì, piangete, cara donna Rosalia, disse dolcemente alla fanciulla, e chiedete perdono a Dio di quanto volevate fare.

Donna Rosalia rabbrividì.

—Ma io sono pazza! esclamò, e Dio perdona ai pazzi!

—Lo eravate, ma più nol siete, voi riflettete ora… Fu in un istante di delirio che voleste privarvi di vita; ma non siete pazza, bensì responsabile in faccia a Dio delle vostre azioni. Ciò che avrebbe potuto perdonarvi in quell'istante di delirio, ora più non vel perdonerebbe.

La duchessa sapeva d'esser crudele parlando così; ma, con quella fanciulla d'indole esaltata, tal crudeltà era necessaria. La ragione su di lei non avrebbe potuto assolutamente nulla.

—Ohimè! mormorò, Dio non mi perdonerebbe?

—No, donna Rosalia, ed egli vi chiede che gli sacrifichiate il vostro amore.

La duchessa tremò nel profferir questi accenti, perchè nessuno aveva amato più di lei.

—Che glielo sacrifichi? mormorò amaramente donna Rosalia; eh non si può strapparmi il cuore!

Quella frase era un grido straziante.

Donna Livia ne fu profondamente commossa, eppure cercò serbarsi calma.

—Ditemi almeno che non vi dorrete più perchè non vi lasciai morire.

Donna Rosalia non rispose.

—Siete pentita?

Ella tacque ancora.

La duchessa continuò:

—Come mai voi, che tanto vi atterriste all'idea della collera divina, affrontata da vostro padre, come mai non vorrete evitarla per voi medesima? Non vi spaventa essa?

~ Ah sì! ma perchè mi diceste che non sono pazza?

—Perchè è vero. L'esaltazione non è follia, e voi vi rassegnerete.

—Giammai! esclamò ella, come se la passata febbre si riaccendesse.

—Quanti, proseguì donna Livia, che al pari di voi vollero togliersi la vita in un istante di disinganno, si felicitarono in seguito di non aver ceduto alla disperazione.

—Eh signora, voi non sapete quanto io soffro.

La duchessa fu per esclamare: Se sapeste quanto ho sofferto io!… ma quelle parole non varcarono le sue labbra, e le ridiscesero in cuore.

—Ah! se acconsento a vivere, continuò donna Rosalia, è soltanto per timor di Dio… che la vita per me sarà un fardello insopportabile!… Ed aggiunse con fuoco:

—Oh fosse insopportabile tanto da schiacciarmi tra breve sotto il suo peso!… Potessi presto morire senza un delitto!…

Indi prendendo la mano della duchessa, e stringendogliela convulsamente, con voce concitata, tremante:

—Se sapeste ciò ch'io penso, donna Livia, vi farei paura!… Mia sorella… donna Maria….

—Ebbene?

—Io la odio! Vorrei vederla infelice! Ah che anche vivendo non potrò salvarmi, la mia anima è perduta!… A che vivere dunque?

Il suo accento era sì cupo in quell'istante che donna Livia temette fosse per riprenderla l'antica tentazione. Ed esclamò:

—V'ingannate, quest'odio sarà fugace; la gelosia sola lo mise nel vostro cuore, e voi non siete colpevole per avervelo accolto, senza volerlo, soltanto cedendo alla natura.

La voce della duchessa era sì persuasiva, che impressionò vivamente donna Rosalia.

—Oh mio Dio! sarebbe vero? disse.

—Ma sì, certamente, non ne dubitate. Poi, proseguì donna Livia,—a cui il desiderio di vendetta lasciatole scorgere dalla fanciulla aveva additato altra via,—trovate in quest'odio istesso, trovate nella gelosia la forza di cui avete bisogno.

—Che volete dire?

—Di non lasciare scorgere a donna Maria le vostre pene; non vi sentite fremere all'idea di divenire per lei un oggetto di compassione?

Tali parole destarono il fuoco dello sdegno in donna Rosalia.

—Ah sì ella mi schernirebbe! esclamò; seco lui forse deriderebbe la mia sciocca passione!… Sì, donna Livia, vi comprendo.

La duchessa respirò; aveva condotto quella sventurata ove si era proposta.

—Grazie, donna Livia, che non mi lasciaste morire.

E lacrime soffocate le troncaron la voce.

Soffriva molto, ma era più calma.

Ah! pensò donna Livia, la credevo più dolce, ed invece vi è in lei alcun che della violenza del duca; ma è religiosa assai, e ciò la rattempra.

Dopo qualche istante di silenzio, donna Rosalia si volse alla giovine duchessa.

—Non voglio però mi crediate affatto stolida, cara donna Livia, le disse; se amai il principe, è perchè ei mi fece credere d'essere invaghito di me.

Ed il suo volto, abitualmente pallido, si fece di fuoco.

Ma la notte discendeva, e celava in parte quel rossore.

—Narratemi tutto, mia cara, le disse donna Livia facendola sedere a lei vicina sopra una panca di pietra.

Tale confessione l'attendeva, benchè non avesse voluto provocarla con domande.

—Oh voi sola mi amate, signora! Voi sola siete buona meco. Perchè non ebbi in voi maggior fiducia? Perdonate.

—Che dite? Vi comprendo.

Ella la ringraziò, stringendole le mani.

Ah sì aveva bisogno di un'amica indulgente!… Poi, a voce bassa e tremante, cominciò le sue confidenze:

—Quando l'anno scorso il principe degli Alberi venne a stabilirsi a Catania, per la morte dello zio, che gli aveva lasciato tutte le sue sostanze, fu tosto ricevuto da mio padre, il sapete. Donna Maria allora non era qui; da poco era partita con quella nostra cugina per Palermo, ove si trattenne sei mesi, vel rammentate?

—Certamente.

—Ah perchè lasciò Catania? Prima egli l'avrebbe amata, ma almeno non avrebbe lusingato me…. Il mio avvenire non sarebbe distrutto; perchè vedete, donna Livia, io potrò tentare di rassegnarmi, ma mai di amare un altro.

La duchessa non rispose; ella, che avrebbe voluto serbarsi fedele ad una tomba, non poteva trovare quelle parole insensate. Per quanto il suo carattere fosse superiore, per quanto ella fosse ragionevole, aveva amato con passione, era ancora giovanissima, sicchè le sue memorie erano sempre vive.

—Il principe, continuò donna Rosalia, cercava sempre d'incontrarmi, procurava vedermi. Io allora avevo molta libertà. Voi eravate al vostro castello un po' ammalata; don Francesco vi si recava tutti i giorni; tante volte vi si tratteneva la notte; il principe veniva da nostro padre anche alla sera, e sempre mi parlava. Io non lasciavo mai sfuggire occasione alcuna d'intertenermi seco, ei ne sembrava sì contento; con tanta insistenza me lo diceva…. Ah, donna Livia, credete voi ch'ei si sia preso giuoco di me?

—Non lo credo, non avrebbe ardito farlo.

—Allora dunque vuoi dire che….

Ed ella si arrestò…. Dal fremito della sua voce si comprendeva che essa si rifiutava al terribile ufficio di confessarla illusa…. Eppure non poteva arrossire dinanzi a donna Livia. La vezzosa duchessa, si altiera talvolta, era quella sera una giovane triste come lei, che non la giudicava, la compativa….

—Era incostanza adunque! sospirò dopo un istante donna Rosalia….Indi: E donna Maria l'amerà egli sempre?

—Non chiedete questo, rispose donna Livia. Dio solo lo sa. Voi perdonerete quando il primo impeto della passione sarà cessato…. E ditemi, vi fece il principe formali promesse?

—No; ma tante volte mi disse che ero bella, che…. E se ella fosso rimasta assente ancora, io ne sono certa, lo avrei sposato…. Una volta, mentre mio padre parlava ad un servo, e si era un poco allontanato, il principe mi si avvicinò, mi prese una mano, e baciandomela: donna Rosalia, mi disse, vicino a voi io sono felice….

L'emozione impedì alla giovinetta di continuare…. e la notte vietava scorgere le lagrime negli occhi della duchessa.

Con maggior calma e dopo qualche istante, donna Rosalia riprese:

—A che dirvi di più, donna Livia? Appena vide mia sorella, fu su di lei che arrestò i suoi sguardi;… donna Maria è di me più bella, ed egli si felicitò certo di non essersi impegnato maggiormente meco. Pensò fors'anco che io dovevo prendere per semplici galanterie le attenzioni usatemi, le sue dolci parole…. Voi ritornaste, ritornò don Francesco; il principe venne più di rado al palazzo…. Mai io sorpresi una parola d'amore a donna Maria; ma poco a poco egli diveniva indifferente per me. La gelosia mi faceva presaga della mia sventura…. Una volta però mi parve vederlo consegnare qualche cosa a donna Maria, certamente era una lettera: forse molte se ne scrissero…. lo comprendo ora… Il resto voi il sapete, voi, che qui mi seguiste, che prevedeste la disperazione, in cui mi avrebbero gettata le parole del duca a donna Maria…. Tutto vi è noto…

Questo racconto finì come era principiato, fra i singhiozzi.

—Oh, disse poi, n'è vero ch'io non fui una stolida, che non mi lusingai invano?

—No, rispose donna Livia, ed il principe, prima di gettare il turbamento in una fanciulla, doveva riflettere: egli ha indegnamente….

Donna Rosalia la interruppe, e con accento appassionato:

—Ohimè! esclamò, guardate: io odio donna Maria perchè accolse il suo amore sapendo, ne sono sicura, che io lo amava; perchè me lo rapì…. Egli è più colpevole di lei, il so; eppure io non posso sentire accusarlo…. Tacete, donna Livia, tacete…. E se un solo istante io lo vedessi, se mi parlasse, io tutto perdonerei, perchè lo amo ancora….

Quale contraddizione era questa? La duchessa pensò che donna Rosalia non si sarebbe mai consolata….

Lo sdegno soltanto può uccider l'amore.

La giovinetta continuava:

—E l'idea che mia sorella sarà sua sposa mi uccide!

Nascose il volto fra le mani, e dopo qualche tempo:

—Però sono pentita, donna Livia: fate che nessuno, tranne voi, conosca la mia debolezza. Cercherò rivolgermi a Dio, espiare i miei delirj in un monastero.

—Che! volete farvi religiosa?

—Sì. In un chiostro soltanto potrò sopportare il mio destino…. Ebbi torto di non pensarvi prima di voler morire…. Ma, poichè voi mi avete salvata, sarò in tempo ancora…. È l'unica esistenza, cui possa rassegnarmi…. Se mi trovassi ancora con lui, con loro, non potrei resistere…. La mia ragione si smarrirebbe nuovamente….

La tristezza di queste parole era sì profonda, sì amara che la duchessa ne fu atterrita….

Prima ch'ella rispondesse, donna Rosalia proseguì:

—Non ditemi di riflettere, cara donna Livia: ho riflettuto. Soltanto nel servire Iddio posso trovare qualche pace; per lui solo vivrò…. Ah nessuno fu di me più infelice!…

La duchessa l'abbracciò, ed ella di nuovo pianse.

—Mia cara, pensate ai tanti sventurati, che vivono sulla terra; riflettete che la vita è breve, anche se non viene troncata prima del tempo…. Riguardatela come un luogo di passaggio, di prova…. È il meglio che possiate fare…. Anche i più felici devono poi lasciarla!… lasciar con essa persino le rimembranze di ogni gioja, di ogni felicità…. Amori, delirj, tutto passa, donna Rosalia, tutto finisce….

—Oh, esclamò la fanciulla, un istante di felicità vale un'esistenza intiera!

La duchessa si scosse: forse anch'ella lo aveva pensato!… Era più che commossa! Ma quel suo turbamento durò poco: eppure quanti affanni non si sentiva in cuore! Donna Rosalia almeno aveva un solo pensiero…. Ella invece delle consolazioni sì; ma quanti affetti contrarj, quanti ricordi penosi, quante inquietudini!…

—Ah! continuò la sorella del duca, io non posso più pensare a lui! Quando sarò consacrata a Dio, spero staccare questo amore dal mio cuore. Io devo offrire al cielo un animo puro, o mi sforzerò di purificare il mio…. Deh fate, donna Livia, che domani istesso mi si mandi in un monastero! Io non voglio essere qui in questi giorni; ne morrei!…

—Farò il possibile per ottenerlo; ma se vi si vede entrar subito in monastero, se ne indovinerà il motivo… Non desiderate voi tenerlo celato?

—Vorrei che don Francesco annunziasse che già da qualche tempo io avevo chiesto di farmi monaca…. Se ei dicesse così, donna Maria non dubiterebbe…. Non oserei chiederglielo io stessa…. D'altronde non me l'accorderebbe…. Ma voi lo otterrete forse…. Parlategliene subito….

—Lo farò questa sera, appena verrà da me.

—Grazie…. Ah! ch'ei non sappia che io volevo uccidermi….

—Nessuno il saprà mai, lo giuro!

—Nemmeno il mio padrino?

—Nemmeno lui.

—Gli direte di venirmi a vedere al suo ritorno.

Donna Livia sospirò.

—Al suo ritorno!… Ah qual sarà esso!…

—Temete voi?

—Sì temo, lo confesso, ma non sono pentita…. Basta, vedremo.

—Oh mio Dio! qual anno fatale!

Indi con qualche vivacità, prendendo una mano della duchessa:

—Se io, mormorò esitando, vi chiedessi di dire al principe qualche parola di me, lo fareste voi?

Donna Livia rimase attonita.

—A che gioverebbe?

—A nulla il so…. Ma non vel dissi? io lo amo ancora!… assai io amo…. Vorrei che almeno avesse per me un pensiero!…

—Ma allora il vostro desiderio di nascondere la passione che v'ispirò….

—Desidero nasconderla agli altri, a mia sorella soprattutto…. Ma a lui…. Ah egli sa bene che io l'amo! A donna Maria non dirà nulla: non dirà nulla ad alcuno…. Promettetemi….

L'animo sensibile della giovane duchessa la esortava a non respingere quella preghiera…. Il principe meritava del resto dei rimproveri. La sua condotta, leggiera soltanto agli occhi dei più, appariva indegna a donna Livia; ma quel fondo di alterigia, che vi era in lei, la faceva ripugnante assai a soddisfar donna Rosalia.

—Una sola parola, supplicò questa piangendo…. Ditegli soltanto che io gli perdono.

La duchessa non resistette.

—Vo le prometto, rispose, senza sapere quasi a che s'impegnasse.

—Oh grazie! In bocca vostra tali parole nulla avranno d'umiliante per me…. Forse desteranno in lui qualche impressione…. soddisferanno l'ultimo desiderio di una sventurata…. l'ultima sua follia!…

Tal desiderio sembrava davvero follia a donna Livia. Ella non lo comprendeva; non comprendeva come quella fanciulla potesse amare ancora il principe dopo ch'ei l'aveva abbandonata, disprezzata… Eppure donna Rosalia non mancava di fierezza. La sua natura era davvero affatto particolare…. Ma quanta passione in essa!… Quanta abnegazione in quell'amore!…

«Oh, pensò donna Livia, sua sorella la vendicherà…»

Un servo, che si avvicinava con una lanterna, interruppe quel colloquio.

—Il signor duca, disse inchinandosi, le invita a rientrare perchè incomincia a piovere.

Donna Livia si alzò; così pure donna Rosalia. Entrambe seguirono il servo, che le precedeva colla lanterna.

Il cielo si era infatti annuvolato d'un tratto, e la pioggia cominciava a cadere.

Le due giovani non se ne erano avvedute. Entrarono anch'esse nella gran sala terrena. Là il servo fu congedato.

—Vado nella mia camera, disse donna Rosalia prendendo un lume: parlate senza indugio a don Francesco, ve ne prego.

Strinse la mano della duchessa ed escì.

Donna Livia rimase un istante pensierosa. La disperazione di donna Rosalia, il suo tentativo d'uccidersi, i suoi detti l'avevano non soltanto vivamente commossa, ma avevano risvegliato benanco nel suo cuore mille ricordi….

Cercò soffocare tale emozione; ella tormentata da tante altre preoccupazioni, ella, che della vita conosceva la triste realtà….

Salì al suo appartamento. Le sue vesti erano umide per la pioggia; le cangiò con un ricco abito da camera. Si soffermò un istante a guardare suo figlio, che dormiva; indi recossi in un gabinetto tappezzato di velluto azzurro, e nel quale si tratteneva quasi sempre quando era in città.

Fu un momento per far chiedere del duca, ma poi pensò che sarebbe venuto egli stesso….

Ed attese….

Chi avesse veduto quella sera la giovane duchessa mentre ora sola nel suo gabinetto, seduta in un vasto seggiolone, pensosa ed immobile, avrebbe compatito il povero conte di San Giorgio se non poteva staccarsene dal cuore l'immagine, compreso perchè il duca le avesse perdonato la distruzione della pergamena.

Molte donne l'avrebbero invidiata; nessuno forse avrebbe creduto che quella giovane vezzosa avesse altravolta formato il divisamento di vivere sempre sola, e che ora potesse sentirsi infelice.

Ella non attese molto il duca: di lì a poco egli entrò.

Si assise vicino a donna Livia colla solita serietà, senza profferire parola, ma dopo qualche tempo:

—Che avvenne? le chiese….

—Vostra sorella era svenuta; mi occorse molto tempo a farla risensare; quindi volle trattenersi in giardino a respirare un po' d'aria.

—Ah vedo! Ed ora dov'è!

—Nella sua stanza.

Si arrestò un istante, indi:

—Devo parlarvi, disse.

—Di donna Rosalia?

—Di lei appunto.

L'argomento non era dei più divertenti pel duca, ma pure era curioso di saper qualche cosa; sospettava una crisi, che dovesse sbarazzarlo anche dell'altra sorella, e quasi prevedeva la verità.

—Parlate, rispose.

—Donna Rosalia desidera consacrarsi a Dio.

—Ottima risoluzione!

La duchessa, era sicura che don Francesco non si opporrebbe a che sua sorella minore entrasse in un monastero, chè sempre aveva accarezzato l'idea di mandarvele tutte e due.

—Vuole, riprese donna Livia, farlo al più presto.

—Dopo il matrimonio di donna Maria la soddisferò.

—Ella desidererebbe fosse prima.

—Ah vedo!… comprendo, perchè ama il principe degli Alberi, non è così?

~ Che? voi sapete….

—Certamente: credete che non m'avvegga di nulla io?

E sorrise tra l'ironia e l'amarezza guardando attentamente donnaLivia.

Ella si turbò, benchè nulla ne apparisse.

Che! sospetterebbe mai il duca della missione affidata al cavaliere diMalta?…

Ma no! ciò era impossibile, che allora non avrebbe taciuto sin là.

Comprese che tali parole di lui doveva prenderle soltanto come uno di quei rimproveri velati, che non mancava mai di darle quando se ne presentava l'occasione.

E con calma rispose:

—Mi fa meraviglia poichè credevo tale amore segreto.

Ella non immaginava che il duca avesse appreso dalla bocca del conte al castello ciò che voleva far credere aver indovinato per penetrazione. Indi:

—E perchè se lo sapevate, gli disse fissandolo a sua volta con una certa arditezza e con qualche sdegno, perchè annunciaste in quel modo sì secco dinanzi a lei che il principe vi aveva chiesto la mano di donna Maria?

Egli alzò le spalle.

—Eh, signora, non lo avrebbe forse saputo egualmente?

—Infatti, mormorò donna Livia.

E pensò che forse la reazione cagionata in donna Rosalia dai pochi riguardi del duca aveva prodotto una crisi pericolosa, ma necessaria, che, grazie all'intervento di lei, era finita in modo salutare.

E volgendosi al duca:

—La soddisferete dunque presto, come ella lo desidera?

—No.

—Perchè?

—Perchè questa improvvisa risoluzione, effettuata proprio appena combinato il matrimonio di donna Maria, darebbe luogo a strani commenti, s'indovinerebbe il vero; ed io non voglio che una mia sorella divenga soggetto ad una ballata sentimentale.

E con indifferenza, tratto dalla cintura il suo pugnale, si mise ad esaminarlo facendovi passar sopra le dita.

Donna Livia era abituata a que' suoi modi.

—Forse avete in ciò ragione, disse; pure io comprendo che ella soffrirebbe molto se fosse costretta a trovarsi qui in questi giorni.

—Suo danno! Non doveva scaldarsi il cervello…. Una fanciulla savia, signora deve aspettar ad amare quando le viene presentato un marito…. Ella non deve sceglierselo….

Se la duchessa era fina, il duca non era certo uno sciocco.

Ed ella comprese bene ciò ch'egli intendeva con questo, ma non si arrestò per quanto quei sarcasmi, cui del resto si era attesa, non le riescissero indifferenti.

—Io le ho promesso evitarle tal pena, disse; e se non volete che entri questa settimana in un monastero, spero non mi negherete che la invii al castello per questi giorni… Manderò con lei nostro figlio, ch'ella ama molto, e che le servirà di distrazione. Che ve ne sembra?

—Che voi siete sempre feconda in ritrovati, signora.

E vedendo donna Livia farsi alquanto seria:

—Ma quale motivo addurre? aggiunse placato.

—Ch'ella da qualche tempo aveva divisato farsi religiosa; che perciò non può assistere a delle cerimonie, nelle quali del resto una fanciulla sì giovane sarebbe fuori di luogo….

Ella desidera molto che voi diciate questo a donna Maria.

—Cosa vuole? che io menta per assecondare i suoi capricci?

—Oh, signore, non vi credo poi tanto scrupoloso!

Fu la volta del duca ad annuvolarsi…. Ed il cavaliere dell'Isola, che senza alcun diritto, lo sapeva benissimo, voleva spogliare, gli apparve tosto dinanzi; ma di quel maledetto affare, com'ei lo chiamava, non voleva più parlare colla duchessa per non udirsi rispondere freddamente, come al solito, che mai lo avrebbe approvato….

—Bene, bene, disse poi, mandatela pure al castello.

—Direte a donna Maria….

—Sì, sì; ma sembrami che di ciò basti.

E col suo pugnale, che teneva ancor fra le mani, si mise a scherzare col cordone d'argento, che ratteneva la veste di donna Livia.

Ella si alzò.

—Dove andate? le chiese.

—Da donna Rosalia per dirle che acconsentite a soddisfarla: una tale attenzione le è dovuta.

—Mandate una delle vostre donne a vedere come sta; è inutile andiate voi stessa.

—Oh che dite? io sola era presente quando svenne.

E, prendendo dalla tavola un candelliere d'argento cesellato, si allontanò.

Il duca si sdrajò nella sua seggiola. «Donna singolare! disse; ma, tranne lei, nessuna mi piace.»

Poi bestemmiando:

—Oh mi toccherà attenderla un pezzo, lo prevedo!

Dopo qualche momento di riflessione si alzò e fece un giro pel gabinetto.

Per la prima volta forse ei vi si trovava solo. La duchessa non lasciava quasi mai quel gabinetto, che era come il suo santuario, ed era sempre con lei ch'egli vi si tratteneva.

Guardò qua e là, e scorgendo dei libri su di un tavolino andò ad esaminarli….

Vi erano varj volumi riccamente legati; vi si trovava Virgilio nel suo testo latino, lingua ancora in voga in Italia, e che la duchessa conosceva perfettamente; eravi Plutarco, le lettere di Plinio, un libro dei Vangeli ricco d'immagini e molti altri….

Ciò non poteva sorprendere il duca. Donna Livia aveva ricevuto una educazione affatto eccezionale non soltanto per quell'epoca, nella quale le più illustri dame non erano molto dotte, ma anche superiore per ogni tempo.

Il marchese Del Faro, di lei padre, era un vecchio scienziato, che profondeva la maggior parte delle cospicue sue rendite in radunar libri preziosi ed antichi, in soccorrere letterati, e trattenere ad un castello solitario vicino a Messina dotti teologi, distinti poeti e religiosi di gran sapere.

Aveva allevato donna Livia, rimasta priva della madre ancor bambina, più come un muschio che come una fanciulla. Egli stesso le poneva fra le mani i classici greci e latini, i poemi più in voga, compiacendosi della grande facilità di comprensione, ch'ella addimostrava.

Giovinetta ella assisteva a discussioni teologiche, allo svolgere di tesi filosofiche e scientifiche, a discorsi letterarj; ascoltava i commenti che si facevano sugli autori; insomma nulla aveva donna Livia di comune, per l'intelligenza e per gli studj, con quelle timide fanciulle, che passavano i giorni a trapuntare gli arazzi, a ricamare le sciarpe pei loro fidanzati.

E certa fermezza di volontà, certi istinti un po' maschili, che in lei si univano alla più squisita delicatezza di sentire, si erano, per dirla, alquanto sviluppati.

Donna Livia era dunque molto istruita, benchè mai facesse la saccente, che troppa finezza aveva, troppo tatto per imitare quelle donne, che si atteggiano a professori, anche quando ne sanno poco.

Delle sue cognizioni si giovava onde saper escire dalle situazioni difficili, e degli studj, della lettura per occupare lo spirito, e ricreare la sua solitudine.

Il duca suo marito era dottissimo: perciò si era cattivato il marchese del Faro. Don Francesco aveva molto ingegno, uno spirito pronto, che talora volgeva all'aspro, al mordace.

Anch'egli nulla aveva di comune coi cavalieri del tempo, tranne la passione per la caccia, per le armi. Aveva fama d'essere la prima spada di Sicilia.

Egli era stato allevato da un benedettino di gran dottrina, che, a forza di volerlo approfondire nei dogmi della fede, aveva finito per render lui, portato per natura alla diffidenza più eccessiva, uno dei signori più increduli del suo tempo.

Il duca studiava ancor molto perchè nessuno potesse prenderlo in fallo. Era fra gli ammiratori più appassionati di Machiavelli, scrittore allora recente. Quello storico, quel politico, che insegna ricorrere ad ogni mezzo quando può condurre allo scopo, doveva piacer molto al duca.

Di tali massime egli era convintissimo; ne aveva dato una prova nella condotta tenuta verso i parenti spogliati.

Alle volte, ad onta del suo sapere, trovava però che il marchese del Faro aveva allevato donna Livia in modo forse un po' eccezionale, e soprattutto abituatala troppo a far la propria volontà. Eppure era così che gli era piaciuta quando si era trattenuto a lungo in casa del marchese prima di sposarla.

Però egli si era proposto, quando fosse divenuta sua moglie, di cangiarla, e vi si era provato tenendola in qualche soggezione.

Ma donna Livia, che in certe cose si uniformava senza commenti e quasi con indifferenza a' suoi voleri, che acconsentiva a viver sempre ritirata, non era su certi punti meno ferma di lui.

Nondimeno ella sapeva piegarsi quando la necessità lo richiedeva; per questo aveva desistito dal contrastargli apertamente nell'affare della pergamena, e tentato riparare in segreto a quella grave ingiustizia.

Ed il duca, che avrebbe reso prestissimo schiava qualunque altra sposa, non poteva umiliar donna Livia: e si era convinto che bisognava rassegnarsi e prenderla tale qual era.

Dopo aver dunque, esaminato in quella sera diversi volumi con quell'aria burbera, che gli era tutta particolare, notò che un cordone nero stava per segno in uno di essi.

Il libro era l'Inferno di Dante; la pagina segnata quella ove il poeta racconta della Francesca da Rimini.

Era combinazione? oppure?…

Che? mormorò il duca; donna Livia ha bisogno di meditar questo canto, dove si parla delle pene, che attendono una sposa infedele?… Od è per vaghezza che vi si trattiene?… Che vuol dir ciò? Non è ella indifferente per tutti?… Che io non la comprenda bene…. E l'amore poetico del cavaliere di Malta potrebbe mai finire per commuoverla?.. Ah! egli accarezzò le sue idee filantrope…. mostrò aver compassione di donna Rosalia, della quale non credo poi gl'importasse molto…. Ma, no! non ho io udito?…

Ed ora che fa? Ella sa però che io l'attendo…. Si prenderebbe giuoco di me?… Preferirmi la conversazione di donna Rosalia?… Oh non soffrirò poi questo!…

E fece un passo verso la porta.

Donna Livia rientrava in quell'istante.

Aveva trovato donna Rosalia in lagrime sul suo inginocchiatojo. Dopo averle detto che il duca la soddisferebbe, dopo qualche parola, che la consolasse senza ferirla, l'aveva lasciata pensando che la solitudine e la preghiera erano i migliori rimedii per lei.

Ma non si era affrettata molto a ritornare.

Vedendola il duca si calmò.

—E così donna Rosalia?

—Sta meglio e vi ringrazia.

S'avvide del libro che il duca teneva fra le mani, della sua affettazione nell'esaminarlo; riconobbe quel libro e credette indovinare, ma non mostrando accorgersi di nulla, andò a rimettere al loro posto i volumi, che don Francesco aveva gettati sossopra.

Il duca avrebbe preferito essere interrogato; ma, vedendo che ella non lo farebbe, si decise a parlar lui.

—E…. vi piace molto, signora, questo passo? Vedo che lo segnaste….

—Lo segnai unicamente perchè fui interrotta mentre stavo leggendo, rispose la giovane duchessa.

—È bellissimo.

—Certamente.

—Mi pare…. mi pare che l'amante di questa sciagurata fosse fratello al marito… Fratello… o cugino?..

L'insistenza, che da qualche tempo ei poneva a parlare del conte di San Giorgio, fece comprendere a donna Livia il perchè di questa domanda…. Dunque di tutto sospettava…. Ella era veramente un po' indignata.

—Fratello, rispose con indifferenza; ma credo il sappiate al pari di me.

—Non me ne rammentavo.

—Vi credevo maggior memoria.

Ella non sembrava dare a quell'incidente importanza alcuna.

—Pensate voi, riprese il duca, che, se questa Francesca da Rimini si fosse attesa a venire uccisa, si sarebbe trattenuta?

—Come volete che lo sappia? Certo io non l'ho conosciuta….

E la duchessa non dissimulò intieramente un leggiero moto d'impazienza; chè alle volte egli era un po' nojoso.

Don Francesco notò quel moto, ma proseguì:

—Vi chiedo la vostra opinione in proposito.

—La mia opinione, signore, è che le minacce non arrestano mai una donna quando vuole errare; e che sono inutili con chi sa condursi da sè.

—Meno ardire, donna Livia, fece il duca tra la celia e la collera.

—Che? mi chiedete ciò che penso; io ve lo dico.

—Ma è davvero quanto pensate?

—Ne dubitereste?

—Che so io? Voi siete una dama di tanto spirito….

Donna Livia parve offesa e fece per escire.

Infatti quella sera il duca era stato un po' troppo mordace.

—Ho scherzato, cara donna Livia, diss'egli con una grazia ironica eppur tenera, quale spesso soleva prendere con lei. ……………………………………………………….. ………………………………………………………..

Otto giorni dopo spuntava l'aurora del dì, che doveva unire il principe a donna Maria.

Come dire degli strazj, a cui doveva essere in preda la povera fanciulla, che tanto lo aveva amato?

Certo le era d'uopo di tutta la sua fede, di tutta la sua religione, per non essere presa ancora dal funesto proposito di togliersi la vita.

La duchessa l'aveva ella medesima condotta al suo castello sin dal dì seguente al colloquio da lei avuto col marito.

Ve l'aveva lasciata con suo figlio e colla fidata governante, ingiungendo a questa di vegliare sulla sorella del duca continuamente, dicendole che soffriva di convulsioni ed era necessario non perderla di vista; aggiunse facesse in modo ch'ella non s'avvedesse di una tale sorveglianza poichè se ne sarebbe atterrita.

Donna Livia aveva fatto ciò per una precauzione di più; ella era persuasa che donna Rosalia, fattasi ragionevole si era rassegnata a vivere.

La duchessa provava per lei una compassione profonda, un affetto sincero, mentre sentiva per donna Maria una specie di ripugnanza; e tal ripugnanza non era nuova. Mai ella aveva potuto amare la bella fidanzata del principe; la loro antipatia era reciproca; solo donna Livia non aveva mai tentato nuocere alla cognata, mentre invece questa si era provata a perder lei.

La duchessa si rammentava la promessa fatta a donna Rosalia, e benchè di contraggenio si proponeva di adempirla; ma ciò era difficile.

Ella non voleva certo essere udita da donna Maria e neppure dal duca, sempre sì pronto al motteggio. Perciò aveva deciso attendere il giorno del matrimonio: in mezzo alla gente, che non si mancherebbe d'invitare per le nozze, troverebbe bene un momento per parlare al principe da sola a solo.

Era il primo di maggio. La campagna già ridente pareva invitare alla gioja: un sole splendido e puro sorrideva a donna Maria ed al suo fidanzato.

All'ora stabilita il principe degli Alberi pallido, commosso, ma felice entrò, seguito da diversi parenti, nella gran sala terrena del palazzo del duca.

Era vestito con magnificenza: portava al collo una grossa catena d'oro, ed aveva l'elsa della spada tempestata di gemme.

Fu ricevuto da don Francesco, il quale era pure vestito assai riccamente, benchè, seguendo il suo costume, in modo alquanto severo. La sua spada, come quella del principe, scintillava di gemme all'impugnatura.

Gl'invitati non erano numerosi. Don Francesco aveva preso pretesto dalla morte ancora recente del padre per non celebrare le nozze con soverchio chiasso.

Finalmente entrò la sposa accompagnata dalla duchessa.

Donna Maria era divina; mai il suo sorriso era stato più seducente, i suoi occhi più scintillanti.

Un magnifico abito di raso bianco ricamato in oro, i giojelli che l'adornavano, l'acconciatura elegante, il candido e finissimo velo, che formava come una fantastica nuvola intorno al di lei volto, facevano risaltare maggiormente la sua rara bellezza.

La duchessa portava un vestito di raso azzurro ricamato in argento. Quel vago colore armonizzava coi suoi begli occhi; ella era adorna di grossissime perle di un gran prezzo, che s'intrecciavano a' suoi capegli, e le circondavano il collo bianco ed elegantissimo.

Quel vestire dava maggior risalto alla grazia voluttuosa ed insieme severa, che formava il fascino principale di donna Livia, un fascino che le era tutto particolare, e che anche le più belle non possedevano.

Sembrava un po' seria, ed era facile comprendere che assisteva a quella cerimonia per pura formalità.

Il principe si avvicinò quasi tremante alla bella donna Maria, che gli sorrise come sapeva sorridere.

Come l'ama! pensò la duchessa. Indegno! E quella povera ragazza…

Il duca, che certamente non si divertiva molto e voleva affrettarsi, disse che si poteva recarsi tosto nella cappella del palazzo ove tutto era pronto.

E così si fece.

La cerimonia religiosa fu molto lunga.

Al ritorno dalla cappella donna Maria si appoggiava al braccio del giovane principe, che sembrava quasi non poter sopportare l'eccesso della felicità.

Il duca lo guardava sott'occhio un po' ironicamente: egli, che sì bene conosceva donna Maria, non poteva certo essere senza dubbj sull'avvenire del cognato.

Vedendo quegli sposi così sorridenti, pensava alle sue nozze con donna Livia ben diverse da queste; fatte quasi in segreto, sotto gli occhi del marchese del Faro moribondo: nozze tristissime, eppur tanto desiderate da lui.

L'amore per donna Livia era veramente l'unico affetto, ch'egli avesse avuto mai: ma tale affetto era grande davvero! Sembrava che un genio onnipossente lo avesse gettato in quel cuore orgoglioso per mitigarne la durezza.

Gl'invitati erano tutti vecchi, comprese le poche dame, che si tenevano diritte ed impacciate nei loro ricchi abbigliamenti.

Donna Maria e la duchessa parevano due rose smarrite in un gineprajo.

Appena la comitiva fu di ritorno in palazzo suonò il mezzo giorno: e quasi subito entrarono in una magnifica sala, ove venne servito un pranzo sontuoso.

Ma l'atmosfera era per così dire fredda, glaciale. La conversazione languiva: nondimeno quel pranzo fu di una lunghezza interminabile, tanta era la copia dei cibi, delle bevande, delle pasticcerie. Il principe e donna Maria, seduti l'uno vicino all'altro, sorridevano soli.

Forse il contegno del duca, sempre freddo ed altiero, contribuiva a mantenere in tutti una cerimoniosa etichetta.

Tuttavia i brindisi ai nuovi sposi non mancarono, ma non poterono destare l'allegria ed il chiasso.

Dopo il convito, che terminò quasi a sera, tutti si recarono in una magnifica sala illuminata con molta splendidezza, uve numerosi servi vestiti sfarzosamente giravano dì continuo con bacili d'argento carichi di rinfreschi e di confetture.

Il duca parlava con diversi gentiluomini; donna Maria era accerchiata dai parenti del principe; la duchessa credette giunto l'istante di attenere la promessa fatta a donna Rosalia.

Si assise sola in un canto dell'ampia sala; il principe era li vicino, ma donna Livia non sapeva ancora decidersi.

Forse, forse non lo avrebbe potuto; quella sera sentivasi inquietissima.

Non sarebbe ella stata più felice, pensava, sola, ricca, padrona di sè, anzichè in quella casa insieme a persone, che tanto da lei differivano? con un marito, che l'amava molto, ma sì ostinato, sì sospettoso; per rimediare alla colpa del quale le era occorso adoperar mezzi segreti, di cui attendeva il risultato senza terrore, ma con apprensioni, che il carattere violento del duca giustificava pur troppo?

Ed ora, per soddisfare ai desiderj di una sventurata fanciulla, doveva fare un passo, che le riesciva oltremodo penoso.

Eppure non era giusto dir qualche cosa al principe di donna Rosalia?

Ma in quel giorno non sembrerebbe una insinuazione contro la giovine sposa, a cui, lo comprendeva, ella era odiosa!… che ella conosceva perfettamente, che non stimava? e della quale perciò appunto le sembrava più indegno di lei tentare, anche con una sola parola, di turbare la felicità?

Era per bontà di cuore ch'ella aveva promesso senza riflettere; e nessuno, donna Livia aveva troppo buon senso per non comprenderlo, nessuno gliela avrebbe creduto.

Ah le abbisognava molta forza d'animo, tutta la sua ragione per mantenersi in una situazione tanto difficile!

Povera duchessa! esitava ancora; forse non si sarebbe mai risolta, ma le sue esitazioni il principe istesso doveva troncarle.

Gli era sembrato durante il pranzo che donna Livia lo guardasse con una insistenza affatto nuova in lei, e siccome egli non era senza rimorsi e senza inquietudini, dacchè aveva inteso che donna Rosalia si faceva religiosa, si era chiesto se mai ella avesse parlato, e se ciò potrebbe nuocergli nello spirito di tutti, di donna Maria istessa.

Sì poco conosceva donna Rosalia, sì poca memoria serbava della impressione da lei fatta sopra di lui, che soltanto per conto proprio se ne preoccupava!

Infine io non le feci promesse, dicevasi; ciò bastava a tranquillare la sua coscienza.


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