Amava un'altra, l'adorava; era scusa sufficiente dinanzi a sè stesso.
Sapeva che la duchessa aveva per donna Rosalia dell'affezione.
Il principe non conosceva molto a fondo la famiglia Dell'Isola. L'animosità fra le due sorelle, ch'egli aveva accresciuta ma non fatta nascere, in faccia sua non si era mai dimostrata. L'etichetta l'aveva sempre dissimulata a' suoi sguardi. Per questo credeva in buona fede che donna Maria nulla sapesse delle galanterie usate da lui in passato alla sorella minore, e che sapendolo avesse a dolersene. L'amore per lei gli sarebbe una grande scusa, è vero; ma appunto perchè quell'amore era grande, egli la credeva delicata e buona.
La duchessa sola forse, diceva tra sè, sa qualche cosa; vorrei fare in modo ch'ella, tacesse con tutti… col conte di San Giorgio soprattutto, che tanto ama donna Rosalia…. Al suo ritorno da Malta potrebbe…. Basta, proverò ad interrogar donna Livia, e mi regolerò secondo le sue risposte…. Ella è lì sola.
E le si avvicinò senz'altro.
—Vi ringrazio, duchessa, le disse, della, bontà che aveste per noi in questi giorni. Perdonate le noje, che vi cagionammo.
—Non mi dovete ringraziamento alcuno, principe, e godo nel vedervi felice.
Donna Livia non sapeva proprio risolversi, ed il principe, udendo quelle sue parole, pensò che nulla sapesse. Per questo si fece più ardito, e per essere intieramente tranquillo interrogò addirittura:
—E donna Rosalia è tuttora al vostro castello, duchessa?
Attendeva un po' impensierito:
Donna Livia si decise.
—Sì, rispose; vi sembra forse strana la sua assenza?
E fissò in lui quello sguardo profondo, che sembrava aver il dono di leggere nei cuori. Ella era un giudice, cui era difficile non rispondere.
Il principe si turbò; che feci? disse tra sè…. Ella sa tutto; basta, mi scuserò….
—Sì, mormorò un po' esitante.
—E tale assenza getterebbe mai qualche ombra sulla vostra gioja, principe?
—Vi comprendo, duchessa, e desidero giustificarmi. Confesso che la mia condotta verso donna Rosalia fu un po' leggiera, ma non vorrei mi credeste più colpevole che nol sia. Non ho a rimproverarmi che qualche parola irriflessiva. E non feci alcuna promessa;… chè altrimenti, son cavaliere, non avrei ardito mancarvi.
E senza lasciarle tempo di rispondere:
—Pregate donna Rosalia a perdonarmi, aggiunse.
—Ella vi ha già perdonato, principe; e desidera che il sappiate; lo desidera ben vivamente, se mi risolvo dirvelo in questo giorno.
—Ringraziatela per me; e voi, duchessa, compatitemi…. Oh se sapeste quanto amo donna Maria!… Dal dì in cui la vidi, compresi che sino ad allora non avevo amato, che mi ero ingannato sui miei sentimenti per donna Rosalia…. Tutto per me divenne indifferente fuorchè quella, che ora è mia sposa.
—È perchè comprendo questo che risposi alle vostre domande circa a donna Rosalia, chè altrimenti mi avrebbe ripugnato gettare un germe d'amarezza nell'animo vostro… Forse anche quella fanciulla fu troppo facile a lusingarsi, ma ora, lo spero, troverà nella vita religiosa la pace.
—Lo voglia il cielo! disse il principe.
Egli era più leggiero che cattivo, eppure quanta indifferenza, quanto egoismo nel modo, con cui profferì queste parole!
La duchessa ne provò un senso di disgusto. Se donna Rosalia lo udisse! pensò.
—Sono lieto nel vedermi compatito da voi, duchessa, continuava egli: guardate, per darvi un'idea del mio amore per donna Maria, vi dirò che, se mi si costringesse a scegliere tra la vita, che io conduco, invidiata da molti, ma privo di lei, ed una esistenza oscura ignorata, divisa colla mia sposa, non esiterei nella scelta.
Donna Livia non rispose…. Ah era così ch'ella aveva amato un giorno….
—E, chiese il giovane, il duca non saprà nulla certamente di….
—No, e ciò il dovete a donna Rosalia.
—Ah! disse il principe arrossendo un poco, povera donna Rosalia! ma spero si consolerà!… Temevo, proseguì con qualche titubanza, che si venisse a conoscere da qualcheduno…. che donna Maria istessa potesse sapere…. Certamente ella mi rimprovererebbe… ne sarebbe dolente….
E si arrestò confuso.
Quale illusione! Ma la duchessa era troppo delicata per farla cadere.
—Certamente, rispose.
Quella menzogna era pietosa. Donna Maria non avrebbe creduto sì generosa la moglie di suo fratello.
—Perdonate, duchessa, continuò il principe, se ho osato prendermi la libertà d'interrogarvi…. siete tanto gentile!
—Non mi dovete alcuna scusa. Donna Rosalia conoscerà il vostro pentimento; poi ella vi ha già perdonato colla maggiore abnegazione.
—Grazie, duchessa, delle vostre parole: esse mi fanno bene…. Sono più tranquillo.
Era più tranquillo perchè era sicuro del silenzio.
Se io fossi in donna Rosalia, pensò la duchessa, non avrei più un pensiero per lui….
Egli stava, per allontanarsi quando vide il duca fermo a qualche passo, che lo guardava attentamente.
Certo non poteva essere geloso di lui in quel giorno, pure parve poco soddisfatto nel trovarlo vicino a donna Livia.
Si accostò senza parlare.
Il principe credette necessario spiegare il perchè del suo colloquio.
—Stavo ringraziando la duchessa, disse, delle gentilezze usateci, e ne ringrazio voi pure, duca.
—Oh immaginatevi!
Il principe si allontanò.
—Che vi diceva? domandò il duca a sua moglie; non credo già gli abbiate parlato di donna Rosalia…
—Me ne parlò egli; mi chiese se era tuttora al castello.
—Che stravaganza è questa?
E raggiunse di nuovo gl'invitati.
La duchessa dopo un momento fece altrettanto.
Ella pensava, che donna Maria, occupata a prodigare parole gentili e sorrisi a' suoi nuovi parenti, a riceverne le congratulazioni, gli omaggi, non avesse notato il suo breve colloquio col principe.
D'altronde, diceva tra sè, non è poi strano ch'egli mi abbia rivolto la parola…
Ma donna Maria, che diffidava assai della cognata, si era avveduta di tutto, ed aveva immaginato che donna Livia avesse tentato nuocerle nello spirito del principe.
E non arrossisce, pensò, con tutta la sua alterigia di sì basso procedere?… Me la pagherà…. Oh se verrà un'occasione sicura per vendicarmi, non la lascerò sfuggire!…
Perchè mai tant'odio?….
Ed ella era bella, giovane: l'avvenire, l'amore, la fortuna le sorridevano. Perchè non ne godeva senza sentir desiderio di amareggiare l'esistenza degli altri? che sarebbe stata in altre condizioni donna Maria, se nemmeno la felicità, il miglior farmaco pei cattivi istinti, guariva i suoi?…
È facile immaginare con quanta sincerità donna Maria esprimesse alla cognata il rammarico, che doveva mostrare in lasciarla.
Sì! ella in mezzo alla gioja fremette di rabbia, pensando allo sprezzo, col quale l'aveva trattata il duca per causa di donna Livia, dopo il giorno, in cui ella l'aveva accusata ingiustamente.
Donna Maria non aveva mostrato offendersi prima per timore soltanto, ed ora il ricordo di quello sprezzo si risvegliava più che mai nell'animo suo.
Vedendosi sì ammirata, sì corteggiata, più viva provava l'amarezza delle umiliazioni subite, e più ardente il desiderio della vendetta.
Ma tutta la collera era per donna Livia, chè del duca aveva troppo paura.
E quando, al momento della partenza, ei con uno sguardo espressivo le rammentò la sua promessa, ella, con un altro non meno eloquente, mostrò d'averlo inteso.
Essi si conoscevano perfettamente!
Niuna sposa provò mai minor pena di donna Maria nell'abbandonare la casa paterna.
Con quanta gioia si lasciò dietro quel tetro palazzo!
Ma ormai non più noie, non più umiliazioni.
Una nuova esistenza cominciava per lei.
Il giorno dopo la duchessa si recava al suo castello, ove contava passare il resto della settimana con donna Rosalia.
Il duca aveva accompagnato donna Livia, verso cui si sentiva sempre attirato da un sentimento invincibile, che subiva talora di buona grazia, talora bestemmiando, ma che subiva sempre.
D'altronde credette necessario andare al castello per parlare a donna Rosalia. Aveva riflettuto che, all'istante di consacrarsi a Dio, ella potrebbe per iscrupolo rivelare il segreto della loro famiglia: ciò gli dava alquanto a pensare.
Le minacce, diceva tra sè, buone per donna Maria, a nulla valgono coi fanatici. Questa ragazza, così sentimentale e poetica, mi ha un po' la stoffa dei martiri… Ora, non avendo potuto aver l'amore, aspira al paradiso; non vorrei che per guadagnarselo ritenesse utile mancare alla promessa che mi fece… Credo che le monache confessino anche i pensieri… Donna Rosalia non sarà una religiosa volgare… La sua nascita, il nome potrebbero destare delle curiosità in qualche direttore spirituale troppo zelante. Costoro hanno una manìa insopportabile di immischiarsi in quanto non li riguarda… Non vi è di loro chi sappia meglio scavare a poco a poco… Potrebbero condurre dolcemente donna Rosalia a… Bisognerà che io provveda.
E lo stesso giorno del suo arrivo al castello, per tranquillare questi dubbi, questi timori, da cui sentivasi preso, si recò verso sera in giardino e, mentre donna Livia faceva un po' più lungi passeggiare suo figlio, il duca con un cenno chiamò la sorella.
—Ehi, donna Rosalia, seguitemi.
Ella obbedì macchinalmente, forse non immaginò nemmeno quanto ei volesse dirle. Ormai nel suo spirito vi erano due soli pensieri: la rimembranza del principe, che lottava col sentimento religioso, e che talvolta tentava soverchiarlo ancora.
Nell'orribile naufragio, in cui la ragione di donna Rosalia aveva arrischiato sommergersi, la tavola, sulla quale si era salvata, era stata la fede; la fede, che in certe tempre è necessarissima, checchè se ne dica.
Tutti possono comprendere la sua voce; mentre la filosofia è intesa da pochi, fraintesa da molti, ed allora fa più male che bene.
Donna Livia aveva detto alla giovane che il principe aveva chiesto egli stesso il suo perdono, che era pentito; e ciò alla povera donna Rosalia era di qualche consolazione.
La duchessa aveva in modo sì pietoso e delicato nascosto l'egoismo del principe da temperare alla fanciulla l'amarezza dell'abbandono.
Il duca non s'ingannava nel dire che donna Livia era sempre feconda in ritrovati.
Ma chi avrebbe potuto biasimarla, se soltanto pel bene ella si serviva di quei ritrovati?
Donna Rosalia era dunque più calma; e fu con una dolce tristezza che seguì il duca, il quale dopo pochi passi:
—Sentite, le disse un po' più rabbonito del solito, guardatevi bene dal dire a qualche confessore quanto sapete, chè non ne avete il diritto… Mi avete dato una sacra promessa, e se anche qualche frate vi insinuasse, capite… sarebbe assai più peccato parlare che tacere.
A donna Rosalia queste parole, benchè non molto gentili, parvero di una grazia eccessiva. Ella non sapeva quanto ei fosse fino; provò quasi rimorso di doverlo ingannare.
—Non temete, rispose commossa, io non vi mancherò, ve lo giuro nuovamente.
—Brava, vedo che siete ragionevole.
Ei fece per allontanarsi: ma donna Rosalia lo trattenne, incoraggiata dal suo contegno.
—Perdonate un istante, don Francesco, gli disse: vorrei pregarvi permetteste alla duchessa di venirmi a vedere sovente. Ella verrebbe egualmente, il so, ma pure esprimo anche a voi il mio desiderio…. La vedrò tanto volentieri….
—Ve la condurrò io, rispose egli.
—Grazie; ah! nessuno fu meco buono come donna Livia; prima di lasciarvi sento il bisogno di dirvelo, don Francesco.
E si allontanò tristamente.
Il duca ebbe quasi paura d'intenerirsi.
Veramente, pensò, non è cattiva ragazza; e senza la parte, che prese contro di me in quella notte…. Ama la duchessa, mentre donna Maria tentò di perderla… Basta, donna Rosalia tacerà.
La sera istessa ritornò a Catania.
Alcuni giorni dopo accompagnava colla duchessa, in un monastero diMessina, donna Rosalia.
La rassegnazione di questa era sì dolce, sì triste era la calma succeduta ai gravi turbamenti del suo spirito, che il di lei pallido volto aveva qualche cosa di celeste.
Non tutti, no, le avrebbero preferita la brillante donna Maria!
Ma il principe? Ah! per lui non vi era altra donna!…
Nato sotto un cielo ardente, ove i cuori sembrano partecipare al fuoco del suolo vulcanico, il principe degli Alberi, debole per natura, leggiero, aveva concentrato ogni sua forza nell'amare donna Maria.
E le parole della duchessa non ebbero proprio altro risultato che di tranquillarlo.
Pensava che donna Rosalia, così religiosa, non dovesse soffrire della vita claustrale. Poi i loro gusti non avrebbero armonizzato. Che avrebbe fatto d'una sposa così melanconica?… Insomma egli trovava cento buone ragioni per felicitarsi di non averla presa in moglie.
I vezzi di donna Maria facevano il resto.
La bella principessa veniva ammirata dai parenti, lodata, corteggiata da tutti.
Suo marito se ne compiaceva vivamente.
Gli elogi prodigati a donna Maria lo lusingavano; chiedevasi persino se ei fosse degno di tanta bellezza, di tanta vivacità, di tanto brio, di tanta grazia.
I giovani sposi non avevano lasciato Catania; vi si divertivano molto. Il principe, benchè avesse parlato alla duchessa di esistenza oscura ed ignorata, non vi era portato per nulla, e donna Maria odiava la vita pastorale.
Suo marito trovava talvolta, è vero, ch'ella era un po' troppo prodiga di bei sorrisi, di sguardi affascinanti; ma ella con uno di quei sorrisi, con uno di quegli sguardi, che lo preoccupavano, calmava la sua gelosia, distruggeva i suoi sospetti, talora lo faceva pentire, lo incantava sempre.
Ed ei finiva per dirsi che quegli sguardi, che quei sorrisi facevano solo che da molti s'invidiasse la sua felicità.
Ad un gran convito, dato dal principe tre settimane circa dopo le nozze, furono invitati anche il duca e la duchessa. Don Francesco solo vi intervenne.
Era egli in voce di essere stravagantissimo ed eccessivamente geloso; così l'assenza della giovane duchessa non poteva meravigliare alcuno in una riunione, di cui facevano parte brillanti cavalieri e militari di distinzione.
Don Francesco peccava nell'eccesso opposto al principe. Questi si compiaceva di soverchio nel vedere ammirata donna Maria, mentre egli invece credeva aver solo il diritto di guardar la duchessa.
Ed intanto la duchessa era tormentata da mille pensieri.
Ella diceva a sè stessa che il conte non doveva tardar molto a ritornare, se veramente gli era stato possibile ottenere dal gran maestro il permesso… E la sua agitazione era grande naturalmente.
Quando trovavasi sola, e vi si trovava quasi sempre, immaginava le ipotesi più possibili, gli scioglimenti più probabili che avrebbe quel doloroso affare.
Il duca era egoista. Perdonandole la distruzione della pergamena aveva pensato più per sè che per lei; ma al momento di un reclamo, quando quell'atto abbruciato gli sarebbe indispensabile, che le direbbe?
E se si ostinava ancora? E se i reclami fossero fatti in modo, ch'ei potesse respingerli?… E se veniva soprattutto a sapere della missione affidata al conte….
Eppure, come sempre, non era pentita.
Nulla poteva abbattere il suo coraggio; pochi uomini possedevano la sua fermezza; così era agitatissima ma risoluta.
Attendeva.
Il duca si assentava sovente. Ora le caccie, ora gli affari, le visite alle numerose tenute, che egli e donna Livia possedevano, ne erano causa.
La diffidenza estrema, che provava per tutti, l'attività, l'irrequietudine del suo carattere lo portavano ad occuparsi ed a sorvegliare attentamente quelli, che da lui dipendevano.
Alle volte, vedendo la vita brillante, che conduceva donna Maria, sempre in società numerosa, chiedeva a sè stesso se ei non tenesse troppo rinchiusa la duchessa, e se ciò potesse finire per annojarla.
Ma poi, secondo il solito, trovava che era per il meglio, che d'altronde donna Livia non amava i piaceri; dicevasi che la di lui conversazione doveva bastarle, e che a forza di veder lui solo finirebbe per trovarvi piacere.
Lo sperava perchè da qualche tempo la duchessa gli pareva meno taciturna.
Ciò era infatti, perchè ella, in previsione dei futuri avvenimenti che aspettava, credeva necessario non alienarsi troppo don Francesco.
Sulla fine di giugno, un dopo pranzo, donna Livia era sola come al solito nel suo gabinetto; aveva appena rimandato il bambino colle donne, quando ad un tratto don Francesco entrò chiudendo con impeto l'uscio dietro di sè.
Era alterato, agitatissimo.
Dal suo contegno donna Livia indovinò qualche avvenimento importante, non preveduto da lui.
Egli teneva nelle mani due lettere; si piantò in faccia alla duchessa.
—Ecco, esclamò dopo un istante, ecco, signora, il frutto dell'opera vostra!
—Che volete dire?
—Che gli eredi del cavaliere dell'Isola reclamano, e che io per colpa vostra mi trovo in una situazione ridicola.
«Ah, pensò donna Livia, ecco giunto il momento.»
—Ebbene? disse, voi renderete quanto è loro dovuto.
—Eh, signora! se non aveste abbruciato quella pergamena!… Tutte le mie precauzioni furono vane; quella carta sola poteva….
E si mise a camminare su e giù pel gabinetto, gettando a terra tutti gli oggetti, in cui s'imbatteva.
Donna Livia taceva: le sembrava più saggio lasciarlo calmare da sè.
Dopo qualche momento egli le si avvicinò furioso:
—Ah! le disse, che feci io mai perdonandovi la distruzione di quell'atto! Maledetta la mia debolezza!… Perdonar tanto ad una donna, che mi subisce, che non mi ama!… Tutti ora si rideranno di me…. Badate…
La duchessa impallidì di collera, ma la ragione la consigliò a non urtarlo troppo violentemente.
—Perchè tale sdegno? gli disse guardandolo.
—Perchè…. Me lo chiedete? Ah se sapessi chi fu colui, che andò ad annunziare agli eredi del cavaliere dell'Isola la morte di mio padre!… che gli esortò a reclamare!…
E fece un gesto di furore.
La duchessa riescì a serbarsi calma.
—Però sospetto, aggiunse egli allontanandosi da donna Livia.
Ella non potè resistere.
—Sospettate? chiese, di chi?
—Di quel maledetto frate; è un frate che reclama, dunque fu istrutto da colui.
La duchessa rimase attonita.
«Un frate! pensò, che cosa vuol dire?»
—Ah! riprese poi il duca, ma io sono uno stolido a dare spiegazioni a voi, signora…. Donna Livia, donna Livia, voi non sapete qual rischio corriate!… chè non sareste così tranquilla.
—Che rischio? Voi mi perdonaste la distruzione di quella pergamena…. dunque voi manterrete la vostra parola, la vostra promessa.
Il duca parve sorpreso da quella calma.
«Giammai la comprenderò!» disse tra sè.
E tra la rabbia e l'amore:
—La mia promessa!… Che so io ciò che vi promisi?… Voi sapete che vi amo, e questo vi fa ardita.
—Di questo amore, domandò la duchessa, quali prove mi avete voi date?
—Quali prove! Che? Non vi ho amata sempre? Perchè non accarezzai le vostre utopie poetiche, perchè feci quanto m'imponeva il decoro della mia casa?… Se non v'amassi, donna Livia, non avrei cercato dimenticare l'offesa, che da voi ricevetti la notte, in cui morì mio padre; offesa, il cui solo ricordo mi fa fremere…. Ed ora, ora….
—Che fareste?
—Vedrei in voi soltanto la donna, che mi provocò, che m'insultò dinanzi alla mia famiglia strappandomi dalle mani quella pergamena, distruggendola poi a mio dispetto…. Vedrei in voi soltanto una moglie, che….
Il duca si arrestò…. Egli soffriva.
Donna Livia era commossa, ma nulla ne apparve.
—Vi sono grata, disse, se il perdonarmi la distruzione di quell'atto vi costò più di quanto io credeva… Ma perchè non mi ascoltaste allora?
Il duca si scosse.
«Che! pensò: dunque ella mi avrebbe amato forse se io…. ma come potevo…. poi tutti avrebbero riso di me….»
Egli era entrato coll'idea di fare una scena terribile, invece andava già calmandosi.
«Ah per me, disse fra sè medesimo, ella è sempre donna Livia DelFaro!…»
Egli non era perverso come donna Maria benchè d'indole feroce, capace di tutto in un trasporto di collera, benchè orgoglioso, ostinato al maggior segno…
Rimase immobile, alterato ma perplesso!
La duchessa respirò.
«Cielo fate che tutto termini bene!» mormorò.
Ella credette poter giungere allo scopo.
Tacque per qualche momento, indi:
—Riparate, disse, don Francesco poichè se ne presenta l'occasione…. Ah mi si toglierà una spina dal cuore nel vedervi liberato da tanta responsabilità….
—Eh, donna Livia, che importa a voi di me?
—Se nulla me ne importasse non avrei tentato oppormi a quella ingiustizia; questi vostri parenti io non so chi sieno, ed è perchè desidero stimarvi che bramai tanto vedervi riparare.
Il duca la guardò; indi con molta amarezza:
—Era per vostro figlio, a quanto diceste.
—Sì, per lui pure, ma anche per voi.
—Donna Livia, non vorrei poi che vi burlaste di me!
—Come?
—Eh voi siete una donna particolare, ed io alle volte sono uno sciocco.
La duchessa tacque un poco, indi:
—Persuadetevi, non vi ostinate ancora…. Che cosa è per voi la terra di S….? Nulla, o ben poco assolutamente…. Ah io darei quanto possiedo per vedervi riparare tale ingiustizia….. Ditemi che ebbi ragione in pensare che soltanto un capriccio d'orgoglio, dei pregiudizii di casta vi consigliarono finora ad ostinarvi.
Il duca non rispose, si mise di nuovo a passeggiare….
«Ed io cederei! pensò: ma per altro non posso rifiutarmi a restituire ora…. Credo ch'ella abbia ragione…. Ah! crudelmente ella si è vendicata costringendomi ad amarla sempre più!…. E forse se avessi acconsentito allora, invece di persistere, di obbligarla a tacere!… »
La duchessa per molto tempo non profferì parola; finalmente:
—Pensate anche a vostro padre, disse, rammentatevi la sua disperazione; voi, che parlate sempre di autorità, che siete sì geloso della vostra, come poteste mai disconoscer la sua?
—Egli era pazzo, già vel dissi, chè altrimenti non avrebbe avuto scrupoli sì tardivi…. Quel benedettino l'aveva spaventato; io non disconobbi la sua autorità, facendo quanto ei fece.
—Ma perchè avvelenare la vostra esistenza?
—Non mi avveleno niente affatto, signora. Il cavaliere dell'Isola disonorò la sua famiglia, dimenticò sè stesso; perdette quindi i diritti che gli spettavano, tutto ciò è chiaro.
—V'ingannate.
—Come?
—Suo padre, l'avo vostro, aveva solo il diritto di punirlo; lo fece, ma se ne pentì…. D'altronde ora che vostro zio reclama, a che varrebbe opporsi?
—Oh non so! non è lui, vel dissi, che reclama, è suo figlio, un ufficiale spagnuolo.
—Ma che vorreste fare per questo?
—Oh vi sarebbero dei mezzi assai….
—Ma quali mezzi?… Non pensatevi nemmeno…. E questo ufficiale reclama con insistenza?
—No, per dirla, si rimette in me, ma si esprime con un certo orgoglio….
—Ciò prova….
Ed ella si arrestò con un mezzo sorriso.
—Che cosa? chiese egli.
—La sua parentela con voi.
Il duca stette un po' a riflettere, indi:
—Donna Livia, disse guardandola ed esitando, se io…. vedendo che questa gente non ci disonora…. rendo loro il nome del padre e le sostanze…. che fareste voi per me?
Il sacrifizio non era molto meritorio. Don Francesco comprendeva benissimo, checchè ne avesse detto, che non poteva rifiutarsi a restituire senza disonorarsi e provocare degli scandali assai più gravi di quelli temuti prima.
Donna Livia lo comprese bene; ei voleva farsi un merito d'una necessità, egli, che prima aveva disprezzati i suoi consigli, dettole che non doveva ingerirsi in quell'affare.
—Ve ne sarò grata, contenta per voi stesso: già il dissi.
Egli fece un movimento di dispetto.
—Ecco il solito, faccio, faccio, e non faccio mai nulla….
E tornò a passeggiare.
—Basta, riprese, vedrò chi sono costoro.
—Ma non lo sapete già?
—Non so nulla di positivo. Una di queste lettere è del cognato del mio avo, fratello alla sua seconda moglie, la madre del cavaliere dell'Isola…. Io lo conosco di nome soltanto…. È un frate tenuto in gran conto, superiore d'un convento di cappuccini a Messina. Si chiama don Anselmo dei principi Della Concordia.
Indi con un vivo movimento di rabbia:
—Sono sicurissimo che è stato avvertito da quel maledetto benedettino; tra di essi hanno come una rete costoro…. Guai a colui se mi capitasse tra i piedi, se ritornasse a Catania…. Giurar sulla croce…. rifiutare il mio oro…. fare il santo…. Maledettissimo!…
Quel povero frate non si era ingannato pensando che un giorno il duca lo terrebbe per mancatore.
E lo stratagemma del conte di San Giorgio, l'aver egli impiegato un religioso doveva ingannare don Francesco. La sua congettura era la più naturale.
A donna Livia dolse vedere ingiustamente accusato colui, che ella aveva persuaso a tacere soltanto confidandogli tutto.
Ma, poichè quel benedettino non era a Catania, credette inutile scusarlo.
Dire la verità al duca sarebbe stato doppiamente pericoloso per lei…. Crederebbe che il conte l'avesse assecondata per amore soltanto.
Comprendeva che suo marito si era avveduto della passione del cavaliere di Malta; rammentava le parole dettele sulla Francesca da Rimini…. ed allora, parlando, come evitare un duello tra i due cugini?
Dunque tacque.
—Tenete questa lettera, le disse il duca assai più calmo, è quella del superiore.
La duchessa prese il foglio, ch'ei le porgeva e lesse.
«Duca,
»Il cavaliere dell'Isola, che tutti credevano perito in una guerra lontana da più di trent'anni, morì invece molto tempo dopo. Si era ammogliato; lasciò un figlio ed una figlia. Essi sono venuti da me, dopo aver appreso la morte di vostro padre, per mostrarmi le carte lasciate da mio nipote, il cavaliere dell'Isola, e che in modo indiscutibile attestano la loro identità.
»Mi richiesero di consiglio, ed io non esitai ad esortarli a reclamare, persuasissimo che voi, duca, non opporrete alcuna obbiezione.
»Il figlio del cavaliere è un militare valoroso, ufficiale nell'armata spagnuola, considerato, degnissimo per ogni titolo di assumere il nome illustre degli Isola. È qui in Catania colla moglie e la sorella: questa è vedova, ancora giovanissima.
»Spero renderete giustizia ai miei nipoti. Essi non intendono insistere, si rimettono in voi, duca: non sono di quei parenti spogliati, che suscitano mille imbarazzi. Per darvi un'idea delle intenzioni di vostro cugino, vi mando una sua lettera a me diretta, nella quale egli spiega le sue idee, ed il modo, con cui intende condursi.
»Quest'oggi stesso mi presenterò al vostro palazzo onde avere con voi, o duca, un'abboccamento, e mostrarvi le prove, sulle quali appoggiano i reclami dei figli di vostro zio, il cavaliere dell'Isola.
»Certo voi pure, duca, come io stesso, come tutti, credeste alla sua morte immatura.»
Seguivano i complimenti d'uso e la firma.
«Il conte si condusse bene, pensò donna Livia: comprendo; fu lui, che presentò al superiore i figli del cavaliere dell'Isola: lo avrà pregato del segreto…. La collera del duca ricadrà sul povero benedettino, ma poichè è assente, sarà per il meglio….»
E rendendo la lettera a don Francesco:
—Ho letto, disse.
—Che ve ne pare?
—Che tutto finirà senza gli scandali, che temevate.
—Capite che io non credo una parola di questa lettera…. Il superiore sa benissimo che io conoscevo l'esistenza del cavaliere dell'Isola, o de' suoi figli, come sa non esistere più l'atto, che diseredava suo nipote, e conteneva la di lui rinuncia…. Eppure…. aggiunse arrestandosi, rifletto che il benedettino non era presente quando voi distruggeste la pergamena…. Ciò mi dà da pensare.
Ed egli si annuvolò.
La duchessa aveva già preveduto quella osservazione, ma non mostrò badarvi.
—Oh via, giacchè siete deciso!
—Basta, mostrerò credere al superiore; vedremo se questo ufficiale spagnuolo meriterà gli elogi prodigatigli da suo zio. Eccovi la lettera di lui.
E gliela porse sopra pensiero.
Quella lettera portava per firma queste sole parole:
Vostro nipoteFEDERICO
La duchessa vi gettò gli occhi, ma una nube glieli coperse.
Il suo cuore si strinse.
Cielo! che aveva ella dunque veduto?
—Sono perduta! mormorò.
Il duca, che passeggiava pel gabinetto, le si accostò, credendo ch'ella avesse terminato la lettura.
Rimase colpito del suo turbamento.
—Che avete? le disse. Voi impallidite! Voi tremate!… Ma che avete dunque?
Donna Livia fece uno sforzo.
—Mi sento male, rispose. Stavo per leggere, mi si oscurò la vista, nulla più distinguo.
Ed infatti ella non distingueva più nulla.
—Ma in qual modo?
—Non so.
—Sarà un accesso convulso, come ne aveste altre volte.
—Credo infatti, diss'ella debolmente.
E svenne, chè la forza di volontà nulla può contro i veri deliquii.
Ella aveva certamente provato una emozione terribile.
Era caduta rovesciata all'indietro sulla sua seggiola.
—Credeva fosse quasi guarita… disse don Francesco. Ma che devo fare? Ah sì, mi rammento, il giorno che la sposai potei farla rinsensare soltanto col gettarle in viso dell'acqua; eccone là.
E prendendo una tazza d'acqua che stava sul tavolino, ne spruzzò in volto alla duchessa.
Per molto tempo tutto fu inutile.
Finalmente ella si scosse, parve atterrita vedendosi vicino il duca.
Ma richiamò tutto il suo coraggio.
—Come state ora? le chiese egli.
—Meglio, signore, grazie.
—Infatti andate riprendendo un po' di colore… Che fu?
—Un deliquio.
—Ah! ne soffrite ancora?
—Sì, alle volte…. Ora ho bisogno di riposo.
Ella si alzò; traballava.
—Mi sembra che vacilliate.
—No, è soltanto perchè non vedo chiaro.
E fece per escire.
—Vado nella mia stanza, mormorò.
—Vi condurrò io. Voi sembrate soffrire assai.
Ella non potè rispondere.
Il duca la portò quasi nella sua camera da letto, la fece sedere, indi:
—Devo chiamare alcuno?
—È inutile; un po' di riposo mi basterà.
In quel momento una camerista chiese d'entrare.
—Che c'è? disse il duca, aprendo l'uscio.
—Il cameriere di Vostra Eccellenza l'avverte che è domandata.
—Da chi?
—Da un religioso accompagnato dal principe degli Alberi.
E la donna si allontanò.
—Il principe degli Alberi! esclamò don Francesco furioso, comprendo ora…..Ah! donna Maria mi tradì, ed è sì sciocca da mandar qui suo marito…. Ed egli sì stolido…. Ma non ne saprà nulla l'imbecille…. Colei vuol dunque già rimaner vedova!
La duchessa parve scuotersi un istante a quelle parole.
—Ripasserò, le disse il duca. Ora vado da costoro. Ah! donna Maria me la pagherà!…
Ed escì.
Donna Livia si alzò, si guardò attorno smarrita.
«Ohimè! disse, Federico esiste! Non è morto a Lepanto? Egli che mi salvò la vita! Che sparse per me il suo sangue! Egli che solo amai! Ed ha moglie!… Ingrato!… Ed è lui, che io feci cercare dal conte?… Lui figlio del cavaliere dell'Isola?… Ah! tutto è finito per me!… Che dirà il duca quando saprà….e lo saprà tra breve, che questo suo cugino è Chiarofonte?… Oh me infelice!…»
In quel momento la vecchia governante entrò agitatissima.
—Che vuoi? chiese smarrita donna Livia.
—Fui domandata, sarà una mezz'ora, da uno sconosciuto, che mi obbligò a seguirlo. Mi condusse in chiesa, ove un cavaliere mi attendeva. Misi un grido, riconoscendo il signor di Chiarofonte, lui, che credevate morto. Vuole parlarvi un istante, subito, dice che è urgente, indispensabile; l'ho introdotto nell'oratorio segretamente, che per fortuna, essendo oggi domenica, è ancora aperto.
Donna Livia provò un'emozione vivissima, angosciosa, indi:
—Sì, disse, è necessario; io devo evitare un duello tra lui ed il duca, a qualunque costo. Il cielo forse lo manda, mentre quel superiore ed il principe sono qui.
E dopo aver detto alla governante di seguirla, escì precipitosamente.
Come mai il principe degli Alberi accompagnava dal duca lo zio diFederico?…
Dopo aver udito dal conte di San Giorgio tutto, e pressochè tutto quanto riguardava il cavaliere dell'Isola, ed aver data parola di mantenere il segreto, il frate aveva pensato tosto ad agire.
Era rimasto un po' scandalizzato, per dirla, della condotta tenuta dal defunto cavalier suo nipote. Ma udendo che il padre gli aveva prima di morire perdonato, si era promesso adoperarsi con impegno per gli eredi spogliati.
Con tenerezza gli aveva accolti, perchè erano gli unici parenti, che gli rimanessero.
Non gli sembrava molto difficile persuadere il duca dell'Isola a riconoscerli. Sapeva esser egli un cavaliere alquanto violento ma troppo altiero per rifiutarsi ad una restituzione quando la cosa fosse pubblica.
D'altronde sarebbe stato un delitto, pensava il superiore, opporsi alla volontà dell'avo ed ai comandi del padre moribondo.
E vedendo Federico perplesso e quasi ripugnante, Gabriella più atterrita che contenta, lo zio si era sentito maggiormente spinto ad adoperarsi a pro loro.
Insomma, come si fa talvolta, metteva dell'ambizione a riescire.
Il conte di San Giorgio, uno dei più illustri cavalieri di Malta, gli aveva detto che egli solo poteva ottenere il riconoscimento dal duca, che la sua influenza era tale da…. Quel frate era un po' vano, il conte lo sapeva, e lo aveva colpito nel lato debole.
Il superiore giuro a sè stesso che, a costo d'andar dal papa, i suoi nipoti verrebbero reintegrati nei loro diritti.
Il cavaliere di Malta non gli aveva fatto che una visita, poche ore si era trattenuto a Messina ove aveva lasciato i parenti da lui rinvenuti.
Desiderando il segreto, come lo desiderava, non voleva esser veduto. Si recò ad una sua casa di campagna vicino a Catania, ove si doveva fargli conoscere il risultato dei passi, che tenterebbe il superiore dei cappuccini.
«Se don Francesco si persuade, diceva tra sè il conte, andrò a Malta senza entrare in Catania, per quanto mi dolga non riveder donna Livia; tornerò fra qualche mese ed allora…. Ma se il duca si rifiuta, o se sospetta di sua moglie, andrò da lui, avrò seco una spiegazione completa, quale ei la vorrà…»
E così si era diviso dai figli del cavaliere dell'Isola.
È inutile dire che durante il viaggio Camilla si era perfettamente condotta.
Non una parola, che non fosse meditata; con una strategia finissima aveva saputo evitare qualunque spiegazione pericolosa tra il conte, Federico e Gabriella.
E con questa quante attenzioni per la sua salute! La povera amica di Marco aveva finito quasi per non più temer Camilla, per credere ad un sincero pentimento di colpe involontarie.
Del resto la conversazione aveva sempre languito assai, chè tutti avevano pel capo mille cose gravi.
Federico erasi mostrato il più distratto di tutti. La sua preoccupazione pareva aumentare a misura che si procedeva verso la Sicilia.
Subito dopo la partenza del conte di San Giorgio, l'ufficiale si recò nuovamente dal superiore suo zio, che lo aveva fatto chiamare.
—Ho deciso, gli disse il frate, che quest'oggi istesso partiremo perCatania.
—Quest'oggi? domandò Federico un po' esitante.
—Sì, nipote. Ho già divisato come devo agire. Ho scritto una lettera al duca dell'Isola, nella quale lo metto al fatto, o piuttosto, aggiunse con un sorriso un po' sardonico, mostro metterlo al fatto di tutto. Vi unisco la vostra lettura, che mi mandaste jeri dal conte di San Giorgio, ove esprimete le vostre idee. Discenderemo al palazzo di un gentiluomo che ospitai molte volte, che mi fece reiterate offerte, ed il cui zio fu mio grande amico. Da qualche mese non lo vedo, ma abita Catania. Si chiama il principe degli Alberi, è molto cortese; sarà lietissimo, ne sono sicuro, di ospitarvi per quei pochi giorni che dovrete trattenervi a Catania. Non potreste, comprendete, alloggiare in alcuna locanda per non dar luogo a ciarle, che forse offenderebbero il duca dell'Isola…. Andate ad avvertire vostra moglie e Gabriella, nipote. Io sono pronto anche adesso.
—Vado, rispose il giovane.
E si accommiatò dallo zio.
Si diresse verso una locanda vicina, ove il giorno prima era disceso col conte.
Nel breve tragitto fu avvicinato da un uomo, che gettò un grido di sorpresa in vederlo.
—Oh! signor di Chiarofonte, esclamò, voi non siete dunque morto aLepanto?
—No, il vedi, ero soltanto ferito gravemente. E il tuo padrone?
—Abita qui a Messina, venite da lui, illustrissimo. Oh come rimarrà attonito, contento! tanto si dolse della vostra creduta morte!
—Lo vedrei con gran piacere, ma ora non posso; digli che vado aCatania, che desidero assai parlargli…. Ma bisogna mi affretti….Addio.
E l'ufficiale entrò come un fulmine nella locanda. Avvertì la sorella e la moglie; pochi momenti dopo partivano col superiore dei cappuccini in una grande carrozza chiusa.
Federico era agitatissimo.
«Al dal Pozzo soltanto, andava dicendo tra sè, posso chiedere ciò che sia avvenuto di donna Livia: a nessun altro no, perchè temerei comprometterla…. Ah! quante volte fui per domandare di lei al conte! ma egli non sapeva che fossi già stato in Sicilia; che avrebbe mai detto, che avrebbe mai pensato chiedendogli di una dama di qui?… Ah feci bene…. Ella sarà maritata; il marchese me l'aveva promessa per tenerezza verso di lei, per riconoscenza verso di me; ma era pentito, lo comprendevo bene!… Non avrà tardato a valersi della libertà, che resi a sua figlia…. Poi, credendomi morto…. Basta, saprò ogni cosa da dal Pozzo…. Povera donna Livia! ella mi amava molto!… Ah non vi è donna superiore a lei!… Comprendo ora…. Quale purezza d'idee, e tanto spirito insieme!… Mia moglie è bella, divinamente bella!… Ma quale diversità di carattere…. Poi, ho dei dubbii, che voglio rischiarare…. Ed appena saremo partiti di qui, dovrà rispondermi di tutto…. Dovetti mostrare di crederle in faccia del conte, per convenienza…. Basta, rifletterò…. Ma donna Livia non posso rivederla…. Conosco il mio dovere, non debbo turbarla…. Dal Pozzo è segreto come una tomba, e nessuno saprà…. Il riconoscimento, dice mio zio, dev'esser condotto nella più grande ombra…. Dunque…. il nome di Chiarofonte non verrà pronunciato qui…. Mi allontanerò però presto da questi luoghi, giammai io vi dimorerò…. Provo per altro una viva emozione pensando a quel tempo, a quel castello del marchese, qui vicino…. ove fui trasportato ferito, dopo aver salvato lui e donna Livia dai corsari…. dove mi trattenni quasi cinque mesi…. e senza la battaglia di Lepanto…. Ma il marchese era pentito…. non avrei sofferto umiliazioni… Ah giammai!… Fu un sogno…. una poesia quell'amore…. è meglio tentare dimenticarlo….»
L'ufficiale non abbadava molto a suo zio, il quale trovava però la preoccupazione del giovane naturalissima e l'approvava.
Giunti l'indomani a Catania, il superiore mandò un servo coll'ambasciata al principe degli Alberi, dinanzi al cui palazzo si era fermata la carrozza.
Il principe, udendo il nome dal cappuccino, venne egli stesso ad incontrarlo. Fece a lui ed ai suoi nipoti mille offerte insistenti, chè davvero egli aveva delle obbigazioni con quel frate, e molta considerazione per lui, al quale doveva la cospicua eredità dello zio.
Fece discendere i forastieri nel palazzo, assicurandoli della gioja che avrebbe ad ospitarli.
Appena furono in una gran sala, mentre continuavano i saluti e le cortesie, Gabriella alzò il velo.
Il principe si turbò, e diede in una esclamazione di sorpresa.
—Che! donna Rosalia! È mai possibile?…
Tutti si guardarono, ed il superiore sorridendo:
—Ah! comprendo, principe, disse, siete meravigliato della rassomiglianza di questa dama colla sorella minore del duca dell'Isola… Infatti mi fu detto essere tale rassomiglianza prodigiosa.
—Prodigiosa davvero! interruppe il giovane; vedo ora che non è lei…. Ma alla prima….
—Voi dunque conoscete la famiglia del duca, principe?
—Ho sposato da poco donna Maria, l'altra sorella di don Francesco.
—Ma questa è una felicissima combinazione, esclamò il frate. Ebbene sappiate che questa dama, ed accennava Gabriella, e questo ufficiale dell'armata spagnuola, miei nipoti, sono figli del cavaliere dell'Isola, creduto morto in guerra da molti anni….
—Che sento! Ma allora sono miei parenti pure, disse il principe.
E stese la mano all'ufficiale, che gliela strinse sorpreso e distratto.
Vi fu un istante di confusione, di parole gentili e di complimenti.
Dopo di che il principe chiamò: un servo accorse.
—Prega donna Maria di recarsi qui all'istante, disse.
Poi, volgendosi al superiore:
—Ma narratemi, padre, narratemi come mai….
Donna Maria entrò.
Rimase immobile per la sorpresa.
—Mia sorella! esclamò aggrottando le sopraciglia.
In poche parole il principe le spiegò tutto.
Ella, che sapeva del segreto, che conosceva il duca, rabbrividì.
«Ohimè! pensò, crederà che io lo abbia tradito!… Che cosa avverrà mai?…»
Ed intanto i suoi sguardi s'arrestavano sui parenti, che le venivano presentati dal principe.
Trovò Camilla bellissima, poi guardò Federico, che le s'inchinava profondamente.
Ah! mai nessun uomo le aveva cagionato tanta impressione.
«Che bel giovane è questo cavaliere! disse tra sè. Qual'aria marziale senza esser burbero!… È un mezzo tra il duca e mio marito….»
Ed indirizzò all'ufficiale uno de' suoi più vezzosi sorridi.
Però era turbata assai.
«Mio fratello, pensava, è capace di provocare il principe…. Egli, che nei duelli uccide sempre l'avversario!… Ma in qual modo questi cugini sono qui?… Chi dunque gli ha avvertiti?… Ah donna Livia!… devo accusar lei se voglio salvar me…. È indispensabile…. Quale idea!… Il cavaliere, che ebbe con lei quell'abboccamento al castello, subito dopo la distruzione della pergamena…. Il duca certo non ha udito tutto…. Sì, sì, fu il conte; avrà finto partire per Malta…. Oh lo saprò! li farò parlare, e prendendoli di sorpresa, riescirò….»
—Sono lietissimo, principessa, le disse il superiore avvicinandosele, di aver trovato una sorella del duca dell'Isola nella moglie del principe, al quale mi lega tanta amicizia…. Voi ci ajuterete….
Donna Maria, ad onta della sua franchezza, non seppe rispondere che con un cenno.
«Sarò a tempo? chiedevasi.»
Il frate continuava.
—Venite qui, caro principe, che combineremo fra noi, mentre vostra moglie farà più ampia conoscenza coi suoi cugini. Vi racconterò tutto.
E prendendo il braccio del giovane, lo condusse nel vano di una finestra dell'ampia sala.
Donna Maria non perdette tempo.
—Dove vi trovò il conte di San Giorgio, cugino? chiese sorridendo all'ufficiale.
Federico rimase attonito.
—Che! voi sapete, principessa….
Donna Maria respirò.
«Ah! disse tra sè, il mio ardire mi ha giovato.»
—Oh, rispose, non è un segreto! la duchessa mia cognata inviò ella stessa il conte. Anch'io lo sapeva. Non ve ne disse nulla il cavaliere?
—No.
—La duchessa lo aveva inviato? chiese Camilla. È giovane questa dama?
—Sì.
—È qui di Catania? domandò ancora Camilla, tanto per dir qualche cosa.
—No, è di Messina.
—Di Messina? chiese Federico.
—Sì, è la figlia del marchese del Faro, morto da qualche tempo. Oh molto premeva a donna Livia il ritrovarvi!
Al nome di donna Livia del Faro, Camilla guardò l'ufficiale, che si era fatto pallidissimo.
«Ahimè, pensò, che sento! Cielo! ella è moglie del duca! di questo duca tanto orgoglioso!… E mi crederà sì basso, sì vile da reclamare, sapendo tutto ciò? Perchè non rimasi a Milano!… Insensato!… Oh! ma voglio giustificarmi, se credessi morire…. E mentre costoro parleranno al duca…. Alfine che può avvenire? La mia spada non è di quelle, che piegano…. Potessi trovare almeno la vecchia governante!… Se ella esiste, donna Livia non se ne sarà divisa….»
E senza badare a sua moglie, senza pensare alla sconvenienza, che stava per commettere, s'inchinò a donna Maria, ed escì, adducendo a scusa che un servo attendeva i suoi ordini.
Camilla gli guardò dietro con rabbia.
«Oh! pensò, chi mi avrebbe detto che qui dovevo trovare l'innamorata di Federico? Trovarla nella duchessa dell'Isola!… Ma egli crede che io tutto ignori!… Non gli ho mai parlato di quelle lettere, che trovai nella sua valigia mentre era ferito in mia casa….»
Uno strano silenzio regnava tra quelle donne….
Gabriella guardavasi attorno confusa; non sapeva che pensare….
Donna Maria cercava indovinare, ma non poteva…
In quel momento il principe ed il superiore si avvicinarono a loro.
—Abbiamo pensato, disse l'aristocratico frate a donna Maria, che è inutile differire. Spedisco una lettera, che avevo già preparata, al duca vostro fratello, nella quale gli chiedo un colloquio. Fra qualche ora ci recheremo da lui. Intanto andremo dal vescovo e da qualche altro amico, che desidero vedere. Perdonate se conduco meco il principe.
Donna Maria era sì confusa che li lasciò partire senza poter rispondere.
Alfine, pensò, in faccia a questo superiore il duca si conterrà, ne sono certa.
Poi, comprendendo dall'aria smarrita di Gabriella che le sarebbe stata d'impaccio:
—Cugina, le disse, voi siete assai pallida: sembrate bisognosa di riposo, volete ritirarvi?
Gabriella annuì ringraziando.
La giovane principessa la fece subito accompagnare da una camerista in una magnifica stanza da letto del piano superiore, ove il principe aveva fatto assegnare ai cugini un vasto appartamento.
Subito dopo donna Maria si volse a Camilla, che le sembrava un prezioso ausiliare.
—Signora, le disse, spiegatemi, ve ne prego, la causa della vostra emozione. Vostro marito rimase come colpito dal fulmine nell'udire da me il nome, il casato della duchessa. Che vuol dir ciò?… Confidatevi meco senza timore.
E strinse le mani di Camilla.
—Ah! esclamò questa con esasperazione, vuol dire ch'egli l'ha amata…. Ma voi vorrete salvarla!
—Io! oh io la odio! esclamò donna Maria con fuoco.
Ed aggiunse:
—Ditemi tutto; non vi è tempo da perdere; affrettatevi.
Camilla comprese dal fremito di rabbia della principessa che ella non l'ingannava.
Poi non era dessa abituata ad agire con precipitazione?…
Si decise all'istante.
—Ebbene, sì, disse: egli ha amato donna Livia del Faro, ma crede che io non lo sappia. Tutto mi è noto soltanto per due lettere, che gli ho involate.
—Due lettere? Lettere di donna Livia?
—Sì.
—E le possedete? Le avete con voi?
—Certamente.
—Ah questa volta, mormorò la principessa, ella non si salverà!…
Sentì un movimento di giubilo infernale.
Strinse di nuovo le mani a Camilla.
—Se sapeste quanto ho sofferto per causa di colei, esclamò, quante umiliazioni dal duca!
—Ma che! se tanto l'odiate, come mai vi aveva ella narrato del conte?
—Nulla mi narrò: ho indovinato a caso, ma non vi è tempo da perdere!… Sospettavo soltanto; interrogai vostro marito di sorpresa…. Ma ora ci vendicheremo insieme…. Mio fratello, il duca, è il più geloso dei mariti…. Sua moglie, l'ho sempre compreso, non lo ama, benchè nulla ne appaja; dunque ama ancora il vostro sposo…. Voi potete perdere la vostra rivale quest'oggi stesso…. Ah capisco tutto: il conte di San Giorgio ama la duchessa appassionatamente, ed ella si valse di lui perchè le rintracciasse l'amante.
Donna Maria si esprimeva con vivacità convulsa; le sue parole sembravano un fiume vorticoso.
—Sentite, signora, le disse Camilla; io vi narrerò tutto, ne abbiamo il tempo poichè vostro marito e lo zio di Federico non si recheranno dal duca che fra qualche ora, come udiste. Però devo avvertirvi che la duchessa non poteva sapere che mio marito era figlio del cavaliere dell'Isola. Io sola, ve lo giuro, possedeva il segreto, e non lo rivelai a Federico che all'arrivo del conte a Milano, rimettendogli le carte di suo padre.
—Veramente?
—Di questo siate certa; non odio però meno la duchessa, e non desidero meno di perderla…. Si potrà far credere egualmente al duca?…
—Sì, sì; con quelle lettere che possedete sarà facilissimo….Narratemi ora tutto: come ella amò vostro marito e come….
—Mio marito fu gravemente ferito a Lepanto, interruppe Camilla; io ritengo che ella lo credette morto…..
—È probabilissimo.
E quindi:
—Lepanto!… Aspettate!… quella battaglia non avvenne nell'ottobre del 1571?
—Precisamente.
—Bene; ella sposò il duca qualche mese dopo.
—Sì, appena avrà saputo che mio marito era morto.
—Infatti, ma non monta.
—Ed al duca sarà noto ch'ella ha amato Federico di Chiarofonte?
Donna Maria riflettè, poi:
—Non credo che il duca, sospettoso, diffidente come è, acconsentisse a sposar donna Livia sapendola innamorata d'un altro.
—Ma se lo credeva morto?
—Dite bene; dei morti per solito non si è gelosi.
E la principessa sorrise.
—Pure, aggiunse, mi pare impossibile, a meno che…. Egli ritiene che le donne sieno nate per obbedire…. che sieno cose affatto secondarie…. Tante volte me l'ha detto…. Eppure nessuno vi è caduto più di lui…. È impazzito dietro la moglie in modo ridicolo, benchè si vergogni darlo a divedere….
—Se ne è tanto innamorato, le crederà tutto….
—No, oh per questo non dubitate…. Egli è brutale, violento per natura, è una vera bestia…. Io vi parlo con confidenza, signora…. È superbo all'eccesso, geloso soprattutto…. Non esiterà a punir donna Livia se la crede infedele…. punirla terribilmente a costo di morire poi…. Credetemi, cugina….
Ella trattava già Camilla da amica; si erano conosciute, apprezzate….
La moglie di Federico era molto pallida, non sorrideva, no…. La gelosia, mille strazii, mille terrori l'agitavano…. Certo, pensava, egli è sulle tracce della duchessa…. mi vendicherò…. Sarebbe indegno di me non farlo…. Egli l'ama ancora!
—Se vostro fratello sa di questo amore, disse alla principessa, crederà più facilmente ancora.
—È vero.
—È bella questa duchessa? domandò Camilla.
Tale interrogazione era naturale.
—Oh bella!… così…. non bellissima…. Ha certi occhi azzurri…. un certo che tutto suo…. Poi è molto fina: si regola secondo coloro, coi quali parla…. Conosce il debole di tutti…. innamora di sè gli uomini stravaganti:… chè anche il conte è stravagantissimo….
—Ma mio marito allora?
—Vostro marito sa il cielo in qual modo lo ha amato!…
—Sì, disse Camilla, voglio aver fiducia in voi, principessa.
—Oh io parlo schietto; vi secondo e perchè lo meritate, e per conto mio.
—Vi credo, e lascio ogni esitazione. Io, degli amori di Federico colla duchessa, non so altro che quanto potei rilevarne dalle due lettere di cui vi parlai, e che egli, ne sono sicura, ritiene di avere smarrite a Lepanto. Dunque senza dir altro, e perchè è meglio affrettarsi, vi mostrerò quelle lettere; le ho meco, come vi dissi: sono in uno scrignetto coi miei giojelli.
E si alzò.
Donna Maria la fece accompagnare da un servo…. Attendeva con impazienza…. Con questa donna, pensava, si conchiude a dirittura.
Dopo pochi istanti la dalmatina rientrò.
—In qual modo, le domandò donna Maria, non ne diceste mai nulla al vostro sposo?
—Si sarebbe alterato vedendo che io possedevo queste lettere…. Non volevo scene; poi non credevo trovare la donna, che le aveva scritte, in Sicilia…. Non mi aveva mai detto d'esservi stato.
—Date qui; ora comprendo la tristezza di donna Livia.
E, spiegando una delle lettere, si assise vicino a Camilla, e lesse.
Era proprio donna Livia quella, che aveva scritto…
La prima lettera presa da donna Maria conteneva queste parole:
«Federico,
»Quando jeri sera voi mi diceste:—Ah, donna Livia, quanto v'amerei se non foste sì ricca!—Io rimasi muta. Pur troppo vedevo degli ostacoli. Volevo, prima di rispondervi, parlare a mio padre.
»No, non fui insensibile all'amor vostro, che da tanto tempo mi lasciaste indovinare—Perchè non morii salvandovi, invece di rimaner ferito?—Questa frase, che ho udito tante volte da voi, non l'avevo dimenticata.
»Federico, io dissi a mio padre che con voi soltanto potevo essere felice, che avrei rifiutato ogni altro sposo…
»Egli, che molto mi ama, che molto vi deve, s'intenerì ed accordò il suo assenso.
»Andate da lui: vi accetterà per genero, e come tale vi presenterà a me quest'oggi stesso.
Donna Livia del Faro.»
—Oh, disse donna Maria, per iscrivere ciò lei così austera, così seria, bisogna dire che fosse innamorata alla follia…. Ma già comprendo….
E si arrestò, chè certo non le era conveniente lodar Federico dinanzi a Camilla.
Quindi volgendosi a questa:
—A quanto sembra, vostro marito l'ha salvata da qualche periglio, fu ferito per lei….
—Sì, e dall'altra lettera ciò appare più chiaramente.
—Date, date.
E la principessa lesse di nuovo:
«Federico,
»Ricevetti la lunga lettera di congedo, che mi faceste consegnare dall'amico vostro.
»Voi mi offrite rendermi la mia libertà, sciogliermi dall'impegno perchè temete che io mi penta, perchè paventate sempre la distanza, che, secondo voi, ci disgiunge.
»Approvo la vostra delicatezza, la lodo, ma giammai mancherò alla promessa che vi feci.
»Vi amo, Federico: dunque perchè temete?… Nessuno potrà mai forzarmi ad un altro nodo, che mi sarebbe odioso…. Non dubitate che io mi abbia a pentire: desidero esser felice e non nuove ricchezze.