—Signora, le disse un po' severamente, perchè vi turbate in tal modo? Vi sono sconosciuto, è vero; pure sperai che poteste egualmente prestarmi fede.
—Perdonate, signor cavaliere,—e non sapendo risponder altro, aggiunse:—fui molto infelice; più volte ebbi a pentirmi di non aver saputo evitare i lacci, che mi si tesero….
Il conte la guardò stupito.
—Perdonate, ve lo ripeto, lasciate che mi rimetta un momento…. che rifletta….
Ella voleva riflettere; e risultato della sua riflessione fu se le risposte, che doveva dare a quel cavaliere, fossero mai un segno di riconoscimento.
Il conte attendeva; finalmente, vedendo che quella situazione si prolungava un po' troppo, decise ricorrere ad un ultimo mezzo, mostrare cioè a Gabriella il ritratto della contessa di San Giorgio.
Alla vista di quel dipinto, la giovane donna si scosse.
—Chi è questa dama? domandò, e come mai mi rassomiglia tanto?
—Questa dama, rispose il conte, ho tutte le ragioni per credere sia stata sorella a vostro padre; ma per accertarmene ho bisogno che lasciate ogni reticenza, e non perduriate in un contegno, che finirebbe per offendermi, e per tornare in vostro danno.
Gabriella fu persuasa; e nol fosse stata, non avrebbe saputo egualmente resistere ancora…. Ma quel ritratto l'aveva convinta.
—Vi soddisferò, signore, disse al cavaliere di Malta; vi prego a scusare la mia esitazione, ma gli è che nulla, o ben poco io posso dirvi. Non avevo che tredici anni quando mio padre morì; mi aveva confidata fin da bambina ad una buona signora, che mi tenne seco anche dopo la morte di lui…. sino a quando….
Ella si arrestò involontariamente, indi:
—Sino a quando mi maritai, proseguì.
—Vostro padre era guerriero della repubblica veneta, n'è vero?
—Sì.
—Sempre più mi persuado esser egli stato quel desso, che io ricevetti incarico di cercare. Continuate.
—Egli veniva a vedermi sovente, mi amava assai; era sempre molto triste…. ecco tutto quanto mi rammento di lui.
—È ben poco infatti…. Ma non mi parlate di vostra madre?
—Non la conobbi mai, signore; la perdetti a due anni.
«Dunque, pensò il conte, quella donna, per la quale il cavaliere dell'Isola era stato scacciato, morì presto! Ah perchè non tentò egli allora di ottenere il perdono di suo padre! Quante inquietudini si sarebbero evitate a donna Livia ed a me anche!»
E rivolgendosi a Gabriella:
—Vostro padre non diceva nemmeno in qual paese fosse nato?
—Mai…. diceva essere un gentiluomo senza sostanze.
—Oh ma…. Cercheremo saperne di più…. Attendete…. la signora che vi allevò potrà darmi forse degli schiarimenti….
—Non credo; ella non avrebbe taciuto meco per tanti anni. Molte volte nella mia adolescenza le chiedevo se mio padre fosse rimasto orfano presto; se non avesse più alcuno della sua famiglia; ed ella non faceva che ripetermi quanto mi era già noto.
—Ma come mai, se non conosceva intimamente vostro padre, vi tenne seco per sì lunghi anni?
—Diceva essere stata pagata in anticipazione per molto tempo: e che in ogni modo, siccome mi voleva bene, e non aveva figli, non si sarebbe divisa egualmente da me.
Tutto ciò era naturale, ed il conte lo credette vero.
—Ma, disse poi, voi dunque eravate figlia unica? Credeva aveste un fratello; morì forse bambino?
Gabriella rabbrividì:
«Ohimè, pensò, tutto questo finirà per mettermi a contatto diCamilla!»
—Voi non rispondete, signora? perchè?
—Ho un fratello infatti, mormorò la giovane vedova.
—Oh esiste ancora dunque?
—Sì.
—Come mai non me ne parlaste? Siete disgustata forse con esso lui?Ditemi ove si trova; ho bisogno di saperlo.
—Non lo so, signor cavaliere.
L'agitazione di Gabriella, il tremito, che in quell'istante si sentiva nella sua voce cagionarono mille sospetti al conte di San Giorgio; gli pareva che ella mentisse; si chiedeva se per odio al fratello, o per timore di divider seco delle ricchezze, che forse sospettava vicine, ella non fosse sincera….
«Sarebbe mai possibile? disse tra sè; sembra sì dolce… rassomiglia tanto a mia madre ed a donna Rosalia…. eppure le sue continue perplessità mi fanno sospettare…. Sarà ella degna del nome, che credo le appartenga? tutto la atterrisce…. Che mai può significar questo?…»
E la esaminò tristamente. Ad un tratto provò per lei un sentimento di compassione indulgente; cercò persuaderla colla dolcezza:
—Non sapete dove abita vostro fratello? le domandò; egli non s'interessa dunque a voi?
—Oh non è questo, signore, rispose Gabriella; mio fratello è buono, mi ama; soltanto una serie di circostanze, indipendenti dalla nostra volontà, me lo fecero perdere affatto di vista.
—Se questo è, tenterò riavvicinarvi. Datemi qualche indizio e lo ritroverò, spero…. Dite che lo perdeste affatto di vista: sono molti anni dunque che nulla sapete di lui….
—Qualche mese, balbettò Gabriella
Il timore che, dicendo la verità, essa avrebbe potuto tornarle forse fatale, l'aveva per un istante consigliata a mentire, ma non aveva saputo farlo…. Ormai ogni suo proposito di stare in guardia era vinto, ogni coraggio l'abbandonava; decise non tentar più nulla, affidarsi alla provvidenza, ma lo faceva tremando….
Il conte non sapeva che pensare di lei, ma si serbò calmo, onde ottenere più facilmente lo scopo, per cui aveva lasciato la Sicilia, poi Malta; non potè però reprimere un leggiero sorriso.
—Se è soltanto qualche mese, disse, che nulla sapete di vostro fratello, mi sembra probabile il rinvenirlo. Ove lo vedeste l'ultima volta?
—A Bologna.
—Vi dimorava?
—Credo vi fosse soltanto di passaggio.
—Ve lo disse egli?
—Sì
Gabriella rispondeva macchinalmente. Ella era nella situazione di chi, vedendo inutile ogni scampo, si decide a fermarsi in un lungo pericoloso.
—Vostro fratello è militare?
—Lo è sempre stato.
—Ed ora?
—Credo lo sia anche adesso.
Il conto la guardò attonito. Indi:
—Nell'armata della repubblica veneta?
—Una volta, ma ora non ne sono certa.
—Come? non ne siete certa?
—No, lo giuro.
—Ma non glielo chiedeste?
—No.
—Basta; e poichè servì sempre la repubblica, è probabile che la servirà ancora…. È da molto tempo nell'armata?
—Da quando morì nostro padre.
—Dunque egli è maggiore di voi?
—Di cinque anni.
—Pensate che io lo troverò a Venezia?
—Oh sicuro!
—Allora mi vi recherò senza indugio. Egli porta certamente il nome che portava vostro padre?
—Sì, Federico di Chiarofonte.
—Bene: adesso lasciate, signora, che io vi rassicuri… Credevo recarvi qualche consolazione, ed invece vi vedo sempre più spaventata. Non voglio essere indiscreto: ma permettetemi dirvi che trovo strano non vi rallegriate menomamente, vedendovi prossima a ritrovare la famiglia di vostro padre, e…
—Oh signor cavaliere, io sono piena di riconoscenza per voi, e per chi vi ha inviato: credetemelo… ma gli è che sono assai ammalata, ed ogni cosa mi turba.
Era questa l'unica scusa che avesse potuto trovar Gabriella; ma commosse il conte. Il pallore di quella giovane donna, le sue stravaganze istesse gli parvero spiegate da quel motivo. Ah! ei non sapeva come il destino di quella poveretta fosse crudele tanto da cangiare per lei il bene in male; da farle scorgere a ragione od a torto minacce future là ove altri avrebbero intravvedute brillanti speranze!
—Voi non mi dovete alcuna riconoscenza, le disse il cavaliere: solo desidero persuadervi che quanto conto fare può tornare in vostro vantaggio… Voi avete dei bambini, lo so… ebbene se il migliorare posizione vi è indifferente, pensate che ciò nol sarà per essi….
Aspettava una risposta, ma Gabriella non parlò. Ella si domandava se anche pe' suoi figli non sarebbe stato meglio avere la sola protezione di Marco. Ma per non offendere quel gentiluomo, che le parlava con tanta dolcezza, tentò sorridere…
—Sì, continuò il conte, pensate ai figli vostri, e sperate. Fra poco, ne ho fiducia, potrò provarvi che non vi esortai a ciò invano… Vi dirò allora il mio nome; comprenderete le mie domande….
Egli la fissava sì affettuosamente in quell'istante, che un subito baleno del vero venne a rischiarar Gabriella sul conto di lui.
—Ah, signore, mormorò, sareste voi pure della famiglia, che credete rendermi?
—Ebbene, sì; rispose il conte: ma per ora permettetemi che io non vi dica di più. Se non m'inganno, saprete presto quali legami ci uniscono, e conoscerete insieme il nome di vostro padre.
Malgrado le angosce che la torturavano, Gabriella guardò con emozione il cavaliere di Malta; provò come un rimescolamento nel sangue all'idea ch'egli forse le fosse prossimo congiunto; indi:
—Voi siete assai buono per me.
Ma nulla gli disse di più, nulla gli chiese. Era di troppo quanto aveva detto, quanto involontariamente aveva poco prima chiesto. Ed il conte di quel suo contegno fu, come sempre, sorpreso.
«Com'è, pensò, che non mi domanda nemmeno la posizione dei parenti di suo padre?… Temevo trovare dell'avidità nei figli del cavaliere dell'Isola, mai al certo tanta indifferenza…. Essa mi agghiaccia. È possibile provenga dal solo disinteresse? Questa giovane donna è ammalata; ma nondimeno…. Non parlò ella di lacci tesile, di sventure?…»
E per rischiarare un dubbio, quello cioè che Gabriella avesse sposato qualcheduno, di cui temesse profferire il nome, le disse:
—Siete vedova da un pezzo, signora?
Gabriella si turbò ancora più. Ai timori abituali si aggiungeva quello di dover narrare i suoi casi a dei parenti ricchi, orgogliosi, che potrebbero giudicarla senza indulgenza; fors'anche non prestarle fede.
Ma come preoccuparsi d'incidenti lontani, in mezzo a perigli vicini forse? Dio solo poteva salvarla, e con una muta preghiera si raccomandò a lui.
Indi, colla solita tristezza:
—Sono vedova da quasi due anni, rispose.
—Ora che sapete perchè m'interessi a voi, riprese il conte, non troverete strano che v'interroghi sull'esser vostro.
Egli dubitava sempre più.
—Chi era vostro marito? Come si chiamava?
—Ferdinando Alboni.
—Militare anch'egli?
—Sì, ma aveva lasciato il servizio.
Il conte desiderava altre spiegazioni, eppure temeva, persistendo in quella specie di esame inquisitorio, di essere indiscreto e di offendere Gabriella. Ma sì viva era la sua inquietudine, che non seppe resistere ai timori che l'agitavano. E:
—Aveva parenti vostro marito?
—Credo di no; era di Perugia; vivevamo in una sua piccola terra;—aggiunse arrossendo, come per rispondere a nuove interrogazioni.
Quell'imbarazzo strinse il cuore al cavaliere per diverse ragioni.
«Proverrà, si chiese, perchè mi trova indiscreto, o perchè ha paura che io le domandi di più?… Ohimè! pensò poi, se questa donna fu moglie a qualche tristo soggetto, come mai ottenere dal duca che la riconosca? Ed anche, come mai dargli torto in tal caso?»
Il conte di San Giorgio non era altiero della nascita, come se ne mostrava don Francesco; ma non era neanche un democratico. In quel tempo, con pregiudizii sì radicati nella nobiltà, ciò sarebbe stato impossibile.
«Basta, dicevasi, io attenderò a rivelare a lei ed a suo fratello il vero; se anch'egli ignora ogni cosa, mi sarà sempre facile il retrocedere…. Non vorrei poi introdurre nella nostra famiglia persone che….. Ah donna Livia non previde, come non previdi io stesso, che vi potessero essere circostanze da farci adottare il partito del duca…. Eppure non sarebbe grave ingiustizia questa?… Ohimè! se il padre di don Francesco avesse riparato in tempo, nulla forse di quanto temo sarebbe avvenuto…. Ma no, non devo scoraggiarmi; io, che tanto pazientai, che tanto sospirai per trovar questa donna!…»
Quella donna, Gabriella, ispirava al conte sentimenti diversi. La sua rassomiglianza colla madre di lui, con donna Rosalia, le sue sofferenze fisiche che apparivano evidenti, le morali, che egli sospettava, lo spingevano verso di lei; lo spronavano ad interessarsi con ardore per essa; ed il suo contegno, i suoi modi, le parole a diffidarne.
Ella non mostrava avvedersi che da qualche istante, il cavaliere taceva. Era rimasta immobile, cogli occhi bassi, confusa, tremante….
«Null'altro saprò da lei, pensò il conte. È di suo fratello che devo cercare; agirò verso lui con maggior precauzione; poichè, se era già un giovane quando suo padre morì, potrebbe sapere…. Ah voglia il cielo che ei possa accertarmi della verità, e sopratutto dissipare i miei sospetti…. Chi sa poi anche che in questa giovane donna null'altra colpa siavi, tranne qualche sventurato amore?… Suo fratello me lo dirà…. Sì, sì….»
E si alzò.
—Partite, signor cavaliere?—chiese Gabriella alzandosi parimenti, e coll'aria di chi esce da un sogno.
—Sì, o signora; oggi stesso partirò per Venezia; mi recherò in traccia di vostro fratello.
Ella fu per esclamare: Deh! non gli parlate di me, non ne parlate ad alcuno!… Occupatevi di lui soltanto, lasciatemi stare!…—Ma non osò. Eppure lo avrebbe desiderato ben vivamente!… Comprese anche dover qualche riguardo a quel cavaliere, che le aveva lasciato credere essere suo parente, alle cui prove d'interesse era rimasta sì fredda: e cedendo ad un subito rammarico per la condotta tenuta con lui, lo ringraziò con vivacità quasi convulsa, e si scusò seco….
Il conte sorpreso, ma anche soddisfatto di quel cangiamento, accettò gentilmente le scuse di Gabriella, chiedendosi però se ella non fosse un po' pazza. Tante stranezze, delle quali non conosceva il vero motivo, lo confondevano davvero, e sempre più accrescevano il suo desiderio di veder Federico di Chiarofonte.
—Vi rammento, signora, disse a Gabriella, che non dovete parlare ad alcuno di questa mia visita e del suo scopo.
—Non dubitate.
—Comprendete, finchè non ho rischiarato meglio….
—Oh! non parlerò.
Non avrebbe ella fatto un'eccezione per Marco? In quel momento forse non sapeva nemmeno ciò che le si chiedeva, che cosa aveva promesso.
Il cavaliere di Malta non insistè più oltre; la salutò ed escì.
Eppure in lasciarla provò come un rincrescimento; la compassione sembrava richiamarlo.
Gabriella lo aveva accompagnato sino alla porta, e quando fu partito guardò smarrita intorno a sè, indi si assise, nascose il volto fra le mani, e pianse.
—Mio Dio, mormorò, la mia testa si spezza!… E nessuno mi consiglierà!…
In quello stesso mese di aprile a Milano, in una sala riccamente ammobiliata di una casa situata nelle adjacenze di Sant'Ambrogio, due persone stavano sedute l'una in faccia all'altra dinanzi alla tavola, già mezzo sparecchiata. La cena era finita, e quelle due persone, un uomo ed una donna, sembravano discutere con qualche vivacità.
—Perchè mai tale capriccio, Federico?—diceva al suo commensale la donna, che era davvero bellissima, e della quale uno sfarzoso abito di raso rosso cupo faceva maggiormente risaltare le forme classiche ed i tratti perfettissimi.
—Come potete mai chiamar capriccio un desiderio sì naturale?
Il giovane, che aveva proferito questo parole, eguagliava la sua compagna in avvenenza, grande, ben fatto, con alcun che di sì elegante, di sì marziale nella persona, nei bei lineamenti, che non si poteva a meno di lasciarsi all'istante trascinare verso di lui. Vestiva una brillante e ricca assisa di ufficiale spagnuolo; poteva avere trent'anni circa.
Era Federico di Chiarofonte.
Non mostrava rassomiglianza alcuna con Gabriella, nè colla famiglia del duca; dei tratti caratteristici di quella famiglia ei non aveva che il nero eccessivo degli occhi, se tuttavia vi possono essere occhi troppo neri; ma la loro forma più bella, lo sguardo meno fiso e più simpatico davano loro una espressione diversa.
—No, non è capriccio, riprese poi, fissando con qualche distrazione la lampada d'argento, che pendeva dalla vôlta della sala.
La donna, che aveva parlato prima, lo esaminava con ansietà; un lampo di collera apparve in quell'istante sul suo volto, ma Federico non se ne avvide: quando si volse nuovamente verso di lei, ella aveva già ripreso la sua abituale fisonomia.
—Se chiamai capriccio, disse, la vostra idea di recarvi in traccia diGabriella, ho le mie ragioni per questo.
—Voi parlate sempre come una sibilla, rispose l'ufficiale con leggiera ironia. Già altre volte mi sconsigliaste dal recarmi da mia sorella; per soddisfarvi ho sempre procrastinato, ma ora…
—Ora, perchè non farete lo stesso?
—Perchè, signora, ciò che era perdonabile qualche mese fa non lo è più; perchè mi sembrerebbe mancar di cuore.
—Voi parlate in un modo che mi offende; è come se diceste che io non ho cuore, perchè vi sconsiglio dal fare quanto bramate.
—Io non intesi ciò; ma per approvarvi ho d'uopo che mi spieghiate i vostri motivi. Parlate, aggiunse, guardandola tra la preghiera ed il comando.
Ella lo fissò a sua volta; vi era veramente della passione negli sguardi, che immergeva in lui.
—Prima di tutto, disse con un seducente sorriso, che errava quasi costantemente sulle sue labbra, mi duole vedervi partire.
—Questo motivo non mi appaga, Camilla: non è la prima volta che vi lascio.
Camilla rifletteva; stava chiedendosi se dovesse ricorrere a qualche colpo risoluto; così rimase un istante silenziosa.
—D'altronde, riprese l'ufficiale….
—Ebbene?
—Voglio recarmi anche a Venezia.
—A Venezia?…
—Sì.
—Ma se vi eravate proposto di non riporvi più il piede….
—Credete che non è per vaghezza di ritornarvi…. per desiderio di rivederla, che conto recarmivi.
—Ma e perchè dunque?
—Per gli stessi motivi, che mi consigliano ad andare da Gabriella; per affetto…. per dovere.
—Io non vi capisco.
Se Camilla era agitata, nulla in lei lo rivelava: il suo sguardo era sempre eguale, sempre fiso.
—Sapete, riprese l'ufficiale, che Gabriella fu allevata da una certa signora Lorini….
Ella accennò che sì; ascoltava con un'attenzione profonda.
—Vi è noto altresì, continuò egli, com'io credessi causa quella donna, o la sua poca vigilanza, del disonore di mia sorella, poichè ignorava fosse stata rapita a forza….
Camilla scosse leggermente il capo, ma ei non vi abbadò, e proseguendo:
—Mi ero sdegnato per questo colla signora Lorini, nè più mi recai a vederla; ma dopo che seppi il vero, mi pentii del mio errore, e dal giorno, in cui vidi Gabriella e ne intesi la storia, ho sempre pensato far una visita a quella signora, e dirle che sono dolente d'essermi ingannato. Mio padre la teneva in gran conto; l'ultima volta ch'io lo vidi mi pregò, mi consigliò insieme a coltivarne la relazione. Dunque ora non voglio più indugiare a recarmi da lei.
—Vi siete risoluto?
—Risolutissimo.
—E contate andarvi nello stesso tempo che da vostra sorella?
—Sì, o nell'andata, o nel ritorno…. Mi fermerò a Venezia soltanto qualche ora.
Camilla lo interruppe.
—Ma prima dicevate volervi recare da Gabriella soltanto….
—Gli è che non sapevo bene cosa fosse avvenuto della signora Lorini; ma jeri ne ebbi sicure notizie.
—Da chi?
—Da un veneziano.
—Da un veneziano?…
Questa volta l'emozione di Camilla non si nascose intieramente; dovette essere stata ben grande, se una piccola parte di essa apparì nella voce di lei.
—Fu un mio compagno d'arme, che qualche volta mi aveva seguito dalla signora Lorini, quando Gabriella vi dimorava.
—Ah vedo!
—Dunque domani parto; ne ho già avvertito il governatore; e voi non dite nulla? Oh ne ero sicuro,—aggiunse con un mezzo sorriso, che le vostro obbiezioni non potevano essere serie.
—V'ingannate, io le mantengo.
Federico la guardò attentamente, alzò un poco le spalle, indi:
—Ebbene allora, spiegatevi, disse.
Quel mezzo decisivo, a cui Camilla aveva pensato poco prima ricorrere, lo adottò all'istante, audacemente, senz'altre esitazioni.
—Vi ubbidirò, rispose, ma temo abbiate poi a dolervi.
—In verità mi spaventate: ma non importa, proseguite.
—Mi sarei spiegata prima d'ora, Federico, fors'anco sarebbe stato mio dovere; ma volevo evitarvi una pena; eppure…. sarebbe stato meglio.
—Deh terminate!
—Ebbene; voi avrete notato certamente che vostra sorella a Bologna, prima che mi presentaste a lei, aveva accettate, a quanto mi diceste, le vostre offerte d'ospitalità, di assistenza, e che ad un tratto poi cangiò d'avviso. Ciò vi sembrò strano, ne sono certa….
—Infatti; ma da che derivava dunque?
—Dal sapere che io per una combinazione ero al fatto de' suoi casi, e che potevo benissimo, ove lo avessi voluto, smentire la storia, ch'ella vi aveva narrata.
—Dunque Gabriella?
—Era fuggita di sua volontà, perchè innamorata probabilmente. E ciò che per tanto tempo credeste di lei, era vero pur troppo….
—Sarebbe possibile? Avrebbe mentito a tal segno? Ma siete ben certa di non errare?… Alle volte avvengono degli equivoci…. sì sovente succede di ingannarsi….
Camilla lo esaminò con inquietudine, come se avesse voluto scrutare ogni suo sentimento…. Per un istante rimase perplessa, ma fu un istante, e non di più.
—Non mi sono ingannata, rispose poi con accento convinto…. Credete voi che io potrei affliggervi, se non fossi certa d'esser nel vero?…. Voi, che tanto amo…
Queste ultime parole erano sincere; Federico lo sapeva; così credette anche le prime. Pure formavano con esse, uno strano miscuglio di verità e di menzogna.
Ei non rispose, ma parve commosso.
—Ahimè! proseguì Camilla, mi pento, sì, di non avervi tosto narrato tutto…. Ma gli è che speravo poter tacervelo sempre…. Ora però vi narrerò ogni cosa….. Sapete che io, prima di conoscervi, ero stata a Venezia una sola volta con quella parente di mio padre, presso cui dimoravo in Dalmazia. Fu nel 1569…. Un giovane, quello che fuggì con vostra sorella, veniva in casa di quella mia parente, le era stato raccomandato da un vecchio amico…
—Ebbene?
—Colui narrava di essere innamorato di una fanciulla di Venezia, nobile, ma senza fortuna, che era affidata ad una signora alquanto severa. La mia parente credeva dovergli dare qualche consiglio; ma io prestava poca attenzione a quanto dicevano…. Avevamo per abitudine di andar sovente la sera in gondola a fare una passeggiata sulla laguna. Era il nostro unico divertimento, perchè a Venezia non conoscevamo alcuno. Ora una volta, durante una di queste passeggiate, notammo dinanzi ad una casa una gondola ferma. Nello stesso momento Ferdinando Alboni, il marito di vostra sorella, ne discese, entrò nella casa…. La mia parente ordinò al nostro gondoliere di fermarsi:—Voglio osservare, mi disse, che cosa fa colui.
—Ebbene?
—Poco dopo egli ritornò; non era più solo…. una donna lo accompagnava. Era vostra sorella…. vostra sorella, che vi narrò essere stata rapita a forza, e che lo seguiva invece leggermente, senza esservi per nulla costretta, colle più grandi precauzioni….
—Tanta falsità!
—Lasciatemi proseguire. La mia vecchia parente, che per verità era troppo curiosa forse, fece avanzare la nostra gondola, voleva consigliare quegli amanti a non fuggire in tal modo; e quando fummo loro vicini, tanto vicini, che ella potè prendere per una mano Ferdinando Alboni:—Che cosa fate? gli disse…. Voi fuggite con una fanciulla, la vostra innamorata senza dubbio. Riflettete meglio…. Fermatevi…. Sapete che vi parlo anche a nome del nostro vecchio amico, e… Egli rimase un istante attonito; ma la sua compagna, spaventata forse da quell'incidente, si alzò un poco, indi:—La signora Lorini potrebbe ritornare, fate presto, è vero! esclamò egli; e, lasciando precipitosamente la mia parente, sedette vicino a Gabriella. Un momento dopo la gondola, in cui stavano, si allontanava colla maggior velocità possibile…. Mi sembra esser crudele narrandovi questo di vostra sorella, che eravate sì contento di credere innocente, ma non potevo soffrire ch'ella si prendesse ancor giuoco di voi…. Poi altre ragioni più gravi mi costrinsero finalmente a parlare.
L'ufficiale non la interrompeva; era agitato: tratto tratto una vampa di rossore saliva alla sua fronte, come dei flutti di sangue gettativi dallo sdegno.
—La luna, bellissima quella notte, proseguì Camilla, mi permise distinguere i tratti di vostra sorella, che del resto avevo già veduta benissimo al lume di una lanterna, ch'ella stessa teneva in mano al sortire della porta di casa…. Anch'ella certamente mi aveva rimarcata, perchè a Bologna mi riconobbe all'istante.
—Faceste male a tacer sin qui.
—Lo so; ma lasciate che io continui. Vi rammentate che condussiGabriella nella mia stanza?
—Sì, sì.
—Volevo avere una spiegazione con lei; la rimproverai di avervi mentito; le dissi non permetterei continuasse a farlo.
—E che vi rispose?
—Che aveva avuto vergogna a narrarvi il vero, e sarebbe partita tosto. Indi mi supplicò a tacervi tutto. Io promisi di farlo, per qualche tempo almeno…. Se differii, fu anche per questo. Vedendo che non vi ha dato più sue notizie, penso creda che io vi abbia narrato ogni cosa…. Ecco le mie obbiezioni.
—Comprendo, e le trovo giuste.
—Io speravo persuadervi a non andare da Gabriella senza narrarvi tutto ciò; benchè mi fosse assai doloroso essere, anche per un istante, tacciata da voi di durezza e d'insensibilità, come quasi faceste.
Il volto dell'ufficiale era ancora assai triste. Camilla si era arrestata,
—Che volete? Datevi pace: sono di quelle cose che avvengono, riprese poi con un certo scoraggiamento. Alfine vi eravate rassegnato altravolta a che ella fosse fuggita….
—Sì, è vero; ma ora che l'avevo trovata…. poi l'esserne stato ingannato…. l'avermi ella narrato una falsa storia mi offende.
—Ha avuto rossore, non vel dissi? Per me la compatisco…. Svanito l'incanto, che l'aveva trascinata a seguire colui, si sarà pentita della colpa commessa. Suo marito era morto: pel desiderio di ricuperare la vostra stima, lo avrà accusato solo del male fatto insieme.
—Che uomo era? domandò l'ufficiale.
—Oh non saprei; mi sembrava un po' sciocco, inconseguente, leggiero; ma credo fosse onesto. La mia parente se ne teneva sicura…. Era guerriero nell'armata fiorentina.
—Meno male allora; avevo creduto peggio ancora.
E come colpito da una subita idea, aggiunse:
—Com'è che voi, Camilla, non mi avete mai detto nulla di questa sì strana avventura?
Tale domanda ella l'attendeva, e già era preparata a rispondere.
—Perchè per verità io non vi pensavo molto. Voi non mi diceste mai d'avere una sorella…. Come potevo io supporre che la giovane, da me veduta fuggire col suo amante quella notte, potesse interessarvi, essere a voi legata?… D'altronde, il ripeto, era già, scorso molto tempo quando vi conobbi…. Avevo quasi dimenticato quell'avventura.
Il naturale riservato di Camilla, la sua nessuna tendenza a ciarlare di cose indifferenti fecero che Federico trovasse plausibili tali ragioni.
—Se mi aveste parlato della signora Lorini, proseguì ella, questo nome, che avevo udito pronunziare da vostra sorella la notte della sua fuga, avrebbe risvegliate le mie memorie, mi avrebbe certamente condotta a narrarvi in qual congiuntura era già giunto al mio orecchio… Ma voi aveste sempre poca fiducia in me…
E guardò attentamente l'ufficiale, che non mostrò udirla.
—Non fu che a Bologna, riprese Camilla, il giorno in cui mi presentaste vostra sorella, che mi narraste della signora Lorini, delle vostre relazioni con essa, della collera risentita contro di lei; ma è inutile vi richiami tutto questo.
—E la vostra parente, quella che era con voi quella notte, esiste ancora?
Camilla provò un momento d'angoscia.
Tale interrogazione deriverrebbe mai da qualche dubbio?… Ma senza perdere secondo:
—È morta in Dalmazia, rispose, appena che io fui ritornata presso mio padre.
—Gli è che avrei voluto chiederle dettagli più esatti sul marito di mia sorella.
Camilla respirò; dunque egli non aveva dubitato.
—Perchè, proseguì Chiarofonte, colui fu davvero suo marito; ella mi mostrò in Bologna il suo atto di matrimonio, che portava la data dei giorni, in cui avevo udito fosse fuggita. È molto che le abbia tenuto la parola.
—Oh! non è strano; voleva ammogliarsi, lasciar la vita militare; aveva appena fatto una piccola eredità. Pel momento egli era innamoratissimo di vostra sorella; avrebbe chiesto la sua mano invece di fuggire con lei, se non avesse temuto un rifiuto per parte della signora che l'aveva in custodia.
—Il marito di Gabriella aveva fatto un'eredità dunque?… Infatti ella mi disse che poteva vivere senza bisogno d'ajuto….
—Vedo con piacere che andate calmandovi.
—Non so che fare; e se fosse stata sincera meco, forse le avrei perdonato, vedendola maritata.
—Perdonatele egualmente.
L'ufficiale la guardò, come se non la comprendesse bene.
—Vi sorprende che io dica questo? continuò Camilla; ma non è perchè la trovassi indegna d'ogni scusa, che vi sconsigliai dal recarvi da lei, ma perchè ero certa che, invece di farle piacere, la vostra visita l'avrebbe turbata. Dopo che io l'avevo riconosciuta, è naturale che si trovasse imbarazzata dinanzi a voi. Sono persuasa che, ove anche le avessi promesso il silenzio, ella non m'avrebbe creduto. Del resto, ora che vi ho detto tutto, agite come credete; e se volete andare egualmente da vostra sorella, partite pure.
Era più che arditezza, più che audacia aggiungere così; era temerità, ma naturale in Camilla, portata istintivamente a valersi di mezzi perigliosi ed arrischiati. Attendeva per altro la risposta di Federico in preda ad un'ansietà angosciosa.
—No, no; diss'egli alzandosi, non voglio cercare di lei, per ora almeno.
La bella dalmatina respirò, ma la sua soddisfazione non apparve.
—Mi rammento, disse l'ufficiale passeggiando, mi rammento ora diverse circostanze, che avrebbero dovuto farmi presentire la verità, e che trovai allora soltanto strane…. Il turbamento estremo di Gabriella nel vedervi, che io attribuii a timidezza; la sua agitazione, che sembrava contenere a fatica; il timore, ch'ella mostrava d'incontrare i vostri sguardi, benchè cercaste incoraggiarla….
—Infatti, interruppe Camilla, io le avevo detto dianzi che non l'avrei smentita in faccia vostra; ma, vel ripeto, sembrava poco disposta a credermi… Ella non mi conosceva… Via, non affliggetevi più oltre… È vostra sorella, capisco bene; ma infine, non viveste mai seco; grande intimità non l'aveste con lei….
—Sì; ma non ho altri parenti….
E l'ufficiale si tacque.
Camila voleva fare un'altra domanda, che molto le stava a cuore, ma non osava.
Federico la antivenì.
—Dunque, disse dopo qualche momento di silenzio, la signora Lorini non mancò di sorveglianza, poichè Gabriella temeva essere sorpresa da lei la notte della sua fuga.
—Così credo anch'io.
—Bisogna dire che con qualche pretesto Gabriella ed il suo amante l'avessero allontanata.
—Può essere.
—Mi dispiace dunque d'aver accusata a torto la signora Lorini e trascuratala…. Pure non so se andare a vederla…. Sarebbe mio dovere, ma mi converrebbe parlare di Gabriella, ed io non mi sento disposto a farlo, basta, rifletterò….
—Chi sa? forse vostra sorella l'avrà veduta quella signora dopo la morte dell'Alboni.
—È possibile; ed è possibile anche abbia narrato a lei quello che narrò a me. Così è inutile che vada dalla signora Lorini; non farei che inquietarmi….
Egli fece un gesto d'impazienza, ed andò a sedere in fondo alla sala in un vasto seggiolone.
Camilla credette bene non dir altro; temeva compromettere la sua vittoria.
Dopo qualche tempo di silenzio, Federico si alzò; cinse la spada, gettò sulle spalle un corto mantello alla spagnuola, prese il suo cappello a larghe falde, ornato di una lunga piuma bianca, e fece per escire.
—Partite già? domandò Camilla.
—Sì, devo trovarmi con alcuni amici.
—Addio, diss'ella, stendendogli la mano.
—Addio, rispos'egli ed escì.
………………………………………………………..
Per qualche instante Camilla rimase immobile, impensierita. Il suo sorriso era scomparso, una specie di terrore dava alle belle linee del suo volto alcun che di strano e di spaventoso…. Finalmente si scosse.
«Oh, mormorò, se un giorno Federico giungesse a scoprirmi, a saper tutto?… se ei mi sfuggisse?… Ma a che rabbrividire all'idea di un periglio lontano, e che io renderò impossibile?… Farò che Federico non interroghi mai Gabriella, che mai ella gli sveli il vero…. Basta, per lungo tempo ei non tenterà di rivederla, ed al primo cangiamento penserò al da farsi….»
Ad un tratto impallidendo, e con una specie di collera verso sè stessa:
«Ah! pensò, io agii troppo precipitosamente con colei!… quel rapimento fu davvero la più grande sciocchezza, che io commisi!… E sprecai tant'oro, quando un delitto facilmente poteva…. Ma il timore mi arrestò…. Gabriella non era sola…. È naturale che io profittassi di Alboni, il quale mi aveva giurato di nascondere per sempre sua moglie…. Sapeva che, non facendolo…. Basta; ora sarò più saggia, più cauta…. Eppure l'idea che io, riuscendo a sposar Federico, avrei avuta per cognata Gabriella, fidanzata a Marco Sabbia, l'unica persona forse al mondo, che mi conosce e sa il mio vero nome!… non importa…. Avrei potuto commoverlo quel giovane; non è molto fino, lo compresi; ne avrei ottenuta promessa di tacere in eterno ciò che di me sapeva…. Ma a che mi pento!… Guai se mi scoraggiassi!… Non fui fortunata sin qui?… Non ebbi amica la sorte?… Ebbene, ciò sarà ancora….»
Ed aggrottando le nerissime sopracciglia si alzò risolutamente, come per non lasciarsi prendere da dubbii, che avrebbero potuto scuotere il suo coraggio, se è coraggio commettere il male….
Camilla era decisa a persistere nella via fatale, intieramente decisa;… eppur nondimeno dava ancor maledizioni alla troppa fretta avuta nel fare sparir Gabriella!… Un segreto presentimento le diceva che quel rapimento, poichè secondo lei non era per nulla un delitto, le sarebbe eterna cagione di perigli; che in esso inciamperebbe ad ogni tratto, e sempre lo troverebbe innanzi a sè come un ostacolo…. E nuovamente s'adirava contro sè medesima, accusandosi di imprevidenza!…
Per tranquillizzarsi, pensava ai pericoli scongiurati con esso, e li bilanciava con quelli cagionatile, ma un genio a lei nemico le diceva ancora che i primi erano immaginari, e le sarebbe stato facile antivenirli, mentre i secondi erano più gravi assai. Non sapeva se quanto aveva raccontato a Federico bastasse per mascherarla eternamente agli occhi di lui!
Scacciava tutti quei timori con forza: li respingeva violentemente; ma a che vale la forza, a che giova la violenza contro il pensiero? questo nemico invisibile, che non è dato colpire, che penetra nel cuore con maggior crudeltà di una lama?…
Dal giorno, nel quale aveva veduto Gabriella in Bologna, Camilla era tormentata sovente da tali angosce; ma mai come in quella sera…. Esse si erano risvegliate al suono delle tante menzogne da lei dette all'ufficiale; con esso si risvegliavano tutte le memorie di un passato vizioso, tutti i rimorsi di una coscienza colpevole….
Gli avvenimenti principali della sua vita passavano in folla dinanzi a' suoi occhi, come agitati da un démone furioso, incaricato di farglieli intravedere per prepararla al castigo.
Di quegli avvenimenti, tutti strani, tutti di un tetro interesse, il rapimento di Gabriella le appariva come il più vicino, il più fatale….
Ah! ella avrebbe voluto strapparlo da quel fascio abbominevole!…
E soltanto perchè poteva venir conosciuto….
Perchè, quando aveva creduto Gabriella eternamente divisa da Federico, riguardata da lui come estinta, ella si era felicitata di averla senza esitanza colpita….
Una cosa andava chiedendosi:
«Non sarebbe più utile agire ancora con precipitazione?… Sbarazzarsi intieramente di colei?…»
Stette un istante perplessa.
«Ma no, mormorò quindi: non voglio più essere troppo audace…. Per ora ho riparato….»
E scacciando le paure, ella si tranquillizzava: poco a poco la calma le ritornava; chè alfine non doveva essere tanto impressionabile!… Ella, cresciuta all'ombra del male, nascosta per tanti anni insieme ai veleni, ella che si era trovata in mille congiunture terribili!…
Ottener dalla vita tutto quanto le fosse possibile, assaporare il piacere più a lungo che sapesse, ecco qual'era la sua meta; non ve n'era altra per lei!…
Era questa che le abbisognava ottenere arditamente, con ogni mezzo, fosse anco inferiore alla situazione, e minacciasse spezzarsi sotto un peso soverchio!…
Ed ella, capace di meditare freddamente un delitto, ma insieme ambiziosa, appassionata, furente, poteva dare pur troppo in uno di quei fili fatali!…
Camilla quella sera trovavasi in preda ad una di quelle esaltazioni malefiche, che danno agli sciagurati, i quali soli possono provarle, una ebbrezza vertiginosa, che dopo la sua disparizione lascia dietro a sè o una conversione, od una maggior dose di perversità, d'ipocrisia sfrontata!…
Ed era questa che doveva trovare Camilla; non era già una conversione, che poteva tentarla, poichè perdere il frutto del male operato era la sola cosa che l'angosciasse.
Passata quella specie di febbre, Camilla sentì come d'uopo di qualche distrazione…. Si era abituata a recitare una parte dinanzi agli altri, tanto abituata, che alle volte le sembrava identificarsi in essa. La sua esistenza era un eterno dramma, di cui paventava lo scioglimento; scioglimento, che in certi istanti avrebbe voluto intravedere audacemente: per timore d'intravedere il quale chiudeva gli occhi in certi altri.
Ma ella era forte!… Procedeva senza pensare che ogni giorno l'avvicinava alla fine del dramma, come ogni istante l'avvicina alla morte!…
Escì dalla sala, salì alla sua stanza da letto, si mise ad uno specchio, come se avesse bisogno di contemplare la sua immagine per non farsi orrore.
«Ah sì, mormorò, la mia bellezza mi gioverà!… Ed io, che per una sequela di veri miracoli, giunsi a sposar Federico, che so quanto egli ignora, otterrò forse lo scopo splendido che mi sono proposta!
«Devo aver fiducia nel mio astro, tanto più che saprò sempre rendermelo benigno….
«Sì, quello scopo, pel quale misi a tortura il mio cervello, lo otterrò; pel quale dovetti persino….»
Ed un tremito, involontario certamente, agitò le sue labbra corrette.
Ma ella finiva sempre per vincersi….
«Oh sì! io ho bisogno di lasciar questi luoghi, nei quali ad ogni istante sono costretta a tremare; lasciarli per lontani, ove assumerei un nome illustre, ove colla fortuna di Federico potrei colmare i vuoti della mia, che sprecai spensieratamente, e della quale non molto mi rimane!… E Gabriella nulla avrebbe diviso seco….
«Federico nulla sa: a lui nascosi sempre il vero stato delle cose; non seppe mai nemmeno quanto fossi ricca in passato…. Egli non pensa agli affari, ma tal noncuranza fu ventura per me!…
«Se potessi sapere che il fratello del cavaliere Dell'Isola fosse morto, io parlerei…. esorterei Federico a reclamare, perchè quel duca forse prima di morire potrebbe per rimorso aver distrutto quell'atto…. La madre di Federico lo credeva probabile….»
E Camilla riflettè per lungo tempo.
«Poi la famiglia potrebbe spegnersi: quel duca aveva soltanto un figlio maschio, non ammogliato ancora!… E se morisse senza eredi, il suo titolo, le sue immense ricchezze, tutto spetterebbe a Federico…. Ed io…. sì, io potrei divenire la duchessa Dell'Isola….»
Ed ella parve esaltarsi a tale idea! I suoi occhi scintillarono; certo ogni rimorso cessava….
«Ah sì! per conoscere lo stato presente della famiglia Dell'Isola farò ogni sacrificio; manderò qualche persona fidata in Sicilia, segretamente…. segretissimamente…. chè Federico non deve saper nulla.
«Se fosse meno delicato, meno altiero, io gli avrei svelato il segreto…. Ma lo conosco, mai reclamerebbe, se non vi fosse invitato dalla famiglia, o che le circostanze ve lo obbligassero!… Forse in un momento di sdegno contro i parenti, che scacciarono suo padre, distruggerebbe le prove…. Egli è così orgoglioso!…
«Oh! ma io non posso rinunciare a sì brillante sogno!…»
E Camilla si mise a passeggiare agitata per la stanza….
«Ah! disse quindi, se non amassi tanto Federico, non avrei pazientato sin qui!… Tale amore, sì appassionato, non mi permise seguir sempre la via, che mi ero tracciata!…»
Il conte di San Giorgio giungeva a Venezia una settimana dopo il suo colloquio con Gabriella.
Vi giungeva precisamente nel giorno, in cui quella città festeggiava con gran pompa l'arrivo di Enrico III, che dalla Polonia, ove appena aveva regnato tre mesi, passava per l'Italia, onde recarsi in Francia, dove era chiamato a succedere a Carlo IX suo fratello.
Tutti i sovrani della Penisola si proponevano riceverlo con magnificenza, sperando forse con quelle adulazioni renderselo amico.
I Veneziani furono i primi a tributargli onore, ed In quella occasione spiegarono la loro vantata ricchezza.
Per quanto il conte di San Giorgio fosse poco disposto a darsi pensiero del re di Francia, pure risolse, giacchè era a Venezia, di starvi fino alla fine delle feste, tanto più che esse gli fornirebbero occasione di vedere i principali guerrieri della repubblica, fors'anche Federico di Chiarofonte, od almeno saperne qualche cosa.
Egli era agitatissimo: non vedeva l'ora di avere nuovi schiarimenti. Durante il suo lungo viaggio, aveva provato tante emozioni diverse, che era stanco persino di pensare.
Alle volte chiedevasi se non avesse fatto un sogno, e se donna Livia lo avesse davvero sobbarcato a quella strana impresa.
L'errore del cavaliere Dell'Isola, la colpa del vecchio duca, l'ostinazione di don Francesco, pareva che Dio avesse destinato farle espiare anche a lui, e non in piccola parte.
Alle stravaganze di Gabriella il povero conte pensava meno che potesse, onde non impazzire affatto.
Se, riescendo finalmente, poteva veder soddisfatta la duchessa, certo era quello un guiderdone meritato.
Ma per quanto cercasse serbarsi sempre calmo, non lo poteva intieramente. Ed i clamori, che trovò nella festosa Venezia, non sapevano distrarlo.
Gli sembravano come l'eco rumoroso dei mille pensieri, che si urtavano nel suo cervello.
Per non essere riconosciuto da qualche cavaliere di Malta, mentre girava per Venezia, guardava con circospezione intorno a sè, ed era contento di poter confondersi in una folla immensa.
Il Senato veneziano aveva mandato Jacopo Foscarini, Giovanni Michelied altri con numeroso stuolo di nobili, ad incontrare Enrico III aPonteba, villaggio di confine tra il territorio della repubblica e laCarniola.
Intanto erano già arrivati a Venezia, per prender parte al gran ricevimento ed ossequiare il re di Francia, i duchi Alfonso di Ferrara, Francesco di Mantova, Emmanuele Filiberto di Savoja ed il cardinale di San Sisto nipote del papa e suo legato speciale in quella circostanza.
Enrico, dopo essere stato festeggiato assai ad Udine, a Treviso, dovunque era passato, veniva ricevuto alle Malghere da sessanta senatori vestiti di porpora, poi finalmente arrivava per Murano in Venezia.
Qui il fracasso era grandissimo, la folla compatta, molte grida di giubilo, rumore immenso di cannoni, di tamburi, di trombe; un grande spettacolo insomma, a cui assisteva senza volerlo il conte di San Giorgio, che seguiva l'onda della gente assordato e confuso.
Il suo malumore, invece di dissiparsi, si accresceva con quell'allegria di tutti.
Il re di Francia sostò al palazzo dei Capelli; fu là che il doge Moncenigo andò a ritrovarlo; dopo di che Enrico salì sul Bucintoro ed andò a vedere la città, tenendo la via del Canal Grande.
Egli ammirava assai la magnificenza, la quantità dei palagi, la bellezza delle donne, il brio generale, ed il numero veramente straordinario delle persone, che erano salite persino sui tetti per veder lui; cosa di cui certo sentivasi lusingato; poi le molte e poderose navi da guerra, ornate a festa.
Infatti Venezia aveva quel giorno un aspetto unico. Gli storici assicurano che la gioja si leggeva in viso a tutti. Di sì gran gioja non si comprende davvero il motivo. Perchè mai difatti i Veneziani erano così felici di vedere ed accogliere Enrico III? ma probabilmente, allora come adesso, essi prendevano volentieri pretesto del passaggio dei sovrani per divertirsi, senza guardar tanto in là.
Il re ebbe alloggio nel palazzo di Alvise Foscari, palazzo che era quasi una reggia.
Trenta giovani patrizii furono posti a disposizione di Enrico, come oggetti di parata e di ossequio. Sul canale, alla presenza del re, vennero fatti i giuochi più graditi ai Veneziani.
Poi nella basilica ebbero luogo solenni funzioni, concerti sacri. A quelle funzioni il re di Francia assisteva col legato del pontefice alla destra, e circondato dai principi venuti a Venezia, dal Senato e dai nobili.
Vi furono altre cerimonie, che troppo lungo sarebbe richiamare partitamente, e durante le quali il re nominò senatore Jacopo Contarini.
Enrico visitò dopo l'arsenale, che gli destò gran meraviglia; gli si mostrarono le navi prese ai Turchi e le altre spoglie che si avevano dei Turchi stessi.
Il re passò otto giorni a Venezia, ove, a quanto dicesi, si divertì assai.
Partì poi per Ferrara, accompagnato sino a Fucina sulla nave dal doge, con gran corteggio formato dai principi italiani, dal Senato, dalla nobiltà e da molto stuolo di popolo.
Le bandiere, i pennoni, le vele, le insegne, la moltitudine, tutto ciò era sì compatto, che impediva veder le onde.
Il re, nel congedarsi dal doge, gli presentò un grosso diamante, che venne quindi incastonato magnificamente e conservato nel tesoro di San Marco.
Enrico fece altri regali a Foscari, che lo aveva ospitato, ed ai giovani patrizii, restatigli presso durante il suo soggiorno in Venezia.
E così finirono le feste della bella città.
In quegli otto giorni il conte di San Giorgio aveva chiesto il nome dei giovani guerrieri, che più gli sembravano degni di attenzione, ma mai aveva udito chiamare alcuno di loro col nome di Chiarofonte, ed altre informazioni gli era stato impossibile poter prendere in mezzo a tanta confusione.
«Com'è, dicevasi, che non potei veder questo giovane? Dunque ei non è a Venezia? oppure lasciò il servizio?…»
Ma il cavaliere di Malta non poteva accontentarsi di far supposizioni, ed il dì dopo la partenza del re si propose interrogare qualche guerriero.
La sorte gli fu questa volta favorevole; fe' ch'ei si indirizzasse ad un giovane gentiluomo, che molto aveva conosciuto Federico di Chiarofonte.
Il conte provò quasi della sorpresa, udendo rispondersi subito che si poteva dargli notizie certissime di colui, che cercava. Era sì abituato alle noje, ai disinganni; tante ne aveva subite, tanti provati durante il suo viaggio, che gli sembrava impossibile non incontrarne anche questa volta.
Fu in una bella locanda, ove alloggiava, che interrogò l'amico diFederico.
—Ah lo conoscete? esclamò con gioja.
—Perfettamente, cavaliere, ve lo ripeto, rispose l'altro; chi è fra noi che non lo conobbe? Era l'anima delle nostre riunioni; più di una bella dama veneziana lo rimpiange ancora, e vi direbbe che assai si duole di non veder più nelle parate e nelle feste Federico di Chiarofonte.
—Come lasciò Venezia? domandò il conte; e dove si trova?
L'interrogato scosse il capo, indi:
—Dove si trova vel dirò, cavaliere; ma quanto al perchè abbia lasciato Venezia ed il servizio della repubblica, non ho mai potuto spiegarmelo. Tutti gli volevano bene; era, come vi dissi, ricercatissimo ovunque. Dopo la battaglia di Lepanto, dove si è assai distinto e dove era rimasto ferito, egli rinunciò al suo grado, ed appena rimesso in salute, partì da Venezia colla sua sposa, che lo aveva appunto avuto in casa ferito.
—Ah, egli è ammogliato?
—Sì; sua moglie è una bellissima donna, che vidi di rado in Venezia; la credo forestiera e molto ricca.
«Perchè mai, pensò il conte, sua sorella non me lo disse?»
E volgendosi nuovamente al guerriero della repubblica:
—Ma dunque non è più militare?
—Lo è ancora; ha un grado distinto nell'armata spagnuola ed è assai caro al governatore di Milano. Abita in quella città, non molto lungi dalla chiesa di Sant'Ambrogio. Se voi, cavaliere, lo cercate, è là che dovete recarvi.
—Mi vi recherò infatti: intanto vi ringrazio, signore.
Ed il conte fece per partire, ma il giovane lo trattenne.
—Perdonate, cavaliere, gli disse: aspettate un momento, voglio pregarvi di salutare Chiarofonte a nome di Prato, senza accennargli che io mi stupii della sua improvvisa risoluzione.
—Oh non temete!
—Sarebbe stato naturale; ma alle volte potrebbe averne dispiacere; quando lo vidi a Milano, mi parve desiderasse non gli si facessero molte interrogazioni.
«Perchè mai questo? si chiese il conte.»
—Basta, continuò il militare, è padrone di far quel che vuole certamente; ma pure mi sembra strano che non abbia più voluto rimanere con noi per andare al servizio della Spagna; egli, che ebbe sempre antipatia per gli Spagnuoli. Forse s'immischiò a loro senza pensarvi, fors'anche a Lepanto contrasse amicizia con alcuno di essi.
Il conte di San Giorgio, prima di lasciare il suo interlocutore, pensò indirizzargli qualche domanda sul padre di Federico. Forse colui potrebbe fornirgli particolari importanti.
—Vedo, gli disse, che conoscete molto Chiarofonte; tale conoscenza data certamente da lungo tempo.
—Da dieci o dodici anni Federico ed io entrammo giovanissimi nell'armata.
—So infatti che egli si fece soldato appena morto suo padre.
—Sì, interruppe l'altro, un bravo e valoroso guerriero anch'egli, a quanto ne intesi dire; io però non l'ho conosciuto.
Il conte si sentì tentato di chiedere a quel militare se Federico gli avesse mai parlato di sua sorella, quella giovane donna, che tanto lo aveva preoccupato, che lo imbarazzava ancora, e che gli aveva lasciato mille memorie diverse; ma nol fece. Fra poco non vedrebbe egli Federico?
Si congedò dunque tosto dal guerriero veneziano, ringraziandolo degli schiarimenti fornitigli.
«Che vorrà mai questo cavaliere di Malta da Chiarofonte? pensò il militare, seguendo collo sguardo il conte di San Giorgio. All'aria, ai modi pare un gran signore; davvero che ne saprei qualche cosa volentieri.»
Un'ora dopo il cavaliere partiva da Venezia; si faceva mille domande, si chiedeva sopratutto come agirebbe nel caso, in cui Federico non ne sapesse più di Gabriella sul loro padre.
«Possibile, pensava, che il cavaliere Dell'Isola, poichè sono certissimo che era lui, non abbia lasciato ai suoi figli, se non il suo segreto, una memoria almeno, alcun che, che potesse farli riconoscere?
«Questo Federico sembra un giovane valoroso, considerato, ed io sono certo ch'egli è mio cugino; ma se non ha prove, a che mi gioverà tale certezza? A che soprattutto varrà essa a sostenere dei reclami presso il duca?
«Donna Livia cercherebbe convincerlo, ma poco gioverebbe, lo temo; non rifiutò già d'ascoltarla?… Ah come il potè?… Eppure, se don Francesco così altiero, così violento le perdonò la distruzione di quella pergamena, l'insulto ricevuto dinanzi a tutti, convien dire che l'adori!… Qual amore, è mai il suo?…
«Io so bene che nulla avrei negato a donna Livia. Potessi rivederla almeno! compiere i suoi voti!… Ah questo amore sarà il mio tormento!… Ma pure….»
Pure, pensava forse, quel tormento gli era talvolta caro. Quell'affetto senza speranza, che la sua ragione poteva comprimere, ma non soffocare, lo inebbriava colla sua medesima amarezza. Si era identificato colla sua esistenza, soltanto con essa sarebbe finito.
Intanto, immerso sempre ne' suoi soliti pensieri, il conte procedeva verso la città, ove troverebbe Federico di Chiarofonte.
Le terre venete, parte delle lombarde gli passarono innanzi come una fantasmagoria, cui non badava.
Finalmente arrivò a Milano.
Là tutto doveva finire, là tutto si deciderebbe!…