XII.

Fu con questa convinzione, tra l'ansietà, la speranza, il timore, che il cavaliere di Malta si fece annunziare a Federico di Chiarofonte, il brillante ufficiale spagnuolo, marito di Camilla, come un gentiluomo forastiero, che doveva parlargli.

Egli fu ricevuto all'istante.

Federico era solo colla sposa in una vasta sala.

All'entrare in quella stanza, il conte provò una forte emozione. Camilla lo colpì colla sua maestosa ed imponente bellezza; e Federico, benchè non gli richiamasse come Gabriella la sua famiglia, lo impressionò vivamente.

Mai aveva egli veduto un cavaliere, che riunisse maggiori pregi esteriori; quell'aspetto distinto e gentile, quei tratti belli e nobili, ai quali una leggiera impronta d'orgoglio dava maggior risalto, lo prevennero all'istante in favore di Federico.

—Voi avete a parlarmi, signore? chiese questi al conte di San Giorgio alzandosi.

E notò allora la croce ottagona, che fregiava l'abito nero del forastiere.

Che può volere da me questo cavaliere di Malta? pensò.

—Sì, devo parlarvi, rispose il conte, e di cose importantissime.

Camilla ascoltava con ansietà; ella aveva mille motivi per sperare e temere di tutto; ma, come sempre, nulla la tradì.

—Segretamente? domandò l'ufficiale.

—Sì; ma vostra moglie può rimanere, disse il conte, inchinandosi aCamilla.

—Vi ascolto, cavaliere. Sedete.

E Chiarofonte porse una sedia al forastiero, e prese poi posto egli stesso su di un'altra.

Camilla era adagiata sovra un gotico seggiolone di velluto rosso.

Il conte non era sorpreso della ricchezza del mobilio, della servitù abbastanza numerosa veduta prima, poichè gli era stato detto possedere la moglie di Federico una sostanza ragguardevole.

Solo trovava strano che Gabriella fosse in una posizione tanto diversa.

Mentre egli, pensando a questo, rimaneva ancor silenzioso, mentre Camilla tentava vincere l'emozione che le cagionava quella impreveduta visita, giacchè dall'accento del conte ella aveva sospettato ch'egli potesse essere siciliano, Federico richiedeva il forastiero del suo nome.

—Mi duole, rispose questi, dover attendere a soddisfarvi; ma spero poter poi dirvi le ragioni che a ciò mi astringono, ed esse, ne son sicuro, vi convinceranno.

—Come credete, cavaliere.

Camilla turbossi a quell'esordio misterioso. Ah! le abbisognava un grande imperio sopra sè stessa, per attendere colla immobilità di una statua.

—Vi espongo tosto lo scopo della mia visita, disse il conte all'ufficiale; io vengo da Rimini, là vidi vostra sorella.

Per diversi motivi Federico provò una sensazione penosa; sua moglie una terribile.

—Ah! interruppe il giovane con accento, da cui traspariva una sorpresa poco aggradevole. Vedeste mia sorella?

—Sì; grazie a lei soltanto potei giungere sino a voi. Fu una combinazione fortunata; senza la gran somiglianza della signora Gabriella con vostro padre, mai vi sarei riescito forse.

Federico fece un movimento di sorpresa, Camilla trattenne il respiro.

—Come? È di mio padre che avete a parlarmi? chiese l'ufficiale.

—Sì; e vi dirò tutto senza indugio. I pochi dettagli fornitimi da vostra sorella m'inducono a credere che il vostro genitore sia stato un cavaliere, scacciato giovanissimo dalla casa paterna per aver contratto nozze ineguali.

Federico rimase attonito. La sorpresa lo rendeva muto. Non così diCamilla; era agitata, ma sembrava comprendere benissimo.

—E voi che potete dirmi? proseguì il conte.

—Nulla, cavaliere; io non avrei mai sospettato… Mio padre mi fece credere sempre ch'egli era rimasto orfano presto, e che i suoi genitori, nobili del Vicentino, non avevano più alcun parente.

—Ohimè! Allora voi non potete fornirmi prova alcuna. Nulla sapete più di vostra sorella, alla quale abbadai poco perchè mi sembrò un po' alterata di mente, forse a motivo della sua cattiva salute… Ella mi parlò assai confusamente e pochissimo di voi; non mi disse nemmeno che aveste moglie.

Camilla respirò. Intanto il conte proseguiva.

—Ed io, che avevo sperato!… Ma non possedete voi qualche memoria di vostro padre, qualche lettera almeno?…

—No.

—Quale fatalità! esclamò il conte; nessuno dunque potrà rischiarare queste tenebre?

—Lo posso io; disse Camilla alzandosi.

Ella si era decisa: Gabriella tacerebbe.

—Voi!.. esclamarono insieme attoniti Federico ed il conte.

—Sì! Io… Attendete un istante, signori. Ed escì.

—Che significa questo? mormorò l'ufficiale.

—Come? ella sa alcun che sulla vostra nascita, che voi ignorate? domandò il conte.

Federico non rispose. Mille diverse idee lo turbavano. Si era alzato, come il cavaliere di Malta; ed in piedi pallido, commosso attendeva.

L'aspettazione non fu lunga; eppure essa parve eterna.

Dopo qualche momento Camilla rientrò. Portava tra le mani una cassetta d'ebano intarsiata d'argento, chiusa con una piccola chiave d'oro.

La fisonomia della dalmatina era animata; i suoi occhi brillavano di strano splendore.

Oh, pensava, Gabriella non mi arresterà!

Il conte e Federico la guardavano stupiti, come si può guardare una fata.

—Che contiene quella cassetta? chiese l'ufficiale.

—Lasciate che prima di dirvelo, prima d'aprirla innanzi a voi mi spieghi. Pazientate un istante, signor cavaliere, e voi pure, Federico; ascoltatemi.

Il suo bel volto era sì grave, tanta convinzione eravi ne' suoi sguardi, la sua voce era sì persuasiva, che quei due uomini ne furono colpiti; si sentirono tratti ad udirla, senza osare domandar di più.

—Parlate dunque, signora, disse il cavaliere di Malta.

—Sì, parlate, ripetè l'ufficiale.

Allora ella, a voce bassa, e concitata, cominciò in tal modo, unendo come sempre la menzogna alla verità:

—Sulla fine del 1570 io mi trovavo in Dalmazia con mio padre, che da poco era ritornato in patria dalla Germania. Aveva di là condotta seco una signora dalmatina d'origine, che per questo aveva fatto il viaggio con lui. Ella andò ad abitare in una casa vicina alla nostra. Quella signora era ancora assai bella, ma molto triste; si chiamava Emma di Chiarofonte.

—Mia madre! interruppe Federico; come? se la credevo morta da lunghi anni!…

—Infatti! mormorò meravigliato il conte; anche vostra sorella mi aveva detto lo stesso.

Camilla proseguì.

—Sì: era vostra madre, Federico; divisa da un pezzo da suo marito, per quale motivo non so.

L'ufficiale parve annuvolarsi.

Il conte non sapeva che pensare. Se i suoi parenti di Catania erano stravaganti, quelli che andava ritrovando lo erano certo ben più.

—Dopo qualche tempo, continuò Camilla, la signora di Chiarofonte ammalò gravemente; fece supplicare mio padre di recarsi da lei, perchè aveva un importante segreto da rivelargli. Vi andò subito; quando ritornò in casa, ella era già morta; egli portava seco questa cassetta. Per qualche tempo non mi disse che cosa gli avesse confidato quella signora. Ma poi, sentendosi in fin di vita, l'otto settembre 1571, mi fece appressare al suo letto e mi disse: la signora di Chiarofonte mi confidò che suo marito, guerriero della repubblica veneta, morto già da molto tempo, portava un nome falso; che era stato diseredato, scacciato dalla sua famiglia per avere sposata lei, e che era il figlio secondogenito del duca dell'Isola…

—Non più dubbi, esclamò il conte; e se queste prove…

—Lasciate che io continui, signor cavaliere, è necessario per qualche momento ancora.

—Affrettatevi, disse l'ufficiale con qualche vivacità e con sdegno.

—Mio padre proseguì;—la signora di Chiarofonte mi aveva incaricato di consegnare una cassetta, quella che vedesti, e che contiene tutte le prove di quanto ella asseriva, a suo figlio Federico, guerriero della repubblica Veneta…

Non potè più continuare; morì la notte istessa…. Dopo i primi giorni di lutto, pensai al segreto rivelatomi; mi chiesi ciò che doveva fare, esaminai la cassetta, che trovai nella stanza di mio padre. Tra le carte, che provano in modo incontestabile la vostra origine, Federico, trovai una memoria scritta dal vostro genitore, che vedrete, e nella quale ei mostra desiderio che i suoi figli nulla sappiano, a meno che la famiglia stessa faccia cercare di loro. In tal caso vi ordina di accettare. Questa memoria è una specie di testamento, nella quale dice anche che il nome di Chiarofonte lo assunse da una terra comperata nel Vicentino.

E senza prender fiato, come se temesse che la interrompessero.

—Io, disse volgendosi a Federico, pensai tosto a mettermi in traccia di voi. Partii per Venezia, dove avevo passato qualche mese con una mia parente, e dove contavo stabilirmi. Là seppi che eravate alla guerra contro i Turchi; il 6 ottobre avvenne la battaglia di Lepanto: dai primi guerrieri, che giunsero di là, mi informai di voi; mi si disse che eravate rimasto ferito, ma che presto forse giungereste a Venezia.

Vi giungeste di lì a non molto, ferito infatti; vi feci trasportare in mia casa, perchè non volevo tardare a consegnarvi le vostre carte….

Ma intanto vi amai, e voi sapete quanto… Ah non ebbi il coraggio di agitarvi inutilmente! Feci quanto desiderava vostro padre; lo feci senza scrupolo, poichè egli nella sua memoria, il vedrete, dice che nulla spera; perchè era stato costretto dal duca a firmare una rinunzia assoluta al suo nome ed alle sue sostanze….

Spero, Federico, non mi condannerete dunque se tacqui sin qui.

L'ufficiale non rispose, rifletteva; era colpito dalla importanza di quella rivelazione.

Il conte pure taceva; pensava, tra le altre cose, che probabilmente il povero cavaliere dell'Isola era stato anche tradito, abbandonato da quella donna, alla quale aveva tutto sacrificato….

Bisognerà, diceva tra sè, nascondere a tutti questa nuova onta!.. Mi pare che questo giovane tacerà volentieri… Che ne direbbe il duca? Sarebbe un altro imbarazzo.

Federico chiese per prima alla moglie la memoria scritta da suo padre.Era lunghissima, ed egli la lesse attentamente, e con viva emozione.

Intanto il conte scorreva le altre carte.

Vi era l'atto di matrimonio tra Emma X. ed il cavaliere dell'Isola, firmato dal prete, di cui si aveva poscia coll'oro comperato il silenzio, e l'atto di nascita del cavaliere dell'Isola.

Eravi un biglietto dell'avo di don Francesco, col quale ordinava al cavaliere suo figlio nei termini più duri di apporre la propria firma ad un atto di rinunzia, col quale anche lo si diseredava, e che gl'inviava da un servo fidato.

È la pergamena distrutta da donna Livia, pensò il conte.

Poi vi erano copie degli atti di nascita di Federico e di Gabriella e diverse lettere, che il cavaliere dell'Isola conservava religiosamente come ricordi della famiglia, tra le quali due della contessa di San Giorgio.

Dinanzi a quelle prove importantissime, autentiche, indiscutibili, il cavaliere di Malta perdeva quasi la memoria di quanto aveva narrato Camilla; comprendeva solo che quelle prove dovevano bastare anche per don Francesco.

L'ufficiale terminava allora la lettura dello scritto di suo padre.

—Ebbene? gli chiese il conte.

—Ebbene, rispose egli, mio padre mi ordina di accettare; ubbidirò. Comprendo che desiderava vivamente che io portassi il suo nome, e che lo avrà desiderato anche negli ultimi istanti di sua vita.

—Sì; obbeditelo, riprese il cavaliere di Malta, è vostro dovere.

E stendendogli la mano:

—Voi siete mio cugino, gli disse; mi chiamo il conte di San Giorgio; mia madre fu sorella al vostro genitore.

L'ufficiale strinse la destra del cavaliere; entrambi erano commossi.

Camilla li considerava sorridendo, mentre macchinava nell'animo mille progetti.

—Ora vi dirò come dovete condurvi per farvi rendere il vostro nome ed i vostri beni.

E dopo essersi arrestato un poco:

—Il duca dell'Isola, fratello a vostro padre e nostro zio, morì nel gennaio scorso: negli ultimi momenti di sua vita rivelò che il cavaliere dell'Isola, creduto da tutti estinto, viveva forse ancora nelle terre Venete sotto un falso nome, e che doveva aver figli. Aggiunse che suo padre aveva perdonato al figlio diseredato un giorno, ordinando gli si rendesse il nome e la terra di S… colle vastissime dipendenze. Mio zio non lo fece; se ne pentì però amaramente, e qualche momento prima di morire fe' distruggere l'atto fatale, ed espresse il desiderio che si venisse in traccia di voi… Ma…—ed esitò un poco.—Don Francesco, l'attuale duca dell'Isola, non divideva intieramante le idee di suo padre moribondo… Credeva bastasse la distruzione di quella pergamena….

Il povero conte si arrestò ancora… indi:

—Egli non sa dunque ch'io sia venuto a cercarvi; ed io desidero lo ignori sempre….

—Non vorrei che i miei reclami sollevassero contrarietà, interruppe l'ufficiale.

—Oh non temete; il duca sa benissimo che da un momento all'altro potete reclamare; è il vostro diritto; vi consiglio a farlo valere. Abbastanza foste spogliati, abbastanza soffriste della severità eccessiva, colla quale si trattò vostro padre, che gioirà nel suo sepolcro; egli che tanto desiderò veder placata la famiglia…. Io vi parlai con franchezza, ma del resto sono certo che tutto procederà quietamente e benissimo…. Anzi dirò di più; è per miei particolari motivi che desidero non si parli di me al duca.

—Non temete; ve ne do la mia parola, esclamò Federico.

—Voi pure, Signora?

Camilla s'inchinò in segno d'assenso con molta nobiltà.

—Voi, continuò il conte, reclamerete appena saremo in Sicilia.

—È là che dimora la famiglia di mio padre?

—Sì, a Catania. Bisogna affrettare le cose; quando potrete voi seguirmi?

—Fra qualche giorno, lo spero.

—Quanto a vostra sorella, vorrei farvi qualche domanda.

Camilla ascoltava con ansietà.

—Ella mi sembrò assai singolare; le sue reticenze, i suoi discorsi sconnessi, dai quali non potei trarre che congetture incomplete, mi fecero temere che sia disgustata con voi…. Desidererei vivamente rischiaraste i miei dubbj in proposito.

Ah! pensò Camilla, se non avessi già parlato a Federico! ma ormai la cosa è fatta.

—Mia sorella, rispose l'ufficiale pensieroso, non la vedo da qualche tempo, ma non sono disgustato seco. Ella si maritò mentre ero assente.

La delicatezza aveva suggerito al giovane questa risposta. Accusar Gabriella, che del resto erasi maritata, sarebbe stato far credere al conte ch'ei tentava farla escludere dalla famiglia, temendo divider seco i diritti di entrambi.

—Allora, disse il cavaliere, cercheremo persuaderla venir con noi inSicilia. È giusto ch'ella pure….

Camilla fremette, ma non si perdette d'animo. Aveva già pensato qual partito adottare in tal caso. L'ambizione l'aveva messa in una posizione difficile, ma aveva ingegno bastante per escirne.

—Io la credo molto sofferente, proseguiva il conte; ella m'interessa assai! La sua meravigliosa rassomiglianza colla famiglia dell'Isola fu un vero bene, ripeto; fu essa che mi guidò. Guardate il ritratto di mia madre, col quale soltanto potei persuadere vostra sorella della verità delle mie parole.

E mostrò l'effigie della contessa ai due sposi.

Essi misero una esclamazione di sorpresa.

Dunque colei era necessaria, pensò Camilla.

—Questa rassomiglianza è straordinaria davvero, disse Federico contemplando il ritratto.

Vi fu un istante di silenzio.

Il conte lo ruppe per dire all'ufficiale:

—Sentite, cugino; il cavaliere vostro padre disse a voi, a tutti che sua moglie era morta, mentre eravate bambini: sembra da ciò desiderasse assai lo si credesse, e noi continueremo a rispettare ii suo desiderio.

—Avete ragione, conte, rispose Federico stringendogli la mano; vi ringrazio, e nemmeno a mia sorella io nulla dirò.

—Sono lieto di aver trovato in un guerriero valoroso il figlio del cavaliere dell'Isola; ah quanto mi duole che egli non abbia vissuto abbastanza!

Federico sospirò. Per qualche tempo egli ed il conte serbarono il silenzio.

Camilla non voleva turbarlo; la sua aria pensierosa si spiegava colla parte, che la provvidenza sembrava averle dato in quel riconoscimento.

—Dunque, disse il conte alzandosi, fra qualche giorno partiremo insieme.

E dopo aver salutata Camilla, e stretta nuovamente la mano dell'ufficiale, escì.

Quando furono soli, Federico si volse a sua moglie; la fissò qualche momento senza profferir parola, come attendesse da lei una spiegazione, indi:

—Perchè quando vi sposai non mi svelaste il segreto?

Il suo accento era più triste che severo.

—Il perchè ve lo dissi, rispose Camilla: certo feci male, lo comprendo pur troppo ora che ricupererete tutti i vostri titoli… Ohimè! quale distanza mi separerà da voi…. Perdonatemi….

Ella era sì bella, che pochi uomini avrebbero avuto il coraggio di non perdonarle.

Federico non l'amava appassionatamente, ma, bisogna dirlo, era lungi dall'essere insensibile a tanta bellezza.

Poi Camilla gli aveva prodigato sì affettuose cure, con tanta gioja gli aveva data la sua fortuna, respinto per lui l'amore di tanti…. Ah! tali memorie non si possono facilmente cancellare.

Ed egli mostrò persuadersi delle ragioni, plausibili del resto, cheCamilla adduceva per giustificarsi.

—Voi non siete contento, Federico, gli diss'ella dopo qualche tempo, di riacquistare il nome di vostro padre?… Mi sembrate sì preoccupato!…

—Gli è che non vorrei essere considerato come un intruso da questo duca dell'Isola, e conto lasciar la Sicilia appena sarò reintegrato ne' miei diritti.

—Ah volete ritornar qui?

—Sì, il più presto che mi sarà possibile. Ve lo confesso, è soltanto per ubbidire mio padre che accetto; Il nome, che ora porto, non mi appartiene; e ciò mi fa desiderare riprendere quello della famiglia. La nostra condotta non lo disonorò.

Camilla rabbrividì a queste parole. Ah nessuno, disse a sè stessa, nessuno saprà ciò ch'io feci!

—E Gabriella? riprese poi Federico; udiste? Verrà con noi; io non voglio accusarla in faccia al conte.

—Vi approvo, ed anzi….

—Ah! interruppe l'ufficiale, a voi avvengono cose, che hanno del prodigio….

Camilla impallidì. Dubitava egli? Ah sempre lo temeva…. E poi raggiungerebbe ella lo scopo?… Il bene acquistato colla colpa vien pagato da molte torture.

—Non so che dire, rispose; io stessa ne sono maravigliata…. Quante volte non fui per confidarvi tutto!… La sera, per esempio, che vi narrai della fuga di Gabriella, ero quasi decisa a parlare, a non aver più segreti per voi, ma non osai…. Mi sono ora levata una gran spina dal cuore.

Vi voleva veramente molta dose d'ipocrisia sfacciata, per aggiungere questo con viva emozione.

E di lì a poco:

—Sentite, disse al marito, non rimproverate vostra sorella.

—Io non intendo farlo.

—Voglio dire, trattatela come se io non vi avessi parlato…. Mi sembra meglio ch'io vada sola da lei appena giunti a Rimini. Le dirò che tutto ignorate, altrimenti si mostrerebbe troppo imbarazzata anche davanti a quel cavaliere. Del resto voi diceste al conte che non eravate sdegnato con Gabriella, dunque è necessario agire così.

—È vero: alfine fu maritata; è meglio evitare ogni spiegazione.

L'ufficiale si mise a passeggiare su e giù per l'ampia sala:

—Quali avvenimenti! mormorava, e non è un sogno?… Basta, mi regolerò secondo le circostanze….

Il conte di San-Giorgio aveva ottenuto il suo scopo, ed i desiderii di donna Livia si realizzavano.

La colpa del padre di don Francesco stava per venir riparata: i figli del cavaliere dell'Isola riacquisterebbero i loro diritti, quei figli, che il conte aveva tante volte disperato rinvenire.

Ed erano degni del nome, che gli attendeva.

Uno era un ufficiale valoroso, considerato; l'altra una donna triste e sofferente, ma che nulla di male aveva fatto.

Nulla eravi in essi, che potesse dare a don Francesco pretesto di arrossirne. Egli, perdonando alla sua sposa la distruzione della pergamena, doveva essersi preparato a subir le conseguenze di una tale distruzione, benchè poi con tanta pertinacia si fosse ostinato ad ottenere il silenzio di tutti, benchè tanto contrario ad una riparazione.

Ecco quanto dicevasi il cavaliere di Malta: ecco ciò che andava ripetendosi…. Eppure non era tranquillo!

Tristi contraddizioni del cuore!…

Egli, che il giorno prima ancora avrebbe data una fortuna per sapere quanto sapeva, si domandava ora involontariamente se il progetto di donna Livia non fosse stato troppo ardito. Per lei sola se lo domandava, per lei soltanto temeva!…

Era forse frutto della solita tendenza, che si ha di trovar cagione di rammarico in una meta appena raggiunta? dietro cui si corse per molto tempo?

Pure il conte era ansioso di veder restituire ai suoi cugini sconosciuti sin là quanto loro si doveva; ma avrebbe voluto fare egli stesso tale restituzione.

Nè Gabriella nè Federico avevano accolto con trasporto la rivelazione, che li riguardava; in entrambi eravi più sorpresa che gioja.

E l'ufficiale, dopo i primi istanti di meraviglia, fors'anche di soddisfazione, aveva mostrato accettare, consentito a reclamare più per obbedire al padre, che per altro.

Quel giovane sembrava assai suscettibile; tale suscettibilità, lodevole certamente, potrebbe però cagionar gravi mali se don Francesco non si persuadeva tosto.

In tal caso che avverrebbe?

Federico aveva promesso fingere di reclamare soltanto per aver saputo la morte del fratello di suo padre…. Ma forse qualche sarcasmo del duca, qualche parola offensiva di lui potrebbero spingere l'ufficiale ad un estremo…. senza volerlo, potrebbe dire di non essersi presentato da sè.

Ed allora?… Donna Livia?…

Il cavaliere di Malta si preparava ad una tale evenienza, ed era risoluto di addossarsi allora tutta la responsabilità del progetto generoso, ma forse imprudente della duchessa; scongiurar lei a lasciarlo fare.

Ella gli aveva detto che un duello tra lui ed il duca l'avrebbe addolorata, ma qual altro rimedio in sì triste caso? Il conte non ne scorgeva alcuno. Basta, pensava, per quanto possa penare in disubbidirla vi sarei forzato. Se rimango vincitore, ebbene? Farò il possibile per non ucciderle il marito; se il vantaggio rimane al duca, ciò che può avvenire benissimo perchè ei si batte perfettamente, la mia morte avrà evitato dei mali a donna Livia.

Ma ella forse non lo permetterà…. Cielo! il suo coraggio potrebbe perderla.

Ah! ora vedo tutti i pericoli del suo progetto!… E se avessi persuaso questo nostro cugino ad una rinuncia? sarebbe stato facile condurvelo, come anche sua sorella…. Ed invece lo esortai a reclamare…. Ma era mio dovere…. Operando altrimenti sarebbe stato mancare a mio zio moribondo, che mi volle presente alle sue confidenze, alle sue disperate preghiere!… E donna Livia non mi approverebbe!…

Eppure i miei timori riguardano lei sola! Ah! senza lei non sarei stato, no, sì sofferente col duca….

Poi in coscienza io non posso prestarmi ad una spogliazione indegna; ne proverei eterno rimorso!.. Basta, il dado è gettato!… Ed io, che approvai le idee di donna Livia, che feci quanto ella mi chiese, non devo arrestarmi!…

Penserò al modo migliore…. Chi sa?… Questo mio cugino non pare disposto a fermarsi in Sicilia; tanto meglio… Tutto si potrà forse fare senza scandali, ed il riconoscimento non lascerà odj dietro a sè, od almeno tali odj non avranno conseguenze.

Sarebbe possibile terminar tutto in pochi giorni…. La terra di S….. è pronta, e don Francesco non può rifiutarsi ad una restituzione….

Ma…. Tutto questo pensava, passando dal timore alla speranza e ritornando poi al timore, sì ritornandovi. Egli, il cui freddo coraggio era stato tante volte ammirato dai suoi valorosi confratelli!

Comprese però che il meglio per lui, la cosa più utile per donna Livia, onde sottrarla alla collera del duca, era agire con precauzione: fare che don Francesco non sospettasse il vero.

Già aveva cominciato chiedendo a Federico ed a sua moglie il silenzio sulla parte da lui avuta…. Eppure non era poco sacrificio per lui mostrar temere ogni contrasto col duca. Donna Livia non sapeva forse abbastanza quanto il povero conte avesse sofferto per obbedirla, quanto preferitala al suo amor proprio….

Ma finalmente egli prese il suo partito.

Gli sembrava aver trovato il mezzo di condurre il duca ad una restituzione senza garrir seco, senza ch'ei potesse offendere Federico.

Aveva scorta la via, era risoluto a seguirla, ad additarla al figlio del cavaliere dell'Isola.

In essa molto sperava…. Ah che avrebbe dato per indovinare la fine!… per volgere ad un tratto molte pagine del libro della vita! essere cioè a Catania, e veder tutto terminato!

Ma la vita è un libro, che si è forzati a leggere poco per giorno, quel poco soltanto, che la Provvidenza destina, e di cui non si può indovinare il termine.

Il conte di San Giorgio lo sapeva; egli, tormentato da sì lungo tempo da preoccupazioni, che mai avrebbe sospettate in passato!

Comprendeva che donna Livia aveva avuto ragione nel dirgli che non bisogna mai tentare d'indovinar l'avvenire!

Sì, ei doveva soltanto prepararsi alle circostanze difficili, nelle quali potrebbe trovarsi; serbarsi calmo, non temere.

Il modo singolare, con cui Camilla possedeva le carte del cavaliere dell'Isola, quel lungo tacerne col marito, la di lei narrazione gli avevano fatto, per dirla, una certa impressione; ma poi finì per non darsene più pensiero, che troppo era preoccupato d'altro.

D'altronde gli erano accadute tante cose strane che era in posizione di non maravigliarsi più di nulla.

Lo smarrimento della valigia, grazie a cui il padre Leone aveva veduto il ritratto della contessa di San Giorgio, parlatogli di Gabriella: la storia istessa del cavaliere dell'Isola, tutto ciò non aveva anch'esso dell'inverosimile?

Soltanto le persone, che camminano sempre nelle vie strette ed eguali della vita monotona, possono stupirsi, non prestar fede a quanto esce dal consueto.

L'indomani, alla sera, il cavaliere di Malta ritornò in rasa diFederico. Vi fu accolto perfettamente.

L'ufficiale lo ringraziò di nuovo della premura, ch'ei si era preso per iscoprire dei parenti ignoti, portar loro il perdono di una famiglia riconciliata.

Il conte rispose con affettuose parole; credette inutile parlar ancora del duca.

Camilla non prendeva al colloquio che una parte secondaria e passiva.

—Avete ottenuto il vostro permesso? chiese il conte all'ufficiale.

—Sì, rispose egli, più presto di quanto credevo. Ho parlato col governatore.

—Ora vi dirò il modo, con cui dovremo agire.

—Vi ascolto, cavaliere.

Era la sera, come fu detto. Una dolce luce, projettata dalla lumiera d'argento, si spandeva nella sala. Le tappezzerie formavano come un'alcova intorno alle seggiole di Federico e del conte, e comprendevano nella specie di circolo da esse tracciato anche Camilla, che stava un po' più lungi. L'ambiente, l'ora, il luogo invitavano davvero a parlare di cose delicate e segrete.

Quella donna sì ammirabilmente bella, quel cavaliere di Malta dai tratti regolari, fortemente improntati e severi, quel bell'ufficiale, che accarezzavasi preoccupato i baffi fini e nerissimi, formavano un quadro, che avrebbe impressionato qualunque immaginazione.

Quanti si sarebbero soffermati ad osservarlo, trattenendo il respiro, per tema di vederlo svanire al menomo soffio!

Quanti forse si sarebbero augurati in uno di quei personaggi, che a primo aspetto sembravano tanto favoriti dalla natura, dalla fortuna!

Quanti avrebbero desiderato un loro sorriso!

E se avessero conosciuto il vero, gli è con orrore che si sarebbero allontanati da quella donna sì bella, riguardato con compassione il suo sposo, e fors'anche il conte di San Giorgio, per tanti motivi pensieroso, tormentato da un amore vivissimo, destinato pur nondimeno ad essere eterna chimera!

È così che molte volte, ingannati dall'esteriore, si ammira chi si dovrebbe disprezzare, si invidia chi è di noi più infelice.

—Ecco quanto ho pensato, disse il conte a Federico. Vostro padre era figlio della seconda moglie del nostro avo; lo avrete compreso dalle carte che possedete. Il duca, morto nel gennajo scorso, e la contessa di San Giorgio erano nati dal primo matrimonio.

—Ebbene?

—La madre del cavaliere dell'Isola ha ancora un fratello, superiore in un convento di cappuccini, tenuto in gran conto dal papa, e che gode molta opinione presso la nobiltà siciliana. È della famiglia principesca della Concordia, e l'unico parente materno, che vi rimane. Quando vostro padre fu scacciato, egli era a Roma, a quanto ne udii; al ritorno in Sicilia avrà creduto, come tutta la famiglia, che suo nipote avesse perduto la vita in una guerra lontana. Sino alla morte del duca nostro zio, io pure credetti sempre lo stesso. Avrete forse compreso anche questo dalla memoria scritta da vostro padre.

Federico annuì, ma non interruppe il cavaliere di Malta; Camilla fece altrettanto.

—Ora dunque, proseguiva il conte, io penso essere a quel vostro parente che prima dovremo indirizzarci, mostrargli le prove, che attestano in modo indiscutibile la vostra identità, incaricarlo di reclamare al duca, e fare presso lui i primi passi. Accetterà con gioja; io non lo conosco personalmente, perchè dopo la creduta morte di vostro padre mantenne colla famiglia soltanto relazioni lontane, ma so che amava molto suo nipote, e che assai si dolse del perderlo. Credo che, operando così, giungerete presto e senza difficoltà alcuna a farvi rendere il vostro nome e le vostre sostanze.

—Infatti, disse Federico riflettendo.

Indi:

—E mio padre non avrà mai scritto a questo zio?

—Vostro padre sapeva che, sin quando esisteva l'atto, col quale lo si diseredava, e dove egli stesso aveva firmata la sua rinunzia, sarebbe stato inutile ogni tentativo.

—È vero.

—D'altronde non avrà ardito confessare allo zio l'errore…. giovanile…. pel quale era stato scacciato. Se gli avesse detto che per tale errore il duca lo aveva punito, suo zio, anche perdonandogli per tenerezza, lo avrebbe esortato a subire in pace la punizione inflittagli dal duca. Poi vostro padre era di natura mite; si sarà spaventato all'idea di suscitar delle lotte, di ridestare la terribile collera del suo genitore, che lo aveva maledetto.

Federico sospirò.

—Ma di quella maledizione, proseguì il conte, il duca si era pentito poi; intieramente la revocò; e se i suoi desideri fossero stati esauditi, i suoi ordini seguiti, il cavaliere dell'Isola già da vent'anni avrebbe riacquistato i diritti perduti, e la posizione ov'era nato; perchè, quantunque il duca fosse stato spinto dall'orgoglio ferito, dalla collera a punirlo, lo aveva in passato amato moltissimo, in modo affatto esclusivo…. Ah vostro padre fu molto infelice!… Espiò crudelmente un istante d'oblio….

Il conte era lì per aggiungere:—E nemmeno l'amore gli rimase!—ma credette meglio non dirne nulla.

—Farò quanto mi consigliate, disse dopo un momento Federico; è molto vecchio questo mio zio?

—Credo di si; fu anche padrino a vostro padre, che si chiamò Anselmo come lui.

—Ma a questo zio dovrò dire, mi sembra, che voi, conte, mi riferiste che si era perdonato a mio padre? domandò l'ufficiale con esitazione.

—Sì certamente è necessario, che altrimenti non saprebbe come agire. Io stesso vi accompagnerò da lui; gli narrerò ogni cosa: la disperazione del duca nostro zio negli ultimi istanti di sua vita; la distruzione della pergamena; come io vi scoprii…. non vi ho nessuna difficoltà. Sono certo ch'ei mi prometterà il silenzio con don Francesco.

—Mi duole veder questo signore così contrario ad una riparazione.

E l'ufficiale aggrottò alquanto le sopraciglia.

Il conte, benchè si sentisse tratto a temere più di lui, lo rassicurò invece. Donna Livia lo avrebbe certamente approvato. Ella, se anche i figli dei cavaliere dell'Isola avessero rinunciato, non avrebbe permesso che il duca conservasse a lungo ciò che loro spettava. Don Francesco non aveva il diritto di opporsi ai voleri dell'avo, agli ordini del padre moribondo; persistendo nella sua ingiustizia, finirebbe per pentirsi anch'egli, per quanto l'istante del pentimento sembrasse assai lontano.

Penetrato da queste idee, il conte disse a Federico che i suoi reclami erano troppo giusti, perchè il duca non gli accettasse tosto. Ed aggiunse:

—Egli è ricchissimo egualmente; sua moglie pure; senza il menomo danno può rendervi quanto spettava a vostro padre. Don Francesco non disse mai, ve lo giuro, che, ove vi presentaste, si rifiuterebbe a fare il suo dovere…. Credeva inutile cercarvi per certe sue idee, ma non per interesse.

Il cavaliere scusava il duca, quantunque fosse ben lungi dall'amarlo; ma donna Livia sarebbe stata contenta di queste sue parole; non aveva ella detto voler credere don Francesco traviato soltanto da pregiudizii, spinto all'ingiustizia senza comprenderla? Nessuna donna certo poteva essere amata con maggior abnegazione ch'ella lo fosse dal conte…. Quell'amore si compendiava in una sola parola: sacrificio! Era tale che egli rimaneva freddo dinanzi alle più seducenti bellezze, e non sentiva per loro più di quanto sentisse per Camilla: una passiva, glaciale ammirazione. Senza la duchessa non ne avrebbe mai amata alcuna…. Tutte, tranne lei, tutte gli erano sempre state indifferenti.

Le ultime parole del cavaliere parvero persuadere affatto l'ufficiale.

—Vi credo, conte, rispose, ma voi non verrete a Catania?

—No: dopo avervi accompagnati da vostro zio, dopo aver combinato seco ogni cosa, vi lascerò. Attenderò segretamente in una mia casa isolata, vicina alla città, l'esito dei vostri reclami; indi partirò per Malta…. Io fui sempre lontano dalla Sicilia; è miracolo mi vi sia trovato all'epoca della morte del duca.

Federico rifletteva.

Il conte desiderava un poco sapere di qual famiglia fosse Camilla; era ricca, ma null'altro gli era stato detto di lei; per questo, dopo qualche momento, le chiese se fosse anche nata in Dalmazia.

—Sì, rispose ella.

—Vi avete ancora dei parenti?

—Nessuno.

Il conte era poco soddisfatto, e non sapendo come fare altre domande:

—Vi piaceva stare a Venezia, signora? le disse.

—Moltissimo.

—Ha lasciato quella città per motivi di salute, interruppe Federico.

In quel momento la porta si aprì.

Era un servo:

—Un capitano, disse all'ufficiale, desidera parlare a vossignoria; attende nella stanza attigua.

—Sarà qualche amico, che verrà a salutarmi, disse Federico alzandosi. Avrà udito che chiesi un permesso; perdonate, conte, è l'affare di un istante.

—Andate pure, vi attenderò.

L'ufficiale escì.

Allora Camilla si volse al cavaliere di Malta, e con qualche esitazione:

—In verità, disse, mi sembra un sogno che Federico stia per acquistare il nome di suo padre; mai lo avrei creduto; per questo non parlai prima. Ero sempre perplessa però; quelle carte erano una grande responsalità.

—La vostra situazione infatti, signora, fu penosa, lo comprendo.

—E lo è ancora.

—Perchè?

—Io non sono nobile, benchè la mia famiglia fosse molto ricca…. Temo che i parenti di Federico non assomiglino tutti a voi, signor conte.

E si arrestò.

Egli era per risponderle che non s'ingannava, ma tacque.

—Temo, prosegui ella, si possa nutrire per me dell'allontanamento.

—Oh non affliggetevi per questo, signora; nessuno sarà sì ingiusto…. D'altronde, aggiunse con indifferenza, vostro marito pare non voglia stabilirsi in Sicilia, sicchè i vostri rapporti colla famiglia del duca avranno breve durata.

—È vero.

—Agendo come stabiliamo, tutto terminerà presto.

—E dove ci imbarcheremo?

—A Rimini, mi pare, dopo aver preso con noi vostra cognata.

—Mio marito desidera che io la istruisca di tutto, la disponga a partire…. Ella è assai timida, come avrete veduto, signor conte, e….

—Dunque vi conosce? interruppe egli.

—Sì.

—Non capisco perchè non mi fece parola di voi, signora.

—Sarà stato per imbarazzo, per confusione.

—Certamente.

—Ciò è naturale in lei; suo marito, a quanto ella mi narrò, la teneva sempre rinchiusa: vivevano in una loro terra affatto isolata.

—Bisognerebbe però persuaderla proprio a partire con noi…. Desidero che venga riconosciuta nello stesso tempo di vostro marito. Poi probabilmente lo zio, di cui parlai, si dorrebbe di non vederla.

—Oh verrà!

Camilla era decisa a convincer Gabriella; le sembrava meno pericoloso tenerla sotto la sua sorveglianza per qualche tempo, anzichè lasciarla libera, ora che Federico avrebbe per necessità in avvenire rapporti con lei.

La dalmatina contava per riescire in una di quelle sequele continue di equivoci, di mezze parole, male interpretate, fraintese, che alle volte mantengono a lungo in errore; in una di quelle situazioni insomma che, abilmente preparate, abilmente mantenute, rendono impossibile a due persone, anche vicine, di spiegarsi intieramente.

Camilla aveva già principiato a porre, e porrebbe poi affatto, Gabriella e Federico in tale posizione. Ma prima occorreva veder sola la cognata.

Di qui i grandi riguardi, che diceva indispensabili verso una donna così timida e sofferente; la necessità ch'ella dovesse prepararla poco a poco alla partenza.

Intanto Federico rientrò. Come aveva detto, erasi trattato semplicemente di ricevere i saluti d'un suo compagno d'arme, uno spagnuolo, col quale aveva contratto qualche amicizia.

Era sempre con un vivo sentimento d'interesse e di simpatia che il conte arrestava i suoi sguardi sull'ufficiale. Provava un vero senso di pena nel pensare che quel bel cavaliere, adorno di tanti pregi, sarebbe stato eternamente straniero alla famiglia, se i desiderii di don Francesco si fossero realizzati.

Dopo essersi trattenuto ancora qualche tempo, il cavaliere di Malta si congedò.

—Addio dunque, cugino, disse a Federico, ormai vi considero come un parente.

—Io, conte, rispose, attenderò ancora a chiamarvi cugino, quantunque come tale mi siate già caro.

Quelle esitazioni, quella delicatezza accrescevano nel conte il desiderio di veder presto l'ufficiale autorizzato a portare il nome, che gli spettava, ed escire da una situazione precaria.

—Ora permettetemi che io vi accompagni al vostro alloggio, conte, disse ancora Federico.

—Accetto con piacere, rispose il cavaliere di Malta inchinandosi aCamilla.

Ed escì col cugino.

Dopo aver camminato qualche tempo in quella vecchia parte di Milano scambiando poche parole sul misterioso affare di famiglia, che egualmente li preoccupava, Federico domandò al conte se fosse entrato nella chiesa di Sant'Ambrogio, innanzi a cui passavano.

—Sì, rispose egli. Quest'oggi ho girato molto la città, e no ho vedute le cose più degne di attenzione. Ho ammirato il duomo, che, quantunque non terminato, mi destò meraviglia; molte altre chiese; le vie principali; i palazzi, e sopratutto presi piacere ad osservare le fabbriche d'armi, per le quali va tanto celebre Milano. Acquistai anzi due magnifiche spade, che forse serviranno pei Turchi, nel caso volessero prendersela ancora coi cavalieri di Malta.

Federico sorrise.

Io pure li conobbi i Musulmani a Lepanto, disse; e me ne lasciarono ricordo.

Erano intanto giunti dinanzi alla locanda, ove alloggiava il conte.

I due cugini si separarono, ripetendosi:

—A domani.

Dodici giorni dopo Gabriella era sola, più che mai spaventata ed atterrita. La sua povera ragione si smarriva in mezzo alle idee orribili, che la tormentavano.

Dal dì che il conte di San Giorgio era venuto in sua casa, la vita era stata per lei un vero peso.

Che mai sarebbe avvenuto?

Fu al cavaliere di Malta che prima pensò, udendo quella mattina battere alla sua porta, ove non si presentava quasi mai alcuno.

Ordinò si aprisse, ma non più colla speranza, colla fiducia, colla quale altra volta aveva ordinato d'introdurre il conte, credendolo Marco.

Attese tremante.

La persona che aveva battuto entrò sola, e rinchiuse l'uscio dietro a sè.

Era una donna: era Camilla.

Gabriella mise un grido, ma debole, ma soffocato.

Sua cognata si avanzò verso di lei; le si assise vicino; le prese una mano.

—Non vi spaventate, Gabriella, disse con accento insinuante. Io sono venuta a chiedervi perdono.

—Perdono! mormorò la giovane vedova attonita, ma pur sempra paurosa.

—Sì, ascoltatemi, ve ne supplico. Ma ditemi prima che di me non temete.

Camilla non sorrideva come al solito; pareva anzi assai triste, e forse quella tristezza, grazie ai timori che l'agitavano, non era simulata.

Nella povera Gabriella destò una specie di compassione.

—Parlate, signora, balbettò.

—Gabriella, io non voglio negare i torti, che ebbi verso voi; ma se sapeste per qual motivo possente fui costretta ad assecondare vostro marito, avreste pietà di me, fors'anche mi compatireste.

Gabriella aprì i suoi languidi occhi, li fissò in volto a Camilla, tra la timidezza, il timore, l'emozione. Ella pensò a Marco, pensò che la causa da lui addotta per giustificare Camilla doveva essere vera.

«Sì, disse tra sè, queste parole mi provano che mio marito conosceva la sua origine, e ch'ella ne comperò il silenzio.»

Pure non era certo rassicurata: Marco non le aveva anche detto di diffidare di Camilla?

Ma ella non poteva molto riflettere; ogni sua forza di spirito si ora esaurita sin da quando il conte di San Giorgio era venuto a porla sossopra…. Ed anche di quel cavaliere, dei segreti, dei parenti, ai quali egli aveva accennato, parlerebbe Camilla?…

Gabriella, dopo qualche istante d'angoscioso silenzio, non potè far altro che dire alla dalmatina:

—Continuate.

Ed ella continuò.

—Sì, disse; voi, mia cara, mi compatireste….

Ah! Ella non immaginava la visita di Marco a Gabriella, e ch'ei le avesse rivelato ciò che tanto ella temeva. Eppure il genio del male che la favoriva aveva voluto che quella visita, che quella rivelazione servissero a persuadere la giovane vedova.

—Ma ora, proseguiva Camilla, devo dirvi quanto sono pentita delle minacce che vi feci in Bologna.

Gabriella fremette.

—Ohimè! che cosa avrete voi pensato della sposa di Federico, del fratel vostro?

Nessuno mentiva meglio di quella donna; possedeva tutte le doti che illudono, che ingannano, e sapeva piegarsi a tutto. Ella, orgogliosa per natura, soffocava quando era d'uopo l'orgoglio, e per scusarsi innanzi a sè medesima, che talvolta ne sentiva il bisogno, dicevasi che ben altri avrebbero agito come lei, se si fossero trovati nella posizione sua. Le circostanze, ripetevasi, l'avevano trascinata! Quanti non adducono a giustificazione tale scusa!

E dessa talvolta viene tenuta buona anche da chi, negli istanti più crudeli, terribili, non saprebbe mai ricorrere ad un delitto.

La filosofia può compatire gli eccessi, essa, che conosce il cuore, ne anatomizza le passioni; pure mai vedrà tali eccessi senza orrore, chè allora perderebbe della sua grandezza, diverrebbe per eccessiva indulgenza incitamento al male.

Camilla, dopo qualche esitazione, proseguì:

—Vi ho minacciata senza sapere che mi dicessi, e soltanto sotto l'impressione della paura che mi metteste in disgrazia a Federico, che tanto amo…. Perchè, guardate, io fui più sventurata che colpevole; pure, prima che perdere l'amore di lui, sarei pronta a tutto…. o piuttosto mi ucciderei qui…. in questa stanza….

I suoi occhi neri lanciavano fiamme. Gabriella la guardò con terrore…. ma quella esaltazione di Camilla fu breve.

—Io, riprese colla dolcezza di prima, vi dico questo perchè mi comprendiate, Gabriella, e mai riveliate a Federico il vero…. Deh! non fatelo!… Ed in eterno vi sarò riconoscente…. Iddio stesso ve ne ricompenserà….

Come poteva ella parlar di Dio?

Ma Gabriella, dessa lo aveva compreso, era divota, scrupolosa, e per ridurla a ciò che voleva, le sembrava necessario ricorrere a Dio, profferirne il nome!

—Sì, se non per me, continuò Camilla, promettetemi il silenzio per religione…. Voi mi eviterete di far male, altrimenti io mi perderei….

La sua disperazione sembrava grande! Forse approfittava della sola circostanza, in cui potesse giustificare quei trasporti, onde, una volta almeno, sfogarsi dinanzi a qualcheduno. E quella disperazione, che rivelava angosce orribili, commosse Gabriella, la convinse.

Poi credette veramente che, non promettendo il silenzio, ella toglierebbe quell'anima a Dio, rabbrividì a tale pensiero; ella, che, dinanzi agli altari, con una fede pura, quasi fanatica aveva sempre bisogno di pregare!

Povera Gabriella! Più che per le agitazioni, i perigli del mondo, l'amore, era nata per la vita contemplativa…. All'oscuro di tutte le passioni, non sarebbe stata tranquilla, felice forse?

E per obbedire a Dio, che ordina perdonare ai nemici, ella, benchè confusa:

—Vi perdono, mormorò, e giuro il silenzio che mi chiedete.

Camilla respirò; il suo piano riesciva.

—Grazie, disse stringendo le mani della cognata, grazie.

Gabriella non rispose allora; che avrebbe potuto dire! Aveva provata una sì violenta emozione, che la sua testa si spezzava. Si chiese un istante se dovesse parlare di Marco a Camilla, ma la paura la consigliò a non farlo. Era diffidente, senza essere avveduta.

—Potrete voi guardarmi in avvenire senza timore? domandò Camilla.

—Vi ho perdonato, signora; Dio m'impone di farlo intieramente.

La dalmatina, benchè sì malvagia, fu scossa da quelle semplici parole. Ma tali emozioni in lei erano sempre passaggiere. Una sola meta le stava innanzi: per ottenerla era decisa ad altri delitti; dunque, come poteva arrestarsi per così poco?

«Tutto va bene, pensò.»

—Perchè, disse a Gabriella, noi dovremo dimorare insieme qualche tempo.

La giovane vedova provò una sensazione penosa.

—Ah! fu la sola parola che potè pronunciare.

—Non avrete dimenticato la visita, che poco tempo fa, vi fece un cavaliere di Malta; ei vi confidò che cercava di vostro padre, che lo credeva suo parente.

—Ebbene?

—Ci fu dato fornirgli le prove necessarie…. se sapeste…. pare un miracolo…. Basta, vi narrerò in seguito…. Insomma voi e Federico non siete quelli, che credevate essere. Quel cavaliere non s'ingannava…. Vostro padre portava un nome falso…. Egli era il cavaliere dell'Isola, figlio secondogenito di un duca ricchissimo…. Era stato diseredato, scacciato per aver contratto nozze ineguali.

—Oh! dunque era vero? Ma già il ritratto, che quel cavaliere mi mostrò….

—Sì, bastava per dare una certezza morale. La vostra gran rassomiglianza colla famiglia dell'Isola fu causa che si scoprisse tutto.

«Ahimè? pensò Gabriella…. Certo ella avrebbe preferito esser lasciata in pace.»

—Comprendo, disse poi. Ah! mio padre l'avevano scacciato!…

—Sì, ma gli si perdonò, e da gran tempo il suo genitore lo aveva fatto. Ma il fratello primogenito tenne segreto quel perdono; soltanto qualche istante prima di morire, nel gennajo di quest'anno, confessò ogni cosa, si pentì ed ordinò venisse riparato.

Gabriella non sapeva dir altro che qualche parola sconnessa…. Era sorpresa?… agitazione?… nuovo terrore?… Forse; ma tutto ciò si traduceva in un profondo abbattimento.

—Ma perchè, mormorò, dite che devo venire con voi? Dove si vuole condurmi?

—Nella patria del vostro genitore.

—Quale è dessa?

—La Sicilia.

—Cielo! sì lontano! Ma io non posso sopportare un tal viaggio.

Camilla pensò che le conveniva persuaderla.

—Non temete, le disse; anzi questo viaggio vi farà forse bene.

—Ma gli è che vorrei rimanere, io! Ed i miei figli?

—Bisogna vi rassegniate a quest'assenza, Gabriella, è necessario. Il conte di San Giorgio, quel cavaliere vostro cugino, assicura che uno zio materno di vostro padre, un superiore di cappuccini, il quale verrà incaricato di ottenere presto il vostro riconoscimento e quello di Federico, si dorrebbe se non ci accompagnaste…. Volete si rimproveri vostro fratello di poco amore per voi? Certo ei non lo merita…. Sarà già imbarazzato….

Gabriella aveva sempre amato moltissimo Federico, e forse nel promettere a Camilla il silenzio aveva pensato che sarebbe stato inutile e crudele affliggere suo fratello, poichè la dalmatina era davvero sua moglie.

—Sì, Federico desidera vivamente che ci accompagniate, riprese Camilla; alfine quest'assenza sarà breve; tra poco potrete lasciar la Sicilia e ritornare ove vi piacerà…. Pensate ai vostri bambini; volete privarli della eredità, dei vantaggi grandi, che legittimamente vi spettano? Nol potreste: un giorno ve lo rimproverebbero forse.

—È vero.

—Poi i vostri parenti sospetterebbero forse qualche cosa di male.

—Oh! ma mi sembra che Federico potrebbe rappresentarmi. La mia cattiva salute è sufficiente giustificazione.

Più Camilla vedeva Gabriella contraria a partire, più pensava essere necessario condurla a ciò. Non potrebbe ella in quell'intervallo recarsi a Venezia dalla signora Lorini, vedere Marco fors'anche? E quando Federico andrebbe da lei per informarla dell'esito dei loro reclami, tutto forse sarebbe perduto per Camilla. Per questo proseguì nella solita via.

—V'ingannate, nol potreste. Poi il conte, vedendovi sì indifferente, ne rimarrebbe offeso: dareste dispiacere a tutti, ed a voi, ai figli vostri rechereste danno. Ve lo dissi, è per poco tempo. I bambini potete affidarli alla domestica: non è ella sicura forse?

—Sicurissima, gli ama molto, per questo posso essere tranquilla.

—Dunque, quando una risoluzione è necessaria, bisogna farsi coraggio ed adottarla.

Tutto questo dialogo Camilla lo aveva condotto colla maggiore semplicità. Indi sospirando:

—Se sapeste, quanto dispiace anche a me di venire….

—A voi?

—Certamente; voi e Federico siete della famiglia, ma io, che non sono nobile, verrò trattata forse con dello sprezzo.

Era sì triste, che Gabriella s'intenerì: ella, che conosceva l'origine di Camilla, ne provò compassione, ma nullameno la sua ripugnanza ad andarsene con lei non si dileguava.

—E…. questi parenti di nostro padre sono contenti poi tutti di ritrovarci?… chè altrimenti mai io mi deciderei….

—Oh sì….

—Io non presagisco nulla di buono, dei perigli forse….

—Ma non vi è periglio alcuno…. Alfine non è necessario che abbiate gran relazione colla famiglia dell'Isola…. Federico sulle prime pensava come voi, era quasi per rinunziare….

—Oh! sarebbe stato meglio.

—Ma non ardì farlo perchè in una memoria scritta da vostro padre, che sta in mano di Federico, egli ordina a suo figlio di accettare se mai la famiglia perdonasse…. Tale memoria la vedrete anche voi.

—Allora comprendo, rispose Gabriella.

Non trovava altre obbiezioni, eppure avrebbe voluto rimanere.

—Siete decisa?

—Se assolutamente si vuole che io parta….

—Nessuno vi costringe, ma vi si prega, disse Camilla con affettuosa dignità.

—Bene, verrò.

—Ora, mia cara, credo che tutti saranno contenti. Federico disse al conte di San Giorgio che vi eravate maritata, mentr'egli era assente; così non vi si farà alcuna domanda sul vostro passato.

Camilla ormai era salva.

Di lì a poco si udì battere.

Il cuore di Gabriella si strinse; era rassegnata, ma non di più.

Quasi subito il cavaliere di Malta e l'ufficiale spagnuolo entrarono.

La dalmatina aveva avuto appena il tempo necessario.

Gabriella si alzò confusa, s'inchinò al conte e si avanzò verso il fratello.

Era sì pallida in quell'istante, sì commovente che l'ufficiale, il quale era facile ad impressionarsi, non potè far a meno di abbracciarla con tenerezza. Pensò che forse poco le rimaneva di vita, e ch'egli alfine le doveva protezione ed amore.

Ella provò un istante di gioja tra le braccia di lui.

«Ah! pensò, perchè la fatalità vuole che io lo inganni tacendo? ma è per non essere crudele parlando. Poi ho promesso; Dio vede le mie intenzioni.»

Il conte era lieto nel vedere che nulla di quanto aveva sospettato si realizzava, e che Gabriella e Federico si amavano.

Epperò si persuase sempre più che quella giovane donna era di testa un po' debole.

Le si avvicinò appena Federico l'ebbe abbracciata, la guardò con dolcezza e le baciò la mano dicendole:

—Vedete, signora, che non vi esortai invano a sperare…. Siete mia cugina.

Ella arrossì molto, rammentandosi in qual modo lo aveva ricevuto.Tentò sorridere, e rispose a quei cordiali saluti il meglio che seppe.

—Ella verrà con noi, disse Camilla.

Gabriella non poteva più ritirarsi. D'altronde il conte e l'ufficiale la ponevano in soggezione.

Federico volle vedere i bambini, che vennero trovati vezzosi ed accarezzati da tutti.

Dopo qualche tempo, l'ufficiale si volse alla sorella, dicendole:

—Ora vi lasceremo; dobbiamo partire domani, avrete appena il tempo di prepararvi.

—Verremo a prendervi noi di buon'ora, disse il conte alzandosi.

E, dopo qualche altro saluto, Gabriella rimase sola. Era confusa, sbalordita, ma l'affezione dimostratale da Federico, la gentilezza del conte la confortavano.

La prima cosa che fece fu di porsi a scrivere un biglietto: era per Marco. Gli annunziava soltanto che partiva per la Sicilia col fratello.

Consegnò il biglietto alla sua domestica, dicendole:

—Se viene qui un signore, chiamato Marco Sabbia a chiedere di me, glielo rimetterai.

Combinò ogni cosa colla fidata servente, le raccomandò i bambini, dopo di che fu più tranquilla.

Il mattino seguente il conte con Antonio venne a prenderla. Federico eCamilla attendevano nel porto.

Al momento d'imbarcarsi, un giovane cappuccino si avvicinò al conte di San Giorgio, il quale lo salutò cordialmente. Era il padre Leone, che sorrise vedendo Gabriella fra i compagni del cavaliere.

—Questo giovane frate, disse il conte, appena il cappuccino si fu allontanato, notò a caso la rassomiglianxa di Gabriella, che aveva veduta molte volte in chiesa, col ritratto di mia madre; è grazie a lui che vi ho ritrovati.

—Infatti l'ho riconosciuto, interruppe la giovane; predicava aPesaro; si chiama il padre Leone, ed è del convento di Chieti.

Camilla ascoltava con una certa trepidazione, ma non profferì parola.

Era timore che quel frate conoscesse i segreti di Gabriella?

Intanto entrarono nella nave.

Camilla pensava che la cattiva salute di sua cognata le fornirebbe un pretesto per non lasciarla mai.

Per quali miracoli di dissimulazione doveva ella riescire a scongiurare ogni pericolo durante quel viaggio; a far che nemmeno si venisse a parlare ancora del modo, col quale ella aveva potuto fornire le carte del cavaliere dell'Isola?

Forse le preoccupazioni personali e vivissime de' suoi compagni dovevano grandemente ajutarla.


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