XV.

»Ed ora ve lo invio, perchè forse potrà servirvi a sventare qualche trama ordita a danno vostro.

»Sì, pur troppo lo temo; si vuol perdervi.

»Approfittate di questo mio avvertimento, cara donna Livia: è l'ultimo ricordo di

Federico.»

La tristezza, che spirava da questo poche linee, fece inumidire il ciglio alla duchessa.

Egli è infelice! pensò.

Il duca aveva già aperto il biglietto incluso.

Mise un grido di rabbia.

—Oh, disse, tutto comprendo! Mi si giuocò come uno scimunito! Donna Maria istessa lo aveva invitato a nome vostro. E non temette scrivere di suo pugno!..

—Che dite? sarebbe vero?

Egli le porse il biglietto.

La duchessa arrossì di sdegno. Indi:

—Ebbene, disse a don Francesco, vedete che io ebbi ragione.

—Sì, vedo che non vi siete ingannata, e ch'egli è davvero un uomo d'onore. Non sarà indegno di portare il nome degli Isola; ma temo lo sia sua moglie.

—Sua moglie?

—Non comprendete dunque ch'ella assecondò donna Maria? Ed il biglietto, che fu inviato a voi, fu da lei scritto, lo giurerei.

—È probabile.

—Oh le indegne! burlarsi di me come del primo imbecille. Che ne dite?

—Vedo che si tese un laccio al mio onore, a quello di vostro cugino, ed anche alla vostra buona fede.

Buona fede!… La duchessa voleva significare certamente ch'egli ne aveva avuto troppo per donna Maria, ed aveva mancato di fiducia verso di lei.

—Avete ragione, disse don Francesco; non crederò più ad alcuno. Dal biglietto di questo cavaliere comprendo che anche di lui non devo più dubitare un istante…. E voi, aggiunse guardandola con molta emozione, voi siete degna di me!…

Sarebbe stato assai meglio dire; Voglio esser degno di voi! ma egli probabilmente non vi aveva pensato.

—Ora, esclamò con fuoco, vi vendicherò!

—Di chi?

—Di chi vi offese. Vado da donna Maria.

—Quanto a me perdono. Bastami che più non dubitiate; allora ogni nuova trama sarà inutile.

—Se perdonate voi, non perdono io; e non sopporterò certo che vi si abbia indegnamente giuocata e trattato me come uno sciocco…. Chi crede dunque che io mi sia colei? Perchè non mi vendicai prima…. Vedete che cosa si ottiene a perdonare?

Egli era alteratissimo.

—Calmatevi, don Francesco.

—No, no.

—Ve ne prego, riflettete….

—No, donna Livia, non mi tratterrebbero le catene.

Ed escì a precipizio.

Cielo! mormorò la duchessa, che avverrà mai?

La principessa degli Alberi e Camilla attendevano con ansietà vivissima di sapere quale risultato avesse avuto la loro trama.

Se l'abboccamento, seguito tra donna Livia e Federico il giorno stesso dell'arrivo di questo a Catania, fosse stato loro noto, è probabile che non avrebbero osato adottare il piano audace, cui avevano ricorso; avrebbero tentato altra via per perdere la duchessa; ma speravano, si tenevano sicure anzi che nè la duchessa, nè l'ufficiale potessero resistere al desiderio di rivedersi un'ultima volta.

Però quella speranza, quella sicurezza non era senza inquietudine….

La loro perplessità non fu lunghissima.

Si può immaginare quale effetto dovessero fare sopra di loro queste parole, pronunziate da un servo di donna Maria:

—Illustrissima, il signor duca dell'Isola vuole parlarvi all'istante, ma a voi sola….

Un leggiero fremito percorse il corpo della dalmatina. Non sapeva che pensare.

—Ove attende il duca? domandò donna Maria agitatissima.

—Nella gran sala terrena.

Ella corse da lui, pensando che in ogni modo la franchezza sola poteva giovarle.

Egli attendeva in piedi.

Alla vista della principessa i suoi occhi si fecero minacciosi.

Era ancora nel parossismo della collera.

—Ebbene? chiese donna Maria; siete vendicato?

—Non ancora.

—Come?

—Ma lo sarò fra breve: son venuto qui per questo.

Donna Maria rabbrividì.

—Che dite? balbettò.

—Che siete una intrigante una creatura spregevole, un mostro….

Ella ebbe paura davvero; ma cercò superarsi.

—Che modo di favellare è questo? Donna Livia….

—Tacete…. non profferite un nome, che le vostre labbra contaminerebbero.

E guardò la sorella in modo, che le fece agghiacciare il sangue.

Ma che era dunque avvenuto?

Donna Maria era troppo audace per avvilirsi tosto.

—Potete voi, disse a don Francesco, dimenticarvi a tal segno ed insultare una dama?

—Siete indegna di chiamarvi tale. La più abbietta delle donne non si sarebbe condotta come voi.

—È troppo! Che intendete?

—Che siete scoperta, disprezzata, ma ciò non basta. Ed io saprò farvi amaramente pentire d'esservi presa di me un barbaro giuoco;…. d'aver tentato una volta ancora di farmi uccidere la duchessa….

Ah se donna Maria avesse potuto ritornare indietro!… Ma non era più tempo.

—Perdono i vostri brutali trasporti, disse, e….

—Perdonate?…. Che d'uopo ho io del vostro perdono?

—Che feci alfine?

—Che faceste? Osate chiederlo?

—Vi avvertii che l'amante di donna Livia sarebbe andato da lei. Vi ho ingannato forse? Non venne in vostra casa?

—Sì.

Si, ed a lui sembrava nulla?… Ella tentò un sorriso di sprezzo, indi;

—Ah, quando ne siete contento, non parlo più.

—Credereste rispondere con sarcasmi?

E senza lasciarle tempo a continuare le si avvicinò. Poi, guardandola in modo terribile:

—Sì, le disse a voce bassa e concitata, sì, vi venne perchè voi gli faceste credere che la duchessa lo attendeva.

—Non è vero!

—Non è vero, ipocrita!… Smentite, se il potete, i vostri caratteri….

E tratto il biglietto, col quale s'invitava Federico da donna Livia, lo lanciò quasi in volto alla principessa, che lo riconobbe ed impallidì.

—Oh! mormorò, e non l'ha distrutto! è lui che mi perde!

—Che rispondete? Ah non vi sarà più possibile gettare accuse ed insinuazioni….

Donna Maria era atterrata…. Dove mai l'avevano trascinata l'odio, la vendetta?

Il duca continuò:

—Colla moglie del cavaliere dell'Isola ordiste l'intrigo, n'è vero?

Egli dava a Federico quel nome, che tanto gli aveva contestato!… Ma erano amici dunque?…

Ad onta di tutto il suo furore, di tutta la sua arditezza, donna Maria tacque.

—E questo biglietto, destinato per la duchessa, lo scrisse colei?…

Ed un'altra volta ripetè l'insulto; un'altra volta lanciò il foglio in viso alla principessa.

Donna Maria si esasperò. La collera, la rabbia le infusero coraggio.

—Escite, duca! esclamò, siete in mia casa! Non arrossite di questi brutali trasporti, di questi villani insulti?

E con aria sprezzante gli volse le spalle.

—Ch'io esca senza vendicarmi?… diss'egli trattenendola per un braccio, non lo sperate! Ch'io lasci impunita la trama?… Ah era ben ordita la trama! Se la duchessa, adescata da quel segreto, di cui si parlava, avesse ricevuto un istante colui, che s'ingannava parimenti, che con pretesti indegni s'induceva ad entrare nel mio palazzo, gli avreste perduti entrambi… Credete voi potermi costringere ad uscire?… Credete voi che io possa farvi l'onore di offendermi delle vostre offese?… Infame!…

—Basta; voi insultate il principe rimanendo ancora qui.

—Orsù, non voglio attendere più oltre, dov'è egli?

—Che volete fare?

—Smascherarvi. Od ei mi crede e mi dà la soddisfazione di dividersi all'istante da voi e cacciarvi in un ritiro, ed allora risparmierò la sua vita…. altrimenti….

—Oh è troppo!… Voi stesso disonorare una vostra sorella….

—Non vi considero più come tale!…

E vedendo ch'ella esitava, chiamò.

Un servo si presentò all'istante.

—Ov'è il principe? gli chiese il duca.

—In palazzo, eccellenza, sta tirando di spada.

Don Francesco sorrise ironicamente.

—Ha del profeta costui! mormorò sommesso a donna Maria, che rabbrividì.

Indi, volgendosi di nuovo al servo:

—Digli che io voglio parlargli tosto.

Benchè il fratello di donna Maria non fosse il padrone, il servo non esitò ad obbedirlo, chè il suo aspetto, i suoi modi non ammettevano replica.

—Ora, vedremo, continuò don Francesco.

—Siete crudele, spietato, vendicativo come sempre.

—Assai meno di voi.

La porta si aprì; apparve il principe. Questi si fece assai pallido vedendo il furore del duca, l'esasperazione di donna Maria.

Indovinò qualche avvenimento terribile.

—Che volete, duca? domandò.

—Che all'istante vi dividiate da vostra moglie e la cacciate in un ritiro.

—Come? balbettò il giovane.

—Comprendo che io vi devo una spiegazione. Ebbene sappiate ch'ella tentò perdere la duchessa, che non arrossì….

—Basta! interruppe donna Maria.

—Tacete! creatura ignobile.

—Principe, mi lascerete voi insultare in tal modo?

—No, rispose, benchè turbato, il giovane.

—No? disse il duca; eppure sarebbe meglio per voi. Riflettete, credete alle mie parole e….

Il povero giovane rimase alquanto confuso.

—Posso, continuò don Francesco, fornirvi le prove di….

Donna Maria guardò il principe. In quello sguardo ei lesse la minaccia di un eterno odio se non la difendeva.

Egli si decise.

Si avanzò verso il cognato, il cui contegno superbo, insolente lo aveva sempre offeso anche in passato.

—Non ho bisogno di prove, gli disse, per considerare l'onore di mia moglie, come il mio, miei gl'insulti che a lei si fanno.

Certo voi, come sempre, non misuraste le vostre parole. Voi parlaste ingannato e senza riflettere, ne sono sicuro, poichè è impossibile abbiate inteso offendere donna Maria in modo sì sconveniente.

—Eppure è questo che io intesi appunto, rispose freddamente donFrancesco.

—Allora credo sarete disposto a rendermi ragione delle insolenze, che vi permetteste in casa mia.

—Subito, se non me la chiedevate, ve l'avrei offerta io stesso.

Il principe era commosso, ma non poteva tollerare più a lungo.

—Andiamo, disse con accento breve, andiamo tosto in giardino.

—Vi seguo.

—Oh! esclamò la principessa fremente di collera, donna Livia mi odia, e voi le prometteste la vendetta.

—Donna Livia, disse il duca arrestandosi un istante, voleva perdonarvi, mi supplicò a farlo; è l'unico torto ch'ella abbia avuto.

Ed escì correndo dietro al principe.

Donna Maria era atterrata. Certo non aveva gran fiducia nella bravura del suo sposo, benchè in voce di buon spadaccino.

I due cognati si recarono senza proferir parola in un lato remoto del vasto giardino.

Là si arrestarono e trassero le spade.

—Siete pronto? chiese il duca, guardando il principe.

—Lo sono, rispose egli.

Il duello incominciò. Il principe si batteva assai bene, ma non poteva resistere lungamente a don Francesco, il quale, (se ne vantava sempre, ed a ragione per sventura del suo avversario), avrebbe potuto senza svantaggio incrociare il ferro colle migliori lame dell'epoca.

E la pietà non doveva arrestarlo. Da qualche giorno aveva troppa sete di sangue, perchè potesse sentire scrupolo a versar quello del principe.

E mentre questo lo feriva leggiermente al braccio sinistro, ei gli vibrava un colpo mortale al petto, che lo fece cadere esanime.

Morì tentando profferire il nome di donna Maria, che gli era costata sì cara.

Il duca lo guardò un poco senza la menoma emozione: eppure aveva promesso a donna Livia di moderarsi, d'ingentilirsi!

Poi avvolse il suo braccio nel fazzoletto prima, indi nel mantello; pensava che quella ferita gli servirebbe ad intenerir la duchessa, ed a non farsi rimproverare di troppa crudeltà.

Eccolo, diceva tra sè, mentre stava compiendo quella operazione, colui pel quale donna Rosalia si fece religiosa, ed a cui diedi l'altra perchè tacesse!… Quali avvenimenti da allora!… Per adesso credo essermi vendicato abbastanza….

E ritornò verso il palazzo.

Donna Maria era ad una finestra: lo vide ritornar solo: comprese….

Quel suo giovane sposo, la cui passione l'aveva sempre più divertita che commossa, che erasi creduto amato da lei, non era più….

Ella non pianse…. Profferì queste sole parole:

—Ora, a costo di morire, mi vendicherò.

I servi del palazzo, che avevano veduto poco prima il duca ed il principe recarsi in giardino silenziosi e cupi, e che da quella passeggiata non avevano presagito nulla di buono, poichè certo non poteva avere lo scopo di coglier fiori, compresero anch'essi, vedendo ritornar solo don Francesco col braccio avvolto nel mantello.

Egli traversò silenzioso l'atrio ed escì.

………………………………………………………..

La duchessa lo attendeva con impazienza. Un istante aveva pensato mandargli dietro qualche servo, onde pregarlo di ritornare; ma poi aveva compreso che non sarebbe stata in tempo. D'altronde egli era troppo adirato per volerla ascoltare.

Vedendolo entrare assai più calmo, lo esaminò con ansietà, mentre egli svolgeva un poco il braccio dal suo mantello.

—Di chi è quel sangue? domandò allora donna Livia.

—Mio! rispos'egli tranquillamente, andando a sederle vicino.

—Cielo! che è avvenuto?

—Mi son vendicato.

—Sopra chi?

—Sul principe.

—Egli dunque?…

—È morto.

—Morto!

—Sì; assunse le difese di donna Maria; rifiutò credermi; quasi non mi lasciò parlare; m'insultò, mi provocò, e ne ha pagato la pena.

La duchessa stette pensierosa, indi:

—Quanto sarebbe stato meglio perdonare! disse.

—V'ingannate. Donna Maria si sarebbe ancora risa di me, nuovamente vi avrebbe giuocata.

—Che dirà ella mai?

—Dica quel che vuole, non me ne curo.

—Se ella mi odiava prima, voi invece di spegnere quell'odio, lo avrete attizzato.

—Vi odii quanto sa; mi sembra che non potrà nuocervi ormai.

—Ma, e voi siete ferito molto?

—Oh! una scalfitura, che, vedete, costò cara a chi me la fece…. Voi siete triste, donna Livia?…

—Non lo nego; l'idea che avete ucciso adesso un uomo, che di questa trama, era certo innocente….

Il duca sorrise.

—Potevo venire ucciso anch'io, donna Livia!

—Eh via, che non lo credevate.

—Sentite, io l'ho avvertito…. Riflettete, gli dissi, sarà meglio per voi…. Non volle ascoltarmi, suo danno!… Vi assicuro che io non l'ho forzato.

—Vedeste donna Maria dopo il duello?

—No, per ora basta. Ella è punita, non pel dolore che sentirà della morte del marito, ma perchè tutti i di lui beni andranno al fratello.

—Mi duole che vostro cugino mi abbia inviato quel biglietto di donnaMaria.

—Se non ve lo inviava, io ritenevo lui colpevole, mancatore. Mi sarei battuto seco…. Non è forse meglio sia stato col principe?… Non lo preferite?…

—Vi sareste persuaso egualmente.

—Non credo. D'altronde ora la cosa è fatta, e non me ne pento. Non potevo soffrire che vi si offendesse impunemente. Pensate che donna Maria tentò più volte di perdervi. Approvo la condotta del cavaliere dell'Isola…. Certo non credeva, aggiunse sorridendo con ironia, che quel biglietto fosse stato scritto dalla sua nobile ospite.

—Che avverrà mai in quella casa?

—Vel dissi: io non vi penso. Voi continuate a star qui ritirata; al resto provvederò io….

—Non so che dire…. Mi sembra che perdiate molto sangue; volete che io chiami la mia vecchia governante? Ella ha gran cognizione di ferite; vi medicherà….

—Fate pure.

Donna Livia escì un istante, e rientrò dicendo che la vecchia verrebbe tosto.

—Orsù rasserenatevi, le disse il duca; non pensate che ho ucciso il principe…. Poi voi, che tanto v'interessavate a donna Rosalia…. ebbene? Io l'ho vendicata.

—A che giova ora? rispose donna Livia tornando a sedere.

—A nulla, il so: ma credete voi che non ne sarà contenta? Se fossi in lei, mi pare che ne sarei soddisfattissimo.

—Forse ella non pensa come voi.

—Il principe non si era condotto verso di lei in modo indegno?

—Sì; ma mi sembra che vi pensaste un po' tardi.

—Fu sempre presto per lui.

La governante entrò con bende, unguenti ed altri oggetti.

—Oh! le disse il duca, che vuoi che io mi faccia di tanta roba? Fa presto.

—Il più presto possibile, eccellenza.

Egli cavò il braccio dal mantello e dal fazzoletto, che erano intrisi di sangue.

La governante gli tagliò la manica dell'abito: trovò la ferita larga ma non pericolosa, ed assicurò il duca che fra qualche giorno sarebbe cicatrizzata. Lo medicò benissimo, indi si ritirò.

—Vi fa soffrir molto quella ferita? domandò donna Livia.

—Così…. sapete a che pensavo mentre quella vecchia mi medicava?

—Non saprei….

—Cercate…. Riflettevo che ella probabilmente avrà medicato molte volte il cavaliere, che vi salvò la vita…. Sono certo che tale rimembranza vi traversò lo spirito…. Stravaganza della sorte!…

Donna Livia pensò che, se la sorte era stravagante, egli non lo era meno.

Intanto entrò un'altra donna con un'altra lettera.

Ella si ritirò appena l'ebbe consegnata alla duchessa.

—Che vi è ancora? chiese don Francesco.

E gettando gli occhi sulla soprascritta:

—È del conte, disse. Approfitta anch'egli della mia creduta assenza…. Che ha di bello?

—Poche linee; sentite.

«Donna Livia,

»State in guardia; siete odiata da due donne perverse, che, lo temo, tenteranno in qualche modo di perdervi.

»Diffidate di tutto e di tutti.

Il conte di San Giorgio.»

—Capisco, disse don Francesco; giurerei che donna Maria gli fece qualche scena.

La duchessa arrossì un poco; indi:

—Sarà; egli mi consiglia a diffidare.

—Ma ora vi si lascerà in pace ritengo. Donna Maria ha veduto come io mi vendico.

La duchessa non rispose, che non divideva le idee di don Francesco…. Le sembrava che donna Maria avrebbe più di prima desiderato la vendetta.

Quali fossero i pensieri, i propositi di donna Maria e di Camilla, dopo la terribile scena fatta dal duca in casa del principe, e che era terminata colla morte di questo, è facile immaginare.

Si compendiavano in quelle parole pronunciate dalla giovane principessa, nell'istante che aveva veduto ritornar solo il fratello.

—Vendetta! vendetta a qualunque costo, anche a quello della vita.

Sì, donna Livia aveva ragione: perdonare sarebbe stato forse meglio.

Mentre la principessa si trovava col duca, venne recata a Camilla una lettera di Federico. Erano poche parole.

«Parto con Dal Pozzo, scriveva: sarò di ritorno domani. Scusatemi presso il principe e la principessa.

»Conto lasciar subito la Sicilia, appena assunto il mio nome.Preparatevi voi e Gabriella.»

Questo biglietto così asciutto il giovane lo aveva scritto subito dopo quello destinato per donna Livia, tormentato da mille sospetti.

Era il duca? Era Camilla che aveva teso il laccio?… Non lo sapeva…. Ma era disgustato di tutto; tanto disgustato, che per quel giorno gli sarebbe stato impossibile ritornare al palazzo degli Alberi.

Donna Livia, pensava, riconoscerà forse i caratteri del foglio che le inviai…. Saprà di chi sospettare, ma io mi allontanerò tosto, che altrimenti darei in nuovi tranelli…. Non è che io tema, chè sono sempre pronto a tutto; ma la pace di donna Livia mi consiglia a tale risoluzione.

Dal Pozzo non esitò a seguir Federico in un villaggio vicino, senza permettersi domande, benchè il contegno dell'ufficiale gli sembrasse sempre più strano.

Ah! pensò Camilla, nel leggere il biglietto di suo marito, qual modo è questo di trattare con una sposa? Indegno!… Sì, lo comprendo; egli vorrà dividersi da me, appena ricuperati i suoi titoli, i suoi beni…. Ed io, che tanto faticai…. Mi farà interrogazioni…. me l'attendo!… Mi dirà che diffida, che di me più non si degna…. Mi sembra udirlo!… Orgoglioso!… Ed è per questa donna Livia che mi disprezza? Oh! ma non ne avrà il tempo…. Che fa ora la principessa?

La principessa stava peggio di lei in quel momento.

E quando ritornò, quando le ebbe narrato il tutto…. tremante per lo sdegno, per la collera…. entrambe giurarono la morte della duchessa.

—Fu vostro marito, che mi ha perduta!… Egli!… lo vedete! esclamò donna Maria.

—Sì, e non vi dirò di perdonargli; lo odio non meno di voi. Leggete ciò che osò scrivermi…. tutto per causa della duchessa.

E dopo qualche parola sconnessa, qualche nuova imprecazione contro Federico, il duca e donna Livia, esse si erano divise, la principessa essendo stata domandata da suo cognato.

La confusione in palazzo era grandissima. L'avvenimento terribile di quel giorno, fatale al giovane principe, correva di bocca in bocca, commentato in mille modi da tutta la città.

Nella notte seguente, Gabriella, che dormiva in una stanza vicina a quella di Camilla, fu svegliata ad un tratto da un lieve rumore.

Udì la dalmatina passeggiare, indi escire.

Gabriella, atterrita dalla morte del principe, dal contegno di Federico, dopo che innanzi a lui si era pronunciato il nome di donna Livia del Faro, sorpresa dalla strana amicizia strettasi fra la principessa e Camilla, colpita dalla cupa esaperazione di questa, si rammentò gli avvertimenti di Marco, che, come un lampo, le attraversarono lo spirito….

Sì alzò più leggiera di un fantasma; escì dalla sua stanza; penetrò in quella di Camilla, paventando per la vita del fratello, del quale ignorava l'assenza.

Iddio sembrava guidare quella donna sì pallida e triste ed infonderle coraggio.

Nella stanza di Camila non vide alcuno, ma udì la voce di lei nel gabinetto attiguo.

Guardò dalla fessura. La principessa tetra e cupa era colla dalmatina.

Gabriella accostò l'orecchio tremante: poi di tanto in tanto guardava ancora.

Quelle due donne così belle avevano in quel momento un aspetto terribile.

Sembravano di quelle fate malefiche discese sulla terra in sembianze celesti, onde ingannare e spargere più facilmente intorno a loro le lagrime e la morte.

Ed a danno di chi macchinavano esse?

Di una giovane donna, che nulla di male aveva lor fatto, che anzi avrebbe voluto perdonare tutto quello, che esse avevano tentato farle, ma che ai loro occhi aveva il torto gravissimo di essere difesa, amata, rispettata da chi le insultava, le odiava, le disprezzava; di trovarsi, per aver saputo vincere un amore grande, appassionato, quando sarebbe divenuto colpevole, nella sfera più alta, mentre esse erano precipitate nell'ultima.

—Sì, diceva donna Maria con voce strozzata, tremante, bisogna affrettarsi; e poichè il duca, quel mostro, non dubita di lei, poichè giammai la ucciderà di sua mano…. bisogna farla morire in altro modo.

—Domani, rispose Camila, ella morrà.

—Ma come farle propinare il veleno?

Gabriella provò un'emozione terribile, ma concentrò ogni sua forza nell'udito; ed era necessario, chè esse parlavano a voce bassissima.

—Sentite, principessa, diceva Camilla, io possiedo una fiala, che mi fu data da una donna boema; poche gocce del suo contenuto bastano ad uccidere appena fiutate.

Donna Maria, benchè un po' spaventata, non esitò.

—Ebbene, disse, ci varremo di tal fiala. Ma come fare che la duchessa ne fiuti il contenuto?

—Non mi diceste ch'ella ama i fiori? che quasi giornalmente gliene sono inviati dal suo castello in canestri, in cassette per garantirli dal caldo soffocante?

—È vero.

—Domani ne riceverà un bellissimo mazzo in una leggiera cassetta.L'aprirà poi?

—Oh! l'aprirà certamente: è suo costume. Qualunque cosa venga recata per lei dal castello è tosto portata nel suo gabinetto…. Domani dunque.

—Non possiamo indugiare: domani si termina tutto, e mio marito, vedeste? vuol partire subito…. Si crederà la duchessa morta di una convulsione; voi mi diceste che ella ne soffre talvolta; ciò non sembrerà strano; quella donna boema mi disse che il suo veleno non lascia tracce diverse di un forte accesso convulso.

—Sì, sì, esclamò donna Maria, noi non saremo sospettate…. D'altronde l'idea che ella possa essere ancora felice, ella, la causa di tutti i miei mali, mi è insopportabile…. Il pensiero che ho perduto una sì splendida posizione;… e che il duca sì crudele, spietato, brutale, soltanto per colei si umanizza, mi uccide…. Si, ella morrà….

Ogni parola faceva fremere Gabriella; le sembrava una lama avvelenata, che le si rivolgesse nel cuore.

Oh! io la salverò quella donna, pensò, a qualunque costo. Iddio mi sceglie a quest'opera…. Me ne rimeriterà; benedirà ai miei figli!…

E con una esaltazione purissima si raccomandò alla Vergine! Essa l'aiuterebbe.

Ma riflettè che si era trattenuta abbastanza.

Rientrò nella sua camera, leggiera ed inosservata. Si coricò; finse dormire, e nessuno sospettò di lei…

L'indomani per tempo si alzò; all'ora solita disse volersi recare in chiesa, ma rifiutò la compagnia della camerista, che abitualmente la seguiva.

Escì pallida e stravolta, senza che Camila la vedesse partire.

Chiese ad un uomo che incontrò di additarle il palazzo del duca dell'Isola… Colui si offrì di accompagnarvela. Gabriella accettò; procedeva tremante, agitata, ma risoluta.

Giunta alla porta del palazzo, ringraziò la sua guida ed entrò.

—La signora duchessa? devo vederla, diss'ella ad un servo con voce concitata.

La gran somiglianza di Gabriella con donna Rosalia rese attonito il domestico, che, pensando fosse quella dama parente del duca, rispose con molto rispetto:

—Mi duole, illustrissima, ma vi sono ordini severissimi; la duchessa non riceve alcuno, neppure una lettera….

—Ed il duca?

—È assente per qualche ora.

—Ma io devo parlare ad uno di loro… Poi, dopo un momento:

—Datemi l'occorrente per iscrivere; è necessario.

Il servo, benchè sorpreso, obbedì; la fece entrare in una stanza terrena, ove Gabriella trovò su d'uno scrittojo quanto chiedeva.

Tracciò con mano convulsa poche linee.

Le suggellò, indi consegnò il foglio al servo.

—Sentite, gli disse, giurate che non verrà consegnato alla duchessa alcun oggetto, che venga dal suo castello, prima che il duca abbia letto questa lettera; se nol fate, vi assicuro che ne sareste terribilmente punito.

Il servo, messo già in sospetto dagli ordini ricevuti, dagli avvenimenti del giorno prima, convinto dall'accento di Gabriella, giurò, e promise anche comunicare a tutti i suoi compagni quella raccomandazione.

Allora Gabriella, dopo aver rinnovato i suoi avvertimenti, si allontanò dal palazzo rassicurata.

Non aveva voluto dire ai servi che si trattava della vita della duchessa, per timore di disonorare pubblicamente la moglie di Federico e donna Maria.

Due ore dopo, il duca rientrò; era assai pallido.

Gli fu tosto consegnato il biglietto.

—L'ha scritto in palazzo, gli disse il servo, che stava aspettandolo nell'atrio (lo stesso che aveva parlato a Gabriella) l'ha scritto una giovane donna, che rassomiglia in modo strano a donna Rosalia, e che aveva cercato prima di parlare alla duchessa, o a vostra Eccellenza.

Il duca lo prese attonito e l'aprì.

Rabbrividì leggendo queste linee:

»Signor duca,

»Da qualche parola, sorpresa da me questa notte, tra la principessa donna Maria e mia cognata, compresi che si vuole avvelenare quest'oggi la duchessa con un mazzo di fiori rinchiuso in una cassetta.

»Affrettatevi.

Gabriella.»

—Oh infami! esclamò il duca…. E questo biglietto è forse qui da molto tempo! Potrò io?… Ohimè!… Privarmi di donna Livia… ora…

Salì le scale come un pazzo.

Entrò precipitosamente dalla duchessa.

Il suo aspetto era terribile, alterato tanto che ella se ne spaventò.

—Che avete mai? chiese alzandosi.

—Avete voi ricevuto qualche oggetto, qualche mazzo di fiori durante la mia assenza? chiese egli trafelante, agitatissimo.

—Io no.

—Respiro… Siete salva.

E non potè continuare.

Si chiese d'entrare.

Una donna apparve con una cassetta fra le mani e volgendosi alla duchessa:

—Contiene un mazzo di fiori, le disse; fu portata da qualche tempo, viene dal castello; ma una dama forestiera aveva scongiurato un servo di non consegnare alcun oggetto a vossignoria illustrissima sin dopo il ritorno del signor duca.

E la camerista escì.

Donna Livia guardava sorpresa la cassetta, che era stata deposta su di un tavolino.

—Non toccatela!… esclamò il duca trattenendola per un braccio.

—Ma spiegatevi!…

Egli era così commosso, così alterato che non potè parlare.

Le consegnò tremando il biglietto di Gabriella.

La duchessa lo lesse, rabbrividì.

—Scellerate a tal segno! mormorò.

—Sì.

E dopo un istante:

—Sono due mostri, di cui sbarazzerò la terra. Spero non mi direte ancora di perdonare.

—Dunque è la figlia del cavaliere dell'Isola, che mi ha salvata?

—Sì; non potendo essere ricevuta da voi, ed essendo io assente, scrisse.

E stringendo la mano della duchessa aggiunse:

—Che sarei divenuto perdendovi?… E senza questa mia cugina io vi vedrei cadavere!… Sì, donna Maria fu sempre perversa!… E l'altra!… Oh femmine infernali!…

—Ma, disse donna Livia come colpita da una subita idea, ed ella?Forse la si punisce di morte perchè volle evitare la mia.

—È vero, sono capaci di tutto.

—Correte! Affrettatevi… Che se ella morisse, troppo ne soffrirei!…

—Avete ragione; ma e questa cassetta?

—Non temete, la farò abbruciare nella corte, ed io stessa guarderò da una finestra. A me non pensate… Correte, ma diffidate voi stesso di tutto!…

—Sì, sì, non dubitate. Vi vendicherò.

—Salvate vostra cugina.

—Farò tutto insieme. Addio…

Ed escì. Era furibondo.

Oh! questa volta, diceva, provvederò in modo da togliere ogni pericolo per l'avvenire.

Donna Livia faceva intanto quanto aveva detto al duca.

La cassetta, per suo ordine, veniva abbruciata nella corte sotto ai suoi occhi…

L'umore venefico, che doveva privar di vita donna Livia, sfumava inoffensivo tra le fiamme di un fuoco vivissimo, che era stato acceso dapprima, e da cui poscia tutti si erano allontanati!…

E la duchessa una volta ancora era salva.

………………………………………………………..

Ed intanto al palazzo degli Alberi?…

Camilla, diffidente sempre, aveva fatto chiedere di Gabriella, che, dopo il biglietto scritto al duca sentendosi più tranquilla, si era recata in chiesa.

Venne risposto alla dalmatina che sua cognata era escita sola, ed aveva rifiutato con insistenza d'essere accompagnata come al solito da una camerista.

Questa risposta e l'assenza prolungata di Gabriella cangiarono la diffidenza di Camilla in sospetto.

Attese la cognata nella camera di lei.

Il pallore di Gabriella quando ritornò, il movimento di terrore, che non seppe trattenere alla vista di Camilla, fecero presentire a questa il vero.

—Ove andaste? le domandò.

La dalmatina in quell'istante apparve a Gabriella come avrebbe dovuto apparirle sempre, non come una sventurata, trascinata involontariamente al male, ma come la donna, che l'aveva minacciata in Bologna di colpire i suoi figli, come colei, che l'aveva fatta rapire a forza, come la fonte insomma di tutti i suoi mali.

Ebbe paura!

—In chiesa, rispose balbettando.

—Giurate sulla croce che non andaste in nessun altro luogo.

Ella, esitò….

Indi:

—Non giuro, disse.

Poi con esasperazione, vedendo gli sguardi minacciosi, che lanciava sopra di lei Camilla:

—Uccidetemi pure! esclamò, uccidetemi con uno dei vostri veleni! Voi, che mi avete resa amara l'esistenza….. Poco mi rimane da vivere!…. I miei figli saranno amati, protetti egualmente…. Non voglio perdere la mia anima!… Morrò dopo aver fatto una buona azione…. salvato la duchessa!… Dio mi riceverà tra le sue braccia!…

Ed affranta da quello sforzo supremo, di cui la religione soltanto aveva potuto renderla capace, coll'esaltazione di una martire, si assise.

—Ah! tu hai salvato la duchessa! esclamò Camilla. Ebbene muori!…

Le fece fiutare a lungo una fiala: pensò anche che forse sua cognata conosceva tutti i suoi segreti, poichè aveva parlato di veleni.

La povera Gabriella era già morta!

Vicino a lei stava la fiala fatale!…

Camilla era esasperata, pallidissima; ciò dava alla sua rara bellezza alcun che di tetro e di fantastico insieme.

Lo scioglimento del suo dramma era vicino, sarebbe stato terribile, lo comprendeva!…

Ed intanto donna Livia, colei che era ancora amata da Federico, era uscita illesa da mille pericoli!…

Che le giovava la morte di Gabriella?

Ah non si sentiva vendicata abbastanza!…

Per qualche tempo ella guardò spaventata il cadavere, non sapendo a qual partito appigliarsi.

Finalmente si decise; direbbe che Gabriella era morta improvvisamente d'una convulsione, appena ritornata dalla chiesa!

Donna Maria per certo non la smentirebbe!

Mentre ella, in sì dolorosa perplessità, dimenticava persino di nascondere il veleno, un servo apparve sulla porta socchiusa:

—Un signore forestiere, disse, che sino da questa mattina venne a cercare della signora Gabriella, mentre era in chiesa, è ritornato e vuol parlarle all'istante.

Aprì l'uscio allo sconosciuto, e si ritirò senza avvedersi del cadavere.

Lo sconosciuto entrò; era Marco.

S'avanzò nella stanza. S'avvide della sua antica fidanzata e diCamilla….

Mise un grido.

Oh! esclamò, è troppo tardi!… Costei era qui! Ed ella è già morta!

Per un istante il dolore gl'impedì continuare, ma presto si superò; ed avvicinandosi a Camilla la scosse, come se avesse voluto svellerla dalla terra, estirparnela, come se ne estirpa una pianta malefica.

Ella non osò parlar subito. Finalmente:

—Non l'ho uccisa io! disse.

—Sì che l'hai uccisa! Infame! Guarda, guarda quelle lividure!…L'uccidesti come quella tua vecchia governante a Venezia….

Ah egli sapeva!…

—Tutto io so, continuava egli; avevo consigliato Gabriella a diffidare; come mai si lasciò trascinare a seguirti?

In quel momento la porta si aprì.

Era Federico, che, appena udita la morte del principe, indovinando che il suo biglietto alla duchessa ne era stato causa, veniva stordito, confuso, voleva partire all'istante.

Marco disperato, Camilla avvilita, Gabriella morta!

Ah! per quanto male immaginasse, non avrebbe mai aspettato di vedere un sì terribile quadro!

—Marco, sussurrò Camilla, Marco tacete! Non mi accusate innanzi a lui. Io non avrei ucciso Gabriella, se ella non avesse salvato la mia rivale!…

Ma Marco non l'ascoltò.

E volgendosi all'ufficiale, che non poteva profferire un accento:

—Vostra moglie, gli disse, è un'avvelenatrice. Uccise già una sua vecchia governante a Venezia, perchè certo conosceva tutti i suoi segreti, ed ora avvelenò Gabriella per punirla di aver salvato la sua rivale.

—Donna Livia! la duchessa! esclamò l'ufficiale rabbrividendo….

—Voi lo saprete chi è!

—Povera Gabriella! ella salvò donna Livia!

E Federico piangendo coprì di baci il viso della sorella.

Indi si avanzò furioso verso Camilla.

—Attendete, ve ne scongiuro, gli disse Marco trattenendolo, ella non vi sfuggirà!…

Ucciderla subito non sarebbe punirla abbastanza!… Io voglio in faccia sua dirvi tutto il male, che fece…. Poichè è questo ch'ella paventa…

Si arrestò vedendo entrare due cavalieri.

Erano il conte di San Giorgio e Dal Pozzo, che correvano sulle traccie di Federico.

—Cielo! che avviene qui? chiese spaventato il cavaliere di Malta.

—Oh disse Marco esasperato, questa donna, ed additava Camilla seduta in un ampio seggiolone in fondo alla stanza, ha avvelenato Gabriella, perchè salvò la vita della duchessa!…

—Donna Livia? domandarono insieme il conte e Dal Pozzo.

—Sì! mormorò Federico.

—Donna Livia le deve la vita? disse il conte avvicinandosi aGabriella. Ed io, che tanto sospettai di lei…. Oh sventurata!

E come aveva fatto prima l'ufficiale, depose un bacio su quel freddo cadavere.

Dal Pozzo era tanto spaventato che non poteva profferir parola.

Federico, più pallido della morte, stava immobile appoggiato alla parete.

Marco continuava:

—Questa disgraziata, che io doveva sposare, fu rapita, or sono cinque anni, dalla casa ove l'aveva messa suo padre, rapita per ordine di costei, che la diede in mano ad uno sconosciuto, e le indebolì il cervello con narcotici possenti…. Mi raccontò tutto ella stessa, quando la vidi in Rimini poco tempo fa… Ed io, che conoscevo questa donna come un'avvelenatrice, l'avevo consigliata a diffidarne, senza tuttavia spaventarla troppo, poichè speravo che ella fosse soltanto l'amante di Federico di Chiarofonte, che non potei avvertire perchè ignoravo da lungo tempo ove fosse!… Quando ritornai a Rimini, il giorno dopo la partenza di Gabriella, vi trovai un suo biglietto, nel quale mi annunciava che si recava in Sicilia col fratello; ma ignoro per qual motivo non accennasse a costei; ciò mi confermò nella mia supposizione, e pensai con gioia che Chiarofonte non l'aveva sposata. Io compresi, aggiunse volgendosi all'ufficiale, perchè vi recavate in Sicilia. Sapevo chi fosse stato vostro padre da qualche giorno appena; sicuro che Camilla non era qui, pensai poter indugiare per andare a Venezia a prendere una lettera del cavaliere dell'Isola, posseduta dalla signora Lorini, e che credevo potesse esservi necessaria…. Ohimè! che feci! perchè differii?… Tenete, Federico: è l'ultima lettera di vostro padre.

L'ufficiale prese il foglio, ma non potè leggerlo; accennò al conte di leggere lui, ciò ch'ei fece ad alta voce con viva emozione, evitando però certe frasi concernenti la moglie dello zio.

Quando la lettura fu terminata, Federico escì finalmente dal suo abbattimento.

Ohimè! disse, ed io potei unirmi a simile mostro! Oh mio Dio!…

Camilla era sempre rimasta col capo fra le mani.

—Indegna! Perfida! Lusinghiera! Infame! mormorava il povero ufficiale fuori di sè…. Quale cumulo di menzogne, di delitti! Quale ipocrisia!… Prima di morire, dimmi in qual modo conoscesti mia madre….

—Ve lo dirò, rispose Camilla. Ella era sorella a mio padre. Fino dal 1365 era ritornata in Dalmazia e viveva con noi. Tre anni dopo ci recammo tutti a Venezia, perchè ella volle vedervi ad ogni costo. Infatti vi vide nascostamente più volte, ma non osò mai presentarsi a voi, temendo i vostri rimproveri, il vostro disprezzo. Vide qualche volta anche Gabriella…. Io vi conobbi allora, Federico; fin d'allora vi amai. Vostra madre morì poco dopo lasciandomi, come vi dissi, i suoi segreti…. Sposarvi divenne il mio sogno…. Ma voi eravate allora a Corfù. Quando ritornaste ferito da Lepanto respirai; potei avvicinarmi a voi; le mie cure, il vostro abbattimento fisico, le vostre preoccupazioni, di cui qui compresi il motivo nell'udire il nome di donna Livia, mi ajutarono….

—Tacete! Tacete! esclamò disgustato il giovane. Ditemi soltanto dov'è questo mio fratello, di cui parla mio padre.

—Ve lo dirò, rispose Camilla, ma a condizione soltanto che voi mi perdoniate; altrimenti non lo farò mai.

Si comprendeva ch'ella era risolutissima.

—Ditele di sì, sussurrò il conte all'ufficiale; tale promessa non impegna.

—Bene, sì, mormorò Federico con voce soffocata, parla!

—Egli è quel giovane frate, il padre Leone, che venne a salutare il conte nel porto di Rimini. Fino a sedici anni visse con sua madre in Germania. Quando ella venne in Dalmazia, ei volle assolutamente entrare in un convento di cappuccini. Egli ignora tutto, persino il nome di Chiarofonte. La sua fede di nascita è nel mio scrignetto.

—Il padre Leone! disse il cavaliere di Malta respirando….

Ha la sua fede di nascita, pensò poi; ma questa donna è un archivio!

—Non posso ucciderti io stesso, disse Federico facendo uno sforzo; altri ti puniranno.

E fece per allontanarsi.

—Oh! esclamò ella alzandosi con esaltazione e come se temesse di non più vederlo, ma io vi ho amato!… e vi amo ancora!…

E fece per trattenerlo.

L'ufficiale la respinse con orrore, come se avesse temuto esser tocco da un serpente.

Camilla provò un senso di dolore sì vivo che la esasperò, perchè in mezzo ai suoi delitti, a tante orribili colpe ella lo aveva amato con vera passione.

Or qual maggior tortura che destare ribrezzo in chi si ama?

E parve a Camilla una pena d'inferno!

Il conte accennò a Dal Pozzo di trascinar via Federico, che depose un ultimo bacio sulla fronte della sorella ed escì disperato.

Dopo qualche tempo di silenzio, Marco si volse al conte.

—Suo marito vuole che sia punita, mormorò.

—Non dubitate, lo sarà; ma non abbiamo il diritto di negarle il tempo a pentirsi, e vedere qualche religioso se ella lo desidera….

—Sì lo voglio, interruppe Camilla.

—Oh ella ne approfitterà per fuggire, mormorò Marco.

Il conte era perplesso, ripugnante, non sapeva a che risolversi.

Il veneziano lo considerava inquieto.

Intanto la porta si aprì.

—Il duca! esclamò il cavaliere.

La vendetta non poteva scegliere una figura d'uomo, che la rappresentasse meglio di don Francesco.

Marco respirò in vederlo, chè il conte gli era sembrato troppo dolce.

—Dov'è la figlia del cavaliere dell'Isola, quella che salvò la vita alla duchessa? domandò don Francesco.

—Eccola, rispose Marco additandogli il cadavere.

—Oh disse il duca tristamente, giunsi troppo tardi; eppure mi sono affrettato. Fatalità!

—In qual modo foste avvertito? gli chiese il conte.

I due cugini si vedevano per la prima volta dopo la loro separazione.

Era in un bel momento.

—Con questo biglietto che ella stessa, non potendo essere ricevuta da donna Livia, scrisse nel mio palazzo, mentre io era assente.

E lo porse al conte che lesse. Dopo di che:

—Come? disse sommessamente al duca, anche donna Maria? Oh abbominio!

Don Francesco si accontentò di fargli un cenno affermativo.

Indi arrestò lo sguardo su Marco.

Il conte ripetè allora in poche parole al cugino la narrazione del veneziano.

Quando questa fu terminata il duca si volse a Marco:

—Dunque, signore, gli disse, voi foste prima causa della salvezza della duchessa, e senza i vostri avvertimenti questa sventurata non avrebbe diffidato, e non le sarebbe stato possibile sventare la trama. Lo comprendo, e non lo dimenticherò giammai!

Marco, benchè posto un po' in soggezione, rispose:

—Fu combinazione, nulla di più…. Ciò che desidero è di veder vendicata questa infelice. Ecco la causa di tutti i suoi mali, ecco chi la uccise!

Ed additava Camilla rimasta immobile sulla sua seggiola col capo fra le mani.

Il duca si avanzò verso di lei.

Il conte e Marco si attendevano ad una scena orribile: erano in preda a viva ansietà.

Camilla alzò gli occhi sul duca, quel duca, di cui si era tanto occupata, e che non aveva veduto ancora. Rabbrividì.

—Signora, cominciò egli, vostro marito assumerà domani il nome di suo padre, il mio: dovete saperlo.

Quell'esordio parve oscuro a Marco.

—Comprendete, continuava don Francesco, che prima voi dovete essere morta.

Il veneziano comprese e si tranquillizzò.

Camilla taceva.

—Spero, proseguì freddamente il duca, che sarete, signora, abbastanza coraggiosa perchè nessuno sia forzato a versare il vostro sangue.

—Ecco, esclamò Marco, ecco il veleno, col quale assassinò sua cognata.

E consegnò al duca la fiala, che sin dal primo momento egli aveva scorto su di un tavolino, vicino a Gabriella.

Ah! era forse quello destinato per donna Livia, pensò il duca prendendola.

—Bene, rispose a Marco.

Esaminò attentamente la fiala, indi la depose innanzi a Camilla.

Ella fremette.

Non aveva mai creduto in Dio; ed ora, per suo maggior tormento, credeva nella sua collera.

Esitava……

—Che! occorrerebbero incitamenti? le disse il duca con uno sprezzo umiliante.

—No, rispos'ella con alterigia, io mi ucciderò! ma voglio tempo a confessarmi; è una cosa che non si nega ad alcuno.

—Se glielo accorda, se si impietosisce, disse Marco volgendosi al conte, ella si salverà! è tanto astuta; cagionerà forse nuovi danni prima di morire! Ingannerà il confessore! Egli intercederà!

—Non temete, signore, rispose il cavaliere di Malta con un lugubre sorriso.

Ed aggiunse tra sè: sarebbe più facile impietosire un macigno.

—Sì, voglio tempo a confessarmi, ripetè Camilla.

Il duca per unica risposta le additò il veleno con quell'aria imperiosa, che nessuno sapeva prendere meglio di lui.

Ella comprese che tutto era inutile; si decise.

Presa la fiala, la fiutò a lungo; cadde subito rovesciata all'indietro…

Era morta!

Il duca si allontanò da lei.

—Ora, mormorò, mi occuperò di…

Il conte lo trattenne.

—Che contate fare di donna Maria? gli domandò a voce bassissima.

—Non credo vogliate difenderla.

—Non ne ho desiderio alcuno, ve lo assicuro. Ma riflettete che ella per nostro rossore è…

—Sì, sì. Faremo le cose senza scandalo.

—Sarà possibile; poichè la sua complice non l'ha accusata, potrete tener celata a tutti la sua colpa.

—Lasciate fare a me.

—Prima vorrei farvi leggere una lettera del cavaliere Dell'Isola nostro zio, che scrisse negli ultimi istanti di sua vita ad una signora di Venezia. Contiene nuove rivelazioni, che è giusto siano conosciute da voi. Tenete. L'ha recata questo signore.

Il duca la prese e la lesse, mentre il conte pensava che ritrovava suo cugino migliore assai di quando l'aveva lasciato.

Donna Livia sa fare davvero dei miracoli, diceva tra sè.

Marco guardava impensierito Camilla; passata l'ebrezza della vendetta, chiedevasi se non fosse stato troppo inflessibile verso di lei, la quale avrebbe potuto pentirsi.

Per darsi pace non aveva che a gettar gli occhi sul duca, il quale di rimorsi non ne sentiva certamente alcuno.

Il cavaliere di Malta era profondamente triste.

In qual modo finiva tutto? Mai egli si sarebbe atteso a tale scioglimento.

Tornò a contemplar Gabriella, ed i suoi occhi s'inumidirono pensando che quella giovane era morta per aver salvato donna Livia! Infelice! comprendo ora perchè mi parlò di lacci, di sventure; ella era sotto un costante incubo, che la faceva paventare di tutto…

Intanto il duca percorreva la lettera di suo zio.

Oh! pensava, dunque quella donna, per la quale il cavaliere dell'Isola era stato diseredato, scacciato, lo tradì. Ed egli temeva vendicarsi in modo orribile invece di desiderarlo!… Pare fosse molto pentito… Sembra scrivesse ad un'amica; comprendo…

Ed andando innanzi: Un altro figlio!…

Finita la lettura, si volse al conte e gli rese la lettera.

—Ebbene, duca? chiese egli.

—Ebbene, conte? dirò io a voi: sapete qualche cosa di questo figlio perduto?

—Sì, e lo conosco; è un giovane frate di molto merito, che per una strana combinazione vide il ritratto di mia madre, e ne notò la straordinaria rassomiglianza. con una signora da lui veduta in Pesaro, questa nostra sventurata cugina.

—Ma ditemi, conte: se i figli del cavaliere ignoravano la loro origine, come possedevano le di lui carte di famiglia?

—Erano state consegnate dalla loro madre a colei, ed additavaCamilla. Ella usò ogni mezzo per giungere a sposare Federico diChiarofonte, al quale però non rivelò il segreto che dinanzi a me, almio arrivo a Milano.

—Comprendo, comprendo. E tra sè:

Davvero donna Livia ed egli stesso ignoravano tutto!

—Voi, conte, aggiunse poi con indifferenza, mi dovreste qualche spiegazione.

Il cavaliere restò alquanto imbarazzato.

—Come credete, rispose quindi; domani verrò da voi, e qualunque spiegazione bramiate, l'avrete da me.

—Vi attenderò, cavaliere.

Ed avvicinandosi a Marco, che stava contemplando tristamenteGabriella:

—Signore, gli disse, questa mia sventurata cugina, a cui io devo tanto, ha dei bambini. Sapete ove sieno?

—Certamente.

—La duchessa, riprese don Francesco che esaminava con emozione Gabriella, vorrà occuparsi di quei fanciulli. Venite domani al mio palazzo, vi prego; ella vi comunicherà le sue idee.

—Non mancherò.

—Questa infelice, continuò il duca, verrà sepolta domani nelle tombe della nostra famiglia… Quanto a costei…

E si arrestò guardando Camilla.

—Costei, signor duca, i miei marinaj possono gettarla in mare stanotte.

—Benissimo, rispose don Francesco con un cenno di approvazione.

Quel veneziano gli piaceva.

Indi escì.

Allora il cavaliere di Malta, che non aveva parlato sin là per la meraviglia che gli cagionavano i sentimenti generosi espressi da don Francesco, si volse a Marco:

—Voi siete straniero qui, gli disse; conosceste molto questa mia sventurata cugina; venite in mia casa appena sarete libero; cercate del conte di San Giorgio, vi attenderò. Desidero anche aver qualche dettaglio sul passato di questi miei parenti… Vi prego a non rifiutarmi.

—Non dubitate.

—Ora vado in traccia del povero Federico; temo non abbia a fare qualche pazzia!… Era così fuori di sè!…

Marco non rispose.

Il conte escì.

Ed il giovane rimase ancora un istante fra quei due cadaveri, dei quali uno gli metteva orrore, e l'altro gli era sì caro.

—Mio Dio! mormorava, in quale istante le ho rivedute entrambe!…

………………………………………………………..

Il duca, appena lasciata quella funebre stanza, aveva chiesto ad un servo di donna Maria.

—È sola nel suo appartamento, eccellenza, rispose l'interrogato, che trovava assai strana la presenza del duca dell'Isola in palazzo, dopo quanto vi aveva fatto il giorno prima.

Ma quei poveri servi avevano veduto in pochi giorni tante cose strane che erano confusi, storditi; non comprendevano nulla.

Il duca si diresse verso l'appartamento di sua sorella.

Chiese di lei ad una camerista, la fidata Caterina. Questa, che, per aver dimorato nel palazzo di don Francesco, lo conosceva e ne aveva paura, rispose un po' tremante che la principessa non voleva ricevere alcuno.

Il duca la respinse ed entrò egualmente.

Non aveva pratica di quell'appartamento ove non era mai entrato.

Traversò a caso diverse stanze; finalmente vide sua sorella in un elegante gabinetto, in piedi vicino alla finestra, pallidissima, agitata.

Le era stato detto che il duca, il conte, l'ufficiale ed altre persone erano entrate nella stanza di Gabriella, ove certo avveniva qualche scena terribile.


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