75.Figlio di Domenico e di Paola, levatrice,habito in porta Ticinese nella Parochia di S. Pietro in Caminadella cioè al Torchio dell’Oglio: alli 26 di Maggio cominciai a far il Commissario sopra la Sanità per far sequestrare sù gli infetti, farli condur via, et anche far condur via li morti di peste con li carri, commandando alli monati, et questo ufficio lo faccio per porta Ticinese; ma prima di far il Commissario attendevo a scartezar filisello. (Processo, pag. 37.)76.Vedi nel Processo i lunghi costituti dei testimonj, i quali concordemente deposero che circa le due ore della mattina avevano veduto passare dalla Vedra dei Cittadini il Piazza, imbacuccato, tenendosi rasente i muri, e con in mano una carta fregare qua e là le pareti delle case e le porte, che si scoprironoimbrattate d’un certo onto che pareva grasso tirante al giallo... una cosa gialla che pareva che in duoi luoghi vi fosse stata buttata su con un deto. (Processo, pag. 30 e seg.)77.Di questa crudelissima esacerbazione non trovasi cenno nel Processo; forse è amplificazione rettorica del Ripamonti.78.L’infelice protestò nei primi esami la sua innocenza; ma lo spavento di venir sottoposto ogni giorno agli spasimi della tortura, e l’impunità promessa qualora palesasse il delitto ed i complici, lo spinsero, per amore della vita, alle più strane ed assurde confessioni.«Il Piazza dunque chiese ed ebbe l’impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto. Ecco perciò che al terzo esame egli comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia d’aver unto le muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominciò a dire che l’unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava sull’angolo della Vedra; che questo unguento era giallo, e gliene diede da tre once circa. Interrogato se col barbiere egli avesse amicizia, rispose:è amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor sì. Quasi che le confidenze di un misfatto così enorme si facessero a persone appena conoscenti,amico di buon dì, buon anno. Come poi seguì così orribile concerto? Eccone le precise parole. Il barbiere di primo slancio disse al Piazza, che passava avanti la bottega:vi ho poi da dare non so che; io gli dissi, che cosa era? ed egli rispose: è un non so che unto; ed io dissi: verrò poi a torlo; e così da lì a tre dì me lo diede poi. Questo è il principio del romanzo. Va avanti. Dice il Piazza, che allora che gli fece tal proposizione vi eranotre o quattro persone, ma io adesso non ho memoria chi fossero, però m’informerò da uno che era in mia compagnia, chiamato Matteo che fa il fruttaruolo e che vende gambari in Carrobio, quale io manderò a dimandare, che lui mi saprà dire chi erano quelli che erano con detto barbiere. Chi mai crederà, che in tal guisa alla presenza di quattro testimonj si formino così atroci congiure! Eppure allora si credette: I. Che la peste, che si sapeva venuta dalla Valtellina, fosse opera di veleni fabbricati in Milano. II. Che si possano fabbricar veleni, che dopo essere stati all’aria aperta, al solo contatto diano la morte. III. Che se tai veleni si dessero, possa un uomo impunemente maneggiarli. IV. Che si possa nel cuore umano formare il desiderio di uccidere gli uomini così a caso. V. Che un uomo, quando fosse colpevole di tal chimera, resterebbe spensierato dopo la vociferazione di due giorni, e si lascerebbe far prigione. VI. Che il compositore di tal supposto veleno, in vece di sporcarne da sè le muraglie, cercasse superfluamente de’ complici. VII. Che per trascegliere un complice di tale abbominazione, gettasse l’occhio sopra un uomo appena conosciuto. VIII. Che questa confidenza si facesse alla presenza di quattro testimonj, e il Piazza ne assumesse l’incarico senza conoscerli, e colla vaga speranza di ottenere un regalo promessogli da un povero barbiere! Tutte queste otto proposizioni si pongano da una parte della bilancia. Dall’altra parte si ponga un timore vivissimo dello strazio e de’ spasimi sofferti, che costringe un innocente a mentire, indi la ragione pesi e decida qual delle due parti contiene più inverosimiglianza». (Verri, Osservazioni, pag. 215.)79.Gio. Giacomo Mora era huomo di statura mezzana, grosso, faccia più tosto tonda che altrimenti, con carne bianca e rossa, con poca barba castana chiara, et era di trent’otto anni in circa. (Processo, pag. 374.)Aveva in moglie Chiara Brivio, un figlio di nome Paolo Gerolamo, arrestato con lui, e quattro figlie, Anna, di 14 anni; Clara Valeria, di 12; Teresa, di 7, ed un’altra Teresa, di 6, onde è verosimile che fosse morta la precedente. (Dai libri parrocchiali di S. Lorenzo, citati dal Verri.)80.Gli si trovò fra gli altri:Un vaso con Ellettuario, con boletino che dicecontra pestem, fatto a 21Giugno, et è circa quattro deta. — Se per sorte mi sono venuti in casa perchè io abbi fatto quest’Ellettuario, et che non s’abbi potuto fare, io non so che farli, l’ho fatto a fin di bene, et per salute de poveri, come si trovarà, perchè ne ho dato via per l’amor di Dio. (Processo, pag. 51.)Questo unguento preservativo della peste era composto, secondo la deposizione del Mora, di olio d’ulivo, olio filosoforum, laurino e di sasso; di polvere di rosmarino, salvia e ginepro, e d’aceto forte.E con questo s’onge li polsi, sotto l’asselle, la sôla de’ piedi, il collo della mano, nelli genochij. (Ivi, pag. 75.)81.Il Tribunale chiamò Margarita Arpizarelli e Giacomina Andrioni, lavandaje, perchè esaminassero il liscio. Le loro risposte furono tanto stolide quanto potevasi aspettare da donne del volgo ignoranti e superstiziose.Questo smoglio non è puro, ma vi è dentro delle forfanterie, perchè il smoglio puro non hà tanto fondo, nè di questo colore, et non è tachente(viscido)come questo. — Sà V. S. che con il smoglio guasto si fanno delli più eccellenti veleni che si possono imaginare. E l’altra. Quanto più si ruga in detto smoglio, si vede che viene più negro, et più infame, et con il smoglio marzo cattivo si fanno grandi porcherie, et tossici.(Processo, pag. 59-60.)Assurdità che non meritano la pena di una confutazione.82.Girolamo Migliavacca, arrotino, fu giustiziato il 7 settembre.Pietro Girolamo Bertone, oste della Rosa, fu arrotato e scannato il 23 dicembre insieme con Gaspare figlio del Migliavacca ed altri.Gio. Stefano Baruello, oste di San Paolo, e cognato del Bertone, si costituì volontario in prigione il 1.º luglio; l’undici ottobre gli venne intimata la sentenza di morte; promettendogli però l’impunità ove manifestasse gli untori e complici degli unti. Accettò, e in una deposizione, che è un assurdo romanzo, accusò come capo degli Untori il Padilla.Baruello morì di peste in prigione il 18 settembre.83.Figlio del castellano di Milano. Dopo lunga procedura uscì innocente nel 1632.84.Il Baruello, nella sua pazza deposizione, eccitato a dire la verità, contorcendosi e battendo i denti, gridò:Ù ù ù, se non lo posso dire: — V. S. m’agiutti, ah Dio mio! ah Dio mio! — È là quel prete francese con la spada in mano, che mi minaccia, — vedetelo là, vedetelo là sopra quella finestra. I Giudici ritenendolo ossesso, fecero chiamare un sacerdote, il quale usò varj esorcismi, e benedì la finestra accennata dal Baruello, che intanto strillava, gridandoscongiurate quello Gola Gibla. Alla fine eccitato più volte a parlare, egli proruppe in queste parole:«Signore quel prete era un Francese, il quale mi prese per una mano, e levando una bachetina nera lunga circa un palmo, che teneva sotto la veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano ad uno libro largo in foglio, come di carta picciola da scrivere, ma era grosso trè deta, e l’aperse, et io viddi sopra li foglij delli circoli, e lettere à torno, à torno, e mi disse, che era la clavicola di Salomone, e disse, che dovessi dire, come dissi queste parole Gola Gibla, e poi disse altre parole hebraiche, aggiongendo, che non dovessi uscir fuori del chierchio, perche mi sarebbe succeduto male, et in quel ponto comparve nell’istesso circolo uno vestito di Pantalone, et all’hora il detto Prete tenendo il quadretto dell’onto nelle mani disse, Attaccatevi à me, ne habbiate paura, e poi voltatosi verso di me, disse, Riconoscete voi questo quà per vostro Signore, facendomi cenno, che dicesi de sì, et io all’hora risposi: Signor sì, che lo riconosco per mio Signore, e lui, cioè detto Prete andava dicendo,nec propter te, nec propter alios,mirando all’ampolino dell’onto, che haveva nelle mani, oltre molte altre parole de quali non mi raccordo, e mentre ero in detto circolo io non vedevo alcuno fuori, che il detto Prete, e detto Pantalone: partì poi detto Pantalone, sentito che hebbe ch’io lo riconoscevo per mio Signore, et uscito fuori del circolo, viddi..... il Signor Don Gioanni il quale mi disse avete visto colui? denari non ve ne lascerà mancare; et io dimandandoli chi era detto Sig. Don Gioanni, rispose che era il diavolo: all’hora detto Prete li restituì detto ampolino, et il Sig. Don Gioanni lo diede à me dicendo: Horsù vi hò conosciuto per galant’homo mi voglio affidar di voi, pigliate questo vaso, che è di quelli onti, che hoggi dì vanno per Milano, e perche non è perfetto, trovate ghezzi, e zatti, come hò già detto di sopra, poi mi soggionse: Non vi dubitate, che se la cosa va à luce, io sarò padrone di Milano, e voi vi voglio fare delli primi di Milano». (Processo, pag. 227.)E seguitò la sua filastrocca, accusando molte persone, e particolarmente un Carlo Vedano maestro di scherma. Baruello era un furfante matricolato, che fingendosi invaso dal diavolo, sperava a forza d’invenzioni e bugie, scampare la vita, godendo l’impunità promessa; ma egli non fece che compromettere nuovi innocenti, e chi sa quante altre vittime avrebbe sagrificate se in pochi giorni non fosse morto, come notai, di peste.85.Il Mora e il Piazza subirono la morte il 2 agosto con tutte le barbare esacerbazioni portate dalla sentenza 27 luglio del seguente tenore.«Riferito in Senato dal Magnifico Senatore Monti, presidente dell’Uffizio di Sanità, il processo istrutto contro G. Piazza e G. G. Mora, che con pestifero unguento unsero la Città, e udito esso magnifico presidente, e raccolti i voti di tutti i Senatori, venne nella determinazione che i predetti Mora e Piazza, intimata ad essi la morte, vengano tormentati colla corda ad arbitrio d’esso magnifico Presidente, intorno agli altri punti e ai complici; e che avuti per ripetuti e confrontati, sopra un carro sieno condotti al solito luogo del supplizio, e per via sieno morsi con tenaglie infocate nei luoghi dove peccarono; ad entrambi si tagli la destra davanti alla barbieria del Mora, e spezzate le ossa secondo il costume, e la ruota si levi in alto e si intreccino vivi in quella, e dopo 6 ore sieno strozzati, e subito i loro cadaveri sieno bruciati, e le ceneri gettate nel fiume, e la casa del Mora si distrugga, e al posto suo s’alzi una colonna che si chiamiinfamecon un’iscrizione del fatto, e a nessun più in perpetuo sia concesso rifabbricarla. Ai creditori particolari si soddisfaccia coi beni dei condannati se ne avranno, se no del pubblico; i beni del Mora e del Piazza si confischino. Nel condurli al patibolo si tenga questa forma. Precedano due trombetti che annunzino al popolo la causa della condanna e del supplizio. Siavi bastante scorta, chè non avvenga tumulto nel popolo, e perciò si chiudano le case dei sospetti; e si proclami che ciascuno stia in casa, e si guardi. Il luogo dove avrassi a far la giustizia cingasi di steccati di legno, i quali affinchè non possan essere infetti con quell’unguento pestifero, custodiscansi da uomini a ciò; e a quel luogo facciasi un coperchio, acciocchè i frati possano con minor incomodo assistere ai condannati, e di tutto diasi avviso al vicario di Giustizia. Ottaviano Perlasca sottoscrisse e sigillò ecc.».Chiuderò questo capitolo con un documento importantissimo, perchè prova ad evidenza l’intima persuasione, e in uno lo spavento che i magistrati avevano degli unti. Si noti che il fulminante decreto uscì cinque giorni dopo il supplizio del Mora.Philippus IV Dei gratia Hispaniarum ecc. Rex, et Mediol. Dux ecc.Havendo prodotto questo infelice secolo huomini per non dir mostri, usciti dalle più horride parti dell’Inferno, quali già divenuti così scelerati et crudeli, che con fini barbari ed infami eccedendo nella lor ferità tutti i termini dell’humana crudeltà, hanno havuto ardire di cospirare nella morte ed eccidio de’ Popoli e Città di questo stato, co ’l fabricare veneni pestiferi e dispergerli per le case, per le strade, per le piazze e sopra gli huomini stessi, uccidendo in questo modo infinito numero de’ cittadini e famiglie senza distintione di età, di sesso e di stato; nè contenti di questo sono arriuati a segno tale d’empietà verso Dio, che fatti sacrileghi, gli hanno ancora disseminati sopra persone sacre, ed introdotto ne’ Chiostri d’huomini Religiosi, e Vergini sacre ed innocenti, ed ancora nei Sacri Tempij, imbrattando con essi le Sante Immagini ed i Sacrosanti Altari, acciocchè niun luogo restasse in tutto della loro empietà sicuro a’ miseri, che per la salute propria e comune ai Santi intercessori ed allo stesso Dio ricorressero. E quello che più accresce l’horrore è, che molti di questi tali scellerati, mossi da una infame ed essecranda avaritia, diuenuti parricidi siano arriuati a stato tale d’empietà, di tradir per danari la propria Patria, e quei Cittadini, coi quali s’erano nodriti ed alleuati, col fabricare e disseminare in essa questi pestiferi veleni, rompendo con più non udita inhumanità quei legami sacrosanti d’amore, coi quali dalla natura, da Dio stesso, e dalla continua consuetudine i cuori humani si sogliono insieme stringere ed alligare. Per rimediare ad un delitto tanto grande, e sradicare dal mondo huomini tanto empj ed inhumani, oltre il premio proposto a chi metterà in chiaro il detto delitto dal Tribunale della Sanità di scudi 200 e l’impunità ad uno dei complici con grida del 19 maggio p. p., fù d’ordine di S. E. publicata altra grida sotto il 23 giugno susseguente, con premio di altri scuti 200 da pagarsi dalla R. Camera, e d’altri scuti 500 offerti dalla città di Milano, e della liberazione di due banditi di casi graui, con l’impunità ad uno dei complici, a chi mettesse in chiaro il detto delitto. E communicato poi il negotio col Senato, il quale stimò questo delitto in questa parte andar di paro con quello di Lesa Maestà, anzi esser con esso inseparabilmente congiunto, fu comminato con publico Editto del dì 11 Luglio a quelli che sapessero quali fussero i rei di un tanto delitto, e non lo rivelassero, la pena della vita, e confiscatione de’ beni che dalle leggi era prescritta a quelli che non scoprissero i rei di Lesa Maestà. Ed ultimamente con altra grida delli 13 luglio fatta co ’l parere del medesimo Senato: per dar maggior animo a quelli che havessero voluto metter in chiaro questo fatto, si propose nuovo premio dell’impunità a trè complici e di mille scuti, e la liberatione di trè banditi di casi riseruati, purchè hauessero le opportune remissioni. Ed il Senato, essendo venuto sotto il suo giudizio due di questi traditori della patria, con la sentenza del 27 luglio, hà posto mano a quella maggior severità delle leggi, che fosse conforme, non all’enormità del delitto, poichè a quella è impossibile arrivare, ma all’habilità della natura humana ed alla Christiana pietà.Ma perchè non conuiene tralasciar alcun rimedio per sradicare dal mondo sceleratezza tanto empia, e fiere tanto crudeli, ha risoluto l’Ill. ed Ecc. signor Ambrosio Spinola ecc., co ’l parere anche del Senato, di far pubblicare la presente grida.Con la quale inherendo alle sudette, le quali vuole che restino nel suo vigore e forza, ed a tutte le proibitioni e pene fatte ed imposte dalle sacrosante leggi, così comuni come particolari di questo stato, per la salute commune e beneficio publico, prohibisce a ciascuna persona di qualunque conditione e stato sia, senza eccettuarne alcuna, il fabbricarne o far fabbricare questi pestiferi veneni, o l’usarli sotto pena della vita, in modo che condotti al luogo del Patibolo, le siano dal Carnefice con una ruota ben ferrata spezzate ad uno ad uno tutte le ossa principali del corpo dal cranio della testa impoi, perchè possino i loro corpi esser intessuti vivi fra i raggi di detta ruota, e poichè in essa frà quelli acerbi cruciati in pena della sua sceleratezza ed ad esempio de’ simili mostri di crudeltà havranno vomitata quell’anima infelice, che informaua quel corpo scelerato, sia quell’infame cadavere come peste del mondo gettato nelle fiamme, e ridotto in minima polvere che sparsa nell’acqua d’un vicino fiume, si disperda, non convenendo che qualsiuoglia minima parte di lui habbia sepoltura in quella città ò luogo, che haurà così empiamente tradito.E se questi tali saranno Cittadini ò Sudditi di questo Stato, commanda S. E. che le Case di tanto empj parricidi, come Nidi de’ traditori, siano rouinate e distrutte; e che i posteri loro, come quelli che haueranno hauuto la descendenza da’ traditori della patria, siano in perpetuo priui di tutti gl’honori, commodi, priuilegi, utilità proprie de’ Cittadini e Sudditi di questo Stato, e siano tenuti, trattati in tutto e per tutto come stranieri e d’altre nationi, e per la nota che porteranno sempre seco d’esser discesi da sangue d’empij parricidi contra la propria patria, sia abborito il Commercio loro, come se fossero nati frà que’ popoli che sono stimati più barbari e fieri, e sogliono seruir ad altri per esempio d’ogni inhumanità e crudeltà. Riseruando sempre al Senato l’arbitrio di aggiunger a queste pene quei maggiori cruciati che la giustizia, e la seuerità delle leggi, havuto risguardo all’attrocità del fatto, richiederà.Commanda di più S. E. che tutti i complici di un così horrendo delitto siano sottoposti alle stesse pene, ed in oltre ordina che non sia alcuna persona che habbia ardire di tenere in Casa ò in altro qualsivoglia luogo conseruare sotto pena della vita, questo pestifero veneno, nè trattar di fabricarlo, ò usarlo, rimettendosi nel genere della morte all’arbitrio del Senato, havuto riguardo al fatto, ed alle persone, seruando però sempre la dovuta seuerità.E perchè il distinguer da veleno a veleno potrebbe turbare l’essecutione della presente grida, dichiara S. E. che tutti li Veneni che non saranno nella sua semplice e natural forma, ma misti ò trasformati, siano giudicati per pestiferi, ad effetto d’essequire le sudette pene.Et acciochè tale e così essecrando delitto non possa restar occulto, promette S. E. l’Impunità a quello de’ complici che preuenerà gli altri in darne parte alla giustizia; e si dichiara che a quelli che si lasceranno preuenire sarà da S. E. denegata ogni Gratia e misericordia, e lascierà che abbia contro di loro effetto la seuerità della giustizia.Di più commanda S. E. che tutti quelli che sanno ò sapranno alcuni esser colpevoli di tutti ò alcuno de’ sodetti delitti, siano tenuti subito a venirli a denuntiare alla giustizia, sotto pena d’esser tenuti Complici, auuertendo bene a non lasciarsi prevenire da alcuno, perchè se si scoprirà che l’habbino saputo, e si siano lasciati preuenire da altri, non s’admetterà alcuna scusa, ma saranno con ogni pena più severa et essemplare castigati.Dichiara inoltre S. E. che per la presente grida fatta in materia di questo pestifero Veneno, non si intende di derogare a qualsiuoglia altra Legge, che proibisca il fabricare, usare, portare ò ritenere veleni: anzi vuole che tutte le leggi intorno a ciò fatte siano inuiolabilmente osservate ed esseguite.E commanda S. E. al Capitano di Giustizia, Podestà di Milano ed agli altri Podestà delle Città e Terre solite, a far pubblicare questa Grida acciò venga a notitia di tutti.Data in Milano alli 7 di agosto 1630.Ex ordine S. Ex. Antonius Ferrer.ViditFerrer.Proueria.86.Esaminando i processi degli Untori, che esistono in gran numero nei nostri archivj pubblici e privati, trovai molti inquisiti, arrestati appunto nelle campagne. Mi ricordo aver letto tra gli altri il processo d’un frate laico, che venne preso nelle vicinanze di Legnano, perchè alcuni ragazzi, i quali custodivano le vacche al pascolo, corsero in paese gridando ch’egli aveva unta una pianta, vicino la quale erasi soffermato per bisogni naturali.87.Anche il vicino Limbiate andò immune dalla peste, se vuolsi dar fede alla tradizione popolare conservata in paese fino ad oggi. Però in entrambi gli archivj parrocchiali non esiste ricordo alcuno intorno il contagio del 1630 a conferma d’una tanto fortunata eccezione nella generale catastrofe.Devo questa notizia alla gentilezza del Rev. parroco di Limbiate Domenico Galli, che dietro mia inchiesta ebbe la compiacenza di esaminare i suddetti archivj.88.Plebeij quoque nobilium.89.Pare che alluda a Gustavo Adolfo re di Svezia, detto il Leone del Nord, che per sostenere la Riforma di Lutero guerreggiava in quel tempo contro l’imperatore Ferdinando ed i principi cattolici della Germania.90.Da queste franche parole appare che il nostro Storico non era persuaso delle unzioni. Infatti egli si limita a tradurre nel seguente capitolo il Tadino, uomo, e pe’ suoi talenti e per la carica di Conservatore della Sanità, molto stimato. L’urtare un’opinione generalmente creduta non solo dal popolo, ma dai nobili e magistrati, e cui inclinava a credere lo stesso Arcivescovo, era per sè pericolosissimo. Aggiungasi le traversie sofferte dal Ripamonti ed i molti suoi nemici, e si troverà che il lasciare, siccome fa, in dubbio se le unzioni fossero reali o immaginarie egli è quanto potevasi esigere da uno storico posto nelle sue circostanze.91.Atque post ejus mortem futurus alter quodammodo Septalius, dice il testo. La fraseaffixus lateri senis hærebat, indica con molta forza l’amicizia e famigliarità strettissima che univa questi due medici, così distinti per talenti e bontà di animo, e i quali, per eminenti servigj prestati alla patria durante una lunga carriera, e specialmente nel contagio, meritano che la loro memoria sopravviva benedetta tra i non ingrati posteri.92.Il Tadino somministrò importanti notizie al Ripamonti, senza le quali avrebbe difficilmente potuto rischiarare molti punti della storia del contagio.E perchè questo Istorico personalmente non si trovava presente alla crudeltà di questo pernitioso contagio(finora non mi fu dato scoprire dove si fosse ritirato il nostro Ripamonti),però ne anche poteva essere informato d’alcune certe speciali et esentiali particolarità che la città desidera; anzi la sua fatica si sarebbe resa molto imperfetta, quando che o sì per ubbidire a chi mi poteva commandare come che anche per essermi in persona à comune prò della mia Patria dal principio sino al fine di così grande flagello adoperato, non l’hauessi soccorso de’ molti avvisamenti et osservationi come ne’ suoi libri, con più et longhe memorie egli testifica.(Ragguaglio, ec.,nella Dedica al vicario Orrigoni.)93.Apparve nel fine del mese di Giugno una Cometa molto grande verso settentrione et durò longo tempo, vista da più persone; come ancora si viddero alcuni Eclissi et in particolare del Sole et della Luna; inditio manifesto del futuro gastigo della peste che N. S. ci voleva mandare..... Di modo aponto spirata la Cometa, puoco doppo successero di nuovo le untioni nella città principalmente, et suo Ducato et doppo passarono per tutto lo Stato. (Tadino, pag. 110.)94.In questo pomposo elogio del Tadino, come astrologo, e nella protesta che fa il Ripamonti della propria ignoranza e timidezza nella medesima scienza, non ti sembra, o lettore, di travedere una pungentissima ironia? Era il nostro Storico, per acume d’ingegno e libertà d’opinioni, molto innanzi de’ contemporanei, e in tutte le opere di lui scorgesi come disprezzasse buona parte dei pregiudizi comuni a que’ giorni; ma la credenza delle unzioni era così generale, che il negarla sarebbe stato, lo ripeto, pericoloso. Nè Ripamonti, sfuggito una volta all’Inquisizione, era uomo da incapparvi la seconda, ciocchè non sarebbe stato difficile, stantechè l’Inquisitore generale, come vedremo avanti, le autenticò, per così dire, coll’autorità delle sue parole.95.Secondo il Tadino erano francesi. (Pag. 111.)96.Occorse che costui (il francese) trattò per accidente di tutte queste cose con un Battiloro detto il Borghino, il quale habitava vicino alla casa del Senator Arconato, presidente all’hora della Sanità di tutto lo Stato, et subito conferto dal Borghino questo negotio, con Gio. Battista Cogliate persona giuditiosa et prudente, et desideroso molto della salute publica, et domestica della casa del sodetto Presidente. Il quale essendo stato avvisato dal detto Cogliate et ricordandosi delle lettere reali... nel fare del giorno seguente dell’avviso, lo fece far prigione, ec.(Tadino, pag. 111.)97.Tutt’altro che rilasciato! Essendosi rinvenuta fra le sue robeuna vestina dell’habito di S. Francesco di Paola con una cintura del detto ordine, dovè confessare ch’era frate. Arrivò questa nuova al Padre Inquisitore Generale, il quale per suo officio, come appostata et habitato in Geneura lo sequestrò con tutte le sue robbe, et puoco dopo lo fece condurre al Santo Officio, il quale esaminato sopra altri particolari, di più di quello haueua fatto il Tribunale della Sanità per interesse del suo officio, s’intese che confessò il pregione molte cose pregiudiciale alla salute dell’anima sua et scandalo universale; dove puoco doppo fu condotto a Roma d’ordine di quella Santa Congregatione.(Tadino, pag. 112.)98.Il Tadino dice che gli Untori servivansi diescrementi putrilaginosi delli buboni, carboni, et antraci pestilenti misti con altri ingredienti, li quali per hora non conviene riporgli in carta....(Pag. 119.)Sono incredibili le assurdità che si propalavano intorno la composizione di tali supposti unguenti. I poveri accusati, per sottrarsi agli atrocissimi spasimi della tortura, facevano sì pazze e strane confessioni, che sarebbe bastato un po’ di buon senso nei giudici per scorgere a colpo d’occhio la falsità; sgraziatamente la credenza generale nelle unzioni era sì forte, che soffocava non solo il buon senso, ma ogni principio di giustizia.Si pigliava di tre cose, tanto per una; cioè un terzo della materia che esce dalla bocca dei morti, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo dello smoglio un altro terzo; e mischiavo ogni cosa ben bene, ne vi entrava altro ingrediente o bollitura.Così il Mora, in uno dei costituti; le quali aberrazioni da delirante, prodotte dal bisogno di sottrarsi al martirio, e dopo ritrattate, cadevano al solo riflesso che i due ultimi schifosi ingredienti nemmeno per sogno sono velenosi, e la bava degli appestati non era facile raccoglierla clandestinamente in gran quantità, e maneggiarla senza contrarre la peste.Ed il Maganza, figlio di frate Rocco, altro implicato nel processo.Il cognato del Baruello mi disse: andiamo fuori di Porta Ticinese, li dietro alla Rosa d’oro, ad un giardino che ha fatto fare lui, a cercare delle biscie, dei ratti e dei ghezzi ed altri animali, quali li fanno poi mangiare una creatura morta, e come detti animali hanno mangiato quella creatura, hanno le olle sotto terra, e fanno gli unguenti, e li danno poi a quelli che ungono le porte: perchè quell’unguento tira più che non fa la calamita.«Un pazzo legato non potrebbe fare un dialogo più privo di senso di questo, e allora seriamente veniva scritto. L’unto malefico, secondo il romanzo del Mora, era di bava, sterco e ranno; ora, secondo il figlio del frate Maganza, era di serpenti, rospi, ec. nodriti di carne umana, e non si sapeva allora che questi animali non mangiano carni! — A un sì strano e bestiale racconto conveniva di opporre alcune interrogazioni necessarie... Tutto si ommise. Il fanatismo voleva trovare il reo dopo di avere immaginato il delitto». (Verri, Osservazioni,pag.232.)99.Dice il Tadino che i Decurioni di Palermoper liberarse da questo nemico così crudele si facevano tanto liberali con abbondanza de’ dinari che somministravano fin due dople al giorno di mercede alli Monatti oltre li straordinarj et furti che potevano fare.... E si ridussero(i Palermitani)a tal stato miserando, che se la peste s’appizzava in due case in una contrata, v’erano gli ordini tanto rigorosi, che subito attaccata s’abbruggiasse tutta, spettacolo invero horrendo! (Pag. 119.)100.Avete curiosità di sapere in che consistesse questo famoso Unguento? Ecco la ricetta che insieme con altre parecchie trovasi nelTrattato di varj Rimedj contro la pestenel libro del cavaliere Ascanio Centario intorno il contagio del 1576.Unguento Pretioso et MirabileContro la peste, che fu manifestato da uno che venne per infettar Milano, che fu poi per questo giustitiato.PigliaCera nuovaoncie IIIOlio d’olivaoncie IIOlio di Helleraana ½ oncia.Olio di sassoana ½ oncia.Foglie di anetoana ½ oncia.Orbaghe di lauro pesteana ½ oncia.Saluiaana ½ oncia.Rosmarinoana ½ oncia.Un poco d’acetoana ½ oncia.Et tutte queste cose si fanno negli sopradetti oglij bollire tanto che ogni cosa sia bene incorporata insieme a’ modo d’unguento del quale poi si ungono le narici del naso, ovvero li polsi della testa, o delli bracci, et sotto la suola de’ piedi, usando prima il mangiare de agli, cipolle, e gustare dell’aceto.101.E come se gli unguenti non bastassero, si trovarono anche le polveri venefiche.S’aggiunse di più, che oltre l’unguento pestilente et venefico fabricavano ancora una polvere della medema natura et qualità, la quale spargevano nelli vasi dell’acqua benedetta pigliata dal popolo nelle chiese et ancora nelli luoghi della povertà dove si trouauano camminare con li piedi ignudi, attaccandose alle mani et piedi haueva tanta forza che incontinente quelle misere creature s’infettavano et morivano in brevità di tempo.(Tadino, pag. 119.)102.Tadino dice che eranofigliuole di un Antonio Vailini di Caravaggio. (Pag. 121.)103.Codesto G. B. Farletta, morto in prigione durante la procedura, venne abbruciato in effigie il 7 settembre mentre si giustiziavano il Maganza ed altri untori.104.Mentre odorava la superficie, nel manico ouero piede vi si trouava il veleno, et morse in brevità di tempo.(Tadino, pag. 121.)105.Che si trouaua di colore gialdetto oscùro.Questa pretesa unzione accadde nel settembre 1630, ed il Tadino s’appoggia alla relazione del dottore e avvocato Giuseppe Dondeo, delegato nel Tortonese. (Pag.122.)106.Avendo il Ripamonti tradotto questo pazzo racconto dal Tadino, io cito l’originale perchè sarebbe inutile ed assurdo il ritradurre dal latino. (Tadino, pag.123.)107.Alle ore 23, secondo il Tadino, meglio informato; perchè il Ripamonti non trovavasi a Milano.108.Ma il camminare con tanta gente fu causa, che di queste persone molte fossero unte, et morsero in breve tempo, et per dir il vero nel principio del mese di agosto et nel prossimo non vi era giorno che non si sentissero grande novità di queste maladette untioni per le contrade di questa città, il che tutto di notte succedeva, et pochi malfattori si ritrouauano.(Tadino, pag. 129.)109.Ma non dimorono quà le miserie nostre, che queste untioni passorno ancora fuori della città per le terre, et ville, et di più corse voce che sino li frutti fossero stati unti. — Oltre di questo comminciò entrare il contagio et mortalità nelle bestie bovine, et ancora nei caualli et durò longo tempo sino l’anno 1635.(Tadino, pag. 129.)110.Accidit vero facetum atque elegans quiddam.111.Hominem sine fine deosculabatur.112.Il Padre Casati uomo d’animo mite ed il compagno più severo entrarono nel Lazzaretto il 30 marzo: era un sabbato santo.(Croce.)Era il Padre Felice Casati di età matura, e l’altro Padre Michele giovine d’anni, ma ambi duoi di molto senno, et di prudente giuditio cittadini milanesi; Padri invero tanto caritatevoli et infervorati nel servitio di Dio..., che se questi Padri iui non si ritrouauano, al sicuro tutta la città annichilata si trouaua.Poco dopo il Padre Casati s’ammalò, in causa del manigoldo portinaro ed apparitore del Tribunale Paolo Antonio Gallarate, il quale per li furti che lui, figliuoli et figliuole lavandare faceuano, restorno per divino giuditio tocchi dalla peste: doue non palesandola al fisico Appiano, al quale detto Gallarate seruiua portandogli il libro sopra il quale scriueua le medicine per gli infermi, restò ancor esso contaminato.... et puoco doppo restorno offesi li due padri cappuccini con un bubbone all’inguine, atteso che li medemi padri spesse volte teneuano nelle mani il medemo libro, sì che il portinaro con li figliuoli presto morirono et li Padri con detto Fisico Iddio lodato si risanarono.(Tadino, pag. 94, 98.)In maggio s’infettò anche il padre Michele Posbonello; ma sì mitamente che non fu quasi mai obbligato a letto. In principio di giugno il Padre Cristoforo di Cremona sacerdote molto avanti eletto a quel servitio tolto li ostacoli, che sin allora gliel’avevano impedito alfine entrò nel desiderato aringo.... Desiderio ch’ebbe poi felicissimo l’effetto corrispondente, a’ 10 di giugno, morendo di peste per il servitio di que’ poveri, nella persona de’ quali serviva il suo diletto Gesù.(Croce, pag. 12.)113.Per stragem illam hominum atque tuguriorum.114.L’esimia condotta del Padre Casati e del suo compagno Pozzobonello ottennero meritamente il più dolce compenso che uomo bramar possa in terra; la riconoscenza di tutta una popolazione. I Cappuccini desiderar non potevano un più lusinghiero attestato di quello che loro diede la sanità colla patente sottoposta. E sembra che per onore dell’Ordine ne diramassero copie in varj conventi. Lo desumo da quella che io ebbi sott’occhio, e che ha in calce quanto segue.«Collazionata coll’originale da me Frate Ilario da Milano, sacerdote Cappuccino, e socio ordinario, per ingiunzione del Rev.º Padre Lorenzo da Novara, Provinciale e Ministro dei Frati Cappuccini della provincia di Milano. E siccome trovai concordare parola per parola, in fede sottoscrissi, apponendovi il suggello maggiore di essa provincia, per mandato del prefato Rev.º Padre Provinciale. Dato in Milano nel nostro convento della Concezione ilXXIOttobre 1646.«FrateIlarioda Milano.«Il Presidente et Conservatori della Sanità dello Stato di Milano».«Poichè la memoria delli egregij fatti, si deve procurare di accrescere, e mantenere nelle menti degl’huomini, per accenderli a gloriose opere, et innanimarli a mostrare di sè quel valore, et virtu, che puonno farli in ogni secolo immortali, e renderli dopo morti vivi. Con questa ragione, debbiamo dunque essaltare l’opere insigne, et eroici fatti delPadre Felice Casatohora Guardiano del Monastero nuovo de’ Capuccini in Porta Orientale di questa Città, il quale con animo invitto, andò ad incontrare la morte, col sottoporsi a manifesto pericolo della vita, mentre pregato da’ Signori Carl’Antonio Roma, et Geronimo Legnano nobilissimi Cittadini, a nome di questo Tribunale, et de’ Signori di Provisione, a far opera con li superiori di quel Monastero, acciò mandassero qualche Padre della loro Religione ad assistere, et governare il Lazaretto di S. Gregorio fuori di P. O. di questa Città. Egli prontissimamente fece offerta di sè stesso, la quale fu accettata con molto giubilo da detti Signori. Ed ottenuta ch’ebbe detto Padre la dovuta licenza da’ suoi superiori: si rinchiuse col Padre Michele Posbonello suo Compagno (il quale dopo rihavuto dal male contagioso, e continovando nelle solite fatiche di molti mesi nell’istesso Lazaretto: caduto in grave infermità, e portato dal detto Lazaretto al suo Monastero; ivi fra pochi giorni, rese l’anima a Dio) nel Lazaretto sodetto alli 30 di Marzo l’anno 1630 con carico di Regente e Governatore di detto Lazaretto, con ampla autorità concessagli da questo Tribunale sotto il Presidentato del Signor Senatore Marc’Antonio Monte di gloriosissima memoria, di amministrar giustizia, di castigare i delinquenti, disobedienti, et inosservanti degl’ordini di questo Tribunale; di comandare, ordinare, prevedere, e fare tutto quello, che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario al buon governo d’esso Lazaretto, et al servitio degl’infetti, et sospetti, che in quello si ritrovavano: e che nell’avvenire vi fossero entrati per dover essere curati, o per fare la quarantena. Ha atteso questo Padre al detto carico vintitrè mesi continovi con somma pendenza, vigilanza, e carità, con l’agiuto di dodici Padri della sua Religione, quali sono morti di peste nel medesimo Lazaretto per servitio di esso; havendo hauto sotto al suo governo, et commando, tal’hora più di sedici milla anime, e governato nel detto spatio di tempo da cento milla persone, e più alle quali ha fatto provedere, non solo li alimenti, e medicinali necessarij per il corpo, ma ancora somministrato li santissimi Sacramenti, et altri agiuti spirituali per l’anime loro, havendo quotidianamente celebrato il santo sacrificio della Messa, predicato, frequentemente esortando li poveri appestati alla patienza, penitenza, et rassegnatione di se medesimi nel voler di sua Divina Maestà. Ma non contento degli infiniti travagli, et dell’inesplicabili fatiche del Lazaretto, ha voluto adoperarsi anco in servitio della Città, e suoi contorni, col provedere de’ Monatti, e Carri per condurre alli fopponi i cadaveri, e per levare gli appestati vivi, col far interrare i morti del Lazaretto, e quelli che di giorno e di notte erano portati dalla Città in tanto numero; havendo anco fatto cavare diversi fopponi vicino al Lazaretto, e provisto agli altri sparsi in diverse parti fuori dalla Città, acciò da quelli non esalasse fetore, et accompagnato molte volte (portando la Croce) li medesimi appestati levati dal detto Lazaretto, a quello di S. Barnaba per dar luogo ad altri più pericolosi; havendo anco eletto tanti Ministri, quali appena assentati, si trovavano caduti nell’infettione, et morti. Et con la sua opera, et industria, in tempo tanto calamitoso, in gran parte ha provisto a tanti migliaja di persone il vitto necessario. E finalmente dopo d’aver patito infiniti disagi, sostenuto diverse infermità et esser stato due volte sì crudelmente dal male contagioso oppresso, che più tosto ad opera Divina, che ad agiuto humano si può attribuire la di lui ricuperata salute: se n’è uscito con buona licenza di questo Tribunale vittorioso dal detto Lazaretto nel quale ha dimorato dal principio del male sino al fine, sotto il comando delli Signori Presidente della Sanità, Monte, Arconati, Visconte; et ultimamente, sotto il Sig. Senatore Sfondrato hora Presidente. Et perche la grandezza dei meriti di detto Padre, et il voto di povertà della Religione, lo rendono incapace di premio terreno: l’habbiamo almeno voluto honorare colla presente nostra testificatione d’indubitata verità di tutte le predette cose, et anco maggiori, la quale servirà a perpetua memoria, et essaltatione sua, a gloria di Dio, et ad esempio de’ buoni Cittadini, et benemeriti della Patria loro.«Dato in Milano li 20 Magio 1632.«D. Giovanni Sfondrato,Presidente.«Giacomo Antonio Tagliabue,Cancelliere.»115.La chiesa ed il convento delleGraziefurono edificati nel luogo ov’esistevano i quartieri delle soldatesche di Francesco I Sforza. Il conte Gaspare Vimercati, generale delle medesime, donò ai Domenicani il sito e pose nel 1464 la prima pietra del convento. Egli morì prima di aver finita la chiesa e la raccomandò a Lodovico il Moro, che la fece ultimare da periti architetti, gettando a terra la maggior cappella e l’antico coro: fu ultimata nel 1497 dopo la morte di sua moglie Beatrice d’Este. La stupenda cupola delleGrazieè opera del Bramante. Sarebbe superfluo ricordare che nel monastero esisteva il famoso cenacolo di Leonardo, di cui oggi non rimane, per ingiuria del tempo, quasi più traccia.
75.Figlio di Domenico e di Paola, levatrice,habito in porta Ticinese nella Parochia di S. Pietro in Caminadella cioè al Torchio dell’Oglio: alli 26 di Maggio cominciai a far il Commissario sopra la Sanità per far sequestrare sù gli infetti, farli condur via, et anche far condur via li morti di peste con li carri, commandando alli monati, et questo ufficio lo faccio per porta Ticinese; ma prima di far il Commissario attendevo a scartezar filisello. (Processo, pag. 37.)
75.Figlio di Domenico e di Paola, levatrice,habito in porta Ticinese nella Parochia di S. Pietro in Caminadella cioè al Torchio dell’Oglio: alli 26 di Maggio cominciai a far il Commissario sopra la Sanità per far sequestrare sù gli infetti, farli condur via, et anche far condur via li morti di peste con li carri, commandando alli monati, et questo ufficio lo faccio per porta Ticinese; ma prima di far il Commissario attendevo a scartezar filisello. (Processo, pag. 37.)
76.Vedi nel Processo i lunghi costituti dei testimonj, i quali concordemente deposero che circa le due ore della mattina avevano veduto passare dalla Vedra dei Cittadini il Piazza, imbacuccato, tenendosi rasente i muri, e con in mano una carta fregare qua e là le pareti delle case e le porte, che si scoprironoimbrattate d’un certo onto che pareva grasso tirante al giallo... una cosa gialla che pareva che in duoi luoghi vi fosse stata buttata su con un deto. (Processo, pag. 30 e seg.)
76.Vedi nel Processo i lunghi costituti dei testimonj, i quali concordemente deposero che circa le due ore della mattina avevano veduto passare dalla Vedra dei Cittadini il Piazza, imbacuccato, tenendosi rasente i muri, e con in mano una carta fregare qua e là le pareti delle case e le porte, che si scoprironoimbrattate d’un certo onto che pareva grasso tirante al giallo... una cosa gialla che pareva che in duoi luoghi vi fosse stata buttata su con un deto. (Processo, pag. 30 e seg.)
77.Di questa crudelissima esacerbazione non trovasi cenno nel Processo; forse è amplificazione rettorica del Ripamonti.
77.Di questa crudelissima esacerbazione non trovasi cenno nel Processo; forse è amplificazione rettorica del Ripamonti.
78.L’infelice protestò nei primi esami la sua innocenza; ma lo spavento di venir sottoposto ogni giorno agli spasimi della tortura, e l’impunità promessa qualora palesasse il delitto ed i complici, lo spinsero, per amore della vita, alle più strane ed assurde confessioni.«Il Piazza dunque chiese ed ebbe l’impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto. Ecco perciò che al terzo esame egli comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia d’aver unto le muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominciò a dire che l’unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava sull’angolo della Vedra; che questo unguento era giallo, e gliene diede da tre once circa. Interrogato se col barbiere egli avesse amicizia, rispose:è amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor sì. Quasi che le confidenze di un misfatto così enorme si facessero a persone appena conoscenti,amico di buon dì, buon anno. Come poi seguì così orribile concerto? Eccone le precise parole. Il barbiere di primo slancio disse al Piazza, che passava avanti la bottega:vi ho poi da dare non so che; io gli dissi, che cosa era? ed egli rispose: è un non so che unto; ed io dissi: verrò poi a torlo; e così da lì a tre dì me lo diede poi. Questo è il principio del romanzo. Va avanti. Dice il Piazza, che allora che gli fece tal proposizione vi eranotre o quattro persone, ma io adesso non ho memoria chi fossero, però m’informerò da uno che era in mia compagnia, chiamato Matteo che fa il fruttaruolo e che vende gambari in Carrobio, quale io manderò a dimandare, che lui mi saprà dire chi erano quelli che erano con detto barbiere. Chi mai crederà, che in tal guisa alla presenza di quattro testimonj si formino così atroci congiure! Eppure allora si credette: I. Che la peste, che si sapeva venuta dalla Valtellina, fosse opera di veleni fabbricati in Milano. II. Che si possano fabbricar veleni, che dopo essere stati all’aria aperta, al solo contatto diano la morte. III. Che se tai veleni si dessero, possa un uomo impunemente maneggiarli. IV. Che si possa nel cuore umano formare il desiderio di uccidere gli uomini così a caso. V. Che un uomo, quando fosse colpevole di tal chimera, resterebbe spensierato dopo la vociferazione di due giorni, e si lascerebbe far prigione. VI. Che il compositore di tal supposto veleno, in vece di sporcarne da sè le muraglie, cercasse superfluamente de’ complici. VII. Che per trascegliere un complice di tale abbominazione, gettasse l’occhio sopra un uomo appena conosciuto. VIII. Che questa confidenza si facesse alla presenza di quattro testimonj, e il Piazza ne assumesse l’incarico senza conoscerli, e colla vaga speranza di ottenere un regalo promessogli da un povero barbiere! Tutte queste otto proposizioni si pongano da una parte della bilancia. Dall’altra parte si ponga un timore vivissimo dello strazio e de’ spasimi sofferti, che costringe un innocente a mentire, indi la ragione pesi e decida qual delle due parti contiene più inverosimiglianza». (Verri, Osservazioni, pag. 215.)
78.L’infelice protestò nei primi esami la sua innocenza; ma lo spavento di venir sottoposto ogni giorno agli spasimi della tortura, e l’impunità promessa qualora palesasse il delitto ed i complici, lo spinsero, per amore della vita, alle più strane ed assurde confessioni.
«Il Piazza dunque chiese ed ebbe l’impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto. Ecco perciò che al terzo esame egli comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia d’aver unto le muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominciò a dire che l’unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava sull’angolo della Vedra; che questo unguento era giallo, e gliene diede da tre once circa. Interrogato se col barbiere egli avesse amicizia, rispose:è amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor sì. Quasi che le confidenze di un misfatto così enorme si facessero a persone appena conoscenti,amico di buon dì, buon anno. Come poi seguì così orribile concerto? Eccone le precise parole. Il barbiere di primo slancio disse al Piazza, che passava avanti la bottega:vi ho poi da dare non so che; io gli dissi, che cosa era? ed egli rispose: è un non so che unto; ed io dissi: verrò poi a torlo; e così da lì a tre dì me lo diede poi. Questo è il principio del romanzo. Va avanti. Dice il Piazza, che allora che gli fece tal proposizione vi eranotre o quattro persone, ma io adesso non ho memoria chi fossero, però m’informerò da uno che era in mia compagnia, chiamato Matteo che fa il fruttaruolo e che vende gambari in Carrobio, quale io manderò a dimandare, che lui mi saprà dire chi erano quelli che erano con detto barbiere. Chi mai crederà, che in tal guisa alla presenza di quattro testimonj si formino così atroci congiure! Eppure allora si credette: I. Che la peste, che si sapeva venuta dalla Valtellina, fosse opera di veleni fabbricati in Milano. II. Che si possano fabbricar veleni, che dopo essere stati all’aria aperta, al solo contatto diano la morte. III. Che se tai veleni si dessero, possa un uomo impunemente maneggiarli. IV. Che si possa nel cuore umano formare il desiderio di uccidere gli uomini così a caso. V. Che un uomo, quando fosse colpevole di tal chimera, resterebbe spensierato dopo la vociferazione di due giorni, e si lascerebbe far prigione. VI. Che il compositore di tal supposto veleno, in vece di sporcarne da sè le muraglie, cercasse superfluamente de’ complici. VII. Che per trascegliere un complice di tale abbominazione, gettasse l’occhio sopra un uomo appena conosciuto. VIII. Che questa confidenza si facesse alla presenza di quattro testimonj, e il Piazza ne assumesse l’incarico senza conoscerli, e colla vaga speranza di ottenere un regalo promessogli da un povero barbiere! Tutte queste otto proposizioni si pongano da una parte della bilancia. Dall’altra parte si ponga un timore vivissimo dello strazio e de’ spasimi sofferti, che costringe un innocente a mentire, indi la ragione pesi e decida qual delle due parti contiene più inverosimiglianza». (Verri, Osservazioni, pag. 215.)
79.Gio. Giacomo Mora era huomo di statura mezzana, grosso, faccia più tosto tonda che altrimenti, con carne bianca e rossa, con poca barba castana chiara, et era di trent’otto anni in circa. (Processo, pag. 374.)Aveva in moglie Chiara Brivio, un figlio di nome Paolo Gerolamo, arrestato con lui, e quattro figlie, Anna, di 14 anni; Clara Valeria, di 12; Teresa, di 7, ed un’altra Teresa, di 6, onde è verosimile che fosse morta la precedente. (Dai libri parrocchiali di S. Lorenzo, citati dal Verri.)
79.Gio. Giacomo Mora era huomo di statura mezzana, grosso, faccia più tosto tonda che altrimenti, con carne bianca e rossa, con poca barba castana chiara, et era di trent’otto anni in circa. (Processo, pag. 374.)
Aveva in moglie Chiara Brivio, un figlio di nome Paolo Gerolamo, arrestato con lui, e quattro figlie, Anna, di 14 anni; Clara Valeria, di 12; Teresa, di 7, ed un’altra Teresa, di 6, onde è verosimile che fosse morta la precedente. (Dai libri parrocchiali di S. Lorenzo, citati dal Verri.)
80.Gli si trovò fra gli altri:Un vaso con Ellettuario, con boletino che dicecontra pestem, fatto a 21Giugno, et è circa quattro deta. — Se per sorte mi sono venuti in casa perchè io abbi fatto quest’Ellettuario, et che non s’abbi potuto fare, io non so che farli, l’ho fatto a fin di bene, et per salute de poveri, come si trovarà, perchè ne ho dato via per l’amor di Dio. (Processo, pag. 51.)Questo unguento preservativo della peste era composto, secondo la deposizione del Mora, di olio d’ulivo, olio filosoforum, laurino e di sasso; di polvere di rosmarino, salvia e ginepro, e d’aceto forte.E con questo s’onge li polsi, sotto l’asselle, la sôla de’ piedi, il collo della mano, nelli genochij. (Ivi, pag. 75.)
80.Gli si trovò fra gli altri:Un vaso con Ellettuario, con boletino che dicecontra pestem, fatto a 21Giugno, et è circa quattro deta. — Se per sorte mi sono venuti in casa perchè io abbi fatto quest’Ellettuario, et che non s’abbi potuto fare, io non so che farli, l’ho fatto a fin di bene, et per salute de poveri, come si trovarà, perchè ne ho dato via per l’amor di Dio. (Processo, pag. 51.)
Questo unguento preservativo della peste era composto, secondo la deposizione del Mora, di olio d’ulivo, olio filosoforum, laurino e di sasso; di polvere di rosmarino, salvia e ginepro, e d’aceto forte.E con questo s’onge li polsi, sotto l’asselle, la sôla de’ piedi, il collo della mano, nelli genochij. (Ivi, pag. 75.)
81.Il Tribunale chiamò Margarita Arpizarelli e Giacomina Andrioni, lavandaje, perchè esaminassero il liscio. Le loro risposte furono tanto stolide quanto potevasi aspettare da donne del volgo ignoranti e superstiziose.Questo smoglio non è puro, ma vi è dentro delle forfanterie, perchè il smoglio puro non hà tanto fondo, nè di questo colore, et non è tachente(viscido)come questo. — Sà V. S. che con il smoglio guasto si fanno delli più eccellenti veleni che si possono imaginare. E l’altra. Quanto più si ruga in detto smoglio, si vede che viene più negro, et più infame, et con il smoglio marzo cattivo si fanno grandi porcherie, et tossici.(Processo, pag. 59-60.)Assurdità che non meritano la pena di una confutazione.
81.Il Tribunale chiamò Margarita Arpizarelli e Giacomina Andrioni, lavandaje, perchè esaminassero il liscio. Le loro risposte furono tanto stolide quanto potevasi aspettare da donne del volgo ignoranti e superstiziose.
Questo smoglio non è puro, ma vi è dentro delle forfanterie, perchè il smoglio puro non hà tanto fondo, nè di questo colore, et non è tachente(viscido)come questo. — Sà V. S. che con il smoglio guasto si fanno delli più eccellenti veleni che si possono imaginare. E l’altra. Quanto più si ruga in detto smoglio, si vede che viene più negro, et più infame, et con il smoglio marzo cattivo si fanno grandi porcherie, et tossici.(Processo, pag. 59-60.)
Assurdità che non meritano la pena di una confutazione.
82.Girolamo Migliavacca, arrotino, fu giustiziato il 7 settembre.Pietro Girolamo Bertone, oste della Rosa, fu arrotato e scannato il 23 dicembre insieme con Gaspare figlio del Migliavacca ed altri.Gio. Stefano Baruello, oste di San Paolo, e cognato del Bertone, si costituì volontario in prigione il 1.º luglio; l’undici ottobre gli venne intimata la sentenza di morte; promettendogli però l’impunità ove manifestasse gli untori e complici degli unti. Accettò, e in una deposizione, che è un assurdo romanzo, accusò come capo degli Untori il Padilla.Baruello morì di peste in prigione il 18 settembre.
82.Girolamo Migliavacca, arrotino, fu giustiziato il 7 settembre.
Pietro Girolamo Bertone, oste della Rosa, fu arrotato e scannato il 23 dicembre insieme con Gaspare figlio del Migliavacca ed altri.
Gio. Stefano Baruello, oste di San Paolo, e cognato del Bertone, si costituì volontario in prigione il 1.º luglio; l’undici ottobre gli venne intimata la sentenza di morte; promettendogli però l’impunità ove manifestasse gli untori e complici degli unti. Accettò, e in una deposizione, che è un assurdo romanzo, accusò come capo degli Untori il Padilla.
Baruello morì di peste in prigione il 18 settembre.
83.Figlio del castellano di Milano. Dopo lunga procedura uscì innocente nel 1632.
83.Figlio del castellano di Milano. Dopo lunga procedura uscì innocente nel 1632.
84.Il Baruello, nella sua pazza deposizione, eccitato a dire la verità, contorcendosi e battendo i denti, gridò:Ù ù ù, se non lo posso dire: — V. S. m’agiutti, ah Dio mio! ah Dio mio! — È là quel prete francese con la spada in mano, che mi minaccia, — vedetelo là, vedetelo là sopra quella finestra. I Giudici ritenendolo ossesso, fecero chiamare un sacerdote, il quale usò varj esorcismi, e benedì la finestra accennata dal Baruello, che intanto strillava, gridandoscongiurate quello Gola Gibla. Alla fine eccitato più volte a parlare, egli proruppe in queste parole:«Signore quel prete era un Francese, il quale mi prese per una mano, e levando una bachetina nera lunga circa un palmo, che teneva sotto la veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano ad uno libro largo in foglio, come di carta picciola da scrivere, ma era grosso trè deta, e l’aperse, et io viddi sopra li foglij delli circoli, e lettere à torno, à torno, e mi disse, che era la clavicola di Salomone, e disse, che dovessi dire, come dissi queste parole Gola Gibla, e poi disse altre parole hebraiche, aggiongendo, che non dovessi uscir fuori del chierchio, perche mi sarebbe succeduto male, et in quel ponto comparve nell’istesso circolo uno vestito di Pantalone, et all’hora il detto Prete tenendo il quadretto dell’onto nelle mani disse, Attaccatevi à me, ne habbiate paura, e poi voltatosi verso di me, disse, Riconoscete voi questo quà per vostro Signore, facendomi cenno, che dicesi de sì, et io all’hora risposi: Signor sì, che lo riconosco per mio Signore, e lui, cioè detto Prete andava dicendo,nec propter te, nec propter alios,mirando all’ampolino dell’onto, che haveva nelle mani, oltre molte altre parole de quali non mi raccordo, e mentre ero in detto circolo io non vedevo alcuno fuori, che il detto Prete, e detto Pantalone: partì poi detto Pantalone, sentito che hebbe ch’io lo riconoscevo per mio Signore, et uscito fuori del circolo, viddi..... il Signor Don Gioanni il quale mi disse avete visto colui? denari non ve ne lascerà mancare; et io dimandandoli chi era detto Sig. Don Gioanni, rispose che era il diavolo: all’hora detto Prete li restituì detto ampolino, et il Sig. Don Gioanni lo diede à me dicendo: Horsù vi hò conosciuto per galant’homo mi voglio affidar di voi, pigliate questo vaso, che è di quelli onti, che hoggi dì vanno per Milano, e perche non è perfetto, trovate ghezzi, e zatti, come hò già detto di sopra, poi mi soggionse: Non vi dubitate, che se la cosa va à luce, io sarò padrone di Milano, e voi vi voglio fare delli primi di Milano». (Processo, pag. 227.)E seguitò la sua filastrocca, accusando molte persone, e particolarmente un Carlo Vedano maestro di scherma. Baruello era un furfante matricolato, che fingendosi invaso dal diavolo, sperava a forza d’invenzioni e bugie, scampare la vita, godendo l’impunità promessa; ma egli non fece che compromettere nuovi innocenti, e chi sa quante altre vittime avrebbe sagrificate se in pochi giorni non fosse morto, come notai, di peste.
84.Il Baruello, nella sua pazza deposizione, eccitato a dire la verità, contorcendosi e battendo i denti, gridò:Ù ù ù, se non lo posso dire: — V. S. m’agiutti, ah Dio mio! ah Dio mio! — È là quel prete francese con la spada in mano, che mi minaccia, — vedetelo là, vedetelo là sopra quella finestra. I Giudici ritenendolo ossesso, fecero chiamare un sacerdote, il quale usò varj esorcismi, e benedì la finestra accennata dal Baruello, che intanto strillava, gridandoscongiurate quello Gola Gibla. Alla fine eccitato più volte a parlare, egli proruppe in queste parole:
«Signore quel prete era un Francese, il quale mi prese per una mano, e levando una bachetina nera lunga circa un palmo, che teneva sotto la veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano ad uno libro largo in foglio, come di carta picciola da scrivere, ma era grosso trè deta, e l’aperse, et io viddi sopra li foglij delli circoli, e lettere à torno, à torno, e mi disse, che era la clavicola di Salomone, e disse, che dovessi dire, come dissi queste parole Gola Gibla, e poi disse altre parole hebraiche, aggiongendo, che non dovessi uscir fuori del chierchio, perche mi sarebbe succeduto male, et in quel ponto comparve nell’istesso circolo uno vestito di Pantalone, et all’hora il detto Prete tenendo il quadretto dell’onto nelle mani disse, Attaccatevi à me, ne habbiate paura, e poi voltatosi verso di me, disse, Riconoscete voi questo quà per vostro Signore, facendomi cenno, che dicesi de sì, et io all’hora risposi: Signor sì, che lo riconosco per mio Signore, e lui, cioè detto Prete andava dicendo,nec propter te, nec propter alios,mirando all’ampolino dell’onto, che haveva nelle mani, oltre molte altre parole de quali non mi raccordo, e mentre ero in detto circolo io non vedevo alcuno fuori, che il detto Prete, e detto Pantalone: partì poi detto Pantalone, sentito che hebbe ch’io lo riconoscevo per mio Signore, et uscito fuori del circolo, viddi..... il Signor Don Gioanni il quale mi disse avete visto colui? denari non ve ne lascerà mancare; et io dimandandoli chi era detto Sig. Don Gioanni, rispose che era il diavolo: all’hora detto Prete li restituì detto ampolino, et il Sig. Don Gioanni lo diede à me dicendo: Horsù vi hò conosciuto per galant’homo mi voglio affidar di voi, pigliate questo vaso, che è di quelli onti, che hoggi dì vanno per Milano, e perche non è perfetto, trovate ghezzi, e zatti, come hò già detto di sopra, poi mi soggionse: Non vi dubitate, che se la cosa va à luce, io sarò padrone di Milano, e voi vi voglio fare delli primi di Milano». (Processo, pag. 227.)
E seguitò la sua filastrocca, accusando molte persone, e particolarmente un Carlo Vedano maestro di scherma. Baruello era un furfante matricolato, che fingendosi invaso dal diavolo, sperava a forza d’invenzioni e bugie, scampare la vita, godendo l’impunità promessa; ma egli non fece che compromettere nuovi innocenti, e chi sa quante altre vittime avrebbe sagrificate se in pochi giorni non fosse morto, come notai, di peste.
85.Il Mora e il Piazza subirono la morte il 2 agosto con tutte le barbare esacerbazioni portate dalla sentenza 27 luglio del seguente tenore.«Riferito in Senato dal Magnifico Senatore Monti, presidente dell’Uffizio di Sanità, il processo istrutto contro G. Piazza e G. G. Mora, che con pestifero unguento unsero la Città, e udito esso magnifico presidente, e raccolti i voti di tutti i Senatori, venne nella determinazione che i predetti Mora e Piazza, intimata ad essi la morte, vengano tormentati colla corda ad arbitrio d’esso magnifico Presidente, intorno agli altri punti e ai complici; e che avuti per ripetuti e confrontati, sopra un carro sieno condotti al solito luogo del supplizio, e per via sieno morsi con tenaglie infocate nei luoghi dove peccarono; ad entrambi si tagli la destra davanti alla barbieria del Mora, e spezzate le ossa secondo il costume, e la ruota si levi in alto e si intreccino vivi in quella, e dopo 6 ore sieno strozzati, e subito i loro cadaveri sieno bruciati, e le ceneri gettate nel fiume, e la casa del Mora si distrugga, e al posto suo s’alzi una colonna che si chiamiinfamecon un’iscrizione del fatto, e a nessun più in perpetuo sia concesso rifabbricarla. Ai creditori particolari si soddisfaccia coi beni dei condannati se ne avranno, se no del pubblico; i beni del Mora e del Piazza si confischino. Nel condurli al patibolo si tenga questa forma. Precedano due trombetti che annunzino al popolo la causa della condanna e del supplizio. Siavi bastante scorta, chè non avvenga tumulto nel popolo, e perciò si chiudano le case dei sospetti; e si proclami che ciascuno stia in casa, e si guardi. Il luogo dove avrassi a far la giustizia cingasi di steccati di legno, i quali affinchè non possan essere infetti con quell’unguento pestifero, custodiscansi da uomini a ciò; e a quel luogo facciasi un coperchio, acciocchè i frati possano con minor incomodo assistere ai condannati, e di tutto diasi avviso al vicario di Giustizia. Ottaviano Perlasca sottoscrisse e sigillò ecc.».Chiuderò questo capitolo con un documento importantissimo, perchè prova ad evidenza l’intima persuasione, e in uno lo spavento che i magistrati avevano degli unti. Si noti che il fulminante decreto uscì cinque giorni dopo il supplizio del Mora.Philippus IV Dei gratia Hispaniarum ecc. Rex, et Mediol. Dux ecc.Havendo prodotto questo infelice secolo huomini per non dir mostri, usciti dalle più horride parti dell’Inferno, quali già divenuti così scelerati et crudeli, che con fini barbari ed infami eccedendo nella lor ferità tutti i termini dell’humana crudeltà, hanno havuto ardire di cospirare nella morte ed eccidio de’ Popoli e Città di questo stato, co ’l fabricare veneni pestiferi e dispergerli per le case, per le strade, per le piazze e sopra gli huomini stessi, uccidendo in questo modo infinito numero de’ cittadini e famiglie senza distintione di età, di sesso e di stato; nè contenti di questo sono arriuati a segno tale d’empietà verso Dio, che fatti sacrileghi, gli hanno ancora disseminati sopra persone sacre, ed introdotto ne’ Chiostri d’huomini Religiosi, e Vergini sacre ed innocenti, ed ancora nei Sacri Tempij, imbrattando con essi le Sante Immagini ed i Sacrosanti Altari, acciocchè niun luogo restasse in tutto della loro empietà sicuro a’ miseri, che per la salute propria e comune ai Santi intercessori ed allo stesso Dio ricorressero. E quello che più accresce l’horrore è, che molti di questi tali scellerati, mossi da una infame ed essecranda avaritia, diuenuti parricidi siano arriuati a stato tale d’empietà, di tradir per danari la propria Patria, e quei Cittadini, coi quali s’erano nodriti ed alleuati, col fabricare e disseminare in essa questi pestiferi veleni, rompendo con più non udita inhumanità quei legami sacrosanti d’amore, coi quali dalla natura, da Dio stesso, e dalla continua consuetudine i cuori humani si sogliono insieme stringere ed alligare. Per rimediare ad un delitto tanto grande, e sradicare dal mondo huomini tanto empj ed inhumani, oltre il premio proposto a chi metterà in chiaro il detto delitto dal Tribunale della Sanità di scudi 200 e l’impunità ad uno dei complici con grida del 19 maggio p. p., fù d’ordine di S. E. publicata altra grida sotto il 23 giugno susseguente, con premio di altri scuti 200 da pagarsi dalla R. Camera, e d’altri scuti 500 offerti dalla città di Milano, e della liberazione di due banditi di casi graui, con l’impunità ad uno dei complici, a chi mettesse in chiaro il detto delitto. E communicato poi il negotio col Senato, il quale stimò questo delitto in questa parte andar di paro con quello di Lesa Maestà, anzi esser con esso inseparabilmente congiunto, fu comminato con publico Editto del dì 11 Luglio a quelli che sapessero quali fussero i rei di un tanto delitto, e non lo rivelassero, la pena della vita, e confiscatione de’ beni che dalle leggi era prescritta a quelli che non scoprissero i rei di Lesa Maestà. Ed ultimamente con altra grida delli 13 luglio fatta co ’l parere del medesimo Senato: per dar maggior animo a quelli che havessero voluto metter in chiaro questo fatto, si propose nuovo premio dell’impunità a trè complici e di mille scuti, e la liberatione di trè banditi di casi riseruati, purchè hauessero le opportune remissioni. Ed il Senato, essendo venuto sotto il suo giudizio due di questi traditori della patria, con la sentenza del 27 luglio, hà posto mano a quella maggior severità delle leggi, che fosse conforme, non all’enormità del delitto, poichè a quella è impossibile arrivare, ma all’habilità della natura humana ed alla Christiana pietà.Ma perchè non conuiene tralasciar alcun rimedio per sradicare dal mondo sceleratezza tanto empia, e fiere tanto crudeli, ha risoluto l’Ill. ed Ecc. signor Ambrosio Spinola ecc., co ’l parere anche del Senato, di far pubblicare la presente grida.Con la quale inherendo alle sudette, le quali vuole che restino nel suo vigore e forza, ed a tutte le proibitioni e pene fatte ed imposte dalle sacrosante leggi, così comuni come particolari di questo stato, per la salute commune e beneficio publico, prohibisce a ciascuna persona di qualunque conditione e stato sia, senza eccettuarne alcuna, il fabbricarne o far fabbricare questi pestiferi veneni, o l’usarli sotto pena della vita, in modo che condotti al luogo del Patibolo, le siano dal Carnefice con una ruota ben ferrata spezzate ad uno ad uno tutte le ossa principali del corpo dal cranio della testa impoi, perchè possino i loro corpi esser intessuti vivi fra i raggi di detta ruota, e poichè in essa frà quelli acerbi cruciati in pena della sua sceleratezza ed ad esempio de’ simili mostri di crudeltà havranno vomitata quell’anima infelice, che informaua quel corpo scelerato, sia quell’infame cadavere come peste del mondo gettato nelle fiamme, e ridotto in minima polvere che sparsa nell’acqua d’un vicino fiume, si disperda, non convenendo che qualsiuoglia minima parte di lui habbia sepoltura in quella città ò luogo, che haurà così empiamente tradito.E se questi tali saranno Cittadini ò Sudditi di questo Stato, commanda S. E. che le Case di tanto empj parricidi, come Nidi de’ traditori, siano rouinate e distrutte; e che i posteri loro, come quelli che haueranno hauuto la descendenza da’ traditori della patria, siano in perpetuo priui di tutti gl’honori, commodi, priuilegi, utilità proprie de’ Cittadini e Sudditi di questo Stato, e siano tenuti, trattati in tutto e per tutto come stranieri e d’altre nationi, e per la nota che porteranno sempre seco d’esser discesi da sangue d’empij parricidi contra la propria patria, sia abborito il Commercio loro, come se fossero nati frà que’ popoli che sono stimati più barbari e fieri, e sogliono seruir ad altri per esempio d’ogni inhumanità e crudeltà. Riseruando sempre al Senato l’arbitrio di aggiunger a queste pene quei maggiori cruciati che la giustizia, e la seuerità delle leggi, havuto risguardo all’attrocità del fatto, richiederà.Commanda di più S. E. che tutti i complici di un così horrendo delitto siano sottoposti alle stesse pene, ed in oltre ordina che non sia alcuna persona che habbia ardire di tenere in Casa ò in altro qualsivoglia luogo conseruare sotto pena della vita, questo pestifero veneno, nè trattar di fabricarlo, ò usarlo, rimettendosi nel genere della morte all’arbitrio del Senato, havuto riguardo al fatto, ed alle persone, seruando però sempre la dovuta seuerità.E perchè il distinguer da veleno a veleno potrebbe turbare l’essecutione della presente grida, dichiara S. E. che tutti li Veneni che non saranno nella sua semplice e natural forma, ma misti ò trasformati, siano giudicati per pestiferi, ad effetto d’essequire le sudette pene.Et acciochè tale e così essecrando delitto non possa restar occulto, promette S. E. l’Impunità a quello de’ complici che preuenerà gli altri in darne parte alla giustizia; e si dichiara che a quelli che si lasceranno preuenire sarà da S. E. denegata ogni Gratia e misericordia, e lascierà che abbia contro di loro effetto la seuerità della giustizia.Di più commanda S. E. che tutti quelli che sanno ò sapranno alcuni esser colpevoli di tutti ò alcuno de’ sodetti delitti, siano tenuti subito a venirli a denuntiare alla giustizia, sotto pena d’esser tenuti Complici, auuertendo bene a non lasciarsi prevenire da alcuno, perchè se si scoprirà che l’habbino saputo, e si siano lasciati preuenire da altri, non s’admetterà alcuna scusa, ma saranno con ogni pena più severa et essemplare castigati.Dichiara inoltre S. E. che per la presente grida fatta in materia di questo pestifero Veneno, non si intende di derogare a qualsiuoglia altra Legge, che proibisca il fabricare, usare, portare ò ritenere veleni: anzi vuole che tutte le leggi intorno a ciò fatte siano inuiolabilmente osservate ed esseguite.E commanda S. E. al Capitano di Giustizia, Podestà di Milano ed agli altri Podestà delle Città e Terre solite, a far pubblicare questa Grida acciò venga a notitia di tutti.Data in Milano alli 7 di agosto 1630.Ex ordine S. Ex. Antonius Ferrer.ViditFerrer.Proueria.
85.Il Mora e il Piazza subirono la morte il 2 agosto con tutte le barbare esacerbazioni portate dalla sentenza 27 luglio del seguente tenore.
«Riferito in Senato dal Magnifico Senatore Monti, presidente dell’Uffizio di Sanità, il processo istrutto contro G. Piazza e G. G. Mora, che con pestifero unguento unsero la Città, e udito esso magnifico presidente, e raccolti i voti di tutti i Senatori, venne nella determinazione che i predetti Mora e Piazza, intimata ad essi la morte, vengano tormentati colla corda ad arbitrio d’esso magnifico Presidente, intorno agli altri punti e ai complici; e che avuti per ripetuti e confrontati, sopra un carro sieno condotti al solito luogo del supplizio, e per via sieno morsi con tenaglie infocate nei luoghi dove peccarono; ad entrambi si tagli la destra davanti alla barbieria del Mora, e spezzate le ossa secondo il costume, e la ruota si levi in alto e si intreccino vivi in quella, e dopo 6 ore sieno strozzati, e subito i loro cadaveri sieno bruciati, e le ceneri gettate nel fiume, e la casa del Mora si distrugga, e al posto suo s’alzi una colonna che si chiamiinfamecon un’iscrizione del fatto, e a nessun più in perpetuo sia concesso rifabbricarla. Ai creditori particolari si soddisfaccia coi beni dei condannati se ne avranno, se no del pubblico; i beni del Mora e del Piazza si confischino. Nel condurli al patibolo si tenga questa forma. Precedano due trombetti che annunzino al popolo la causa della condanna e del supplizio. Siavi bastante scorta, chè non avvenga tumulto nel popolo, e perciò si chiudano le case dei sospetti; e si proclami che ciascuno stia in casa, e si guardi. Il luogo dove avrassi a far la giustizia cingasi di steccati di legno, i quali affinchè non possan essere infetti con quell’unguento pestifero, custodiscansi da uomini a ciò; e a quel luogo facciasi un coperchio, acciocchè i frati possano con minor incomodo assistere ai condannati, e di tutto diasi avviso al vicario di Giustizia. Ottaviano Perlasca sottoscrisse e sigillò ecc.».
Chiuderò questo capitolo con un documento importantissimo, perchè prova ad evidenza l’intima persuasione, e in uno lo spavento che i magistrati avevano degli unti. Si noti che il fulminante decreto uscì cinque giorni dopo il supplizio del Mora.
Philippus IV Dei gratia Hispaniarum ecc. Rex, et Mediol. Dux ecc.
Havendo prodotto questo infelice secolo huomini per non dir mostri, usciti dalle più horride parti dell’Inferno, quali già divenuti così scelerati et crudeli, che con fini barbari ed infami eccedendo nella lor ferità tutti i termini dell’humana crudeltà, hanno havuto ardire di cospirare nella morte ed eccidio de’ Popoli e Città di questo stato, co ’l fabricare veneni pestiferi e dispergerli per le case, per le strade, per le piazze e sopra gli huomini stessi, uccidendo in questo modo infinito numero de’ cittadini e famiglie senza distintione di età, di sesso e di stato; nè contenti di questo sono arriuati a segno tale d’empietà verso Dio, che fatti sacrileghi, gli hanno ancora disseminati sopra persone sacre, ed introdotto ne’ Chiostri d’huomini Religiosi, e Vergini sacre ed innocenti, ed ancora nei Sacri Tempij, imbrattando con essi le Sante Immagini ed i Sacrosanti Altari, acciocchè niun luogo restasse in tutto della loro empietà sicuro a’ miseri, che per la salute propria e comune ai Santi intercessori ed allo stesso Dio ricorressero. E quello che più accresce l’horrore è, che molti di questi tali scellerati, mossi da una infame ed essecranda avaritia, diuenuti parricidi siano arriuati a stato tale d’empietà, di tradir per danari la propria Patria, e quei Cittadini, coi quali s’erano nodriti ed alleuati, col fabricare e disseminare in essa questi pestiferi veleni, rompendo con più non udita inhumanità quei legami sacrosanti d’amore, coi quali dalla natura, da Dio stesso, e dalla continua consuetudine i cuori humani si sogliono insieme stringere ed alligare. Per rimediare ad un delitto tanto grande, e sradicare dal mondo huomini tanto empj ed inhumani, oltre il premio proposto a chi metterà in chiaro il detto delitto dal Tribunale della Sanità di scudi 200 e l’impunità ad uno dei complici con grida del 19 maggio p. p., fù d’ordine di S. E. publicata altra grida sotto il 23 giugno susseguente, con premio di altri scuti 200 da pagarsi dalla R. Camera, e d’altri scuti 500 offerti dalla città di Milano, e della liberazione di due banditi di casi graui, con l’impunità ad uno dei complici, a chi mettesse in chiaro il detto delitto. E communicato poi il negotio col Senato, il quale stimò questo delitto in questa parte andar di paro con quello di Lesa Maestà, anzi esser con esso inseparabilmente congiunto, fu comminato con publico Editto del dì 11 Luglio a quelli che sapessero quali fussero i rei di un tanto delitto, e non lo rivelassero, la pena della vita, e confiscatione de’ beni che dalle leggi era prescritta a quelli che non scoprissero i rei di Lesa Maestà. Ed ultimamente con altra grida delli 13 luglio fatta co ’l parere del medesimo Senato: per dar maggior animo a quelli che havessero voluto metter in chiaro questo fatto, si propose nuovo premio dell’impunità a trè complici e di mille scuti, e la liberatione di trè banditi di casi riseruati, purchè hauessero le opportune remissioni. Ed il Senato, essendo venuto sotto il suo giudizio due di questi traditori della patria, con la sentenza del 27 luglio, hà posto mano a quella maggior severità delle leggi, che fosse conforme, non all’enormità del delitto, poichè a quella è impossibile arrivare, ma all’habilità della natura humana ed alla Christiana pietà.
Ma perchè non conuiene tralasciar alcun rimedio per sradicare dal mondo sceleratezza tanto empia, e fiere tanto crudeli, ha risoluto l’Ill. ed Ecc. signor Ambrosio Spinola ecc., co ’l parere anche del Senato, di far pubblicare la presente grida.
Con la quale inherendo alle sudette, le quali vuole che restino nel suo vigore e forza, ed a tutte le proibitioni e pene fatte ed imposte dalle sacrosante leggi, così comuni come particolari di questo stato, per la salute commune e beneficio publico, prohibisce a ciascuna persona di qualunque conditione e stato sia, senza eccettuarne alcuna, il fabbricarne o far fabbricare questi pestiferi veneni, o l’usarli sotto pena della vita, in modo che condotti al luogo del Patibolo, le siano dal Carnefice con una ruota ben ferrata spezzate ad uno ad uno tutte le ossa principali del corpo dal cranio della testa impoi, perchè possino i loro corpi esser intessuti vivi fra i raggi di detta ruota, e poichè in essa frà quelli acerbi cruciati in pena della sua sceleratezza ed ad esempio de’ simili mostri di crudeltà havranno vomitata quell’anima infelice, che informaua quel corpo scelerato, sia quell’infame cadavere come peste del mondo gettato nelle fiamme, e ridotto in minima polvere che sparsa nell’acqua d’un vicino fiume, si disperda, non convenendo che qualsiuoglia minima parte di lui habbia sepoltura in quella città ò luogo, che haurà così empiamente tradito.
E se questi tali saranno Cittadini ò Sudditi di questo Stato, commanda S. E. che le Case di tanto empj parricidi, come Nidi de’ traditori, siano rouinate e distrutte; e che i posteri loro, come quelli che haueranno hauuto la descendenza da’ traditori della patria, siano in perpetuo priui di tutti gl’honori, commodi, priuilegi, utilità proprie de’ Cittadini e Sudditi di questo Stato, e siano tenuti, trattati in tutto e per tutto come stranieri e d’altre nationi, e per la nota che porteranno sempre seco d’esser discesi da sangue d’empij parricidi contra la propria patria, sia abborito il Commercio loro, come se fossero nati frà que’ popoli che sono stimati più barbari e fieri, e sogliono seruir ad altri per esempio d’ogni inhumanità e crudeltà. Riseruando sempre al Senato l’arbitrio di aggiunger a queste pene quei maggiori cruciati che la giustizia, e la seuerità delle leggi, havuto risguardo all’attrocità del fatto, richiederà.
Commanda di più S. E. che tutti i complici di un così horrendo delitto siano sottoposti alle stesse pene, ed in oltre ordina che non sia alcuna persona che habbia ardire di tenere in Casa ò in altro qualsivoglia luogo conseruare sotto pena della vita, questo pestifero veneno, nè trattar di fabricarlo, ò usarlo, rimettendosi nel genere della morte all’arbitrio del Senato, havuto riguardo al fatto, ed alle persone, seruando però sempre la dovuta seuerità.
E perchè il distinguer da veleno a veleno potrebbe turbare l’essecutione della presente grida, dichiara S. E. che tutti li Veneni che non saranno nella sua semplice e natural forma, ma misti ò trasformati, siano giudicati per pestiferi, ad effetto d’essequire le sudette pene.
Et acciochè tale e così essecrando delitto non possa restar occulto, promette S. E. l’Impunità a quello de’ complici che preuenerà gli altri in darne parte alla giustizia; e si dichiara che a quelli che si lasceranno preuenire sarà da S. E. denegata ogni Gratia e misericordia, e lascierà che abbia contro di loro effetto la seuerità della giustizia.
Di più commanda S. E. che tutti quelli che sanno ò sapranno alcuni esser colpevoli di tutti ò alcuno de’ sodetti delitti, siano tenuti subito a venirli a denuntiare alla giustizia, sotto pena d’esser tenuti Complici, auuertendo bene a non lasciarsi prevenire da alcuno, perchè se si scoprirà che l’habbino saputo, e si siano lasciati preuenire da altri, non s’admetterà alcuna scusa, ma saranno con ogni pena più severa et essemplare castigati.
Dichiara inoltre S. E. che per la presente grida fatta in materia di questo pestifero Veneno, non si intende di derogare a qualsiuoglia altra Legge, che proibisca il fabricare, usare, portare ò ritenere veleni: anzi vuole che tutte le leggi intorno a ciò fatte siano inuiolabilmente osservate ed esseguite.
E commanda S. E. al Capitano di Giustizia, Podestà di Milano ed agli altri Podestà delle Città e Terre solite, a far pubblicare questa Grida acciò venga a notitia di tutti.
Data in Milano alli 7 di agosto 1630.
Ex ordine S. Ex. Antonius Ferrer.
ViditFerrer.Proueria.
86.Esaminando i processi degli Untori, che esistono in gran numero nei nostri archivj pubblici e privati, trovai molti inquisiti, arrestati appunto nelle campagne. Mi ricordo aver letto tra gli altri il processo d’un frate laico, che venne preso nelle vicinanze di Legnano, perchè alcuni ragazzi, i quali custodivano le vacche al pascolo, corsero in paese gridando ch’egli aveva unta una pianta, vicino la quale erasi soffermato per bisogni naturali.
86.Esaminando i processi degli Untori, che esistono in gran numero nei nostri archivj pubblici e privati, trovai molti inquisiti, arrestati appunto nelle campagne. Mi ricordo aver letto tra gli altri il processo d’un frate laico, che venne preso nelle vicinanze di Legnano, perchè alcuni ragazzi, i quali custodivano le vacche al pascolo, corsero in paese gridando ch’egli aveva unta una pianta, vicino la quale erasi soffermato per bisogni naturali.
87.Anche il vicino Limbiate andò immune dalla peste, se vuolsi dar fede alla tradizione popolare conservata in paese fino ad oggi. Però in entrambi gli archivj parrocchiali non esiste ricordo alcuno intorno il contagio del 1630 a conferma d’una tanto fortunata eccezione nella generale catastrofe.Devo questa notizia alla gentilezza del Rev. parroco di Limbiate Domenico Galli, che dietro mia inchiesta ebbe la compiacenza di esaminare i suddetti archivj.
87.Anche il vicino Limbiate andò immune dalla peste, se vuolsi dar fede alla tradizione popolare conservata in paese fino ad oggi. Però in entrambi gli archivj parrocchiali non esiste ricordo alcuno intorno il contagio del 1630 a conferma d’una tanto fortunata eccezione nella generale catastrofe.
Devo questa notizia alla gentilezza del Rev. parroco di Limbiate Domenico Galli, che dietro mia inchiesta ebbe la compiacenza di esaminare i suddetti archivj.
88.Plebeij quoque nobilium.
88.Plebeij quoque nobilium.
89.Pare che alluda a Gustavo Adolfo re di Svezia, detto il Leone del Nord, che per sostenere la Riforma di Lutero guerreggiava in quel tempo contro l’imperatore Ferdinando ed i principi cattolici della Germania.
89.Pare che alluda a Gustavo Adolfo re di Svezia, detto il Leone del Nord, che per sostenere la Riforma di Lutero guerreggiava in quel tempo contro l’imperatore Ferdinando ed i principi cattolici della Germania.
90.Da queste franche parole appare che il nostro Storico non era persuaso delle unzioni. Infatti egli si limita a tradurre nel seguente capitolo il Tadino, uomo, e pe’ suoi talenti e per la carica di Conservatore della Sanità, molto stimato. L’urtare un’opinione generalmente creduta non solo dal popolo, ma dai nobili e magistrati, e cui inclinava a credere lo stesso Arcivescovo, era per sè pericolosissimo. Aggiungasi le traversie sofferte dal Ripamonti ed i molti suoi nemici, e si troverà che il lasciare, siccome fa, in dubbio se le unzioni fossero reali o immaginarie egli è quanto potevasi esigere da uno storico posto nelle sue circostanze.
90.Da queste franche parole appare che il nostro Storico non era persuaso delle unzioni. Infatti egli si limita a tradurre nel seguente capitolo il Tadino, uomo, e pe’ suoi talenti e per la carica di Conservatore della Sanità, molto stimato. L’urtare un’opinione generalmente creduta non solo dal popolo, ma dai nobili e magistrati, e cui inclinava a credere lo stesso Arcivescovo, era per sè pericolosissimo. Aggiungasi le traversie sofferte dal Ripamonti ed i molti suoi nemici, e si troverà che il lasciare, siccome fa, in dubbio se le unzioni fossero reali o immaginarie egli è quanto potevasi esigere da uno storico posto nelle sue circostanze.
91.Atque post ejus mortem futurus alter quodammodo Septalius, dice il testo. La fraseaffixus lateri senis hærebat, indica con molta forza l’amicizia e famigliarità strettissima che univa questi due medici, così distinti per talenti e bontà di animo, e i quali, per eminenti servigj prestati alla patria durante una lunga carriera, e specialmente nel contagio, meritano che la loro memoria sopravviva benedetta tra i non ingrati posteri.
91.Atque post ejus mortem futurus alter quodammodo Septalius, dice il testo. La fraseaffixus lateri senis hærebat, indica con molta forza l’amicizia e famigliarità strettissima che univa questi due medici, così distinti per talenti e bontà di animo, e i quali, per eminenti servigj prestati alla patria durante una lunga carriera, e specialmente nel contagio, meritano che la loro memoria sopravviva benedetta tra i non ingrati posteri.
92.Il Tadino somministrò importanti notizie al Ripamonti, senza le quali avrebbe difficilmente potuto rischiarare molti punti della storia del contagio.E perchè questo Istorico personalmente non si trovava presente alla crudeltà di questo pernitioso contagio(finora non mi fu dato scoprire dove si fosse ritirato il nostro Ripamonti),però ne anche poteva essere informato d’alcune certe speciali et esentiali particolarità che la città desidera; anzi la sua fatica si sarebbe resa molto imperfetta, quando che o sì per ubbidire a chi mi poteva commandare come che anche per essermi in persona à comune prò della mia Patria dal principio sino al fine di così grande flagello adoperato, non l’hauessi soccorso de’ molti avvisamenti et osservationi come ne’ suoi libri, con più et longhe memorie egli testifica.(Ragguaglio, ec.,nella Dedica al vicario Orrigoni.)
92.Il Tadino somministrò importanti notizie al Ripamonti, senza le quali avrebbe difficilmente potuto rischiarare molti punti della storia del contagio.E perchè questo Istorico personalmente non si trovava presente alla crudeltà di questo pernitioso contagio(finora non mi fu dato scoprire dove si fosse ritirato il nostro Ripamonti),però ne anche poteva essere informato d’alcune certe speciali et esentiali particolarità che la città desidera; anzi la sua fatica si sarebbe resa molto imperfetta, quando che o sì per ubbidire a chi mi poteva commandare come che anche per essermi in persona à comune prò della mia Patria dal principio sino al fine di così grande flagello adoperato, non l’hauessi soccorso de’ molti avvisamenti et osservationi come ne’ suoi libri, con più et longhe memorie egli testifica.(Ragguaglio, ec.,nella Dedica al vicario Orrigoni.)
93.Apparve nel fine del mese di Giugno una Cometa molto grande verso settentrione et durò longo tempo, vista da più persone; come ancora si viddero alcuni Eclissi et in particolare del Sole et della Luna; inditio manifesto del futuro gastigo della peste che N. S. ci voleva mandare..... Di modo aponto spirata la Cometa, puoco doppo successero di nuovo le untioni nella città principalmente, et suo Ducato et doppo passarono per tutto lo Stato. (Tadino, pag. 110.)
93.Apparve nel fine del mese di Giugno una Cometa molto grande verso settentrione et durò longo tempo, vista da più persone; come ancora si viddero alcuni Eclissi et in particolare del Sole et della Luna; inditio manifesto del futuro gastigo della peste che N. S. ci voleva mandare..... Di modo aponto spirata la Cometa, puoco doppo successero di nuovo le untioni nella città principalmente, et suo Ducato et doppo passarono per tutto lo Stato. (Tadino, pag. 110.)
94.In questo pomposo elogio del Tadino, come astrologo, e nella protesta che fa il Ripamonti della propria ignoranza e timidezza nella medesima scienza, non ti sembra, o lettore, di travedere una pungentissima ironia? Era il nostro Storico, per acume d’ingegno e libertà d’opinioni, molto innanzi de’ contemporanei, e in tutte le opere di lui scorgesi come disprezzasse buona parte dei pregiudizi comuni a que’ giorni; ma la credenza delle unzioni era così generale, che il negarla sarebbe stato, lo ripeto, pericoloso. Nè Ripamonti, sfuggito una volta all’Inquisizione, era uomo da incapparvi la seconda, ciocchè non sarebbe stato difficile, stantechè l’Inquisitore generale, come vedremo avanti, le autenticò, per così dire, coll’autorità delle sue parole.
94.In questo pomposo elogio del Tadino, come astrologo, e nella protesta che fa il Ripamonti della propria ignoranza e timidezza nella medesima scienza, non ti sembra, o lettore, di travedere una pungentissima ironia? Era il nostro Storico, per acume d’ingegno e libertà d’opinioni, molto innanzi de’ contemporanei, e in tutte le opere di lui scorgesi come disprezzasse buona parte dei pregiudizi comuni a que’ giorni; ma la credenza delle unzioni era così generale, che il negarla sarebbe stato, lo ripeto, pericoloso. Nè Ripamonti, sfuggito una volta all’Inquisizione, era uomo da incapparvi la seconda, ciocchè non sarebbe stato difficile, stantechè l’Inquisitore generale, come vedremo avanti, le autenticò, per così dire, coll’autorità delle sue parole.
95.Secondo il Tadino erano francesi. (Pag. 111.)
95.Secondo il Tadino erano francesi. (Pag. 111.)
96.Occorse che costui (il francese) trattò per accidente di tutte queste cose con un Battiloro detto il Borghino, il quale habitava vicino alla casa del Senator Arconato, presidente all’hora della Sanità di tutto lo Stato, et subito conferto dal Borghino questo negotio, con Gio. Battista Cogliate persona giuditiosa et prudente, et desideroso molto della salute publica, et domestica della casa del sodetto Presidente. Il quale essendo stato avvisato dal detto Cogliate et ricordandosi delle lettere reali... nel fare del giorno seguente dell’avviso, lo fece far prigione, ec.(Tadino, pag. 111.)
96.Occorse che costui (il francese) trattò per accidente di tutte queste cose con un Battiloro detto il Borghino, il quale habitava vicino alla casa del Senator Arconato, presidente all’hora della Sanità di tutto lo Stato, et subito conferto dal Borghino questo negotio, con Gio. Battista Cogliate persona giuditiosa et prudente, et desideroso molto della salute publica, et domestica della casa del sodetto Presidente. Il quale essendo stato avvisato dal detto Cogliate et ricordandosi delle lettere reali... nel fare del giorno seguente dell’avviso, lo fece far prigione, ec.(Tadino, pag. 111.)
97.Tutt’altro che rilasciato! Essendosi rinvenuta fra le sue robeuna vestina dell’habito di S. Francesco di Paola con una cintura del detto ordine, dovè confessare ch’era frate. Arrivò questa nuova al Padre Inquisitore Generale, il quale per suo officio, come appostata et habitato in Geneura lo sequestrò con tutte le sue robbe, et puoco dopo lo fece condurre al Santo Officio, il quale esaminato sopra altri particolari, di più di quello haueua fatto il Tribunale della Sanità per interesse del suo officio, s’intese che confessò il pregione molte cose pregiudiciale alla salute dell’anima sua et scandalo universale; dove puoco doppo fu condotto a Roma d’ordine di quella Santa Congregatione.(Tadino, pag. 112.)
97.Tutt’altro che rilasciato! Essendosi rinvenuta fra le sue robeuna vestina dell’habito di S. Francesco di Paola con una cintura del detto ordine, dovè confessare ch’era frate. Arrivò questa nuova al Padre Inquisitore Generale, il quale per suo officio, come appostata et habitato in Geneura lo sequestrò con tutte le sue robbe, et puoco dopo lo fece condurre al Santo Officio, il quale esaminato sopra altri particolari, di più di quello haueua fatto il Tribunale della Sanità per interesse del suo officio, s’intese che confessò il pregione molte cose pregiudiciale alla salute dell’anima sua et scandalo universale; dove puoco doppo fu condotto a Roma d’ordine di quella Santa Congregatione.(Tadino, pag. 112.)
98.Il Tadino dice che gli Untori servivansi diescrementi putrilaginosi delli buboni, carboni, et antraci pestilenti misti con altri ingredienti, li quali per hora non conviene riporgli in carta....(Pag. 119.)Sono incredibili le assurdità che si propalavano intorno la composizione di tali supposti unguenti. I poveri accusati, per sottrarsi agli atrocissimi spasimi della tortura, facevano sì pazze e strane confessioni, che sarebbe bastato un po’ di buon senso nei giudici per scorgere a colpo d’occhio la falsità; sgraziatamente la credenza generale nelle unzioni era sì forte, che soffocava non solo il buon senso, ma ogni principio di giustizia.Si pigliava di tre cose, tanto per una; cioè un terzo della materia che esce dalla bocca dei morti, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo dello smoglio un altro terzo; e mischiavo ogni cosa ben bene, ne vi entrava altro ingrediente o bollitura.Così il Mora, in uno dei costituti; le quali aberrazioni da delirante, prodotte dal bisogno di sottrarsi al martirio, e dopo ritrattate, cadevano al solo riflesso che i due ultimi schifosi ingredienti nemmeno per sogno sono velenosi, e la bava degli appestati non era facile raccoglierla clandestinamente in gran quantità, e maneggiarla senza contrarre la peste.Ed il Maganza, figlio di frate Rocco, altro implicato nel processo.Il cognato del Baruello mi disse: andiamo fuori di Porta Ticinese, li dietro alla Rosa d’oro, ad un giardino che ha fatto fare lui, a cercare delle biscie, dei ratti e dei ghezzi ed altri animali, quali li fanno poi mangiare una creatura morta, e come detti animali hanno mangiato quella creatura, hanno le olle sotto terra, e fanno gli unguenti, e li danno poi a quelli che ungono le porte: perchè quell’unguento tira più che non fa la calamita.«Un pazzo legato non potrebbe fare un dialogo più privo di senso di questo, e allora seriamente veniva scritto. L’unto malefico, secondo il romanzo del Mora, era di bava, sterco e ranno; ora, secondo il figlio del frate Maganza, era di serpenti, rospi, ec. nodriti di carne umana, e non si sapeva allora che questi animali non mangiano carni! — A un sì strano e bestiale racconto conveniva di opporre alcune interrogazioni necessarie... Tutto si ommise. Il fanatismo voleva trovare il reo dopo di avere immaginato il delitto». (Verri, Osservazioni,pag.232.)
98.Il Tadino dice che gli Untori servivansi diescrementi putrilaginosi delli buboni, carboni, et antraci pestilenti misti con altri ingredienti, li quali per hora non conviene riporgli in carta....(Pag. 119.)
Sono incredibili le assurdità che si propalavano intorno la composizione di tali supposti unguenti. I poveri accusati, per sottrarsi agli atrocissimi spasimi della tortura, facevano sì pazze e strane confessioni, che sarebbe bastato un po’ di buon senso nei giudici per scorgere a colpo d’occhio la falsità; sgraziatamente la credenza generale nelle unzioni era sì forte, che soffocava non solo il buon senso, ma ogni principio di giustizia.Si pigliava di tre cose, tanto per una; cioè un terzo della materia che esce dalla bocca dei morti, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo dello smoglio un altro terzo; e mischiavo ogni cosa ben bene, ne vi entrava altro ingrediente o bollitura.Così il Mora, in uno dei costituti; le quali aberrazioni da delirante, prodotte dal bisogno di sottrarsi al martirio, e dopo ritrattate, cadevano al solo riflesso che i due ultimi schifosi ingredienti nemmeno per sogno sono velenosi, e la bava degli appestati non era facile raccoglierla clandestinamente in gran quantità, e maneggiarla senza contrarre la peste.
Ed il Maganza, figlio di frate Rocco, altro implicato nel processo.Il cognato del Baruello mi disse: andiamo fuori di Porta Ticinese, li dietro alla Rosa d’oro, ad un giardino che ha fatto fare lui, a cercare delle biscie, dei ratti e dei ghezzi ed altri animali, quali li fanno poi mangiare una creatura morta, e come detti animali hanno mangiato quella creatura, hanno le olle sotto terra, e fanno gli unguenti, e li danno poi a quelli che ungono le porte: perchè quell’unguento tira più che non fa la calamita.
«Un pazzo legato non potrebbe fare un dialogo più privo di senso di questo, e allora seriamente veniva scritto. L’unto malefico, secondo il romanzo del Mora, era di bava, sterco e ranno; ora, secondo il figlio del frate Maganza, era di serpenti, rospi, ec. nodriti di carne umana, e non si sapeva allora che questi animali non mangiano carni! — A un sì strano e bestiale racconto conveniva di opporre alcune interrogazioni necessarie... Tutto si ommise. Il fanatismo voleva trovare il reo dopo di avere immaginato il delitto». (Verri, Osservazioni,pag.232.)
99.Dice il Tadino che i Decurioni di Palermoper liberarse da questo nemico così crudele si facevano tanto liberali con abbondanza de’ dinari che somministravano fin due dople al giorno di mercede alli Monatti oltre li straordinarj et furti che potevano fare.... E si ridussero(i Palermitani)a tal stato miserando, che se la peste s’appizzava in due case in una contrata, v’erano gli ordini tanto rigorosi, che subito attaccata s’abbruggiasse tutta, spettacolo invero horrendo! (Pag. 119.)
99.Dice il Tadino che i Decurioni di Palermoper liberarse da questo nemico così crudele si facevano tanto liberali con abbondanza de’ dinari che somministravano fin due dople al giorno di mercede alli Monatti oltre li straordinarj et furti che potevano fare.... E si ridussero(i Palermitani)a tal stato miserando, che se la peste s’appizzava in due case in una contrata, v’erano gli ordini tanto rigorosi, che subito attaccata s’abbruggiasse tutta, spettacolo invero horrendo! (Pag. 119.)
100.Avete curiosità di sapere in che consistesse questo famoso Unguento? Ecco la ricetta che insieme con altre parecchie trovasi nelTrattato di varj Rimedj contro la pestenel libro del cavaliere Ascanio Centario intorno il contagio del 1576.Unguento Pretioso et MirabileContro la peste, che fu manifestato da uno che venne per infettar Milano, che fu poi per questo giustitiato.PigliaCera nuovaoncie IIIOlio d’olivaoncie IIOlio di Helleraana ½ oncia.Olio di sassoana ½ oncia.Foglie di anetoana ½ oncia.Orbaghe di lauro pesteana ½ oncia.Saluiaana ½ oncia.Rosmarinoana ½ oncia.Un poco d’acetoana ½ oncia.Et tutte queste cose si fanno negli sopradetti oglij bollire tanto che ogni cosa sia bene incorporata insieme a’ modo d’unguento del quale poi si ungono le narici del naso, ovvero li polsi della testa, o delli bracci, et sotto la suola de’ piedi, usando prima il mangiare de agli, cipolle, e gustare dell’aceto.
100.Avete curiosità di sapere in che consistesse questo famoso Unguento? Ecco la ricetta che insieme con altre parecchie trovasi nelTrattato di varj Rimedj contro la pestenel libro del cavaliere Ascanio Centario intorno il contagio del 1576.
Unguento Pretioso et Mirabile
Contro la peste, che fu manifestato da uno che venne per infettar Milano, che fu poi per questo giustitiato.
Et tutte queste cose si fanno negli sopradetti oglij bollire tanto che ogni cosa sia bene incorporata insieme a’ modo d’unguento del quale poi si ungono le narici del naso, ovvero li polsi della testa, o delli bracci, et sotto la suola de’ piedi, usando prima il mangiare de agli, cipolle, e gustare dell’aceto.
101.E come se gli unguenti non bastassero, si trovarono anche le polveri venefiche.S’aggiunse di più, che oltre l’unguento pestilente et venefico fabricavano ancora una polvere della medema natura et qualità, la quale spargevano nelli vasi dell’acqua benedetta pigliata dal popolo nelle chiese et ancora nelli luoghi della povertà dove si trouauano camminare con li piedi ignudi, attaccandose alle mani et piedi haueva tanta forza che incontinente quelle misere creature s’infettavano et morivano in brevità di tempo.(Tadino, pag. 119.)
101.E come se gli unguenti non bastassero, si trovarono anche le polveri venefiche.
S’aggiunse di più, che oltre l’unguento pestilente et venefico fabricavano ancora una polvere della medema natura et qualità, la quale spargevano nelli vasi dell’acqua benedetta pigliata dal popolo nelle chiese et ancora nelli luoghi della povertà dove si trouauano camminare con li piedi ignudi, attaccandose alle mani et piedi haueva tanta forza che incontinente quelle misere creature s’infettavano et morivano in brevità di tempo.(Tadino, pag. 119.)
102.Tadino dice che eranofigliuole di un Antonio Vailini di Caravaggio. (Pag. 121.)
102.Tadino dice che eranofigliuole di un Antonio Vailini di Caravaggio. (Pag. 121.)
103.Codesto G. B. Farletta, morto in prigione durante la procedura, venne abbruciato in effigie il 7 settembre mentre si giustiziavano il Maganza ed altri untori.
103.Codesto G. B. Farletta, morto in prigione durante la procedura, venne abbruciato in effigie il 7 settembre mentre si giustiziavano il Maganza ed altri untori.
104.Mentre odorava la superficie, nel manico ouero piede vi si trouava il veleno, et morse in brevità di tempo.(Tadino, pag. 121.)
104.Mentre odorava la superficie, nel manico ouero piede vi si trouava il veleno, et morse in brevità di tempo.(Tadino, pag. 121.)
105.Che si trouaua di colore gialdetto oscùro.Questa pretesa unzione accadde nel settembre 1630, ed il Tadino s’appoggia alla relazione del dottore e avvocato Giuseppe Dondeo, delegato nel Tortonese. (Pag.122.)
105.Che si trouaua di colore gialdetto oscùro.Questa pretesa unzione accadde nel settembre 1630, ed il Tadino s’appoggia alla relazione del dottore e avvocato Giuseppe Dondeo, delegato nel Tortonese. (Pag.122.)
106.Avendo il Ripamonti tradotto questo pazzo racconto dal Tadino, io cito l’originale perchè sarebbe inutile ed assurdo il ritradurre dal latino. (Tadino, pag.123.)
106.Avendo il Ripamonti tradotto questo pazzo racconto dal Tadino, io cito l’originale perchè sarebbe inutile ed assurdo il ritradurre dal latino. (Tadino, pag.123.)
107.Alle ore 23, secondo il Tadino, meglio informato; perchè il Ripamonti non trovavasi a Milano.
107.Alle ore 23, secondo il Tadino, meglio informato; perchè il Ripamonti non trovavasi a Milano.
108.Ma il camminare con tanta gente fu causa, che di queste persone molte fossero unte, et morsero in breve tempo, et per dir il vero nel principio del mese di agosto et nel prossimo non vi era giorno che non si sentissero grande novità di queste maladette untioni per le contrade di questa città, il che tutto di notte succedeva, et pochi malfattori si ritrouauano.(Tadino, pag. 129.)
108.Ma il camminare con tanta gente fu causa, che di queste persone molte fossero unte, et morsero in breve tempo, et per dir il vero nel principio del mese di agosto et nel prossimo non vi era giorno che non si sentissero grande novità di queste maladette untioni per le contrade di questa città, il che tutto di notte succedeva, et pochi malfattori si ritrouauano.(Tadino, pag. 129.)
109.Ma non dimorono quà le miserie nostre, che queste untioni passorno ancora fuori della città per le terre, et ville, et di più corse voce che sino li frutti fossero stati unti. — Oltre di questo comminciò entrare il contagio et mortalità nelle bestie bovine, et ancora nei caualli et durò longo tempo sino l’anno 1635.(Tadino, pag. 129.)
109.Ma non dimorono quà le miserie nostre, che queste untioni passorno ancora fuori della città per le terre, et ville, et di più corse voce che sino li frutti fossero stati unti. — Oltre di questo comminciò entrare il contagio et mortalità nelle bestie bovine, et ancora nei caualli et durò longo tempo sino l’anno 1635.(Tadino, pag. 129.)
110.Accidit vero facetum atque elegans quiddam.
110.Accidit vero facetum atque elegans quiddam.
111.Hominem sine fine deosculabatur.
111.Hominem sine fine deosculabatur.
112.Il Padre Casati uomo d’animo mite ed il compagno più severo entrarono nel Lazzaretto il 30 marzo: era un sabbato santo.(Croce.)Era il Padre Felice Casati di età matura, e l’altro Padre Michele giovine d’anni, ma ambi duoi di molto senno, et di prudente giuditio cittadini milanesi; Padri invero tanto caritatevoli et infervorati nel servitio di Dio..., che se questi Padri iui non si ritrouauano, al sicuro tutta la città annichilata si trouaua.Poco dopo il Padre Casati s’ammalò, in causa del manigoldo portinaro ed apparitore del Tribunale Paolo Antonio Gallarate, il quale per li furti che lui, figliuoli et figliuole lavandare faceuano, restorno per divino giuditio tocchi dalla peste: doue non palesandola al fisico Appiano, al quale detto Gallarate seruiua portandogli il libro sopra il quale scriueua le medicine per gli infermi, restò ancor esso contaminato.... et puoco doppo restorno offesi li due padri cappuccini con un bubbone all’inguine, atteso che li medemi padri spesse volte teneuano nelle mani il medemo libro, sì che il portinaro con li figliuoli presto morirono et li Padri con detto Fisico Iddio lodato si risanarono.(Tadino, pag. 94, 98.)In maggio s’infettò anche il padre Michele Posbonello; ma sì mitamente che non fu quasi mai obbligato a letto. In principio di giugno il Padre Cristoforo di Cremona sacerdote molto avanti eletto a quel servitio tolto li ostacoli, che sin allora gliel’avevano impedito alfine entrò nel desiderato aringo.... Desiderio ch’ebbe poi felicissimo l’effetto corrispondente, a’ 10 di giugno, morendo di peste per il servitio di que’ poveri, nella persona de’ quali serviva il suo diletto Gesù.(Croce, pag. 12.)
112.Il Padre Casati uomo d’animo mite ed il compagno più severo entrarono nel Lazzaretto il 30 marzo: era un sabbato santo.(Croce.)
Era il Padre Felice Casati di età matura, e l’altro Padre Michele giovine d’anni, ma ambi duoi di molto senno, et di prudente giuditio cittadini milanesi; Padri invero tanto caritatevoli et infervorati nel servitio di Dio..., che se questi Padri iui non si ritrouauano, al sicuro tutta la città annichilata si trouaua.
Poco dopo il Padre Casati s’ammalò, in causa del manigoldo portinaro ed apparitore del Tribunale Paolo Antonio Gallarate, il quale per li furti che lui, figliuoli et figliuole lavandare faceuano, restorno per divino giuditio tocchi dalla peste: doue non palesandola al fisico Appiano, al quale detto Gallarate seruiua portandogli il libro sopra il quale scriueua le medicine per gli infermi, restò ancor esso contaminato.... et puoco doppo restorno offesi li due padri cappuccini con un bubbone all’inguine, atteso che li medemi padri spesse volte teneuano nelle mani il medemo libro, sì che il portinaro con li figliuoli presto morirono et li Padri con detto Fisico Iddio lodato si risanarono.(Tadino, pag. 94, 98.)
In maggio s’infettò anche il padre Michele Posbonello; ma sì mitamente che non fu quasi mai obbligato a letto. In principio di giugno il Padre Cristoforo di Cremona sacerdote molto avanti eletto a quel servitio tolto li ostacoli, che sin allora gliel’avevano impedito alfine entrò nel desiderato aringo.... Desiderio ch’ebbe poi felicissimo l’effetto corrispondente, a’ 10 di giugno, morendo di peste per il servitio di que’ poveri, nella persona de’ quali serviva il suo diletto Gesù.(Croce, pag. 12.)
113.Per stragem illam hominum atque tuguriorum.
113.Per stragem illam hominum atque tuguriorum.
114.L’esimia condotta del Padre Casati e del suo compagno Pozzobonello ottennero meritamente il più dolce compenso che uomo bramar possa in terra; la riconoscenza di tutta una popolazione. I Cappuccini desiderar non potevano un più lusinghiero attestato di quello che loro diede la sanità colla patente sottoposta. E sembra che per onore dell’Ordine ne diramassero copie in varj conventi. Lo desumo da quella che io ebbi sott’occhio, e che ha in calce quanto segue.«Collazionata coll’originale da me Frate Ilario da Milano, sacerdote Cappuccino, e socio ordinario, per ingiunzione del Rev.º Padre Lorenzo da Novara, Provinciale e Ministro dei Frati Cappuccini della provincia di Milano. E siccome trovai concordare parola per parola, in fede sottoscrissi, apponendovi il suggello maggiore di essa provincia, per mandato del prefato Rev.º Padre Provinciale. Dato in Milano nel nostro convento della Concezione ilXXIOttobre 1646.«FrateIlarioda Milano.«Il Presidente et Conservatori della Sanità dello Stato di Milano».«Poichè la memoria delli egregij fatti, si deve procurare di accrescere, e mantenere nelle menti degl’huomini, per accenderli a gloriose opere, et innanimarli a mostrare di sè quel valore, et virtu, che puonno farli in ogni secolo immortali, e renderli dopo morti vivi. Con questa ragione, debbiamo dunque essaltare l’opere insigne, et eroici fatti delPadre Felice Casatohora Guardiano del Monastero nuovo de’ Capuccini in Porta Orientale di questa Città, il quale con animo invitto, andò ad incontrare la morte, col sottoporsi a manifesto pericolo della vita, mentre pregato da’ Signori Carl’Antonio Roma, et Geronimo Legnano nobilissimi Cittadini, a nome di questo Tribunale, et de’ Signori di Provisione, a far opera con li superiori di quel Monastero, acciò mandassero qualche Padre della loro Religione ad assistere, et governare il Lazaretto di S. Gregorio fuori di P. O. di questa Città. Egli prontissimamente fece offerta di sè stesso, la quale fu accettata con molto giubilo da detti Signori. Ed ottenuta ch’ebbe detto Padre la dovuta licenza da’ suoi superiori: si rinchiuse col Padre Michele Posbonello suo Compagno (il quale dopo rihavuto dal male contagioso, e continovando nelle solite fatiche di molti mesi nell’istesso Lazaretto: caduto in grave infermità, e portato dal detto Lazaretto al suo Monastero; ivi fra pochi giorni, rese l’anima a Dio) nel Lazaretto sodetto alli 30 di Marzo l’anno 1630 con carico di Regente e Governatore di detto Lazaretto, con ampla autorità concessagli da questo Tribunale sotto il Presidentato del Signor Senatore Marc’Antonio Monte di gloriosissima memoria, di amministrar giustizia, di castigare i delinquenti, disobedienti, et inosservanti degl’ordini di questo Tribunale; di comandare, ordinare, prevedere, e fare tutto quello, che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario al buon governo d’esso Lazaretto, et al servitio degl’infetti, et sospetti, che in quello si ritrovavano: e che nell’avvenire vi fossero entrati per dover essere curati, o per fare la quarantena. Ha atteso questo Padre al detto carico vintitrè mesi continovi con somma pendenza, vigilanza, e carità, con l’agiuto di dodici Padri della sua Religione, quali sono morti di peste nel medesimo Lazaretto per servitio di esso; havendo hauto sotto al suo governo, et commando, tal’hora più di sedici milla anime, e governato nel detto spatio di tempo da cento milla persone, e più alle quali ha fatto provedere, non solo li alimenti, e medicinali necessarij per il corpo, ma ancora somministrato li santissimi Sacramenti, et altri agiuti spirituali per l’anime loro, havendo quotidianamente celebrato il santo sacrificio della Messa, predicato, frequentemente esortando li poveri appestati alla patienza, penitenza, et rassegnatione di se medesimi nel voler di sua Divina Maestà. Ma non contento degli infiniti travagli, et dell’inesplicabili fatiche del Lazaretto, ha voluto adoperarsi anco in servitio della Città, e suoi contorni, col provedere de’ Monatti, e Carri per condurre alli fopponi i cadaveri, e per levare gli appestati vivi, col far interrare i morti del Lazaretto, e quelli che di giorno e di notte erano portati dalla Città in tanto numero; havendo anco fatto cavare diversi fopponi vicino al Lazaretto, e provisto agli altri sparsi in diverse parti fuori dalla Città, acciò da quelli non esalasse fetore, et accompagnato molte volte (portando la Croce) li medesimi appestati levati dal detto Lazaretto, a quello di S. Barnaba per dar luogo ad altri più pericolosi; havendo anco eletto tanti Ministri, quali appena assentati, si trovavano caduti nell’infettione, et morti. Et con la sua opera, et industria, in tempo tanto calamitoso, in gran parte ha provisto a tanti migliaja di persone il vitto necessario. E finalmente dopo d’aver patito infiniti disagi, sostenuto diverse infermità et esser stato due volte sì crudelmente dal male contagioso oppresso, che più tosto ad opera Divina, che ad agiuto humano si può attribuire la di lui ricuperata salute: se n’è uscito con buona licenza di questo Tribunale vittorioso dal detto Lazaretto nel quale ha dimorato dal principio del male sino al fine, sotto il comando delli Signori Presidente della Sanità, Monte, Arconati, Visconte; et ultimamente, sotto il Sig. Senatore Sfondrato hora Presidente. Et perche la grandezza dei meriti di detto Padre, et il voto di povertà della Religione, lo rendono incapace di premio terreno: l’habbiamo almeno voluto honorare colla presente nostra testificatione d’indubitata verità di tutte le predette cose, et anco maggiori, la quale servirà a perpetua memoria, et essaltatione sua, a gloria di Dio, et ad esempio de’ buoni Cittadini, et benemeriti della Patria loro.«Dato in Milano li 20 Magio 1632.«D. Giovanni Sfondrato,Presidente.«Giacomo Antonio Tagliabue,Cancelliere.»
114.L’esimia condotta del Padre Casati e del suo compagno Pozzobonello ottennero meritamente il più dolce compenso che uomo bramar possa in terra; la riconoscenza di tutta una popolazione. I Cappuccini desiderar non potevano un più lusinghiero attestato di quello che loro diede la sanità colla patente sottoposta. E sembra che per onore dell’Ordine ne diramassero copie in varj conventi. Lo desumo da quella che io ebbi sott’occhio, e che ha in calce quanto segue.
«Collazionata coll’originale da me Frate Ilario da Milano, sacerdote Cappuccino, e socio ordinario, per ingiunzione del Rev.º Padre Lorenzo da Novara, Provinciale e Ministro dei Frati Cappuccini della provincia di Milano. E siccome trovai concordare parola per parola, in fede sottoscrissi, apponendovi il suggello maggiore di essa provincia, per mandato del prefato Rev.º Padre Provinciale. Dato in Milano nel nostro convento della Concezione ilXXIOttobre 1646.
«FrateIlarioda Milano.
«Il Presidente et Conservatori della Sanità dello Stato di Milano».
«Poichè la memoria delli egregij fatti, si deve procurare di accrescere, e mantenere nelle menti degl’huomini, per accenderli a gloriose opere, et innanimarli a mostrare di sè quel valore, et virtu, che puonno farli in ogni secolo immortali, e renderli dopo morti vivi. Con questa ragione, debbiamo dunque essaltare l’opere insigne, et eroici fatti delPadre Felice Casatohora Guardiano del Monastero nuovo de’ Capuccini in Porta Orientale di questa Città, il quale con animo invitto, andò ad incontrare la morte, col sottoporsi a manifesto pericolo della vita, mentre pregato da’ Signori Carl’Antonio Roma, et Geronimo Legnano nobilissimi Cittadini, a nome di questo Tribunale, et de’ Signori di Provisione, a far opera con li superiori di quel Monastero, acciò mandassero qualche Padre della loro Religione ad assistere, et governare il Lazaretto di S. Gregorio fuori di P. O. di questa Città. Egli prontissimamente fece offerta di sè stesso, la quale fu accettata con molto giubilo da detti Signori. Ed ottenuta ch’ebbe detto Padre la dovuta licenza da’ suoi superiori: si rinchiuse col Padre Michele Posbonello suo Compagno (il quale dopo rihavuto dal male contagioso, e continovando nelle solite fatiche di molti mesi nell’istesso Lazaretto: caduto in grave infermità, e portato dal detto Lazaretto al suo Monastero; ivi fra pochi giorni, rese l’anima a Dio) nel Lazaretto sodetto alli 30 di Marzo l’anno 1630 con carico di Regente e Governatore di detto Lazaretto, con ampla autorità concessagli da questo Tribunale sotto il Presidentato del Signor Senatore Marc’Antonio Monte di gloriosissima memoria, di amministrar giustizia, di castigare i delinquenti, disobedienti, et inosservanti degl’ordini di questo Tribunale; di comandare, ordinare, prevedere, e fare tutto quello, che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario al buon governo d’esso Lazaretto, et al servitio degl’infetti, et sospetti, che in quello si ritrovavano: e che nell’avvenire vi fossero entrati per dover essere curati, o per fare la quarantena. Ha atteso questo Padre al detto carico vintitrè mesi continovi con somma pendenza, vigilanza, e carità, con l’agiuto di dodici Padri della sua Religione, quali sono morti di peste nel medesimo Lazaretto per servitio di esso; havendo hauto sotto al suo governo, et commando, tal’hora più di sedici milla anime, e governato nel detto spatio di tempo da cento milla persone, e più alle quali ha fatto provedere, non solo li alimenti, e medicinali necessarij per il corpo, ma ancora somministrato li santissimi Sacramenti, et altri agiuti spirituali per l’anime loro, havendo quotidianamente celebrato il santo sacrificio della Messa, predicato, frequentemente esortando li poveri appestati alla patienza, penitenza, et rassegnatione di se medesimi nel voler di sua Divina Maestà. Ma non contento degli infiniti travagli, et dell’inesplicabili fatiche del Lazaretto, ha voluto adoperarsi anco in servitio della Città, e suoi contorni, col provedere de’ Monatti, e Carri per condurre alli fopponi i cadaveri, e per levare gli appestati vivi, col far interrare i morti del Lazaretto, e quelli che di giorno e di notte erano portati dalla Città in tanto numero; havendo anco fatto cavare diversi fopponi vicino al Lazaretto, e provisto agli altri sparsi in diverse parti fuori dalla Città, acciò da quelli non esalasse fetore, et accompagnato molte volte (portando la Croce) li medesimi appestati levati dal detto Lazaretto, a quello di S. Barnaba per dar luogo ad altri più pericolosi; havendo anco eletto tanti Ministri, quali appena assentati, si trovavano caduti nell’infettione, et morti. Et con la sua opera, et industria, in tempo tanto calamitoso, in gran parte ha provisto a tanti migliaja di persone il vitto necessario. E finalmente dopo d’aver patito infiniti disagi, sostenuto diverse infermità et esser stato due volte sì crudelmente dal male contagioso oppresso, che più tosto ad opera Divina, che ad agiuto humano si può attribuire la di lui ricuperata salute: se n’è uscito con buona licenza di questo Tribunale vittorioso dal detto Lazaretto nel quale ha dimorato dal principio del male sino al fine, sotto il comando delli Signori Presidente della Sanità, Monte, Arconati, Visconte; et ultimamente, sotto il Sig. Senatore Sfondrato hora Presidente. Et perche la grandezza dei meriti di detto Padre, et il voto di povertà della Religione, lo rendono incapace di premio terreno: l’habbiamo almeno voluto honorare colla presente nostra testificatione d’indubitata verità di tutte le predette cose, et anco maggiori, la quale servirà a perpetua memoria, et essaltatione sua, a gloria di Dio, et ad esempio de’ buoni Cittadini, et benemeriti della Patria loro.
«Dato in Milano li 20 Magio 1632.
«D. Giovanni Sfondrato,Presidente.
«Giacomo Antonio Tagliabue,Cancelliere.»
115.La chiesa ed il convento delleGraziefurono edificati nel luogo ov’esistevano i quartieri delle soldatesche di Francesco I Sforza. Il conte Gaspare Vimercati, generale delle medesime, donò ai Domenicani il sito e pose nel 1464 la prima pietra del convento. Egli morì prima di aver finita la chiesa e la raccomandò a Lodovico il Moro, che la fece ultimare da periti architetti, gettando a terra la maggior cappella e l’antico coro: fu ultimata nel 1497 dopo la morte di sua moglie Beatrice d’Este. La stupenda cupola delleGrazieè opera del Bramante. Sarebbe superfluo ricordare che nel monastero esisteva il famoso cenacolo di Leonardo, di cui oggi non rimane, per ingiuria del tempo, quasi più traccia.
115.La chiesa ed il convento delleGraziefurono edificati nel luogo ov’esistevano i quartieri delle soldatesche di Francesco I Sforza. Il conte Gaspare Vimercati, generale delle medesime, donò ai Domenicani il sito e pose nel 1464 la prima pietra del convento. Egli morì prima di aver finita la chiesa e la raccomandò a Lodovico il Moro, che la fece ultimare da periti architetti, gettando a terra la maggior cappella e l’antico coro: fu ultimata nel 1497 dopo la morte di sua moglie Beatrice d’Este. La stupenda cupola delleGrazieè opera del Bramante. Sarebbe superfluo ricordare che nel monastero esisteva il famoso cenacolo di Leonardo, di cui oggi non rimane, per ingiuria del tempo, quasi più traccia.