116.Il Consiglio Generale dei 60 Decurioni, dopo avere con solennissima pompa visitata la cappella della Madonna del Rosario in questa chiesa, il 27 maggio 1631, decretò, in rendimento di grazie, una lampada d’argento del valore di 500 a 600 scudi con tanto reddito annuale che bastasse a comperare l’olio per tenerla continuamente accesa. Nel 1796 la lampada fu rubata mediante un foro praticato nel muro della cappella; nel 1816 la fabbriceria delleGraziefece istanza alla città, e fu messa in corso l’antica prestazione di quattro zecchini all’anno per la spesa dell’olio.Di ciò esiste memoria sopra l’ingresso, munito di cancelli di ferro, che mette all’antica cappella della Madonna. Trovasi nella mezzaluna un dipinto a fresco, del quale non indicano l’autore nè il Torri, nè Lattuada, nè lo stesso elenco delle pitture esistente in detta chiesa, ma che io crederei di scuola del Cerano. Rappresenta la Vergine che apparisce in mezzo a due angeli, uno dei quali sostiene la lampada dell’olio miracoloso entro cui un Domenicano intinge una penna per toccare gli appestati che in diversi gruppi sono disposti nel fondo. Sotto leggesi la seguente iscrizione, che traduco al solito dal latino:AD. O. M.LA CITTÀ DI MILANOINFURIANTE IN ESSA CRUDELMENTE LA PESTENEGLI ANNI MDCXXX E MDCXXXISPERIMENTATO L’OLIO SALUTIFERODELLA LAMPADA DI MARIA DELLE GRAZIEALLA MEDESIMACON LAMPADA ARGENTEAPERCHÈ ARDA IN PERPETUODINANZI LA SACRA EFFIGIE SUAIL VOTO DELLA RICONOSCENZAESULTANTE SCIOLSEL’ANNO DI RICONCILIAZIONEMDCXXXII.117.Dove morivano 1700 persone al giorno, cessò in modo la strage, che non rimanevano estinte che tre o quattro al giorno.(Somaglia.)118.La quarantena generale fu proposta nel luglio: ma non attivata dietro parere della Sanità, perchè, dice il Tadino,mai fu osservato in niuno tempo di peste nel maggior fervore dell’estate venire a quarantena.... molto più che le persone stesse sarebbero crepate nelle loro proprie stanze, nelle quali ogni giorno se ne trovavano morti e infetti.Verso poi il fine di settembre et principio d’ottobre fu dato principio alla quarentena generale.... si cominciò a prohibire a tutti gli infetti et sospetti che non caminassero più per la città, sapere nome cognome de commissarj, apparitori, et Monatti, perchè molti non rolati andavano con grande temerità facendo l’offitio che più le gradiua, mentre potessero rubare.In novembre s’incominciò veramente la quarantena di giorni 22, affidando la sovr’intendenza di ciascuna porta della città a gentiluomini con ampii poteri. Il municipio somministrava ogni mattina pane e riso ai poveri quarantenanti.Nel dicembre la peste scoppiò nel castello, ma essendo luogo chiuso, spurgate le stanze, e mandati in campagna gli infetti, presto fu libero. In Milano peròal tempo stesso Iddio lodato si vedeuano cessati li carriaggi del tutto, et si cominciava a rasserenarsi, et aprirse le botteghe dei mercanti.L’anno 1631 si godèpuoco meno che intera salute, seguitando le purghe particolari delle case sospette et infette le quali si trouauano chiuse; et sebbene occorrevano alcuni casi di peste benchè rari, con tutto ciò Iddio lodato non passauano più oltre. Si continuavano ancora le guardie alle porte della città, poichè vi restauano ancora molte terre del Ducato contaminate. Infine dopo molti ordini e provvedimenti sanitarj ai duoi di Febraro 1632, a suono di Trombe, fu fatta la liberatione della città et ducato di Milano. (Tadino, pag. 135 e seg.)119.Fu d’uopo dare esempj di rigore.Non restauano li furbi fare delle ladrarie et furti, dove fu preso un Monatto et convinto fu impiccato. Duoi infetti che non volevano ubbidire, andando per la città furono presi, et gli fu troncata la testa.(Tadino, pag. 136.)120.Ciò indurrebbe a credere che il Senato temeva una sollevazione, ove non avesse prontamente appagato il pubblico col supplizio dei supposti Untori.121.Forma, come dissi nella mia Introduzione, la Decade V della Storia di Milano del Ripamonti.122.Occultum virginale illud.123.Somaglia, lodando le elargizioni di Federico, riferisce che soltanto nella sua parrocchia di San Vittore Quaranta Martiri, faceva distribuireun quartaro di riso la settimana per ogni povero.124.Si provvide di sei sacerdoti d’approvata vita e forti della persona, i quali in tre parti ripartiti, avessero a due a due a scorrere ogni giorno la tripartita ampiezza della città, ec.(Rivola, Vita di Federico, pag. 564.)125.Le splendide elargizioni dell’Arcivescovo nostro trovansi per minuto notate dal Rivola, dal Somaglia e da altri contemporanei. È celebre un suo detto, che appalesa quale carità veramente cristiana lo infiammasse. Era intenzionato Federico di offerire alla Madonna dell’Albero in Duomo un pallio tutto d’oro massiccio, tempestato di gemme. Sopraggiunta la carestia e la peste, impiegò invece quel denaro a soccorrere i poverelli, e rallegrandosene:Lodata sia,esclamò,la Reina del cielo, che dandomi occasione di porger a’ poveri nelle loro estreme necessità soccorso ed ajuto, m’ha fatto fare il pallio a suo modo!126.Il 30 novembre, trovandosi nella chiesa di San Dalmazio per la rielezione degli uffiziali della dottrina cristiana, disse:Se ’l Signore Iddio per nostro gastigo hauesse determinato di mandar sopra di noi questo gran flagello, non dubitate, fate animo, che ne da me, ne da miei preti sarete giammai abbandonati. (Rivola, pag. 574.)127.Esiste una vaga e assurda tradizione che Federico, durante il contagio, si allontanasse da Milano, e che fu questo uno dei motivi che vennero addotti contro la sua canonizzazione. Siccome però in nessuna delle tante memorie dell’epoca trovasi indizio di ciò, io la ritengo falsa. Tutt’al più si potrebbe supporre alcuna momentanea gita fuori di città, che fu per avventura esagerata dai malevoli, tacciando di pusillanime e trascurato il zelantissimo Arcivescovo. (Vedasi il Rivola.)128.Nel luogo ove sbocca la via detta di Santa Croce, sulla piazza attuale di Sant’Eustorgio, esisteva da antichissimi tempiun fonte, traduco l’Alciati,ove si pretende che San Barnaba battezzasse primo i Milanesi, e celebrasse la messa, catechizzando il popolo. La tradizione aggiungeva che il santo Apostolo dimorò sette anni in quel solitario sito, che San Cajo, il terzo arcivescovo della nostra Chiesa, ivi battezzò gran numero di Gentili, fra i quali i più nobili cittadini. Grandissima era la venerazione dei Milanesi, che nelle infermità venivano a bere di quell’acqua, reputandola, per intercessione di San Barnaba, miracolosa. Non essendovi alcun vestigio di chiesa, Federico Borromeo pensò ad innalzarne una, ed il 28 ottobre 1623 pose la prima pietra coll’assistenza del Governatore, Tribunali e Città, con infinito popolo accorso a quella divota funzione. (Così il Lattuada.)129.«Non affrontava i pericoli temerariamente, come se disperazione o noja lo costringessero a morire, ovvero cercasse lode fra i precipizj, giusta quanto si narra facessero alcuni grandi uomini. Ma del pari non evitò mai alcun pericolo cui fosse giusto e legittimo l’avventurarsi». Così lo stesso Ripamonti nella Vita di Federico, pag. 389.130.Esisteva una tradizione fra i Padri Minori Osservanti che, scoppiata la peste in Milano, il Guardiano del convento della Pace dicesse in refettorio, che tutti coloro i quali erano disposti a prestarsi si alzassero in piedi; e che neppure uno rimase seduto. Questo fatto lo raccontava il vescovo Cerina, antico religioso dell’Ordine, e morto in Milano nel 1827.Onorevole Documento di quanto fecero i Minori Osservanti in tempo del contagio è la seguente Iscrizione posta in una lapide nell’ortaglia dell’ex convento della Pace, e oggidì di proprietà della Raffineria di zuccaro dei signori Azzimonti e C. Tanto più volontieri io cito quest’iscrizione, traducendola, in quanto che, malgrado la sua importanza storica, non venne finora giammai pubblicata.TRATTIENI IL PASSO VIATORE NON IL PIANTOL’ANNO DELLA NATIVITÀ DI CRISTO MDCXXXUN FUNESTO CONTAGIOINVASE L’ITALIA DEVASTÒ LA LOMBARDIAE LO STATO E LA CITTÀ DI MILANO QUASI ANNICHILÒSEICENTO MILA NEL PRIMOCENTONOVANTA MILA NELLA SECONDA MORIRONOQUESTA MILANESE PROVINCIADEI FRATI OSSERVANTI DI S. FRANCESCOPIÙ CHE CENTO DEI SUOI FRATI RAPITI DAL MORBOCON GIUSTO DOLORE LAGRIMÒESSI COL PRESTARE AGLI APPESTATI UFFICI DI CARITÀPERDETTERO LA VITA ACQUISTANDO IN CIELOIL PREMIO DEI CARITATEVOLINOVE DI LORO ESTINTI IN QUESTA DIOCESIQUATTRO A S. STEFANO IN BROGLIODUE A S. BARTOLOMEO IN MILANODUE IN ABBIATEGRASSO UNO A S. PIETRO FUORI DI MONZATUMULATI RIPOSANOUNDICI ALTRI SACERDOTI INSIGNIPER DOTTRINA EVANGELICA PREDICAZIONE E PIETÀLA MEDESIMA PESTE VULNERÒ NON ESTINSECOSÌ LA FURIBONDA MORTE E I CADAVERI SANGUINOLENTINON POTERONO SPEGNERE IL FUOCO DI CARITÀDEI FIGLI DI S. FRANCESCONÈ RAFFREDDARE LE SACRE CENERI DI ESSO FUOCOQUESTO UFFICIO PIÙ DI OGNI ALTRO PIETOSISSIMOLA MISERA PATRIA SPERIMENTÒDIVOTA RICONOBBE GRATA ENCOMIÒO TU CHE VAI OLTRE IMPARADA SÌ GRANDE CONTAGIO L’UMANA CALAMITÀDA TANTA ABNEGAZIONE LA PIETÀ RELIGIOSADA SÌ TREMENDO FLAGELLOIL GASTIGO E INSIEME L’INDULGENZA DIVINAI FRATI NOVIZJ DELLA CASA DELLA PACESUPPLICANTI LA PACE CELESTEQUESTA LAPIDEA SEMPITERNO MONUMENTO DEI DEFUNTIE SALUTARE RICORDO DEI BEATIPOSEROIL QUARTO GIORNO DI OTTOBRE ANNO MDCXXXXVI131.A schiarimento di questo passo, giovi richiamare l’attenzione dei lettori sull’Ordine degli Umiliati, il quale estinto da quasi tre secoli, cadde in dimenticanza, benchè abbia sostenuto una parte importante nella storia. Sull’incominciare del secolo XI (1014), e regnando l’imperatore Enrico I, alcuni nobili milanesi furono tradotti prigionieri in Germania, e là fra le angustie dell’esiglio fecero voto che se un giorno riveder potevano la patria, condurrebbero una vita santa, rinunziando agli agi ed alle pompe mondane. Tornati in patria, attennero il voto, e riuniti gli ingenti loro patrimonj, si raccolsero in un cenobio sotto la regola di San Benedetto, assumendo il nome di Umiliati per ricordo dellaumìlevita cui erano stati ridotti dall’inopia durante la cattività. L’Ordine crebbe rapidamente, e in meno d’un secolo Milano contava sessanta ospizj, trenta per gli uomini, e trenta per le donne. Gli Umiliati si resero benemeriti al paese, dissodando in molte parti terreni, istituendo setificj, e specialmente lanificj, ramo d’industria che fecero prosperare in Lombardia, attivandone un esteso commercio. Le ricchezze loro crebbero a dismisura, e, come accade, pervertiti i costumi, traviò l’Ordine dall’originaria regola. All’epoca di S. Carlo contavansi in tutta l’Italia non più di cento Umiliati, compresi i novizj, i quali avevano nullameno che un reddito annuo di sessanta mila zecchini imperiali, sommanti più d’un milione delle nostre lire. S. Carlo, fin da quando trovavasi in sua gioventù a Roma, s’informò degli Umiliati, e conosciutane la decadenza, stabilì richiamarli all’osservanza. Infatti nel 1567 intimò un capitolo generale, privò i Proposti (così chiamavasi i superiori delle diverse case degli Umiliati, e da ultimo vivevano alla principesca, con autorità quasi dispotica) delle entrate, e nominò un Generale dell’Ordine di sua scelta. Fu allora che diversi Proposti congiurarono per togliere di mezzo l’Arcivescovo, scegliendo un frate Donati, milanese, detto il Farina, perchè l’uccidesse. L’attentato andò in lungo, tra per mancanza di denaro, tra per l’irresolutezza del Farina, in cuore del quale il rimorso lottava colla sete dell’oro. Un bel giorno, rubate le argenterie della sua chiesa in Cremona, egli fuggì a Mantova, e di là a Venezia ed a Corfù, sciupando in bagordi il ricavo della rapina. Tornato in patria, recossi in Isvizzera, sempre indeciso a farsi mandatario de’ suoi superiori. Finalmente le costoro suggestioni vinsero la titubanza del Farina; la sera del 2 ottobre 1569, mentre S. Carlo, in una cappella posticcia di legno, perchè stavasi riattando l’ordinaria nel palazzo arcivescovile, assisteva co’ famigliari ad alcune orazioni cantate dai musici, l’empio frate presa la mira dall’apertura dell’uscio, sparò contro il Borromeo uno schioppo carico a palla e migliaroli grossi (pernigoni); ma nol ferì, perdendosi il piombo entro le pieghe del rocchetto, con lieve scalfittura soltanto.Fuggito in Savoja, dove s’arruolò nelle truppe, il Farina venne più tardi scoperto, consegnato, e insieme co’ Proposti suoi complici salì il patibolo nel 2 agosto 1570. L’anno medesimo l’Ordine degli Umiliati fu abolito con breve di papa Pio V, con lieve rammarico del pubblico, irritato dal recente delitto. S. Carlo, oltre i locali di San Calimero e di San Giovanni in Porta Orientale, già avuti sei anni prima (1564), e dati il primo ai Padri Teatini, il secondo trasmutato nel Seminario Maggiore, ottenne dal Papa la chiesa e cenobio di Brera (vi mise i Gesuiti); — Santo Spirito (ne fece il Collegio Elvetico); — la Canonica in Porta Nuova (altro seminario), — e finalmente Santa Sofia lungo il naviglio in Porta Romana. Delle rendite degli Umiliati vennero messi a disposizione di lui 25,000 zecchini imperiali all’anno.132.Intraprese la carriera ecclesiastica, e studiò indefessamente diritto civile e canonico. Appena ordinato sacerdote, il Bescapè, vescovo di Novara, nominollo vicario generale di quella diocesi, ove si distinse col sapere e lo zelo. Di là passò arciprete a Monza, ove nel 1602 fece costruire i due armadj che stanno ai lati dell’altar maggiore in San Giovanni per riporvi le reliquie ed il famoso papiro che contiene il catalogo delle medesime spedito da S. Gregorio papa alla regina Teodolinda. In tale circostanza andò smarrito il papiro, e, se stiamo alla tradizione, esso fu sottratto dallo stesso arciprete Settala. E invero i dottissimi monaci Maurini, Germain e Mabillon, viaggiando in Italia, lo scopersero nel 1638 nel museo della famiglia Settala. Passato molti anni dopo in proprietà del conte di Firmian, il successore di lui, ministro plenipotenziario in Lombardia conte Wilzeck, generosamente lo restituì il 7 settembre 1777 alla Basilica monzese, nel cui tesoro si custodisce. Un’apposita iscrizione, indicando il fatto, dice che fu rinvenuto a caso nel museo Settala; Frisi nelle sueMemorieaccenna la perdita del papiro; ma sembra che per riguardi alla famiglia abbia taciuto il nome dell’imputato. Io l’accenno per amore della verità storica. Nel 1618 il Settala passò canonico della cattedrale di Milano e penitenziere maggiore; Federico lo aveva carissimo, e molto se ne servì per comporre le vertenze tra il foro ecclesiastico ed i regj ministri. Agitavasi in quei giorni a Roma la causa della canonizzazione di S. Carlo, ed il Settala fu scelto a pieni voti per recarsi colà quale procuratore arcivescovile. Esiste nel carteggio di Federico buon numero di lettere scritte al Settala durante il soggiorno in Roma, e provano la stima e l’affetto che nutriva per lui. Tornato in patria, fu dal Cardinale, durante la peste, messo alla direzione del lazzaretto ecclesiastico, in cui morì nel 1630. Lasciò da cinquanta manoscritti concernenti casi di morale, di diritto, ec. Se ne può vedere il catalogo nell’Argelati,Biblioteca degli Scrittori Milanesi.133.L’oblato Carlo Rasino fu scelto per direttore spirituale, e vi morì di peste: gli succedette Francesco Volpi, sacerdote esemplare ed uno dei guariti. Nel Lazzaretto, rimasto aperto dai primi di luglio sino alla fine di settembre, ebbero ricovero sessanta appestati, dei quali risanarono soli quattordici. (Rivola, pag.591.)Stando ad alcune Memorie manoscritte la Congregazione degli Oblati perdette 27 de’ suoi membri.Varie importanti notizie, su quanto fecero gli Oblati anche nella Diocesi in questo contagio, rinvenni in uno di quei libri dimenticati nelle biblioteche, ma che riescono molto utili agli studiosi delle cose patrie. Ha per titolo:De origine et progressu Congregationis Oblatorum ab anno congregationis conditæ 1678 ad 1737. M.º 1739. L’autore è un Bartolomeo Rossi, oblato e dottore dall’Ambrosiana, poscia preposto a Cantù, e infine missionario nella Casa di Ro, dove morì circa il 1750. In questo libro, scritto in buon latino, leggesi il fatto seguente:«Nè fu minore la pietà degli Oblati al di fuori di Milano. Adamo Molteni e G. Battista Bassi, il primo, parroco a Monza, l’altro a Biasca, morirono di peste. Dureranno fatica i posteri a credere ciocchè è confermato da gravissimi documenti, esservi stato alcuno che incontrò con tale rassegnazione la morte, da celebrare a sè medesimo le esequie e scendere vivo ancora nel tumulo. Codesta fermezza d’animo, sto per dire miracolosa, mostrò G. Battista Ro, proposto di Leggiuno, il quale, nel confessare e portare il Viatico ai moribondi, contratta per l’alito la peste, mentre sentiva venirsi meno la vita, discese entro la fossa che aveva fatta scavare per sè. Ivi, dette alcune brevi parole sulla miseria dei beni di questo mondo a’ suoi parrocchiani che in folla lo circondavano tratti dal nuovo spettacolo, adagiando decentemente le sue membra e incrociate le mani sul petto, dolcemente spirò».134.Ripamonti, misterioso sempre, non dice quale fosse codesta chiesa, nè a me fu dato per indagini scoprirla.135.Halitusq: tuos cum ipsius anima et spiritu quam minime consociabis.136.Questa savia disposizione prova sempre più quanto Federico cercasse di ovviare il contatto, sì fatale nelle pestilenze; che se annuì prima alla traslazione del corpo di S. Carlo, bisogna dire vi fosse indotto dal desiderio dei magistrati e di tutta la popolazione, giacchè non è supponibile che ignorasse il pericolo inevitabile di vieppiù spargere il contagio con quell’imprudente funzione.137.Morirono in città 62 curati e 33 coadjutori: nella diocesi infiniti. (Pio della Croce, pag.62.)Secondo il Rivola, 64 curati e quasi altrettanti coadjutori.138.La Storia MS. della Peste, vedi l’Introduzione, pag.XXXI.139.Anche questo passo, secondo Verri, fa prova che il Ripamonti, per timidità piuttosto che per persuasione, sostenne l’opinione degli unti malefici.140.Da qui trasse Manzoni l’episodio di Renzo che si pone in salvo sul carro dei monatti.141.Questo Appiani fu uno dei medici che si prestarono con maggior zelo durante il contagio. Uomo di buon senso non credeva alle unzioni (Vedi Appendice I al Libro II). Infermò di peste nel Lazzaretto, ove l’aveva destinato il collegio medico,et rihautosi, si risolse per servire alla sua patria, seguitare l’impresa sino al fine, non ostante che di già il Tribunale gli hauesse assegnato cento scudi al mese. Et non stimando l’interesse ma sibbene il servitio publico, et desideroso di gloria, volse seguitare a servire con la conditione che dopo medicate codeste creature con la debita cautione potesse ancor servire per la città.... ma il capriccio di un Fisico intorbidò ogni cosa, esigendo che habitasse di continuo nel Lazzaretto, cosa che continuando sarebbe in breve stata la sua morte. Laonde si ritirò, ed il Lazzaretto rimase privo de’ medici(Tadino, pag. 103).La seguente lettera, che il Tadino suo collega ci ha conservata, è importante, perchè espone gli effetti fisici e morali della peste; e tanto più che sono descritti da un medico. La tradussi dal latino, lottando con le anfibologie e le gonfiezze che la rendono qua e là difficilissima.«Illustrissimo Presidente di Sanità e Collegio, Senatori amplissimi».«Eccomi uomo nuovo e redivivo, ma sempre vostro servo. Perduta io stesso ogni speranza, pianto dai miei famigliari nella città, e fino ne’ lontani villaggi come morto; tre soli amici con un filo di speme non m’avevano per anco cancellato dal numero dei viventi. Ora vivo e non per me, ma per voi, Illustriss. e Colendiss. Sigg., Congiunti amatissimi, cui sono debitore più assai che dell’esistenza. Ma quanto non ho sofferto! non il solo male, ma le stesse pietose mani dei medici furono crudeli: aperte le vene, mi trassero sangue due volte, m’applicarono quattro vescicanti, i quali coll’acre calore fecero sollevar vesciche dall’intorpidita cute. Ahi strazio! quai fetide e putrefatte ulceri! quale orribile puzzo! Si minacciò perfino il fuoco, e fu adoperato. Questi non pertanto sono lievi dolori, anzi giovevoli; ma oh come atroce ed orrendo fu il male che non si potrebbe meglio qualificare che col proprio nome di peste! Nessun altro più turpe del medesimo che offende il cerebro sede dell’intelletto, tutte le funzioni del quale sono turpemente viziate, illanguidite, travolte. Qual mormorio agli orecchi che rintronavano d’inconditi suoni! gli occhi erano abbagliati da mentiti colori e da vani fulgori: mal fermi paventavano crollassero i vacillanti tetti, e vedevano le pareti tentennare con moto incostante e vertiginoso. Ma più amaro era il sapore che tormentava le fauci con ingrata sensazione. Aggiungevasi per ultima angoscia la sete; e siccome il bere aggravava il male, così erami forza in certo modo sopportarla per non peggiorare. Qual lotta sostenessi contro il grave sopore che opprimeva tutti i sensi, quali sforzi per non addormentarmi e per tener lontano il sonno e l’infame sua sorella la morte, io non ho parole ad esprimerlo adeguatamente. Il cuore, fonte della vita e talamo dell’anima, era da codesto malore intorpidito. Ben egli sforzavasi con tremuli battiti di respingere il mortifero veleno; ma come sottrarvisi se d’ogni parte gli aliti avvelenati concorrevano alla sua ruina? Laonde il cuore, oppresso da tanto peso, vinto da sì nemica forza, illanguidiva, non battendo come avrebbe dovuto pel fuoco febbrile. Il bubone poi quanto più era salutare, tanto riusciva più molesto, e se dava alcuna speranza di guarigione, questa era bilanciata dal dolore presente. Aggiungevasi una penosa spossatezza di tutte le membra e l’impotenza di aver requie che nol concedevano le gambe esulcerate e lo spasimo all’inguine. E qual sollievo io aveva in tanti mali? nessuno. Sì, nessuno, Illustris. Signori, poichè i famigli e gli amici aborrivano il malato e lo fuggivano; laonde nè blandi colloqui, nè veruno di quei conforti che possono ridonare la vita. La speranza, sollievo dolcissimo in tutti i guai che può inspirare anche fallaci gioje, e colle ridenti immagini che ne rappresenta alla fantasia, tempera i mali e appena lascia sentire il dolore, per maggiore mia infelicità, fuggiva lungi da me per rendermi vieppiù misero, stantechè io era intimamente convinto la peste essere mortale. Aveva vedute tante esequie! e tanti spirare sotto la medicatura od anche mentre pigliavano cibo! Le orrende immagini di quei moribondi che mi si paravano innanzi allo sguardo empievano di spavento l’animo mio. Ma basti, che non voglio più a lungo tediarvi con sì molesti discorsi. State sani, e con voi la città tutta».«Devotiss. Dottor FisicoG. Battista Appiani».142.I mercanti, a ciò eletti alla presenza dei Commissarj di Sanità, farannoall’interessata ad alla leggittima persona che per esso comparirà pagare le giusta metà del valore in contanti o per quelli che non haueranno chi leggittimamente comparisca si deporanno al Banco di Sant’Ambrogio.Et questo benefizio del pagar la metà s’intenda solamente per le persone povere non intendendosi compresi i gentiluomini Mercanti ed altre persone comode le quali da tal abbruggiamento non possono ricevere notabile detrimento.Detti mobili saranno condotti nel Foppone di S. Gregorio, dove fatta la massa s’incammineranno al luogo per tale obbjeto destinato nel Foppone di Porta Comasina.Niuno per temeraria curiosità ne per malitia osi accostarsi ai carri, ne al luogo dove si fa la stima sotto pena di tre tratti di corda; ne con voci o fatti violare tale attione ne inquietarla sotto pena di cinque anni di galera, nel che si obbligano per li figliuoli li Padri et Madri sotto pena pecuniaria, et corporale ad arbitrio del Tribunale, et si crederà ad un testimonio degno di fede.(Grida 7 Giugno 1630.)143.Il fumo delle robbe infette, come letti, piume, lane, strazzi, portate di notte sopra il stradone di S. Dionigi vicino S. Primo per abbruggiarle fu tanto pestilente et fetido, che entrando nelle finestre delle camere dei Padri Cappucini mentre riposavano, gli contaminò talmente gli spiriti che in puoco spatio di tempo ne morsero cinque.(Tadino, pag. 101-126.)144.Il collegio offrì inoltre molti onori e privilegi a quei medici di campagna che venissero a pericoloso incarico in Milano. Accettò un Romanò;ma il meschino entrato nel Lazzaretto in 15 giorni restò tocco, et finì la sua vita in sette. Per questo esempio non si trovò persona che volesse assistere in detto Lazzaretto. (Tadino, pag. 108).145.Vedi la nota pag. 121.146.Probabilmente l’Autore intese dieci delle nostre pertiche comuni.147.Intorno la mortalità e la popolazione di Milano a quest’epoca, vedi l’Appendice in fine del libro.148.Il Tribunale di Sanità però, avuto riguardo alla miseria dello Stato a motivo del passaggio delle truppe,rilasciò alquanto il suo rigore permettendo si potessero tenere i bigatti con le debite istruzioni. (Vedi Tadino, pag. 97).149.Per quante ricerche abbia fatte nei pubblici archivj di questa anagrafi, tanto importante per determinare almeno in modo approssimativo la popolazione di Milano, non ne rinvenni traccia.150.Lindò è un mercato generale, cioè un luogo ove si riducono tutte le merci, che in Italia vengono da tutta l’Alemagna doue per il più dell’anno sono molte città et luoghi infetti di questo morbo contagioso.(Tadino, pag. 13.)151.Ad instanza della città ne fu procurata la sospensione sotto il dì 17 luglio 1629 fino all’autunno, non ostante che molte città dell’Alemagna nostre vicine fossero infette di peste.(Tadino, pag. 14.)152.Il quale provvedesse con ogni autorità et vigore di giustizia alli bisogni.... Col carico di compire a visitare tutte le terre ville castelli et porti di tutto il lago di Como di tutta la Valsassina monte di Brianza et Gera d’Adda.(Tadino Pag. 24).153.Nel ritorno ritrouassimo colà(ad Olginate)molto numero de’ huomini et donne li quali giorno et notte dissero habitare alla campagna per il timore del contagio hauendo abbandonate le proprie case, et le loro comodità, et ci pareuano tante creature seluatiche portando in mano chi l’erba menta chi la ruta chi il rosmarino, chi un’ampolla d’aceto; che per dir vero ci faceuano piangere et furno da noi consolati et fattogli di subito prouedere alli loro bisogni, atteso che gli mancava sale, pane, aceto ed oglio.(Tadino Pag. 26).154.Sed belli graviores esse curas.155.Il Tadino racconta distesamente quanto osservò nel tratto di paese da lui percorso; trascelgo alcuni fatti più importanti e caratteristici.Da Galbiate passarono a Chiuso, indi a Malgrate.L’istesso giorno del nostro arrivo ritrouassimo una giovane morta in 4 giorni; comandassimo fosse cauata dalla sepoltura, il corpo della quale si trouaua con segni pestilentiali come liuori nelli Hippocondrij, flagellationi, petecchie negre, pauonazze, et tutto il dorso verso l’osso sacro moreleggiante. Interrogata la sotteratrice che tiene cura di lauare li cadaueri nominata la Tredesa donna vecchia ma robusta, se haueva osservato altri segni nelli altri corpi simili a questi, rispose non se ne ricordaua; ma si scorgeva che questa vecchia Gabrina s’andaua scusando et coprendo la peste, la quale poco doppo pagò il douuto gastigo della sua bugia perchè fra tre giorni morse.Trovarono a Malgrate 29 malati, che, al loro ritorno, sette giorni dopo erano morti. Lecco si conservava sano tuttavia, non però Olate, Balabio e la Valsassina.Nel discendere verso Bellano dallasommità del monte sentessimo fetori insoportabili, et descendendo al basso per la terra non ritrouassimo persona alcuna come luogo silvestre, et disabitato che ci arrecò non puoco horrore. Finalmente arriuando alla piazza vedessimo un prete ad una finestra con faccia quasi cadauerosa, il quale per le preghiere che li facessimo che da noi douesse uenire fu molto difficile non ostante hauessimo con noi una persona del paese. Et interogato della salute di quella infelice terra... rispose il male hauer avuto principio circa li 6 dì ottobre et a quell’hora erano morti circa 64 persone... et ciò che era notabile la sera si trouauano le persone sane, la mattina morte.Da Bellano i Commissarj passarono a Varenna doveritrouassimo una donna morta in tre giorni con un carbone pestilente sopra una mamella, presso di lei il marito, et figliolo parimenti con buboni..... Bellaggio lo trovò sano, non così Dorio e Colico, chiamato dal Tadino, non so perchè,delitia del lago di Como. Et questa terra è stata la più destrutta et sualigiata di quante haueuamo visitate, perchè fu la prima nell’ingresso delli Alemani.Anche sull’opposta sponda del lago dalla Cadenabbia a Domaso, trovarono serpeggiare il contagio. Venuti a Como, e date le opportune disposizioni, tornarono a Bellaggio, indi per Lecco e Valmadrera incominciarono la visita della Brianza, costeggiando l’Adda. Per Treviglio, Caravaggio, Cassano, Cambiago, ecc., paesi della Geradadda ne’ quali incominciava a scoppiare qualche caso di peste, i due commissari si restituirono a Milano il 15 novembre. Per le minute particolarità di questo viaggio, rimando i lettori al Tadino. (Pag. 25-50.)156.Et ferebat id vorato jam quæstu mercimonium in Urbem.157.Et ipsa pestilentia submoverat punieratque commode aliquem.158.Il Tadino, riferendo questo aneddoto, dice:Siccome N. S. haueva levato l’inteletto al suo popolo d’Israel, così al presente molto più haueva acciecato la città di Milano, la quale si lasciò persuadere da una donna, ecc. Sebbene della promessa fattagli della liberatione del figliuolo gli portaua consolatione grande, niente di meno sapendo non hauer rimedj atti per questo male, non durò lungo tempo la sua bugia, la quale fu puoi causa della sua morte. Et benchè dicesse hauer ancora preseruativi, con tutto ciò s’appestò malamente, et hebbe il condegno gastigo della morte pestilente, come nel fine de’ suoi giorni, riconosciuta del suo errore, disse alli padri Capuccini, che ciò haueua fatto per agiuttare il figliuolo per l’amore sviscerato che gli portaua. (Pag. 110.)159.Atteso che di già se n’erano ritrouati morti in molto numero di loro senza confessione nè aggiuti come tante bestie. (Tadino, pag. 125.)160.Vedi nel Tadino i due decreti originali del Senato in data del 6 luglio. (Pag. 125.)161.Questa lavanderia, piantata pel contagio,constaua de’ 24 banche in acqua corrente chiara et copiosa, separati però li banchi delle lauandare monatte brutte et nette.... In oltre si trouauano disposte molte camere dalla parte di detta lauanderia, parte per gouernare le robbe infette et parte per le purgate.... Veramente l’architettura col parere di Carlo Butio architetto in ogni materia nella sua professione singolare, et l’artificio si trouaua molto bene disposto. Sebbene poco dopo detta lauanderia non fu mentenuta in grave danno del publico benefitio, con tutto ciò volendo il tribunale restasse sempre memoria di attione così honorata et segnalata per gli futuri secoli, fu dato ordine alli detti fisici Tadino et Settala, di far mettere sotto il portico delle camere laterali, all’opposto di detta lauanderia in luoco eminente uno Elogio, come da loro fu eseguito di questo tenore. (Tadino, pag. 69.)SOVRASTANTE IL PERICOLODELLA PESTE IMPORTATAQUESTO LAVACROORDINATO DA G. BATTISTA ARCONATISENATORE E PRESIDENTE DEL MAGISTRATO DI SANITA’COMPIUTO SOTTO IL SUO SUCCESSOREMARCO ANTONIO MONTI PRESIDENTEI MEDICI CONSERVATORIALESSANDRO TADINO E SENATORE SETTALAA SPESE PUBBLICHE INNALZARONOL’ANNO MDCXXIX162.Questi fu il delegato di Sanità, Marc’Antonio Arese, il quale, reduce a Milano da una visita nella riviera di Lecco e Valassina,biasimò la lauanderia particolare del Lazzaretto con tanto artificio fatta fabbricare. Perciò degno di scusa per non essere sua professione, volendo fra gli altri errori, che l’acqua corrente si dimorasse mentre si gettaua dentro le robbe infette doppo riceputo il bollo, cosa lontana dalla ragione e dall’esperienza...... mentre che non può mai nettarse et espurgarse le robbe infette, mentre resti l’acqua torbida e sporca..... Il Delegato(Arese)propose alla città di fare una nuoua lauanderia generale all’incontro del Lazzaretto, che fu di spesa alla città di4000scudi senza frutto alcuno. (Tadino, pag. 98-99.)163.I Romani davano questo nome ad un tratto di terreno lungo le mura al di fuori o al di dentro di esse, consacrato dalla religione, e sul quale era vietato fabbricare o coltivare.164.Ecco un’altra prova che il Ripamonti era superiore a’ suoi tempi, distinguendo la soda pietà dalle pratiche esagerate e ignoranti.165.Allusione al dragone della favola, custode del vello d’oro, o piuttosto alla superstizione popolare, che il diavolo, in forma di Drago, custodisca i tesori sepolti.166.Ecco l’originale in versi latini, rimati secondo il cattivo gusto dell’epoca:Stella cœli extirpauitQuæ lactavit Christum DominumMortem pestis quam plantauitPrimus Parens hominum.Ipsa Stella nunc digneturSydera compescere,Quorum bella plebem cæduntDiræ mortis ulcere.O piissima Stella marisA peste succurre nobis;Audi nos, Domina,Nam Filius tuus, nihil negans,Te honorat.Salva nos, Jesus,Pro quibus Mater orat.Altre orazioni trovansi nel Tadino. (Pag. 108.)167.Mors et Fames vigebit ubique.168.Mortales parat morbos: miranda videntur.169.Numeris modisque diversis includitur. E fa col pessimo gusto d’allora un giuochetto di parole sulnumerische si può intendere per versi e per cifre.170.Tadino nomina venti reggimenti, e li fa ascendere complessivamente a 36256, cioè 800 soldati di più. Il passaggio durò dai 20 settembre al 3 ottobre 1629.171.Cassano fu una delle prime tocche di peste nel Ducato, e fu assai tribolata dalla fame, dall’alloggio dei soldati e dalla peste. Ma quando pensaua di rendere gratie a S. Divina Maestà della misericordia usatagli per averla liberata dal morbo, ecco che nel voler festeggiare uno giorno, et far allegrezza per la gratia hauuta, Giouanni Pelegato, fattore del marchese d’Adda, il quale sino nel transito delli Alemani haueua comperato un sacchetto di polvere, volendola adoprare per tale effetto, si sentì assalire di dolore di testa tanto insoportabile, che cascò in terra, et raccolto nel letto con febre pestilente, et con un bubone nell’inguine sinistro morse nel quarto giorno; cosa invero miracolosa che non passasse più oltre.(Tadino, pag. 71.)172.Liber in quo descripta sunt nomina defunctorum civitatis et corpora S.tor M.li per me Tragllum Zumalum locotenentem Not. D. Christophori Zumali Canzel. Sanitatis Medl. Coram Ill. R. D. Senat. D. D. Simone Bossio Præside Offitij Sanitatis.173.Della Tortura, § VII.174.Ripamonti tradusse questo passo dalla famosa descrizione del Boccaccio. Io l’ho ritradotto, adoperando le stesse parole del Certaldese, cui rimando i lettori anche pel seguito del presente capitolo.175.S. Carlo chiama Milano città numerosa di popolo, ristretta di case, piena di povertà, frequente di commerci e di traffichi. (S. Carlo, Memoriale, pag. I, cap. I.)176.S. Carlo ottenne dal Papa questo Giubileo dell’anno santo anche per Milano, ove fu pubblicato solennemente al principio della quaresima.Alla devotione del quale, per conseguire i celesti thesori delle sue indulgenze, concorse tanta moltitudine di gente sì della città e dello Stato, come di fuori di lui, che era uno stupore. Venendo le terre e ville con diuote processioni alle quattro chiese sante Il Domo, S. Lorenzo, S. Ambrogio, S. Simpliciano, in numero di cinquecento, di settecento, e fino di mille anime per volta. E tra le altre, la terra di Monza con bellissimo ordine, con due stendardi et un S. Giovanni in mezo loro, innanzi in numero di ottomila persone vi comparse, facendosi a tutti elemosina del mangiare e bere in alcuni luoghi deputati. Lasso di dire quel che di giorno si faceano di tutte le Parocchie con tanta divotione, che era gran meraviglia, chi in habito de Peregrini, e chi con sacchi, e chi in altri humilissimi vestiti. Per la frequenza grande, temendo i signori conservatori della Sanità, che tra le genti che veniuano a questa divotione, non si mescolasse alcuno delle terre infette o luoghi sospetti, ordinarono che si moderassero queste processioni e si riducessero al numero di dieci o dodici per luogo. (Centorio, pag. 21.)
116.Il Consiglio Generale dei 60 Decurioni, dopo avere con solennissima pompa visitata la cappella della Madonna del Rosario in questa chiesa, il 27 maggio 1631, decretò, in rendimento di grazie, una lampada d’argento del valore di 500 a 600 scudi con tanto reddito annuale che bastasse a comperare l’olio per tenerla continuamente accesa. Nel 1796 la lampada fu rubata mediante un foro praticato nel muro della cappella; nel 1816 la fabbriceria delleGraziefece istanza alla città, e fu messa in corso l’antica prestazione di quattro zecchini all’anno per la spesa dell’olio.Di ciò esiste memoria sopra l’ingresso, munito di cancelli di ferro, che mette all’antica cappella della Madonna. Trovasi nella mezzaluna un dipinto a fresco, del quale non indicano l’autore nè il Torri, nè Lattuada, nè lo stesso elenco delle pitture esistente in detta chiesa, ma che io crederei di scuola del Cerano. Rappresenta la Vergine che apparisce in mezzo a due angeli, uno dei quali sostiene la lampada dell’olio miracoloso entro cui un Domenicano intinge una penna per toccare gli appestati che in diversi gruppi sono disposti nel fondo. Sotto leggesi la seguente iscrizione, che traduco al solito dal latino:AD. O. M.LA CITTÀ DI MILANOINFURIANTE IN ESSA CRUDELMENTE LA PESTENEGLI ANNI MDCXXX E MDCXXXISPERIMENTATO L’OLIO SALUTIFERODELLA LAMPADA DI MARIA DELLE GRAZIEALLA MEDESIMACON LAMPADA ARGENTEAPERCHÈ ARDA IN PERPETUODINANZI LA SACRA EFFIGIE SUAIL VOTO DELLA RICONOSCENZAESULTANTE SCIOLSEL’ANNO DI RICONCILIAZIONEMDCXXXII.
116.Il Consiglio Generale dei 60 Decurioni, dopo avere con solennissima pompa visitata la cappella della Madonna del Rosario in questa chiesa, il 27 maggio 1631, decretò, in rendimento di grazie, una lampada d’argento del valore di 500 a 600 scudi con tanto reddito annuale che bastasse a comperare l’olio per tenerla continuamente accesa. Nel 1796 la lampada fu rubata mediante un foro praticato nel muro della cappella; nel 1816 la fabbriceria delleGraziefece istanza alla città, e fu messa in corso l’antica prestazione di quattro zecchini all’anno per la spesa dell’olio.
Di ciò esiste memoria sopra l’ingresso, munito di cancelli di ferro, che mette all’antica cappella della Madonna. Trovasi nella mezzaluna un dipinto a fresco, del quale non indicano l’autore nè il Torri, nè Lattuada, nè lo stesso elenco delle pitture esistente in detta chiesa, ma che io crederei di scuola del Cerano. Rappresenta la Vergine che apparisce in mezzo a due angeli, uno dei quali sostiene la lampada dell’olio miracoloso entro cui un Domenicano intinge una penna per toccare gli appestati che in diversi gruppi sono disposti nel fondo. Sotto leggesi la seguente iscrizione, che traduco al solito dal latino:
AD. O. M.LA CITTÀ DI MILANOINFURIANTE IN ESSA CRUDELMENTE LA PESTENEGLI ANNI MDCXXX E MDCXXXISPERIMENTATO L’OLIO SALUTIFERODELLA LAMPADA DI MARIA DELLE GRAZIEALLA MEDESIMACON LAMPADA ARGENTEAPERCHÈ ARDA IN PERPETUODINANZI LA SACRA EFFIGIE SUAIL VOTO DELLA RICONOSCENZAESULTANTE SCIOLSEL’ANNO DI RICONCILIAZIONEMDCXXXII.
117.Dove morivano 1700 persone al giorno, cessò in modo la strage, che non rimanevano estinte che tre o quattro al giorno.(Somaglia.)
117.Dove morivano 1700 persone al giorno, cessò in modo la strage, che non rimanevano estinte che tre o quattro al giorno.(Somaglia.)
118.La quarantena generale fu proposta nel luglio: ma non attivata dietro parere della Sanità, perchè, dice il Tadino,mai fu osservato in niuno tempo di peste nel maggior fervore dell’estate venire a quarantena.... molto più che le persone stesse sarebbero crepate nelle loro proprie stanze, nelle quali ogni giorno se ne trovavano morti e infetti.Verso poi il fine di settembre et principio d’ottobre fu dato principio alla quarentena generale.... si cominciò a prohibire a tutti gli infetti et sospetti che non caminassero più per la città, sapere nome cognome de commissarj, apparitori, et Monatti, perchè molti non rolati andavano con grande temerità facendo l’offitio che più le gradiua, mentre potessero rubare.In novembre s’incominciò veramente la quarantena di giorni 22, affidando la sovr’intendenza di ciascuna porta della città a gentiluomini con ampii poteri. Il municipio somministrava ogni mattina pane e riso ai poveri quarantenanti.Nel dicembre la peste scoppiò nel castello, ma essendo luogo chiuso, spurgate le stanze, e mandati in campagna gli infetti, presto fu libero. In Milano peròal tempo stesso Iddio lodato si vedeuano cessati li carriaggi del tutto, et si cominciava a rasserenarsi, et aprirse le botteghe dei mercanti.L’anno 1631 si godèpuoco meno che intera salute, seguitando le purghe particolari delle case sospette et infette le quali si trouauano chiuse; et sebbene occorrevano alcuni casi di peste benchè rari, con tutto ciò Iddio lodato non passauano più oltre. Si continuavano ancora le guardie alle porte della città, poichè vi restauano ancora molte terre del Ducato contaminate. Infine dopo molti ordini e provvedimenti sanitarj ai duoi di Febraro 1632, a suono di Trombe, fu fatta la liberatione della città et ducato di Milano. (Tadino, pag. 135 e seg.)
118.La quarantena generale fu proposta nel luglio: ma non attivata dietro parere della Sanità, perchè, dice il Tadino,mai fu osservato in niuno tempo di peste nel maggior fervore dell’estate venire a quarantena.... molto più che le persone stesse sarebbero crepate nelle loro proprie stanze, nelle quali ogni giorno se ne trovavano morti e infetti.
Verso poi il fine di settembre et principio d’ottobre fu dato principio alla quarentena generale.... si cominciò a prohibire a tutti gli infetti et sospetti che non caminassero più per la città, sapere nome cognome de commissarj, apparitori, et Monatti, perchè molti non rolati andavano con grande temerità facendo l’offitio che più le gradiua, mentre potessero rubare.
In novembre s’incominciò veramente la quarantena di giorni 22, affidando la sovr’intendenza di ciascuna porta della città a gentiluomini con ampii poteri. Il municipio somministrava ogni mattina pane e riso ai poveri quarantenanti.
Nel dicembre la peste scoppiò nel castello, ma essendo luogo chiuso, spurgate le stanze, e mandati in campagna gli infetti, presto fu libero. In Milano peròal tempo stesso Iddio lodato si vedeuano cessati li carriaggi del tutto, et si cominciava a rasserenarsi, et aprirse le botteghe dei mercanti.
L’anno 1631 si godèpuoco meno che intera salute, seguitando le purghe particolari delle case sospette et infette le quali si trouauano chiuse; et sebbene occorrevano alcuni casi di peste benchè rari, con tutto ciò Iddio lodato non passauano più oltre. Si continuavano ancora le guardie alle porte della città, poichè vi restauano ancora molte terre del Ducato contaminate. Infine dopo molti ordini e provvedimenti sanitarj ai duoi di Febraro 1632, a suono di Trombe, fu fatta la liberatione della città et ducato di Milano. (Tadino, pag. 135 e seg.)
119.Fu d’uopo dare esempj di rigore.Non restauano li furbi fare delle ladrarie et furti, dove fu preso un Monatto et convinto fu impiccato. Duoi infetti che non volevano ubbidire, andando per la città furono presi, et gli fu troncata la testa.(Tadino, pag. 136.)
119.Fu d’uopo dare esempj di rigore.Non restauano li furbi fare delle ladrarie et furti, dove fu preso un Monatto et convinto fu impiccato. Duoi infetti che non volevano ubbidire, andando per la città furono presi, et gli fu troncata la testa.(Tadino, pag. 136.)
120.Ciò indurrebbe a credere che il Senato temeva una sollevazione, ove non avesse prontamente appagato il pubblico col supplizio dei supposti Untori.
120.Ciò indurrebbe a credere che il Senato temeva una sollevazione, ove non avesse prontamente appagato il pubblico col supplizio dei supposti Untori.
121.Forma, come dissi nella mia Introduzione, la Decade V della Storia di Milano del Ripamonti.
121.Forma, come dissi nella mia Introduzione, la Decade V della Storia di Milano del Ripamonti.
122.Occultum virginale illud.
122.Occultum virginale illud.
123.Somaglia, lodando le elargizioni di Federico, riferisce che soltanto nella sua parrocchia di San Vittore Quaranta Martiri, faceva distribuireun quartaro di riso la settimana per ogni povero.
123.Somaglia, lodando le elargizioni di Federico, riferisce che soltanto nella sua parrocchia di San Vittore Quaranta Martiri, faceva distribuireun quartaro di riso la settimana per ogni povero.
124.Si provvide di sei sacerdoti d’approvata vita e forti della persona, i quali in tre parti ripartiti, avessero a due a due a scorrere ogni giorno la tripartita ampiezza della città, ec.(Rivola, Vita di Federico, pag. 564.)
124.Si provvide di sei sacerdoti d’approvata vita e forti della persona, i quali in tre parti ripartiti, avessero a due a due a scorrere ogni giorno la tripartita ampiezza della città, ec.(Rivola, Vita di Federico, pag. 564.)
125.Le splendide elargizioni dell’Arcivescovo nostro trovansi per minuto notate dal Rivola, dal Somaglia e da altri contemporanei. È celebre un suo detto, che appalesa quale carità veramente cristiana lo infiammasse. Era intenzionato Federico di offerire alla Madonna dell’Albero in Duomo un pallio tutto d’oro massiccio, tempestato di gemme. Sopraggiunta la carestia e la peste, impiegò invece quel denaro a soccorrere i poverelli, e rallegrandosene:Lodata sia,esclamò,la Reina del cielo, che dandomi occasione di porger a’ poveri nelle loro estreme necessità soccorso ed ajuto, m’ha fatto fare il pallio a suo modo!
125.Le splendide elargizioni dell’Arcivescovo nostro trovansi per minuto notate dal Rivola, dal Somaglia e da altri contemporanei. È celebre un suo detto, che appalesa quale carità veramente cristiana lo infiammasse. Era intenzionato Federico di offerire alla Madonna dell’Albero in Duomo un pallio tutto d’oro massiccio, tempestato di gemme. Sopraggiunta la carestia e la peste, impiegò invece quel denaro a soccorrere i poverelli, e rallegrandosene:Lodata sia,esclamò,la Reina del cielo, che dandomi occasione di porger a’ poveri nelle loro estreme necessità soccorso ed ajuto, m’ha fatto fare il pallio a suo modo!
126.Il 30 novembre, trovandosi nella chiesa di San Dalmazio per la rielezione degli uffiziali della dottrina cristiana, disse:Se ’l Signore Iddio per nostro gastigo hauesse determinato di mandar sopra di noi questo gran flagello, non dubitate, fate animo, che ne da me, ne da miei preti sarete giammai abbandonati. (Rivola, pag. 574.)
126.Il 30 novembre, trovandosi nella chiesa di San Dalmazio per la rielezione degli uffiziali della dottrina cristiana, disse:Se ’l Signore Iddio per nostro gastigo hauesse determinato di mandar sopra di noi questo gran flagello, non dubitate, fate animo, che ne da me, ne da miei preti sarete giammai abbandonati. (Rivola, pag. 574.)
127.Esiste una vaga e assurda tradizione che Federico, durante il contagio, si allontanasse da Milano, e che fu questo uno dei motivi che vennero addotti contro la sua canonizzazione. Siccome però in nessuna delle tante memorie dell’epoca trovasi indizio di ciò, io la ritengo falsa. Tutt’al più si potrebbe supporre alcuna momentanea gita fuori di città, che fu per avventura esagerata dai malevoli, tacciando di pusillanime e trascurato il zelantissimo Arcivescovo. (Vedasi il Rivola.)
127.Esiste una vaga e assurda tradizione che Federico, durante il contagio, si allontanasse da Milano, e che fu questo uno dei motivi che vennero addotti contro la sua canonizzazione. Siccome però in nessuna delle tante memorie dell’epoca trovasi indizio di ciò, io la ritengo falsa. Tutt’al più si potrebbe supporre alcuna momentanea gita fuori di città, che fu per avventura esagerata dai malevoli, tacciando di pusillanime e trascurato il zelantissimo Arcivescovo. (Vedasi il Rivola.)
128.Nel luogo ove sbocca la via detta di Santa Croce, sulla piazza attuale di Sant’Eustorgio, esisteva da antichissimi tempiun fonte, traduco l’Alciati,ove si pretende che San Barnaba battezzasse primo i Milanesi, e celebrasse la messa, catechizzando il popolo. La tradizione aggiungeva che il santo Apostolo dimorò sette anni in quel solitario sito, che San Cajo, il terzo arcivescovo della nostra Chiesa, ivi battezzò gran numero di Gentili, fra i quali i più nobili cittadini. Grandissima era la venerazione dei Milanesi, che nelle infermità venivano a bere di quell’acqua, reputandola, per intercessione di San Barnaba, miracolosa. Non essendovi alcun vestigio di chiesa, Federico Borromeo pensò ad innalzarne una, ed il 28 ottobre 1623 pose la prima pietra coll’assistenza del Governatore, Tribunali e Città, con infinito popolo accorso a quella divota funzione. (Così il Lattuada.)
128.Nel luogo ove sbocca la via detta di Santa Croce, sulla piazza attuale di Sant’Eustorgio, esisteva da antichissimi tempiun fonte, traduco l’Alciati,ove si pretende che San Barnaba battezzasse primo i Milanesi, e celebrasse la messa, catechizzando il popolo. La tradizione aggiungeva che il santo Apostolo dimorò sette anni in quel solitario sito, che San Cajo, il terzo arcivescovo della nostra Chiesa, ivi battezzò gran numero di Gentili, fra i quali i più nobili cittadini. Grandissima era la venerazione dei Milanesi, che nelle infermità venivano a bere di quell’acqua, reputandola, per intercessione di San Barnaba, miracolosa. Non essendovi alcun vestigio di chiesa, Federico Borromeo pensò ad innalzarne una, ed il 28 ottobre 1623 pose la prima pietra coll’assistenza del Governatore, Tribunali e Città, con infinito popolo accorso a quella divota funzione. (Così il Lattuada.)
129.«Non affrontava i pericoli temerariamente, come se disperazione o noja lo costringessero a morire, ovvero cercasse lode fra i precipizj, giusta quanto si narra facessero alcuni grandi uomini. Ma del pari non evitò mai alcun pericolo cui fosse giusto e legittimo l’avventurarsi». Così lo stesso Ripamonti nella Vita di Federico, pag. 389.
129.«Non affrontava i pericoli temerariamente, come se disperazione o noja lo costringessero a morire, ovvero cercasse lode fra i precipizj, giusta quanto si narra facessero alcuni grandi uomini. Ma del pari non evitò mai alcun pericolo cui fosse giusto e legittimo l’avventurarsi». Così lo stesso Ripamonti nella Vita di Federico, pag. 389.
130.Esisteva una tradizione fra i Padri Minori Osservanti che, scoppiata la peste in Milano, il Guardiano del convento della Pace dicesse in refettorio, che tutti coloro i quali erano disposti a prestarsi si alzassero in piedi; e che neppure uno rimase seduto. Questo fatto lo raccontava il vescovo Cerina, antico religioso dell’Ordine, e morto in Milano nel 1827.Onorevole Documento di quanto fecero i Minori Osservanti in tempo del contagio è la seguente Iscrizione posta in una lapide nell’ortaglia dell’ex convento della Pace, e oggidì di proprietà della Raffineria di zuccaro dei signori Azzimonti e C. Tanto più volontieri io cito quest’iscrizione, traducendola, in quanto che, malgrado la sua importanza storica, non venne finora giammai pubblicata.TRATTIENI IL PASSO VIATORE NON IL PIANTOL’ANNO DELLA NATIVITÀ DI CRISTO MDCXXXUN FUNESTO CONTAGIOINVASE L’ITALIA DEVASTÒ LA LOMBARDIAE LO STATO E LA CITTÀ DI MILANO QUASI ANNICHILÒSEICENTO MILA NEL PRIMOCENTONOVANTA MILA NELLA SECONDA MORIRONOQUESTA MILANESE PROVINCIADEI FRATI OSSERVANTI DI S. FRANCESCOPIÙ CHE CENTO DEI SUOI FRATI RAPITI DAL MORBOCON GIUSTO DOLORE LAGRIMÒESSI COL PRESTARE AGLI APPESTATI UFFICI DI CARITÀPERDETTERO LA VITA ACQUISTANDO IN CIELOIL PREMIO DEI CARITATEVOLINOVE DI LORO ESTINTI IN QUESTA DIOCESIQUATTRO A S. STEFANO IN BROGLIODUE A S. BARTOLOMEO IN MILANODUE IN ABBIATEGRASSO UNO A S. PIETRO FUORI DI MONZATUMULATI RIPOSANOUNDICI ALTRI SACERDOTI INSIGNIPER DOTTRINA EVANGELICA PREDICAZIONE E PIETÀLA MEDESIMA PESTE VULNERÒ NON ESTINSECOSÌ LA FURIBONDA MORTE E I CADAVERI SANGUINOLENTINON POTERONO SPEGNERE IL FUOCO DI CARITÀDEI FIGLI DI S. FRANCESCONÈ RAFFREDDARE LE SACRE CENERI DI ESSO FUOCOQUESTO UFFICIO PIÙ DI OGNI ALTRO PIETOSISSIMOLA MISERA PATRIA SPERIMENTÒDIVOTA RICONOBBE GRATA ENCOMIÒO TU CHE VAI OLTRE IMPARADA SÌ GRANDE CONTAGIO L’UMANA CALAMITÀDA TANTA ABNEGAZIONE LA PIETÀ RELIGIOSADA SÌ TREMENDO FLAGELLOIL GASTIGO E INSIEME L’INDULGENZA DIVINAI FRATI NOVIZJ DELLA CASA DELLA PACESUPPLICANTI LA PACE CELESTEQUESTA LAPIDEA SEMPITERNO MONUMENTO DEI DEFUNTIE SALUTARE RICORDO DEI BEATIPOSEROIL QUARTO GIORNO DI OTTOBRE ANNO MDCXXXXVI
130.Esisteva una tradizione fra i Padri Minori Osservanti che, scoppiata la peste in Milano, il Guardiano del convento della Pace dicesse in refettorio, che tutti coloro i quali erano disposti a prestarsi si alzassero in piedi; e che neppure uno rimase seduto. Questo fatto lo raccontava il vescovo Cerina, antico religioso dell’Ordine, e morto in Milano nel 1827.
Onorevole Documento di quanto fecero i Minori Osservanti in tempo del contagio è la seguente Iscrizione posta in una lapide nell’ortaglia dell’ex convento della Pace, e oggidì di proprietà della Raffineria di zuccaro dei signori Azzimonti e C. Tanto più volontieri io cito quest’iscrizione, traducendola, in quanto che, malgrado la sua importanza storica, non venne finora giammai pubblicata.
TRATTIENI IL PASSO VIATORE NON IL PIANTOL’ANNO DELLA NATIVITÀ DI CRISTO MDCXXXUN FUNESTO CONTAGIOINVASE L’ITALIA DEVASTÒ LA LOMBARDIAE LO STATO E LA CITTÀ DI MILANO QUASI ANNICHILÒSEICENTO MILA NEL PRIMOCENTONOVANTA MILA NELLA SECONDA MORIRONOQUESTA MILANESE PROVINCIADEI FRATI OSSERVANTI DI S. FRANCESCOPIÙ CHE CENTO DEI SUOI FRATI RAPITI DAL MORBOCON GIUSTO DOLORE LAGRIMÒESSI COL PRESTARE AGLI APPESTATI UFFICI DI CARITÀPERDETTERO LA VITA ACQUISTANDO IN CIELOIL PREMIO DEI CARITATEVOLINOVE DI LORO ESTINTI IN QUESTA DIOCESIQUATTRO A S. STEFANO IN BROGLIODUE A S. BARTOLOMEO IN MILANODUE IN ABBIATEGRASSO UNO A S. PIETRO FUORI DI MONZATUMULATI RIPOSANOUNDICI ALTRI SACERDOTI INSIGNIPER DOTTRINA EVANGELICA PREDICAZIONE E PIETÀLA MEDESIMA PESTE VULNERÒ NON ESTINSECOSÌ LA FURIBONDA MORTE E I CADAVERI SANGUINOLENTINON POTERONO SPEGNERE IL FUOCO DI CARITÀDEI FIGLI DI S. FRANCESCONÈ RAFFREDDARE LE SACRE CENERI DI ESSO FUOCOQUESTO UFFICIO PIÙ DI OGNI ALTRO PIETOSISSIMOLA MISERA PATRIA SPERIMENTÒDIVOTA RICONOBBE GRATA ENCOMIÒO TU CHE VAI OLTRE IMPARADA SÌ GRANDE CONTAGIO L’UMANA CALAMITÀDA TANTA ABNEGAZIONE LA PIETÀ RELIGIOSADA SÌ TREMENDO FLAGELLOIL GASTIGO E INSIEME L’INDULGENZA DIVINAI FRATI NOVIZJ DELLA CASA DELLA PACESUPPLICANTI LA PACE CELESTEQUESTA LAPIDEA SEMPITERNO MONUMENTO DEI DEFUNTIE SALUTARE RICORDO DEI BEATIPOSEROIL QUARTO GIORNO DI OTTOBRE ANNO MDCXXXXVI
131.A schiarimento di questo passo, giovi richiamare l’attenzione dei lettori sull’Ordine degli Umiliati, il quale estinto da quasi tre secoli, cadde in dimenticanza, benchè abbia sostenuto una parte importante nella storia. Sull’incominciare del secolo XI (1014), e regnando l’imperatore Enrico I, alcuni nobili milanesi furono tradotti prigionieri in Germania, e là fra le angustie dell’esiglio fecero voto che se un giorno riveder potevano la patria, condurrebbero una vita santa, rinunziando agli agi ed alle pompe mondane. Tornati in patria, attennero il voto, e riuniti gli ingenti loro patrimonj, si raccolsero in un cenobio sotto la regola di San Benedetto, assumendo il nome di Umiliati per ricordo dellaumìlevita cui erano stati ridotti dall’inopia durante la cattività. L’Ordine crebbe rapidamente, e in meno d’un secolo Milano contava sessanta ospizj, trenta per gli uomini, e trenta per le donne. Gli Umiliati si resero benemeriti al paese, dissodando in molte parti terreni, istituendo setificj, e specialmente lanificj, ramo d’industria che fecero prosperare in Lombardia, attivandone un esteso commercio. Le ricchezze loro crebbero a dismisura, e, come accade, pervertiti i costumi, traviò l’Ordine dall’originaria regola. All’epoca di S. Carlo contavansi in tutta l’Italia non più di cento Umiliati, compresi i novizj, i quali avevano nullameno che un reddito annuo di sessanta mila zecchini imperiali, sommanti più d’un milione delle nostre lire. S. Carlo, fin da quando trovavasi in sua gioventù a Roma, s’informò degli Umiliati, e conosciutane la decadenza, stabilì richiamarli all’osservanza. Infatti nel 1567 intimò un capitolo generale, privò i Proposti (così chiamavasi i superiori delle diverse case degli Umiliati, e da ultimo vivevano alla principesca, con autorità quasi dispotica) delle entrate, e nominò un Generale dell’Ordine di sua scelta. Fu allora che diversi Proposti congiurarono per togliere di mezzo l’Arcivescovo, scegliendo un frate Donati, milanese, detto il Farina, perchè l’uccidesse. L’attentato andò in lungo, tra per mancanza di denaro, tra per l’irresolutezza del Farina, in cuore del quale il rimorso lottava colla sete dell’oro. Un bel giorno, rubate le argenterie della sua chiesa in Cremona, egli fuggì a Mantova, e di là a Venezia ed a Corfù, sciupando in bagordi il ricavo della rapina. Tornato in patria, recossi in Isvizzera, sempre indeciso a farsi mandatario de’ suoi superiori. Finalmente le costoro suggestioni vinsero la titubanza del Farina; la sera del 2 ottobre 1569, mentre S. Carlo, in una cappella posticcia di legno, perchè stavasi riattando l’ordinaria nel palazzo arcivescovile, assisteva co’ famigliari ad alcune orazioni cantate dai musici, l’empio frate presa la mira dall’apertura dell’uscio, sparò contro il Borromeo uno schioppo carico a palla e migliaroli grossi (pernigoni); ma nol ferì, perdendosi il piombo entro le pieghe del rocchetto, con lieve scalfittura soltanto.Fuggito in Savoja, dove s’arruolò nelle truppe, il Farina venne più tardi scoperto, consegnato, e insieme co’ Proposti suoi complici salì il patibolo nel 2 agosto 1570. L’anno medesimo l’Ordine degli Umiliati fu abolito con breve di papa Pio V, con lieve rammarico del pubblico, irritato dal recente delitto. S. Carlo, oltre i locali di San Calimero e di San Giovanni in Porta Orientale, già avuti sei anni prima (1564), e dati il primo ai Padri Teatini, il secondo trasmutato nel Seminario Maggiore, ottenne dal Papa la chiesa e cenobio di Brera (vi mise i Gesuiti); — Santo Spirito (ne fece il Collegio Elvetico); — la Canonica in Porta Nuova (altro seminario), — e finalmente Santa Sofia lungo il naviglio in Porta Romana. Delle rendite degli Umiliati vennero messi a disposizione di lui 25,000 zecchini imperiali all’anno.
131.A schiarimento di questo passo, giovi richiamare l’attenzione dei lettori sull’Ordine degli Umiliati, il quale estinto da quasi tre secoli, cadde in dimenticanza, benchè abbia sostenuto una parte importante nella storia. Sull’incominciare del secolo XI (1014), e regnando l’imperatore Enrico I, alcuni nobili milanesi furono tradotti prigionieri in Germania, e là fra le angustie dell’esiglio fecero voto che se un giorno riveder potevano la patria, condurrebbero una vita santa, rinunziando agli agi ed alle pompe mondane. Tornati in patria, attennero il voto, e riuniti gli ingenti loro patrimonj, si raccolsero in un cenobio sotto la regola di San Benedetto, assumendo il nome di Umiliati per ricordo dellaumìlevita cui erano stati ridotti dall’inopia durante la cattività. L’Ordine crebbe rapidamente, e in meno d’un secolo Milano contava sessanta ospizj, trenta per gli uomini, e trenta per le donne. Gli Umiliati si resero benemeriti al paese, dissodando in molte parti terreni, istituendo setificj, e specialmente lanificj, ramo d’industria che fecero prosperare in Lombardia, attivandone un esteso commercio. Le ricchezze loro crebbero a dismisura, e, come accade, pervertiti i costumi, traviò l’Ordine dall’originaria regola. All’epoca di S. Carlo contavansi in tutta l’Italia non più di cento Umiliati, compresi i novizj, i quali avevano nullameno che un reddito annuo di sessanta mila zecchini imperiali, sommanti più d’un milione delle nostre lire. S. Carlo, fin da quando trovavasi in sua gioventù a Roma, s’informò degli Umiliati, e conosciutane la decadenza, stabilì richiamarli all’osservanza. Infatti nel 1567 intimò un capitolo generale, privò i Proposti (così chiamavasi i superiori delle diverse case degli Umiliati, e da ultimo vivevano alla principesca, con autorità quasi dispotica) delle entrate, e nominò un Generale dell’Ordine di sua scelta. Fu allora che diversi Proposti congiurarono per togliere di mezzo l’Arcivescovo, scegliendo un frate Donati, milanese, detto il Farina, perchè l’uccidesse. L’attentato andò in lungo, tra per mancanza di denaro, tra per l’irresolutezza del Farina, in cuore del quale il rimorso lottava colla sete dell’oro. Un bel giorno, rubate le argenterie della sua chiesa in Cremona, egli fuggì a Mantova, e di là a Venezia ed a Corfù, sciupando in bagordi il ricavo della rapina. Tornato in patria, recossi in Isvizzera, sempre indeciso a farsi mandatario de’ suoi superiori. Finalmente le costoro suggestioni vinsero la titubanza del Farina; la sera del 2 ottobre 1569, mentre S. Carlo, in una cappella posticcia di legno, perchè stavasi riattando l’ordinaria nel palazzo arcivescovile, assisteva co’ famigliari ad alcune orazioni cantate dai musici, l’empio frate presa la mira dall’apertura dell’uscio, sparò contro il Borromeo uno schioppo carico a palla e migliaroli grossi (pernigoni); ma nol ferì, perdendosi il piombo entro le pieghe del rocchetto, con lieve scalfittura soltanto.
Fuggito in Savoja, dove s’arruolò nelle truppe, il Farina venne più tardi scoperto, consegnato, e insieme co’ Proposti suoi complici salì il patibolo nel 2 agosto 1570. L’anno medesimo l’Ordine degli Umiliati fu abolito con breve di papa Pio V, con lieve rammarico del pubblico, irritato dal recente delitto. S. Carlo, oltre i locali di San Calimero e di San Giovanni in Porta Orientale, già avuti sei anni prima (1564), e dati il primo ai Padri Teatini, il secondo trasmutato nel Seminario Maggiore, ottenne dal Papa la chiesa e cenobio di Brera (vi mise i Gesuiti); — Santo Spirito (ne fece il Collegio Elvetico); — la Canonica in Porta Nuova (altro seminario), — e finalmente Santa Sofia lungo il naviglio in Porta Romana. Delle rendite degli Umiliati vennero messi a disposizione di lui 25,000 zecchini imperiali all’anno.
132.Intraprese la carriera ecclesiastica, e studiò indefessamente diritto civile e canonico. Appena ordinato sacerdote, il Bescapè, vescovo di Novara, nominollo vicario generale di quella diocesi, ove si distinse col sapere e lo zelo. Di là passò arciprete a Monza, ove nel 1602 fece costruire i due armadj che stanno ai lati dell’altar maggiore in San Giovanni per riporvi le reliquie ed il famoso papiro che contiene il catalogo delle medesime spedito da S. Gregorio papa alla regina Teodolinda. In tale circostanza andò smarrito il papiro, e, se stiamo alla tradizione, esso fu sottratto dallo stesso arciprete Settala. E invero i dottissimi monaci Maurini, Germain e Mabillon, viaggiando in Italia, lo scopersero nel 1638 nel museo della famiglia Settala. Passato molti anni dopo in proprietà del conte di Firmian, il successore di lui, ministro plenipotenziario in Lombardia conte Wilzeck, generosamente lo restituì il 7 settembre 1777 alla Basilica monzese, nel cui tesoro si custodisce. Un’apposita iscrizione, indicando il fatto, dice che fu rinvenuto a caso nel museo Settala; Frisi nelle sueMemorieaccenna la perdita del papiro; ma sembra che per riguardi alla famiglia abbia taciuto il nome dell’imputato. Io l’accenno per amore della verità storica. Nel 1618 il Settala passò canonico della cattedrale di Milano e penitenziere maggiore; Federico lo aveva carissimo, e molto se ne servì per comporre le vertenze tra il foro ecclesiastico ed i regj ministri. Agitavasi in quei giorni a Roma la causa della canonizzazione di S. Carlo, ed il Settala fu scelto a pieni voti per recarsi colà quale procuratore arcivescovile. Esiste nel carteggio di Federico buon numero di lettere scritte al Settala durante il soggiorno in Roma, e provano la stima e l’affetto che nutriva per lui. Tornato in patria, fu dal Cardinale, durante la peste, messo alla direzione del lazzaretto ecclesiastico, in cui morì nel 1630. Lasciò da cinquanta manoscritti concernenti casi di morale, di diritto, ec. Se ne può vedere il catalogo nell’Argelati,Biblioteca degli Scrittori Milanesi.
132.Intraprese la carriera ecclesiastica, e studiò indefessamente diritto civile e canonico. Appena ordinato sacerdote, il Bescapè, vescovo di Novara, nominollo vicario generale di quella diocesi, ove si distinse col sapere e lo zelo. Di là passò arciprete a Monza, ove nel 1602 fece costruire i due armadj che stanno ai lati dell’altar maggiore in San Giovanni per riporvi le reliquie ed il famoso papiro che contiene il catalogo delle medesime spedito da S. Gregorio papa alla regina Teodolinda. In tale circostanza andò smarrito il papiro, e, se stiamo alla tradizione, esso fu sottratto dallo stesso arciprete Settala. E invero i dottissimi monaci Maurini, Germain e Mabillon, viaggiando in Italia, lo scopersero nel 1638 nel museo della famiglia Settala. Passato molti anni dopo in proprietà del conte di Firmian, il successore di lui, ministro plenipotenziario in Lombardia conte Wilzeck, generosamente lo restituì il 7 settembre 1777 alla Basilica monzese, nel cui tesoro si custodisce. Un’apposita iscrizione, indicando il fatto, dice che fu rinvenuto a caso nel museo Settala; Frisi nelle sueMemorieaccenna la perdita del papiro; ma sembra che per riguardi alla famiglia abbia taciuto il nome dell’imputato. Io l’accenno per amore della verità storica. Nel 1618 il Settala passò canonico della cattedrale di Milano e penitenziere maggiore; Federico lo aveva carissimo, e molto se ne servì per comporre le vertenze tra il foro ecclesiastico ed i regj ministri. Agitavasi in quei giorni a Roma la causa della canonizzazione di S. Carlo, ed il Settala fu scelto a pieni voti per recarsi colà quale procuratore arcivescovile. Esiste nel carteggio di Federico buon numero di lettere scritte al Settala durante il soggiorno in Roma, e provano la stima e l’affetto che nutriva per lui. Tornato in patria, fu dal Cardinale, durante la peste, messo alla direzione del lazzaretto ecclesiastico, in cui morì nel 1630. Lasciò da cinquanta manoscritti concernenti casi di morale, di diritto, ec. Se ne può vedere il catalogo nell’Argelati,Biblioteca degli Scrittori Milanesi.
133.L’oblato Carlo Rasino fu scelto per direttore spirituale, e vi morì di peste: gli succedette Francesco Volpi, sacerdote esemplare ed uno dei guariti. Nel Lazzaretto, rimasto aperto dai primi di luglio sino alla fine di settembre, ebbero ricovero sessanta appestati, dei quali risanarono soli quattordici. (Rivola, pag.591.)Stando ad alcune Memorie manoscritte la Congregazione degli Oblati perdette 27 de’ suoi membri.Varie importanti notizie, su quanto fecero gli Oblati anche nella Diocesi in questo contagio, rinvenni in uno di quei libri dimenticati nelle biblioteche, ma che riescono molto utili agli studiosi delle cose patrie. Ha per titolo:De origine et progressu Congregationis Oblatorum ab anno congregationis conditæ 1678 ad 1737. M.º 1739. L’autore è un Bartolomeo Rossi, oblato e dottore dall’Ambrosiana, poscia preposto a Cantù, e infine missionario nella Casa di Ro, dove morì circa il 1750. In questo libro, scritto in buon latino, leggesi il fatto seguente:«Nè fu minore la pietà degli Oblati al di fuori di Milano. Adamo Molteni e G. Battista Bassi, il primo, parroco a Monza, l’altro a Biasca, morirono di peste. Dureranno fatica i posteri a credere ciocchè è confermato da gravissimi documenti, esservi stato alcuno che incontrò con tale rassegnazione la morte, da celebrare a sè medesimo le esequie e scendere vivo ancora nel tumulo. Codesta fermezza d’animo, sto per dire miracolosa, mostrò G. Battista Ro, proposto di Leggiuno, il quale, nel confessare e portare il Viatico ai moribondi, contratta per l’alito la peste, mentre sentiva venirsi meno la vita, discese entro la fossa che aveva fatta scavare per sè. Ivi, dette alcune brevi parole sulla miseria dei beni di questo mondo a’ suoi parrocchiani che in folla lo circondavano tratti dal nuovo spettacolo, adagiando decentemente le sue membra e incrociate le mani sul petto, dolcemente spirò».
133.L’oblato Carlo Rasino fu scelto per direttore spirituale, e vi morì di peste: gli succedette Francesco Volpi, sacerdote esemplare ed uno dei guariti. Nel Lazzaretto, rimasto aperto dai primi di luglio sino alla fine di settembre, ebbero ricovero sessanta appestati, dei quali risanarono soli quattordici. (Rivola, pag.591.)
Stando ad alcune Memorie manoscritte la Congregazione degli Oblati perdette 27 de’ suoi membri.
Varie importanti notizie, su quanto fecero gli Oblati anche nella Diocesi in questo contagio, rinvenni in uno di quei libri dimenticati nelle biblioteche, ma che riescono molto utili agli studiosi delle cose patrie. Ha per titolo:De origine et progressu Congregationis Oblatorum ab anno congregationis conditæ 1678 ad 1737. M.º 1739. L’autore è un Bartolomeo Rossi, oblato e dottore dall’Ambrosiana, poscia preposto a Cantù, e infine missionario nella Casa di Ro, dove morì circa il 1750. In questo libro, scritto in buon latino, leggesi il fatto seguente:
«Nè fu minore la pietà degli Oblati al di fuori di Milano. Adamo Molteni e G. Battista Bassi, il primo, parroco a Monza, l’altro a Biasca, morirono di peste. Dureranno fatica i posteri a credere ciocchè è confermato da gravissimi documenti, esservi stato alcuno che incontrò con tale rassegnazione la morte, da celebrare a sè medesimo le esequie e scendere vivo ancora nel tumulo. Codesta fermezza d’animo, sto per dire miracolosa, mostrò G. Battista Ro, proposto di Leggiuno, il quale, nel confessare e portare il Viatico ai moribondi, contratta per l’alito la peste, mentre sentiva venirsi meno la vita, discese entro la fossa che aveva fatta scavare per sè. Ivi, dette alcune brevi parole sulla miseria dei beni di questo mondo a’ suoi parrocchiani che in folla lo circondavano tratti dal nuovo spettacolo, adagiando decentemente le sue membra e incrociate le mani sul petto, dolcemente spirò».
134.Ripamonti, misterioso sempre, non dice quale fosse codesta chiesa, nè a me fu dato per indagini scoprirla.
134.Ripamonti, misterioso sempre, non dice quale fosse codesta chiesa, nè a me fu dato per indagini scoprirla.
135.Halitusq: tuos cum ipsius anima et spiritu quam minime consociabis.
135.Halitusq: tuos cum ipsius anima et spiritu quam minime consociabis.
136.Questa savia disposizione prova sempre più quanto Federico cercasse di ovviare il contatto, sì fatale nelle pestilenze; che se annuì prima alla traslazione del corpo di S. Carlo, bisogna dire vi fosse indotto dal desiderio dei magistrati e di tutta la popolazione, giacchè non è supponibile che ignorasse il pericolo inevitabile di vieppiù spargere il contagio con quell’imprudente funzione.
136.Questa savia disposizione prova sempre più quanto Federico cercasse di ovviare il contatto, sì fatale nelle pestilenze; che se annuì prima alla traslazione del corpo di S. Carlo, bisogna dire vi fosse indotto dal desiderio dei magistrati e di tutta la popolazione, giacchè non è supponibile che ignorasse il pericolo inevitabile di vieppiù spargere il contagio con quell’imprudente funzione.
137.Morirono in città 62 curati e 33 coadjutori: nella diocesi infiniti. (Pio della Croce, pag.62.)Secondo il Rivola, 64 curati e quasi altrettanti coadjutori.
137.Morirono in città 62 curati e 33 coadjutori: nella diocesi infiniti. (Pio della Croce, pag.62.)
Secondo il Rivola, 64 curati e quasi altrettanti coadjutori.
138.La Storia MS. della Peste, vedi l’Introduzione, pag.XXXI.
138.La Storia MS. della Peste, vedi l’Introduzione, pag.XXXI.
139.Anche questo passo, secondo Verri, fa prova che il Ripamonti, per timidità piuttosto che per persuasione, sostenne l’opinione degli unti malefici.
139.Anche questo passo, secondo Verri, fa prova che il Ripamonti, per timidità piuttosto che per persuasione, sostenne l’opinione degli unti malefici.
140.Da qui trasse Manzoni l’episodio di Renzo che si pone in salvo sul carro dei monatti.
140.Da qui trasse Manzoni l’episodio di Renzo che si pone in salvo sul carro dei monatti.
141.Questo Appiani fu uno dei medici che si prestarono con maggior zelo durante il contagio. Uomo di buon senso non credeva alle unzioni (Vedi Appendice I al Libro II). Infermò di peste nel Lazzaretto, ove l’aveva destinato il collegio medico,et rihautosi, si risolse per servire alla sua patria, seguitare l’impresa sino al fine, non ostante che di già il Tribunale gli hauesse assegnato cento scudi al mese. Et non stimando l’interesse ma sibbene il servitio publico, et desideroso di gloria, volse seguitare a servire con la conditione che dopo medicate codeste creature con la debita cautione potesse ancor servire per la città.... ma il capriccio di un Fisico intorbidò ogni cosa, esigendo che habitasse di continuo nel Lazzaretto, cosa che continuando sarebbe in breve stata la sua morte. Laonde si ritirò, ed il Lazzaretto rimase privo de’ medici(Tadino, pag. 103).La seguente lettera, che il Tadino suo collega ci ha conservata, è importante, perchè espone gli effetti fisici e morali della peste; e tanto più che sono descritti da un medico. La tradussi dal latino, lottando con le anfibologie e le gonfiezze che la rendono qua e là difficilissima.«Illustrissimo Presidente di Sanità e Collegio, Senatori amplissimi».«Eccomi uomo nuovo e redivivo, ma sempre vostro servo. Perduta io stesso ogni speranza, pianto dai miei famigliari nella città, e fino ne’ lontani villaggi come morto; tre soli amici con un filo di speme non m’avevano per anco cancellato dal numero dei viventi. Ora vivo e non per me, ma per voi, Illustriss. e Colendiss. Sigg., Congiunti amatissimi, cui sono debitore più assai che dell’esistenza. Ma quanto non ho sofferto! non il solo male, ma le stesse pietose mani dei medici furono crudeli: aperte le vene, mi trassero sangue due volte, m’applicarono quattro vescicanti, i quali coll’acre calore fecero sollevar vesciche dall’intorpidita cute. Ahi strazio! quai fetide e putrefatte ulceri! quale orribile puzzo! Si minacciò perfino il fuoco, e fu adoperato. Questi non pertanto sono lievi dolori, anzi giovevoli; ma oh come atroce ed orrendo fu il male che non si potrebbe meglio qualificare che col proprio nome di peste! Nessun altro più turpe del medesimo che offende il cerebro sede dell’intelletto, tutte le funzioni del quale sono turpemente viziate, illanguidite, travolte. Qual mormorio agli orecchi che rintronavano d’inconditi suoni! gli occhi erano abbagliati da mentiti colori e da vani fulgori: mal fermi paventavano crollassero i vacillanti tetti, e vedevano le pareti tentennare con moto incostante e vertiginoso. Ma più amaro era il sapore che tormentava le fauci con ingrata sensazione. Aggiungevasi per ultima angoscia la sete; e siccome il bere aggravava il male, così erami forza in certo modo sopportarla per non peggiorare. Qual lotta sostenessi contro il grave sopore che opprimeva tutti i sensi, quali sforzi per non addormentarmi e per tener lontano il sonno e l’infame sua sorella la morte, io non ho parole ad esprimerlo adeguatamente. Il cuore, fonte della vita e talamo dell’anima, era da codesto malore intorpidito. Ben egli sforzavasi con tremuli battiti di respingere il mortifero veleno; ma come sottrarvisi se d’ogni parte gli aliti avvelenati concorrevano alla sua ruina? Laonde il cuore, oppresso da tanto peso, vinto da sì nemica forza, illanguidiva, non battendo come avrebbe dovuto pel fuoco febbrile. Il bubone poi quanto più era salutare, tanto riusciva più molesto, e se dava alcuna speranza di guarigione, questa era bilanciata dal dolore presente. Aggiungevasi una penosa spossatezza di tutte le membra e l’impotenza di aver requie che nol concedevano le gambe esulcerate e lo spasimo all’inguine. E qual sollievo io aveva in tanti mali? nessuno. Sì, nessuno, Illustris. Signori, poichè i famigli e gli amici aborrivano il malato e lo fuggivano; laonde nè blandi colloqui, nè veruno di quei conforti che possono ridonare la vita. La speranza, sollievo dolcissimo in tutti i guai che può inspirare anche fallaci gioje, e colle ridenti immagini che ne rappresenta alla fantasia, tempera i mali e appena lascia sentire il dolore, per maggiore mia infelicità, fuggiva lungi da me per rendermi vieppiù misero, stantechè io era intimamente convinto la peste essere mortale. Aveva vedute tante esequie! e tanti spirare sotto la medicatura od anche mentre pigliavano cibo! Le orrende immagini di quei moribondi che mi si paravano innanzi allo sguardo empievano di spavento l’animo mio. Ma basti, che non voglio più a lungo tediarvi con sì molesti discorsi. State sani, e con voi la città tutta».«Devotiss. Dottor FisicoG. Battista Appiani».
141.Questo Appiani fu uno dei medici che si prestarono con maggior zelo durante il contagio. Uomo di buon senso non credeva alle unzioni (Vedi Appendice I al Libro II). Infermò di peste nel Lazzaretto, ove l’aveva destinato il collegio medico,et rihautosi, si risolse per servire alla sua patria, seguitare l’impresa sino al fine, non ostante che di già il Tribunale gli hauesse assegnato cento scudi al mese. Et non stimando l’interesse ma sibbene il servitio publico, et desideroso di gloria, volse seguitare a servire con la conditione che dopo medicate codeste creature con la debita cautione potesse ancor servire per la città.... ma il capriccio di un Fisico intorbidò ogni cosa, esigendo che habitasse di continuo nel Lazzaretto, cosa che continuando sarebbe in breve stata la sua morte. Laonde si ritirò, ed il Lazzaretto rimase privo de’ medici(Tadino, pag. 103).
La seguente lettera, che il Tadino suo collega ci ha conservata, è importante, perchè espone gli effetti fisici e morali della peste; e tanto più che sono descritti da un medico. La tradussi dal latino, lottando con le anfibologie e le gonfiezze che la rendono qua e là difficilissima.
«Illustrissimo Presidente di Sanità e Collegio, Senatori amplissimi».
«Eccomi uomo nuovo e redivivo, ma sempre vostro servo. Perduta io stesso ogni speranza, pianto dai miei famigliari nella città, e fino ne’ lontani villaggi come morto; tre soli amici con un filo di speme non m’avevano per anco cancellato dal numero dei viventi. Ora vivo e non per me, ma per voi, Illustriss. e Colendiss. Sigg., Congiunti amatissimi, cui sono debitore più assai che dell’esistenza. Ma quanto non ho sofferto! non il solo male, ma le stesse pietose mani dei medici furono crudeli: aperte le vene, mi trassero sangue due volte, m’applicarono quattro vescicanti, i quali coll’acre calore fecero sollevar vesciche dall’intorpidita cute. Ahi strazio! quai fetide e putrefatte ulceri! quale orribile puzzo! Si minacciò perfino il fuoco, e fu adoperato. Questi non pertanto sono lievi dolori, anzi giovevoli; ma oh come atroce ed orrendo fu il male che non si potrebbe meglio qualificare che col proprio nome di peste! Nessun altro più turpe del medesimo che offende il cerebro sede dell’intelletto, tutte le funzioni del quale sono turpemente viziate, illanguidite, travolte. Qual mormorio agli orecchi che rintronavano d’inconditi suoni! gli occhi erano abbagliati da mentiti colori e da vani fulgori: mal fermi paventavano crollassero i vacillanti tetti, e vedevano le pareti tentennare con moto incostante e vertiginoso. Ma più amaro era il sapore che tormentava le fauci con ingrata sensazione. Aggiungevasi per ultima angoscia la sete; e siccome il bere aggravava il male, così erami forza in certo modo sopportarla per non peggiorare. Qual lotta sostenessi contro il grave sopore che opprimeva tutti i sensi, quali sforzi per non addormentarmi e per tener lontano il sonno e l’infame sua sorella la morte, io non ho parole ad esprimerlo adeguatamente. Il cuore, fonte della vita e talamo dell’anima, era da codesto malore intorpidito. Ben egli sforzavasi con tremuli battiti di respingere il mortifero veleno; ma come sottrarvisi se d’ogni parte gli aliti avvelenati concorrevano alla sua ruina? Laonde il cuore, oppresso da tanto peso, vinto da sì nemica forza, illanguidiva, non battendo come avrebbe dovuto pel fuoco febbrile. Il bubone poi quanto più era salutare, tanto riusciva più molesto, e se dava alcuna speranza di guarigione, questa era bilanciata dal dolore presente. Aggiungevasi una penosa spossatezza di tutte le membra e l’impotenza di aver requie che nol concedevano le gambe esulcerate e lo spasimo all’inguine. E qual sollievo io aveva in tanti mali? nessuno. Sì, nessuno, Illustris. Signori, poichè i famigli e gli amici aborrivano il malato e lo fuggivano; laonde nè blandi colloqui, nè veruno di quei conforti che possono ridonare la vita. La speranza, sollievo dolcissimo in tutti i guai che può inspirare anche fallaci gioje, e colle ridenti immagini che ne rappresenta alla fantasia, tempera i mali e appena lascia sentire il dolore, per maggiore mia infelicità, fuggiva lungi da me per rendermi vieppiù misero, stantechè io era intimamente convinto la peste essere mortale. Aveva vedute tante esequie! e tanti spirare sotto la medicatura od anche mentre pigliavano cibo! Le orrende immagini di quei moribondi che mi si paravano innanzi allo sguardo empievano di spavento l’animo mio. Ma basti, che non voglio più a lungo tediarvi con sì molesti discorsi. State sani, e con voi la città tutta».
«Devotiss. Dottor FisicoG. Battista Appiani».
142.I mercanti, a ciò eletti alla presenza dei Commissarj di Sanità, farannoall’interessata ad alla leggittima persona che per esso comparirà pagare le giusta metà del valore in contanti o per quelli che non haueranno chi leggittimamente comparisca si deporanno al Banco di Sant’Ambrogio.Et questo benefizio del pagar la metà s’intenda solamente per le persone povere non intendendosi compresi i gentiluomini Mercanti ed altre persone comode le quali da tal abbruggiamento non possono ricevere notabile detrimento.Detti mobili saranno condotti nel Foppone di S. Gregorio, dove fatta la massa s’incammineranno al luogo per tale obbjeto destinato nel Foppone di Porta Comasina.Niuno per temeraria curiosità ne per malitia osi accostarsi ai carri, ne al luogo dove si fa la stima sotto pena di tre tratti di corda; ne con voci o fatti violare tale attione ne inquietarla sotto pena di cinque anni di galera, nel che si obbligano per li figliuoli li Padri et Madri sotto pena pecuniaria, et corporale ad arbitrio del Tribunale, et si crederà ad un testimonio degno di fede.(Grida 7 Giugno 1630.)
142.I mercanti, a ciò eletti alla presenza dei Commissarj di Sanità, farannoall’interessata ad alla leggittima persona che per esso comparirà pagare le giusta metà del valore in contanti o per quelli che non haueranno chi leggittimamente comparisca si deporanno al Banco di Sant’Ambrogio.
Et questo benefizio del pagar la metà s’intenda solamente per le persone povere non intendendosi compresi i gentiluomini Mercanti ed altre persone comode le quali da tal abbruggiamento non possono ricevere notabile detrimento.
Detti mobili saranno condotti nel Foppone di S. Gregorio, dove fatta la massa s’incammineranno al luogo per tale obbjeto destinato nel Foppone di Porta Comasina.
Niuno per temeraria curiosità ne per malitia osi accostarsi ai carri, ne al luogo dove si fa la stima sotto pena di tre tratti di corda; ne con voci o fatti violare tale attione ne inquietarla sotto pena di cinque anni di galera, nel che si obbligano per li figliuoli li Padri et Madri sotto pena pecuniaria, et corporale ad arbitrio del Tribunale, et si crederà ad un testimonio degno di fede.(Grida 7 Giugno 1630.)
143.Il fumo delle robbe infette, come letti, piume, lane, strazzi, portate di notte sopra il stradone di S. Dionigi vicino S. Primo per abbruggiarle fu tanto pestilente et fetido, che entrando nelle finestre delle camere dei Padri Cappucini mentre riposavano, gli contaminò talmente gli spiriti che in puoco spatio di tempo ne morsero cinque.(Tadino, pag. 101-126.)
143.Il fumo delle robbe infette, come letti, piume, lane, strazzi, portate di notte sopra il stradone di S. Dionigi vicino S. Primo per abbruggiarle fu tanto pestilente et fetido, che entrando nelle finestre delle camere dei Padri Cappucini mentre riposavano, gli contaminò talmente gli spiriti che in puoco spatio di tempo ne morsero cinque.(Tadino, pag. 101-126.)
144.Il collegio offrì inoltre molti onori e privilegi a quei medici di campagna che venissero a pericoloso incarico in Milano. Accettò un Romanò;ma il meschino entrato nel Lazzaretto in 15 giorni restò tocco, et finì la sua vita in sette. Per questo esempio non si trovò persona che volesse assistere in detto Lazzaretto. (Tadino, pag. 108).
144.Il collegio offrì inoltre molti onori e privilegi a quei medici di campagna che venissero a pericoloso incarico in Milano. Accettò un Romanò;ma il meschino entrato nel Lazzaretto in 15 giorni restò tocco, et finì la sua vita in sette. Per questo esempio non si trovò persona che volesse assistere in detto Lazzaretto. (Tadino, pag. 108).
145.Vedi la nota pag. 121.
145.Vedi la nota pag. 121.
146.Probabilmente l’Autore intese dieci delle nostre pertiche comuni.
146.Probabilmente l’Autore intese dieci delle nostre pertiche comuni.
147.Intorno la mortalità e la popolazione di Milano a quest’epoca, vedi l’Appendice in fine del libro.
147.Intorno la mortalità e la popolazione di Milano a quest’epoca, vedi l’Appendice in fine del libro.
148.Il Tribunale di Sanità però, avuto riguardo alla miseria dello Stato a motivo del passaggio delle truppe,rilasciò alquanto il suo rigore permettendo si potessero tenere i bigatti con le debite istruzioni. (Vedi Tadino, pag. 97).
148.Il Tribunale di Sanità però, avuto riguardo alla miseria dello Stato a motivo del passaggio delle truppe,rilasciò alquanto il suo rigore permettendo si potessero tenere i bigatti con le debite istruzioni. (Vedi Tadino, pag. 97).
149.Per quante ricerche abbia fatte nei pubblici archivj di questa anagrafi, tanto importante per determinare almeno in modo approssimativo la popolazione di Milano, non ne rinvenni traccia.
149.Per quante ricerche abbia fatte nei pubblici archivj di questa anagrafi, tanto importante per determinare almeno in modo approssimativo la popolazione di Milano, non ne rinvenni traccia.
150.Lindò è un mercato generale, cioè un luogo ove si riducono tutte le merci, che in Italia vengono da tutta l’Alemagna doue per il più dell’anno sono molte città et luoghi infetti di questo morbo contagioso.(Tadino, pag. 13.)
150.Lindò è un mercato generale, cioè un luogo ove si riducono tutte le merci, che in Italia vengono da tutta l’Alemagna doue per il più dell’anno sono molte città et luoghi infetti di questo morbo contagioso.(Tadino, pag. 13.)
151.Ad instanza della città ne fu procurata la sospensione sotto il dì 17 luglio 1629 fino all’autunno, non ostante che molte città dell’Alemagna nostre vicine fossero infette di peste.(Tadino, pag. 14.)
151.Ad instanza della città ne fu procurata la sospensione sotto il dì 17 luglio 1629 fino all’autunno, non ostante che molte città dell’Alemagna nostre vicine fossero infette di peste.(Tadino, pag. 14.)
152.Il quale provvedesse con ogni autorità et vigore di giustizia alli bisogni.... Col carico di compire a visitare tutte le terre ville castelli et porti di tutto il lago di Como di tutta la Valsassina monte di Brianza et Gera d’Adda.(Tadino Pag. 24).
152.Il quale provvedesse con ogni autorità et vigore di giustizia alli bisogni.... Col carico di compire a visitare tutte le terre ville castelli et porti di tutto il lago di Como di tutta la Valsassina monte di Brianza et Gera d’Adda.(Tadino Pag. 24).
153.Nel ritorno ritrouassimo colà(ad Olginate)molto numero de’ huomini et donne li quali giorno et notte dissero habitare alla campagna per il timore del contagio hauendo abbandonate le proprie case, et le loro comodità, et ci pareuano tante creature seluatiche portando in mano chi l’erba menta chi la ruta chi il rosmarino, chi un’ampolla d’aceto; che per dir vero ci faceuano piangere et furno da noi consolati et fattogli di subito prouedere alli loro bisogni, atteso che gli mancava sale, pane, aceto ed oglio.(Tadino Pag. 26).
153.Nel ritorno ritrouassimo colà(ad Olginate)molto numero de’ huomini et donne li quali giorno et notte dissero habitare alla campagna per il timore del contagio hauendo abbandonate le proprie case, et le loro comodità, et ci pareuano tante creature seluatiche portando in mano chi l’erba menta chi la ruta chi il rosmarino, chi un’ampolla d’aceto; che per dir vero ci faceuano piangere et furno da noi consolati et fattogli di subito prouedere alli loro bisogni, atteso che gli mancava sale, pane, aceto ed oglio.(Tadino Pag. 26).
154.Sed belli graviores esse curas.
154.Sed belli graviores esse curas.
155.Il Tadino racconta distesamente quanto osservò nel tratto di paese da lui percorso; trascelgo alcuni fatti più importanti e caratteristici.Da Galbiate passarono a Chiuso, indi a Malgrate.L’istesso giorno del nostro arrivo ritrouassimo una giovane morta in 4 giorni; comandassimo fosse cauata dalla sepoltura, il corpo della quale si trouaua con segni pestilentiali come liuori nelli Hippocondrij, flagellationi, petecchie negre, pauonazze, et tutto il dorso verso l’osso sacro moreleggiante. Interrogata la sotteratrice che tiene cura di lauare li cadaueri nominata la Tredesa donna vecchia ma robusta, se haueva osservato altri segni nelli altri corpi simili a questi, rispose non se ne ricordaua; ma si scorgeva che questa vecchia Gabrina s’andaua scusando et coprendo la peste, la quale poco doppo pagò il douuto gastigo della sua bugia perchè fra tre giorni morse.Trovarono a Malgrate 29 malati, che, al loro ritorno, sette giorni dopo erano morti. Lecco si conservava sano tuttavia, non però Olate, Balabio e la Valsassina.Nel discendere verso Bellano dallasommità del monte sentessimo fetori insoportabili, et descendendo al basso per la terra non ritrouassimo persona alcuna come luogo silvestre, et disabitato che ci arrecò non puoco horrore. Finalmente arriuando alla piazza vedessimo un prete ad una finestra con faccia quasi cadauerosa, il quale per le preghiere che li facessimo che da noi douesse uenire fu molto difficile non ostante hauessimo con noi una persona del paese. Et interogato della salute di quella infelice terra... rispose il male hauer avuto principio circa li 6 dì ottobre et a quell’hora erano morti circa 64 persone... et ciò che era notabile la sera si trouauano le persone sane, la mattina morte.Da Bellano i Commissarj passarono a Varenna doveritrouassimo una donna morta in tre giorni con un carbone pestilente sopra una mamella, presso di lei il marito, et figliolo parimenti con buboni..... Bellaggio lo trovò sano, non così Dorio e Colico, chiamato dal Tadino, non so perchè,delitia del lago di Como. Et questa terra è stata la più destrutta et sualigiata di quante haueuamo visitate, perchè fu la prima nell’ingresso delli Alemani.Anche sull’opposta sponda del lago dalla Cadenabbia a Domaso, trovarono serpeggiare il contagio. Venuti a Como, e date le opportune disposizioni, tornarono a Bellaggio, indi per Lecco e Valmadrera incominciarono la visita della Brianza, costeggiando l’Adda. Per Treviglio, Caravaggio, Cassano, Cambiago, ecc., paesi della Geradadda ne’ quali incominciava a scoppiare qualche caso di peste, i due commissari si restituirono a Milano il 15 novembre. Per le minute particolarità di questo viaggio, rimando i lettori al Tadino. (Pag. 25-50.)
155.Il Tadino racconta distesamente quanto osservò nel tratto di paese da lui percorso; trascelgo alcuni fatti più importanti e caratteristici.
Da Galbiate passarono a Chiuso, indi a Malgrate.L’istesso giorno del nostro arrivo ritrouassimo una giovane morta in 4 giorni; comandassimo fosse cauata dalla sepoltura, il corpo della quale si trouaua con segni pestilentiali come liuori nelli Hippocondrij, flagellationi, petecchie negre, pauonazze, et tutto il dorso verso l’osso sacro moreleggiante. Interrogata la sotteratrice che tiene cura di lauare li cadaueri nominata la Tredesa donna vecchia ma robusta, se haueva osservato altri segni nelli altri corpi simili a questi, rispose non se ne ricordaua; ma si scorgeva che questa vecchia Gabrina s’andaua scusando et coprendo la peste, la quale poco doppo pagò il douuto gastigo della sua bugia perchè fra tre giorni morse.Trovarono a Malgrate 29 malati, che, al loro ritorno, sette giorni dopo erano morti. Lecco si conservava sano tuttavia, non però Olate, Balabio e la Valsassina.
Nel discendere verso Bellano dallasommità del monte sentessimo fetori insoportabili, et descendendo al basso per la terra non ritrouassimo persona alcuna come luogo silvestre, et disabitato che ci arrecò non puoco horrore. Finalmente arriuando alla piazza vedessimo un prete ad una finestra con faccia quasi cadauerosa, il quale per le preghiere che li facessimo che da noi douesse uenire fu molto difficile non ostante hauessimo con noi una persona del paese. Et interogato della salute di quella infelice terra... rispose il male hauer avuto principio circa li 6 dì ottobre et a quell’hora erano morti circa 64 persone... et ciò che era notabile la sera si trouauano le persone sane, la mattina morte.
Da Bellano i Commissarj passarono a Varenna doveritrouassimo una donna morta in tre giorni con un carbone pestilente sopra una mamella, presso di lei il marito, et figliolo parimenti con buboni..... Bellaggio lo trovò sano, non così Dorio e Colico, chiamato dal Tadino, non so perchè,delitia del lago di Como. Et questa terra è stata la più destrutta et sualigiata di quante haueuamo visitate, perchè fu la prima nell’ingresso delli Alemani.
Anche sull’opposta sponda del lago dalla Cadenabbia a Domaso, trovarono serpeggiare il contagio. Venuti a Como, e date le opportune disposizioni, tornarono a Bellaggio, indi per Lecco e Valmadrera incominciarono la visita della Brianza, costeggiando l’Adda. Per Treviglio, Caravaggio, Cassano, Cambiago, ecc., paesi della Geradadda ne’ quali incominciava a scoppiare qualche caso di peste, i due commissari si restituirono a Milano il 15 novembre. Per le minute particolarità di questo viaggio, rimando i lettori al Tadino. (Pag. 25-50.)
156.Et ferebat id vorato jam quæstu mercimonium in Urbem.
156.Et ferebat id vorato jam quæstu mercimonium in Urbem.
157.Et ipsa pestilentia submoverat punieratque commode aliquem.
157.Et ipsa pestilentia submoverat punieratque commode aliquem.
158.Il Tadino, riferendo questo aneddoto, dice:Siccome N. S. haueva levato l’inteletto al suo popolo d’Israel, così al presente molto più haueva acciecato la città di Milano, la quale si lasciò persuadere da una donna, ecc. Sebbene della promessa fattagli della liberatione del figliuolo gli portaua consolatione grande, niente di meno sapendo non hauer rimedj atti per questo male, non durò lungo tempo la sua bugia, la quale fu puoi causa della sua morte. Et benchè dicesse hauer ancora preseruativi, con tutto ciò s’appestò malamente, et hebbe il condegno gastigo della morte pestilente, come nel fine de’ suoi giorni, riconosciuta del suo errore, disse alli padri Capuccini, che ciò haueua fatto per agiuttare il figliuolo per l’amore sviscerato che gli portaua. (Pag. 110.)
158.Il Tadino, riferendo questo aneddoto, dice:Siccome N. S. haueva levato l’inteletto al suo popolo d’Israel, così al presente molto più haueva acciecato la città di Milano, la quale si lasciò persuadere da una donna, ecc. Sebbene della promessa fattagli della liberatione del figliuolo gli portaua consolatione grande, niente di meno sapendo non hauer rimedj atti per questo male, non durò lungo tempo la sua bugia, la quale fu puoi causa della sua morte. Et benchè dicesse hauer ancora preseruativi, con tutto ciò s’appestò malamente, et hebbe il condegno gastigo della morte pestilente, come nel fine de’ suoi giorni, riconosciuta del suo errore, disse alli padri Capuccini, che ciò haueua fatto per agiuttare il figliuolo per l’amore sviscerato che gli portaua. (Pag. 110.)
159.Atteso che di già se n’erano ritrouati morti in molto numero di loro senza confessione nè aggiuti come tante bestie. (Tadino, pag. 125.)
159.Atteso che di già se n’erano ritrouati morti in molto numero di loro senza confessione nè aggiuti come tante bestie. (Tadino, pag. 125.)
160.Vedi nel Tadino i due decreti originali del Senato in data del 6 luglio. (Pag. 125.)
160.Vedi nel Tadino i due decreti originali del Senato in data del 6 luglio. (Pag. 125.)
161.Questa lavanderia, piantata pel contagio,constaua de’ 24 banche in acqua corrente chiara et copiosa, separati però li banchi delle lauandare monatte brutte et nette.... In oltre si trouauano disposte molte camere dalla parte di detta lauanderia, parte per gouernare le robbe infette et parte per le purgate.... Veramente l’architettura col parere di Carlo Butio architetto in ogni materia nella sua professione singolare, et l’artificio si trouaua molto bene disposto. Sebbene poco dopo detta lauanderia non fu mentenuta in grave danno del publico benefitio, con tutto ciò volendo il tribunale restasse sempre memoria di attione così honorata et segnalata per gli futuri secoli, fu dato ordine alli detti fisici Tadino et Settala, di far mettere sotto il portico delle camere laterali, all’opposto di detta lauanderia in luoco eminente uno Elogio, come da loro fu eseguito di questo tenore. (Tadino, pag. 69.)SOVRASTANTE IL PERICOLODELLA PESTE IMPORTATAQUESTO LAVACROORDINATO DA G. BATTISTA ARCONATISENATORE E PRESIDENTE DEL MAGISTRATO DI SANITA’COMPIUTO SOTTO IL SUO SUCCESSOREMARCO ANTONIO MONTI PRESIDENTEI MEDICI CONSERVATORIALESSANDRO TADINO E SENATORE SETTALAA SPESE PUBBLICHE INNALZARONOL’ANNO MDCXXIX
161.Questa lavanderia, piantata pel contagio,constaua de’ 24 banche in acqua corrente chiara et copiosa, separati però li banchi delle lauandare monatte brutte et nette.... In oltre si trouauano disposte molte camere dalla parte di detta lauanderia, parte per gouernare le robbe infette et parte per le purgate.... Veramente l’architettura col parere di Carlo Butio architetto in ogni materia nella sua professione singolare, et l’artificio si trouaua molto bene disposto. Sebbene poco dopo detta lauanderia non fu mentenuta in grave danno del publico benefitio, con tutto ciò volendo il tribunale restasse sempre memoria di attione così honorata et segnalata per gli futuri secoli, fu dato ordine alli detti fisici Tadino et Settala, di far mettere sotto il portico delle camere laterali, all’opposto di detta lauanderia in luoco eminente uno Elogio, come da loro fu eseguito di questo tenore. (Tadino, pag. 69.)
SOVRASTANTE IL PERICOLODELLA PESTE IMPORTATAQUESTO LAVACROORDINATO DA G. BATTISTA ARCONATISENATORE E PRESIDENTE DEL MAGISTRATO DI SANITA’COMPIUTO SOTTO IL SUO SUCCESSOREMARCO ANTONIO MONTI PRESIDENTEI MEDICI CONSERVATORIALESSANDRO TADINO E SENATORE SETTALAA SPESE PUBBLICHE INNALZARONOL’ANNO MDCXXIX
162.Questi fu il delegato di Sanità, Marc’Antonio Arese, il quale, reduce a Milano da una visita nella riviera di Lecco e Valassina,biasimò la lauanderia particolare del Lazzaretto con tanto artificio fatta fabbricare. Perciò degno di scusa per non essere sua professione, volendo fra gli altri errori, che l’acqua corrente si dimorasse mentre si gettaua dentro le robbe infette doppo riceputo il bollo, cosa lontana dalla ragione e dall’esperienza...... mentre che non può mai nettarse et espurgarse le robbe infette, mentre resti l’acqua torbida e sporca..... Il Delegato(Arese)propose alla città di fare una nuoua lauanderia generale all’incontro del Lazzaretto, che fu di spesa alla città di4000scudi senza frutto alcuno. (Tadino, pag. 98-99.)
162.Questi fu il delegato di Sanità, Marc’Antonio Arese, il quale, reduce a Milano da una visita nella riviera di Lecco e Valassina,biasimò la lauanderia particolare del Lazzaretto con tanto artificio fatta fabbricare. Perciò degno di scusa per non essere sua professione, volendo fra gli altri errori, che l’acqua corrente si dimorasse mentre si gettaua dentro le robbe infette doppo riceputo il bollo, cosa lontana dalla ragione e dall’esperienza...... mentre che non può mai nettarse et espurgarse le robbe infette, mentre resti l’acqua torbida e sporca..... Il Delegato(Arese)propose alla città di fare una nuoua lauanderia generale all’incontro del Lazzaretto, che fu di spesa alla città di4000scudi senza frutto alcuno. (Tadino, pag. 98-99.)
163.I Romani davano questo nome ad un tratto di terreno lungo le mura al di fuori o al di dentro di esse, consacrato dalla religione, e sul quale era vietato fabbricare o coltivare.
163.I Romani davano questo nome ad un tratto di terreno lungo le mura al di fuori o al di dentro di esse, consacrato dalla religione, e sul quale era vietato fabbricare o coltivare.
164.Ecco un’altra prova che il Ripamonti era superiore a’ suoi tempi, distinguendo la soda pietà dalle pratiche esagerate e ignoranti.
164.Ecco un’altra prova che il Ripamonti era superiore a’ suoi tempi, distinguendo la soda pietà dalle pratiche esagerate e ignoranti.
165.Allusione al dragone della favola, custode del vello d’oro, o piuttosto alla superstizione popolare, che il diavolo, in forma di Drago, custodisca i tesori sepolti.
165.Allusione al dragone della favola, custode del vello d’oro, o piuttosto alla superstizione popolare, che il diavolo, in forma di Drago, custodisca i tesori sepolti.
166.Ecco l’originale in versi latini, rimati secondo il cattivo gusto dell’epoca:Stella cœli extirpauitQuæ lactavit Christum DominumMortem pestis quam plantauitPrimus Parens hominum.Ipsa Stella nunc digneturSydera compescere,Quorum bella plebem cæduntDiræ mortis ulcere.O piissima Stella marisA peste succurre nobis;Audi nos, Domina,Nam Filius tuus, nihil negans,Te honorat.Salva nos, Jesus,Pro quibus Mater orat.Altre orazioni trovansi nel Tadino. (Pag. 108.)
166.Ecco l’originale in versi latini, rimati secondo il cattivo gusto dell’epoca:
Stella cœli extirpauitQuæ lactavit Christum DominumMortem pestis quam plantauitPrimus Parens hominum.Ipsa Stella nunc digneturSydera compescere,Quorum bella plebem cæduntDiræ mortis ulcere.O piissima Stella marisA peste succurre nobis;Audi nos, Domina,Nam Filius tuus, nihil negans,Te honorat.Salva nos, Jesus,Pro quibus Mater orat.
Stella cœli extirpauitQuæ lactavit Christum DominumMortem pestis quam plantauitPrimus Parens hominum.
Stella cœli extirpauit
Quæ lactavit Christum Dominum
Mortem pestis quam plantauit
Primus Parens hominum.
Ipsa Stella nunc digneturSydera compescere,Quorum bella plebem cæduntDiræ mortis ulcere.
Ipsa Stella nunc dignetur
Sydera compescere,
Quorum bella plebem cædunt
Diræ mortis ulcere.
O piissima Stella marisA peste succurre nobis;Audi nos, Domina,Nam Filius tuus, nihil negans,
O piissima Stella maris
A peste succurre nobis;
Audi nos, Domina,
Nam Filius tuus, nihil negans,
Te honorat.Salva nos, Jesus,Pro quibus Mater orat.
Te honorat.
Salva nos, Jesus,
Pro quibus Mater orat.
Altre orazioni trovansi nel Tadino. (Pag. 108.)
167.Mors et Fames vigebit ubique.
167.Mors et Fames vigebit ubique.
168.Mortales parat morbos: miranda videntur.
168.Mortales parat morbos: miranda videntur.
169.Numeris modisque diversis includitur. E fa col pessimo gusto d’allora un giuochetto di parole sulnumerische si può intendere per versi e per cifre.
169.Numeris modisque diversis includitur. E fa col pessimo gusto d’allora un giuochetto di parole sulnumerische si può intendere per versi e per cifre.
170.Tadino nomina venti reggimenti, e li fa ascendere complessivamente a 36256, cioè 800 soldati di più. Il passaggio durò dai 20 settembre al 3 ottobre 1629.
170.Tadino nomina venti reggimenti, e li fa ascendere complessivamente a 36256, cioè 800 soldati di più. Il passaggio durò dai 20 settembre al 3 ottobre 1629.
171.Cassano fu una delle prime tocche di peste nel Ducato, e fu assai tribolata dalla fame, dall’alloggio dei soldati e dalla peste. Ma quando pensaua di rendere gratie a S. Divina Maestà della misericordia usatagli per averla liberata dal morbo, ecco che nel voler festeggiare uno giorno, et far allegrezza per la gratia hauuta, Giouanni Pelegato, fattore del marchese d’Adda, il quale sino nel transito delli Alemani haueua comperato un sacchetto di polvere, volendola adoprare per tale effetto, si sentì assalire di dolore di testa tanto insoportabile, che cascò in terra, et raccolto nel letto con febre pestilente, et con un bubone nell’inguine sinistro morse nel quarto giorno; cosa invero miracolosa che non passasse più oltre.(Tadino, pag. 71.)
171.Cassano fu una delle prime tocche di peste nel Ducato, e fu assai tribolata dalla fame, dall’alloggio dei soldati e dalla peste. Ma quando pensaua di rendere gratie a S. Divina Maestà della misericordia usatagli per averla liberata dal morbo, ecco che nel voler festeggiare uno giorno, et far allegrezza per la gratia hauuta, Giouanni Pelegato, fattore del marchese d’Adda, il quale sino nel transito delli Alemani haueua comperato un sacchetto di polvere, volendola adoprare per tale effetto, si sentì assalire di dolore di testa tanto insoportabile, che cascò in terra, et raccolto nel letto con febre pestilente, et con un bubone nell’inguine sinistro morse nel quarto giorno; cosa invero miracolosa che non passasse più oltre.(Tadino, pag. 71.)
172.Liber in quo descripta sunt nomina defunctorum civitatis et corpora S.tor M.li per me Tragllum Zumalum locotenentem Not. D. Christophori Zumali Canzel. Sanitatis Medl. Coram Ill. R. D. Senat. D. D. Simone Bossio Præside Offitij Sanitatis.
172.Liber in quo descripta sunt nomina defunctorum civitatis et corpora S.tor M.li per me Tragllum Zumalum locotenentem Not. D. Christophori Zumali Canzel. Sanitatis Medl. Coram Ill. R. D. Senat. D. D. Simone Bossio Præside Offitij Sanitatis.
173.Della Tortura, § VII.
173.Della Tortura, § VII.
174.Ripamonti tradusse questo passo dalla famosa descrizione del Boccaccio. Io l’ho ritradotto, adoperando le stesse parole del Certaldese, cui rimando i lettori anche pel seguito del presente capitolo.
174.Ripamonti tradusse questo passo dalla famosa descrizione del Boccaccio. Io l’ho ritradotto, adoperando le stesse parole del Certaldese, cui rimando i lettori anche pel seguito del presente capitolo.
175.S. Carlo chiama Milano città numerosa di popolo, ristretta di case, piena di povertà, frequente di commerci e di traffichi. (S. Carlo, Memoriale, pag. I, cap. I.)
175.S. Carlo chiama Milano città numerosa di popolo, ristretta di case, piena di povertà, frequente di commerci e di traffichi. (S. Carlo, Memoriale, pag. I, cap. I.)
176.S. Carlo ottenne dal Papa questo Giubileo dell’anno santo anche per Milano, ove fu pubblicato solennemente al principio della quaresima.Alla devotione del quale, per conseguire i celesti thesori delle sue indulgenze, concorse tanta moltitudine di gente sì della città e dello Stato, come di fuori di lui, che era uno stupore. Venendo le terre e ville con diuote processioni alle quattro chiese sante Il Domo, S. Lorenzo, S. Ambrogio, S. Simpliciano, in numero di cinquecento, di settecento, e fino di mille anime per volta. E tra le altre, la terra di Monza con bellissimo ordine, con due stendardi et un S. Giovanni in mezo loro, innanzi in numero di ottomila persone vi comparse, facendosi a tutti elemosina del mangiare e bere in alcuni luoghi deputati. Lasso di dire quel che di giorno si faceano di tutte le Parocchie con tanta divotione, che era gran meraviglia, chi in habito de Peregrini, e chi con sacchi, e chi in altri humilissimi vestiti. Per la frequenza grande, temendo i signori conservatori della Sanità, che tra le genti che veniuano a questa divotione, non si mescolasse alcuno delle terre infette o luoghi sospetti, ordinarono che si moderassero queste processioni e si riducessero al numero di dieci o dodici per luogo. (Centorio, pag. 21.)
176.S. Carlo ottenne dal Papa questo Giubileo dell’anno santo anche per Milano, ove fu pubblicato solennemente al principio della quaresima.Alla devotione del quale, per conseguire i celesti thesori delle sue indulgenze, concorse tanta moltitudine di gente sì della città e dello Stato, come di fuori di lui, che era uno stupore. Venendo le terre e ville con diuote processioni alle quattro chiese sante Il Domo, S. Lorenzo, S. Ambrogio, S. Simpliciano, in numero di cinquecento, di settecento, e fino di mille anime per volta. E tra le altre, la terra di Monza con bellissimo ordine, con due stendardi et un S. Giovanni in mezo loro, innanzi in numero di ottomila persone vi comparse, facendosi a tutti elemosina del mangiare e bere in alcuni luoghi deputati. Lasso di dire quel che di giorno si faceano di tutte le Parocchie con tanta divotione, che era gran meraviglia, chi in habito de Peregrini, e chi con sacchi, e chi in altri humilissimi vestiti. Per la frequenza grande, temendo i signori conservatori della Sanità, che tra le genti che veniuano a questa divotione, non si mescolasse alcuno delle terre infette o luoghi sospetti, ordinarono che si moderassero queste processioni e si riducessero al numero di dieci o dodici per luogo. (Centorio, pag. 21.)