NOTE:

NOTE:1.Ciò feci per esteso nel principio di questoRagionamento, esaminando le tradizioni popolari, per farmi strada a parlare dei nostri Storici e Cronisti. Io credo superfluo di qui riportare questo brano perchè si riferisce alla Storia generale di Milano, non alla Peste del 1630.2.La presente lacuna e le altre, che trovansi in questa introduzione, provengono dalla necessità di ommettere i passi del mioRagionamento sugli Storici e Cronisti milanesi, che sono estranei a questo libro.3.Nel libro IDelle Ordinazioni, MS.pag. 29 e 74.4.L’attuale archivista sig. Civelli lo ordinò con sapere e diligenza lodevolissima.5.Fu battezzato a Nava il 18 agosto di quell’anno, come da’ registri parrocchiali. Vedi Cantù, tom. II, pag. 72.6.Oriundus fuit ex obscuro pago Briantaei collis aspero et confragoso, ipsum dein illustraturus. Così il Legnano nella vita citata.7.Piccolo paese non lontano da Tegnone.8.Ripamonti fu ordinato sacerdote nel 1606.9.Da uno dei costituti del Ripamonti.Processo MS.10.Costituto 7 agosto 1618 dell’abbate di San Pietro in Chiaravalle.Processo MS.11.Processo.12.L’abate di Chiaravalle nel costituto sopra citato.13.Processo.14.Intorno al Toledo vedasi il capitolo V, lib. I.15.Lo desumo da una delle lettere di Federico, che, scrivendo a monsignor Besozzo a Roma, perchè cercasse un altro vicario da sostituire all’Arcello, che si era licenziato, dice:In verità è poca perdita.16.Lettere autografe del cardinale Federigo, esistenti manoscritte nell’archivio Borromeo, parte unite al processo del Ripamonti, e parte in un voluminoso carteggio tra Federico e diversi.17.Negli atti del Processo.18.Processo.19.Vedasi Decade I dellaStoria Ecclesiasticadel Ripamonti, pag. 515, e l’Epistola XXXIX, libro IV; e la IV del libro V di S. Gregorio Magno, pag. 720 e 730, ediz. Maurina, Parigi 1705.20.Processo.21.Libro delle Ordinazioni MS. nell’Ambrosiana, pag. 74.22.Non trovo in qual anno, ma certamente prima del 1625.23.In ejus aula cum ego viverem. Ripamonti, introduzione alla Decade III.24.Il Consiglio donò a ciascuno dei 60 Decurioni un esemplare di quest’opera. Io ne posseggo uno, sul frontispizio del quale è scritto:Petrus Paulus Confalonerius I. C. Colegiatus Vicarius Provisionis de anno 1646 librum hunc a civitate dono habuit.25.Cum publico Decreto medicorum peritissimi frustra adhibiti essent, etc.(Legnano, vita citata.)26.«A dì 14 agosto morse il M.to Ill. e Magn. Rever. Sig. Ripamonti, Canonico di Santa Maria della Scala in Milano, il quale essendo infermo d’infermità d’idropisia, fu consigliato a venirsene fuori per mutar aria. Al che fece elezione della mia habitazione: dove passò come sopra dalla presente all’altra vita, che nostro Signore abbi seco in Cielo, e fu sepolto in questa chiesa nella sepoltura de’ sacerdoti il giorno dell’Assunta di Nostra Signora».Dai registri parrocchiali di Rovagnate. Vedi I. Cantù,Vicende della Brianza, 1837, Vol. II, pag. 83.27.Magno cum urbis atque litteratorum mœrore. Legnano, ivi.28.Ghilini Gerolamo.Teatro d’huomini illustri, p. 137. Venezia 1647.29.Non trovo l’anno della nascita, ma quando fu ammesso nel 1603 nel collegio medico doveva avere almeno vent’anni.30.G. M. Visconti fu eletto dei 60 Decurioni nel 1606; nel 1627 ebbe il titolo di marchese, e morì verso il 1638. Girolamo Legnano, entrato nei 60 Decurioni l’anno 1634, morì il 3 novembre 1650 a Madrid ove dimorava come oratore di Milano presso il re cattolico.(Cusani.)31.Il primo capo di ciascun libro non ha l’argomento, essendo una specie di prologo al libro medesimo. (Il Trad.)32.Il Ripamonti con queste gonfie e oscure frasi intende parlare di Enrico IV, il quale aveva in animo di ricuperare il ducato di Milano, quando venne ucciso dall’assassino Ravaillac. Il nostro buon Storico era o troppo affascinato o troppo cortigiano, per trattare sì male il grande Enrico.33.Il frumento salì fino a lire 100 il moggia; la segale 70, e 60 il miglio. (Tadino, pag. 9. —Somaglia, pag. 478.)34.Secondo la falsa opinione allora in voga intorno l’origine della Società.35.Pare un controsenso od un bisticcio, ma in fondo l’Autore dice il vero, perchè in simili calamità, l’uomo, spinto dalla fame, crede sempre di trovare altrove i soccorsi che gli mancano in paese. I contadini avevano, ed hanno ancora, idee esagerate dell’agiatezza cittadinesca; all’opposto, il popolo che vive nelle città, sentendo in confuso che le granaglie, il vino, le carni, gli oli, ec. vengono dalle campagne, crede inesauribile la loro abbondanza, nè sa persuadersi, in tempo di carestia, che si debba ivi morir di farne. Quindi lo spostamento di popolazione cui accenna l’Autore nel suo gonfio stile, è naturale.36.Sulle prime si distribuì una minestra di riso ai poveri, ad imitazione di quanto erasi fatto nella peste del 1576. Allora il governatore d’Hayamonte faceva recare ogni mattina una caldaja di riso ad ogni capo di strada per tutti i poveri del vicinato; ed alla porta del suo palazzo faceva distribuire un soldo per ciascun povero.37.Allude al padre di Francesco Sforza, villano di Cotignola in Romagna. Il Lazzaretto, disegno del celebre architetto Bramante d’Urbino, fu incominciato per ordine di Lodovico il Moro nel 1489; suo fratello il cardinale Ascanio concorse in gran parte alla spesa. Fu ridotto a termine soltanto nel 1507 sotto il re di Francia Luigi XII, allora padrone del Milanese.38.Questa è una contraddizione a quanto l’autore disse dell’aere salubre di Milano nel cap. II. Pur troppo v’erano, e vi sono intorno a Milano praterie, che rendono greve l’aria.39.Tadino dice 288, benchè nella distribuzione ne calcoli 213 solamente, soggiungendo, che a ponente erano inservibili perchè non finite.40.In città furono 3534, e tanti concorsi dal contado e dalle vicine città, che in breve arrivarono a 9715, pasciuti di pane con entro riso. Si scoprì che i fornaj lo adulteravano con materie nocive per guadagnare; l’acqua bevile corrotta, la paglia delle stanze fracida e non cambiata mai, ed il caldo eccessivo di quell’estate, 1629, in cui per tre mesi non piovve, svilupparono le febbri contagiose nel Lazzaretto. Era ivi sì insopportabile il puzzo, che il senatore Arconato, presidente della Sanità, cadde in deliquio quasi mortale, e si dovettero sospendere le visite.Il Somaglia fa ascendere il numero dei poveri ricoverati nel Lazzaretto ed alla Stella a 14,000.41.La colpa era dei Decurioni, i quali non diedero retta ai conservatori della Sanità, Alessandro Tadino ed il Settala, i quali protestarono con atto pubblico contro quell’imprudente misura, predicendo chela gran moltitudine dei poveri quale causava un necessario reciproco commercio et alito fetente putrido fra loro principalmente atteso la mala dispositione dei corpi haverebbe acceso un contagioso morbo. Il numero dei morti dal 1.º gennajo a tutto settembre 1629 fu di 8570 nella sola Milano.42.Intorno a questo tumulto, oltre il Tadino, ec., ebbi sott’occhio un documento autentico: la relazione dell’accaduto in lingua spagnuola, spedita per ordine del Consiglio al governatore Gonzalvo, sotto Casale:Breve y sumaria relacion del subceso en Milan el savado fiesta de S. Martin, y el domingo a 11 y 12 de noviembre 1628. Concorda pienamente col racconto del Ripamonti e ne prova la verità. Mi fu gentilmente comunicata con altri MS. di molta importanza, di cui mi servirò nel corso di questo libro, a schiarimento, dall’archivista signor Civelli, il quale possiede una preziosa raccolta di atti pubblici e di manoscritti riguardanti le cose patrie.43.Il prestino delle Grucce, detto volgarmente diScansc, posto anche in oggi sulla corsia che dal Duomo mette a porta Orientale, a mano sinistra sul principio della medesima.44.Io che sono stato presente non ho visto arme che eccedesse il sasso et qualche spada; per il più tutti (erano) battilana et simile scroccheria.Lettera 18 novembre di Agostino Foppa al conte Carlo Borromeo. (Tra i MS. Civelli).45.Alcuni per non aver sacchi persa ogni vergogna et molestia si ridussero a spogliarsi delli vestiti et questi riempire; et alcune donne ad alzare le vesti quantunque una sola ne havessero et in quella riporla.(Tadino, pag. 7.)46.Il Tadino, narrando questa sommossa, parla della resistenza del fornajo e de’ suoi garzoni, che vieppiù irritò il popolo. —Li Padroni et Ministri del quale vedendo non esservi a loro rimedio, ricorsero anch’essi alla violenza, et saliti nelli luoghi superiori col gettare anch’essi contra detta Plebe sassi, et pietre irritorno quella in tal maniera (principalmente per essere morti duoi figliuoli con le percosse de’ sassi et pietre) che fatta maggiore violenza, entrorno rompendo le porte, ec.47.Il vicario di provvisione di quest’anno 1628, del quale Ripamonti e Manzoni taciono il nome, era Lodovico Melzi, eletto dei LX Decurioni fino dal 1618, e che nel 1630 venne creato conte, forse per guiderdone del pericolo corso nella sommossa.Gli succedette Alfonso Visconte, uomo integro e caritatevole. (Vedi ilSomaglia.)48.La casa del povero Vicario è stata maltrattata, avendoli costoro non solo fracassato le invetriate sotto la porta et scrostata tutta la muraglia; ma mostrato risolutione di ammazzare e brucciare: E se un tantino tardava il soccorso del castello, era fatto il becco all’ocha.Lettera del Foppa, citata più sopra.49.Furono necessitati gli Spagnuoli con carri attraversare la strada, et con la moschetteria custodirla.(Tadino, pag. 7.)50.Fu necessario che il Primicerio, avvisato in Duomo, mentre si stava dicendo la lezione dopo i vesperi, facesse sospendere al lettore di proseguire la lettura, e che con parte dei chierici, e con due crocefissi molto grandi, e con la gente che colà si trovava, andassero in processione al prestino etc.Traduzione letterale dellaRelacion etc.in lingua Spagnuola sopra citata.51.Dalli Monsignori Mazenta, Settala et Bosso de’ principali di quel capitolo Metropolitano veniva assicurata la Plebe che avriano avuto il pane in grande abbondanza ed a buon mercato il che giouò assai essendo personaggi di gran credito et veneratione per le loro qualità presso la detta Plebe et tutta la città.(Tadino, pag. 8.)52.Codesta tariffa, secondo il Tadino, costò alla città più di 100,000 scudi di perdita.53.Il decurione Legnani.54.Degli autori della sommossa quattro ne furono appiccati la vigilia di Natale; due innanzi il prestino, e due a capo della strada ove abitava il vicario di provvisione.55.Il Tadino varia nella data e nel nome dell’individuo.Entrò nella città Pietro Antonio Lonato soldato alli 22 ottobre del sodetto anno 1629, habitante in borgo di Porta Orientale, parocchia di S. Babila nella casa detta dell’orefice... conducendo seco molti vestimenti comperati, ovvero rubbati alli soldati alemani, et subito gionto s’infermò, et fu condotto all’Hospitale, il quale essendo soprapreso da un tumore nel cubito del braccio sinistro con un bubone sotto l’ascella sinistra, morbo maligno et pestilente, accompagnato da febbre parimente pestilente, morse nel quarto giorno.... Tutte le sue robbe et letto insieme furno subbito abbruggiati, che fu causa, mediante l’aggiutto Divino di preseruarle per all’hora questo Hospitale Venerando; ma non durò longo tempo questo sospetto perchè manifestamente si palesò con l’infermità contagiosa, scoperta nella persona del Consegnero di detto Hospitale et Barbiero con il Rever. P. Terzago, per la longa esperienza del suddetto, il quale fece grandissima carità nella peste di Palermo dell’anno 1624, disse il Lonato essere morto di peste et loro medesimi essersi amalati del medemo male, se bene per gli preseruativi, et loro robustezza mediante l’aggiutto Divino si fossero mantenuti(guariti). (Tadino, pag. 51.)56.Carlo Colona Suonatore di Leuto poco prima anch’esso venuto da Monza, per vedere il passaggio de gli Alemani et forsi che haveva comprate alcune robbe da questa gente: alli 16 novembre infermò... morse nella quarta. (Tadino, pag. 51.)57.Ciò accadeva nella primavera del 1630, quando il male cominciava a serpeggiare nel borgo di Porta Orientale, e si sarebbe forse potuto circoscrivere con buone provvidenze.58.A questa incredulità s’accompagnavano altri fisici... li quali per degni rispetti non si nominano. Et in questo sinistro pensiero cascavano ancora li chirurgi della città Carcano, Monte, Calvo et il Chiodo, li quali non sapendosi governare mercè dell’ingordo guadagno, con la loro morte confessorno la verità, atteso che tutti morsero di peste, etc.(Tadino, pag. 73.)59.I Conservatori del Tribunale, et in particolare li Fisici come fu del Tadino, et Settala cominciarono ad essere odiati dalla Plebe ignorante, mediante la voce d’alcuni Medici puoco ben intenzionati alla salute publica, li quali per li carobij attestauano non essere contagio pestilente, ne loro conoscere altra peste che quella dell’aria; et che questa mortalità copiosa di persone dependeua dalla mala regola et penuria del viuere questi duoi anni prossimi passati.... Laonde la plebe insupata ed imbibita da questa illusione, cominciò a sparlare di questi fisici (che ritenevano vera la peste), li quali quando per sciagura transitavano i carobij gli trattavano con male, et disoneste parole; et a tale petulanza arrivò questa plebe, che non vi mancò con le pietre restassero percossi.(Tadino, pag. 83.)60.Lodovico Settala fu uno de’ più celebri medici dell’età sua, e benemerito della patria per lo zelo con cui esercitò la medicina, specialmente duranti le due pesti.Nato nel 1552, ebbe per madre una Riva, figlia di Gian Francesco, giureconsulto riputatissimo all’università di Pavia. Ivi fece i primi studj, continuandoli a Torino ed a Milano nelle scuole Canobiane. Laureato che fu, entrò nel collegio medico nel 1573, e quasi subito venne nominato lettore all’Università di Pavia, ma scoppiata la peste nel 1576, lasciò la cattedra per servire più utilmente il suo paese.In quel tempo(scrive il Settala nel Trattato della peste)il Grande Arcivescovo, che confortava con divina carità i moribondi milanesi, destando ammirazione universale, mi volle, con indicibile benignità, compagno all’esimia opera.Egli coadjuvò con tanto sapere e premura il Borromeo, che acquistò fama di dotto e caritatevole medico, non solo in patria, ma in tutta Italia e fuori. I principi facevano a gara per avere il Settala: nel 1608 il duca di Baviera gli fece offrire la cattedra primaria di filosofia nell’Università d’Ingolstadt. Il duca di Toscana lo voleva professore a Pisa. Il Senato di Bologna gli esibì 1200 zecchini di stipendio qualora si recasse a quella famosa Università. Il Senato di Venezia instava per fargli accettare una cattedra di medicina a Padova. Ma egli rifiutò costantemente tali lusinghiere profferte, non volendo abbandonare la sua Milano. E insistendo il Senato di Venezia perchè indicasse almeno un uomo degno della cattedra ricusata, egli suggeriva il dottissimo Santorio, il quale giustificò la sua scelta. Nel 1619 il re di Spagna nominollo protofisico di tutto lo Stato di Milano, ricompensa meritata colla sua dottrina e le sue virtù. Allorchè scoppiò la peste del 1630, il Settala, benchè toccasse ormai l’ottantesimo anno, si adoperò con gran zelo come capo del magistrato di Sanità per attivare le più energiche misure onde frenare il contagio. Ma ebbe il dolore di vedersi non creduto anzi insultato dal popolo, malgrado la venerazione procacciatagli dal sapere e dai beneficj resi a’ concittadini. Non s’avvilì perciò, e durante quel contagio, giovò colla sua sperienza, poichè la vecchiaja non gli consentiva di giovare coll’operosità. Uscito illeso, il Settala chiuse, il 12 settembre 1633, la sua lunga e onorata carriera, lasciando nome di valente medico e d’ottimo cittadino.Scrisse molte opere, nelle quali traspare ingegno ed erudizione, ma viziate dagli errori in allora comuni nelle scienze mediche. Il progresso di queste, e un po’ il riprovevole dispregio di quanto è antico, le fece cadere oggidì in totale dimenticanza. Se ne può leggere il catalogo nell’Argelati.Bibliot. Script. Mediol.Lodovico Settala riposa nel tumulo de’ suoi maggiori in San Nazzaro, dove, quarant’anni dopo la sua morte, i figli gli posero una lapide, la quale ora trovasi in sacristia, ivi con altre locata nell’anno 1830 quando ristaurossi quella basilica. Vi si legge una gonfia iscrizione, piena di bisticci, secondo il pessimo gusto del seicento, la quale, tradotta in italiano, suona così:D. O. M.A LODOVICO SETTALAPER SPLENDORI DI NOBILTÀ E DOTTRINA CHIARISSIMOARCHIATRO DI FILIPPO RE DI SPAGNACITTADINO E SALVATORE DI MILANOCHE VINSE LA MORTE QUANTE VOLTE VOLLEE LA VINSE QUANTE VOLTE APPRESTO’ RIMEDJPUGNANTE COI MORBI E COLLA MORTECOLLE SUE LUCUBRAZIONIANCHE DOPO LA DOMATA PESTEPADRE AMANTISSIMO E DOTTISSIMOI FIGLI CARLO VESCOVO DI CORTONAEANTONIO INSIGNITO PIU’ VOLTE D’ONORI MUNICIPALIOFFRONO TRIBUTO DI LAGRIMEMANFREDO POI CANONICO DI QUESTA BASILICANEL DOMICILIO DELLA SUA IMMORTALITÀUN MONUMENTO IMMORTALEPOSEAI PRIMI IDI D’AGOSTOL’ANNO INTERCALARE MDCLXXII61.Il primo nel 1629, il secondo nel 1630.62.Tadino espone minutamente le prescrizioni pei malati che rimanevano in casa. Il Commissario doveva suggellare tutte le porte, meno una, collocandovi guardie, profumare stanze e robe, visitare in persona le case in sequestro, almeno una volta il giorno, e farne esatta relazione alla Sanità. I provvedimenti erano buoni; ma tra per la cupidigia degli uffiziali subalterni, tra per l’infierire della peste, vennero mal eseguiti. (VediTadino, pag.76.)63.Fino dal febbrajo 1630 i Medici Conservatori avevano suggerito di preparare fopponilonghi profondi, e non troppo larghi, tanto che si puotesse stare quattro cadaveri per traverso.E questi fuori di ciascuna porta; ma tale prudente misura non venne adottata che nel maggio, quando crebbe il numero dei morti. Il Tribunale di Sanità, conoscendo l’importanza somma d’una pronta e diligente tumulazione, invigilava perchè fossero eseguiti i suoi ordini; pure, in onta alle pene severissime non riusciva a farli ubbidire. Il caso seguente, narrato dal Tadino, prova ad evidenza la verità dell’esposto. Morì nell’aprile un Brasca d’anni 15, figlio d’un macellajo in Porta Orientale,et fu sepolto sopra il Cimiterio di S. Babila et perchè s’era sparsa voce, che il caso fosse dubbioso, uno de’ sotterratori per interesse de’ vestiti dopo duoi giorni di sepoltura, hebbe ardire di leuare la cassa dalla fossa profonda, et aperta spogliarlo; et accortosi l’altro compagno, dicesi, che lo riprendesse dell’errore commesso contra gli ordini del Tribunale per le pene gravi intimate; ma non palesandolo anzi per quello s’intese escusandolo fu messo in prigione, et giustificata la verità del fatto, fu appicato d’ordine del Tribunale per mezzo al sudetto Cimiterio, ad esempio degl’altri, et bandito il principale. (Tadino, pag. 92).64.Il Vicario di Provisione nel 1630 era Francesco Landriani.65.Questa processione ebbe luogo l’undici giugno: durò dalle ore 7 alle 19 italiane. (Pio della Croce.)66.La vera ed evidente causa fu il contatto di tante migliaja di persone sempre fatale nei contagi, e specialmente colla caldura allora dominante; ma l’ignoranza dei tempi non l’ammetteva. Il Tribunale di Sanità comprese il pericolo; ma non aveva forza di opporsi al voto di tutta una popolazione. Adottò quindi, come accade in simili casi, un mezzo termine, cioè di escludere da Milano in quel giorno i sospetti; inutile misura dacchè la peste era già penetrata in città.Il Tribunale di Sanità fece promulgare rigorose grida con pena della confisca de’ beni e della vita stessa che niuna persona delle terre infette o in cui fosse avvenuto qualche caso pestilente, ardisse, sotto qualsiasi pretesto, intervenire alla detta processione. Furono chiuse le porte della città e inchiodate le porte delle case infette; pure si sviluppò il contagio. Così il Somaglia, il quale lo attribuisce agli Untori.67.Esagerazione rettorica, poichè in detto giorno le case sequestrate erano già 500, ai primi di luglio crebbero a’ 2000. Prima della processione la mortalità giornaliera arrivò a’ 130, dopocaddero talmente li ammorbati, dice il Somaglia,che in brevissimo tempo si condussero più di dodici mille persone al Lazzaretto, sendosi tant’oltre con progressi così orrendi avanzata la peste, che obbligò quasi tutte le famiglie de’ ricchi, nobili, mercanti o chi poteva aver ricetto nelle ville, a colà fuggirsene.(Somaglia, pag. 484).68.Somaglia dice 1700 al giorno durante il luglio e l’agosto.69.Cioè da μονοςsolo, o da μονακὸςsolitario. Il Bugato invece lo deriva dal latino monere, avvisare, perchè col tintinnio delle campanelle attaccate ai piedi avvisavano la gente di scostarsi. Ambedue le etimologie sono stiracchiate, ma non si saprebbe indicare donde venga precisamente questo vocabolo.I Monatti erano distribuiti nelle seguenti stazioni:Al Guasto in Porta Comasina.All’osteria di Sant’Antonio in Porta Vercellina andando alle Grazie.All’osteria del Pavoncino in Porta Romana.In tutto il Borghetto di Porta Orientale vicino al Dazio.Gli carri, che di continuo dallo spuntare al tramontare del sole s’adoperavano per la condotta dei morti o delle persone o robbe infette, erano circa cinquanta. (Somaglia, Alleggiamento.)Ad ogni carro servivano due Monatti ed un cavallo.(Lampugnani, pag. 35.)70.Indegna cosa parimenti fu l’aversi alcuni mal consigliati giovani, poste le campanelle a piedi, per essere anch’essi creduti Monatti. Colla quale inventione usurpavansi licenza di andar tra sani per le case altrui, fingendo cercare se vi fussero infermi o morti. Dal che ne avenivano robbarie e scandali notabilissimi. (Somaglia, Alleggiamento, pag. 500.)71.Non meno viva è la pittura che il Della Croce fa della condizione di Milano.Spettacolo orribile a vedere era allora la già tanto gloriosa, ma in detti tempi misera città di Milano. Stavano desolate le case, le famiglie estinte, chiuse le botteghe, cessati i traffichi, serrati i tribunali, abbandonate le chiese, le contrade solitarie. Ed ormai più non si vedevano per le strade che quei ministri funebri, che dalle case ai lazzaretti conducevano gli infelici appestati. Stridevano mai sempre per le strade i carrettoni dei morti, tanto più orrendi alla vista quanto che i cadaveri confusamente caricativi sopra, davano di loro stessi vista più spaventosa. Uscivano dal Lazzaretto cantando li condottieri Monatti, già fatti duri in cuore in quell’orribile ufficio, con piumacci e galle su le berrette, e quasi che a parte fossero del trofeo di Morte, entravano audaci tanto nelle case infette, che più pareva volessero darle nemico sacco che amichevole ajuto.Pigliavano que’ Monatti per il capo, per le gambe, come loro meglio comodo veniva, gli appestati caduti sul dorso, e dalle spalle gli venivano poi a scaricare sul carro come sacco di grano, nulla curandosi che indecentemente giù dai lati pendessero e gambe e braccia e teste. E malamente copertegli le nudità con uno straccio di tela, se ne andavano a scaricarli al foppone, celebrandogli intanto il funerale le flebili grida dei famigliari che si vedevano tanto malamente trattare gli amati cadaveri de’ suoi più cari e congiunti. Non udendosi altro suono di campane che il doloroso, che andavano facendo le campanelle che li stessi Monatti e cavalli de’ carrettoni portavano legate al collo ed alle gambe per avviso di quelli che loro venivano incontrati.Non men doloroso era anche la vista dei poveri infetti, cui non era permessospirar l’anima sotto il paterno tetto fra i lor cari.Altri venivano sopra carri e talvolta forzatamente legati, empiendo l’aria di lamentevoli strida, altri sopra sedie portati, altri a piedi a bastoncelli appoggiati, andavano gemendo ad incontrare, prima che medico e medicina, la morte e la fossa. (Pio della Croce, pag. 58 e seg.)72.La quale assurda opinione fu comune a tutti gli scrittori del tempo. Io sono di parere che li capi malfattori ed autori di tanta inumanità avessero anche patto col demonio, e che perciò, volendo eglino palesar il fatto, venissero da quello soffocati, perchè io ne ho visto alcuni, li quali imputati di tal scelleraggine, temendo il dovuto gastigo, arrabbiati se gli crepò il ventre in due parti. (Somaglia.)Il Croce.Sino all’ultimo pertinacemente affermarono d’esser innocenti, sopportando del rimanente quella morte con assai buona disposizione, dal che si argomenta la diabolica fattura di questo fatto. (Pag. 49.) Ed altrove aggiunge:che la diabolica fattura era tale che chi preso ne veniva con darle il primo consenso, sentiva tal gusto e diletto nell’andar untando che umano piacere, sia qualsivoglia, non è possibile se gli agguagli. (Pag. 52.)Il Tadino.In questo tempo non fu medico alcuno, ne persona inteligente che hauesse sentimento diverso di queste untioni pestilenti che non fossero con arte diabolica fabricate.(Pag. 117, e negli altri passi dove favella degli Untori.)La quale credenza delle unzioni, diffusa, come è detto sopra, nell’aprile, andò crescendo ne’ mesi successivi. Si poneva in opera ogni mezzo per iscoprirne i supposti autori, e le gride succedevansi sempre più minaccevoli.Cito i passi più importanti delle Gride medesime.Avendo alcuni temerarj e scellerati avuto ardire di andare ungendo molte porte delle case, diversi catenacci di esse e gran parte dei muri di quasi tutte le case di questa città, con unzioni parte bianche e parte gialle, il che ha causato negli animi di questo popolo di Milano grandissimo terrore e spavento, dubitandosi che tali untuosità siano state fatte per aumentare la peste che va serpendo in tante parti di questo stato, dal che potendone seguire molti mali effetti ed inconvenienti pregiudiciali alla pubblica salute, ai quali dovendo gli signori Presidenti e Conservatori della sanità dello stato di Milano per debito del loro carico provedere, hanno risoluto per beneficio publico e per quiete e consolazione degli abitanti di questa città, oltre tante diligenze sin qui d’ordine loro usate per metter in chiaro i delinquenti, far pubblicare la presente grida.Con la quale promettono a ciascuna persona di qualsivoglia grado, stato e condizione si sia, che nel termine di giorni 30 prossimi a venire dopo la pubblicazione della presente metterà in chiaro la persona o le persone che hanno commesso, favorito, ajutato o dato il mandato, o recettato, o avuto parte o scienza ancorchè minima in cotal delitto, scudi 200 de’ danari delle condanne di questo Tribunale: e se il notificante sarà uno de’ complici, purchè non sia il principale, se gli promette l’impunità, e parimente guadagnerà il suddetto premio.Ed a questo effetto si deputano per giudici il signor Capitano di Giustizia, il signor Podestà di questa città ed il signor Auditore di questo tribunale a’ quali o ad uno di essi avranno da ricorrere i propalatori di tal delitto, quali volendo saranno anco tenuti segreti.Dato in Milano li 19 Maggio 1630.M. Antonio Monti,Presidente.Giacomo Antonio Tagliabue,Cancelliere.Essendo pervenuto alle orrecchie dell’Ill.moed Ecc.moMarchese Spinola etc., il disordine et temerità seguita in questa città di Milano et in quella di Cremona et Lodi dove sono stati unti quasi tutti li muri delle case, molte porte, e cadenazzi di esse con untioni di colore parte bianco, e parte giallo et il travaglio d’animo e spavento che questa mala atione ha cagionato al popolo per il timore conseguito che sia stata fatta per aumentare la peste, conferma la grida di Sanità 19 maggio, e promette altri 200 scudi, e liberazione di due banditi per casi gravi a chi soministra indizj ed impunità anche al complice purchè non sia il principale.(13 Giugno.)In molte parti dello Stato et in particolare delle città di Milano, Pavia e Cremona, et altri molti luoghi hanno con unti velenosi untate le porte, etc. con animo diabolico di dilatare la peste.Promette l’impunità dei complici del detto delitto mentre non siano dei principali.... et il premio di scudi mille et la liberazione di tre banditi.(14 Luglio.)La continuazione del velenoso male causato dalle untuosità pestilenziali che senza alcun timore delle minacciate pene si vanno tuttavia spargendo in questa città con tanta mortalità de’ cittadini, inducono S. E. a bandire nel termine di due giorni tutti i forastieri di qualsivoglia nazione, stato, grado, qualità, condizione, pena la vita et confiscazione dei beni. Mille scudi, e cinque anni di galera agli osti e tavernieri che non li denunziassero.(30 Luglio.)73.La gente camminava con pistole in mano: i nobili senza mantello, e con sportule per provigioni. (Pio della Croce.)74.Il Processo degli Untori, di cui s’è tanto parlato in quest’ultimi anni, esiste per intero nell’Archivio Criminale, o, per dir meglio, esisteva, giacchè andò in gran parte smarrito anni sono in un riordinamento di vecchie carte. La parte di esso che riguarda il Mora e gli altri condannati, si stampò nel 1630, perchè servisse a continuare il Processo medesimo coll’accusato Padilla. Pietro Verri fu il primo a spargere luce su questa miseranda storia degli Untori, scrivendo nel 1777 le sueOsservazioni sulla tortura, e singolarmente sugli effetti che produsse all’occasione delle unzioni malefiche, alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l’anno 1630. Fino dal 1761, Verri aveva abbozzate alcune idee sulla tortura, e nelMal di Milza, celebre almanacco che, unitamente alZoroastro, pubblicò per filosofica celia in quell’anno, così esprimevasi, facendo, sotto forma d’indovinello, parlare la Tortura. «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me, il mio imperio è nato nei tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati». Undici anni dopo, cioè nel 1777, egli riassunse le proprie idee su quell’orribile abuso, e le ordinò nelle sueOsservazioni. Non vi sia discaro, o lettori, udire il giudizio che ne dà il benemerito Pietro Custodi nelleNotizie del Verripremesse al volume XV,Economisti Italiani, Parte moderna.«Per rendere più efficace la forza dei ragionamenti, scelse un famoso esempio di un delitto impossibile confessato per l’eccesso de’ tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L’ordine, la chiarezza, la forza de’ raziocinj e l’insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelleOsservazioni sulla Torturain grado eminente. Non temo d’incontrar taccia di esagerato, se dico che quest’Opera mostra più che ogni altra qual grand’uomo era il Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario de’ tribunali, ancor più barbaro a que’ tempi; d’insinuare l’austerità de’ ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di trasfondere ne’ suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre (il conte Gabriele), era presidente di quel collegio di supremi giudici, che centoquarantasette anni prima avea dato un sì atroce esempio d’ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette che l’estimazione del Senato potesse restar macchiata per la propalazione dell’antica infamia. Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò all’idea di dare alle stampe le sueOsservazioni, così il pubblico rimase defraudato di un’opera che certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la palma.QuesteOsservazioni, unitamente alleMemorie storiche sulla Economia pubblica dello Stato di Milano, scritte nel 1768, furono pubblicate dal Custodi l’anno 1804, e formano il volume XVII, Parte moderna degliScrittori Classici Italiani di Economia politica. «Il manoscritto originale, dic’egli, di questa importantissima Opera, già disposto dall’autore per la stampa, mi venne cortesemente comunicato dalla stimabile di lui vedova. Io ho creduto di aggiungervi, quasi in forma di una lunga nota, leOsservazioni sulla Tortura, per soddisfare alla curiosità di molti che bramavano di vederle pubblicate, e perchè altronde l’esempio del fatto atroce che ne forma il principal soggetto, può servire di più ampia dimostrazione della barbarie dei tempi». (pag. 53, Volume XV, Parte moderna).Cesare Cantù, ne’ suoiRagionamenti intorno alla Storia Lombarda del secolo XVII, pubblicati in via di commento aiPromessi Sposinei Volumi 11, 12 dell’Indicatore1832, tolse dal Verri, e riprodusse tutto ciò che avvi di più importante nei due opuscoli citati, circa la condizione politico-economica di Milano a quell’epoca, e circa ilProcesso degli Untori.Nel 1839 si sparse la voce in Milano che pubblicavasi un lavoro sullaColonna Infame, e molte ciarle se ne fecero, nell’idea che fosse lo scritto tanto desiderato di Manzoni, o se d’altri lavoro originale. Ma al comparire del volume fu delusa l’aspettativa del pubblico, non essendo che una semplice ristampa dellaParte Offensiva del Processodata in luce, come accennai più sopra, nel 1630, aggiuntovi, per informativa e per conclusione del fatto, due brani deiRagionamentidi Cesare Cantù. Il libro non poteva gradire alla comune dei lettori, perchè nulla più nojoso d’un processo in istile barbaro e prolisso; quindi giace dimenticato: però è un documento storico non senza importanza pei Milanesi. Sceglierò alcune note ad illustrazione del Ripamonti, tanto dalVerriche dalProcesso, citando di quest’ultimo l’edizione del 1839.

1.Ciò feci per esteso nel principio di questoRagionamento, esaminando le tradizioni popolari, per farmi strada a parlare dei nostri Storici e Cronisti. Io credo superfluo di qui riportare questo brano perchè si riferisce alla Storia generale di Milano, non alla Peste del 1630.

1.Ciò feci per esteso nel principio di questoRagionamento, esaminando le tradizioni popolari, per farmi strada a parlare dei nostri Storici e Cronisti. Io credo superfluo di qui riportare questo brano perchè si riferisce alla Storia generale di Milano, non alla Peste del 1630.

2.La presente lacuna e le altre, che trovansi in questa introduzione, provengono dalla necessità di ommettere i passi del mioRagionamento sugli Storici e Cronisti milanesi, che sono estranei a questo libro.

2.La presente lacuna e le altre, che trovansi in questa introduzione, provengono dalla necessità di ommettere i passi del mioRagionamento sugli Storici e Cronisti milanesi, che sono estranei a questo libro.

3.Nel libro IDelle Ordinazioni, MS.pag. 29 e 74.

3.Nel libro IDelle Ordinazioni, MS.pag. 29 e 74.

4.L’attuale archivista sig. Civelli lo ordinò con sapere e diligenza lodevolissima.

4.L’attuale archivista sig. Civelli lo ordinò con sapere e diligenza lodevolissima.

5.Fu battezzato a Nava il 18 agosto di quell’anno, come da’ registri parrocchiali. Vedi Cantù, tom. II, pag. 72.

5.Fu battezzato a Nava il 18 agosto di quell’anno, come da’ registri parrocchiali. Vedi Cantù, tom. II, pag. 72.

6.Oriundus fuit ex obscuro pago Briantaei collis aspero et confragoso, ipsum dein illustraturus. Così il Legnano nella vita citata.

6.Oriundus fuit ex obscuro pago Briantaei collis aspero et confragoso, ipsum dein illustraturus. Così il Legnano nella vita citata.

7.Piccolo paese non lontano da Tegnone.

7.Piccolo paese non lontano da Tegnone.

8.Ripamonti fu ordinato sacerdote nel 1606.

8.Ripamonti fu ordinato sacerdote nel 1606.

9.Da uno dei costituti del Ripamonti.Processo MS.

9.Da uno dei costituti del Ripamonti.Processo MS.

10.Costituto 7 agosto 1618 dell’abbate di San Pietro in Chiaravalle.Processo MS.

10.Costituto 7 agosto 1618 dell’abbate di San Pietro in Chiaravalle.Processo MS.

11.Processo.

11.Processo.

12.L’abate di Chiaravalle nel costituto sopra citato.

12.L’abate di Chiaravalle nel costituto sopra citato.

13.Processo.

13.Processo.

14.Intorno al Toledo vedasi il capitolo V, lib. I.

14.Intorno al Toledo vedasi il capitolo V, lib. I.

15.Lo desumo da una delle lettere di Federico, che, scrivendo a monsignor Besozzo a Roma, perchè cercasse un altro vicario da sostituire all’Arcello, che si era licenziato, dice:In verità è poca perdita.

15.Lo desumo da una delle lettere di Federico, che, scrivendo a monsignor Besozzo a Roma, perchè cercasse un altro vicario da sostituire all’Arcello, che si era licenziato, dice:In verità è poca perdita.

16.Lettere autografe del cardinale Federigo, esistenti manoscritte nell’archivio Borromeo, parte unite al processo del Ripamonti, e parte in un voluminoso carteggio tra Federico e diversi.

16.Lettere autografe del cardinale Federigo, esistenti manoscritte nell’archivio Borromeo, parte unite al processo del Ripamonti, e parte in un voluminoso carteggio tra Federico e diversi.

17.Negli atti del Processo.

17.Negli atti del Processo.

18.Processo.

18.Processo.

19.Vedasi Decade I dellaStoria Ecclesiasticadel Ripamonti, pag. 515, e l’Epistola XXXIX, libro IV; e la IV del libro V di S. Gregorio Magno, pag. 720 e 730, ediz. Maurina, Parigi 1705.

19.Vedasi Decade I dellaStoria Ecclesiasticadel Ripamonti, pag. 515, e l’Epistola XXXIX, libro IV; e la IV del libro V di S. Gregorio Magno, pag. 720 e 730, ediz. Maurina, Parigi 1705.

20.Processo.

20.Processo.

21.Libro delle Ordinazioni MS. nell’Ambrosiana, pag. 74.

21.Libro delle Ordinazioni MS. nell’Ambrosiana, pag. 74.

22.Non trovo in qual anno, ma certamente prima del 1625.

22.Non trovo in qual anno, ma certamente prima del 1625.

23.In ejus aula cum ego viverem. Ripamonti, introduzione alla Decade III.

23.In ejus aula cum ego viverem. Ripamonti, introduzione alla Decade III.

24.Il Consiglio donò a ciascuno dei 60 Decurioni un esemplare di quest’opera. Io ne posseggo uno, sul frontispizio del quale è scritto:Petrus Paulus Confalonerius I. C. Colegiatus Vicarius Provisionis de anno 1646 librum hunc a civitate dono habuit.

24.Il Consiglio donò a ciascuno dei 60 Decurioni un esemplare di quest’opera. Io ne posseggo uno, sul frontispizio del quale è scritto:Petrus Paulus Confalonerius I. C. Colegiatus Vicarius Provisionis de anno 1646 librum hunc a civitate dono habuit.

25.Cum publico Decreto medicorum peritissimi frustra adhibiti essent, etc.(Legnano, vita citata.)

25.Cum publico Decreto medicorum peritissimi frustra adhibiti essent, etc.(Legnano, vita citata.)

26.«A dì 14 agosto morse il M.to Ill. e Magn. Rever. Sig. Ripamonti, Canonico di Santa Maria della Scala in Milano, il quale essendo infermo d’infermità d’idropisia, fu consigliato a venirsene fuori per mutar aria. Al che fece elezione della mia habitazione: dove passò come sopra dalla presente all’altra vita, che nostro Signore abbi seco in Cielo, e fu sepolto in questa chiesa nella sepoltura de’ sacerdoti il giorno dell’Assunta di Nostra Signora».Dai registri parrocchiali di Rovagnate. Vedi I. Cantù,Vicende della Brianza, 1837, Vol. II, pag. 83.

26.«A dì 14 agosto morse il M.to Ill. e Magn. Rever. Sig. Ripamonti, Canonico di Santa Maria della Scala in Milano, il quale essendo infermo d’infermità d’idropisia, fu consigliato a venirsene fuori per mutar aria. Al che fece elezione della mia habitazione: dove passò come sopra dalla presente all’altra vita, che nostro Signore abbi seco in Cielo, e fu sepolto in questa chiesa nella sepoltura de’ sacerdoti il giorno dell’Assunta di Nostra Signora».

Dai registri parrocchiali di Rovagnate. Vedi I. Cantù,Vicende della Brianza, 1837, Vol. II, pag. 83.

27.Magno cum urbis atque litteratorum mœrore. Legnano, ivi.

27.Magno cum urbis atque litteratorum mœrore. Legnano, ivi.

28.Ghilini Gerolamo.Teatro d’huomini illustri, p. 137. Venezia 1647.

28.Ghilini Gerolamo.Teatro d’huomini illustri, p. 137. Venezia 1647.

29.Non trovo l’anno della nascita, ma quando fu ammesso nel 1603 nel collegio medico doveva avere almeno vent’anni.

29.Non trovo l’anno della nascita, ma quando fu ammesso nel 1603 nel collegio medico doveva avere almeno vent’anni.

30.G. M. Visconti fu eletto dei 60 Decurioni nel 1606; nel 1627 ebbe il titolo di marchese, e morì verso il 1638. Girolamo Legnano, entrato nei 60 Decurioni l’anno 1634, morì il 3 novembre 1650 a Madrid ove dimorava come oratore di Milano presso il re cattolico.(Cusani.)

30.G. M. Visconti fu eletto dei 60 Decurioni nel 1606; nel 1627 ebbe il titolo di marchese, e morì verso il 1638. Girolamo Legnano, entrato nei 60 Decurioni l’anno 1634, morì il 3 novembre 1650 a Madrid ove dimorava come oratore di Milano presso il re cattolico.(Cusani.)

31.Il primo capo di ciascun libro non ha l’argomento, essendo una specie di prologo al libro medesimo. (Il Trad.)

31.Il primo capo di ciascun libro non ha l’argomento, essendo una specie di prologo al libro medesimo. (Il Trad.)

32.Il Ripamonti con queste gonfie e oscure frasi intende parlare di Enrico IV, il quale aveva in animo di ricuperare il ducato di Milano, quando venne ucciso dall’assassino Ravaillac. Il nostro buon Storico era o troppo affascinato o troppo cortigiano, per trattare sì male il grande Enrico.

32.Il Ripamonti con queste gonfie e oscure frasi intende parlare di Enrico IV, il quale aveva in animo di ricuperare il ducato di Milano, quando venne ucciso dall’assassino Ravaillac. Il nostro buon Storico era o troppo affascinato o troppo cortigiano, per trattare sì male il grande Enrico.

33.Il frumento salì fino a lire 100 il moggia; la segale 70, e 60 il miglio. (Tadino, pag. 9. —Somaglia, pag. 478.)

33.Il frumento salì fino a lire 100 il moggia; la segale 70, e 60 il miglio. (Tadino, pag. 9. —Somaglia, pag. 478.)

34.Secondo la falsa opinione allora in voga intorno l’origine della Società.

34.Secondo la falsa opinione allora in voga intorno l’origine della Società.

35.Pare un controsenso od un bisticcio, ma in fondo l’Autore dice il vero, perchè in simili calamità, l’uomo, spinto dalla fame, crede sempre di trovare altrove i soccorsi che gli mancano in paese. I contadini avevano, ed hanno ancora, idee esagerate dell’agiatezza cittadinesca; all’opposto, il popolo che vive nelle città, sentendo in confuso che le granaglie, il vino, le carni, gli oli, ec. vengono dalle campagne, crede inesauribile la loro abbondanza, nè sa persuadersi, in tempo di carestia, che si debba ivi morir di farne. Quindi lo spostamento di popolazione cui accenna l’Autore nel suo gonfio stile, è naturale.

35.Pare un controsenso od un bisticcio, ma in fondo l’Autore dice il vero, perchè in simili calamità, l’uomo, spinto dalla fame, crede sempre di trovare altrove i soccorsi che gli mancano in paese. I contadini avevano, ed hanno ancora, idee esagerate dell’agiatezza cittadinesca; all’opposto, il popolo che vive nelle città, sentendo in confuso che le granaglie, il vino, le carni, gli oli, ec. vengono dalle campagne, crede inesauribile la loro abbondanza, nè sa persuadersi, in tempo di carestia, che si debba ivi morir di farne. Quindi lo spostamento di popolazione cui accenna l’Autore nel suo gonfio stile, è naturale.

36.Sulle prime si distribuì una minestra di riso ai poveri, ad imitazione di quanto erasi fatto nella peste del 1576. Allora il governatore d’Hayamonte faceva recare ogni mattina una caldaja di riso ad ogni capo di strada per tutti i poveri del vicinato; ed alla porta del suo palazzo faceva distribuire un soldo per ciascun povero.

36.Sulle prime si distribuì una minestra di riso ai poveri, ad imitazione di quanto erasi fatto nella peste del 1576. Allora il governatore d’Hayamonte faceva recare ogni mattina una caldaja di riso ad ogni capo di strada per tutti i poveri del vicinato; ed alla porta del suo palazzo faceva distribuire un soldo per ciascun povero.

37.Allude al padre di Francesco Sforza, villano di Cotignola in Romagna. Il Lazzaretto, disegno del celebre architetto Bramante d’Urbino, fu incominciato per ordine di Lodovico il Moro nel 1489; suo fratello il cardinale Ascanio concorse in gran parte alla spesa. Fu ridotto a termine soltanto nel 1507 sotto il re di Francia Luigi XII, allora padrone del Milanese.

37.Allude al padre di Francesco Sforza, villano di Cotignola in Romagna. Il Lazzaretto, disegno del celebre architetto Bramante d’Urbino, fu incominciato per ordine di Lodovico il Moro nel 1489; suo fratello il cardinale Ascanio concorse in gran parte alla spesa. Fu ridotto a termine soltanto nel 1507 sotto il re di Francia Luigi XII, allora padrone del Milanese.

38.Questa è una contraddizione a quanto l’autore disse dell’aere salubre di Milano nel cap. II. Pur troppo v’erano, e vi sono intorno a Milano praterie, che rendono greve l’aria.

38.Questa è una contraddizione a quanto l’autore disse dell’aere salubre di Milano nel cap. II. Pur troppo v’erano, e vi sono intorno a Milano praterie, che rendono greve l’aria.

39.Tadino dice 288, benchè nella distribuzione ne calcoli 213 solamente, soggiungendo, che a ponente erano inservibili perchè non finite.

39.Tadino dice 288, benchè nella distribuzione ne calcoli 213 solamente, soggiungendo, che a ponente erano inservibili perchè non finite.

40.In città furono 3534, e tanti concorsi dal contado e dalle vicine città, che in breve arrivarono a 9715, pasciuti di pane con entro riso. Si scoprì che i fornaj lo adulteravano con materie nocive per guadagnare; l’acqua bevile corrotta, la paglia delle stanze fracida e non cambiata mai, ed il caldo eccessivo di quell’estate, 1629, in cui per tre mesi non piovve, svilupparono le febbri contagiose nel Lazzaretto. Era ivi sì insopportabile il puzzo, che il senatore Arconato, presidente della Sanità, cadde in deliquio quasi mortale, e si dovettero sospendere le visite.Il Somaglia fa ascendere il numero dei poveri ricoverati nel Lazzaretto ed alla Stella a 14,000.

40.In città furono 3534, e tanti concorsi dal contado e dalle vicine città, che in breve arrivarono a 9715, pasciuti di pane con entro riso. Si scoprì che i fornaj lo adulteravano con materie nocive per guadagnare; l’acqua bevile corrotta, la paglia delle stanze fracida e non cambiata mai, ed il caldo eccessivo di quell’estate, 1629, in cui per tre mesi non piovve, svilupparono le febbri contagiose nel Lazzaretto. Era ivi sì insopportabile il puzzo, che il senatore Arconato, presidente della Sanità, cadde in deliquio quasi mortale, e si dovettero sospendere le visite.

Il Somaglia fa ascendere il numero dei poveri ricoverati nel Lazzaretto ed alla Stella a 14,000.

41.La colpa era dei Decurioni, i quali non diedero retta ai conservatori della Sanità, Alessandro Tadino ed il Settala, i quali protestarono con atto pubblico contro quell’imprudente misura, predicendo chela gran moltitudine dei poveri quale causava un necessario reciproco commercio et alito fetente putrido fra loro principalmente atteso la mala dispositione dei corpi haverebbe acceso un contagioso morbo. Il numero dei morti dal 1.º gennajo a tutto settembre 1629 fu di 8570 nella sola Milano.

41.La colpa era dei Decurioni, i quali non diedero retta ai conservatori della Sanità, Alessandro Tadino ed il Settala, i quali protestarono con atto pubblico contro quell’imprudente misura, predicendo chela gran moltitudine dei poveri quale causava un necessario reciproco commercio et alito fetente putrido fra loro principalmente atteso la mala dispositione dei corpi haverebbe acceso un contagioso morbo. Il numero dei morti dal 1.º gennajo a tutto settembre 1629 fu di 8570 nella sola Milano.

42.Intorno a questo tumulto, oltre il Tadino, ec., ebbi sott’occhio un documento autentico: la relazione dell’accaduto in lingua spagnuola, spedita per ordine del Consiglio al governatore Gonzalvo, sotto Casale:Breve y sumaria relacion del subceso en Milan el savado fiesta de S. Martin, y el domingo a 11 y 12 de noviembre 1628. Concorda pienamente col racconto del Ripamonti e ne prova la verità. Mi fu gentilmente comunicata con altri MS. di molta importanza, di cui mi servirò nel corso di questo libro, a schiarimento, dall’archivista signor Civelli, il quale possiede una preziosa raccolta di atti pubblici e di manoscritti riguardanti le cose patrie.

42.Intorno a questo tumulto, oltre il Tadino, ec., ebbi sott’occhio un documento autentico: la relazione dell’accaduto in lingua spagnuola, spedita per ordine del Consiglio al governatore Gonzalvo, sotto Casale:Breve y sumaria relacion del subceso en Milan el savado fiesta de S. Martin, y el domingo a 11 y 12 de noviembre 1628. Concorda pienamente col racconto del Ripamonti e ne prova la verità. Mi fu gentilmente comunicata con altri MS. di molta importanza, di cui mi servirò nel corso di questo libro, a schiarimento, dall’archivista signor Civelli, il quale possiede una preziosa raccolta di atti pubblici e di manoscritti riguardanti le cose patrie.

43.Il prestino delle Grucce, detto volgarmente diScansc, posto anche in oggi sulla corsia che dal Duomo mette a porta Orientale, a mano sinistra sul principio della medesima.

43.Il prestino delle Grucce, detto volgarmente diScansc, posto anche in oggi sulla corsia che dal Duomo mette a porta Orientale, a mano sinistra sul principio della medesima.

44.Io che sono stato presente non ho visto arme che eccedesse il sasso et qualche spada; per il più tutti (erano) battilana et simile scroccheria.Lettera 18 novembre di Agostino Foppa al conte Carlo Borromeo. (Tra i MS. Civelli).

44.Io che sono stato presente non ho visto arme che eccedesse il sasso et qualche spada; per il più tutti (erano) battilana et simile scroccheria.Lettera 18 novembre di Agostino Foppa al conte Carlo Borromeo. (Tra i MS. Civelli).

45.Alcuni per non aver sacchi persa ogni vergogna et molestia si ridussero a spogliarsi delli vestiti et questi riempire; et alcune donne ad alzare le vesti quantunque una sola ne havessero et in quella riporla.(Tadino, pag. 7.)

45.Alcuni per non aver sacchi persa ogni vergogna et molestia si ridussero a spogliarsi delli vestiti et questi riempire; et alcune donne ad alzare le vesti quantunque una sola ne havessero et in quella riporla.(Tadino, pag. 7.)

46.Il Tadino, narrando questa sommossa, parla della resistenza del fornajo e de’ suoi garzoni, che vieppiù irritò il popolo. —Li Padroni et Ministri del quale vedendo non esservi a loro rimedio, ricorsero anch’essi alla violenza, et saliti nelli luoghi superiori col gettare anch’essi contra detta Plebe sassi, et pietre irritorno quella in tal maniera (principalmente per essere morti duoi figliuoli con le percosse de’ sassi et pietre) che fatta maggiore violenza, entrorno rompendo le porte, ec.

46.Il Tadino, narrando questa sommossa, parla della resistenza del fornajo e de’ suoi garzoni, che vieppiù irritò il popolo. —Li Padroni et Ministri del quale vedendo non esservi a loro rimedio, ricorsero anch’essi alla violenza, et saliti nelli luoghi superiori col gettare anch’essi contra detta Plebe sassi, et pietre irritorno quella in tal maniera (principalmente per essere morti duoi figliuoli con le percosse de’ sassi et pietre) che fatta maggiore violenza, entrorno rompendo le porte, ec.

47.Il vicario di provvisione di quest’anno 1628, del quale Ripamonti e Manzoni taciono il nome, era Lodovico Melzi, eletto dei LX Decurioni fino dal 1618, e che nel 1630 venne creato conte, forse per guiderdone del pericolo corso nella sommossa.Gli succedette Alfonso Visconte, uomo integro e caritatevole. (Vedi ilSomaglia.)

47.Il vicario di provvisione di quest’anno 1628, del quale Ripamonti e Manzoni taciono il nome, era Lodovico Melzi, eletto dei LX Decurioni fino dal 1618, e che nel 1630 venne creato conte, forse per guiderdone del pericolo corso nella sommossa.

Gli succedette Alfonso Visconte, uomo integro e caritatevole. (Vedi ilSomaglia.)

48.La casa del povero Vicario è stata maltrattata, avendoli costoro non solo fracassato le invetriate sotto la porta et scrostata tutta la muraglia; ma mostrato risolutione di ammazzare e brucciare: E se un tantino tardava il soccorso del castello, era fatto il becco all’ocha.Lettera del Foppa, citata più sopra.

48.La casa del povero Vicario è stata maltrattata, avendoli costoro non solo fracassato le invetriate sotto la porta et scrostata tutta la muraglia; ma mostrato risolutione di ammazzare e brucciare: E se un tantino tardava il soccorso del castello, era fatto il becco all’ocha.Lettera del Foppa, citata più sopra.

49.Furono necessitati gli Spagnuoli con carri attraversare la strada, et con la moschetteria custodirla.(Tadino, pag. 7.)

49.Furono necessitati gli Spagnuoli con carri attraversare la strada, et con la moschetteria custodirla.(Tadino, pag. 7.)

50.Fu necessario che il Primicerio, avvisato in Duomo, mentre si stava dicendo la lezione dopo i vesperi, facesse sospendere al lettore di proseguire la lettura, e che con parte dei chierici, e con due crocefissi molto grandi, e con la gente che colà si trovava, andassero in processione al prestino etc.Traduzione letterale dellaRelacion etc.in lingua Spagnuola sopra citata.

50.Fu necessario che il Primicerio, avvisato in Duomo, mentre si stava dicendo la lezione dopo i vesperi, facesse sospendere al lettore di proseguire la lettura, e che con parte dei chierici, e con due crocefissi molto grandi, e con la gente che colà si trovava, andassero in processione al prestino etc.Traduzione letterale dellaRelacion etc.in lingua Spagnuola sopra citata.

51.Dalli Monsignori Mazenta, Settala et Bosso de’ principali di quel capitolo Metropolitano veniva assicurata la Plebe che avriano avuto il pane in grande abbondanza ed a buon mercato il che giouò assai essendo personaggi di gran credito et veneratione per le loro qualità presso la detta Plebe et tutta la città.(Tadino, pag. 8.)

51.Dalli Monsignori Mazenta, Settala et Bosso de’ principali di quel capitolo Metropolitano veniva assicurata la Plebe che avriano avuto il pane in grande abbondanza ed a buon mercato il che giouò assai essendo personaggi di gran credito et veneratione per le loro qualità presso la detta Plebe et tutta la città.(Tadino, pag. 8.)

52.Codesta tariffa, secondo il Tadino, costò alla città più di 100,000 scudi di perdita.

52.Codesta tariffa, secondo il Tadino, costò alla città più di 100,000 scudi di perdita.

53.Il decurione Legnani.

53.Il decurione Legnani.

54.Degli autori della sommossa quattro ne furono appiccati la vigilia di Natale; due innanzi il prestino, e due a capo della strada ove abitava il vicario di provvisione.

54.Degli autori della sommossa quattro ne furono appiccati la vigilia di Natale; due innanzi il prestino, e due a capo della strada ove abitava il vicario di provvisione.

55.Il Tadino varia nella data e nel nome dell’individuo.Entrò nella città Pietro Antonio Lonato soldato alli 22 ottobre del sodetto anno 1629, habitante in borgo di Porta Orientale, parocchia di S. Babila nella casa detta dell’orefice... conducendo seco molti vestimenti comperati, ovvero rubbati alli soldati alemani, et subito gionto s’infermò, et fu condotto all’Hospitale, il quale essendo soprapreso da un tumore nel cubito del braccio sinistro con un bubone sotto l’ascella sinistra, morbo maligno et pestilente, accompagnato da febbre parimente pestilente, morse nel quarto giorno.... Tutte le sue robbe et letto insieme furno subbito abbruggiati, che fu causa, mediante l’aggiutto Divino di preseruarle per all’hora questo Hospitale Venerando; ma non durò longo tempo questo sospetto perchè manifestamente si palesò con l’infermità contagiosa, scoperta nella persona del Consegnero di detto Hospitale et Barbiero con il Rever. P. Terzago, per la longa esperienza del suddetto, il quale fece grandissima carità nella peste di Palermo dell’anno 1624, disse il Lonato essere morto di peste et loro medesimi essersi amalati del medemo male, se bene per gli preseruativi, et loro robustezza mediante l’aggiutto Divino si fossero mantenuti(guariti). (Tadino, pag. 51.)

55.Il Tadino varia nella data e nel nome dell’individuo.Entrò nella città Pietro Antonio Lonato soldato alli 22 ottobre del sodetto anno 1629, habitante in borgo di Porta Orientale, parocchia di S. Babila nella casa detta dell’orefice... conducendo seco molti vestimenti comperati, ovvero rubbati alli soldati alemani, et subito gionto s’infermò, et fu condotto all’Hospitale, il quale essendo soprapreso da un tumore nel cubito del braccio sinistro con un bubone sotto l’ascella sinistra, morbo maligno et pestilente, accompagnato da febbre parimente pestilente, morse nel quarto giorno.... Tutte le sue robbe et letto insieme furno subbito abbruggiati, che fu causa, mediante l’aggiutto Divino di preseruarle per all’hora questo Hospitale Venerando; ma non durò longo tempo questo sospetto perchè manifestamente si palesò con l’infermità contagiosa, scoperta nella persona del Consegnero di detto Hospitale et Barbiero con il Rever. P. Terzago, per la longa esperienza del suddetto, il quale fece grandissima carità nella peste di Palermo dell’anno 1624, disse il Lonato essere morto di peste et loro medesimi essersi amalati del medemo male, se bene per gli preseruativi, et loro robustezza mediante l’aggiutto Divino si fossero mantenuti(guariti). (Tadino, pag. 51.)

56.Carlo Colona Suonatore di Leuto poco prima anch’esso venuto da Monza, per vedere il passaggio de gli Alemani et forsi che haveva comprate alcune robbe da questa gente: alli 16 novembre infermò... morse nella quarta. (Tadino, pag. 51.)

56.Carlo Colona Suonatore di Leuto poco prima anch’esso venuto da Monza, per vedere il passaggio de gli Alemani et forsi che haveva comprate alcune robbe da questa gente: alli 16 novembre infermò... morse nella quarta. (Tadino, pag. 51.)

57.Ciò accadeva nella primavera del 1630, quando il male cominciava a serpeggiare nel borgo di Porta Orientale, e si sarebbe forse potuto circoscrivere con buone provvidenze.

57.Ciò accadeva nella primavera del 1630, quando il male cominciava a serpeggiare nel borgo di Porta Orientale, e si sarebbe forse potuto circoscrivere con buone provvidenze.

58.A questa incredulità s’accompagnavano altri fisici... li quali per degni rispetti non si nominano. Et in questo sinistro pensiero cascavano ancora li chirurgi della città Carcano, Monte, Calvo et il Chiodo, li quali non sapendosi governare mercè dell’ingordo guadagno, con la loro morte confessorno la verità, atteso che tutti morsero di peste, etc.(Tadino, pag. 73.)

58.A questa incredulità s’accompagnavano altri fisici... li quali per degni rispetti non si nominano. Et in questo sinistro pensiero cascavano ancora li chirurgi della città Carcano, Monte, Calvo et il Chiodo, li quali non sapendosi governare mercè dell’ingordo guadagno, con la loro morte confessorno la verità, atteso che tutti morsero di peste, etc.(Tadino, pag. 73.)

59.I Conservatori del Tribunale, et in particolare li Fisici come fu del Tadino, et Settala cominciarono ad essere odiati dalla Plebe ignorante, mediante la voce d’alcuni Medici puoco ben intenzionati alla salute publica, li quali per li carobij attestauano non essere contagio pestilente, ne loro conoscere altra peste che quella dell’aria; et che questa mortalità copiosa di persone dependeua dalla mala regola et penuria del viuere questi duoi anni prossimi passati.... Laonde la plebe insupata ed imbibita da questa illusione, cominciò a sparlare di questi fisici (che ritenevano vera la peste), li quali quando per sciagura transitavano i carobij gli trattavano con male, et disoneste parole; et a tale petulanza arrivò questa plebe, che non vi mancò con le pietre restassero percossi.(Tadino, pag. 83.)

59.I Conservatori del Tribunale, et in particolare li Fisici come fu del Tadino, et Settala cominciarono ad essere odiati dalla Plebe ignorante, mediante la voce d’alcuni Medici puoco ben intenzionati alla salute publica, li quali per li carobij attestauano non essere contagio pestilente, ne loro conoscere altra peste che quella dell’aria; et che questa mortalità copiosa di persone dependeua dalla mala regola et penuria del viuere questi duoi anni prossimi passati.... Laonde la plebe insupata ed imbibita da questa illusione, cominciò a sparlare di questi fisici (che ritenevano vera la peste), li quali quando per sciagura transitavano i carobij gli trattavano con male, et disoneste parole; et a tale petulanza arrivò questa plebe, che non vi mancò con le pietre restassero percossi.(Tadino, pag. 83.)

60.Lodovico Settala fu uno de’ più celebri medici dell’età sua, e benemerito della patria per lo zelo con cui esercitò la medicina, specialmente duranti le due pesti.Nato nel 1552, ebbe per madre una Riva, figlia di Gian Francesco, giureconsulto riputatissimo all’università di Pavia. Ivi fece i primi studj, continuandoli a Torino ed a Milano nelle scuole Canobiane. Laureato che fu, entrò nel collegio medico nel 1573, e quasi subito venne nominato lettore all’Università di Pavia, ma scoppiata la peste nel 1576, lasciò la cattedra per servire più utilmente il suo paese.In quel tempo(scrive il Settala nel Trattato della peste)il Grande Arcivescovo, che confortava con divina carità i moribondi milanesi, destando ammirazione universale, mi volle, con indicibile benignità, compagno all’esimia opera.Egli coadjuvò con tanto sapere e premura il Borromeo, che acquistò fama di dotto e caritatevole medico, non solo in patria, ma in tutta Italia e fuori. I principi facevano a gara per avere il Settala: nel 1608 il duca di Baviera gli fece offrire la cattedra primaria di filosofia nell’Università d’Ingolstadt. Il duca di Toscana lo voleva professore a Pisa. Il Senato di Bologna gli esibì 1200 zecchini di stipendio qualora si recasse a quella famosa Università. Il Senato di Venezia instava per fargli accettare una cattedra di medicina a Padova. Ma egli rifiutò costantemente tali lusinghiere profferte, non volendo abbandonare la sua Milano. E insistendo il Senato di Venezia perchè indicasse almeno un uomo degno della cattedra ricusata, egli suggeriva il dottissimo Santorio, il quale giustificò la sua scelta. Nel 1619 il re di Spagna nominollo protofisico di tutto lo Stato di Milano, ricompensa meritata colla sua dottrina e le sue virtù. Allorchè scoppiò la peste del 1630, il Settala, benchè toccasse ormai l’ottantesimo anno, si adoperò con gran zelo come capo del magistrato di Sanità per attivare le più energiche misure onde frenare il contagio. Ma ebbe il dolore di vedersi non creduto anzi insultato dal popolo, malgrado la venerazione procacciatagli dal sapere e dai beneficj resi a’ concittadini. Non s’avvilì perciò, e durante quel contagio, giovò colla sua sperienza, poichè la vecchiaja non gli consentiva di giovare coll’operosità. Uscito illeso, il Settala chiuse, il 12 settembre 1633, la sua lunga e onorata carriera, lasciando nome di valente medico e d’ottimo cittadino.Scrisse molte opere, nelle quali traspare ingegno ed erudizione, ma viziate dagli errori in allora comuni nelle scienze mediche. Il progresso di queste, e un po’ il riprovevole dispregio di quanto è antico, le fece cadere oggidì in totale dimenticanza. Se ne può leggere il catalogo nell’Argelati.Bibliot. Script. Mediol.Lodovico Settala riposa nel tumulo de’ suoi maggiori in San Nazzaro, dove, quarant’anni dopo la sua morte, i figli gli posero una lapide, la quale ora trovasi in sacristia, ivi con altre locata nell’anno 1830 quando ristaurossi quella basilica. Vi si legge una gonfia iscrizione, piena di bisticci, secondo il pessimo gusto del seicento, la quale, tradotta in italiano, suona così:D. O. M.A LODOVICO SETTALAPER SPLENDORI DI NOBILTÀ E DOTTRINA CHIARISSIMOARCHIATRO DI FILIPPO RE DI SPAGNACITTADINO E SALVATORE DI MILANOCHE VINSE LA MORTE QUANTE VOLTE VOLLEE LA VINSE QUANTE VOLTE APPRESTO’ RIMEDJPUGNANTE COI MORBI E COLLA MORTECOLLE SUE LUCUBRAZIONIANCHE DOPO LA DOMATA PESTEPADRE AMANTISSIMO E DOTTISSIMOI FIGLI CARLO VESCOVO DI CORTONAEANTONIO INSIGNITO PIU’ VOLTE D’ONORI MUNICIPALIOFFRONO TRIBUTO DI LAGRIMEMANFREDO POI CANONICO DI QUESTA BASILICANEL DOMICILIO DELLA SUA IMMORTALITÀUN MONUMENTO IMMORTALEPOSEAI PRIMI IDI D’AGOSTOL’ANNO INTERCALARE MDCLXXII

60.Lodovico Settala fu uno de’ più celebri medici dell’età sua, e benemerito della patria per lo zelo con cui esercitò la medicina, specialmente duranti le due pesti.

Nato nel 1552, ebbe per madre una Riva, figlia di Gian Francesco, giureconsulto riputatissimo all’università di Pavia. Ivi fece i primi studj, continuandoli a Torino ed a Milano nelle scuole Canobiane. Laureato che fu, entrò nel collegio medico nel 1573, e quasi subito venne nominato lettore all’Università di Pavia, ma scoppiata la peste nel 1576, lasciò la cattedra per servire più utilmente il suo paese.In quel tempo(scrive il Settala nel Trattato della peste)il Grande Arcivescovo, che confortava con divina carità i moribondi milanesi, destando ammirazione universale, mi volle, con indicibile benignità, compagno all’esimia opera.

Egli coadjuvò con tanto sapere e premura il Borromeo, che acquistò fama di dotto e caritatevole medico, non solo in patria, ma in tutta Italia e fuori. I principi facevano a gara per avere il Settala: nel 1608 il duca di Baviera gli fece offrire la cattedra primaria di filosofia nell’Università d’Ingolstadt. Il duca di Toscana lo voleva professore a Pisa. Il Senato di Bologna gli esibì 1200 zecchini di stipendio qualora si recasse a quella famosa Università. Il Senato di Venezia instava per fargli accettare una cattedra di medicina a Padova. Ma egli rifiutò costantemente tali lusinghiere profferte, non volendo abbandonare la sua Milano. E insistendo il Senato di Venezia perchè indicasse almeno un uomo degno della cattedra ricusata, egli suggeriva il dottissimo Santorio, il quale giustificò la sua scelta. Nel 1619 il re di Spagna nominollo protofisico di tutto lo Stato di Milano, ricompensa meritata colla sua dottrina e le sue virtù. Allorchè scoppiò la peste del 1630, il Settala, benchè toccasse ormai l’ottantesimo anno, si adoperò con gran zelo come capo del magistrato di Sanità per attivare le più energiche misure onde frenare il contagio. Ma ebbe il dolore di vedersi non creduto anzi insultato dal popolo, malgrado la venerazione procacciatagli dal sapere e dai beneficj resi a’ concittadini. Non s’avvilì perciò, e durante quel contagio, giovò colla sua sperienza, poichè la vecchiaja non gli consentiva di giovare coll’operosità. Uscito illeso, il Settala chiuse, il 12 settembre 1633, la sua lunga e onorata carriera, lasciando nome di valente medico e d’ottimo cittadino.

Scrisse molte opere, nelle quali traspare ingegno ed erudizione, ma viziate dagli errori in allora comuni nelle scienze mediche. Il progresso di queste, e un po’ il riprovevole dispregio di quanto è antico, le fece cadere oggidì in totale dimenticanza. Se ne può leggere il catalogo nell’Argelati.Bibliot. Script. Mediol.

Lodovico Settala riposa nel tumulo de’ suoi maggiori in San Nazzaro, dove, quarant’anni dopo la sua morte, i figli gli posero una lapide, la quale ora trovasi in sacristia, ivi con altre locata nell’anno 1830 quando ristaurossi quella basilica. Vi si legge una gonfia iscrizione, piena di bisticci, secondo il pessimo gusto del seicento, la quale, tradotta in italiano, suona così:

D. O. M.

A LODOVICO SETTALAPER SPLENDORI DI NOBILTÀ E DOTTRINA CHIARISSIMOARCHIATRO DI FILIPPO RE DI SPAGNACITTADINO E SALVATORE DI MILANOCHE VINSE LA MORTE QUANTE VOLTE VOLLEE LA VINSE QUANTE VOLTE APPRESTO’ RIMEDJPUGNANTE COI MORBI E COLLA MORTECOLLE SUE LUCUBRAZIONIANCHE DOPO LA DOMATA PESTEPADRE AMANTISSIMO E DOTTISSIMOI FIGLI CARLO VESCOVO DI CORTONAEANTONIO INSIGNITO PIU’ VOLTE D’ONORI MUNICIPALIOFFRONO TRIBUTO DI LAGRIMEMANFREDO POI CANONICO DI QUESTA BASILICANEL DOMICILIO DELLA SUA IMMORTALITÀUN MONUMENTO IMMORTALEPOSEAI PRIMI IDI D’AGOSTOL’ANNO INTERCALARE MDCLXXII

61.Il primo nel 1629, il secondo nel 1630.

61.Il primo nel 1629, il secondo nel 1630.

62.Tadino espone minutamente le prescrizioni pei malati che rimanevano in casa. Il Commissario doveva suggellare tutte le porte, meno una, collocandovi guardie, profumare stanze e robe, visitare in persona le case in sequestro, almeno una volta il giorno, e farne esatta relazione alla Sanità. I provvedimenti erano buoni; ma tra per la cupidigia degli uffiziali subalterni, tra per l’infierire della peste, vennero mal eseguiti. (VediTadino, pag.76.)

62.Tadino espone minutamente le prescrizioni pei malati che rimanevano in casa. Il Commissario doveva suggellare tutte le porte, meno una, collocandovi guardie, profumare stanze e robe, visitare in persona le case in sequestro, almeno una volta il giorno, e farne esatta relazione alla Sanità. I provvedimenti erano buoni; ma tra per la cupidigia degli uffiziali subalterni, tra per l’infierire della peste, vennero mal eseguiti. (VediTadino, pag.76.)

63.Fino dal febbrajo 1630 i Medici Conservatori avevano suggerito di preparare fopponilonghi profondi, e non troppo larghi, tanto che si puotesse stare quattro cadaveri per traverso.E questi fuori di ciascuna porta; ma tale prudente misura non venne adottata che nel maggio, quando crebbe il numero dei morti. Il Tribunale di Sanità, conoscendo l’importanza somma d’una pronta e diligente tumulazione, invigilava perchè fossero eseguiti i suoi ordini; pure, in onta alle pene severissime non riusciva a farli ubbidire. Il caso seguente, narrato dal Tadino, prova ad evidenza la verità dell’esposto. Morì nell’aprile un Brasca d’anni 15, figlio d’un macellajo in Porta Orientale,et fu sepolto sopra il Cimiterio di S. Babila et perchè s’era sparsa voce, che il caso fosse dubbioso, uno de’ sotterratori per interesse de’ vestiti dopo duoi giorni di sepoltura, hebbe ardire di leuare la cassa dalla fossa profonda, et aperta spogliarlo; et accortosi l’altro compagno, dicesi, che lo riprendesse dell’errore commesso contra gli ordini del Tribunale per le pene gravi intimate; ma non palesandolo anzi per quello s’intese escusandolo fu messo in prigione, et giustificata la verità del fatto, fu appicato d’ordine del Tribunale per mezzo al sudetto Cimiterio, ad esempio degl’altri, et bandito il principale. (Tadino, pag. 92).

63.Fino dal febbrajo 1630 i Medici Conservatori avevano suggerito di preparare fopponilonghi profondi, e non troppo larghi, tanto che si puotesse stare quattro cadaveri per traverso.E questi fuori di ciascuna porta; ma tale prudente misura non venne adottata che nel maggio, quando crebbe il numero dei morti. Il Tribunale di Sanità, conoscendo l’importanza somma d’una pronta e diligente tumulazione, invigilava perchè fossero eseguiti i suoi ordini; pure, in onta alle pene severissime non riusciva a farli ubbidire. Il caso seguente, narrato dal Tadino, prova ad evidenza la verità dell’esposto. Morì nell’aprile un Brasca d’anni 15, figlio d’un macellajo in Porta Orientale,et fu sepolto sopra il Cimiterio di S. Babila et perchè s’era sparsa voce, che il caso fosse dubbioso, uno de’ sotterratori per interesse de’ vestiti dopo duoi giorni di sepoltura, hebbe ardire di leuare la cassa dalla fossa profonda, et aperta spogliarlo; et accortosi l’altro compagno, dicesi, che lo riprendesse dell’errore commesso contra gli ordini del Tribunale per le pene gravi intimate; ma non palesandolo anzi per quello s’intese escusandolo fu messo in prigione, et giustificata la verità del fatto, fu appicato d’ordine del Tribunale per mezzo al sudetto Cimiterio, ad esempio degl’altri, et bandito il principale. (Tadino, pag. 92).

64.Il Vicario di Provisione nel 1630 era Francesco Landriani.

64.Il Vicario di Provisione nel 1630 era Francesco Landriani.

65.Questa processione ebbe luogo l’undici giugno: durò dalle ore 7 alle 19 italiane. (Pio della Croce.)

65.Questa processione ebbe luogo l’undici giugno: durò dalle ore 7 alle 19 italiane. (Pio della Croce.)

66.La vera ed evidente causa fu il contatto di tante migliaja di persone sempre fatale nei contagi, e specialmente colla caldura allora dominante; ma l’ignoranza dei tempi non l’ammetteva. Il Tribunale di Sanità comprese il pericolo; ma non aveva forza di opporsi al voto di tutta una popolazione. Adottò quindi, come accade in simili casi, un mezzo termine, cioè di escludere da Milano in quel giorno i sospetti; inutile misura dacchè la peste era già penetrata in città.Il Tribunale di Sanità fece promulgare rigorose grida con pena della confisca de’ beni e della vita stessa che niuna persona delle terre infette o in cui fosse avvenuto qualche caso pestilente, ardisse, sotto qualsiasi pretesto, intervenire alla detta processione. Furono chiuse le porte della città e inchiodate le porte delle case infette; pure si sviluppò il contagio. Così il Somaglia, il quale lo attribuisce agli Untori.

66.La vera ed evidente causa fu il contatto di tante migliaja di persone sempre fatale nei contagi, e specialmente colla caldura allora dominante; ma l’ignoranza dei tempi non l’ammetteva. Il Tribunale di Sanità comprese il pericolo; ma non aveva forza di opporsi al voto di tutta una popolazione. Adottò quindi, come accade in simili casi, un mezzo termine, cioè di escludere da Milano in quel giorno i sospetti; inutile misura dacchè la peste era già penetrata in città.

Il Tribunale di Sanità fece promulgare rigorose grida con pena della confisca de’ beni e della vita stessa che niuna persona delle terre infette o in cui fosse avvenuto qualche caso pestilente, ardisse, sotto qualsiasi pretesto, intervenire alla detta processione. Furono chiuse le porte della città e inchiodate le porte delle case infette; pure si sviluppò il contagio. Così il Somaglia, il quale lo attribuisce agli Untori.

67.Esagerazione rettorica, poichè in detto giorno le case sequestrate erano già 500, ai primi di luglio crebbero a’ 2000. Prima della processione la mortalità giornaliera arrivò a’ 130, dopocaddero talmente li ammorbati, dice il Somaglia,che in brevissimo tempo si condussero più di dodici mille persone al Lazzaretto, sendosi tant’oltre con progressi così orrendi avanzata la peste, che obbligò quasi tutte le famiglie de’ ricchi, nobili, mercanti o chi poteva aver ricetto nelle ville, a colà fuggirsene.(Somaglia, pag. 484).

67.Esagerazione rettorica, poichè in detto giorno le case sequestrate erano già 500, ai primi di luglio crebbero a’ 2000. Prima della processione la mortalità giornaliera arrivò a’ 130, dopocaddero talmente li ammorbati, dice il Somaglia,che in brevissimo tempo si condussero più di dodici mille persone al Lazzaretto, sendosi tant’oltre con progressi così orrendi avanzata la peste, che obbligò quasi tutte le famiglie de’ ricchi, nobili, mercanti o chi poteva aver ricetto nelle ville, a colà fuggirsene.(Somaglia, pag. 484).

68.Somaglia dice 1700 al giorno durante il luglio e l’agosto.

68.Somaglia dice 1700 al giorno durante il luglio e l’agosto.

69.Cioè da μονοςsolo, o da μονακὸςsolitario. Il Bugato invece lo deriva dal latino monere, avvisare, perchè col tintinnio delle campanelle attaccate ai piedi avvisavano la gente di scostarsi. Ambedue le etimologie sono stiracchiate, ma non si saprebbe indicare donde venga precisamente questo vocabolo.I Monatti erano distribuiti nelle seguenti stazioni:Al Guasto in Porta Comasina.All’osteria di Sant’Antonio in Porta Vercellina andando alle Grazie.All’osteria del Pavoncino in Porta Romana.In tutto il Borghetto di Porta Orientale vicino al Dazio.Gli carri, che di continuo dallo spuntare al tramontare del sole s’adoperavano per la condotta dei morti o delle persone o robbe infette, erano circa cinquanta. (Somaglia, Alleggiamento.)Ad ogni carro servivano due Monatti ed un cavallo.(Lampugnani, pag. 35.)

69.Cioè da μονοςsolo, o da μονακὸςsolitario. Il Bugato invece lo deriva dal latino monere, avvisare, perchè col tintinnio delle campanelle attaccate ai piedi avvisavano la gente di scostarsi. Ambedue le etimologie sono stiracchiate, ma non si saprebbe indicare donde venga precisamente questo vocabolo.

I Monatti erano distribuiti nelle seguenti stazioni:

Al Guasto in Porta Comasina.

All’osteria di Sant’Antonio in Porta Vercellina andando alle Grazie.

All’osteria del Pavoncino in Porta Romana.

In tutto il Borghetto di Porta Orientale vicino al Dazio.

Gli carri, che di continuo dallo spuntare al tramontare del sole s’adoperavano per la condotta dei morti o delle persone o robbe infette, erano circa cinquanta. (Somaglia, Alleggiamento.)

Ad ogni carro servivano due Monatti ed un cavallo.(Lampugnani, pag. 35.)

70.Indegna cosa parimenti fu l’aversi alcuni mal consigliati giovani, poste le campanelle a piedi, per essere anch’essi creduti Monatti. Colla quale inventione usurpavansi licenza di andar tra sani per le case altrui, fingendo cercare se vi fussero infermi o morti. Dal che ne avenivano robbarie e scandali notabilissimi. (Somaglia, Alleggiamento, pag. 500.)

70.Indegna cosa parimenti fu l’aversi alcuni mal consigliati giovani, poste le campanelle a piedi, per essere anch’essi creduti Monatti. Colla quale inventione usurpavansi licenza di andar tra sani per le case altrui, fingendo cercare se vi fussero infermi o morti. Dal che ne avenivano robbarie e scandali notabilissimi. (Somaglia, Alleggiamento, pag. 500.)

71.Non meno viva è la pittura che il Della Croce fa della condizione di Milano.Spettacolo orribile a vedere era allora la già tanto gloriosa, ma in detti tempi misera città di Milano. Stavano desolate le case, le famiglie estinte, chiuse le botteghe, cessati i traffichi, serrati i tribunali, abbandonate le chiese, le contrade solitarie. Ed ormai più non si vedevano per le strade che quei ministri funebri, che dalle case ai lazzaretti conducevano gli infelici appestati. Stridevano mai sempre per le strade i carrettoni dei morti, tanto più orrendi alla vista quanto che i cadaveri confusamente caricativi sopra, davano di loro stessi vista più spaventosa. Uscivano dal Lazzaretto cantando li condottieri Monatti, già fatti duri in cuore in quell’orribile ufficio, con piumacci e galle su le berrette, e quasi che a parte fossero del trofeo di Morte, entravano audaci tanto nelle case infette, che più pareva volessero darle nemico sacco che amichevole ajuto.Pigliavano que’ Monatti per il capo, per le gambe, come loro meglio comodo veniva, gli appestati caduti sul dorso, e dalle spalle gli venivano poi a scaricare sul carro come sacco di grano, nulla curandosi che indecentemente giù dai lati pendessero e gambe e braccia e teste. E malamente copertegli le nudità con uno straccio di tela, se ne andavano a scaricarli al foppone, celebrandogli intanto il funerale le flebili grida dei famigliari che si vedevano tanto malamente trattare gli amati cadaveri de’ suoi più cari e congiunti. Non udendosi altro suono di campane che il doloroso, che andavano facendo le campanelle che li stessi Monatti e cavalli de’ carrettoni portavano legate al collo ed alle gambe per avviso di quelli che loro venivano incontrati.Non men doloroso era anche la vista dei poveri infetti, cui non era permessospirar l’anima sotto il paterno tetto fra i lor cari.Altri venivano sopra carri e talvolta forzatamente legati, empiendo l’aria di lamentevoli strida, altri sopra sedie portati, altri a piedi a bastoncelli appoggiati, andavano gemendo ad incontrare, prima che medico e medicina, la morte e la fossa. (Pio della Croce, pag. 58 e seg.)

71.Non meno viva è la pittura che il Della Croce fa della condizione di Milano.Spettacolo orribile a vedere era allora la già tanto gloriosa, ma in detti tempi misera città di Milano. Stavano desolate le case, le famiglie estinte, chiuse le botteghe, cessati i traffichi, serrati i tribunali, abbandonate le chiese, le contrade solitarie. Ed ormai più non si vedevano per le strade che quei ministri funebri, che dalle case ai lazzaretti conducevano gli infelici appestati. Stridevano mai sempre per le strade i carrettoni dei morti, tanto più orrendi alla vista quanto che i cadaveri confusamente caricativi sopra, davano di loro stessi vista più spaventosa. Uscivano dal Lazzaretto cantando li condottieri Monatti, già fatti duri in cuore in quell’orribile ufficio, con piumacci e galle su le berrette, e quasi che a parte fossero del trofeo di Morte, entravano audaci tanto nelle case infette, che più pareva volessero darle nemico sacco che amichevole ajuto.

Pigliavano que’ Monatti per il capo, per le gambe, come loro meglio comodo veniva, gli appestati caduti sul dorso, e dalle spalle gli venivano poi a scaricare sul carro come sacco di grano, nulla curandosi che indecentemente giù dai lati pendessero e gambe e braccia e teste. E malamente copertegli le nudità con uno straccio di tela, se ne andavano a scaricarli al foppone, celebrandogli intanto il funerale le flebili grida dei famigliari che si vedevano tanto malamente trattare gli amati cadaveri de’ suoi più cari e congiunti. Non udendosi altro suono di campane che il doloroso, che andavano facendo le campanelle che li stessi Monatti e cavalli de’ carrettoni portavano legate al collo ed alle gambe per avviso di quelli che loro venivano incontrati.

Non men doloroso era anche la vista dei poveri infetti, cui non era permessospirar l’anima sotto il paterno tetto fra i lor cari.Altri venivano sopra carri e talvolta forzatamente legati, empiendo l’aria di lamentevoli strida, altri sopra sedie portati, altri a piedi a bastoncelli appoggiati, andavano gemendo ad incontrare, prima che medico e medicina, la morte e la fossa. (Pio della Croce, pag. 58 e seg.)

72.La quale assurda opinione fu comune a tutti gli scrittori del tempo. Io sono di parere che li capi malfattori ed autori di tanta inumanità avessero anche patto col demonio, e che perciò, volendo eglino palesar il fatto, venissero da quello soffocati, perchè io ne ho visto alcuni, li quali imputati di tal scelleraggine, temendo il dovuto gastigo, arrabbiati se gli crepò il ventre in due parti. (Somaglia.)Il Croce.Sino all’ultimo pertinacemente affermarono d’esser innocenti, sopportando del rimanente quella morte con assai buona disposizione, dal che si argomenta la diabolica fattura di questo fatto. (Pag. 49.) Ed altrove aggiunge:che la diabolica fattura era tale che chi preso ne veniva con darle il primo consenso, sentiva tal gusto e diletto nell’andar untando che umano piacere, sia qualsivoglia, non è possibile se gli agguagli. (Pag. 52.)Il Tadino.In questo tempo non fu medico alcuno, ne persona inteligente che hauesse sentimento diverso di queste untioni pestilenti che non fossero con arte diabolica fabricate.(Pag. 117, e negli altri passi dove favella degli Untori.)La quale credenza delle unzioni, diffusa, come è detto sopra, nell’aprile, andò crescendo ne’ mesi successivi. Si poneva in opera ogni mezzo per iscoprirne i supposti autori, e le gride succedevansi sempre più minaccevoli.Cito i passi più importanti delle Gride medesime.Avendo alcuni temerarj e scellerati avuto ardire di andare ungendo molte porte delle case, diversi catenacci di esse e gran parte dei muri di quasi tutte le case di questa città, con unzioni parte bianche e parte gialle, il che ha causato negli animi di questo popolo di Milano grandissimo terrore e spavento, dubitandosi che tali untuosità siano state fatte per aumentare la peste che va serpendo in tante parti di questo stato, dal che potendone seguire molti mali effetti ed inconvenienti pregiudiciali alla pubblica salute, ai quali dovendo gli signori Presidenti e Conservatori della sanità dello stato di Milano per debito del loro carico provedere, hanno risoluto per beneficio publico e per quiete e consolazione degli abitanti di questa città, oltre tante diligenze sin qui d’ordine loro usate per metter in chiaro i delinquenti, far pubblicare la presente grida.Con la quale promettono a ciascuna persona di qualsivoglia grado, stato e condizione si sia, che nel termine di giorni 30 prossimi a venire dopo la pubblicazione della presente metterà in chiaro la persona o le persone che hanno commesso, favorito, ajutato o dato il mandato, o recettato, o avuto parte o scienza ancorchè minima in cotal delitto, scudi 200 de’ danari delle condanne di questo Tribunale: e se il notificante sarà uno de’ complici, purchè non sia il principale, se gli promette l’impunità, e parimente guadagnerà il suddetto premio.Ed a questo effetto si deputano per giudici il signor Capitano di Giustizia, il signor Podestà di questa città ed il signor Auditore di questo tribunale a’ quali o ad uno di essi avranno da ricorrere i propalatori di tal delitto, quali volendo saranno anco tenuti segreti.Dato in Milano li 19 Maggio 1630.M. Antonio Monti,Presidente.Giacomo Antonio Tagliabue,Cancelliere.Essendo pervenuto alle orrecchie dell’Ill.moed Ecc.moMarchese Spinola etc., il disordine et temerità seguita in questa città di Milano et in quella di Cremona et Lodi dove sono stati unti quasi tutti li muri delle case, molte porte, e cadenazzi di esse con untioni di colore parte bianco, e parte giallo et il travaglio d’animo e spavento che questa mala atione ha cagionato al popolo per il timore conseguito che sia stata fatta per aumentare la peste, conferma la grida di Sanità 19 maggio, e promette altri 200 scudi, e liberazione di due banditi per casi gravi a chi soministra indizj ed impunità anche al complice purchè non sia il principale.(13 Giugno.)In molte parti dello Stato et in particolare delle città di Milano, Pavia e Cremona, et altri molti luoghi hanno con unti velenosi untate le porte, etc. con animo diabolico di dilatare la peste.Promette l’impunità dei complici del detto delitto mentre non siano dei principali.... et il premio di scudi mille et la liberazione di tre banditi.(14 Luglio.)La continuazione del velenoso male causato dalle untuosità pestilenziali che senza alcun timore delle minacciate pene si vanno tuttavia spargendo in questa città con tanta mortalità de’ cittadini, inducono S. E. a bandire nel termine di due giorni tutti i forastieri di qualsivoglia nazione, stato, grado, qualità, condizione, pena la vita et confiscazione dei beni. Mille scudi, e cinque anni di galera agli osti e tavernieri che non li denunziassero.(30 Luglio.)

72.La quale assurda opinione fu comune a tutti gli scrittori del tempo. Io sono di parere che li capi malfattori ed autori di tanta inumanità avessero anche patto col demonio, e che perciò, volendo eglino palesar il fatto, venissero da quello soffocati, perchè io ne ho visto alcuni, li quali imputati di tal scelleraggine, temendo il dovuto gastigo, arrabbiati se gli crepò il ventre in due parti. (Somaglia.)

Il Croce.Sino all’ultimo pertinacemente affermarono d’esser innocenti, sopportando del rimanente quella morte con assai buona disposizione, dal che si argomenta la diabolica fattura di questo fatto. (Pag. 49.) Ed altrove aggiunge:che la diabolica fattura era tale che chi preso ne veniva con darle il primo consenso, sentiva tal gusto e diletto nell’andar untando che umano piacere, sia qualsivoglia, non è possibile se gli agguagli. (Pag. 52.)

Il Tadino.In questo tempo non fu medico alcuno, ne persona inteligente che hauesse sentimento diverso di queste untioni pestilenti che non fossero con arte diabolica fabricate.(Pag. 117, e negli altri passi dove favella degli Untori.)

La quale credenza delle unzioni, diffusa, come è detto sopra, nell’aprile, andò crescendo ne’ mesi successivi. Si poneva in opera ogni mezzo per iscoprirne i supposti autori, e le gride succedevansi sempre più minaccevoli.

Cito i passi più importanti delle Gride medesime.

Avendo alcuni temerarj e scellerati avuto ardire di andare ungendo molte porte delle case, diversi catenacci di esse e gran parte dei muri di quasi tutte le case di questa città, con unzioni parte bianche e parte gialle, il che ha causato negli animi di questo popolo di Milano grandissimo terrore e spavento, dubitandosi che tali untuosità siano state fatte per aumentare la peste che va serpendo in tante parti di questo stato, dal che potendone seguire molti mali effetti ed inconvenienti pregiudiciali alla pubblica salute, ai quali dovendo gli signori Presidenti e Conservatori della sanità dello stato di Milano per debito del loro carico provedere, hanno risoluto per beneficio publico e per quiete e consolazione degli abitanti di questa città, oltre tante diligenze sin qui d’ordine loro usate per metter in chiaro i delinquenti, far pubblicare la presente grida.

Con la quale promettono a ciascuna persona di qualsivoglia grado, stato e condizione si sia, che nel termine di giorni 30 prossimi a venire dopo la pubblicazione della presente metterà in chiaro la persona o le persone che hanno commesso, favorito, ajutato o dato il mandato, o recettato, o avuto parte o scienza ancorchè minima in cotal delitto, scudi 200 de’ danari delle condanne di questo Tribunale: e se il notificante sarà uno de’ complici, purchè non sia il principale, se gli promette l’impunità, e parimente guadagnerà il suddetto premio.

Ed a questo effetto si deputano per giudici il signor Capitano di Giustizia, il signor Podestà di questa città ed il signor Auditore di questo tribunale a’ quali o ad uno di essi avranno da ricorrere i propalatori di tal delitto, quali volendo saranno anco tenuti segreti.

Dato in Milano li 19 Maggio 1630.

M. Antonio Monti,Presidente.

Giacomo Antonio Tagliabue,Cancelliere.

Essendo pervenuto alle orrecchie dell’Ill.moed Ecc.moMarchese Spinola etc., il disordine et temerità seguita in questa città di Milano et in quella di Cremona et Lodi dove sono stati unti quasi tutti li muri delle case, molte porte, e cadenazzi di esse con untioni di colore parte bianco, e parte giallo et il travaglio d’animo e spavento che questa mala atione ha cagionato al popolo per il timore conseguito che sia stata fatta per aumentare la peste, conferma la grida di Sanità 19 maggio, e promette altri 200 scudi, e liberazione di due banditi per casi gravi a chi soministra indizj ed impunità anche al complice purchè non sia il principale.

(13 Giugno.)

In molte parti dello Stato et in particolare delle città di Milano, Pavia e Cremona, et altri molti luoghi hanno con unti velenosi untate le porte, etc. con animo diabolico di dilatare la peste.

Promette l’impunità dei complici del detto delitto mentre non siano dei principali.... et il premio di scudi mille et la liberazione di tre banditi.

(14 Luglio.)

La continuazione del velenoso male causato dalle untuosità pestilenziali che senza alcun timore delle minacciate pene si vanno tuttavia spargendo in questa città con tanta mortalità de’ cittadini, inducono S. E. a bandire nel termine di due giorni tutti i forastieri di qualsivoglia nazione, stato, grado, qualità, condizione, pena la vita et confiscazione dei beni. Mille scudi, e cinque anni di galera agli osti e tavernieri che non li denunziassero.

(30 Luglio.)

73.La gente camminava con pistole in mano: i nobili senza mantello, e con sportule per provigioni. (Pio della Croce.)

73.La gente camminava con pistole in mano: i nobili senza mantello, e con sportule per provigioni. (Pio della Croce.)

74.Il Processo degli Untori, di cui s’è tanto parlato in quest’ultimi anni, esiste per intero nell’Archivio Criminale, o, per dir meglio, esisteva, giacchè andò in gran parte smarrito anni sono in un riordinamento di vecchie carte. La parte di esso che riguarda il Mora e gli altri condannati, si stampò nel 1630, perchè servisse a continuare il Processo medesimo coll’accusato Padilla. Pietro Verri fu il primo a spargere luce su questa miseranda storia degli Untori, scrivendo nel 1777 le sueOsservazioni sulla tortura, e singolarmente sugli effetti che produsse all’occasione delle unzioni malefiche, alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l’anno 1630. Fino dal 1761, Verri aveva abbozzate alcune idee sulla tortura, e nelMal di Milza, celebre almanacco che, unitamente alZoroastro, pubblicò per filosofica celia in quell’anno, così esprimevasi, facendo, sotto forma d’indovinello, parlare la Tortura. «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me, il mio imperio è nato nei tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati». Undici anni dopo, cioè nel 1777, egli riassunse le proprie idee su quell’orribile abuso, e le ordinò nelle sueOsservazioni. Non vi sia discaro, o lettori, udire il giudizio che ne dà il benemerito Pietro Custodi nelleNotizie del Verripremesse al volume XV,Economisti Italiani, Parte moderna.«Per rendere più efficace la forza dei ragionamenti, scelse un famoso esempio di un delitto impossibile confessato per l’eccesso de’ tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L’ordine, la chiarezza, la forza de’ raziocinj e l’insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelleOsservazioni sulla Torturain grado eminente. Non temo d’incontrar taccia di esagerato, se dico che quest’Opera mostra più che ogni altra qual grand’uomo era il Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario de’ tribunali, ancor più barbaro a que’ tempi; d’insinuare l’austerità de’ ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di trasfondere ne’ suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre (il conte Gabriele), era presidente di quel collegio di supremi giudici, che centoquarantasette anni prima avea dato un sì atroce esempio d’ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette che l’estimazione del Senato potesse restar macchiata per la propalazione dell’antica infamia. Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò all’idea di dare alle stampe le sueOsservazioni, così il pubblico rimase defraudato di un’opera che certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la palma.QuesteOsservazioni, unitamente alleMemorie storiche sulla Economia pubblica dello Stato di Milano, scritte nel 1768, furono pubblicate dal Custodi l’anno 1804, e formano il volume XVII, Parte moderna degliScrittori Classici Italiani di Economia politica. «Il manoscritto originale, dic’egli, di questa importantissima Opera, già disposto dall’autore per la stampa, mi venne cortesemente comunicato dalla stimabile di lui vedova. Io ho creduto di aggiungervi, quasi in forma di una lunga nota, leOsservazioni sulla Tortura, per soddisfare alla curiosità di molti che bramavano di vederle pubblicate, e perchè altronde l’esempio del fatto atroce che ne forma il principal soggetto, può servire di più ampia dimostrazione della barbarie dei tempi». (pag. 53, Volume XV, Parte moderna).Cesare Cantù, ne’ suoiRagionamenti intorno alla Storia Lombarda del secolo XVII, pubblicati in via di commento aiPromessi Sposinei Volumi 11, 12 dell’Indicatore1832, tolse dal Verri, e riprodusse tutto ciò che avvi di più importante nei due opuscoli citati, circa la condizione politico-economica di Milano a quell’epoca, e circa ilProcesso degli Untori.Nel 1839 si sparse la voce in Milano che pubblicavasi un lavoro sullaColonna Infame, e molte ciarle se ne fecero, nell’idea che fosse lo scritto tanto desiderato di Manzoni, o se d’altri lavoro originale. Ma al comparire del volume fu delusa l’aspettativa del pubblico, non essendo che una semplice ristampa dellaParte Offensiva del Processodata in luce, come accennai più sopra, nel 1630, aggiuntovi, per informativa e per conclusione del fatto, due brani deiRagionamentidi Cesare Cantù. Il libro non poteva gradire alla comune dei lettori, perchè nulla più nojoso d’un processo in istile barbaro e prolisso; quindi giace dimenticato: però è un documento storico non senza importanza pei Milanesi. Sceglierò alcune note ad illustrazione del Ripamonti, tanto dalVerriche dalProcesso, citando di quest’ultimo l’edizione del 1839.

74.Il Processo degli Untori, di cui s’è tanto parlato in quest’ultimi anni, esiste per intero nell’Archivio Criminale, o, per dir meglio, esisteva, giacchè andò in gran parte smarrito anni sono in un riordinamento di vecchie carte. La parte di esso che riguarda il Mora e gli altri condannati, si stampò nel 1630, perchè servisse a continuare il Processo medesimo coll’accusato Padilla. Pietro Verri fu il primo a spargere luce su questa miseranda storia degli Untori, scrivendo nel 1777 le sueOsservazioni sulla tortura, e singolarmente sugli effetti che produsse all’occasione delle unzioni malefiche, alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l’anno 1630. Fino dal 1761, Verri aveva abbozzate alcune idee sulla tortura, e nelMal di Milza, celebre almanacco che, unitamente alZoroastro, pubblicò per filosofica celia in quell’anno, così esprimevasi, facendo, sotto forma d’indovinello, parlare la Tortura. «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me, il mio imperio è nato nei tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati». Undici anni dopo, cioè nel 1777, egli riassunse le proprie idee su quell’orribile abuso, e le ordinò nelle sueOsservazioni. Non vi sia discaro, o lettori, udire il giudizio che ne dà il benemerito Pietro Custodi nelleNotizie del Verripremesse al volume XV,Economisti Italiani, Parte moderna.

«Per rendere più efficace la forza dei ragionamenti, scelse un famoso esempio di un delitto impossibile confessato per l’eccesso de’ tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L’ordine, la chiarezza, la forza de’ raziocinj e l’insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelleOsservazioni sulla Torturain grado eminente. Non temo d’incontrar taccia di esagerato, se dico che quest’Opera mostra più che ogni altra qual grand’uomo era il Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario de’ tribunali, ancor più barbaro a que’ tempi; d’insinuare l’austerità de’ ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di trasfondere ne’ suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre (il conte Gabriele), era presidente di quel collegio di supremi giudici, che centoquarantasette anni prima avea dato un sì atroce esempio d’ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette che l’estimazione del Senato potesse restar macchiata per la propalazione dell’antica infamia. Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò all’idea di dare alle stampe le sueOsservazioni, così il pubblico rimase defraudato di un’opera che certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la palma.

QuesteOsservazioni, unitamente alleMemorie storiche sulla Economia pubblica dello Stato di Milano, scritte nel 1768, furono pubblicate dal Custodi l’anno 1804, e formano il volume XVII, Parte moderna degliScrittori Classici Italiani di Economia politica. «Il manoscritto originale, dic’egli, di questa importantissima Opera, già disposto dall’autore per la stampa, mi venne cortesemente comunicato dalla stimabile di lui vedova. Io ho creduto di aggiungervi, quasi in forma di una lunga nota, leOsservazioni sulla Tortura, per soddisfare alla curiosità di molti che bramavano di vederle pubblicate, e perchè altronde l’esempio del fatto atroce che ne forma il principal soggetto, può servire di più ampia dimostrazione della barbarie dei tempi». (pag. 53, Volume XV, Parte moderna).

Cesare Cantù, ne’ suoiRagionamenti intorno alla Storia Lombarda del secolo XVII, pubblicati in via di commento aiPromessi Sposinei Volumi 11, 12 dell’Indicatore1832, tolse dal Verri, e riprodusse tutto ciò che avvi di più importante nei due opuscoli citati, circa la condizione politico-economica di Milano a quell’epoca, e circa ilProcesso degli Untori.

Nel 1839 si sparse la voce in Milano che pubblicavasi un lavoro sullaColonna Infame, e molte ciarle se ne fecero, nell’idea che fosse lo scritto tanto desiderato di Manzoni, o se d’altri lavoro originale. Ma al comparire del volume fu delusa l’aspettativa del pubblico, non essendo che una semplice ristampa dellaParte Offensiva del Processodata in luce, come accennai più sopra, nel 1630, aggiuntovi, per informativa e per conclusione del fatto, due brani deiRagionamentidi Cesare Cantù. Il libro non poteva gradire alla comune dei lettori, perchè nulla più nojoso d’un processo in istile barbaro e prolisso; quindi giace dimenticato: però è un documento storico non senza importanza pei Milanesi. Sceglierò alcune note ad illustrazione del Ripamonti, tanto dalVerriche dalProcesso, citando di quest’ultimo l’edizione del 1839.


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