Ai birri e custodi che già v’erano in Milano a cagione della pestilenza, s’aggiunse il banditore della città che ebbe speciale incombenza durante i quaranta giorni. Egli girava colla sua squadra, osservava le case, e se qualcuno usciva senza bolletta, con in mano una verga, minacciava istantaneo castigo ai delinquenti presi. Per le contrade eranvi forche alzate; il governatore offerse drappelli di soldati tedeschi a custodia delle singole porte; ma i Decurioni si scusarono dall’accettarli, perchè il Municipio, oppresso da tanti pesi insopportabili, non era in grado di supplire anche a siffatto dispendio.
Il marchese d’Ayamonte andò colla sua famiglia a Vigevano, conducendo seco alcuni dei primarj Decurioni del Consiglio segreto, i quali erano i suoi consiglieri intimi per gli affari. Investì d’ogni suo potere in Milano il presidente del Senato Rainoldo e Gabrio Serbelloni, distintissimi personaggi di quell’epoca, e superiori a tutti, il primo per sapere giuridico ed esperienza nell’applicazione delle leggi, l’altro per valor militare: entrambi per esemplarità di vita.
Gli annali dell’epoca tramandarono ai posteri il glorioso nome e l’inclite gesta del Serbelloni[196].
Colle esposte discipline si aprì la quarantena, che fu mantenuta sino al termine con maggior ordine e perseveranza che non a’ tempi nostri, giacchè, dopo incominciata, cadde poscia in disordine e venne abbandonata.
La intrapresero gli avi, ricorrendo ai santi, giusta l’antica consuetudine. Il senatore Castiglioni, cui nello scomparto della città era toccata la sorveglianza di Porta Vercellina, propose a’ colleghi di riunirsi nella chiesa di San Francesco, accostarsi alla mensa eucaristica e formare un comune peculio per soccorrere i poveri, facendo voto difare lo stesso ogni anno, ad imitazione del voto fatto nel 1524, quando la peste minacciava d’un totale sterminio Milano e la Lombardia.
In tal guisa, attivata e proseguita la quarantena, si tennero gli uomini rinchiusi come animali velenosi entro le tane, affinchè, coabitando, non ispargessero il principio contagioso. Quando nelle case, divenute altrettante carceri all’esigliato popolo, manifestavasi sintomo alcuno del morbo, si spurgava ogni suppellettile, e tutti gli oggetti di cui l’uomo fa uso, e finanche ciò che rimaner poteva infetto per la presenza o per l’alito. L’arte di fare gli spurghi ebbe origine a que’ giorni in Milano, infausta gloria della medesima! Ed io la descriverò in questa luttuosa mia storia, non perchè n’abbino invidia le altre città, ma perchè giovar se ne possano, ed averne gratitudine a Milano, quando mai ritornassero codesti tempi, in cui s’acqueta fra gli uomini ogni gara.
La casa infetta veniva tosto contrassegnata, affinchè si evitasse come lo stesso contagio. Il cadavere dell’appestato asportavasi dai Monatti[197], e gli infermi, se ve n’erano, si conducevano alle capanne fuori della mura; gli scrigni poi, le casse e tutte le loro masserizie venivano poste in istrada o nella corte. Non s’apriva però o movevasi cosa alcunase non in presenza di testimoni, e invitati coloro che vi avevano interesse. Il denaro trovato recavasi a Francesco Ornati, cassiere dell’erario pubblico, e rimaneva in deposito presso di lui, fino al tempo della restituzione. Abbruciavansi gli oggetti di poco o nessun valore, gli altri, previo elenco e marca, si consegnavano ai Monatti sporchi in separati fardelli, perchè li portassero ai lavacri, spurgandoli a tenore della loro qualità. Altri Monatti netti, entrando in casa, profumavano con storace, incenso e pece in gran copia l’inospitale dimora e le infette pareti; lavavano ogni parte con calce e ranno per staccarne e detergerne la peste. Mescolate due libbre d’incenso ed una di pece, gettavasi sul fuoco, e il salutifero vapore spargevasi per tutta la casa. Sulle robe che si portavano alle fonti per lo spurgo, era scritto sopra il nome del proprietario; gli stessi Monatti, poste sopra pali le schede dei nomi, le mostravano poscia ai padroni cui dovevano restituirsi le robe o qualsiasi altra merce.
Le case con tal metodo spurgate furono 8953; le famiglie 4066, la spesa del municipio negli spurghi e suffumigi, oltre quelli sostenute privatamente da coloro cui interessava di mantenere nette e le abitazioni e le suppellettili loro, salirono a 120,000 lire[198].
I cocconi che i bachi da seta, finchè sono entr’essi chiusi, tessono e spalmano colla loro saliva, turpe e fetida officina di vermi che dà in seguito sì gran lucro e splendore agli opificj della città, venivano collocati sopra bacini, e sottopostovi carboni ardenti con aggiunta una mistura, temperavasi col vapore e col fumo il nauseante puzzo dei medesimi onde non fosse nocivo.
Le stoffe poi e le vesti di seta gettavansi entro una caldaja in cui bollivano erbe medicinali; il luogo dell’operazione chiudevasi tutto all’ingiro, perchè quel fumo e calore dispendioso senz’alcun frutto non si dileguasse per l’aria. In egual modo spurgavansi i giojelli d’oro e d’argento, tutte le vesti di bambagia e di lana, qualora non fossero già inzuppate d’olio, immergevansi in quel bollente liquido, poi nell’acqua fredda ripetute volte, forzando così a staccarsi la sanie che avessero per l’addietro assorbita.
I manipoli di canape o lino infetto ponevansi nelle acque correnti e vi si lasciavano tre giorni. Tutte le stoffe si ritenne bastante profumarle con fumo odorifero; le pelliccie, se di poco conto, gettavansi al fuoco, se no venivano seppellite in botti con calce: quando poi esigevano, pel molto prezzo, maggior cura, messe in un ordigno movibile, si facevano girare sopra un recipiente di legno riscaldato con suffumigi, perchè non si guastasse la morbidezza e il lucido dei peli. Con queste cautele si conservavano le pelliccie, evitando il pericolo che in simili oggetti di mollezza e di lusso s’occultasse la peste. I codici, registri, le librerie, quante carte eranvi presso gli speziali, gli albergatori, i causidici e i medici, i cuoj, le piume, la borra, stramazzi e letti, quadri, metalli, e checchè altro serve alla vita, agli studi o ai piaceri degli uomini, veniva esposto prima all’aria salubre ed a cielo sereno, purgato e asterso più volte con liquidi e profumi. E si rinvenne l’arte di non guastare tali cose nello spurgo, giacchè provvedendo alla salute, si voleva conservare ciò che abbellisce l’esistenza.
Spese il municipio 24,000 lire nell’acquisto dell’area e luoghi circostanti per innalzare le lavanderie, e nella fabbrica di esse. Due genovesi, Spinola e Gianfoglieta, mostrarono una splendidezza d’animo pari a quella dell’ammirabileloro concittadino il Lomellini, che a’ giorni nostri largì denaro con tanta profusione, da offendere la modestia dei beneficati, a segno che solo gli uomini senza pudore ricevevano soccorsi da lui[199]. Que’ due genovesi regalarono essi pure denaro al municipio, e comperate vettovaglie nel territorio lodigiano, le introdussero in Milano, vendendole ai poveri all’egual prezzo dell’acquisto, rinunziando in tal guisa ad una città, cui erano estranei, il guadagno proprio e degli avidi rivenditori. Le parrocchie urbane, emulando questa munificenza, e vergognando di lasciarsi superare in generosità da forastieri, invece di dar loro l’esempio, assunsero l’impegno di mantenere ciascuna i suoi poveri, addossandosi ripartitamente il peso che gravitava sul municipio.
Con queste largizioni de’ cittadini e degli estranei, proseguiva la quarantena; e non era ancora giunta a metà, che s’incominciò a provarne gli effetti salutari ed un sollievo crescente, che l’alternarsi del morbo rafforzava ogni dì le speranze. Notabile differenza tra i due contagi che la nostra peste non scemò fino all’ultimo, mancando le risorse dei magistrati, la pazienza e la sommessione del popolo.
Nè soltanto perseverarono i nostri avi nell’intrapresa quarantena, ma giunti quasi al suo termine, la ricominciarono per altri quaranta giorni, affine d’esplorare più intensamente l’insidioso morbo, sempre fallace, e che a guisa d’implacabile nemico sprezza le tregue e fino la pace conchiusa. Così ordinava lo stesso governatore, ritirato a quel tempo in Vigevano, e cui avevano scritto i Decurioni tornare salubre tutta la città e scomparire la peste.
Il municipio fece una nuova vendita per lire 300,000[200]delle sue gabelle, costringendo, come nella prima, i privati a farne acquisto, sotto condizione che sarebbe allo stesso facoltativo in perpetuo, restituendo il denaro, di ricuperare ciocchè le urgenze del momento l’avevano costretto ad alienare. Le città provinciali e villaggi vicini gareggiavano coi lontani in zelo e munificenza verso la metropoli, ad esempio delle antiche colonie che inviarono a Roma coppe d’oro per alleviare il meglio che potevano le ristrettezze dell’impero.
Casalmaggiore spedì mille botti di vino[201], con un delegato che lo offerse in dono al nostro Consiglio generale con ornate parole. «Sanno i Casalaschi, diss’egli, che Milano, loro capitale e dominante, scarseggia di viveri pernutrire tante migliaja d’indigenti dalla peste, tenuti rinchiusi nelle case e privi d’ogni lavoro». Laonde mandavano quel vino raccolto nelle lor campagne come un tributo, ed altri ne spedirebbero raccolti o procurati altrove. Pregavano a ricevere con aggradimento il vino, non pel suo valore, ma apprezzando il buon animo di quelli che l’offerivano, secondo fece il senato e il popolo romano colle sue colonie, come attestano gli antichi monumenti.
I Decurioni, ricevuto il dono, lodarono la cortesia di quel nobile municipio e la sua fedeltà allo Stato, luminosa anche in altri tempi. In appresso fu onorifico pe’ Casalaschi un tal fatto, perocchè il collegio dei Giudici, che è, per così dire, il semenzajo de’ Senatori, racchiudendo in sè il fiore degli uomini nobili e assennati di Milano, antepose, nel conferire un impiego ambito da molti, uno di Casale soltanto perchè oriundo di quella città.
Poco dopo la stessa inviò un altro regalo di lieve entità, ma gradito dai grandi per dar forze a’ bisognosi languenti; mille polli, che, rinchiusi com’erano nelle gabbie, mandaronsi tosto alle capanne per distribuirli. Casale in tal modo sovvenne con munificenza e cortesia l’afflitta metropoli, e ne ottenne la gratitudine.
I Decurioni la sentivano più viva, chè al recente benefizio, aggiungevasi l’antico lustro di quella terra, nobile ed onorata fin dai tempi romani al pari delle più grandi città, avendo ivi piantati gli accampamenti l’esercito durante la guerra tra Ottone e Vitellio, d’onde trasse principio e nome[202]. Ne’ secoli posteriori fiorì sempre Casale nelle lettere, nelle armi e in tutte civili discipline, e da lei uscì l’inclito cittadino Giovanni Baldesio, che, simile ad uno deitre Orazj cui venne un giorno affidata la sorte di Roma, duellò in singolare tenzone con Enrico, figlio d’Enrico imperatore, che stringeva d’assedio Cremona. Baldesio, vincitore, trafisse a morte l’avversario, ponendo così fine alla guerra cui erano i Milanesi intervenuti per sostenere la libertà di Cremona, la quale cessò di pagar l’annuo tributo all’impero. Laonde que’ cittadini innalzarono una statua al loro liberatore, e ricopertala d’un manto purpureo, festeggiano l’anniversario di quel trionfo.
Oramai avvicinavasi il termine della peste, e gli avi, non meno divoti di noi, non cessavano dal ringraziar Dio per la ricevuta salute, aggiungendo pur anche i loro sforzi alla divina clemenza. Adempirono i voti, come femmo noi pure, e siccome la festa di S. Sebastiano coincideva quasi col termine della quarantena che, ricominciata una seconda volta, avvicinavasi con ottime speranze al desiato compimento, si decretò di recarsi la vigilia della festa con processione solenne all’altare del martire, e deporvi il vaso col sacro osso; che tale era il voto de’ Milanesi.
V’intervenne il governatore Ayamonte, per quest’unico motivo da Vigevano venuto a Milano, e dodici fra Senatori e Decurioni. Celebrò S. Carlo allo stesso altare, ed amministrò di sua mano l’Eucaristia a tutti gli astanti. Se non che allora evitarono e provvidero ciò che i magistrati dell’età nostra non scorsero, ovvero neglessero; voglio dire, proibirono al popolo d’affollarsi in chiesa; escire in molti dalle case e far crocchj per le strade; stabilendo agli individui giorni ed ore e tempi diversi, non solo per andare in chiesa, ma pel disimpegno delle proprie faccende, mentre noi al contrario, trascurando codesta prudentissima distribuzione, e lasciando che la moltitudine s’accalcasse promiscua nelle processioni ed altre divote pratiche, anche queste riuscirono di fomite al contagio. Proibirono altresì gliavi il ritorno in città a quanti per timore erano fuggiti a nascondersi nelle ville o nei campi; e quanti, mitigata la peste, presentavansi giornalmente alle porte, erano respinti. Invece all’età nostra, i nobili fuggiaschi vennero non solo spontaneamente richiamati, ma si minacciarono con pene i contumaci. Nelle altre cure, sul finire della calamità, furono eguali e nel 1577 e nel 1631 la diligenza e gli sforzi cui avvalorava la crescente speranza, e la brama di non rendersi indegni colla trascuratezza della grazia da Dio ricevuta.
Giunta la nuova a Milano che Brescia era afflitta dallo stesso morbo, il Tribunale di Sanità proibì qualunque commercio co’ Bresciani ed il loro territorio, e si stabilirono le opportune guardie ai confini; altrettanto si fece poco dopo con Pavia per essersi ivi pure manifestato il contagio.
Il governatore spagnuolo stava in grandissima agitazione, per tema non ripullulasse in Milano, tanto più che al presidente Monti, uscito di carica spirato l’anno, sottentrò il senatore Brugora, nuovo nelle cose sanitarie. Un decreto regio vietò con severe pene, di ricevere chicchessia in città, anche muniti di regolare bolletta: il solo Gabrio Serbelloni ebbe la facoltà di ammettere chi voleva, e niuno entrava senza un permesso da lui sottoscritto[203]. Vennero pure fissate chiese vicine alle mura, ove si recassero per adempire i doveri di religione gli uomini e le donne separatamente. Così avevano ingiunto i medici di permettere alcun sollievo ai rinchiusi, perchè respirassero dal carcere diuturno, senza però lasciarli vagare alla rinfusa, o riunirsi ne’ luoghi medesimi.
I fanciulli e le donne in ispecie non si potevano frenare, impazienti come augelli usciti di gabbia, e per la petulanza del sesso e l’imprudenza fanciullesca, infrangenti le leggi sanitarie: fu quindi d’uopo rinchiuderli e porli di nuovo sotto custodia. I disordini continuarono nel lazzaretto di San Gregorio, vicino al quale eransi riuniti nei campi i miserabili degli altri lazzaretti e delle capanne, come altresì continuavano nell’ospitale pei convalescenti, aperto vicino a San Dionigi. I Monatti sporchi erano frammisti coi sani, e delitti e scelleraggini d’ogni genere pullulavano in quegli asili per la convivenza dei rinchiusi, a guisa che nei corpi umani afflitti da lunghi morbi si generano nuovi malanni. Per la qual cosa, mentre il contagio era sul finire, e consolidavasi la pubblica salute, que’ luoghi riuscivano pestilenziali a Milano; così vedemmo noi pure deturpati i lazzaretti per quante colpe e turpitudini sogliono commettere gli uomini.
Anche nel 1576 fu investito d’ampissimi poteri, come dittatore e giudice, un uomo che si trovò laddove nessuno l’avrebbe creduto, e dove nondimeno un altro ne rinvenne l’età nostra. Fra Paolo da Brescia cappuccino, simile in parte al padre Felice, era d’altronde più idoneo all’ufficio suo per severità, aspri modi, e certa feroce indole propria del suo paese. Egli venne messo alla direzione del Lazzaretto da S. Carlo[204], e anche oggidì vive in bocca degliuomini la memoria de’ satelliti di fra Paolo, de’ carnefici, patiboli, cavalletti, e di lui medesimo, armato e sempre truce e minaccioso in viso sia che comandasse, che punisse. Oh! quale spettacolo vedere un frate col cappuccio travestito da magistrato; ma a ciò stringeva la sciagurata condizione di que’ tempi. Egli, censore severissimo[205], gastigò e represse i furti, le libidini e gli altri vizj, che senza tregua baldanzeggiavano in quegli antri della miseria e del bisogno.
Un altro non meno ammirabile spettacolo offrivano que’ luoghi; la riottosa lasciva e nuda turba ricevente vesti e coltri mandate dall’arcivescovado. S. Carlo, come narrai nella sua vita, vendette, per vestire i poveri, le tappezzerie, gli arazzi, i drappi, e quanto aveva presso di sè raccolto dai cortigiani durante il pontificato dello zio Pio IV, o li fece tagliare e distribuire ai medesimi perchè si coprissero. Avrebbe taluno meravigliato e riso, vedendo nel Lazzaretto i plebei abbigliati sfarzosamente di seta, di porpora e d’altre stoffe preziose, secondo che a ciascuno era toccato in sorte[206]. Cittadini e mercanti ricchissimi spedironoin dono al Lazzaretto fino a mille coltri, ed il Municipio spese esso pure in vestire la nuda plebe lir. 8000, mosso a vergogna pel suo decoro e munificenza, benchè si trovasse ormai esausto di denaro. E ciò mentre la peste, nè rallentando nè crescendo, teneva gli animi incerti tra il timore e le speranze.
Sul finire del 1576 Milano si ritrovò libera dal contagio, e i suoi abitanti, sgombri i sospetti e rassicurati, ripresero le ordinarie occupazioni della vita. Si trattò di dichiarar sana la città, ad istanza del senatore Magenta, successo al Brugora come presidente della Sanità, e impegnatissimo che durante l’anno del suo regime si abbattessero tutte le capanne, non lasciando alcun vestigio di que’ funesti ricettacoli.
S’aspettò il giorno di S. Sebastiano, nel quale, con decreti e per mezzo dei banditori, fra il giulivo rimbombo delle campane e le salve d’artiglieria, con giubilo universale fu promulgato essere la città di Milano, per la divina clemenza, per favore della Beatissima Vergine, dei Santi, e massime del martire concittadino S. Sebastiano, libera di peste, e riaperto il commercio colle altre città. D’ora in poi era in facoltà di tutti l’uscire e l’entrare nelle case, godendo la pristina libertà, l’aere e la luce del cielo comuniagli uomini. Quel giorno venne festeggiato dai Milanesi, che rinascevano alla vita civile; sopraggiunta la notte, l’intera città venne illuminata; splendevano i lumi sui balconi, le finestre, i comignoli dei tetti, sulle piazze e per le vie in grandissimo numero, talchè pareva risplendesse il sole in pien meriggio. Raccontarono i superstiti, a noi nipoti, che non videro mai giorno più clamoroso di quella notte di S. Sebastiano, perchè l’intera popolazione, sopravvissuta al contagio, girava per le vie, ringraziando con vociferazioni di gioja il santo protettore; squilli di trombe e musicali stromenti risuonavano in ogni parte.
Queste cose si fecero in Milano nel 1576, epoca memoranda, perchè reggeva la nostra Chiesa l’immortale San Carlo. Egli soccorse il popolo durante quella strage col fervore ispiratogli dal cielo, colle fatiche e la pietà del clero da lui istruito, degli Ordini religiosi, e specialmente col sussidio de’ Padri della Compagnia di Gesù, religione che sparse dappoi sì gran luce nella Chiesa, ed istruì nelle scienze, nelle lettere, ne’ buoni costumi tante lontane genti, e che allora ne’ suoi primordj si rese benemerita di S. Carlo e di Milano[207].
Esposi quanto riscontrasi fra le due pestilenze di simile, in guisa che si confonderebbero in una sola, e quanto v’ha di diverso e non paragonabile in alcun modo. Ora mi si presenta un fatto segnalatissimo, non attribuibile al mero caso, bensì alla non interrotta successione delle più cospicue famiglie di Milano, dalle quali, come da perenne sorgente, escono personaggi idonei alle più illustri magistrature. E fia giocondo, nel luttuoso racconto, contemplare, nella cessata peste, i figli ed i nipoti de’ nobili sostenere le cariche medesime che i loro padri ed avi sostennero nel precedente contagio, il che apparirebbe ov’io ne ricordassi i singoli nomi.
Il presidente della Sanità, nel più fiero imperversare del morbo, del quale rimase vittima, fu, come già dissi, AntonioMonti, figlio e pronipote di senatori, e fratello del cardinale arcivescovo che in oggi, con tanta gloria, regge questa Chiesa[208]. Il re nominollo senatore appena toccò l’età prescritta, e pei meriti della famiglia e per le chiare sue virtù.
Bello e dignitoso della persona, d’ingegno elegante, egli morì sul fiore degli anni, e fu lagrimato non solo dal popolo, che lo amava, ma dagli stessi grandi. Spenta l’invidia, cresceva il dolore per non avere lasciato figli, ed accusavasi l’egregio giovane di ciò appunto che forma l’elogio e la sua gloria, voglio dire della generosità con cui si gettò fra i pericoli della peste, affrontando impavido la morte pel bene del suo paese.
Prima del Monti, fu presidente della Sanità, nei primi mesi del contagio, il senatore Arconati[209], maggiore d’età, non però ancor vecchio. Pieno anch’egli di compassione per le sciagure di Milano, vi provvide con zelo, non temendo una morte vicina, cui isfuggì per allora. L’Arconati riassunse il terribile ufficio, affrontandone intrepido tutti i rischi; imperocchè, morto il Monti, il Senato lo pregò e scongiurò ad accettare, benchè contro la regola, la presidenza del Tribunale di Sanità, non essendovi alcuno più idoneo di lui. Accettò, e fu vittima della peste, lasciando desiderio di sè ne’ concittadini, i quali, istupiditi dallo spavento e dal male, pur ne lamentarono la perdita. Ma più vivo si fece il dolore, allorquando, cessato il flagello, si fecero a noverare tutti i sofferti danni.
Nobile e rinomata famiglia è l’Arconati; ma quand’anche tale non fosse stata, ei solo l’avrebbe resa illustre, sì grande era la perizia di lui nelle leggi, l’affabilità dei modi e la beneficenza. Passato per tutti i gradi dei minori impieghi, era divenuto senatore e presidente: la furiosa peste mietè quest’altro fiore della patria nostra.
Gli altri che succedettero a capo del Tribunale di Sanità, zelavano d’emulare il nome e la gloria dei predecessori;se non che mancò loro l’occasione di distinguersi. Imperocchè, venuti in carica in sul finire della pestilenza, ebbero a lottare colla scelleraggine dei Monatti e coll’avarizia e il sucidume de’ poveri, affinchè, nascondendo i cenci e sottraendo abiti, camisce, coltri, biancheria e quant’altro dovevasi abbruciare come infetto, non mantenessero vivo il principio contagioso. La spilorceria di quei miserabili diede in sulle prime molti fastidj al presidente Visconti, che rivolse ogni cura a punirli, e reprimere uno sfacciatissimo traffico di simili oggetti esercitato da molti occultamente ed anche in pubblico con insulto della divina clemenza, e nuovo danno dello Stato.
Discendeva questo senatore dagli antichi duchi di Milano, e diede splendida prova de’ suoi generosi sentimenti in questa vile trattativa, perocchè coll’autorità del nome ed il terrore de’ castighi, impedì che la peste ripullulasse pel contatto de’ cenci. Dottissimo in diritto civile, consideravasi, all’età nostra, qual emulo di Scevola, di Paolo e degli altri famosi giureconsulti, i quali, coi loro rescritti e responsi, compilarono le leggi nei bei tempi della latinità.
Egual fama tra i dotti godeva il presidente Bescapè, il quale, ripullulando il morbo sul lago di Como, allorchè tutti credevansi sicuri, l’estirpò dalle radici, impedendo ogni commercio agli abitanti. Uomo austero e rigoroso, di animo e di corpo indomito, non senza ragione i letterati lo paragonarono a colui che gli antichi con greca parola dissero avere viscere di ferro. Ammansò i Cremonesi, essendo loro pretore, ed accusato presso il censore regio, venne assolto dal re, non senza vergogna de’ suoi accusatori.
Religioso, prodigò denaro per innalzar tempi e istituire messe quotidiane, assegnando annui lasciti per la manutenzione. Egli spese alcune migliaja di zecchini per fabbricareuna chiesa nel villaggio di Bescapè, cognome della sua famiglia. La quale risale fino ai tempi degli apostoli, e fu così appellata perchè i maggiori concessero in Roma uno spazio di terreno a Papa Cajo per edificarvi la Basilica di San Pietro.
Tali egregi presidenti di Sanità ebbe Milano durante il triennio della peste.
Io compilerei un volume se volessi riferire i nomi e i titoli dei Decurioni e degli altri magistrati che li sussidiarono; e non riuscirei ancora a raccoglierli tutti. Immane lavoro! e d’altronde sorgente d’odio e di invidia per coloro che fossero obbliati.
Così il poeta Omero, sconfidando di enumerare le schiere e i duci venuti alla guerra di Troja, invocò nell’Iliadele muse perchè le noverassero. Avessi io ingegno e facondia maggiore! che ricorderei non solo i nomi di tutti i nostri magistrati, ma il coraggio, le opere esimie, la gara di carità tra loro, e le morti. Rimasero fermi in Milano, frammisti ai cadaveri; si recarono nei villaggi e nelle provincie appestate come se andassero alle proprie ville; presero cura de’ sepolcri; andarono legati nel campo; nè badarono a dispendio per sovvenire ai pubblici bisogni.
Lode e gloria agli altri cittadini, ai mercanti, ai ricchi popolani ed alla minore nobiltà, la quale meno chiara ma più ricca sovente delle primarie famiglie, la imita ne’ vizi e nelle virtù, e gareggiando con essa specialmente in questa città, diede egregie prove di sè durante la pestilenza. Se non che m’è forza tacerne i nomi, perchè troppo numerosi, come già disse un geografo parlando delle isole del mare Egeo; quantunque meritino d’essere ricordate. Furono gli accennati che assunsero il regime dei lazzaretti; nutrirono i rinchiusi, e mantennero l’ordine in que’ ricettacoli della morte con provvide discipline. Nell’eseguire i comandide’ sommi magistrati, giovarono assaissimo non solo colla prudenza e industria loro, ma altresì col denaro, che era in que’ giorni, fuori di dubbio, il perno d’ogni cosa.
In codesta gara di magistrati e cittadini zelanti di salvare la patria dall’eccidio, e nella gara pur anche de’ mercadanti di eseguire con zelo e fedelmente gli incarichi loro affidati in quel regno della peste e della morte, sovrastava a tutti per poteri e vigilanza il Senato, cui lo stesso monarca investì dell’autorità e grandezza del suo nome. E fu buon consiglio l’affidare il potere sovrano a quest’ordine, per tenere in freno le umane ambizioni e le altre magistrature, affinchè non ardissero venire con lui a contesa di supremazia. I membri del Consiglio Generale vigilarono quai scolte della salute pubblica, sovvenendo con inesauribili sussidj la popolazione affamata e moriente; i Senatori s’adoperarono contro gli Untori ed il terrore de’ veneficj. Nei giudizj e nelle pene inflitte usarono tanta moderazione e pietà, che, se esistè realmente in Milano questo delitto delle unzioni, non poteva il Senato agire con più clemenza di quel che fece, inviando a morte i rei, invece di farli sbranare dalle fiere e dai cani. Se poi non erano che sospetti e indizi di tale misfatto, grandissima fu la previdenza dei Senatori medesimi nel punire i principj dellescelleratezze che simili mostruosi sospetti lasciavano travedere[210].
I Senatori Picenardo e Aria trattarono il processo delle unzioni. Fu il primo interprete di diritto in una cattedra dell’università Ticinense, e godeva anche presso le altre università gran fama per la sua dottrina; creato senatore, indi presidente del Magistrato Ordinario, e infine reggente del Consiglio Supremo per gli affari d’Italia a Madrid, il re, attesa la sua vecchiaja, gli accordò il riposo in patria. L’Aria, ancora in età giovanile, era paragonabile, per ingegno e per indole, al vecchio collega, e mi fu largo di notizie mentr’io scriveva le guerre di questa età, talchè, mercè di lui, potei nella mia storia estendermi sì nelle politiche deliberazioni, che nel racconto degli avvenimenti e nella spiegazione di molti fatti importanti.
Entrambi i lodati Senatori continuarono nel proprio ufficio, non atterriti dalle stragi e neppure dai casi dei loro famigliari, che vennero unti dai medesimi inquisiti.
Era presidente del Senato a que’ giorni Giovanni Battista Trotti, figlio del senatore Camillo e nipote di Luigi, il quale godeva l’intima confidenza di Francesco Sforza, in modo che lui solo adoperava per gli affari del ducato ed i pubblici consigli. Così leggesi di lui nella lapide che il presidente Giovanni Battista, per ricordo de’ suoi maggiori, fece collocare all’avo ed al padre quando ristaurò e ornò la cappella di sua famiglia nella chiesa di San Marco[211]. Uscito il Trotti da sì illustre stirpe, conscio di quanto dovevaal pubblico ed alla memoria avita e paterna, sosteneva con ansiosa sollecitudine il grave peso addossatogli dal re, non solo per salvar Milano, ma per conservare il lustro del Senato, conseguendone egli meritata lode. In mezzo a tanti pericoli, fra le continue stragi de’ cittadini, udendo ogni giorno la perdita di qualche magistrato, e scemando il numero dei Senatori per la morte d’alcuni tra essi, spenti quasi tutti i suoi servi, il Trotti non pose quasi mai piede fuori dalla città. E siccome egli si mantenne sempre fermo al suo posto, così esortava i Senatori senza tregua a non assentarsi. Diceva che il Senato non solo fungeva le veci del re, ma ne portava anche il nome; che da Milano dipendeva la sicurezza e la tutela delle altre città e provincie, che gli imperatori avevano sempre avuta cura di essa e per inviarvi gli opportuni sussidj, e per trarne altri non minori, onde valersene contro i nemici loro e della cattolica religione. Queste ed altre cose in Senato o ne’ giornalieri convegni che aveva in sua casa, perorava il Trotti, alto di statura, grave di fisonomia, e per raro dono di natura o di temperanza, conservante anche vecchio la floridezza del viso. Ho veduto lettere a lui scritte dal segretario Carnerio, nelle quali a nome del re lo pregava che scrivesse per intero la sua opinione circa l’origine del contagio e l’affare degli untori, poichè a Sua Maestà interessava conoscere checchè egli ne pensava[212].
Fra tanti meriti de’ cittadini e magistrati verso l’afflitta metropoli, fra tante fatiche e rimedj divini ed umani adoperati contro la peste, e i voti e il supplicato favore celeste, unica speranza a’ Milanesi fu sempre S. Carlo, cittadino e padre, gloria e splendore perpetuo di questa patria. Gli abitanti superstiti, quasi risorgessero dal comune sepolcro, credettero che Milano sarebbe perita, ove il santo Arcivescovo non l’avesse salva, intercedendo appo Dio e la Vergine e i Santi la ricuperata salute. La fama di questa grazia si disparse tra le estere genti, accrescendo anche nelle loro contrade la divozione a S. Carlo. Gli stessi principi volsero l’animo a lui, dispensatore dei favori divini, e il Re di Spagna[213], divotissimo del Santo, ordinò che si ultimasse l’arca di cristallo per riporvi il corpo di lui. Erasi incominciata già da trent’anni, ma il lavoro procedeva lentissimo e con interruzioni.
Il sesto anno dopo cessata la pestilenza, l’arca fu compita, miracolo d’arte e di natura, immagine del sole, degnadi racchiudere quel luminare di santità, esposto all’ammirazione dell’accorrente popolo.
Ed io, mentre m’affanno a narrare guerre, casi funesti, sanguinosi dissidj di re, principi congiurati a danno dei cattolici; e lo Stato e la Chiesa nostra sconvolta di repente dall’insolenza dei Confederati. Mentre raccontava la funesta irruzione dell’inimico, la fuga dei Francesi, e la tomba che molti di loro qui trovarono[214]; mentre il mio lavoro storico[215]lentamente progrediva, mi sono assai ricreato nel vedere l’incredibile maraviglioso spettacolo dell’ultima solennità di S. Carlo, tale che l’età trascorsa non vide, nè la ventura ammirerà forse più mai. Contemplai in Duomo l’arca donata da S. M. Cattolica, e la quale non avrebbesi potuto con alcun principesco tesoro ridurre siffatta, se Iddio non faceva scoprire altre ricchezze di natura a ciò adatte.
Accorsero gli abitanti dei borghi e villaggi, e quel giorno in Milano convenne infinita gente dalle provincie e dalle città finitime.
Il governatore comandante gli eserciti accompagnò la processione in mezzo al clero, cessando pel momento dalle cure di guerra. Tante migliaja d’armati a lui sommessi sostarono, chè l’ispano Marte imponeva tregua all’istinto guerresco, che spinse gli altri popoli forsennati alle armi ed alle stragi. Vedemmo i demonj uscir frementi dall’inferno, e questi, rabbioso e disperato per il grandioso trionfo della Chiesa, riscuotersi in pubblico e tremare.
Il cardinale arcivescovo Cesare Monti, non solo terzo successore, ma quasi un nuovo Borromeo, ne celebrò dal pergamo con apostolico zelo l’elogio.
Le quali cose, parendo a me degnissime di venir ricordate in questo Libro, aggiungo il seguente:
Il governatore di Milano Diego Gusmano, speso che ebbe l’autunno in grandi apparecchi e in spedizioni militari di poca importanza, stabilì di ritornare in città, perchè essendo prosperamente avviati gli interessi del suo re, voleva, a nome del medesimo, onorare i Santi con solenne omaggio. Avvicinavasi il giorno nel quale la Chiesa milanese festeggia l’anniversario di S. Carlo con zelo de’ cittadini e tra il concorso de’ forensi, sino dal tempo in cui papa Paolo V, ad istanza specialmente del Re di Spagna, annoverò fra i Santi il Borromeo.
Quell’anno, 1638, accresceva la celebrità e la gioja della festa il donativo reale dell’arca, paragonabile ai monumenti degli antichi monarchi egiziani: depostevi le reliquie del santo Arcivescovo in mezzo all’oro, all’argento, alucentissimi cristalli, dovevasi trasportare con isplendida pompa per le contrade, mostrando agli abitanti il loro avvocato e consolatore.
L’aveva ordinata il cardinale arcivescovo Monti, fra le altre espiazioni, per placare l’ira celeste durante l’attuale guerra, aprendo l’animo a speranza che i meriti di S. Carlo e le preci del popolo mitigherebbero Iddio, affinchè ispirasse a’ belligeranti re pensieri di pace, ad ottenere la quale s’adoperano a tutto potere anche gli umani mezzi.
Il governatore doveva intervenire alla funzione, e per ordine espresso del sovrano, e perchè il pubblico ad una voce l’invocava. Incitavalo pure l’ingenita pietà, e il desiderio di far onore al donativo del suo re, cui egli aveva cooperato a far terminare.
L’idea dell’arca nacque sendo governatore il Velasco, che pel primo raccomandò al re le reliquie di S. Carlo, e tanto fece, che ottenne alcune migliaja di zecchini per darvi mano.
Ma i successivi governatori, benchè durasse la pace, lasciarono andare in obblio l’ordine reale, nè più si pensava all’arca. Il Gusmano alfine, in mezzo alle sue guerre e vittorie, ed all’incerta condizione dello Stato, invocando il patrocinio di S. Carlo, instò perchè si terminasse, collocandovi le reliquie di lui. E fu compiuta per l’autorità sua e del cardinale Monti, il quale, zelante della gloria dell’illustre antecessore, spronava i ministri regi ad eseguire, dopo sì lungo tempo, i sovrani comandi. Egli stesso istruì gli artefici intorno la forma, e gli ornamenti dell’arca, esperto come era nelle belle arti per ingegno, e per studi sull’antichità; laonde gli intelligenti opinano che sua mercè sia riuscita più vaga ed elegante.
Tale è infatti, nè sarebbe bastata qualunque somma, se Iddio, per onorare il suo Santo, e dar premio alla munificenza del regio donatore, non avesse infiammata la mentedegli artefici, i quali superarono in questo lavoro sè medesimi. L’arca risplendeva veramente come il sole: pezzi di cristallo d’inusitata grandezza e lucidità, furono rinvenuti per bontà divina, e narrerò un caso che somiglia a miracolo, non già come s’usa per accrescere pregio a portentosi lavori, ma sibbene per tramandarlo ne’ miei annali colle altre vicende dell’epoca.
Allorquando venne governatore in Milano il Velasco, due artefici, cui erasi allogata la costruzione dell’arca, fecero entrambi un sogno la stessa notte; che in certe caverne, framezzo le rupi, giacevano pezzi stragrandi di cristallo di monte opportunissimo per eseguire un lavoro che restasse splendido monumento fra i tesori del Duomo. Erano i suddetti artefici Francesco Cingardo e Angelo Benzoni, i quali, informato il governatore, recaronsi per suo ordine a Gliciga in Valsesia, i cui monti avevano visti nel sogno. Ivi, per gli indizi ottenuti da un mandriano che lì presso custodiva il gregge, rinvennero i massi di cristallo stragrandi e di tale lucentezza, che in nessuna officina eransi mai ammirati gli eguali. Questo s’aggiunge di portentoso, che nel segare que’ massi e pulirli, non vi si trovò macchia, mentre per solito ne’ cristalli destinati ad usi profani rinvengonsi sempre scabrosità, corpi opachi e altri difetti; come anche non di rado si scheggiano nell’ispianarli.
Descriverò l’arca giusta il disegno a matita degli autori; ma dirò in prima l’impressione che fece su me e su tutti, quando ancora vuota fu esposta al pubblico. Ammiravasi la materia preziosa e la bellezza del lavoro; ma dopo che fuvvi deposto il sacro corpo, visibile in essa, ispirò sensi divoti ed una specie di religioso terrore. Imperocchè, quasi da un globo ardente o da una fonte di luce, scaturiva dall’arca un sì sfolgorante luccicore che abbagliava, forzando a chiudere le palpebre quanti vi tenevano fissi gli occhi.I cristalli, le lamine d’argento rappresentanti umane figure ed altri oggetti, formavano un bellissimo contrasto d’ombre e di luce; abbellendo l’unità del concetto con vaghi accessorii, che i soli artefici sanno ben distribuire; le quali cose piacevano all’occhio e deliziavano l’animo. Nè la meraviglia era scevra d’un certo terrore: la brama di scrutare ogni parte dell’arca veniva rattemperata dal rispetto, le quali diverse sensazioni erano soavi, e vieppiù eccitavano i desiderii. Tutti gli spettatori rimanevano estatici, e quando era forza scostarsi per dar luogo ad altri, la seguivano cogli occhi. Udivansi risonare ad una voce dai cittadini e dagli stranieri le lodi del re Filippo per sì ricco donativo, e augurj di lunga vita a lui, e di prosperità all’Impero, all’austriaca stirpe, al nome spagnuolo. Anche le donne gridavano evviva ai re stranieri ed ai nostri principi.
Il meraviglioso lavoro dell’arca avrebbe fatto accorrere e plaudire anche i gravi politici, e specialmente alcuni degli antichi romani, se dopo tanti secoli potessero rivivere. Perocchè essi erano usi ad ammirare soltanto le opere della natura e dell’arte, inscii della purissima gioja che a noi soltanto è dato gustare, volgendo i pensieri all’eterna gloria dei Santi.
Vedevansi d’ogni parte sull’arca angeli d’argento, effigiati coll’espressione che aver denno lassù nell’empiro, ove gli alati spiriti con forme infantili da secoli infiniti alzano inni di lode a Dio ed ai Santi, e fruiscono essi pure d’ineffabile beatitudine. L’angelica schiera, in volto umano, circondava giuliva le reliquie del Santo, rappresentando le glorie dell’anima sua sì al vivo, che l’umilissimo Arcivescovo avrebbe arrossito d’un simile trionfo raffigurato dall’ingegno e dalla mano degli uomini. Gli angioli, benchè di terrestre materia, avevano viso celestiale, e sembravano alienassero i pensieri dalle mondane cose, ispirando pei santipiù intensa venerazione che avere non sogliono i mortali.
Intorno all’arca gli angioli parevano, con amabile gara, prestare i loro uffici al santo Pastore, che dalla sua Chiesa trasvolò in cielo, deposto il frale, che giace entro l’arca, portante le impronte de’ sofferti travagli e delle volontarie mortificazioni.
Siedono alcuni angioli sul coperchio, e quasi intuonassero le lodi del Santo, imboccano con vezzo infantile le trombe chiamanti il genere umano a quel glorioso spettacolo; altri, di soave fisonomia, pare che cantino accompagnandosi colle cetre. Questi sta in atto di ammirazione, quegli d’esultanza, uno meditabondo, un altro orante, adora il Signore per sì gran prodigio. Molti altri tengono tra le mani le insegne pontificali e i sacri arredi, dei quali un giorno servivasi l’illustre Cardinale, della cui santità sembrano penetrati.
Componesi l’arca di due piani, e fu chiamata romboide, perchè ha questa figura geometrica. Il primo, ossia l’inferiore, dividesi in dodici scompartimenti angolari, più o meno grandi: quest’ordine è lungo quattro cubiti, e nei due lati più piccoli un cubito e mezzo.
Modiglioni, cornici e piccoli gradini formano l’altezza della base, sostenuta da dodici animali d’argento, come è tutta l’arca sì nell’interno che al di fuori. Ad ogni angolo v’ha una cariatide come gli antichi usavano sottoporre alle gronde per ornamento architettonico; le cariatidi sono dodici nel piano inferiore. Gli angioletti sopra descritti cogli arredi pontificali a guisa di trofei, sedono ai plinti.
Questi angoli, o ante, sostengono entrambe le cornici, quello che disotto corre, e l’altro che al disopra s’unisce col coperchio. Tutti portano statue d’argento rappresentanti le virtù, quali solevano effigiare gli antichi; e sono dodici virtù in tutto il circuito. Gli interstizj sono di cristallo,ciascuno formato di tredici pezzi; uno dei quali, più grande, di forma ottangolare e lucentissimo, viene attorniato dai dodici cristalli minori. Per tal guisa, dodici gran pezzi costituiscono l’arca in questo primo ordine, insieme cogli accessori tutti d’argento. I pezzi però che stanno ai due capi dell’arca sono assai più piccoli. Le incassature d’argento de’ medesimi sono dorate, ed in totalità i pezzi di cristallo sono 156.
L’ordine superiore che rinchiude l’arca è simile al descritto, e per la disposizione delle cariatidi e per l’aspetto della cornice. Se non che varia pel rientrare dei lati, ossia curvatura, che termina in rombo, e per la dissomiglianza che nella parte ovale del pezzo avvi una finestretta. Gli angioletti, al basso, sono sedenti, invece nella parte superiore stanno ritti quei che portano i regi stemmi. Imperciocchè, per tributare il debito onore all’augusta Casa Austriaca, sostegno fermissimo della Chiesa, questa volle, per gratitudine, che si mettessero sul coperchio i suoi stemmi in oro, portati da angeli. Due di questi veggonsi ai fianchi in atto d’intuonare un inno, altri, nella parte inferiore, portano gli stemmi del marchese di Leganes, per ricordo ai posteri, che l’arca venne compiuta lui governatore di Milano.
Volevasi far altrettanto coll’eminentissimo Monti, per aver insistito col Leganes affinchè l’arca si compisse; ma egli non consentì, suggerendo che invece si incidesse in una lamina sotto quale arcivescovo ed in qual anno fu ultimata.
Anche nell’ordine superiore sonvi dodici cariatidi fra grandi e piccole, e tutti gli altri ornamenti eguali, eccetto che sono tutti di minor dimensione, vale a dire, le statuine e le cariatidi proporzionate a quest’ordine più basso. Fregiano la cornice quattro vasi d’argento a fogliami. I pezzidi cristallo in quest’ordine sono 67, così trovo scritto nei registri.
L’arca costò 60,000 zecchini, siccome risulta dai codici reali. È dovere altresì tributare la meritata lode ad uno de’ più distinti fra i cittadini e gli ecclesiastici, il quale, sotto l’arcivescovo Monti ed il governatore Gusmano, amministrò il denaro, e s’adoperò perchè nel giorno fissato l’arca fosse compiuta senz’alcuna menda. Fu desso Primicerio Visconti, nipote per sorella di Federico, e venne trascelto dalla autorità ecclesiastica, dalla governativa e dal re, per la nobiltà del casato, i talenti ed il senno, e perchè appartenente alla famiglia Borromeo.
Gusmano per intervenire, come dissi più sopra, ed offerire e consegnare l’arca in nome del suo re all’arcivescovo metropolita, da Alessandria si recò a Pavia, indi a Milano, ove giunse il 2 novembre, antevigilia della festa di S. Carlo, disponendo le cose in modo, che dopo la solennità potesse restituirsi senza ritardo all’esercito. Venne modestamente in un cocchio tratto da sei mule nere, come esigeva lo scopo del viaggio; però dovunque passava, la plebe tripudiava, chiamando gli Spagnuoli liberatori dello Stato e terrore dei Francesi. S’udì qualche applauso, ma la gratitudine era più vivamente sentita nell’animo. Il governatore entrò in città verso le undici ore[216], sul far della sera; dopo un breve riposo in palazzo, sbrigò alcuni affari, diede, giusto l’uso, udienza, quindi recossi al Duomo per consegnare alle autorità ecclesiastiche l’arca di S. Carlo, già collocata dinanzi l’altar maggiore. Trovavansi presentiil cardinale arcivescovo, e a lui d’intorno i monsignori colle loro insegne.
Appena si sparse la voce della cerimonia, si fece calca di popolo, e fu d’uopo vietare l’ingresso in Duomo, poichè la moltitudine, allegra e curiosa, accorreva fra le tenebre, come fosse di pien meriggio. Voleva ciascuno vedere l’arca, come pure l’arcivescovo, essendovi in tanto concorso di cittadini e forastieri, molti che nol conoscevano; ma pochi vennero ammessi alla cerimonia.
Riferirò le parole con cui il governatore, colla dignità ed eloquenza conveniente a principe, consegnò il regio donativo all’eminentissimo Monti.
«Sua Cattolica Maestà, il re nostro Filippo IV, fra i presidj suoi, questo grandemente apprezzò sempre, che S. Carlo Borromeo nacque nel suo impero. Con speciale culto S. M. venerò ognora il nome e la memoria del Santo, adoperando zelantemente che lo venerassero del pari i suoi sudditi, e ne fu rimunerato con grazie celesti, delle quali ei serba riconoscente, e perpetua memoria. Egli è persuaso che specialmente pel patrocinio di S. Carlo, e l’intercedere di lui appo Dio, sia incolume, e fiorisca il cattolico impero e l’austriaca Casa, fugati e domi i nemici in ogni parte, e rivolta a danni loro la guerra accesa contro l’Impero e la Casa medesima. Volendo il monarca, mio signore, non già rimunerare sì grandi beneficj, ma dar prova di sua gratitudine, ordinò si costruisse quest’arca per collocarvi il corpo del Santo Arcivescovo suo protettore, ed ingiunse a me, infimo e fedelissimo suo servo, che oggi compiuta la consegnassi in dono a questa metropolitana, siccome faccio di presente. Supplico l’Eminenza Vostra che, in nome di S. Carlo, voglia accettare di buon animo e serbare questo dono, tenue per sè, ma grande se riguardasi l’animoe la divozione del donatore. Riceva quest’arca, nel cui splendore rifulgeranno le reliquie del gran Cardinale, come la purissima anima di lui lasciò risplendente questa patria e questa Chiesa per ottimi costumi ed egregie discipline. La riceva, dico, con pari benevolenza ed affetto, onde nelle preci e ne’ sacrifizj di questa cattedrale, rammenti di raccomandare a Dio O. M. la salute del re e l’incolumità dell’impero, che tributa onore ed ossequio al Santo.
«E degnisi, con eguale benevolenza, raccomandare me pure, ministro e pronto esecutore dei regi voleri, al patrocinio di S. Carlo, il quale, per favore singolare, già rese vittoriose le mie armi, che senza di lui non avrebbero potuto spingersi, dalla necessaria difesa dello Stato, fino sul territorio nemico. Del qual prospero esito, ci confessiamo debitori all’intercessione di lui appo Dio. Riceva finalmente l’Eminenza Vostra il donativo; un altro simile spera d’apparecchiare lo stesso re, colle ricchezze del suo impero, alle reliquie di Vostra Eminenza, allorquando, seguendo la vestigia di S. Carlo, giungerà al termine di questa mortale carriera[217]».
Tali furono i detti del Gusmano, pieni di riverenza per S. Carlo, e resi vieppiù efficaci dalla pietà e dal decoro dell’oratore. Più d’ogni altro ne fu commosso l’arcivescovo, non ammiratore soltanto, ma egregio imitatore delle virtù del Borromeo. Egli, edificato dalla divozione del re, e immaginando di trovarsi presente al Santo, così rispose:
«Fece la Maestà Cattolica quello ch’era conveniente e decoroso al re dei re, al potentissimo monarca del mondo cristiano, secondo l’insegnamento de’ genitori dell’avo, del proavo, e della lunga schiera de’ Cesari suoi antenati, di venerare i Santi come i più validi sostegni dell’Impero. Nè ciò mi giunge nuovo, avendolo a lungo osservato allorchè risiedeva come Nunzio apostolico alla Corte. S. Carlo, fra le altre sue virtù e le gesta immortali che gli meritarono la gloria celeste, procurò sempre, fino all’ultimo, di favoreggiare l’Impero e la Casa Reale, cui è affidata la tutela e la difesa della religione cattolica. Laonde meritamente venne mai sempre onorato, e lo è in oggi, dalla munificenza reale. L’arca, che sembra tenue donativo al possessore di tante ricchezze, da me e dal mio clero, è considerata preziosissima. Questo tesoro verrà da noi custodito, non solo pel suo valore, ma perchè collocato fra i monumenti della cattedrale, sia illustrato dai letterati, e rimanga modello ammirabile dovunque fia nota la splendidezza del donatore e il pregio dell’opera».
In tal modo favellarono il governatore e l’arcivescovo, presenti per trascriverne le parole e testificare quanto fecero i due illustri segretari Caimi e Platone, il primo eclesiastico, l’altro regio, i quali ne rogarono pubblico atto.
Così fu eseguita la consegna dell’arca; la notte stessa, l’arcivescovo, quasi colle proprie mani, vi depose il corpo di S. Carlo, colla mitra, la pianeta e gli arredi pontificali. Erasi dapprima ideato di coprirgli la faccia con una maschera d’oro, ma con più maturo riflesso si credè più semplice di lasciarlo scoperto il volto, nello stato cui l’avevano ridotto il tempo e la corruzione, che neppure risparmia le reliquie dei Santi. Una delle guancie trovossi guasta e corrosa, non tanto dall’età, quanto da uno stillicidio continuatoper vent’anni, e prodotto dall’umidore del sepolcro, il quale non era stato ancora aperto ed esaminato[218].
L’altra guancia aveva meno sofferto, benchè non fosse intatta: il mento e la bocca, come rimangono colla dentiera allorchè consumansi le carni, serbavano una tal quale impronta della fisonomia. I vecchi erano commossi, ricordando il volto paterno del Santo, e lo guardavano compunti; anche i ritratti di esso comprovavano la rassomiglianza.
Altri scrittori descrissero la pompa solenne con cui si espose al popolo milanese il venerabile corpo del Santo 54 anni dopo la sua morte. L’arca venne tratta dalla sacrestia, e diligentemente chiusa dopo avervi riposto il corpo e deposta sovra l’altar maggiore alla venerazione, con gioja non scevra di rammarico. Il Duomo era addobbato in modo da imitare, per quanto è concesso agli uomini, col decoro, la splendidezza e la festiva ilarità, le eterne sedi dei Beati lassù in cielo. L’augustissima nostra cattedrale, che forse più di qualunque altra si spinge in alto, testificava l’allegrezza pubblica come se un altro popolo ed un’altra celeste città esultassero alla vista del Santo Pastore. Quanti adornamenti di palchi, arazzi, quadri[219], luminarie, immaginaronogli antichi e le moderne arti, quanti ne ideò con larghissimo dispendio lo splendido e intelligente nostro clero nelle pubbliche festività, tutti vennero in quel giorno adoperati. Splendeva corruscante il tesoro di S. Carlo collocato sul vecchio tumulo, gareggiando per ricchezza coi tesori dei re, i quali l’avevano arricchito di molti anelli e gemme votive al Santo, per gli sfuggiti pericoli, e pei trionfi ottenuti o impetrati da lui. Le statue e i simulacri argentei di alcuni tra essi ricordavano, a testimonianza delle ricevute grazie, i varj mali che affliggono l’umanità.
Il cardinale arcivescovo Monti celebrò il divino Sacrifizio e recitò il panegirico del Santo, come aveva fatto il cardinale Federico in un precedente anniversario. Gloria non comune di quell’età, che sommi arcivescovi fossero del pari sommi oratori! Graditissimo ai grandi ed alla moltitudine non solo per l’eloquenza, ma per l’elogio della generosità del re Filippo, riuscì il passo in cui il Monti, alzando gli occhi al cielo, apostrofò il Santo così:
«Celeste Carlo! decoro e corona de’ pontefici; un giorno nostro cittadino e pastore e padre di questa patria. Oggi ad onorare le tue reliquie e il nome tuo s’unisce il divino favore alla magnificenza del re di Spagna, il quale dona un’arca, che nessuna privata ricchezza avrebbe potuto offerire. Apparisce come costruita in cielo, che, per assecondare la divozione del re, fe’ scoprire meravigliosi cristalli, per formare un’arca degna del principe e inuno della purità del sacro corpo, che vince il fulgore di que’ cristalli».
Dopo l’ufficiatura, incominciò la processione; quattro vescovi sostenevano in apparenza l’arca, che era portata da uomini nascosti sotto il drappo che la cingeva. L’arcivescovo, quantunque mal fermo per recente malattia, sostenevala egli pure. I senatori portarono il baldacchino per un tratto di strada, scambiati da altri a seconda del grado e dei privilegi delle varie magistrature: il governatore la seguitava al suo posto con una torcia accesa. Sarebbe superfluo descrivere i consueti apparati della città, le contrade coperte di tele, le muraglie adorne di arazzi, i quadri ed altri oggetti preziosi, tratti dalle case dei ricchi, giacchè simili pompe si ammirarono altre volte in Milano.
L’ornamento tutto speciale di quel giorno fu la moltitudine, la quale a stento capiva nella città, e lo strepito che vi faceva. Rimasero quasi deserti i villaggi e le città vicine; e se il nemico avveduto sapeva profittare dell’occasione, avrebbe potuto facilmente impadronirsene. Molti giunsero dalle terre Venete, dalla Marca d’Ancona, dal Genovesato, dalla Svizzera, dai Grigioni, avendo calcolato il tempo del viaggio per arrivare il giorno della festa. Nè solo individui, ma intere famiglie, le donne coi loro bambini, i figliuoli seguendo i genitori, ovvero venuti nascostamente dalle vicinanze a Milano. Molti vecchi altresì, nobili e plebej, ciechi, storpj e afflitti da malattie si trascinarono, sì grande era il desiderio d’assistere alla solenne traslazione del corpo di S. Carlo ed invocarne il patrocinio; nè vi mancò una turba di mendichi. Seppi che parecchi mariti, che lo stato conjugale rendeva infelici, e mogli angosciate per le libidini degli adulteri consorti, accorsero con fiduciosa semplicità di cuore, che il geniale talamo deterso e santificato per occulta virtù di S. Carlo, e reintegrato il buon nome,la famiglia passerebbe dallo sprezzo e dalla disperazione ad un onesto e giocondo vivere; la quale fiducia o semplicità ebbero pure alcuni Milanesi.
Conosco certi tali che, afflitti per rovesci di fortuna o circondati da pericoli, sperando nell’ajuto del Santo, ottennero, o almeno affermarono d’aver ottenuto, grazie non meno evidenti di quelle che ricevettero i guariti da corporali malattie. E siccome di queste si narrano miracolose guarigioni, così viene assicurato che le più gravi dell’animo, ed i domestici infortunj, mitigò in quel triduo S. Carlo colla sua intercessione appo Dio, e molti videro prosperare i loro traffichi e rimarginarsi le ferite del cuore, secondochè avevano pregato e fatti voti.
Sessanta mila peregrini alloggiarono negli alberghi e nelle taverne; numero che venne notificato al pubblico. Aggiungasi altri moltissimi, i quali furono ospitati dai parenti ed amici, essendochè ogni casa, grande o piccola, era zeppa di ospiti, una parte de’ quali venne collocata negli abituri dei poveri, provvedendo al loro vitto, per non poter fare altrimenti attesa la ristrettezza in cui trovavasi ciascuna famiglia per tanta gente che aveva in casa.
I ricchi accaparrarono gli alloggi lungo tempo innanzi: perfino i collegi e i chiostri diedero a molti ricovero, e nondimeno fu ancora maggiore il numero di quelli che pernottarono a ciel sereno[220]. È facile l’immaginarsi lo strepitoed il tumulto che tanta folla di gente fece per le vie e specialmente in Duomo; urli, risse, sassi, coltelli, alcuni rimasero feriti ed uccisi. Rimbombava la cattedrale di un continuo fragore, eguale al ruggito di torrente, che, ingrossato da notturna pioggia, travolve giù per le roccie dei monti immenso volume d’acque.
Pure superavano quel fragore le grida e lo schiamazzío degli ossessi, i quali, alla presenza di S. Carlo, erano in siffatta guisa tormentati, che molti in quel giorno cessarono dal ritenerli inganni femminili, convinti che veramente gli spiriti infernali s’impossessano degli umani corpi, nelle viscere dei quali soffrono i martirj cui sono dannati. Consta, con bastante certezza, che in quel giorno furono liberate alcune donne, avvinte, secondo le apparenze, con inestricabili nodi da Satano.
Nè tacerò come uomini e donne, invasi da furore divoto, fur visti avventarsi contro i bastoni e le picche. Imperocchè, custodendo le sbarre un drappello di soldati tedeschi con armi per tenere indietro, come s’usa, la folla, scuotevano di continuo all’ingiro le picche ed i bastoni per incutere terrore. Un drappello di sbirri, frammisti ai soldati, non solo brandiva le armi, ma con torvo viso e minaccie osava irrompere nella calca, battendo e ferendoparecchi. Ne sorse una zuffa che durò tutto il tempo in cui l’arca rimase esposta. Molti ne uscirono colla faccia pesta e insanguinata; un birro fu battuto a morte da un giovane colla mazza istessa con cui gli aveva pestato un piede.
Non si potè conservare nella processione l’ordine secondo i gradi: e le due primarie magistrature della città altercarono, disputandosi il posto più vicino all’arca. Al governatore spiacque la contesa; ma si riappacificarono subito, e la gara fu piuttosto mossa da zelo che da umana ambizione. Credo che il Santo medesimo gioisse, contemplando dal cielo quel contendere intorno alle sue reliquie, e perfino i grandi inquieti in mezzo al popolare tumulto. Questa unica dimostranza mancava del cielo, partecipe al giubilo degli uomini, ovvero del nostro piccolo globo turbato per sì gran trionfo!
Compito il giro sull’imbrunire, l’arca fu riposta sopra l’altare maggiore. L’arcivescovo diede un pranzo frugale, e colle discipline usate da S. Carlo e Federico nei loro conviti dopo alcuna solennità, invitò quattro vescovi ed i fratelli Altemps, parenti di S. Carlo dal lato di madre. Anche il governatore in palazzo diede un pranzo militarmente frugale ai magnati ed a parecchi amici, che il dì vegnente ritornavano seco lui all’esercito. Egli prolungò la sua partenza d’un giorno: il sabbato 6 novembre da Milano avviossi per Pavia ad Alessandria.
FINE DEL LIBRO QUINTO ED ULTIMO.