Fra queste pie cure e il timore e il compianto, cresceva nella vergine leggiadra ognor più compassione per le sciagure d'Anselmo. Poichè questi più volte esprimeale il desiderio di vederla, desiderio a cui parea dolcemente inclinare anch'essa; nè ciò riuscendole in niun modo, fatta ardita dalla bramosìa, un dì mentre il padre era penetrato nella torre infausta, con mendicato pretesto vi portò audace il piede.
Stefano lunge dal darle per ciò rampogna, presala per la mano con amaro sorriso le disse—Vieni, figlia, impara anche nella docilità del tuo sesso ad abborrire i tuoi nemici. Calpesta questo orgoglioso: esso lotta contro la natura, contro la forza e contro il voler mio; ma pur se io sono Stefano, cadrà. Esso è lo sparviero che voleva dominare nei nostri boschi, volò intorno alla nostra sede, portò l'artiglio nel nostro tetto, ma cadde nella rete, cadde nelle mie mani, nè fia vi sfugga più mai. Se ei non seconda il voler mio, se non chiama quel Guidone nella nostra valle al parlamento ch'io medito, vedrai ivi rotolarsi la sua testa, e il suo sangue renderà più belle le nostre bandiere.—
Bianca stava sbigottita e muta presso al padre, guardava di soppiatto Anselmo cui nè lo squallor della carcere, nè i sostenuti patimenti, per nulla aveano scemato alla nobile fierezza del volto e all'avvenenza delle forme. Non volea applaudire agli inauditi crudi modi del padre, chè non gliele consentiva il cuore, ma non ardiva sciogliere accento per raddolcirne la fierezza; ben sapea che tanto stato sarebbe il segnale di morte pel prigioniere sventurato. Tremava la combattuta fanciulla, e riguardava Anselmo con un misto di pietà, di conforto e di paura, che gli apriva quali angoscie a prova le combattessero nell'animo.
Il Nebiolo per nulla si avviliva, muovea gli occhi or sul padre or sulla figlia, e mentre sdegnosi rifuggiano dall'uno, pareano vaghi fermarsi a contemplare il leggiadro viso della giovane pietosa, quasi stanco viatore cui aletta limpida fonte, e dopo petroso cammino rallegra l'amena verdura del prato. Nel momento che Stefano altrove torceva il fiero cipiglio, ei riguardava la bella, nelle accese luci raccoglieva il fuoco dell'alma, e in un baleno tutti le esprimeva i sensi ascosi.
Però anzi che punto si dileguasse la sua fermezza, o gli annebbiasse debole tristizia il volto, con generoso ripiglio così mordea il nemico.—Uomo dispietato e vile: a che insegni la tua malvagia crudeltà a quest'angelo d'innocenza? Non temi che l'alito tuo soltanto macchii il candore delle sue virtù? Assai si ravvisa al solo leggiadro aspetto di dolcezza pieno; ben altro è il suo cuore dal tuo, e troppo straniera debb'essere in questo Castello, benchè il destino ve la facesse nascere tua figlia. Tu sei lo sparviere, tu il lupo distruggitore, ma ella è la colomba benefica che porge conforto alla solitaria tortorella del bosco, e le è riconoscente, nè mai vorrà spiegare il volo dalla sua macchia, senza spargerle intorno il flebile canto della gratitudine.—
La giovane era commossa ai cari accenti da lei sola intesi, e tremava vedendo torvo ruotarsi qual tempestosa nube lo sguardo del padre che impaziente spirando tosco dalle enfiate labbia proruppe—Folle, a che vaneggi tu, a che muovi mistici detti? Ben io apprenderotti quale tu sia, e che sorte ti attenda. Qui vuolsi sangue, e tu il verserai. Però cessa dallo spargere ombra di lode a mia figlia: sarebbe in lei segno dell'odio mio la lode di un Nebiolo. Fra pochi dì o tuo padre sarà mio vassallo, o verserai colla vita questo insano orgoglio.—
Senza udire risposta, impone di raddoppiare i ferri al prigioniero, esce dispettosamente dall'infausta soglia e seco trascina Bianca. Soffoca la timida i sospiri che le van concitando il terrore e la pietà, e traendo dietro al padre, muove fuggitive le tremule pupille inondate di represso pianto sur Anselmo: mentre si avvisa d'infondergli speranza ed ardire, ritrae in vece dal di lui volto intrepido e sereno una straniera dolcezza che le piove in petto e lo schiude a nuovi affetti, quasi aura mattutina che accarezza la socchiusa rosa, finchè apra il seno a' balsami della rugiada.
Il Rosso spedì un messo a Guidone a ordinargli che cessasse dallo spargere contro di lui le insane sue grida, e sciogliesse il turbine di guerra che milantava volere portargli a Stefanago per vendicare il figlio. Questi giacersi nella sua torre, e proporgli solo partito a liberarlo, che ei si rendesse vassallo di Stefano: se il nega manderebbe a Nebiolo la testa d'Anselmo: due soli dì concedersi alla scelta.
Arse di rabbia Guidone alla fiera minaccia e ordinò che si gittasse dalla sua torre il messo. Stefano che più ritornar nol vide e seppe da' suoi spiatori la fine di costui, si morse per dispetto le labbia agitando vendetta. Bandì nei suoi feudi la condanna d'Anselmo decapitato tra due dì, e mandogli nel carcere avviso che si apparecchiasse a morire: ei nulla rispose, ma sguardò con sì fermo ciglio chi glielo annunziava, che vergognando si ritrasse dalla carcere in cui risplendea tanta virtù. Pure perchè l'ira di Stefano più s'accendea a quel silenzio, e di nuovo gli proponeva la vita a prezzo della viltà, rispose il generoso Nebiolo che nulla temeva la morte e che da un codardo suo pari, cui era morta in petto ogni scintilla di valore, non doveasi attendere che tradimenti e patiboli.
Bianca erane oltre modo dolente, e seguendo gl'impulsi del suo cuore seco fermò di liberare il giovane prigioniero. Gli porse tenere preghiere perchè volesse assecondare le di lei premure se avesse schiuso il carcere, nè sdegnasse la sua virtù di salvare una vita che non era del tutto sua ove teneva un padre, e ricordasse che il misero morrebbe di dolore nell'udire la dira e sanguinosa novella.
Persuadeano l'austera ragione d'Anselmo le care sollecitudini di Bianca, e sebbene d'animo forte pur gli tremava il pensiero all'immagine d'una morte obbrobriosa ed oscura: ma l'idea che la sua salvezza travolgesse Bianca a certa rovina, gli ridestavano nell'animo le assopite virtù e pria scegliea cadere che vivere coll'onta di una viltade in fronte. Rispose però a Bianca che sarebbesi arreso, presto a secondare quanto gli richiedea la pietà di lei, ove ella volesse seco partirsi dall'infausto castello, perchè non pativa di abbandonarla al furore del Rosso, e confidare, libero e a lei vicino, di porre fine alle tremende ire paterne. Alla misera di troppo era noto Stefano, perchè potesse annidare pur lieve speranza; ma serbava troppe virtù perchè sostenesse di offuscarne lo splendore con una fuga, e troppo le tenea d'Anselmo onde abbandonarlo: pensò di salvarlo, gittarsi indi ai piedi del padre, e cadere vittima del suo implacabile sdegno.
Bianca di continuo attendeva se il padre dimenticasse nella sua stanza le chiavi della carcere: ma invano lo sperò, e temeva che male le riescissero i suoi pensieri. Già premea l'ultima sera che spargea colle tenebre l'estremo sonno sulle pupille d'Anselmo, già s'apprestavano nella prossima valle il feral palco e la cruda bipenne, e il misero giacea pur sempre ne' suoi ferri: non si lagnava, non ostentava coraggio, queto aspettava il suo destino.
Ma con quella notte scendeva il gelo di morte in seno a Bianca: le parea ad ogni istante che sorgesse l'importuna aurora, e sentiva nell'animo il suono del bronzo fatale e l'ultimo sospiro di Anselmo morente. Nè più potendo reggere a sì funeste immagini, nè parendole che dar si convenisse maggior indugio al pietoso suo proponimento, fatta ardita, siccome la stringea necessità di consiglio, penetrò nella stanza ove Stefano dormiva, e chetamente avvicinatasi ove tenea le chiavi, le rapì. Prese il serico di lui mantello adorno d'aurei fregi, e la celata ondeggiante per molte piume, se ne ricoprì la persona, si armò d'una spada, e tacita e franca s'avviò alla torre.
Poco differìa Bianca dal padre in altezza, sicchè le sentinelle non si accorsero della frode. Disserra l'uscio ferrato, e ad Anselmo che scosso riguardava chi venisse a portargli o vita o morte, dicea pregando e stendendo le mani tremanti ai suoi ceppi:—Ecco ti schiudo il tuo carcere, ti sciolgo le tue catene. Quest'abito e questo elmo ti apriranno ogni via ed ogni porta, chè tutti ti crederanno il Signore. All'ultima uscita è già presto un mio fido con un cavallo: t'invola, salvati e ricordati nel furor delle tue vendette che Stefano è padre di Bianca… Non obbliare talora quella mano che scioglie i tuoi ferri:… io già non sarò più, ben conosco l'ira paterna, ma la ricordanza di chi per te si dimentica d'essere figlia, ti renda meno crudele…—Ah Bianca, ch'io parta e abbandoni te fra gli artigli dei crudi?… ch'io viva mentre queste tue forme immortali, questo cuore sì pietoso… questo pietoso cuore!… Ah non sia mai! mi colgano mille morti, anzi che esser reo di tanto delitto.—Anselmo, or sì mi strazii d'acerba doglia, or che il tuo dubbio solo ne spinge a irreparabile rovina! Omai non ha più speme, la sorte è gittata e noi siamo entrambi perduti, che questa frode non può starsi ignota a Stefano… Deh! se ami tuo padre, se non è spenta ogni favilla di gloria nel generoso tuo cuore, se non mi sei ingrato, Anselmo, fuggi… io non posso essere felice se non ti vedo in salvo.—
Anselmo comprese il linguaggio della tenera fanciulla, commosso le cadde al piede, chè eran già sciolte le sue catene, e stringendole teneramente la destra che copriva di lagrime riconoscenti e di baci.—Ah spirito celeste per cui mi son cari anche questi infausti luoghi! speranza della travagliata anima mia… Bianca, ah! no il mio cuore non può esserti ingrato, se ei respira solo perchè tu gli ministri l'aura di vita… ma che ei giammai non si divida da te: se lo abbandoni è nulla per me la vita, lievi mi sono e patibolo e morte…
Ma la giovane accorta avendo l'animo a doversi affrettare, pur lo pungea a fuggire, mentre ne avea ancor tempo: ei si arrendeva purchè ella non rimanesse in sua vece nella torre. Volea schiudersi la strada col ferro, volea,… ma un lampo loro scioglie la confusion della niente: Bianca fa cenno alla sentinella più prossima di entrare: la assalgono, la disarmano; Anselmo prende quelle armi e quella divisa, la minaccia di trafiggerla se chiama per aiuto: la chiudono nella torre e s'involano.
Ogni servo cede al loro passaggio, ogni porta si apre, chè ognuno crede con un soldato il Duca. Bianca segue Anselmo, perchè l'aspetto di un semplice uom d'armi potrebbe destar sospetto, nè gli sarebbe permesso in quell'ora l'andar fuori. Già solleciti hanno corsi gli appartamenti, lasciate addietro le ascolte, passate le due prime porte: già trepidando di gioja si appresentano all'estrema, e Bianca dà il cenno perchè si schiuda.
In tanto il soldato dalla torre innalza disperate grida, accorre la vicina guardia, si sente la frode, si dà il segno di soccorso. Il custode dell'ultima uscita che stava per ischiudere, vedendo il contrasto de' due guerrieri, perchè Anselmo premea Bianca a seguirla, e questa si rifiutava, sospetta dell'inganno, a quel clamore ne ha certezza, e vuole opporsi al loro passaggio; ma la spada d'Anselmo vince ogni ostacolo. Già il grido d'allarme scorre per tutto il Castello, suona la campana, si desta la milizia, accorrono i servi, tutto è scoperto. Anselmo non si perde d'animo, apre la porta, sale il pronto cavallo, si leva a forza Bianca sugli arcioni e si dilegua in un istante. Racconsola la vergine tremante, le ripete che non avrebbe mai patito di lasciarla vittima della sua pietà, la preme al petto, la inanima, la pasce di nuove speranze e fugge.
Precipita il cavallo fra le distorte vie: sprona timore chi il caccia e preme, ei vola e pare non senta il doppio peso, appena liba coll'agil piede e balze e valli e passa, e in breve è sotto le mura di Nebiolo. Anselmo diede il solito suo segno e fu riconosciuto dalle veglie: si schiusero le porte, e fu uno stupore, una gioia di tutti nel vederlo di ritorno, mentre ognuno piangeva la sua morte: chi accorreva a riguardarlo, chi se gli faceva incontro e gli baciava le mani e lo stringeva al seno, mentre a tanto amore spuntava sul ciglio al reduce il pianto della riconoscenza. Guidone che gemea sulla sorte del figlio e ne fremea orribilmente in suono di pietà e di rabbia, vedendolo improvvisamente libero, e stringendolo fra le sue braccia, pianse di paterno affetto: però fieri i suoi lumi aggirandosi fra quelle lagrime, quasi raggio di sole fra fosca nube, annunciavano le sue risorte speranze e la vendetta che gli suonava intorno al cuore.
Udì severo e muto il fiero veglio i patimenti del figlio, e il suo silenzio parea la calma che precede la tempesta; ma quando seppe che seco traeva la figlia di Stefano, sorrise di barbara gioja, credendo che rapita l'avesse alla vendetta. Anselmo allora radolcìa quell'antica rabbia col racconto di quanto la virtuosa adoperasse per lui, e aprendogli i suoi affetti ascosi, gli asseverava com'ei non avrebbe mai con viltà corrisposto ove lo stringea gratitudine.
Gli addusse innanzi la tremante donzella, che stava contrastata nell'idea dell'altrui sdegno, del luogo nemico ov'era, e di un incerto avvenire. La confortò il giovinetto vestendo d'amorosa dolcezza le sue parole, sciolse i di lei timori, e ispirolle coraggio; le propose tutti i teneri sensi del proprio cuore omai non più libero, non più suo.—Tu, generosa Bianca, mi salvasti la vita, tu restituisci un figlio, tu perdesti un padre, io darotti uno sposo. Tu forse richiamerai la pace su questi contrastati colli, sarai l'angelo di salute a questi abitatori ognor turbati da ire nemiche. Tu splenderai raggio di gioja in Nebiolo, e l'anima mia accesa d'inesausti affetti attingerà dai tuoi occhi una soave e nuova vita: tu sarai la speranza de' miei giorni, tu l'elemento del valor mio, e mentre io ti stringerò al petto amante e sposo, grato in te mio padre ravviserà l'angelica mano che gli rendeva un figlio e gli ricovrò le perdute speranze. Fra tanta soavità di affezioni, tu ancora farai riflettere ne' nostri cuori il lampo della gioja, e su queste mura il sorriso della calma.—
Pioveano siccome rugiada ristoratrice di primavera sulle erbe appassite gli accenti d'Anselmo in cuore della vergine pudibonda, e a sì teneri affetti stranieri nel luogo inospito ove sortì la culla, ella beveva una nuova dolcezza che componeva le tempeste dell'animo suo. Tripudiava ei di vederla commossa, e tanto si ingegnò che le rasciugò il ciglio, e porgendole nel proprio un nuovo padre, potè richiamare in lei alquanto lo spirito smarrito. Guidone istesso rattemprando i vetusti sdegni che gli capìano nell'animo, reso per amor del figlio di più umana natura, con dolci blandizie la allettò a nuovi pensieri, e insieme ad Anselmo la strinse al petto.
Col giorno nascente, perchè aura di nemica fama non turbasse il candore della bella innocenza di Bianca, fu nel castello ove sorgea il tempio celebrato l'imeneo: si sparse d'ogni intorno la letizia, e giuliva brillò la festa per la liberazione d'Anselmo. Trassero da queste valli e i vassalli e le scalze contadine alla Rocca, onde offerire presenti, quali de' loro greggi, quai di frutti o di fiori ai nuovi sposi, e lieti ne ritornarono per doviziosi doni. Sparse la fama l'inaspettato evento, e tutti sperando di raggiungere la invano da lunga età sospirata concordia, aprivano l'animo a nuovo gaudio, sicchè le conscie valli ripeterono gli evviva e i cantici di pace.
Come ricordare il furore di Stefano allorchè conobbe la frode? Morse per dolore le mani, squassò la scompigliata chioma, e con un grido di rabbia destò all'armi i suoi: corse il Castello, nè ritrovandoli fece inseguire i fuggitivi. Però il cammino era breve, e il timore aggiungea lena al loro corso; sentivano da lungi ferirli sull'ali de' venti il suono della suscitatrice squilla e gli urli dei soldati: ad ogni fischio d'aura, ad ogni sasso smosso dal veloce corsiero, si credeano preda degli irosi nemici, ma sperarono e ottennero salute. Poco dopo che si furono rifugiati in Nebiolo giunsero fino alle falde del colle armi ed armati, ma dipinti d'onta e di dispetto tornarono digiuni di preda e di vendetta al loro Signore.
Stefano ponendo sull'irta testa il cimiero di guerra, proclama ribelle la figlia: giura di vendicarsi traendo dalla vagina il formidato brando, che agitato nella sua destra sparse sinistro lampo, sicchè ne furono atterriti i circostanti.—Vendetta e morte siano la sola nostra insegna. Io non ho altri figli che questa spada: essa non tornerà al mio fianco se non grondante del sangue dei traditori: allora esultante tergerolla colle mie labbra e la riporrò. Giurate vendetta o morte.—I vassalli palpitando toccavano col proprio quel brando fatale, e pronunziavano il terribile sacramento. Si spargeva a quei terribili accenti un cupo mormorìo, che ripeteano le mura del palagio; parea che fino l'aura ne tremasse: un brividìo, un gelo cercava tutti i cuori; tutti i volti erano smarriti, fuorchè quello del tremendo Signore.
Sventola sulla Torre di Stefanago la sanguinosa insegna; si diffonde in tutti i petti, scorre per tutte le valli fiero commovimento di guerra. E i Signori di Fortunago, e que' di Rocca Susella e i Malaspina del Penice son richiesti da Stefano alleati contro il Nebiolo. Il Castello manomesso, le scolte trafitte, la figlia involata, sono crucciosi argomenti sulle labbra de' suoi messi: preme e da tutti ottiene soccorso. Il grido di guerra mugge di monte in monte, l'indegnazione unisce arme ed armati, l'insegna di distruzione sparge il terrore, come spaventosa cometa.
Anselmo manda lettere a Stefano, che gli portano novella dell'imeneo di sua figlia, e gli propone una pace stretta da' nodi di sangue. A quell'annunzio più freme il Rosso, risponde che si restituisca la giovane involata e il prigioniero, sdegnare ogni altro partito, e se più si tarda a ubbidirlo, sterminerà i nemici, sterminerà Nebiolo; e il sangue de' vinti segnerà soltanto dopo la loro rovina, la pace. Bianca volea pur sola correre a rintuzzare l'ira del padre, a offerirgli il petto ignudo, ma Anselmo nol sostenne, sapendo che ne andava a certa morte: quanto meglio poteva, studiavasi di porre in calma l'inconsolabile fanciulla, cui quindi movea tenerezza pe' luoghi ove nacque e timore pel periglio del padre, quindi sollecitudine pel nuovo asilo e amore per lo sposo: era la deserta sempre atterrita dal pensiero, che apportavale irreparabile doglia qualunque fosse o il vincitore o il vinto, che era delitto in lei per qualunque porgesse voti; era sempre turbata dall'immagine che per sè si destassero tanto furore e tante armi.
Però mal sostenendo che crescesse il turbine senza che in nulla si fosse provata di scioglierlo, volle scrivere al padre accenti di filiale ossequio ed amore, volle cercargli per quanto avea di più caro la pace. Mandò un messo che gli deponesse a' piedi il proprio pentimento e l'ulivo, ma di questi più non si ebbe notizia, e invano ogni dì la profuga di Stefanago rinnovava la speranza di udire annunziarsi men fiera la volontà del padre.
Guidone però rivolto l'animo da ogni vano pensiero di pace, non istava neghittoso, perchè a lui sprovvisto e inerme sovrastasse poi sul capo la nemica spada. Rampognava talora il mite cuore d'Anselmo e rideva di Bianca occupata nel suo dolersi al cielo per le proprie sventure.
Non pensò a far voti o ad innalzare preghiere; sollecitò gli alleati persuadendo altrui e il suo dritto di difendere chi avea presso di sè preso ospitalità, e vendicare gli oltraggi fatti nel figlio. Dava agli uni donativi, agli altri speranze; trasfuse in tutti l'odio ch'egli avea nel Rosso, sicchè già conveniano numerosi soldati intorno ai suoi vessilli. Benchè mitigasse il suo fuoco a non esacerbare il dolore dei figli, pure sentiasi ruggire in petto l'ira antica, e l'odio degli avi gli ridestava la sete atra di sangue. Così mentre l'uno fea velo dell'onte novelle alla brama che avea di prostrare il rivale, Guidone ridea nel pensiero di spegnere nel petto del nemico l'ognor rinascente livore.
Lo strepito de' bellici strumenti, il clangor delle trombe, e il suono dei sacri bronzi, annunziavano la fatal milizia che sotto gli stendardi del Rosso s'avviava lungo il Carvenzolo verso le nemiche torri. Il cigolìo delle ruote, il grave e lento stropicciare dei fanti, lo scalpitar de' cavalli, faceano un misto d'un cupo rimbombo che si ripeteva di speco in ispeco, e avvisavi al grave pondo tremarne il dirupo. Era ingombra la tortuosa via dal piano al colle d'armi e di combattenti, e i raggi del sole ripercossi dagli scudi, dai brandi e dai cimieri, pareano spargere nell'aure un torrente di scintille di fuoco.
Fugge sbigottito il montano abitatore, e sì impetra per paura, che nè si lagna nè piange per le calpestate messi e per le violate capanne: fuggono l'inerme veglio, le vergini pudibonde nelle macchie e negli spechi, e le madri tremanti si stringono i figli al seno. Il terrore precorre l'evento, si annunzia a Nebiolo la formidabile armata, si annunzia la sanguinosa bandiera, lo spaventoso motto, e sopra di essa orribile a vedersi il capo troncato del messo infelice.
S'inaspriscono gli animi a tanta crudeltà, e già Guidone, non men fiero dell'abborrito rivale, anela vendetta. Già in suo pensiero la vede compiuta e tutta ne pregusta il dolce, già tende più fili onde se più cruenta la raggiunge, gli riesca più cara.
Mentre la militar baldanza si sparge pe' suoi campi a depredare gli abituri e gli armenti, mentre l'audace nemico lo insulta sotto le sue Rocche, il Nebiolo prepara loro per mille modi la morte. In que' tempi di barbarie tutto concedea la dira legge di guerra, nè l'animo feroce di Guidone rifuggìa da crudeltà. Ei sparse veleni nelle fonti, veleni nei vini, nei cibi de' coloni, veleni sulle micidiali spade: così i seguaci di Stefano or a tradimento, or côlti da improvvisa sventura, or con acerbi e lunghi dolori, e di giorno e di notte, e nelle capanne e nelle valli in diversi modi oscuri morivano. Il valore si affievoliva, giacevano le spade, la paura e il terrore cominciavano a cercare tutti i petti, mentre il nemico atrocemente ne esultava.
Fremea il Rosso a questa nuova maniera di guerra che si opponeva al suo sdegno, e tarpava i suoi facinorosi disegni: fremeva nel vedersi tendere tanti agguati, patire tanti disagi il suo campo, e ostinato il nemico rifiutarsi alla battaglia. Gli parve dopo alcuni dì che più non potessero starsi senza taccia di viltà, divise le alleate schiere sui circostanti poggi, e ordinò che con trabocchi e balestre s'investisse da una parte la Rocca, mentre egli co' più arditi vi avrebbe dall'altra portato il ferro e il combattimento. Squillano d'ogni parte i guerreschi oricalchi che sfidano il nemico alla pugna, e mandano grida di confuse voci che tacciano di timore e di codardi gli assediati: s'innalza il canto di guerra, l'inno della vittoria; Stefano s'innalza invitto nell'armi, domatore dei possenti, e signor degli Irii colli; Stefano che se muove il passo tremano i forti, e paurosi fuggono ad appiattarsi come cervi ne' loro covili; se snuda il ferro china ogni orgogliosa testa: ei folgore sperditrice della battaglia, sterminatore de' nemici, oppugnator di Nebiolo.
Erano mortali saette al cuore di Guidone gli acerbissimi accenti: lo stare chiuso ancora gli parrebbe viltà. Sente che gli giungono i soccorsi richiesti da Montebello, sguajnando l'invitta spada dà il segno di guerra e si dispone a discendere nell'aperta campagna. Fremono intorno a lui i suoi prodi, e si diffonde fra loro un cupo suono di ripercossi scudi che pare il mesto lamento di rovina e di morte. Alzano alcuni dal chiuso cimiero in segreto gli occhi di preci al cielo, altri agghiacciano stretti da sinistri presentimenti. Ride Guidone e disprezza i loro voti, e scuote il brando che sparge sanguigni lampi, muove su loro uno sguardo di compassione, e pare rampognarli di viltà, e accennare che in quell'arme sua soltanto sia riposto il volere della terra e del cielo.
Anche Anselmo cigne l'acciaro malgrado la sposa che dolcemente lo prega a restarsi, o a condurla seco.—No, non seguire tant'ira, dolce amor mio, nè abbandonare questa misera a cui tu solo sei vita. Lascia al padre il peso di tanta guerra, e tu resta a difendere queste torri: ten prego pei primi nostri affetti, non allontanarti da me: sento che questo dì può riuscirti fatale, sento che noi non dobbiamo dividerci. Deh vorrai opporti all'amore della tua sposa la prima volta che trema sul tuo periglio? Che se tanta è in te sete di gloria e di sangue, che si chiuda il tuo cuore alle mie preghiere, consenti che io pure combatta al tuo fianco e teco divida il destino dell'armi: io mi porrò fra te e il ferro nemico, nè vi avrà soldato di Stefanago, per quanta fierezza accolga, che ardisca per questa via cercarti il petto.—Anselmo la confortava di lusinghevoli parole, e dolcemente se le richiamava perchè sì poco confidasse nel suo braccio.
Però non cessava dalle preci l'esule timorosa; e se tacea, era il suo silenzio più eloquente degli accenti, era un sospirare dolente, un riguardare pieno d'affetto, una mestizia che annebbiava i suoi vezzi e li rendea più vaghi, come lo spruzzo della rugiada sulla rosa del mattino; le bagnavano le lagrime copiose il viso e risplendea più bello come estivo sole dietro il velo di una minuta pioggia. Ma qual robusta quercia allo spirare d'aura leggiera, piega i mobili rami e non si commove nella radice, era intenerito l'eroe, ma non cedeva alle molli blandizie di Bianca: il chiamavano le trombe e l'impero del padre, e già in punto di volare al campo raccomandava alla sposa i propri affetti.
Com'ella vide che vani tornavano e preci e pianti, di nuovo il pregava:—Deh almeno, mio Anselmo, giacchè pur corri alla battaglia, fuggi, ah fuggi l'incontro di mio padre. Volgi per pietà su altri eroi la generosa spada; ah si torcerebbe al mio seno! io non potrei sostenerne l'atroce vista, nè patire la mano che mi lusinga, fosse macchiata di sangue… e di qual sangue!… Il vostro incontro sarebbe troppo fatale… Anselmo, egli è mio padre.—In così dire avvolgeva vezzosa le braccia intorno al ferrato usbergo dello sposo, e dolcemente alzandogli la già calata visiera, gli careggiava colla tremola mano il volto e baciava l'amata bocca. Ei rispondea parole e vezzi per sospiri e baci, e già molli affetti gli addormentavano i bellici sdegni, se nol scuoteano le grida delle ordinate schiere. La voce di guerra impera su quella d'amore, tornano gli amanti agli amplessi, e con un loquace sospiro Anselmo a lei s'invola. Mentre ella lo seguita colle rugiadose pupille, l'altro talor si rivolge e dai chiuso elmetto pur le vibra gli ultimi accesi sguardi d'amore.
Bianca abbandonata e sola anelava flebili singhiozzi, e quasi l'animo le fuggisse cadeva sul seggio abbandonato: indi sporgeva le braccia al guerriero e vuote le ritraeva al vedovo seno, chiedeva dell'amante all'aure, alle squallide pareti, ma ei già era lunge, e al nome d'Anselmo rispondeano solo le cave vôlte del Castello e il fiero muggito della battaglia.
Già l'accesa fantasia le dipinge nuove sventure, delibera seguire lo sposo, veste guerriera maglia e s'avvia verso la porta: se le oppone dolce violenza, per che delibera attendere finchè meglio s'inviluppi la mischia, e fra maggiori cure non s'abbia mente a' suoi passi. Sta intanto dalla vedetta ad osservare la pugna nè sa per cui preghi: palpita se piega l'una o l'altra schiera: or figlia, ora sposa, or fuggitiva, or serva, non sa far voti, spesso ondeggia, e trema sempre.
Torrenti che scendono furiosi da opposti monti e si mischiano frementi nella valle, nubi che s'incontrano e confuse ululando spargono lampi e tempeste, sono lievi immagini della crudele battaglia. Ondeggia il terrore sugli irti cimieri, morte splende negli sguardi dei combattenti, morte scaglia il declinare d'ogni spada. Nessun brando è digiuno di sangue, tace in ogni petto la pietà, è più lieto chi dissetò il suo sdegno nelle viscere di più nemici, e fin dalle chiuse visiere, come lampo da nube, trapela il livore e l'ira: accende un sol desiderio e il superbo cor del Signore e il tremante petto dell'ultimo schiavo.
Stefano, purchè ognor versi sangue, non risparmia la punta dell'acciaro nè al vincitore nè al vinto: è bufera che abbatte e l'alta pianta e l'ultimo virgulto: ogni volta che si gira la temuta destra cadono mietute teste, e le calpesta col piede che imprime orme di sangue e passa. Incoraggia i soldati col grido della vendetta e chiede del giovine Nebiolo. Questi, fido al suo giuramento, prode nel cruento certame, coglie mille palme sugli alleati e sfugge il fiero Sir di Stefanago.
Ma il Rosso dal colle mentre gioisce fra le uccisioni, vede in basso consumarsi miseranda strage de' suoi, vede piegar l'armi, e un terribile guerriero, quasi turbo in campo di biade, spargere lo sterminio e la morte. Alle insegne, al portamento ravvisa Anselmo, e barbaramente esultando precipitandosi a valle, lo chiama alla tenzone.—Cessino l'armi, soldati: lascia, vituperato rapitor di fanciulle, di mostrarti prode sul volgo: il bastone e non la spada si conviene all'imbelle tuo braccio. Qui, qui ti rivolgi, è la mia che ti attende e vuole insegnarti quanto valga un Nebiolo, eroe da tradimenti.—
Anselmo punto sì aspramente il riguardò e con disdegnoso ripiglio:—Uomo crudele, perchè il cielo ti diede una figlia, e tu non puoi imitare le sue virtù! Ammansa il tuo furore, omai Bianca è mia sposa: benedisci a questo nodo, dà la pace a' nostri cuori, a questi popoli.—Ah codardo! la pace al tuo cuore, daralla la punta della mia spada. Difenditi, nè colla pietà far velo alla tua paura.—
Seguì l'assalto agli acerbi detti, che non permise Stefano all'altro di rispondergli, ma lo investì furiosamente col ferro. Anselmo così costretto, chiamando in testimonio il cielo perchè non avea rotti i suoi giuramenti, difendendosi si pose nell'infausto duello. L'una e l'altr'oste immobile ristà, nè osa innalzare un solo accento pe' due combattenti, pende dai loro moti, e corrono gli sguardi dietro al fulminar de' ferri.
Qui ognuno trema, nè osa col pensiero tentare il futuro, mentre Guidone spargendo strage nell'oste, iva affannoso in traccia del figlio.
Bianca, che palpitante considerava la pugna, e a cui nulla sfuggiva, vide dal poggio il padre a provocare Anselmo, e un gelo di morte tutta la cercò. Presentì inevitabile la zuffa, e anziosa di dividerli, paventando per entrambi, volò dal Castello nel campo. Sopravvenne agli sdegnosi mentre aveano dato principio al fiero assalto, e siccome la consigliava amore, osò, perchè cessassero dall'armi, interporre la sua spada in mezzo alle loro destre. Stefano il crede un tradimento, e mentre grida al rivale:—Vile, il mio braccio vale per te e pe' tuoi—il suo ferro è disceso nel petto dell'infelice Bianca. Essa dà un grido—Ah padre—cadde, e l'elmetto rovesciato lascia sprigionare il tesoro delle bionde chiome.
I due guerrieri la ravvisano, il Nebiolo ne resta stordito pel dolore: Stefano trae partito dalla sorpresa di lui per ordinare a' suoi soldati che si prendano la ferita e la trasportino a Stefanago. Anselmo s'avvede che gli è rapita la sposa, cerca invano di soccorrerla, chè il Rosso gli è sopra col ferro e il provoca di nuovo alla battaglia.
In tanto la mischia cresce e si fa generale; coloro che videro il miserando caso di Bianca alzano grida di orrore: vola d'ogni parte la ferale novella, accorrono guerrieri nell'angusta valle, e in suo sdegno terribile Guidone scende anch'esso anelante di pugnare col nimico. L'odio antico fa dimenticare lo sdegno novello; Stefano lascia Anselmo e si batte con lui, e tanto eran lieti que' fieri d'incontrarsi, che avresti detto scendessero al ballo e non al conflitto.
Mentre fremono intorno armi ed armati, e si oppongono scudo a scudo, elmo a elmo, spada a spada, Anselmo palpitante e addolorato, siccome gli persuade amore, silenzioso si ritira dal campo e segue la sposa.
Venivano intanto furiosi i due rivali alla lotta, e forse la morte d'un d'essi poneva breve termine alla guerra, se la pugna che d'ogni parte premea non turbava il duello. Allora sitibondi di sangue volgono il formidabile acciaro fra l'oste più folta, e piove ove scende irreparabile morte: striscia di sangue allaga i lor passi, e mietono mille vite fra il volgo e fra gli eroi.
Stefano instancabile rinnova ognora e gli assalti e la strage, scorre le file, raccoglie i fuggitivi e oppone il suo valore ove vien meno quello de' soldati. Guidone mentre incoraggia i suoi, gli spinge sul nemico con impeto irresistibile come sasso che si rotola dal monte, e li preme e li fuga e gli uccide: invano chiede a tutti del figlio. Poderoso era Guidone, ma in breve s'avvide che aveva una sola spada in campo, poichè ove non folgoreggiava il suo brando piegavano i suoi, mentre dove non ruggiva l'ira del Rosso oprava la temuta destra di Fortunato Malaspina.
Come generoso leone che si vede circuito nella foresta, fieramente si aggira fra le nemiche insidie, arruffa la bionda criniera e pone con un sol ruggito il gelo in petto de' cacciatori; così Guidone or sul colle, or nel chino dava procelloso co' suoi ne' nemici, e la sola sua presenza era loro terrore e indubitata fuga. Ma il suo coraggio non potea soccorrere ogni drappello ed ogni mischia, nè opporre lo scudo al Malaspina mentre frenava la baldanza del Rosso. Destro raccolse le sue schiere, le ordinò in ben serrata coorte sulla via che mena alla Rocca, e vedendone scemato il numero, perchè molti vilmente s'erano dati per vinti, sostenne da prode ritraendosi dubbia la battaglia, finchè la notte pose termine alle ire ed al conflitto.
Ritiratosi nel Castello fu dolente senza modo di non trovarvi il figlio, e scoprire venuta meno la fede di qualche alleato. Pure confidando nella prudenza d'Anselmo, colla speranza ei meditasse qualche audace impresa, divisò tenersi chiuso nella Rocca finchè spirasse aura più propizia.
Passò la notte nell'ordinare i suoi militi, applaudire a' valorosi, rinfrancare i meno audaci e dare ordini per la difesa. Intanto l'oste avversa destando d'ogni parte i fuochi e vegliando nel riordinare i battaglioni e repristinare le armi, accennava anzichè riposare sulla vittoria, di prepararsi a nuove imprese.
Appena sorgeva quasi a gramaglia, vestito d'infausta luce il dì novello, Stefano siccome famelico lupo che s'aggira intorno all'ovile ove è la greggia, inoltrato sino sotto le mura di Nebiolo, alteramente sfidava Guidone e il chiamava a nuova pugna, e perchè vedea serrate le porte e niuno rispondere alle sue minacce, il tacciava di paura e di codardia. Fremeva il Nebiolo alla nuova rampogna, e malgrado il parere de' suoi, destò i soldati all'armi, e uscì con essi dal chiuso. Retrocedono all'impeto novello le schiere del Rosso, gli altri le inseguono e porta il combattimento nella pianura: la fortuna or all'uno sorride, ora l'altro abbandona; a vicenda i due campi o vincitori o vinti innalzano il grido di fuga o di vittoria, e per lunghe ore si combatte or sull'alto or nel declivo con dubbio marte.
Ma disperate grida de' talacimanni, un confuso suono di trombe, di squille e di timballi, un cupo rimbombo d'armi ed armati, annunziano che il forte è preso d'assalto. Avvampa Guidone di dolore e di rabbia; e pur vorrebbe volare a soccorrerlo, ma invano cerca di abbandonare il conflitto in cui si trova avviluppato. Si batte con deliberato coraggio, fere, rovescia, uccide e stermina, ma se qui il nemico piega, invadono altre schiere vincitrici il Castello.
Allora ode tuonare la voce di Stefano:—Sia preso, ma niuno osi vestirsi dell'ira mia, in quel petto fere solo il mio brando, beve sola la mia vendetta.—Guidone si volge a mandar pentito quell'orgoglio, ma d'ogni parte è furiosamente assalito, e mentre abbatte chi gli viene incontro, preso a tradimento alle spalle è disarmato, e prostrato fra mille ferri che gli pendono sul capo. Gli si annunzia le truppe disperse, presa la Rocca, dileguato il potere: s'insulta al vinto, e s'innalza il plauso della vittoria.
Freme il Nebiolo stretto dalla turba che l'opprime e spaventa solo che ei giri la sanguinea vista: ei si scuote e palpitano mille petti, fremono mille spade, chè ognuno teme non riprenda l'armi e il furore, di tanto gli atterrì sul campo; pari a cignale fra lacci, che se rabuffa l'ispido pelo o arruota la zanna, ne agghiacciano gli assalitori cui trema ancora la mente per la passata ferità della belva.
Ma altiero in sua possanza il Rosso è sopra al vinto e il garrisce amaramente.—Vedi, orgoglioso, il tuo Castello è in mio potere: mira, già divampa la fiamma divoratrice ove passeggiava il tuo orgoglio. Omai se' mio vassallo, mio schiavo, inchina la fronte al tuo Signore e siagli sgabello nel salire il suo destrero.—Cui il Nebiolo oppresso dal numero, ma non prostrato—Prode solo di parole: vile mi costringi per un tradimento: è questo il valor tuo… A che ti rifuggi in mezzo a' tuoi agnelli che non osano alzare gli occhi paurosi sulla mia fronte? A che non ti provi meco come pur dinanzi mi provocasti, nè io stetti chiuso tremando fra le mie mura? Oh! ma folle, che cerco? tu torci il guardo al solo lampo della mia spada. Perdei tutto, ma mi resta l'onor mio, tu codardo trionfi colla viltà, tu prode solo nel trucidar le fanciulle.
Pungono acerbamente Stefano queste rampogne, ordina di rendere al nemico la libertà e l'armi, e giura di dar morte al primo che attenterà frapporsi al loro duello. Ossequiosi si ritraggono i soldati, e si sparge nel campo un cupo silenzio, che solo è rotto dalla stridente fiamma che divora il Castello, e dallo scroscio delle mura cadenti. Allora Guidone impugnando il libero brando, volto in pria uno sguardo alla sua Rocca, senza mostrarsi nè atterrito nè dolente:—Rosso, ricordati che il mio petto non è di debile donzella.—E l'altro a lui:—Servo di Nebiolo, troppo ho sete del tuo sangue perchè fallisca il colpo.—
Sono questi detti il segno d'una lotta che più fiera non seguì fra eroi: è lo scontro di due nembi che frammischiano le procelle, è il fremito di due belve che pugnano nella foresta. Trema sotto a' lor piedi la valle, spirano fuoco gli irosi volti, lampi i brandi che scendono tempesta sull'elmo, sulla corazza e sullo scudo. Ma prodi erano entrambi e maestri di guerra, eran destri e micidiali i colpi, ma erano riparati.
Arrabbia Guidone a sì lunga resistenza, e impaziente apporta alla gola dell'altro la spada, ma mentre scaglia il colpo, Stefano percuote a lui sì fieramente la mano, che è forzato abbandonare l'arme. Però ei stesso non evitò, abbenchè lieve la ferita, e sentendosi scorrere il sangue, fu sopra all'avversario, il rovesciò, e brandendogli il ferro sul viso gli intimò con terribil voce di darsi vinto.
Guidone per nulla si arrende o mostra timore: rovesciato sbuffa come leone piagato a morte: freme, ma nè parla, nè si lagna, gira foschi gli occhi e mentre l'altro l'insulta, in un lampo coll'una mano procura di deviare la pendente spada, coll'altra tratta un pugnale, e lo avventa al petto del nemico. Ma il ferreo usbergo è scudo al Rosso, che scosso a tanto ardire gl'immerge nella gola il provocato acciaro: e mentre quei versa il sangue e la vita, gli calca il petto coll'orgoglioso piede e l'insulta.—Così il Rosso ti calpesta: così qui fosse teco tuo figlio, e andasse ogni tuo congiunto come te e la tua Rocca, fuoco ed ombra.—
Levato il cruento elmo dell'ucciso, e innalzatolo con barbare grida sulla bandiera, fu la spoglia di Guidone gittata nella fiamma divoratrice che distruggeva l'oppugnata fortezza. Si fe' libero alla militar baldanza di depredare i poderi del vinto, e ordinò l'inesausto odio di Stefano di rovesciare fino alle fondamenta la formidabile Rocca, sicchè non ne restasse pietra sopra pietra, e si disperdesse pur la memoria di un orgoglio che fu.
Fra tanta strage e sangue allora pensò a' suoi ed alla pace: credendo Anselmo o estinto oscuramente o fuggito, depose la spada micidiale, e disse che perdonava alla figlia i commessi errori, perchè aveagli aperta la strada alla vendetta.
Ma era vano il perdono di Stefano. L'ira e l'insano livore non gli permisero di veder qual piaga avesse il suo ferro aperta nel petto di Bianca; la vittoria gli aveva tratto di mente di chiederne novelle, pago di saperle in Stefanago.
Giovane sventurata e in mal punto pietosa, ondeggiante fra gli affetti di sposa e di figlia, amore la trasse fra le battaglie, e ambizione la trascinava al natìo suo tetto. Anselmo anelante la raggiunse lungo la via che conduce a Stefanago, recata sur un letto di frondi da una mano di fidi soldati. Come questi videro giungere il guerriero, dubitando non gli inseguisse onde loro involare Bianca, si disponevano alla difesa, ma il dolente alzando la destra ignuda gridava—Pace: io non porto guerra, voglio vedere la mia Bianca, la sposa mia, colei che per me si avventurò fra l'armi, voglio soccorrere a' suoi mali e caderle vicino.—
Scese in cuore a Bianca la voce di Anselmo, e n'ebbe soave refrigerio; pregò i soldati perchè libero lasciassero a lui il passo al suo letto. Come il vide, quasi amore le richiamasse sulle erranti pupille il fuoco di vita, teneramente riguardandolo,—ah Anselmo mio, diletto sposo sì per poco a me concesso!… vedi, omai è segnato il mio destino, e mi abbandonava anche la speranza, se non che desìo di pur vederti mi nudriva in seno amor di vita. Or lieta inchino alla necessità che mi appella, irreparabile necessità, poichè la mano, ahi qual mano!… che trafisse questo mio seno, troppo seppe cercare le vie di morte…. Almeno colla mia vita si ponesse termine a tanto furore.
Anselmo fattosele vicino, e presa la destra che Bianca avea a stento levata allorchè il vide, teneramente la baciava e bagnava di pianto, e i suoi occhi stringendo agli occhi della sposa:—Ah Bianca, lungi per pietà questi sinistri presagi che mi straziano…. Lascia al tuo Anselmo, all'amor del tuo sposo il pensiero di sanare la tua ferita: amore per me ti trasse al duro passo, amore deve prestarti salute.—Oh che di' tu mal accorto! quali pensieri aduni? a che pure stai? Non vedi i perigli che ti circondano? non senti il suono delle inimiche catene che ancor ti si apprestano? Ah va, fuggi, finchè n'hai tempo! Soave in vero mi è il vederti, e sento che la tua voce mi piove un balsamo sull'anima che mi asperge e disacerba fino le mie ferite;… ma tu sei in periglio, e a me sarà bastante sollievo nelle ore estreme l'averti ancora abbracciato, e il sapere che quel ferro fatale fu sazio di una vittima sola… Ah se m'ami, se non vuoi contristare con terribili presentimenti l'anima mia fuggitiva, ricevi questo ultimo addio e involati sempre dalla sventurata tua sposa.—
Accompagnava la misera le meste parole con una soavità d'affetti che se le pingeano sul pallido viso e i sensi schiudeano dell'anima; stringeva a sè Anselmo, e ancora tacendo il pregava in vista a salvarsi colla fuga. Ma questi ricusò di lasciarla, depose lo scudo nelle mani de' soldati, e li sollecitò perchè la trasportassero ove erano indirizzati. Non si dipartì mai lungo la via dal suo fianco, e d'amorose parole s'ingegnava lenire alla sfortunata il doppio affanno.
Come furono al fatale Castello si adoprarono ragioni e preci perchè Anselmo non vi ponesse il piede, presagendogli sinistri e sventure, ma tornarono a vôto, quasi parole commesse al vento. Ei depose Bianca sul letto del riposo, e giurò che niuno nol rimoverebbe mai finchè era in vita. Ognuno sentivasi commosso da terrore discorrendo col pensiero i guai della giovinetta, ognuno era preso da meraviglia vedendo Anselmo con tanta fermezza riedere fra quelle mura; tutti rispettavano e compiangevano lo sposo di Bianca.
Le cure dell'arte indarno furono poste in opera, invano si accolsero labili speranze, chè non vi avea rimedio alla piaga fatale. Fuggiva alla misera col sangue la vita, che sentiva ognor più venirsi meno: e il celeste suo spirito dolente di abbandonare il leggiadro velo con cui fu pellegrino in questo mortale viaggio, pareva ora fuggire dalle annebbiate pupille di Bianca, ora riedere ad esse non già per fruire ancora la luce fuggitiva, ma per pascerle in quelle innamorate dello sposo, e ancor gustare la soavità dell'amoroso desìo. Nulla sapevano quegli affannati, nè curavansi chiedere di quanto accadeva a Nebiolo: Anselmo solo avea pensiero di soccorrere alla trafitta, mentre la nemica fortuna gli toglieva il patrio tetto, la libertà e il padre.
Fuggiva la notte funesta per Bianca, e ognor più scemavano in lei le forze, e s'avvicinava l'ora del misero suo fine. Ordinò che convenissero al suo letto il pio sacerdote, il custode del Castello, ed alcuni servi, e prendendo da loro gli estremi congedi, li pregava perchè consentissero ad Anselmo suo torsi liberamente da quelle infauste mura.—Ei qui non pose inimico il piede, ei non apportò sterminio e guerra ai vostri figli. Fu la pietà che il trasse in queste soglie, la pietà libera gliene dia l'uscita. Questo sia l'estremo favore che accordate alla povera vostra Bianca, questa l'ultima opera pia e giusta che vi consiglia l'amor mio: ve ne prego per quell'affetto che pur m'aveste, per quelle cure onde sovente raddolcìa per voi l'ira paterna, e vi resi men duro il suo rigore. Ei non ve ne farà rimprovero; ditegli che il concedeste alla morente sua figlia, e che era crudeltà negare l'estrema grazia alla figlia di Stefano.—
Erano tutti commossi intorno a lei, pieni di lagrime gli occhi, le risposero che Anselmo potea a suo piacere partirsi, ma ad un tempo che conveniva il facesse tosto, giacchè giungeano dal campo sinistre novelle per lui. Si succedeva sulle squallide gote a Bianca un misto di pietà e di dolore, pietà che la stringea per le sventure che presagìa dell'amico, dolore che la premeva perchè dovesse dividersi innanzi di morire; ma vinse la pietà e a lui dal labbro agitato dagli aneliti di morte volava la tenera preghiera.—Mio sposo, mio unico amico, va, ti salva, nè volere ostinarti a perire vilmente fra questi ceppi, mentre t'attendono forse altrove gli allori della gloria e il periglio de' tuoi congiunti. Omai io sono presso al mio fine, inutili omai mi sono le tue cure. Lascia che sola io componga questi occhi al sonno di morte… Ti prometto che il tuo nome sarà l'ultimo mio sospiro… tu sarai l'ultimo pensiero di Bianca… se tu solo fosti quello onde io gustai qualche dolce in questa travagliata vita…—Ah, Bianca, ch'io ti abbandoni? disperi dunque affatto di tua salute?… E dovrò lasciarti sola contro l'ira d'un uomo sì fiero? Ei venga, ei la spenga nel mio petto, e almeno vedendomi ancora ne' suoi ceppi, sia men duro con te… Ei sia feroce, ma non padre snaturato… ei ti dia l'estremo abbraccio e tu possa dividerti da lui obbliando un involontario…—Anselmo, e tanto ti stringe pensiero degli altrui filiali affetti, mentre nulla hai cura de' tuoi? forse in questo istante tuo padre oppresso dai nemici, invano sospira il braccio di suo figlio perchè gli presti soccorso… forse ei cadde e non ha una mano amica che gli ministri l'ultimo uffizio di religiosa cura… Ah questa idea pur mi pesa! va, mio pietoso amico, per l'amore che mi ponesti in questi brevi giorni di nostra unione, va, ti prema sollecitudine pel padre, cedi al desìo della tua Bianca che ten prega e ti vuol compassionevole, nè si acqueta che in questo pensiero…—
Erano inutili le preci di lei, e i consigli di quelli che il circondavano: Anselmo rispose siccome conosceva il valor di Guidone, e che ove fortuna men propizia gli mostrasse la fronte, chiuso nella Rocca poteva sostenere lunga difesa: allora migliorata la salute della sposa, sarebbe volato a soccorrerlo. Soggiunse come solo ei seguendo i consigli del cuore, mai non si sbigottiva all'incostanza della sorte o al rumor de' perigli:—Sempre io gli ebbi al tergo, e per quanto fieri mi minacciassero, non giunsero a prostrarmi giammai, e sì che il mio cuore era unicamente acceso da sentimenti d'onore: potranno ora atterrirmi, ora che dovere, gratitudine, amore, amore che per te mia liberatrice e sposa sì altamente intendo, a te mi stringono, nè fia che umana forza mentre io viva giunga a dividermi giammai… Se pur te move come innanzi, eguale affetto per me, cessa dall'inutile preghiera: mi cruccia, m'irrita, e quasi mi desta l'acerbissimo dubbio che poco t'importi di avermi vicino,… o ti pesino le mie cure.—
Si acquetò Bianca a quel deliberato favellare, e gli rispose con uno sguardo in cui tutti sfavillavano i sentimenti dell'anima amorosa. Poichè alquanto racconsolò l'amico sul destino che la premeva, presentendo brevi i momenti di vita che ancor le rimaneano, gli profferiva mille ricordi, perchè sottrarre si potesse allo sdegno di Stefano, ma ad un tempo accorta il raddolciva con pietosi sensi che il richiamassero dalla vendetta.—Ti sia la ricordanza di Bianca tua infelice, siccome un'aura che temperi il rigore de' tuoi pensieri… Deh abbiano fine queste discordie, e sulla mia sciagura s'innalzi la pace di questi poveri coloni. Che se l'onta di una non tua colpa… agognasse in mio padre a spargere nuovo sangue alla mia memoria, Anselmo perdonagli l'ira, e forse qualche rimorso… che destar gli potesse la ricordanza di una figlia perduta… Egli è mio padre, Anselmo, ed io morrei desolata, se sapessi che nella sua canizie privo dell'antico valore, privo del conforto de' filiali affetti… dovesse sostenere i furori del tuo sdegno.
Anselmo tutto le prometteva, e le giurava che più presto avrebbe rinunziato alla sua fortuna, alla vita, di portare la spada di guerra nell'asilo che ella col nascervi aveva per lui santificato. Anselmo abborrìa dai pensieri di vendetta e si proponea di offrire, se occorreva per la pace di que' paesi, anche in olocausto la propria vita.
Allorchè la calma dell'amoroso foco consentiva a Bianca il pensiero di cose meno affannose, spargeva i suoi accenti a sollievo degli altri che le stavano intorno.
Prese l'estremo commiato dalla sua nutrice, e raccomandatale la propria memoria, la pregò perchè talora la richiamasse al padre.—Allorchè dorma in lui lo sdegno, e il dolore lo cerchi della perduta figlia, allora te le avvicina, e digli che Bianca morì invocando il suo nome;… che solo mi dolse di non potergli chiedere compatimento di un pietoso errore, pietoso perchè forse il suo cuore istesso ove sia più mite, mi applaudirà di aver salvata una vittima di acciecato furore… Digli ch'io muojo per giovanile imprudenza e amore;… che que' ferri m'erano del pari mortali, e volea dividerli, ma il destino… Se però egli a sè rivolgesse qualche rimprovero,… tu il solleva dalla crucciosa idea, e lo accerta che sua figlia non ebbe mai quel pensiero, ma riconobbe la spada del cielo che punì le proprie colpe… Se mai l'ostinazione d'Anselmo a non allontanarsi… se… deh tu che m'avesti in luogo di madre, tu che vedi quanto ei mi ami, chiedi a Stefano in compenso di tante cure per me sparse, in espiazione della mia sventura… chiedigli… nè qualche atroce scena… Gli ricorda che io abborro il sangue, e che perdonando… morii… oh Anselmo… Anselmo…
Allora Bianca fu presa da convulso improvviso commovimento, che le troncò la voce e le tolse ogni lena. Madida di freddo sudore la fronte, era combattuta da un fiero anelito che quasi le impediva di spirare le fuggitive aure di vita: si smarrirono le ultime rose delle appassite labbia, nè più, sebbene agitate sembrassero tentarlo, potevano formare accento. Parve che una nube se le diffondesse sullo squallido volto, se le innondarono di pianto gli occhi, e avvisavi che un velo ne appannasse il lume. Come face cui viene meno l'alimento, ora è pallida e presso ad estinguersi, ora divampa di subita luce, indi ricade; così nelle pupille alla morente, or quasi si spegneva la vitale scintilla, ora ritornava a sfavillare, e mentre di nuovo animate pareano erranti cercare quegli che più loro incresceva abbandonare, tornavano di nuovo ad offuscarsi.
Così per molte ore accolse la misera debile fuoco di vita, e a lungo lottò fra l'ansia di una penosa agonìa. Anselmo sentiva a prova tutte le angosce che la stringevano, e a maniera ch'ella ripigliavasi, sorgeva a ristorarlo la speranza, per cader tosto in una miserrima disperazione: la sua anima era un deserto di arena in cui spira la bufera, dove invano piove la rugiada, dove invano un'erba pone radice.
Però avea cura di sostenere i singhiozzi che pel gran duolo ognora gli prorompeano dal petto, per non contristare colle sue doglie alla moribonda. Stava inchinato sul letto ferale, intendeva a soccorrerla, a porgerle qualche refrigerio, e sovente le bagnò l'aride labbra colle lagrime de' suoi occhi. La dimandava pietosamente, la blandiva con affetto, le dava qualche tenero amplesso, e raccoglieva colla bocca tremante gli estremi sospiri, che pareano con un confuso susurro fuggendo, gli parlassero ancora del suo amore.
Già un alto clangor di trombe si propaga di vetta in vetta, già ripetono le valli le grida confuse degli evviva e i clamori della vittoria, e a questi si rispondono da Stefanago suoni d'esultanza e di gioja. Tutto intorno è un frastuono, un affaccendarsi di soldati e di conservi, tutto annunzia Stefano che giunge vincitore.
Si scuote, se ne avverte Anselmo, e se gli propone la fuga, perigliosa in chi la permette, ma sacra a chi serba i giuramenti. Solleva lo sfortunato cavaliere il capo dal letto di morte, e nè agitato nè stretto da meraviglia, interrompe—Vincitore, e in qual modo? dunque mio padre?… fuggire!… Bianca or rende gli spiriti estremi ed io?… Anselmo non fugge, non commette bassezza. Se mio padre… se… io cadrò senza avvilirmi.—Niuno osa rispondergli, nè tôrre a' suoi occhi il velo che ancor gli ricopre il destino della sua casa: ammutolisce ognuno e dall'occorso più fiero scopre l'avvenire, e trema.
Stefano irato aveva dimenticati i privati affetti, Stefano trionfante chiese di Bianca, non vedendola muovergli in contro, e dividere seco l'esultanza della vittoria. Udì che era presso a morte, e parve turbato commoversi, e volle vederla, ma come inoltrò il piede in quella stanza di pianto, e scoprì Anselmo a canto a quel letto, ripigliando la natìa fierezza stette, lo sguardò con un amaro sorriso che annunziava il tripudio della crudeltà:—Tu qui, tu cagione che io sia orbato dell'unica mia figlia? Ah sapevi al certo ch'io richiedea qualche gran vittima sulla sua tomba: non aspettato m'è il dono e più gradito.—
E a lui Anselmo con disdegno, mentre colla destra faceva velo agli occhi di Bianca:—Uomo crudele, e osi insultarmi a questo letto, ove manda l'ultimo sospiro quella figlia che tu trafiggesti? Ah ch'io la tolga a' tuoi sguardi! nè son degni di fermarsi in tanta virtù; certo quest'alma immortale nel suo partire da spoglia sì pura ne sarebbe macchiata… Vedi, ella moriva spargendo sentimento di pace, e tu vieni a insultare l'asilo della sua quiete col veleno della tua inaudita ferità! Credi forse atterrirmi? vittima sulla tomba di quest'angelo? io ne sarò ben lieto, poichè con lei mi rapisti quanto m'era di più dolce e di più caro: io che brevi e foschi giorni vissi con lei, volonteroso divido seco il riposo della morte. Sappia ognuno però ch'io non t'abborro, sappia mio padre…—Tuo padre?… bevette il suo sangue questa mia spada: la sua spoglia abbruciò fra le ruine del vostro castello; Nebiolo non è più.—
Fe' gittare innanzi ad Anselmo gli abiti insanguinati e l'elmo di Guidone, e gli fe' balenar sugli occhi la spada ancor rosseggiante che gli uccise il padre: il riguardava con orgoglio e disprezzo quasi anelasse che l'avvilimento del figlio rendesse più bello il suo trionfo. Ma l'eroe muto guatò quegli oggetti d'orrore, non profferì accento, impetrò. Raccolto indi al cuore lo spirito inorridito, e tratto un profondo gemito, cadde sul letto di Bianca e spirò.
Dopo tante lagrimose vicende fu cercato a qualche pietà l'animo di Stefano, e venne dolente per la morte della figlia. Il Malaspina parlò allora sensi di pace almeno cogli estinti, e il Rosso ebbe per legittime le nozze di que' miseri nel cui amoroso sangue erasi macchiate le mani, e acconsentì avessero eguale sepoltura.
Anselmo coll'onore delle armi, e colle insegne di cavaliere levato sulle spalle de' Signori confederati, Bianca portata dalle spose, furono posti a sepoltura presso alla seconda porta che esce dal Castello, ed ivi s'innalzò una chiesetta ed un'ara. Stefano reso dalla canizie più mite, moveva sovente a visitare quella tomba, e a spargerla di qualche fiore, e solo negli estremi giorni di sua vita, spesso con amarezza ricordò ove il traesse l'ira ultrice e lo spirito di vendetta.
Amor sementa in voi d'ogni virtute,E d'ogni operazion che merta pene.DANTE.
Il cieco era venuto a termine della dolente istoria che il giorno se n'andava, e raggiando l'occidente per gli estremi crepuscoli, parea rivolgere l'ultimo addio ai solitari di Nebiolo. Tutti erario impietositi al mesto racconto, e qualche secreta lagrima spesso fu vista spuntare sul ciglio a Marcellina.
Girani cui nulla era sfuggito, e mentre tutti pendevano dalle labbra del cieco, amava schiudere il cuore a quegli affetti che vedea succedersi sul volto della bella, ruppe il silenzio.—Fiera storia narrasti, egregio veglio, e non poco ne fu commosso il cuore dell'amor mio.—Avvicinandosi poscia alla rosea guancia di Marcellina, amoroso stringendole la mano:—Sgombra i pensieri tristi che ti destò il racconto delle passate età: brilli il sorriso sul tuo volto e rallegri gli animi nostri.
Allora il bardo della collina salutò con lusinghiere parole la leggiadra sposa: disse come dopo quelle fosche tenebre sorgesse a diradarle più propizia aurora, e come movendo per quelle valli amica il piede la Pace, una povera famigliuola co' rottami del diroccato castello si costruisse un tugurio sulla vetta di Nebiolo: mano mano indi nuove aggiungendone, siccome dimandava il bisogno della crescente colonia, si formarono i pochi casolari che sorgono su quella cima.—Essa fra gli avvolgimenti dei secoli fuggitivi visse nella campestre semplicità, nè mai potè la corruzione in questi luoghi, nè i nostri padri furono sollecitati dal desiderio di allargare i confini di quei poveri campi, che mercè il tributo di poco grano, ebbero fin da quelle remote età in dono dagli orgogliosi dominatori; nè mai venne loro il talento di cambiar forma a queste capanne, e se togli le fanciulle che sovente altrove andarono a marito, niuno de' figli di Nebiolo abbandonò questa patria innocente. Fu il debito solo di provvedere alla necessità della vita che menò i nostri fratelli nelle città, o per cambiare i prodotti del loro suolo, o per prestare altrui i proprj offici, ma ritornarono sempre semplici e puri al loro focolare. Fu la pietà che sempre gli inchinò alla religione degli avi, la semplicità che educò le nostre figlie, e l'innocenza che le guidò desiate in seno degli sposi, nè mai turbolenti affetti offuscarono il bel sereno della pace conjugale. Essa sieda sempre invidiata fra di voi, e da questa solitudine accompagni nei focolari di Girani la bella Marcellina, cui il cielo è cortese di tante grazie innocenti, e la volle a consolazione della nostra cadente età. Ella dia a colui, che lieto le siede al fianco, bella corona di figliuoletti che in sè rechino le virtù della madre, fiori degni di sì gentile stelo: sia la felicità, o figli, indivisa compagna della vostra vita.—
Si fe' la Marcellina tutta vermiglia come la rosa dell'alba, al suono di quella lode, e vezzosamente abbassando gli occhi sfuggì gli sguardi di coloro che l'affisavano e le davano plauso. Però s'avvide che il suo Girani stava trepidante fiso in lei sfavillando di gioja, e sentì corrersi al cuore un fiume di tutta dolcezza.
Giri, allora disse il padre, giri la tazza dell'amicizia, e ponga giulivo fine a questo festevole giorno. Venne il rustico cratere allora terso nell'onda, ed empiutolo di spumante vino, Marcellina lo offrì al padre. Se ne avvide il cieco, e a lei—Sposa della Collina, a te spetta il cominciare, noi seguiremo l'esempio: bevi e presenta la tazza a cui più ti è dolce scerre fra noi, ma bada a non mentire.—
La bella timida si rifiutava, ma in fine sollecitata ne attinse qualche sorso, indi stava dubbiosa a cui la offrisse, giacchè la giovanile innocenza le consigliava il padre, ma il cuore le fea un più dolce invito. Tutti stavano in attenzione del modo onde si togliesse dal contrasto in cui la vedeano, e ne pigliavano diletto; ma in fine raggiando di un amabile sorriso i genitori, la porse a Girani. S'innalzarono replicate evviva, sicchè ella nascose il suo rossore in seno della madre, finchè lo sposo la richiamava, ed a saperle onore della grazia, le offriva il presente di alcuni spilli con cui raffermare le treccie.
Si alternò una rustica canzone che invitava a bere ed alla gioja, e come ebbe fine la libazione dell'amicizia, a porre termine più gradito alla festa, il cieco invitato sciolse il canto delle nozze. Era l'inno che il trovatore sposando la voce al suono dell'armonica arpa fea echeggiare nella valle Borgoratto, il dì che il Signore di quella menò la figlia dei principi al patrio talamo dai Liguri monti. Sentiva della religione non in tutto spenta de' latini, sentiva della rozza favella che nuova allor tentavano le itale Muse, ma non era oscuro a que' montanari, il cui linguaggio talora come i costumi ricorda tempi più antichi. Destò il bardo di Nebiolo la melodìa di una corda che era tesa ai capi di un legno piegato in arco, e pari a Femio crinito che rallegrava la mensa della casta Penelope, innalzò il cantico che suona in questi accenti, mentre gli rispondeano gli amici con gioviali evviva:
Tutto festevoleD'un vago risoChe i fiori addoppiaDel roseo viso,
Nel bosco IdalioAmor diceaAll'AcidaliaLeggiadra Dea:
Vedi risplendereTu quella RosaChe il seno schiuderePar vergognosa,
E mentre amabileIncanta gli occhi,Par dir stringendosi:Nessun mi tocchi?
Vedi protendereTutto giulivoA lei le bracciaQuel casto Ulivo,
Che dalle foglieTal calma muove,Che il crine cingerePotrìa di Giove?
Li vo' rimovereDa questo lido,E uniti crescerliLà dove il nido
Pone la tortoraFra fronda e fronda,Mentre la CopiaBacia la sponda.
E incontro VenereSerena il ciglio,In sen recandosiIl caro figlio:
Più bello in animoNon ti fu destoPensier, o fecesiPiù vago innesto.
Prosiegui; il vividoCespo gentileLe aurette educhinoD'eterno aprile.
Nè lo molestinoLe algenti brine,Ma l'alba roridaGl'imperli il crine.
Qui a Imen commettereDei la tua face,E il bacio porgergliDi eterna pace.
Qui intorno versinoI vezzi e il RisoLa colta ambrosiaIn paradiso.
Ognor a renderloGiulivo intenti,Lieti vi alegginoI bei Momenti;
E mentre volgonoLungi le cure,Fauste vi danzinoL'Ore future;
Faccia il suol ridereDi bei coloriVaga famigliaD'erbe e di fiori.
Disse, e all'augurioDal manco latoFe' plauso il fulmineNunzio del Fato:
Sparir le nuvoleChe al ciel fean velo,E un riso parveroLa terra e il cielo.