VIII.

I vicini premeano il padre di Marcellina perchè colla famigliuola volesse seguirli al Monte, che è forse a tre corte miglia lungi da Nebiolo. Giovanni era restìo, ma le importunità della moglie, i vezzi della figlia cui già da gran tempo pungea curiosità d'andarvi, senza molto il piegarono.

Messo quindi in capaci panieri chi il formaggio delle pecore, chi qualche pollo, chi alcun pezzo di porco arrostito o salato, s'avviò al Monte il dì della festa, la brigata di Nebiolo. Fra la famiglia di Marcellina e gli altri a cui permisero le proprie cure di andarvi, essa constava di dodici a quattordici persone, cui seguiva indivisa compagna una schietta allegrìa.

Poichè giunsero al divisato loco e confortarono alquanto lo spirito lasso pel cammino, si misero a discorrere il colle, e i varj boschetti ove più li tirava o la frequenza delle genti, o la curiosità, o la brama di recare Marcellina a piacevoli trattenimenti. Essa nuova ai tumulti, spesso seguiva i compagni quasi pecorella che tien dietro al gregge senza che la tocchi altro desìo fuorchè l'esempio: sovente da' parenti o dagli amici richiamata su qualche oggetto, riguardava con piacere, dimandava a vicenda quanto le ricercava la curiosa vaghezza, e siccome la allettava ora un suono, ora una meraviglia, ora un giuoco, era rapita alla gioja ed al riso. Così que' di Nebiolo passarono in vario modo quelle ore prime della lieta giornata, altri cogli amici, altri a parte degli altrui racconti, altri colla Marcellina, finchè li chiamarono nella chiesa la cerimonia e i cantici della mattina.

Poichè il sole incominciava a declinare dalla metà dell'arco suo diurno e tacquero i pii uffizj su quel Monte, nuova scena ivi seguì assai aggradevole a riguardarsi. Si riunirono in varj gruppi e brigate i congiunti e gli amici, quali in un praticello verdeggiante, quali al rezzo di un'antica pianta, chi nel seno di qualche dirupo o fra le macchie del bosco, si assisero sul terreno a grata mensa, che in breve sorse a rallegrare i loro palati.

Dove prima sul Monte era un tumulto di persone che scendevano e salivano quasi arena in cui spira il vento, un rumore diverso di suoni, di parole e di grida, e un premersi a vicenda, che ti affaticava; allora la scena cangiò. Al continuo moto è succeduta la quiete, son vuote le vie, vuoto il tempio: d'ogni intorno ove pria non vedevi che scoglio ed erba, l'occhio si riposa sur un gruppo atteggiato d'allegria che intende al cibo ed a ricercare l'animo con nuova e pura gioja.

Rompe solo l'apparente silenzio un bisbiglio di voci, che sommesso da prima, col proceder del pranzo cresce e sovrabbonda, finchè s'innalzano grida di giubilo cui rispondono gli opposti drappelli e le percosse valli. Si ridestano gli strumenti, si sparge la campestre armonia, la volubile follìa rapisce gli animi, e in breve vedi ove innanzi festeggiava la mensa, risplendere la danza, scopri d'ogni intorno in nuovo commovimento il colle, e ti pare che un delirio agiti quelle genti, cui volano le ore stando a diletto fra sì innocenti piaceri.

Anche la breve colonia di Nebiolo dopo i sacri uffizj si pose a dar opera al lauto pranzo, sotto una pianta non lungi dalla Chiesa. Il Parroco, uomo assai pio e di molta santità, recavasi in tanto a piacere di diportarsi fra i festeggianti, trattenersi or con questa, or con quella brigata, dare loro dolci parole, richiederli del natìo paese e confortarli a starsi di buon animo. Allorchè fu a quei di Nebiolo ed ebbe i loro ossequi, e saputo d'onde erano, e come un paesetto ivi si unisse in amorosa famiglia, e commendò il loro proponimento; gli venne veduto il pane di che si cibavano, e dimandò di qual sorta si fosse. Giovanni prestamente gli espose come si cuocesse ne' loro focolari, sicchè assai ne fu meravigliato il venerabile Sacerdote, e sentendolo lodare siccome saporito, ne lo richiese di uno, proponendo di cambiarlo con del proprio.

Appena manifestò egli questo desiderio, la Marcellina fu in piedi, e preso un pane che era ancora intatto, con modesto inchino glie l'offrì, dipingendosi d'innocente rossore ed abbassando gli occhi. Fu il Solitario assai lieto del gentile presente, e presa per mano la Marcellina la ricercò del suo nome, e lodata la sua prontezza e modestia, gliene seppe cortesia: essa ritraendo da lui la mano tremante si restituì al suo posto. Il savio Pastore corrispose con alcuni suoi pani e del vino alla brigata, e fè' sentire alla Marcellina come desiderava che al vespro fosse fra quelle che accompagnavano col torchio l'effigie della Vergine in processione.

La madre fu oltremodo contenta dell'onore compartito a Marcellina, e venuta l'ora divisata, la timida fanciulla, roseo per verecondia l'angelico viso, fra le elette ancelle della Chiesa, seguì la sacra pompa.

Questa si aggirò per le vie meno anguste che corrono intorno al Monte, ed era pure incantevole a riguardarsi, in obliquo calle, con leggiadra ordinanza alternando inni di pietà, muoversi il devoto corteggio. Siccome discese fino a metà del colle, ed era numeroso perchè il seguivano tutti i vicini coloni, mentre da una parte era bello vederlo tortuoso scendere, piaceva dall'altra osservarlo nel salire. Ognuno facea riverenti le ginocchia e il ciglio, allorchè passava la sacra effigie, e la seguitava al tempio: ognuno intendeva alla straniera figlia a parte de' sacri riti nell'altrui parrocchia, e chi ne applaudiva le fattezze leggiadre, chi il fior di giovinezza, chi la semplicità del vestire, tutti la cara modestia del volto.

Ma fra tanta religione e pietà della povera fanciulla, aveale la fortuna nemica ordita una lieve sventura che dovea segnare il destino della sua vita.

Erasi restituita la processione in chiesa, e tutti si affollavano verso l'ara; alla timorosa Marcellina mentre incerta ove porsi, abbadava alle compagne e stava per inginocchiarsi, cadde il bianchissimo lino che siccome velo le copriva il capo. Ne fu assai turbata, e mentre volgeasi a raccorlo, ecco gliele viene presentato da un giovane tutto sollecito, che avidamente in lei ponea gli sguardi: la fanciulla volle sapergliene grado, ma alzati gli occhi verso lui e accortasi che con tanto fuoco la rimirava, abbassò vergognoso il volto, e si fe' tutta vermiglia: acconciatosi come meglio potè il velo, stette inchinata attendendo che avesse termine la cerimonia.

Il giovane era stato commosso dalla soave fisonomia di Marcellina, e sentì in petto una insolita inquietudine che gli mettea desiderio di rivedere la bella sconosciuta. Compiuti i religiosi uffici ei stette ad attenderla fuori della chiesa, e mentre la semplice raccontava alla madre l'occorsole, s'incontrò negli occhi di lui: le morirono sulle labbra le parole, e un inusitato palpito del cuore le richiamò il rossore sulla dilicata guancia.

Il giovane focoso non ristette perciò: le tenne dietro, e giacchè il giorno era sul declinare, veduto che quella brigata s'incamminava sulla strada che conveniagli percorrere per rendersi a casa, si mise fra loro. Ragionando or coll'uno or coll'altro, gli accompagnò fino al Carvenzolo, ove presero commiato dividendosi, gli uni per salire il colle di Nebiolo, gli altri per proseguire la via.

Però il giovane per quanti ragionamenti si muovessero non restava dall'adocchiare la Marcellina, e benchè questa per la natural sua modestia si tenesse a molto raccoglimento, le sue pupille sovente senza avvedersene si giravano sopra di lui, e le inchinava palpitando. Così ella trasse da quella festa al paterno casolare una dolce melanconia, che le parlava al cuore un ignoto favellìo cui non sapea comprendere. Sola fra' suoi pensieri e i suoi dubbj, se le destava sempre in mente quel velo, quella chiesa, e quel giovane infausto. Erano idee che pareano turbarla, ma pure non sapea disperderle, chè aveano seco una sconosciuta dolcezza ad un tempo piacevole e molesta.

Nè intanto eri meno tranquillo tu pure, sfortunato Girani. Tu ti restituisti affannato alla tua collina, tu passasti torbida la notte, e più annebbiato il dì venturo: fra' tuoi lavori innalzavi lo sguardo a Nebiolo e sospiravi; sollecitavi impaziente la prossima festa onde vedere la bella dal colle solitario. Già per te si meditava lieto fine a tanti desiderj, timore ti stringea di non esser gradito all'avvenente fanciulla, e se non ti ratteneva il dubbio ed il timore, saresti di presente volato ad offerirle la tua vigna, i tuoi armenti e la tua casa, perchè volesse corrisponderti d'amore e dividerli teco.

Non era agiato Girani, non era l'ultimo dei coloni della montagna. Possedeva alcune vigne, il lavoro di due buoi, abitava sopra una placida collinetta che di poco s'innalza fra la Torrazza e Maresco, d'un miglio lunge da Nebiolo. Sulla sommità di questa siede il suo albergo, casetta umile cui saluta il primo raggio del sole, saluta l'ultimo crepuscolo della sera.

Bella è Mancapane, sebbene l'antica infecondità del terreno vi apponesse infausto nome. Ivi io pure pel giro di lunghi anni menai le quete ore del pampinoso autunno, in seno ai dolci piaceri dell'agreste innocenza: fra quelle valli amene sovente col mio Rousseau errai colle lagrime agli occhi pensando alle passioni del burrascoso mio cuore, e più volte vi feci risuonare il caro sospiro di Raynal sulla tomba d'Elisa. Sur uno di que' castani io incisi il nome degli amici più diletti alla mia ricordanza; da quella casetta io salutava l'alba nascente, rimirava la mia patria, numerava le sue torri, e rimembrava le antiche sue glorie.

Nella terra natia di Girani io sovente risi delle nebbie che vedeva coprire le lontane città: ivi ideai le sventure degli amanti infelici del Lago, ivi rinvenni nell'animo mio gli affetti che amai dipingere in altri, e colà sentii narrarmi la dura istoria di Marcellina, mentre io stesso era a parte d'una scena più bella che possa offerire la semplicitade agreste.

Era un bel mattino d'estate: sciolto d'ogni benda importuna il collo, vestito di un breve giubbetto, con un semplice cappello di paglia, ritornava col fido mio brik e il frate solitario ospite mio, da una lunga passeggiata ne' dintorni di Nebiolo. Stanchi più dal crescente caldo che dal cammino, ci soffermiamo vicini al presepe, e sediamo all'ombra sopra un banco di terra. In questo mezzo viene la castalda dal forno con frutti cotti, e li porge a noi che ne avevam mestieri. Ce ne imbandiamo cibo saporito, e il cane facendone intorno meravigliosa festa si mangiava quanto era gittato. Intanto ritornavano all'ovile le pecorelle: era con esse il porco, si fermò e volle esser quarto al nostro desco, sicchè io ridendo e sovvenendomi il Pirrone, ma con un cuore diverso, distribuiva a quegli amici innocenti e innocui parte del mio cibo.

Allora un montanaro che passava ne fu cortese di un saluto sorridendo, per chè io il volli a parte della brigata e della colezione. Entrò egli meco in vari ragionamenti, e caduto discorso di Nebiolo, appoggiato ad un bastone narrò le sventure che ripeto alle anime sensitive.

Girani attendeva impaziente il dì festivo: come e' venne, avendo saputo ove que' di Nebiolo usassero a' divini uffici, all'alba si rese a S. Antonino, ove avea speranza di vedere la bella. Ma la madre che già da alcuni dì la scorgeva melanconica, nè sapeva indovinarne la cagione, a procurarle con una lunga passeggiata qualche sollievo, pensò condurla il mattino al Costiolo, che è un prossimo colle su cui s'innalza con un paesetto la chiesa.

Girani quindi l'attese invano e quasi disperò di più incontrarla. Pure non sapea dipartirsi da que' luoghi, e quasi dimentico di sè, si adagiò verso il meriggio sotto l'ombra di una pianta sulla via che da Nebiolo mette a S. Antonino. L'aura tiepida e la quiete di quelle solitudini conciliarono il sonno al conturbato garzone, sicchè lo colse colà l'ora de' vespri.

Marcellina e la madre, poichè ebbe fine il breve loro pranzo, s'avviarono alla chiesa usata per la dottrina. Mentre erano poco lungi dal paese e Rosa richiedeva la figlia della cagione di tanta melanconia, e questa rispondeale di non saperla nè conoscere nè esprimere, giunsero ove era coricato Girani, che da lunge videro bensì, ma non vi posero mente, tale essendo il costume di pressocchè tutti i montanari. A costui ruppe il sonno la voce della Marcellina: levato il cappello con cui faceva coperchio al volto, e alzatosi nel momento istesso che le donne passavano, fu fortemente scosso alla inaspettata fortuna, e la povera fanciulla diede un grido e si strinse alla madre. Questa tenendo simil commozione procedesse perchè ivi non si fosse prima avveduta di un uomo, sorrise e passò colla figlia.

Marcellina andava innanzi, ma aveva addietro il cuore, teneva il capo inclinato verso la strada percorsa, e tendeva l'orecchio desiderosa di sapere se quello straniero la seguitasse, ma pur temeva di rivolgersi. Però ove la strada era più erta, e dava volta sicchè con poca difficoltà potea discorrere col rapido sguardo il lasciato cammino, di poco piegò il capo e s'accorse che Girani le teneva dietro, e ne fu lieta nell'animo. Era confusa e agitata, e assai le parve lunga la via che conduceala alla chiesa, perchè potesse togliersi alle moltiplici dimande della madre, cui il suo labbro tremante e confuso mal sapeva rispondere.

Lo sbigottimento e il rossore della Marcellina ispirarono conforto al giovane, che sebbene rozzo, pure vedea trapelargli qualche speranza a' suoi dolci desiderii, sicchè entrò in chiesa, e si appostò in modo che agevolmente potesse vedere la bella, ed esser da lei ravvisato.

Marcellina confusa fra un tumulto di affetti e il terrore religioso, stava cogli occhi al suolo, e se talor gl'innalzava vedevasi innanzi l'ardito sconosciuto che parea cogli sguardi di fuoco le favellasse un nuovo linguaggio; sicchè stava contrastata, desiosa di seguire ora i doveri della sua innocenza, ora gli impulsi del cuore. Però a malgrado della modestia in cui si tenne, potè di soppiatto osservare meglio che altra volta Girani, sicchè e l'occhio vivace e le forme belle, e la snellezza della persona, e il brio della gioventù che gli sfavillava sul volto non le sfuggirono, ma altamente s'impressero nella sua fantasia.

Il giovane innamorato si fe' di nuovo incontro alle donne, allorchè si misero al ritornare verso la nativa capanna, e fu loro cortese di gentile saluto; avutane una cortese risposta, le accompagnò coll'acume dell'occhio, finchè l'invida strada piegando, non le rapì a' suoi rinascenti desiderj.

Se per lo innanzi una dolce malinconia governava l'animo di Marcellina, dopo questo giorno fatale divenne oltremodo tristissima. Non più brillavale negli occhi la festività dell'innocenza, non più ridea sul suo viso la gioja come raggio di sole sui fiori di primavera: era la pianta dell'autunno che mesta abbandona l'onor della chioma e il sorriso della verdura.

Non era più l'asilo del riposo il letticciuolo suo innocente; chè rifuggiva il sonno dalle sue pupille, e se talora coll'ali lievemente le blandiva, funeste immagini le si appresentavano in cui erano sempre confusi quella festa, quel velo e quel giovanetto. Non più correva gaja ad incontrare i reduci genitori, non più rallegrava il sereno loro albergo col suo festevole umore. Erano dimentichi i suoi polli e le altre cure predilette: invano l'agnelletta, già sua delizia e cura, veniva a lambirle la mano, a stropicciare il capo a lei d'intorno; invano quand'era seduta s'innalzava coi primi piedi sulle di lei ginocchia, e con teneri belati parea richiederle le carezze usate. L'altrui affetto le accresceva mestizia e le richiamava forzate le lagrime sul ciglio.

Spesso facea rampogna a sè stessa della propria miseria, nè sapea trovarne rimedio: siccome era assai religiosa, sovente quand'era sola si prostrava, e fisando gli occhi lagrimosi al cielo, gli dimandava compassione se questo era un castigo, pietà se era una follìa che la prendeva.—Oh cielo! chi, chi mi toglie il fiero malore che mi uccide? E che cosa è mai questa nuova inquietudine che mi turba, mi rende indifferente a quanto m'era sì diletto in prima? Quai nuovi pensieri agitano i miei sonni? Che cosa è che io sento qui nel mio seno, che mi preme, mi avvampa, mi dà dolore e mi piace?—

Così spesso fra sè si doleva la misera, ma pur temendo un qualche gran male la prendesse, nè più sapendo patire il dolente suo stato, pensò che assai bene le starebbe ove pigliasse consiglio.

Era in Nebiolo un cieco, provetto d'anni e di mente, uomo mirabile a conoscersi. Misero, camminava scalzo, vestiva una giubba assai lunga che meglio di un abito nostro sentiva di una veste antica: lunghe chiome gli scendeano sulle spalle, e ricoprivagli il capo un largo cappello che avea rappiccata da un lato parte della grondaja: folta barba gli ombreggiava il mento, che non radeva, nè permettea che gli calasse in fino al petto: avea sempre ignudo il collo e il seno, e mandava dalla lanosa bocca una monotona voce; procedeva a passo timido e lento, e portava un lungo bastone, unico compagno con cui traeva il travagliato fianco nei sempre eguali giorni della sua vita.

Costui viveva di carità: solo col suo bastone passava dal colle alla pianura; scorreva i villaggi e le capanne, ora accattando, sovente inteso a cantare vecchie nenie, a improvvisare triviali rime: talora prediceva il futuro a chi era sì semplice da tentarlo per l'opera sua; raccontava antiche istorie e le sempre sue nuove miserie. Per tal modo ritraeva alcun soccorso per sè e per un fanciullo che teneva dall'estinta sua moglie. Era il cieco assai industrioso, ed io già vidi un carretto che costrusse di propria mano, la sua vigna che potava egli stesso: conoscea la virtù di molte erbe, prescrivea medicina a molti mali, era in fine in Nebiolo l'uomo più saputo, quegli da cui tutti prendevano consiglio, l'indovino della collina.

Marcellina, non sapendo trovare rimedio a' suoi malori, una mattina che costui pigliava piacere di canticchiare innanzi alla propria capanna, mentre tutti eran lungi al lavorìo, le venne in pensiero di rivolgersi a lui per soccorso.—Cieco, gli disse, io sono la più misera fanciulla di Nebiolo: mi fuggono e il sonno e la quiete, mi è straniera la gioja, tutto mi spira tristezza; mi sono di peso le mie cure usate. Sento qui al cuore un vôto di cui m'è ignota la causa, un male di cui non so guarirmi. Ah cieco! se ti son cara, se mai non dimenticai di usarti i servigi di cui avevi mestieri, abbi misericordia di me: cieco, sanami per pietà.—Appena potè pronunziare queste ultime parole pel gran pianto che le sgorgava dagli occhi, e per l'angoscia che dal petto le traboccava sulle rose del labbro. Stese le tenere braccia al collo del veglio, e sospirando inchinato il capo sulle di lui spalle, attendeva ch'ei le facesse risposta.

Il pietoso cieco cui assai stava a petto la Marcellina, giacchè era colei che più sovente in Nebiolo gli era cortese di soccorso, e quando era ammalato veniva a prestargli le proprie cure e divideva con lui il suo pane, stese la mano tremante sul capo della cara fanciulla, la blandì dolcemente dandole parole di speranza e di refrigerio. Poi la dimandò del tempo in cui caduta fosse in siffatta melanconia; e ingenuamente essa gli raccontò l'accaduto al Monte. Allora l'accorto indovino di nuovo la interrogò se non avea più veduto quel giovane, e se le fosse noto che non lo avesse colta alcuna sventura. Fu turbata la semplice a simile dimanda, e con premura desiderò sapere se ciò fosse avvenuto.

Il buon vecchio sorridendo allora la ricercava perchè sì fortemente le tenesse di quello sconosciuto, e rispondendogli la Marcellina, ciò nascere dalla gratitudine che sentiva per la premura in quel dì usatale, dolcemente presala per la mano—Oh figlia! questi occhi pur troppo si chiusero per sempre al giorno, ma io vedo il tuo volto innocente colorarsi di modesto rossore: mel dicono le tue parole interrotte, e questa mano che trema nella mia. La gratitudine è come la pietà, che negli umani petti leggiermente si scambia in amore: questo, figlia mia, ti sparge di nebbia la bella aurora della tua vita, questo ti rende tanto sollecita… Oh! ma sai tu poi chi ei sia quel giovane che sì facilmente ricevesti in cuore? sarà egli degno delle tue virtù? ah tu non conosci, mia cara fanciulla, qual prezioso tesoro tu ne serbi, e quanto mi dorrebbe di vederle derelitte!… Ah per pietà non abbandonarti ciecamente a una passione che potrebbe costarti!… tu dispereresti i tuoi amorosi genitori, il tuo povero cieco: ah Marcellina! tu perderesti te stessa.—

Marcellina cadde nel maggior fastidio del mondo, e poco anche intendendolo, sbigottita disse che quel giovane non le avea detto nulla, non averlo veduto che poche volte e per caso, e porla in forte timore il misterioso suo favellare. Il cieco allora la esortò a starsi di buon animo, volle che apertamente le narrasse quante volte si fosse incontrata in quel giovane, e come ei si comportasse verso di lei: accertatosi che fosse preso per la Marcellina, la consigliò a studiarsi di saperne il nome, o almeno il paese di lui, prendendo poi sopra di sè la cura di renderla felice, se lo avesse riputato degno di possederla. Le profferì però molti savi avvertimenti, perchè si tenesse a gran diffidenza e verso il suo cuore e verso gli uomini, ove pur non amasse esser colta da maggiore sventura: si fe' dar fede di raccontargli ogni cosa in ogni evento, se voleva da lui utili consigli. Parve ciò lusingare alla Marcellina qualche speranza, e si accommiatò da lui coll'animo men tristo.

Nè Girani diveniane ogni dì meno inquieto e meno amante: mille pensieri gli si giravano nell'accesa fantasia, e studiava ogni partito perchè gli riuscisse vedere la cara fanciulla.

Sta a fronte di Nebiolo una verdeggiante collina, dall'un lato della quale corre una via che conduce a S. Antonino, dall'altra ove per breve valletta è divisa da Nebiolo, è deserta, spoglia d'ogni gleba e d'ogni pianta. Le acque, le quali si precipitano dai colli superiori trascinando seco la terra che era sul pendìo, vi fecero alcuni seni e scoscesero in mille luoghi il declivo, sicchè tra la rapidità del dirupo, tra la nuda crosta di cui si vestì nel diseccare della frana, sembrano a riguardarli un macigno. In questo seno poi, siccome piacque alle precipitanti acque, si vedono mille diversi giuochi del caso, poichè la terra or s'innalza in piramide, or si prolunga con varie eminenze quasi bastita di guerra, ora s'incava in una grotta, or s'incurva in un seno: l'occhio curioso volentieri ivi gode di spaziare, e divisano que' luoghi i montanari col nome di orridi. Sulla pendice di questo vario poggio s'innalza una pianticella solitaria di olmo, che d'ogni parte dei contorni e anche dalla via romana sempre si vede primeggiare sugli altri colli, pianticella che fu poi denominata dai sospiri che ivi si sparsero per le sventure dei due amanti.

Girani si arrampicava su quella cima vicino a quella pianta, ed ivi a lungo si stava a contemplare Nebiolo: spingeva l'avido sguardo a ricercare fra quelle fronde e quei tugurj la cara luce de' suoi focosi pensieri, e sovente la dimandò come passero solitario che va nel bosco in traccia della compagna. Spesso dal dubbio biancheggiare fra le fronde delle vesti, vide o veder gli parve la bella, e le inviò mille baci e mille sospiri. Così struggeasi il giovinetto, ed erano derelitti i suoi campi, mentre sedeva sospirando sotto quella pianta solinga; erano derelitti gli amici invano dolenti della sua mestizia, e che invano il provocavano con motti a richiamargli sul labbro appassito l'antico sorriso. Era deserto il cuore di Girani, era chiuso alla gioja: qual pianta inaridita, su cui indarno piovono le rugiade, punto non vi poteano prieghi o conforti.

Però all'innamorato giovane pareva oltremodo dolorosa sì misera vita, e fe' proponimento di aver maniera onde riuscire a più lieto fine. Correva il tempo di raccorre le messi, e in sì pressante cura anche coloro che tengono piccioli poderi, sogliono ricorrere a straniere braccia per aiuto. A Girani cui nulla sfuggiva era noto, siccome al padre di Marcellina conveniva mietere il frumento, e gli parve venirgli in destro l'occasione favorevole a' suoi disegni. Trovato Giovanni nel prossimo mercato a Voghera, gli esibì l'opera propria a minor prezzo d'altri, e pattuirono che ei verrebbe a Nebiolo di là a due giorni.

Non è a dirsi, quanto paresse lungo al giovane innamorato il tempo posto in mezzo a' suoi desiderj, e in tanto quali follìe gli si girassero pel capo, e come seco stesso ponesse di aprire i suoi affetti a Marcellina. Ma quale fu la sua maraviglia, allorchè venuto a Nebiolo e postosi al lavoro, vide che assai lunge gli era riuscito il suo avviso, mentre non trovò come pensava l'amata giovanetta a formare i manipoli della messe tagliata, giacchè a ciò sola intendeva la madre? Ne fu oltremodo dolente, e volea pure più volte dimandarla di ciò, ma non lo ardiva: girava intorno ognora desideroso lo sguardo, e sempre nuova gli pungeva speranza almeno qualche momento di vederla.

Finalmente venne il mezzodì, l'ora del pranzo, ed ecco, mentre meno Girani se l'attendeva e stavasi pensoso, scendere la Marcellina nel pendìo recando le minestre ed il pane pei parenti e per l'uomo che era seco loro al lavoro. Veniva ella con abbassata e pallida la fronte, e pensava alla sua melanconia, a' suoi affanni: giunta al gelso, sotto la cui ombra erano assisi gli stanchi mietitori, fu tocca da improvvisa meraviglia vedendo ivi il giovane sospirato.

A chi che fosse fuorchè a' due buoni montanari, non sarebbe sfuggita la confusione dell'una, e l'inquietudine dell'altro: ratto ei si alzò, la salutò, e indarno volea dirle qualche parola, velare lo stato ondeggiante dell'animo suo. Mentre incerti essi si riguardavano ed atterravano gli occhi, Nebiolo a nulla badando disse:—Brava mia figliuola, porgine il pranzo e buono, giacchè il meritiamo, mentre questa mattina in tre si è operato per quattro, non già da noi, ma da questo instancabile nostro vicino che pare un folletto.—Intanto presentava a Girani la scodella, che avuta avea dalla figlia; ma questi ringraziatolo, mosse verso Marcellina dicendo che gli era più in grado averla dalle di lei mani: essa arrossì, gliela porse con un sorriso di compiacenza.

Restò con loro la giovinetta finchè ebbero posto fine al breve pranzo; poi alquanto si trattenne sotto colore di vedere quanto fossero abbondanti le spiche del frumento, e dolcemente si richiamava alla madre, perchè non la voleva a parte delle sue fatiche. Indi, poichè ebbero ripreso il lavoro e Rosa la premea perchè non istesse più a lungo digiuna, Marcellina partì: dirigea ver' l'erta il passo, ma ivi lasciava i suoi pensieri, e spesso rivolgeasi addietro e commetteva all'aura un sospiro.

Se Girani fu per lo innanzi piacevole alla Marcellina, ora il suo cuore ne era stato sì vivamente preso, che parea pei palpiti frequenti volerne uscire dal petto onde volare a lui. Però sebbene innocente, essa s'avvide non essere senza fine il venire colà di quel giovane: non toccò cibo fra l'inquietudine e la gioja, e meglio pensò a preparare gradita merenda all'ospite. Richiamatesi intorno le agnelle, ne spresse il fresco latte, e postolo in un terso lebete al fuoco, in breve ne fe' una vivandetta piacevole e squisita. Venuta l'ora della merenda, volò verso il campo ed ai parenti ed a Girani, che come la videro, deposti gli strumenti, le mossero incontro; ella disse con un sorriso che avrebbe diradate le nubi della più triste melanconia.—Caro padre, questa mane mi imponeste di usarvi cortesìa perchè lavoraste assai: io volli ubbidirvi, e in vece del solito formaggio vi ho preparato col latte delle mie agnelle un cibo che v'andrà a grado, e spero che anche il vostro ospite non vorrà darmi troppo biasimo se non sarà riuscito quale si converrebbe.—

Fu commosso il padre per la bella sorpresa, e stretta amorosamente al seno la figlia la baciò in fronte.—Vedete, mio Girani, questa è la sola nostra consolazione: colle poche terre che lavoriamo, coll'umile nostra casa, con questa diletta fanciulla, siamo più felici dei signori di città. Ella s'ingegna in ogni maniera per riuscire grata a sua madre ed a me, ella è il nostro solo e caro pensiero. Anche la picciola cura d'oggi vi accerti di quanto vi dissi.

Ma l'innocente mossa da' suoi pensieri ascosi, mal sapendo dissimulare, e nella sua semplicità dubitando che altri non le leggesse nell'animo, offrendogli il cibo vezzosamente gli soggiungeva—Sì, caro padre, per voi e anche pel nostro commensale, giacchè questa mane mi diceste che gli dobbiamo assai buon merito per la sollecitudine che ne mostra.—In così dire mentre abbassava que' suoi begli occhi neri che pareano due stelle nell'azzurro del cielo, volse uno sguardo fuggitivo a Girani. Ma questi, che la avea già ben compresa, ne fu lietissimo, e dalle parole di lei messo nell'occasione di parlare, le proferì le grazie con tanto fuoco, e sì lusinghiere parole, ch'ella ne fu confusa.—Io non avrò mai toccato cibo che mi sia riuscito più gradito di questo: lo terrò come una manna, giacchè ha certo qualche cosa di cielo la mano onde viene.—

Si assisero in giro: Marcellina si pose vicino alla madre, e il desco semplice sull'erba fu assai più grato a que' puri mortali, dell'aurea mensa su cui fumano le straniere vivande. Ognuno applaudì alla Marcellina per lo squisito suo presente, ma il suo cuore non sentendo che quelle laudi le quali venianle da Girani, trepidava dolcemente. Si offrì la capace tazza del vino al giovane di Mancapane; ma volle che prima bevessero i due vecchi, indi empiutala di nuovo ne fe' attingere parte alla Marcellina, e con un lieto evviva la vuotò.

Trascorsa in così cari trattenimenti l'ora vespertina, si posero di nuovo all'opera i lavoratori, e perchè rimaneano pure alcuni manipoli da legarsi, e il sole era sul declinare, Rosa permise alla figlia di starsi ad ajutarla. Girani in breve pose a terra quanto ancor restava della messe, onde venire di sussidio alle donne, e fu sì destro che si mise vicino alla Marcellina e le preparava i legacci, e le dava mano nell'ordinare le spiche. Intanto tenea fisamente gli occhi in lei, e le gittò qualche detto or di lode or della propria presente fortuna; e la poverella tutto bevendone il dolce non sapeva rispondergli, e si affaccendava al lavoro tenendo inchinato il capo. Finalmente Girani nell'ajutarla a legare un manipolo, nel serrare il salice corse colla mano a stringere l'estremità di quella di Marcellina: ella la ritirò prestamente, sicchè l'altro sorridendo le disse, di non avere le mani di fuoco, a cui con tronchi accenti, fiammeggiando la bella rispose, che le metteano più timore.

XVIb.

Già il nostro emisfero volgea l'estremo orizzonte a' rai del sole, e l'amorosa stella brillava sulle ultime rose occidentali foriera della vicina notte, allorchè posto fine ai lavori, Girani prese commiato dalla innocente famigliuola. Innanzi di partire posto piede nella loro casetta fu commosso nel vedere la Marcellina intesa alle domestiche bisogne, dare di propria mano il cibo alle sue pecore, e spargere amorosa le proprie cure su tutti gli esseri che la circondavano. Accrebbe ciò esca al suo fuoco, che verace amore meglio s'accendo per le belle virtù che spargono dall'animo una soavità di cari affetti.

Però fra questi nuovi avvenimenti, anzi che scemare si accrescevano le trepidazioni nell'amorosa vergine: non sapeva a qual partito appigliarsi, fra la passione che la premeva e gli avvertimenti del cieco sui perigli d'amore. Alla dimane come ognuno fu nei campi, e questi tornò dalle sue peregrinazioni, Marcellina gli offrì il latte della sua capra e gli narrò quanto era accaduto, e di nuovo gli chiese consiglio. Ma il veglio sentendo il nome del giovane a lui ben noto, la rassicurò, perchè il tenea per assai onesto, ed animandola a confidare nella premura ch'ei volea pigliarsene, le cosparse il cuore delle più lusinghevoli speranze.

Si rendeva intanto Girani ogni dì alla pianta de' sospiri, e sì adoprò che la Marcellina il vide e ne fu oltremodo lieta. Il cieco venne a ritrovare il giovane ne' suoi campi, gli favellò della figlia di Nebiolo, scandagliò l'animo di lui, e sentendo ove mirassero i suoi desiderj, lo inanimò a proporre alla fanciulla la propria mano, pigliando sopra di sè il pensiero di condurre ogni cosa a fausto termine. Ne fu lietissimo l'amante e sospirò il momento di manifetare l'amor suo alla bella.

Era l'ora in cui più fervono i raggi del sole che già oltre al meriggio volge all'occaso, e Marcellina stava tutta sola assisa sotto i castani dietro la sua capanna. Girava sovente le desiose pupille alla pianta presso cui vide talora il giovane che vivea nella sua mente: pettinava la sua agnella, e quasi stretta dal bisogno di spargere i proprj affetti che mal le capìano nell'animo, teneramente la accarezzava e baciava: allora la scuote un calpestìo, s'alza e scopre Girani. Ei veniva tutto festevole, e vedendola confusa, intimorita, le disse che accortosi come fra la famiglia delle sue bestiuole ne mancavano pur alcune, le portava due colombi a lui carissimi, e che a lungo erano stati i soli suoi compagni, e gliele presentò.

Marcellina ne fu imbarazzata, nè sapea se li pigliasse o no; ma quegli augelli innocenti, siccome erano assai dimesticati, le volarono sul petto e per le spalle, e pareano ora scuotendo le ali, or avvicinando le piccole lor teste al di lei viso, invitarla ad accarezzarli. Ella volea pur consigliarsi innanzi colla madre, perchè temeva gliene avesse a dar biasimo se gli accettasse, e disse a Girani che non avrebbe patito si privasse di quanto gli era più caro.—Ah no, Marcellina, io non saprei meglio collocare questi esseri che vicini a voi, a cui solo cedono in candore ed innocenza: essi son vostri, e omai più nulla, no più nulla ho che possa creder mio, neppur il mio cuore. Possano questi colombi farvi almeno qualche volta sovvenire di me.—

La giovane, che nella sua schietta innocenza mal sapea celare gli affetti ascosi, gli ripose che cari al certo le sarebbero riusciti, ma che ad ogni modo si sovveniva di lui anche di troppo—Dunque, Marcellina, io non vi sono indifferente! mi potreste voi amare? voi?—Girani, io non so che cosa vi diciate, ma…—e qui tutta verecondia il ferìa con un modesto e loquace lampeggiar degli occhi che abbassava tremanti e incerti, e si strinse al seno uno di que' colombi.—Oh me fortunato, se a me pur compartiste sì teneri accarezzamenti!—Ma questa colomba resta ognor meco…—E se io pure dovessi esservi sempre vicino, dividere con voi le vostre cure, le vostre fatiche, la vita?—Sento che allora sarei felice.—

Intanto il focoso giovane l'avea stretta per una mano, e mentre essa pronunziando le ultime parole, dolcemente riguardandolo parea invitarlo a meglio aprirle i suoi sensi, Girani dicendole—Ah sì sarai mia,—ratto volle scoccarle un bacio sull'amato volto: ella sbigottita si ritrasse, e sarebbe fuggita se non la riteneva a forza. Ma mentre l'uno le profferiva i propri affetti e le dicea tenarissime parole, e l'altra inquieta, confusa, si sforzava, quasi colle lagrime agli occhi, di divincolarsi dalle sue mani, ecco loro sopravvenne la madre.

Diè la Marcellina un grido, e sciolta volò a nascondere la vergogna che le si pinse sul viso nel seno di lei, chiedendole pietà. La buona vecchia, che sebbene rozza pur nudriva alti sentimenti, si lagnò fieramente a Girani perchè abusasse dell'accordatagli amicizia e turbasse l'innocenza di sua figlia; ma il giovane pieno di un generoso sdegno le rispose, sè essere bene straniero alle basse mire de' seduttori:—Io vidi vostra figlia, e ne fui preso: la sua innocenza tutto mi ha preso, io l'amo e desidero di formare la felicità di entrambi, se voi vi assentite, e se ella non isdegna di dividere meco la vita. Io sarò lieto se vivrò con lei, ella sarà la speranza della mia fortuna: coltiverà i miei campi, sarà a parte della mia messe e dividerà il mio letto.—

Rosa si compiacque a questi accenti, e di troppo amava la figlia perchè non l'allettasse l'idea della di lei felicità. Baciò l'innocente che ancor si avvinghiava al suo petto, e in cui le parole di Girani cresceano la trepidazione, e rialzandola le diceva:—Marcellina, pur troppo è destino del nostro sesso, di non sedere sempre a quei focolari ove abbiamo mandati i primi vagiti. Lo sa il cielo quanto mi pesi la sola idea di dovermi dividere da te, ma converrà seguire il nostro destino. Però non sia mai ch'io voglia far forza a' tuoi affetti. Girani coltiva molti campi, tiene molti greggi, e raccoglie maggior messe di noi; ma se Girani non è pel tuo cuore, io non vorrò giammai consigliarti ad assentire alla sue richieste. Finchè io viva e tuo padre, starai con noi; quando ti abbandoneremo, è tua questa capanna e questa valle, e qui sola ma libera, povera ma non infelice, condurrai la tua vita nell'innocenza.—

Intanto l'agitata giovanetta teneasi pur vicina alla cara parente, la stringeva e talvolta le dava caldi baci. Girani la premea perchè pure rispondesse un accento, ed in fine pur sollecitata dalla madre, tutta vergognosa rispose—Ei mostra tanta premura per me, ei mi dona i suoi colombi, gli oggetti suoi più teneri, ei dice di amarmi, potrei essergli ingrata?—

Ma Rosa perchè meglio e più liberamente potesse spiare i pensieri della figlia, ricordò come non le conveniva parlarne più oltre se prima non erasi consigliata col marito, e licenziò Girani. Ei profferse in affettuosi accenti di nuovo l'amor suo a Marcellina, e partì giulivo e pieno di speranze, mentre l'amorosa fanciulla cogli occhi tremolanti di un fuoco novello, lo seguiva finchè la lontananza e gli opposti colli non l'involarono.

Giovanni fu contento della novella, poichè piacevagli in Girani la gentil persona, la semplicità de' costumi, la florida giovinezza, e l'animo indomito alle fatiche. Il Cieco pose in assetto le opinioni, e la Marcelina venne promessa a Girani: fu divisato il prossimo autunno dopo il raccolto delle uve a stringere il felice imeneo.

Chi potrà ricordare la gioja de' due amanti mentre pur li premea l'angoscia della lontana unione? Girani veniva ogni dì a Nebiolo, ei volava come la rondinella al nido: sovveniva nel lor lavorìo a' vecchi genitori della fidanzata, e mentre questa allestiva il cibo, ei facea la frasca a' buoi, e raccogliea le agnelle che si sbrancavano sul colle. La Marcellina festevole cantava la canzone della montagna, accarezzava i bei colombi e appena sorgeva l'aurora, le pungeva desio di vedere lo sposo.

Questi però per volgere di fortuna non lasciava le sue antiche abitudini: innanzi di andare a Nebiolo spesso allungava la via e veniva alla pianta de' sospiri; di là considerava il casale umile ove si racchiudeva il caro sogno delle sue notti, il primo oggetto dei suoi pensieri; e la ricordanza delle passate angoscie, gli condiva di nuovo diletto l'idea del bene presente. Spiava nella valle se mai qualche agnella della cara fanciulla si fosse di troppo dilungata dall'ovile, e volava a richiamarla, indi festante rendevasi al tetto desiderato, ove lo accoglieva il gentile sorriso dell'amor suo.

Un dì venuto verso il meriggio alla pianticella, di là vide la Marcellina assisa all'ombra tutta sola coi colombi e coll'agnelletta: ei ne fu allegro chè pochi momenti gli era riuscito di vederla sola. Si precipitò da quell'eminenza, e leggiermente arrampicatosi in mezzo al boschetto, fu sul colle e dietro la Marcellina senza ch'ella se ne avvedesse. Giunse mentre essa occupata al solo suo dilettarsi, careggiava gl'innocenti suoi amici, e finiva di cantare una rustica canzone che così suona:

Perchè su questo margineNon è il mio caro ben?Un'amorosa lagrimaVorrei versargli in sen?

Girani udendola non potè più starsi, e improvvisamente avvicinatosele, presentatole un mazzetto di fiori che per lei recava, esclamò:—Non è lungi l'amor tuo, agnelletta solitaria di questo colle, fiore vezzoso di questi boschi, splendore di Nebiolo: nè l'amorosa tua lagrima fia che raccolgano queste invide zolle, ma bensì le labbra accese del tuo sposo.—

Restò intimorita la bella, come giovinetta capriola cui improvviso calpestìo turbò il pasco innocente. Girani dolcemente la piglia per la mano.—A che dunque, mia cara Marcellina, non versi nel mio seno questa amorosa lagrima? a che ti stai sì timida e non vieni fra queste mie braccia? perchè que' baci che pur confusa comparti all'agnelletta a me non li dai, a me che ten sarei ben più grato? non vedi come queste colombe affettuose c'insegnano ad amarci? Segui, Marcellina, il loro esempio e accogli me pure al tuo seno, lascia che io pure su quella cara bocca…..

Ma essa respingendo dolcemente lui che già erasele sì avvicinato che beveva l'alito soave de' di lei sospiri, disse che a niuno patto volea che più se le accostasse. Sdegnoso allora l'amante minacciava di fuggirsene, ella il richiamava soavemente, semplicetta scuotendosi nelle spalle, e il tratteneva con un loquace favellare degli occhi da cui piovea un'aura celeste che il rapiva a ignota voluttà.

Or mentre mal contende col focoso amatore, ecco s'accorge d'un suo colombo ch'era fuggito, di che fu assai turbata: e sebbene Girani la rampognasse, quasi più di quella bestiuola le tenesse che di lui, ella più sempre diveniane inquieta, perchè già erasi rifuggito sur un'alta pianta, temendo non prendesse più lontano volo. Il destro amante prestamente s'arrampicò fra que' rami, ed ebbe preso il colombo, ma disceso premendolo con ambe le mani, giurava a lei che il richiedeva, di non volerlo rendere se non n'avea in compenso un bacio. Mancellina gli rispose con un vezzoso sorriso, sicchè lusingato ei gliele porse, ma la furbetta sen fuggì ridendo. Si sdegnò l'amante, le tenne presso, e raggiuntala, con tanti sospiri la stringeva, e sì dolorosi lamenti, che la bella fatta pietosa abbandonò il capo dipinto di caro pudore sulle di lui spalle: trepidando ei raccolse su quella bocca di rose la più soave rugiada.

Marcellina dopo quell'istante fu più affettuosa; ma disse che le si era destato in petto un fuoco che la distruggeva, e omai di troppo intendeva che cosa fosse amore. Parea che un delirio commuovesse l'innamorato Girani, che dopo quel bacio sentiva avere attinta novella vita: quindi sebbene Rosa non abbandonasse mai la figlia, amore industrioso sapea pur additargli qualche istante in cui potesse vezzeggiare la bella, e fra sì teneri affetti spuntava ognor novello sugli animi loro il desìo delle nozze.

Sedeva nei campi il pampinoso autunno, e tripudiava la vendemmia sul colle: Girani propose che que' di Nebiolo scendessero pel ricolto dell'uve a Mancapane, onde egli poi co' suoi parenti convenire nella stessa occasione su quel poggio, siccome in fatto seguì.

Venne la Marcellina co' genitori al tetto di Girani: ivi si festeggiò la vendemmia e poi si menò sull'aja la carola della campestre innocenza. La figlia di Nebiolo per la seconda volta vide splendere la festa, e sebbene non avesse mai ballato che co' fanciulli della natale collina, nella rozza sua danza fu sì seducente che riscosse gli applausi e piacque.

Alla dimane vennero que' di Mancapane a Nebiolo, e quel giorno parve destinato a far parte ai congiunti ed agli amici che Marcellina era fidanzata a Girani. Mentre racimolavano gli altri, la fanciulla preparava il semplice pranzo e s'imbandì il desco sotto l'ombroso castagneto vicino. Eranvi tutti i provetti di Nebiolo d'ambo i sessi, e i congiunti dello sposo: ricordava quella mensa fra le frescure del bosco la festa del Monte, e fra gli applausi e gli evviva suonarono ognora i nomi degli amanti.

Poichè fu spento il desio del cibo, chi ragionava delle cose vedute nelle città, chi la lor vita con quella dei signori paragonando, esaltava la semplicità della propria; chi richiamava le cose passate, e d'uno in altro ragionamento trapassando, si ricordò qual fosse un dì l'umile colle ove sedevano. Allora Marcellina ricercò il padre, perchè sempre si fosse rifiutato a narrarle per qual maniera il loro eremitaggio da dovizioso e rinomato si trasformasse in poche capanne: affermando gli altri, che il racconto esser dovea bello e fiero, anche Girani venne nel desiderio di sentirlo.

Giovanni le rispose ciò seguire, perchè mal si conveniva all'innocenza di una fanciulla; ma omai che era sposa esserle lecito di udirlo.—È acerba al certo e dolente la storia de' nostri maggiori; ma giacchè questo dì è pur consacrato al riposo, finchè più alte s'innalzino l'ombre, mentre il calore del giorno è vinto dalla freschezza della vicina sera, e grato è qui pur lo starsi; a voi la narri il cieco, cui se tace la luce del sole, chiara è la ricordanza delle passate età. Noi qui assisi sull'erba, silenziosi beremo il suono delle sue parole, come si ode sull'alba il canto dell'usignuolo fra l'ombre del bosco.—

Ivi l'un l'altroBeremci il sangue, e giurerem sovr'essoAnco oltre morte di abborrirci noi.ALFIERI.

Desto a quell'invito il veglio, movendo intorno le appannate pupille, quasi pur cercasse di fruire la cara luce del sole, inchinava alle loro preci.—Fiera storia e crudele, mio dolce amico, m'inviti a narrare, e non quale si convenga a rallegrare un convito di gioja. Dolorosa in me si ridesta l'orma delle passate cose, perchè pur mi ricorda la luce alma che bevea cogli occhi ora ottenebrati e muti, e mi richiama i lieti giorni della mia fuggita gioventù. Ma poichè tanto desìo vi prende, pur nella mia fantasia si risvegliano i racconti che per lungo ordine di tradizione si tramandavano dai nostri avi ai giovinetti di questo casale.

Già il passato splende nella mia mente come raggio di sole; già maggiore di me stesso parmi nel richiamare la storia dei padri nostri di essere rapito in altri luoghi; già in me si destano le vive immagini che dopo tanti anni per me sono quiete: mi si pinge nell'animo questo cielo sempre sereno, mi piovono nell'agitata mente queste roccie e queste valli: vi veggio, o colli circostanti vestiti di chiomate piante, rendere bello e vago questo seno di natura, e vi veggo quali già foste nei secoli che fuggirono.

Erano piene di guerra queste convalli in cui ora s'ode l'umile belato delle agnelle; dove ora s'asside lo stanco agricoltore all'ombra, onde ristorar le forze vinte dagli agresti lavori, già si posò cruento e grondante di sudore il feroce eroe della battaglia. Qui nembi s'adunarono di guerra e i procellosi sdegni, qui muggirono le civili discordie e il fasto de' potenti, e la Copia e il Carvenzolo, travolsero nelle loro acque sangue ed eroi.

E tu, patrio nostro colle, ove poveri ma innocenti sediamo, già andasti altero per inespugnabile Castello, per temute armi e pel nome di valorosi. Passarono su te l'ire delle guerre e i secoli fuggitivi, e cadesti; nè più una pietra ricorda l'antico tuo splendore: fumano pochi focolari ove prima bollivano ira ed orgoglio.

Non era allora Nebiolo asilo di semplici agricoltori, nè dirupato calle conduceva all'altera sua cima; ancora sono le tracce della agiata strada che dal torrente metteva alla formidabile rocca armi ed armati. Fu questa innalzata nelle prime ire civili d'Italia, allorchè orde di barbari vennero dai servili loro solchi, come addensate tempeste, a distruggere la messe de' nostri fertili campi. Vide per lungo ordine succedersi or miti or turbolenti Signori i Cavalieri di Nebiolo: da questa sede ricevevano leggi e l'opposto Costiolo, e la sorgente Codevilla, e l'amena Torrazza in cui ergevasi la torre delle carceri, e talora vi prestò omaggio anche il delizioso Montebello.

Su quest'erta infieriva il feudalismo: al suono di sue catene invano fremea la morta libertà latina, invano la patria gemea nel vedersi, opera de' barbari, serva de' proprj figli, tiranni dei loro fratelli, e invano innalzava al cielo il sospiro della speranza. Qui sorgeva il tribunale e il patibolo, qui portavano gli schiavi di queste valli la primizia delle loro messi, e tremavano prostrati innanzi al fasto de' loro oppressori. Invano si spargeano i gemiti de' conservi, e mordeano i vassalli fremendo le proprie catene: l'ambizione de' vicini potenti facea loro sovente cangiare oppressore, non fortuna.

Era antica nimistà fra i signori di Nebiolo e quelli del non lontano Stefanago. Aveano seguìte sempre contrarie fazioni, adescavano ognor la discordia fra' loro alleati, e trassero sovente gli abitatori di questi colli a portare le armi contro i loro fratelli. Spesso aveano spinta la guerra fin sotto le loro rocche, posta in dubbio la lor sorte, sparso il comune sangue: se ebbero talora deposti i brandi, li costrinse necessità, non pensiero di pace: la tregua era richiesta a rinnovellare le forze; era calma di bufera che più feroce ridesta l'ira sterminatrice.

Mentre stringeano l'itale contrade le tenebre del secolo undecimo, a Stefanago regnava Stefano II, il più fiero della famiglia e il più valoroso. Era detto il Rosso pel colore della sua bandiera e de' suoi ricciati capelli. Era uomo rabido, feroce, d'animo ardito, intraprenditore, fosco: ruotava lo sguardo qual sinistra cometa, e pari a suono d'acqua cadente, rauca e fiera mandava la voce. Niuno sentìa più di lui l'altezza de' suoi natali, niuno avea maggior sete d'onori e di gloria, niuno più fermo nell'odio e nell'ira: avea portate l'armi nella Crociata, ed era salito illustre fra più valorosi cavalieri.

Guidone era allora signor di Nebiolo: sdegnò seguire la Croce, chè disprezzava uomini e cielo. Si leggevano sulle agrottate sue ciglia cupi pensieri, quasi costrette nubi piene di tempesta: il facile muoversi dell'aggrinzata spaziosa fronte annunziava il succedersi nella sua mente di sempre nuove idee: orgoglioso aveva a schifo abbassare lo sguardo sul verme che gli strisciava al piede; niun lamento giungeva fino al ferreo suo cuore: spirava dall'occhio inquieto tosco, e vendetta, idolo a cui sagrificava anche i proprj affetti. Non conosceva altro dritto che la propria spada, altra legge che il proprio volere, altro consiglio od ajuto che i suoi pensieri e il valore dell'indomabile suo braccio.

Stefano e Guidone aveansi giurato odio eterno fin dall'infanzia: mentre i loro padri erano uniti per comporre una pace, i figli per puerile giuoco discordi, destati all'ira vennero alle mani, e in sè mostrarono trasfusi l'odio e la fierezza degli avi. Invano i Signori di Malaspina si sforzarono più volte di conciliar gli animi loro, nè solo ottennero di ridurli per pochi momenti in tregua a respirar l'aura stessa: essi non si videro che nella mischia delle battaglie, non s'incontrarono che per macchiarsi del vicendevole sangue.

Non davano mai posa ai loro turbolenti affetti, e spargeano di tanto l'odio proprio ne' loro vassalli, che que' di Nebiolo e di Stefanago non si scontravano mai senza venire alle mani, e le feste di questi colli eran ognora turbate dai loro ratti e dalle loro risse. Si spingeano sempre audaci gli uni sul confine degli altri a rapire le caccie, a calpestare le messi, ad insidiare i coloni, ed ove non potea il valore scendeva lo stile del tradimento. La diffidenza e lo spavento passeggiavano sempre queste valli, e stringevano i cuori, da cui era volta in fuga la gioja della calma.

Era a Stefano una figlia cui sorridea trilustre giovinezza, di cuor gentile e dalle chiome bionde, siccome raggio di sol cadente: a Guidone un Antelmo, ardito, generoso cuore, cui spuntava scarso ancora il primo onor del mento. V'ebbe chi ardì proporre a compor tante liti le loro nozze: Stefano giurò che avrebbe prima strappato di sua mano il cuore dal seno palpitante di Bianca anzichè vederla congiunta ad un Nebiolo; Guidone non rispose che con un amaro sorriso. Non v'era fra i due rivali altra pace che la tomba.

Anselmo era men fiero del padre: talora si dolea di sì pazze inimicizie, ma si dolea con sè stesso, chè fora stato alto delitto sulle sue labbra il profano accento nella casa di Guidone; però ispirato dal furore degli avi e degl'insulti presenti, si procacciava pur sempre di vendicare i suoi e portar nocumento al Rosso. Nè questi si avviliva per ciò, nè tenea il nemico più possente: chè se il Nebiolo avea due spade in campo, era la sua troppo formidabile nella temuta destra, era morte certa ai nemici, folgore sterminatrice di guerra. Pure si dolea sempre al cielo che non concedeva anche ad esso un figlio, per infondergli in petto il suo foco e l'odio suo, invido quindi ordiva sempre insidie alla giovanile imprudenza d'Anselmo, che sebbene valoroso alfine vi cadde.

Taluno di voi ben vide il Castello di Stefanago: egli è tuttora intatto quale s'innalzò nelle passate età. Ben mi ricorda che ancor giovanetto, mentre poteano fisarsi al sole queste luci or chiuse in perpetua notte, errai sovente intorno a quelle solitudini riguardando l'altera mole, e narravano i coloni come s'udivano ivi ancora di notte lunghi ululati di compianto e di lamenti, e gridi di vendetta e fragore di guerra.

Nel cuor di questi dirupi, non lunge dal seno ove la Copia trascina dal monte arene e sassi, in mezzo a minori eminenze, sorge a piramide il poggio solitario su cui torreggia la superba Rocca. Ivi la innalzava uno Stefano perchè gli parve difficile il loco a pigliarsi, mentre potea dominare sovra gli altri e quasi avere l'ossequio de' circostanti colli: così gli lusingava il suo orgoglio, e la chiamò dal suo nome. Meravigliano tuttora i riguardanti come siensi colà ammucchiati tanti massi e tante pietre: i più canuti di quelle valli favoleggiano ancora, che quel Castello si ergesse in tre notti per opera d'incanto. La prepotenza del feudalismo e le fatiche degli schiavi grondanti di sudore, operarono ne' tempi più oscuri queste malìe.

Bella è la vista di Stefanago, o ti diletti contemplarlo da lungi, o ti aggiri al piè della rupe su cui maestoso siede. Gli corre all'intorno quasi alla metà del colle lungo giro di mura, che per le guardie e le vedette accennano, quasi bastite, chiudessero le prime fortificazioni, le quali in varia foggia sorgevano sul pendìo, e dove ora si abbarbica la tortuosa vite. Sulla cima torreggia il maestoso castello procinto di densi baluardi, di propugnacoli e di guerresche difese, d'ogni parte ben serrato, presentando all'oste che ardisse accostarsegli orride bocche di spavento e di sterminio.

Una tortuosa via di pietre dalla valle scorge all'antemurale ed alla uscita estrema: da questa trascorrendo fra le fortificazioni per rapido sentiero, si giunge al secondo ingresso, da cui sassosa scala mette all'inespugnabile Rocca. Sopra la sua ferrata porta si spinge al cielo l'alta torre che orgogliosa per intangibili mura, insulta agli anni ed all'età fuggitive. Essa scopre ad un tempo allo sguardo i monti e le pianure, e piove una grandine di sassi sul nemico che portasse tant'oltre il piede; mentre da ogni parte si mandano per aperti artifiziosi spiragli mille strali di morte.

Un dì Stefano diede voce ch'egli n'andasse a diporto dai Malaspini a Pregola sul Penice. Anselmo dal padre istigato con breve mano de' suoi valorosi, si spinse su quello del Rosso a depredarne le mandre, a devastarne i campi; e inseguendo i fuggitivi ardito s'inoltrò fin sotto al nemico Castello. Pose fiato alla bellica tromba, e sfidò come altre volte solea i nemici alla battaglia: niuno rispose, e tacile le scolte sostenevano dalle mura il più amaro insulto.

Anselmo diede volta al cavallo per tornarsi, reputando viltà spargere voce di guerra innanzi a' codardi; ma taluno de' suoi più fiero e men generoso, si scagliò ad insultare la sentinella della porta: grida questa per soccorso, vengono pochi de' suoi, la difendono, e in tal modo involontariamente si appicca la mischia. Allora l'armi di Nebiolo son volte contro la porta: dopo breve resistenza cede e sì apre. Fatto ardito il picciolo drappello penetra il primo cortile, sparge terrore, e innalza gridi di vittoria. Ma in quell'istante sbocca Stefano da alcuni sotterranei che dal castello metteano nel sottoposto bosco, prende furiosamente co' suoi i nemici alle spalle, e stretti in luogo angusto, sconosciuto, sopraffatti da' soldati che da ogni parte come onda di crescente fiume precipitavan su loro, in poco d'ora gli ebbe a man salva vinti e fatti prigioni.

De' pochi compagni d'Anselmo che restarono in vita, Stefano fece a quali tagliare l'orecchie, a quali la destra, quindi così mutilati li mandò al loro Signore, dicendo che in tal modo tosava le capre che s'attentavano mozzicare nelle sue vigne; del lupo poi che ardì portare l'avido dente nel suo ovile, avrebbe fatto quanto richiedeagli la vendetta dei suoi cani. Indi ordinò ai suoi sgherri, che troncata la testa ad Anselmo, la si innalzasse sulla maggior vedetta del baluardo.

Non si avviliva il giovane per ciò, ma già fra le mani de' suoi sicarj, fieramente lo insultava; il tacciava di traditore e di vile, e diceagli che se avea petto dovea seco lui discendere al duello.—Ma troppo fiacco è il tuo braccio, perchè osi trattare la spada del valore; tu paventi troppo i Nebiolo, e perciò tendi loro infami insidie, tu cui il solo lampo della loro spada fa tremare ogni vena.—

Ferìano acerbamente Stefano quell'orgoglio e quella rampogna, e meditando più lunga e cruda vendetta, entratogli anco speranza con quest'amo di trarre pure il padre nella rete, richiamò quell'ordine di morte, e fe' gittare il giovane eroe nella torre, stretto di ferri.

Ivi spesso il caricava di tante catene che a fatica poteva reggerle; talora legategli le mani al tergo ed annodatele ad una corda che pendea dalla volta, il teneva sospeso dal suolo, rovesciando miseramente col peso del corpo le braccia: sovente ordinava venisse per giorni intieri immobilmente legato al muro in piedi o boccone sul suolo. Ivi il misero dormendo sul terreno ignudo, pativa disagio d'ogni nutrimento, e sovente alle arse sue labbra dopo lunga sete, si concedevano, a spegnerla, liquori putrefatti o amari.

Fiera è questa torre in cui per brevi spiragli penetra poca luce, e il piano destinato alla carcere si è il primo che sovrasta all'ingresso della Rocca. La scala che conduce ad essa passa per gli appartamenti di Stefano: la porta ne è tutta di ferro, e presso alle imposte di sasso è aperto un tortuoso pertugio che appena consente il passaggio ad una mano, onde per questo ministrare al prigione lo scarso cibo, allorchè non si vuole penetrare la carcere. Stefano ne tenea sempre seco le chiavi, nè si apriva quella porta fatale s'egli non era presente, nè alcuno si accostava al prigioniere senza che esso ne spiasse i moti e gli sguardi, perchè temea mosso a pietà non ardisse in secreto rendere mite la sua vendetta.

Anselmo però fra tante strettezze e in sì dolorosa vita non si avviliva mai. Nè la scarsità del cibo, nè i sonni interrotti dalle catene, dal duro letto e spesso dalla presenza del truculento nemico, nè i più fieri tormenti, poterono domare l'animo di lui. Ogni volta che udiva stridere le ferree imposte, presago di nuove sciagure, sentìa corrersi per le vene un gelo: però non cangiò mai di aspetto o si atterrì al fulminar degli sguardi di Stefano, e queto sempre udì la minaccia di nuovi tormenti: agli insulti o non rispondeva o opponeva il disprezzo. Il Rosso il premea perchè scrivesse a suo padre di venire in un vicino bosco, ove gli avrebbe acconsentito di parlargli per trattare di pace. Era questo un inganno che ordiva per indurre pure Guidone ne' suoi lacci: ben Anselmo sel vide, nè mai per preci, promesse o minaccie volle annuirvi. Ei non sostenne mai un solo istante che il suo cuore si mostrasse debole innanzi al nemico, e se talora fra i patimenti pur si dolse, il facea sommessamente e solo.

Allorchè Anselmo venne trascinato nella torre, Bianca sbigottita al suono dell'armi che s'era sparso nel Castello, accorsa alle grida de' soldati nella stanza per cui passava, vide il giovine bello e disdegnoso fieramente insultato, e n'ebbe pietà. Fu però gelosa che il padre non s'avvedesse di questo sentimento che le muoveva il cuore, poichè si sarebbe tenuta persa. Pensava sempre ai crudi modi con cui udiva opprimersi lo sventurato straniero, e si dolea di non potergli prestare alcun soccorso; però nè osava chiederne, nè muovere accento a svegliare compassione per lui: ben sapea che se l'avesse tradita un sol sospiro, in un loco ove era ignota la pietà, e avrebbe provocata la spaventosa ira del padre, e ridestando gelosi sospetti, accelerata a un tempo la morte dello sventurato.

Anselmo già da molto giaceva nel duro suo carcere, e l'inumano Stefano iroso perchè vedea tornar vano ogni suo pensiero di nuovi tradimenti, e il giovinetto rintuzzare con indomito petto l'ira sua, gli diminuiva ogni dì più il cibo. Quasi meditasse fra que' ceppi lasciarlo perire di fame, già da alcuni giorni non avea schiusa la fatale porta, nè permettea che alcuno si attentasse avvicinarsele, paventando si concedesse al nemico maggior vitto di quanto dall'angusto pertugio ordinava gli venisse ministrato in sua presenza.

Mentre volgeano sì acerbi dì, in tempo che il fiero Duca era lunge dai Castello, tutto era quiete, e Bianca sola passeggiava sotto il battuto della torre, e flebilmente cantava, quasi cercasse rapire sè stessa dai cupi pensieri ove la sospingeva la vista delle impenetrabili mura in cui crebbe; Anselmo sentendola, e come più potè, avvicinatosi allo spiraglio da cui ritraea scarsa luce, la dimandò.—Ah per pietà, chiunque voi siate, essere pietoso che qui v'aggirate, giacchè non può albergare anima fiera in cuor di donna, datemi un'arme con che io possa por fine alla tristissima mia vita. Omai qui ho difetto di pane e di acqua, ed è quasi un dì che son sì travagliato dalla sete che sento struggermi le viscere. Porgetemi, e fia l'opera più pia di questo Castello, porgetemi un ferro per pietà.—

Que' dolorosi accenti discesero in cuore a Bianca, e fu commossa a tanta miseria: e sovvenendogli qual si fosse chi le parlava, parve che un'ignota voce la richiamasse a compassione, sicchè superando il timore di essere scoperta e dell'ira paterna, gli rispose che attendesse.

Volò alla carcere; colle preci e coi doni tanto si adoprò che ne sedusse la guardia, sicchè potè da quella picciola fessura offrire alcun sussidio al prigioniero: a ciò per confortargli l'animo travagliato unì un biglietto, in cui dicevagli essere figlia di Stefano bensì, ma non d'egual cuore, l'animava a non ismarrirsi, e gli dava qualche speranza di salute. Anselmo si ristorò alquanto, e ottenuto da Bianca con che scrivere, potè significarle i sentimenti del grato animo suo. Era Anselmo giovane d'alto intelletto, nè lo studio dell'armi avealo sviato dal coltivare l'ingegno nelle discipline che gli consentivano le tenebre della sua età: le sue lettere cercarono il cuore di Bianca, e in lei la compassione erasi trasformata in tale inquietudine, che ognor la pungea nuovo desìo di sapere novelle del cavaliere oppresso.

Ogni volta che si mutavano le scolte e veniva a guardia della torre quella ch'essa avea resa amica, tosto volava a quella dura porta, e se il padre era assente stava a lungo a racconsolare Anselmo con miti accenti. Di propria mano gli sporgeva il cibo, e più d'una volta in quell'angusto forame da cui il prigioniero traeva refrigerio a' suoi patimenti, strinse la mano pietosa che il sovveniva, e mentre esprimeale tremando la sua gratitudine, quella di Bianca tremando essa pure gli accennava, insieme alla pietà, quai nuovi affetti le si destassero in petto.


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