CAPITOLO XI.Il marchese era in casa ed accolse i due visitatori appena gli furono annunziati. La prima impressione che su lui fece l'aspetto poco grazioso e in quel momento impacciato di Maurilio non fu delle più favorevoli. Dietro le cose scritte da quel giovanetto con tanto calore e tanta sicurezza, il marchese si era formata dell'essere di lui un'immagine ben diversa: e quel nome di Maurilio il quale era pure una delle cause precipue del subito interesse che il vecchio nobile aveva sentito per quello sconosciuto giovane gli aveva ricordato una tutt'altra figura, un tutt'altro tipo da quelli che ora vedevasi venire innanzi nella persona del protetto di Don Venanzio. La timidità e la mala grazia nel primo presentarsi di Maurilio, parvero al marchese una scontrosità diffidente ed un riserbo ostile per natura sospettosa e rozza. Poichè quell'individuo non rispondeva per nulla a quell'idea ch'e' se n'era formato, il marchese fu molto presso a dirsi tosto che avrebbe fatto meglio a non evocare innanzi a sè quello spirito della democrazia così infelicemente incarnato.Era egli però troppo squisitamente gentile per manifestare nella menoma guisa questi suoi sentimenti. Senza punto muoversi dal suo seggiolone, fece un benevolo segno di saluto ai due che entravano, e colla mano accennò loro due scranne perchè sedessero.— Eccole quel giovane, di cui abbiamo parlato questa mattina: disse Don Venanzio; cui Ella ha voluto essere così generoso protettore....E volgendosi a Maurilio, soggiunse:— Ringrazia il signor marchese, chè gli è proprio a lui che tu devi la tua liberazione.Il nostro eroe si confuse, arrossì, e come sempre quando non aveva superata quella certa timidità che era in lui, balbettò impacciate parole.— Certo... signor marchese... la ringrazio... la mia riconoscenza...Baldissero venne in soccorso della sua confusione.— Ella non mi deve nessuna riconoscenza. Ho creduto che la sua e quella dei suoi compagni non fosse che una imprudente avventatezza giovanile, abbastanza punita coll'arresto di poche ore... Ed è appunto per convincermi se in ciò avevo ragione che ho desiderato conoscerla e parlarle. Quello che ho letto scritto di suo pugno mi fa troppo temere in lei un nemico della società, e d'altra parte l'affetto e le raccomandazioni del nostro buon parroco per lei sono una guarentigia... Ho caro di convincermi da per me quale ha ragione dei miei timori o della buona idea del mio vecchio amico Don Venanzio.All'udire il marchese parlare della lettura da lui fatta di quelle sue pagine scritte in segreto per sè, per la effusione segreta dell'anima, pagine che nel suo concetto non dovevano cader mai sotto l'occhio d'un vivente, Maurilio si turbò vieppiù. In parecchi luoghi di quello scartafaccio, l'amore che gli fremeva nell'anima aveva gittato per isfogo delle aspirazioni, dei trasporti, delle estasi in versi concitati e tumultuosi ed in prosa più lirica dei versi. Il marchese aveva egli letto anche quelle pagine? Il nome di Virginia trovavasi scritto in tutte lettere; e quel nome a Maurilio pareva che dovesse fiammeggiare in mezzo all'oscurità delle altre parole come una vivida luce ad attrar l'occhio del riguardante. La fanciulla dell'amor suo non era nomata con più precisa indicazione; ma chi, a suo concetto, non avrebbe dovuto, conoscendola, ravvisare la vera Virginia a cui quelle parole s'indirizzavano? A qual altra donna al mondo si sarebbero potute adattare quelle adorazioni, quegli omaggi, quelle ammirative parole? Secondo lui a nessuna. Il marchese doveva infallantemente nell'idolo a cui era bruciato quell'entusiastico incenso di passione, riconoscere sua nipote.Bene lo aveva assicurato Don Venanzio che ilmarchese nella sua squisita delicatezza si sarebbe guardato bene dal leggere cosa che appartenesse alla vita intima del cuore; ma leggendo le pagine in cui egli aveva espresse a sè e per sè solo le sue opinioni politiche e filosofiche, s'era pur penetrato nella vita intima della sua intelligenza, e perchè si sarebbero arrestati innanzi ai segreti del suo cuore, il marchese sopratutto che vi poteva essere invitato da quel nome di Virginia, che indubitatamente doveva rispiccargli innanzi agli occhi?Il turbamento di Maurilio adunque fu tale che Don Venanzio e il marchese medesimo se ne accorsero.— Coraggio! disse il primo dei due per venire in aiuto del giovane; il marchese ti ascolterà con bontà, e non hai nulla da temere da lui.Baldissero fece colla mano un cenno pieno di garbo che significava: «Si tranquilli e rassicuri,» e si volse al parroco:— Che cosa il suo amico potrebbe temere da me?... Nel mio pensiero questo colloquio non ha da essere l'urto di due personalità, sibbene la discussione di due principii che si trovano a fronte, se pure uno di questi principii non vuole sfuggirla, siffatta discussione.Maurilio sollevò la sua grossa testa che teneva curva al petto ed espose alla luce la vasta fronte su cui l'interno suo travaglio di quel momento aveva fatto spuntare a goccia il sudore.— No, signor marchese, diss'egli più fermo e più sicuro la voce e l'aspetto; il principio ch'Ella mi fa l'onore di credere ch'io rappresento non isfugge la discussione.Ma il più importante per lui era frattanto avere alcuna maggior sicurezza su quello che il marchese aveva letto o non letto del manoscritto. Per ciò, soggiuns'egli tornando nella precedente esitazione:— Ma per definir meglio la ragione e i limiti del dibattimento.... credo..... e il signor marchese mi farebbe un favore se mi restituisse quell'infelice scritto,.... credo che sarebbe opportuno si leggessero le parole testuali dei passi intorno a cui Ella mi vuole riprendere o interrogare.— Molto volentieri le restituerei quel suo libro, rispose il marchese, ma in questo momento esso non è più in mio potere. Trovasi nelle mani di chi ha diritto di veder tutto e saper tutto: nelle mani del Re.Maurilio fece un trasalto per la meraviglia.— Del Re! esclamò egli.— Del Re! ripetè giungendo le mani Don Venanzio più spaventato ancora che stupito.— Sì, riprese Baldissero; a S. M. è stata riferita, come di dovere, ogni cosa; il Re ha desiderato leggere egli stesso le cose da lei scritte.— Misericordia! esclamò il buon Don Venanzio con maggiore lo sgomento, chi sa quante pazzie ci saranno colà dentro!.... E che cosa dirà il Re?Ma questa notizia, invece di atterrire, parve aver rassicurato Maurilio. Il suo contegno divenne più libero ed agiato, e fu con voce tranquilla che egli disse a sua volta:— Il signor marchese e S. M. medesima — spero — non trascureranno d'aver presente che quelle cose furono buttate giù per non esser viste da altrui, soli appunti di pensieri che passarono per la mente d'un giovane, fatti concreti sbadatamente in poche parole. Se quelle idee avessero saputo di dover comparire innanzi a tali che le potevan condannare, avrebbero preso altra forma, altro sviluppo, una veste più acconcia.Baldissero guardò bene in volto il giovane, e per la prima volta travide negli occhi di lui il corruscare dell'intelligenza.— Vuol dire, interrogò egli, pronunziando lentamente, quasi perchè il suo ascoltatore avesse tempo a soppesar bene le parole: vuol dire che in quel suo scritto non è espressa la forma definitiva del suo pensiero, e che s'Ella avesse da manifestare altrui cotali idee, le vorrebbe modificare?— Quanto alla sostanza no: rispose vivacemente Maurilio che pareva tornare a poco a poco in tutta la libertà del suo spirito; sì quanto alla esposizione e fors'anco a qualche deduzione delle medesime.— Codeste le son dunque convinzioni radicate nel suo animo, stillate per così dire dalla sua riflessione, e non opinioni raccolte qua e colà per vaghezza giovanile dai moderni novatori, le cui speciosità illudono agevolmente una mente non ancora matura?Maurilio rispose con forza temperata dal rispetto:— Ah signor marchese, qualunque elle sieno, le mie povere idee, le assicuro che le ho meditate, stacciate traverso il crivello del mio debole criterio, e le sono portato della mia mente, sangue, se così potessi dire, della mia intelligenza.C'era in queste parole e nel tono con cui furono dette, una certa onesta baldanza che non dispiacque al marchese.— Non ne voglio dubitare, disse questi; ma non le pare che simili idee abbiano troppa temerità nella loro ricisa affermazione? Ella parla delle condizioni della società, e vuole di questa mutate le basi e i rapporti economici e politici: ora Ella è giovane di molto, e come nel poco tempo di sua vita può avere tanto visto e conosciuto da poter chiaramente rendersi conto in tutte le sue innumere parti di ciò che si tratta di riformare, da comprendere il complesso dei fatti e delle leggi che ci hanno luogo, da abbracciare tutte le fasi del ponderoso problema?Maurilio approfittò d'una piccola pausa che fece il marchese, per rispondere vivamente e senza indugio:— Sì, i miei anni di vita furono pochi di numero, ma tali pur tuttavia da contare per assaipiù, mercè la moltiplicità e la gravità degli avvenimenti che li avvicendarono.Sulle sue labbra venne a vagolare, per dir così, quel suo mesto sorriso pieno d'intelligenza.— In tutti gli eserciti del mondo, continuava egli, il tempo che il soldato passa in guerra gli viene contato per doppio: il medesimo dev'essere in questo grande esercito di viventi, che ad ogni momento è chiamato a combattere col dolore. Questi miei anni trascorsi io li ho vissuti in una battaglia continua contro la sventura: ci ho guadagnato un'esperienza di quarant'anni. La sorte mi balestrò in varie condizioni, e facendomi passare traverso parecchi strati sociali mi pose in grado di conoscere i varii elementi dell'umanità, e le ragioni e i torti del suo assetto presente. Ho avuto campo a studiare più gl'infimi che i superiori ordini di questa razza umana che la religione e la ragione proclamano composta di fratelli, e che il fatto e la legge tuttavia dividono e schierano in comandanti ed in ubbidienti, in caste di eletti ed in plebe di derelitti; e di questi poveri ed umili i bisogni che ho partecipato, le miserie che ho sofferto mi hanno con morale coazione fatto comprendere, se non tutte, le più parti dell'arduo problema. Non dico poterlo sciogliere questo problema, dico averlo compreso. Alla mia propria ho cercato rincalzo dalla esperienza altrui fatta concreta nei libri. La fortuna in ciò mi fu benigna che mi pose in grado di poter tutta avermi dinanzi raccolta la scienza stillata in volumi del pensiero umano. Forse non v'ha alcuno al mondo, o pochi soltanto che abbiano divorato tanti libri quanto io. Non dico d'aver letto bene; ed anzi so pur troppo che ciò non è, ma della parola d'ogni pensatore mi sono pasciuto con avidità. Ho visto, letto, meditato di molto; ho sofferto più assai; ecco i miei titoli a dir ciò che penso del problema sociale.Il vecchio marchese stette un poco prima di parlare a sua volta, e il suo sguardo si teneva fisso sulle espressive e travagliate fattezze del giovane; gli pareva che mercè quella luce d'intelligenza onde s'erano venuti illuminando, i tratti del viso di quel plebeo si fossero cambiati per assumere una specie di nobiltà tutto propria, per effetto di cui egli sentiva quasi un interessamento nascergli verso lo sconosciuto che ora per la prima volta gli era venuto dinanzi.— Ella dunque ha sofferto, e di molto per causa del presente assetto sociale: disse poi il marchese con accento in cui non poteva ancora notarsi l'abbandono della confidenza, ma pure si sentiva vibrare qualche cosa che assai si accostava alla simpatia; e senza dubbio molti furono e sono e saranno mai sempre ai quali toccherà soffrire per questa ragione, imperocchè in nessun ordine di fatti l'uomo non può arrivare a cose perfette, ed un organamento tale che a tutti soddisfi quelli che sono parte della società penso che pur troppo non si avrà da raggiunger mai su questa terra.Maurilio fece un piccolo atto che parve un segno rispettoso di voler interrompere.— So quello ch'Ella vuol dirmi, continuò il marchese con qualche vivacità; senza pretendere alla perfezione è possibile un miglioramento progressivo anche in codesto, mediante modificazioni più o meno radicali, per cui gl'inconvenienti lamentati vengano via via cessando e per la via del meglio si vada accostandosi verso quell'ottimo che fors'anco non è nelle condizioni dell'uomo il raggiungere. Questa è appunto la teoria del progresso, s'io non mi inganno, che la democrazia moderna vuole applicata ad ogni cosa, nascondendo sotto queste modeste e discrete forme le sue passioni sovversive e rivoluzionarie che aspirano all'anarchia. Ma prima di tutto, questa teoria che mira a sfatare il passato e distrurre l'autorità del diritto storico e della tradizione, è falsa innanzi agli insegnamenti appunto della storia, alle reliquie degli antichi tempi; è falsa inoltre, ed è ciò che più importa, innanzi ai pronunziati della nostra santa religione.E qui si rivolse verso Don Venanzio, il quale, sembrandogli forse troppo grave il pronunziarsi lì per lì in quistione di tanta importanza, curvò la testa e fece spalluccie come per dire: «sarà benissimo.»— La storia, continuò il marchese, ci dice che il cammino percorso dall'umanità non è una spirale che sale e che sale con progresso indefinito, come dicono gli esaltatori dell'umanismo, ma sì invece è una specie d'altura giunti al culmine della quale bisogna discendere e qualche volta precipitare per rifarsi alle radici e ricominciar la salita da capo. Parecchie volte una razza, un popolo, una città giunsero a questo fastigio: le immense monarchie dell'Oriente, l'Egitto, la Grecia, Roma. Ebbene che cosa sono esse oggidì? Lo dicano l'erbe che crescono sulle ruine dei superbi loro monumenti. Il soffio di Dio ha fiaccato l'orgoglio della loro scienza e potenza umana. Le nazioni che oggidì tengono il campo, che cosa saranno da qui a mill'anni? La religione ci insegna che l'uomo fu creato da Dio nello stato più felice ed ottimo che alle sue condizioni di uomo convenisse; da quello stato egli decadde per sua colpa e non potrà in esso reintegrarsi mai più, perchè se il Redentore venne a rimetterci in comunicazione col cielo, Iddio non volle già che togliesse dalla terra gli effetti della maledizione del peccato, e la legge imposta ad Adamo alla cacciata dell'Eden dura e durerà sempre nei figli suoi. Il paradiso terrestre non si potrà riconquistar più. Quell'ideale di felicità terrena che l'uomo vagheggia è una reminiscenza del primitivo stato di grazia; e per errore d'ottica e di giudizio la passione dei beni terreni cerca nell'avvenire ciò che fu inesorabilmente spento nel più remoto passato.— Mi permette, signor marchese, ch'io osi contraddirla?— Parli con tutta libertà.— Ai miei occhi non è che la storia ci mostri l'umanità oscillante miseramente fra un limitato avanzamento insuperabile ed un inevitabil regresso; ed io non trovo da nessun valido argomento afforzata la teoria dei ricorsi di Vico. Sì, secondo me, la marcia dell'umanità è una spirale ascendente; ma il vero è che questa spirale ha dei giri di cui la parte inferiore scende più basso del livello a cui forse era sceso il giro precedente; ma il cammino non è interrotto, ma la forza ascensiva non è cessata, e da quella bassura, talvolta anche relativa soltanto, l'umanità si dovrà elevare ad un'altezza superiore a quelle che furono arrivate per l'innanzi. Certe razze e certi paesi giungeranno ad una grandezza di civiltà e poi ricadranno di nuovo nella barbarie; e ciò perchè essi avranno compita la parte loro assegnata nel gran disegno della Provvidenza; o perchè avranno falsato i principii che dovevano applicare e le loro conseguenze. Ma è da dirsi che il loro glorioso sfavillare d'un momento nella storia sia rimasto inutile; che soli passeggieri, dopo aver brillato un istante, si estinguano lasciando più densa intorno l'oscurità? Le grandi monarchie di Ninive e di Babilonia si sono estinte, ma chi può negare l'influsso di quella coltura, benchè mostruosamente applicata ed effettuata, in quel mondo orientale, a cui cotanto attinsero e l'Egitto e la Grecia, e Israele medesimo nel corto momento di suo splendore? La Grecia decade dopo avere raccolto in sè come in un foco tutti i conquisti dell'intelligenza umana ed aver tutto ammigliorato, ad ogni cosa dando l'impronta del suo genio puro, evidente, artistico, armoniosamente bello; ed ecco che Roma è già lì pronta ad accogliere la successione e spingere ad ulteriori conseguenze le ricevute, già sviluppate premesse. Il mondo pagano giunto ad un'altezza di coltura che pare il sommo arrivabile, devia nella più empia corruzione e precipita. Questa volta in presenza dell'invasione della nuova barbarie chi non direbbe avvenuto il regresso? chi non temerebbe almeno una soluzione di continuità in quella marcia ascendente? Ebbene no; il giro della spirale è disceso ad un bassissimo livello, ma la potenza di riscattar su non è tolta alla molla; in quella bassura temporanea prenderà nuova forza e nuovi elementi anzi per ispingersi a non ancora arrivate o nemmeno ancor sognate altezze; nella confusione del medio evo il cristianesimo matura la civiltà moderna che per tante ed importantissime cose sarà di tanto superiore all'antica. Ed è forse da credersi che i progressi della civiltà pagana sieno stati inutili all'assestamento di quella cristiana? Mai più. La letteratura e la scienza dell'antichità si scambiano ma proseguono nel mondo moderno; dànno la base, prestano il punto di partenza e le prime forze alle mosse del rinnovellato pensiero; il cristianesimo stesso non viene come un atto inaspettato senza radici nei precedenti, senza ragioni di conseguenze da cause anteriori, senza anteriori premesse. Nessun fatto accade di questa guisa nell'umanità. Il cristianesimo dà forma più elevata e più precisa, più pratica, direi quasi, e nello stesso tempo più pura a quelle aspirazioni che da assai tempo già si facevano strada di mezzo al politeismo e si manifestavano colla filosofia platonica e coll'umanitarismo, se così posso dire, della nuova commedia di Menandro e de' suoi. Come muoiono gl'individui e s'estinguono anche le razze, ma l'umanità non muore; così cadono le civiltà particolari di questo e quel luogo, ma non cade mai per l'affatto la civiltà umana; s'assopisce, sonnecchia, la fiamma s'abbassa e il fuoco si copre di ceneri, e poi ad un tratto soffia il vento, la si ridesta, le ceneri sono via portate e la luce ribrilla più splendida e maggiore. La fiaccola della civiltà è tenuta ora da questo or da quello fra le schiatte ed i popoli; ma quando l'uno inciampa o rovina ecco un altro o subito di lì a poco raccogliere la face e riprendere la via alla testa dell'umanità solidaria in ogni progresso de' suoi membri. L'opera provvidenziale s'interrompe, non cessa. L'ideale che si prosegue, anco inconsciamente dai più, non è nel passato, no: è là dinanzi a noi, nell'avvenire, in un avvenire che probabilmente non si raggiungerà mai, ma verso cui è legge costitutiva della nostra natura intellettuale anelar senza posa.Un calore contenuto, sincero, pieno di persuasione epperò di efficacia aveva animato il discorso di Maurilio: la sua voce ordinariamente poco sonora, vibrava con simpatico vigore, il volto arrossatosi alquanto, gli occhi fatti più risplendenti davano alle sue sembianze una certa attrattiva quasi autorevole, che ispirava la considerazione per quella intelligenza ond'erano illuminati la fronte, lo sguardo, la parola del giovane.Baldissero subì ancor egli l'influsso di codesta attrattiva: rivolse a Maurilio un sorriso assai benigno e gli disse con accento più amichevole che per l'innanzi:— Ella mi ha confutato passo passo.....— Ah! non ho ancora finito: interruppe, ma in modo molto rispettoso, Maurilio. Mi resta di manifestare la discrepanza delle mie dalle sue idee intorno ad un punto importantissimo: quello che la religione cristiana condanni il concetto e la teorica del progresso. La religione cristiana ha bensì per suo dogma il decadimento della natura umana per il peccato, ma, secondo me, non limita gli effetti della redenzione alla parte spirituale dell'uomo caduto. Il Cristo è venuto ad arrecarci col sacrificio di sè, non solamente la salute eterna, ma anche la miglioria della vita terrena, mercè il lavoro, lavirtù e la morale. La maledizione di Adamo non fu così distrutta nell'umanità che di botto ella tornasse allo stato primitivo di grazia e di felicità per l'anima e pel corpo condannati; ma la redenzione pose l'uomo individuo in grado di acquistarsi coll'opera sua particolare la salvezza eterna, l'uomo collettivo, il genere umano nella possibilità di venir migliorando sempre più le condizioni del suo vivere terreno. La fase grandiosa del progresso moderno incomincia dall'opera santissima del Cristo ed ha sua base nella buona novella annunziata all'umanità col Vangelo.— Che cosa ne dice Lei, Don Venanzio? domandò il marchese ancora con quel suo benigno sorriso.Il vecchio parroco ripetè il movimento che aveva fatto poco prima.— Io non sono che un povero prete di campagna che ho studiato poco ed ho vissuto in una stretta cerchia di attinenze e d'idee. Può essere dunque facilissimo ch'io sbagli; ma mi pare che in tutto codesto non ci sia nulla di eterodosso.— Per disgrazia, soggiunse il marchese, rivolgendosi di nuovo a Maurilio, il fatto, checchè Ella possa dire, sta lì a dar torto alle sue allegazioni. Scendiamo dalle generali per venire un po' più accosto alla realtà. Si tratta della società ch'ella dice e ch'io le accordo essere infelice, turbata, male in assetto; or bene guardiamo il passato: noi vediamo come prima che le empietà rivoluzionarie venissero a scuoterla dalle sue fondamenta e trarla fuori della sua base normale, prima che le passioni malvagie del materialismo e della irreligione venissero a sovvertire gli ordini stabiliti, e che avevano loro ragione di essere nella natura delle cose, nella tradizione e nel diritto storico; noi vediamo che la società posava più tranquilla, più sicura e quindi più felice. Ora noi vediamo sì un movimento, un funesto movimento di progresso; ma verso il peggio. Ogni giorno più noi sentiamo la società minacciata, scavato il terreno sotto le più sante istituzioni, sciolto d'un freno il popolo di cui si travia la mente e si eccitano i mali istinti col pretesto d'istruirlo. E la società non sarà salva e sicura finchè quelle triste passioni non si schiantino dalle masse, finchè quel soffio distruttore di libero esame e d'anarchia non sia compiutamente estinto. Sì, noi dobbiamo oggidì riformare la società, ma non andando verso un'ipotetica forma dell'avvenire che effettui le audacie delle sovvertitrici ambizioni plebee, sibbene tornando indietro al naturale, logico, storico stato sociale che le rivoluzioni di Francia hanno sciaguratamente distrutto.— Ah signor marchese, disse allora Maurilio con un calore che tutta aveva superata la sua primitiva timidezza e toltogli l'impaccioso riserbo: io bene affermo che la società moderna ha molti mali ed è minacciata da molti pericoli, ma contesto che i rimedi a siffatti pericoli sieno da cercarsi nel regresso al passato, e che i mali presenti sieno maggiori di quelli della società dei secoli scorsi. Per quanto poco e insufficiente ancora, pur tuttavia un miglioramento s'è fatto; non c'è che da paragonare la plebe moderna agli schiavi dell'antichità, ai servi del medio evo, per vedere quanto acquisto abbia fatto anco nelle basse classi la personalità umana in punto a condizione economica ed in punto a dignità individuale.— Miglioramenti fittizi ed anzi fatali: interruppe il marchese. La condizione economica?... Ebben sì; voglio anche ammettere che la ricchezza pubblica siasi accresciuta, e che la plebe possa quindi averne maggior parte coll'aumento de' suoi salari; ma che cos'è ciò, a che approda, quando pel funesto spirito moderno i suoi bisogni ed i desiderii sono accresciuti molto più a dismisura e non trovano quindi nè anco la centesima parte di quella soddisfazione a cui anelano? La dignità individuale? Ma dove e come restava questa lesa in quel rispetto alla gerarchia sociale ch'è un riconoscimento delle superiorità stabilite dal Creatore medesimo per mezzo della natura e del diritto ereditario? Oggidì si chiama col nome di tal dignità lo spirito d'insubordinazione che tutto minaccia sovvertire, che tutti spinge fuori dei limiti di quella condizione in cui li ha posti la Provvidenza. Ma come, in fede mia, può uno spirito imparziale, paragonando questa nostra alla società dei secoli scorsi non riconoscere la superiorità di quest'ultima? Allora gli ordini erano fissati con precisione dalla nascita: ciascuno quindi stava a suo posto, senz'ambizione di uscirne e senza paura di scaderne: la comunità non era tormentata dagli sforzi disperati di costoro per ispingersi su, di quegli altri per mantenersi nei ranghi superiori. Oggidì tutto questo non è più fermo come prima. Gli ambiziosi del basso dànno l'assalto continuo ai posti delle classi che predominano: è una lotta ardente e continua per arrivare; nulla è più certo e sicuro, la tranquillità è bandita dall'animo di tutti. Mentre il giusto privilegio della nascita dato da Dio scade sempre più, che cosa vediamo noi sostituirglisi? Lo ingiusto prepotere della ricchezza data dall'industria, dall'avidità, e molte volte eziandio dalla frode dell'uomo. E il denaro, che così va innanzi a tutto, non è nobile, nè intelligente, nè pietoso alle pene altrui; è il trionfo del più materiale egoismo.«E codesto succede in tutta la compage del corpo sociale: dall'alto al basso una lotta miserabile per soprammontarsi l'un l'altro. Per giungere al loro scopo alcuni prendono i tragitti più vergognosi, le sconcie protezioni, l'intrigo, l'adulazione; altro che la dignità individuale!«Ella mi parla di progresso e di miglioramento? Le ho già detto anche circa il miglioramento delle condizioni materiali, come esso non fosse a gran pezza bastevole alle nuove cresciute esigenze, e perciò riesca relativamente a fare ancora maggiorile sofferenze di chi più volendo si accorge di essere destituito di maggior quantità di beni. Ma poi: che cosa serve un lieve miglioramento materiale, quando si ha pur troppo una degradazione così evidente e dolorosa nell'ordine della moralità e dell'intelligenza? Sì signore: quella caccia al successo ed al denaro smussa la delicatezza del sentimento e smaga la virtù. Cieco è chi non vede il livello morale essersi dolorosamente abbassato ed abbassarsi. Ed anche la parte intellettiva dell'umanità ne scade. È generale il lamento della decadenza delle arti e delle lettere nel mondo moderno. E qual n'è la precipua ragione? Quelle piante delicate hanno bisogno d'un ambiente propizio che le accolga e nutrichi e difenda: una classe superiore e privilegiata — diciamo la parola — un'aristocrazia soltanto può somministrar loro quest'atmosfera propizia.....S'interruppe da sè medesimo per riprender tosto con accento ancora più grave e di maggior convinzione:— L'aristocrazia!.... È contro di lei che lo spirito moderno, raccogliendo ed ereditando gli odii e i sospetti del monarcato che tanto l'ha combattuta, volge i suoi più vivi assalti. Sconsigliati che non vedono l'aristocrazia essere un portato di diritto naturale, illustrazione, grandezza, e nel medesimo tempo guarentigia della società. Chi crede che l'elevarsi dell'aristocrazia debba attribuirsi alla prepotenza di taluni che si sono imposti altrui senza ragione e diritto, ignora la storia e disconosce la natura umana. L'aristocrazia è il risultamento necessario d'un fatto provvidenziale. L'umanità si divide per la natura medesima delle cose in deboli ed in forti — sia riguardo al vigor fisico che riguardo all'intelligenza, alla volontà, al coraggio, ad ogni dote dello spirito e del cuore; questa differenza fra individuo e individuo, questa supremazia di alcuni, posta dalla natura medesima, può dirsi effettivamente di diritto divino. Ciò posto (e nessuno lo può negare) ad aggiustare la società senza la fondazione d'un'aristocrazia non occorrono che due sistemi: o sottomettere tutti e forti e deboli, senza differenza di gradi, ad un potere unico e sovrano il quale imperi assolutamente su tutti; oppure decretare contro la natura delle cose un'uguaglianza assoluta fra tutti quegli elementi discordi e dar al maggior numero di essi la sovranità e il potere — dispotismo sempre o d'un solo o della moltitudine. L'antica società, contro cui insorse e vinse pur troppo la rivoluzione di Francia, aveva invece risolta la questione in modo più acconcio e più umano, riunendo i forti e i deboli coi legami reciproci e morali della protezione e della fedeltà. Il forte, per mantenere e proteggere il suo grado contro il dispotismo d'un solo, aveva avuto bisogno di raccogliere intorno a sè i deboli e li compensava del loro appoggio mercè la sua protezione; il debole aveva avuto mestieri del forte per essere difeso contro la violenza e gli pagava codesta difesa colla sua fedeltà. Ecco la società feudale così poco intesa e così calunniata!«La natura aveva cementato quell'ordinamento, l'interesse comune lo assicurava, dalle classi superiori discendevano la beneficenza e la giustizia, da quelle inferiori salivano la devozione e la gratitudine. Un legame d'affetto comune aggiuntosi alla abitudine colle continuate attinenze addolciva i rapporti; sotto l'apparenza della disuguaglianza si aveva in realtà un'uguaglianza di cuore, quella che sola è possibile fra gli uomini, meglio che non quella ingiusta, arida ed assurda che vuole stabilire la legge. Epperò vedevansi allora i subalterni amare i loro superiori, rispettare il potere e l'autorità, i giovani tacere innanzi ai vecchi, i figliuoli obbedire ai genitori e nessuno tentar d'usurpare il posto altrui. Le famiglie formavano delle unità vive ed immortali in cui durava la tradizione, e gl'individui imparavano i pubblici doveri alla scuola dei doveri domestici; e su tutto questo la religione, venerata, accettata da tutti, spargeva la sua luce divina e la grazia delle sue consolazioni supreme[9].Il marchese si tacque e col suo contegno mostrò che attendeva da Maurilio una risposta, cui avrebbe ascoltata volentieri: e il giovane non la fece aspettare.— Quella medesima religione, diss'egli, fu quella che più efficacemente valse a rovinare l'assetto aristocratico della società, appena fu essa meglio compresa dalle masse. Nulla vi ha di più democratico al mondo che la religione cristiana. Proclamando l'uguaglianza giuridica degli uomini, la legge moderna non ha fatto che applicare ai rapporti terreni quel precetto che Cristo predicò della uguaglianza delle anime innanzi al Padre Celeste; è un germe posto dal Cristianesimo nell'umanità con tanti altri della civiltà presente che fruttò da ultimo col trionfo della rivoluzione.«Esaminata da lontano colle linee e coi colori che la sua parola, signor marchese, le ha saputo dare, certo l'antica società si presenta sotto uno specioso aspetto di ordine e di forza, di regolarità e di agevolezza nel suo funzionare: ma converrebbe esaminarla più da vicino, penetrare con occhio critico in essa per vederne i malanni, i disagi, gl'intimi dolori. Quando essa cadde, tutti — perfino i privilegiati — concorsero a darle la spinta, perchè tutti sentivano il malessere dalla medesima prodotto. Le rovine forse furono troppe e troppo rapidamente accumulate, e il sangue che fatalmente venne ad inaffiarle fece rinascere una pietà che parve simpatia e rimpianto delle cose perdute, ma ogni spirito acuto dovette accorgersi che tutto ciò ch'era caduto, da lungo tempo era corroso alle fondamentae non poteva più reggere. Il consolidamento della razza umana in ordini ed in caste immutabili in tanto può reggere in quanto che sia di comune accordo da tutti accettato; dal momento che la disuguaglianza è considerata come un'ingiustizia, essa diventa intollerabile ad ogni cuor generoso.«Nè la disuguaglianza naturale fra gli uomini legittima lo stabilimento d'una disuguaglianza sociale tra le famiglie. Hannovi sì i forti e i deboli anche nell'ordine dell'intelligenza e dell'anima; ma non è mai che questi così ben si dividano che ad una schiatta appartengano sempre i meglio dotati ad un'altra i meno. Nella famiglia la natura dà la tutela dei deboli, i bambini e le donne, ai più forti, i genitori ed i mariti; ma nella società non si vede in nessun modo una protezione istituita di questi su quelli dalla natura medesima delle cose: ogni supremazia proviene o dalle circostanze che hanno date all'uno delle forze superiori, o dal libero arbitrio del protettore e del protetto. La tutela dei deboli non deve dunque appartenere a questi od a quelli elevati in casta privilegiata, sibbene alla società intiera, val quanto dire alla legge. L'antico regime aveva dunque gran torto fissando arbitrariamente la forza in certe famiglie e la debolezza in altre, invece di lasciare che liberamente la forza e la debolezza si manifestassero là dove esistevano. Certo nel fatto i nobili erano allora i più forti — lo sono ancora appo noi oggidì per favore della monarchia — ma in ciò appunto sta l'ingiustizia, perchè, come si prova che questa supremazia la meritino realmente quando è l'azzardo della nascita che loro l'accorda?— Maurilio! esclamò con tono d'ammonimento Don Venanzio, timoroso che il suo protetto offendesse il nobile suo ascoltatore.Ma il marchese con un benigno sorriso e con un cenno rassicurante della mano disse amichevolmente:— Lo lasci dire, caro Don Venanzio; e poi voltosi a Maurilio soggiunse: continui con tutta libertà, la prego.— Nella natura vi sono delle distinzioni fra gli uomini, così continuò Maurilio; nella società conviene che vi sieno fra essi dei gradi e delle condizioni diverse: ma come fissare il grado e la condizione che deve spettare ad un uomo prima ancora ch'egli nasca? Il diritto ereditario, che è giustissimo quanto alla proprietà economica acquistata dal lavoro individuale coll'intento specialmente di trasmetterla ai figli od alle persone che ci son care, diventa d'una assurda ingiustizia quando lo si vuole applicare a quei vantaggi cui soltanto il merito personale deve acquistare, che alle virtù di chi li possiede, non a quelle de' suoi maggiori si devono concedere. Certo non si potrà mai eliminare l'influsso delle circostanze esteriori in mezzo a cui ciascuno sviluppa la propria individualità, e di queste circostanze n'è una capitalissima l'azzardo della nascita in queste piuttosto che in quelle condizioni; ma appunto perchè questa ragion della sorte accorda già a taluno sopra i suoi simili un sì considerevol vantaggio, non è necessario, è anzi contro la verità e la natura lo aggiungere a questa prima fatalità un'altra fatalità legale: ed anzi deve la società, per essere giusta, veder di riparare alla disuguaglianza delle condizioni esteriori, aprendo a tutti sempre meglio e facilitando le strade di elevarsi, di pervenire, di perfezionarsi coll'educazione e colla dottrina. Tra il figliuolo del ministro e quello dell'operaio, tutte le probabilità di star sempre innanzi sono già pel primo; perchè stabilire ancora per legge, che il secondo, foss'anche un genio, deve continuare nelle misere e limitate condizioni paterne?«Sono codeste le ragioni per cui quell'assetto sociale delle caste ha eccitato odii cotanti, fu assalito con sì acceso accanimento e la sua caduta nell'uragano che finì il secolo scorso fu salutata dai popoli con universale applauso in tutto il mondo. La protezione data di diritto ai forti verso i deboli, di cui Ella dice, signor marchese, era degenerata in oppressione — e non poteva essere altrimenti, ned io intendo farne accusa alla classe privilegiata, codesto era nella natura umana; — colui al quale è data un'autorità speciale, duratura, inamovibile per difendervi, troppo facilmente è tratto ad abusarne; l'ineguaglianza stabilita dalla nascita, ammessa come di diritto naturale, ispira quasi inevitabilmente nei privilegiati un disprezzo per coloro che si trovano nei più bassi gradi della scala, e dalla diversità della classe fra gli uomini troppo agevole è il passo a conchiudere per la diversità della natura; troppo è difficile in chi non vi è uguale e che per decreto d'una provvidenza umana che si vuol far passare per destino della Provvidenza divina è condannato a non esservi uguale mai; troppo è difficile vedere un nostro simile. La fraternità umana Cristo l'aveva proclamata, ma restava una lettera morta nell'ordinamento sociale sotto l'impero del feudalismo; la rivoluzione dell'ottantanove l'ha introdotta nell'ordine dei fatti.«Qual è insomma il bisogno dell'umanità nel suo organamento sociale? quale il dovere di questa società verso l'individuo cui nel suo ambito abbraccia e comprende? Il bisogno di svolgersi il più liberamente e il maggiormente possibile in tutte le sue facoltà: il dovere di proteggere e favorire il meglio che si possa questo sviluppo dell'attività individuale che dà la somma del progresso complessivo e solidario del genere umano. La società feudale, la società divisa per caste, e cristallizzata nei quadri fittizi di condizioni prestabilite, immutabili per l'individuo, non soddisfaceva a questo dovere, impediva si soddisfacesse a questo bisogno. La rivoluzione francese venne a proclamare l'idea del nuovo regime che tosto o tardi dovrà mettersi in atto dapertutto; edeccone la formola: il maggiore possibile sviluppo della libertà individuale sotto tutte le sue forme, sotto l'impero della protezione sociale. Ogni uomo, quando è giunto nel pieno possesso della sua individualità, nel pieno sviluppo cioè delle sue facoltà fisiche ed intellettive, deve proteggersi da sè, lavorare di suo capo, pensare ciò che gli par vero, credere quanto la coscienza gli comanda, godere de' suoi beni secondo suo volere, in una parola non rispondere di sè che a sè stesso, fuori dei casi in cui osasse violare col fatto suo i diritti d'altrui; allora vi dev'essere la legge che interviene per farlo rientrare nei limiti concessi alla sua attività.«Ma questa forma di società non è ancora effettuata, e mentre alcuni si sforzano di mettere insieme i rottami dell'antica e farli tener su come un edifizio solido, tuttavia la nuova società si viene lentamente e fra i contrasti costituendo; per dirla con una formola germanicaviene diventando. Noi quindi siamo in un'epoca di transizione ed abbiamo tutti i mali, tutti i danni di quello che cade e di quello che spunta: ci troviamo in mezzo agli angoli di due ossature senza polpa, perchè dall'una questa si è già staccata, all'altra non è venuta ancora.«Da questo stato di rivoluzione continuata nascono certi spostamenti e certi dolori inevitabili e fatali. Tutti gli antichi interessi che si vedono minacciati e lesi lottano con ogni forza e soffrono nel soccombere graduato a cui sottostanno a dispetto di tutto. Le influenze non si spostano senza danni materiali e morali: le abitudini nuove urtano le antiche e fan nascere molti conflitti più o meno dolorosi. I poveri medesimi, i derelitti non travedono ancora che oscuramente la terra promessa verso cui camminano, e da cui ostili interessi collegati li vorrebbero tener lungi. Cominciano ad avere la coscienza del loro diritto, presentono la possibilità di arrivare a soddisfarlo, e si arrabbiano e soffrono di vedersi ciò impedito. Questa situazione è gravida di mille pericoli cui tutti debbono applicarsi a scongiurare e più di tutti quelli della classe superiore che ci hanno maggior obbligo e maggior interesse.«Io sono nemico della violenza: la abborrisco nella tirannia, la pavento nella rivoluzione. La violenza è una forza cieca che distrugge anche quello la cui distruzione può nuocere, e nulla edifica nè lascia edificare; ma pure alcune volte pur troppo, e quasi sempre per colpa e cecità degli uomini, essa è fatta necessaria, quando al cammino fatale del progresso si sono accumulati ostacoli tali cui null'altro più vale ad abbattere. Vorrei che questa cruda necessità non si verificasse: vorrei che, come lente e graduate si fanno nella natura le modificazioni geologiche, si facessero così a poco a poco, per via di naturale passaggio, gli ammiglioramenti sociali. Miglior mezzo da ciò credo quello che le classi superiori si facciano zelanti collaboratrici del destino, del disegno provvidenziale, nell'affrettare ildiveniredel futuro.«E qui coloro che si credono i forti dovrebbero appunto esercitare, ma con altre forme, con altri intendimenti, quel patronato cui si allega posseder essi di diritto verso gl'infimi. Ho detto che l'uomo ha da avere esclusivamente la protezione di sè egli stesso, sotto quella generale della legge; ma questo non esclude il patronato doveroso della beneficenza o della carità. Finora i derelitti non hanno potuto giungere a quel massimo sviluppo possibile della loro individualità che deve farli capaci di provvedere in tutto e per tutto da sè: fino a che i grandi effetti che si devono aspettare dai nuovi fecondi principii non si sieno ottenuti coll'applicazione giusta e coscienziosa dei principii medesimi, bisognerà che i meno felici, i meno istrutti, e quindi, pur troppo, la maggior parte del popolo, sieno sostenuti, guidati, aiutati dal patronato dei felici, dei primi arrivati: da quello dei ricchi e degl'intelligenti, nobiltà o borghesia che si chiamino; ma ciò senza che menomamente ne sieno lesi i diritti e la libertà nè degli uni nè degli altri, ciò non per costrizione legislativa, ma per libera scelta di quelli che lo devono fare.»Don Venanzio che aveva ascoltato con molta attenzione le parole di Maurilio e dava segni evidenti di provarne viva impressione ed interesse grandissimo, a questo punto saltò fuori con vivacità giovanile:— Ma questa non è che l'applicazione d'una massima del Vangelo: «Fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi medesimo.» Chi figurandosi povero e derelitto non vorrebbe avere dal potente un aiuto a migliorare le sue condizioni?— Vi sono certi aiuti, riprese Maurilio, che umiliano chi li riceve e non ottengono lo scopo. L'elemosina è di questi. Eccellente per rimediare a un danno temporaneo, ad una circostanza particolare, immediata, non conferisce per nulla al miglioramento nè particolare nè generale. La beneficenza che s'invoca, e ch'io intendo, dev'esser compresa in un più largo ed efficace significato.....Fu interrotto da un grattare all'uscio che era il solito cenno del domestico per domandar licenza di entrare.Il marchese, che aveva prestato e prestava la più raccolta attenzione a quei discorsi, sorretta la fronte dalla palma della mano, il gomito appoggiato al bracciuolo del seggiolone; il marchese sollevò il capo e disse verso la porta:— Entrate.Il servo venne ad annunziargli che il sig. Benda chiedeva d'essere ricevuto.— Venga, disse vivamente il marchese, poi volgendosi a Maurilio, soggiunse con un graziosissimo accento e con un benigno sorriso: questo discorso,se non le dispiace, lo riprenderemo altra volta; e per averne migliori e più facili occasioni voglio farle una proposta. Ho bisogno d'un segretario: vorrebb'ella assumere tale ufficio? Cento lire al mese, l'alloggio, la tavola, abbastanza di libertà per poter continuare nei suoi studii: ecco le mie condizioni.Maurilio che, al pari di Don Venanzio, s'era alzato, fu assalito da un tremito di emozione, e non seppe rispondere altrimenti che con un inchino; ma rispose per lui Don Venanzio, che proruppe vivacemente:— Le sono accettate.... Accetto io e rispondo per lui; e spero che la non ne sarà malcontento, signor marchese.Questi fece un cenno di accondiscendenza e soggiunse:— L'aspetto dunque fino da domani, se non v'è nulla da parte sua che lo impedisca.Fu ancora Don Venanzio che rispose sollecito:— Non c'è nulla, assolutamente nulla, e domani verrò io stesso a menarlo qui prima di partirmene per la mia parrocchia.Maurilio, confuso, commosso, quasi sbalordito fu condotto fuori dal vecchio parroco, senza che egli sapesse bene se sognava o vegliava, tanto l'idea di entrare in quella casa, di venir ad abitare lì sotto il medesimo tetto conleilo aveva conturbato. Nell'uscire s'incontrarono col padre di Francesco, che entrava.Giacomo Benda si precipitò con impeto nel salotto del marchese.— Eccellenza, esclamò egli, la mi perdoni, se vengo una seconda volta di quest'oggi a disturbarla, ma non potevo assolutamente fare a meno. Bisogna ad ogni patto che io venga a ringraziarla per impulso del mio cuore, per quello ancora più della mia povera moglie, a cui Ella ha fatto restituire il figliuolo.Baldissero, alzatosi da sedere, aveva fatto alcuni passi incontro all'industriale e colla sua squisita cortesia, rispondeva:— Sono lieto d'aver potuto contribuire a toglier di pena una buona madre, e Lei, signor Benda, ma non mi si devono ringraziamenti di sorta, perchè non ho fatto altro più di ciò che credetti dover mio. Se Ella per codesto avvenimento ha alcuna gratitudine da nutrire verso qualcheduno, la rivolga a S. M. che ha tutto il merito della clemenza....— Oh sì, oh sì: interruppe con vivacità Giacomo. Non ha bisogno di dirmelo, la creda! Io sono sempre stato un suddito fedele e devoto di S. M., e me ne vanto; ma d'ora innanzi poi!... Cospetto! Non sarà a Giacomo Benda che si potrà parlar male del governo del Re.Il marchese sorrise di quello zelo.— Va benissimo, diss'egli: ma quanto a noi, signor Benda, io non ho ancora compito tutte le promesse che le feci questa mattina. Le ho detto che a suo figlio, il mio ed io stesso avremmo data una onorevole riparazione, esclusa quella assurda del duello.— Ah, sì signore.... sì Eccellenza.... escludiamo questa brutta cosa.— Che direbbe Ella se al signor avvocato Benda, in presenza di tutto quanto vi ha di più nobile e di più scelto nella società Torinese, io marchese di Baldissero e mio figlio il conte Ettore andassimo a porger la mano come ad uomo che non solo si stima e si apprezza, ma si ritiene e si vuole per amico? Non le parrebbe questa una sufficiente riparazione?— Signor sì! signor sì! Esclamò l'industriale commosso. E le ripeto ciò che le dissi questa mattina, signor marchese, Eccellenza..... che la sia benedetta!...Il marchese con un cenno della mano pose freno a quell'entusiasmo di riconoscenza.— Or bene: soggiuns'egli: ciò avverrà questa sera medesima, alla festa da ballo data dalla baronessa X. So che suo figlio è in relazione con quella casa: gli dica che non manchi, e colà, senza che abbia bisogno di farsi presentare a me che di persona non lo conosco ancora, sarò io che cercherò di lui.Giacomo tornò a confondersi nelle proteste della sua riconoscenza e della maggior soddisfazione. Quando poi fu tornato a casa ed ebbe narrato al figliuolo ciò che era intravvenuto fra lui e il marchese, Francesco non fu lento nè svogliato ad assicurare che a quel ballo non sarebbe mancato: più del pensiero della onorevolissima riparazione promessagli, lo spingeva l'idea che colà avrebbe di nuovo veduto Virginia, potuto avvicinarla, parlarle, bearsi del suono della sua voce, di alcuni almeno de' sguardi suoi.Il marchese a sua volta aveva ordinato a suo figlio, e con quel tono a cui bisognava assolutamente obbedire, che gli toccava recarsi a quella festa e in compagnia di suo padre andare a rivolgere la parola e porger la mano per primi a Francesco Benda. Ettore dopo resistito un poco, aveva dovuto cedere al comando paterno, ma colla bile in cuore e col celato proposito di ripagarsi poi alla prima occasione su quel borghesuccio medesimo del sacrificio, secondo lui, enorme, che doveva fare per allora il suo orgoglio.La baronessa X era quella compagna di collegio ed amica di Virginia, la quale aveva a costei primamente fatto conoscere di persona Francesco: e verso le dieci della sera di quel giorno in cui abbiamo già visto compirsi tanti avvenimenti, nelle sale eleganti di quella giovine signora si trovavano radunati in mezzo ad una sceltissima accorrenza di invitati, il marchese e la marchesa di Baldissero, il loro figliuolo Ettore, la loro nipote Virginia e il borghese Francesco Benda.Ma prima di introdurci in questo profumato e sfarzoso ambiente della ricchezza, dobbiamo recarci nella lurida taverna di Pelone e penetrare nel segreto stanzone delCafarnao, dove ha luogo un grande ed importante convegno di tutti i capi dellacocca.
Il marchese era in casa ed accolse i due visitatori appena gli furono annunziati. La prima impressione che su lui fece l'aspetto poco grazioso e in quel momento impacciato di Maurilio non fu delle più favorevoli. Dietro le cose scritte da quel giovanetto con tanto calore e tanta sicurezza, il marchese si era formata dell'essere di lui un'immagine ben diversa: e quel nome di Maurilio il quale era pure una delle cause precipue del subito interesse che il vecchio nobile aveva sentito per quello sconosciuto giovane gli aveva ricordato una tutt'altra figura, un tutt'altro tipo da quelli che ora vedevasi venire innanzi nella persona del protetto di Don Venanzio. La timidità e la mala grazia nel primo presentarsi di Maurilio, parvero al marchese una scontrosità diffidente ed un riserbo ostile per natura sospettosa e rozza. Poichè quell'individuo non rispondeva per nulla a quell'idea ch'e' se n'era formato, il marchese fu molto presso a dirsi tosto che avrebbe fatto meglio a non evocare innanzi a sè quello spirito della democrazia così infelicemente incarnato.
Era egli però troppo squisitamente gentile per manifestare nella menoma guisa questi suoi sentimenti. Senza punto muoversi dal suo seggiolone, fece un benevolo segno di saluto ai due che entravano, e colla mano accennò loro due scranne perchè sedessero.
— Eccole quel giovane, di cui abbiamo parlato questa mattina: disse Don Venanzio; cui Ella ha voluto essere così generoso protettore....
E volgendosi a Maurilio, soggiunse:
— Ringrazia il signor marchese, chè gli è proprio a lui che tu devi la tua liberazione.
Il nostro eroe si confuse, arrossì, e come sempre quando non aveva superata quella certa timidità che era in lui, balbettò impacciate parole.
— Certo... signor marchese... la ringrazio... la mia riconoscenza...
Baldissero venne in soccorso della sua confusione.
— Ella non mi deve nessuna riconoscenza. Ho creduto che la sua e quella dei suoi compagni non fosse che una imprudente avventatezza giovanile, abbastanza punita coll'arresto di poche ore... Ed è appunto per convincermi se in ciò avevo ragione che ho desiderato conoscerla e parlarle. Quello che ho letto scritto di suo pugno mi fa troppo temere in lei un nemico della società, e d'altra parte l'affetto e le raccomandazioni del nostro buon parroco per lei sono una guarentigia... Ho caro di convincermi da per me quale ha ragione dei miei timori o della buona idea del mio vecchio amico Don Venanzio.
All'udire il marchese parlare della lettura da lui fatta di quelle sue pagine scritte in segreto per sè, per la effusione segreta dell'anima, pagine che nel suo concetto non dovevano cader mai sotto l'occhio d'un vivente, Maurilio si turbò vieppiù. In parecchi luoghi di quello scartafaccio, l'amore che gli fremeva nell'anima aveva gittato per isfogo delle aspirazioni, dei trasporti, delle estasi in versi concitati e tumultuosi ed in prosa più lirica dei versi. Il marchese aveva egli letto anche quelle pagine? Il nome di Virginia trovavasi scritto in tutte lettere; e quel nome a Maurilio pareva che dovesse fiammeggiare in mezzo all'oscurità delle altre parole come una vivida luce ad attrar l'occhio del riguardante. La fanciulla dell'amor suo non era nomata con più precisa indicazione; ma chi, a suo concetto, non avrebbe dovuto, conoscendola, ravvisare la vera Virginia a cui quelle parole s'indirizzavano? A qual altra donna al mondo si sarebbero potute adattare quelle adorazioni, quegli omaggi, quelle ammirative parole? Secondo lui a nessuna. Il marchese doveva infallantemente nell'idolo a cui era bruciato quell'entusiastico incenso di passione, riconoscere sua nipote.
Bene lo aveva assicurato Don Venanzio che ilmarchese nella sua squisita delicatezza si sarebbe guardato bene dal leggere cosa che appartenesse alla vita intima del cuore; ma leggendo le pagine in cui egli aveva espresse a sè e per sè solo le sue opinioni politiche e filosofiche, s'era pur penetrato nella vita intima della sua intelligenza, e perchè si sarebbero arrestati innanzi ai segreti del suo cuore, il marchese sopratutto che vi poteva essere invitato da quel nome di Virginia, che indubitatamente doveva rispiccargli innanzi agli occhi?
Il turbamento di Maurilio adunque fu tale che Don Venanzio e il marchese medesimo se ne accorsero.
— Coraggio! disse il primo dei due per venire in aiuto del giovane; il marchese ti ascolterà con bontà, e non hai nulla da temere da lui.
Baldissero fece colla mano un cenno pieno di garbo che significava: «Si tranquilli e rassicuri,» e si volse al parroco:
— Che cosa il suo amico potrebbe temere da me?... Nel mio pensiero questo colloquio non ha da essere l'urto di due personalità, sibbene la discussione di due principii che si trovano a fronte, se pure uno di questi principii non vuole sfuggirla, siffatta discussione.
Maurilio sollevò la sua grossa testa che teneva curva al petto ed espose alla luce la vasta fronte su cui l'interno suo travaglio di quel momento aveva fatto spuntare a goccia il sudore.
— No, signor marchese, diss'egli più fermo e più sicuro la voce e l'aspetto; il principio ch'Ella mi fa l'onore di credere ch'io rappresento non isfugge la discussione.
Ma il più importante per lui era frattanto avere alcuna maggior sicurezza su quello che il marchese aveva letto o non letto del manoscritto. Per ciò, soggiuns'egli tornando nella precedente esitazione:
— Ma per definir meglio la ragione e i limiti del dibattimento.... credo..... e il signor marchese mi farebbe un favore se mi restituisse quell'infelice scritto,.... credo che sarebbe opportuno si leggessero le parole testuali dei passi intorno a cui Ella mi vuole riprendere o interrogare.
— Molto volentieri le restituerei quel suo libro, rispose il marchese, ma in questo momento esso non è più in mio potere. Trovasi nelle mani di chi ha diritto di veder tutto e saper tutto: nelle mani del Re.
Maurilio fece un trasalto per la meraviglia.
— Del Re! esclamò egli.
— Del Re! ripetè giungendo le mani Don Venanzio più spaventato ancora che stupito.
— Sì, riprese Baldissero; a S. M. è stata riferita, come di dovere, ogni cosa; il Re ha desiderato leggere egli stesso le cose da lei scritte.
— Misericordia! esclamò il buon Don Venanzio con maggiore lo sgomento, chi sa quante pazzie ci saranno colà dentro!.... E che cosa dirà il Re?
Ma questa notizia, invece di atterrire, parve aver rassicurato Maurilio. Il suo contegno divenne più libero ed agiato, e fu con voce tranquilla che egli disse a sua volta:
— Il signor marchese e S. M. medesima — spero — non trascureranno d'aver presente che quelle cose furono buttate giù per non esser viste da altrui, soli appunti di pensieri che passarono per la mente d'un giovane, fatti concreti sbadatamente in poche parole. Se quelle idee avessero saputo di dover comparire innanzi a tali che le potevan condannare, avrebbero preso altra forma, altro sviluppo, una veste più acconcia.
Baldissero guardò bene in volto il giovane, e per la prima volta travide negli occhi di lui il corruscare dell'intelligenza.
— Vuol dire, interrogò egli, pronunziando lentamente, quasi perchè il suo ascoltatore avesse tempo a soppesar bene le parole: vuol dire che in quel suo scritto non è espressa la forma definitiva del suo pensiero, e che s'Ella avesse da manifestare altrui cotali idee, le vorrebbe modificare?
— Quanto alla sostanza no: rispose vivacemente Maurilio che pareva tornare a poco a poco in tutta la libertà del suo spirito; sì quanto alla esposizione e fors'anco a qualche deduzione delle medesime.
— Codeste le son dunque convinzioni radicate nel suo animo, stillate per così dire dalla sua riflessione, e non opinioni raccolte qua e colà per vaghezza giovanile dai moderni novatori, le cui speciosità illudono agevolmente una mente non ancora matura?
Maurilio rispose con forza temperata dal rispetto:
— Ah signor marchese, qualunque elle sieno, le mie povere idee, le assicuro che le ho meditate, stacciate traverso il crivello del mio debole criterio, e le sono portato della mia mente, sangue, se così potessi dire, della mia intelligenza.
C'era in queste parole e nel tono con cui furono dette, una certa onesta baldanza che non dispiacque al marchese.
— Non ne voglio dubitare, disse questi; ma non le pare che simili idee abbiano troppa temerità nella loro ricisa affermazione? Ella parla delle condizioni della società, e vuole di questa mutate le basi e i rapporti economici e politici: ora Ella è giovane di molto, e come nel poco tempo di sua vita può avere tanto visto e conosciuto da poter chiaramente rendersi conto in tutte le sue innumere parti di ciò che si tratta di riformare, da comprendere il complesso dei fatti e delle leggi che ci hanno luogo, da abbracciare tutte le fasi del ponderoso problema?
Maurilio approfittò d'una piccola pausa che fece il marchese, per rispondere vivamente e senza indugio:
— Sì, i miei anni di vita furono pochi di numero, ma tali pur tuttavia da contare per assaipiù, mercè la moltiplicità e la gravità degli avvenimenti che li avvicendarono.
Sulle sue labbra venne a vagolare, per dir così, quel suo mesto sorriso pieno d'intelligenza.
— In tutti gli eserciti del mondo, continuava egli, il tempo che il soldato passa in guerra gli viene contato per doppio: il medesimo dev'essere in questo grande esercito di viventi, che ad ogni momento è chiamato a combattere col dolore. Questi miei anni trascorsi io li ho vissuti in una battaglia continua contro la sventura: ci ho guadagnato un'esperienza di quarant'anni. La sorte mi balestrò in varie condizioni, e facendomi passare traverso parecchi strati sociali mi pose in grado di conoscere i varii elementi dell'umanità, e le ragioni e i torti del suo assetto presente. Ho avuto campo a studiare più gl'infimi che i superiori ordini di questa razza umana che la religione e la ragione proclamano composta di fratelli, e che il fatto e la legge tuttavia dividono e schierano in comandanti ed in ubbidienti, in caste di eletti ed in plebe di derelitti; e di questi poveri ed umili i bisogni che ho partecipato, le miserie che ho sofferto mi hanno con morale coazione fatto comprendere, se non tutte, le più parti dell'arduo problema. Non dico poterlo sciogliere questo problema, dico averlo compreso. Alla mia propria ho cercato rincalzo dalla esperienza altrui fatta concreta nei libri. La fortuna in ciò mi fu benigna che mi pose in grado di poter tutta avermi dinanzi raccolta la scienza stillata in volumi del pensiero umano. Forse non v'ha alcuno al mondo, o pochi soltanto che abbiano divorato tanti libri quanto io. Non dico d'aver letto bene; ed anzi so pur troppo che ciò non è, ma della parola d'ogni pensatore mi sono pasciuto con avidità. Ho visto, letto, meditato di molto; ho sofferto più assai; ecco i miei titoli a dir ciò che penso del problema sociale.
Il vecchio marchese stette un poco prima di parlare a sua volta, e il suo sguardo si teneva fisso sulle espressive e travagliate fattezze del giovane; gli pareva che mercè quella luce d'intelligenza onde s'erano venuti illuminando, i tratti del viso di quel plebeo si fossero cambiati per assumere una specie di nobiltà tutto propria, per effetto di cui egli sentiva quasi un interessamento nascergli verso lo sconosciuto che ora per la prima volta gli era venuto dinanzi.
— Ella dunque ha sofferto, e di molto per causa del presente assetto sociale: disse poi il marchese con accento in cui non poteva ancora notarsi l'abbandono della confidenza, ma pure si sentiva vibrare qualche cosa che assai si accostava alla simpatia; e senza dubbio molti furono e sono e saranno mai sempre ai quali toccherà soffrire per questa ragione, imperocchè in nessun ordine di fatti l'uomo non può arrivare a cose perfette, ed un organamento tale che a tutti soddisfi quelli che sono parte della società penso che pur troppo non si avrà da raggiunger mai su questa terra.
Maurilio fece un piccolo atto che parve un segno rispettoso di voler interrompere.
— So quello ch'Ella vuol dirmi, continuò il marchese con qualche vivacità; senza pretendere alla perfezione è possibile un miglioramento progressivo anche in codesto, mediante modificazioni più o meno radicali, per cui gl'inconvenienti lamentati vengano via via cessando e per la via del meglio si vada accostandosi verso quell'ottimo che fors'anco non è nelle condizioni dell'uomo il raggiungere. Questa è appunto la teoria del progresso, s'io non mi inganno, che la democrazia moderna vuole applicata ad ogni cosa, nascondendo sotto queste modeste e discrete forme le sue passioni sovversive e rivoluzionarie che aspirano all'anarchia. Ma prima di tutto, questa teoria che mira a sfatare il passato e distrurre l'autorità del diritto storico e della tradizione, è falsa innanzi agli insegnamenti appunto della storia, alle reliquie degli antichi tempi; è falsa inoltre, ed è ciò che più importa, innanzi ai pronunziati della nostra santa religione.
E qui si rivolse verso Don Venanzio, il quale, sembrandogli forse troppo grave il pronunziarsi lì per lì in quistione di tanta importanza, curvò la testa e fece spalluccie come per dire: «sarà benissimo.»
— La storia, continuò il marchese, ci dice che il cammino percorso dall'umanità non è una spirale che sale e che sale con progresso indefinito, come dicono gli esaltatori dell'umanismo, ma sì invece è una specie d'altura giunti al culmine della quale bisogna discendere e qualche volta precipitare per rifarsi alle radici e ricominciar la salita da capo. Parecchie volte una razza, un popolo, una città giunsero a questo fastigio: le immense monarchie dell'Oriente, l'Egitto, la Grecia, Roma. Ebbene che cosa sono esse oggidì? Lo dicano l'erbe che crescono sulle ruine dei superbi loro monumenti. Il soffio di Dio ha fiaccato l'orgoglio della loro scienza e potenza umana. Le nazioni che oggidì tengono il campo, che cosa saranno da qui a mill'anni? La religione ci insegna che l'uomo fu creato da Dio nello stato più felice ed ottimo che alle sue condizioni di uomo convenisse; da quello stato egli decadde per sua colpa e non potrà in esso reintegrarsi mai più, perchè se il Redentore venne a rimetterci in comunicazione col cielo, Iddio non volle già che togliesse dalla terra gli effetti della maledizione del peccato, e la legge imposta ad Adamo alla cacciata dell'Eden dura e durerà sempre nei figli suoi. Il paradiso terrestre non si potrà riconquistar più. Quell'ideale di felicità terrena che l'uomo vagheggia è una reminiscenza del primitivo stato di grazia; e per errore d'ottica e di giudizio la passione dei beni terreni cerca nell'avvenire ciò che fu inesorabilmente spento nel più remoto passato.
— Mi permette, signor marchese, ch'io osi contraddirla?
— Parli con tutta libertà.
— Ai miei occhi non è che la storia ci mostri l'umanità oscillante miseramente fra un limitato avanzamento insuperabile ed un inevitabil regresso; ed io non trovo da nessun valido argomento afforzata la teoria dei ricorsi di Vico. Sì, secondo me, la marcia dell'umanità è una spirale ascendente; ma il vero è che questa spirale ha dei giri di cui la parte inferiore scende più basso del livello a cui forse era sceso il giro precedente; ma il cammino non è interrotto, ma la forza ascensiva non è cessata, e da quella bassura, talvolta anche relativa soltanto, l'umanità si dovrà elevare ad un'altezza superiore a quelle che furono arrivate per l'innanzi. Certe razze e certi paesi giungeranno ad una grandezza di civiltà e poi ricadranno di nuovo nella barbarie; e ciò perchè essi avranno compita la parte loro assegnata nel gran disegno della Provvidenza; o perchè avranno falsato i principii che dovevano applicare e le loro conseguenze. Ma è da dirsi che il loro glorioso sfavillare d'un momento nella storia sia rimasto inutile; che soli passeggieri, dopo aver brillato un istante, si estinguano lasciando più densa intorno l'oscurità? Le grandi monarchie di Ninive e di Babilonia si sono estinte, ma chi può negare l'influsso di quella coltura, benchè mostruosamente applicata ed effettuata, in quel mondo orientale, a cui cotanto attinsero e l'Egitto e la Grecia, e Israele medesimo nel corto momento di suo splendore? La Grecia decade dopo avere raccolto in sè come in un foco tutti i conquisti dell'intelligenza umana ed aver tutto ammigliorato, ad ogni cosa dando l'impronta del suo genio puro, evidente, artistico, armoniosamente bello; ed ecco che Roma è già lì pronta ad accogliere la successione e spingere ad ulteriori conseguenze le ricevute, già sviluppate premesse. Il mondo pagano giunto ad un'altezza di coltura che pare il sommo arrivabile, devia nella più empia corruzione e precipita. Questa volta in presenza dell'invasione della nuova barbarie chi non direbbe avvenuto il regresso? chi non temerebbe almeno una soluzione di continuità in quella marcia ascendente? Ebbene no; il giro della spirale è disceso ad un bassissimo livello, ma la potenza di riscattar su non è tolta alla molla; in quella bassura temporanea prenderà nuova forza e nuovi elementi anzi per ispingersi a non ancora arrivate o nemmeno ancor sognate altezze; nella confusione del medio evo il cristianesimo matura la civiltà moderna che per tante ed importantissime cose sarà di tanto superiore all'antica. Ed è forse da credersi che i progressi della civiltà pagana sieno stati inutili all'assestamento di quella cristiana? Mai più. La letteratura e la scienza dell'antichità si scambiano ma proseguono nel mondo moderno; dànno la base, prestano il punto di partenza e le prime forze alle mosse del rinnovellato pensiero; il cristianesimo stesso non viene come un atto inaspettato senza radici nei precedenti, senza ragioni di conseguenze da cause anteriori, senza anteriori premesse. Nessun fatto accade di questa guisa nell'umanità. Il cristianesimo dà forma più elevata e più precisa, più pratica, direi quasi, e nello stesso tempo più pura a quelle aspirazioni che da assai tempo già si facevano strada di mezzo al politeismo e si manifestavano colla filosofia platonica e coll'umanitarismo, se così posso dire, della nuova commedia di Menandro e de' suoi. Come muoiono gl'individui e s'estinguono anche le razze, ma l'umanità non muore; così cadono le civiltà particolari di questo e quel luogo, ma non cade mai per l'affatto la civiltà umana; s'assopisce, sonnecchia, la fiamma s'abbassa e il fuoco si copre di ceneri, e poi ad un tratto soffia il vento, la si ridesta, le ceneri sono via portate e la luce ribrilla più splendida e maggiore. La fiaccola della civiltà è tenuta ora da questo or da quello fra le schiatte ed i popoli; ma quando l'uno inciampa o rovina ecco un altro o subito di lì a poco raccogliere la face e riprendere la via alla testa dell'umanità solidaria in ogni progresso de' suoi membri. L'opera provvidenziale s'interrompe, non cessa. L'ideale che si prosegue, anco inconsciamente dai più, non è nel passato, no: è là dinanzi a noi, nell'avvenire, in un avvenire che probabilmente non si raggiungerà mai, ma verso cui è legge costitutiva della nostra natura intellettuale anelar senza posa.
Un calore contenuto, sincero, pieno di persuasione epperò di efficacia aveva animato il discorso di Maurilio: la sua voce ordinariamente poco sonora, vibrava con simpatico vigore, il volto arrossatosi alquanto, gli occhi fatti più risplendenti davano alle sue sembianze una certa attrattiva quasi autorevole, che ispirava la considerazione per quella intelligenza ond'erano illuminati la fronte, lo sguardo, la parola del giovane.
Baldissero subì ancor egli l'influsso di codesta attrattiva: rivolse a Maurilio un sorriso assai benigno e gli disse con accento più amichevole che per l'innanzi:
— Ella mi ha confutato passo passo.....
— Ah! non ho ancora finito: interruppe, ma in modo molto rispettoso, Maurilio. Mi resta di manifestare la discrepanza delle mie dalle sue idee intorno ad un punto importantissimo: quello che la religione cristiana condanni il concetto e la teorica del progresso. La religione cristiana ha bensì per suo dogma il decadimento della natura umana per il peccato, ma, secondo me, non limita gli effetti della redenzione alla parte spirituale dell'uomo caduto. Il Cristo è venuto ad arrecarci col sacrificio di sè, non solamente la salute eterna, ma anche la miglioria della vita terrena, mercè il lavoro, lavirtù e la morale. La maledizione di Adamo non fu così distrutta nell'umanità che di botto ella tornasse allo stato primitivo di grazia e di felicità per l'anima e pel corpo condannati; ma la redenzione pose l'uomo individuo in grado di acquistarsi coll'opera sua particolare la salvezza eterna, l'uomo collettivo, il genere umano nella possibilità di venir migliorando sempre più le condizioni del suo vivere terreno. La fase grandiosa del progresso moderno incomincia dall'opera santissima del Cristo ed ha sua base nella buona novella annunziata all'umanità col Vangelo.
— Che cosa ne dice Lei, Don Venanzio? domandò il marchese ancora con quel suo benigno sorriso.
Il vecchio parroco ripetè il movimento che aveva fatto poco prima.
— Io non sono che un povero prete di campagna che ho studiato poco ed ho vissuto in una stretta cerchia di attinenze e d'idee. Può essere dunque facilissimo ch'io sbagli; ma mi pare che in tutto codesto non ci sia nulla di eterodosso.
— Per disgrazia, soggiunse il marchese, rivolgendosi di nuovo a Maurilio, il fatto, checchè Ella possa dire, sta lì a dar torto alle sue allegazioni. Scendiamo dalle generali per venire un po' più accosto alla realtà. Si tratta della società ch'ella dice e ch'io le accordo essere infelice, turbata, male in assetto; or bene guardiamo il passato: noi vediamo come prima che le empietà rivoluzionarie venissero a scuoterla dalle sue fondamenta e trarla fuori della sua base normale, prima che le passioni malvagie del materialismo e della irreligione venissero a sovvertire gli ordini stabiliti, e che avevano loro ragione di essere nella natura delle cose, nella tradizione e nel diritto storico; noi vediamo che la società posava più tranquilla, più sicura e quindi più felice. Ora noi vediamo sì un movimento, un funesto movimento di progresso; ma verso il peggio. Ogni giorno più noi sentiamo la società minacciata, scavato il terreno sotto le più sante istituzioni, sciolto d'un freno il popolo di cui si travia la mente e si eccitano i mali istinti col pretesto d'istruirlo. E la società non sarà salva e sicura finchè quelle triste passioni non si schiantino dalle masse, finchè quel soffio distruttore di libero esame e d'anarchia non sia compiutamente estinto. Sì, noi dobbiamo oggidì riformare la società, ma non andando verso un'ipotetica forma dell'avvenire che effettui le audacie delle sovvertitrici ambizioni plebee, sibbene tornando indietro al naturale, logico, storico stato sociale che le rivoluzioni di Francia hanno sciaguratamente distrutto.
— Ah signor marchese, disse allora Maurilio con un calore che tutta aveva superata la sua primitiva timidezza e toltogli l'impaccioso riserbo: io bene affermo che la società moderna ha molti mali ed è minacciata da molti pericoli, ma contesto che i rimedi a siffatti pericoli sieno da cercarsi nel regresso al passato, e che i mali presenti sieno maggiori di quelli della società dei secoli scorsi. Per quanto poco e insufficiente ancora, pur tuttavia un miglioramento s'è fatto; non c'è che da paragonare la plebe moderna agli schiavi dell'antichità, ai servi del medio evo, per vedere quanto acquisto abbia fatto anco nelle basse classi la personalità umana in punto a condizione economica ed in punto a dignità individuale.
— Miglioramenti fittizi ed anzi fatali: interruppe il marchese. La condizione economica?... Ebben sì; voglio anche ammettere che la ricchezza pubblica siasi accresciuta, e che la plebe possa quindi averne maggior parte coll'aumento de' suoi salari; ma che cos'è ciò, a che approda, quando pel funesto spirito moderno i suoi bisogni ed i desiderii sono accresciuti molto più a dismisura e non trovano quindi nè anco la centesima parte di quella soddisfazione a cui anelano? La dignità individuale? Ma dove e come restava questa lesa in quel rispetto alla gerarchia sociale ch'è un riconoscimento delle superiorità stabilite dal Creatore medesimo per mezzo della natura e del diritto ereditario? Oggidì si chiama col nome di tal dignità lo spirito d'insubordinazione che tutto minaccia sovvertire, che tutti spinge fuori dei limiti di quella condizione in cui li ha posti la Provvidenza. Ma come, in fede mia, può uno spirito imparziale, paragonando questa nostra alla società dei secoli scorsi non riconoscere la superiorità di quest'ultima? Allora gli ordini erano fissati con precisione dalla nascita: ciascuno quindi stava a suo posto, senz'ambizione di uscirne e senza paura di scaderne: la comunità non era tormentata dagli sforzi disperati di costoro per ispingersi su, di quegli altri per mantenersi nei ranghi superiori. Oggidì tutto questo non è più fermo come prima. Gli ambiziosi del basso dànno l'assalto continuo ai posti delle classi che predominano: è una lotta ardente e continua per arrivare; nulla è più certo e sicuro, la tranquillità è bandita dall'animo di tutti. Mentre il giusto privilegio della nascita dato da Dio scade sempre più, che cosa vediamo noi sostituirglisi? Lo ingiusto prepotere della ricchezza data dall'industria, dall'avidità, e molte volte eziandio dalla frode dell'uomo. E il denaro, che così va innanzi a tutto, non è nobile, nè intelligente, nè pietoso alle pene altrui; è il trionfo del più materiale egoismo.
«E codesto succede in tutta la compage del corpo sociale: dall'alto al basso una lotta miserabile per soprammontarsi l'un l'altro. Per giungere al loro scopo alcuni prendono i tragitti più vergognosi, le sconcie protezioni, l'intrigo, l'adulazione; altro che la dignità individuale!
«Ella mi parla di progresso e di miglioramento? Le ho già detto anche circa il miglioramento delle condizioni materiali, come esso non fosse a gran pezza bastevole alle nuove cresciute esigenze, e perciò riesca relativamente a fare ancora maggiorile sofferenze di chi più volendo si accorge di essere destituito di maggior quantità di beni. Ma poi: che cosa serve un lieve miglioramento materiale, quando si ha pur troppo una degradazione così evidente e dolorosa nell'ordine della moralità e dell'intelligenza? Sì signore: quella caccia al successo ed al denaro smussa la delicatezza del sentimento e smaga la virtù. Cieco è chi non vede il livello morale essersi dolorosamente abbassato ed abbassarsi. Ed anche la parte intellettiva dell'umanità ne scade. È generale il lamento della decadenza delle arti e delle lettere nel mondo moderno. E qual n'è la precipua ragione? Quelle piante delicate hanno bisogno d'un ambiente propizio che le accolga e nutrichi e difenda: una classe superiore e privilegiata — diciamo la parola — un'aristocrazia soltanto può somministrar loro quest'atmosfera propizia.....
S'interruppe da sè medesimo per riprender tosto con accento ancora più grave e di maggior convinzione:
— L'aristocrazia!.... È contro di lei che lo spirito moderno, raccogliendo ed ereditando gli odii e i sospetti del monarcato che tanto l'ha combattuta, volge i suoi più vivi assalti. Sconsigliati che non vedono l'aristocrazia essere un portato di diritto naturale, illustrazione, grandezza, e nel medesimo tempo guarentigia della società. Chi crede che l'elevarsi dell'aristocrazia debba attribuirsi alla prepotenza di taluni che si sono imposti altrui senza ragione e diritto, ignora la storia e disconosce la natura umana. L'aristocrazia è il risultamento necessario d'un fatto provvidenziale. L'umanità si divide per la natura medesima delle cose in deboli ed in forti — sia riguardo al vigor fisico che riguardo all'intelligenza, alla volontà, al coraggio, ad ogni dote dello spirito e del cuore; questa differenza fra individuo e individuo, questa supremazia di alcuni, posta dalla natura medesima, può dirsi effettivamente di diritto divino. Ciò posto (e nessuno lo può negare) ad aggiustare la società senza la fondazione d'un'aristocrazia non occorrono che due sistemi: o sottomettere tutti e forti e deboli, senza differenza di gradi, ad un potere unico e sovrano il quale imperi assolutamente su tutti; oppure decretare contro la natura delle cose un'uguaglianza assoluta fra tutti quegli elementi discordi e dar al maggior numero di essi la sovranità e il potere — dispotismo sempre o d'un solo o della moltitudine. L'antica società, contro cui insorse e vinse pur troppo la rivoluzione di Francia, aveva invece risolta la questione in modo più acconcio e più umano, riunendo i forti e i deboli coi legami reciproci e morali della protezione e della fedeltà. Il forte, per mantenere e proteggere il suo grado contro il dispotismo d'un solo, aveva avuto bisogno di raccogliere intorno a sè i deboli e li compensava del loro appoggio mercè la sua protezione; il debole aveva avuto mestieri del forte per essere difeso contro la violenza e gli pagava codesta difesa colla sua fedeltà. Ecco la società feudale così poco intesa e così calunniata!
«La natura aveva cementato quell'ordinamento, l'interesse comune lo assicurava, dalle classi superiori discendevano la beneficenza e la giustizia, da quelle inferiori salivano la devozione e la gratitudine. Un legame d'affetto comune aggiuntosi alla abitudine colle continuate attinenze addolciva i rapporti; sotto l'apparenza della disuguaglianza si aveva in realtà un'uguaglianza di cuore, quella che sola è possibile fra gli uomini, meglio che non quella ingiusta, arida ed assurda che vuole stabilire la legge. Epperò vedevansi allora i subalterni amare i loro superiori, rispettare il potere e l'autorità, i giovani tacere innanzi ai vecchi, i figliuoli obbedire ai genitori e nessuno tentar d'usurpare il posto altrui. Le famiglie formavano delle unità vive ed immortali in cui durava la tradizione, e gl'individui imparavano i pubblici doveri alla scuola dei doveri domestici; e su tutto questo la religione, venerata, accettata da tutti, spargeva la sua luce divina e la grazia delle sue consolazioni supreme[9].
Il marchese si tacque e col suo contegno mostrò che attendeva da Maurilio una risposta, cui avrebbe ascoltata volentieri: e il giovane non la fece aspettare.
— Quella medesima religione, diss'egli, fu quella che più efficacemente valse a rovinare l'assetto aristocratico della società, appena fu essa meglio compresa dalle masse. Nulla vi ha di più democratico al mondo che la religione cristiana. Proclamando l'uguaglianza giuridica degli uomini, la legge moderna non ha fatto che applicare ai rapporti terreni quel precetto che Cristo predicò della uguaglianza delle anime innanzi al Padre Celeste; è un germe posto dal Cristianesimo nell'umanità con tanti altri della civiltà presente che fruttò da ultimo col trionfo della rivoluzione.
«Esaminata da lontano colle linee e coi colori che la sua parola, signor marchese, le ha saputo dare, certo l'antica società si presenta sotto uno specioso aspetto di ordine e di forza, di regolarità e di agevolezza nel suo funzionare: ma converrebbe esaminarla più da vicino, penetrare con occhio critico in essa per vederne i malanni, i disagi, gl'intimi dolori. Quando essa cadde, tutti — perfino i privilegiati — concorsero a darle la spinta, perchè tutti sentivano il malessere dalla medesima prodotto. Le rovine forse furono troppe e troppo rapidamente accumulate, e il sangue che fatalmente venne ad inaffiarle fece rinascere una pietà che parve simpatia e rimpianto delle cose perdute, ma ogni spirito acuto dovette accorgersi che tutto ciò ch'era caduto, da lungo tempo era corroso alle fondamentae non poteva più reggere. Il consolidamento della razza umana in ordini ed in caste immutabili in tanto può reggere in quanto che sia di comune accordo da tutti accettato; dal momento che la disuguaglianza è considerata come un'ingiustizia, essa diventa intollerabile ad ogni cuor generoso.
«Nè la disuguaglianza naturale fra gli uomini legittima lo stabilimento d'una disuguaglianza sociale tra le famiglie. Hannovi sì i forti e i deboli anche nell'ordine dell'intelligenza e dell'anima; ma non è mai che questi così ben si dividano che ad una schiatta appartengano sempre i meglio dotati ad un'altra i meno. Nella famiglia la natura dà la tutela dei deboli, i bambini e le donne, ai più forti, i genitori ed i mariti; ma nella società non si vede in nessun modo una protezione istituita di questi su quelli dalla natura medesima delle cose: ogni supremazia proviene o dalle circostanze che hanno date all'uno delle forze superiori, o dal libero arbitrio del protettore e del protetto. La tutela dei deboli non deve dunque appartenere a questi od a quelli elevati in casta privilegiata, sibbene alla società intiera, val quanto dire alla legge. L'antico regime aveva dunque gran torto fissando arbitrariamente la forza in certe famiglie e la debolezza in altre, invece di lasciare che liberamente la forza e la debolezza si manifestassero là dove esistevano. Certo nel fatto i nobili erano allora i più forti — lo sono ancora appo noi oggidì per favore della monarchia — ma in ciò appunto sta l'ingiustizia, perchè, come si prova che questa supremazia la meritino realmente quando è l'azzardo della nascita che loro l'accorda?
— Maurilio! esclamò con tono d'ammonimento Don Venanzio, timoroso che il suo protetto offendesse il nobile suo ascoltatore.
Ma il marchese con un benigno sorriso e con un cenno rassicurante della mano disse amichevolmente:
— Lo lasci dire, caro Don Venanzio; e poi voltosi a Maurilio soggiunse: continui con tutta libertà, la prego.
— Nella natura vi sono delle distinzioni fra gli uomini, così continuò Maurilio; nella società conviene che vi sieno fra essi dei gradi e delle condizioni diverse: ma come fissare il grado e la condizione che deve spettare ad un uomo prima ancora ch'egli nasca? Il diritto ereditario, che è giustissimo quanto alla proprietà economica acquistata dal lavoro individuale coll'intento specialmente di trasmetterla ai figli od alle persone che ci son care, diventa d'una assurda ingiustizia quando lo si vuole applicare a quei vantaggi cui soltanto il merito personale deve acquistare, che alle virtù di chi li possiede, non a quelle de' suoi maggiori si devono concedere. Certo non si potrà mai eliminare l'influsso delle circostanze esteriori in mezzo a cui ciascuno sviluppa la propria individualità, e di queste circostanze n'è una capitalissima l'azzardo della nascita in queste piuttosto che in quelle condizioni; ma appunto perchè questa ragion della sorte accorda già a taluno sopra i suoi simili un sì considerevol vantaggio, non è necessario, è anzi contro la verità e la natura lo aggiungere a questa prima fatalità un'altra fatalità legale: ed anzi deve la società, per essere giusta, veder di riparare alla disuguaglianza delle condizioni esteriori, aprendo a tutti sempre meglio e facilitando le strade di elevarsi, di pervenire, di perfezionarsi coll'educazione e colla dottrina. Tra il figliuolo del ministro e quello dell'operaio, tutte le probabilità di star sempre innanzi sono già pel primo; perchè stabilire ancora per legge, che il secondo, foss'anche un genio, deve continuare nelle misere e limitate condizioni paterne?
«Sono codeste le ragioni per cui quell'assetto sociale delle caste ha eccitato odii cotanti, fu assalito con sì acceso accanimento e la sua caduta nell'uragano che finì il secolo scorso fu salutata dai popoli con universale applauso in tutto il mondo. La protezione data di diritto ai forti verso i deboli, di cui Ella dice, signor marchese, era degenerata in oppressione — e non poteva essere altrimenti, ned io intendo farne accusa alla classe privilegiata, codesto era nella natura umana; — colui al quale è data un'autorità speciale, duratura, inamovibile per difendervi, troppo facilmente è tratto ad abusarne; l'ineguaglianza stabilita dalla nascita, ammessa come di diritto naturale, ispira quasi inevitabilmente nei privilegiati un disprezzo per coloro che si trovano nei più bassi gradi della scala, e dalla diversità della classe fra gli uomini troppo agevole è il passo a conchiudere per la diversità della natura; troppo è difficile in chi non vi è uguale e che per decreto d'una provvidenza umana che si vuol far passare per destino della Provvidenza divina è condannato a non esservi uguale mai; troppo è difficile vedere un nostro simile. La fraternità umana Cristo l'aveva proclamata, ma restava una lettera morta nell'ordinamento sociale sotto l'impero del feudalismo; la rivoluzione dell'ottantanove l'ha introdotta nell'ordine dei fatti.
«Qual è insomma il bisogno dell'umanità nel suo organamento sociale? quale il dovere di questa società verso l'individuo cui nel suo ambito abbraccia e comprende? Il bisogno di svolgersi il più liberamente e il maggiormente possibile in tutte le sue facoltà: il dovere di proteggere e favorire il meglio che si possa questo sviluppo dell'attività individuale che dà la somma del progresso complessivo e solidario del genere umano. La società feudale, la società divisa per caste, e cristallizzata nei quadri fittizi di condizioni prestabilite, immutabili per l'individuo, non soddisfaceva a questo dovere, impediva si soddisfacesse a questo bisogno. La rivoluzione francese venne a proclamare l'idea del nuovo regime che tosto o tardi dovrà mettersi in atto dapertutto; edeccone la formola: il maggiore possibile sviluppo della libertà individuale sotto tutte le sue forme, sotto l'impero della protezione sociale. Ogni uomo, quando è giunto nel pieno possesso della sua individualità, nel pieno sviluppo cioè delle sue facoltà fisiche ed intellettive, deve proteggersi da sè, lavorare di suo capo, pensare ciò che gli par vero, credere quanto la coscienza gli comanda, godere de' suoi beni secondo suo volere, in una parola non rispondere di sè che a sè stesso, fuori dei casi in cui osasse violare col fatto suo i diritti d'altrui; allora vi dev'essere la legge che interviene per farlo rientrare nei limiti concessi alla sua attività.
«Ma questa forma di società non è ancora effettuata, e mentre alcuni si sforzano di mettere insieme i rottami dell'antica e farli tener su come un edifizio solido, tuttavia la nuova società si viene lentamente e fra i contrasti costituendo; per dirla con una formola germanicaviene diventando. Noi quindi siamo in un'epoca di transizione ed abbiamo tutti i mali, tutti i danni di quello che cade e di quello che spunta: ci troviamo in mezzo agli angoli di due ossature senza polpa, perchè dall'una questa si è già staccata, all'altra non è venuta ancora.
«Da questo stato di rivoluzione continuata nascono certi spostamenti e certi dolori inevitabili e fatali. Tutti gli antichi interessi che si vedono minacciati e lesi lottano con ogni forza e soffrono nel soccombere graduato a cui sottostanno a dispetto di tutto. Le influenze non si spostano senza danni materiali e morali: le abitudini nuove urtano le antiche e fan nascere molti conflitti più o meno dolorosi. I poveri medesimi, i derelitti non travedono ancora che oscuramente la terra promessa verso cui camminano, e da cui ostili interessi collegati li vorrebbero tener lungi. Cominciano ad avere la coscienza del loro diritto, presentono la possibilità di arrivare a soddisfarlo, e si arrabbiano e soffrono di vedersi ciò impedito. Questa situazione è gravida di mille pericoli cui tutti debbono applicarsi a scongiurare e più di tutti quelli della classe superiore che ci hanno maggior obbligo e maggior interesse.
«Io sono nemico della violenza: la abborrisco nella tirannia, la pavento nella rivoluzione. La violenza è una forza cieca che distrugge anche quello la cui distruzione può nuocere, e nulla edifica nè lascia edificare; ma pure alcune volte pur troppo, e quasi sempre per colpa e cecità degli uomini, essa è fatta necessaria, quando al cammino fatale del progresso si sono accumulati ostacoli tali cui null'altro più vale ad abbattere. Vorrei che questa cruda necessità non si verificasse: vorrei che, come lente e graduate si fanno nella natura le modificazioni geologiche, si facessero così a poco a poco, per via di naturale passaggio, gli ammiglioramenti sociali. Miglior mezzo da ciò credo quello che le classi superiori si facciano zelanti collaboratrici del destino, del disegno provvidenziale, nell'affrettare ildiveniredel futuro.
«E qui coloro che si credono i forti dovrebbero appunto esercitare, ma con altre forme, con altri intendimenti, quel patronato cui si allega posseder essi di diritto verso gl'infimi. Ho detto che l'uomo ha da avere esclusivamente la protezione di sè egli stesso, sotto quella generale della legge; ma questo non esclude il patronato doveroso della beneficenza o della carità. Finora i derelitti non hanno potuto giungere a quel massimo sviluppo possibile della loro individualità che deve farli capaci di provvedere in tutto e per tutto da sè: fino a che i grandi effetti che si devono aspettare dai nuovi fecondi principii non si sieno ottenuti coll'applicazione giusta e coscienziosa dei principii medesimi, bisognerà che i meno felici, i meno istrutti, e quindi, pur troppo, la maggior parte del popolo, sieno sostenuti, guidati, aiutati dal patronato dei felici, dei primi arrivati: da quello dei ricchi e degl'intelligenti, nobiltà o borghesia che si chiamino; ma ciò senza che menomamente ne sieno lesi i diritti e la libertà nè degli uni nè degli altri, ciò non per costrizione legislativa, ma per libera scelta di quelli che lo devono fare.»
Don Venanzio che aveva ascoltato con molta attenzione le parole di Maurilio e dava segni evidenti di provarne viva impressione ed interesse grandissimo, a questo punto saltò fuori con vivacità giovanile:
— Ma questa non è che l'applicazione d'una massima del Vangelo: «Fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi medesimo.» Chi figurandosi povero e derelitto non vorrebbe avere dal potente un aiuto a migliorare le sue condizioni?
— Vi sono certi aiuti, riprese Maurilio, che umiliano chi li riceve e non ottengono lo scopo. L'elemosina è di questi. Eccellente per rimediare a un danno temporaneo, ad una circostanza particolare, immediata, non conferisce per nulla al miglioramento nè particolare nè generale. La beneficenza che s'invoca, e ch'io intendo, dev'esser compresa in un più largo ed efficace significato.....
Fu interrotto da un grattare all'uscio che era il solito cenno del domestico per domandar licenza di entrare.
Il marchese, che aveva prestato e prestava la più raccolta attenzione a quei discorsi, sorretta la fronte dalla palma della mano, il gomito appoggiato al bracciuolo del seggiolone; il marchese sollevò il capo e disse verso la porta:
— Entrate.
Il servo venne ad annunziargli che il sig. Benda chiedeva d'essere ricevuto.
— Venga, disse vivamente il marchese, poi volgendosi a Maurilio, soggiunse con un graziosissimo accento e con un benigno sorriso: questo discorso,se non le dispiace, lo riprenderemo altra volta; e per averne migliori e più facili occasioni voglio farle una proposta. Ho bisogno d'un segretario: vorrebb'ella assumere tale ufficio? Cento lire al mese, l'alloggio, la tavola, abbastanza di libertà per poter continuare nei suoi studii: ecco le mie condizioni.
Maurilio che, al pari di Don Venanzio, s'era alzato, fu assalito da un tremito di emozione, e non seppe rispondere altrimenti che con un inchino; ma rispose per lui Don Venanzio, che proruppe vivacemente:
— Le sono accettate.... Accetto io e rispondo per lui; e spero che la non ne sarà malcontento, signor marchese.
Questi fece un cenno di accondiscendenza e soggiunse:
— L'aspetto dunque fino da domani, se non v'è nulla da parte sua che lo impedisca.
Fu ancora Don Venanzio che rispose sollecito:
— Non c'è nulla, assolutamente nulla, e domani verrò io stesso a menarlo qui prima di partirmene per la mia parrocchia.
Maurilio, confuso, commosso, quasi sbalordito fu condotto fuori dal vecchio parroco, senza che egli sapesse bene se sognava o vegliava, tanto l'idea di entrare in quella casa, di venir ad abitare lì sotto il medesimo tetto conleilo aveva conturbato. Nell'uscire s'incontrarono col padre di Francesco, che entrava.
Giacomo Benda si precipitò con impeto nel salotto del marchese.
— Eccellenza, esclamò egli, la mi perdoni, se vengo una seconda volta di quest'oggi a disturbarla, ma non potevo assolutamente fare a meno. Bisogna ad ogni patto che io venga a ringraziarla per impulso del mio cuore, per quello ancora più della mia povera moglie, a cui Ella ha fatto restituire il figliuolo.
Baldissero, alzatosi da sedere, aveva fatto alcuni passi incontro all'industriale e colla sua squisita cortesia, rispondeva:
— Sono lieto d'aver potuto contribuire a toglier di pena una buona madre, e Lei, signor Benda, ma non mi si devono ringraziamenti di sorta, perchè non ho fatto altro più di ciò che credetti dover mio. Se Ella per codesto avvenimento ha alcuna gratitudine da nutrire verso qualcheduno, la rivolga a S. M. che ha tutto il merito della clemenza....
— Oh sì, oh sì: interruppe con vivacità Giacomo. Non ha bisogno di dirmelo, la creda! Io sono sempre stato un suddito fedele e devoto di S. M., e me ne vanto; ma d'ora innanzi poi!... Cospetto! Non sarà a Giacomo Benda che si potrà parlar male del governo del Re.
Il marchese sorrise di quello zelo.
— Va benissimo, diss'egli: ma quanto a noi, signor Benda, io non ho ancora compito tutte le promesse che le feci questa mattina. Le ho detto che a suo figlio, il mio ed io stesso avremmo data una onorevole riparazione, esclusa quella assurda del duello.
— Ah, sì signore.... sì Eccellenza.... escludiamo questa brutta cosa.
— Che direbbe Ella se al signor avvocato Benda, in presenza di tutto quanto vi ha di più nobile e di più scelto nella società Torinese, io marchese di Baldissero e mio figlio il conte Ettore andassimo a porger la mano come ad uomo che non solo si stima e si apprezza, ma si ritiene e si vuole per amico? Non le parrebbe questa una sufficiente riparazione?
— Signor sì! signor sì! Esclamò l'industriale commosso. E le ripeto ciò che le dissi questa mattina, signor marchese, Eccellenza..... che la sia benedetta!...
Il marchese con un cenno della mano pose freno a quell'entusiasmo di riconoscenza.
— Or bene: soggiuns'egli: ciò avverrà questa sera medesima, alla festa da ballo data dalla baronessa X. So che suo figlio è in relazione con quella casa: gli dica che non manchi, e colà, senza che abbia bisogno di farsi presentare a me che di persona non lo conosco ancora, sarò io che cercherò di lui.
Giacomo tornò a confondersi nelle proteste della sua riconoscenza e della maggior soddisfazione. Quando poi fu tornato a casa ed ebbe narrato al figliuolo ciò che era intravvenuto fra lui e il marchese, Francesco non fu lento nè svogliato ad assicurare che a quel ballo non sarebbe mancato: più del pensiero della onorevolissima riparazione promessagli, lo spingeva l'idea che colà avrebbe di nuovo veduto Virginia, potuto avvicinarla, parlarle, bearsi del suono della sua voce, di alcuni almeno de' sguardi suoi.
Il marchese a sua volta aveva ordinato a suo figlio, e con quel tono a cui bisognava assolutamente obbedire, che gli toccava recarsi a quella festa e in compagnia di suo padre andare a rivolgere la parola e porger la mano per primi a Francesco Benda. Ettore dopo resistito un poco, aveva dovuto cedere al comando paterno, ma colla bile in cuore e col celato proposito di ripagarsi poi alla prima occasione su quel borghesuccio medesimo del sacrificio, secondo lui, enorme, che doveva fare per allora il suo orgoglio.
La baronessa X era quella compagna di collegio ed amica di Virginia, la quale aveva a costei primamente fatto conoscere di persona Francesco: e verso le dieci della sera di quel giorno in cui abbiamo già visto compirsi tanti avvenimenti, nelle sale eleganti di quella giovine signora si trovavano radunati in mezzo ad una sceltissima accorrenza di invitati, il marchese e la marchesa di Baldissero, il loro figliuolo Ettore, la loro nipote Virginia e il borghese Francesco Benda.
Ma prima di introdurci in questo profumato e sfarzoso ambiente della ricchezza, dobbiamo recarci nella lurida taverna di Pelone e penetrare nel segreto stanzone delCafarnao, dove ha luogo un grande ed importante convegno di tutti i capi dellacocca.