CAPITOLO XIII.

CAPITOLO XIII.Quando il signor Tofi udì annunziare che il dottor Quercia domandava di parlargli, provò una viva sorpresa che si manifestò in un leggier trasalto ed in un vivace lampeggiar degli occhi sotto le folte sopracciglia. La preda veniva da se stessa all'arrivo del cacciatore: vero era che questa preda aveva unghie ed artigli, ma com'era bene armato altresì il cacciatore a combatterla! Primo impulso del Commissario fu quello di far sollecitamente introdurre questo inaspettato visitatore: ma poi stimò meglio per varie ragioni non mostrare e non aver premura. Quercia, venendo da se stesso ad offrirsi al combattimento, ci veniva di sicuro preparato, munito di buone difese, avendo studiato i colpi e le mosse; conveniva di meglio all'avversario meditare un momento anche lui sul modo di condursi. Non voleva porre piede in fallo; le protezioni che sapeva al giovane acquistate dalle sue attinenze con una certa sfera sociale che aveva ogni autorità ed ogni privilegio, lo impacciavano non poco, non voleva movere un passo più in là di quello che si dovesse, per paura di aversi a ritirar indietro, la qual cosa sarebbe stata sua vergogna e suo danno. Ad ogni buon conto disse alla guardia che gli aveva annunziata quella visita:— In quanti uomini siete costì?— Siamo sette.— Bene: quando quel signore sia introdotto da me, quattro vengano nella stanza vicina, pronti ad ogni cenno.... Quel signore poi lo farete passare solamente quando avrò suonato.Partita la guardia, il Commissario andò al forzierino che stava presso al caminetto, lo aprì colla chiavetta che portava sotto panni appesa al collo per un cordoncino, e ne trasse quel grosso libro legato in pelle nera, che gli abbiam già visto consultare quando volle sapere alcun che del pittore Vanardi. Questa volta aprì il libro al punto in cui sul margine della pagina era impressa per rubrica la lettera Q e lesse attentamente tutto ciò che stava scritto sotto il nome di Quercia, sul quale si posò il suo dito lungo, grosso, nero, villoso ed unghiato. Poi richiuse il libro, lo ripose là donde l'avea tolto, serrò accuratamente il forziere e le mani affondate nelle lunghe tasche del suo soprabitone, il mento quadrato sostenuto al duro cravattino, passeggiò per lo stanzino profondamente meditabondo.Intanto Gian-Luigi s'impazientava d'aspettare. Per quanto fosse pieno di risoluzione e scevro di timore il suo animo, non era certo senza una specie di apprensione ch'egli era entrato in quel luogo. Affrontava audacemente un pericolo che aveva visto sorgergli innanzi, ma non sapeva bene quali forme precise e quali forze potesse prendere poi questo pericolo, dal quale fors'anco non avrebbe potuto scampar vittorioso. La sua natura era avida di simili temerità ed era avvezza ad ottenere, mercè appunto l'audacia, l'aiuto della fortuna; ma gli piaceva per ciò averne di subito dalla sorte la risoluzione del problema che affrontava, il premio dell'ardimento che dispiegava. L'indugio che pose il Commissario a riceverlo cominciò per essergli fastidioso,poi divenne grave e quasi insopportabile. Anche la sua superbia, anche il suo amor proprio n'erano offesi. Pensò inoltre che una troppo umile tolleranza da parte sua avrebbe potuto essere indizio di qualche peritarsi, di alquanto timore, e ciò non voleva assolutamente che si credesse. Si staccò dalla finestra, dove superbamente atteggiato, il cappello in testa, stava guardando nei fossi del castello, e indirizzandosi al capo delle guardie che erano in quella stanza, disse con accento imperioso di superiore:— Olà! E' mi par soverchio questo farmi aspettare. Crede egli il signor Commissario che io non abbia mezzo migliore di passare il tempo che star qui a guardare traverso questi vetri affumicati il volo dei colombi? Andate e ditegli che se le sue occupazioni non gli permettono di ricevermi ora, me lo faccia saper subito, ed io tornerò in momento più opportuno.La guardia esitò un momento; ma il tono di comando e l'aria di disprezzo agiscono sempre con una certa forza sull'animo di quella gente, avvezza ad essere disprezzata da chi li comanda; e Gian-Luigi era tale a cui nessuno andava innanzi nell'imponenza dell'aspetto e nell'autorevolezza della parola. Sotto lo sguardo imperioso del giovane elegante il poliziotto finì per cedere e si recò dal Commissario a fare timorosamente l'ambasciata.Il signor Tofi cominciò per istrapazzare di santa ragione il mal capitato, e poi soggiunse più burbero che mai:— Dite a quel signorino che di voglia o di necessità avrà la pazienza d'aspettare; chè se volesse partirsene, avete l'ordine, come vi do espressamente, capite, di trattenerlo ad ogni modo.Quercia, all'udire questa risposta, sbuffò, disse ad alta voce con tono concitato che avrebbe mostrato al sor Commissario il modo di trattare coi pari suoi, e fece persuasi tutti quelli che l'udivano, esser egli un gran personaggio.Cinque minuti dopo il campanello del Commissario suonato con mano robusta avvisò che il visitatore poteva essere introdotto.Quercia entrò nel gabinetto senza levarsi il cappello, l'occhio incollerito, la mossa superba, come avrebbe potuto fare il conte San Luca o il marchesino di Baldissero.— Sor Commissario, diss'egli colla sua voce vibrante e l'accento fiero d'un padrone sdegnato, la sa che non mi tocca fare anticamera nemmeno dal Governatore, nemmeno dal signor Ministro?Tofi alzò gli occhi sul giovane e lo saettò d'uno sguardo acuto, incisivo, penetrante di sotto l'arco sporgente delle sue folte sopracciglia. Luigi sentì da quell'occhiata come un urto nel cervello e nel petto: gli fu necessario usare tutta la sua forza, tutta la padronanza che aveva su se stesso per frenare un sussulto; ma le sembianze non ne lasciarono scorger nulla. Conobbe di botto che aveva un fiero lottatore di fronte; ma non si sentì impari allo scontro. Rispose con uno sguardo più superbamente sdegnoso che mai.Il Commissario se ne intendeva di forza d'animo e d'espressione di fisionomia.— Ecco una stupenda figura, pensò, tenendo fisi sul volto del giovane i suoi occhi, che però cessarono di avere l'aggressività di prima. Questo individuo non deve far nulla di mediocre. Se ha posto il piede nella via della scelleratezza ci andrà — ci sarà andato — più innanzi d'ogni altro.Sentì una specie, non dirò di rispetto, ma di riguardo verso quella forza di tempra che vide rivelarglisi, che indovinò ancora più. Avvezzo a rispettare ogni superiorità sociale, riconobbe e quasi accettò quella superiorità di volere e di pensiero che aveva dinanzi. Laonde nella sua risposta non ci fu tutta quella insolente asprezza che altri si sarebbe potuto aspettare. Sedeva egli alla sua scrivania, al piano della quale appoggiava il gomito sostenendo colla mano la sua faccia pelata di color ulivigno, che teneva rivolta verso il giovane in piedi pochi passi da lui distante, e senza punto muoversi, disse lentamente:— Se S. E. il governatore e S. E. il ministro non le fanno fare anticamera, gli è perchè andrà da loro in momenti in cui non ci hanno nulla da fare. Io, che non ne ho punto di questi momenti, non posso trascurare il servizio del Re per far piacere a questo ed a quello. Ha capito?Sulla faccia di Quercia parvero lottare un sentimento d'irritazione e un altro di cedevolezza (ed era questa in lui tutta arte sopraffine da comico): dopo un poco la diede vinta a quest'ultimo, fece uno de' suoi incantevoli sorrisi che significava apertamente: «Siete un originale, e conviene prendervi come siete;» e disse con accento scherzoso:— Ho capito benissimo.Siccome lo sguardo acuto di Tofi si levava al cappello che il giovane teneva ancora in testa, ed essendo in casa altrui era dovere levarselo, Gian-Luigi se lo tolse sbadatamente; come compiendo un atto abituale, senza darci importanza, e lo gettò sul forzierino lì presso: poi senza aspettare l'invito di sedere che il Commissario non pareva disposto a fargli, prese una seggiola e venne ad assettarsi ad un passo di distanza dalla scrivania.— Posso sapere che cosa mi vale questa sua visita? domandò allora con accento burbero il signor Tofi che non aveva mai tolto il suo sguardo dal giovane.Questi rispose con quell'accento scherzosamente leggiero che pareva aver adottato per tono della conversazione:— La lo può sapere di sicuro, perchè son venuto apposta per dirglielo.Raccontò la favola dell'aggressione notturna, qualel'aveva narrata al padre di Francesco, e diede dei suoi aggressori i connotati che corrispondevano precisamente a quelli diGraffignaeStracciaferro. Tofi lo aveva ascoltato, guardandolo sempre con quella fissità che era fatta per turbare anche un innocente; e Quercia non se n'era menomamente lasciato turbare.— Bene: disse il Commissario con ironia; Ella mi ha dipinto a meraviglia due malfattori che dovettero prender parte all'assassinio dell'usuraio Nariccia; ce ne manca soltanto uno, poichè abbiamo la certezza che a compire quell'orrendo delitto erano in tre. Saprebbe dirmi qualche cosa anche del terzo?Gian-Luigi lo guardò come uomo che non comprende, e che non si cura dare importanza agli indovinelli cui piaccia al suo interlocutore affacciargli.— Credo, rispose con disdegnosa leggerezza, che non sia mio còmpito, ma il suo, quello di rintracciare questa razza di gente.— E lo rintracceremo, e lo troveremo: disse lento e spiccatamente il Commissario chinandosi alquanto verso Gian-Luigi e guardandolo più fiso ancora di prima.Quercia non ebbe la menoma contrazione dei muscoli della faccia, nè il menomo batter di ciglia.— Lei è medico? domandò bruscamente a un tratto il signor Tofi.Gian-Luigi s'inchinò con una ironica ma elegante cortesia.— Per servirla; rispose.— Sarei curioso di sapere in quale Università ha presa la sua laurea di medicina.— La curiosità è una dote del suo mestiere, ma non credo che sia un obbligo dei cittadini il soddisfarla.— È un obbligo molte volte cui impone la giustizia. Parecchi anni sono c'era nell'Università di Torino uno studente di medicina che aveva molta rassomiglianza con Lei; ma frequentava più le bische, i bigliardi, i convegni di certe donne, eccetera, che non le lezioni dei professori; e non avvenne mai che questo cotale prendesse la laurea. Sparì un bel dì carico di debiti, e si ha forti dubbi che poi ricomparisse con altro nome, dandosi addirittura per medico e sfoggiando una ricchezza che nessuno sa com'egli si fosse guadagnata — o si guadagni.Gian-Luigi appressò la sua seggiola alla scrivania ed a questa appoggiò il gomito con mossa piena di grazia e di eleganza; poi, battendo una marcia sul mobile colle dita bianchissime della destra che aveva sguantata, prendendo un tono di libera domestichezza, ma non scevro d'una certa superiorità, domandò:— Parli chiaro, sor Commissario. È questa una specie d'interrogatorio che la mi dirige?— E se lo fosse, signor dottore, che la risponderebbe?— Risponderei la verità. Quello studente ed io siamo una persona sola. S'io non ho la laurea di medico, non n'esercito neppure la professione, ed è innocente inganno quello di prendere un titolo vano che l'uso suol dare di subito a chi intraprende una di simili carriere. Lo studente di leggi è salutato fin dal primo anno col titolo di avvocato, e lo studente di medicina con quello di dottore. Quanto alle mie ricchezze, dove mi se ne chiedesse l'origine, ad uno qualunque, direi che gli è un impertinente, e saprei dargliene anche la meritata lezione; ad un'autorità, come sarebbe Ella, quando credesse per una ragione qualunque di suo ufficio dover entrare in questi che sono individuali segreti, avrei buono in mano da provare la legittimità della provenienza di tutto ciò che possedo.— Ebbene, signor dottore o non dottore; proruppe con una specie d'impazienza il Commissario; quell'autorità le sta dinanzi, e il momento di dar questa prova è venuto.Quercia si trasse indietro levando il capo e drizzando il collo in una mossa piena di superbia.— Si oserebbe sospettare alcuna cosa?...Tofi lo interruppe ruvidamente.— Noi osiamo sospettare di tutto e di tutti.Il giovane gli gettò un'occhiata fiera di minaccia e disdegno.— La dovrebbe pur sapere chi io mi sia e di quali attinenze mi vanti. Badi che questa troppo spiccia maniera di procedere, se conviene coi miserabili coi quali è solita Ella a trattare, non si affà colle persone ammodo...— Io sono come sono e fo come mi aggrada, purchè faccia il dover mio: interruppe Tofi diventando sempre più ruvido. Poichè Ella stessa è venuta a me, prima ch'io la mandassi a cercare, la si acconci a darmi in questa conversazione quelle nozioni di fatto che mi abbisognano, altrimenti la conversazione potrebbe prendere un nome più severo, quello che disse Ella stessa un momento fa, e diventare un interrogatorio.Quercia fece colla mano un cenno di superba condiscendenza accompagnandolo con un sogghigno che significava: «vedremo chi l'avrà vinta alla fine;» e disse con tutta freddezza:— Bene! Interroghi pure.Alle domande di Tofi rispose colla storiella che gli abbiamo già sentita narrare al sor Giacomo, e promise presentare come documento lo scritto del suo protettore, il medico del villaggio, il quale scritto già aveva eziandio accennato al padre di Maria.Tofi scrisse man mano le sue noterelle nel portafogli che soleva portare nella tasca del petto, e non mostrò in modo alcuno sulla sua faccia scura che impressione, buona o cattiva, gli facessero le parole del giovane. Questi, finita la sua narrazione, si levò.— Parmi che non le occorra più nulla da parte mia e che posso andarmene.Il Commissario lo guardò un momento senza rispondere. Gian-Luigi sentì un brivido corrergli per le vene: gli parve che dalle labbra grosse di quella bocca squarciata dovessero uscire le tremende parole: — «Ella è arrestata;» ma neanco di lui la fisionomia non espresse nulla dell'interno sentimento.— Un istante: disse con accento che pareva minaccioso la voce rauca e burbera del Commissario.Gian-Luigi fece correre tutt'intorno uno sguardo ratto e fugace come chi cerca se vi è modo di scampo.— Che la vuole ancora? domandò egli sorridendo leggermente.— La non è venuta qui per dar querela di quell'assalto notturno, di cui dice essere stato vittima?— Precisamente.— Dunque aspetti che sia scritta la sua deposizione e ch'Ella l'abbia firmata, perchè si possa poi trasmetterla all'autorità giudiziaria.Fece venire l'impiegato che sedeva nella camera precedente, e dettò rapidamente il verbale della denunzia fatta da Quercia.— Va bene così? gli domandò poi col suo tono aspro e burbero.Gian-Luigi chinò leggermente il capo.— Allora firmi.Quercia prese la penna e scrisse con mano sicura, nella più bella calligrafia di cui fosse capace, il nome ch'egli soleva portare. Poi prese il cappello che aveva posto sul forziere e a mo' di commiato disse:— Per qualunque cosa che occorresse ulteriormente in proposito, Ella sa dove mi si può trovare.Il Commissario rispose con un accento in cui c'era dell'ironia e della minaccia:— Sì signore: saprò appuntino dove trovarla.Gian-Luigi, fece un legger cenno del capo che poteva sembrare un saluto, ed uscì da quel gabinetto, da quel locale, dal Palazzo Madama col passo tranquillo, sicuro e superbo con cui era entrato.Tofi gli guardò dietro alla guisa con cui il gatto guarda un topo che gli scappa.— Ah! se non fosse amico del conte di Staffarda e il ganzo della contessa: disse fra sè con un sospiro di rincrescimento: non me lo lascierei sfuggir di mano.Quando fu al largo nella vasta Piazza Castello, in piena luce e in piena aria libera, Gian-Luigi mandò un grosso rifiato, come uomo fatto libero da un'oppressura, e senza pur accorgersene affrettò il passo per allontanarsi di là. Fu sotto i portici e fece un tratto di cammino senza saper bene dove volesse andare e che cosa fare; salutò i conoscenti con cui s'incontrò in quell'universale ritrovo dei Torinesi, coll'aspetto e coi modi «d'uomo, cui altra cura stringa e morda che quella di colui che gli è davante.»— Bisognerebbe tagliar corto e presto a siffatte velleità curiose del sor Commissario, pensava egli. Come governarsi per ciò?... Ah! non c'è altri che mi possa meglio aiutare di quella brava Zoe.Volse indietro ratto i suoi passi, e, frettolosamente camminando, fu in breve alla dimora della famosaLeggiera. Trovò un gran disordine nel quartiere di quella donna, e lei medesima in una somma desolazione. Nel salotto e nella camera da letto tutto era sottosopra, gli specchi spezzati, le porcellane infrante, gli orologi e i candelabri dorati fatti a pezzi e giacenti in terra, le tende e le cortine strappate, tutti i ninnoli e le minuterie eleganti ond'erano adorne quelle stanze sparsi a frantumi sul pavimento. In mezzo a questo tramestio, le chiome scarmigliate, pendenti sulle spalle, contratta la faccia, le mani serrate, come Mario sulle rovine di Cartagine, sedeva laLeggera.— Che è egli avvenuto? domandò Gian-Luigi guardandosi attorno stupito. Si direbbe che v'è stata un'invasione di barbari.Zoe sollevò il suo volto abbuiato e volse al suo complice gli occhi, in cui si vedeva un implacabile risentimento.— Che cosa è avvenuto? diss'ella con labbra strette e con voce che sibilava fra i denti. Gli è avvenuto che ilprince charmantè un cane, ed anche un peggior animale. L'invasione dei barbari fu uno scoppio della sua collera bestiale. Quello scimmiotto andò in furore e parve un orso scatenato. Ma me l'avrà da pagare...... oh se l'avrà da pagare!E tese verso un punto dell'orizzonte, con atto pieno di minaccia, il suo braccio colla mano chiusa a pugno.Gian-Luigi diede un calcio ad un coccio di preziosa porcellana che si trovò tra' piedi.— Ed avrà da pagare eziandio tutto questo.LaLeggerafece un perfido sogghigno.— E come! Voglio una mobilia tutto nuova e dieci volte più bella.— Benissimo! E così il sor Principe imparerà a far le bizze. Ma come avvenne?— Avvenne per causa tua.— Mia! Oh, in che modo?Per dirla in breve, al signor Principe era stato detto, affermato e provato che la Zoe era in istrettissime e non innocenti attinenze col famoso dottor Quercia, e S. A. arrabbiatissima aveva voluto con modi da prepotente ottenere che la donna gli promettesse di non ricevere più quel cotale. La domanda e la forma con cui era espressa spiacquero immensamente allaLeggerache non era d'umor dolce nè tollerante. Rispose in pari tono, cioè con insolenza uguale all'imperiosità dell'altro; la discussione divenne in breve più che vivace, e il Principe si obliò al punto da levar la mazza sopra lamantenuta; ma essa, accampandosi fieramente in faccia a lui, le braccia serrate al petto, l'aria imponente di risoluzione, le nari frementi, lo sguardo acceso, gli disse con forza:— Suvvia! Abbia l'immenso valore di percuotere una donna! Bella principesca impresa!Il Principe s'era allontanato da lei come un animale domato; ma in qualche modo aveva pur bisogno di sfogare l'irrefrenabil ira che lo rodeva. Con quella mazza che si trovava in mano si diede a percuotere di qua e di là sui mobili, sui quadri, sugli specchi, su tutto, atterrando, rompendo, scaldandosi nella sua opera di distruzione, menando colpi alla cieca come un paladino gettatosi in mezzo ad uno stuolo di nemici; e quando tutto fu infranto, fuggì, perseguitato da uno stridente scoppio di risa dellaLeggiera.— Diavolo! Diavolo! mormorò Quercia vivamente contrariato: questa la non ci andava.Disse alla Zoe com'egli fosse venuto a domandarle di ottenere per mezzo appunto del Principe che il Commissario di Polizia non si occupasse altrimenti dei fatti suoi, ed ambedue riconobbero che l'occasione non era niente affatto opportuna per parlare a S. A. di Quercia, e per chiedergliene in pro di lui un favore.Zoe giurò e spergiurò ch'ella non avrebbe fatto pure un passo verso il suo principesco amante, e che a costui toccava venirsene umilmente ad implorare ed ottenere il perdono; ma si mostrò sicura in pari tempo che ciò non avrebbe egli tardato di molto a fare. Ella non avrebbe commesso l'imprudenza di entrare subito con S. A. in quei discorsi che Luigi desiderava, ma prometteva che con accortezza, dopo alcuni giorni, avrebbe saputo affrontare destramente l'argomento ed ottenere lo scopo.Bisognava aspettare alcuni giorni, e Quercia sentiva che i fati premevano ed era urgente il pararne i colpi. Ma come fare? Uscì di casa la Zoe, domandandosi se il meglio non era fuggire di presente, recando seco tutto quel bottino che poteva. Ma l'idea di fuggire gli era ostica, voleva ancora lottare; e poi gli passò innanzi alla mente la immagine di Maria, la cui innocente giovinezza avevagli destato un ardente, scellerato desiderio, decise aspettare.— Per ogni occorrenza, pensò frattanto, bisogna ch'io vada a far imparare alla Margherita il romanzetto che ho immaginato intorno alla mia origine. E sarà bene ch'io induca eziandio Maurilio a non contraddirlo almeno. Bisogna adunque ch'io vada colassù... Dopo tanto tempo!... E sarà forse l'ultima volta.Avrebbe voluto partire di subito pel villaggio, dove sappiamo essersi eziandio recato Maurilio in compagnia di Don Venanzio; ma ricordò che doveva, che voleva avere quel giorno medesimo una spiegazione col conte Langosco, e differì la sua partenza al domani.All'ora solita, colla solita fisionomia, come se di nulla sapesse, Quercia si presentò al palazzo Langosco. Non mostrò il menomo stupore, quando il lacchè gli ebbe detto che il signor conte desiderava parlargli e lo attendeva nel suo gabinetto. Fece segno lo vi si guidasse, e seguì il domestico che fu ad annunziarlo. Entrò colà dentro la fronte alta, l'aspetto sicuro, un grazioso sorriso sulle labbra. Il conte stava in piedi, accigliato, severo, con un sogghigno più amaro che mai sulla sua bocca tirata; e non tese la mano verso il nuovo venuto. L'accoglimento era così apertamente ostile che Luigi, il quale dapprima aveva l'intenzione di non accorgersene, capì che sarebbe stato un errore il non mostrarne risentimento. Spense di botto l'amichevole sorriso sulle sue labbra, diede alla sua faccia un'espressione che in alterigia era pari affatto a quella del conte, ed incrociò bravamente i suoi sguardi arditi coi fissi sguardi di Langosco. Pensò che meglio gli convenisse, senz'aspettare l'assalto, cominciar egli e vivamente l'attacco.— Eccomi qua, disse con accento d'una sicurezza quasi impertinente. Ella vuol parlarmi. Sta bene. Spero che non sarà cosa da durar lungo tempo, perchè in verità, per mia disgrazia, non ho che pochi minuti da concederle.A queste parole ed al tono con cui erano dette, il conte sentì una subita, vivissima ira salirgli alla testa, ridrizzò alquanto il curvo petto e lanciò dagli occhi uno sguardo di fuoco, mentre una lieve tinta rosata gli veniva ai pomelli delle guancie macilente. La sua mano si tese verso il cordone del campanello, e Gian-Luigi comprese che proposito di lui era suonare pei lacchè, e farlo da loro scacciare da quella casa senz'altro. Quercia non lo avrebbe tollerato così di piano: mosse un passo verso il conte e fece un alto risoluto, come per trattenere quella mano; la sua faccia aveva preso l'aspetto terribile delle risoluzioni violente, la fronte gli era solcata da quella sua ruga caratteristica; gli sguardi accesi di quei due uomini si scontrarono di nuovo pieni d'odio e di minaccie. Capirono che stava per avvenire uno scandalo e gravissimo; questo non conveniva punto a Gian-Luigi, e meno ancora al conte. La mano di costui s'arrestò e venne a posarsi tranquillamente sulla pietra del camino: il lieve rossore sparì dalle sue guancie; gli occhi perdettero alquanto dell'espressione di minaccia e di collera per prenderne una di profondo disprezzo: stettero ancora un poco di quella guisa, guardandosi senza parlare: ma in quello scambio di sguardi e' si dicevan più e meglio, e' si rivelavano a vicenda l'animo ed il pensiero più che non avrebbero fatto coi discorsi.— Non ho nessun desiderio di trattenerla lungamente; disse poi il conte con accento che mirabilmente s'accompagnava a quella nuova espressionedel suo sguardo. In due parole mi sbrigo e la sbrigo. Voglio anzi porla così bene in libertà che non abbia da darci mai più neppure un momento del suo tempo prezioso.Gian-Luigi tese innanzi la testa come fa chi non ha capito bene e vuole afferrar meglio il suono delle parole.— La vuol dire? domandò con un certo piglio che aveva dell'ironia e dell'impertinente.— Non mi capisce? disse il conte coll'accento altezzoso d'un aristocratico inuzzolito.— Ne accusi pure la mia intelligenza. Desidero che si mettano i punti sugl'i.Il conte lo guardò fiso negli occhi con intendimento malizioso.— Ah! Ella non dovrebbe avere di tali desiderii. La mi pare in condizioni da dover capire a mezze parole.Quercia non battè ciglio.— L'indovinar le sciarade è la prova d'ingegno di chi non ha spirito: disse accostandosi vieppiù al conte ed appoggiando famigliarmente un gomito alla pietra del camino su cui il marito di Candida aveva posta la mano. Le dispiace che ci parliamo in buon piemontese?Langosco, quasi per moto istintivo, si trasse in là, come per allontanarsi dall'interlocutore.— Non v'è ragione per cui a me abbia da dispiacere; rispose con tono più asciutto e più superbo di prima. Le voglio significare adunque che Ella non abbia più da mettere piede in mia casa, mai.Luigi accolse queste parole colla massima freddezza ed indifferenza.— Perchè? domandò egli semplicemente.— Perchè? ripetè il conte, cui quel contegno del suo avversario parve presso a far uscire dai gangheri. Il perchè lo chieda al gioielliere X.Quercia non si mosse: Langosco aspettò un momentino e poi soggiunse con voce più bassa, affondando lo sguardo negli occhi neri e profondi del giovane:— Lo chieda all'assassinato Nariccia.Luigi non ebbe il più leggiero sintomo della menoma emozione. Gli occhi di Langosco non poterono cogliere nulla nella oscurità profonda di quegli occhi immoti in cui ficcavan lo sguardo.— Nariccia, rispos'egli freddamente, non mi potrebbe dir nulla, poichè ho udito che da quella bocca non uscirà parola mai più; il gioielliere non dovrebbe sapermi dir nulla, poichè non credo che Lei abbia voluto porre a parte di cose intime domestiche delle persone estranee.All'impudente franchezza di quell'individuo, lo stupore del conte superò l'indignazione: stette lì quasi a bocca aperta a guardarlo meravigliato.Quercia continuò:— Una rottura fra di noi, creda, signor conte, non conviene a nessuno dei due; poco a me, assai meno a Lei. Io non son tale da lasciare che il mondo sappia aver io ricevuto un affronto quale è quello ch'Ella vuol farmi, ed io avermelo ingoiato con santa pazienza. Vuol Ella che fra noi si venga ad un duello?Il conte fece vivamente un atto che indicava con chi gli stava dinanzi non si sarebbe battuto mai.— Ella sa, continuava Luigi con uno speciale sorriso, che un uomo della mia fatta ha mille mezzi per far battere con sè un gentiluomo come Lei. Ma in uno scandalo chi ci ha da guadagnare? Ho bisogno che per una settimana tutt'al più, le cose continuino ad andare come per lo passato. Le propongo quindi, non un trattato di pace, ma una convenzione di tregua. Fra una settimana io parto per l'estero; glie ne do la mia parola; e la sarà libera per sempre dei fatti miei. Durante questo poco di tempo Ella ignori la mia presenza in questa casa ed altrove, le prometto che non le verrò innanzi io a ricordargliela.Langosco ebbe un movimento di sdegnoso dispetto: gli venne più forte di prima la tentazione di far gettar fuori dai lacchè quell'impudente.— Se Ella, seguitava lo scellerato pesando sulle parole, si lascia trasportare dall'impazienza, ciò che ora è segreto diventerà pascolo delle perfide ciarle del pubblico.Il conte non rispose, non si mosse: aveva chinato lo sguardo, incurvata di nuovo l'esile, infiacchita persona e pareva esser egli cui la coscienza rimordesse. Aveva capito che in quelle parole era anche una minaccia e questa gli faceva paura. Quercia attese un momento e poi riprese con accento più sciolto che mai:— Non voglio trattenerla più a lungo: le ho detto che anch'io non aveva molto tempo da concederle. Questo colloquio non avrà il suo secondo, mai. Non le domando risposta, ma l'attendo dai fatti. Ella già deve conoscermi che io non temo di nulla e non m'arretro innanzi a nulla.S'inchinò leggermente ed uscì, senza che il conte facesse il menomo cenno, il menomo movimento, mandasse la menoma voce.— Oh avere il proprio onore in mano di quello scellerato! disse poi fra se stesso raccapricciando. E' vuol partire.... La è di certo la fuga del colpevole... Ed io dovrò azzittire?Quercia da canto suo faceva il seguente monologo:— In una settimana avrò sbrigato tutto e partirò. Potrò io sostenere ancora per una settimana questo edificio che si disfà e minaccia crollarmi addosso? Certo che sì. L'audacia e l'accortezza mi aiuteranno.Il domani a mattina partì ancor egli pel villaggio dov'era stato allevato.

Quando il signor Tofi udì annunziare che il dottor Quercia domandava di parlargli, provò una viva sorpresa che si manifestò in un leggier trasalto ed in un vivace lampeggiar degli occhi sotto le folte sopracciglia. La preda veniva da se stessa all'arrivo del cacciatore: vero era che questa preda aveva unghie ed artigli, ma com'era bene armato altresì il cacciatore a combatterla! Primo impulso del Commissario fu quello di far sollecitamente introdurre questo inaspettato visitatore: ma poi stimò meglio per varie ragioni non mostrare e non aver premura. Quercia, venendo da se stesso ad offrirsi al combattimento, ci veniva di sicuro preparato, munito di buone difese, avendo studiato i colpi e le mosse; conveniva di meglio all'avversario meditare un momento anche lui sul modo di condursi. Non voleva porre piede in fallo; le protezioni che sapeva al giovane acquistate dalle sue attinenze con una certa sfera sociale che aveva ogni autorità ed ogni privilegio, lo impacciavano non poco, non voleva movere un passo più in là di quello che si dovesse, per paura di aversi a ritirar indietro, la qual cosa sarebbe stata sua vergogna e suo danno. Ad ogni buon conto disse alla guardia che gli aveva annunziata quella visita:

— In quanti uomini siete costì?

— Siamo sette.

— Bene: quando quel signore sia introdotto da me, quattro vengano nella stanza vicina, pronti ad ogni cenno.... Quel signore poi lo farete passare solamente quando avrò suonato.

Partita la guardia, il Commissario andò al forzierino che stava presso al caminetto, lo aprì colla chiavetta che portava sotto panni appesa al collo per un cordoncino, e ne trasse quel grosso libro legato in pelle nera, che gli abbiam già visto consultare quando volle sapere alcun che del pittore Vanardi. Questa volta aprì il libro al punto in cui sul margine della pagina era impressa per rubrica la lettera Q e lesse attentamente tutto ciò che stava scritto sotto il nome di Quercia, sul quale si posò il suo dito lungo, grosso, nero, villoso ed unghiato. Poi richiuse il libro, lo ripose là donde l'avea tolto, serrò accuratamente il forziere e le mani affondate nelle lunghe tasche del suo soprabitone, il mento quadrato sostenuto al duro cravattino, passeggiò per lo stanzino profondamente meditabondo.

Intanto Gian-Luigi s'impazientava d'aspettare. Per quanto fosse pieno di risoluzione e scevro di timore il suo animo, non era certo senza una specie di apprensione ch'egli era entrato in quel luogo. Affrontava audacemente un pericolo che aveva visto sorgergli innanzi, ma non sapeva bene quali forme precise e quali forze potesse prendere poi questo pericolo, dal quale fors'anco non avrebbe potuto scampar vittorioso. La sua natura era avida di simili temerità ed era avvezza ad ottenere, mercè appunto l'audacia, l'aiuto della fortuna; ma gli piaceva per ciò averne di subito dalla sorte la risoluzione del problema che affrontava, il premio dell'ardimento che dispiegava. L'indugio che pose il Commissario a riceverlo cominciò per essergli fastidioso,poi divenne grave e quasi insopportabile. Anche la sua superbia, anche il suo amor proprio n'erano offesi. Pensò inoltre che una troppo umile tolleranza da parte sua avrebbe potuto essere indizio di qualche peritarsi, di alquanto timore, e ciò non voleva assolutamente che si credesse. Si staccò dalla finestra, dove superbamente atteggiato, il cappello in testa, stava guardando nei fossi del castello, e indirizzandosi al capo delle guardie che erano in quella stanza, disse con accento imperioso di superiore:

— Olà! E' mi par soverchio questo farmi aspettare. Crede egli il signor Commissario che io non abbia mezzo migliore di passare il tempo che star qui a guardare traverso questi vetri affumicati il volo dei colombi? Andate e ditegli che se le sue occupazioni non gli permettono di ricevermi ora, me lo faccia saper subito, ed io tornerò in momento più opportuno.

La guardia esitò un momento; ma il tono di comando e l'aria di disprezzo agiscono sempre con una certa forza sull'animo di quella gente, avvezza ad essere disprezzata da chi li comanda; e Gian-Luigi era tale a cui nessuno andava innanzi nell'imponenza dell'aspetto e nell'autorevolezza della parola. Sotto lo sguardo imperioso del giovane elegante il poliziotto finì per cedere e si recò dal Commissario a fare timorosamente l'ambasciata.

Il signor Tofi cominciò per istrapazzare di santa ragione il mal capitato, e poi soggiunse più burbero che mai:

— Dite a quel signorino che di voglia o di necessità avrà la pazienza d'aspettare; chè se volesse partirsene, avete l'ordine, come vi do espressamente, capite, di trattenerlo ad ogni modo.

Quercia, all'udire questa risposta, sbuffò, disse ad alta voce con tono concitato che avrebbe mostrato al sor Commissario il modo di trattare coi pari suoi, e fece persuasi tutti quelli che l'udivano, esser egli un gran personaggio.

Cinque minuti dopo il campanello del Commissario suonato con mano robusta avvisò che il visitatore poteva essere introdotto.

Quercia entrò nel gabinetto senza levarsi il cappello, l'occhio incollerito, la mossa superba, come avrebbe potuto fare il conte San Luca o il marchesino di Baldissero.

— Sor Commissario, diss'egli colla sua voce vibrante e l'accento fiero d'un padrone sdegnato, la sa che non mi tocca fare anticamera nemmeno dal Governatore, nemmeno dal signor Ministro?

Tofi alzò gli occhi sul giovane e lo saettò d'uno sguardo acuto, incisivo, penetrante di sotto l'arco sporgente delle sue folte sopracciglia. Luigi sentì da quell'occhiata come un urto nel cervello e nel petto: gli fu necessario usare tutta la sua forza, tutta la padronanza che aveva su se stesso per frenare un sussulto; ma le sembianze non ne lasciarono scorger nulla. Conobbe di botto che aveva un fiero lottatore di fronte; ma non si sentì impari allo scontro. Rispose con uno sguardo più superbamente sdegnoso che mai.

Il Commissario se ne intendeva di forza d'animo e d'espressione di fisionomia.

— Ecco una stupenda figura, pensò, tenendo fisi sul volto del giovane i suoi occhi, che però cessarono di avere l'aggressività di prima. Questo individuo non deve far nulla di mediocre. Se ha posto il piede nella via della scelleratezza ci andrà — ci sarà andato — più innanzi d'ogni altro.

Sentì una specie, non dirò di rispetto, ma di riguardo verso quella forza di tempra che vide rivelarglisi, che indovinò ancora più. Avvezzo a rispettare ogni superiorità sociale, riconobbe e quasi accettò quella superiorità di volere e di pensiero che aveva dinanzi. Laonde nella sua risposta non ci fu tutta quella insolente asprezza che altri si sarebbe potuto aspettare. Sedeva egli alla sua scrivania, al piano della quale appoggiava il gomito sostenendo colla mano la sua faccia pelata di color ulivigno, che teneva rivolta verso il giovane in piedi pochi passi da lui distante, e senza punto muoversi, disse lentamente:

— Se S. E. il governatore e S. E. il ministro non le fanno fare anticamera, gli è perchè andrà da loro in momenti in cui non ci hanno nulla da fare. Io, che non ne ho punto di questi momenti, non posso trascurare il servizio del Re per far piacere a questo ed a quello. Ha capito?

Sulla faccia di Quercia parvero lottare un sentimento d'irritazione e un altro di cedevolezza (ed era questa in lui tutta arte sopraffine da comico): dopo un poco la diede vinta a quest'ultimo, fece uno de' suoi incantevoli sorrisi che significava apertamente: «Siete un originale, e conviene prendervi come siete;» e disse con accento scherzoso:

— Ho capito benissimo.

Siccome lo sguardo acuto di Tofi si levava al cappello che il giovane teneva ancora in testa, ed essendo in casa altrui era dovere levarselo, Gian-Luigi se lo tolse sbadatamente; come compiendo un atto abituale, senza darci importanza, e lo gettò sul forzierino lì presso: poi senza aspettare l'invito di sedere che il Commissario non pareva disposto a fargli, prese una seggiola e venne ad assettarsi ad un passo di distanza dalla scrivania.

— Posso sapere che cosa mi vale questa sua visita? domandò allora con accento burbero il signor Tofi che non aveva mai tolto il suo sguardo dal giovane.

Questi rispose con quell'accento scherzosamente leggiero che pareva aver adottato per tono della conversazione:

— La lo può sapere di sicuro, perchè son venuto apposta per dirglielo.

Raccontò la favola dell'aggressione notturna, qualel'aveva narrata al padre di Francesco, e diede dei suoi aggressori i connotati che corrispondevano precisamente a quelli diGraffignaeStracciaferro. Tofi lo aveva ascoltato, guardandolo sempre con quella fissità che era fatta per turbare anche un innocente; e Quercia non se n'era menomamente lasciato turbare.

— Bene: disse il Commissario con ironia; Ella mi ha dipinto a meraviglia due malfattori che dovettero prender parte all'assassinio dell'usuraio Nariccia; ce ne manca soltanto uno, poichè abbiamo la certezza che a compire quell'orrendo delitto erano in tre. Saprebbe dirmi qualche cosa anche del terzo?

Gian-Luigi lo guardò come uomo che non comprende, e che non si cura dare importanza agli indovinelli cui piaccia al suo interlocutore affacciargli.

— Credo, rispose con disdegnosa leggerezza, che non sia mio còmpito, ma il suo, quello di rintracciare questa razza di gente.

— E lo rintracceremo, e lo troveremo: disse lento e spiccatamente il Commissario chinandosi alquanto verso Gian-Luigi e guardandolo più fiso ancora di prima.

Quercia non ebbe la menoma contrazione dei muscoli della faccia, nè il menomo batter di ciglia.

— Lei è medico? domandò bruscamente a un tratto il signor Tofi.

Gian-Luigi s'inchinò con una ironica ma elegante cortesia.

— Per servirla; rispose.

— Sarei curioso di sapere in quale Università ha presa la sua laurea di medicina.

— La curiosità è una dote del suo mestiere, ma non credo che sia un obbligo dei cittadini il soddisfarla.

— È un obbligo molte volte cui impone la giustizia. Parecchi anni sono c'era nell'Università di Torino uno studente di medicina che aveva molta rassomiglianza con Lei; ma frequentava più le bische, i bigliardi, i convegni di certe donne, eccetera, che non le lezioni dei professori; e non avvenne mai che questo cotale prendesse la laurea. Sparì un bel dì carico di debiti, e si ha forti dubbi che poi ricomparisse con altro nome, dandosi addirittura per medico e sfoggiando una ricchezza che nessuno sa com'egli si fosse guadagnata — o si guadagni.

Gian-Luigi appressò la sua seggiola alla scrivania ed a questa appoggiò il gomito con mossa piena di grazia e di eleganza; poi, battendo una marcia sul mobile colle dita bianchissime della destra che aveva sguantata, prendendo un tono di libera domestichezza, ma non scevro d'una certa superiorità, domandò:

— Parli chiaro, sor Commissario. È questa una specie d'interrogatorio che la mi dirige?

— E se lo fosse, signor dottore, che la risponderebbe?

— Risponderei la verità. Quello studente ed io siamo una persona sola. S'io non ho la laurea di medico, non n'esercito neppure la professione, ed è innocente inganno quello di prendere un titolo vano che l'uso suol dare di subito a chi intraprende una di simili carriere. Lo studente di leggi è salutato fin dal primo anno col titolo di avvocato, e lo studente di medicina con quello di dottore. Quanto alle mie ricchezze, dove mi se ne chiedesse l'origine, ad uno qualunque, direi che gli è un impertinente, e saprei dargliene anche la meritata lezione; ad un'autorità, come sarebbe Ella, quando credesse per una ragione qualunque di suo ufficio dover entrare in questi che sono individuali segreti, avrei buono in mano da provare la legittimità della provenienza di tutto ciò che possedo.

— Ebbene, signor dottore o non dottore; proruppe con una specie d'impazienza il Commissario; quell'autorità le sta dinanzi, e il momento di dar questa prova è venuto.

Quercia si trasse indietro levando il capo e drizzando il collo in una mossa piena di superbia.

— Si oserebbe sospettare alcuna cosa?...

Tofi lo interruppe ruvidamente.

— Noi osiamo sospettare di tutto e di tutti.

Il giovane gli gettò un'occhiata fiera di minaccia e disdegno.

— La dovrebbe pur sapere chi io mi sia e di quali attinenze mi vanti. Badi che questa troppo spiccia maniera di procedere, se conviene coi miserabili coi quali è solita Ella a trattare, non si affà colle persone ammodo...

— Io sono come sono e fo come mi aggrada, purchè faccia il dover mio: interruppe Tofi diventando sempre più ruvido. Poichè Ella stessa è venuta a me, prima ch'io la mandassi a cercare, la si acconci a darmi in questa conversazione quelle nozioni di fatto che mi abbisognano, altrimenti la conversazione potrebbe prendere un nome più severo, quello che disse Ella stessa un momento fa, e diventare un interrogatorio.

Quercia fece colla mano un cenno di superba condiscendenza accompagnandolo con un sogghigno che significava: «vedremo chi l'avrà vinta alla fine;» e disse con tutta freddezza:

— Bene! Interroghi pure.

Alle domande di Tofi rispose colla storiella che gli abbiamo già sentita narrare al sor Giacomo, e promise presentare come documento lo scritto del suo protettore, il medico del villaggio, il quale scritto già aveva eziandio accennato al padre di Maria.

Tofi scrisse man mano le sue noterelle nel portafogli che soleva portare nella tasca del petto, e non mostrò in modo alcuno sulla sua faccia scura che impressione, buona o cattiva, gli facessero le parole del giovane. Questi, finita la sua narrazione, si levò.

— Parmi che non le occorra più nulla da parte mia e che posso andarmene.

Il Commissario lo guardò un momento senza rispondere. Gian-Luigi sentì un brivido corrergli per le vene: gli parve che dalle labbra grosse di quella bocca squarciata dovessero uscire le tremende parole: — «Ella è arrestata;» ma neanco di lui la fisionomia non espresse nulla dell'interno sentimento.

— Un istante: disse con accento che pareva minaccioso la voce rauca e burbera del Commissario.

Gian-Luigi fece correre tutt'intorno uno sguardo ratto e fugace come chi cerca se vi è modo di scampo.

— Che la vuole ancora? domandò egli sorridendo leggermente.

— La non è venuta qui per dar querela di quell'assalto notturno, di cui dice essere stato vittima?

— Precisamente.

— Dunque aspetti che sia scritta la sua deposizione e ch'Ella l'abbia firmata, perchè si possa poi trasmetterla all'autorità giudiziaria.

Fece venire l'impiegato che sedeva nella camera precedente, e dettò rapidamente il verbale della denunzia fatta da Quercia.

— Va bene così? gli domandò poi col suo tono aspro e burbero.

Gian-Luigi chinò leggermente il capo.

— Allora firmi.

Quercia prese la penna e scrisse con mano sicura, nella più bella calligrafia di cui fosse capace, il nome ch'egli soleva portare. Poi prese il cappello che aveva posto sul forziere e a mo' di commiato disse:

— Per qualunque cosa che occorresse ulteriormente in proposito, Ella sa dove mi si può trovare.

Il Commissario rispose con un accento in cui c'era dell'ironia e della minaccia:

— Sì signore: saprò appuntino dove trovarla.

Gian-Luigi, fece un legger cenno del capo che poteva sembrare un saluto, ed uscì da quel gabinetto, da quel locale, dal Palazzo Madama col passo tranquillo, sicuro e superbo con cui era entrato.

Tofi gli guardò dietro alla guisa con cui il gatto guarda un topo che gli scappa.

— Ah! se non fosse amico del conte di Staffarda e il ganzo della contessa: disse fra sè con un sospiro di rincrescimento: non me lo lascierei sfuggir di mano.

Quando fu al largo nella vasta Piazza Castello, in piena luce e in piena aria libera, Gian-Luigi mandò un grosso rifiato, come uomo fatto libero da un'oppressura, e senza pur accorgersene affrettò il passo per allontanarsi di là. Fu sotto i portici e fece un tratto di cammino senza saper bene dove volesse andare e che cosa fare; salutò i conoscenti con cui s'incontrò in quell'universale ritrovo dei Torinesi, coll'aspetto e coi modi «d'uomo, cui altra cura stringa e morda che quella di colui che gli è davante.»

— Bisognerebbe tagliar corto e presto a siffatte velleità curiose del sor Commissario, pensava egli. Come governarsi per ciò?... Ah! non c'è altri che mi possa meglio aiutare di quella brava Zoe.

Volse indietro ratto i suoi passi, e, frettolosamente camminando, fu in breve alla dimora della famosaLeggiera. Trovò un gran disordine nel quartiere di quella donna, e lei medesima in una somma desolazione. Nel salotto e nella camera da letto tutto era sottosopra, gli specchi spezzati, le porcellane infrante, gli orologi e i candelabri dorati fatti a pezzi e giacenti in terra, le tende e le cortine strappate, tutti i ninnoli e le minuterie eleganti ond'erano adorne quelle stanze sparsi a frantumi sul pavimento. In mezzo a questo tramestio, le chiome scarmigliate, pendenti sulle spalle, contratta la faccia, le mani serrate, come Mario sulle rovine di Cartagine, sedeva laLeggera.

— Che è egli avvenuto? domandò Gian-Luigi guardandosi attorno stupito. Si direbbe che v'è stata un'invasione di barbari.

Zoe sollevò il suo volto abbuiato e volse al suo complice gli occhi, in cui si vedeva un implacabile risentimento.

— Che cosa è avvenuto? diss'ella con labbra strette e con voce che sibilava fra i denti. Gli è avvenuto che ilprince charmantè un cane, ed anche un peggior animale. L'invasione dei barbari fu uno scoppio della sua collera bestiale. Quello scimmiotto andò in furore e parve un orso scatenato. Ma me l'avrà da pagare...... oh se l'avrà da pagare!

E tese verso un punto dell'orizzonte, con atto pieno di minaccia, il suo braccio colla mano chiusa a pugno.

Gian-Luigi diede un calcio ad un coccio di preziosa porcellana che si trovò tra' piedi.

— Ed avrà da pagare eziandio tutto questo.

LaLeggerafece un perfido sogghigno.

— E come! Voglio una mobilia tutto nuova e dieci volte più bella.

— Benissimo! E così il sor Principe imparerà a far le bizze. Ma come avvenne?

— Avvenne per causa tua.

— Mia! Oh, in che modo?

Per dirla in breve, al signor Principe era stato detto, affermato e provato che la Zoe era in istrettissime e non innocenti attinenze col famoso dottor Quercia, e S. A. arrabbiatissima aveva voluto con modi da prepotente ottenere che la donna gli promettesse di non ricevere più quel cotale. La domanda e la forma con cui era espressa spiacquero immensamente allaLeggerache non era d'umor dolce nè tollerante. Rispose in pari tono, cioè con insolenza uguale all'imperiosità dell'altro; la discussione divenne in breve più che vivace, e il Principe si obliò al punto da levar la mazza sopra lamantenuta; ma essa, accampandosi fieramente in faccia a lui, le braccia serrate al petto, l'aria imponente di risoluzione, le nari frementi, lo sguardo acceso, gli disse con forza:

— Suvvia! Abbia l'immenso valore di percuotere una donna! Bella principesca impresa!

Il Principe s'era allontanato da lei come un animale domato; ma in qualche modo aveva pur bisogno di sfogare l'irrefrenabil ira che lo rodeva. Con quella mazza che si trovava in mano si diede a percuotere di qua e di là sui mobili, sui quadri, sugli specchi, su tutto, atterrando, rompendo, scaldandosi nella sua opera di distruzione, menando colpi alla cieca come un paladino gettatosi in mezzo ad uno stuolo di nemici; e quando tutto fu infranto, fuggì, perseguitato da uno stridente scoppio di risa dellaLeggiera.

— Diavolo! Diavolo! mormorò Quercia vivamente contrariato: questa la non ci andava.

Disse alla Zoe com'egli fosse venuto a domandarle di ottenere per mezzo appunto del Principe che il Commissario di Polizia non si occupasse altrimenti dei fatti suoi, ed ambedue riconobbero che l'occasione non era niente affatto opportuna per parlare a S. A. di Quercia, e per chiedergliene in pro di lui un favore.

Zoe giurò e spergiurò ch'ella non avrebbe fatto pure un passo verso il suo principesco amante, e che a costui toccava venirsene umilmente ad implorare ed ottenere il perdono; ma si mostrò sicura in pari tempo che ciò non avrebbe egli tardato di molto a fare. Ella non avrebbe commesso l'imprudenza di entrare subito con S. A. in quei discorsi che Luigi desiderava, ma prometteva che con accortezza, dopo alcuni giorni, avrebbe saputo affrontare destramente l'argomento ed ottenere lo scopo.

Bisognava aspettare alcuni giorni, e Quercia sentiva che i fati premevano ed era urgente il pararne i colpi. Ma come fare? Uscì di casa la Zoe, domandandosi se il meglio non era fuggire di presente, recando seco tutto quel bottino che poteva. Ma l'idea di fuggire gli era ostica, voleva ancora lottare; e poi gli passò innanzi alla mente la immagine di Maria, la cui innocente giovinezza avevagli destato un ardente, scellerato desiderio, decise aspettare.

— Per ogni occorrenza, pensò frattanto, bisogna ch'io vada a far imparare alla Margherita il romanzetto che ho immaginato intorno alla mia origine. E sarà bene ch'io induca eziandio Maurilio a non contraddirlo almeno. Bisogna adunque ch'io vada colassù... Dopo tanto tempo!... E sarà forse l'ultima volta.

Avrebbe voluto partire di subito pel villaggio, dove sappiamo essersi eziandio recato Maurilio in compagnia di Don Venanzio; ma ricordò che doveva, che voleva avere quel giorno medesimo una spiegazione col conte Langosco, e differì la sua partenza al domani.

All'ora solita, colla solita fisionomia, come se di nulla sapesse, Quercia si presentò al palazzo Langosco. Non mostrò il menomo stupore, quando il lacchè gli ebbe detto che il signor conte desiderava parlargli e lo attendeva nel suo gabinetto. Fece segno lo vi si guidasse, e seguì il domestico che fu ad annunziarlo. Entrò colà dentro la fronte alta, l'aspetto sicuro, un grazioso sorriso sulle labbra. Il conte stava in piedi, accigliato, severo, con un sogghigno più amaro che mai sulla sua bocca tirata; e non tese la mano verso il nuovo venuto. L'accoglimento era così apertamente ostile che Luigi, il quale dapprima aveva l'intenzione di non accorgersene, capì che sarebbe stato un errore il non mostrarne risentimento. Spense di botto l'amichevole sorriso sulle sue labbra, diede alla sua faccia un'espressione che in alterigia era pari affatto a quella del conte, ed incrociò bravamente i suoi sguardi arditi coi fissi sguardi di Langosco. Pensò che meglio gli convenisse, senz'aspettare l'assalto, cominciar egli e vivamente l'attacco.

— Eccomi qua, disse con accento d'una sicurezza quasi impertinente. Ella vuol parlarmi. Sta bene. Spero che non sarà cosa da durar lungo tempo, perchè in verità, per mia disgrazia, non ho che pochi minuti da concederle.

A queste parole ed al tono con cui erano dette, il conte sentì una subita, vivissima ira salirgli alla testa, ridrizzò alquanto il curvo petto e lanciò dagli occhi uno sguardo di fuoco, mentre una lieve tinta rosata gli veniva ai pomelli delle guancie macilente. La sua mano si tese verso il cordone del campanello, e Gian-Luigi comprese che proposito di lui era suonare pei lacchè, e farlo da loro scacciare da quella casa senz'altro. Quercia non lo avrebbe tollerato così di piano: mosse un passo verso il conte e fece un alto risoluto, come per trattenere quella mano; la sua faccia aveva preso l'aspetto terribile delle risoluzioni violente, la fronte gli era solcata da quella sua ruga caratteristica; gli sguardi accesi di quei due uomini si scontrarono di nuovo pieni d'odio e di minaccie. Capirono che stava per avvenire uno scandalo e gravissimo; questo non conveniva punto a Gian-Luigi, e meno ancora al conte. La mano di costui s'arrestò e venne a posarsi tranquillamente sulla pietra del camino: il lieve rossore sparì dalle sue guancie; gli occhi perdettero alquanto dell'espressione di minaccia e di collera per prenderne una di profondo disprezzo: stettero ancora un poco di quella guisa, guardandosi senza parlare: ma in quello scambio di sguardi e' si dicevan più e meglio, e' si rivelavano a vicenda l'animo ed il pensiero più che non avrebbero fatto coi discorsi.

— Non ho nessun desiderio di trattenerla lungamente; disse poi il conte con accento che mirabilmente s'accompagnava a quella nuova espressionedel suo sguardo. In due parole mi sbrigo e la sbrigo. Voglio anzi porla così bene in libertà che non abbia da darci mai più neppure un momento del suo tempo prezioso.

Gian-Luigi tese innanzi la testa come fa chi non ha capito bene e vuole afferrar meglio il suono delle parole.

— La vuol dire? domandò con un certo piglio che aveva dell'ironia e dell'impertinente.

— Non mi capisce? disse il conte coll'accento altezzoso d'un aristocratico inuzzolito.

— Ne accusi pure la mia intelligenza. Desidero che si mettano i punti sugl'i.

Il conte lo guardò fiso negli occhi con intendimento malizioso.

— Ah! Ella non dovrebbe avere di tali desiderii. La mi pare in condizioni da dover capire a mezze parole.

Quercia non battè ciglio.

— L'indovinar le sciarade è la prova d'ingegno di chi non ha spirito: disse accostandosi vieppiù al conte ed appoggiando famigliarmente un gomito alla pietra del camino su cui il marito di Candida aveva posta la mano. Le dispiace che ci parliamo in buon piemontese?

Langosco, quasi per moto istintivo, si trasse in là, come per allontanarsi dall'interlocutore.

— Non v'è ragione per cui a me abbia da dispiacere; rispose con tono più asciutto e più superbo di prima. Le voglio significare adunque che Ella non abbia più da mettere piede in mia casa, mai.

Luigi accolse queste parole colla massima freddezza ed indifferenza.

— Perchè? domandò egli semplicemente.

— Perchè? ripetè il conte, cui quel contegno del suo avversario parve presso a far uscire dai gangheri. Il perchè lo chieda al gioielliere X.

Quercia non si mosse: Langosco aspettò un momentino e poi soggiunse con voce più bassa, affondando lo sguardo negli occhi neri e profondi del giovane:

— Lo chieda all'assassinato Nariccia.

Luigi non ebbe il più leggiero sintomo della menoma emozione. Gli occhi di Langosco non poterono cogliere nulla nella oscurità profonda di quegli occhi immoti in cui ficcavan lo sguardo.

— Nariccia, rispos'egli freddamente, non mi potrebbe dir nulla, poichè ho udito che da quella bocca non uscirà parola mai più; il gioielliere non dovrebbe sapermi dir nulla, poichè non credo che Lei abbia voluto porre a parte di cose intime domestiche delle persone estranee.

All'impudente franchezza di quell'individuo, lo stupore del conte superò l'indignazione: stette lì quasi a bocca aperta a guardarlo meravigliato.

Quercia continuò:

— Una rottura fra di noi, creda, signor conte, non conviene a nessuno dei due; poco a me, assai meno a Lei. Io non son tale da lasciare che il mondo sappia aver io ricevuto un affronto quale è quello ch'Ella vuol farmi, ed io avermelo ingoiato con santa pazienza. Vuol Ella che fra noi si venga ad un duello?

Il conte fece vivamente un atto che indicava con chi gli stava dinanzi non si sarebbe battuto mai.

— Ella sa, continuava Luigi con uno speciale sorriso, che un uomo della mia fatta ha mille mezzi per far battere con sè un gentiluomo come Lei. Ma in uno scandalo chi ci ha da guadagnare? Ho bisogno che per una settimana tutt'al più, le cose continuino ad andare come per lo passato. Le propongo quindi, non un trattato di pace, ma una convenzione di tregua. Fra una settimana io parto per l'estero; glie ne do la mia parola; e la sarà libera per sempre dei fatti miei. Durante questo poco di tempo Ella ignori la mia presenza in questa casa ed altrove, le prometto che non le verrò innanzi io a ricordargliela.

Langosco ebbe un movimento di sdegnoso dispetto: gli venne più forte di prima la tentazione di far gettar fuori dai lacchè quell'impudente.

— Se Ella, seguitava lo scellerato pesando sulle parole, si lascia trasportare dall'impazienza, ciò che ora è segreto diventerà pascolo delle perfide ciarle del pubblico.

Il conte non rispose, non si mosse: aveva chinato lo sguardo, incurvata di nuovo l'esile, infiacchita persona e pareva esser egli cui la coscienza rimordesse. Aveva capito che in quelle parole era anche una minaccia e questa gli faceva paura. Quercia attese un momento e poi riprese con accento più sciolto che mai:

— Non voglio trattenerla più a lungo: le ho detto che anch'io non aveva molto tempo da concederle. Questo colloquio non avrà il suo secondo, mai. Non le domando risposta, ma l'attendo dai fatti. Ella già deve conoscermi che io non temo di nulla e non m'arretro innanzi a nulla.

S'inchinò leggermente ed uscì, senza che il conte facesse il menomo cenno, il menomo movimento, mandasse la menoma voce.

— Oh avere il proprio onore in mano di quello scellerato! disse poi fra se stesso raccapricciando. E' vuol partire.... La è di certo la fuga del colpevole... Ed io dovrò azzittire?

Quercia da canto suo faceva il seguente monologo:

— In una settimana avrò sbrigato tutto e partirò. Potrò io sostenere ancora per una settimana questo edificio che si disfà e minaccia crollarmi addosso? Certo che sì. L'audacia e l'accortezza mi aiuteranno.

Il domani a mattina partì ancor egli pel villaggio dov'era stato allevato.


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