CAPITOLO XIII.— Vi dissi che questa sera avrei comunicate gravi e serie novelle: così cominciò Mario Tiburzio; e quanto sto per manifestarvi è infatti più importante che forse non crediate, che io stesso non avrei pensato.Trasse di tasca alcune lettere e mettendole spiegate sopra il suo ginocchio destro, vi pose su la mano.— Qui, riprese egli, stanno le relazioni dei comitati parziali delle città delle Romagne, di alcuni di quelle del Napolitano, di Toscana e della Lombardia. Dappertutto la rivoluzione è pronta. Non si aspetta che un cenno da noi e si domanda che questo non tardi. Abbiamo noi da chiamarli alle armi?Tacquero tutti sovraccolti, colla fronte corrugata, colle guancie pallide, cogli occhi fissi a terra, con un po' d'affanno nel respiro che dinotava il violento palpito del cuore. Il momento era solenne. Quei giovani si credevano — ed era in parte — avere in pugno la sorte della patria loro. Certo dal loro accordo in una decisione dipendevano centinaia di vite, e nuovi travagli e nuovi martirii.Giovanni Selva, il più impetuoso di tutti, fece primo una mossa che accennava esser egli per parlare.Mario alzò la destra e gli accennò attendesse.— Un momento: pronunziò egli con accento più grave ancora e più solenne. La risposta che ciascuno di voi deve fare a questa domanda ha da essere l'effetto d'una matura riflessione e data con piena ed assoluta cognizione delle cose. Queste lettere mi pervennero oggi nelle prime ore del pomeriggio, ed io rinchiusomi nella camera dove mi nascondo, ho meditato su esse una mezza giornata che mi parve la più angosciosa che abbia vissuto mai e che pure mi passò come un lampo. Quando venne l'ora di andare a teatro, io aveva tuttavia un confuso tumulto nella testa, un ronzio negli orecchi per il rifluire del sangue nel cervello, degli abbagliamenti negli occhi. La febbre mi travagliava. Uscii tenendo sotto panni qui sul mio petto queste carte fatali, e il loro contatto mi pareva abbruciarmi. Corsi fuor di città a farmi flagellare la fronte dalla fredda aria notturna. Quello che s'avvicendò di pensieri nel mio capo non potrei esprimerlo a gran pezza. Quando entrai nel teatro ero calmo, la mia risposta era formolata. Non vi dirò per ora qual sia. Udite prima la lettura di questi rapporti, e poi meditateci sopra anche voi.Lesse quei documenti ad uno ad uno con voce lenta e posata. In tutti dicevasi essenzialmente: essere stanchi della oramai incomportabile tirannia; rifornite di grandissimo numero di ascritti essersi dappertutto le file dei congiurati; il popolo impaziente anelare alla lotta contro i suoi oppressori; aversi raccolto di celato buona somma di denaro, cui ardenti patrioti erano disposti a venir man mano rinforzando; aversi delle armi nascoste e sapersi ancora onde provvedersene: coll'aiuto di certi agenti inglesi che facevano di questi traffichi; essere gran tempo d'una risoluta eroica decisione. Veniva per ultimo un disegno di rivolta del comitato parigino, per cui stabilivasi che ad un tempo nelle Romagne e in Piemonte avesse da seguire lo scoppio, al quale avrebbero tenuto dietro senza ritardo le insurrezioni di Lombardia, di Sicilia e del Napolitano. A Mario ed agli amici suoi il procurare e provvedere pel rivolgimento nelle terre subalpine. Si assegnava un corto periodo di tempo per gli ultimi preparativi, e i giorni di gazzarra della fine di carnovale erano posti come quelli in cui si sarebbe dovuto scendere in piazza. Italia e libertà il grido; via lo straniero l'impresa; repubblicano, colla formola di Mazzini, il vessillo.Poichè Mario ebbe finito di leggere, nessuno ancora degli amici parlò. Tutti avevano lasciato spegnere in bocca lo zigaro o la pipa, loro compagni inseparabili.Mario ripose in seno quelle carte pericolose e riprese a dire:— Qui non è tutto. Siccome conviene che voi sappiate ogni cosa, mi resta da narrarvi d'un importante abboccamento che ho avuto testè. Voi sapete come da poco tempo sia sorta nel nostro paese una nuova schiera di amatori di libertà e di progresso, la quale, rompendo colle tradizioni del nostro popolo che sono tutte repubblicane e rivoluzionarie, pretende e sogna di effettuare l'impossibile vicenda d'un movimento pacifico di riforma, per cui l'Italia dalla monarchia, o meglio dalle monarchie che la opprimono, venga a ricevere aiuto precipuo a costituirsi in nazione ed acquistare la indipendenza dallo straniero. Questa scuola è anzi nata qui in Piemonte, e ne sono fondatori e precipui campioni i vostri Gioberti, Balbo e d'Azeglio. Essi chiamano utopia la nostra di sperare nella forza dell'ira popolare, nella potenza della rivoluzione, nel santo principio della libertà repubblicana; e noi chiamiamo utopia la loro di confidare in un miracoloso liberalismo di re che soltanto vivono per la tirannia, in un desiderio d'indipendenza di principi i quali dallo straniero soltanto hanno sostenuti i loro troni. Fra queste due schiere, come vedete, corre un abisso; e tuttedue si guardano con diffidenza a vicenda. Mi era già venuto parecchie volte il pensiero che opera buona sarebbe il tentare se possibil cosa non fosse l'indurre fra queste dueparti un accordo per cui, in servizio di quella libertà e di quel bene della patria che tutti in fondo vogliamo, si traesse profitto delle forze che in verità stanno presso dell'una e presso dell'altra.«Siffatto pensiero, ch'io non avevo mai trovato modo, occasione ed incoraggiamento a porre in atto, ha or ora intrapreso di effettuare uno dei principali della parte che si chiama e dev'essere chiamata moderata, uno dei vostri, un di quelli che ho nominato adesso, Massimo d'Azeglio.«Questo nobile liberale, questo soldato artista, questo scrittore patriota, viaggia per l'Italia, quasi messo del suo partito, apostolo della nuova dottrina della rivoluzione pacifica di complicità fra popolo e principi, sconsiglia ogni violento proposito, incuora alla tolleranza, alla calma, ad una rassegnata aspettazione, facendo sperare chi sa quali venturosi successi da un subito convertimento dei nostri reggitori all'amore della nazionalità. Ora, come sapete, ei trovasi in Piemonte, e fa nella società torinese la sua opera di propaganda moderata.«Avevo più volte pensato di recarmigli innanzi. L'ho conosciuto quando visse in Roma come semplice e non ricco artista, ed io era giovanetto. Nell'infelice ultima rivoltura, a cui presi sì sfortunata parte, udii ch'egli avevala condannata: ma le nobili parole ch'egli stampò a far conoscere il vero all'Europa non mi lasciarono scemar d'un punto quella reverenza e quell'affetto che sin da prima ho concepiti per esso. Pur mi peritavo di venirgli innanzi, solamente per appurar meglio lo screzio profondo che divide le sue dalle nostre idee; e come non confidavo abbastanza nella mia forza di persuasione, per istaccar lui dalle sue opinioni, sentivo altresì che le mie mi erano eziandio così radicate nell'animo, che niuna parola, per quanto autorevole, me ne avrebbe potuto smuovere. Inutile quindi, e forse doloroso soltanto l'accontarsi con esso lui.«Ma ciò che non io, si decise a far egli. Mercè i suoi rapporti con tutti quelli della parte liberale italiana, d'Azeglio seppe della mia venuta e del mio star qui in Torino, ed apprese ancora o indovinò l'opera mia. Volle ad ogni modo vedermi e favellar meco; e per un'interposta persona mi fece questa medesima sera domandare un luogo ed un'ora per un colloquio, e presto, che trattavasi di cose urgenti. Risposi che sarei andato da lui anche subito; mi si prese in parola, e quand'ebbi finito il mio poco di parte nell'opera, sgusciai via, raggiunsi in piazza l'uomo che mi aspettava, e fui condotto in presenza di Massimo d'Azeglio.«Sono uscito da quell'abboccamento per correr qui da voi; e la cagione del mio ritardo fu questa. Importanti cose si dissero nel nostro colloquio, ed è mestieri che voi pure le intendiate.»Qui Mario fece una pausa. I suoi compagni, sempre più presi dall'interesse, gli si accostarono ancora di vantaggio, pendendo proprio dalle sue labbra; ed egli così incominciò a parlare:— Massimo d'Azeglio ha nella sua persona tutto quanto può sedurre ed ispirare rispetto insieme e simpatia: la gentilezza d'un cavaliere, l'abbandono d'un artista, la cortese domestichezza del tratto, la grazia dell'ingegno, e sopra tutto ciò lo splendore della fama sì giustamente acquistata al suo nome. Parla con una modesta sicurezza e con un'agevole semplicità che sono ben lungi dall'eloquenza, ma che più di questa vi si insinuano nell'anima, vi convincono e vi trascinano. Sul suo volto nobile ed aperto, nel suo sguardo limpido e schietto, nel suo sorriso arguto e tuttavia pieno, direi, di tolleranza, appaiono la sincerità delle sue convinzioni, la integrità della sua anima e la cavalleresca lealtà del suo carattere. Alto di persona e non ancora cinquantenne, sta curvo ed ha un aspetto stracco, come se le fatiche della vita sostenute lo avessero affranto; i capelli brizzolati, le rughe che si affollano sul suo viso dimagrato gli danno un'apparenza di età più inoltrata e non gli lasciano di giovane che lo sguardo ed il sorriso. Questa medesima aria di sofferenza e di affralimento accresce in lui quel fascino di simpatia che ho detto, ch'egli manda intorno a sè, su chiunque l'accosti. Tanto più che facilmente si scorge, cotale stracchezza non esser che delle membra, ma dentro esse perdurare vivaci, forti, ardenti l'animo e lo spirito, pronti, ove il bisogno ne occorra, a dare, colla forza indomata del volere, attività e robustezza anche al corpo.«Vi dico tutto ciò, perchè vediate se io non era disposto meglio che altro a subire l'influsso della parola, delle ragioni, della giusta autorità di quell'uomo benemerito d'Italia.«Al mio entrare si alzò dalla poltroncina su cui sedeva, presso ad una tavola, leggendo al chiarore d'una lampada, i cui raggi erano riflessi sul libro da un coprilume bianco al di sotto, verde al di fuori; depose il volume che teneva in mano sulla tavola colla parte in cui era aperto volta all'ingiù, e fece alcuni passi verso di me e la persona che mi introduceva. Appena udito da quest'ultima il mio nome, si accostò più rapidamente, tendendomi le sue due mani.«— Tiburzio! Diss'egli con molto affetto. Con quanto piacere vi rivedo! Voi mi ricordate la mia diletta Roma, e il bel tempo che, giovane, ho vissuto in essa; voi mi recate innanzi il maschio volto d'un coraggioso patriota, d'uno che può dirsi per sangue e per animo discendente dai Romani dei due Gracchi.«(Vi ripeto, quale egli le disse, le sue parole, che una per una, come potete immaginare, mi si stamparono nella mente e nel cuore).«Per le mani, che io aveva poste nelle sue tesemi così cordialmente, mi trasse presso la tavola, e levando il coprilume dalla lampada, fece che i raggi di essa si spandessero per la cameretta e percuotessero in pieno nei volti di ambedue che stavamo là l'uno a fronte dell'altro.«— Così, diss'egli scherzosamente, che possiamo leggerci nella soprascritta.«I suoi occhi si affisarono ne' miei ed i miei si affondarono ne' suoi. Parve che le nostre anime si incontrassero; e credo poter dire che niuno rimase scontento di questo mutuo, tacito esame.«— Ah! Diss'egli con un sospiro insieme ed un sorriso: l'ultima volta che ci siam visti, voi eravate appena giovinetto ed io già uomo; ora voi siete un uomo ed io sono vecchio.«La persona che mi aveva introdotto era testo sparita; ci trovavamo affatto soli.«D'Azeglio tirò avanti una poltroncina, rimpetto a quella in cui egli sedeva poc'anzi, e fe' cenno mi vi assettassi.«— Sedete e discorriamo: mi disse.«Sedette egli stesso, ed appoggiando il gomito destro alla tavola sostenne il capo colla mano alla fronte, mentre mi seguitava a guardare con insistenza che non aveva nulla di offensivo o sgradito, ma invece di amorevole, onde non me ne sentivo menomamente turbato.«Io dissi alcune parole ad esprimere la mia soddisfazione e la mia superbia nel trovarmi a quel colloquio con esso lui. Egli m'interruppe con quel suo aggraziato e malizioso sorriso.«— Caro Tiburzio, non siamo qui per farci dei complimenti, che nella vostra bocca sento sinceri, ma che non fanno all'uopo. Io non vo' usare con voi ciò che suol chiamarsi della diplomazia. Lo faccio con nessuno — o con pochissimi, soggiunse sorridendo — e la gran ragione si è che non ci ho proprio gamba. Con voi poi meno che meno vorrei tentare codesto, perchè vi stimo di troppo, e inoltre la sarebbe cosa inutile ed anzi dannosa agli effetti che mi sono proposto d'ottenere. Gli uomini di ordinario hanno due verità come due coscienze; una verità vera ed una coscienza giusta a cui fanno contrapposto una verità affatturata e una coscienza che chiamerò legale. Nei nostri rapporti noi ci atterremo alle prime due, perchè tale è nostra natura, e vi dirò schietto che tale è eziandio il mio interesse. Dunque a noi, senza altro preambolo.«E qui, ponendomi famigliarmente una mano sopra il ginocchio, mi disse che se io conosceva alcuna cosa de' fatti suoi, anch'egli non era del tutto al buio intorno ai miei, che sapeva la parte da me presa negli ultimi infausti rivolgimenti, la mia dimora in Parigi e in che cosa l'avessi occupata, la mia venuta in Italia, e l'opera a cui intendevo sotto il mio finto mestiere d'artista da teatro.«— Quest'opera, diss'egli allora con molto calore, quest'opera non può riuscire, più che non abbiano riuscito gli ultimi tentativi di Romagna, credetene l'esperienza d'un uomo a cui pur troppo la maturanza dell'età non lascia abbandonarsi alle lusinghe della fantasia, d'un uomo che ha viaggiato palmo a palmo questa Italia che si tratta di sommovere, che ne conosce della popolazione gli elementi, le condizioni, gli umori, i difetti. Voi, col trasporto del vostro desiderio e del vostro patriottismo, vi create un popolo italiano immaginario che non esiste, e quindi allorchè lo chiamate alla lotta, esso vi manca e non sapete rendervene ragione. Fra noi v'è una massa stragrande di plebe, la quale non si cura di patria, nè d'indipendenza, nè di libertà, perchè non sa nulla, non comprende nulla, non avverte nessun suo interesse ad un cambiamento politico qualunque.A questo punto Maurilio, che era sempre stato immobile ad ascoltare, coi gomiti appoggiati alle ginocchia e il volto sostenuto alle mani serrate a pugno, si volse di scatto ed esclamò vivamente.— Gli è vero! Codesta osservazione tenetela a mente: ci tornerò sopra.Mario continuava:— E non solo — così diceva ancora D'Azeglio, e come vedete, io vi ripeto con tutta imparzialità le sue obbiezioni — non solo fallirà tristamente il vostro tentativo, ma sarà infaustissimo, oltre che a voi prime vittime della vostra generosa imprudenza, oltre che a migliaia d'altri martiri inutili, all'Italia medesima, a quella santa causa a cui volete appunto giovare, a cui vi disponete a sacrificare la vostra vita, ed alla quale invece arrecherete irreparabil danno, rimandandone il trionfo a chi sa qual più tarda età.«Secondo lui i tempi vengono sì maturandosi e facendosi propizi ad un miglior destino per l'Italia, ma ciò, mediante altri mezzi da quelli della violenza, coi quali non può e non deve combattere il diritto. Invece che colle congiure e colle rivolte, diss'egli, noi liberali dovremmo combattere colla esposizione aperta, moderata, legale dei nostri diritti. Il tempo delle opere fatte nelle tenebre è finito, afferma D'Azeglio, bisogna congiurare pel bene della patria, pel bene morale, per qualunque siasi progresso alla chiara luce del sole. A suo avviso hanno giovato di più all'Italia i libri di Gioberti e di Balbo (per modestia non disse i suoi) che tutte le cospirazioni e le rivolture avvenute dal vent'uno in qua. L'esposizione pubblica dei voti, dei diritti del popolo forma la pubblica opinione, la cui forza nel nostro secolo è somma, e va ancora ogni giorno crescendo. Nè meno coraggiosa è l'opera di chi all'aperto proclama la verità che quella di chi affronta la morte o l'esilio, celatamente lavorando per questa verità medesima. Che un profondo e radicale rimutamento si venga facendoin Italia, cieco è chi non veda; ma questo moto affatto nuovo ha da regolarsi con nuovi mezzi, abbandonati i vieti e dannosi delle congiure. I liberali hanno poca forza contro i proprii principi e contro lo straniero riuniti. Non sarebb'egli abile politica ed immenso guadagno dividere questi due elementi di nostra oppressione ed avere compagni, complici, direi, nella crociata contro gli stranieri i nostri principi medesimi? Le nostre forze non ne sarebbero esse centuplicate?«Qui io l'interruppi, dicendo ciò che vi dicevo poc'anzi: il confidar ne' principi essere un'utopia più arditamente folle che la nostra di confidare nei popoli.«D'Azeglio riprese con calore: — No, Mario, non è assolutamente vero ciò che dite. Anzi tutto, i principi sono italiani ancor essi oramai.«Io scossi la testa.«— Sono nati in Italia, ma hanno il cuore a Vienna od il sangue spagnuolo.«— Non tutti, non tutti: riprese egli tornando a mettermi la mano sul ginocchio. Vi è una dinastia che da otto secoli — donde sia venuta non importa — da otto secoli ha le sue radici in Italia, e da più di quattro ebbe per obbiettivo della sua politica l'aspirazione di costituire l'Italia: chiamatela pure ambizione, un'enorme ambizione, ma grande e nobilissima. Questa dinastia ha una qualità caratteristica, attinta al popolo su cui domina da tanto tempo, benevisa quasi sempre, abborrita nè anche disamata mai: la tenacità dei propositi, e la prudenza, non disgiunta dall'audacia a tempo opportuno, negli atti. Nello scorrere di tanto tempo, fra tante sostenute vicende, in mezzo a così profondi rivolgimenti, ella non ha rinunziato mai al suo scopo finale; si è fermata, s'è raccolta, ha taciuto, ha dissimulato fors'anche, ma tosto che il potè, sempre riprese la via verso quella meta, a cui la chiamano la sua ambizione, il destino, lo svolgimento necessario delle sue premesse politiche. Voi mi direte che non c'è da fidarsi nell'amor patrio e nel liberalismo dei principi; ed io pel momento ve lo voglio anche concedere; ma per casa Savoia, o far l'Italia, od essere soggetta allo straniero, o collo svolgersi del tempo vedersi fors'anche schiacciata fra due contendenti e cancellata dalla lista dei regnanti, è una necessità fatale che le incombe inesorabilmente. Ne volete una prova? De-Maistre, il gran profeta della reazione, non vedeva altra sicurezza per la Monarchia Sabauda restaurata, in faccia all'Austria, che nella formazione in suo vantaggio di un regno solo dell'alta Italia. E codesto come volete che non lo capisca re Carlo Alberto, in cui gli umori liberali del vent'uno non possono essere affatto spenti, in cui l'umiliazione inflittagli dall'Austria per la bocca insolente del generale Bubna, e il minacciato trono, e l'imposta suggezione devono aver destato potente — tanto più potente, quanto più contenuto — il desiderio della vendetta?«Io sorsi con impeto non potendo frenarmi.«— Ah! non parlatemi di questo principe: esclamai. Le sue velleità liberali del ventuno, troppo ha egli ripagate col suo accorrere al campo austriaco, col Trocadero, colle fucilazioni e colle forche di Alessandria. Qual fede volete che si nutra pel re che si è stretto in legame di sangue colla casa austriaca, il cui governo perseguita accanitamente il pensiero e protegge i Gesuiti?«D'Azeglio tacque un istante guardandomi commosso, ma senza il menomo segno di risentimento; poi mi disse con più amorevolezza ancora:«— Sedete di nuovo, Mario Tiburzio, ed abbiate ancora la pazienza d'ascoltarmi un poco.«Feci a suo senno, ed egli ripigliò a parlare. Mi disse che la condotta di Carlo Alberto era una necessità per conservarsi prima il diritto alla corona, quest'essa poi. Ma nell'animo di quel re taciturno, chi può leggere sicuramente e dire i pensieri e i propositi che vi si agitano? Un giorno — egli ne va persuaso — dovremmo benedire quegli atti che ora malediciamo, perchè, avendo dato lo scettro del Piemonte a questo re calunniato, lo avranno posto in grado di compire il riscatto d'Italia.«— No, no: io proruppi. Codesto non crederò mai. Se cotali generosi propositi si covano sotto quella fronte coronata, perchè, una volta stretto in mano lo scettro, non s'è egli gittato francamente col popolo e non ha fatto suo programma di regno la stupenda lettera che gli indirizzava Giuseppe Mazzini?«— Perchè, caro mio, rispose d'Azeglio, altro è far disegni di politica e di governo a scrittoio colle briglie abbandonate alla fantasia audace e poetica, altro è trovarsi all'atto pratico, nel cimento delle contingenze e potendo apprezzare la fattibilità delle cose. Io non voglio dire che Carlo Alberto, venuto al trono, non avesse potuto adottare un regime un po' più liberale; ma i pericoli per lui, sospettato dalla reazione interna e dall'influenza estera, circondato di stromenti avversi e malfidi che non poteva cambiare senza sovvertire tutto il regno, i pericoli erano molti e gravi e da atterrire facilmente qualunque animo più fermo. Gittarsi francamente col popolo, voi dite? Ma qual popolo? La gran massa ignorante è più facile stromento al sanfedismo che non altro. L'aristocrazia e la maggior parte dell'esercito erano per la reazione. La borghesia, poco illuminata ancor essa, non dava che un lieve contingente di gioventù alle schiere rivoluzionarie. Dov'era questo popolo che avrebbe potuto sostenerlo? Formiamolo noi, suscitiamolo noi, questo popolo, col lavoro palese, aperto, calmo e coraggiosamente tranquillo d'una propaganda nazionale; e quandoCarlo Alberto sarà sicuro di avere in esso una leva contro lo straniero, rivelerà quei segreti propositi che cova nel suo animo generoso.«Io l'interruppi dicendo che la proposta propaganda era impossibile; la censura dei governi l'avrebbe contesa alla stampa, la polizia sospettosa e prepotente, e più che altrove in Piemonte, l'avrebbe impedita alla parola.«— Tutto si cambia, tutto si va cambiando a questi giorni: ribattè egli. Se vi dicessi che, fatta colla voluta prudenza, quest'opera aggradirebbe al re medesimo? Se vi dicessi che qualche patriota, — qui esitò un momento, e poi soggiunse: — che io stesso parlando con esso lui, trovai sulle sue labbra le espressioni d'amore all'Italia, di desiderio, d'indipendenza che potremmo pronunziare noi stessi, io, voi Tiburzio, rivoluzionario ad ogni costo[3]? Se vi dicessi che per sua impresa segreta Carlo Alberto ha scritto:ATTENDO LA MIA STELLA; e che questa stella è il momento in cui potrà snudare la spada per la santa causa d'Italia? Che io stesso ho letto — letto con questi miei occhi, Mario — una lettera del re ad un suo confidente, in cui esso dice a chiare parole che il più bel giorno di sua vita sarà quello in cui potrà salire a cavallo in compagnia de' suoi figli, mettersi a capo al suo esercito, e farsi lo Sciamìl dell'Italia?[4]»A queste parole l'impetuoso Giovanni Selva proruppe:— Oh! se ciò fosse mai vero? Ma tutto il Piemonte sorgerebbe con entusiasmo dietro il suo principe, e si rovescierebbe addosso ai Tedeschi. Ed io, io stesso griderei: viva il re!— Ed io? Corpo di bacco! Esclamò Vanardi il quale, all'idea di poter essere liberale e patriota d'accordo col governo, sentiva l'animo rassicurarsi non poco.— Certo che sì! Soggiunse ancor egli Romualdo. Questa sarebbe pure la miglior ventura per l'Italia.Maurilio solo si tacque e non si mosse nemmanco, sempre tenendo il mento appoggiato alle mani, l'occhio fisso nel crepitar della fiamma.Tiburzio fece pausa un istante, come per dar tempo allo sfogo di quel subito nuovo sentimento nei compagni; poi girando attorno su di essi lo sguardo freddo ed acuto dei suoi occhi neri disse con ispiccato accento:— Udite la risposta che io gliene diedi, e se vi parrà che in essa meco non possiate convenire, accusatemi pure d'aver errato respingendo assolutamente ogni accordo col partito monarchico, ogni fiducia nel liberalismo principesco. Signore, io gli dissi, quando un uomo ha nel suo passato i fatti del ventuno — chiamateli pure, con termine il più mite possibile, un abbandono soltanto; — quando quindici e più anni di regno assoluto e tirannico in cui si è governato coi poliziotti, col predominio della sciabola, del nobilume e dei gesuiti, a beneplacito dello straniero, hanno dato la misura dell'amore d'un principe verso il suo popolo, non è mercè alcune belle parole buttate là in una conversazione privata, scritte forse per arte politica in una lettera che non avrà mai carattere ufficiale di realtà, che quest'uomo e questo re possa far credere alla sincerità de' suoi sentimenti liberali, all'ardore del suo patriotismo. A nome di tutti i patrioti italiani che hanno travagliato e si travagliano per la libertà del loro paese, a nome di tutto il popolo che ha sofferto e che soffre, io sento il diritto di chiedere a questo come ad ogni altro principe d'Italia qualche maggiore e più effettiva guarentigia che questa non sia, per porre fidanza in esso lui.«D'Azeglio mi prese per la mano e mi disse vivamente:«— Ma se questo re vedeste scendere in campo e cimentare la corona e la vita per la nostra patria, non gli credereste? Non lo seguitereste voi?«— Sì, risposi, allora sì: ma allora soltanto.«— Ebbene aspettate: soggiunse egli, e questo bel momento verrà.«Volle persuadermi ad ammorzar la congiura ch'egli sa ordita e presso allo scoppio; mi disse che l'esplosione della medesima non avrebbe ottenuto che di ricacciare indietro dalla strada del partito nazionale Carlo Alberto e gli altri principi che verso di essa si avviano: che saremmo immancabilmente oppressi: che era somma virtù anche quella di saper aspettare.«— Ma l'Italia, io risposi, ha già di troppo aspettato, e i mali suoi sono intollerabili. Aspettare è molte volte una virtù, ma sovente ancora codardia. Noi siamo giunti al punto da meritarci quest'ultima nota in faccia alla vergognosa tirannia che ci opprime, di fronte alle altre nazioni che hanno il diritto di disprezzare la nostra ignavia, e la disprezzano. Noi cadremo? Spero di no perchè la giustizia è dalla nostra parte, e non sempre essa soccomberà; perchè il popolo abbiam prova essersi desto finalmente, e volontà di popolo ha la forza della Provvidenza. Ma fosse pur anche, non pentiti cadremmo ed oso dire non inutili, perchè ogni martirio radica la fede e la religione d'un'idea; il cristianesimo si fondò colle successive persecuzioni sanguinose che furono altrettante sconfitte materiali, ma altrettante morali vittorie; e l'amor della patria e della libertà è una vera religione ancor esso. Non inutili cadremmo,perchè in una gente schiava è opportuno, è necessario, è sacrosanto debito dei forti che di quando in quando il sacrifizio di alcuni generosi dia esempio di animo maschio ed innalzi il livello de' caratteri cui la schiavitù e le codardie della servilità accasciano e corrompono. Si versi pure il nostro sangue di vinti: esso concorrerà a fecondare con quello dei martiri che ci precedettero, il sacro germe della libertà. Per noi, per me, la sorte è tratta, e bisogna che il destino si compia.»Mario Tiburzio a queste parole sorse in piedi, levò risolutamente la sua bella testa e scosse le chiome con nobil mossa onde si accrebbe ancora l'aspetto di forza e di coraggio che improntava la sua fisionomia, tese la mano verso Romualdo, Selva e Vanardi, che s'erano alzati ancor essi, e soggiunse con accento di cui impossibile dire l'efficacia ed il fascino:— E la risposta fatta all'Azeglio vi dica la mia decisione suprema. Fuori i ferri e via le guaine Viva Italia e libertà! E combattiamo per esse fino all'ultima stilla di sangue.— Viva Italia! Gridò Selva scosso, trascinato dall'influsso magnetico, direi quasi, di Mario Tiburzio. La vostra decisione è la mia.— Ed anche la mia; soggiunse Romualdo, affascinato egli pure.— E la mia; mormorò Vanardi, che impallidì maggiormente.— Ed anche quella di Benda, ne rispondo io: riprese Giovanni.Maurilio solo si tacque, rimanendo al suo posto, a quel modo, senza dare il menomo segno di che pensasse o volesse.Tiburzio gli si accostò e gli pose lievemente una mano sulla spalla.— E voi, domandò, che avviso è il vostro?Maurilio alzò il capo dalle mani e gli occhi in volto al richiedente; poi rispose con tranquilla indifferenza:— Avete detto tutti di sì; tanto vale che lo dica ancor io. Ad ogni modo, sapete che io sarò sempre con voi; ma se, per via di discorrere, mi voleste lasciar dire quattro parole, io vorrei snocciolarvi alcune mie osservazioni.— Parlate: disse Mario.— Parla, parla: esclamarono gli altri.Il nostro protagonista levò via i piedi dal fuoco e battè con essi sullo scalino del focolare per scuoterne la cenere, si volse sulla seggiola verso i compagni, e con tono lento e quasi indeciso, come se si peritasse o non avesse ben chiaro innanzi ciò che avesse da dire, incominciò a parlare con voce esitante e sommessa. Ma poi nel progredire del discorso venne via via rinfrancandosi, e le parole più fluidamente e più ordinatamente gli uscirono dalle labbra, e la voce eziandio si raffermò e crebbe di forza e d'efficacia nell'accento.— Sì..... certo.... Mario Tiburzio ha ragione.... Credere così di piano all'amore dei re assoluti per la libertà è..... direi quasi..... almeno almeno poca prudenza..... Ma pure questa misteriosa figura di Carlo Alberto ha qualche cosa in sè di.... di speciale..... che accenna ad un'eccezione..... Non voglio già dire con ciò..... Io non vi parlo che di mie impressioni, e so bene che valore queste possono avere..... A me è avvenuto poc'anzi, per la prima volta, di trovarmi innanzi al re, a due passi..... alla distanza a cui ora sono da te, Selva.... e di guardarlo fisso negli occhi..... così..... come guardo te..... Fu uno sguardo e non più; fu un minuto, un attimo, un nulla, eppure vidi, sentii pensai, conobbi, quasi oserei dire, di quell'enimma coronato d'uomo assai cose.Selva lo interruppe domandandogli dove e come gli fosse avvenuto questo incontro col re, il quale, nelle condizioni del giovane plebeo, pareva anzi che straordinario, impossibile.Maurilio raccontò impacciatamente essersi introdotto, e tacendone il vero motivo disse per curiosità, nell'atrio dell'Accademia filarmonica, e ciò che colà eragli accaduto; poscia riprese tornando al suo discorso:— Io credo alla teoria di Lavater, la quale se non ha tutte le rigorose deduzioni della scienza, ha i meravigliosi indovinamenti d'una ispirazione e d'un istinto. L'anima parla, anche malgrado la volontà, colle sembianze della faccia, coll'espressione dello sguardo, colle forme del corpo onde s'è vestita; e l'arte dell'uomo nel mondo è appunto di soffocare quel linguaggio, o dissimularlo, o fargli dire il contrario della verità. Ma non tutti, non sempre, riescono a questo violentamento della propria natura. Un sussulto, un atto, uno sguardo, rivelano ad un punto all'osservatore il nascosto essere dell'anima, ed in un minuto contraddicono alla finzione già perfino fatta abitudine di anni e di anni. Ho incontrato col mio lo sguardo di re Carlo Alberto; io, uno zero sulla terra, ho tenuti fissi i miei occhi in quelli del rappresentante della maggior potenza terrena; ed ho tanto orgoglio da credere che, meglio forse di tanti altri, per la ventura di averlo colto in uno di quei momenti in cui anche al più in sull'avviso cade la maschera, io ho letto nella sua anima. Stimo aver io travisto un istante i pensieri ed i propositi che si agitano nell'intimo essere di quel re taciturno.«Massimo d'Azeglio ha ragione. Quell'uomo non è il tiranno che noi liberali accusiamo, non è il traditore che maledicono nelle loro conventicole i carbonari: è uno schiavo esso stesso morso dalle strettoie delle circostanze, che copre colla pallidezza ascetica del suo volto e colla clamidedi re le sue interne riluttanze e le ribellioni soffocate della sua natura. Non è un Tiberio, quale Tommaseo lo battezzò; è piuttosto una specie di Bruto primo incoronato.«Quell'uomo soffre e pensa. Il pensiero ed il dolore nei re li fanno più acconci a comprendere ed amare i popoli. Quel principe ha una fede e un'ambizione. Vuole che il suo nome non passi inosservato fra la schiera dei regnanti di cui recita la litania lo scolaretto che ha mandato a memoria il trattatello di storia patria, ma che obliano le povere plebi memori soltanto di chi ha fatto loro molto bene o molto male; e crede che colla preghiera potrà ottenere da Dio le fortunate vicende onde conseguire il suo scopo. Quali mezzi trascegliere non sa, e forse non giunge sinora a vederne alcuno ad arrivo di sua mano. Esita ed oscilla forse innanzi a due grandissimi còmpiti: far la nazione e risuscitar l'Italia; o farsi il riformatore del suo popolo e lasciare al re venturo un paese più ricco, una popolazione più omogenea, una società meglio ordinata. Forse gli mancano la forza e l'intelligenza sia per l'uno che per l'altro di questi sommi propositi; e la turba di cortigiani, di mediocrità ignoranti e prosuntuose, di uomini del passato che si assiepano intorno al suo trono, non gli lascia scorgere nè la possibilità nè i modi per affrontare l'una o l'altra, o tuttedue codeste imprese. Vuole e disvuole; ora si rincora, ora si stanca e s'accascia; tenta tenersi preparato per questo e per quello; rinuncia ad ogni cosa; riprende lo sperare e l'agire; ma tace e tutto rinserra nel profondo dell'animo.«Quell'indole incerta si lascia in balìa degli avvenimenti: forse egli non si deciderà mai e morrà senz'aver fatto nulla, dopo aver vagheggiato tutto, mantenendosi in quella timidità d'atti malgrado la temeraria audacia dei pensieri, se la forza delle circostanze o l'influenza d'una potente volontà non vengono ad esercitare un impulso su di lui. Bisognerebbe quest'impulso produrlo e farsi collaboratori, a sua stessa insaputa, dei suoi segreti, non anco ben precisi intendimenti.«Il più agevol modo sarebbe quello d'una potente personalità, d'una grande intelligenza che lo accostasse, gli leggesse per entro, prestasse alle sue aspirazioni, forse ancora troppo vaghe, la precisione ed il vigore di concetti politici, lo persuadesse della possibile attuabilità di essi, lo dominasse coll'influsso della verità e coll'autorevolezza del genio. Ma dove trovarla questa eminente intelligenza speciale? Io non la so per ora vedere in Italia. Gioberti è un altissimo e vastissimo intelletto; nella sua un po' confusa filosofia si hanno degli sprazzi luminosissimi di vero; il suoPrimatoè un'esercitazione rettorica in cui rivive la potenza dei grandi scrittori italiani del cinquecento, in cui la vena immaginosa e ridondante dello stile va fino al paradosso, ma in cui non si mostra per nulla il politico pratico ed effettivo. Questa qualità ha di meglio Cesare Balbo, ma è troppo rimesso e senza le audacie prudenti di nuovi principii. Massimo d'Azeglio stesso è un buon scrittore, un egregio patriota, ma non discerno ancora in lui quelle qualità, che mi sembrano opportune, di operosità intellettiva infaticabile, di prontezza e continuità fecondissima di spedienti, di tenacità e d'unità di pensiero, pure colla varietà infinita delle capacità e dei modi, a seconda delle circostanze, degli uomini, dei casi, il quale, sempre presente a se stesso, tutto volge a benefizio, tutto intende all'ottenimento del suo fine; e su tutto codesto quell'influsso inesplicabile, quel fascino di superiorità che si fa riconoscere da chicchessia, e che anche i malvolenti obbliga a sottostare al predominio del genio. Forse — e voglio sperarlo per la nostra patria[5]— quest'uomo esiste nella massa dei nostri concittadini: ma chi sa additarlo? E donde potrebbe il re trarselo ai suoi fianchi consigliatore, ispiratore e ministro?«Se non l'influsso d'un uomo, rimane allora che il concorso delle circostanze sia quello che mostri la via, che dia la spinta per essa all'animo esitante del nostro re. Possiamo noi crearle queste circostanze? Massimo d'Azeglio, secondo me, ha ragione: noi lo possiamo. E quando dico noi, intendo dire non soltanto i congiurati in nome della libertà, carbonari od altri, non solamente i Piemontesi e Liguri, non solo gli appartenenti alla classe mezzana che sono abbastanza istrutti da apprezzare che cosa sia nazionalità e libertà e da capire che non possedono nè l'una nè l'altra; ma intendo tutti quanti sono italiani da un estremo all'altro della penisola.«Io sono d'accordo col semplice, ma vero e grandioso concetto di Massimo d'Azeglio: congiura universale, pubblica, aperta, in favore del bene e del progresso. Agire sopra un uomo solo che ha il potere, sarebbe più semplice e più speditivo; ma ce ne mancano i mezzi: agire sopra tutta la massa della nazione è più lungo, ma più sicuramente efficace ancora. Quest'opera ammette, include e comprende un'infinita varietà di mezzi, che tutti poi si raccolgono in una sola parola — una santa parola, amici miei: —Educazione popolare. Chiunque diminuirà non sia pure che d'un centellino l'ignoranza della nostra plebe, avrà lavorato pel bene, per la libertà e per l'emancipazioned'Italia, più certo che non noi coi generosi giuramenti delle nostre segrete congreghe.Mario Tiburzio accennò parlare; Maurilio fece segno non l'interrompesse, e continuando con più calore, soggiunse:— Certo l'opera è più umile, ma è di tanto più fruttuosa di bene, poichè possiamo essere certi, quand'anche il propostoci fine da noi non si ottenga, che infiniti vantaggi resteranno nel popolo. Val cento mila volte più una scuola aperta nell'ultimo dei villaggi, che una insurrezione anche vittoriosa. Noi prepareremo un popolo conoscitore de' suoi diritti e scientemente desioso di libertà. Con un popolo tale sarà patriota anche il principe; e se per la lentezza dei progressi Carlo Alberto morrà senza aver potuto sguainar la spada contro l'Austria, legherà a suo figlio la vendetta del suo nome ed il debito della santa guerra.«Nella nostra insurrezione credete voi d'avere il popolo dalla nostra parte? La parola popolo ha mille sensi; e noi siamo troppo usi ad intendere per essa quelli soltanto che partecipano dei nostri sentimenti e delle nostre opinioni. Io voglio significare l'universalità di quanti sono cittadini, fra cui il maggior numero non si merita ancora che il titolo di plebe. Questa plebe non l'abbiamo con noi; ben disse Massimo d'Azeglio. I nostri interessi patriotici e liberali si agitano al di fuori della sfera di quella misera gente e non la toccano. Ben altra è la quistione che incombe con tirannica pressura su quei diseredati: la questione del pane, la sicurezza della esistenza delle loro famiglie.«Questa massa di popolazione ha in sè una forza latente di cui è inconscia essa stessa; e da tal forza soltanto noi potremo aver i mezzi da vincere le monarchie e lo straniero e l'attuale ordinamento politico; ma allorquando soltanto questa massa si gettasse volonterosa, confidente, spinta da un evidente suo vantaggio con noi. Invece che vantaggio possiamo noi arrecarle? Che cosa prometterle che poi siamo in grado di mantenere? La libertà? Ma se ella è in tali condizioni di mente da non capire che cosa sia. L'indipendenza della nazione? Sa ella forse che cosa sia una nazione? Domandate al villano piemontese, alcafonenapolitano s'egli sia italiano. L'unità della patria? Ma per lui la patria è il campanile del villaggio, è la fangosa strada della sua officina. Come volete ch'egli abbia un amore platonico per quelle sublimi idee che ci commovono, noi che abbiamo studiato? La plebe vi domanderà, prima di scendere ad urtarsi contro il trono cui la tradizione se non altro le ha mostrato a rispettare: — Avrò meno miseria e men lavoro? — Se voi le rispondete affermativamente, mentite; ed ove questa menzogna la persuada, ne sarete puniti di poi tremendamente. Ma il vero è che nè anche se voi le affermaste questo suo riscatto dalla miseria, la plebe onesta non vi crederebbe, e non avreste con voi che la bordaglia ribelle ad ogni autorità, mantenuta nel dovere soltanto dal rigore delle leggi, la quale non vedrebbe in un rivolgimento che la guerra ai ricchi, e non farebbe altro che danneggiare e disonorare la vostra causa.«La plebe dunque non l'avremo con noi, non bisogna nemmanco pensarci; e senza di essa noi siamo debolissimi nemici alle forze della monarchia....— Avremo anche la plebe: interruppe Mario. Le cose che voi mi dite, Maurilio, credete voi che io non le abbia pensate? Ho cercato d'aver alleata — e dirò anzi complice — anche quella parte di popolo. In essa pure serpeggia il malcontento, ed il suo malessere presta favorevole occasione alla nostra propaganda. Quando si sta male, torna un vantaggio ogni cambiamento. Vi ha un uomo qui che si afferma — e me ne diede prove incontrastabili — avere sopra la plebe di questa città direttamente o indirettamente autorità grandissima ed impero sicuro. Con quest'uomo mi son posto in istretti rapporti. Sotto certe condizioni egli ci promette il suo appoggio.— Chi è quest'uomo? Domandò vivamente Maurilio, a cui traverso la mente balenò un sospetto.— È un essere misterioso che pur vivendo in mezzo alla più elegante società ha strette attinenze coi più bassi fondi della plebe. Nei salotti lo chiamano il dottore Luigi Quercia, nelle taverne dei più miseri cenciosi è conosciuto col nomignolo diMedichino.— Lui! Esclamò Maurilio. Gian-Luigi?— Voi lo conoscete?— Lo conosco.Maurilio curvò il capo e stette in silenzio, con atteggio di abbandono, come subitamente oppresso da una prepotente invasione di varii e tumultuosi innumeri pensieri.Tiburzio continuava:— Nella plebe, specialmente fra certe classi di operai, si intromisero e serpeggiano e già vastamente si dilatarono alcune segrete associazioni simili a queste nostre che hanno per iscopo la indipendenza della patria e la libertà del genere umano. Le associazioni plebee hanno un fine più speciale ai loro interessi: quello di abolir la miseria, di assicurare a tutti che vivono su questa terra i mezzi della loro sussistenza, di por fine agli stenti ed alle privazioni dolorose di tanta parte dell'umanità. Per giungere a codesto, una cosa hanno certa i guidatori di quelle società segrete: che bisogna intanto distruggere il presente regime politico, il quale grava con tutto il suo peso sulle classi povere e ne rende immutabili lesciagurate condizioni. Noi abbiamo quindi questa forza della plebe che incomincia a sobbollire nell'imo del corpo sociale e prepara la sua esplosione. Perchè non ci serviremmo di essa? Come ci siamo accordati tutti quanti siamo amanti di libertà in Italia per unire tutte le nostre forze in una medesimezza d'azione, perchè non ci uniremmo altresì con quella parte di popolo, che giustamente, disse Maurilio, ci può accrescere di tanto le posse contro la monarchia? Ho pensato che questo era non solo un diritto, ma un dovere che avevamo. La plebe recherà a noi la forza del suo numero e delle sue braccia: noi daremo ad essa nel nuovo assetto politico ciò che vuole giustizia, migliori condizioni economiche e sociali. Mi sono accontato con quest'uomo che vi ho detto, — uno strano personaggio in vero, e di una potenza straordinaria d'animo e di parola — e se non è tuttavia conchiuso fra noi l'accordo, siamo prossimi, e confido che non mancheremo di stringerlo.— Quest'uomo vi ha fatte delle condizioni, avete detto.— Sì.— Possiamo saper quali?— Di due sorta. Alcune personali: accoglierlo lui fra i capi dell'impresa; ottenuto prospero successo, a lui uno dei primi posti nel nuovo ordinamento politico. Certo è un'audace ambizione che parla: ma egli richiede codesto qual guarentigia che saranno mantenuti i patti e procurati gl'interessi della classe ch'ei rappresenta. Non gli si può contraddire del tutto. Alcune altre condizioni sono politiche e sociali: che si darà il diritto di suffragio a tutta la plebe; che si faranno leggi regolatrici del lavoro e del compenso da darvisi, intese a migliorare lo stato degli operai in faccia al capitale; che lo Stato guarentirà sulle imposte prese dai patrimonii dei ricchi la sussistenza dei poveretti che non hanno pane nè mezzi da guadagnarsene; che dei beni di manomorta, e d'una parte di quelli posseduti ora dai ricchi, i quali si vedrebbero togliere tutto ciò che oltrepassa un certo limite d'agiatezza, di tutti questi beni si farebbe un cumulo, una proprietà comune, sociale con cui si provvederebbe ai varii bisogni della povera gente...— Queste condizioni sono gravi, sono gravissime: disse Romualdo. Le sono prese ad imprestito ai socialisti della vicina Francia, i quali vogliono niente meno che la distruzione della società attuale.— E sono misere utopie, proruppe Maurilio, che non hanno germe di buon frutto, che possono raggirare pur troppo le menti inesperte della plebe, ma che se mai poste in atto non farebbero capo che alla miseria ed alla rovina universale. Le condizioni economiche e sociali del popolo non si migliorano col violento rimedio delle rivolture. Suscitate questa misera gente che s'accalca nei bassi fondi sociali, scatenatela contro i ricchi; non avrete che un uragano, il quale dopo esser passato non vi lascierà che desolazione e rovine. La plebe avrà vendicato tutti i suoi stenti passati, non avrà nulla creato per impedire i futuri; anzi se li avrà accresciuti. Tutti gli accennati, e tutti quelli che pone innanzi il socialismo francese, sono mezzi fallaci, che mancano di possibilità effettiva, che urtano nei canoni assoluti, e non impunemente violabili, della scienza economica. La quistione sociale pende senza dubbio e inesorabile, sul secoloXIX; ma non è da sciogliersi colla spada d'Alessandro guidata dai sofismi dei comunisti. È il progresso lento e graduato delle istituzioni, è la diffusione dei lumi, è l'aumento cercato e ben diretto della prosperità pubblica, è l'applicazione giusta ed onesta delle buone teorie che regolano la produzione e la distribuzione delle ricchezze; è lo sviluppo del sentimento cristiano della fraternità, del sentimento civile della solidarietà umana, i quali devono ottenere il riscatto delle plebi. Guai, se gettiamo quest'ardente quistione sui serragli dell'insurrezione nelle strade, guai, se facciamo appello alla cieca forza! Sapete che cosa ci risponderà? Le più colpevoli cupidigie, le più inique passioni. Quell'uomo che con voi, Mario, intraprese gli accordi, sapete che cosa rappresenta, che cos'è? È l'invidia di chi non ha verso di chi ha: è la feroce smania di vendicarsi di non essere stato nulla: è l'agonia di imporsi prepotentemente ad una società che vi ha disprezzato, o peggio schiacciato col suo peso passando, come si fa d'un vil verme della terra; è la tirannia del volgo che anela a distruggere quella delle alte classi, per mettersi in sua vece e sfruttare a sua volta il mondo a suo profitto. Fra le due tirannie è meno perniciosa ancora l'esistente.In questo momento s'udì un fischio particolare suonar nella strada.— Silenzio! Disse Giovanni Selva; il nostro sibilo....— A quest'ora! Esclamò Vanardi inquieto. È presto l'una dopo mezzanotte.— Gli è Benda sicuramente: riprese Giovanni, e corso alla finestra, ne aprì le invetrate. Un vento freddo si cacciò nella camera, fece oscillare benchè difesa dal tubo di vetro la fiamma della lampada, e cacciò un brivido nelle ossa di Maurilio, che tutto si accoccolò presso il camino.Selva si curvò fuori della finestra. La nebbia era più folta che mai, e nevicava sempre. Un alto silenzio regnava per la notte, le cui tenebre erano rotte appena da qualche raro lampione municipale nella strada, il quale pareva una macchia rossigna nel denso della nebbia.— Chi va là? Domandò Giovanni.— Io: rispose la voce un po' alterata di Francesco Benda. Gettami giù la chiave del portone da via che è chiuso. Verrò su: ho bisogno di parlarvi.— Subito: disse Giovanni ritraendosi dalla finestra per andare a prendere la chiave appesa ad un chiodo insieme colle pipe presso al camino.— Gli è proprio Benda: diceva intanto Selva agli amici. Quel bravo ragazzo non ha voluto affatto mancare al convegno, sapendo che non si trattava di giuggiole. Giunge a proposito, per dire il suo parere ancor egli.Selva gettò la chiave in istrada, avviluppatala in una pezzuola bianca; cinque minuti dopo Francesco Benda entrava nella stanza dove stavano raccolti gli amici.
— Vi dissi che questa sera avrei comunicate gravi e serie novelle: così cominciò Mario Tiburzio; e quanto sto per manifestarvi è infatti più importante che forse non crediate, che io stesso non avrei pensato.
Trasse di tasca alcune lettere e mettendole spiegate sopra il suo ginocchio destro, vi pose su la mano.
— Qui, riprese egli, stanno le relazioni dei comitati parziali delle città delle Romagne, di alcuni di quelle del Napolitano, di Toscana e della Lombardia. Dappertutto la rivoluzione è pronta. Non si aspetta che un cenno da noi e si domanda che questo non tardi. Abbiamo noi da chiamarli alle armi?
Tacquero tutti sovraccolti, colla fronte corrugata, colle guancie pallide, cogli occhi fissi a terra, con un po' d'affanno nel respiro che dinotava il violento palpito del cuore. Il momento era solenne. Quei giovani si credevano — ed era in parte — avere in pugno la sorte della patria loro. Certo dal loro accordo in una decisione dipendevano centinaia di vite, e nuovi travagli e nuovi martirii.
Giovanni Selva, il più impetuoso di tutti, fece primo una mossa che accennava esser egli per parlare.
Mario alzò la destra e gli accennò attendesse.
— Un momento: pronunziò egli con accento più grave ancora e più solenne. La risposta che ciascuno di voi deve fare a questa domanda ha da essere l'effetto d'una matura riflessione e data con piena ed assoluta cognizione delle cose. Queste lettere mi pervennero oggi nelle prime ore del pomeriggio, ed io rinchiusomi nella camera dove mi nascondo, ho meditato su esse una mezza giornata che mi parve la più angosciosa che abbia vissuto mai e che pure mi passò come un lampo. Quando venne l'ora di andare a teatro, io aveva tuttavia un confuso tumulto nella testa, un ronzio negli orecchi per il rifluire del sangue nel cervello, degli abbagliamenti negli occhi. La febbre mi travagliava. Uscii tenendo sotto panni qui sul mio petto queste carte fatali, e il loro contatto mi pareva abbruciarmi. Corsi fuor di città a farmi flagellare la fronte dalla fredda aria notturna. Quello che s'avvicendò di pensieri nel mio capo non potrei esprimerlo a gran pezza. Quando entrai nel teatro ero calmo, la mia risposta era formolata. Non vi dirò per ora qual sia. Udite prima la lettura di questi rapporti, e poi meditateci sopra anche voi.
Lesse quei documenti ad uno ad uno con voce lenta e posata. In tutti dicevasi essenzialmente: essere stanchi della oramai incomportabile tirannia; rifornite di grandissimo numero di ascritti essersi dappertutto le file dei congiurati; il popolo impaziente anelare alla lotta contro i suoi oppressori; aversi raccolto di celato buona somma di denaro, cui ardenti patrioti erano disposti a venir man mano rinforzando; aversi delle armi nascoste e sapersi ancora onde provvedersene: coll'aiuto di certi agenti inglesi che facevano di questi traffichi; essere gran tempo d'una risoluta eroica decisione. Veniva per ultimo un disegno di rivolta del comitato parigino, per cui stabilivasi che ad un tempo nelle Romagne e in Piemonte avesse da seguire lo scoppio, al quale avrebbero tenuto dietro senza ritardo le insurrezioni di Lombardia, di Sicilia e del Napolitano. A Mario ed agli amici suoi il procurare e provvedere pel rivolgimento nelle terre subalpine. Si assegnava un corto periodo di tempo per gli ultimi preparativi, e i giorni di gazzarra della fine di carnovale erano posti come quelli in cui si sarebbe dovuto scendere in piazza. Italia e libertà il grido; via lo straniero l'impresa; repubblicano, colla formola di Mazzini, il vessillo.
Poichè Mario ebbe finito di leggere, nessuno ancora degli amici parlò. Tutti avevano lasciato spegnere in bocca lo zigaro o la pipa, loro compagni inseparabili.
Mario ripose in seno quelle carte pericolose e riprese a dire:
— Qui non è tutto. Siccome conviene che voi sappiate ogni cosa, mi resta da narrarvi d'un importante abboccamento che ho avuto testè. Voi sapete come da poco tempo sia sorta nel nostro paese una nuova schiera di amatori di libertà e di progresso, la quale, rompendo colle tradizioni del nostro popolo che sono tutte repubblicane e rivoluzionarie, pretende e sogna di effettuare l'impossibile vicenda d'un movimento pacifico di riforma, per cui l'Italia dalla monarchia, o meglio dalle monarchie che la opprimono, venga a ricevere aiuto precipuo a costituirsi in nazione ed acquistare la indipendenza dallo straniero. Questa scuola è anzi nata qui in Piemonte, e ne sono fondatori e precipui campioni i vostri Gioberti, Balbo e d'Azeglio. Essi chiamano utopia la nostra di sperare nella forza dell'ira popolare, nella potenza della rivoluzione, nel santo principio della libertà repubblicana; e noi chiamiamo utopia la loro di confidare in un miracoloso liberalismo di re che soltanto vivono per la tirannia, in un desiderio d'indipendenza di principi i quali dallo straniero soltanto hanno sostenuti i loro troni. Fra queste due schiere, come vedete, corre un abisso; e tuttedue si guardano con diffidenza a vicenda. Mi era già venuto parecchie volte il pensiero che opera buona sarebbe il tentare se possibil cosa non fosse l'indurre fra queste dueparti un accordo per cui, in servizio di quella libertà e di quel bene della patria che tutti in fondo vogliamo, si traesse profitto delle forze che in verità stanno presso dell'una e presso dell'altra.
«Siffatto pensiero, ch'io non avevo mai trovato modo, occasione ed incoraggiamento a porre in atto, ha or ora intrapreso di effettuare uno dei principali della parte che si chiama e dev'essere chiamata moderata, uno dei vostri, un di quelli che ho nominato adesso, Massimo d'Azeglio.
«Questo nobile liberale, questo soldato artista, questo scrittore patriota, viaggia per l'Italia, quasi messo del suo partito, apostolo della nuova dottrina della rivoluzione pacifica di complicità fra popolo e principi, sconsiglia ogni violento proposito, incuora alla tolleranza, alla calma, ad una rassegnata aspettazione, facendo sperare chi sa quali venturosi successi da un subito convertimento dei nostri reggitori all'amore della nazionalità. Ora, come sapete, ei trovasi in Piemonte, e fa nella società torinese la sua opera di propaganda moderata.
«Avevo più volte pensato di recarmigli innanzi. L'ho conosciuto quando visse in Roma come semplice e non ricco artista, ed io era giovanetto. Nell'infelice ultima rivoltura, a cui presi sì sfortunata parte, udii ch'egli avevala condannata: ma le nobili parole ch'egli stampò a far conoscere il vero all'Europa non mi lasciarono scemar d'un punto quella reverenza e quell'affetto che sin da prima ho concepiti per esso. Pur mi peritavo di venirgli innanzi, solamente per appurar meglio lo screzio profondo che divide le sue dalle nostre idee; e come non confidavo abbastanza nella mia forza di persuasione, per istaccar lui dalle sue opinioni, sentivo altresì che le mie mi erano eziandio così radicate nell'animo, che niuna parola, per quanto autorevole, me ne avrebbe potuto smuovere. Inutile quindi, e forse doloroso soltanto l'accontarsi con esso lui.
«Ma ciò che non io, si decise a far egli. Mercè i suoi rapporti con tutti quelli della parte liberale italiana, d'Azeglio seppe della mia venuta e del mio star qui in Torino, ed apprese ancora o indovinò l'opera mia. Volle ad ogni modo vedermi e favellar meco; e per un'interposta persona mi fece questa medesima sera domandare un luogo ed un'ora per un colloquio, e presto, che trattavasi di cose urgenti. Risposi che sarei andato da lui anche subito; mi si prese in parola, e quand'ebbi finito il mio poco di parte nell'opera, sgusciai via, raggiunsi in piazza l'uomo che mi aspettava, e fui condotto in presenza di Massimo d'Azeglio.
«Sono uscito da quell'abboccamento per correr qui da voi; e la cagione del mio ritardo fu questa. Importanti cose si dissero nel nostro colloquio, ed è mestieri che voi pure le intendiate.»
Qui Mario fece una pausa. I suoi compagni, sempre più presi dall'interesse, gli si accostarono ancora di vantaggio, pendendo proprio dalle sue labbra; ed egli così incominciò a parlare:
— Massimo d'Azeglio ha nella sua persona tutto quanto può sedurre ed ispirare rispetto insieme e simpatia: la gentilezza d'un cavaliere, l'abbandono d'un artista, la cortese domestichezza del tratto, la grazia dell'ingegno, e sopra tutto ciò lo splendore della fama sì giustamente acquistata al suo nome. Parla con una modesta sicurezza e con un'agevole semplicità che sono ben lungi dall'eloquenza, ma che più di questa vi si insinuano nell'anima, vi convincono e vi trascinano. Sul suo volto nobile ed aperto, nel suo sguardo limpido e schietto, nel suo sorriso arguto e tuttavia pieno, direi, di tolleranza, appaiono la sincerità delle sue convinzioni, la integrità della sua anima e la cavalleresca lealtà del suo carattere. Alto di persona e non ancora cinquantenne, sta curvo ed ha un aspetto stracco, come se le fatiche della vita sostenute lo avessero affranto; i capelli brizzolati, le rughe che si affollano sul suo viso dimagrato gli danno un'apparenza di età più inoltrata e non gli lasciano di giovane che lo sguardo ed il sorriso. Questa medesima aria di sofferenza e di affralimento accresce in lui quel fascino di simpatia che ho detto, ch'egli manda intorno a sè, su chiunque l'accosti. Tanto più che facilmente si scorge, cotale stracchezza non esser che delle membra, ma dentro esse perdurare vivaci, forti, ardenti l'animo e lo spirito, pronti, ove il bisogno ne occorra, a dare, colla forza indomata del volere, attività e robustezza anche al corpo.
«Vi dico tutto ciò, perchè vediate se io non era disposto meglio che altro a subire l'influsso della parola, delle ragioni, della giusta autorità di quell'uomo benemerito d'Italia.
«Al mio entrare si alzò dalla poltroncina su cui sedeva, presso ad una tavola, leggendo al chiarore d'una lampada, i cui raggi erano riflessi sul libro da un coprilume bianco al di sotto, verde al di fuori; depose il volume che teneva in mano sulla tavola colla parte in cui era aperto volta all'ingiù, e fece alcuni passi verso di me e la persona che mi introduceva. Appena udito da quest'ultima il mio nome, si accostò più rapidamente, tendendomi le sue due mani.
«— Tiburzio! Diss'egli con molto affetto. Con quanto piacere vi rivedo! Voi mi ricordate la mia diletta Roma, e il bel tempo che, giovane, ho vissuto in essa; voi mi recate innanzi il maschio volto d'un coraggioso patriota, d'uno che può dirsi per sangue e per animo discendente dai Romani dei due Gracchi.
«(Vi ripeto, quale egli le disse, le sue parole, che una per una, come potete immaginare, mi si stamparono nella mente e nel cuore).
«Per le mani, che io aveva poste nelle sue tesemi così cordialmente, mi trasse presso la tavola, e levando il coprilume dalla lampada, fece che i raggi di essa si spandessero per la cameretta e percuotessero in pieno nei volti di ambedue che stavamo là l'uno a fronte dell'altro.
«— Così, diss'egli scherzosamente, che possiamo leggerci nella soprascritta.
«I suoi occhi si affisarono ne' miei ed i miei si affondarono ne' suoi. Parve che le nostre anime si incontrassero; e credo poter dire che niuno rimase scontento di questo mutuo, tacito esame.
«— Ah! Diss'egli con un sospiro insieme ed un sorriso: l'ultima volta che ci siam visti, voi eravate appena giovinetto ed io già uomo; ora voi siete un uomo ed io sono vecchio.
«La persona che mi aveva introdotto era testo sparita; ci trovavamo affatto soli.
«D'Azeglio tirò avanti una poltroncina, rimpetto a quella in cui egli sedeva poc'anzi, e fe' cenno mi vi assettassi.
«— Sedete e discorriamo: mi disse.
«Sedette egli stesso, ed appoggiando il gomito destro alla tavola sostenne il capo colla mano alla fronte, mentre mi seguitava a guardare con insistenza che non aveva nulla di offensivo o sgradito, ma invece di amorevole, onde non me ne sentivo menomamente turbato.
«Io dissi alcune parole ad esprimere la mia soddisfazione e la mia superbia nel trovarmi a quel colloquio con esso lui. Egli m'interruppe con quel suo aggraziato e malizioso sorriso.
«— Caro Tiburzio, non siamo qui per farci dei complimenti, che nella vostra bocca sento sinceri, ma che non fanno all'uopo. Io non vo' usare con voi ciò che suol chiamarsi della diplomazia. Lo faccio con nessuno — o con pochissimi, soggiunse sorridendo — e la gran ragione si è che non ci ho proprio gamba. Con voi poi meno che meno vorrei tentare codesto, perchè vi stimo di troppo, e inoltre la sarebbe cosa inutile ed anzi dannosa agli effetti che mi sono proposto d'ottenere. Gli uomini di ordinario hanno due verità come due coscienze; una verità vera ed una coscienza giusta a cui fanno contrapposto una verità affatturata e una coscienza che chiamerò legale. Nei nostri rapporti noi ci atterremo alle prime due, perchè tale è nostra natura, e vi dirò schietto che tale è eziandio il mio interesse. Dunque a noi, senza altro preambolo.
«E qui, ponendomi famigliarmente una mano sopra il ginocchio, mi disse che se io conosceva alcuna cosa de' fatti suoi, anch'egli non era del tutto al buio intorno ai miei, che sapeva la parte da me presa negli ultimi infausti rivolgimenti, la mia dimora in Parigi e in che cosa l'avessi occupata, la mia venuta in Italia, e l'opera a cui intendevo sotto il mio finto mestiere d'artista da teatro.
«— Quest'opera, diss'egli allora con molto calore, quest'opera non può riuscire, più che non abbiano riuscito gli ultimi tentativi di Romagna, credetene l'esperienza d'un uomo a cui pur troppo la maturanza dell'età non lascia abbandonarsi alle lusinghe della fantasia, d'un uomo che ha viaggiato palmo a palmo questa Italia che si tratta di sommovere, che ne conosce della popolazione gli elementi, le condizioni, gli umori, i difetti. Voi, col trasporto del vostro desiderio e del vostro patriottismo, vi create un popolo italiano immaginario che non esiste, e quindi allorchè lo chiamate alla lotta, esso vi manca e non sapete rendervene ragione. Fra noi v'è una massa stragrande di plebe, la quale non si cura di patria, nè d'indipendenza, nè di libertà, perchè non sa nulla, non comprende nulla, non avverte nessun suo interesse ad un cambiamento politico qualunque.
A questo punto Maurilio, che era sempre stato immobile ad ascoltare, coi gomiti appoggiati alle ginocchia e il volto sostenuto alle mani serrate a pugno, si volse di scatto ed esclamò vivamente.
— Gli è vero! Codesta osservazione tenetela a mente: ci tornerò sopra.
Mario continuava:
— E non solo — così diceva ancora D'Azeglio, e come vedete, io vi ripeto con tutta imparzialità le sue obbiezioni — non solo fallirà tristamente il vostro tentativo, ma sarà infaustissimo, oltre che a voi prime vittime della vostra generosa imprudenza, oltre che a migliaia d'altri martiri inutili, all'Italia medesima, a quella santa causa a cui volete appunto giovare, a cui vi disponete a sacrificare la vostra vita, ed alla quale invece arrecherete irreparabil danno, rimandandone il trionfo a chi sa qual più tarda età.
«Secondo lui i tempi vengono sì maturandosi e facendosi propizi ad un miglior destino per l'Italia, ma ciò, mediante altri mezzi da quelli della violenza, coi quali non può e non deve combattere il diritto. Invece che colle congiure e colle rivolte, diss'egli, noi liberali dovremmo combattere colla esposizione aperta, moderata, legale dei nostri diritti. Il tempo delle opere fatte nelle tenebre è finito, afferma D'Azeglio, bisogna congiurare pel bene della patria, pel bene morale, per qualunque siasi progresso alla chiara luce del sole. A suo avviso hanno giovato di più all'Italia i libri di Gioberti e di Balbo (per modestia non disse i suoi) che tutte le cospirazioni e le rivolture avvenute dal vent'uno in qua. L'esposizione pubblica dei voti, dei diritti del popolo forma la pubblica opinione, la cui forza nel nostro secolo è somma, e va ancora ogni giorno crescendo. Nè meno coraggiosa è l'opera di chi all'aperto proclama la verità che quella di chi affronta la morte o l'esilio, celatamente lavorando per questa verità medesima. Che un profondo e radicale rimutamento si venga facendoin Italia, cieco è chi non veda; ma questo moto affatto nuovo ha da regolarsi con nuovi mezzi, abbandonati i vieti e dannosi delle congiure. I liberali hanno poca forza contro i proprii principi e contro lo straniero riuniti. Non sarebb'egli abile politica ed immenso guadagno dividere questi due elementi di nostra oppressione ed avere compagni, complici, direi, nella crociata contro gli stranieri i nostri principi medesimi? Le nostre forze non ne sarebbero esse centuplicate?
«Qui io l'interruppi, dicendo ciò che vi dicevo poc'anzi: il confidar ne' principi essere un'utopia più arditamente folle che la nostra di confidare nei popoli.
«D'Azeglio riprese con calore: — No, Mario, non è assolutamente vero ciò che dite. Anzi tutto, i principi sono italiani ancor essi oramai.
«Io scossi la testa.
«— Sono nati in Italia, ma hanno il cuore a Vienna od il sangue spagnuolo.
«— Non tutti, non tutti: riprese egli tornando a mettermi la mano sul ginocchio. Vi è una dinastia che da otto secoli — donde sia venuta non importa — da otto secoli ha le sue radici in Italia, e da più di quattro ebbe per obbiettivo della sua politica l'aspirazione di costituire l'Italia: chiamatela pure ambizione, un'enorme ambizione, ma grande e nobilissima. Questa dinastia ha una qualità caratteristica, attinta al popolo su cui domina da tanto tempo, benevisa quasi sempre, abborrita nè anche disamata mai: la tenacità dei propositi, e la prudenza, non disgiunta dall'audacia a tempo opportuno, negli atti. Nello scorrere di tanto tempo, fra tante sostenute vicende, in mezzo a così profondi rivolgimenti, ella non ha rinunziato mai al suo scopo finale; si è fermata, s'è raccolta, ha taciuto, ha dissimulato fors'anche, ma tosto che il potè, sempre riprese la via verso quella meta, a cui la chiamano la sua ambizione, il destino, lo svolgimento necessario delle sue premesse politiche. Voi mi direte che non c'è da fidarsi nell'amor patrio e nel liberalismo dei principi; ed io pel momento ve lo voglio anche concedere; ma per casa Savoia, o far l'Italia, od essere soggetta allo straniero, o collo svolgersi del tempo vedersi fors'anche schiacciata fra due contendenti e cancellata dalla lista dei regnanti, è una necessità fatale che le incombe inesorabilmente. Ne volete una prova? De-Maistre, il gran profeta della reazione, non vedeva altra sicurezza per la Monarchia Sabauda restaurata, in faccia all'Austria, che nella formazione in suo vantaggio di un regno solo dell'alta Italia. E codesto come volete che non lo capisca re Carlo Alberto, in cui gli umori liberali del vent'uno non possono essere affatto spenti, in cui l'umiliazione inflittagli dall'Austria per la bocca insolente del generale Bubna, e il minacciato trono, e l'imposta suggezione devono aver destato potente — tanto più potente, quanto più contenuto — il desiderio della vendetta?
«Io sorsi con impeto non potendo frenarmi.
«— Ah! non parlatemi di questo principe: esclamai. Le sue velleità liberali del ventuno, troppo ha egli ripagate col suo accorrere al campo austriaco, col Trocadero, colle fucilazioni e colle forche di Alessandria. Qual fede volete che si nutra pel re che si è stretto in legame di sangue colla casa austriaca, il cui governo perseguita accanitamente il pensiero e protegge i Gesuiti?
«D'Azeglio tacque un istante guardandomi commosso, ma senza il menomo segno di risentimento; poi mi disse con più amorevolezza ancora:
«— Sedete di nuovo, Mario Tiburzio, ed abbiate ancora la pazienza d'ascoltarmi un poco.
«Feci a suo senno, ed egli ripigliò a parlare. Mi disse che la condotta di Carlo Alberto era una necessità per conservarsi prima il diritto alla corona, quest'essa poi. Ma nell'animo di quel re taciturno, chi può leggere sicuramente e dire i pensieri e i propositi che vi si agitano? Un giorno — egli ne va persuaso — dovremmo benedire quegli atti che ora malediciamo, perchè, avendo dato lo scettro del Piemonte a questo re calunniato, lo avranno posto in grado di compire il riscatto d'Italia.
«— No, no: io proruppi. Codesto non crederò mai. Se cotali generosi propositi si covano sotto quella fronte coronata, perchè, una volta stretto in mano lo scettro, non s'è egli gittato francamente col popolo e non ha fatto suo programma di regno la stupenda lettera che gli indirizzava Giuseppe Mazzini?
«— Perchè, caro mio, rispose d'Azeglio, altro è far disegni di politica e di governo a scrittoio colle briglie abbandonate alla fantasia audace e poetica, altro è trovarsi all'atto pratico, nel cimento delle contingenze e potendo apprezzare la fattibilità delle cose. Io non voglio dire che Carlo Alberto, venuto al trono, non avesse potuto adottare un regime un po' più liberale; ma i pericoli per lui, sospettato dalla reazione interna e dall'influenza estera, circondato di stromenti avversi e malfidi che non poteva cambiare senza sovvertire tutto il regno, i pericoli erano molti e gravi e da atterrire facilmente qualunque animo più fermo. Gittarsi francamente col popolo, voi dite? Ma qual popolo? La gran massa ignorante è più facile stromento al sanfedismo che non altro. L'aristocrazia e la maggior parte dell'esercito erano per la reazione. La borghesia, poco illuminata ancor essa, non dava che un lieve contingente di gioventù alle schiere rivoluzionarie. Dov'era questo popolo che avrebbe potuto sostenerlo? Formiamolo noi, suscitiamolo noi, questo popolo, col lavoro palese, aperto, calmo e coraggiosamente tranquillo d'una propaganda nazionale; e quandoCarlo Alberto sarà sicuro di avere in esso una leva contro lo straniero, rivelerà quei segreti propositi che cova nel suo animo generoso.
«Io l'interruppi dicendo che la proposta propaganda era impossibile; la censura dei governi l'avrebbe contesa alla stampa, la polizia sospettosa e prepotente, e più che altrove in Piemonte, l'avrebbe impedita alla parola.
«— Tutto si cambia, tutto si va cambiando a questi giorni: ribattè egli. Se vi dicessi che, fatta colla voluta prudenza, quest'opera aggradirebbe al re medesimo? Se vi dicessi che qualche patriota, — qui esitò un momento, e poi soggiunse: — che io stesso parlando con esso lui, trovai sulle sue labbra le espressioni d'amore all'Italia, di desiderio, d'indipendenza che potremmo pronunziare noi stessi, io, voi Tiburzio, rivoluzionario ad ogni costo[3]? Se vi dicessi che per sua impresa segreta Carlo Alberto ha scritto:ATTENDO LA MIA STELLA; e che questa stella è il momento in cui potrà snudare la spada per la santa causa d'Italia? Che io stesso ho letto — letto con questi miei occhi, Mario — una lettera del re ad un suo confidente, in cui esso dice a chiare parole che il più bel giorno di sua vita sarà quello in cui potrà salire a cavallo in compagnia de' suoi figli, mettersi a capo al suo esercito, e farsi lo Sciamìl dell'Italia?[4]»
A queste parole l'impetuoso Giovanni Selva proruppe:
— Oh! se ciò fosse mai vero? Ma tutto il Piemonte sorgerebbe con entusiasmo dietro il suo principe, e si rovescierebbe addosso ai Tedeschi. Ed io, io stesso griderei: viva il re!
— Ed io? Corpo di bacco! Esclamò Vanardi il quale, all'idea di poter essere liberale e patriota d'accordo col governo, sentiva l'animo rassicurarsi non poco.
— Certo che sì! Soggiunse ancor egli Romualdo. Questa sarebbe pure la miglior ventura per l'Italia.
Maurilio solo si tacque e non si mosse nemmanco, sempre tenendo il mento appoggiato alle mani, l'occhio fisso nel crepitar della fiamma.
Tiburzio fece pausa un istante, come per dar tempo allo sfogo di quel subito nuovo sentimento nei compagni; poi girando attorno su di essi lo sguardo freddo ed acuto dei suoi occhi neri disse con ispiccato accento:
— Udite la risposta che io gliene diedi, e se vi parrà che in essa meco non possiate convenire, accusatemi pure d'aver errato respingendo assolutamente ogni accordo col partito monarchico, ogni fiducia nel liberalismo principesco. Signore, io gli dissi, quando un uomo ha nel suo passato i fatti del ventuno — chiamateli pure, con termine il più mite possibile, un abbandono soltanto; — quando quindici e più anni di regno assoluto e tirannico in cui si è governato coi poliziotti, col predominio della sciabola, del nobilume e dei gesuiti, a beneplacito dello straniero, hanno dato la misura dell'amore d'un principe verso il suo popolo, non è mercè alcune belle parole buttate là in una conversazione privata, scritte forse per arte politica in una lettera che non avrà mai carattere ufficiale di realtà, che quest'uomo e questo re possa far credere alla sincerità de' suoi sentimenti liberali, all'ardore del suo patriotismo. A nome di tutti i patrioti italiani che hanno travagliato e si travagliano per la libertà del loro paese, a nome di tutto il popolo che ha sofferto e che soffre, io sento il diritto di chiedere a questo come ad ogni altro principe d'Italia qualche maggiore e più effettiva guarentigia che questa non sia, per porre fidanza in esso lui.
«D'Azeglio mi prese per la mano e mi disse vivamente:
«— Ma se questo re vedeste scendere in campo e cimentare la corona e la vita per la nostra patria, non gli credereste? Non lo seguitereste voi?
«— Sì, risposi, allora sì: ma allora soltanto.
«— Ebbene aspettate: soggiunse egli, e questo bel momento verrà.
«Volle persuadermi ad ammorzar la congiura ch'egli sa ordita e presso allo scoppio; mi disse che l'esplosione della medesima non avrebbe ottenuto che di ricacciare indietro dalla strada del partito nazionale Carlo Alberto e gli altri principi che verso di essa si avviano: che saremmo immancabilmente oppressi: che era somma virtù anche quella di saper aspettare.
«— Ma l'Italia, io risposi, ha già di troppo aspettato, e i mali suoi sono intollerabili. Aspettare è molte volte una virtù, ma sovente ancora codardia. Noi siamo giunti al punto da meritarci quest'ultima nota in faccia alla vergognosa tirannia che ci opprime, di fronte alle altre nazioni che hanno il diritto di disprezzare la nostra ignavia, e la disprezzano. Noi cadremo? Spero di no perchè la giustizia è dalla nostra parte, e non sempre essa soccomberà; perchè il popolo abbiam prova essersi desto finalmente, e volontà di popolo ha la forza della Provvidenza. Ma fosse pur anche, non pentiti cadremmo ed oso dire non inutili, perchè ogni martirio radica la fede e la religione d'un'idea; il cristianesimo si fondò colle successive persecuzioni sanguinose che furono altrettante sconfitte materiali, ma altrettante morali vittorie; e l'amor della patria e della libertà è una vera religione ancor esso. Non inutili cadremmo,perchè in una gente schiava è opportuno, è necessario, è sacrosanto debito dei forti che di quando in quando il sacrifizio di alcuni generosi dia esempio di animo maschio ed innalzi il livello de' caratteri cui la schiavitù e le codardie della servilità accasciano e corrompono. Si versi pure il nostro sangue di vinti: esso concorrerà a fecondare con quello dei martiri che ci precedettero, il sacro germe della libertà. Per noi, per me, la sorte è tratta, e bisogna che il destino si compia.»
Mario Tiburzio a queste parole sorse in piedi, levò risolutamente la sua bella testa e scosse le chiome con nobil mossa onde si accrebbe ancora l'aspetto di forza e di coraggio che improntava la sua fisionomia, tese la mano verso Romualdo, Selva e Vanardi, che s'erano alzati ancor essi, e soggiunse con accento di cui impossibile dire l'efficacia ed il fascino:
— E la risposta fatta all'Azeglio vi dica la mia decisione suprema. Fuori i ferri e via le guaine Viva Italia e libertà! E combattiamo per esse fino all'ultima stilla di sangue.
— Viva Italia! Gridò Selva scosso, trascinato dall'influsso magnetico, direi quasi, di Mario Tiburzio. La vostra decisione è la mia.
— Ed anche la mia; soggiunse Romualdo, affascinato egli pure.
— E la mia; mormorò Vanardi, che impallidì maggiormente.
— Ed anche quella di Benda, ne rispondo io: riprese Giovanni.
Maurilio solo si tacque, rimanendo al suo posto, a quel modo, senza dare il menomo segno di che pensasse o volesse.
Tiburzio gli si accostò e gli pose lievemente una mano sulla spalla.
— E voi, domandò, che avviso è il vostro?
Maurilio alzò il capo dalle mani e gli occhi in volto al richiedente; poi rispose con tranquilla indifferenza:
— Avete detto tutti di sì; tanto vale che lo dica ancor io. Ad ogni modo, sapete che io sarò sempre con voi; ma se, per via di discorrere, mi voleste lasciar dire quattro parole, io vorrei snocciolarvi alcune mie osservazioni.
— Parlate: disse Mario.
— Parla, parla: esclamarono gli altri.
Il nostro protagonista levò via i piedi dal fuoco e battè con essi sullo scalino del focolare per scuoterne la cenere, si volse sulla seggiola verso i compagni, e con tono lento e quasi indeciso, come se si peritasse o non avesse ben chiaro innanzi ciò che avesse da dire, incominciò a parlare con voce esitante e sommessa. Ma poi nel progredire del discorso venne via via rinfrancandosi, e le parole più fluidamente e più ordinatamente gli uscirono dalle labbra, e la voce eziandio si raffermò e crebbe di forza e d'efficacia nell'accento.
— Sì..... certo.... Mario Tiburzio ha ragione.... Credere così di piano all'amore dei re assoluti per la libertà è..... direi quasi..... almeno almeno poca prudenza..... Ma pure questa misteriosa figura di Carlo Alberto ha qualche cosa in sè di.... di speciale..... che accenna ad un'eccezione..... Non voglio già dire con ciò..... Io non vi parlo che di mie impressioni, e so bene che valore queste possono avere..... A me è avvenuto poc'anzi, per la prima volta, di trovarmi innanzi al re, a due passi..... alla distanza a cui ora sono da te, Selva.... e di guardarlo fisso negli occhi..... così..... come guardo te..... Fu uno sguardo e non più; fu un minuto, un attimo, un nulla, eppure vidi, sentii pensai, conobbi, quasi oserei dire, di quell'enimma coronato d'uomo assai cose.
Selva lo interruppe domandandogli dove e come gli fosse avvenuto questo incontro col re, il quale, nelle condizioni del giovane plebeo, pareva anzi che straordinario, impossibile.
Maurilio raccontò impacciatamente essersi introdotto, e tacendone il vero motivo disse per curiosità, nell'atrio dell'Accademia filarmonica, e ciò che colà eragli accaduto; poscia riprese tornando al suo discorso:
— Io credo alla teoria di Lavater, la quale se non ha tutte le rigorose deduzioni della scienza, ha i meravigliosi indovinamenti d'una ispirazione e d'un istinto. L'anima parla, anche malgrado la volontà, colle sembianze della faccia, coll'espressione dello sguardo, colle forme del corpo onde s'è vestita; e l'arte dell'uomo nel mondo è appunto di soffocare quel linguaggio, o dissimularlo, o fargli dire il contrario della verità. Ma non tutti, non sempre, riescono a questo violentamento della propria natura. Un sussulto, un atto, uno sguardo, rivelano ad un punto all'osservatore il nascosto essere dell'anima, ed in un minuto contraddicono alla finzione già perfino fatta abitudine di anni e di anni. Ho incontrato col mio lo sguardo di re Carlo Alberto; io, uno zero sulla terra, ho tenuti fissi i miei occhi in quelli del rappresentante della maggior potenza terrena; ed ho tanto orgoglio da credere che, meglio forse di tanti altri, per la ventura di averlo colto in uno di quei momenti in cui anche al più in sull'avviso cade la maschera, io ho letto nella sua anima. Stimo aver io travisto un istante i pensieri ed i propositi che si agitano nell'intimo essere di quel re taciturno.
«Massimo d'Azeglio ha ragione. Quell'uomo non è il tiranno che noi liberali accusiamo, non è il traditore che maledicono nelle loro conventicole i carbonari: è uno schiavo esso stesso morso dalle strettoie delle circostanze, che copre colla pallidezza ascetica del suo volto e colla clamidedi re le sue interne riluttanze e le ribellioni soffocate della sua natura. Non è un Tiberio, quale Tommaseo lo battezzò; è piuttosto una specie di Bruto primo incoronato.
«Quell'uomo soffre e pensa. Il pensiero ed il dolore nei re li fanno più acconci a comprendere ed amare i popoli. Quel principe ha una fede e un'ambizione. Vuole che il suo nome non passi inosservato fra la schiera dei regnanti di cui recita la litania lo scolaretto che ha mandato a memoria il trattatello di storia patria, ma che obliano le povere plebi memori soltanto di chi ha fatto loro molto bene o molto male; e crede che colla preghiera potrà ottenere da Dio le fortunate vicende onde conseguire il suo scopo. Quali mezzi trascegliere non sa, e forse non giunge sinora a vederne alcuno ad arrivo di sua mano. Esita ed oscilla forse innanzi a due grandissimi còmpiti: far la nazione e risuscitar l'Italia; o farsi il riformatore del suo popolo e lasciare al re venturo un paese più ricco, una popolazione più omogenea, una società meglio ordinata. Forse gli mancano la forza e l'intelligenza sia per l'uno che per l'altro di questi sommi propositi; e la turba di cortigiani, di mediocrità ignoranti e prosuntuose, di uomini del passato che si assiepano intorno al suo trono, non gli lascia scorgere nè la possibilità nè i modi per affrontare l'una o l'altra, o tuttedue codeste imprese. Vuole e disvuole; ora si rincora, ora si stanca e s'accascia; tenta tenersi preparato per questo e per quello; rinuncia ad ogni cosa; riprende lo sperare e l'agire; ma tace e tutto rinserra nel profondo dell'animo.
«Quell'indole incerta si lascia in balìa degli avvenimenti: forse egli non si deciderà mai e morrà senz'aver fatto nulla, dopo aver vagheggiato tutto, mantenendosi in quella timidità d'atti malgrado la temeraria audacia dei pensieri, se la forza delle circostanze o l'influenza d'una potente volontà non vengono ad esercitare un impulso su di lui. Bisognerebbe quest'impulso produrlo e farsi collaboratori, a sua stessa insaputa, dei suoi segreti, non anco ben precisi intendimenti.
«Il più agevol modo sarebbe quello d'una potente personalità, d'una grande intelligenza che lo accostasse, gli leggesse per entro, prestasse alle sue aspirazioni, forse ancora troppo vaghe, la precisione ed il vigore di concetti politici, lo persuadesse della possibile attuabilità di essi, lo dominasse coll'influsso della verità e coll'autorevolezza del genio. Ma dove trovarla questa eminente intelligenza speciale? Io non la so per ora vedere in Italia. Gioberti è un altissimo e vastissimo intelletto; nella sua un po' confusa filosofia si hanno degli sprazzi luminosissimi di vero; il suoPrimatoè un'esercitazione rettorica in cui rivive la potenza dei grandi scrittori italiani del cinquecento, in cui la vena immaginosa e ridondante dello stile va fino al paradosso, ma in cui non si mostra per nulla il politico pratico ed effettivo. Questa qualità ha di meglio Cesare Balbo, ma è troppo rimesso e senza le audacie prudenti di nuovi principii. Massimo d'Azeglio stesso è un buon scrittore, un egregio patriota, ma non discerno ancora in lui quelle qualità, che mi sembrano opportune, di operosità intellettiva infaticabile, di prontezza e continuità fecondissima di spedienti, di tenacità e d'unità di pensiero, pure colla varietà infinita delle capacità e dei modi, a seconda delle circostanze, degli uomini, dei casi, il quale, sempre presente a se stesso, tutto volge a benefizio, tutto intende all'ottenimento del suo fine; e su tutto codesto quell'influsso inesplicabile, quel fascino di superiorità che si fa riconoscere da chicchessia, e che anche i malvolenti obbliga a sottostare al predominio del genio. Forse — e voglio sperarlo per la nostra patria[5]— quest'uomo esiste nella massa dei nostri concittadini: ma chi sa additarlo? E donde potrebbe il re trarselo ai suoi fianchi consigliatore, ispiratore e ministro?
«Se non l'influsso d'un uomo, rimane allora che il concorso delle circostanze sia quello che mostri la via, che dia la spinta per essa all'animo esitante del nostro re. Possiamo noi crearle queste circostanze? Massimo d'Azeglio, secondo me, ha ragione: noi lo possiamo. E quando dico noi, intendo dire non soltanto i congiurati in nome della libertà, carbonari od altri, non solamente i Piemontesi e Liguri, non solo gli appartenenti alla classe mezzana che sono abbastanza istrutti da apprezzare che cosa sia nazionalità e libertà e da capire che non possedono nè l'una nè l'altra; ma intendo tutti quanti sono italiani da un estremo all'altro della penisola.
«Io sono d'accordo col semplice, ma vero e grandioso concetto di Massimo d'Azeglio: congiura universale, pubblica, aperta, in favore del bene e del progresso. Agire sopra un uomo solo che ha il potere, sarebbe più semplice e più speditivo; ma ce ne mancano i mezzi: agire sopra tutta la massa della nazione è più lungo, ma più sicuramente efficace ancora. Quest'opera ammette, include e comprende un'infinita varietà di mezzi, che tutti poi si raccolgono in una sola parola — una santa parola, amici miei: —Educazione popolare. Chiunque diminuirà non sia pure che d'un centellino l'ignoranza della nostra plebe, avrà lavorato pel bene, per la libertà e per l'emancipazioned'Italia, più certo che non noi coi generosi giuramenti delle nostre segrete congreghe.
Mario Tiburzio accennò parlare; Maurilio fece segno non l'interrompesse, e continuando con più calore, soggiunse:
— Certo l'opera è più umile, ma è di tanto più fruttuosa di bene, poichè possiamo essere certi, quand'anche il propostoci fine da noi non si ottenga, che infiniti vantaggi resteranno nel popolo. Val cento mila volte più una scuola aperta nell'ultimo dei villaggi, che una insurrezione anche vittoriosa. Noi prepareremo un popolo conoscitore de' suoi diritti e scientemente desioso di libertà. Con un popolo tale sarà patriota anche il principe; e se per la lentezza dei progressi Carlo Alberto morrà senza aver potuto sguainar la spada contro l'Austria, legherà a suo figlio la vendetta del suo nome ed il debito della santa guerra.
«Nella nostra insurrezione credete voi d'avere il popolo dalla nostra parte? La parola popolo ha mille sensi; e noi siamo troppo usi ad intendere per essa quelli soltanto che partecipano dei nostri sentimenti e delle nostre opinioni. Io voglio significare l'universalità di quanti sono cittadini, fra cui il maggior numero non si merita ancora che il titolo di plebe. Questa plebe non l'abbiamo con noi; ben disse Massimo d'Azeglio. I nostri interessi patriotici e liberali si agitano al di fuori della sfera di quella misera gente e non la toccano. Ben altra è la quistione che incombe con tirannica pressura su quei diseredati: la questione del pane, la sicurezza della esistenza delle loro famiglie.
«Questa massa di popolazione ha in sè una forza latente di cui è inconscia essa stessa; e da tal forza soltanto noi potremo aver i mezzi da vincere le monarchie e lo straniero e l'attuale ordinamento politico; ma allorquando soltanto questa massa si gettasse volonterosa, confidente, spinta da un evidente suo vantaggio con noi. Invece che vantaggio possiamo noi arrecarle? Che cosa prometterle che poi siamo in grado di mantenere? La libertà? Ma se ella è in tali condizioni di mente da non capire che cosa sia. L'indipendenza della nazione? Sa ella forse che cosa sia una nazione? Domandate al villano piemontese, alcafonenapolitano s'egli sia italiano. L'unità della patria? Ma per lui la patria è il campanile del villaggio, è la fangosa strada della sua officina. Come volete ch'egli abbia un amore platonico per quelle sublimi idee che ci commovono, noi che abbiamo studiato? La plebe vi domanderà, prima di scendere ad urtarsi contro il trono cui la tradizione se non altro le ha mostrato a rispettare: — Avrò meno miseria e men lavoro? — Se voi le rispondete affermativamente, mentite; ed ove questa menzogna la persuada, ne sarete puniti di poi tremendamente. Ma il vero è che nè anche se voi le affermaste questo suo riscatto dalla miseria, la plebe onesta non vi crederebbe, e non avreste con voi che la bordaglia ribelle ad ogni autorità, mantenuta nel dovere soltanto dal rigore delle leggi, la quale non vedrebbe in un rivolgimento che la guerra ai ricchi, e non farebbe altro che danneggiare e disonorare la vostra causa.
«La plebe dunque non l'avremo con noi, non bisogna nemmanco pensarci; e senza di essa noi siamo debolissimi nemici alle forze della monarchia....
— Avremo anche la plebe: interruppe Mario. Le cose che voi mi dite, Maurilio, credete voi che io non le abbia pensate? Ho cercato d'aver alleata — e dirò anzi complice — anche quella parte di popolo. In essa pure serpeggia il malcontento, ed il suo malessere presta favorevole occasione alla nostra propaganda. Quando si sta male, torna un vantaggio ogni cambiamento. Vi ha un uomo qui che si afferma — e me ne diede prove incontrastabili — avere sopra la plebe di questa città direttamente o indirettamente autorità grandissima ed impero sicuro. Con quest'uomo mi son posto in istretti rapporti. Sotto certe condizioni egli ci promette il suo appoggio.
— Chi è quest'uomo? Domandò vivamente Maurilio, a cui traverso la mente balenò un sospetto.
— È un essere misterioso che pur vivendo in mezzo alla più elegante società ha strette attinenze coi più bassi fondi della plebe. Nei salotti lo chiamano il dottore Luigi Quercia, nelle taverne dei più miseri cenciosi è conosciuto col nomignolo diMedichino.
— Lui! Esclamò Maurilio. Gian-Luigi?
— Voi lo conoscete?
— Lo conosco.
Maurilio curvò il capo e stette in silenzio, con atteggio di abbandono, come subitamente oppresso da una prepotente invasione di varii e tumultuosi innumeri pensieri.
Tiburzio continuava:
— Nella plebe, specialmente fra certe classi di operai, si intromisero e serpeggiano e già vastamente si dilatarono alcune segrete associazioni simili a queste nostre che hanno per iscopo la indipendenza della patria e la libertà del genere umano. Le associazioni plebee hanno un fine più speciale ai loro interessi: quello di abolir la miseria, di assicurare a tutti che vivono su questa terra i mezzi della loro sussistenza, di por fine agli stenti ed alle privazioni dolorose di tanta parte dell'umanità. Per giungere a codesto, una cosa hanno certa i guidatori di quelle società segrete: che bisogna intanto distruggere il presente regime politico, il quale grava con tutto il suo peso sulle classi povere e ne rende immutabili lesciagurate condizioni. Noi abbiamo quindi questa forza della plebe che incomincia a sobbollire nell'imo del corpo sociale e prepara la sua esplosione. Perchè non ci serviremmo di essa? Come ci siamo accordati tutti quanti siamo amanti di libertà in Italia per unire tutte le nostre forze in una medesimezza d'azione, perchè non ci uniremmo altresì con quella parte di popolo, che giustamente, disse Maurilio, ci può accrescere di tanto le posse contro la monarchia? Ho pensato che questo era non solo un diritto, ma un dovere che avevamo. La plebe recherà a noi la forza del suo numero e delle sue braccia: noi daremo ad essa nel nuovo assetto politico ciò che vuole giustizia, migliori condizioni economiche e sociali. Mi sono accontato con quest'uomo che vi ho detto, — uno strano personaggio in vero, e di una potenza straordinaria d'animo e di parola — e se non è tuttavia conchiuso fra noi l'accordo, siamo prossimi, e confido che non mancheremo di stringerlo.
— Quest'uomo vi ha fatte delle condizioni, avete detto.
— Sì.
— Possiamo saper quali?
— Di due sorta. Alcune personali: accoglierlo lui fra i capi dell'impresa; ottenuto prospero successo, a lui uno dei primi posti nel nuovo ordinamento politico. Certo è un'audace ambizione che parla: ma egli richiede codesto qual guarentigia che saranno mantenuti i patti e procurati gl'interessi della classe ch'ei rappresenta. Non gli si può contraddire del tutto. Alcune altre condizioni sono politiche e sociali: che si darà il diritto di suffragio a tutta la plebe; che si faranno leggi regolatrici del lavoro e del compenso da darvisi, intese a migliorare lo stato degli operai in faccia al capitale; che lo Stato guarentirà sulle imposte prese dai patrimonii dei ricchi la sussistenza dei poveretti che non hanno pane nè mezzi da guadagnarsene; che dei beni di manomorta, e d'una parte di quelli posseduti ora dai ricchi, i quali si vedrebbero togliere tutto ciò che oltrepassa un certo limite d'agiatezza, di tutti questi beni si farebbe un cumulo, una proprietà comune, sociale con cui si provvederebbe ai varii bisogni della povera gente...
— Queste condizioni sono gravi, sono gravissime: disse Romualdo. Le sono prese ad imprestito ai socialisti della vicina Francia, i quali vogliono niente meno che la distruzione della società attuale.
— E sono misere utopie, proruppe Maurilio, che non hanno germe di buon frutto, che possono raggirare pur troppo le menti inesperte della plebe, ma che se mai poste in atto non farebbero capo che alla miseria ed alla rovina universale. Le condizioni economiche e sociali del popolo non si migliorano col violento rimedio delle rivolture. Suscitate questa misera gente che s'accalca nei bassi fondi sociali, scatenatela contro i ricchi; non avrete che un uragano, il quale dopo esser passato non vi lascierà che desolazione e rovine. La plebe avrà vendicato tutti i suoi stenti passati, non avrà nulla creato per impedire i futuri; anzi se li avrà accresciuti. Tutti gli accennati, e tutti quelli che pone innanzi il socialismo francese, sono mezzi fallaci, che mancano di possibilità effettiva, che urtano nei canoni assoluti, e non impunemente violabili, della scienza economica. La quistione sociale pende senza dubbio e inesorabile, sul secoloXIX; ma non è da sciogliersi colla spada d'Alessandro guidata dai sofismi dei comunisti. È il progresso lento e graduato delle istituzioni, è la diffusione dei lumi, è l'aumento cercato e ben diretto della prosperità pubblica, è l'applicazione giusta ed onesta delle buone teorie che regolano la produzione e la distribuzione delle ricchezze; è lo sviluppo del sentimento cristiano della fraternità, del sentimento civile della solidarietà umana, i quali devono ottenere il riscatto delle plebi. Guai, se gettiamo quest'ardente quistione sui serragli dell'insurrezione nelle strade, guai, se facciamo appello alla cieca forza! Sapete che cosa ci risponderà? Le più colpevoli cupidigie, le più inique passioni. Quell'uomo che con voi, Mario, intraprese gli accordi, sapete che cosa rappresenta, che cos'è? È l'invidia di chi non ha verso di chi ha: è la feroce smania di vendicarsi di non essere stato nulla: è l'agonia di imporsi prepotentemente ad una società che vi ha disprezzato, o peggio schiacciato col suo peso passando, come si fa d'un vil verme della terra; è la tirannia del volgo che anela a distruggere quella delle alte classi, per mettersi in sua vece e sfruttare a sua volta il mondo a suo profitto. Fra le due tirannie è meno perniciosa ancora l'esistente.
In questo momento s'udì un fischio particolare suonar nella strada.
— Silenzio! Disse Giovanni Selva; il nostro sibilo....
— A quest'ora! Esclamò Vanardi inquieto. È presto l'una dopo mezzanotte.
— Gli è Benda sicuramente: riprese Giovanni, e corso alla finestra, ne aprì le invetrate. Un vento freddo si cacciò nella camera, fece oscillare benchè difesa dal tubo di vetro la fiamma della lampada, e cacciò un brivido nelle ossa di Maurilio, che tutto si accoccolò presso il camino.
Selva si curvò fuori della finestra. La nebbia era più folta che mai, e nevicava sempre. Un alto silenzio regnava per la notte, le cui tenebre erano rotte appena da qualche raro lampione municipale nella strada, il quale pareva una macchia rossigna nel denso della nebbia.
— Chi va là? Domandò Giovanni.
— Io: rispose la voce un po' alterata di Francesco Benda. Gettami giù la chiave del portone da via che è chiuso. Verrò su: ho bisogno di parlarvi.
— Subito: disse Giovanni ritraendosi dalla finestra per andare a prendere la chiave appesa ad un chiodo insieme colle pipe presso al camino.
— Gli è proprio Benda: diceva intanto Selva agli amici. Quel bravo ragazzo non ha voluto affatto mancare al convegno, sapendo che non si trattava di giuggiole. Giunge a proposito, per dire il suo parere ancor egli.
Selva gettò la chiave in istrada, avviluppatala in una pezzuola bianca; cinque minuti dopo Francesco Benda entrava nella stanza dove stavano raccolti gli amici.