CAPITOLO XIV.Maurilio, appena udito della venuta di Benda, si era stranamente cambiato. Il suo volto si era fatto scuro, le sue guancie pallide, il suo sguardo che brillava vivo per intelligenza s'era spento. Accosciato sopra lo scalino del focolare, egli pareva fuggito via col pensiero di quel luogo e di quel momento le mille miglia lontano. Un'altra preoccupazione sembrava averlo assalito; tutto un altro ordine d'idee avergli presa la mente. Serrava quasi convulsamente le pallide labbra, contraeva i muscoli delle mascelle, come sotto la pressione d'un intimo affanno; e tratto tratto alcune lievi e fugacissime fiamme di rossore gli passavano sul volto e sulla fronte.Quando Francesco Benda entrò, Maurilio non gli gettò che un ratto sguardo, il quale nulla vide se non che l'acconciatura elegante da ballo in cui il giovane appariva, gettato via il suo pastrano impellicciato. Forse a Maurilio parve che intorno a sè il nuovo arrivato recasse alquanto di quell'ambiente profumato di festa e d'eleganza donde veniva. Forse nel chiudere degli occhi come egli fece, apparve a Maurilio la splendida visione del luogo che Francesco aveva pur allora abbandonato, e in quel luogo pieno di luce, di profumi e d'armonia, la più splendida visione di una forma superba di divina bellezza. Chi avesse potuto cogliere le parole che la subita emozione fece mormorare a Maurilio fra le labbra serrate, avrebbe udito quest'esse:— Egli viene di là dov'essa era! E' l'ha vista sino adesso! Egli osa parlarle; egli lo può.... Egli è ricco, egli è bello!.... Ed io invece?.... Io?..Ma se Maurilio avesse un po' più attentamente esaminato il volto dell'amico, avrebbe visto che uno straordinario e profondo abbattimento era avvenuto nelle sembianze di Francesco, sì liete e benigne allorquando egli avevagli parlato sullo scalone dell'Accademia Filarmonica.L'incarnato delle guancie era sparito, le sopracciglia erano corrugate, i lineamenti contratti, lo sguardo acceso, ma di una fiamma che pareva furore; perfino quell'aria di bontà, che dissi affatto naturale alle belle sembianze del giovane, aveva dato luogo ad un'espressione di sdegno profondo. Si vedeva ch'egli era in preda ad un'emozione gravissima cui si sforzava di padroneggiare e dissimulare, ma che tutto lo possedeva.Strinse con vivacità febbrile le mani degli amici, da quella di Maurilio in fuori, il quale non mosse, come gli altri, all'incontro di lui, e prima che alcuno avesse campo ad interrogarlo, disse con voce di cui invano tentava frenare la concitazione:— Sono qua ancor io.... Tardi non è vero?.... Ma che volete? Certe schiavitù di usi sociali..... E poi ben sapete che qualunque cosa decidiate io sarò sempre con voi. L'avevo detto a Selva..... Però ad un punto la vergogna ed il rimorso mi colsero.... Ebbi bisogno di partecipare alle vostre risoluzioni.... ebbi bisogno di vedervi... di venirvi a stringere la mano... di ritemprarmi ai forti propositi col vostro contatto.... Là donde vengo, in quella affatturata congrega che è il mondo elegante, si respira un'aura corruttrice che vi snerva a vi accascia... Per esso ho troppo sinora trascurato voi e la grand'opera vostra e i miei doveri di cittadino. Perdonatemi. Eccomi ora tutto a voi. Che cosa fu deciso? Siamo noi finalmente alle opere? Di parole ne abbiamo già dette troppe. È tempo di fatti, mi sembra. Orsù ditemi che mi tocchi di fare; assegnatemi qualunque còmpito, vedrete se io vi mancherò.Parlava a balzi, vibrato, come uomo in cui il sangue batte in sussulto nelle vene e il cuore palpita violento.Giovanni Selva in poche parole lo informò di quanto in tutta la serata si fosse detto, e di quanto stavasi pur allora discutendo.— Mario Tiburzio ha ragione: esclamò Francesco Benda con violenza. Questa schiavitù è troppo vergognosa oramai a sopportare. Qualunque cosa si faccia, ma si scuota il giogo. Vengano in aiuto, non che le masse della plebe, ma le legioni dell'inferno, che saranno le bene accolte. Abbasso questo regime di privilegi; abbasso questa nobiltà superba che ne oltraggia; abbasso questa prepotenza di militari e di cortigiani, di carabinieri e di parassiti del popolo che ne umiliano, e, vivendo di noi, si credono dappiù di noi e si arrogano il diritto di calpestarci. Io do il mio suffragio a Mario Tiburzio. Finiamola pur una volta.Maurilio si alzò dal suo posto e venne pian piano verso Francesco, guardandolo attentamente. Vide l'emozione profonda e nuova dell'amico, ene suppose la causa. Quando fu rimpetto a Benda, gli mise una mano sulla spalla e gli disse con accento pieno d'amorevole interesse:— A te è capitato pur mo' qualche scontrosa faccenda. Tu hai avuto ad urtarti con questa oltracotanza, cui sì vivamente proclami ora intollerabile.....— Ebben sì: proruppe Francesco. A me accadde il peggio oltraggio e la più scellerata prepotenza onde possa esser fatto segno un uomo onorevole....Si fece rosso in volto come bragia, gli occhi suoi balenarono d'un'ardentissima fiamma e le vene della fronte gli divennero turgide.— Udite, udite tutti, e rispondetemi se simile infame affronto si possa lavare altro che col sangue... Un impertinente di nobile... non ha guari.., adess'adesso.... in presenza d'un migliaio di persone... di signore e di cavalieri... mi ha percosso qui, su questa guancia col suo guanto...Le lagrime gl'inumidirono gli occhi, si coprì colle mani la faccia, mandò un gemito e si lasciò cadere sulla seggiola vicina in preda al suo fierissimo turbamento.I suoi amici, da Mario e da Maurilio in fuori, gettarono un grido di stupore e d'indignazione.— Chi è questo scellerato? Domandò Giovanni Selva.— Come avvenne codesto? Disse Romualdo.— Perchè? A qual occasione? Interrogò Vanardi.Benda ricacciò indietro quelle lagrime di sdegno che s'arrabbiava di sentir colare, premette sulle occhiaie e sulle guancie le sue mani contratte, levò il viso più fortemente sdegnoso di prima e disse con voce tremante dall'ira la più profonda:— Chi è? Non conoscete voi tutti il brillante marchesino di Baldissero? Quell'impertinente che si vanta di trattare cavalli, cani e uomini del popolo nella stessa maniera, collo scudiscio?.... Il mondo, e' si vuol fatto tutto per questa razza di gente. Noi abbiamo da essere i loro servi, i loro giuocatoli; Carabinieri e polizia son lì per mantenerci in questa bella parte... Hanno il sangue azzurro loro!... A loro tutto è permesso. Noi non abbiamo che da curvarci e lasciarci percuotere.... Giuraddio!.... È tempo che ciò finisca!.... Quel giovinastro incominciò per oltraggiarmi fieramente con parole e col contegno. Non chiedetemene i particolari. Gli risposi — e non potevo a meno — che era un incivile. Si volse verso me, non in furore, ma colla calma d'un uomo che castiga il suo botolo che gli ha disobbedito, e col guanto che teneva nella mano snudata, mi colpì sul viso. L'atto era per me così inaspettato che non potei nemmanco ripararmi il colpo...Il povero Francesco dirugginò i denti e si battè coi pugni chiusi la fronte.— Sì, continuò egli con voce ansimante, sì fui percosso sul viso là, in quella tanta luce, innanzi a quei tanti sguardi. Oh che cosa avreste fatto voi altri se una tanta vergogna vi fosse stata inflitta? Io mi sentii girare la testa; una nebbia scura mi venne innanzi agli occhi, con un scintillio tramezzo d'infuocate faville; negli orecchi avevo un ronzio che mi pareva composto di mille sogghigni di scherno; non vidi più distintamente per un istante innanzi a me che quella faccia impertinente che ghignava colle labbra tirate. Lo afferrai pel collo. Un grido di voci femminili si alzò intorno a me. Fra queste voci ne distinsi una che ha su me un assoluto impero. Ciò mi tolse la forza e mi fece rientrare in me. Che avvenisse allora, non so bene. S'intromise della gente; pronunziai e ricevetti in iscambio delle parole di disfida; mi ricordo aver visto il conte Sanluca che conduceva seco il marchesino da una parte, mentre il dott. Quercia trascinava me dall'altra. Non sentivo più in me che una gran confusione. Mi pareva di sentire su me lo sguardo sprezzoso di certi occhi superbi, e non osavo più levare i miei. Quercia mi condusse in un salottino appartato.«— E adesso che cosa volete fare? Mi domandò.«— Voglio ampia soddisfazione: risposi. Appena sia giorno voglio battermi con quell'indegno. Oh! lo ammazzerò.«Quercia mi propose di farmi da secondo e di combinare le cose relative ad un serio e sollecito duello. Lo ringraziai di tutto cuore. Volevo partire di colà, dove lo spazzo mi pareva m'abbruciasse i piedi. Il dottore me ne sconsigliò.«— Perchè cedere così il campo? diss'egli. Sarebbe quasi un confessare il vostro torto e la vostra sconfitta. Il marchesino non partirà, egli, ma scorrerà a mostrare per le sale il trionfo della sua impertinenza. Rinfrancate anche voi il vostro aspetto, prendete l'aria più calma e più sicura che possiate e venite di nuovo in mezzo a quella turba a sfidare audacemente colla vostra presenza le mormorazioni e gli scherni. Li farete tacere, ed è tanto di guadagnato. Se alcuno v'interroga sull'accaduto, preparatevi un buon motto da rispondere, in cui si contenga un epigramma pel signor marchese, e quando v'incontrate con esso, fissatelo fermamente in viso, sforzandovi a frenare la collera, senza essere troppo provocante, ma guardandovi bene dal chinar gli occhi innanzi ai suoi.«Compresi che Quercia aveva ragione. Mi feci calmo per quanto potei, e tornai nelle sale affollate. Innanzi a me sentivo interrompersi i discorsi o finire in bisbiglio al mio passaggio; alcuni timorosi mi sfuggirono; altri si mostravano molto stupiti della mia audacia. Vi fu chi mi consigliò a partirmene di tutta fretta.«— Non sapete che il vostro è un caso serio? Mi si disse. Avete portato la mano sopra un dignitario di Corte in un luogo dove c'è di presenza S. M., e che quindi è diventato come il Palazzo Reale: oh! non v'è da scherzare.«Che cosa importava a me della presenza di S. M.! Era il marchese che primo era trasceso ad eccessi. Io non aveva fatto che difendermi. Fossi anche stato davvero nel palazzo del re, anche nella sua camera medesima sotto i suoi occhi, se un prepotente mi avesse oltraggiato di quella guisa, avrei avuto ogni diritto di propulsare l'offesa e nessuno, per Dio, avrebbe potuto frenarmi.«Alcuni pochi mi vennero a stringere la mano. Nella gran sala vidi da lungi il mio avversario: era col suo amico Sanluca e collo zio di quest'ultimo il conte Barranchi, il comandante generale dei Carabinieri e capo della polizia. Parlavano animatamente: certo del fatto intravvenuto. Baldissero rideva con fatua insolenza; Sanluca narrava con calore cose che parevano destare una forte sorpresa e una maggiore indegnazione nel Generale dei Carabinieri. Al vedermi il marchesino fece un brusco movimento tosto represso, e il suo riso si ghiacciò sulle labbra. Sanluca, accortosi del cambiamento dell'amico, ne seguì la direzione dello sguardo e trovò me a capo della sala, che guardavo, lascio a voi pensare come. Disse alcune parole all'orecchio dello zio, accennando cogli occhi al luogo dove io era. Il conte Barranchi volse verso di me la sua faccia scura da poliziotto; vidi nel suo sguardo una minaccia; mi piantai fermo coi piedi dove mi trovavo, e mi promisi che non mi sarei mosso di là, finchè quei cotali fossero stati a guardarmi.«Il Generale disse qualche paroletta a Sanluca, il quale si affrettò ad allontanarsi. Non cessavo di tener gli occhi fissi sul conte e sul marchese; quest'ultimo ostentava di non far la menoma attenzione a me: lo zio di Sanluca mi fulminava colle sue più tremende occhiate. Poco stante vidi il nipote tornar presso allo zio insieme con un ufficiale dei Carabinieri in gran montura. Il conte Barranchi disse a quest'ultimo poche ed asciutte parole che parevano un comando, accennando a me con un moto della testa. L'ufficiale volse gli occhi nella mia direzione, fece un inchino come per dire che aveva compreso ed avrebbe obbedito, e si allontanò. Bene avevo capito che si trattava di me, ma che cosa mi si volesse, non sapevo indovinare. Due minuti dopo l'ufficiale dei carabinieri essendosi fatto strada in mezzo alla gente, giungeva presso di me.«— È lei l'avvocato Benda? Mi domandava col piglio altezzoso di un superiore che parla ad un subalterno.«— Per servirla: gli risposi nel tono medesimo.«L'ufficiale corrugò la fronte e prese un accento ancora più insolente.«— Ho bisogno di parlarle. Venga meco.«Io lo guardai dall'alto al basso.«— Se ha qualche cosa da dirmi, risposi, può parlare qui stesso.«— Signor no, questo non è luogo da simili discorsi. Orsù meno parole. Si compiaccia seguirmi.«Questo dialogo, benchè fatto a voce bassa, aveva attirato l'attenzione dei circostanti, che si affollavano a far cerchio intorno a noi. Feci un lieve cenno di testa ad accennare che acconsentivo, e lo seguii fuori del gran salone.«— Ora, mi dica senz'altro quel che mi vale la fortuna di questo colloquio: dissi, quando giunto in una delle sale vicine, piantandomi fermo a metà. E l'ufficiale, con quel medesimo piglio con cui s'arresta un malfattore, mi rispose seccamente:«— D'ordine del signor Generale, conte Barranchi, le intimo di uscire dalla festa, e di presentarsi domani mattina dal commissario Tofi ad udire gli ammonimenti che le convengono.«— Signore, risposi, di questa società che dà la festa e riceve lei come invitato, io sono parte. Posso dunque dire di essere a casa mia, e non ammetto in nessuno il diritto di scacciarmene.«— Che diritto, o non diritto? Prorupp'egli. L'ordine è di farla partire e lei partirà.«— No signore.«— Badi bene a quello che fa!«— Ho già bell'e badato.«— Vuole dunque che io riferisca questa risposta a S. E.?«— La riferisca a cui le pare e piace.«— Va bene.«Fece un giro sui talloni, e sparì. Pochi minuti dopo mi raggiunse più brusco e più inurbano di prima.«— S. E. il Generale vuol parlarle egli stesso. È qui in questo gabinetto che l'aspetta.«Mi condusse nel medesimo salottino dove Quercia mi aveva condotto poc'anzi.«Il conte Barranchi stava piantato, duro come un piuolo, il mento fieramente appoggiato sul suo goletto duro, impettito nella sua corpulenta statura da granatiere, lo sguardo pieno di minaccia, la bocca atteggiata a severità sotto i suoi ispidi baffi, la mano sinistra posata sull'elsa del suo sciabolone, tutto sbarbagliante sotto i lumi nella sua gran montura da generale.«Mi guardò con piglio di tanto superbo disprezzo che me ne sentii friggere il sangue; e poi, dirigendomi la parola con oltraggiosa imponenza, e dandomi del voi, come avrebbe fatto ad un suo carabiniere preso in fallo di disciplina, mi disse in tono d'interrogatorio fiscale:«— Ah ah! Siete voi ilnominatoFrancesco Benda?«Io sentiva l'ira venirmi crescendo sempre più entro l'animo. Quel volto poco intelligente ma impertinentissimo di poliziotto cortigiano, quel tono, quel darmi del voi, mi aumentavano il furore che appena potevo oramai contenere. Lo guardai in faccia come pochi osano guardare quel prepotente che dispone a suo scellerato arbitrio della libertà dei cittadini, audacissime parole mi vennero alle labbra, fui per dargliene del voi, come egli faceva meco, mi contenni a stento, e risposi asciutto:«— Son io.«Il mio contegno parve dapprima maravigliarlo altamente, poi indignarlo vieppiù.«— Cospetto! Esclamò egli, battendo colla mano in sull'elsa. Voi tenete la cresta molto alta, signorino, ma ve la faremo abbassare. Oh oh! se ve la faremo abbassare.«L'ufficiale che lì mi aveva condotto, accennava partire. Il Generale gli si volse bruscamente e con tono di comando militare, gli disse:«— Lei stia qui, pronta ai miei ordini.«Poi tornò parlare a me con accento d'interrogazione:«— Avvocato, se non isbaglio?«— Sì.«— Ebbene sappiate che se all'Università S. M. vi ha lasciato insegnare a far l'avvocato, non è perchè cerchiate dei cavilli e delle ragioni da discutere gli ordini che vi si dànno in servizio di S. M. medesima.«Io volli parlare, ma egli non mi lasciò aprir bocca.«— Non vogliamo tanti ragionamenti e tanti ragionatori, avete capito? Vogliamo gente che ubbidisca, e basta. L'avvocato andate a farlo in tribunale, se qualche disgraziato vi confida il patrocinio della sua causa: ma quando un ufficiale dell'Arma d'ORDINE MIO, vi intima una cosa, corpo di bacco, vogliamo nissuna osservazione e pronta ubbidienza. Avete capito? Gli è proprio che viviamo in certi tempi, mio Dio! in cui questa gente da nulla mette su delle arie, e se la lasciassero fare!... Voi già vi conosciamo, signor avvocato, ve lo dico io, vi conosciamo ed abbiamo l'occhio aperto su voi.... Siete un liberale, voi, leggete i fogli, voi, vi fate venire dei libri, voi.... Buffone che siete!...«— Signore! Esclamai io che non ne potevo più, affrontando arditamente il suo sguardo.«Egli battè di nuovo e più forte, sull'elsa della sciabola.«— Corpo del diavolo! Gridò. Che cos'è questo tono? Che cosa è questo guardarmi in faccia? Abbassate quegli occhi. State come si deve innanzi ad un superiore.«— Ella non è mio superiore.«— No? Proruppe con vivissima indignazione. Sentitelo! E' pretenderebbe forse d'essermi uguale? Che cosa siete voi? Figliuolo d'un ferraio, se non isbaglio. E perchè, coi pochi denari che vostro padre ha guadagnato bassamente trafficando, ei vi ha fatto studiare all'Università, vi credete qualche cosa.... Tutti così questi borghesi, e se non ci mettessimo riparo, la società sarebbe posta a soqquadro.... Avreste fatto meglio a continuare il mestiere paterno, signor avvocato, ed apprendere invece ad essere più rispettoso verso i poteri sociali e verso l'autorità. Signor tenente, soggiunse, volgendosi all'ufficiale, ella ha avuto torto quando questo bel signorino le rispose in quel modo, a non farlo prendere da due dei nostri uomini e condurre al Palazzo Madama. Colà sogliono sfumare i fumi e gli orgogli di questi signori liberali. E sarà ciò che farò per Dio! avete capito? E gli è quello che vi tocca, e niente più, sapete?... Noi abbiamo voluto essere generosi verso di voi, e voi ci rispondete in questa guisa? Bene! Vi farò tradurre in prigione, come avrei dovuto subito, e passerete sotto il vostro bravo processo innanzi all'Uditorato di Corte[6]. Voi siete reo di lesa maestà: voi avete osato trascorrere a vie di fatto sopra un ufficiale di Corte, figliuolo d'un ministro di Stato; perchè il marchesino di Baldissero è ufficiale di Corte, sapete, e suo padre, il signor marchese, è ministro di Stato; e codesto l'avete osato mentre qui trovavasi Sua Sacra Real Maestà!....«— Ma io fui prima e fieramente insultato da quell'uomo....«— Non m'interrompete! Gridò con voce tonante il Generale. Quell'uomo!! Chi osate chiamare così, voi? Il marchesino? Che nuova impertinenza è questa? Ardite dirvi insultato?«Volli dir come; ed egli:«— Zitto! So tutto. Vorreste mettervi a paragone col figliuolo di S. E. il marchese, voi figliuolo d'un ferraio? Zitto! vi dico, e abbasso quegli occhi, vi dico! Ringraziate la mia clemenza, se non vi ho fatto subito arrestare; ringraziatela, se anche adesso vi lascio andare a casa vostra invece di mandarvi a dormire sul tavolato nel Palazzo Madama. Andate, domani vi presenterete dal commissario Tofi, il quale vi dirà le ulteriori determinazioni che saranno prese a vostro riguardo.... Ancora una parola. Ho udito che avete avuto la temerità di parlare di sfida e di duello col marchesino.Badate bene a non fare la menoma sciocchezza di questo genere. Dimenticate e fatevi dimenticare; è il meglio ch'io possa consigliarvi.... Andate.«— Vado, signore; diss'io allora: ma gli è soltanto, perchè cedo alla forza. Quanto ai partiti che mi rimangono a scegliere, consulterò l'onor mio e null'altro.«Mi volsi sui talloni e partii, udendo il Generale che mi borbottava dietro delle minaccie, fra cui compresi le parole: — Lo metteremo alla ragione. L'ufficiale mi accompagnò sino alla stanza dove son deposti i mantelli. Colà mi lasciò con un superbo saluto, e mentre io me ne usciva passò come per azzardo sul pianerottolo il dottor Quercia, il quale mi disse in fretta in fretta all'orecchio:«— È tutto combinato. Domattina alle sette sarò a casa vostra. Abbiate con voi un altro amico. Vi batterete alla pistola.«E guizzò via come un lampo.«Corsi qui da voi. Ho bisogno di vendetta. Ma la mia vendetta personale non basta. È tutto un sistema infame che ci opprime e cui bisogna rovesciare ad ogni costo. Sia dunque benedetta la rivolta, e facciam presto a toglierci questa vergogna e questo peso di dosso.»— È giusto: disse Maurilio. Bisogna volercene liberare da questa oppressione e da questa vergogna; ma bisogna pure calcolare i mezzi che si hanno e prevedere i possibili effetti di essi. Il tuo patriotismo, Francesco, il tuo amor di libertà, subitamente ancora concitati da un gravissimo oltraggio personale, ti fanno or ardente per le audacie estreme e per gli estremi rimedi al pari, se non più, di Mario Tiburzio, il quale ogni passione della sua giovinezza ha concentrata in questa passione sublime dell'amor di patria....Francesco Benda fece un moto.— Non ti dico ciò come un rimprovero: s'affrettò Maurilio a soggiungere. È quasi sempre così, deve essere così che a spingerci all'azione, a quel supremo passo in cui dal campo del desiderio, del pensiero, si va alla palestra del fatto abbia da concorrere una ragione personale, che assalendo direttamente la nostra individualità, sgombra ogni ritegno che questa suole pur sempre arrecare. Guglielmo Tell non amava egli la sua terra e la sua libertà? Ma per deciderlo alla rivolta occorse che il tiranno lo insultasse nella sua dignità d'uomo ed empiamente lo trafiggesse nelle sue viscere di padre. Favola o storia, quella è la verità della natura umana. Tu dunque, come ognuno di questi nostri amici, sei pronto alla disperata lotta ed alle prove estreme. E sia! Ma prevediamo un poco quale sarà quel futuro che noi riusciremo a provocare. Hai tu pensato, in caso di sconfitta, ciò che sarà di te e della tua famiglia? Noi, ribelli, ci può colpire anche la morte; sicuramente la carcere lunga e dolorosa o l'ugualmente doloroso esilio. Io fui sempre solo al mondo, Romualdo non ha più nessuno de' suoi, Mario Tiburzio e Giovanni Selva hanno ormai, per diversa ragione ma con identico effetto, spezzato ogni vincolo colla famiglia, e possono riputarsi soli ancor essi; ma tu, Francesco, ma tu, Antonio, avete un legame sacro che vi stringe a degli esseri carissimi, cui trascinerete con voi nella vostra rovina. Vinceremo, voi dite, e Mario, acquistato il concorso della forza cieca e irresistibile della plebe, è pronto ad affermare certo il successo. Ma anche di questa vittoria sono terribili gli effetti. Quella plebe suscitata adescandone i materiali istinti, che in una parola si traducono in sete di rapina, quella plebe manderà a soqquadro l'assetto sociale. Immaginatevi quanti eccessi, quanti danni, quante ruine! Anche in codesto noi non siam tutti in pari condizione. Che ci ho io da perdere, io che non possiedo nulla? Ma tu, Francesco, hai pensato che il baratro cui stai per aprire ingoierà molto agevolmente, e voglio anzi dire sicuramente, le ricchezze di tuo padre, le fortune della tua famiglia? Quelle vaste officine che tuo padre ora governa con mente retta e con mano ferma, saranno peggio che deserte, saranno devastate e distrutte; quegl'immensi capitali cui nella tua famiglia radunarono i lavori costanti e tenaci di più generazioni d'uomini attivi ed intelligenti, quei capitali ora investiti in edificii, in macchine, in magazzini di merci, in prodotti ed in istrumenti di nuova produzione, quei capitali che ora, mercè il lavoro, fruttano pane a tanta gente, saranno dispersi; per tuo padre è assai probabilmente la rovina, per la tua famiglia la miseria fors'anco....Francesco Benda, in preda ad una viva agitazione, si coprì con una mano gli occhi e interruppe con febbrile commozione:— Oh taci! taci!Tiburzio, che aveva ascoltato colla fronte corrugata le parole di Maurilio, disse a sua volta con amaro accento:— Questa è sapienza di troppo prudenti propositi. È legge fatale nella creazione che nissun bene cospicuo si ottenga senza passare tramezzo ad una severa prova di mali. Troppo facile appunto sarebbe l'eroismo, se il fine sublime che uom si propone potesse raggiungersi senza suo danno, senza suo schianto di cuore. Bisogna, assolutamente bisogna che anche un popolo, per arrivare un progresso, lo sconti colle lagrime e col sangue. Quando la meta è santa, è dovere camminare animosamente verso di essa, non curando se per arrivarci occorra lacerarsi fra i triboli e seminar qualche rovina. Chi pensa a questa soltanto e s'arresta pel timore di essa, non ha cuore di patriota.Maurilio divenne rosso sino sulla fronte e i suoi occhi balenarono d'una vivissima fiamma. Avreste detto che vivaci parole stavano per prorompere dalle sue labbra; invece, per una di quelle sue solite e subitanee riazioni, impallidì nuovamente di botto, si tacque e tornò a sedersi presso il camino, dove stette un po' accasciato, il petto curvo, gli occhi semispenti fissi di nuovo nell'agitarsi della fiamma.Ebbe luogo un istante di silenzio, in cui tutti sei quei giovani stettero immobili, lo sguardo rivolto a terra, dominati da una preoccupazione suprema.Fu Maurilio a riprender primo il discorso, ma colla voce più fievole, più sorda e sommossa che mai.— L'uomo forte (disse egli senza cambiare punto di postura), affrontando il pericolo, deve rendersi conto di tutta l'estensione di esso. L'eroe è quello che colla coscienza dei danni che gli sovrastano, s'accinge pur tuttavia all'impresa, il debole chiude gli occhi, non vuol vedere i pericoli, e poi quando vi si trova avvolto, si pente, si smarrisce d'animo e vien meno a se stesso. Ho pensato miglior avviso richiamare le vostre menti alla realtà dei rischi che ci aspettano. Ciò non vi trattiene? Tanto meglio. Ed io — già ve lo dissi — sono con voi. Fate arrivare il giorno della battaglia, e vedrete se io, semplice soldato, non combatterò con tutta voglia e con tutto ardore.Si strinsero tutti sei intorno al fuoco quegli imprudenti ma generosi giovani, e gravi decisioni furono prese; quali fossero vedremo in appresso.Quindi si parlò eziandio del caso particolare di Francesco. Il duello col marchesino di Baldissero bisognava assolutamente che avesse luogo. Uno dei padrini era il sedicente dott. Quercia; l'altro fu deciso che sarebbe stato Giovanni Selva.Francesco Benda, coi più affettuosi saluti e strette di mano degli amici, accompagnato dagli augurii di tutti, se ne partì per andare a casa, a porre in sesto alcune sue carte, a scrivere un addio alla sua famiglia; a prepararsi per lo scontro. Selva sarebbe andato da lui all'ora posta dal dott. Quercia.Antonio Vanardi si ritrasse nelle sue stanze, dove fece piano più che potè a coricarsi per non isvegliare la moglie, la quale lo avrebbe tempestato di mille domande. Ma ciò non gli valse gran fatto, perchè quando fu a letto ed ebbe spento il lume, la profonda agitazione che aveva addosso per le cose avvenute nella sera, e specialmente per le decisioni prese, non gli lasciava non solo chiuder occhio, ma nemmanco quietar la persona; onde, e gira e rigira fra le coltri, e sospira e sbuffa, la Rosina fu presto svegliata, ed accortasi dello stato in cui si trovava suo marito dopo aver vegliato così tardi, cominciò quell'interrogatorio insistente e fastidioso, frammischiato di collere, di preghiere, di lagrime, di supposizioni, cui il buon Antonio temeva cotanto.Certo il marito si difese bene in questa lotta contro la curiosità e diciamo pur anche l'affettuoso interesse della moglie, e non una parola gli scappò dalle labbra che potesse mettere in sulla strada della verità la Rosina, poco destra d'altronde nello indovinare e specialmente in questo genere di cose che costituivano un mondo affatto chiuso alla mente della brava donna; ma una cosa rimase per certa nell'animo della moglie, ed è che da qualche tempo fra suo marito e gli amici di lui si maneggiavano dei misteriosi raggiri, che in quella notte si era tenuta una di quelle conventicole, cui ella aveva già notato altre volte, e che le cose trattatesi dovevano essere state più gravi del solito, se suo marito le era tornato dappresso così tardi, così irrequieto, e d'un umore cotanto alterato che, mentre ella d'ordinario poteva ben vantarlo come un vero agnello, ora alle interrogazioni di lei si era posto a rispondere come un basilisco. Ma quali erano questi raggiri? Questo gli è che le cuoceva sapere. Ora non vi ha nulla di più pericoloso che una donna ciarliera, la quale sa che vicino a lei esiste un segreto, ed ha la matta voglia di apprendere questo segreto qual sia.Mentre Antonio bisticciava colla moglie, Romualdo andava a letto dietro il paravento, Mario si metteva al tavolino a scrivere appunto per la grande impresa; Selva e Maurilio si ritiravano nella stanza vicina, dove avevano ambidue il loro letto l'uno accosto all'altro.Non avevano sonno neppure. Erano dominati ambidue da una irrequieta tristezza di pensieri. Maurilio sedette presso al suo letticciuolo, ci pose su il braccio ed appoggiò a questo la testa che gli ardeva. L'avreste detto assopito al vederne gli occhi chiusi e l'immobilità della persona; ma il contrarsi tratto tratto de' suoi lineamenti manifestava che una dolorosa meditazione possedeva quell'anima. Ad un punto, di sotto alle palpebre abbassate comparvero due goccioline, s'ingrossarono fra i cigli, parvero direi quasi, esitare, poi, come staccatesene a malincuore, lentamente colarono due lagrime giù per le guancie. Quando le sentì sulle labbra, Maurilio si riscosse; sorse di scatto, le asciugò con rabbia, e si pose a passeggiare concitato per la stanza.Giovanni, che s'era gettato sul letto vestito come si trovava, per essere pronto a recarsi fra poche ore presso Francesco; Giovanni gli disse affettuosamente.— Vieni a riposare, Maurilio.Questi al suono amichevole di quella voce si fermò e si volse ratto là donde era partita. La sua fisionomia era commossa con espressioneaffatto nuova, quale nessuno in esso non aveva visto mai. Accorse al letto di Giovanni e gli prese vivamente la mano.— Tu non mi disprezzi, non è vero Giovanni? Tu non credi che io sia un vile?Selva sorse a sedere sul letto e rispose con caloroso affetto:— Mai no. Che pensieri sono questi?Maurilio si strinse con tuttedue le mani la vasta fronte e con voce soffocata e quasi affannosa proruppe impetuosamente:— Giovanni, questo è un momento strano nella mia vita, un momento che forse non si rinnoverà più..... Io che sempre fui chiuso in me stesso, ho bisogno di espandermi.... Soffro ed ho bisogno di parlare. Tu sei quello che più m'ami... che io più amo.... A te debbo la vita, a te debbo d'essere stato chiamato fratello da labbro umano.... vuoi tu accogliere la piena del mio cuore che trabocca? Nessuno mi conosce, nessuno mi conoscerà forse mai! Vuoi tu leggermi nell'anima?— Parla, parla: disse Giovanni con calore, abbracciando Maurilio.Questi sedette sulla sponda del letto dell'amico, e le mani intrecciate con quelle di Giovanni, così di subito prese a parlare.
Maurilio, appena udito della venuta di Benda, si era stranamente cambiato. Il suo volto si era fatto scuro, le sue guancie pallide, il suo sguardo che brillava vivo per intelligenza s'era spento. Accosciato sopra lo scalino del focolare, egli pareva fuggito via col pensiero di quel luogo e di quel momento le mille miglia lontano. Un'altra preoccupazione sembrava averlo assalito; tutto un altro ordine d'idee avergli presa la mente. Serrava quasi convulsamente le pallide labbra, contraeva i muscoli delle mascelle, come sotto la pressione d'un intimo affanno; e tratto tratto alcune lievi e fugacissime fiamme di rossore gli passavano sul volto e sulla fronte.
Quando Francesco Benda entrò, Maurilio non gli gettò che un ratto sguardo, il quale nulla vide se non che l'acconciatura elegante da ballo in cui il giovane appariva, gettato via il suo pastrano impellicciato. Forse a Maurilio parve che intorno a sè il nuovo arrivato recasse alquanto di quell'ambiente profumato di festa e d'eleganza donde veniva. Forse nel chiudere degli occhi come egli fece, apparve a Maurilio la splendida visione del luogo che Francesco aveva pur allora abbandonato, e in quel luogo pieno di luce, di profumi e d'armonia, la più splendida visione di una forma superba di divina bellezza. Chi avesse potuto cogliere le parole che la subita emozione fece mormorare a Maurilio fra le labbra serrate, avrebbe udito quest'esse:
— Egli viene di là dov'essa era! E' l'ha vista sino adesso! Egli osa parlarle; egli lo può.... Egli è ricco, egli è bello!.... Ed io invece?.... Io?..
Ma se Maurilio avesse un po' più attentamente esaminato il volto dell'amico, avrebbe visto che uno straordinario e profondo abbattimento era avvenuto nelle sembianze di Francesco, sì liete e benigne allorquando egli avevagli parlato sullo scalone dell'Accademia Filarmonica.
L'incarnato delle guancie era sparito, le sopracciglia erano corrugate, i lineamenti contratti, lo sguardo acceso, ma di una fiamma che pareva furore; perfino quell'aria di bontà, che dissi affatto naturale alle belle sembianze del giovane, aveva dato luogo ad un'espressione di sdegno profondo. Si vedeva ch'egli era in preda ad un'emozione gravissima cui si sforzava di padroneggiare e dissimulare, ma che tutto lo possedeva.
Strinse con vivacità febbrile le mani degli amici, da quella di Maurilio in fuori, il quale non mosse, come gli altri, all'incontro di lui, e prima che alcuno avesse campo ad interrogarlo, disse con voce di cui invano tentava frenare la concitazione:
— Sono qua ancor io.... Tardi non è vero?.... Ma che volete? Certe schiavitù di usi sociali..... E poi ben sapete che qualunque cosa decidiate io sarò sempre con voi. L'avevo detto a Selva..... Però ad un punto la vergogna ed il rimorso mi colsero.... Ebbi bisogno di partecipare alle vostre risoluzioni.... ebbi bisogno di vedervi... di venirvi a stringere la mano... di ritemprarmi ai forti propositi col vostro contatto.... Là donde vengo, in quella affatturata congrega che è il mondo elegante, si respira un'aura corruttrice che vi snerva a vi accascia... Per esso ho troppo sinora trascurato voi e la grand'opera vostra e i miei doveri di cittadino. Perdonatemi. Eccomi ora tutto a voi. Che cosa fu deciso? Siamo noi finalmente alle opere? Di parole ne abbiamo già dette troppe. È tempo di fatti, mi sembra. Orsù ditemi che mi tocchi di fare; assegnatemi qualunque còmpito, vedrete se io vi mancherò.
Parlava a balzi, vibrato, come uomo in cui il sangue batte in sussulto nelle vene e il cuore palpita violento.
Giovanni Selva in poche parole lo informò di quanto in tutta la serata si fosse detto, e di quanto stavasi pur allora discutendo.
— Mario Tiburzio ha ragione: esclamò Francesco Benda con violenza. Questa schiavitù è troppo vergognosa oramai a sopportare. Qualunque cosa si faccia, ma si scuota il giogo. Vengano in aiuto, non che le masse della plebe, ma le legioni dell'inferno, che saranno le bene accolte. Abbasso questo regime di privilegi; abbasso questa nobiltà superba che ne oltraggia; abbasso questa prepotenza di militari e di cortigiani, di carabinieri e di parassiti del popolo che ne umiliano, e, vivendo di noi, si credono dappiù di noi e si arrogano il diritto di calpestarci. Io do il mio suffragio a Mario Tiburzio. Finiamola pur una volta.
Maurilio si alzò dal suo posto e venne pian piano verso Francesco, guardandolo attentamente. Vide l'emozione profonda e nuova dell'amico, ene suppose la causa. Quando fu rimpetto a Benda, gli mise una mano sulla spalla e gli disse con accento pieno d'amorevole interesse:
— A te è capitato pur mo' qualche scontrosa faccenda. Tu hai avuto ad urtarti con questa oltracotanza, cui sì vivamente proclami ora intollerabile.....
— Ebben sì: proruppe Francesco. A me accadde il peggio oltraggio e la più scellerata prepotenza onde possa esser fatto segno un uomo onorevole....
Si fece rosso in volto come bragia, gli occhi suoi balenarono d'un'ardentissima fiamma e le vene della fronte gli divennero turgide.
— Udite, udite tutti, e rispondetemi se simile infame affronto si possa lavare altro che col sangue... Un impertinente di nobile... non ha guari.., adess'adesso.... in presenza d'un migliaio di persone... di signore e di cavalieri... mi ha percosso qui, su questa guancia col suo guanto...
Le lagrime gl'inumidirono gli occhi, si coprì colle mani la faccia, mandò un gemito e si lasciò cadere sulla seggiola vicina in preda al suo fierissimo turbamento.
I suoi amici, da Mario e da Maurilio in fuori, gettarono un grido di stupore e d'indignazione.
— Chi è questo scellerato? Domandò Giovanni Selva.
— Come avvenne codesto? Disse Romualdo.
— Perchè? A qual occasione? Interrogò Vanardi.
Benda ricacciò indietro quelle lagrime di sdegno che s'arrabbiava di sentir colare, premette sulle occhiaie e sulle guancie le sue mani contratte, levò il viso più fortemente sdegnoso di prima e disse con voce tremante dall'ira la più profonda:
— Chi è? Non conoscete voi tutti il brillante marchesino di Baldissero? Quell'impertinente che si vanta di trattare cavalli, cani e uomini del popolo nella stessa maniera, collo scudiscio?.... Il mondo, e' si vuol fatto tutto per questa razza di gente. Noi abbiamo da essere i loro servi, i loro giuocatoli; Carabinieri e polizia son lì per mantenerci in questa bella parte... Hanno il sangue azzurro loro!... A loro tutto è permesso. Noi non abbiamo che da curvarci e lasciarci percuotere.... Giuraddio!.... È tempo che ciò finisca!.... Quel giovinastro incominciò per oltraggiarmi fieramente con parole e col contegno. Non chiedetemene i particolari. Gli risposi — e non potevo a meno — che era un incivile. Si volse verso me, non in furore, ma colla calma d'un uomo che castiga il suo botolo che gli ha disobbedito, e col guanto che teneva nella mano snudata, mi colpì sul viso. L'atto era per me così inaspettato che non potei nemmanco ripararmi il colpo...
Il povero Francesco dirugginò i denti e si battè coi pugni chiusi la fronte.
— Sì, continuò egli con voce ansimante, sì fui percosso sul viso là, in quella tanta luce, innanzi a quei tanti sguardi. Oh che cosa avreste fatto voi altri se una tanta vergogna vi fosse stata inflitta? Io mi sentii girare la testa; una nebbia scura mi venne innanzi agli occhi, con un scintillio tramezzo d'infuocate faville; negli orecchi avevo un ronzio che mi pareva composto di mille sogghigni di scherno; non vidi più distintamente per un istante innanzi a me che quella faccia impertinente che ghignava colle labbra tirate. Lo afferrai pel collo. Un grido di voci femminili si alzò intorno a me. Fra queste voci ne distinsi una che ha su me un assoluto impero. Ciò mi tolse la forza e mi fece rientrare in me. Che avvenisse allora, non so bene. S'intromise della gente; pronunziai e ricevetti in iscambio delle parole di disfida; mi ricordo aver visto il conte Sanluca che conduceva seco il marchesino da una parte, mentre il dott. Quercia trascinava me dall'altra. Non sentivo più in me che una gran confusione. Mi pareva di sentire su me lo sguardo sprezzoso di certi occhi superbi, e non osavo più levare i miei. Quercia mi condusse in un salottino appartato.
«— E adesso che cosa volete fare? Mi domandò.
«— Voglio ampia soddisfazione: risposi. Appena sia giorno voglio battermi con quell'indegno. Oh! lo ammazzerò.
«Quercia mi propose di farmi da secondo e di combinare le cose relative ad un serio e sollecito duello. Lo ringraziai di tutto cuore. Volevo partire di colà, dove lo spazzo mi pareva m'abbruciasse i piedi. Il dottore me ne sconsigliò.
«— Perchè cedere così il campo? diss'egli. Sarebbe quasi un confessare il vostro torto e la vostra sconfitta. Il marchesino non partirà, egli, ma scorrerà a mostrare per le sale il trionfo della sua impertinenza. Rinfrancate anche voi il vostro aspetto, prendete l'aria più calma e più sicura che possiate e venite di nuovo in mezzo a quella turba a sfidare audacemente colla vostra presenza le mormorazioni e gli scherni. Li farete tacere, ed è tanto di guadagnato. Se alcuno v'interroga sull'accaduto, preparatevi un buon motto da rispondere, in cui si contenga un epigramma pel signor marchese, e quando v'incontrate con esso, fissatelo fermamente in viso, sforzandovi a frenare la collera, senza essere troppo provocante, ma guardandovi bene dal chinar gli occhi innanzi ai suoi.
«Compresi che Quercia aveva ragione. Mi feci calmo per quanto potei, e tornai nelle sale affollate. Innanzi a me sentivo interrompersi i discorsi o finire in bisbiglio al mio passaggio; alcuni timorosi mi sfuggirono; altri si mostravano molto stupiti della mia audacia. Vi fu chi mi consigliò a partirmene di tutta fretta.
«— Non sapete che il vostro è un caso serio? Mi si disse. Avete portato la mano sopra un dignitario di Corte in un luogo dove c'è di presenza S. M., e che quindi è diventato come il Palazzo Reale: oh! non v'è da scherzare.
«Che cosa importava a me della presenza di S. M.! Era il marchese che primo era trasceso ad eccessi. Io non aveva fatto che difendermi. Fossi anche stato davvero nel palazzo del re, anche nella sua camera medesima sotto i suoi occhi, se un prepotente mi avesse oltraggiato di quella guisa, avrei avuto ogni diritto di propulsare l'offesa e nessuno, per Dio, avrebbe potuto frenarmi.
«Alcuni pochi mi vennero a stringere la mano. Nella gran sala vidi da lungi il mio avversario: era col suo amico Sanluca e collo zio di quest'ultimo il conte Barranchi, il comandante generale dei Carabinieri e capo della polizia. Parlavano animatamente: certo del fatto intravvenuto. Baldissero rideva con fatua insolenza; Sanluca narrava con calore cose che parevano destare una forte sorpresa e una maggiore indegnazione nel Generale dei Carabinieri. Al vedermi il marchesino fece un brusco movimento tosto represso, e il suo riso si ghiacciò sulle labbra. Sanluca, accortosi del cambiamento dell'amico, ne seguì la direzione dello sguardo e trovò me a capo della sala, che guardavo, lascio a voi pensare come. Disse alcune parole all'orecchio dello zio, accennando cogli occhi al luogo dove io era. Il conte Barranchi volse verso di me la sua faccia scura da poliziotto; vidi nel suo sguardo una minaccia; mi piantai fermo coi piedi dove mi trovavo, e mi promisi che non mi sarei mosso di là, finchè quei cotali fossero stati a guardarmi.
«Il Generale disse qualche paroletta a Sanluca, il quale si affrettò ad allontanarsi. Non cessavo di tener gli occhi fissi sul conte e sul marchese; quest'ultimo ostentava di non far la menoma attenzione a me: lo zio di Sanluca mi fulminava colle sue più tremende occhiate. Poco stante vidi il nipote tornar presso allo zio insieme con un ufficiale dei Carabinieri in gran montura. Il conte Barranchi disse a quest'ultimo poche ed asciutte parole che parevano un comando, accennando a me con un moto della testa. L'ufficiale volse gli occhi nella mia direzione, fece un inchino come per dire che aveva compreso ed avrebbe obbedito, e si allontanò. Bene avevo capito che si trattava di me, ma che cosa mi si volesse, non sapevo indovinare. Due minuti dopo l'ufficiale dei carabinieri essendosi fatto strada in mezzo alla gente, giungeva presso di me.
«— È lei l'avvocato Benda? Mi domandava col piglio altezzoso di un superiore che parla ad un subalterno.
«— Per servirla: gli risposi nel tono medesimo.
«L'ufficiale corrugò la fronte e prese un accento ancora più insolente.
«— Ho bisogno di parlarle. Venga meco.
«Io lo guardai dall'alto al basso.
«— Se ha qualche cosa da dirmi, risposi, può parlare qui stesso.
«— Signor no, questo non è luogo da simili discorsi. Orsù meno parole. Si compiaccia seguirmi.
«Questo dialogo, benchè fatto a voce bassa, aveva attirato l'attenzione dei circostanti, che si affollavano a far cerchio intorno a noi. Feci un lieve cenno di testa ad accennare che acconsentivo, e lo seguii fuori del gran salone.
«— Ora, mi dica senz'altro quel che mi vale la fortuna di questo colloquio: dissi, quando giunto in una delle sale vicine, piantandomi fermo a metà. E l'ufficiale, con quel medesimo piglio con cui s'arresta un malfattore, mi rispose seccamente:
«— D'ordine del signor Generale, conte Barranchi, le intimo di uscire dalla festa, e di presentarsi domani mattina dal commissario Tofi ad udire gli ammonimenti che le convengono.
«— Signore, risposi, di questa società che dà la festa e riceve lei come invitato, io sono parte. Posso dunque dire di essere a casa mia, e non ammetto in nessuno il diritto di scacciarmene.
«— Che diritto, o non diritto? Prorupp'egli. L'ordine è di farla partire e lei partirà.
«— No signore.
«— Badi bene a quello che fa!
«— Ho già bell'e badato.
«— Vuole dunque che io riferisca questa risposta a S. E.?
«— La riferisca a cui le pare e piace.
«— Va bene.
«Fece un giro sui talloni, e sparì. Pochi minuti dopo mi raggiunse più brusco e più inurbano di prima.
«— S. E. il Generale vuol parlarle egli stesso. È qui in questo gabinetto che l'aspetta.
«Mi condusse nel medesimo salottino dove Quercia mi aveva condotto poc'anzi.
«Il conte Barranchi stava piantato, duro come un piuolo, il mento fieramente appoggiato sul suo goletto duro, impettito nella sua corpulenta statura da granatiere, lo sguardo pieno di minaccia, la bocca atteggiata a severità sotto i suoi ispidi baffi, la mano sinistra posata sull'elsa del suo sciabolone, tutto sbarbagliante sotto i lumi nella sua gran montura da generale.
«Mi guardò con piglio di tanto superbo disprezzo che me ne sentii friggere il sangue; e poi, dirigendomi la parola con oltraggiosa imponenza, e dandomi del voi, come avrebbe fatto ad un suo carabiniere preso in fallo di disciplina, mi disse in tono d'interrogatorio fiscale:
«— Ah ah! Siete voi ilnominatoFrancesco Benda?
«Io sentiva l'ira venirmi crescendo sempre più entro l'animo. Quel volto poco intelligente ma impertinentissimo di poliziotto cortigiano, quel tono, quel darmi del voi, mi aumentavano il furore che appena potevo oramai contenere. Lo guardai in faccia come pochi osano guardare quel prepotente che dispone a suo scellerato arbitrio della libertà dei cittadini, audacissime parole mi vennero alle labbra, fui per dargliene del voi, come egli faceva meco, mi contenni a stento, e risposi asciutto:
«— Son io.
«Il mio contegno parve dapprima maravigliarlo altamente, poi indignarlo vieppiù.
«— Cospetto! Esclamò egli, battendo colla mano in sull'elsa. Voi tenete la cresta molto alta, signorino, ma ve la faremo abbassare. Oh oh! se ve la faremo abbassare.
«L'ufficiale che lì mi aveva condotto, accennava partire. Il Generale gli si volse bruscamente e con tono di comando militare, gli disse:
«— Lei stia qui, pronta ai miei ordini.
«Poi tornò parlare a me con accento d'interrogazione:
«— Avvocato, se non isbaglio?
«— Sì.
«— Ebbene sappiate che se all'Università S. M. vi ha lasciato insegnare a far l'avvocato, non è perchè cerchiate dei cavilli e delle ragioni da discutere gli ordini che vi si dànno in servizio di S. M. medesima.
«Io volli parlare, ma egli non mi lasciò aprir bocca.
«— Non vogliamo tanti ragionamenti e tanti ragionatori, avete capito? Vogliamo gente che ubbidisca, e basta. L'avvocato andate a farlo in tribunale, se qualche disgraziato vi confida il patrocinio della sua causa: ma quando un ufficiale dell'Arma d'ORDINE MIO, vi intima una cosa, corpo di bacco, vogliamo nissuna osservazione e pronta ubbidienza. Avete capito? Gli è proprio che viviamo in certi tempi, mio Dio! in cui questa gente da nulla mette su delle arie, e se la lasciassero fare!... Voi già vi conosciamo, signor avvocato, ve lo dico io, vi conosciamo ed abbiamo l'occhio aperto su voi.... Siete un liberale, voi, leggete i fogli, voi, vi fate venire dei libri, voi.... Buffone che siete!...
«— Signore! Esclamai io che non ne potevo più, affrontando arditamente il suo sguardo.
«Egli battè di nuovo e più forte, sull'elsa della sciabola.
«— Corpo del diavolo! Gridò. Che cos'è questo tono? Che cosa è questo guardarmi in faccia? Abbassate quegli occhi. State come si deve innanzi ad un superiore.
«— Ella non è mio superiore.
«— No? Proruppe con vivissima indignazione. Sentitelo! E' pretenderebbe forse d'essermi uguale? Che cosa siete voi? Figliuolo d'un ferraio, se non isbaglio. E perchè, coi pochi denari che vostro padre ha guadagnato bassamente trafficando, ei vi ha fatto studiare all'Università, vi credete qualche cosa.... Tutti così questi borghesi, e se non ci mettessimo riparo, la società sarebbe posta a soqquadro.... Avreste fatto meglio a continuare il mestiere paterno, signor avvocato, ed apprendere invece ad essere più rispettoso verso i poteri sociali e verso l'autorità. Signor tenente, soggiunse, volgendosi all'ufficiale, ella ha avuto torto quando questo bel signorino le rispose in quel modo, a non farlo prendere da due dei nostri uomini e condurre al Palazzo Madama. Colà sogliono sfumare i fumi e gli orgogli di questi signori liberali. E sarà ciò che farò per Dio! avete capito? E gli è quello che vi tocca, e niente più, sapete?... Noi abbiamo voluto essere generosi verso di voi, e voi ci rispondete in questa guisa? Bene! Vi farò tradurre in prigione, come avrei dovuto subito, e passerete sotto il vostro bravo processo innanzi all'Uditorato di Corte[6]. Voi siete reo di lesa maestà: voi avete osato trascorrere a vie di fatto sopra un ufficiale di Corte, figliuolo d'un ministro di Stato; perchè il marchesino di Baldissero è ufficiale di Corte, sapete, e suo padre, il signor marchese, è ministro di Stato; e codesto l'avete osato mentre qui trovavasi Sua Sacra Real Maestà!....
«— Ma io fui prima e fieramente insultato da quell'uomo....
«— Non m'interrompete! Gridò con voce tonante il Generale. Quell'uomo!! Chi osate chiamare così, voi? Il marchesino? Che nuova impertinenza è questa? Ardite dirvi insultato?
«Volli dir come; ed egli:
«— Zitto! So tutto. Vorreste mettervi a paragone col figliuolo di S. E. il marchese, voi figliuolo d'un ferraio? Zitto! vi dico, e abbasso quegli occhi, vi dico! Ringraziate la mia clemenza, se non vi ho fatto subito arrestare; ringraziatela, se anche adesso vi lascio andare a casa vostra invece di mandarvi a dormire sul tavolato nel Palazzo Madama. Andate, domani vi presenterete dal commissario Tofi, il quale vi dirà le ulteriori determinazioni che saranno prese a vostro riguardo.... Ancora una parola. Ho udito che avete avuto la temerità di parlare di sfida e di duello col marchesino.Badate bene a non fare la menoma sciocchezza di questo genere. Dimenticate e fatevi dimenticare; è il meglio ch'io possa consigliarvi.... Andate.
«— Vado, signore; diss'io allora: ma gli è soltanto, perchè cedo alla forza. Quanto ai partiti che mi rimangono a scegliere, consulterò l'onor mio e null'altro.
«Mi volsi sui talloni e partii, udendo il Generale che mi borbottava dietro delle minaccie, fra cui compresi le parole: — Lo metteremo alla ragione. L'ufficiale mi accompagnò sino alla stanza dove son deposti i mantelli. Colà mi lasciò con un superbo saluto, e mentre io me ne usciva passò come per azzardo sul pianerottolo il dottor Quercia, il quale mi disse in fretta in fretta all'orecchio:
«— È tutto combinato. Domattina alle sette sarò a casa vostra. Abbiate con voi un altro amico. Vi batterete alla pistola.
«E guizzò via come un lampo.
«Corsi qui da voi. Ho bisogno di vendetta. Ma la mia vendetta personale non basta. È tutto un sistema infame che ci opprime e cui bisogna rovesciare ad ogni costo. Sia dunque benedetta la rivolta, e facciam presto a toglierci questa vergogna e questo peso di dosso.»
— È giusto: disse Maurilio. Bisogna volercene liberare da questa oppressione e da questa vergogna; ma bisogna pure calcolare i mezzi che si hanno e prevedere i possibili effetti di essi. Il tuo patriotismo, Francesco, il tuo amor di libertà, subitamente ancora concitati da un gravissimo oltraggio personale, ti fanno or ardente per le audacie estreme e per gli estremi rimedi al pari, se non più, di Mario Tiburzio, il quale ogni passione della sua giovinezza ha concentrata in questa passione sublime dell'amor di patria....
Francesco Benda fece un moto.
— Non ti dico ciò come un rimprovero: s'affrettò Maurilio a soggiungere. È quasi sempre così, deve essere così che a spingerci all'azione, a quel supremo passo in cui dal campo del desiderio, del pensiero, si va alla palestra del fatto abbia da concorrere una ragione personale, che assalendo direttamente la nostra individualità, sgombra ogni ritegno che questa suole pur sempre arrecare. Guglielmo Tell non amava egli la sua terra e la sua libertà? Ma per deciderlo alla rivolta occorse che il tiranno lo insultasse nella sua dignità d'uomo ed empiamente lo trafiggesse nelle sue viscere di padre. Favola o storia, quella è la verità della natura umana. Tu dunque, come ognuno di questi nostri amici, sei pronto alla disperata lotta ed alle prove estreme. E sia! Ma prevediamo un poco quale sarà quel futuro che noi riusciremo a provocare. Hai tu pensato, in caso di sconfitta, ciò che sarà di te e della tua famiglia? Noi, ribelli, ci può colpire anche la morte; sicuramente la carcere lunga e dolorosa o l'ugualmente doloroso esilio. Io fui sempre solo al mondo, Romualdo non ha più nessuno de' suoi, Mario Tiburzio e Giovanni Selva hanno ormai, per diversa ragione ma con identico effetto, spezzato ogni vincolo colla famiglia, e possono riputarsi soli ancor essi; ma tu, Francesco, ma tu, Antonio, avete un legame sacro che vi stringe a degli esseri carissimi, cui trascinerete con voi nella vostra rovina. Vinceremo, voi dite, e Mario, acquistato il concorso della forza cieca e irresistibile della plebe, è pronto ad affermare certo il successo. Ma anche di questa vittoria sono terribili gli effetti. Quella plebe suscitata adescandone i materiali istinti, che in una parola si traducono in sete di rapina, quella plebe manderà a soqquadro l'assetto sociale. Immaginatevi quanti eccessi, quanti danni, quante ruine! Anche in codesto noi non siam tutti in pari condizione. Che ci ho io da perdere, io che non possiedo nulla? Ma tu, Francesco, hai pensato che il baratro cui stai per aprire ingoierà molto agevolmente, e voglio anzi dire sicuramente, le ricchezze di tuo padre, le fortune della tua famiglia? Quelle vaste officine che tuo padre ora governa con mente retta e con mano ferma, saranno peggio che deserte, saranno devastate e distrutte; quegl'immensi capitali cui nella tua famiglia radunarono i lavori costanti e tenaci di più generazioni d'uomini attivi ed intelligenti, quei capitali ora investiti in edificii, in macchine, in magazzini di merci, in prodotti ed in istrumenti di nuova produzione, quei capitali che ora, mercè il lavoro, fruttano pane a tanta gente, saranno dispersi; per tuo padre è assai probabilmente la rovina, per la tua famiglia la miseria fors'anco....
Francesco Benda, in preda ad una viva agitazione, si coprì con una mano gli occhi e interruppe con febbrile commozione:
— Oh taci! taci!
Tiburzio, che aveva ascoltato colla fronte corrugata le parole di Maurilio, disse a sua volta con amaro accento:
— Questa è sapienza di troppo prudenti propositi. È legge fatale nella creazione che nissun bene cospicuo si ottenga senza passare tramezzo ad una severa prova di mali. Troppo facile appunto sarebbe l'eroismo, se il fine sublime che uom si propone potesse raggiungersi senza suo danno, senza suo schianto di cuore. Bisogna, assolutamente bisogna che anche un popolo, per arrivare un progresso, lo sconti colle lagrime e col sangue. Quando la meta è santa, è dovere camminare animosamente verso di essa, non curando se per arrivarci occorra lacerarsi fra i triboli e seminar qualche rovina. Chi pensa a questa soltanto e s'arresta pel timore di essa, non ha cuore di patriota.
Maurilio divenne rosso sino sulla fronte e i suoi occhi balenarono d'una vivissima fiamma. Avreste detto che vivaci parole stavano per prorompere dalle sue labbra; invece, per una di quelle sue solite e subitanee riazioni, impallidì nuovamente di botto, si tacque e tornò a sedersi presso il camino, dove stette un po' accasciato, il petto curvo, gli occhi semispenti fissi di nuovo nell'agitarsi della fiamma.
Ebbe luogo un istante di silenzio, in cui tutti sei quei giovani stettero immobili, lo sguardo rivolto a terra, dominati da una preoccupazione suprema.
Fu Maurilio a riprender primo il discorso, ma colla voce più fievole, più sorda e sommossa che mai.
— L'uomo forte (disse egli senza cambiare punto di postura), affrontando il pericolo, deve rendersi conto di tutta l'estensione di esso. L'eroe è quello che colla coscienza dei danni che gli sovrastano, s'accinge pur tuttavia all'impresa, il debole chiude gli occhi, non vuol vedere i pericoli, e poi quando vi si trova avvolto, si pente, si smarrisce d'animo e vien meno a se stesso. Ho pensato miglior avviso richiamare le vostre menti alla realtà dei rischi che ci aspettano. Ciò non vi trattiene? Tanto meglio. Ed io — già ve lo dissi — sono con voi. Fate arrivare il giorno della battaglia, e vedrete se io, semplice soldato, non combatterò con tutta voglia e con tutto ardore.
Si strinsero tutti sei intorno al fuoco quegli imprudenti ma generosi giovani, e gravi decisioni furono prese; quali fossero vedremo in appresso.
Quindi si parlò eziandio del caso particolare di Francesco. Il duello col marchesino di Baldissero bisognava assolutamente che avesse luogo. Uno dei padrini era il sedicente dott. Quercia; l'altro fu deciso che sarebbe stato Giovanni Selva.
Francesco Benda, coi più affettuosi saluti e strette di mano degli amici, accompagnato dagli augurii di tutti, se ne partì per andare a casa, a porre in sesto alcune sue carte, a scrivere un addio alla sua famiglia; a prepararsi per lo scontro. Selva sarebbe andato da lui all'ora posta dal dott. Quercia.
Antonio Vanardi si ritrasse nelle sue stanze, dove fece piano più che potè a coricarsi per non isvegliare la moglie, la quale lo avrebbe tempestato di mille domande. Ma ciò non gli valse gran fatto, perchè quando fu a letto ed ebbe spento il lume, la profonda agitazione che aveva addosso per le cose avvenute nella sera, e specialmente per le decisioni prese, non gli lasciava non solo chiuder occhio, ma nemmanco quietar la persona; onde, e gira e rigira fra le coltri, e sospira e sbuffa, la Rosina fu presto svegliata, ed accortasi dello stato in cui si trovava suo marito dopo aver vegliato così tardi, cominciò quell'interrogatorio insistente e fastidioso, frammischiato di collere, di preghiere, di lagrime, di supposizioni, cui il buon Antonio temeva cotanto.
Certo il marito si difese bene in questa lotta contro la curiosità e diciamo pur anche l'affettuoso interesse della moglie, e non una parola gli scappò dalle labbra che potesse mettere in sulla strada della verità la Rosina, poco destra d'altronde nello indovinare e specialmente in questo genere di cose che costituivano un mondo affatto chiuso alla mente della brava donna; ma una cosa rimase per certa nell'animo della moglie, ed è che da qualche tempo fra suo marito e gli amici di lui si maneggiavano dei misteriosi raggiri, che in quella notte si era tenuta una di quelle conventicole, cui ella aveva già notato altre volte, e che le cose trattatesi dovevano essere state più gravi del solito, se suo marito le era tornato dappresso così tardi, così irrequieto, e d'un umore cotanto alterato che, mentre ella d'ordinario poteva ben vantarlo come un vero agnello, ora alle interrogazioni di lei si era posto a rispondere come un basilisco. Ma quali erano questi raggiri? Questo gli è che le cuoceva sapere. Ora non vi ha nulla di più pericoloso che una donna ciarliera, la quale sa che vicino a lei esiste un segreto, ed ha la matta voglia di apprendere questo segreto qual sia.
Mentre Antonio bisticciava colla moglie, Romualdo andava a letto dietro il paravento, Mario si metteva al tavolino a scrivere appunto per la grande impresa; Selva e Maurilio si ritiravano nella stanza vicina, dove avevano ambidue il loro letto l'uno accosto all'altro.
Non avevano sonno neppure. Erano dominati ambidue da una irrequieta tristezza di pensieri. Maurilio sedette presso al suo letticciuolo, ci pose su il braccio ed appoggiò a questo la testa che gli ardeva. L'avreste detto assopito al vederne gli occhi chiusi e l'immobilità della persona; ma il contrarsi tratto tratto de' suoi lineamenti manifestava che una dolorosa meditazione possedeva quell'anima. Ad un punto, di sotto alle palpebre abbassate comparvero due goccioline, s'ingrossarono fra i cigli, parvero direi quasi, esitare, poi, come staccatesene a malincuore, lentamente colarono due lagrime giù per le guancie. Quando le sentì sulle labbra, Maurilio si riscosse; sorse di scatto, le asciugò con rabbia, e si pose a passeggiare concitato per la stanza.
Giovanni, che s'era gettato sul letto vestito come si trovava, per essere pronto a recarsi fra poche ore presso Francesco; Giovanni gli disse affettuosamente.
— Vieni a riposare, Maurilio.
Questi al suono amichevole di quella voce si fermò e si volse ratto là donde era partita. La sua fisionomia era commossa con espressioneaffatto nuova, quale nessuno in esso non aveva visto mai. Accorse al letto di Giovanni e gli prese vivamente la mano.
— Tu non mi disprezzi, non è vero Giovanni? Tu non credi che io sia un vile?
Selva sorse a sedere sul letto e rispose con caloroso affetto:
— Mai no. Che pensieri sono questi?
Maurilio si strinse con tuttedue le mani la vasta fronte e con voce soffocata e quasi affannosa proruppe impetuosamente:
— Giovanni, questo è un momento strano nella mia vita, un momento che forse non si rinnoverà più..... Io che sempre fui chiuso in me stesso, ho bisogno di espandermi.... Soffro ed ho bisogno di parlare. Tu sei quello che più m'ami... che io più amo.... A te debbo la vita, a te debbo d'essere stato chiamato fratello da labbro umano.... vuoi tu accogliere la piena del mio cuore che trabocca? Nessuno mi conosce, nessuno mi conoscerà forse mai! Vuoi tu leggermi nell'anima?
— Parla, parla: disse Giovanni con calore, abbracciando Maurilio.
Questi sedette sulla sponda del letto dell'amico, e le mani intrecciate con quelle di Giovanni, così di subito prese a parlare.