CAPITOLO XV.«Quello, che ora è finito, è giorno solenne per me:dies nigra notanda lapillo: il giorno in cui ricorre quello dal quale incomincia, se così mi lasci dire, l'epoca storica della mia vita. Ventiquattro anni or sono, nella prima mattina di un tal giorno di questo mese, io, bambino di poche lune, fui trovato in mezzo al fango del selciato in una delle più luride vie di questa città.«Era un giorno precisamente come quello che or ora è caduto nel baratro del passato, scuro, tristo, nebbioso, pieno di freddo e di neve. Me lo ha detto mille volte quel crudele che ebbe, trovandomi a vagire, la funesta pietà di raccogliermi.«Non ho nome, non ho famiglia, non sono figliuolo di nessuno. Un fatal giorno, certo non desiderato, forse paventato, oggetto fin da prima del nascimento di rammarico e di odio, me ne venni al mondo per incontrarvi od una subita morte o l'abbandono. La mia nascita forse fu un peccato, forse un delitto, o venne accrescimento di miseria a miserissimi; vollero togliersi via dagli occhi con me un rimorso od una vergogna, o semplicemente una bocca di più da alimentare.«Fui abbandonato! Là nelle immondizie d'una immonda strada, alla ventura d'essere schiacciato da un carrettiere incauto, o lasciato morire da insensibili passeggieri, o da qualche pietoso raccolto.«Fui abbandonato! Forse di me nulla sapevan che fare! A me nessun affetto legava l'anima di qualcheduno! Per me la natura non parlava al cuore di nessuno!«Non ebbi forse una madre?... Madre! Questo nome che fin dai primissimi anni mi suona così dolce nell'anima..... Questo nome che quando, ancora nell'infanzia, udivo pronunciato da' miei compagni mi venivano, e non sapevo perchè, le lagrime agli occhi!.... Oh forse la povera donna morì sopra parto e mi lasciò solo: o forse fu collo schianto dell'anima che dovette cedere alla mano di ferro della necessità che mi staccava dal suo fianco..... Ah! l'avrei amata cotanto mia madre!.....«Questa sera mi piacque aggirarmi colà, per quella scura e sconcia strada in cui vagii neonato in quella cupa notte d'inverno, e scorsi il miserabile quartiere con lento passo, il cuor palpitante, la mente commossa, come se uno di que' sassi del selciato, una di quelle scalcinate ed annerite pareti, una delle anguste, umidiccie porticine, l'aria stessa che respiravo, mi dovesse ad un tratto miracolosamente rivelare il mistero, forse infame, della mia origine.«Quante volte non ho io già fatto quel doloroso pellegrinaggio, e sempre con quanto spasimo dell'anima segreto, soffocato, dolorosissimo!«Questa sera, la sorte, là su quella motriglia che a me fu culla, mi pose innanzi un bambino che piangeva. A quel suono di pianto in tal luogo, tutta la mia penosa esistenza, accompagnata di disprezzo e di vergogna, mi sorse innanzi spiccatamente ad un tratto. Se fosse stato un lattante quel bimbo, l'avrei preso fra le mie braccia, l'avrei recato meco, avrei voluto essergli padre, avessi dovuto vendere, per nutrirlo, il sangue delle mie vene. Rivissi in pochi minuti la sintesi intiera di tutti gli anni che ho travagliosamente trascorsi; ripiansi, per così dire, tutte le mie lagrime, imperocchè nella corta mia vita passata non ci sia nemmanco il ricordo d'un sorriso di gioia.«Oh! perchè fui raccolto se non mi si voleva dar che tormenti? E può Dio ascrivermi a peccato se io desiderai come fortuna d'essere morto nell'abbandono, se più volte ho maledetto meco stesso chi seco mi prese e il momento in cui mi rinvenne?«Era uno di quei venditori di latte che vengono il mattino per tempissimo a recare questa derrata ai fondachi di rivendita nella città. Correndo col suo carro, su cui saltavan le bigoncie, al trotto del suo cavallo, passò nella strada dov'io era, e il cavallo nell'istante di schiacciare quel corpicino colla sua zampa ferrata, atterrito forse dal vedersi innanzi ad un tratto quell'involto biancolastro, fece uno scarto che diede un fiero sobbalzo all'uomo seduto sul carro.«— Che cos'è codesto? Disse Menico il quale travide in quello scuriccio nebbioso qualche cosaper terra. E venuto giù, si chinò e prese tra mano quel viluppo.«Visto che gli era un bambino mezzo intirizzito che non aveva nemmen più la forza di piangere, rimase lì un istante perplesso, non sapendo a qual partito appigliarsi. Poi, siccome in fondo quell'uomo non era cattivo, e quando non era ebbro aveva a sufficienza cuore e ragionevolezza, gli parve troppa crudeltà il lasciar lì quella creaturina e tirar dritto per la sua strada. Risalì sul suo carro tenendosi fra le braccia il bambino, e lasciò che il cavallo riprendesse l'andare, mentre egli si diceva: — Il diavolo mi porti se so che cosa fare di questo marmocchio.«Siccome il bimbo pareva lì lì per basire senz'altro, Menico intanto cominciò per porre sulle labbra di esso una bottiglietta che aveva allato di latte munto di fresco al momento prima di partirsi di casa e ancora caldo. Glie ne fece colare in bocca a poco a poco alcune goccie, cui il bambino affamato assorbì avidamente e che di subito alquanto lo ristaurarono.«Menico si recò qua e colà a fare gli affari suoi, e sempre teneva sul carro quel bambino cui aveva adagiato sovra un po' di fieno che ci aveva per ventura, e sul quale, per tenerlo caldo, aveva gettato la pesante coperta di lana del cavallo.«Ad ognuno dei lattivendoli con cui parlava, Menico diceva il caso intravvenutogli e domandava se di quel piccino se ne volessero incaricare. Ognuno lo motteggiava e crollando le spalle lo mandava con Dio.«— Ma che cosa ho io da fare di questo coso? seguitava a chiedere a sè stesso Menico sempre più imbarazzato.«— Menatelo alla Maternità: gli disse qualcuno di coloro a cui egli recava la provvista del latte.«— Dovreste recarlo al palazzo di città: diceva un altro: ma a quest'ora è troppo presto e troverete tutto chiuso.«— Mettetelo sulla porta d'una chiesa: gli consigliò per ultimo un cotale. Lì sarà sotto la protezione di Dio, e potete esser tranquillo che capiterà bene.«Menico adottò questo consiglio, e quando ebbe terminato tutte le sue faccende, siccome nella sua strada aveva da passare innanzi alla chiesa di San *****, determinò di porre sulla soglia di questa il trovato bambino.«Non era ancora diradata la tenebra della notte dall'alba, che in quella nevosa giornata d'inverno tardava a venire. Un semispento lampione gettava una luce fievole e giallastra sulla neve che si rammentava sopra gli scalini di San *****, Menico, giunto all'altezza della chiesa fermò il cavallo, saltò giù del carro e prese su questo l'involto in cui era il bimbo, allo scrollar del veicolo addormentatosi. La strada era silenziosa come un sepolcro; nulla si muoveva, nel sonno generale di tutta la città. Menico si disse non senza soddisfazione che gli era affatto solo. Ma quando fu per salire gli scalini della chiesa, ecco dalla soglia di quest'essa staccarsi un'ombra nera, la quale si avanzò con sollecitudine verso il villano, ed una voce d'uomo pacata, benigna, soave, dirgli:«— Giusto voi che aspettavo, Menico.«Questi, per la sorpresa, poco mancò non lasciasse cadere in terra il bambino; ma, riavutosi tosto, riconobbe in chi gli parlava il parroco del suo paese.«— Lei, Don Venanzio! Esclamò il paesano.«— Sono venuto ieri a Torino per alcune mie bisogne: disse il prete; ma stamattina conviene che io torni al villaggio; e siccome il far tutta quella strada a piedi comincia a stancarmi di troppo, sono venuto ad aspettarvi qui, dove so che passate sempre, per pregarvi se volete usarmi la carità di prendermi con voi sul vostro carro e condurmi sino a casa.«— Oh si figuri! Disse Menico imbarazzatissimo col suo fagotto in mano.«Don Venanzio lo vide e domandò che cosa avesse costì, e il villano, non potendo altrimenti, contò tutto; come avesse trovato quel bimbo e come volesse lanciarlo in quel luogo.«Il parroco scosse la testa.«— No: diss'egli con quella voce così insinuante e persuasiva, di cui dovevo ancor io sentire cotanto l'influsso di poi: no, ciò non istà bene, Menico. Iddio vi ha posto innanzi una buona azione da fare e un gran merito da acquistarvi, e non dovete rigettare ingratamente l'uno e l'altra. Voi non avete giusto figliuoli; ed ecco che la Provvidenza ve ne manda perchè possiate godere di tutte le gioie della famiglia ed aver quindi un sostegno nella vostra vecchiaia.....«Insomma seppe parlare tanto bene che Menico, il quale pure non era di cuor tenero, si lasciò convincere essere suo dovere ed anzi suo vantaggio il tenere presso di sè quel rinvenuto bambino.«— Quanto a me son già bello e persuaso: finì egli per dire al buon sacerdote; ma gli è mia moglie che sarà un affar serio a fargliela entrare. Lei sa che razza di animale essa è.....«— Vostra moglie, spero che si lascierà muovere ancor essa dalla voce della pietà che è quella di Dio. Se non glie la fa sentire il suo cuore, proverò fargliela suonare io all'orecchio; e la Provvidenza mi dia la grazia, come spero, di convincerla. E se poi ella non vorrà a niun conto, ebbene allora sarò io che prenderò meco il bambino.«— Oh! se la si assume lei, sig. Prevosto, di parlare a mia moglie, disse Menico il quale non osava rifiutare, ma in realtà avrebbe voluto farlo, allora acconsento di venire innanzi a quella benedetta donna con questo bel regalo.«— Dunque andiamo: conchiuse Don Venanzio; e fate correre più che possa, senza soffrirne, il vostro cavallo, perchè questa povera creaturina prenda il men di freddo possibile.«Salirono sul carro, e il buon sacerdote tolse me in grembo e mi tenne caldo, chiuso nel suo ferraiolo. Menico frustò il cavallo e lo cacciò al trotto serrato. Un'ora dopo, che tanto ci voleva di tempo a fare il cammino alla corsa del cavallo, giungevasi al villaggio di X., e il carro s'arrestava innanzi ad una porta ad arco in un muro di cinta, la quale metteva in uno sporco cortiletto entro cui la casupola abitata da Menico e dalla moglie.«Il parroco discese ed entrò egli prima nel cortile, poi nella stanza a pian terreno che serviva alla coppia di cucina, di tinello, di camera da letto, di tutto. Io non seppi mai bene quel che avvenisse e si dicesse fra quelle tre persone. Ebbi ad apprendere di poi, perchè la Giovanna medesima, la moglie di Menico, me lo gettò migliaia di volte in sulla faccia, ch'ella aveva ricisamente e per assai tempo rifiutato il nuovo carico e resistito a tutte le belle parole e ragioni che le veniva dicendo il buon curato: e se cedette finalmente, fu certo per la promessa di qualche soccorso e di qualche vantaggio, che, quantunque la non ne avesse bisogno, Don Venanzio ebbe fatta a quella donna taccagna ed avida di denaro.«Ah! non avesse ella ceduto! La mia infanzia sarebbe certo stata più lieta, e forse migliore e più felice tutta la mia esistenza.«Don Venanzio mi lasciò nelle mani loro con mille raccomandazioni a mio riguardo, e promettendo che avrebbe sempre vegliato su di me; come di fatti non mancò di fare; ma che poteva egli mai?«Un giorno, quando già grandicello, un giorno in cui avevo sofferto più che l'usato — e quanto soffrii sempre, te lo dirò — osai movere rimprovero a Don Venanzio di avermi fatto entrare in quella famiglia, la quale al mio bisogno d'affetto non doveva corrispondere che coll'odio, col disprezzo, coi più crudeli trattamenti.«— Perchè non mi lasciaste abbandonare sul passo d'una chiesa, dissi al buon prete, come aveva intenzione di fare l'uomo che mi raccolse? Qualcun altro più veramente pietoso mi avrebbe forse preso seco di poi; o sarei stato recato all'ospizio dei trovatelli, e sarebbe stato meglio per me; e fossi anche morto di freddo, sarebbe stato meglio ancora.«— Non ribellarti ai decreti della Provvidenza: mi rispose il curato con quella sua semplicità grave e quell'affettuosità mezzo di padre, mezzo di maestro in cui sentesi quasi un'ispirazione superiore e la fede d'una coscienziosa persuasione. Io non fui che lo stromento della Provvidenza divina. Menico e sua moglie erano soli, e l'avarizia e l'egoismo li facevano piegare verso il male e la durezza di cuore; sperai — e che ciò avvenisse pregai internamente, sallo Iddio — sperai che un nuovo affetto, quello paterno, che nuovi dolcissimi doveri e nuove gioie famigliari, cui la natura aveva loro rifiutato, avrebbero esercitato un benigno influsso su quelle anime per avviarle verso il bene. Così non fu pur troppo; e tu ne hai da soffrire. Non mi pento tuttavia di quanto feci; e non ti so dare altro miglior consiglio nè altro maggior conforto, fuor quello di dirti: rassegnati a quelle prove che Iddio ti manda, e benedici quella mano che ti percuote, se per essa può aquistare pregio maggiore e merito innanzi a chi la creò quell'anima immortale che in te alberghi.«Ma ch'io ti narri le cose per ordine.«Quando Menico mi raccolse, le mie piccole membra erano avviluppate in misere fascie senza puntiscritto nessuno. Su di me una lettera su carta grossolana, scritta da mano inesperta, ed un ricco rosario d'agata, a cui legato per un filo un bottone stemmato d'argento da livrea di domestico di nobil casa.«Li conservo preziosamente questi oggetti: e molte, molte volte li guardo, li riguardo a lungo a lungo, leggo e rileggo quelle poche righe di scritto, li interrogo con affanno, come se mi potessero parlare e dirmi donde vengo, chi sono, chi furono i miei. Essi rappresentano per me il mistero del mio nascimento, che una folle speranza mi sta lusingando ancora nell'animo io possa scoprire un giorno. Essi furono i segreti confidenti delle mie pene d'infanzia, lo sono tuttavia degli attuali tormenti della mia giovinezza.«Se li possiedo ancora ne vo debitore a Don Venanzio. Menico me li aveva tolti, e l'unico pensiero che gli avesse potuto suggerire l'avara moglie, in proposito, era quello di vendere il rosario ed il bottone, e beccarsene i denari. Per fortuna il curato indovinò il brutto loro disegno, e tanto bene e con tanta forza seppe parlare, che indusse Menico a consegnare quel sacro deposito nelle mani di lui, il quale avrebbe rimesso quegli oggetti a me, a cui spettavano, quando grandicello così da poterne capire l'importanza e custodirli colla voluta devozione.«Ah! mi ricordo sempre il giorno in cui Don Venanzio mi fece entrare nella sua cameretta allacanonica, ed eravamo soli egli ed io, per consegnarmi quelle per me vere sacrosante reliquie. Avevo allora otto anni, ed avevo fatto in quel dì medesimo la mia prima comunione. Fisicamente ero indietro assai, debole, piccolo, miseruzzo come Dio tel dica; perchè d'ogni fatta stenti ne avevo sofferti; ma intellettualmente ero innanzi a tutti i miei coetanei non solo, ma a quelli ancora che mi sopravanzavano di più anni in età; onde il buon parroco che mi aveva preso ad istruire ead amare — fu il solo che mi amasse! — aveva voluto che celebrassi quell'anno medesimo la mia prima Pasqua, e venissi insieme in possesso delle uniche cose che io di mio possedessi al mondo. Era di festa, una domenica, ed una bella giornata primaverile rallegrava la natura. La cameretta imbiancata di calce del curato, modesta e pulita, povera e gaia, era tutto profumata dei fiori delle siepi di biancospino che gli avevan recati le ragazze del villaggio. Una vivacissima striscia di sole correva sull'ammattonato e si rifletteva in tinte rosee su tutti gli oggetti circostanti; un'arietta fra tepida e fresca entrava per la finestra aperta, faceva gonfiare le tende di semplice cotone e passava come una carezza sui fiori e sulle guancie del sacerdote e di me.«Mi era avvenuto parecchie volte di entrare in quella camera o per domandare il parroco, o per cercare, mandatovi da lui, uno di quei pochi libri che schieravano a costa l'un dell'altro la loro legatura di pelle nera, sulla piccola scancìa di legno d'abete che si drizzava allato alla finestra, sopra una tavola nuda di tappeto; e ad ogni volta che io aveva messo il piede là dentro, non sapevo perchè, mi ero sempre sentito occupare da una soggezione reverenziale, come non m'ispirava neppure la venerabile figura del buon prete già tutto incanutito. La nudità di quelle pareti mi tornava solenne più che qualunque suntuosità d'apparato: la gran croce nera al di sopra del piccolo letticciuolo di abete, sulla quale un Cristo d'avorio tendeva le sue braccia magre e stecchite m'incuteva un'ombra di terrore. L'espressione di dolore che c'era sul volto di quel Cristo, invece di intenerirmi, facevami quasi paura; parevami che quell'appeso dovesse al mio avvicinarsi staccare uno di quei suoi bracci inchiodati e respingermi da quella stanza.«Quel giorno invece, che ci entrai tenuto per mano da Don Venanzio, la mia impressione fu tutt'altra. Lo splendido sole che la invadeva le dava una giocondità inesprimibile. Colla mia nella mano del prete mi sentivo sicuro, come se il genio di quel luogo mi dovesse accogliere con benigna compiacenza. Volsi lo sguardo alla gran croce nera, e mi parve che anche la bella faccia del Cristo di avorio, illuminata dal riflesso di quel sole che batteva sullo spazzo, avesse acquistato più dolcezza nel suo patimento, e di dietro alla sua suprema rassegnazione al dolore, m'incoraggiasse ad avanzarmi con un benigno sorriso.«Il parroco mi aveva detto che mi avrebbe parlato di cose assai gravi, a cui dovevo porre tutta la mia attenzione e che avrei dovuto rammentare per tutta la vita; onde, quando egli si fu assettato sul suo seggiolone impagliato a bracciuoli di legno non imbottiti, e fu in atto di parlare, io, aspettando ciò che fosse per dirmi, avevo il cuore che batteva forte nel petto.«Che io fossi figliuolo di nessuno già lo sapevo pur troppo. Me ne avevan chiarito gl'improperii della Giovanna, accompagnati dalle percosse nelle sue frequentissime collere, nate per ogni più futile motivo e sfogate tutte addosso me; me lo veniva rammentando con dispregiosa insistenza il nome di bastardo gettatomi in volto come una maledizione da tutti i ragazzi miei compagni d'età che, in codesto già uomini, si compiacevano del mio soffrire e della mia vergogna.«— Tuo padre e tua madre: mi disse Don Venanzio: non condannarli. Chi sa qual tremenda necessità, forse, fu quella che li costrinse a tanta colpa, a tanta sciagura! Tu dèi credere che non la volontà loro, ma un inesorabil destino fu quello che te da essi disgiunse: dèi compatirli, invece che accusarli, perdonarli ad ogni modo.«Quelle miti parole con tanta soavità pronunziate da quel sacerdote di volto sì benigno, forse per l'ora del tempo, per la solennità del giorno in cui l'animo novello, appena aperto alla vita, mi sentivo inondato di sì intima gioia quasi sovraterrena e di un benessere non ancora provato mai; quelle miti parole mi si stamparono profondamente nel cuore, e furono la norma invariabile, alla quale, con qualche eccezione per taluni parossismi di dolore, ebbi informato i miei sentimenti ed i miei pensieri verso gl'ignoti autori dei miei giorni. No, non li accusai — o raramente soltanto, e me ne pentii subito, e chiesi perdono io stesso dell'accusa a quel Dio, a cui mi fu sollievo un tempo rivolgere con fede la mia preghiera. Non li accuso nemmanco adesso; e per quanto grave mi torni e conosca la infelicità del destino, a cui mi hanno, per qualsiasi cagione, condannato, li perdonai e li perdono.«Poichè il parroco mi ebbe contato per bene tutto quello ch'egli sapeva di me, cioè come e dove Menico mi avesse trovato, soggiunse che stimavami oramai degno d'aver io stesso con me il deposito dell'unica ricchezza che mi appartenesse al mondo, ed aperto il cassettino della tavola, ne trasse un involto in cui erano la lettera, il bottone ed il rosario che ti ho detto.»Qui Maurilio s'interruppe. Levossi dalla sponda del letto di Giovanni su cui sedeva ed andò ad uno stipo, ove teneva le poche sue robe, dal quale prese un picciolo viluppo di carta ingiallita dal tempo.«Eccoli qui questi miei preziosi oggetti:» soggiunse egli di poi, tornando a sedere sul letto di Selva, dove recò ed apri la carta ripiegata.Il rosario d'agata aveva ancora pel medesimo filo appeso il grosso bottone d'argento, il cui luciore era offuscato da un sottile strato rugginoso stesovi dagli anni. La carta della lettera cominciavaa tagliarsi nelle ripiegature, ma le parole scrittevi su, benchè l'inchiostro ne fosse sbiadito, si potevano tuttavia legger benissimo.Maurilio la porse spiegata a Giovanni e gli disse:— Leggila.Non vi erano che le poche parole seguenti, scritte con una calligrafia ed ortografia degna della cuoca la meno istrutta del mondo.«Abiate conpazione per costa povera masnà, che è già batesata, che è ciamataMaurilio, che è il nome di suo padre.»Il rosario era d'agata, come dissi, e le anella per cui un grano si univa all'altro, e la medaglina appesavi in fondo, su cui l'immagine della Madonna era impressa, parevano d'oro. Poteva dirsi un ricco oggetto. Il bottone d'argento era un grosso bottone di livrea. Lo stemma che vi era scolpito sopra in rilievo era diviso orizzontalmente in due parti; nella superiore vi era un mezzo leone (per dirla in linguaggio araldico) rampante in campo azzurro, nell'inferiore tre stelle disposte a triangolo in campo d'oro; sormontato il tutto da cimiero con corona comitale, ed intorno una lista ripiegata, in cui scritta in carattere gotico una leggenda.Come Giovanni Selva voltava e rivoltava il bottone al lume della lucerna per dicifrare il motto di quella leggenda, Maurilio gli disse:— Quelle parole sono:voluntas ardua vincit. un bel motto, ma quante volte smentito dai fatti! Però io l'ho accettato come quello del mio destino, come un ammonimento, datomi, d'entro l'ignoto, dietro cui si nascondono, forse di là della tomba, dai miei genitori.«Quando il curato mi ebbe posto in mano quegli oggetti, ancor io li guardai curiosamente, e compitai lettera per lettera le parole della carta, e mi sforzai ad interpretare questi gotici segni per me allora inintelligibili. Mi ricordo sempre che il mio animo si trovava in uno stato strano e così nuovo che nulla saprebbe esprimerlo. In certi momenti, a vedere, a toccare questi oggetti mi sentivo un'intima potentissima tenerezza nascermi in cuore e venirmi su, per così dire, e tutto possedermi, e riempirmi gli occhi di pianto: poi ad un tratto una subita freddezza subentrare in me; e guardavo queste robe con occhio asciutto e quasi indifferente, ed ascoltavo le parole del sacerdote come se di tutt'altri si trattasse che di me, e mi accorgevo che la mia mente si distraeva per correre dietro ad altri pensieri, ai più puerili, ad una farfalla che veniva ad aleggiare fuori della finestra, ad un'ape che veniva a ronzare sui fiori, ad una nuvoletta che traverso le tende bianche vedevo vogare sul fondo del cielo azzurro, a nulla di nulla.«Tutto questo ti dico, perchè tu valga a conoscere meglio lo strano impasto ond'è formato il mio essere.«I detti che mi rimasero impressi eziandio, furono quelli che mi rispose Don Venanzio, quando io lo interrogai che cosa volessero significare quelle cifre che invano mi sforzavo di leggere.«— Sono parole latine che dicono, l'uomo savio, l'uomo dabbene superare ogni difficoltà, vincere ogni prova colla forza e colla rettitudine della volontà. L'uomo è in questo senso il fabbro del suo destino; che cioè si può costituire da se medesimo l'ambiente della sua coscienza. Bisogna volere, e rettamente e fortemente volere, e volere il bene; e poi, qualunque sieno le circostanze dei casi, l'uomo o le dominerà, o godrà almeno il supremo vantaggio della tranquillità che proviene dal merito di aver compiti i proprii doveri.«Molte e molte altre, e tutte sante cose mi disse allora quell'egregio sacerdote su quella vita in cui da quel giorno, diceva egli, incominciavo ad entrare conscio di me e però imputabile dei miei atti; e quando, dopo circa un'ora, mi congedò baciandomi paternamente in fronte ed accarezzandomi colla mano le chiome, come benedicendomi, io mi partii da esso col cuore rigonfio e giocondo insieme, con mille confuse idee nella testa, e senza pur sapere formolare un pensiero. Mi stringevo al cuore le cose rimessemi dal parroco, e ripetevo meco stesso camminando frettolosamente le ultime parole pronunciate da Don Venanzio e che mi suonavano nell'animo come una dolce musica, la cui melodia ci piace revocare nella memoria.«— Sono figliuolo di nessuno, ma sono figliuolo di Dio!»«Non me ne tornai subito a casa. Avevo bisogno d'esser solo. Mi recai fuori del villaggio, presso a un torrentello sulle cui sponde inchinavano i loro rami delle acacie in quel tempo già illeggiadrite da quello splendido verde primaverile che è sì dolce alla vista, già coronate di bianche ciocche di fiori. Mi sedetti là su quella riva deserta e stetti lungo tempo così assorto, come se la più profonda meditazione mi occupasse. Non pensavo a nulla. Guardavo l'acqua che mi correva a' piedi e sembrava giuocare tra i grossi sassi che ne occupavano il letto. Di quando in quando, traevo dal seno, dove li avevo riposti, questi oggetti e li contemplavo attentamente, compitando ad una ad una le lettere di queste due righe di scritto e piacendomi delle forme strane di queste cifre gotiche cui non capivo per nulla. Poscia di colpo mi mettevo a pensare della comunione che per la prima volta avevo fatta. Il buon parroco m'aveva detto che, fatta bene la Pasqua, la mia anima sarebbe diventata così pura come quella d'un angelo. Questa pasqua l'avevo celebrata. In questo momento adunque mi trovavonello stato uguale a quello degli angeli. Pensavo al paradiso dove avevo udito dire si stava così felici in mezzo a tutte le cose belle che vi possano essere. Perchè non avrei potuto andare tosto tosto, in quel momento medesimo, insieme con quegli angeli così beati lassù nell'azzurro del cielo, senza freddo, senza fame, senza battiture, senza dolori fisici come quelli che a me la mia cagionevole salute e i mali trattamenti degli uomini mi procuravano con tanta intensità e frequenza? Oh! se il buon Gesù mi pigliasse seco in compagnia degli altri angeli: pensavo. Mi sentivo risuonare confusamente ma soavemente all'orecchio le armonie dell'organo che avevo udito nella chiesa, e le parole del buon curato dettemi di poi, delle quali non ricordavo più bene il senso preciso, ma erami rimasto come un'eco aggradevole; sentivo ancora il profumo dell'incenso cui avevo visto nella mattina innalzarsi alla volta del tempio in densi avvolgimenti di fumo biancolastro di cui indorava gli orli il sole, che invadeva co' suoi raggi, dalle alte finestre, la Chiesa.«Non so perchè quelle ore di meditazione infantile mi rimasero di guisa impresse nella mente che di spesso le mi tornano innanzi così fresche di ricordo che mi par quasi di vivere in esse. Quando torno a rileggere quelle righe, a ricontemplare questi oggetti, raro è che io non mi riveda pure là in quel riposto luogo del torrente, sotto alle acacie fiorite, fruscianti colle frondi sotto il venticello della primavera.»Maurilio tacque un istante, curvò il capo sul petto, come assorto appunto in quella interna visione del tempo trascorso che le sue parole eran tali da evocare.Fece scorrere tra le sue dita i grani del rosario e volse e rivolse al raggio della lucerna il bottone d'argento.— Questo rosario era forse la salvaguardia cui credeva affidarmi la religione di mia madre........ Certo ad essa appartenne questo simbolo d'una fede poco illuminata..... Mia madre adunque era forse ricca?...... E questo bottone di livrea?...... Forse appartenne a mio padre.... Gli è forse il segno della sua vil condizione di servo... Oh! se tu sapessi come e quante volte mi sono affannato in matte induzioni ed in congetture impossibili!..... E se mia madre era ricca, perchè fui abbandonato?..... Si vergognava forse di me, del mio nascimento, di avermi avuto figlio chi sa di qual padre!...... Oppure questo rosario loro non apparteneva, l'avevan tolto chi sa dove, chi sa da chi; non l'avevan posto tra le mie fasce che per compensare in alcun modo col valore di esso le prime cure di chi mi avrebbe raccolto.... Appena fui più grandicello, questo mistero della mia nascita mi tormentò con angustia incessante. Quante volte nella solitudine della campagna, dove conducevo al pascolo le giovenche di Menico, io obliai tutto il mondo per affondarmi in questi pensieri! Una velleità ambiziosa mi sentivo spuntare nell'animo, che mi pareva indizio di meno ignobil sangue. Stavo delle ore e delle ore, in me raccolto, collo sguardo della mente, per così dire, fisso in me stesso nel mio interno a scrutarmi con una minutezza inesorabile d'analisi per giudicare da me stesso quali istinti avesse posto nella mia natura il sangue paterno. Talora mi pareva che le generose aspirazioni e l'intelligenza, che superbamente riconoscevo in me superiore a quelle ond'ero circondato, fossero prova di non abbietto lignaggio; un'altra volta poi sentivo alcun che di basso ne' miei istinti, un'acquiescenza, direi quasi vigliacca a quella condizione in cui mi aveva precipitato il destino onde m'arrabbiavo dolorosamente meco stesso, e che conchiudevo esser sicuro indizio della volgarità della mia origine.— No, codesto non può essere: disse Giovanni Selva. Il tuo solo desiderio di appartenere per sangue alle classi superiori, mi pare argomento da far credere che non eri nato per essere un povero mandriano. Del resto, poco importa chi e quali e che cosa fossero i genitori tuoi. Noi camminiamo verso un tempo, e ci siamo oramai giunti, in cui all'uomo non si domanderà più da cui sia generato, quali i meriti ed i titoli de' suoi padri, ma sibbene che cosa valga e quali meriti sieno i suoi. E questa dev'essere di noi liberali l'opinione immutevole.— Verso questo tempo camminiamo, è vero. Ci siam presso... forse!... come tu dici... Ma non ci siamo ancora giunti. Ah! dei lunghi anni passeranno ancora, sta certo, prima che nella società non sia più una nota di vergogna la parola bastardo!— Poichè tanto desiderio — e giustamente — ti possedeva e possiede di conoscere qualche cosa intorno a' tuoi genitori, od almeno intorno a coloro che ti posero addosso quegli oggetti abbandonandoti, non avresti potuto cercar modo di scoprire di qual famiglia sia questo stemma?— Bene ci pensai... Anzi fu Don Venanzio medesimo che ci pensò, e volle incaricarsi egli stesso delle ricerche. Un giorno si fece consegnare da me e rosario e bottone, e venne a Torino con essi.— Ebbene?— Tornò dicendomi che quell'arma gentilizia apparteneva ad una famiglia affatto estinta, il cui ultimo rampollo era morto nelle guerre dell'impero. Più tardi volli cercare anch'io, e meno felice ancora di Don Venanzio, non potei raccapezzare da nessuna parte la menoma cosa. D'altronde, ancorchè scoprissi tuttavia esistente siffattafamiglia, che induzione si potrebbe trarre riguardo ad essa da un oggetto così poco significante, come un bottone di livrea? No, no, non bisogna ch'io pensi a nulla di codesto; lo so bene; ma che cosa vuoi? Un intimo senso, una pazzia forse mi spinge, non dico a sperare, ma a fantasticarci sopra in una assurda aspettazione di impossibili avvenimenti...... Ma lasciamo ciò per ora, e ascolta il racconto della mia povera vita.— Ti ricordi tu, Giovanni, così proseguì Maurilio dopo un istante; ti ricordi il primo momento che la tua intelligenza si destò alla vita? Io me ne ricordo. Fu sotto l'impulso del dolore, in un'ora di patimenti. Prima di quel punto la notte era stata sempre in me; l'anima mia non s'era scossa dal torpore. Certamente avevo sofferto di già, avevo di già pianto di molte lagrime, ma non ne avevo coscienza. Ad un tratto... ti dico che me ne ricordo, come se si trattasse d'un avvenimento accaduto da poco tempo soltanto..... una specie di luce si fece nel mio spirito, ebbi conoscenza dell'esser mio, della mia personalità, e mi diedi conto nel mio cervello della mia esistenza e delle cose che mi circondavano.«Mi ci vedo ancora, là, dove e come mi trovavo a quel punto. Avevo da quattro a cinque anni. Era d'inverno come adesso, ma una bella giornata, benchè freddissima. Il fango del lurido cortile era tutto ghiacciato e faceva un pavimento irto di punte e rugoso come la vecchia corteccia d'una grossa quercia. Le galline razzolavano in un po' di fimo. Un sole giallastro indorava la paglia annerita del tetto della casa. Io era seduto sopra lo scalino della porta che metteva nella stalla, e l'uscio richiuso separavami dal benigno calore di essa. Ero vestito di una misera ciopperella di stoffa di cotone, il cui colore doveva essere stato rosso, ma che allora, per l'uso, per l'immondezza raccattata su nell'arrabattarmi comechessia entro il brago di quel cortiluccio che poteva dirsi tutto un truogolo, aveva una tinta bruna, ributtante come l'impiastratura nericcia di sporco che mi copriva la pelle delle mani e del viso, e queste e quello vergini di ogni lavatura. Tenevo i piedi nudi entro vecchi zoccoli di legno della Giovanna, che avrei perso ad ogni passo che avessi voluto fare. Tutte le membra mi erano intirizzite. Avevo fame — quella fame che dovevo provar tante volte! — soffrivo molto e piangevo con quanta voce e con quante lagrime mi restavano in corpo.«Quella era una delle punizioni usate, e mi toccava ogni qualvolta la mia presenza diventasse un po' più uggiosa del solito alla Giovanna. La mi batteva, poi mi cacciava di fuor della stalla a macerare battendo i denti dal freddo, poi, il più delle volte per intromissione del marito, meno di lei crudele, si decideva a ripararmi di nuovo entro la casa, ma non senza prima avermi ribattuto.«I miei pianti finirono per seccare la malvagia donna. Aprì l'uscio e mi gridò con quella voce che sola essa mi faceva tremare:«— Vuoi finirla, bastardo del demonio?«Mi rammento — tanto da quel punto in poi i miei sovveniri cominciarono ad essere, e furono sempre spiccati e precisi! — mi rammento che da quell'uscio semiaperto, da cui veniva la voce minacciosa della Giovanna, passava pure una ondata d'aria tepente, la quale venne quasi ad avvolgermi come una carezza. L'una e l'altra cosa fecero che io mi tacessi; ma attratto da quel dolce tepore, onde abbisognavo cotanto, io mi trascinai verso l'apertura per isgusciar dentro fra lo stipite dell'uscio e le gambe della donna. Ma questa duramente mi respinse con un calcio che mi mandò a rotolare nel cortile.«— Sta in là, scimiotto! Diss'ella. Chi ti ha dato licenza di rientrare?«E chiuse l'uscio inesorabilmente. Io rimasi là dov'ero caduto; non piangevo più, ma un singhiozzo mi usciva di quando in quando dal petto.— Che scellerata megera! Esclamò Selva indignato.— Passò allora un uomo, riprese Maurilio, e vistomi a quel modo, e uditomi, entrò sollecito e si curvò con interesse su di me a chiedermi che avessi, perchè fossi lì. Era Don Venanzio. Io non seppi, non potei rispondere altro colla voce interrotta che quelle crude parole cui mi rispose stassera un povero ragazzo: — Ho freddo, ho fame!«Don Venanzio non ebbe schifo della mia lurida sporcizia; mi prese tra le sue braccia, e tenendomi in grembo andò all'uscio e picchiò forte. La Giovanna, domandato e udito chi fosse, venne ad aprire, e il parroco entrò recandomi seco. Con autorità ed amorevolezza insieme fece alla donna quei rimproveri che aveva già dovuto far prima e che ebbe da fare ancora mille volte di poi sul modo onde ero trattato, e per sua opera ebbi allora rifocillamento di pane e di calore.«Non ti dirò tutto quanto m'intravvenisse di simile, che sarebbe una troppo lunga e monotona filza di maltrattamenti d'ogni genere. Stenti, improperi e percosse ne avevo senza interruzione, con raddoppiamento d'intensità, di quando in quando, che alla Giovanna la luna era più di traverso del solito, e che a Menico l'ebbrezza giornaliera aveva un grado maggiore. Mi ricordo, fra le altre cose, che più tardi mi facevano dormire sopra un impalcato d'una tettoia senza riparo ai lati, e per letto un po' di strame sminuzzato e sporco più che uom possa immaginare. Colà passavo la notte state ed inverno senza copertura sempre, avvolgendomi per riscaldarmi in quel tritume che poteva quasi dirsi letame. Per salire colassù non volevano nemmancoscomodarsi a pormi all'uopo una scala a piuoli; e siccome io non aveva forza bastante da mettermela a posto, mi industriavo ad arrampicarmi, aiutandomi dei crepacci e di alcuni vuoti che c'erano nel pilastro onde il tetto era sostenuto. Infermiccio e deboluccio com'ero, sovente non me ne sentivo da tanto, e restavo sotto quell'impalcato spargendo lagrime impotenti, anelando a quella lurida paglia a cui non potevo arrivare, come ad un piccolo paradiso. Una volta mi mancarono a mezzo dell'ascesa le forze, caddi e mi ruppi gravemente il capo. Menico udì per mia fortuna il colpo ed il grido, venne fuori, mi raccolse, e d'allora in poi mi fece partecipare del giaciglio che aveva sotto il carro il cane di guardia.«Se io non sono morto, convien dire che un fortissimo organismo mi avesse dato la natura...— Ma Don Venanzio, interruppe a questo punto Giovanni Selva, come tollerava egli codesto? Piuttosto avrebbe dovuto toglierti a quei manigoldi ed allogarti altrove, anco prenderti seco.— Don Venanzio, rispose Maurilio, non poteva veder tutto, e non seppe mai, come non sa neppure adesso ancora, la verità per intiero. Bene era già sufficiente ciò ch'egli vedeva perchè il buon sacerdote se ne commovesse, fieramente ammonisse Menico e la moglie, e li minacciasse eziandio di togliermi alle loro mani. Ma questa minaccia avrebbe egli avuto assai difficoltà poi a tradurre in atto; poichè quale altra fra le povere famiglie di quel povero casale avrebbe voluto accollarsi quel peso? E rendermi ad un ospizio di trovatelli, Don Venanzio non pensava fosse un vantaggio per me. E pigliarmi seco, la sua povertà, che pur trovava modo ancora di soccorrere altrui sottraendo al necessario per esso, la sua povertà di umil prete di campagna non glie lo consentiva. D'altronde sperava egli sempre che un po' d'affetto i due villani avrebbero posto in me, il quale, crescendo, cominciavo a diventar loro utile, e lo sarei stato sempre più; non avevano figliuoli, non congiunti prossimi, nulla era più naturale che a me lasciassero poi quelle sostanze che il parroco sapeva aver essi raccolte e venire aumentando ogni anno; e ciò, pensava egli, sarebbe stata la mia fortuna.«Menico e Giovanna poi, appunto perchè col crescere degli anni io mi veniva facendo utilissimo, perchè avevano in me un servitore oramai necessario alla loro età più inoltrata e un servitore che pagavano soltanto con un tozzo misurato di pane; Menico e Giovanna, dico, simulavano per bene innanzi al curato, e sapevano all'occorrenza allontanare da lui l'idea di togliermi alla loro casa. Sì, lamentandosi della spesa maggiore che loro costava il mio mantenimento, arrivavano ancora a strappare dal buon prete alcun regaluccio di denari e di robe destinato a me, ma di cui non arrivavo mai a vedere neppur l'ombra.«Quando la mia intelligenza fu abbastanza sviluppata da poter comprendere la crudeltà della rampogna continuamente gettatami in faccia dalla Giovanna: che io era un intruso in quella famiglia, che non appartenevo a nessuno, che rubavo, per così dire, quello scarso pane che mangiavo, una profonda umiliazione fu la mia. Mi sentii l'ultima delle creature viventi; qualche cosa di più basso che quegli animali, per cui, traendone profitto e costando loro denari, Menico e sua moglie avevano più cura e maggiori sembianze d'affetto che non per me, di più vile del cane, il quale almanco veniva lodato e mantenuto senza troppo rincrescimento perchè teneva lontani i ladri, custode vigile e fedele.«Perciò allorquando potei dirmi che alcun servizio rendevo pur io a quella piccola associazione e compensavo così il datomi alimento, mi parve di essermi alcun poco rilevato ai miei occhi medesimi.«Facevo in casa il servo di tutti — uomini e bestie; faticavo come un animale da soma. La sera cascavo dal sonno e dalla stanchezza; ero così sfinito certe volte che mi pareva dovesse mancarmi la vita. Mi lasciavo cadere spossato là dove mi trovavo. Ma gli improperi e lo staffile della Giovanna venivano a restituirmi ben presto il coraggio d'un nuovo sforzo.«Conducevo alla pastura le vacche della stalla, e quello era il tempo più felice della mia giornata.«I pascoli comunali, dove menavo e custodivo le vacche di Menico, erano sopra un'arida costa della collina, su cui una misera erba mezzo assecchita copriva appena il terreno ronchioso, pieno di sassi e di sterpi. Ma lì presso correva susurrando un'acqua a cui andavano a bere ghiottamente le bestie; sorgevano sulla sponda del ruscello alcuni ontani dal verde lussureggiante, all'ombra dei quali m'era dolce ripararmi dai troppo caldi raggi del sole; intorno intorno si aveva il sempre magnifico spettacolo della natura.«Come imparai ad amarla questa gran madre di tutto e di tutti, io che non ne aveva di madre, io che non poteva amare nessuno, perchè non ero amato da nessuno!«Nella solitudine di quel luogo nacquero nel mio capo i primi pensieri intorno alla vita, intorno all'esser delle cose, sorsero nella mia anima le prime aspirazioni verso gli affetti onde abbisognava il mio cuore e cui indovinava l'istinto.«Era la sera e la mattina che io doveva recarmi colà. Com'è bello sempre il sole nella campagna! Ma nel suo sorgere e nel suo tramonto quanto ancora è più stupendo! Quanto l'amavo questo benedetto sole che mi scaldava le membra,che mi regalava tanto sublime spettacolo di luce e di bellezza! Avrei potuto esclamare come Giuliano l'apostata: «Io sono adoratore del resole!.... Fin dalla mia infanzia fui posseduto straordinariamente dal desiderio di godere dei raggi suoi[7]. «Non c'è paesista per quanto abbia studiato dal vero che abbia esaminate e si sia impresse nella mente tutte le fasi di quelle ineffabili scene, che sono l'aurora e l'occaso, come ho fatto io. Il mattino, dritto sopra la più alta di quelle bozze del terreno, stavo immobile, volto all'oriente, desioso, palpitante, ad aspettare, dopo il mite splendore dell'alba, il primo irrompere della freccia d'oro d'un raggio di sole. Innanzi a me si apriva come un anfiteatro di colline, imboschite, scure ancora delle ombre della notte, addormentate tuttavia, mentre nella zona superiore, quasi precursori dell'astro che stava per sopraggiungere, correvano l'aria fresca mattutina e certe tinte color di perla nell'azzurro cielo in cui impallidivano le stelle.«Quando il sole gettava i fasci irrompenti delle sue fiamme divine, e sorgeva imponente e soverchio alla pupilla di questa misera creatura che è l'uomo, io mandava un grido selvaggio di gioia, come facevano gli augelli ridesti; partecipavo direttamente a quell'omaggio della natura al suo re.«Vivevo intimamente nella vita della natura; confondevo la mia povera persona in quel tutto onde ero avvolto. Al suo tramonto io seguitava il sole con occhio amoroso, pieno di rimpianto. Le nubi che velavano il suo splendore mi riempivano di tristezza. Nelle belle giornate serene sentivo entro l'anima una muta, segreta contentezza che non avrei saputo spiegare e che mi faceva bene pur tanto.«Avrei voluto vivere così sempre. Mi sdraiavo all'ombra di quegli ontani e guardavo, guardavo. L'orizzonte non era molto vasto, gli oggetti che mi si presentavano erano pur sempre i medesimi; eppure non mi stancavo mai di guardare. Quante idee nascevano allora in me! E dove le attingevo io, che non sapevo niente, che non avevo visto niente, che non comunicavo con persona viva, fuorchè colle stupide bestie affidate alla mia custodia?«Vi ha chi, rinnovellando il pensiero pitagorico, dice oggidì che gli spiriti prima di proseguire la loro misteriosa carriera nell'infinito, debbano incarnarsi più volte su questa terra entro le nostre miserabili spoglie d'uomo; che la memoria delle precedenti esistenze rimane sì obliterata in noi, ma che pure in taluni qualche vago accenno, che pare un presentimento, un istinto, una divinazione, permane, fugace richiamo d'un passato, forse di secoli e di secoli. Io sono presso a creder codesto. Non t'è avvenuto mai di trovarti innanzi a certi affetti, a certe sensazioni, a certe circostanze, eziandio che dovrebbero esserti novelli, come innanzi a cose già occorse e già sentite? A me accadde, ed accadde le mille volte. Ma questo momento, io mi domando, l'ho io già vissuto, lo vivo realmente adesso?«Le idee che sorsero nella mia mente in quella solitudine, fanciullo io ancora, nulla di quanto mi avvicinava poteva darmele, e se io non le ho portate meco nascendo, residuo d'una vita anteriore, non saprei dove le abbia potute acquistare. Quello che travagliava me, misero, ignorante, disprezzato bùttero della campagna, era niente meno che il problema della nostra esistenza — il problema della vita — il problema della creazione.«Perchè esistevo io? Perchè esisteva tutto quel mondo che mi attorniava? Avevo udito a nominar Dio. Che cosa era questo Dio? Egli aveva fatto tutto quello che esiste — ma pel suo bene o pel nostro? Se pel suo, come mai aveva egli da aver bene mercè il dolore delle creature? Imperocchè l'idea del dolore fosse la più spiccata e precisa che io avessi dai primi anni miei. Se pel nostro bene, come mai la creazione volgevasi a tale che ne risultava il male? Tutto questo non si combinava coll'idea che avrei voluto farmi di Dio. E s'egli aveva creato ed era onnipossente, avrebbe potuto bene non creare affatto, o distrurre l'opera sua? Non creare! Se non avesse creato ci sarebbe dunque stato il nulla!....«Mi ricordo che quando questa tremenda idea invase il mio cervello, io credetti impazzire. Il nulla! Niente che esistesse. Dio solo nella sua solitudine infinita!... Ma un Dio inerte e che non facesse nulla si può egli concepire?... Dunque nè anche Dio!.... Nulla! Nulla!.... Sentivo la mia testa scoppiare sotto questo assurdo inconcepibile, e che volevo sforzarmi a concepire.«La creazione, m'insegnava il catechismo che andavo alla domenica a sentire spiegato in chiesa, era appunto l'atto con cui Dio aveva formato il mondo dal nulla, dunque prima ch'egli creasse, questo nulla dominava lo spazio ed il tempo...«Mi serravo violentemente colle mani le tempia, come per concentrarvi le idee e le forze del cervello che mi pareano disperdersi. Poi guardavo innanzi a me sbalordito. Vedevo le vacche qua e colà sparse, nella beata calma della loro stupidaggine. Una sdraiata ruminava cogli occhi semichiusi; un'altra mordeva la poca erba del suolo infecondo; una terza, andata a bere, sollevava il muso da cui gocciava l'acqua e guardava fissamente innanzi a sè. Pensavano a di queste cose nelle tante ore inoperose, quelle bestie cosìplacidamente rassegnate alla loro sorte? E se non le pensavano, non erano esse più felici di me? E perchè tali pensieri dovevo averli io, e non li avevano nè Menico, nè Giovanna? Era questo un mio torto, od un mio merito, od una mia sciagura? Non sapevo nè anche questo, ma pure non avrei osato svelarli ad anima viva.Qui Maurilio tacque un istante e parve esitare; poi fece quel suo strano sorriso, scosse il capo; e riprese:— Ned ora tuttavia, nemmeno con te, oso tutto disvelare degli intimi pensieri del mio spirito, degli intimi fenomeni che ha nel suo segreto l'anima mia...— Perchè? Domandò con calore Giovanni Selva; tu dèi pure avere fiducia nella mia amicizia.Maurilio stette un minuto a capo chino, poi, come riscuotendosi, disse risolutamente:— Avrò il coraggio di dirti tutto, perchè molte volte ho bisogno d'aiuto nelle mie interne battaglie, e il tuo affetto e la risolutezza del tuo carattere potranno darmene... Ti dirò tutto, dovessi tu pure stimarmi un allucinato o ridere della vanità delle mie illusioni.Selva lo interruppe vivamente.— Ridere non mai!... E per crederti così agevolmente allucinato, conosco troppo già la tempra del tuo ingegno e la forza dell'anima tua.— Giovanni, disse Maurilio volgendo verso l'amico il viso diventato più pallido e gli occhi di una strana luce illuminati: Giovanni, credi tu alle apparizioni? Credi tu al mondo degli spiriti? Credi tu che fra questi vivi della vita d'un giorno e i vivi della vita eterna possa esservi comunicazione diretta?... Io credo!... A me parlano gli spiriti dei morti; io sento nell'anima il susurro de' loro ispiratimi pensieri, alcune rare volte io ne vedo nelle ombre della sera disegnarsi, lievi come il fumo di poco incenso, le loro incerte sembianze... Non interrompermi, non parlarmi, non dirmi che vaneggio... Odimi sino al fine.«Non avevo più di sette anni. Ero al solito pascolo. Una sera orridamente bella per lo strano spettacolo del cielo. All'occidente un ammasso di nubi di temporale, nero come il fondo dell'abisso, squarciate di quando in quando da un lampo sanguigno. All'estremità di queste nubi, pei raggi rifratti del sole già tramontato, un orlo vivo color di fiamma. Più in su dell'orizzonte un altro accavallamento di nubi bianche come la neve che correvano, avresti detto spaventate, avvolgendosi su se stesse sotto il soffio dell'aquilone. Per la campagna una luce incerta, biancolastra, freddiccia che dava delle tinte livide a tutti gli oggetti. Un gran silenzio in tutta la natura, cui rompevano tratto tratto il rombare del tuono lontano e l'ululato del vento che faceva piegare con gemiti gli alberi, che sollevava altissimi nembi di polvere e li cacciava in disordine innanzi a sè, e passava. Le vacche di quando in quando levavano il muso verso il cielo e muggivano dolorosamente.«Io non sentiva paura; quell'imponente spettacolo piaceva anzi di molto agli occhi miei; ma pure avevo una certa ansietà nell'animo e un palpito nel cuore, di cui non sapevo dirmi il perchè. Sdraiato sotto gli ontani, guardavo i lampi nel cielo e stavo lì come aspettando qualche cosa che dovesse intravvenire.«Ad un punto il vento cessò del tutto e il tuono si tacque. L'orlo di fiamma delle nubi all'occaso si spense, quelle altre nubi bianchissime che correvano pel cielo si fermarono, si oscurarono e diventarono color di piombo; parve cessasse dal respirare la natura intiera. Il mio cuore palpitava più forte. Udii al di sopra del mio capo le frondi degli ontani scuotersi leggermente, e mi stupii che il vento tacesse dappertutto e là soltanto agitasse i rami. Una voce — era essa bene una voce? — certo non umana, la suonava in modo così dolce e così nuovo che io non aveva udito nè udii mai rumore terreno che le si potesse paragonare. La sentii non cogli orecchi, ma coll'anima. Non avrei saputo dire se parlasse fuori di me o dentro me stesso; ma era una voce d'altra persona che non io, perocchè mi stupì forte e mi fece rivolgere a cercar chi fosse che parlava. Una voce mi disse: — Bambino! Povero bambino!«Guardai tutt'intorno; non vidi nessuno. Mi alzai non atterrito, ma commosso. Gli ontani tornarono ad agitarsi; ed allora vidi — oh certo vidi — una figura, un'ombra bianca, diafana, leggiera, che pareva di donna, le cui sembianze non potevo discernere con precisione, ma che avrei detto mi guardasse benignamente affettuosa.«Non ebbi timore di sorta. — Chi siete? Le domandai.«Invece di rispondere alla mia richiesta l'ombra mi disse con quella sua voce di cui non posso spiegare la natura, nè l'incanto:«— Iddio ti ha dato un'intelligenza, e tu devi coltivarla. Un'anima eletta verrà pietosamente a cercarti nelle tenebre della tua ignoranza. Studia. I tuoi patimenti non ti facciano tristo. Soffri, perdona e credi!«E si dileguò alla mia vista.«La notte era discesa quasi del tutto, le vacche muggivan più forte, il tuono e il vento romoreggiavano più intensamente; qualche gocciolone di piova cominciava a cadere con impeto qua e colà. Io mi sentiva tutto commosso e quasi lieto nell'animo. Avviai le bestie verso casa e ci arrivammo correndo che la piova incominciava a crosciare con iscatenato furore.«Fui crudelmente percosso e condannato a star senza cena, perchè avevo tardato a rientrare. Coi panni tutti bagnati addosso fui mandato sulmio giaciglio. M'addormentai placidamente, senza pure una lagrima. Sentivo ancora dentro di me, come una musica, il suono delle parole della visione.»— Questa visione, disse Giovanni, altro non era che la tua coscienza. In te latente era fin d'allora il sentimento del tuo valore intellettuale, e per un fenomeno psicologico siffatto sentimento nell'estrinsecarsi prendeva quasi persona di essere estraneo, affine di incitarti all'opera.Maurilio crollò con impazienza le spalle.— Lascia stare, ti prego, le tue spiegazioni del razionalismo terreno a corta vista. Ascolta tutto in prima, e poi vedrai se quelle spiegazioni possono bastare.«Il domattina corsi a quel solito luogo con una specie d'ansia desiosa. Speravo di rivedere quella forma indistinta, di riudire quella voce soave. Il fatto nè mi pareva meraviglioso, nè cercavo di darmene spiegazione alcuna. Non l'avrei detto a persona al mondo; già non avevo nessuno a cui favellarne, perchè a Menico ed a Giovanna non rivolgevo mai la parola che quando la necessità lo volesse; ma fossi pure stato uso a tutto svelare a qualcheduno, quel fatto avrei avuto caro di tenerlo segreto, per me solo, e un'istintiva ripugnanza avrei sentito a parlarne.«Il temporale era passato e splendeva in una bella mattina il più allegro sole del mondo. Mi sedetti sotto gli ontani, là, a quel medesimo posto, e stetti aspettando. Inutilmente!.... Cioè no, inutilmente. La visione mi aveva annunziato che un'anima eletta sarebbe venuta a cercarmi nelle tenebre della mia ignoranza; e quest'anima venne.«Nell'attesa che la desiata visione si manifestasse al mio spirito, io m'era siffattamente assorto fuori del mondo reale, che non vedevo e non sentivo più nulla. Ad un punto fra i miei occhi e lo splendore del sole nella pianura, cui fissavo inconsciamente, venne a frapporsi un corpo opaco, una persona vestita di nero. Levai lo sguardo, e mi trovai dinanzi le sembianze paternamente affettuose e il sorriso bonario di Don Venanzio.«— Che fai tu? Mi disse. Dormi?«— No, diss'io, penso.«— Oh oh! Pensare, soggiunse egli ridendo, con quella testolina, alla tua età!.... Ma intanto non badi ai fatti tuoi; e vedi un po' che una delle tue vacche è fuori del pascolo, ha invaso il campo di Giammaria e sta mangiando a piene ganascie il suo trifoglio. Così cominci per lasciar far danno a quel pover uomo: e poi la bestia pasciuta di trifoglio gonfierà e potrà anche morire; e per Menico la sarà brutta, e la vedranno brutta anche le tue spalle.«Mi scossi in sussulto «come persona che per forza è desta» e corsi a parar via la vacca dal campo di trifoglio.«Quando tornai presso al parroco, questi mi pose amorevolmente una mano sul capo; e guardandomi non senza affettuoso interesse, mi disse:«— Come sei concio! Tu non ti lavi mai, ci scommetto. Non sai che la pulizia è l'eleganza del povero?«Io mi sentii arrossire e chinai la testa senza rispondere.«— La Giovanna, continuava egli, non ti ha mostrato a tenerti pulito?«— No.«— Ebbene, ciò non ostante avresti dovuto impararlo da te stesso.«Io arrossii ancora di più, e chinai più basso ancora la testa. Don Venanzio stette un poco a guardarmi così in silenzio, e il suo sguardo mi rendeva impacciato bensì, ma non mi faceva pena, tanto ci sentivo in esso di pietà e di affetto.«— Oh Signor benedetto! Esclamò egli di poi come parlando a se stesso; è egli possibile che delle creature umane tirino su un'altra creatura a questo modo senza pulirne in niuna guisa nè il corpo nè lo spirito?«E volgendo allora di nuovo a me la parola, chiese:«— Tu non sai nemmeno che cosa sia leggere e scrivere, non è vero?«— Sì, lo so: risposi levando gli occhi in volto al buon parroco. Vedo bene Menico che fa certi segni su certo suo libretto per tenere le ragioni di quanto vende e di quanto gli si paga, e alla domenica a messa vedo bene Lei che legge nel grosso libro in sull'altare, e al catechismo il vicecurato che legge la dottrina per ispiegarcela.«— E ne avresti voglia tu di saper fare l'una cosa e l'altra?«Veramente fino a quel punto, io non ci aveva ancora pensato mai: ma bastò che Don Venanzio me ne dicesse, perchè di subito io me ne sentissi invasare da un grandissimo desiderio.«— Oh tanto, tanto..., risposi con calore.«Il parroco mi fece una carezza alla mascella a dispetto dello sporco che m'impiastrava la faccia, e mi disse:«— Va bene. Io faccio scuola a tutti i ragazzi che mi vogliono mandare, e la farò anche a te. Dirò a Menico che vi ti lasci venire, e siccome la scuola è gratuita, non dubito punto ch'egli acconsenta.«E così fu di fatto. Benchè la Giovanna brontolasse assai, che quella, secondo lei, sciocca superfluità della scuola mi toglieva da farle in casa quei pochi servigi a cui ero buono, e quindi che le mangiavo più che mai il pane a ufo e a tradimento, pure non si osò contraddire Don Venanzio, e tutti i giorni, in quello spazio di tempo che le bestie non istavano alla pastura, io con immensa voglia, insieme con una frotta di altriragazzi del villaggio, prendevo dal buon parroco due ore di lezione.«Ben presto fui primo tra i primi, e a seconda che imparavo con ardore, una smania indicibile di sapere s'impadroniva di me. Don Venanzio meravigliato de' miei progressi, e, come diceva egli, della precocità della mia intelligenza, mi pose affetto forse maggiore che non ad altri; e un anno appena era trascorso dal dì ch'egli mi aveva mostrato a discernere le lettere, quando egli mi ammetteva già alla prima comunione e, come ti ho raccontato poc'anzi, mi rendeva istrutto di quanto era a sua cognizione circa la mia origine.«Un altro fra i ragazzi meco istruiti corrispondeva coi più lusinghieri successi all'insegnamento del parroco, ed era perciò ancor egli distintamente apprezzato da Don Venanzio.«Per una strana combinazione della sorte, questo tale trovai, dopo lungo intervallo che eravamo divisi, questa sera medesima; e ciò valse ancora non poco a far più vivo in me il ricordo di quegli anni infantili.«Eravamo ambidue superiori a tutti i nostri compagni per l'intelligenza; egli era tale altresì per la forza e l'avvenenza del corpo. Avevamo la sorte comune; ancor egli è un trovatello al pari di me; oltre ciò molte idee compagne, molte aspirazioni medesime ci assembravano. Fu quello il mio primo amico che avessi; l'unico finchè non ebbi trovato voi altri.«Il suo nome è Gian-Luigi. Una buona donna lo tolse dall'ospizio per balìrlo, e lo ebbe come suo. Ancor egli ha un segno che può essergli stato messo per riconoscerlo di poi da chi lo abbandonò nella ruota degli esposti; ma un segno vago al pari del mio: una lettera stracciata longitudinalmente per metà di cui non si scorge data nè firma, e non si può capir nulla. Un altro segno di ricognizione a lui diede poi la natura in una macchia che par proprio un fiore di viola mammola sopra una spalla.«La natura volle esser prodiga con lui d'ogni dono: bellezza, forza, intelligenza, coraggio; ma la sua anima irrequieta ed ambiziosa è dominata da un superbo egoismo che è capace di tutto. Un ardore di sapere ci possedeva entrambi, e ci animavamo l'un l'altro, e ci aiutavamo a vicenda, egli coi meravigliosi indovinamenti della sua ratta percezione e del suo intuito potente, io colle deduzioni forse più profonde della mia riflessione. In breve il buon parroco non ebbe più nulla ad insegnarci, perchè aveva trasmesso in noi tutta quella scienza ch'egli possedeva. Ah perchè quel sant'uomo non ci potè trasmetter del paro la calma sua acquiescenza nella sublime umiltà della fede? Quel poco che avevamo bevuto alla coppa del sapere era ben lungi dal bastare a dissetarci. Il nostro spirito audace andava al di là di quella cerchia che ci pareva troppo stretta e in cui si trovava pure a suo agio l'anima modesta del sacerdote. Avevamo divorato, poi letto di nuovo e riletto tutti i pochi libri posseduti da Don Venanzio. Per questi libri in modo incompleto e leggero pur anche, ma tuttavia in modo efficacissimo per le nostre anime giovanilmente vaghe e ansiosamente curiose, ci parlava il mondo coi suoi gran problemi filosofici, morali, sociali e politici. Sull'arido tema datoci da quei libri innocenti lavorava con ardore la nostra fantasia intemperante. Figurati che uno dei libri che più mi agitassero fu ilDiscorso sulla storia universaledi Bossuet. L'umanità allora mi apparve primamente come una grande individualità esplicantesi traverso ai secoli per incarnare un disegno, un tipo, per effettuare un ideale. Afferrai il concetto della filosofia della storia, senza pur saperne il nome nè conoscerne nemmanco che altri l'avesse fondata, esplicata, tentato determinarla in leggi generali. Fui a me medesimo il mio Vico, mi credetti inventore e ci lavorai intorno con la superba passione dell'inventore. Creai il mio sistema, e con fatale orgoglio non conchiusi in favore d'una paterna provvidenza. La necessità generantesi delle cose e l'ingranaggio della dipendenza ineluttabile di cause e d'effetti, di premesse e di conseguenze mi parvero spiegazione sufficiente. Preso per guida e per esemplare il Bossuet, riuscii ad opposte conclusioni.«Il verme che rode la moderna umanità intellettuale, lo scettico criticismo ci possedeva entrambi, me e Gian-Luigi. Eravamo proprio figliuoli di quella generazione, che avendo visto rovinar tutto, avendo tentato infinite cose e riuscito a nulla, non poteva più aver fede in cosa nessuna. Gian-Luigi, senza mai aver letto Voltaire, aveva il sarcasmo potente di questo demolitore; quando più tardi mi vennero tra mano le brillanti prose di quell'arguto polemista francese che il secolo scorso scambiò per un filosofo, stupii nel trovarvi le scherzose empietà del mio compagno d'infanzia.«Don Venanzio s'accorse degli effetti dell'opera sua e molto se ne dolse. Forse si pentì d'averci tolti all'ignoranza, nella quale probabilmente avrebbe continuata la nostra fede. Volle argomentare, vincere la nostra incredulità colla potenza della sua teologia: ma le vivaci uscite di Gian-Luigi lo confondevano, le serrate deduzioni dei miei ragionamenti lo imbarazzavano. Atterrito esclamava che per bocca nostra parlava il demonio. Povero prete! Così buono e ci amava cotanto! E l'abbiamo fatto soffrire!....«Però se io non aveva più la cieca fede del cattolico insegnatami dal curato, non ero neppure andato all'assoluta negazione, a cui aveva fatto capo Gian-Luigi, il quale, di alcuni anni più innanzi nella vita di me, aveva nelle sue concitate passioni di giovane ribollenti nella sua anima audacissimaun incitamento alle maggiori temerità della coscienza. Oltre ciò quell'educazione che il parroco aveva incominciata di lui, era stata compita da un altro, ammirato pure dei tanti e luminosi talenti di quel giovanetto. Quest'altro era il medico del villaggio e, come tutti i medici d'un tempo, aveva per dottrina il più puro e franco materialismo. Gian-Luigi era troppo acconcio a far suoi quel sistema e quelle opinioni. Accusava me, timido ed inconseguente, perchè non sapevo spastoiarmi dagli assurdi pregiudizi, secondo lui, dello spiritualismo.«Se avesse saputo poi che io nutriva entro me peggio di codesto, una credenza che tutti i dotti battezzano per superstizione; la credenza alle apparizioni degli spiriti umani spogliati della carne!....«Ti confesso la mia viltà. Non ebbi mai l'ardire di pur fargliene cenno. Avrei temuto un suo scherno su questo proposito come una crudele trafittura nel più delicato dell'anima. Ci credevo, — e ci credo — e quella credenza era ed è una consolazione segreta ed un segreto conforto d'indefinita speranza. Questa credenza nel domma superbo dell'immortalità dell'anima, della permanenza della personalità umana, della perfezione dello spirito, mi riattaccava alla credenza di Dio.— Ma dopo quella prima visione, disse Giovanni Selva a questo punto, ne avesti tu delle altre?Maurilio fece un cenno affermativo col capo e con accento sommesso e commosso rispose:— Sì, ma più vaghe ed incerte ancora della prima; tali però da non lasciare in me il menomo dubbio. Sempre quella medesima forma donnesca in atto pietoso. La voce soave non l'udii più, o qualche rara volta, un monosillabo, un'esclamazione soltanto. Mi appariva — e da qualche tempo tornò ad apparirmi — nel crepuscolo vespertino ad ogni volta. Io vedeva nell'aria un mesto sorriso; e mi si cancellava dinanzi. Le tendevo le braccia, la invocavo col grido dell'anima: era sparita. Quando avevo sofferto di più, quando Giovanna e Menico mi avevano peggio maltrattato, ella soleva consolarmi del suo fugace passare innanzi ai miei occhi. L'aspettavo. Certe volte ero contento d'aver patito assai lungo la giornata, perchè speravo che la sera avrei visto il mio buono spirito. E non sempre veniva, ed era allora in me un'amarissima delusione, nuovo più forte dolore. Mi sentivo allora tanto solo nell'universo! Poichè Don Venanzio mi aveva narrato dell'esser mio, avevo dato un nome a quella ombra, e non avevo pure un dubbio che quel nome non fosse suo. La chiamavo mia madre.«Il mondo soprasensibile mi parlava così all'anima, ed il mondo reale, crescendo negli anni, mi parlava con agognante curiosità alla mente. Cominciò a travagliare il mio spirito intorno al problema della mia nascita. Volli cercare la ragione per cui de' genitori erano costretti a condannare i nati dal sangue loro a quell'insulto che mi gettavano in faccia gli uomini spietatamente colla parola bastardo; e questa ragione, in mezzo ai miei studi incompleti, mal digesti, fatti alla ventura, mi apparve circondata dagli spinosi avvolgimenti della quistione sociale. Il problema della ricchezza e della povertà mi affannò allora ancor esso con una dolorosa confusione del mio spirito. Il buon Don Venanzio non era a gran pezza capace di dire una parola che mi fosse in quello scombuiamento un richiamo, una guida; egli non aveva che una spiegazione sola, un unico principio a cui tutto subordinava come effetto a causa: la volontà di Dio. Questa spiegazione più non bastava al mio scetticismo crescente. Mi ribellavo a veder chiudere in quell'angiporto i miei audaci perchè. Il concetto dell'armonia universale mi sfuggiva, e facendo, come avviene, centro all'universo della mia povera individualità e tutto ad essa recando, conchiudevo suprema ragione delle cose terrene essere l'ingiustizia. L'umanità, quindi, credevo affatto fuor di strada; la rivoluzione sociale essere una necessità assoluta, chi non volesse la civiltà caduta in vecchiaia, fatta impotente, cristallizzata, per dir così, in forme inefficaci, colpite di morte, e però da spegnersi come le civiltà dell'antico Oriente.«Non abbracciavo tutte le parti dell'immenso quesito. Non apprezzavo e non conoscevo la virtù immensa, e sola effettiva, e sola creatrice, del graduato e lento moto di riforma, in una parola, del progresso, a cui la terra medesima e tutto l'universo deve l'attuale suo stato e dovrà gl'immegliamenti avvenire. Circonchiuso in istretti limiti segnati, me inconscio, dal mio interesse personale, esageravo colla foga esuberante della prima giovinezza.«Più di me esagerava Gian-Luigi, anche in codesto. Il suo pensiero aveva ancora più temerità e meno logica del mio. Dal medico, il quale con tanto amore l'avea preso a proteggere, egli era ogni anno mandato a Torino per gli studi. Il bravo uomo — senza prole — sognava vedere Gian-Luigi addottorato in medicina, succedergli nella clientela del villaggio, ed a lui vecchio prestare negli ultimi anni le amorose assistenze d'un figliuolo.«Ma quanto una simile sorte era lungi dal bastare all'irrequieta ambizione del giovane! Fin dapprima questi non anelava che ad una cosa: potersi allontanare di tanto da quel villaggio che nessuno udisse mai più nulla di lui, fuorchè — com'egli si lusingava ottenere — la sua fragorosa celebrità; e non tornarci mai più, fuorchè circondato da una brillante aureola di gloria.«— Vorrei, mi diceva più volte nei nostri confidenticolloqui, vorrei che strabiliassero tutti che un uomo simile sia venuto fuori dal guscio di quel bastardo che essi disprezzavan cotanto.«Questo disprezzo era eziandio per lui un tormento uguale se pur non maggiore a quello che io ne provava; quantunque verso di lui siffatto sentimento si manifestasse assai meno che non verso di me, perchè egli era forte, robusto, arditissimo, di sembiante meravigliosamente bello, possedeva una certa autorevole imponenza di persona che faceva effetto su tutti, ed inoltre gli era di salvaguardia la protezione del medico, uomo nel villaggio assai considerevole e stimato.«Molte volte Gian-Luigi protesse la mia debolezza contro gl'insulti dei compagni, e talora — cosa che mi parve un'audacia incredibile — perfino contro i maltrattamenti di Menico e di Giovanna che io temeva, massime quest'ultima, più di ogni cosa al mondo. La comunanza dei pensieri e dei sentimenti e la riconoscenza che io dovetti mettere in lui per queste ragioni, fecero che io amassi allora Gian-Luigi più di tutti, più ancora del buon Don Venanzio, il quale era pure il solo in cui avessi trovato il tesoro d'un affetto che aveva del paterno. Credevo esser amato ancor io dal mio compagno, ma quanto m'illudevo! Egli ha in codesto uno dei privilegii consentiti alla sublimità del genio: non ama che sè, non pensa che a sè.«Dappoi che gli era solito venir a passare in Torino, per cagione degli studi, la maggior parte dell'anno, il soggiorno del villaggio era diventato a Gian-Luigi intollerabile. Fastidiva tutto. Nei primi giorni dopo il suo arrivo, si piaceva alquanto a restar meco, per dirmi tutto quello che aveva provato, tutto quello che aveva visto, pensato, sentito, tutte le sue speranze, tutti i suoi pazzi progetti che detti da lui parevano i più facili del mondo a compirsi, tutti i suoi sogni impossibili, che passando per la sua bocca, nella foga eloquente del suo discorso, pigliavano l'aspetto di cosa naturalissima. Ero io il solo in quel paese che potesse capirlo, partecipare a quei suoi sentimenti, completarli quasi coll'appassionato concorso. Io faceva sempre la mia solita vita, se non che lavoravo assai più, pensavo ancora maggiormente, e rubavo le ore al mio sonno, di cui avevo pur tanto bisogno, per leggere e studiare di soppiatto. Gian-Luigi veniva a cercarmi là al pascolo; e che festa per me il vederlo! Ad ogni volta però egli mi si presentava così cambiato in signore che io rimaneva tutto interdetto e non osavo più abbracciarlo. Egli mi recava innanzi gli abiti, le maniere, il profumo, quasi direi, della vita signorile di città; e ti lascio pensare qual effetto tutto ciò dovesse produrre in me. Maggior effetto mi producevano ancora le sue parole. Esse mi svelavano alla fantasia desiosa il mondo novello vagamente immaginato, l'Eden sociale da cui eravamo esclusi noi due, ma di cui egli s'era già pur tuttavia avanzato sino sulla soglia a mirarvi per entro ed in cui giurava di voler entrare.«Le sue parole mi destavano un tumulto indescrivibile, e me lo destavano del pari i libri che egli mi recava. Furono i primi romanzi che vennero a dar forma più precisa a quella moltitudine di esseri immaginarii che riempivano le scene svariate e confuse delle mie fantasticaggini. Come divoravo quei volumi! Li recavo meco dappertutto e leggevo, leggevo, leggevo, finchè mi bastasse la vista.«Trascorsi alcuni giorni, quando egli mi avea detto tutto, anche la mia compagnia tornava sazievole a Gian-Luigi. Non solamente non mi cercava più, ma se io andava in traccia di lui, mi sfuggiva. Siccome l'amavo, ciò mi faceva soffrire. Con colpa ben maggiore, egli sfuggiva altresì la brava donna che l'ha allevato, e che aveva ed ha tuttavia in lui un affetto più che materno. A chi gliene muovesse rimprovero, egli rispondeva sdegnoso: non esser egli come tutti gli altri, e le sue azioni quindi da non misurarsi alla regola comune; non aver egli legami di sangue con nessuno sulla terra, epperò averlo sciolto il fato da ogni e qualunque obbligo verso chicchessia. Come nessuno, egli non amava nulla di colà, e quei luoghi che erano sì cari — e lo sono ancora — a me, che pure in essi ho sofferto cotanto, quei luoghi non dicevano niente all'anima sua; ed il suo più lieto momento era quello in cui li dovea abbandonare per tornarsene col pretesto degli studi a Torino.«Se il medico, il quale lo manteneva all'Università, fosse vissuto, io non so che cosa sarebbe capitato di Gian-Luigi. Forse avrebbe finito per acconciarsi alle voglie del suo protettore ed al destino che questi gli preparava; ma prima che il giovane terminasse il suo corso di medicina, il dottore, assalito da una violenta malattia, in pochi dì soccombette.«Unico suo desiderio, sul letto di morte, fu di vedere ancora Gian-Luigi che allora trovavasi a Torino. Mandato a chiamare in fretta in fretta, il giovane venne ad assistere all'agonia del suo benefattore. A quello che ne udii, fu uno spettacolo fatto per addolorare un credente, ma non per ammollire l'anima di un incredulo. Il medico materialista, malgrado tutti i tentativi di Don Venanzio, morì nell'interezza delle sue opinioni antireligiose. Gian-Luigi assistette al desolante spettacolo di un'anima che lotta fisicamente contro la morte e giace vinta da questa senza recare seco pure un barlume di speranza. La vita conchiusa tutta in questo breve periodo di tempo, per un'anima nata dal nulla e che torna nel nulla, gli apparve sempre più una lotta in cui bisognavasopravanzare, un giuoco in cui bisognava vincere. Si confermò nella sua credenza: la soddisfazione dei proprii istinti, l'appagamento dei desiderii, essere legittima e suprema regola di vita.«Il buon parroco non rifiutò le preghiere della Chiesa a quell'incredulo impenitente che ne avea rifiutato i sacramenti.«— Preghiamo sempre, egli soleva dire in ogni occasione. La preghiera non può dirsi inutile mai, e dirla proibita mi par quasi un'eresia. D'altronde chi può porre un limite alla misericordia di Dio?«Gian-Luigi accompagnò sino al cimitero la bara del suo benefattore. Credevo di vederlo piangere. Invece l'occhio suo era asciutto e quasi più vivace del solito; aveva le guancie un po' pallide. Stette muto, e non fece il menomo atto che svelasse il suo dolore. Quando la bara fu coperta di terra, egli si volse indietro tranquillo, senza pronunziare una parola e se ne partì lentamente.«Il cane del povero medico morto aveva seguito ancor egli il funebre corteo, ed ora, sdraiatosi sul cumulo di terra smossa sotto cui giaceva il cadavere del suo padrone, guaiva dolorosamente.«Io mi affrettai dietro Gian-Luigi, e lo raggiunsi che camminava col medesimo passo lento, a capo chino.«— Povero dottore! Io cominciai per dire a Gian-Luigi. Come presto egli ti fu tolto! Ti compiango, e sento il tuo danno e il tuo dolore, come se fossero miei.«Egli non mi rispose tosto, ma continuò a camminare di quella guisa, quasi che non prestasse la menoma attenzione alla mia presenza nè alle mie parole.«Dopo un poco mi disse:«— Sì, povero dottore! Che vita fu la sua? Aveva studiato assai, sapeva molto e la sua esistenza rimase rinserrata in questa misera tomba di vivi che è il villaggio! A che cosa gli valse avere ingegno? Passò come un'ombra nel mondo, come passano tutti gli stupidi che riempiono di loro inutil persona quelle brutte casipole laggiù per soffrir di stenti, d'ogni privazione, procreare altri stupidi ed altri infelici al pari di loro e venire poi colla loro putredine ad ingrassare le alte erbe del cimitero che abbiamo or ora lasciato. Forse quell'uomo si meritava di meglio.«Tacque un istante, e poi crollando le spalle con un certo suo atto pieno di orgoglio, soggiunse:«— Oppur no; ebbe la sorte che seppe o che volle acquistarsi. D'altronde oramai la sua vita era conchiusa. Ne aveva egli tratto tutto quello che poteva o sapeva. Per lui tutto era finito. La decrepitezza è un prolungato tormento; è stato avventurato che la sorte volle risparmiarglielo.«Le fredde parole di Gian-Luigi mi facevano pena, e non sapevo pure come ripigliarnelo, e non osavo, perchè allora ancor io sottostava a quell'ascendente che la ricca di lui natura esercita sopra chi lo accosti. Ma conoscevo allora per la prima volta con precisione quanto il mio amico mancasse di cuore, e sentivo il mio invaso come da un gelo, e ne provavo entro di me irritazione e dolore.«Proseguimmo per alcuni passi, senza parlare e l'uno e l'altro.«Nella campagna, silenziosa a quel momento, suonavano lamentosissimi gli ululati del povero cane che piangeva sulla fossa del suo padrone.«Non potei trattenermi dal dire a Gian-Luigi con manifesta allusione alle sue parole ed alle sue condizioni:«— Povera bestia! Odi come quel cane si lagna sconsolatamente. Egli sente d'aver perduto il suo benefattore, egli piange la sua mancanza.«Gian-Luigi m'interruppe vivamente:«— Il suo è dunque un egoismo. Incapace di procurarsi la vita da sè, rimpiange il pane perduto con quell'essere sepolto.«— Ah no: diss'io: in quel dolore c'è anche l'affetto.....«— Un affetto, ribattè egli seccamente, regolato dall'istinto e non guidato dalla ragione.«Io mi tacqui. Cominciai da quel momento ad esser chiaro della vera natura di Gian-Luigi, e una profonda amarezza mi scese nell'anima.«Camminammo in silenzio fino all'entrata del villaggio; colà si separò da me con un brusco saluto, e volto a destra s'avviò di buon passo verso la campagna.«Stetti alcuni giorni senza vederlo. Finalmente me lo vidi comparire innanzi mentre ero al pascolo, sotto i miei favoriti ontani. Aveva l'aspetto più serio dell'usato e risoluto come d'uomo che ha deciso oramai sulla sua sorte.«Mi tese una mano e mi disse col simpatico accento della sua bella voce vibrata ed armoniosa:«— Addio, Maurilio, io parto; abbandono questo villaggio — per sempre — e le più dolci memorie che io ne porti meco son quelle che ti riguardano, e se a questi luoghi ed a questi tempi trascorsi tornerà il mio pensiero, sarà per te soltanto, per trovarvi le traccie dei momenti che abbiamo insieme passato.«Mi parve commosso, se pure non fingeva, se pure non era la mia commozione che mi faceva scorgere per errore la sua. Io mi sentii stringere il cuore e la gola. Lo guardai con occhi meravigliati, sgomenti, che di subito si riempirono di lagrime.«— Tu parti! Potei dire soltanto. Per sempre?..... Gran Dio! Non ci vedremo dunque più?«Egli sorrise compassionevolmente.«— Qui, no certo, disse; od almeno è difficile molto; ma ciò non significa che non abbiamo adincontrarci mai più. Verrai tu pure a Torino, e là mi ci troverai tale e quale ora sono.«Qual probabilità v'era allora per me, di venire a Torino? Nessuna. Mi credevo condannato a vivere in quel villaggio tutta la mia vita, per allontanarmene forse soltanto alcune volte ad accompagnare Menico nelle sue gite alla città, così mattiniere che potevano dirsi notturne. Come avrei potuto vedere ancora Gian-Luigi? Ritenni per sicuro che quello era fra noi l'ultimo addio. Colla partenza di lui, mi parve da me si dipartissero tutte le belle giovanili speranze, tutto quel mondo di sogni e d'idee in cui mi piacevo cotanto far correre la mente; mi parve rimanessi allora affatto solo sulla terra e venissi chiuso inesorabilmente in quella esistenza di miseria, di abbiezione, di ignoranza che aveva per cornice il fetido tugurio di Menico. Un impeto irrefrenabile di dolore mi invase di presente; sciolsi con brusco atto la mia mano dalle sue, e coprendomi la faccia scoppiai in pianto.«Gian-Luigi tacque per un poco. Quando, già vergognoso di quello sfogo infantile, rivolsi gli occhi verso di lui, lo vidi che mi guardava con una certa compassionosa meraviglia che quasi mi produsse l'effetto d'uno scherno, e sorpresi in lui quel suo disdegnoso crollar di spalle che ti ho detto. Codesto mi rasciugò repentinamente le lagrime entro gli occhi. Mi sentii freddo ad un tratto ancor io, e benchè avessi tuttavia il cuor grosso, le mie sembianze poterono acconciarsi all'indifferenza.«Egli sedette presso di me e mi raccontò come e perchè partisse. Il medico aveva scritto nel suo testamento che gli eredi fossero obbligati ad una annuale provvigione verso Gian-Luigi, fino a quattro anni dopo che egli avesse preso la laurea in medicina; aveva lasciato inoltre al suo protetto, per legato, tutti i suoi libri e stromenti della scienza che voleva il giovane finisse di apprendere. L'obbligazione loro imposta pareva un gravame intollerabile agli eredi, che se ne lamentavano come di una matta ingiustizia. Gian-Luigi, sdegnoso di codesto, impaziente di dover dipendere da quei tali, propose loro per transazione: gli pagassero di subito una data somma, egli li esonererebbe da ogni obbligo nell'avvenire, gli lasciassero prendere i libri e strumenti del legato, ed egli con essi si allontanerebbe che non avrebbero mai più avuto il menomo fastidio per fatto suo. La proposta fu volentierissimo accettata.«— Ed ora, conchiudeva Gian-Luigi, io parto e vado ad affrontare l'ignoto. Con quella somma avrò bene di che vivere un anno! In dodici mesi quante cose possono succedere! Quante ne può compire una volontà tenace!... Che farò io? Non lo so ancora. Forse continuerò a studiare la medicina, forse no... come vedrò le circostanze, come sentirò l'interna ispirazione dettarmi. Ma ho diciannove anni soltanto! Ho qualche cosa entro questa fronte, e in questo petto. Voglio che gli uomini abbiano a conoscermi ed inchinarmi, per Dio! L'umanità mi ha rigettato fin dalla nascita... Me le imporrò colla forza di questo ingegno, colla potenza di questo volere cui nulla può piegare.«Si drizzò in piedi, brillante lo sguardo, animato nel volto, tumide d'orgoglio le labbra; e voltosi dalla parte in cui al fondo al fondo, nel vaporoso aere della campagna, si vedevano vagamente indicate le ondulazioni della collina di Torino, tese la mano verso colà e pronunciò con indicibile accento di energia, di agognamento, di avida bramosìa:«— A noi due, o mondo della ricchezza; mondo dei piaceri, della bellezza, dello sfarzo, dell'ambizione, della potenza, preparati ad aprirmi il varco. Lo voglio. Ci riuscirò. Voglio la mia parte de' tuoi tesori — e la mia parte ha da essere quella del leone.Nominor leo!«Gian-Luigi partì. La brava e povera donna che gli aveva fatto da madre, ne pianse lacrime di sangue. Egli le diede l'ultimo addio, incommosso, fissando coll'occhio ardente quel punto lontano verso cui si dirigevano i suoi passi; promise con accento di leggerezza, quasi d'impazienza le avrebbe scritto, le avrebbe fatto sapere sue notizie, non l'avrebbe in niun modo dimenticata, ma ben si vedeva che le erano parole a cui non avrebbero tenuto dietro gli effetti.«Fece pessima impressione in paese, ed anche in me il fatto che il giovane, della somma ricevuta dagli eredi del medico, neppure la menoma parte non offerisse a sollievo di quella donna ormai vecchia, che lo aveva allevato, la quale, rimasta vedova, era caduta in una vera miseria.«Essa, la buona Margherita, non domandava nulla, non si lamentava di nulla, non vedeva nulla che fosse menomamente da rimproverarsi nel suo diletto Gian-Luigi; ella aveva tanta fiducia in lui, che credeva alle sue fredde parole ed alle sue leggiere promesse. Accompagnammo il giovane ella ed io soli un tratto sino al crocicchio in cui la via comunale attraversava quella reale di X... per a Torino, dove la Diligenza doveva prenderlo e portarselo seco alla capitale.«Gian-Luigi aspettava con impaziente inquietudine questa Diligenza. Quando essa sopraggiunse, ci salutò in fretta, strinse appena a me la mano e staccatosi dalle braccia della Margherita, che si era gettata perdutamente al suo collo, si arrampicò alla svelta sull'imperiale della carrozza, e questa riprese la sua corsa pesante, avvolgendosi in dense nuvole di polvere.«La donna ed io stemmo là piantati a seguitar collo sguardo la Diligenza; e quel crudele che con essa da noi si allontanava, mai non fu che sivolgesse pure una volta a darci un ultimo sguardo, a fare un ultimo cenno di saluto.«Seguitammo cogli occhi quel polveroso carrozzone, finchè lo potemmo scorgere. Che cosa pensava, che soffriva essa la povera Margherita? Confesso che io la dimenticai un istante, assorto nel mio particolar sentimento, che a quel punto era una segreta invidia per quel felice il quale andava a gettarsi nel vortice del mondo, vagheggiato ed abbellito dalla nostra fantasia. Io pure mi sentiva nell'animo una certa ambizione che mi pareva nobilissima — e forse era. Io pure orgogliosamente mi dicevo, e mi dico, che sotto le ossa del cranio la natura mi ha posto una forza da sopravanzare nel mondo, la forza del pensiero, una ricchezza di fosforo cerebrale da accendersi, consumarsi, ma gettar luce e brillare!.....«Quando la Diligenza fu affatto fuor dell'arrivo dei nostri sguardi, richiamò la mia attenzione verso la misera donna uno scoppio di singhiozzi che ruppero dal suo petto. Finchè essa aveva visto Gian-Luigi, finchè ancora aveva potuto vedere quel legno che seco lo portava, il dolore della infelice si era contenuto, quasi la si era fatta una pietosa illusione che la tremenda verità non fosse. Ma ora tutto era sparito ai suoi occhi: ogni coraggio ed ogni forza l'abbandonavano ad un tratto. Le lagrime che prima le colavano silenziosamente giù delle guancie arrugate irruppero con violenza irrefrenabile dai suoi occhi.«— Me misera! Esclamò essa coll'accento straziante della disperazione. Sola! sola! rimango sola!... E lo vedrò io ancora sulla terra?«Si lasciò cadere sopra la sponda della stradicciuola che mena al villaggio, e là, seduta, reclinò il capo sulle ginocchia, piangendo amaramente.«Io volli consolarla. Che la capitale non era in capo al mondo, le dissi: che Gian-Luigi sarebbe tornato a vederla, che trattandosi della ventura di lui, ella doveva rassegnarsi a non averlo più seco di continuo.«Ma essa, cui il dolore in quel punto faceva giustamente prevedere il futuro, mi rispose crollando il capo:«— No, no, Gian-Luigi non tornerà più a vedermi. Egli mi dimenticherà del tutto..... forse mi ha già dimenticata fin d'adesso..... Non lo avrò a chiudermi gli occhi quando morrò; e chi sa se potrò ancora vederlo più sulla terra!«Si tirò sugli occhi il fazzoletto di cotone onde si copriva il capo e mi pregò la lasciassi stare colà; aver ella bisogno di essere sola, la mia vista in quel momento esserle di pena. Mi allontanai e venni solo al villaggio, stranamente commosso nell'animo. Invidiavo il mio compagno d'essere partito per quella terra dei sogni, verso cui sì acceso pure si volgeva il mio segreto desio; lo invidiavo ancora di più per essere egli amato di quella guisa, come lo amava Margherita. Se io fossi stato amato così oh certo non sarei partito, mi dicevo; ma aimè! nessuno mi amava!...«L'idea di fuggire dal villaggio, di correr sulle traccie di Gian-Luigi, di affrontare ancor io l'incognita del destino mi venne allora subitamente e per la prima volta; e bene spesso doveva tornarmi e sempre più imperiosa, di poi. Ma come porla in esecuzione? Quali mezzi avevo? E poi, se non l'affetto, il timore mi legava a quelli che mi avevano allevato, ai quali divenuti vecchi ero oramai necessario. Non avevo tanto coraggio da abbandonarli: mi pareva che la mano adunca della Giovanna e lo staffile di Menico mi avrebbero sopraggiunto dapertutto.«Passai un anno più tormentoso e più arrabbiato degli altri. Anche la mia benigna visione pareva mi avesse abbandonato. In capo ad un anno fui libero di me, ma in virtù d'una tremenda catastrofe.»
«Quello, che ora è finito, è giorno solenne per me:dies nigra notanda lapillo: il giorno in cui ricorre quello dal quale incomincia, se così mi lasci dire, l'epoca storica della mia vita. Ventiquattro anni or sono, nella prima mattina di un tal giorno di questo mese, io, bambino di poche lune, fui trovato in mezzo al fango del selciato in una delle più luride vie di questa città.
«Era un giorno precisamente come quello che or ora è caduto nel baratro del passato, scuro, tristo, nebbioso, pieno di freddo e di neve. Me lo ha detto mille volte quel crudele che ebbe, trovandomi a vagire, la funesta pietà di raccogliermi.
«Non ho nome, non ho famiglia, non sono figliuolo di nessuno. Un fatal giorno, certo non desiderato, forse paventato, oggetto fin da prima del nascimento di rammarico e di odio, me ne venni al mondo per incontrarvi od una subita morte o l'abbandono. La mia nascita forse fu un peccato, forse un delitto, o venne accrescimento di miseria a miserissimi; vollero togliersi via dagli occhi con me un rimorso od una vergogna, o semplicemente una bocca di più da alimentare.
«Fui abbandonato! Là nelle immondizie d'una immonda strada, alla ventura d'essere schiacciato da un carrettiere incauto, o lasciato morire da insensibili passeggieri, o da qualche pietoso raccolto.
«Fui abbandonato! Forse di me nulla sapevan che fare! A me nessun affetto legava l'anima di qualcheduno! Per me la natura non parlava al cuore di nessuno!
«Non ebbi forse una madre?... Madre! Questo nome che fin dai primissimi anni mi suona così dolce nell'anima..... Questo nome che quando, ancora nell'infanzia, udivo pronunciato da' miei compagni mi venivano, e non sapevo perchè, le lagrime agli occhi!.... Oh forse la povera donna morì sopra parto e mi lasciò solo: o forse fu collo schianto dell'anima che dovette cedere alla mano di ferro della necessità che mi staccava dal suo fianco..... Ah! l'avrei amata cotanto mia madre!.....
«Questa sera mi piacque aggirarmi colà, per quella scura e sconcia strada in cui vagii neonato in quella cupa notte d'inverno, e scorsi il miserabile quartiere con lento passo, il cuor palpitante, la mente commossa, come se uno di que' sassi del selciato, una di quelle scalcinate ed annerite pareti, una delle anguste, umidiccie porticine, l'aria stessa che respiravo, mi dovesse ad un tratto miracolosamente rivelare il mistero, forse infame, della mia origine.
«Quante volte non ho io già fatto quel doloroso pellegrinaggio, e sempre con quanto spasimo dell'anima segreto, soffocato, dolorosissimo!
«Questa sera, la sorte, là su quella motriglia che a me fu culla, mi pose innanzi un bambino che piangeva. A quel suono di pianto in tal luogo, tutta la mia penosa esistenza, accompagnata di disprezzo e di vergogna, mi sorse innanzi spiccatamente ad un tratto. Se fosse stato un lattante quel bimbo, l'avrei preso fra le mie braccia, l'avrei recato meco, avrei voluto essergli padre, avessi dovuto vendere, per nutrirlo, il sangue delle mie vene. Rivissi in pochi minuti la sintesi intiera di tutti gli anni che ho travagliosamente trascorsi; ripiansi, per così dire, tutte le mie lagrime, imperocchè nella corta mia vita passata non ci sia nemmanco il ricordo d'un sorriso di gioia.
«Oh! perchè fui raccolto se non mi si voleva dar che tormenti? E può Dio ascrivermi a peccato se io desiderai come fortuna d'essere morto nell'abbandono, se più volte ho maledetto meco stesso chi seco mi prese e il momento in cui mi rinvenne?
«Era uno di quei venditori di latte che vengono il mattino per tempissimo a recare questa derrata ai fondachi di rivendita nella città. Correndo col suo carro, su cui saltavan le bigoncie, al trotto del suo cavallo, passò nella strada dov'io era, e il cavallo nell'istante di schiacciare quel corpicino colla sua zampa ferrata, atterrito forse dal vedersi innanzi ad un tratto quell'involto biancolastro, fece uno scarto che diede un fiero sobbalzo all'uomo seduto sul carro.
«— Che cos'è codesto? Disse Menico il quale travide in quello scuriccio nebbioso qualche cosaper terra. E venuto giù, si chinò e prese tra mano quel viluppo.
«Visto che gli era un bambino mezzo intirizzito che non aveva nemmen più la forza di piangere, rimase lì un istante perplesso, non sapendo a qual partito appigliarsi. Poi, siccome in fondo quell'uomo non era cattivo, e quando non era ebbro aveva a sufficienza cuore e ragionevolezza, gli parve troppa crudeltà il lasciar lì quella creaturina e tirar dritto per la sua strada. Risalì sul suo carro tenendosi fra le braccia il bambino, e lasciò che il cavallo riprendesse l'andare, mentre egli si diceva: — Il diavolo mi porti se so che cosa fare di questo marmocchio.
«Siccome il bimbo pareva lì lì per basire senz'altro, Menico intanto cominciò per porre sulle labbra di esso una bottiglietta che aveva allato di latte munto di fresco al momento prima di partirsi di casa e ancora caldo. Glie ne fece colare in bocca a poco a poco alcune goccie, cui il bambino affamato assorbì avidamente e che di subito alquanto lo ristaurarono.
«Menico si recò qua e colà a fare gli affari suoi, e sempre teneva sul carro quel bambino cui aveva adagiato sovra un po' di fieno che ci aveva per ventura, e sul quale, per tenerlo caldo, aveva gettato la pesante coperta di lana del cavallo.
«Ad ognuno dei lattivendoli con cui parlava, Menico diceva il caso intravvenutogli e domandava se di quel piccino se ne volessero incaricare. Ognuno lo motteggiava e crollando le spalle lo mandava con Dio.
«— Ma che cosa ho io da fare di questo coso? seguitava a chiedere a sè stesso Menico sempre più imbarazzato.
«— Menatelo alla Maternità: gli disse qualcuno di coloro a cui egli recava la provvista del latte.
«— Dovreste recarlo al palazzo di città: diceva un altro: ma a quest'ora è troppo presto e troverete tutto chiuso.
«— Mettetelo sulla porta d'una chiesa: gli consigliò per ultimo un cotale. Lì sarà sotto la protezione di Dio, e potete esser tranquillo che capiterà bene.
«Menico adottò questo consiglio, e quando ebbe terminato tutte le sue faccende, siccome nella sua strada aveva da passare innanzi alla chiesa di San *****, determinò di porre sulla soglia di questa il trovato bambino.
«Non era ancora diradata la tenebra della notte dall'alba, che in quella nevosa giornata d'inverno tardava a venire. Un semispento lampione gettava una luce fievole e giallastra sulla neve che si rammentava sopra gli scalini di San *****, Menico, giunto all'altezza della chiesa fermò il cavallo, saltò giù del carro e prese su questo l'involto in cui era il bimbo, allo scrollar del veicolo addormentatosi. La strada era silenziosa come un sepolcro; nulla si muoveva, nel sonno generale di tutta la città. Menico si disse non senza soddisfazione che gli era affatto solo. Ma quando fu per salire gli scalini della chiesa, ecco dalla soglia di quest'essa staccarsi un'ombra nera, la quale si avanzò con sollecitudine verso il villano, ed una voce d'uomo pacata, benigna, soave, dirgli:
«— Giusto voi che aspettavo, Menico.
«Questi, per la sorpresa, poco mancò non lasciasse cadere in terra il bambino; ma, riavutosi tosto, riconobbe in chi gli parlava il parroco del suo paese.
«— Lei, Don Venanzio! Esclamò il paesano.
«— Sono venuto ieri a Torino per alcune mie bisogne: disse il prete; ma stamattina conviene che io torni al villaggio; e siccome il far tutta quella strada a piedi comincia a stancarmi di troppo, sono venuto ad aspettarvi qui, dove so che passate sempre, per pregarvi se volete usarmi la carità di prendermi con voi sul vostro carro e condurmi sino a casa.
«— Oh si figuri! Disse Menico imbarazzatissimo col suo fagotto in mano.
«Don Venanzio lo vide e domandò che cosa avesse costì, e il villano, non potendo altrimenti, contò tutto; come avesse trovato quel bimbo e come volesse lanciarlo in quel luogo.
«Il parroco scosse la testa.
«— No: diss'egli con quella voce così insinuante e persuasiva, di cui dovevo ancor io sentire cotanto l'influsso di poi: no, ciò non istà bene, Menico. Iddio vi ha posto innanzi una buona azione da fare e un gran merito da acquistarvi, e non dovete rigettare ingratamente l'uno e l'altra. Voi non avete giusto figliuoli; ed ecco che la Provvidenza ve ne manda perchè possiate godere di tutte le gioie della famiglia ed aver quindi un sostegno nella vostra vecchiaia.....
«Insomma seppe parlare tanto bene che Menico, il quale pure non era di cuor tenero, si lasciò convincere essere suo dovere ed anzi suo vantaggio il tenere presso di sè quel rinvenuto bambino.
«— Quanto a me son già bello e persuaso: finì egli per dire al buon sacerdote; ma gli è mia moglie che sarà un affar serio a fargliela entrare. Lei sa che razza di animale essa è.....
«— Vostra moglie, spero che si lascierà muovere ancor essa dalla voce della pietà che è quella di Dio. Se non glie la fa sentire il suo cuore, proverò fargliela suonare io all'orecchio; e la Provvidenza mi dia la grazia, come spero, di convincerla. E se poi ella non vorrà a niun conto, ebbene allora sarò io che prenderò meco il bambino.
«— Oh! se la si assume lei, sig. Prevosto, di parlare a mia moglie, disse Menico il quale non osava rifiutare, ma in realtà avrebbe voluto farlo, allora acconsento di venire innanzi a quella benedetta donna con questo bel regalo.
«— Dunque andiamo: conchiuse Don Venanzio; e fate correre più che possa, senza soffrirne, il vostro cavallo, perchè questa povera creaturina prenda il men di freddo possibile.
«Salirono sul carro, e il buon sacerdote tolse me in grembo e mi tenne caldo, chiuso nel suo ferraiolo. Menico frustò il cavallo e lo cacciò al trotto serrato. Un'ora dopo, che tanto ci voleva di tempo a fare il cammino alla corsa del cavallo, giungevasi al villaggio di X., e il carro s'arrestava innanzi ad una porta ad arco in un muro di cinta, la quale metteva in uno sporco cortiletto entro cui la casupola abitata da Menico e dalla moglie.
«Il parroco discese ed entrò egli prima nel cortile, poi nella stanza a pian terreno che serviva alla coppia di cucina, di tinello, di camera da letto, di tutto. Io non seppi mai bene quel che avvenisse e si dicesse fra quelle tre persone. Ebbi ad apprendere di poi, perchè la Giovanna medesima, la moglie di Menico, me lo gettò migliaia di volte in sulla faccia, ch'ella aveva ricisamente e per assai tempo rifiutato il nuovo carico e resistito a tutte le belle parole e ragioni che le veniva dicendo il buon curato: e se cedette finalmente, fu certo per la promessa di qualche soccorso e di qualche vantaggio, che, quantunque la non ne avesse bisogno, Don Venanzio ebbe fatta a quella donna taccagna ed avida di denaro.
«Ah! non avesse ella ceduto! La mia infanzia sarebbe certo stata più lieta, e forse migliore e più felice tutta la mia esistenza.
«Don Venanzio mi lasciò nelle mani loro con mille raccomandazioni a mio riguardo, e promettendo che avrebbe sempre vegliato su di me; come di fatti non mancò di fare; ma che poteva egli mai?
«Un giorno, quando già grandicello, un giorno in cui avevo sofferto più che l'usato — e quanto soffrii sempre, te lo dirò — osai movere rimprovero a Don Venanzio di avermi fatto entrare in quella famiglia, la quale al mio bisogno d'affetto non doveva corrispondere che coll'odio, col disprezzo, coi più crudeli trattamenti.
«— Perchè non mi lasciaste abbandonare sul passo d'una chiesa, dissi al buon prete, come aveva intenzione di fare l'uomo che mi raccolse? Qualcun altro più veramente pietoso mi avrebbe forse preso seco di poi; o sarei stato recato all'ospizio dei trovatelli, e sarebbe stato meglio per me; e fossi anche morto di freddo, sarebbe stato meglio ancora.
«— Non ribellarti ai decreti della Provvidenza: mi rispose il curato con quella sua semplicità grave e quell'affettuosità mezzo di padre, mezzo di maestro in cui sentesi quasi un'ispirazione superiore e la fede d'una coscienziosa persuasione. Io non fui che lo stromento della Provvidenza divina. Menico e sua moglie erano soli, e l'avarizia e l'egoismo li facevano piegare verso il male e la durezza di cuore; sperai — e che ciò avvenisse pregai internamente, sallo Iddio — sperai che un nuovo affetto, quello paterno, che nuovi dolcissimi doveri e nuove gioie famigliari, cui la natura aveva loro rifiutato, avrebbero esercitato un benigno influsso su quelle anime per avviarle verso il bene. Così non fu pur troppo; e tu ne hai da soffrire. Non mi pento tuttavia di quanto feci; e non ti so dare altro miglior consiglio nè altro maggior conforto, fuor quello di dirti: rassegnati a quelle prove che Iddio ti manda, e benedici quella mano che ti percuote, se per essa può aquistare pregio maggiore e merito innanzi a chi la creò quell'anima immortale che in te alberghi.
«Ma ch'io ti narri le cose per ordine.
«Quando Menico mi raccolse, le mie piccole membra erano avviluppate in misere fascie senza puntiscritto nessuno. Su di me una lettera su carta grossolana, scritta da mano inesperta, ed un ricco rosario d'agata, a cui legato per un filo un bottone stemmato d'argento da livrea di domestico di nobil casa.
«Li conservo preziosamente questi oggetti: e molte, molte volte li guardo, li riguardo a lungo a lungo, leggo e rileggo quelle poche righe di scritto, li interrogo con affanno, come se mi potessero parlare e dirmi donde vengo, chi sono, chi furono i miei. Essi rappresentano per me il mistero del mio nascimento, che una folle speranza mi sta lusingando ancora nell'animo io possa scoprire un giorno. Essi furono i segreti confidenti delle mie pene d'infanzia, lo sono tuttavia degli attuali tormenti della mia giovinezza.
«Se li possiedo ancora ne vo debitore a Don Venanzio. Menico me li aveva tolti, e l'unico pensiero che gli avesse potuto suggerire l'avara moglie, in proposito, era quello di vendere il rosario ed il bottone, e beccarsene i denari. Per fortuna il curato indovinò il brutto loro disegno, e tanto bene e con tanta forza seppe parlare, che indusse Menico a consegnare quel sacro deposito nelle mani di lui, il quale avrebbe rimesso quegli oggetti a me, a cui spettavano, quando grandicello così da poterne capire l'importanza e custodirli colla voluta devozione.
«Ah! mi ricordo sempre il giorno in cui Don Venanzio mi fece entrare nella sua cameretta allacanonica, ed eravamo soli egli ed io, per consegnarmi quelle per me vere sacrosante reliquie. Avevo allora otto anni, ed avevo fatto in quel dì medesimo la mia prima comunione. Fisicamente ero indietro assai, debole, piccolo, miseruzzo come Dio tel dica; perchè d'ogni fatta stenti ne avevo sofferti; ma intellettualmente ero innanzi a tutti i miei coetanei non solo, ma a quelli ancora che mi sopravanzavano di più anni in età; onde il buon parroco che mi aveva preso ad istruire ead amare — fu il solo che mi amasse! — aveva voluto che celebrassi quell'anno medesimo la mia prima Pasqua, e venissi insieme in possesso delle uniche cose che io di mio possedessi al mondo. Era di festa, una domenica, ed una bella giornata primaverile rallegrava la natura. La cameretta imbiancata di calce del curato, modesta e pulita, povera e gaia, era tutto profumata dei fiori delle siepi di biancospino che gli avevan recati le ragazze del villaggio. Una vivacissima striscia di sole correva sull'ammattonato e si rifletteva in tinte rosee su tutti gli oggetti circostanti; un'arietta fra tepida e fresca entrava per la finestra aperta, faceva gonfiare le tende di semplice cotone e passava come una carezza sui fiori e sulle guancie del sacerdote e di me.
«Mi era avvenuto parecchie volte di entrare in quella camera o per domandare il parroco, o per cercare, mandatovi da lui, uno di quei pochi libri che schieravano a costa l'un dell'altro la loro legatura di pelle nera, sulla piccola scancìa di legno d'abete che si drizzava allato alla finestra, sopra una tavola nuda di tappeto; e ad ogni volta che io aveva messo il piede là dentro, non sapevo perchè, mi ero sempre sentito occupare da una soggezione reverenziale, come non m'ispirava neppure la venerabile figura del buon prete già tutto incanutito. La nudità di quelle pareti mi tornava solenne più che qualunque suntuosità d'apparato: la gran croce nera al di sopra del piccolo letticciuolo di abete, sulla quale un Cristo d'avorio tendeva le sue braccia magre e stecchite m'incuteva un'ombra di terrore. L'espressione di dolore che c'era sul volto di quel Cristo, invece di intenerirmi, facevami quasi paura; parevami che quell'appeso dovesse al mio avvicinarsi staccare uno di quei suoi bracci inchiodati e respingermi da quella stanza.
«Quel giorno invece, che ci entrai tenuto per mano da Don Venanzio, la mia impressione fu tutt'altra. Lo splendido sole che la invadeva le dava una giocondità inesprimibile. Colla mia nella mano del prete mi sentivo sicuro, come se il genio di quel luogo mi dovesse accogliere con benigna compiacenza. Volsi lo sguardo alla gran croce nera, e mi parve che anche la bella faccia del Cristo di avorio, illuminata dal riflesso di quel sole che batteva sullo spazzo, avesse acquistato più dolcezza nel suo patimento, e di dietro alla sua suprema rassegnazione al dolore, m'incoraggiasse ad avanzarmi con un benigno sorriso.
«Il parroco mi aveva detto che mi avrebbe parlato di cose assai gravi, a cui dovevo porre tutta la mia attenzione e che avrei dovuto rammentare per tutta la vita; onde, quando egli si fu assettato sul suo seggiolone impagliato a bracciuoli di legno non imbottiti, e fu in atto di parlare, io, aspettando ciò che fosse per dirmi, avevo il cuore che batteva forte nel petto.
«Che io fossi figliuolo di nessuno già lo sapevo pur troppo. Me ne avevan chiarito gl'improperii della Giovanna, accompagnati dalle percosse nelle sue frequentissime collere, nate per ogni più futile motivo e sfogate tutte addosso me; me lo veniva rammentando con dispregiosa insistenza il nome di bastardo gettatomi in volto come una maledizione da tutti i ragazzi miei compagni d'età che, in codesto già uomini, si compiacevano del mio soffrire e della mia vergogna.
«— Tuo padre e tua madre: mi disse Don Venanzio: non condannarli. Chi sa qual tremenda necessità, forse, fu quella che li costrinse a tanta colpa, a tanta sciagura! Tu dèi credere che non la volontà loro, ma un inesorabil destino fu quello che te da essi disgiunse: dèi compatirli, invece che accusarli, perdonarli ad ogni modo.
«Quelle miti parole con tanta soavità pronunziate da quel sacerdote di volto sì benigno, forse per l'ora del tempo, per la solennità del giorno in cui l'animo novello, appena aperto alla vita, mi sentivo inondato di sì intima gioia quasi sovraterrena e di un benessere non ancora provato mai; quelle miti parole mi si stamparono profondamente nel cuore, e furono la norma invariabile, alla quale, con qualche eccezione per taluni parossismi di dolore, ebbi informato i miei sentimenti ed i miei pensieri verso gl'ignoti autori dei miei giorni. No, non li accusai — o raramente soltanto, e me ne pentii subito, e chiesi perdono io stesso dell'accusa a quel Dio, a cui mi fu sollievo un tempo rivolgere con fede la mia preghiera. Non li accuso nemmanco adesso; e per quanto grave mi torni e conosca la infelicità del destino, a cui mi hanno, per qualsiasi cagione, condannato, li perdonai e li perdono.
«Poichè il parroco mi ebbe contato per bene tutto quello ch'egli sapeva di me, cioè come e dove Menico mi avesse trovato, soggiunse che stimavami oramai degno d'aver io stesso con me il deposito dell'unica ricchezza che mi appartenesse al mondo, ed aperto il cassettino della tavola, ne trasse un involto in cui erano la lettera, il bottone ed il rosario che ti ho detto.»
Qui Maurilio s'interruppe. Levossi dalla sponda del letto di Giovanni su cui sedeva ed andò ad uno stipo, ove teneva le poche sue robe, dal quale prese un picciolo viluppo di carta ingiallita dal tempo.
«Eccoli qui questi miei preziosi oggetti:» soggiunse egli di poi, tornando a sedere sul letto di Selva, dove recò ed apri la carta ripiegata.
Il rosario d'agata aveva ancora pel medesimo filo appeso il grosso bottone d'argento, il cui luciore era offuscato da un sottile strato rugginoso stesovi dagli anni. La carta della lettera cominciavaa tagliarsi nelle ripiegature, ma le parole scrittevi su, benchè l'inchiostro ne fosse sbiadito, si potevano tuttavia legger benissimo.
Maurilio la porse spiegata a Giovanni e gli disse:
— Leggila.
Non vi erano che le poche parole seguenti, scritte con una calligrafia ed ortografia degna della cuoca la meno istrutta del mondo.
«Abiate conpazione per costa povera masnà, che è già batesata, che è ciamataMaurilio, che è il nome di suo padre.»
Il rosario era d'agata, come dissi, e le anella per cui un grano si univa all'altro, e la medaglina appesavi in fondo, su cui l'immagine della Madonna era impressa, parevano d'oro. Poteva dirsi un ricco oggetto. Il bottone d'argento era un grosso bottone di livrea. Lo stemma che vi era scolpito sopra in rilievo era diviso orizzontalmente in due parti; nella superiore vi era un mezzo leone (per dirla in linguaggio araldico) rampante in campo azzurro, nell'inferiore tre stelle disposte a triangolo in campo d'oro; sormontato il tutto da cimiero con corona comitale, ed intorno una lista ripiegata, in cui scritta in carattere gotico una leggenda.
Come Giovanni Selva voltava e rivoltava il bottone al lume della lucerna per dicifrare il motto di quella leggenda, Maurilio gli disse:
— Quelle parole sono:voluntas ardua vincit. un bel motto, ma quante volte smentito dai fatti! Però io l'ho accettato come quello del mio destino, come un ammonimento, datomi, d'entro l'ignoto, dietro cui si nascondono, forse di là della tomba, dai miei genitori.
«Quando il curato mi ebbe posto in mano quegli oggetti, ancor io li guardai curiosamente, e compitai lettera per lettera le parole della carta, e mi sforzai ad interpretare questi gotici segni per me allora inintelligibili. Mi ricordo sempre che il mio animo si trovava in uno stato strano e così nuovo che nulla saprebbe esprimerlo. In certi momenti, a vedere, a toccare questi oggetti mi sentivo un'intima potentissima tenerezza nascermi in cuore e venirmi su, per così dire, e tutto possedermi, e riempirmi gli occhi di pianto: poi ad un tratto una subita freddezza subentrare in me; e guardavo queste robe con occhio asciutto e quasi indifferente, ed ascoltavo le parole del sacerdote come se di tutt'altri si trattasse che di me, e mi accorgevo che la mia mente si distraeva per correre dietro ad altri pensieri, ai più puerili, ad una farfalla che veniva ad aleggiare fuori della finestra, ad un'ape che veniva a ronzare sui fiori, ad una nuvoletta che traverso le tende bianche vedevo vogare sul fondo del cielo azzurro, a nulla di nulla.
«Tutto questo ti dico, perchè tu valga a conoscere meglio lo strano impasto ond'è formato il mio essere.
«I detti che mi rimasero impressi eziandio, furono quelli che mi rispose Don Venanzio, quando io lo interrogai che cosa volessero significare quelle cifre che invano mi sforzavo di leggere.
«— Sono parole latine che dicono, l'uomo savio, l'uomo dabbene superare ogni difficoltà, vincere ogni prova colla forza e colla rettitudine della volontà. L'uomo è in questo senso il fabbro del suo destino; che cioè si può costituire da se medesimo l'ambiente della sua coscienza. Bisogna volere, e rettamente e fortemente volere, e volere il bene; e poi, qualunque sieno le circostanze dei casi, l'uomo o le dominerà, o godrà almeno il supremo vantaggio della tranquillità che proviene dal merito di aver compiti i proprii doveri.
«Molte e molte altre, e tutte sante cose mi disse allora quell'egregio sacerdote su quella vita in cui da quel giorno, diceva egli, incominciavo ad entrare conscio di me e però imputabile dei miei atti; e quando, dopo circa un'ora, mi congedò baciandomi paternamente in fronte ed accarezzandomi colla mano le chiome, come benedicendomi, io mi partii da esso col cuore rigonfio e giocondo insieme, con mille confuse idee nella testa, e senza pur sapere formolare un pensiero. Mi stringevo al cuore le cose rimessemi dal parroco, e ripetevo meco stesso camminando frettolosamente le ultime parole pronunciate da Don Venanzio e che mi suonavano nell'animo come una dolce musica, la cui melodia ci piace revocare nella memoria.
«— Sono figliuolo di nessuno, ma sono figliuolo di Dio!»
«Non me ne tornai subito a casa. Avevo bisogno d'esser solo. Mi recai fuori del villaggio, presso a un torrentello sulle cui sponde inchinavano i loro rami delle acacie in quel tempo già illeggiadrite da quello splendido verde primaverile che è sì dolce alla vista, già coronate di bianche ciocche di fiori. Mi sedetti là su quella riva deserta e stetti lungo tempo così assorto, come se la più profonda meditazione mi occupasse. Non pensavo a nulla. Guardavo l'acqua che mi correva a' piedi e sembrava giuocare tra i grossi sassi che ne occupavano il letto. Di quando in quando, traevo dal seno, dove li avevo riposti, questi oggetti e li contemplavo attentamente, compitando ad una ad una le lettere di queste due righe di scritto e piacendomi delle forme strane di queste cifre gotiche cui non capivo per nulla. Poscia di colpo mi mettevo a pensare della comunione che per la prima volta avevo fatta. Il buon parroco m'aveva detto che, fatta bene la Pasqua, la mia anima sarebbe diventata così pura come quella d'un angelo. Questa pasqua l'avevo celebrata. In questo momento adunque mi trovavonello stato uguale a quello degli angeli. Pensavo al paradiso dove avevo udito dire si stava così felici in mezzo a tutte le cose belle che vi possano essere. Perchè non avrei potuto andare tosto tosto, in quel momento medesimo, insieme con quegli angeli così beati lassù nell'azzurro del cielo, senza freddo, senza fame, senza battiture, senza dolori fisici come quelli che a me la mia cagionevole salute e i mali trattamenti degli uomini mi procuravano con tanta intensità e frequenza? Oh! se il buon Gesù mi pigliasse seco in compagnia degli altri angeli: pensavo. Mi sentivo risuonare confusamente ma soavemente all'orecchio le armonie dell'organo che avevo udito nella chiesa, e le parole del buon curato dettemi di poi, delle quali non ricordavo più bene il senso preciso, ma erami rimasto come un'eco aggradevole; sentivo ancora il profumo dell'incenso cui avevo visto nella mattina innalzarsi alla volta del tempio in densi avvolgimenti di fumo biancolastro di cui indorava gli orli il sole, che invadeva co' suoi raggi, dalle alte finestre, la Chiesa.
«Non so perchè quelle ore di meditazione infantile mi rimasero di guisa impresse nella mente che di spesso le mi tornano innanzi così fresche di ricordo che mi par quasi di vivere in esse. Quando torno a rileggere quelle righe, a ricontemplare questi oggetti, raro è che io non mi riveda pure là in quel riposto luogo del torrente, sotto alle acacie fiorite, fruscianti colle frondi sotto il venticello della primavera.»
Maurilio tacque un istante, curvò il capo sul petto, come assorto appunto in quella interna visione del tempo trascorso che le sue parole eran tali da evocare.
Fece scorrere tra le sue dita i grani del rosario e volse e rivolse al raggio della lucerna il bottone d'argento.
— Questo rosario era forse la salvaguardia cui credeva affidarmi la religione di mia madre........ Certo ad essa appartenne questo simbolo d'una fede poco illuminata..... Mia madre adunque era forse ricca?...... E questo bottone di livrea?...... Forse appartenne a mio padre.... Gli è forse il segno della sua vil condizione di servo... Oh! se tu sapessi come e quante volte mi sono affannato in matte induzioni ed in congetture impossibili!..... E se mia madre era ricca, perchè fui abbandonato?..... Si vergognava forse di me, del mio nascimento, di avermi avuto figlio chi sa di qual padre!...... Oppure questo rosario loro non apparteneva, l'avevan tolto chi sa dove, chi sa da chi; non l'avevan posto tra le mie fasce che per compensare in alcun modo col valore di esso le prime cure di chi mi avrebbe raccolto.... Appena fui più grandicello, questo mistero della mia nascita mi tormentò con angustia incessante. Quante volte nella solitudine della campagna, dove conducevo al pascolo le giovenche di Menico, io obliai tutto il mondo per affondarmi in questi pensieri! Una velleità ambiziosa mi sentivo spuntare nell'animo, che mi pareva indizio di meno ignobil sangue. Stavo delle ore e delle ore, in me raccolto, collo sguardo della mente, per così dire, fisso in me stesso nel mio interno a scrutarmi con una minutezza inesorabile d'analisi per giudicare da me stesso quali istinti avesse posto nella mia natura il sangue paterno. Talora mi pareva che le generose aspirazioni e l'intelligenza, che superbamente riconoscevo in me superiore a quelle ond'ero circondato, fossero prova di non abbietto lignaggio; un'altra volta poi sentivo alcun che di basso ne' miei istinti, un'acquiescenza, direi quasi vigliacca a quella condizione in cui mi aveva precipitato il destino onde m'arrabbiavo dolorosamente meco stesso, e che conchiudevo esser sicuro indizio della volgarità della mia origine.
— No, codesto non può essere: disse Giovanni Selva. Il tuo solo desiderio di appartenere per sangue alle classi superiori, mi pare argomento da far credere che non eri nato per essere un povero mandriano. Del resto, poco importa chi e quali e che cosa fossero i genitori tuoi. Noi camminiamo verso un tempo, e ci siamo oramai giunti, in cui all'uomo non si domanderà più da cui sia generato, quali i meriti ed i titoli de' suoi padri, ma sibbene che cosa valga e quali meriti sieno i suoi. E questa dev'essere di noi liberali l'opinione immutevole.
— Verso questo tempo camminiamo, è vero. Ci siam presso... forse!... come tu dici... Ma non ci siamo ancora giunti. Ah! dei lunghi anni passeranno ancora, sta certo, prima che nella società non sia più una nota di vergogna la parola bastardo!
— Poichè tanto desiderio — e giustamente — ti possedeva e possiede di conoscere qualche cosa intorno a' tuoi genitori, od almeno intorno a coloro che ti posero addosso quegli oggetti abbandonandoti, non avresti potuto cercar modo di scoprire di qual famiglia sia questo stemma?
— Bene ci pensai... Anzi fu Don Venanzio medesimo che ci pensò, e volle incaricarsi egli stesso delle ricerche. Un giorno si fece consegnare da me e rosario e bottone, e venne a Torino con essi.
— Ebbene?
— Tornò dicendomi che quell'arma gentilizia apparteneva ad una famiglia affatto estinta, il cui ultimo rampollo era morto nelle guerre dell'impero. Più tardi volli cercare anch'io, e meno felice ancora di Don Venanzio, non potei raccapezzare da nessuna parte la menoma cosa. D'altronde, ancorchè scoprissi tuttavia esistente siffattafamiglia, che induzione si potrebbe trarre riguardo ad essa da un oggetto così poco significante, come un bottone di livrea? No, no, non bisogna ch'io pensi a nulla di codesto; lo so bene; ma che cosa vuoi? Un intimo senso, una pazzia forse mi spinge, non dico a sperare, ma a fantasticarci sopra in una assurda aspettazione di impossibili avvenimenti...... Ma lasciamo ciò per ora, e ascolta il racconto della mia povera vita.
— Ti ricordi tu, Giovanni, così proseguì Maurilio dopo un istante; ti ricordi il primo momento che la tua intelligenza si destò alla vita? Io me ne ricordo. Fu sotto l'impulso del dolore, in un'ora di patimenti. Prima di quel punto la notte era stata sempre in me; l'anima mia non s'era scossa dal torpore. Certamente avevo sofferto di già, avevo di già pianto di molte lagrime, ma non ne avevo coscienza. Ad un tratto... ti dico che me ne ricordo, come se si trattasse d'un avvenimento accaduto da poco tempo soltanto..... una specie di luce si fece nel mio spirito, ebbi conoscenza dell'esser mio, della mia personalità, e mi diedi conto nel mio cervello della mia esistenza e delle cose che mi circondavano.
«Mi ci vedo ancora, là, dove e come mi trovavo a quel punto. Avevo da quattro a cinque anni. Era d'inverno come adesso, ma una bella giornata, benchè freddissima. Il fango del lurido cortile era tutto ghiacciato e faceva un pavimento irto di punte e rugoso come la vecchia corteccia d'una grossa quercia. Le galline razzolavano in un po' di fimo. Un sole giallastro indorava la paglia annerita del tetto della casa. Io era seduto sopra lo scalino della porta che metteva nella stalla, e l'uscio richiuso separavami dal benigno calore di essa. Ero vestito di una misera ciopperella di stoffa di cotone, il cui colore doveva essere stato rosso, ma che allora, per l'uso, per l'immondezza raccattata su nell'arrabattarmi comechessia entro il brago di quel cortiluccio che poteva dirsi tutto un truogolo, aveva una tinta bruna, ributtante come l'impiastratura nericcia di sporco che mi copriva la pelle delle mani e del viso, e queste e quello vergini di ogni lavatura. Tenevo i piedi nudi entro vecchi zoccoli di legno della Giovanna, che avrei perso ad ogni passo che avessi voluto fare. Tutte le membra mi erano intirizzite. Avevo fame — quella fame che dovevo provar tante volte! — soffrivo molto e piangevo con quanta voce e con quante lagrime mi restavano in corpo.
«Quella era una delle punizioni usate, e mi toccava ogni qualvolta la mia presenza diventasse un po' più uggiosa del solito alla Giovanna. La mi batteva, poi mi cacciava di fuor della stalla a macerare battendo i denti dal freddo, poi, il più delle volte per intromissione del marito, meno di lei crudele, si decideva a ripararmi di nuovo entro la casa, ma non senza prima avermi ribattuto.
«I miei pianti finirono per seccare la malvagia donna. Aprì l'uscio e mi gridò con quella voce che sola essa mi faceva tremare:
«— Vuoi finirla, bastardo del demonio?
«Mi rammento — tanto da quel punto in poi i miei sovveniri cominciarono ad essere, e furono sempre spiccati e precisi! — mi rammento che da quell'uscio semiaperto, da cui veniva la voce minacciosa della Giovanna, passava pure una ondata d'aria tepente, la quale venne quasi ad avvolgermi come una carezza. L'una e l'altra cosa fecero che io mi tacessi; ma attratto da quel dolce tepore, onde abbisognavo cotanto, io mi trascinai verso l'apertura per isgusciar dentro fra lo stipite dell'uscio e le gambe della donna. Ma questa duramente mi respinse con un calcio che mi mandò a rotolare nel cortile.
«— Sta in là, scimiotto! Diss'ella. Chi ti ha dato licenza di rientrare?
«E chiuse l'uscio inesorabilmente. Io rimasi là dov'ero caduto; non piangevo più, ma un singhiozzo mi usciva di quando in quando dal petto.
— Che scellerata megera! Esclamò Selva indignato.
— Passò allora un uomo, riprese Maurilio, e vistomi a quel modo, e uditomi, entrò sollecito e si curvò con interesse su di me a chiedermi che avessi, perchè fossi lì. Era Don Venanzio. Io non seppi, non potei rispondere altro colla voce interrotta che quelle crude parole cui mi rispose stassera un povero ragazzo: — Ho freddo, ho fame!
«Don Venanzio non ebbe schifo della mia lurida sporcizia; mi prese tra le sue braccia, e tenendomi in grembo andò all'uscio e picchiò forte. La Giovanna, domandato e udito chi fosse, venne ad aprire, e il parroco entrò recandomi seco. Con autorità ed amorevolezza insieme fece alla donna quei rimproveri che aveva già dovuto far prima e che ebbe da fare ancora mille volte di poi sul modo onde ero trattato, e per sua opera ebbi allora rifocillamento di pane e di calore.
«Non ti dirò tutto quanto m'intravvenisse di simile, che sarebbe una troppo lunga e monotona filza di maltrattamenti d'ogni genere. Stenti, improperi e percosse ne avevo senza interruzione, con raddoppiamento d'intensità, di quando in quando, che alla Giovanna la luna era più di traverso del solito, e che a Menico l'ebbrezza giornaliera aveva un grado maggiore. Mi ricordo, fra le altre cose, che più tardi mi facevano dormire sopra un impalcato d'una tettoia senza riparo ai lati, e per letto un po' di strame sminuzzato e sporco più che uom possa immaginare. Colà passavo la notte state ed inverno senza copertura sempre, avvolgendomi per riscaldarmi in quel tritume che poteva quasi dirsi letame. Per salire colassù non volevano nemmancoscomodarsi a pormi all'uopo una scala a piuoli; e siccome io non aveva forza bastante da mettermela a posto, mi industriavo ad arrampicarmi, aiutandomi dei crepacci e di alcuni vuoti che c'erano nel pilastro onde il tetto era sostenuto. Infermiccio e deboluccio com'ero, sovente non me ne sentivo da tanto, e restavo sotto quell'impalcato spargendo lagrime impotenti, anelando a quella lurida paglia a cui non potevo arrivare, come ad un piccolo paradiso. Una volta mi mancarono a mezzo dell'ascesa le forze, caddi e mi ruppi gravemente il capo. Menico udì per mia fortuna il colpo ed il grido, venne fuori, mi raccolse, e d'allora in poi mi fece partecipare del giaciglio che aveva sotto il carro il cane di guardia.
«Se io non sono morto, convien dire che un fortissimo organismo mi avesse dato la natura...
— Ma Don Venanzio, interruppe a questo punto Giovanni Selva, come tollerava egli codesto? Piuttosto avrebbe dovuto toglierti a quei manigoldi ed allogarti altrove, anco prenderti seco.
— Don Venanzio, rispose Maurilio, non poteva veder tutto, e non seppe mai, come non sa neppure adesso ancora, la verità per intiero. Bene era già sufficiente ciò ch'egli vedeva perchè il buon sacerdote se ne commovesse, fieramente ammonisse Menico e la moglie, e li minacciasse eziandio di togliermi alle loro mani. Ma questa minaccia avrebbe egli avuto assai difficoltà poi a tradurre in atto; poichè quale altra fra le povere famiglie di quel povero casale avrebbe voluto accollarsi quel peso? E rendermi ad un ospizio di trovatelli, Don Venanzio non pensava fosse un vantaggio per me. E pigliarmi seco, la sua povertà, che pur trovava modo ancora di soccorrere altrui sottraendo al necessario per esso, la sua povertà di umil prete di campagna non glie lo consentiva. D'altronde sperava egli sempre che un po' d'affetto i due villani avrebbero posto in me, il quale, crescendo, cominciavo a diventar loro utile, e lo sarei stato sempre più; non avevano figliuoli, non congiunti prossimi, nulla era più naturale che a me lasciassero poi quelle sostanze che il parroco sapeva aver essi raccolte e venire aumentando ogni anno; e ciò, pensava egli, sarebbe stata la mia fortuna.
«Menico e Giovanna poi, appunto perchè col crescere degli anni io mi veniva facendo utilissimo, perchè avevano in me un servitore oramai necessario alla loro età più inoltrata e un servitore che pagavano soltanto con un tozzo misurato di pane; Menico e Giovanna, dico, simulavano per bene innanzi al curato, e sapevano all'occorrenza allontanare da lui l'idea di togliermi alla loro casa. Sì, lamentandosi della spesa maggiore che loro costava il mio mantenimento, arrivavano ancora a strappare dal buon prete alcun regaluccio di denari e di robe destinato a me, ma di cui non arrivavo mai a vedere neppur l'ombra.
«Quando la mia intelligenza fu abbastanza sviluppata da poter comprendere la crudeltà della rampogna continuamente gettatami in faccia dalla Giovanna: che io era un intruso in quella famiglia, che non appartenevo a nessuno, che rubavo, per così dire, quello scarso pane che mangiavo, una profonda umiliazione fu la mia. Mi sentii l'ultima delle creature viventi; qualche cosa di più basso che quegli animali, per cui, traendone profitto e costando loro denari, Menico e sua moglie avevano più cura e maggiori sembianze d'affetto che non per me, di più vile del cane, il quale almanco veniva lodato e mantenuto senza troppo rincrescimento perchè teneva lontani i ladri, custode vigile e fedele.
«Perciò allorquando potei dirmi che alcun servizio rendevo pur io a quella piccola associazione e compensavo così il datomi alimento, mi parve di essermi alcun poco rilevato ai miei occhi medesimi.
«Facevo in casa il servo di tutti — uomini e bestie; faticavo come un animale da soma. La sera cascavo dal sonno e dalla stanchezza; ero così sfinito certe volte che mi pareva dovesse mancarmi la vita. Mi lasciavo cadere spossato là dove mi trovavo. Ma gli improperi e lo staffile della Giovanna venivano a restituirmi ben presto il coraggio d'un nuovo sforzo.
«Conducevo alla pastura le vacche della stalla, e quello era il tempo più felice della mia giornata.
«I pascoli comunali, dove menavo e custodivo le vacche di Menico, erano sopra un'arida costa della collina, su cui una misera erba mezzo assecchita copriva appena il terreno ronchioso, pieno di sassi e di sterpi. Ma lì presso correva susurrando un'acqua a cui andavano a bere ghiottamente le bestie; sorgevano sulla sponda del ruscello alcuni ontani dal verde lussureggiante, all'ombra dei quali m'era dolce ripararmi dai troppo caldi raggi del sole; intorno intorno si aveva il sempre magnifico spettacolo della natura.
«Come imparai ad amarla questa gran madre di tutto e di tutti, io che non ne aveva di madre, io che non poteva amare nessuno, perchè non ero amato da nessuno!
«Nella solitudine di quel luogo nacquero nel mio capo i primi pensieri intorno alla vita, intorno all'esser delle cose, sorsero nella mia anima le prime aspirazioni verso gli affetti onde abbisognava il mio cuore e cui indovinava l'istinto.
«Era la sera e la mattina che io doveva recarmi colà. Com'è bello sempre il sole nella campagna! Ma nel suo sorgere e nel suo tramonto quanto ancora è più stupendo! Quanto l'amavo questo benedetto sole che mi scaldava le membra,che mi regalava tanto sublime spettacolo di luce e di bellezza! Avrei potuto esclamare come Giuliano l'apostata: «Io sono adoratore del resole!.... Fin dalla mia infanzia fui posseduto straordinariamente dal desiderio di godere dei raggi suoi[7]. «Non c'è paesista per quanto abbia studiato dal vero che abbia esaminate e si sia impresse nella mente tutte le fasi di quelle ineffabili scene, che sono l'aurora e l'occaso, come ho fatto io. Il mattino, dritto sopra la più alta di quelle bozze del terreno, stavo immobile, volto all'oriente, desioso, palpitante, ad aspettare, dopo il mite splendore dell'alba, il primo irrompere della freccia d'oro d'un raggio di sole. Innanzi a me si apriva come un anfiteatro di colline, imboschite, scure ancora delle ombre della notte, addormentate tuttavia, mentre nella zona superiore, quasi precursori dell'astro che stava per sopraggiungere, correvano l'aria fresca mattutina e certe tinte color di perla nell'azzurro cielo in cui impallidivano le stelle.
«Quando il sole gettava i fasci irrompenti delle sue fiamme divine, e sorgeva imponente e soverchio alla pupilla di questa misera creatura che è l'uomo, io mandava un grido selvaggio di gioia, come facevano gli augelli ridesti; partecipavo direttamente a quell'omaggio della natura al suo re.
«Vivevo intimamente nella vita della natura; confondevo la mia povera persona in quel tutto onde ero avvolto. Al suo tramonto io seguitava il sole con occhio amoroso, pieno di rimpianto. Le nubi che velavano il suo splendore mi riempivano di tristezza. Nelle belle giornate serene sentivo entro l'anima una muta, segreta contentezza che non avrei saputo spiegare e che mi faceva bene pur tanto.
«Avrei voluto vivere così sempre. Mi sdraiavo all'ombra di quegli ontani e guardavo, guardavo. L'orizzonte non era molto vasto, gli oggetti che mi si presentavano erano pur sempre i medesimi; eppure non mi stancavo mai di guardare. Quante idee nascevano allora in me! E dove le attingevo io, che non sapevo niente, che non avevo visto niente, che non comunicavo con persona viva, fuorchè colle stupide bestie affidate alla mia custodia?
«Vi ha chi, rinnovellando il pensiero pitagorico, dice oggidì che gli spiriti prima di proseguire la loro misteriosa carriera nell'infinito, debbano incarnarsi più volte su questa terra entro le nostre miserabili spoglie d'uomo; che la memoria delle precedenti esistenze rimane sì obliterata in noi, ma che pure in taluni qualche vago accenno, che pare un presentimento, un istinto, una divinazione, permane, fugace richiamo d'un passato, forse di secoli e di secoli. Io sono presso a creder codesto. Non t'è avvenuto mai di trovarti innanzi a certi affetti, a certe sensazioni, a certe circostanze, eziandio che dovrebbero esserti novelli, come innanzi a cose già occorse e già sentite? A me accadde, ed accadde le mille volte. Ma questo momento, io mi domando, l'ho io già vissuto, lo vivo realmente adesso?
«Le idee che sorsero nella mia mente in quella solitudine, fanciullo io ancora, nulla di quanto mi avvicinava poteva darmele, e se io non le ho portate meco nascendo, residuo d'una vita anteriore, non saprei dove le abbia potute acquistare. Quello che travagliava me, misero, ignorante, disprezzato bùttero della campagna, era niente meno che il problema della nostra esistenza — il problema della vita — il problema della creazione.
«Perchè esistevo io? Perchè esisteva tutto quel mondo che mi attorniava? Avevo udito a nominar Dio. Che cosa era questo Dio? Egli aveva fatto tutto quello che esiste — ma pel suo bene o pel nostro? Se pel suo, come mai aveva egli da aver bene mercè il dolore delle creature? Imperocchè l'idea del dolore fosse la più spiccata e precisa che io avessi dai primi anni miei. Se pel nostro bene, come mai la creazione volgevasi a tale che ne risultava il male? Tutto questo non si combinava coll'idea che avrei voluto farmi di Dio. E s'egli aveva creato ed era onnipossente, avrebbe potuto bene non creare affatto, o distrurre l'opera sua? Non creare! Se non avesse creato ci sarebbe dunque stato il nulla!....
«Mi ricordo che quando questa tremenda idea invase il mio cervello, io credetti impazzire. Il nulla! Niente che esistesse. Dio solo nella sua solitudine infinita!... Ma un Dio inerte e che non facesse nulla si può egli concepire?... Dunque nè anche Dio!.... Nulla! Nulla!.... Sentivo la mia testa scoppiare sotto questo assurdo inconcepibile, e che volevo sforzarmi a concepire.
«La creazione, m'insegnava il catechismo che andavo alla domenica a sentire spiegato in chiesa, era appunto l'atto con cui Dio aveva formato il mondo dal nulla, dunque prima ch'egli creasse, questo nulla dominava lo spazio ed il tempo...
«Mi serravo violentemente colle mani le tempia, come per concentrarvi le idee e le forze del cervello che mi pareano disperdersi. Poi guardavo innanzi a me sbalordito. Vedevo le vacche qua e colà sparse, nella beata calma della loro stupidaggine. Una sdraiata ruminava cogli occhi semichiusi; un'altra mordeva la poca erba del suolo infecondo; una terza, andata a bere, sollevava il muso da cui gocciava l'acqua e guardava fissamente innanzi a sè. Pensavano a di queste cose nelle tante ore inoperose, quelle bestie cosìplacidamente rassegnate alla loro sorte? E se non le pensavano, non erano esse più felici di me? E perchè tali pensieri dovevo averli io, e non li avevano nè Menico, nè Giovanna? Era questo un mio torto, od un mio merito, od una mia sciagura? Non sapevo nè anche questo, ma pure non avrei osato svelarli ad anima viva.
Qui Maurilio tacque un istante e parve esitare; poi fece quel suo strano sorriso, scosse il capo; e riprese:
— Ned ora tuttavia, nemmeno con te, oso tutto disvelare degli intimi pensieri del mio spirito, degli intimi fenomeni che ha nel suo segreto l'anima mia...
— Perchè? Domandò con calore Giovanni Selva; tu dèi pure avere fiducia nella mia amicizia.
Maurilio stette un minuto a capo chino, poi, come riscuotendosi, disse risolutamente:
— Avrò il coraggio di dirti tutto, perchè molte volte ho bisogno d'aiuto nelle mie interne battaglie, e il tuo affetto e la risolutezza del tuo carattere potranno darmene... Ti dirò tutto, dovessi tu pure stimarmi un allucinato o ridere della vanità delle mie illusioni.
Selva lo interruppe vivamente.
— Ridere non mai!... E per crederti così agevolmente allucinato, conosco troppo già la tempra del tuo ingegno e la forza dell'anima tua.
— Giovanni, disse Maurilio volgendo verso l'amico il viso diventato più pallido e gli occhi di una strana luce illuminati: Giovanni, credi tu alle apparizioni? Credi tu al mondo degli spiriti? Credi tu che fra questi vivi della vita d'un giorno e i vivi della vita eterna possa esservi comunicazione diretta?... Io credo!... A me parlano gli spiriti dei morti; io sento nell'anima il susurro de' loro ispiratimi pensieri, alcune rare volte io ne vedo nelle ombre della sera disegnarsi, lievi come il fumo di poco incenso, le loro incerte sembianze... Non interrompermi, non parlarmi, non dirmi che vaneggio... Odimi sino al fine.
«Non avevo più di sette anni. Ero al solito pascolo. Una sera orridamente bella per lo strano spettacolo del cielo. All'occidente un ammasso di nubi di temporale, nero come il fondo dell'abisso, squarciate di quando in quando da un lampo sanguigno. All'estremità di queste nubi, pei raggi rifratti del sole già tramontato, un orlo vivo color di fiamma. Più in su dell'orizzonte un altro accavallamento di nubi bianche come la neve che correvano, avresti detto spaventate, avvolgendosi su se stesse sotto il soffio dell'aquilone. Per la campagna una luce incerta, biancolastra, freddiccia che dava delle tinte livide a tutti gli oggetti. Un gran silenzio in tutta la natura, cui rompevano tratto tratto il rombare del tuono lontano e l'ululato del vento che faceva piegare con gemiti gli alberi, che sollevava altissimi nembi di polvere e li cacciava in disordine innanzi a sè, e passava. Le vacche di quando in quando levavano il muso verso il cielo e muggivano dolorosamente.
«Io non sentiva paura; quell'imponente spettacolo piaceva anzi di molto agli occhi miei; ma pure avevo una certa ansietà nell'animo e un palpito nel cuore, di cui non sapevo dirmi il perchè. Sdraiato sotto gli ontani, guardavo i lampi nel cielo e stavo lì come aspettando qualche cosa che dovesse intravvenire.
«Ad un punto il vento cessò del tutto e il tuono si tacque. L'orlo di fiamma delle nubi all'occaso si spense, quelle altre nubi bianchissime che correvano pel cielo si fermarono, si oscurarono e diventarono color di piombo; parve cessasse dal respirare la natura intiera. Il mio cuore palpitava più forte. Udii al di sopra del mio capo le frondi degli ontani scuotersi leggermente, e mi stupii che il vento tacesse dappertutto e là soltanto agitasse i rami. Una voce — era essa bene una voce? — certo non umana, la suonava in modo così dolce e così nuovo che io non aveva udito nè udii mai rumore terreno che le si potesse paragonare. La sentii non cogli orecchi, ma coll'anima. Non avrei saputo dire se parlasse fuori di me o dentro me stesso; ma era una voce d'altra persona che non io, perocchè mi stupì forte e mi fece rivolgere a cercar chi fosse che parlava. Una voce mi disse: — Bambino! Povero bambino!
«Guardai tutt'intorno; non vidi nessuno. Mi alzai non atterrito, ma commosso. Gli ontani tornarono ad agitarsi; ed allora vidi — oh certo vidi — una figura, un'ombra bianca, diafana, leggiera, che pareva di donna, le cui sembianze non potevo discernere con precisione, ma che avrei detto mi guardasse benignamente affettuosa.
«Non ebbi timore di sorta. — Chi siete? Le domandai.
«Invece di rispondere alla mia richiesta l'ombra mi disse con quella sua voce di cui non posso spiegare la natura, nè l'incanto:
«— Iddio ti ha dato un'intelligenza, e tu devi coltivarla. Un'anima eletta verrà pietosamente a cercarti nelle tenebre della tua ignoranza. Studia. I tuoi patimenti non ti facciano tristo. Soffri, perdona e credi!
«E si dileguò alla mia vista.
«La notte era discesa quasi del tutto, le vacche muggivan più forte, il tuono e il vento romoreggiavano più intensamente; qualche gocciolone di piova cominciava a cadere con impeto qua e colà. Io mi sentiva tutto commosso e quasi lieto nell'animo. Avviai le bestie verso casa e ci arrivammo correndo che la piova incominciava a crosciare con iscatenato furore.
«Fui crudelmente percosso e condannato a star senza cena, perchè avevo tardato a rientrare. Coi panni tutti bagnati addosso fui mandato sulmio giaciglio. M'addormentai placidamente, senza pure una lagrima. Sentivo ancora dentro di me, come una musica, il suono delle parole della visione.»
— Questa visione, disse Giovanni, altro non era che la tua coscienza. In te latente era fin d'allora il sentimento del tuo valore intellettuale, e per un fenomeno psicologico siffatto sentimento nell'estrinsecarsi prendeva quasi persona di essere estraneo, affine di incitarti all'opera.
Maurilio crollò con impazienza le spalle.
— Lascia stare, ti prego, le tue spiegazioni del razionalismo terreno a corta vista. Ascolta tutto in prima, e poi vedrai se quelle spiegazioni possono bastare.
«Il domattina corsi a quel solito luogo con una specie d'ansia desiosa. Speravo di rivedere quella forma indistinta, di riudire quella voce soave. Il fatto nè mi pareva meraviglioso, nè cercavo di darmene spiegazione alcuna. Non l'avrei detto a persona al mondo; già non avevo nessuno a cui favellarne, perchè a Menico ed a Giovanna non rivolgevo mai la parola che quando la necessità lo volesse; ma fossi pure stato uso a tutto svelare a qualcheduno, quel fatto avrei avuto caro di tenerlo segreto, per me solo, e un'istintiva ripugnanza avrei sentito a parlarne.
«Il temporale era passato e splendeva in una bella mattina il più allegro sole del mondo. Mi sedetti sotto gli ontani, là, a quel medesimo posto, e stetti aspettando. Inutilmente!.... Cioè no, inutilmente. La visione mi aveva annunziato che un'anima eletta sarebbe venuta a cercarmi nelle tenebre della mia ignoranza; e quest'anima venne.
«Nell'attesa che la desiata visione si manifestasse al mio spirito, io m'era siffattamente assorto fuori del mondo reale, che non vedevo e non sentivo più nulla. Ad un punto fra i miei occhi e lo splendore del sole nella pianura, cui fissavo inconsciamente, venne a frapporsi un corpo opaco, una persona vestita di nero. Levai lo sguardo, e mi trovai dinanzi le sembianze paternamente affettuose e il sorriso bonario di Don Venanzio.
«— Che fai tu? Mi disse. Dormi?
«— No, diss'io, penso.
«— Oh oh! Pensare, soggiunse egli ridendo, con quella testolina, alla tua età!.... Ma intanto non badi ai fatti tuoi; e vedi un po' che una delle tue vacche è fuori del pascolo, ha invaso il campo di Giammaria e sta mangiando a piene ganascie il suo trifoglio. Così cominci per lasciar far danno a quel pover uomo: e poi la bestia pasciuta di trifoglio gonfierà e potrà anche morire; e per Menico la sarà brutta, e la vedranno brutta anche le tue spalle.
«Mi scossi in sussulto «come persona che per forza è desta» e corsi a parar via la vacca dal campo di trifoglio.
«Quando tornai presso al parroco, questi mi pose amorevolmente una mano sul capo; e guardandomi non senza affettuoso interesse, mi disse:
«— Come sei concio! Tu non ti lavi mai, ci scommetto. Non sai che la pulizia è l'eleganza del povero?
«Io mi sentii arrossire e chinai la testa senza rispondere.
«— La Giovanna, continuava egli, non ti ha mostrato a tenerti pulito?
«— No.
«— Ebbene, ciò non ostante avresti dovuto impararlo da te stesso.
«Io arrossii ancora di più, e chinai più basso ancora la testa. Don Venanzio stette un poco a guardarmi così in silenzio, e il suo sguardo mi rendeva impacciato bensì, ma non mi faceva pena, tanto ci sentivo in esso di pietà e di affetto.
«— Oh Signor benedetto! Esclamò egli di poi come parlando a se stesso; è egli possibile che delle creature umane tirino su un'altra creatura a questo modo senza pulirne in niuna guisa nè il corpo nè lo spirito?
«E volgendo allora di nuovo a me la parola, chiese:
«— Tu non sai nemmeno che cosa sia leggere e scrivere, non è vero?
«— Sì, lo so: risposi levando gli occhi in volto al buon parroco. Vedo bene Menico che fa certi segni su certo suo libretto per tenere le ragioni di quanto vende e di quanto gli si paga, e alla domenica a messa vedo bene Lei che legge nel grosso libro in sull'altare, e al catechismo il vicecurato che legge la dottrina per ispiegarcela.
«— E ne avresti voglia tu di saper fare l'una cosa e l'altra?
«Veramente fino a quel punto, io non ci aveva ancora pensato mai: ma bastò che Don Venanzio me ne dicesse, perchè di subito io me ne sentissi invasare da un grandissimo desiderio.
«— Oh tanto, tanto..., risposi con calore.
«Il parroco mi fece una carezza alla mascella a dispetto dello sporco che m'impiastrava la faccia, e mi disse:
«— Va bene. Io faccio scuola a tutti i ragazzi che mi vogliono mandare, e la farò anche a te. Dirò a Menico che vi ti lasci venire, e siccome la scuola è gratuita, non dubito punto ch'egli acconsenta.
«E così fu di fatto. Benchè la Giovanna brontolasse assai, che quella, secondo lei, sciocca superfluità della scuola mi toglieva da farle in casa quei pochi servigi a cui ero buono, e quindi che le mangiavo più che mai il pane a ufo e a tradimento, pure non si osò contraddire Don Venanzio, e tutti i giorni, in quello spazio di tempo che le bestie non istavano alla pastura, io con immensa voglia, insieme con una frotta di altriragazzi del villaggio, prendevo dal buon parroco due ore di lezione.
«Ben presto fui primo tra i primi, e a seconda che imparavo con ardore, una smania indicibile di sapere s'impadroniva di me. Don Venanzio meravigliato de' miei progressi, e, come diceva egli, della precocità della mia intelligenza, mi pose affetto forse maggiore che non ad altri; e un anno appena era trascorso dal dì ch'egli mi aveva mostrato a discernere le lettere, quando egli mi ammetteva già alla prima comunione e, come ti ho raccontato poc'anzi, mi rendeva istrutto di quanto era a sua cognizione circa la mia origine.
«Un altro fra i ragazzi meco istruiti corrispondeva coi più lusinghieri successi all'insegnamento del parroco, ed era perciò ancor egli distintamente apprezzato da Don Venanzio.
«Per una strana combinazione della sorte, questo tale trovai, dopo lungo intervallo che eravamo divisi, questa sera medesima; e ciò valse ancora non poco a far più vivo in me il ricordo di quegli anni infantili.
«Eravamo ambidue superiori a tutti i nostri compagni per l'intelligenza; egli era tale altresì per la forza e l'avvenenza del corpo. Avevamo la sorte comune; ancor egli è un trovatello al pari di me; oltre ciò molte idee compagne, molte aspirazioni medesime ci assembravano. Fu quello il mio primo amico che avessi; l'unico finchè non ebbi trovato voi altri.
«Il suo nome è Gian-Luigi. Una buona donna lo tolse dall'ospizio per balìrlo, e lo ebbe come suo. Ancor egli ha un segno che può essergli stato messo per riconoscerlo di poi da chi lo abbandonò nella ruota degli esposti; ma un segno vago al pari del mio: una lettera stracciata longitudinalmente per metà di cui non si scorge data nè firma, e non si può capir nulla. Un altro segno di ricognizione a lui diede poi la natura in una macchia che par proprio un fiore di viola mammola sopra una spalla.
«La natura volle esser prodiga con lui d'ogni dono: bellezza, forza, intelligenza, coraggio; ma la sua anima irrequieta ed ambiziosa è dominata da un superbo egoismo che è capace di tutto. Un ardore di sapere ci possedeva entrambi, e ci animavamo l'un l'altro, e ci aiutavamo a vicenda, egli coi meravigliosi indovinamenti della sua ratta percezione e del suo intuito potente, io colle deduzioni forse più profonde della mia riflessione. In breve il buon parroco non ebbe più nulla ad insegnarci, perchè aveva trasmesso in noi tutta quella scienza ch'egli possedeva. Ah perchè quel sant'uomo non ci potè trasmetter del paro la calma sua acquiescenza nella sublime umiltà della fede? Quel poco che avevamo bevuto alla coppa del sapere era ben lungi dal bastare a dissetarci. Il nostro spirito audace andava al di là di quella cerchia che ci pareva troppo stretta e in cui si trovava pure a suo agio l'anima modesta del sacerdote. Avevamo divorato, poi letto di nuovo e riletto tutti i pochi libri posseduti da Don Venanzio. Per questi libri in modo incompleto e leggero pur anche, ma tuttavia in modo efficacissimo per le nostre anime giovanilmente vaghe e ansiosamente curiose, ci parlava il mondo coi suoi gran problemi filosofici, morali, sociali e politici. Sull'arido tema datoci da quei libri innocenti lavorava con ardore la nostra fantasia intemperante. Figurati che uno dei libri che più mi agitassero fu ilDiscorso sulla storia universaledi Bossuet. L'umanità allora mi apparve primamente come una grande individualità esplicantesi traverso ai secoli per incarnare un disegno, un tipo, per effettuare un ideale. Afferrai il concetto della filosofia della storia, senza pur saperne il nome nè conoscerne nemmanco che altri l'avesse fondata, esplicata, tentato determinarla in leggi generali. Fui a me medesimo il mio Vico, mi credetti inventore e ci lavorai intorno con la superba passione dell'inventore. Creai il mio sistema, e con fatale orgoglio non conchiusi in favore d'una paterna provvidenza. La necessità generantesi delle cose e l'ingranaggio della dipendenza ineluttabile di cause e d'effetti, di premesse e di conseguenze mi parvero spiegazione sufficiente. Preso per guida e per esemplare il Bossuet, riuscii ad opposte conclusioni.
«Il verme che rode la moderna umanità intellettuale, lo scettico criticismo ci possedeva entrambi, me e Gian-Luigi. Eravamo proprio figliuoli di quella generazione, che avendo visto rovinar tutto, avendo tentato infinite cose e riuscito a nulla, non poteva più aver fede in cosa nessuna. Gian-Luigi, senza mai aver letto Voltaire, aveva il sarcasmo potente di questo demolitore; quando più tardi mi vennero tra mano le brillanti prose di quell'arguto polemista francese che il secolo scorso scambiò per un filosofo, stupii nel trovarvi le scherzose empietà del mio compagno d'infanzia.
«Don Venanzio s'accorse degli effetti dell'opera sua e molto se ne dolse. Forse si pentì d'averci tolti all'ignoranza, nella quale probabilmente avrebbe continuata la nostra fede. Volle argomentare, vincere la nostra incredulità colla potenza della sua teologia: ma le vivaci uscite di Gian-Luigi lo confondevano, le serrate deduzioni dei miei ragionamenti lo imbarazzavano. Atterrito esclamava che per bocca nostra parlava il demonio. Povero prete! Così buono e ci amava cotanto! E l'abbiamo fatto soffrire!....
«Però se io non aveva più la cieca fede del cattolico insegnatami dal curato, non ero neppure andato all'assoluta negazione, a cui aveva fatto capo Gian-Luigi, il quale, di alcuni anni più innanzi nella vita di me, aveva nelle sue concitate passioni di giovane ribollenti nella sua anima audacissimaun incitamento alle maggiori temerità della coscienza. Oltre ciò quell'educazione che il parroco aveva incominciata di lui, era stata compita da un altro, ammirato pure dei tanti e luminosi talenti di quel giovanetto. Quest'altro era il medico del villaggio e, come tutti i medici d'un tempo, aveva per dottrina il più puro e franco materialismo. Gian-Luigi era troppo acconcio a far suoi quel sistema e quelle opinioni. Accusava me, timido ed inconseguente, perchè non sapevo spastoiarmi dagli assurdi pregiudizi, secondo lui, dello spiritualismo.
«Se avesse saputo poi che io nutriva entro me peggio di codesto, una credenza che tutti i dotti battezzano per superstizione; la credenza alle apparizioni degli spiriti umani spogliati della carne!....
«Ti confesso la mia viltà. Non ebbi mai l'ardire di pur fargliene cenno. Avrei temuto un suo scherno su questo proposito come una crudele trafittura nel più delicato dell'anima. Ci credevo, — e ci credo — e quella credenza era ed è una consolazione segreta ed un segreto conforto d'indefinita speranza. Questa credenza nel domma superbo dell'immortalità dell'anima, della permanenza della personalità umana, della perfezione dello spirito, mi riattaccava alla credenza di Dio.
— Ma dopo quella prima visione, disse Giovanni Selva a questo punto, ne avesti tu delle altre?
Maurilio fece un cenno affermativo col capo e con accento sommesso e commosso rispose:
— Sì, ma più vaghe ed incerte ancora della prima; tali però da non lasciare in me il menomo dubbio. Sempre quella medesima forma donnesca in atto pietoso. La voce soave non l'udii più, o qualche rara volta, un monosillabo, un'esclamazione soltanto. Mi appariva — e da qualche tempo tornò ad apparirmi — nel crepuscolo vespertino ad ogni volta. Io vedeva nell'aria un mesto sorriso; e mi si cancellava dinanzi. Le tendevo le braccia, la invocavo col grido dell'anima: era sparita. Quando avevo sofferto di più, quando Giovanna e Menico mi avevano peggio maltrattato, ella soleva consolarmi del suo fugace passare innanzi ai miei occhi. L'aspettavo. Certe volte ero contento d'aver patito assai lungo la giornata, perchè speravo che la sera avrei visto il mio buono spirito. E non sempre veniva, ed era allora in me un'amarissima delusione, nuovo più forte dolore. Mi sentivo allora tanto solo nell'universo! Poichè Don Venanzio mi aveva narrato dell'esser mio, avevo dato un nome a quella ombra, e non avevo pure un dubbio che quel nome non fosse suo. La chiamavo mia madre.
«Il mondo soprasensibile mi parlava così all'anima, ed il mondo reale, crescendo negli anni, mi parlava con agognante curiosità alla mente. Cominciò a travagliare il mio spirito intorno al problema della mia nascita. Volli cercare la ragione per cui de' genitori erano costretti a condannare i nati dal sangue loro a quell'insulto che mi gettavano in faccia gli uomini spietatamente colla parola bastardo; e questa ragione, in mezzo ai miei studi incompleti, mal digesti, fatti alla ventura, mi apparve circondata dagli spinosi avvolgimenti della quistione sociale. Il problema della ricchezza e della povertà mi affannò allora ancor esso con una dolorosa confusione del mio spirito. Il buon Don Venanzio non era a gran pezza capace di dire una parola che mi fosse in quello scombuiamento un richiamo, una guida; egli non aveva che una spiegazione sola, un unico principio a cui tutto subordinava come effetto a causa: la volontà di Dio. Questa spiegazione più non bastava al mio scetticismo crescente. Mi ribellavo a veder chiudere in quell'angiporto i miei audaci perchè. Il concetto dell'armonia universale mi sfuggiva, e facendo, come avviene, centro all'universo della mia povera individualità e tutto ad essa recando, conchiudevo suprema ragione delle cose terrene essere l'ingiustizia. L'umanità, quindi, credevo affatto fuor di strada; la rivoluzione sociale essere una necessità assoluta, chi non volesse la civiltà caduta in vecchiaia, fatta impotente, cristallizzata, per dir così, in forme inefficaci, colpite di morte, e però da spegnersi come le civiltà dell'antico Oriente.
«Non abbracciavo tutte le parti dell'immenso quesito. Non apprezzavo e non conoscevo la virtù immensa, e sola effettiva, e sola creatrice, del graduato e lento moto di riforma, in una parola, del progresso, a cui la terra medesima e tutto l'universo deve l'attuale suo stato e dovrà gl'immegliamenti avvenire. Circonchiuso in istretti limiti segnati, me inconscio, dal mio interesse personale, esageravo colla foga esuberante della prima giovinezza.
«Più di me esagerava Gian-Luigi, anche in codesto. Il suo pensiero aveva ancora più temerità e meno logica del mio. Dal medico, il quale con tanto amore l'avea preso a proteggere, egli era ogni anno mandato a Torino per gli studi. Il bravo uomo — senza prole — sognava vedere Gian-Luigi addottorato in medicina, succedergli nella clientela del villaggio, ed a lui vecchio prestare negli ultimi anni le amorose assistenze d'un figliuolo.
«Ma quanto una simile sorte era lungi dal bastare all'irrequieta ambizione del giovane! Fin dapprima questi non anelava che ad una cosa: potersi allontanare di tanto da quel villaggio che nessuno udisse mai più nulla di lui, fuorchè — com'egli si lusingava ottenere — la sua fragorosa celebrità; e non tornarci mai più, fuorchè circondato da una brillante aureola di gloria.
«— Vorrei, mi diceva più volte nei nostri confidenticolloqui, vorrei che strabiliassero tutti che un uomo simile sia venuto fuori dal guscio di quel bastardo che essi disprezzavan cotanto.
«Questo disprezzo era eziandio per lui un tormento uguale se pur non maggiore a quello che io ne provava; quantunque verso di lui siffatto sentimento si manifestasse assai meno che non verso di me, perchè egli era forte, robusto, arditissimo, di sembiante meravigliosamente bello, possedeva una certa autorevole imponenza di persona che faceva effetto su tutti, ed inoltre gli era di salvaguardia la protezione del medico, uomo nel villaggio assai considerevole e stimato.
«Molte volte Gian-Luigi protesse la mia debolezza contro gl'insulti dei compagni, e talora — cosa che mi parve un'audacia incredibile — perfino contro i maltrattamenti di Menico e di Giovanna che io temeva, massime quest'ultima, più di ogni cosa al mondo. La comunanza dei pensieri e dei sentimenti e la riconoscenza che io dovetti mettere in lui per queste ragioni, fecero che io amassi allora Gian-Luigi più di tutti, più ancora del buon Don Venanzio, il quale era pure il solo in cui avessi trovato il tesoro d'un affetto che aveva del paterno. Credevo esser amato ancor io dal mio compagno, ma quanto m'illudevo! Egli ha in codesto uno dei privilegii consentiti alla sublimità del genio: non ama che sè, non pensa che a sè.
«Dappoi che gli era solito venir a passare in Torino, per cagione degli studi, la maggior parte dell'anno, il soggiorno del villaggio era diventato a Gian-Luigi intollerabile. Fastidiva tutto. Nei primi giorni dopo il suo arrivo, si piaceva alquanto a restar meco, per dirmi tutto quello che aveva provato, tutto quello che aveva visto, pensato, sentito, tutte le sue speranze, tutti i suoi pazzi progetti che detti da lui parevano i più facili del mondo a compirsi, tutti i suoi sogni impossibili, che passando per la sua bocca, nella foga eloquente del suo discorso, pigliavano l'aspetto di cosa naturalissima. Ero io il solo in quel paese che potesse capirlo, partecipare a quei suoi sentimenti, completarli quasi coll'appassionato concorso. Io faceva sempre la mia solita vita, se non che lavoravo assai più, pensavo ancora maggiormente, e rubavo le ore al mio sonno, di cui avevo pur tanto bisogno, per leggere e studiare di soppiatto. Gian-Luigi veniva a cercarmi là al pascolo; e che festa per me il vederlo! Ad ogni volta però egli mi si presentava così cambiato in signore che io rimaneva tutto interdetto e non osavo più abbracciarlo. Egli mi recava innanzi gli abiti, le maniere, il profumo, quasi direi, della vita signorile di città; e ti lascio pensare qual effetto tutto ciò dovesse produrre in me. Maggior effetto mi producevano ancora le sue parole. Esse mi svelavano alla fantasia desiosa il mondo novello vagamente immaginato, l'Eden sociale da cui eravamo esclusi noi due, ma di cui egli s'era già pur tuttavia avanzato sino sulla soglia a mirarvi per entro ed in cui giurava di voler entrare.
«Le sue parole mi destavano un tumulto indescrivibile, e me lo destavano del pari i libri che egli mi recava. Furono i primi romanzi che vennero a dar forma più precisa a quella moltitudine di esseri immaginarii che riempivano le scene svariate e confuse delle mie fantasticaggini. Come divoravo quei volumi! Li recavo meco dappertutto e leggevo, leggevo, leggevo, finchè mi bastasse la vista.
«Trascorsi alcuni giorni, quando egli mi avea detto tutto, anche la mia compagnia tornava sazievole a Gian-Luigi. Non solamente non mi cercava più, ma se io andava in traccia di lui, mi sfuggiva. Siccome l'amavo, ciò mi faceva soffrire. Con colpa ben maggiore, egli sfuggiva altresì la brava donna che l'ha allevato, e che aveva ed ha tuttavia in lui un affetto più che materno. A chi gliene muovesse rimprovero, egli rispondeva sdegnoso: non esser egli come tutti gli altri, e le sue azioni quindi da non misurarsi alla regola comune; non aver egli legami di sangue con nessuno sulla terra, epperò averlo sciolto il fato da ogni e qualunque obbligo verso chicchessia. Come nessuno, egli non amava nulla di colà, e quei luoghi che erano sì cari — e lo sono ancora — a me, che pure in essi ho sofferto cotanto, quei luoghi non dicevano niente all'anima sua; ed il suo più lieto momento era quello in cui li dovea abbandonare per tornarsene col pretesto degli studi a Torino.
«Se il medico, il quale lo manteneva all'Università, fosse vissuto, io non so che cosa sarebbe capitato di Gian-Luigi. Forse avrebbe finito per acconciarsi alle voglie del suo protettore ed al destino che questi gli preparava; ma prima che il giovane terminasse il suo corso di medicina, il dottore, assalito da una violenta malattia, in pochi dì soccombette.
«Unico suo desiderio, sul letto di morte, fu di vedere ancora Gian-Luigi che allora trovavasi a Torino. Mandato a chiamare in fretta in fretta, il giovane venne ad assistere all'agonia del suo benefattore. A quello che ne udii, fu uno spettacolo fatto per addolorare un credente, ma non per ammollire l'anima di un incredulo. Il medico materialista, malgrado tutti i tentativi di Don Venanzio, morì nell'interezza delle sue opinioni antireligiose. Gian-Luigi assistette al desolante spettacolo di un'anima che lotta fisicamente contro la morte e giace vinta da questa senza recare seco pure un barlume di speranza. La vita conchiusa tutta in questo breve periodo di tempo, per un'anima nata dal nulla e che torna nel nulla, gli apparve sempre più una lotta in cui bisognavasopravanzare, un giuoco in cui bisognava vincere. Si confermò nella sua credenza: la soddisfazione dei proprii istinti, l'appagamento dei desiderii, essere legittima e suprema regola di vita.
«Il buon parroco non rifiutò le preghiere della Chiesa a quell'incredulo impenitente che ne avea rifiutato i sacramenti.
«— Preghiamo sempre, egli soleva dire in ogni occasione. La preghiera non può dirsi inutile mai, e dirla proibita mi par quasi un'eresia. D'altronde chi può porre un limite alla misericordia di Dio?
«Gian-Luigi accompagnò sino al cimitero la bara del suo benefattore. Credevo di vederlo piangere. Invece l'occhio suo era asciutto e quasi più vivace del solito; aveva le guancie un po' pallide. Stette muto, e non fece il menomo atto che svelasse il suo dolore. Quando la bara fu coperta di terra, egli si volse indietro tranquillo, senza pronunziare una parola e se ne partì lentamente.
«Il cane del povero medico morto aveva seguito ancor egli il funebre corteo, ed ora, sdraiatosi sul cumulo di terra smossa sotto cui giaceva il cadavere del suo padrone, guaiva dolorosamente.
«Io mi affrettai dietro Gian-Luigi, e lo raggiunsi che camminava col medesimo passo lento, a capo chino.
«— Povero dottore! Io cominciai per dire a Gian-Luigi. Come presto egli ti fu tolto! Ti compiango, e sento il tuo danno e il tuo dolore, come se fossero miei.
«Egli non mi rispose tosto, ma continuò a camminare di quella guisa, quasi che non prestasse la menoma attenzione alla mia presenza nè alle mie parole.
«Dopo un poco mi disse:
«— Sì, povero dottore! Che vita fu la sua? Aveva studiato assai, sapeva molto e la sua esistenza rimase rinserrata in questa misera tomba di vivi che è il villaggio! A che cosa gli valse avere ingegno? Passò come un'ombra nel mondo, come passano tutti gli stupidi che riempiono di loro inutil persona quelle brutte casipole laggiù per soffrir di stenti, d'ogni privazione, procreare altri stupidi ed altri infelici al pari di loro e venire poi colla loro putredine ad ingrassare le alte erbe del cimitero che abbiamo or ora lasciato. Forse quell'uomo si meritava di meglio.
«Tacque un istante, e poi crollando le spalle con un certo suo atto pieno di orgoglio, soggiunse:
«— Oppur no; ebbe la sorte che seppe o che volle acquistarsi. D'altronde oramai la sua vita era conchiusa. Ne aveva egli tratto tutto quello che poteva o sapeva. Per lui tutto era finito. La decrepitezza è un prolungato tormento; è stato avventurato che la sorte volle risparmiarglielo.
«Le fredde parole di Gian-Luigi mi facevano pena, e non sapevo pure come ripigliarnelo, e non osavo, perchè allora ancor io sottostava a quell'ascendente che la ricca di lui natura esercita sopra chi lo accosti. Ma conoscevo allora per la prima volta con precisione quanto il mio amico mancasse di cuore, e sentivo il mio invaso come da un gelo, e ne provavo entro di me irritazione e dolore.
«Proseguimmo per alcuni passi, senza parlare e l'uno e l'altro.
«Nella campagna, silenziosa a quel momento, suonavano lamentosissimi gli ululati del povero cane che piangeva sulla fossa del suo padrone.
«Non potei trattenermi dal dire a Gian-Luigi con manifesta allusione alle sue parole ed alle sue condizioni:
«— Povera bestia! Odi come quel cane si lagna sconsolatamente. Egli sente d'aver perduto il suo benefattore, egli piange la sua mancanza.
«Gian-Luigi m'interruppe vivamente:
«— Il suo è dunque un egoismo. Incapace di procurarsi la vita da sè, rimpiange il pane perduto con quell'essere sepolto.
«— Ah no: diss'io: in quel dolore c'è anche l'affetto.....
«— Un affetto, ribattè egli seccamente, regolato dall'istinto e non guidato dalla ragione.
«Io mi tacqui. Cominciai da quel momento ad esser chiaro della vera natura di Gian-Luigi, e una profonda amarezza mi scese nell'anima.
«Camminammo in silenzio fino all'entrata del villaggio; colà si separò da me con un brusco saluto, e volto a destra s'avviò di buon passo verso la campagna.
«Stetti alcuni giorni senza vederlo. Finalmente me lo vidi comparire innanzi mentre ero al pascolo, sotto i miei favoriti ontani. Aveva l'aspetto più serio dell'usato e risoluto come d'uomo che ha deciso oramai sulla sua sorte.
«Mi tese una mano e mi disse col simpatico accento della sua bella voce vibrata ed armoniosa:
«— Addio, Maurilio, io parto; abbandono questo villaggio — per sempre — e le più dolci memorie che io ne porti meco son quelle che ti riguardano, e se a questi luoghi ed a questi tempi trascorsi tornerà il mio pensiero, sarà per te soltanto, per trovarvi le traccie dei momenti che abbiamo insieme passato.
«Mi parve commosso, se pure non fingeva, se pure non era la mia commozione che mi faceva scorgere per errore la sua. Io mi sentii stringere il cuore e la gola. Lo guardai con occhi meravigliati, sgomenti, che di subito si riempirono di lagrime.
«— Tu parti! Potei dire soltanto. Per sempre?..... Gran Dio! Non ci vedremo dunque più?
«Egli sorrise compassionevolmente.
«— Qui, no certo, disse; od almeno è difficile molto; ma ciò non significa che non abbiamo adincontrarci mai più. Verrai tu pure a Torino, e là mi ci troverai tale e quale ora sono.
«Qual probabilità v'era allora per me, di venire a Torino? Nessuna. Mi credevo condannato a vivere in quel villaggio tutta la mia vita, per allontanarmene forse soltanto alcune volte ad accompagnare Menico nelle sue gite alla città, così mattiniere che potevano dirsi notturne. Come avrei potuto vedere ancora Gian-Luigi? Ritenni per sicuro che quello era fra noi l'ultimo addio. Colla partenza di lui, mi parve da me si dipartissero tutte le belle giovanili speranze, tutto quel mondo di sogni e d'idee in cui mi piacevo cotanto far correre la mente; mi parve rimanessi allora affatto solo sulla terra e venissi chiuso inesorabilmente in quella esistenza di miseria, di abbiezione, di ignoranza che aveva per cornice il fetido tugurio di Menico. Un impeto irrefrenabile di dolore mi invase di presente; sciolsi con brusco atto la mia mano dalle sue, e coprendomi la faccia scoppiai in pianto.
«Gian-Luigi tacque per un poco. Quando, già vergognoso di quello sfogo infantile, rivolsi gli occhi verso di lui, lo vidi che mi guardava con una certa compassionosa meraviglia che quasi mi produsse l'effetto d'uno scherno, e sorpresi in lui quel suo disdegnoso crollar di spalle che ti ho detto. Codesto mi rasciugò repentinamente le lagrime entro gli occhi. Mi sentii freddo ad un tratto ancor io, e benchè avessi tuttavia il cuor grosso, le mie sembianze poterono acconciarsi all'indifferenza.
«Egli sedette presso di me e mi raccontò come e perchè partisse. Il medico aveva scritto nel suo testamento che gli eredi fossero obbligati ad una annuale provvigione verso Gian-Luigi, fino a quattro anni dopo che egli avesse preso la laurea in medicina; aveva lasciato inoltre al suo protetto, per legato, tutti i suoi libri e stromenti della scienza che voleva il giovane finisse di apprendere. L'obbligazione loro imposta pareva un gravame intollerabile agli eredi, che se ne lamentavano come di una matta ingiustizia. Gian-Luigi, sdegnoso di codesto, impaziente di dover dipendere da quei tali, propose loro per transazione: gli pagassero di subito una data somma, egli li esonererebbe da ogni obbligo nell'avvenire, gli lasciassero prendere i libri e strumenti del legato, ed egli con essi si allontanerebbe che non avrebbero mai più avuto il menomo fastidio per fatto suo. La proposta fu volentierissimo accettata.
«— Ed ora, conchiudeva Gian-Luigi, io parto e vado ad affrontare l'ignoto. Con quella somma avrò bene di che vivere un anno! In dodici mesi quante cose possono succedere! Quante ne può compire una volontà tenace!... Che farò io? Non lo so ancora. Forse continuerò a studiare la medicina, forse no... come vedrò le circostanze, come sentirò l'interna ispirazione dettarmi. Ma ho diciannove anni soltanto! Ho qualche cosa entro questa fronte, e in questo petto. Voglio che gli uomini abbiano a conoscermi ed inchinarmi, per Dio! L'umanità mi ha rigettato fin dalla nascita... Me le imporrò colla forza di questo ingegno, colla potenza di questo volere cui nulla può piegare.
«Si drizzò in piedi, brillante lo sguardo, animato nel volto, tumide d'orgoglio le labbra; e voltosi dalla parte in cui al fondo al fondo, nel vaporoso aere della campagna, si vedevano vagamente indicate le ondulazioni della collina di Torino, tese la mano verso colà e pronunciò con indicibile accento di energia, di agognamento, di avida bramosìa:
«— A noi due, o mondo della ricchezza; mondo dei piaceri, della bellezza, dello sfarzo, dell'ambizione, della potenza, preparati ad aprirmi il varco. Lo voglio. Ci riuscirò. Voglio la mia parte de' tuoi tesori — e la mia parte ha da essere quella del leone.Nominor leo!
«Gian-Luigi partì. La brava e povera donna che gli aveva fatto da madre, ne pianse lacrime di sangue. Egli le diede l'ultimo addio, incommosso, fissando coll'occhio ardente quel punto lontano verso cui si dirigevano i suoi passi; promise con accento di leggerezza, quasi d'impazienza le avrebbe scritto, le avrebbe fatto sapere sue notizie, non l'avrebbe in niun modo dimenticata, ma ben si vedeva che le erano parole a cui non avrebbero tenuto dietro gli effetti.
«Fece pessima impressione in paese, ed anche in me il fatto che il giovane, della somma ricevuta dagli eredi del medico, neppure la menoma parte non offerisse a sollievo di quella donna ormai vecchia, che lo aveva allevato, la quale, rimasta vedova, era caduta in una vera miseria.
«Essa, la buona Margherita, non domandava nulla, non si lamentava di nulla, non vedeva nulla che fosse menomamente da rimproverarsi nel suo diletto Gian-Luigi; ella aveva tanta fiducia in lui, che credeva alle sue fredde parole ed alle sue leggiere promesse. Accompagnammo il giovane ella ed io soli un tratto sino al crocicchio in cui la via comunale attraversava quella reale di X... per a Torino, dove la Diligenza doveva prenderlo e portarselo seco alla capitale.
«Gian-Luigi aspettava con impaziente inquietudine questa Diligenza. Quando essa sopraggiunse, ci salutò in fretta, strinse appena a me la mano e staccatosi dalle braccia della Margherita, che si era gettata perdutamente al suo collo, si arrampicò alla svelta sull'imperiale della carrozza, e questa riprese la sua corsa pesante, avvolgendosi in dense nuvole di polvere.
«La donna ed io stemmo là piantati a seguitar collo sguardo la Diligenza; e quel crudele che con essa da noi si allontanava, mai non fu che sivolgesse pure una volta a darci un ultimo sguardo, a fare un ultimo cenno di saluto.
«Seguitammo cogli occhi quel polveroso carrozzone, finchè lo potemmo scorgere. Che cosa pensava, che soffriva essa la povera Margherita? Confesso che io la dimenticai un istante, assorto nel mio particolar sentimento, che a quel punto era una segreta invidia per quel felice il quale andava a gettarsi nel vortice del mondo, vagheggiato ed abbellito dalla nostra fantasia. Io pure mi sentiva nell'animo una certa ambizione che mi pareva nobilissima — e forse era. Io pure orgogliosamente mi dicevo, e mi dico, che sotto le ossa del cranio la natura mi ha posto una forza da sopravanzare nel mondo, la forza del pensiero, una ricchezza di fosforo cerebrale da accendersi, consumarsi, ma gettar luce e brillare!.....
«Quando la Diligenza fu affatto fuor dell'arrivo dei nostri sguardi, richiamò la mia attenzione verso la misera donna uno scoppio di singhiozzi che ruppero dal suo petto. Finchè essa aveva visto Gian-Luigi, finchè ancora aveva potuto vedere quel legno che seco lo portava, il dolore della infelice si era contenuto, quasi la si era fatta una pietosa illusione che la tremenda verità non fosse. Ma ora tutto era sparito ai suoi occhi: ogni coraggio ed ogni forza l'abbandonavano ad un tratto. Le lagrime che prima le colavano silenziosamente giù delle guancie arrugate irruppero con violenza irrefrenabile dai suoi occhi.
«— Me misera! Esclamò essa coll'accento straziante della disperazione. Sola! sola! rimango sola!... E lo vedrò io ancora sulla terra?
«Si lasciò cadere sopra la sponda della stradicciuola che mena al villaggio, e là, seduta, reclinò il capo sulle ginocchia, piangendo amaramente.
«Io volli consolarla. Che la capitale non era in capo al mondo, le dissi: che Gian-Luigi sarebbe tornato a vederla, che trattandosi della ventura di lui, ella doveva rassegnarsi a non averlo più seco di continuo.
«Ma essa, cui il dolore in quel punto faceva giustamente prevedere il futuro, mi rispose crollando il capo:
«— No, no, Gian-Luigi non tornerà più a vedermi. Egli mi dimenticherà del tutto..... forse mi ha già dimenticata fin d'adesso..... Non lo avrò a chiudermi gli occhi quando morrò; e chi sa se potrò ancora vederlo più sulla terra!
«Si tirò sugli occhi il fazzoletto di cotone onde si copriva il capo e mi pregò la lasciassi stare colà; aver ella bisogno di essere sola, la mia vista in quel momento esserle di pena. Mi allontanai e venni solo al villaggio, stranamente commosso nell'animo. Invidiavo il mio compagno d'essere partito per quella terra dei sogni, verso cui sì acceso pure si volgeva il mio segreto desio; lo invidiavo ancora di più per essere egli amato di quella guisa, come lo amava Margherita. Se io fossi stato amato così oh certo non sarei partito, mi dicevo; ma aimè! nessuno mi amava!...
«L'idea di fuggire dal villaggio, di correr sulle traccie di Gian-Luigi, di affrontare ancor io l'incognita del destino mi venne allora subitamente e per la prima volta; e bene spesso doveva tornarmi e sempre più imperiosa, di poi. Ma come porla in esecuzione? Quali mezzi avevo? E poi, se non l'affetto, il timore mi legava a quelli che mi avevano allevato, ai quali divenuti vecchi ero oramai necessario. Non avevo tanto coraggio da abbandonarli: mi pareva che la mano adunca della Giovanna e lo staffile di Menico mi avrebbero sopraggiunto dapertutto.
«Passai un anno più tormentoso e più arrabbiato degli altri. Anche la mia benigna visione pareva mi avesse abbandonato. In capo ad un anno fui libero di me, ma in virtù d'una tremenda catastrofe.»