CAPITOLO XVII.Maurilio sospese un istante la sua narrazione, esitò visibilmente, le sue guancie pallide e smunte s'infuocarono ad un tratto di cupo rossore; prese fra le sue le mani di Giovanni, e stringendogliele con forza, curvandosi su di lui, riprese a dire con isforzo ed a voce sommessa:— Poichè ti dico tutto in quest'ora di espansione dell'anima mia, ti dirò pure cosa che ho con infinita cura nascosta a tutti quelli che potei, ed a voi miei amici più studiosamente ancora che ad altri, e cui potete accusarmi l'avervi nascosta. Ma tu, che mi ami più di tutti, tu avrai compassione della mia vergogna, e perdonerai alla mia debolezza.— Parla, parla: disse Giovanni con molto affetto, corrispondendo alla stretta convulsa delle mani di Maurilio.— Odimi adunque, esclamò questi, levando il capo ed agitandolo, come per iscuoterne un peso che lo gravasse; e così continuò il suo racconto:«Ti ho già detto e ripetuto che Menico e Giovanna erano le due creature più avare di questo mondo. A me misuravano con tanta parsimonia il pane che avevo continua compagna la fame; a se stessi rifiutavano ogni cosa che passasse il necessario, ed anco questo riducevano ai più stretti limiti che sia possibile immaginare; sola eccezione faceva Menico per sè, quando si abbandonava all'ebbrezza. Una mattina di autunno Menico ne tornava dalla città secondo l'usato, che codesto non aveva mai voluto smettere di far egli stesso, per nulla fidandosi di me, quando sull'orlo della strada trovò un bel mucchietto di funghi che parevano mangerecci ed i più belli che fossero mai. Pareva che alcuno li avesse raccolti e poscia abbandonaticolà. Al vecchio avaro a cui piacevan di molto, parve una buona ventura l'impadronirsene e farsene una corpacciata senza costo di spesa. Li prese, e recatili seco a casa, la Giovanna li fece cuocere, e se li mangiarono tutti con una ghiotta esultanza che nulla più. A me, non occorre pur dirlo, non diedero nè offerirono neppure un briciolo di tanta leccornia.«Venuta la sera, se ne andarono a dormire che erano i più soddisfatti che fossero sotto la cappa del cielo. Io mi arrampicai a mia volta sopra il tavolato nella tettoia, che era definitivamente diventato mio abituro, e sulla paglia degna del canile che ci avevo colà non tardai ad addormentarmi. Avevo allora diciassette anni, lavoravo tutto il giorno più forse che non permettessero le mie forze, onde non è a dire se il mio sonno fosse profondo, duro e tenace.«Quella notte certo alcun rumore dovette succedere nella stanza ove dormivano i due vecchi; forse chiamarono aiuto: Menico si levò e venne fino in sulla soglia per cercarne, e là di sicuro mi avrà chiamato colla voce già arrangolata dalla morte: ma io non udii nulla.«Mi svegliai al mattino e mi stupirono forte due cose: che il sole battesse già sopra il fumaiuolo del tetto della casa, il che indicava esser l'ora più tarda di quella in cui ero solito a levarmi, e che Menico, come tutti gli altri giorni, non m'avesse fatto saltar giù al primo romper dell'alba. Il cane di guardia mandava tratto tratto un lamentoso ululato. Discesi in tutta fretta e quando fui nel cortile un miserando spettacolo mi si offerse. Menico giaceva bocconi sulla soglia della casa, il corpo mezzo fuori e mezzo dentro, immobile, le mani contratte, livide, irrigidite; e il cane sdraiatosi presso alzava di quando in quando il capo insù e guaiva dolorosamente come avevo udito fare quello del medico sulla fossa del suo padrone.«Accorsi di slancio verso il giacente, chiamandolo per nome. Non sapevo che cosa dirmi di codesto, non avevo neppur travista tuttavia la tremenda verità, ma le gambe mi tremavano. Mi chinai su di lui, sempre chiamandolo e stupito non rispondesse, ne toccai le carni, erano fredde d'un gelo che mi fece correre per le vene un brivido ripulsivo di ribrezzo, feci a sollevarlo e lo trovai pesante come una massa di piombo. Un alto spavento si impadronì di me; gettai un grido e lo lasciai ricadere; il mio sguardo sgomento corse nell'interno della stanzaccia; la Giovanna giaceva traverso il letto, livida ed immobile ancor essa, riversa, le braccia ed il capo abbandonati, con certi occhi spenti, immoti, ma spalancati che parevano fissarmi con minacciosa insistenza. Gettai un altro grido, e fuggii di là tremante, smarrito, dissennato, le chiome ritte per orrore sul capo. Mi fermarono domandandomi che fosse, avvisati dal mio aspetto medesimo che alcuna grave cosa era avvenuta. Io non sapeva che rispondere, non potevo che dire: — Menico e Giovanna.... là.... là.... andate a vedere.«Si accorse, in pochi minuti tutto il villaggio era colà, e sapeva che i due vecchi erano morti repentinamente d'una inesplicabil morte. Ora ciascuno voleva spiegarsela questa morte. Il caso aveva voluto che due giorni prima Menico e Giovanna mi maltrattassero più ancora dell'usato; ed io, che pensavo sempre più a fuggirmi di là, mi ero lasciato scappar di bocca in presenza di qualcheduno le parole, che non sempre le cose sarebbero andate di quella guisa e che avrei ben saputo un giorno o l'altro sottrarmi a quella vita da galeotto. L'occhio morto della Giovanna che mi aveva odiato e che io certo non amava, mi faceva paura; non osavo entrare in quella stanza, e per quanto mi facessero e dicessero, non lo volli mai; la mia agitazione, il mio turbamento in faccia a quella morte inaspettata erano indicibili. L'idea mi era venuta, che alcune volte, nei momenti di mio maggior dolore, io aveva pur pensato alla mia liberazione per questo modo fatale e quasi con desiderio; ora innanzi a questo fatto tremendo quel pensiero mi pareva un delitto ed io doveva aver di certo sul volto l'impronta del rimorso. Cominciai ad accorgermi che mi si guardava con sospetto, che le donne susurravano piano fra di loro, accennando verso di me, che se ne allontanavano con ribrezzo. Non capivo ancora; ma me ne sentivo inquieto. Venne la giustizia. Esaminò, interrogò anche me — che risposi il più impacciatamente e confusamente che fosse possibile. Il giudice poco accorto e poco istrutto del suo dovere eziandio, non fece procedere ad autopsia dei cadaveri nè ad altro; diede ordine i morti si seppellissero, ed iniziò contro di me processo per omicidio.«Tutto mi accusava: le parole che avevo detto, il mio contegno, lo sgomento che provai all'udire la taccia appostami, l'antipatia stessa che ispiravano altrui la mia condizione disprezzata, la mia indole scontrosa, il mio umore superbo e vago di solitudine che mi faceva fuggir tutti e rispondere con asprezza all'oltraggio. Tutti mi credettero reo, da Don Venanzio in fuori, al quale protestai della mia innocenza, ma non seppi dar ragione del fatto.«La casa e le sostanze di Menico e di Giovanna cadevano in mano a certi loro congiunti, i quali erano troppo lieti di succedere e di potersi sbarazzare di me senza aggravio nessuno; e quindi erano i più furibondi nell'accusarmi.«Io fui arrestato, ammanettato e condotto in carcere a Torino. Quando n'ero uscito, infante, era d'inverno, e mi recava sobbalzando il carrod'un lattaio; ora, dopo diciasette anni, rientravo in questa città, di sera, in una fosca giornata di autunno, sopra il carro d'un conduttore di ghiaia su cui mi si era fatto salire, perchè l'emozione e la vergogna mi avevan tolta ogni forza da poter camminare, scortato da due carabinieri.«Ero così abbattuto dell'animo che non sapevo guari come e se vivessi. Quasi non avevo più coscienza di me; direi che non sentivo più nell'interno l'anima mia. Solo un gran sentimento di vergogna mi dominava. Nessuno mi conosceva in questa città a cui mi accostavo; nessuno sapeva pur che esistessi fra quella gente in mezzo a cui passavo; e parevami che sopra ogni parete di quelle case, sopra ogni volto di quelle persone leggessi la mia condanna, il mio disprezzo.«La notte era già scura quando giungemmo. I lampioni accesi mi parevano macchie sanguigne nella tenebra notturna; sentivo un'aria soffocata come sotto una volta bassa ed angusta; il rumore delle strade mi suonava doloroso nel cervello, provai ciò che descrive Dante aver provato nell'affacciarsi alla «valle dolorosa.» Il carro si fermò in una viuzza stretta e scura; fui fatto discendere, mi si fece passare per una porta, poi per diversi anditi e salire diverse scale; dinanzi e di dietro a me mi veniva accompagnando il rumore fastidioso di chiavi agitate, di serrature che si aprivano e si richiudevano ad ogni volta, di catenacci che si toglievano e rimettevano con fracasso, di porte pesanti che cigolavano sui loro cardini, schiudendo il passo, e battevano con cupo rumore risserrandosi.«Io andava guidato da un gruppo di persone che non sapevo quali, e neppur quante fossero. Pensandoci poi mi venne ricordato che mi avevan fatto fermare in una stanzuccia, innanzi ad un tavolino a cui sedeva un uomo, che mi fu chiesto il mio nome cui non seppi nemmeno balbettare, che i carabinieri avendo risposto per me, quando pronunziarono la parola trovatello, quest'uomo seduto mi saettò in volto uno sguardo incisivo, ironico, insultante, e pronunziò un'esclamazione che pareva dire: — Me lo aspettavo; ecco un abitatore predestinato di questi luoghi; che finalmente fui spinto in uno stanzone appena se illuminato da una lucernetta appiccata in alto alla parete di faccia all'uscio e una voce mi disse: — Guardate d'aggiustarvi lì dentro: per questa notte starete senza pagliericcio che non abbiamo tempo da procurarvelo, ma alla bella meglio, o qua o colà, fate di dormire.«E la porta pesante si chiuse alle mie spalle con un lugubre suono.«Io rimasi là dove m'avevano spinto, immobile, coi piedi piantati su quel quadrello dove si trovavano. La lucernetta fumosa, con un lucignolo che era un carbone, rischiarava a stento il locale. Vedevo delle forme che non sapevo ben discernere a tutta prima, stese in linea ordinata appiè delle due pareti laterali. Un'afa gravosa, piena di acri vapori e di cattivi odori, qual può esser quella d'un luogo chiuso in cui gli aliti impuri di troppa gente raccoltavi, mi serrava alla gola e mi rendeva difficile e penoso il rifiato, a me che ero avvezzo alle pure aure dell'aperta campagna. Un romore di voci rauche discorrenti con accompagnatura di violente bestemmie sorgeva di qua e di là, e frammischiatovi il russare profondo di qualche addormentato.«Alcuni dei prigionieri all'udire aperto l'uscio s'erano levati a sedere sullo strammazzo su cui giacevano ed avevano guardato curiosamente chi fosse il nuovo compagno loro dato a quel punto.«Ben mi era apparso che parole di scherno e di schifosa fratellanza, oltraggiosi saluti di buona venuta mi accogliessero, ma la mia mente confusa e smarrita non comprendeva bene. I più, squadratomi un poco, s'eran tornati a risdraiare, non curandosi altrimenti dei fatti miei; alcuni seguitavano a guardarmi con curiosa insistenza, ed io vedeva i loro occhi accesi o grifagni a me rivolti splendere nello scuriccio di quello stanzone d'una luce sinistra e maligna.«Dopo alquanto tempo che io era colà, dato giù alquanto il tumulto che aveva luogo nella mia testa, potei udire questo dialogo:«— Gli è un poverino d'un piluccaborse per sicuro, quel cazzatello intormentito: diceva una voce grossa e rauca non molto da me lontana.«— Non ho mai visto quel muso lì, io che conosco dal primo all'ultimo tutti quelli che lavorano a Torino, soggiungeva un'altra voce esile e sottile che pareva di donna, eccetto che tratto tratto usciva in qualche nota da basso profondo. Di certo quel ragazzo non ha mai posto piede nella bettola di Pelone.«— È vestito come un paesano del contado.«— Sta a vedere che gli è un ladro di campagna.«— Mi ha tutta l'aria d'un rimminchionito.«— Bisognerà farlo cantare... A me, a me che gli vo torre il filo della camicia.«Così disse quel della voce esile e dirizzando poscia il capo verso di me, fe' con esso un cenno di richiamo:«— Ohei, martuffino, figliuolo d'una versiera, dà un po' retta qui.«Io lo guardai: gli occhi piccoli, irrequieti, malignamente vivaci di colui che mi parlava — un omicciattolo mingherlino, collo stampo di tutti i vizi sulla faccia degradata e i bernoccoli di tutte le più brutte passioni sul cranio raso di capelli — quegli occhi mi fecero rabbrividire. Chinai lo sguardo innanzi al lume sinistro di quegli occhietti e mi sentii tutto invaso da una penosasuggezione, da un profondo timore, da un insuperabile ribrezzo.«— Sei tu muto o scemo, caro il mio bamboccio da forca? Riprese quel cotale. Vieni un po' qua che facciamo conoscenza, poichè siamo alloggiati alla medesima osteria.«Io nè mi mossi, nè feci motto.«Egli allora si levò a sedere.«— Oh oh! esclamò: gli è un sordo e muto, nato e sputato: ma sta a vedere, Stracciaferro, che io fo il miracolo di guarirlo in un momento.«L'omaccione della voce grossa e rauca si pose supino sul suo stramazzo, colle mani intrecciate sorreggendosi di dietro la testa, e disse ridendo sguaiatamente.«— Vediamo un po' i tuoi miracoli, Graffigna.«Quest'ultimo tornò a sdraiarsi, poscia strisciando come una serpe sul pavimento ed allungandosi in modo straordinario delle membra, mi sparò in uno stinco a tutta forza un calcio col suo piede armato d'un pesante zoccolo di legno, munito di chiodi di ferro.«Il dolore che ne provai fu più forte d'ogni altro sentimento, più forte del mio orgoglio e della mia volontà. Diedi un grido, le gambe mi mancarono sotto, e caddi per terra là dove mi trovavo. Credetti per sicuro avere lo stinco spezzato. Le lagrime mi vennero agli occhi e non potei avere più tanta forza in quel momento da ricacciarle indietro o da nasconderle.«L'omaccione sghignazzava a gola spalancata, come della più piacevole facezia che avesse visto mai; l'acuto mio grido aveva svegliato qualche dormente, il quale brontolava del sonno interrotto e mi mandava ai cento mila diavoli: Graffigna esclamava in tono trionfante colla sua voce in falsetto.«— Ve', se l'ho saputo toccar nel debole!«Quello scellerato, trascinandosi sempre per terra a guisa di rettile, mi si venne accostando. Sentivo una paura ed un abborrimento da non dire. Avrei dato non so che cosa per potermene allontanare. Provai ad alzarmi, e il dolore non me lo consentì.«— Là là: diss'egli: non muoverti, non agitarti, sta buono, bell'amorino da galera. Questo non è altro che un piccolo ammonimento, che quando Graffigna ci parla bisogna rispondere. L'hai capito eh?«Mi pose una mano sull'avambraccio; e quel contatto mi fece fremere.«— Non toccatemi...... lasciatemi stare: gridai con vero terrore tirandomi in là più che potessi.«Ed egli trattenendomi:«— Sta buono che non ti voglio mica mangiare; se tu fossi un pezzo di prosciutto... meno male!«Mi cacciò impudentemente le mani addosso e mi palpò con isfacciato cinismo.«— Sei magro come un'acciuga. Che cosa faremo di te qui dentro? Sei buono nè da questo nè da quello.«Dirti il ribrezzo che provavo è impossibile, eppure stavo là passivamente sotto lo schifoso toccare di quelle luride mani, incapace com'ero diventato assolutamente di muovermi.«— I birri, t'avranno frugato ben bene, continuava Graffigna, e non t'avranno lasciato neppure la croce d'un centesimo, non è vero? vediamo un po'. (E mi frugava con una destrezza insuperabile). Se lo dicevo! Asciutto come un fiasco che è passato per le mani di Stracciaferro. E tu, povero coso, non avrai saputo mettere in salvo tanto da pagarci la buona venuta... E qui dentro, in un modo o nell'altro bisogna pagarla; e se non hai denaro la pagherai colle opere... Questo te lo dico io.«Ed egli mi diceva il vero pur troppo. Io divenni il servo di tutti que' tristi e ad ogni più umiliante cosa, ad ogni loro capriccio mi obbligarono con sevizie di tutta fatta, piacendosi di quando in quando a tormentarmi per iniquo diletto da occupar loro la noia.«Non ti dirò tutto quello che mi avvenisse in quella bolgia d'inferno. Ti basti sapere che d'ogni fatta orrori io ne udii narrati e d'ogni sorta sconcezze ne vidi; io cui la vita della campagna in mezzo alla natura aveva almeno conservato sino allora incorrotto nella mia pudica ignoranza.«Credi pure: una delle prime riforme che occorrano nel nostro ordinamento civile si è quest'essa delle carceri. L'imprigionamento preventivo, in massima, può essere talvolta una solenne ingiustizia che punisca crudelissimamente un innocente, com'era il mio caso; in fatto poi, applicato com'esso è appo noi, è una scuola infame di corruzione e di delitti per chi o è puro tuttavia, dopo un primo fallo altresì potrebbe ancora esser facilmente ridotto alla buona strada.«Pensa al mio caso ed alle mie condizioni, e non potrai a meno che rabbrividire. Giovane appena di diciasette anni, mentre non avevo ancora nemmanco in me l'idea del delitto, e l'uomo colpito dalle leggi mi appariva come un mostro quasi fuori della natura, ero gettato in mezzo ad una frotta di scellerati che dei loro delitti si compiacevano e menavano vanto, ed avevano dai compagni misurata la stima appunto dalla audacia e dalla grandezza della colpa commessa.«A ritenere dal male giova moltissimo, forse più che ogni altra cosa, il pensiero ch'esso sia ripugnante alla nostra natura, che il delitto non sia il retaggio che di certi esseri predestinati da noi ben differenti, che fra noi ed i colpevoli corrauna gran distanza difficilissima a superarsi. Più state lontani dallo spettacolo e dalla conoscenza del male, e più sarà in voi radicata questa salutare idea. Non crederete possibile il far male, perchè non avrete l'abitudine di pensarci e conserverete per esso tutto l'orrore che vi hanno inspirato od avete da voi medesimi concepito. Ma prendete un povero diavolo cui la giovinezza faccia più impressionabile alle cose circostanti e cacciatelo in quella trista atmosfera di scelleratezze; dapprima il suo orrore sarà cresciuto a dismisura, e soffrirà moralmente, come parola umana non può esprimere; poscia, del pari che il corpo ai patimenti ed alle intemperie fisiche, la sua anima s'incallirà, per così dire, a poco a poco a quello sciagurato ambiente del male; la mostruosità del delitto, che gli pareva impossibile ad allignare nel suo animo, finirà per apparirgli la cosa più naturale del mondo e se ne sentirà entro se stesso i germi; se quell'infelice condizione perduri, giungerà a credere portato della natura umana il delitto, stoltezza o pregiudizio l'onestà e la virtù.«Codesto press'a poco provai io stesso, e se non caddi fino a quest'ultimo grado, lo debbo ed al buon don Venanzio, che tutto s'adoperò per ottenere la mia liberazione, e più ancora all'intervento pietoso del mio buono spirito protettore.«I due principali in quella congrega di scellerati erano i due che ho già nominati: Graffigna e Stracciaferro. Erano essi che più mi tormentavano e più mi tenevano seco. M'inspiravano odio e paura: il primo peggio che il secondo, quantunque Stracciaferro fosse il più violento e in apparenza anche il più feroce. Ma non so quale ignoto sentimento, che anche oggidì non so come spiegare, mi faceva desioso di conoscere, di esaminare quella rozza, selvaggia, barbara natura.«Un vincolo fortissimo di antica complicità nei delitti si vedeva che legava questi due uomini in un'infame amicizia; ma essi lo dissimulavano. Graffigna, che era quello dei due il quale aveva la parola sciolta, raccontava ai compagni, che ammiravano, i fasti sciagurati della loro vita; e mentre l'uditorio applaudiva, Stracciaferro, giacendo quasi sempre disteso nella sua lenta mole, si contentava di sorridere con una specie di orgoglio bestiale.«Fra tutti quei delitti ce n'era uno che Stracciaferro non voleva udire ricordato. Graffigna aveva fatto cenno di esso una volta, e il suo complice, divenuto pallido come un cencio, esclamò con ira insieme e quasi spavento.«— No, no, non quello, non quello.«Bastava codesto perchè grande fosse appunto in tutti la curiosità di saperlo, e ti confesso che ancor io partecipava di questa malsana curiosità.«Eravamo in principio di novembre, il giorno tristissimo dei morti. Da qualche giorno Stracciaferro era tristo, cupo, taciturno; Graffigna sorrideva e crollava le spalle guardandolo con molta compassione. Quando s'interrogava Stracciaferro che cosa avesse, egli non rispondeva che mediante un grugnito con cui voleva dire: lasciatemi tranquillo; quando se ne chiedeva a Graffigna, egli diceva sottovoce, perchè il suo complice non udisse: — Siamo ne' suoi giorni neri; parecchi anni sono a questi dì ci capitò quel certo affare ch'ei non vuol mai gli si ricordi, e il pover uomo ha la debolezza di sentire qualche cosa a rosicchiarlo nello stomaco.«La notte dei morti, io che dormiva non lontano da lui, udii Stracciaferro gemere, lamentarsi nel sonno, lo vidi agitarsi e ad un punto levarsi di scatto a sedere sul giaciglio come desto improvviso, esclamando:«— Ah! la Gegia! la Gegia!«Tutto taceva, eccetto il profondo russare di alcuni addormentati; il lumicino appiccato alla parete mandava una fioca luce nell'androne; a quello incerto chiarore mi parve scorgere livide per paura le guancie di quell'omaccione ed irte sulla sua testa le chiome. Stette egli un poco così, quasi smemorato, guardando attorno con occhi sbarrati, poi si passò la mano sulla fronte due o tre volte, come per cancellarne un tenace pensiero, e gettando un profondo sospiro tornò a sdraiarsi.«Il domattina Stracciaferro era pallido ed aveva ancora contratti i lineamenti. Quasi non disse verbo di tutto il giorno. Mi guardai bene dal lasciarmi sfuggire un sol motto che potesse fargli supporre aver io visto il suo turbamento notturno.«Graffigna cercò motteggiarlo; ma, senza neppur disserrare le labbra, Stracciaferro lo guardò di tal guisa che quell'altro non ebbe più ardire di aggiunger parola. Verso sera alcuni dei prigionieri avendo cominciato a cantare, secondo il solito, una delle luride loro canzonaccie, Stracciaferro con voce tonante impose loro silenzio, e tutti si tacquero, tanto era il predominio che gli avevano dato la sua superiorità di forza muscolare e di colpe.«— Non c'è che un modo per addomesticare quest'orso: disse Graffigna ristrettosi cogli altri prigionieri a consiglio; ed è di ubbriacarlo d'acquavite. Il carceriere P....., se noi gli lasciamo scorrere qualchebianchetto, ci fornirà una famosatoppetta di branda, e con ciò noi otterremo l'intento.«Così fu fatto. Quando si ebbe l'acquarzente, dapprima Stracciaferro rifiutò di bere; poi cedendo ad un tratto alle sollecitazioni di Graffigna, con un moto brusco e quasi rapace afferrò la fiaschetta e recatala alle labbra, ne tracannò giù come se fosse acqua di fonte. Di botto i suoiocchi brillarono, un cupo rossore salì ai pomelli delle sue guancie, e il petto largo e potente gli si sollevò in un respiro ampio e profondo.«— Neh, che così la va meglio? Gli disse, con tono insinuante Graffigna.«— Sì, la va meglio. Questo è il farmaco per ogni melanconia.«E rimettendosi il fiasco alla bocca non lo trasse giù più finchè non l'ebbe vuotato del tutto. Allora guardò intorno roteando gli occhi, con aspetto tra scemo e tra stupito; poi ruppe in una gran risata, scaraventò contro la parete di prospetto la bottiglia vuota che ne andò in mille frantumi, e cadde indietro lungo e disteso sullo strammazzo dov'era seduto, come fulminato.«Alcuni s'appressarono quasi per soccorrerlo.«— Lasciatelo, lasciatelo: disse Graffigna. E' fa sempre così; ora sta un poco a covarsi quel boccone di sbornia, e poi salterà su collo scilinguagnolo sciolto che lo udrete a contare vita e miracoli.«Avvenne in questo modo appunto. Stracciaferro tornò a sedere sul suo pagliericcio. Aveva la faccia di un rosso cupo, color di mattone, gli occhi infiammati, le labbra turgide, allividite; pareva un infermo di trasporto cerebrale nel delirio della febbre. Tese la mano a Graffigna, e questi avendogli data la sua, glie la strinse con tal forza che il mingherlino fece una smorfia orribile e gettò un grido ed una bestemmia.«— Alla croce di Dio, pendaglio da forca, tu mi stroppii.«— Grazie, Graffigna: diceva Stracciaferro con una concitazione straordinaria: grazie! Sì questo mi fa bene.... forse mi uccide, ma che importa?... Questo mi guarisce dalla mia sciocca debolezza.«Guardò intorno entro il viso dei suoi ascoltatori, un per uno, come per vedere se alcuno volesse contraddirlo.«— Sì, sciocca debolezza: ripetè insistendo. Sono un uomo, e un fiero uomo in tutto, me ne vanto; ma in una cosa sola sono un bambino, sono una femminetta. Lo credereste? In questi giorni ho qui dentro qualche cosa che mi rode, che mi leva ogni forza, che non mi lascia dormire..... Ha da dirsi rimorso?.... Chiamatelo come volete.... È un maledetto tormento, ve lo assicuro.... Sono già diciasette anni che a questa stagione soffro di codesto male. Che cosa non darei perchè non venisse mai il mese di novembre, e sopratutto il giorno dei morti! Ne ho fatte d'ogni colore, parecchi ho visto morire sotto i miei colpi. Nè il sangue mi spaventa, nè il rantolo dell'agonia d'un uomo. Se penso a questo od a quello che ho mandato all'altro mondo, non mi fa nè caldo, nè freddo, non perdo l'appetito e la notte non dormo meno saporitamente per ciò; e invece quando il pensiero mi viene d'una donna, d'una debole donna, giovane e povera, ecco che gli è come se la vedessi — proprio lei — sorgere, e starmi dinanzi, e tendere verso di me le sue bianche braccia convulse a strapparmi dalle mani suo figlio, e vedo, come allora, le chiome scarmigliate, il nudo seno e gli occhi furenti...... Chi ha visto mai una madre che difenda suo figlio? Una leonessa non può essere più fiera.... L'ho sognata questa notte. Mi si avventava incontro come allora con morsi e graffiature; mi vomitava improperii e maledizioni; invano la respingevo; mi si attaccava con unghie di ferro, e il tempo stringeva; avevo promesso, avevo già preso parte del denaro, aspettavo di averne il resto; Graffigna mi sollecitava; Graffigna mi aveva fatto bere come stassera; io gridava alla donna: lasciami andare o succederà qualche precipizio; ella più ostinata che mai gridava: rendimi mio figlio, gridava accorruomo. Era notte; mi ricordo che le sue grida acute risuonavano pel silenzio di quella città in cui ero straniero come i rintocchi d'una campana a stormo. La gente l'avrebbe udita di sicuro. Sarebbero accorsi; a momenti potevano esser lì. Come salvarmi? Non ero pratico di Milano..... poichè gli è colà che eravamo.... fa presto, mi diceva Graffigna, il quale mi tolse il bambino di mano; fa presto..... Ma come? Pari ad un serpente la Gegia mi si avvinghiava intorno.... In che modo avvenne che mi trovassi in mano un coltello? Fu il demonio che me lo cacciò fra le dita, o fosti tu, Graffigna.... Bisognava fuggire.... Quel seno bianco era lì davanti a me. Gli piantai dentro la lama; il sangue mi zampillò caldo nel viso, lo vidi colar rosso rosso su quelle carni; la Gegia agitò le braccia, rantolò pur ripetendo ancora quelle parole che mi rimasero stampate come un marchio di fuoco nel cervello: rendimi mio figlio; e cadde! Graffigna mi afferrò, mi trasse con sè; fuggimmo portando via la preda — quell'infelice bambino.... Ebbene questa notte l'ho sognata tal quale. Boccheggiante nel suo sangue, quella misera donna venne ancora a ripetermi: rendimi mio figlio!«Curvò il capo e si tacque. Graffigna prese egli a dire, con quella sua voce in falsetto che mi parve allora più acre e stonata che mai:«— Fu la cosa più necessaria del mondo, e non si poteva fare altrimenti. Un cotale — gli è un signore di qui, e potrei anche dirne il nome, se non fossi un uomo prudente — un cotale adunque, con cui avevo per altri precedenti affari piuttosto strette relazioni, mi dice un bel giorno, sono appunto diciasette anni: «— Mio caro Graffigna, ho bisogno che tu mi procuri un bambino maschio che abbia circa due anni di età, di cui padre e madre non si dieno più pensiero e non cerchino di saper più nulla mai; ho bisogno chenessuno al mondo sappia mai che io t'abbia data questa commissione e che tu l'hai eseguita. Se tu fai a modo avrai due mila lire.» Cospettone! Capirete anche voi che due mila lire non sono una manata di giuggiole. State tranquillo, messer Na... (Qui Graffigna s'interruppe e non disse intiero il nome). State tranquillo, insomma, gli dissi (così ripigliò) che la cosa è bella e fatta. Sapevo che Stracciaferro era in relazione con una tale che aveva dato alla luce un bambino, e pensai tosto che quello era il fatto nostro. Cercai subito di lui e gli contai la faccenda. Questo bravo uomo dapprima aveva degli scrupoli; ma poi all'udire delle due migliaia di lire cominciò a piegar l'orecchio. C'erano però due difficoltà. Quella donna s'era traslocata a Milano per seguitarvi una signora al cui servizio la si trovava, e quantunque non fosse più in quella casa, aveva però continuato a far dimora colà. Inoltre il bambino di lei non aveva che pochi mesi e non era ancora slattato. Ma io sono fatto per isciogliere le difficoltà. La prima era anzi un vantaggio. Avrei persuaso il nostro mandante come fosse molto meglio per la segretezza della cosa andare a prendere il fantoccio lontano, e che occorreva soltanto per la spesa maggiore un aumento della somma di compenso: quanto all'età, qualche mese più, qualche mese meno, pensavo di potergliela accoccare lo stesso a chi ci dava la commissione. E infatti quel signore fu lieto molto della mia proposta di prendere il bambino in una città lontana, e crebbe sino alle tre migliaia di lire, cotanto gl'interessava la cosa. Partimmo e andammo dritto da quella donna, sperando che spiegandole la cosa, ella si sarebbe acconciata volontieri per un cinquecento franchi a lasciarci il marmocchio, che non erale altro che un peso. Sì, va a far capire la ragione ad una testa matta di donna che si incoccia a dir no! Nè preghiere, nè minaccie ci valsero. Avevamo già intascato un migliaio di lire, e non è gente del nostro calibro che manca alla parola. Dissi allora a Stracciaferro di arraffare il naccherino e filare. Fu allora che successe il casa del diavolo. Il bambino fu portato via, e la donna andò all'inferno.....«— Taci: urlò Stracciaferro: non parlar male di lei..... Povera Gegia! Povero bambino!.... Oh! che ne sarà stato di lui?«— Peuh! Questo non era più affar nostro. Consegnato il marmocchio e presi i danari, che ne importava del resto?«— A te! riprendeva Stracciaferro; ma io!... quello era mio figlio!«Non puoi credere l'impressione che quel racconto fece su di me. Erano diciasette anni che quel delitto era successo. Quel bambino aveva dunque press'a poco la mia età; e mi domandavo, come faceva il feroce mio compagno di carcere, che cosa mai poteva essere avvenuto di lui, che vita, che sorte fossero le sue. Figliolo d'un tal padre! Non era ella una disgrazia peggiore che quella di non aver padre nessuno? Ma almeno egli non sapeva questa sua disavventura, e l'uomo che aveva fattolo rubare alle carezze della madre gli aveva forse creata una esistenza onorata e tranquilla. Pensavo a quella povera madre, e pareva anche a me udire le ultime parole arrangolate, pronunziate dalla morente:rendimi mio figlio!«E di botto mi veniva alla mente il pensiero di quell'aerea forma che mi appariva di quando in quando, e ch'io m'era avvezzo a chiamar mia madre. Ella pure forse era stata da me disgiunta; e come? e chi sa con quanto dolore?«Quegli che più di proposito aveva assunto l'impresa di volgermi decisivamente al male, era Graffigna. Si piaceva ad istillarmi ogni sorta di infami insegnamenti: come si concepiscono, si meditano, si preparano, si compiono i delitti. Era maestro in quest'arte sciagurata. Niuno meglio di lui sapeva far nascere le occasioni da un lato e fare sparir gl'indizi del fatto dall'altro. Aveva ridotto la cosa ad un giuoco di combinazioni che presentava la sua attrattiva come ogni lotta in cui l'attività e l'acutezza della mente s'impiegano più che le forze del corpo.«A me poi, col serrato argomentare d'una logica inesorabile, voleva persuadere che ad ogni costo io doveva essere e sarei stato uno dei loro. Secondo lui, tutti gli uomini nascevano colle medesime disposizioni press'a poco; a gettarli di di qua o di là di quella linea ideale che separa nel mondo quelli che si chiamano galantuomini da quelli che si chiamano furfanti e che sono perseguitati dal codice penale, non è altro che il particolare presentarsi delle circostanze; in una sola parola, il caso. Per me questo giudice supremo aveva già pronunziato irrevocabilmente, ed avevo da appartenere di necessità alla schiera dei birbanti. Fossi non fossi reo di quel primo delitto, non montava nulla. Avevo assaggiato del carcere, e questo bastava per imprimermi il carattere indelebile d'individuo pericoloso alla società e condannato al bando dai cosidetti onesti. Uscito di là non avrei trovato più nè una mano che mi si tendesse, nè un pezzo di pane in compenso del mio lavoro; la sedicente virtù mi avrebbe chiuso la porta in faccia e lasciatomi dappertutto sul selciato a morir di fame, avrei dovuto riparare ad ogni modo nelle file dei reietti, e tanto valeva che di subito m'imbrancassi con loro. Ero povero, solo al mondo e colla nota di bastardo. La sorte mi aveva gettato in mezzo al genere umano precisamente apposta per accrescere d'una recluta l'esercito dei ribelli alla tirannia sociale: quello era il mio destino; uomo nessuno si può sottrarreal suo destino, ed io, avessi fatto qualunque cosa, avrei dovuto pur sempre soggiacere ai decreti di esso.«Le parole di quell'uomo mi confondevano la mente; sentivo con terrore in me l'impotenza di rispondere alle sue ragioni, di respingere l'influsso che m'invadeva del suo dire. Delle volte mi nasceva la tentazione di esclamare: ebben sì, sarò dei vostri; e tenuissimo era l'ostacolo di ripugnanza interiore che tuttavia me ne tratteneva. Spesso mi sentivo agitato come da una battaglia che si combattesse nell'animo mio: poi ad un tratto ero lasso e fastidito, e parevami che, presa una volta la decisione di essere ciò che erano tutti coloro che mi attorniavano, sarei stato più tranquillo. Anche la ingiustizia del trattamento che soffrivo, io innocente, mi destava talora dei veri parossismi di sdegno. Provavo un odio accanito contro chi mi aveva procurato codesto immeritato supplizio; e Graffigna mi apprendeva che questo cotale era tutta la società, era l'ordinamento delle cose fatto apposta per rassicurare tutti quelli che possedevano e che si chiamavano onesti, ed opprimere coloro che non avevano nulla e che i primi avevano battezzato per mariuoli.«Te lo confesso schiettamente: stavo per cedere. Mi sentivo male. Il passare così ad un tratto dalla vita aperta dei campi all'aria impura di quel luogo chiuso dove si respirava in tanti: la passione stessa della mia anima combattuta, la rabbia, il dolore, la vergogna avevano scosso la mia salute già cagionevole fin dall'infanzia. Da più giorni mi ricorreva periodicamente una febbre che ad ogni volta si faceva più forte. Non dicevo nulla ma mi sentivo consumare la vita. Non potevo mangiar più neppure un boccone; avevo una sete inestinguibile e non avrei fatto che bere. I miei compagni che mangiavano la mia porzione si guardavan bene dal dirmi ammalato ai custodi: io nè voleva, nè osava parlare; nè pure ci pensavo. Quando l'accesso mi prendeva, avevo delle trafitture qui nel capo che mi pareva mi piantassero delle sottili lame arroventate traverso l'osso del cranio ed alle tempia a penetrarmi entro il cervello. Delle cose che mi attorniavano e di me stesso e del mio stato, avevo e non avevo coscienza. Le impressioni perduravano, ma non erano più esatte. I rumori e la vista degli oggetti a volta a volta mi tornavano velati, come lontani, come traverso ad una nebbia, oppure mi rispiccavano più vivi, più forti, destandomi una sensibilità quasi dolorosa. Perdevo in certi momenti la idea del tempo; tutto mi si confondeva in un tratto il mio passato a farmisi presente, e vivere in un attimo una serie d'anni; poscia quella confusione svaniva a lasciar sorgere più netta l'idea dello stato in cui mi trovavo; ed allora mi sentivo veramente a soffrire.«In uno di questi accessi tutti i discorsi tenutimi da Graffigna mi sfilarono innanzi come incarnati in certe figure di persone che mi sembrava mi sorridessero, mi ammiccassero, mi chiamassero a sè passando. Ciascuno aveva la sua fisionomia propria, e mi guardavano molto onestamente, con aria d'interesse e con faccia d'amici. Li salutavo quasi con affezione, e siccome essi parevano invitarmi ad andar con essi loro, io mi drizzai sul mio giaciglio, pronto a seguirli e recarmi dal demonio tentatore a dirgli: sono cosa vostra.«Ma ecco, di colpo, appena levatomi a sedere, tutta quella fantasmagoria sparire. D'improvviso io mi sentii libero il capo e chiara la mente; parvemi che un fresco alito mi ventasse sulla fronte a calmare il tumulto del mio sangue: provai un senso subitaneo di sollievo e di benessere; sentii che riprendevo per l'affatto il possesso della mia volontà e della mia intelligenza; mi trovai — te lo assicuro — nello stato medesimo di lucidità in cui sono al presente.«Anche allora era sull'imbrunire. Il lume non era ancora stato acceso ed un'oscurità quasi piena ottenebrava il camerone. Innanzi a me, dritta ai piedi del mio pagliericcio, diffondendo intorno a sè una specie di debolissimo chiarore, stava quella forma incorporea di donna, stava lo spirito che da qualche tempo già non mi era più apparso. Benchè sempre incerte ne vedessi le sembianze, parvemi tuttavia che in esse fossevi una espressione di mestizia e di rimprovero. Io tesi le mani verso di lei e mandai una esclamazione. Ella si chinò allora verso di me; sembrommi che qualche parola pronunziasse, ch'io pure non potei afferrare; si volse alla parte dov'erano nell'ombra Graffigna e Stracciaferro e scosse la testa e fece un atto imperiosamente negativo colle mani, come per dirmi a loro non m'accostassi; poi si pose la destra sul petto, quasi volendo indicarmi, son io che te lo comando, io che te ne prego, e disparve.«Parvemi che il buio della stanza si facesse maggiore. Fui per chiedere ai miei vicini se nulla avessero visto; ma poi questa mi parve quasi una profanazione e mi tacqui. Mi lasciai ricadere sul mio giaciglio, tutto riconfortato dell'anima. Questa benefica apparizione aveva fugate quelle perniciose della febbre: i sofismi di Graffigna erano vinti dalla sola presenza manifestatasi del mio buono spirito. Stetti più cheto, con una nuova tranquillità quale non avevo più da tempo gustata, e poco stante mi addormentai.«Il domani ecco aprirsi la porta del camerone, ed il custode chiamarmi per nome.«— Venite fuori, che c'è gente che vuol parlarvi.«Appena potevo reggermi in piedi. Mi trascinai a stento dietro il carceriere fino in una stanza a piano terreno.«Colà Don Venanzio commosso mi tendeva le braccia e sclamava colle lagrime agli occhi:«— Maurilio, tu sei libero.«Gettai un grido di gioia e l'emozione fu tanta che per la debolezza non potendovi reggere, caddi svenuto nelle braccia del buon sacerdote.«Don Venanzio non mi aveva dimenticato. Persuaso che io era vittima d'un errore, non aveva avuto pace più finchè non l'avesse visto riparato. A Torino egli conosceva una famiglia potente..... (Qui Maurilio esitò un momentino.) La famiglia Baldissero.— Quella a cui appartiene il tracotante che insultò Benda? Domandò Selva.— Quella stessa: rispose Maurilio. Al marchese, capo di questa famiglia, ricorse Don Venanzio, ed ottenne che sollecitamente si mandasse a procedere all'esame dei cadaveri di Menico e di Giovanna, che se ne scoprisse la cagion vera della morte, e che si dichiarasse non esser luogo a procedimento contro di me. Il buon prete aveva voluto recarsi egli stesso di persona a darmi la notizia della mia liberazione ed accompagnarmi fuor della carcere.«Ma la infermità che mi aveva assalito mi obbligò a passare dalla prigione all'ospedale. Don Venanzio quando mi ebbe visto per sua cura allogato in un letto dell'ospizio X...., raccomandatomi con ogni premura alle suore di carità che pietosamente servivano i malati, se ne partì di nuovo pel suo villaggio, facendomi la promessa, che in realtà mantenne, di venirmi a vedere di sovente.«Parecchi giorni rimasi senza cognizione; quando risensai mi sentivo una gran fiacchezza addosso, precisamente come allorchè incominciò la guarigione da quell'altra uguale malattia che sostenni qui dopo che tu mi avesti raccolto e dato ricetto. Ero in un lungo camerone a pareti tutte bianche; due file di letti nella direzione della lunghezza si schieravano in faccia l'una all'altra. Tutti questi letti erano similissimi, incortinati intorno d'una stoffa di cotone a righe bianche e bleu, con una coperta uguale: a capoletto di ciascuno di essi era appesa una lastra con suvvi la polizza che diceva il numero del letto, l'età, le condizioni, la malattia di chi vi giaceva. Non avvezzo sino allora che allo strame del soppalco di Menico ed al pagliericcio del carcere, io trovava quel materasso su cui ero allora disteso il più soffice del mondo; quella di sentirmi posare sulle membra un lenzuolo pulito mi pareva la dolcezza maggiore che avessi provato mai.«Mentre stavo così meco assorto a gustare quel soddisfacimento tutto materiale, e non avevo pensiero fatto, ecco dal letto che m'era più vicino alla mia destra uscire un gemito dolorosissimo fatto per istraziare il cuore anche al più insensibile uomo del mondo.«— Oimè! Oimè! Diceva una voce d'uomo faticosamente: oh quanto soffro!«Volevo rivolgermi a guardare questo infelice che si lamentava, e la debolezza non mi consentiva moto nessuno. Il respiro affannoso del soffrente, interrotto tratto tratto da un'esclamazione di profondo dolore, da un lagno di spasimo incomportabile, mi faceva una pena da non potersi dire.«— Da bere! Si mise poscia a domandare con quel po' di voce che gli rimaneva, onde appena era se poteva farsi udire fino da me: da bere!... un po' d'acqua, una goccia d'acqua per carità.«Nessuno degl'inservienti poteva udirlo: io guardava intorno e non vedevo anima viva che fosse in caso da accorrere; le due lunghe file di letti soltanto, dai quali od uscivano gemiti o un silenzio di tomba. Facendo uno sforzo con tutto quel pochissimo vigore che mi restava, giunsi a volgere il capo verso quel povero tormentato, e lo vidi. Era un uomo sul mezzo della vita, con una folta ispida barba sul volto cresciutagli durante la malattia, le guancie incavate, giallo di colore, i pomelli sporgenti, le occhiaie infossate e al fondo le pupille accese d'un luciore di febbre.«— Da bere, da bere: seguitava a dire il misero colla manchevol voce, ma con una specie d'irritazione nell'accento: da bere, un po' d'acqua per amor di Dio!... E non ci sarà un cane che mi dia una goccia... e mi lascieranno crepare senza pur darmi una stilla d'acqua!...«Come avrei voluto potere saltar giù e andargliene a ministrare! Ma mi sentivo inchiodato nel letto del pari e forse più ancora che quegli non fosse; e ad un tratto mi assalì il pensiero che se ancor io avessi avuto quel tormento della sete non avrei potuto levarmelo, e nessuno sarebbe venuto neppure in mio soccorso. Bastò questo pensiero perchè tosto mi paresse davvero già esserne assalito ancor io. Volli chiamare e mi mancò la voce: mi parve che un'altra voce mi pronunziasse entro la testa: «— qui ci lascieranno crepare senza darci neanche una stilla d'acqua.»«Intanto guardavo sempre quell'uomo, ed egli guardava me. Quegli occhi lucenti cupamente in mezzo a quel viso giallo di cadavere mi facevano paura: e non potevo distogliere da essi i miei quasi affascinati.«Egli si lamentava sempre. Ad un punto cessò di fissar me per volgere il suo sguardo al tavolino verso il tazzone di terra in cui c'era la pozione da bersi. L'intensità del desiderio che c'era in quello sguardo, l'agonìa di arrivare a quella bibita, il tormento di non poterlo, erano indescrivibili. Vidi agitarsi lievemente la coltre sopra il petto di quell'infelice, e poi una mano scarna uscirne fuori a rilento, protendersi verso quell'agognatatazza, allungarsi, allungarsi, mentre quello sguardo brillava sempre più e più di desiderio. Già la mano era per arrivarvi; il corpo s'era stentatamente voltato ancor esso ad assecondare quel movimento; io seguiva con infinito interesse quell'atto, parevami che a vedere quel dolorante afferrare la tazza e potersi saziare la sete, ne avrei provato grandissimo sollievo ancor io... Ma quando già era per toccare la sospirata meta, quella povera mano di botto ricadde; un sospiro o meglio un gemito sfuggì da quel petto affranto; il capo del giacente rimase più abbandonato sul guanciale, gli occhi si chiusero ed un'immobilità di morte gli tenne tutte le membra. Lo credetti estinto. Quella faccia cadaverica esprimeva nella contrazione de' suoi lineamenti una rabbia profonda: la mano giaceva sulla sponda del letto, pendente all'infuori; era una rozza mano di un rozzo uomo della plebe; ma ora la pelle villosa e bruna si piegava sulle ossa rugosamente, in modo che ogni falange, ogni tendine, ogni vena ne spiccava al di sotto con brusco risalto. Pensai che quella mano un tempo era di certo forte da sollevare ogni peso, ed ora non poteva nemmanco prendere una tazza d'acqua; così era quel povero uomo ridotto dalla malattia!«Dopo un tempo che mi parve abbastanza lungo, il mio vicino risensò e si rifece da capo a lamentarsi, ma più fiocamente, e a domandar da bere, ma con appena intelligibili parole.«E così durò lo spasimo di quell'infelice, senza che niuno venisse in suo soccorso, finchè il momento non giunse della visita medica.«Io, che non avevo mai visto ospedale, nè uditone parlare, quasi mi spaventai quando vidi quella frotta d'uomini vestiti di nero, accompagnati da una monaca, che s'avanzavano pell'androne, si fermavano a tutti i letti, ora un po' più, ora un po' meno, ma non oltre i dieci minuti mai, borbottavano alcune parole fra di loro e passavano.«Era il medico capo con dietro a sè gli allievi del corso. Prima d'arrivare al mio dovevano incontrare il letto di quel mio vicino di destra, e li vidi, come altrove, fermarvisi. Il professore, che camminava primo, s'inoltrò fino all'altezza della testa del giacente; gli allievi si aggrupparono a' pie del letto, e senza riguardi, con brusca strappata, tirarono via le cortine per poter veder bene tutti la faccia del malato. Notai che alcuni fra essi chiaccheravano fra di loro, parevano di tutt'altro occupati che dello spettacolo che avevano innanzi agli occhi, e ridevano come se di nulla fosse. Uno di essi, che era il più prestante della persona, il più elegante di abiti e tale per ogni verso da richiamare specialmente l'attenzione di chicchessia, attrasse i miei occhi, che, appena vistolo, non seppero staccarsene più. Ei mi pareva tutto tutto il mio compagno d'infanzia Gian-Luigi.«Intanto il dottore aveva preso il polso del malato e gli aveva domandato come si sentisse.«— Da bere! Aveva susurrato il miserello per tutta risposta.«— Ah sì, avete sete: rispose il medico: una sete ardentissima non è vero? È naturale, me la aspettavo.«E rivoltosi alla monaca che l'accompagnava:«— È stato tranquillo?«— Tranquillissimo: rispose con tutta assevezione la suora.«— Uhm! Fece il dottore crollando il capo, in modo che pareva dinotare poca credenza in quella affermazione; poi, senz'altro preambolo, prese le coltri che coprivano il malato e le trasse giù fino a mezzo il letto: scoprì della camicia lo stomaco del giacente, vi pose su la mano sinistra piatta e si diede a battere su questa colle dita della destra fatte a gruppo; poi si curvò a mettere l'orecchio su quello stomaco e stette ad ascoltare. Drizzatosi rivolse la parola ai giovani che lo accompagnavano pronunziando barbari motti che io non capiva. Il petto rimasto denudato di quell'infelice era macilento come quello d'uno scheletro che fosse stato coperto da una pelosa epidermide; ancor esso era di color cereo, e nello stentato respiro sibilante del malato si alzava ed abbassava con una fatica che facevano pena a mirare. Quando il dottore ebbe finito di parlare, alcuni dei giovani vennero a lor volta a percuotere di quel modo sul petto del malato e porvi su il loro orecchio. L'infermo guardava tutta quella gente e i loro atti con occhio incerto, inquieto, ansioso, interrogatore. A me ispirava un senso di disgusto, quasi direi di ripugnanza e di ribrezzo il vedere tutti questi ignoti affollarsi indifferenti intorno al letto del soffrente, esaminarlo, guardarlo, palparlo come un oggetto di curiosità peggio. Mi dicevo che a momenti sarebbero stati del pari intorno a me e mi avrebbero fatto quel medesimo; e ciò mi faceva una pena che non ti saprei spiegare, tale che se avessi avuta la forza sarei saltato giù dal letto e me ne sarei fuggito.«Quando il dottor capo si mosse per partirsi, uno del seguito, che teneva in una mano una specie di registro e nell'altra una penna, si avanzò domandando se si aveva da scrivere qualche ordinazione pel malato. Il medico crollò le spalle con un atto che significava chiaramente: è tutto inutile. Io mi sentii ghiacciare nel vedere quell'atto: pensati quell'infelice che stava appunto fissando il dottore coll'ansia interrogativa di chi aspetta la sua sentenza! Una specie di singhiozzo ruppe dal petto affannoso dell'infermo, e fra due sibili del suo faticoso rifiato egli disse:«— Per me dunque la è finita?«— Peuh! Esclamò senz'altro il medico dondolando il capo ed avviandosi.«Un nuovo gemito uscì dal petto affranto di quel misero; e mentre tutti da lui si partivano egli ripeteva con quel po' di voce che gli restava:«— Almeno... da bere..... da bere..... che muoio di sete.«Ma nessuno — da me infuori — badava alle sue parole. La comitiva col dottore a capo veniva al mio letto; io mi sentiva il cuore a palpitare, quasi di paura.«Avvenne intorno a me, precisamente come era avvenuto intorno al mio vicino. Gli allievi si aggrupparono ai piedi; il dottore, la monaca ed alcuni pochi vennero a lato.«— Oh oh! Eccolo tornato in sè questo giovanetto: disse il dottore appena mi ebbe visto; e voltosi alla monaca: gli è molto, domandò, che si trova di nuovo in cognizione?«— Credo di no: rispose la suora; perchè passando non è guari di qua l'ho udito vaneggiare come il solito e dire le più strane cose del mondo.«— Bene! disse il medico: l'accesso è vinto, ma per precauzione ci vuole un'altra dose di chinino. — Si ripeta la ricetta del solfato: soggiunse parlando a colui che teneva il registro, il quale scrisse in fretta in fretta due parole; poi, dirigendosi di nuovo alla monaca, il dottore continuava: dieta assoluta, acqua semplice da bere, il farmaco a cucchiai ogni due ore, da lasciarsi lì tosto, appena v'accorgiate che ripigli un po' di febbre. — Andiamo.«Io non aveva detto neppure una parola: quella malavoglia, quella confusione per vedermi attorniato da tanta gente che mi guardavano non era cessata; ma la mia attenzione era principalmente rivolta su quello dei giovani che seguivano il dottore, il quale mi era sembrato essere Gian-Luigi.«E' s'era venuto a postare a pie' del mio letto, precisamente come aveva fatto al letto del mio vicino, se non che a me accordava ancora meno attenzione di quella che avesse data a quell'altro. Quando l'ebbi davanti a quel modo, ogni dubbio in me scomparve: gli era proprio desso, più bello e più superbo che mai, tutto letizia, prosperità e brio. Parlava animatamente con un suo compagno, e pareva che l'argomento dei loro discorsi fosse le mille miglia lontano da quell'infelice luogo di miserie e di dolori ove si trovavano, poichè sorridevano spesso, e talvolta rompevano anche in piene risate, cui frenavano però tosto, se il dottor capo volgesse verso loro lo sguardo.«Quando il medico, dopo quelle poche parole, si mosse per recarsi ad un altro letto, Gian-Luigi s'avviò ancor egli senza nè anche volgere uno sguardo alla mia volta. Non che non riconoscermi, io credo che non mi ebbe nemmanco veduto.«Io, facendomi forza, chiamai la monaca che per fortuna s'era indugiata un poco affine di aggiustare le cortine del letto state scostate dagli allievi.«— Che cosa volete? Diss'ella venendomi allato e curvandosi su di me.«— Quel povero uomo da un'ora domanda da bere; abbiate la carità di dargliene.«Il mio vicino pareva aver rinunciato alla sua inefficace richiesta; taceva e guardava. Certo non potè intendere le parole che io pronunziai con tanta voce appena da farmi udire dalla suora, ma le indovinò di sicuro, e ne fu certo, quando vide la monaca accostarglisi e porgergli finalmente alle labbra quel tanto agognato tazzone.«Il misero bevve avidamente; poi, quando la monaca ebbe raggiunta la schiera de' medici egli mi rivolse uno sguardo pieno di gratitudine e mi disse la parolagraziecon un accento di tanto affetto, che io ne fui tutto commosso ed anche adesso, ricordandolo, me ne sento intenerito.«Pover'uomo! Quella doveva essere una delle ultime sue soddisfazioni.«A me l'accesso non tornò più: ma che notte penosa e lunga fu quella che succedette! Non potei chiuder occhio. Nel vasto e lungo camerone radi lumicini, posti qua e là, spargevano una fioca e debole luce, per la quale ricrescevano cupamente le ombre gettate dai letti. Ai miei occhi, in causa della mia debolezza, quelle ombre arrampicantisi sulle pareti come mostruosi ragni, stendentisi sul pavimento come giganteschi animali sdraiati, pigliavano mille forme stranissime e paurose. Ora mi parevano atteggiarsi a faccie orribili che mi facessero smorfie minacciose, contorcersi in corpi convulsi o spasimanti per dolore o raccoglientisi per un feroce assalto; ora mi parevano braccia immense terminate da mani adunche di rapina che si tendessero verso me ad afferrarmi; e, come rifiato di questo mostro indefinibile, inconcepibile, le respirazioni affannose dei malati e il rantolo di questo, la tosse convulsa di quello, i gemiti di tanti. Tutte queste voci di dolore facevano un accordo penosissimo che mi turbava profondo nell'anima; alcune volte però, per caso, capitava che tutti questi lamenti, questi suoni tacessero un istante, ed allora si aveva un silenzio — un silenzio di tomba — un silenzio che era più tremendo ancora, nel suo breve passaggio, del rumorìo interrotto. Mi pareva che fosse sorvolato l'angiolo della morte e colla sua ala potente avesse percosso ad un tratto tutte quelle esistenze, mi pareva di essere io solo vivente in mezzo ad una schiera di morti.«Il mio vicino di destra era tra quelli che avevano più frequente il lamento; si capiva che il male veniva rapidamente compiendo la sua opera di distruzione, ed io ricordava l'atto del medicoche annunziava prossima la fine di quell'infelice e mi domandava se quelli non erano i rantoli dell'agonia, se quei gemiti penosissimi, ma sempre più deboli, non erano gli ultimi, se l'alba del mattino avrebbe ancora trovata accesa la fioca oscillante fiammella di quella vita.«Io non aveva mai visto a morir nessuno. Menico e Giovanna li avevo trovati morti, ma non avevo assistito al tremendo momento della morte. L'idea di questo istante mi riempiva di terrore. Al pensare che un uomo lì presso stava per trar l'ultimo fiato, per diventare insensibile cadavere, io sentiva un alto spavento possedermi tutto. La idea del poi — di quel terribile ignoto che ci spalanca la tomba — il pensiero del nulla — i quesiti in cui s'era già cotanto affannata fin quasi dall'infanzia l'anima mia irrequieta, mi venivano ad assalire più vivaci e pressanti che mai, e in quel momento, per la debolezza del mio cervello, riuscivano ad una dolorosissima confusione, ad un più tormentoso ancora avvicendarsi di dubbi, ad uno sforzo impotente e penoso di padroneggiare e guidare i miei pensieri disordinati e strani.«L'alba tanto desiderata e sì lenta ai miei voti, venne pur finalmente. Una maggior quietudine era in tutti i malati; avevano rimesso d'intensità i rantoli, i lamenti e le tossi; il mio vicino aveva meno ansimante il respiro. Ma che ora triste era quella pur tuttavia! I lumi accesi gettavano ancora debolmente intorno a loro un cerchio di raggi giallastri, oscillanti; i primi chiarori che penetravano per le alte finestre erano d'un grigio livido e mettevano sugli spigoli degli oggetti certi riflessi di tinte fredde, stonate affatto cogli ultimi sprazzi mandati dai lumi che venivan spegnendosi. Un'indicibile melanconia risultava da quell'aspetto di cose, dalla dubbiosità di quell'ora, che non era più notte e non era ancora giorno. Mi sentivo venire a folate alle nari più acre che mai il tanfo di tutte quelle esalazioni malsane, di tutti quei respiri viziati; parevami, in paragone, più tollerabile ancora l'atmosfera della carcere in cui avevo sofferto pur tanto. Pensavo con amaro repetio alle belle aurore della campagna, ove ero vissuto sino allora, a quelle pure brezze mattutine, a quel mio diletto gruppo d'ontani vicino al rigagnolo corrente. Quando avrei potuto far ritorno ad essi? E che cosa avrei dovuto andarci a far tuttavia, ora che Menico e Giovanna non eran più? Parevami che gli avvenimenti succeduti mi precludessero affatto la strada del ritorno a quel diletto paese, che la mano del destino, la quale me ne aveva violentemente tratto via ad un punto, fosse là tesa innanzi a me ad impedirmene il passo.«Quei giorni che avevo vissuti non sarebbero tornati più mai; e quali altri avrei potuto e dovuto vivere io, povero trovatello, solo sulla terra? Me se m'avesse raggiunto la falce della morte, che male sarebb'egli stato? Per me, no certo nessuno; e per gli altri? Meno ancora, poichè la mia vita a persona al mondo non era utile, nè potevo pur dire diletta. E tuttavia un'intima ripugnanza si levava in me al pensier della morte, ed ogni fibra dell'esser mio anelava alla vita!«Il mio vicino aveva cessato quasi del tutto il suo rammaricarsi. Credevo che dormisse, ma, essendomi rivolto verso di lui, lo vidi cogli occhi aperti, levati in su e pieni di lagrime. Sentii più viva la profonda compassione ch'egli m'ispirava, e parvemi che alcuna mia parola avrebbe fatto un po' di bene a quel misero. Il mio miglioramento era tale che m'era tornato in corpo un po' di voce da farmi sentire dal letto del vicino distante appena se di due passi.«— La va meglio stamattina: gli dissi.«Stette un istante senza rispondermi. Parve raccogliere tanto di fiato da poter parlare, e frattanto ringoiare quelle lagrime che gli velavan la vista; poi mi disse a sua volta con voce cavernosa e stentata:«— Il meglio della morte..... Purchè potessi durar tanto che mia moglie e i miei figli venissero!... Oggi per fortuna è giorno di visita... Ma morire senza averli intorno... senza più vederli!... Oh esser povero! Oh morire all'ospedale!.....«Fu interrotto di subito da un singulto, e come se troppo si fosso stancato nello sforzo di pronunziare tali parole, l'affanno lo riprese più forte di prima. Chiuse gli occhi, ned io osai più, nè ebbi voglia altrimenti di disturbarlo.«Ma le disperate parole del morente mi suonavano nel capo come una fiera minaccia, come la pronunzia d'una tremenda condanna:«Oh esser povero!... Oh morire all'ospedale!...«A seconda che il giorno cresceva, crescevano pure nel mio vicino l'agitazione e il rantolar del respiro. I suoi occhi irrequieti non facevano che guardar fiso verso quella parte per cui s'inoltrava chi venisse dal di fuori; stanco li chiudeva di quando in quando, ma al primo rumor d'alcuno che si movesse li apriva sollecito con immensa ansietà di desiderio a mirar chi venisse, e poichè mai non erano quelli che con tanto spasimo stava aspettando, mandava un più desolato sospiro e tornava ad abbassar le palpebre con rassegnata disperazione.«Quando la monaca di servizio gli si accostò per vedere s'egli alcuna cosa desiderasse, l'infelice con quel po' di voce che glie ne rimaneva onde appena nell'affanno del rantolo poteva formar le parole, domandolle che ora fosse, e poichè la suora gli ebbe risposto che appena le otto, egli non disse più verbo, non aprì gli occhi, ma quel sospiro desolato gli uscì ancora più doloroso dal petto, e giù dalle guancie gli calarono silenziosamente quelle lagrime che il giorno innanzi iogli aveva già visto brillar nella pupilla. Il disgraziato aveva perduto ogni speranza di vedere ancora i suoi.«Poco stante venne la visita medica del mattino. Gli stessi individui, lo stesso modo di procedere. Mancava però Gian-Luigi, pel quale quella era forse ora troppo mattutina.«Quando furono al letto del mio vicino di destra, il dottore non istette nè a interrogare, nè a toccar polso nè altro. Il giacente aveva gli occhi chiusi ed ansimava penosamente.«— Siamo alla fine: disse il medico senza riguardo di sorta; e parlando poscia alla monaca: chiamate pure il prete, soggiunse, che questo buon uomo è già entrato in agonia.«Il corpo del moribondo si scosse in un lieve sussulto, e gli occhi gli si spalancarono vitrei, quasi opachi, ma pieni di spavento; guardò di qua e di là esterrefatto, agitò le labbra, ma nessuna voce ne uscì, e mentre i medici si allontanavano, un singhiozzo d'infinito dolore fisico e morale prorompeva da quel petto affranto, già oppresso dall'affanno della morte.«La visita medica era finita in tutto il camerone, quando sopraggiunse il prete fatto venir dalla monaca per confortare gli ultimi momenti del moribondo. Io guardava con una curiosità mista d'ansia, di pena e di terrore. Il prete s'accostò freddamente al letto del moribondo, come uomo avvezzo a questa sorta di cose, nel quale perciò la sensibilità rimane smussata. La faccia grossa e volgare diceva inoltre che in lui quella sensibilità non doveva mai essere stata nè molta, nè viva; aveva un libro sotto il braccio ed una stola in mano; camminava adagio volgendo gli occhi di qua e di là, ed annasando lentamente una presa di tabacco. Giunto presso il letto, guardò il giacente che teneva gli occhi chiusi e rantolava in modo sempre più penoso, e domandò alla monaca:«— È egli ancora in cognizione?«— Mah! chi lo sa?«Il prete si curvò sul letto del morente.«— Ehi, brav'uomo, diss'egli con voce più alta, come per destare un che dormisse, mi udite voi? capite voi quello che dico?«L'infermo non fece segno alcuno che indicasse aver egli inteso.«— Questo povero diavolo è più di là che di qua: disse il prete; ma ad ogni buon conto qualche parola d'esortazione non può far male.«E con voce trascinante, con quel tono convenzionale di bigotta che prega, si diede a pronunziare le seguenti frasi all'orecchio del giacente:«— Pensate al vostro Salvatore che morì sulla croce per voi, pensate all'agonia ch'egli soffrì su quella croce.«Qui s'interruppe per dire colla sua voce naturale alla monaca:«— A proposito, dove ci avete un crocifisso?«La monaca prese un crocifisso di legno su tavolino dove lo aveva posato, e lo porse al prete.«— Eccolo qua.«Il prete lo prese e lo pose sul petto del moribondo, poi ripigliò colla voce dolcereccia, nasale che ho detto poc'anzi:«— Gli è qui che vi assiste il vostro Salvatore; mettete nelle sue mani l'anima vostra, e con profondo atto di contrizione domandategli perdono di tutti i vostri peccati.... Voi state per comparirgli dinanzi....«Il moribondo fece un sussulto e il suo rantolo cessò.«— È passato: disse la monaca.«— Non ancora: rispose il sacerdote; ma siamo proprio agli estremi.«Prese colle due mani la stola, ne baciò con atto puramente meccanico — atto di abitudine — la croce che si trova a metà di essa e passandosela sopra la testa se la pose in ispalla; poi aprì il libro che aveva recato seco e si mise a borbottare le preghiere pei moribondi.«La monaca s'inginocchiò a piè del letto e veniva rispondendoamendi tanto in tanto e finalmente quelle stupende parole della liturgia:et lux perpetua luceat ei!«Quando ebbe finito, il prete chiuse il libro, si levò la stola, che ripiegò intorno al volume e mise così avvolta sulla sponda del letto. Il giacente era immobile affatto; gli occhi gli si erano aperti, ma le pupille erano appannate, fisse, senza sguardo; la bocca erasi contratta e le labbra aperte ed immote pendevano da un lato.«— Datemi un cerino, suora Genoveffa: disse il prete.«La monaca trasse di tasca un cerino aggomitolato e lo diede al prete, il quale levatosi di tasca un fiammifero lo sfregò per terra e con esso infuocatosi accese il cerino. La fiammella fu posta innanzi alle labbra ed al naso del giacente, e non si ebbe la menoma oscillazione che potesse indicare il più lieve alito di fiato.«Era proprio spirato.«Il prete spense il cerino e lo restituì alla monaca; questa abbassò le palpebre sugli occhi del morto, e tutti due si apprestavano a partire, quand'ecco precipitarsi nel camerone e correre verso il letto dell'infelice estintosi allor allora, una donna che poteva dirsi il ritratto della miseria, trascinandosi dietro quattro bambini di varia grandezza, ma di cui il maggiore non passava certo i dieci anni.«— Il mi' uomo! Gridò essa disperatamente.«— È spirato adesso adesso: disse freddamente il prete.«La donna si fermò su due piedi e mandò un'esclamazione così dolorosa che me ne vennero le lagrime agli occhi ad udirla; poi si contorse le braccia con parossismo quasi furibondo di dolore, e levando al soffitto gli occhi convulsi, pronunciò fra i più penosi singhiozzi:«— Dio! Dio mio!«La monaca più pietosa le venne allato e mettendole dolcemente una mano sul braccio:«— Coraggio e calma, le disse.«Ma la sventurata, rigettandola quasi con ira:«— Calma! calma? Il mio pover'uomo, il mio pover'uomo, il mio unico sostegno.... la morte me lo ha tolto.... Ah! Dio non è giusto.«— Oh! oh! Esclamò con tono di rimprovero il prete: guardatevi bene dal bestemmiare, buona donna. Bisogna curvare il capo rassegnati innanzi a Quel di lassù, e quando ci manda una prova, benedirne la mano che ci percuote. Dunque non c'è nulla da farci e bisogna aver pazienza.«Così dicendo, il prete fece ad allontanare la povera donna dal letto del morto; ma essa, rigettandolo con più forza ancora e con più furore di quello che non avesse fatto alla monaca, si pose a gridare:«— Mi lasci passare, voglio vederlo il mi' uomo.... voglio vederlo per Dio!... Nessuno mi potrà impedire di abbracciarlo l'ultima volta.«E con abbandono disperato si gettò sopra il cadavere ancora caldo di suo marito.«— Oh perchè non ti ho potuto tener meco, mio pover'uomo? Diceva essa in mezzo ai più strazianti singhiozzi: perchè ti hanno voluto trasportar qui lontano da tutti i tuoi, qui dove ti hanno ammazzato?... Sì ti hanno ammazzato coi loro salassi, colle loro droghe.... noi povera gente sì che glie ne importa a loro che crepiamo.... tanti di meno a mangiar pane.... io t'avrei guarito, io che avevo da conservarti ai miei figli.... Ed ora che ne sarà di questi tuoi miserelli di figliuoli?.... Chi ne darà loro da mangiare?.... O almeno saresti morto in mezzo a noi, circondato da noi... e non qui, solo, senza uno de' tuoi allato...«La sua voce suonava forte e straziante pel camerone: i bambini, che non capivano molto, ma che vedevano la loro madre così disperatamente desolata, si aggrappavano alle di lei vesti, la tiravano e strillavano piangendo; era pei malati una troppo dolorosa commozione; gl'inservienti e le monache accorsero in frotta al rumore. Presero in mezzo la donna e i bambini, li ragionarono, li rampognarono, li confortarono, e tanto fecero che la donna, diventata taciturna con grosse lagrime che le colavano giù dalle guancie, si rassegnò a lasciarsi condur via. Ma quando ebbe fatto appena pochi passi allontanandosi dal letto, tutta di colpo si riscosse; si sciolse dalle monache ond'era attorniata, e sclamando: — Ah! ch'io lo veda ancora una volta, tornò precipitarsi sul morto corpo del marito il cui volto coprì di nuovo dei baci suoi. Quindi se ne tolse da se stessa in apparenza più calma; si premette le mani nere ed incallite sugli occhi e pronunziò con tale accento di dolore che io non potrò obliare giammai, queste parole:«— Non lo vedrò più.... più mai!... Oh almeno l'avessi visto a morire!«E coi suoi figli aggruppati intorno si allontanò quindi mesta, curva, barcollante, come spinta ed oppressa insieme dalla mano della sventura.«Povera donna! Io era voltato col viso dalla parte del morto e avevo innanzi gli occhi la faccia di quel cadavere. Non potevo staccarne lo sguardo quantunque mi facesse una pena quasi paurosa a mirarlo. La morte aveva passato su quei lineamenti contratti dal dolore pur dianzi, la sua mano appianatrice: una gran calma sembrava spirare da quel volto ingiallito, ma insieme una gran mestizia eziandio, una mestizia però rassegnata e mite. Il misero aveva cessato di soffrire, ma quanta angoscia non doveva essere stata la sua quando l'occhio smarrito, sbarratosi negli ultimi fremiti dell'agonia, cercava invano intorno a sè le care sembianze dei suoi! Ma qual dolore per l'infelice donna superstite, che non aveva potuto consolarne gli estremi momenti, che non aveva potuto far impartire l'ultima benedizione a' suoi figli così presto orfani di padre!«Oh! pensavo, anche la morte è dunque più trista pel povero?...«Ed allora un'immensa amarezza m'invase, uno scoraggiamento, quasi uno sgomento profondo dell'anima. Quel letto che al mio primo risensare mi era parso così agiato, ora mi tornava irto di spine, l'atmosfera satura di miasmi di quell'ospedale mi riusciva di botto gravissima a respirare, quasi intollerabile, quel cadavere innanzi agli occhi mi faceva paura.«Fu sollecita, è vero, la monaca che lo aveva assistito nell'agonia, a tornare indietro, appena la donna fu uscita dal camerone, e tirò tutt'intorno le cortine del letto in guisa che la vista del morto venne tolta ad ogni sguardo; ma io sapeva che dietro quelle tende bianche e bleu c'era un cadavere, e coll'occhio della mente lo vedevo pur sempre, con quella sua bocca spalancata e storta, con quell'aspetto di mesta rassegnazione e di abbandonata quiete.«Più tardi vennero due uomini con una barella, questa deposero ai pie' del letto, poscia entrarono sotto le tende e per parecchi minuti si agitarono uno da una parte dal letto e l'altro dall'altra, imprimendo alle cortine distese una nuova forma, nuovi sgonfi ad ogni loro mossa; quando ebbero finito, trassero ai lati le cortine eil cadavere apparve sul letto, tutto avvolto nel sudario; lo presero a braccia, lo recarono nella barella coperta, e via, lasciando il letto disordinato.«— Ora lo portano al gabinetto anatomico e domani sarà tagliuzzato per lezione degli studenti: mi disse l'altro mio vicino di sinistra con una specie di sogghigno e con una voce stridula che mi fece ghiacciare il sangue e correre un fremito per tutti i nervi.
Maurilio sospese un istante la sua narrazione, esitò visibilmente, le sue guancie pallide e smunte s'infuocarono ad un tratto di cupo rossore; prese fra le sue le mani di Giovanni, e stringendogliele con forza, curvandosi su di lui, riprese a dire con isforzo ed a voce sommessa:
— Poichè ti dico tutto in quest'ora di espansione dell'anima mia, ti dirò pure cosa che ho con infinita cura nascosta a tutti quelli che potei, ed a voi miei amici più studiosamente ancora che ad altri, e cui potete accusarmi l'avervi nascosta. Ma tu, che mi ami più di tutti, tu avrai compassione della mia vergogna, e perdonerai alla mia debolezza.
— Parla, parla: disse Giovanni con molto affetto, corrispondendo alla stretta convulsa delle mani di Maurilio.
— Odimi adunque, esclamò questi, levando il capo ed agitandolo, come per iscuoterne un peso che lo gravasse; e così continuò il suo racconto:
«Ti ho già detto e ripetuto che Menico e Giovanna erano le due creature più avare di questo mondo. A me misuravano con tanta parsimonia il pane che avevo continua compagna la fame; a se stessi rifiutavano ogni cosa che passasse il necessario, ed anco questo riducevano ai più stretti limiti che sia possibile immaginare; sola eccezione faceva Menico per sè, quando si abbandonava all'ebbrezza. Una mattina di autunno Menico ne tornava dalla città secondo l'usato, che codesto non aveva mai voluto smettere di far egli stesso, per nulla fidandosi di me, quando sull'orlo della strada trovò un bel mucchietto di funghi che parevano mangerecci ed i più belli che fossero mai. Pareva che alcuno li avesse raccolti e poscia abbandonaticolà. Al vecchio avaro a cui piacevan di molto, parve una buona ventura l'impadronirsene e farsene una corpacciata senza costo di spesa. Li prese, e recatili seco a casa, la Giovanna li fece cuocere, e se li mangiarono tutti con una ghiotta esultanza che nulla più. A me, non occorre pur dirlo, non diedero nè offerirono neppure un briciolo di tanta leccornia.
«Venuta la sera, se ne andarono a dormire che erano i più soddisfatti che fossero sotto la cappa del cielo. Io mi arrampicai a mia volta sopra il tavolato nella tettoia, che era definitivamente diventato mio abituro, e sulla paglia degna del canile che ci avevo colà non tardai ad addormentarmi. Avevo allora diciassette anni, lavoravo tutto il giorno più forse che non permettessero le mie forze, onde non è a dire se il mio sonno fosse profondo, duro e tenace.
«Quella notte certo alcun rumore dovette succedere nella stanza ove dormivano i due vecchi; forse chiamarono aiuto: Menico si levò e venne fino in sulla soglia per cercarne, e là di sicuro mi avrà chiamato colla voce già arrangolata dalla morte: ma io non udii nulla.
«Mi svegliai al mattino e mi stupirono forte due cose: che il sole battesse già sopra il fumaiuolo del tetto della casa, il che indicava esser l'ora più tarda di quella in cui ero solito a levarmi, e che Menico, come tutti gli altri giorni, non m'avesse fatto saltar giù al primo romper dell'alba. Il cane di guardia mandava tratto tratto un lamentoso ululato. Discesi in tutta fretta e quando fui nel cortile un miserando spettacolo mi si offerse. Menico giaceva bocconi sulla soglia della casa, il corpo mezzo fuori e mezzo dentro, immobile, le mani contratte, livide, irrigidite; e il cane sdraiatosi presso alzava di quando in quando il capo insù e guaiva dolorosamente come avevo udito fare quello del medico sulla fossa del suo padrone.
«Accorsi di slancio verso il giacente, chiamandolo per nome. Non sapevo che cosa dirmi di codesto, non avevo neppur travista tuttavia la tremenda verità, ma le gambe mi tremavano. Mi chinai su di lui, sempre chiamandolo e stupito non rispondesse, ne toccai le carni, erano fredde d'un gelo che mi fece correre per le vene un brivido ripulsivo di ribrezzo, feci a sollevarlo e lo trovai pesante come una massa di piombo. Un alto spavento si impadronì di me; gettai un grido e lo lasciai ricadere; il mio sguardo sgomento corse nell'interno della stanzaccia; la Giovanna giaceva traverso il letto, livida ed immobile ancor essa, riversa, le braccia ed il capo abbandonati, con certi occhi spenti, immoti, ma spalancati che parevano fissarmi con minacciosa insistenza. Gettai un altro grido, e fuggii di là tremante, smarrito, dissennato, le chiome ritte per orrore sul capo. Mi fermarono domandandomi che fosse, avvisati dal mio aspetto medesimo che alcuna grave cosa era avvenuta. Io non sapeva che rispondere, non potevo che dire: — Menico e Giovanna.... là.... là.... andate a vedere.
«Si accorse, in pochi minuti tutto il villaggio era colà, e sapeva che i due vecchi erano morti repentinamente d'una inesplicabil morte. Ora ciascuno voleva spiegarsela questa morte. Il caso aveva voluto che due giorni prima Menico e Giovanna mi maltrattassero più ancora dell'usato; ed io, che pensavo sempre più a fuggirmi di là, mi ero lasciato scappar di bocca in presenza di qualcheduno le parole, che non sempre le cose sarebbero andate di quella guisa e che avrei ben saputo un giorno o l'altro sottrarmi a quella vita da galeotto. L'occhio morto della Giovanna che mi aveva odiato e che io certo non amava, mi faceva paura; non osavo entrare in quella stanza, e per quanto mi facessero e dicessero, non lo volli mai; la mia agitazione, il mio turbamento in faccia a quella morte inaspettata erano indicibili. L'idea mi era venuta, che alcune volte, nei momenti di mio maggior dolore, io aveva pur pensato alla mia liberazione per questo modo fatale e quasi con desiderio; ora innanzi a questo fatto tremendo quel pensiero mi pareva un delitto ed io doveva aver di certo sul volto l'impronta del rimorso. Cominciai ad accorgermi che mi si guardava con sospetto, che le donne susurravano piano fra di loro, accennando verso di me, che se ne allontanavano con ribrezzo. Non capivo ancora; ma me ne sentivo inquieto. Venne la giustizia. Esaminò, interrogò anche me — che risposi il più impacciatamente e confusamente che fosse possibile. Il giudice poco accorto e poco istrutto del suo dovere eziandio, non fece procedere ad autopsia dei cadaveri nè ad altro; diede ordine i morti si seppellissero, ed iniziò contro di me processo per omicidio.
«Tutto mi accusava: le parole che avevo detto, il mio contegno, lo sgomento che provai all'udire la taccia appostami, l'antipatia stessa che ispiravano altrui la mia condizione disprezzata, la mia indole scontrosa, il mio umore superbo e vago di solitudine che mi faceva fuggir tutti e rispondere con asprezza all'oltraggio. Tutti mi credettero reo, da Don Venanzio in fuori, al quale protestai della mia innocenza, ma non seppi dar ragione del fatto.
«La casa e le sostanze di Menico e di Giovanna cadevano in mano a certi loro congiunti, i quali erano troppo lieti di succedere e di potersi sbarazzare di me senza aggravio nessuno; e quindi erano i più furibondi nell'accusarmi.
«Io fui arrestato, ammanettato e condotto in carcere a Torino. Quando n'ero uscito, infante, era d'inverno, e mi recava sobbalzando il carrod'un lattaio; ora, dopo diciasette anni, rientravo in questa città, di sera, in una fosca giornata di autunno, sopra il carro d'un conduttore di ghiaia su cui mi si era fatto salire, perchè l'emozione e la vergogna mi avevan tolta ogni forza da poter camminare, scortato da due carabinieri.
«Ero così abbattuto dell'animo che non sapevo guari come e se vivessi. Quasi non avevo più coscienza di me; direi che non sentivo più nell'interno l'anima mia. Solo un gran sentimento di vergogna mi dominava. Nessuno mi conosceva in questa città a cui mi accostavo; nessuno sapeva pur che esistessi fra quella gente in mezzo a cui passavo; e parevami che sopra ogni parete di quelle case, sopra ogni volto di quelle persone leggessi la mia condanna, il mio disprezzo.
«La notte era già scura quando giungemmo. I lampioni accesi mi parevano macchie sanguigne nella tenebra notturna; sentivo un'aria soffocata come sotto una volta bassa ed angusta; il rumore delle strade mi suonava doloroso nel cervello, provai ciò che descrive Dante aver provato nell'affacciarsi alla «valle dolorosa.» Il carro si fermò in una viuzza stretta e scura; fui fatto discendere, mi si fece passare per una porta, poi per diversi anditi e salire diverse scale; dinanzi e di dietro a me mi veniva accompagnando il rumore fastidioso di chiavi agitate, di serrature che si aprivano e si richiudevano ad ogni volta, di catenacci che si toglievano e rimettevano con fracasso, di porte pesanti che cigolavano sui loro cardini, schiudendo il passo, e battevano con cupo rumore risserrandosi.
«Io andava guidato da un gruppo di persone che non sapevo quali, e neppur quante fossero. Pensandoci poi mi venne ricordato che mi avevan fatto fermare in una stanzuccia, innanzi ad un tavolino a cui sedeva un uomo, che mi fu chiesto il mio nome cui non seppi nemmeno balbettare, che i carabinieri avendo risposto per me, quando pronunziarono la parola trovatello, quest'uomo seduto mi saettò in volto uno sguardo incisivo, ironico, insultante, e pronunziò un'esclamazione che pareva dire: — Me lo aspettavo; ecco un abitatore predestinato di questi luoghi; che finalmente fui spinto in uno stanzone appena se illuminato da una lucernetta appiccata in alto alla parete di faccia all'uscio e una voce mi disse: — Guardate d'aggiustarvi lì dentro: per questa notte starete senza pagliericcio che non abbiamo tempo da procurarvelo, ma alla bella meglio, o qua o colà, fate di dormire.
«E la porta pesante si chiuse alle mie spalle con un lugubre suono.
«Io rimasi là dove m'avevano spinto, immobile, coi piedi piantati su quel quadrello dove si trovavano. La lucernetta fumosa, con un lucignolo che era un carbone, rischiarava a stento il locale. Vedevo delle forme che non sapevo ben discernere a tutta prima, stese in linea ordinata appiè delle due pareti laterali. Un'afa gravosa, piena di acri vapori e di cattivi odori, qual può esser quella d'un luogo chiuso in cui gli aliti impuri di troppa gente raccoltavi, mi serrava alla gola e mi rendeva difficile e penoso il rifiato, a me che ero avvezzo alle pure aure dell'aperta campagna. Un romore di voci rauche discorrenti con accompagnatura di violente bestemmie sorgeva di qua e di là, e frammischiatovi il russare profondo di qualche addormentato.
«Alcuni dei prigionieri all'udire aperto l'uscio s'erano levati a sedere sullo strammazzo su cui giacevano ed avevano guardato curiosamente chi fosse il nuovo compagno loro dato a quel punto.
«Ben mi era apparso che parole di scherno e di schifosa fratellanza, oltraggiosi saluti di buona venuta mi accogliessero, ma la mia mente confusa e smarrita non comprendeva bene. I più, squadratomi un poco, s'eran tornati a risdraiare, non curandosi altrimenti dei fatti miei; alcuni seguitavano a guardarmi con curiosa insistenza, ed io vedeva i loro occhi accesi o grifagni a me rivolti splendere nello scuriccio di quello stanzone d'una luce sinistra e maligna.
«Dopo alquanto tempo che io era colà, dato giù alquanto il tumulto che aveva luogo nella mia testa, potei udire questo dialogo:
«— Gli è un poverino d'un piluccaborse per sicuro, quel cazzatello intormentito: diceva una voce grossa e rauca non molto da me lontana.
«— Non ho mai visto quel muso lì, io che conosco dal primo all'ultimo tutti quelli che lavorano a Torino, soggiungeva un'altra voce esile e sottile che pareva di donna, eccetto che tratto tratto usciva in qualche nota da basso profondo. Di certo quel ragazzo non ha mai posto piede nella bettola di Pelone.
«— È vestito come un paesano del contado.
«— Sta a vedere che gli è un ladro di campagna.
«— Mi ha tutta l'aria d'un rimminchionito.
«— Bisognerà farlo cantare... A me, a me che gli vo torre il filo della camicia.
«Così disse quel della voce esile e dirizzando poscia il capo verso di me, fe' con esso un cenno di richiamo:
«— Ohei, martuffino, figliuolo d'una versiera, dà un po' retta qui.
«Io lo guardai: gli occhi piccoli, irrequieti, malignamente vivaci di colui che mi parlava — un omicciattolo mingherlino, collo stampo di tutti i vizi sulla faccia degradata e i bernoccoli di tutte le più brutte passioni sul cranio raso di capelli — quegli occhi mi fecero rabbrividire. Chinai lo sguardo innanzi al lume sinistro di quegli occhietti e mi sentii tutto invaso da una penosasuggezione, da un profondo timore, da un insuperabile ribrezzo.
«— Sei tu muto o scemo, caro il mio bamboccio da forca? Riprese quel cotale. Vieni un po' qua che facciamo conoscenza, poichè siamo alloggiati alla medesima osteria.
«Io nè mi mossi, nè feci motto.
«Egli allora si levò a sedere.
«— Oh oh! esclamò: gli è un sordo e muto, nato e sputato: ma sta a vedere, Stracciaferro, che io fo il miracolo di guarirlo in un momento.
«L'omaccione della voce grossa e rauca si pose supino sul suo stramazzo, colle mani intrecciate sorreggendosi di dietro la testa, e disse ridendo sguaiatamente.
«— Vediamo un po' i tuoi miracoli, Graffigna.
«Quest'ultimo tornò a sdraiarsi, poscia strisciando come una serpe sul pavimento ed allungandosi in modo straordinario delle membra, mi sparò in uno stinco a tutta forza un calcio col suo piede armato d'un pesante zoccolo di legno, munito di chiodi di ferro.
«Il dolore che ne provai fu più forte d'ogni altro sentimento, più forte del mio orgoglio e della mia volontà. Diedi un grido, le gambe mi mancarono sotto, e caddi per terra là dove mi trovavo. Credetti per sicuro avere lo stinco spezzato. Le lagrime mi vennero agli occhi e non potei avere più tanta forza in quel momento da ricacciarle indietro o da nasconderle.
«L'omaccione sghignazzava a gola spalancata, come della più piacevole facezia che avesse visto mai; l'acuto mio grido aveva svegliato qualche dormente, il quale brontolava del sonno interrotto e mi mandava ai cento mila diavoli: Graffigna esclamava in tono trionfante colla sua voce in falsetto.
«— Ve', se l'ho saputo toccar nel debole!
«Quello scellerato, trascinandosi sempre per terra a guisa di rettile, mi si venne accostando. Sentivo una paura ed un abborrimento da non dire. Avrei dato non so che cosa per potermene allontanare. Provai ad alzarmi, e il dolore non me lo consentì.
«— Là là: diss'egli: non muoverti, non agitarti, sta buono, bell'amorino da galera. Questo non è altro che un piccolo ammonimento, che quando Graffigna ci parla bisogna rispondere. L'hai capito eh?
«Mi pose una mano sull'avambraccio; e quel contatto mi fece fremere.
«— Non toccatemi...... lasciatemi stare: gridai con vero terrore tirandomi in là più che potessi.
«Ed egli trattenendomi:
«— Sta buono che non ti voglio mica mangiare; se tu fossi un pezzo di prosciutto... meno male!
«Mi cacciò impudentemente le mani addosso e mi palpò con isfacciato cinismo.
«— Sei magro come un'acciuga. Che cosa faremo di te qui dentro? Sei buono nè da questo nè da quello.
«Dirti il ribrezzo che provavo è impossibile, eppure stavo là passivamente sotto lo schifoso toccare di quelle luride mani, incapace com'ero diventato assolutamente di muovermi.
«— I birri, t'avranno frugato ben bene, continuava Graffigna, e non t'avranno lasciato neppure la croce d'un centesimo, non è vero? vediamo un po'. (E mi frugava con una destrezza insuperabile). Se lo dicevo! Asciutto come un fiasco che è passato per le mani di Stracciaferro. E tu, povero coso, non avrai saputo mettere in salvo tanto da pagarci la buona venuta... E qui dentro, in un modo o nell'altro bisogna pagarla; e se non hai denaro la pagherai colle opere... Questo te lo dico io.
«Ed egli mi diceva il vero pur troppo. Io divenni il servo di tutti que' tristi e ad ogni più umiliante cosa, ad ogni loro capriccio mi obbligarono con sevizie di tutta fatta, piacendosi di quando in quando a tormentarmi per iniquo diletto da occupar loro la noia.
«Non ti dirò tutto quello che mi avvenisse in quella bolgia d'inferno. Ti basti sapere che d'ogni fatta orrori io ne udii narrati e d'ogni sorta sconcezze ne vidi; io cui la vita della campagna in mezzo alla natura aveva almeno conservato sino allora incorrotto nella mia pudica ignoranza.
«Credi pure: una delle prime riforme che occorrano nel nostro ordinamento civile si è quest'essa delle carceri. L'imprigionamento preventivo, in massima, può essere talvolta una solenne ingiustizia che punisca crudelissimamente un innocente, com'era il mio caso; in fatto poi, applicato com'esso è appo noi, è una scuola infame di corruzione e di delitti per chi o è puro tuttavia, dopo un primo fallo altresì potrebbe ancora esser facilmente ridotto alla buona strada.
«Pensa al mio caso ed alle mie condizioni, e non potrai a meno che rabbrividire. Giovane appena di diciasette anni, mentre non avevo ancora nemmanco in me l'idea del delitto, e l'uomo colpito dalle leggi mi appariva come un mostro quasi fuori della natura, ero gettato in mezzo ad una frotta di scellerati che dei loro delitti si compiacevano e menavano vanto, ed avevano dai compagni misurata la stima appunto dalla audacia e dalla grandezza della colpa commessa.
«A ritenere dal male giova moltissimo, forse più che ogni altra cosa, il pensiero ch'esso sia ripugnante alla nostra natura, che il delitto non sia il retaggio che di certi esseri predestinati da noi ben differenti, che fra noi ed i colpevoli corrauna gran distanza difficilissima a superarsi. Più state lontani dallo spettacolo e dalla conoscenza del male, e più sarà in voi radicata questa salutare idea. Non crederete possibile il far male, perchè non avrete l'abitudine di pensarci e conserverete per esso tutto l'orrore che vi hanno inspirato od avete da voi medesimi concepito. Ma prendete un povero diavolo cui la giovinezza faccia più impressionabile alle cose circostanti e cacciatelo in quella trista atmosfera di scelleratezze; dapprima il suo orrore sarà cresciuto a dismisura, e soffrirà moralmente, come parola umana non può esprimere; poscia, del pari che il corpo ai patimenti ed alle intemperie fisiche, la sua anima s'incallirà, per così dire, a poco a poco a quello sciagurato ambiente del male; la mostruosità del delitto, che gli pareva impossibile ad allignare nel suo animo, finirà per apparirgli la cosa più naturale del mondo e se ne sentirà entro se stesso i germi; se quell'infelice condizione perduri, giungerà a credere portato della natura umana il delitto, stoltezza o pregiudizio l'onestà e la virtù.
«Codesto press'a poco provai io stesso, e se non caddi fino a quest'ultimo grado, lo debbo ed al buon don Venanzio, che tutto s'adoperò per ottenere la mia liberazione, e più ancora all'intervento pietoso del mio buono spirito protettore.
«I due principali in quella congrega di scellerati erano i due che ho già nominati: Graffigna e Stracciaferro. Erano essi che più mi tormentavano e più mi tenevano seco. M'inspiravano odio e paura: il primo peggio che il secondo, quantunque Stracciaferro fosse il più violento e in apparenza anche il più feroce. Ma non so quale ignoto sentimento, che anche oggidì non so come spiegare, mi faceva desioso di conoscere, di esaminare quella rozza, selvaggia, barbara natura.
«Un vincolo fortissimo di antica complicità nei delitti si vedeva che legava questi due uomini in un'infame amicizia; ma essi lo dissimulavano. Graffigna, che era quello dei due il quale aveva la parola sciolta, raccontava ai compagni, che ammiravano, i fasti sciagurati della loro vita; e mentre l'uditorio applaudiva, Stracciaferro, giacendo quasi sempre disteso nella sua lenta mole, si contentava di sorridere con una specie di orgoglio bestiale.
«Fra tutti quei delitti ce n'era uno che Stracciaferro non voleva udire ricordato. Graffigna aveva fatto cenno di esso una volta, e il suo complice, divenuto pallido come un cencio, esclamò con ira insieme e quasi spavento.
«— No, no, non quello, non quello.
«Bastava codesto perchè grande fosse appunto in tutti la curiosità di saperlo, e ti confesso che ancor io partecipava di questa malsana curiosità.
«Eravamo in principio di novembre, il giorno tristissimo dei morti. Da qualche giorno Stracciaferro era tristo, cupo, taciturno; Graffigna sorrideva e crollava le spalle guardandolo con molta compassione. Quando s'interrogava Stracciaferro che cosa avesse, egli non rispondeva che mediante un grugnito con cui voleva dire: lasciatemi tranquillo; quando se ne chiedeva a Graffigna, egli diceva sottovoce, perchè il suo complice non udisse: — Siamo ne' suoi giorni neri; parecchi anni sono a questi dì ci capitò quel certo affare ch'ei non vuol mai gli si ricordi, e il pover uomo ha la debolezza di sentire qualche cosa a rosicchiarlo nello stomaco.
«La notte dei morti, io che dormiva non lontano da lui, udii Stracciaferro gemere, lamentarsi nel sonno, lo vidi agitarsi e ad un punto levarsi di scatto a sedere sul giaciglio come desto improvviso, esclamando:
«— Ah! la Gegia! la Gegia!
«Tutto taceva, eccetto il profondo russare di alcuni addormentati; il lumicino appiccato alla parete mandava una fioca luce nell'androne; a quello incerto chiarore mi parve scorgere livide per paura le guancie di quell'omaccione ed irte sulla sua testa le chiome. Stette egli un poco così, quasi smemorato, guardando attorno con occhi sbarrati, poi si passò la mano sulla fronte due o tre volte, come per cancellarne un tenace pensiero, e gettando un profondo sospiro tornò a sdraiarsi.
«Il domattina Stracciaferro era pallido ed aveva ancora contratti i lineamenti. Quasi non disse verbo di tutto il giorno. Mi guardai bene dal lasciarmi sfuggire un sol motto che potesse fargli supporre aver io visto il suo turbamento notturno.
«Graffigna cercò motteggiarlo; ma, senza neppur disserrare le labbra, Stracciaferro lo guardò di tal guisa che quell'altro non ebbe più ardire di aggiunger parola. Verso sera alcuni dei prigionieri avendo cominciato a cantare, secondo il solito, una delle luride loro canzonaccie, Stracciaferro con voce tonante impose loro silenzio, e tutti si tacquero, tanto era il predominio che gli avevano dato la sua superiorità di forza muscolare e di colpe.
«— Non c'è che un modo per addomesticare quest'orso: disse Graffigna ristrettosi cogli altri prigionieri a consiglio; ed è di ubbriacarlo d'acquavite. Il carceriere P....., se noi gli lasciamo scorrere qualchebianchetto, ci fornirà una famosatoppetta di branda, e con ciò noi otterremo l'intento.
«Così fu fatto. Quando si ebbe l'acquarzente, dapprima Stracciaferro rifiutò di bere; poi cedendo ad un tratto alle sollecitazioni di Graffigna, con un moto brusco e quasi rapace afferrò la fiaschetta e recatala alle labbra, ne tracannò giù come se fosse acqua di fonte. Di botto i suoiocchi brillarono, un cupo rossore salì ai pomelli delle sue guancie, e il petto largo e potente gli si sollevò in un respiro ampio e profondo.
«— Neh, che così la va meglio? Gli disse, con tono insinuante Graffigna.
«— Sì, la va meglio. Questo è il farmaco per ogni melanconia.
«E rimettendosi il fiasco alla bocca non lo trasse giù più finchè non l'ebbe vuotato del tutto. Allora guardò intorno roteando gli occhi, con aspetto tra scemo e tra stupito; poi ruppe in una gran risata, scaraventò contro la parete di prospetto la bottiglia vuota che ne andò in mille frantumi, e cadde indietro lungo e disteso sullo strammazzo dov'era seduto, come fulminato.
«Alcuni s'appressarono quasi per soccorrerlo.
«— Lasciatelo, lasciatelo: disse Graffigna. E' fa sempre così; ora sta un poco a covarsi quel boccone di sbornia, e poi salterà su collo scilinguagnolo sciolto che lo udrete a contare vita e miracoli.
«Avvenne in questo modo appunto. Stracciaferro tornò a sedere sul suo pagliericcio. Aveva la faccia di un rosso cupo, color di mattone, gli occhi infiammati, le labbra turgide, allividite; pareva un infermo di trasporto cerebrale nel delirio della febbre. Tese la mano a Graffigna, e questi avendogli data la sua, glie la strinse con tal forza che il mingherlino fece una smorfia orribile e gettò un grido ed una bestemmia.
«— Alla croce di Dio, pendaglio da forca, tu mi stroppii.
«— Grazie, Graffigna: diceva Stracciaferro con una concitazione straordinaria: grazie! Sì questo mi fa bene.... forse mi uccide, ma che importa?... Questo mi guarisce dalla mia sciocca debolezza.
«Guardò intorno entro il viso dei suoi ascoltatori, un per uno, come per vedere se alcuno volesse contraddirlo.
«— Sì, sciocca debolezza: ripetè insistendo. Sono un uomo, e un fiero uomo in tutto, me ne vanto; ma in una cosa sola sono un bambino, sono una femminetta. Lo credereste? In questi giorni ho qui dentro qualche cosa che mi rode, che mi leva ogni forza, che non mi lascia dormire..... Ha da dirsi rimorso?.... Chiamatelo come volete.... È un maledetto tormento, ve lo assicuro.... Sono già diciasette anni che a questa stagione soffro di codesto male. Che cosa non darei perchè non venisse mai il mese di novembre, e sopratutto il giorno dei morti! Ne ho fatte d'ogni colore, parecchi ho visto morire sotto i miei colpi. Nè il sangue mi spaventa, nè il rantolo dell'agonia d'un uomo. Se penso a questo od a quello che ho mandato all'altro mondo, non mi fa nè caldo, nè freddo, non perdo l'appetito e la notte non dormo meno saporitamente per ciò; e invece quando il pensiero mi viene d'una donna, d'una debole donna, giovane e povera, ecco che gli è come se la vedessi — proprio lei — sorgere, e starmi dinanzi, e tendere verso di me le sue bianche braccia convulse a strapparmi dalle mani suo figlio, e vedo, come allora, le chiome scarmigliate, il nudo seno e gli occhi furenti...... Chi ha visto mai una madre che difenda suo figlio? Una leonessa non può essere più fiera.... L'ho sognata questa notte. Mi si avventava incontro come allora con morsi e graffiature; mi vomitava improperii e maledizioni; invano la respingevo; mi si attaccava con unghie di ferro, e il tempo stringeva; avevo promesso, avevo già preso parte del denaro, aspettavo di averne il resto; Graffigna mi sollecitava; Graffigna mi aveva fatto bere come stassera; io gridava alla donna: lasciami andare o succederà qualche precipizio; ella più ostinata che mai gridava: rendimi mio figlio, gridava accorruomo. Era notte; mi ricordo che le sue grida acute risuonavano pel silenzio di quella città in cui ero straniero come i rintocchi d'una campana a stormo. La gente l'avrebbe udita di sicuro. Sarebbero accorsi; a momenti potevano esser lì. Come salvarmi? Non ero pratico di Milano..... poichè gli è colà che eravamo.... fa presto, mi diceva Graffigna, il quale mi tolse il bambino di mano; fa presto..... Ma come? Pari ad un serpente la Gegia mi si avvinghiava intorno.... In che modo avvenne che mi trovassi in mano un coltello? Fu il demonio che me lo cacciò fra le dita, o fosti tu, Graffigna.... Bisognava fuggire.... Quel seno bianco era lì davanti a me. Gli piantai dentro la lama; il sangue mi zampillò caldo nel viso, lo vidi colar rosso rosso su quelle carni; la Gegia agitò le braccia, rantolò pur ripetendo ancora quelle parole che mi rimasero stampate come un marchio di fuoco nel cervello: rendimi mio figlio; e cadde! Graffigna mi afferrò, mi trasse con sè; fuggimmo portando via la preda — quell'infelice bambino.... Ebbene questa notte l'ho sognata tal quale. Boccheggiante nel suo sangue, quella misera donna venne ancora a ripetermi: rendimi mio figlio!
«Curvò il capo e si tacque. Graffigna prese egli a dire, con quella sua voce in falsetto che mi parve allora più acre e stonata che mai:
«— Fu la cosa più necessaria del mondo, e non si poteva fare altrimenti. Un cotale — gli è un signore di qui, e potrei anche dirne il nome, se non fossi un uomo prudente — un cotale adunque, con cui avevo per altri precedenti affari piuttosto strette relazioni, mi dice un bel giorno, sono appunto diciasette anni: «— Mio caro Graffigna, ho bisogno che tu mi procuri un bambino maschio che abbia circa due anni di età, di cui padre e madre non si dieno più pensiero e non cerchino di saper più nulla mai; ho bisogno chenessuno al mondo sappia mai che io t'abbia data questa commissione e che tu l'hai eseguita. Se tu fai a modo avrai due mila lire.» Cospettone! Capirete anche voi che due mila lire non sono una manata di giuggiole. State tranquillo, messer Na... (Qui Graffigna s'interruppe e non disse intiero il nome). State tranquillo, insomma, gli dissi (così ripigliò) che la cosa è bella e fatta. Sapevo che Stracciaferro era in relazione con una tale che aveva dato alla luce un bambino, e pensai tosto che quello era il fatto nostro. Cercai subito di lui e gli contai la faccenda. Questo bravo uomo dapprima aveva degli scrupoli; ma poi all'udire delle due migliaia di lire cominciò a piegar l'orecchio. C'erano però due difficoltà. Quella donna s'era traslocata a Milano per seguitarvi una signora al cui servizio la si trovava, e quantunque non fosse più in quella casa, aveva però continuato a far dimora colà. Inoltre il bambino di lei non aveva che pochi mesi e non era ancora slattato. Ma io sono fatto per isciogliere le difficoltà. La prima era anzi un vantaggio. Avrei persuaso il nostro mandante come fosse molto meglio per la segretezza della cosa andare a prendere il fantoccio lontano, e che occorreva soltanto per la spesa maggiore un aumento della somma di compenso: quanto all'età, qualche mese più, qualche mese meno, pensavo di potergliela accoccare lo stesso a chi ci dava la commissione. E infatti quel signore fu lieto molto della mia proposta di prendere il bambino in una città lontana, e crebbe sino alle tre migliaia di lire, cotanto gl'interessava la cosa. Partimmo e andammo dritto da quella donna, sperando che spiegandole la cosa, ella si sarebbe acconciata volontieri per un cinquecento franchi a lasciarci il marmocchio, che non erale altro che un peso. Sì, va a far capire la ragione ad una testa matta di donna che si incoccia a dir no! Nè preghiere, nè minaccie ci valsero. Avevamo già intascato un migliaio di lire, e non è gente del nostro calibro che manca alla parola. Dissi allora a Stracciaferro di arraffare il naccherino e filare. Fu allora che successe il casa del diavolo. Il bambino fu portato via, e la donna andò all'inferno.....
«— Taci: urlò Stracciaferro: non parlar male di lei..... Povera Gegia! Povero bambino!.... Oh! che ne sarà stato di lui?
«— Peuh! Questo non era più affar nostro. Consegnato il marmocchio e presi i danari, che ne importava del resto?
«— A te! riprendeva Stracciaferro; ma io!... quello era mio figlio!
«Non puoi credere l'impressione che quel racconto fece su di me. Erano diciasette anni che quel delitto era successo. Quel bambino aveva dunque press'a poco la mia età; e mi domandavo, come faceva il feroce mio compagno di carcere, che cosa mai poteva essere avvenuto di lui, che vita, che sorte fossero le sue. Figliolo d'un tal padre! Non era ella una disgrazia peggiore che quella di non aver padre nessuno? Ma almeno egli non sapeva questa sua disavventura, e l'uomo che aveva fattolo rubare alle carezze della madre gli aveva forse creata una esistenza onorata e tranquilla. Pensavo a quella povera madre, e pareva anche a me udire le ultime parole arrangolate, pronunziate dalla morente:rendimi mio figlio!
«E di botto mi veniva alla mente il pensiero di quell'aerea forma che mi appariva di quando in quando, e ch'io m'era avvezzo a chiamar mia madre. Ella pure forse era stata da me disgiunta; e come? e chi sa con quanto dolore?
«Quegli che più di proposito aveva assunto l'impresa di volgermi decisivamente al male, era Graffigna. Si piaceva ad istillarmi ogni sorta di infami insegnamenti: come si concepiscono, si meditano, si preparano, si compiono i delitti. Era maestro in quest'arte sciagurata. Niuno meglio di lui sapeva far nascere le occasioni da un lato e fare sparir gl'indizi del fatto dall'altro. Aveva ridotto la cosa ad un giuoco di combinazioni che presentava la sua attrattiva come ogni lotta in cui l'attività e l'acutezza della mente s'impiegano più che le forze del corpo.
«A me poi, col serrato argomentare d'una logica inesorabile, voleva persuadere che ad ogni costo io doveva essere e sarei stato uno dei loro. Secondo lui, tutti gli uomini nascevano colle medesime disposizioni press'a poco; a gettarli di di qua o di là di quella linea ideale che separa nel mondo quelli che si chiamano galantuomini da quelli che si chiamano furfanti e che sono perseguitati dal codice penale, non è altro che il particolare presentarsi delle circostanze; in una sola parola, il caso. Per me questo giudice supremo aveva già pronunziato irrevocabilmente, ed avevo da appartenere di necessità alla schiera dei birbanti. Fossi non fossi reo di quel primo delitto, non montava nulla. Avevo assaggiato del carcere, e questo bastava per imprimermi il carattere indelebile d'individuo pericoloso alla società e condannato al bando dai cosidetti onesti. Uscito di là non avrei trovato più nè una mano che mi si tendesse, nè un pezzo di pane in compenso del mio lavoro; la sedicente virtù mi avrebbe chiuso la porta in faccia e lasciatomi dappertutto sul selciato a morir di fame, avrei dovuto riparare ad ogni modo nelle file dei reietti, e tanto valeva che di subito m'imbrancassi con loro. Ero povero, solo al mondo e colla nota di bastardo. La sorte mi aveva gettato in mezzo al genere umano precisamente apposta per accrescere d'una recluta l'esercito dei ribelli alla tirannia sociale: quello era il mio destino; uomo nessuno si può sottrarreal suo destino, ed io, avessi fatto qualunque cosa, avrei dovuto pur sempre soggiacere ai decreti di esso.
«Le parole di quell'uomo mi confondevano la mente; sentivo con terrore in me l'impotenza di rispondere alle sue ragioni, di respingere l'influsso che m'invadeva del suo dire. Delle volte mi nasceva la tentazione di esclamare: ebben sì, sarò dei vostri; e tenuissimo era l'ostacolo di ripugnanza interiore che tuttavia me ne tratteneva. Spesso mi sentivo agitato come da una battaglia che si combattesse nell'animo mio: poi ad un tratto ero lasso e fastidito, e parevami che, presa una volta la decisione di essere ciò che erano tutti coloro che mi attorniavano, sarei stato più tranquillo. Anche la ingiustizia del trattamento che soffrivo, io innocente, mi destava talora dei veri parossismi di sdegno. Provavo un odio accanito contro chi mi aveva procurato codesto immeritato supplizio; e Graffigna mi apprendeva che questo cotale era tutta la società, era l'ordinamento delle cose fatto apposta per rassicurare tutti quelli che possedevano e che si chiamavano onesti, ed opprimere coloro che non avevano nulla e che i primi avevano battezzato per mariuoli.
«Te lo confesso schiettamente: stavo per cedere. Mi sentivo male. Il passare così ad un tratto dalla vita aperta dei campi all'aria impura di quel luogo chiuso dove si respirava in tanti: la passione stessa della mia anima combattuta, la rabbia, il dolore, la vergogna avevano scosso la mia salute già cagionevole fin dall'infanzia. Da più giorni mi ricorreva periodicamente una febbre che ad ogni volta si faceva più forte. Non dicevo nulla ma mi sentivo consumare la vita. Non potevo mangiar più neppure un boccone; avevo una sete inestinguibile e non avrei fatto che bere. I miei compagni che mangiavano la mia porzione si guardavan bene dal dirmi ammalato ai custodi: io nè voleva, nè osava parlare; nè pure ci pensavo. Quando l'accesso mi prendeva, avevo delle trafitture qui nel capo che mi pareva mi piantassero delle sottili lame arroventate traverso l'osso del cranio ed alle tempia a penetrarmi entro il cervello. Delle cose che mi attorniavano e di me stesso e del mio stato, avevo e non avevo coscienza. Le impressioni perduravano, ma non erano più esatte. I rumori e la vista degli oggetti a volta a volta mi tornavano velati, come lontani, come traverso ad una nebbia, oppure mi rispiccavano più vivi, più forti, destandomi una sensibilità quasi dolorosa. Perdevo in certi momenti la idea del tempo; tutto mi si confondeva in un tratto il mio passato a farmisi presente, e vivere in un attimo una serie d'anni; poscia quella confusione svaniva a lasciar sorgere più netta l'idea dello stato in cui mi trovavo; ed allora mi sentivo veramente a soffrire.
«In uno di questi accessi tutti i discorsi tenutimi da Graffigna mi sfilarono innanzi come incarnati in certe figure di persone che mi sembrava mi sorridessero, mi ammiccassero, mi chiamassero a sè passando. Ciascuno aveva la sua fisionomia propria, e mi guardavano molto onestamente, con aria d'interesse e con faccia d'amici. Li salutavo quasi con affezione, e siccome essi parevano invitarmi ad andar con essi loro, io mi drizzai sul mio giaciglio, pronto a seguirli e recarmi dal demonio tentatore a dirgli: sono cosa vostra.
«Ma ecco, di colpo, appena levatomi a sedere, tutta quella fantasmagoria sparire. D'improvviso io mi sentii libero il capo e chiara la mente; parvemi che un fresco alito mi ventasse sulla fronte a calmare il tumulto del mio sangue: provai un senso subitaneo di sollievo e di benessere; sentii che riprendevo per l'affatto il possesso della mia volontà e della mia intelligenza; mi trovai — te lo assicuro — nello stato medesimo di lucidità in cui sono al presente.
«Anche allora era sull'imbrunire. Il lume non era ancora stato acceso ed un'oscurità quasi piena ottenebrava il camerone. Innanzi a me, dritta ai piedi del mio pagliericcio, diffondendo intorno a sè una specie di debolissimo chiarore, stava quella forma incorporea di donna, stava lo spirito che da qualche tempo già non mi era più apparso. Benchè sempre incerte ne vedessi le sembianze, parvemi tuttavia che in esse fossevi una espressione di mestizia e di rimprovero. Io tesi le mani verso di lei e mandai una esclamazione. Ella si chinò allora verso di me; sembrommi che qualche parola pronunziasse, ch'io pure non potei afferrare; si volse alla parte dov'erano nell'ombra Graffigna e Stracciaferro e scosse la testa e fece un atto imperiosamente negativo colle mani, come per dirmi a loro non m'accostassi; poi si pose la destra sul petto, quasi volendo indicarmi, son io che te lo comando, io che te ne prego, e disparve.
«Parvemi che il buio della stanza si facesse maggiore. Fui per chiedere ai miei vicini se nulla avessero visto; ma poi questa mi parve quasi una profanazione e mi tacqui. Mi lasciai ricadere sul mio giaciglio, tutto riconfortato dell'anima. Questa benefica apparizione aveva fugate quelle perniciose della febbre: i sofismi di Graffigna erano vinti dalla sola presenza manifestatasi del mio buono spirito. Stetti più cheto, con una nuova tranquillità quale non avevo più da tempo gustata, e poco stante mi addormentai.
«Il domani ecco aprirsi la porta del camerone, ed il custode chiamarmi per nome.
«— Venite fuori, che c'è gente che vuol parlarvi.
«Appena potevo reggermi in piedi. Mi trascinai a stento dietro il carceriere fino in una stanza a piano terreno.
«Colà Don Venanzio commosso mi tendeva le braccia e sclamava colle lagrime agli occhi:
«— Maurilio, tu sei libero.
«Gettai un grido di gioia e l'emozione fu tanta che per la debolezza non potendovi reggere, caddi svenuto nelle braccia del buon sacerdote.
«Don Venanzio non mi aveva dimenticato. Persuaso che io era vittima d'un errore, non aveva avuto pace più finchè non l'avesse visto riparato. A Torino egli conosceva una famiglia potente..... (Qui Maurilio esitò un momentino.) La famiglia Baldissero.
— Quella a cui appartiene il tracotante che insultò Benda? Domandò Selva.
— Quella stessa: rispose Maurilio. Al marchese, capo di questa famiglia, ricorse Don Venanzio, ed ottenne che sollecitamente si mandasse a procedere all'esame dei cadaveri di Menico e di Giovanna, che se ne scoprisse la cagion vera della morte, e che si dichiarasse non esser luogo a procedimento contro di me. Il buon prete aveva voluto recarsi egli stesso di persona a darmi la notizia della mia liberazione ed accompagnarmi fuor della carcere.
«Ma la infermità che mi aveva assalito mi obbligò a passare dalla prigione all'ospedale. Don Venanzio quando mi ebbe visto per sua cura allogato in un letto dell'ospizio X...., raccomandatomi con ogni premura alle suore di carità che pietosamente servivano i malati, se ne partì di nuovo pel suo villaggio, facendomi la promessa, che in realtà mantenne, di venirmi a vedere di sovente.
«Parecchi giorni rimasi senza cognizione; quando risensai mi sentivo una gran fiacchezza addosso, precisamente come allorchè incominciò la guarigione da quell'altra uguale malattia che sostenni qui dopo che tu mi avesti raccolto e dato ricetto. Ero in un lungo camerone a pareti tutte bianche; due file di letti nella direzione della lunghezza si schieravano in faccia l'una all'altra. Tutti questi letti erano similissimi, incortinati intorno d'una stoffa di cotone a righe bianche e bleu, con una coperta uguale: a capoletto di ciascuno di essi era appesa una lastra con suvvi la polizza che diceva il numero del letto, l'età, le condizioni, la malattia di chi vi giaceva. Non avvezzo sino allora che allo strame del soppalco di Menico ed al pagliericcio del carcere, io trovava quel materasso su cui ero allora disteso il più soffice del mondo; quella di sentirmi posare sulle membra un lenzuolo pulito mi pareva la dolcezza maggiore che avessi provato mai.
«Mentre stavo così meco assorto a gustare quel soddisfacimento tutto materiale, e non avevo pensiero fatto, ecco dal letto che m'era più vicino alla mia destra uscire un gemito dolorosissimo fatto per istraziare il cuore anche al più insensibile uomo del mondo.
«— Oimè! Oimè! Diceva una voce d'uomo faticosamente: oh quanto soffro!
«Volevo rivolgermi a guardare questo infelice che si lamentava, e la debolezza non mi consentiva moto nessuno. Il respiro affannoso del soffrente, interrotto tratto tratto da un'esclamazione di profondo dolore, da un lagno di spasimo incomportabile, mi faceva una pena da non potersi dire.
«— Da bere! Si mise poscia a domandare con quel po' di voce che gli rimaneva, onde appena era se poteva farsi udire fino da me: da bere!... un po' d'acqua, una goccia d'acqua per carità.
«Nessuno degl'inservienti poteva udirlo: io guardava intorno e non vedevo anima viva che fosse in caso da accorrere; le due lunghe file di letti soltanto, dai quali od uscivano gemiti o un silenzio di tomba. Facendo uno sforzo con tutto quel pochissimo vigore che mi restava, giunsi a volgere il capo verso quel povero tormentato, e lo vidi. Era un uomo sul mezzo della vita, con una folta ispida barba sul volto cresciutagli durante la malattia, le guancie incavate, giallo di colore, i pomelli sporgenti, le occhiaie infossate e al fondo le pupille accese d'un luciore di febbre.
«— Da bere, da bere: seguitava a dire il misero colla manchevol voce, ma con una specie d'irritazione nell'accento: da bere, un po' d'acqua per amor di Dio!... E non ci sarà un cane che mi dia una goccia... e mi lascieranno crepare senza pur darmi una stilla d'acqua!...
«Come avrei voluto potere saltar giù e andargliene a ministrare! Ma mi sentivo inchiodato nel letto del pari e forse più ancora che quegli non fosse; e ad un tratto mi assalì il pensiero che se ancor io avessi avuto quel tormento della sete non avrei potuto levarmelo, e nessuno sarebbe venuto neppure in mio soccorso. Bastò questo pensiero perchè tosto mi paresse davvero già esserne assalito ancor io. Volli chiamare e mi mancò la voce: mi parve che un'altra voce mi pronunziasse entro la testa: «— qui ci lascieranno crepare senza darci neanche una stilla d'acqua.»
«Intanto guardavo sempre quell'uomo, ed egli guardava me. Quegli occhi lucenti cupamente in mezzo a quel viso giallo di cadavere mi facevano paura: e non potevo distogliere da essi i miei quasi affascinati.
«Egli si lamentava sempre. Ad un punto cessò di fissar me per volgere il suo sguardo al tavolino verso il tazzone di terra in cui c'era la pozione da bersi. L'intensità del desiderio che c'era in quello sguardo, l'agonìa di arrivare a quella bibita, il tormento di non poterlo, erano indescrivibili. Vidi agitarsi lievemente la coltre sopra il petto di quell'infelice, e poi una mano scarna uscirne fuori a rilento, protendersi verso quell'agognatatazza, allungarsi, allungarsi, mentre quello sguardo brillava sempre più e più di desiderio. Già la mano era per arrivarvi; il corpo s'era stentatamente voltato ancor esso ad assecondare quel movimento; io seguiva con infinito interesse quell'atto, parevami che a vedere quel dolorante afferrare la tazza e potersi saziare la sete, ne avrei provato grandissimo sollievo ancor io... Ma quando già era per toccare la sospirata meta, quella povera mano di botto ricadde; un sospiro o meglio un gemito sfuggì da quel petto affranto; il capo del giacente rimase più abbandonato sul guanciale, gli occhi si chiusero ed un'immobilità di morte gli tenne tutte le membra. Lo credetti estinto. Quella faccia cadaverica esprimeva nella contrazione de' suoi lineamenti una rabbia profonda: la mano giaceva sulla sponda del letto, pendente all'infuori; era una rozza mano di un rozzo uomo della plebe; ma ora la pelle villosa e bruna si piegava sulle ossa rugosamente, in modo che ogni falange, ogni tendine, ogni vena ne spiccava al di sotto con brusco risalto. Pensai che quella mano un tempo era di certo forte da sollevare ogni peso, ed ora non poteva nemmanco prendere una tazza d'acqua; così era quel povero uomo ridotto dalla malattia!
«Dopo un tempo che mi parve abbastanza lungo, il mio vicino risensò e si rifece da capo a lamentarsi, ma più fiocamente, e a domandar da bere, ma con appena intelligibili parole.
«E così durò lo spasimo di quell'infelice, senza che niuno venisse in suo soccorso, finchè il momento non giunse della visita medica.
«Io, che non avevo mai visto ospedale, nè uditone parlare, quasi mi spaventai quando vidi quella frotta d'uomini vestiti di nero, accompagnati da una monaca, che s'avanzavano pell'androne, si fermavano a tutti i letti, ora un po' più, ora un po' meno, ma non oltre i dieci minuti mai, borbottavano alcune parole fra di loro e passavano.
«Era il medico capo con dietro a sè gli allievi del corso. Prima d'arrivare al mio dovevano incontrare il letto di quel mio vicino di destra, e li vidi, come altrove, fermarvisi. Il professore, che camminava primo, s'inoltrò fino all'altezza della testa del giacente; gli allievi si aggrupparono a' pie del letto, e senza riguardi, con brusca strappata, tirarono via le cortine per poter veder bene tutti la faccia del malato. Notai che alcuni fra essi chiaccheravano fra di loro, parevano di tutt'altro occupati che dello spettacolo che avevano innanzi agli occhi, e ridevano come se di nulla fosse. Uno di essi, che era il più prestante della persona, il più elegante di abiti e tale per ogni verso da richiamare specialmente l'attenzione di chicchessia, attrasse i miei occhi, che, appena vistolo, non seppero staccarsene più. Ei mi pareva tutto tutto il mio compagno d'infanzia Gian-Luigi.
«Intanto il dottore aveva preso il polso del malato e gli aveva domandato come si sentisse.
«— Da bere! Aveva susurrato il miserello per tutta risposta.
«— Ah sì, avete sete: rispose il medico: una sete ardentissima non è vero? È naturale, me la aspettavo.
«E rivoltosi alla monaca che l'accompagnava:
«— È stato tranquillo?
«— Tranquillissimo: rispose con tutta assevezione la suora.
«— Uhm! Fece il dottore crollando il capo, in modo che pareva dinotare poca credenza in quella affermazione; poi, senz'altro preambolo, prese le coltri che coprivano il malato e le trasse giù fino a mezzo il letto: scoprì della camicia lo stomaco del giacente, vi pose su la mano sinistra piatta e si diede a battere su questa colle dita della destra fatte a gruppo; poi si curvò a mettere l'orecchio su quello stomaco e stette ad ascoltare. Drizzatosi rivolse la parola ai giovani che lo accompagnavano pronunziando barbari motti che io non capiva. Il petto rimasto denudato di quell'infelice era macilento come quello d'uno scheletro che fosse stato coperto da una pelosa epidermide; ancor esso era di color cereo, e nello stentato respiro sibilante del malato si alzava ed abbassava con una fatica che facevano pena a mirare. Quando il dottore ebbe finito di parlare, alcuni dei giovani vennero a lor volta a percuotere di quel modo sul petto del malato e porvi su il loro orecchio. L'infermo guardava tutta quella gente e i loro atti con occhio incerto, inquieto, ansioso, interrogatore. A me ispirava un senso di disgusto, quasi direi di ripugnanza e di ribrezzo il vedere tutti questi ignoti affollarsi indifferenti intorno al letto del soffrente, esaminarlo, guardarlo, palparlo come un oggetto di curiosità peggio. Mi dicevo che a momenti sarebbero stati del pari intorno a me e mi avrebbero fatto quel medesimo; e ciò mi faceva una pena che non ti saprei spiegare, tale che se avessi avuta la forza sarei saltato giù dal letto e me ne sarei fuggito.
«Quando il dottor capo si mosse per partirsi, uno del seguito, che teneva in una mano una specie di registro e nell'altra una penna, si avanzò domandando se si aveva da scrivere qualche ordinazione pel malato. Il medico crollò le spalle con un atto che significava chiaramente: è tutto inutile. Io mi sentii ghiacciare nel vedere quell'atto: pensati quell'infelice che stava appunto fissando il dottore coll'ansia interrogativa di chi aspetta la sua sentenza! Una specie di singhiozzo ruppe dal petto affannoso dell'infermo, e fra due sibili del suo faticoso rifiato egli disse:
«— Per me dunque la è finita?
«— Peuh! Esclamò senz'altro il medico dondolando il capo ed avviandosi.
«Un nuovo gemito uscì dal petto affranto di quel misero; e mentre tutti da lui si partivano egli ripeteva con quel po' di voce che gli restava:
«— Almeno... da bere..... da bere..... che muoio di sete.
«Ma nessuno — da me infuori — badava alle sue parole. La comitiva col dottore a capo veniva al mio letto; io mi sentiva il cuore a palpitare, quasi di paura.
«Avvenne intorno a me, precisamente come era avvenuto intorno al mio vicino. Gli allievi si aggrupparono ai piedi; il dottore, la monaca ed alcuni pochi vennero a lato.
«— Oh oh! Eccolo tornato in sè questo giovanetto: disse il dottore appena mi ebbe visto; e voltosi alla monaca: gli è molto, domandò, che si trova di nuovo in cognizione?
«— Credo di no: rispose la suora; perchè passando non è guari di qua l'ho udito vaneggiare come il solito e dire le più strane cose del mondo.
«— Bene! disse il medico: l'accesso è vinto, ma per precauzione ci vuole un'altra dose di chinino. — Si ripeta la ricetta del solfato: soggiunse parlando a colui che teneva il registro, il quale scrisse in fretta in fretta due parole; poi, dirigendosi di nuovo alla monaca, il dottore continuava: dieta assoluta, acqua semplice da bere, il farmaco a cucchiai ogni due ore, da lasciarsi lì tosto, appena v'accorgiate che ripigli un po' di febbre. — Andiamo.
«Io non aveva detto neppure una parola: quella malavoglia, quella confusione per vedermi attorniato da tanta gente che mi guardavano non era cessata; ma la mia attenzione era principalmente rivolta su quello dei giovani che seguivano il dottore, il quale mi era sembrato essere Gian-Luigi.
«E' s'era venuto a postare a pie' del mio letto, precisamente come aveva fatto al letto del mio vicino, se non che a me accordava ancora meno attenzione di quella che avesse data a quell'altro. Quando l'ebbi davanti a quel modo, ogni dubbio in me scomparve: gli era proprio desso, più bello e più superbo che mai, tutto letizia, prosperità e brio. Parlava animatamente con un suo compagno, e pareva che l'argomento dei loro discorsi fosse le mille miglia lontano da quell'infelice luogo di miserie e di dolori ove si trovavano, poichè sorridevano spesso, e talvolta rompevano anche in piene risate, cui frenavano però tosto, se il dottor capo volgesse verso loro lo sguardo.
«Quando il medico, dopo quelle poche parole, si mosse per recarsi ad un altro letto, Gian-Luigi s'avviò ancor egli senza nè anche volgere uno sguardo alla mia volta. Non che non riconoscermi, io credo che non mi ebbe nemmanco veduto.
«Io, facendomi forza, chiamai la monaca che per fortuna s'era indugiata un poco affine di aggiustare le cortine del letto state scostate dagli allievi.
«— Che cosa volete? Diss'ella venendomi allato e curvandosi su di me.
«— Quel povero uomo da un'ora domanda da bere; abbiate la carità di dargliene.
«Il mio vicino pareva aver rinunciato alla sua inefficace richiesta; taceva e guardava. Certo non potè intendere le parole che io pronunziai con tanta voce appena da farmi udire dalla suora, ma le indovinò di sicuro, e ne fu certo, quando vide la monaca accostarglisi e porgergli finalmente alle labbra quel tanto agognato tazzone.
«Il misero bevve avidamente; poi, quando la monaca ebbe raggiunta la schiera de' medici egli mi rivolse uno sguardo pieno di gratitudine e mi disse la parolagraziecon un accento di tanto affetto, che io ne fui tutto commosso ed anche adesso, ricordandolo, me ne sento intenerito.
«Pover'uomo! Quella doveva essere una delle ultime sue soddisfazioni.
«A me l'accesso non tornò più: ma che notte penosa e lunga fu quella che succedette! Non potei chiuder occhio. Nel vasto e lungo camerone radi lumicini, posti qua e là, spargevano una fioca e debole luce, per la quale ricrescevano cupamente le ombre gettate dai letti. Ai miei occhi, in causa della mia debolezza, quelle ombre arrampicantisi sulle pareti come mostruosi ragni, stendentisi sul pavimento come giganteschi animali sdraiati, pigliavano mille forme stranissime e paurose. Ora mi parevano atteggiarsi a faccie orribili che mi facessero smorfie minacciose, contorcersi in corpi convulsi o spasimanti per dolore o raccoglientisi per un feroce assalto; ora mi parevano braccia immense terminate da mani adunche di rapina che si tendessero verso me ad afferrarmi; e, come rifiato di questo mostro indefinibile, inconcepibile, le respirazioni affannose dei malati e il rantolo di questo, la tosse convulsa di quello, i gemiti di tanti. Tutte queste voci di dolore facevano un accordo penosissimo che mi turbava profondo nell'anima; alcune volte però, per caso, capitava che tutti questi lamenti, questi suoni tacessero un istante, ed allora si aveva un silenzio — un silenzio di tomba — un silenzio che era più tremendo ancora, nel suo breve passaggio, del rumorìo interrotto. Mi pareva che fosse sorvolato l'angiolo della morte e colla sua ala potente avesse percosso ad un tratto tutte quelle esistenze, mi pareva di essere io solo vivente in mezzo ad una schiera di morti.
«Il mio vicino di destra era tra quelli che avevano più frequente il lamento; si capiva che il male veniva rapidamente compiendo la sua opera di distruzione, ed io ricordava l'atto del medicoche annunziava prossima la fine di quell'infelice e mi domandava se quelli non erano i rantoli dell'agonia, se quei gemiti penosissimi, ma sempre più deboli, non erano gli ultimi, se l'alba del mattino avrebbe ancora trovata accesa la fioca oscillante fiammella di quella vita.
«Io non aveva mai visto a morir nessuno. Menico e Giovanna li avevo trovati morti, ma non avevo assistito al tremendo momento della morte. L'idea di questo istante mi riempiva di terrore. Al pensare che un uomo lì presso stava per trar l'ultimo fiato, per diventare insensibile cadavere, io sentiva un alto spavento possedermi tutto. La idea del poi — di quel terribile ignoto che ci spalanca la tomba — il pensiero del nulla — i quesiti in cui s'era già cotanto affannata fin quasi dall'infanzia l'anima mia irrequieta, mi venivano ad assalire più vivaci e pressanti che mai, e in quel momento, per la debolezza del mio cervello, riuscivano ad una dolorosissima confusione, ad un più tormentoso ancora avvicendarsi di dubbi, ad uno sforzo impotente e penoso di padroneggiare e guidare i miei pensieri disordinati e strani.
«L'alba tanto desiderata e sì lenta ai miei voti, venne pur finalmente. Una maggior quietudine era in tutti i malati; avevano rimesso d'intensità i rantoli, i lamenti e le tossi; il mio vicino aveva meno ansimante il respiro. Ma che ora triste era quella pur tuttavia! I lumi accesi gettavano ancora debolmente intorno a loro un cerchio di raggi giallastri, oscillanti; i primi chiarori che penetravano per le alte finestre erano d'un grigio livido e mettevano sugli spigoli degli oggetti certi riflessi di tinte fredde, stonate affatto cogli ultimi sprazzi mandati dai lumi che venivan spegnendosi. Un'indicibile melanconia risultava da quell'aspetto di cose, dalla dubbiosità di quell'ora, che non era più notte e non era ancora giorno. Mi sentivo venire a folate alle nari più acre che mai il tanfo di tutte quelle esalazioni malsane, di tutti quei respiri viziati; parevami, in paragone, più tollerabile ancora l'atmosfera della carcere in cui avevo sofferto pur tanto. Pensavo con amaro repetio alle belle aurore della campagna, ove ero vissuto sino allora, a quelle pure brezze mattutine, a quel mio diletto gruppo d'ontani vicino al rigagnolo corrente. Quando avrei potuto far ritorno ad essi? E che cosa avrei dovuto andarci a far tuttavia, ora che Menico e Giovanna non eran più? Parevami che gli avvenimenti succeduti mi precludessero affatto la strada del ritorno a quel diletto paese, che la mano del destino, la quale me ne aveva violentemente tratto via ad un punto, fosse là tesa innanzi a me ad impedirmene il passo.
«Quei giorni che avevo vissuti non sarebbero tornati più mai; e quali altri avrei potuto e dovuto vivere io, povero trovatello, solo sulla terra? Me se m'avesse raggiunto la falce della morte, che male sarebb'egli stato? Per me, no certo nessuno; e per gli altri? Meno ancora, poichè la mia vita a persona al mondo non era utile, nè potevo pur dire diletta. E tuttavia un'intima ripugnanza si levava in me al pensier della morte, ed ogni fibra dell'esser mio anelava alla vita!
«Il mio vicino aveva cessato quasi del tutto il suo rammaricarsi. Credevo che dormisse, ma, essendomi rivolto verso di lui, lo vidi cogli occhi aperti, levati in su e pieni di lagrime. Sentii più viva la profonda compassione ch'egli m'ispirava, e parvemi che alcuna mia parola avrebbe fatto un po' di bene a quel misero. Il mio miglioramento era tale che m'era tornato in corpo un po' di voce da farmi sentire dal letto del vicino distante appena se di due passi.
«— La va meglio stamattina: gli dissi.
«Stette un istante senza rispondermi. Parve raccogliere tanto di fiato da poter parlare, e frattanto ringoiare quelle lagrime che gli velavan la vista; poi mi disse a sua volta con voce cavernosa e stentata:
«— Il meglio della morte..... Purchè potessi durar tanto che mia moglie e i miei figli venissero!... Oggi per fortuna è giorno di visita... Ma morire senza averli intorno... senza più vederli!... Oh esser povero! Oh morire all'ospedale!.....
«Fu interrotto di subito da un singulto, e come se troppo si fosso stancato nello sforzo di pronunziare tali parole, l'affanno lo riprese più forte di prima. Chiuse gli occhi, ned io osai più, nè ebbi voglia altrimenti di disturbarlo.
«Ma le disperate parole del morente mi suonavano nel capo come una fiera minaccia, come la pronunzia d'una tremenda condanna:
«Oh esser povero!... Oh morire all'ospedale!...
«A seconda che il giorno cresceva, crescevano pure nel mio vicino l'agitazione e il rantolar del respiro. I suoi occhi irrequieti non facevano che guardar fiso verso quella parte per cui s'inoltrava chi venisse dal di fuori; stanco li chiudeva di quando in quando, ma al primo rumor d'alcuno che si movesse li apriva sollecito con immensa ansietà di desiderio a mirar chi venisse, e poichè mai non erano quelli che con tanto spasimo stava aspettando, mandava un più desolato sospiro e tornava ad abbassar le palpebre con rassegnata disperazione.
«Quando la monaca di servizio gli si accostò per vedere s'egli alcuna cosa desiderasse, l'infelice con quel po' di voce che glie ne rimaneva onde appena nell'affanno del rantolo poteva formar le parole, domandolle che ora fosse, e poichè la suora gli ebbe risposto che appena le otto, egli non disse più verbo, non aprì gli occhi, ma quel sospiro desolato gli uscì ancora più doloroso dal petto, e giù dalle guancie gli calarono silenziosamente quelle lagrime che il giorno innanzi iogli aveva già visto brillar nella pupilla. Il disgraziato aveva perduto ogni speranza di vedere ancora i suoi.
«Poco stante venne la visita medica del mattino. Gli stessi individui, lo stesso modo di procedere. Mancava però Gian-Luigi, pel quale quella era forse ora troppo mattutina.
«Quando furono al letto del mio vicino di destra, il dottore non istette nè a interrogare, nè a toccar polso nè altro. Il giacente aveva gli occhi chiusi ed ansimava penosamente.
«— Siamo alla fine: disse il medico senza riguardo di sorta; e parlando poscia alla monaca: chiamate pure il prete, soggiunse, che questo buon uomo è già entrato in agonia.
«Il corpo del moribondo si scosse in un lieve sussulto, e gli occhi gli si spalancarono vitrei, quasi opachi, ma pieni di spavento; guardò di qua e di là esterrefatto, agitò le labbra, ma nessuna voce ne uscì, e mentre i medici si allontanavano, un singhiozzo d'infinito dolore fisico e morale prorompeva da quel petto affranto, già oppresso dall'affanno della morte.
«La visita medica era finita in tutto il camerone, quando sopraggiunse il prete fatto venir dalla monaca per confortare gli ultimi momenti del moribondo. Io guardava con una curiosità mista d'ansia, di pena e di terrore. Il prete s'accostò freddamente al letto del moribondo, come uomo avvezzo a questa sorta di cose, nel quale perciò la sensibilità rimane smussata. La faccia grossa e volgare diceva inoltre che in lui quella sensibilità non doveva mai essere stata nè molta, nè viva; aveva un libro sotto il braccio ed una stola in mano; camminava adagio volgendo gli occhi di qua e di là, ed annasando lentamente una presa di tabacco. Giunto presso il letto, guardò il giacente che teneva gli occhi chiusi e rantolava in modo sempre più penoso, e domandò alla monaca:
«— È egli ancora in cognizione?
«— Mah! chi lo sa?
«Il prete si curvò sul letto del morente.
«— Ehi, brav'uomo, diss'egli con voce più alta, come per destare un che dormisse, mi udite voi? capite voi quello che dico?
«L'infermo non fece segno alcuno che indicasse aver egli inteso.
«— Questo povero diavolo è più di là che di qua: disse il prete; ma ad ogni buon conto qualche parola d'esortazione non può far male.
«E con voce trascinante, con quel tono convenzionale di bigotta che prega, si diede a pronunziare le seguenti frasi all'orecchio del giacente:
«— Pensate al vostro Salvatore che morì sulla croce per voi, pensate all'agonia ch'egli soffrì su quella croce.
«Qui s'interruppe per dire colla sua voce naturale alla monaca:
«— A proposito, dove ci avete un crocifisso?
«La monaca prese un crocifisso di legno su tavolino dove lo aveva posato, e lo porse al prete.
«— Eccolo qua.
«Il prete lo prese e lo pose sul petto del moribondo, poi ripigliò colla voce dolcereccia, nasale che ho detto poc'anzi:
«— Gli è qui che vi assiste il vostro Salvatore; mettete nelle sue mani l'anima vostra, e con profondo atto di contrizione domandategli perdono di tutti i vostri peccati.... Voi state per comparirgli dinanzi....
«Il moribondo fece un sussulto e il suo rantolo cessò.
«— È passato: disse la monaca.
«— Non ancora: rispose il sacerdote; ma siamo proprio agli estremi.
«Prese colle due mani la stola, ne baciò con atto puramente meccanico — atto di abitudine — la croce che si trova a metà di essa e passandosela sopra la testa se la pose in ispalla; poi aprì il libro che aveva recato seco e si mise a borbottare le preghiere pei moribondi.
«La monaca s'inginocchiò a piè del letto e veniva rispondendoamendi tanto in tanto e finalmente quelle stupende parole della liturgia:et lux perpetua luceat ei!
«Quando ebbe finito, il prete chiuse il libro, si levò la stola, che ripiegò intorno al volume e mise così avvolta sulla sponda del letto. Il giacente era immobile affatto; gli occhi gli si erano aperti, ma le pupille erano appannate, fisse, senza sguardo; la bocca erasi contratta e le labbra aperte ed immote pendevano da un lato.
«— Datemi un cerino, suora Genoveffa: disse il prete.
«La monaca trasse di tasca un cerino aggomitolato e lo diede al prete, il quale levatosi di tasca un fiammifero lo sfregò per terra e con esso infuocatosi accese il cerino. La fiammella fu posta innanzi alle labbra ed al naso del giacente, e non si ebbe la menoma oscillazione che potesse indicare il più lieve alito di fiato.
«Era proprio spirato.
«Il prete spense il cerino e lo restituì alla monaca; questa abbassò le palpebre sugli occhi del morto, e tutti due si apprestavano a partire, quand'ecco precipitarsi nel camerone e correre verso il letto dell'infelice estintosi allor allora, una donna che poteva dirsi il ritratto della miseria, trascinandosi dietro quattro bambini di varia grandezza, ma di cui il maggiore non passava certo i dieci anni.
«— Il mi' uomo! Gridò essa disperatamente.
«— È spirato adesso adesso: disse freddamente il prete.
«La donna si fermò su due piedi e mandò un'esclamazione così dolorosa che me ne vennero le lagrime agli occhi ad udirla; poi si contorse le braccia con parossismo quasi furibondo di dolore, e levando al soffitto gli occhi convulsi, pronunciò fra i più penosi singhiozzi:
«— Dio! Dio mio!
«La monaca più pietosa le venne allato e mettendole dolcemente una mano sul braccio:
«— Coraggio e calma, le disse.
«Ma la sventurata, rigettandola quasi con ira:
«— Calma! calma? Il mio pover'uomo, il mio pover'uomo, il mio unico sostegno.... la morte me lo ha tolto.... Ah! Dio non è giusto.
«— Oh! oh! Esclamò con tono di rimprovero il prete: guardatevi bene dal bestemmiare, buona donna. Bisogna curvare il capo rassegnati innanzi a Quel di lassù, e quando ci manda una prova, benedirne la mano che ci percuote. Dunque non c'è nulla da farci e bisogna aver pazienza.
«Così dicendo, il prete fece ad allontanare la povera donna dal letto del morto; ma essa, rigettandolo con più forza ancora e con più furore di quello che non avesse fatto alla monaca, si pose a gridare:
«— Mi lasci passare, voglio vederlo il mi' uomo.... voglio vederlo per Dio!... Nessuno mi potrà impedire di abbracciarlo l'ultima volta.
«E con abbandono disperato si gettò sopra il cadavere ancora caldo di suo marito.
«— Oh perchè non ti ho potuto tener meco, mio pover'uomo? Diceva essa in mezzo ai più strazianti singhiozzi: perchè ti hanno voluto trasportar qui lontano da tutti i tuoi, qui dove ti hanno ammazzato?... Sì ti hanno ammazzato coi loro salassi, colle loro droghe.... noi povera gente sì che glie ne importa a loro che crepiamo.... tanti di meno a mangiar pane.... io t'avrei guarito, io che avevo da conservarti ai miei figli.... Ed ora che ne sarà di questi tuoi miserelli di figliuoli?.... Chi ne darà loro da mangiare?.... O almeno saresti morto in mezzo a noi, circondato da noi... e non qui, solo, senza uno de' tuoi allato...
«La sua voce suonava forte e straziante pel camerone: i bambini, che non capivano molto, ma che vedevano la loro madre così disperatamente desolata, si aggrappavano alle di lei vesti, la tiravano e strillavano piangendo; era pei malati una troppo dolorosa commozione; gl'inservienti e le monache accorsero in frotta al rumore. Presero in mezzo la donna e i bambini, li ragionarono, li rampognarono, li confortarono, e tanto fecero che la donna, diventata taciturna con grosse lagrime che le colavano giù dalle guancie, si rassegnò a lasciarsi condur via. Ma quando ebbe fatto appena pochi passi allontanandosi dal letto, tutta di colpo si riscosse; si sciolse dalle monache ond'era attorniata, e sclamando: — Ah! ch'io lo veda ancora una volta, tornò precipitarsi sul morto corpo del marito il cui volto coprì di nuovo dei baci suoi. Quindi se ne tolse da se stessa in apparenza più calma; si premette le mani nere ed incallite sugli occhi e pronunziò con tale accento di dolore che io non potrò obliare giammai, queste parole:
«— Non lo vedrò più.... più mai!... Oh almeno l'avessi visto a morire!
«E coi suoi figli aggruppati intorno si allontanò quindi mesta, curva, barcollante, come spinta ed oppressa insieme dalla mano della sventura.
«Povera donna! Io era voltato col viso dalla parte del morto e avevo innanzi gli occhi la faccia di quel cadavere. Non potevo staccarne lo sguardo quantunque mi facesse una pena quasi paurosa a mirarlo. La morte aveva passato su quei lineamenti contratti dal dolore pur dianzi, la sua mano appianatrice: una gran calma sembrava spirare da quel volto ingiallito, ma insieme una gran mestizia eziandio, una mestizia però rassegnata e mite. Il misero aveva cessato di soffrire, ma quanta angoscia non doveva essere stata la sua quando l'occhio smarrito, sbarratosi negli ultimi fremiti dell'agonia, cercava invano intorno a sè le care sembianze dei suoi! Ma qual dolore per l'infelice donna superstite, che non aveva potuto consolarne gli estremi momenti, che non aveva potuto far impartire l'ultima benedizione a' suoi figli così presto orfani di padre!
«Oh! pensavo, anche la morte è dunque più trista pel povero?...
«Ed allora un'immensa amarezza m'invase, uno scoraggiamento, quasi uno sgomento profondo dell'anima. Quel letto che al mio primo risensare mi era parso così agiato, ora mi tornava irto di spine, l'atmosfera satura di miasmi di quell'ospedale mi riusciva di botto gravissima a respirare, quasi intollerabile, quel cadavere innanzi agli occhi mi faceva paura.
«Fu sollecita, è vero, la monaca che lo aveva assistito nell'agonia, a tornare indietro, appena la donna fu uscita dal camerone, e tirò tutt'intorno le cortine del letto in guisa che la vista del morto venne tolta ad ogni sguardo; ma io sapeva che dietro quelle tende bianche e bleu c'era un cadavere, e coll'occhio della mente lo vedevo pur sempre, con quella sua bocca spalancata e storta, con quell'aspetto di mesta rassegnazione e di abbandonata quiete.
«Più tardi vennero due uomini con una barella, questa deposero ai pie' del letto, poscia entrarono sotto le tende e per parecchi minuti si agitarono uno da una parte dal letto e l'altro dall'altra, imprimendo alle cortine distese una nuova forma, nuovi sgonfi ad ogni loro mossa; quando ebbero finito, trassero ai lati le cortine eil cadavere apparve sul letto, tutto avvolto nel sudario; lo presero a braccia, lo recarono nella barella coperta, e via, lasciando il letto disordinato.
«— Ora lo portano al gabinetto anatomico e domani sarà tagliuzzato per lezione degli studenti: mi disse l'altro mio vicino di sinistra con una specie di sogghigno e con una voce stridula che mi fece ghiacciare il sangue e correre un fremito per tutti i nervi.