CAPITOLO XXIII.Quel dì in cui aveva luogo il festoso ballo dell'Accademia erano già passati quattro anni dal momento in cui si era presentato la prima volta allo sguardo della contessa l'uomo fatale che sì funesto influsso doveva esercitare su tutta la vita della sconsigliata donna.Era essa in campagna, sola, suo marito preferendo di rimanere in città alle sue abitudini del circolo, del giuoco, della compagnia delle ninfe del corpo di ballo.Si annoiava maledettamente la povera contessa nella monotonia delle sue giornate senza vicende di sorta. Alcune delle sue amiche erano state afarle visita, e ripartite, lasciandole un po' di quel profumo storditore della vita cittadina, di quel fermento nell'anima, che depongono la mormorazione, la braca, come soglion dire i fiorentini, le ciarle maliziose della cronaca più o meno scandalosa; aveva ella appreso così che la marchesa tale aveva un nuovo amante, che la baronessa tal'altra era sempre fedele a quel suo ufficialetto di cavalleria, che il brillante contino *** si degnava far girare la testa d'una bellezza borghese, moglie ad un bravo commerciante della città, che per i begli occhi della presidentessa *** s'erano scambiati due colpi di sciabola un capitano delle guardie e un addetto d'ambasciata.Rimasta con non altra compagnia che quella del suo specchio, il quale facevale i più adulativi complimenti sulla floridezza de' suoi venti anni, la noia spalancava in lei le porte della fantasia all'invasione delle più temerarie immagini; sentiva, come dice Alfredo di Musset, delle frasi di romanzo salirle al cervello. Guardava con profondo dispetto la calma della campagna, in cui il sole splendeva beatamente sopra una immutevole medesimezza di cose. Sentiva nascere in cuore un'uggia inesplicabile, ma viva contro i recessi ombrosi del suo parco, che non avevano per lei mistero nessuno, contro le amenità di quel soggiorno, che non dicevano nulla al suo cuore ed alla sua mente, nè una memoria del passato, nè una speranza dell'avvenire. Pensava di colpo far riempire le sue valigie e precipitare a Torino al trotto serrato dei suoi bei cavalli del Mechlenburgo. Perchè in quella sua solitudine il caso pietoso non avrebbe mandatole alcun avvenimento che rompesse quella desolante monotonia? Il più straordinario sarebbe stato il meglio venuto. Sognava da sveglia le più matte ed impossibili avventure cavalleresche. S'ingolfava nella lettura dei più strani romanzi che allora la moda voleva impinzati di fatti che non succederanno mai. Poi questa lettura la stancava, le faceva tanto di capo, le dava una specie di stordimento in cui la sua immaginazione quasi offuscata faceva scorrere con vertiginosa ridda tutte le vicende di quelle favole, aggrovigliandone i fili, complicandone gl'incidenti, riuscendo ad una faticosa confusione. Allora gettava il libro incollerita, serrava gli occhi, e faceva di per sè il suo romanzo, e lo vedeva incarnarsele dinanzi, come sopra le tavole d'un palco scenico, sotto le sue palpebre richiuse. Anche codesto finiva per irritarla. Sorgeva di scatto, faceva attaccare i cavalli alla carrozza frettolosamente, impazientandosi d'ogni indugio, come se la più importante cosa le premesse. Gettatasi sulle ricche treccie una cappellina qualsiasi, la prima che le capitasse, volava giù delle scale, si slanciava nella carrozza e comandava al cocchiere:— Corri.— Dove, signora contessa?— Dove vuoi. Purchè tu vada lontano e presto!L'aria che percoteva il suo viso parevale darle sollievo. Il moto che ne cullava la persona, il rumor delle ruote entro le orecchie, il sibilo del vento non le lasciavano più agio a formarsi ai suoi pugnaci e turbativi pensieri. L'intimo tumulto del suo spirito si calmava a poco a poco. Chi la vedeva in tali occasioni avrebbe detto per sicuro che un gran dolore occupava quell'anima, che una grande sciagura s'era precipitata su quella esistenza. Le ciglia aggrottate, le labbra pallide, serrate, lo sguardo profondo degli occhi neri fisso dinanzi a sè parevano indizio d'una preoccupazione dolorosissima. Se qualcheduno le avesse domandato in quella:— Per amor di Dio, a che cosa pensate, contessa?Ella avrebbe dato in uno scossone come persona sorpresa d'improvviso, ed avrebbe risposto in tutta buona fede:— Niente!Quando l'effetto di quella corsa concitata sul suo animo era ottenuto, Candida si passava la sua bianca manina sulla fronte e gridava al cocchiere:— A casa!E giuntavi risaliva nelle sue stanze per riprendere con più accanita perduranza la lettura dei nuovi romanzi francesi.Quante volte, in quelle sue gite senza ragione e senza scopo, non prese ella a fantasticare che i suoi cavalli togliesser la mano, che la conducessero ad imminente pericolo di vita, che un eroe da novella saltasse fuori a salvarla con estremo suo rischio, cadendo vittima del suo bel tratto, gravemente ferito fors'anco! Cogli occhi della mente essa lo vedeva, questo incognito generosissimo e valorosissimo. Non era nessuno fra quanti giovani aitanti, leggiadri, aveva essa veduto fare sfoggio d'eleganza nelle sale della società più forbita, ma aveva un po' di tutti coloro; aveva specialmente quel non so che onde gli occhi della donna son presi, onde la sua fantasia è dominata. Pareva alla contessa che quest'individuo doveva esistere, che a un dato momento doveva comparire nella vita di lei, lo domandava alla fortuna, s'impazientava che tardasse.I cavalli troppo ben guidati non ruppero mai il freno; il caso non si compiaceva mai di lasciar cadere il seme d'un'avventura in quel troppo ben disposto terreno.Candida guardava sdegnata il bel sereno di quel cielo monotono sotto la cui volta non ispuntava nessun avvenimento, nessun pretesto di passione.Un giorno la si era proprio decisa a partireper Torino. Gli ordini erano già dati; essa, col pretesto di vestirsi da viaggio, aveva fatta unatoilettedel miglior gusto che sia possibile immaginare, elegante insieme e modesta, di colori, di taglio, di stoffe i più atti a farne valere le forme bellissime e tutta la grazia della persona, e tutta l'efficacia delle sue attrattive. Avreste detto che la si era preparata per ricevere incognito ilPrince charmant de ses rêves.Quando fu pronta del tutto, si compiacque, secondo il solito, fermarsi innanzi allo specchio. Fece a se medesima un sorriso, per cui un poeta avrebbe detto la stanza tutta riuscirne illuminata. Un istante la compiacenza di se medesima diede alla sua fisionomia l'espressione della contentezza. Ma poi tosto scrollò le spalle e la solita nube di noia discese sulle sue sembianze.— A che pro? Mormorò essa; e colla solita sua irrequieta impazienza corse al balcone a vedere se già era in ordine la carrozza.Il garzone di scuderia teneva i cavalli per mano, ma il cocchiere invece di attaccarli, guardava in su nel cielo con aria dubitosa.— Fate presto: gli gridò la contessa che calzava affrettatamente i suoi guanti.— Credo che sia più prudente l'aspettare: disse il cocchiere.— Perchè?— Guardi lassù, signora contessa.E il cocchiere additava il cielo.Candida volse gli occhi in alto, e il bel sereno che i giorni scorsi l'aveva irritata cotanto vide sparito dietro grossi nuvoloni scuri e minacciosi che s'avanzavano rapidamente. In quel punto stesso un lampo abbagliante correva in essi e fragoroso rimbombava il tuono ad annunciare prossimo lo scoppiar del temporale.Se non altro era quella una variazione, e Candida non ne fu scontenta.— Fate rientrare i cavalli, e riparate nella rimessa la carrozza. Partirò dopo il temporale.I servi ubbidirono mentre larghe gocciolone di piova cominciavano a cadere qua e colà con un rumor secco.La contessa, vestita com'era, trasse una poltrona presso al balcone aperto, vi si gettò sopra abbandonatamente, e seguitando con elegante trascuranza a calzare i suoi guanti, stette a contemplare lo spettacolo del temporale che ad un tratto era furibondamente scoppiato.Il terreno su cui guardava il balcone dov'era la contessa, terreno battuto che serviva da cortile, era chiuso dalla parte che si trovava in prospetto al palazzo, da una folta siepe alta un metro, al di là della quale si stendevano le praterie della vasta tenuta patrimoniale dei conti di Staffarda.La pioggia veniva giù impetuosamente scrosciando, mista a un po' di grandine, e in un momento ebbe allagato tutto il cortile. Non più un essere vivo vedevasi per la campagna, la quale per le fitte righe della piova appariva all'occhio della contessa, come traverso un velo. Il fresco vento del temporale battendo sulle guancie di Candida parevano rinfrescarle il sangue. I lampi che tratto tratto squarciavano le nubi, rompendo la tenebria che aveva invasa la terra illuminavano uno strano sorriso sulle labbra di quella giovane donna. A che pensava ella? Non l'avrebbe saputo dire. Guardava lo stupendo spettacolo dell'uragano con molto più interesse di quanto avesse guardato mai splendida rappresentazione sulle massime scene della città. Sentiva mosso da più concitazione il rifiato, sentiva sotto un apparente languore rifluire più potente nelle vene la vita, il sangue le scorreva con rapidità quasi febbrile, pulsando alle tempia. L'elettricità ond'era satura l'atmosfera le scuoteva i nervi con vivo sussulto che non le tornava sgradito. Si sentiva ad un punto il cuore più palpitante, come se fosse per avvenirle qualche gran fatto. Danae solitaria pareva aspettarsi che nella pioggia di fuoco d'un lampo scendesse a lei e le si rivelasse il Dio dello sconosciuto.Nel maggior strepitare del temporale, ecco presentarsi al suo sguardo la vista d'un uomo che al di là della siepe, sotto i torrenti d'acqua che piovevano dal cielo, correva precipitosamente verso il castello. Dietro quel velo della pioggia fittissima, a quella dubbia luce che rimaneva, ella non potè scorgerne che in di grosso le forme, ma dalla leggerezza con cui correva, appariva esser giovane, e da una certa grazia di movenze, si mostrava aitante di persona. Giunse alla siepe, correndo, spiccò un salto che avrebbe fatto onore al più abile ginnastico, e si trovò in mezzo al cortile. Colà vide la contessa al verone che per curiosità si era sporta alquanto a guardare, salutò gentilmente, scoprendo una ricca capigliatura inanellata ed una fronte giovanile sotto cui splendevano due sguardi accesi, e diviato si gettò sotto l'atrio.La contessa al saluto di quel giovane si trasse vivamente indietro. Quel tanto che aveva visto di lui le aveva fatto conoscere ch'era un bel giovane e non vestito da contadino. Ecco invero un avvenimento straordinario nella monotonia di quella vita. Chi era mai codestui? Come e per qual caso in quelle regioni deserte, dove ella non aveva mai visto ombra d'uomo fuori dei villani delle sue fattorie? Una gran curiosità la colse. Lo stato nervoso in cui la si trovava era acconcio precisamente a dar maggiore vigoria e quasi direi importanza a questo che, se non altro, era un sentimento che rivelava la vita. Si levò da sedere con mossa irrequieta, e si avviò per andare asuonare il campanello con cui si chiamavano i servi.Ma prima che ella giungesse al cordone che pendeva allato al camino, una mano discreta grattò all'uscio.— Entrate: disse la contessa fermandosi e voltandosi a quella parte colle sopracciglia leggermente aggrottate.Il battente s'aprì e comparve la cameriera tenendo in mano un piccolo vassoio d'argento.L'occhio di Candida vide tosto in mezzo a quel piattello il bianco quadrato d'una polizzina di visita e avvisò tosto che la era quella dello straniero: ma, senza saperne essa stessa la ragione, credette bene dissimulare.— Che cos'è?— Un signore, sorpreso dal temporale in questi dintorni, rispose la cameriera, si riparò nel castello e prega la signora contessa a volergli permettere di aspettare qui che la pioggia abbia cessato. Perchè la signora contessa sappia a chi farebbe l'onore di accordargli questa momentanea ospitalità, le manda la sua carta.— Va bene: disse Candida con isvogliata indifferenza che non era punto sincera, e presa la cartolina, con superba noncuranza vi gettò uno sguardo fugace.In mezzo alla polizza eravi impressa una corona che pareva comitale, e sotto stava scritto:Luigi Quercia Dottore.Il labbro della contessa fece una lieve smorfia che significava:— Non conosco costui e non mi cale di conoscerlo.Gettò essa con mossa affatto superba quel biglietto in un'elegante paniera di porcellana di Sèvres con ornamenti di bronzo dorato, la quale stava per questo ufficio sopra il ricco tappeto della tavola, e disse alla cameriera:— Stia pur quanto vuole. Offritegli tutto ciò di cui possa aver bisogno.E fece un cenno di congedo, per cui la fante si affrettò a partire.Quando fu sola, Candida si riaccostò lentamente al balcone. Il temporale imperversava più che mai, ed aveva l'apparenza di durare tutto il giorno.— Per quest'oggi è inutile pensare a recarsi in Torino: disse a se stessa la giovane donna. Il cattivo tempo non cesserà più fino a questa sera, ci scommetto. E questo cotale dovrà star qui tutta la giornata? Certo non lo caccierò mica dal castello. Ma che ci farà egli tutte quelle ore che saranno eterne?Sorrise lievemente.— Poverino! Lo compatisco. E' gusterà una dose di quel bel divertimento che io ho ciascun giorno a tutto pasto... Giusto! Egli è dottore. Se avesse nella sua scienza medica qualche farmaco per guarire dalla noia. Bah! Questi farmaci non è da un medico che bisogna andarli a cercare, sibbene da un uomo di spirito. Veramente l'esser medico non esclude l'aver dello spirito. E da quel poco che ho visto di costui, egli dev'essere così poco medico che quasi nulla, perchè mi pare un giovinetto forse appena appena uscito dall'Università. Se la sua compagnia fosse dilettevole!...Scrollò le spalle, come fa chi vede presentarglisi alla mente una idea assurda.— Io di certo non vedrò questo signore per poterne giudicare. Un medico!... Peuh!Tornò presso la tavola e riprese in mano la polizza di visita di quel cotale.— Oh oh! esclamò. Qui c'è una corona da conte... almeno mi pare... È dunque un nobile?... Un nobile che fa il medico! È egli possibile?..... Forse qualchecadetto..... qualche rampollo di famiglia rovinata..... Ma come non aver scelto la carriera militare? E' mi pare giusto che quel giovane starebbe a meraviglia colla montura di cavalleria d'artiglieria addosso.Le parve rivederlo in quel punto, come lo aveva visto poc'anzi nell'atto di saltare con tanta agilità la siepe del cortile.Un'idea matta, balzana, ma piacevole alla sua immaginazione, l'assalse. Le sembianze di quel giovane potevano corrispondere benissimo a quelle dell'essere ideale che da tempo era l'eroe delle sue strane fantasticherie. Non aveva potuto veder bene quella faccia risoluta e leggiadra, ma pur le pareva che non avrebbe potuto disdire all'eroe de' suoi sogni. Si diede a ridere di sè stessa, ma nemmanco quelle risa non erano sincere. La preoccupazione curiosa si era impadronita fortemente della sua anima.— Luigi Quercia! Ripeteva fra sè la contessa tenendo l'occhio fisso nei caratteri stampati su quel pezzetto di cartoncino. È un nome affatto ignoto per me. Non ho mai sentito a nominare un simil casato nella nobiltà torinese. In questo paese non esiste famiglia di tal nome. Ch'egli sia un qualche medicuzzo venuto da poco a stabilirsi nel vicino villaggio. Se io interrogassi codestui? Che male ci sarebbe? Ci occuperei se non altro un dieci minuti di tempo.Si avvicinò vivamente al cordone del campanello, ma si fermò poi tosto.— Può darsi che io mi trovi a fronte uno zotico campagnuolo..... Ebbene allora servirà per farmi ridere. Ah! in una solitudine come la mia, non bisogna guardarla tanto pel sottile nelle distrazioni che ci si presentano.E diede una tirata al campanello.Aveva appena suonato che si era pentita, non avrebbe voluto averlo fatto. Studiò di chiederequalcun'altra cosa alla cameriera che si sarebbe presentata. Quando udì il solito grattar dell'uscio si gettò a sedere abbandonatamente sul sofà e prese l'aria più indifferente che seppe.— La signora contessa ha suonato? Domandò la cameriera, entrando.— Sì..... Per oggi non si parte..... Riponete la mia roba.— Signora sì.Quando la cameriera fu presso all'uscio:— E quel signore, disse la contessa sbadatamente giocherellando con un fiocco d'un cuscino, è egli ancora al castello?— Sì signora. La vede bene: fa un tempaccio da non metter fuori un cane.— E che fa egli?— Guarda la piova a cadere e canterella fra i denti.... Ha domandato se non avrebbe potuto presentare i suoi omaggi e fare i suoi ringraziamenti alla padrona.— Ah sì? E che aspetto ha egli?— È un bellissimo giovane.— Non vi domando questo: disse con voce severa la contessa, come se la giovane avesse pronunziato una sconvenienza. Vi domando se le sue maniere sono d'uomo ammodo.— Per l'affatto. E' mi pare un perfetto gentiluomo.— Qualcheduno dei famigli lo conosce?— Signora no.— E dei contadini?— Neppure.— Non è dunque abitante di questi dintorni?— No signora; ma il cacciatore della signora contessa dice averlo già visto altra volta gironzare per queste parti. Una sera poi incontrò un elegantecabrioléche trottava sulla strada per a Torino, e in esso giurerebbe che c'era questo signore.— Uncabrioléelegante?— Sì signora con un cavallo di gran prezzo.— È dunque un signore?— Certo! L'aria lo dice a prima vista, e poichè è venuto a ripararsi qui al castello ha già dato tre o quattro scudi di mancia.— Come? Esclamò la contessa dirizzandosi della persona con aria corrucciata.— Sì signora: uno al domestico che gli ha fatto una fiammata, per asciugarlo, nel camino della sala della caccia; un altro al guattero che gli ha portato una scodella di brodo; un altro al lacchè il quale gli prestò una vesta da camera del signor conte perchè si potesse toglier di dosso il soprabito immollato... Oh! si vede subito che gli è una persona come si deve.— Ne parli con troppo entusiasmo... Ha dato uno scudo anche a te? La cameriera diventò rossa e fece a schermirsi dal rispondere.— Non dir bugia; anche tu hai preso la mancia?— Poichè la signora contessa vuole saperlo... Il signor Dottore lo seppe fare con tanta grazia, che il rifiutarlo mi parve una inutile scortesia.— Signor Dottore! Come sai tu ch'egli sia dottore?— Il valletto mi ha data la carta di visita da portare alla signora contessa...— E tu l'hai letta?— Senza volerlo.... I miei occhi ci son caduti sopra.....— Va benissimo. Mi piacerebbe soltanto sapere con qual pretesto quel signor dottore potè darti lo scudo.— Mi pregò di fargli compagnia; mi disse che a star solo s'annoiava, che la mia compagnia gli era amenissima.— Davvero! E a te la sua?— Oh! Egli è il più gentile fra quanti signori io abbia visto, e sa dire di certe cose!... Di tutti quei giovani conti e cavalieri che fanno visita alla signora contessa non ce n'è uno che passando non si fermi alcun po' meco a barzellettare; ma le assicuro in verità che nessuno di essi può stare a petto di questo dottore.La contessa prese un'aria sempre più severa:— Mi dispiace che i miei famigli accettino così delle mancie dal primo venuto; e tanto più mi dispiace di voi che siete più specialmente addetta alla mia persona. Ne parlerò al maggiordomo perchè ci metta ordine, e ciò non accada mai più. Andate.La cameriera si avviò a capo basso, ma quando fu per metter piede fuori della stanza, lanciò un'ultima domanda, come il Parto ritirandosi lanciava un'ultima frecciata.— Se il dottore domanda ancora di presentarsi alla signora contessa, che cosa abbiamo da rispondere?— Che non ricevo: disse asciuttamente la contessa, ma poi tosto correggendosi: cioè..... alla campagna si può vedere senza tratto di conseguenza certe persone che non si riceverebbero in Torino... anche senza che sieno presentate. Se domanda ancora d'essere introdotto presso di me, mi verrete ad avvertire e lo riceverò.La fante partì. La contessa stette aspettando con certa impazienza. Trascorse circa mezz'ora, che parve lunga assai alla curiosità di Candida; prese uno dei suoi volumi di romanzo in mano e ne lesse una pagina: si accorse che non capiva, che gli occhi avevano seguitato a scorrere materialmente di parola in parola, ma che lo spirito era altrove.Si disse che erano gli scoppi di tuono sempre frequenti, a disturbarla. Nella sua testa siinsinuavano le idee più bizzarre. Quel giovane che gettava via gli scudi con tanta larghezza era egli un medico secondo la comune? Mai più! Certo era un ricco che aveva voluto ornarsi di un inutile diploma. Era stato visto altre volte in quei dintorni. Che ci veniva egli a fare? Sarebb'ella stata un'assurdità il supporre che venisse per una donna? Quale? In quei dintorni ella non sapeva vi esistesse altra donna — eccetto che una di bizzarri costumi e di dubbia riputazione, che dicevasi un'antica artista da ippodromo. E perchè Candida sentiva ella ripugnanza cotanto a pensare che quello sconosciuto giovane venisse nel paese per quella donna? Che cosa gliene doveva importare? Aveva ella già visto altre volte il sedicente dottore? Si affaticava a consultare i suoi più segreti sovveniri per cercare se in qualche cantuccio della memoria non avesse trovato allogata quella virilmente leggiadra figura. Intanto guardava l'indice dell'orologio.— Egli ha rinunciato a presentarmisi. Tanto meglio. Teme certo di non ottenere presso me il successo che gli valsero presso la cameriera alcune volgari frasi di complimento. Diffatti, che cosa avrebbe da dirmi, ed io da dire a lui? Il nostro sarebbe un colloquio di mutoli.... E piove sempre della più bella!... Eccomi condannata tutto il giorno a stare rinchiusa... Che noia!Mancava forse un'ora al momento di andare a pranzo, quando la cameriera tornò nel salotto della signora contessa. Il dottor Quercia supplicava d'essere ricevuto.— Venga: disse la contessa, e forse senza neppur badarci, prese un'attitudine sul suo sofà la più seducente ed avvenevole che si possa immaginare, e con una ratta occhiata consultò lo specchio sull'espressione della sua fisionomia. Lo specchio le rimandò la vista d'un volto giovanile, su cui una fiera tinta d'orgoglio aristocratico, ma bellissimo sotto ogni riguardo.Luigi Quercia entrò coll'agevolezza rispettosa ed elegante di maniere, che può mostrare il più forbito gentiluomo e il più avvezzo alle usanze sociali.I miei lettori conoscono già le esteriori apparenze di questo personaggio. L'hanno visto nella taverna di Pelone, vestito di abiti da popolano, conservare pur tuttavia sotto di essi una certa nativa distinzione ed un'elegante leggiadria che lo rivelava a primo aspetto superiore a quei suoi compagni ond'era circondato, e sui quali egli aveva un'incontrastata supremazia ed esercitava un impero che non trovava ribelli.Ora, agli occhi della contessa, rivestito del suo soprabito rasciutto, e' si presentava nei panni alla moda del damerino cui mostrava saper portare come la vera divisa della propria condizione.Aveva a quel tempo ventitre anni, e la sua florida giovinezza gli brillava in viso in una splendida avvenenza. I suoi occhi vivacissimi gettavano lampi; la bella sua fronte lisciamente rispianata, non aveva il solco di quella ruga fra le sopracciglia che abbiam visto dare a tutta la sua fisionomia un'espressione di ferocia; le sue labbra rosse di sì voluttuosa avvenenza sorridevano graziosamente; il suo contegno aveva la sicurezza non immodesta d'un uomo che conosce il suo merito.Innanzi a quell'aspetto, l'orgoglio della contessa riconobbe un suo pari; e il cuore della donna sentì un principio d'interesse che potrebbe anche dirsi simpatia.Candida staccò dalla spalliera del sofà la persona e chinò leggermente la testa per rispondere al riverente saluto che le faceva il visitatore.— Il signor dottor Quercia? Disse la contessa guardandolo un momentino colle palpebre semichiuse, come farebbe chi avesse vista corta.— Quel desso: rispose il compagno d'infanzia di Maurilio.La contessa colla sua manina accuratamente inguantata gli accennò una poltroncina che si trovava a pochi passi dal sofà e gli disse, con accento che era più gentile di quello usato nel fargli la prima domanda:— S'accomodi.Gian-Luigi sedette, e un momentino stettero le due giovani e leggiadre creature guardandosi con tutta quella curiosità che la buona creanza poteva loro permettere. Quel primo esaminarsi aveva in sè quasi una diffidenza, si sarebbe potuto dire un'ombra di sospetto. Pareva che il caso avendoli posti a contatto, un segreto istinto ammonisse ambedue che le loro esistenze sarebbero state fatalmente intrecciate l'una nell'altra, e che quindi, prima di cominciare ogni relazione, volessero scrutarsi a vicenda. Il loro contegno avrebbe potuto paragonarsi a quello di due schermitori che innanzi d'incrociare il ferro si osservano l'un l'altro per indovinare l'abilità e il modo di tirare dell'avversario.L'uomo avvisò che a lui toccava di rompere quel silenzio, il quale benchè non avesse durato che un mezzo minuto, era tuttavia già troppo lungo.— Devo chieder perdono alla signora contessa, diss'egli, se di complicità col tempo mi sono permesso d'entrare nel suo castello, come un bersagliere all'assalto.La contessa ricordò il modo con cui quel giovane si era introdotto nel cortile e non potè a meno di sorridere.Un sorriso ottenuto da una donna in un colloquio, è una barriera che si abbatte fra lei e l'interlocutore.— Ella fece veramente da bersagliere, diss'ella. Vedendola saltare con tanta agilità, non mi sareimai più immaginato che mi arrivava in casa un seguace d'Esculapio..... Poichè ella fa bene il mestiere di medico?Gian-Luigi s'inchinò con tutta gentilezza.— Direi per servirla, rispose, se invece non fossi costretto ad augurarle che ella non debba mai aver bisogno di questa razza di gente. Quanto a me poi sono medico è vero, ma ci ho una circostanza attenuante, ed è che non esercito quella nobile professione che ho studiato.Queste ultime parole egli le disse senz'affettazione, ma non senza pesare alcun poco su di esse per farle notare, nella stessa maniera che, se le avesse scritte, avrebbe tirato sotto di esse un frego.Candida si morse le labbra; un momento fu per cedere ad un po' d'irritazione che gliene nacque e rispondere aspramente; ma poi tosto capì che era suo il torto, e che quell'espressione che ella aveva usato conteneva una gratuita impertinenza, di cui l'aveva fatta avvertita il giovine dottore nella guisa la più urbana.— Veramente, soggiuns'ella con garbo, lei è troppo giovane per un medico.— Ah! è questo un difetto di cui pur troppo mi correggo tutti i giorni.— Ella è pratica di queste vicinanze?— No signora. Il trovarmici è un azzardo. La mia è una piccola odissea... che può avere anche la sua Calipso.La contessa fece un atto di scontento. Egli si affrettò a soggiungere:— Venuto per trovare un amico, ho perso la strada e la tramontana sotto il crosciar del temporale. Un lampo mi ha illuminata la fronte severa di questo castello, ed io lo salutai come un rifugio.— Se pure non è uno sbaglio, alcuno crede averla già vista altre volte in questi dintorni.La fronte di Gian-Luigi s'annebbiò fugacemente, e i suoi sguardi, acuti come lame di spada, si piantarono negli occhi della contessa. Stette un momento così guardandola senza rispondere. Candida provò una suggezione nuova, strana, indefinita. A tutta prima le nacque volontà di riagire contro l'audacia di quello sguardo, ma poi sentì, come da una potenza a cui non valesse a resistere, avvilupparsi l'anima e dominare lo spirito. Rimase confusa, non isdegnata nè offesa; le parve che quelle sue parole fossero state una grande indiscrezione.Gian-Luigi da canto suo pensava:— Perchè mi dice ella codesto? Fu ella stessa a vedermi? Saprebb'ella mai dove mi reco? È impossibile..... Per Dio quanto è bella! In quegli occhi c'è un ardore che domanda solamente un soffio per essere suscitato. È ricca a milioni. Non sarebbe forse la mia buona ventura che mi ha gettato qui? Se ne approfittassi?....Tutto ciò passò in un lampo. Il giovane aveva già preso la sua determinazione, allorchè dopo un minuto secondo riprese a parlare.— È vero, diss'egli. Non è la prima volta che mi aggiro in queste parti. Ma credevo che la mia presenza non avesse potuto essere notata da nessuno, ed era tale la mia intenzione. Venivo di soppiatto e partivo la notte, contento d'aver visto da lontano in mezzo alle masse degli alberi il comignolo d'un tetto.— Quello dell'amico che mi disse poc'anzi: disse con un leggiadro sorriso la contessa.— Quello che alberga la luce a cui mi chiama intorno un impulso superiore alla mia volontà....— Come la luce delle candele chiama le farfalle a bruciarsi le ali: soggiunse Candida ridendo.— E sia pure bruciarsi! Le farfalle sono felici. Ardere e consumarsi nell'oggetto del proprio desiderio, è la felicità maggiore che si possa sperare.— Ah! le farfalle sono l'emblema della incostanza.— Ma della passione che si sacrifica, altresì.Gli sguardi del giovane davano alle parole significazione ancora maggiore e più chiara.Candida si sgomentò di quelmarivaudage, che spingeva il discorso sopra una china assai sdrucciolevole. Prese la sua aria più severa e con tutto quell'orgoglio che permetteva la gentilezza, interruppe:— Ma queste hanno tutta la sembianza di confidenze; e il poco tempo da che ci conosciamo, se pure possiam dire di conoscerci, non autorizza nè lei a farmene nè me ad ascoltarle.— Il poco tempo che ci conosciamo! Esclamò con fuoco il sedicente dottore. E chi le assicura che noi non ci conosciamo invece da secoli? Chi sa che in una vita precedente noi non siamo stati intimissimi? Su questa terra s'incontrano persone che dopo anni in cui le frequentate vi sono ignote come prima; altre invece che al primo accontarsi vi penetrano nell'anima e vi lasciano penetrare nella loro. Io credo alla favola di Platone. Ogni anima umana, prima d'incarnarsi, ha rapporto strettissimo con parecchie anime omogenee. Di queste, nella vita terrena, alcune saranno suoi amici, una sarà l'oggetto dell'amor suo. Quando si trovano, sentono un misterioso legame che le attira l'una verso dell'altra e le avvince. Riconoscono, senza saperlo, il vincolo preesistente e la legge della predestinazione. Non si sono mai visti, ma non sono estranei. Non sanno le vicende l'un dell'altro, ma già si conoscono e si amano. Così mi avvenne quando vidi la prima volta quell'essere divino di cui le feci cenno poc'anzi. Sentii che la mia vita era sua, che il mio destino era tutto nelle bianche mani di quella splendida bellezza.Il cuore di Candida palpitava. Perchè? Non lo sapeva dire; e non sapeva neppure se ciò le piacesse o rincrescesse. Avrebbe voluto imporre silenzio a quel giovane, e non osava: e parevale un affettato soverchio riserbo. Voleva parlare e temeva che la sua voce svelasse il suo turbamento che non riusciva a dominare.Fece uno sforzo per prendere un'aria scherzosa e indifferente.— Signor dottore, mi pare che la sua sia una buona e bella malattia di cui dovrebbe pensare a guarirsi.— Mai più! Disse con sempre maggior fuoco Gian-Luigi. Perchè lo vuol ella chiamare un male? È un tormento sì, ma questo tormento mi è caro.— E quell'essere divino, com'ella dice, trovasi in questa contrada?Non aveva ancora pronunziato queste parole che già Candida n'era pentita ed avrebbe voluto ad ogni costo non averle dette; ma il giovane temerario non era tardo a coglier la palla al balzo.— Trovasi qui, diss'egli con impareggiabile soavità d'accento; sola, nell'uggia di un vecchio castello, illuminando della sua beltà queste antiche sale, come il sole illumina le vecchie piante del parco.— Signore... Disse Candida impacciata, sentendo venirle alla fronte un rossore che avrebbe fatto qualunque cosa per iscacciare.Ma egli continuando con più ardore:— Dal primo istante che l'ho veduta io rimasi tutto suo. Fu un abbagliamento dello spirito, fu una rivelazione del cuore. Non avevo ancora amato. Amai da quel punto.Candida si levò in piedi.— Che discorsi sono questi? La prego, signor dottore, a volersi ritirare.Gian-Luigi invece d'ubbidire, con maggiore ancora l'ardimento le si accostò, pose un ginocchio in terra e prese una mano alla contessa, che nel suo turbamento non ebbe la forza nè pure il pensiero di ritirargli.— Oh! mi lasci parlare: disse il giovane supplicando. Fra un'ora io sarò partito; e s'ella il comanda, mai più non mi presenterò innanzi agli occhi suoi. Non avrà difficoltà nessuna ad obbliare le mie parole — le parole d'un infelice, a cui ella avrà usato pietà, la pietà d'ascoltarlo. È così poca cosa codesta! E che danno ne avrà ella mai? Questo momento l'ho desiderato tanto, ed ora che Iddio me lo concede, non voglia ella levarmene il bene!Candida si appoggiò tremante alla spalliera di una seggiola che si trovò vicina; il giovane con appassionato accento, sempre in quella positura, continuò il suo discorso.— Ella me non vide pur mai. Se la mia temerità, se il caso benigno non m'avessero pôrto quest'occasione a venirle innanzi, ella avrebbe ignorato pur sempre perfino la mia esistenza: ma io da lungo tempo, nascosto, perduto nella folla, seguo con incessante adorazione lo splendore della sua bellezza nel mondo, come il povero pastore segue la stella del mattino nel suo corso del cielo. Se il pastore volge le braccia alla stella e le manifesta i suoi aneliti, la sua adorazione, la stella non s'offende, e continua a brillar mite e benigna, consolandolo de' suoi raggi pietosi. Perchè sarebbe ella più crudele con me? Io non domando di più. Un amore ardente come il mio, nel mondo, non è facil cosa, glie lo giuro; e nella sua ardenza esso è il più modesto e rassegnato. Che fastidio deve recare a lei che io l'ami? E forse non sarà senza alcuna dolcezza neppure per lei il pensiero che un uomo è là, celato, umile, noncurato, il quale l'adora ed è pronto a dare tutto il suo sangue per lei. Venga un giorno in cui ella abbia bisogno della vita d'un uomo; la non avrà che una parola da dire, che un cenno da fare, e quest'uomo accorrerà lietamente, pronto al sacrifizio.Il temporale pareva raddoppiare di furore. Le nubi erano così dense e basse che oscurato ne rimaneva il giorno. I lampi frequenti saettavano su tutti gli oggetti una luce livida, fugace, che dava strani aspetti alle cose. I nervi fremevano per l'elettricità ond'era satura l'atmosfera. Candida, sempre appoggiata alla spalliera della seggiola, aveva un tumulto nell'anima che non le lasciava facoltà d'avviso. Le più fiere risoluzioni s'avvicendavano rattamente nell'animo suo colle più cedevoli tentazioni: voleva suonare il campanello, fare scacciar dalla sua presenza quel temerario; poi tosto si compiaceva stranamente di abbandonarsi alla dolcezza che le insinuavano nel cuore quelle parole più soavi d'una musica, quelle parole che aveva udito nelle sue fantasticaggini mormorare da un essere immaginario e che ora le suonavano con irresistibile malìa d'accento dalla bocca d'un giovane onde ogni donna avrebbe tenuto a pregio l'essere amata. Volse ella uno sguardo a quello spirito tentatore; nello scuriccio di quel momento la fronte bianca di Gian-Luigi spiccava come un'aureola, i suoi occhi brillavano come due diamanti che riflettano la luce di mille fiamme. Egli era supremamente bello. Il sogno delle sue ore di solitudine s'era dunque incarnato; ed essa viveva in realtà in quell'ambiente di passione vagheggiato cotanto! Non le sembrava vero e pur si diceva con palpito concitato di gioia che era così. Tutto l'ardore del suo sangue si destava nelle sue vene e vivaci fiamme le salivano al volto nel suo turbamento più leggiadro ancora. L'orgoglio del suo titolo ispiratole dall'educazione, la virtù e la dignità didonna lottavano debolmente contro l'invadere della passione — di quella passione ond'ella con fatale imprudenza aveva rammentati in sè gli elementi e che ora ad un tratto divampavano. Il capo le tenzonava: i battiti del cuore erano frequenti e convulsi, come se timore e speranza, la gioia e l'affanno, tutti i più vivi sentimenti umani l'assalissero in una.Il seduttore vide quello sguardo e seppe tutta interpretarne la significanza.— Oh! t'amo: susurrò egli con voce che pareva un sospiro ed era dolce come la flebil nota notturna dell'usignuolo.E premette le sue labbra ardenti sulla mano che ella, obliosa, conturbata com'era, non aveva pensato a togliere dalle sue.A quel bacio — a quel caldo bacio che conteneva tutte le aspirazioni di voluttà d'un uomo desioso — a quel primo bacio appassionato di cui sentisse l'ardenza la sua epidermide, Candida fu scossa da un brivido, e come una vampa le corse per le vene e pei nervi. In quella un baleno più vivace illuminò del suo biancolastro chiarore la stanza, e il volto di quel giovane i cui sguardi gettavano fiamme negli occhi di lei, e la sua pallida figura, che Candida vide nello specchio drizzarsi come uno spettro. Gettò ella un gridolino soffocato e vacillò sotto l'èmpito delle varie emozioni. Gian-Luigi fu ratto a sorgere e l'accolse nelle sue braccia.Si svincolò essa; si allontanò d'alcuni passi; ma non c'era sdegno nel suo aspetto, nè entro i suoi sguardi. Ell'era tutto tremante. L'audacia, la risoluzione, la forza di quel giovane avevano fatto in lei troppa impressione. Gian-Luigi venuto nel momento il più opportuno che si potesse per la seduzione di quella donna abbandonata e infastidita, si giovò di tutto l'interno lavorìo che aveva già fatto in essa la immaginazione malaticcia e sregolata; raccolse il frutto delle letture malsane, degli esempi perniciosi, del tumulto insoddisfatto dei sensi ond'era turbata la giovinezza di Candida. Le tante seducenti attrattive onde natura aveva fornito il compagno di Maurilio furono agli occhi della contessa ancora addoppiate dalla propria immaginativa che gli aveva preparato il terreno, che lo circondava di tutte le qualità del vagheggiato eroe.Gian-Luigi — alla contessa conosciuto soltanto col nome di Luigi — tornò altre volte pur troppo in quel castello, mentre la giovine donna lo stava aspettando col cuor palpitante. L'Eden amoroso dietro cui ella aveva nella sua solitudine anelato cotanto, fu aperto all'incauta donna dalla mano di quel temerario che le appariva fornito d'ogni bellezza, d'ogni valore, di quella inesprimibile malia di forza e di affetto, onde l'uomo domina l'indole, l'anima e il cuore della donna.Essa lo amò con tutta la potenza dell'anima sua, la quale dell'amore, sin dapprima, s'era fatto un bisogno, un idolo, un dovere, e non aspettava altro più che la venuta di quell'essere che di tanto tesoro sapesse impadronirsi. Luigi era venuto come un trionfatore e l'aveva di botto conquisa: era sua; le sembrava che avrebbe dovuto essere così ad ogni modo, che con ciò ella non faceva che acconciarsi agli obblighi del suo destino. Il suo orgoglio era tutto una umiltà in cospetto dell'amante. Quella superba figura da regina che nel mondo tutti accusavano di soverchia alterigia, nel solo a sola col suo diletto si cambiava nella devota natura di una schiava innamorata, pronta ad ogni cenno del suo possessore. Quella bellezza da tanti ammirata e desiderata, cui tutti avevano creduta inaccessibile: quella bellezza si concedeva con lieto e voglioso abbandono agli ardori d'uomo che compariva ricco e ben educato in società, ma cui pure nessuno sapeva chi fosse.Ilmedichinoa sua volta era stato sovraccolto dalla beltà di Candida; trovandosi con essa, quella prima volta, aveva ceduto alla subita ispirazione, allo ardore della gioventù, ed aveva mentito un amore che non esisteva ancora; poscia la sua tanta ventura, per quanto superbo egli fosse di sè, gli aveva prodotto una specie d'ebbrezza che diede ai suoi rapporti con lei tutte le sembianze d'un vero amore infuocato. La giovane donna ebbe dalla sua adultera passione momenti di trasporto ineffabili, gioie pur nella colpa sovrumane, delirii di paradiso.Ah! infelice, con quante lagrime doveva ella scontare quegli istanti fugaci di un bene colpevole!L'amore la dominava senza sua possibil difesa. Tutto il resto del mondo aveva essa obliato, o, per dir meglio, tutto concentrato in codesto. Luigi colla sua bellezza, colla sua ardenza, colla temerità della sua passione, rispondeva all'ideale che la sviata fantasia della contessa s'era formato d'un amante, rispondeva ai bisogni della sua indole, alla stranezza medesima dei sogni onde aveva cullato la sua noia precedente ed occupata la vacuità del suo spirito e del suo cuore.Candida non aveva più cercato di saper nulla del suo amante. Si contentava di quel poco che egli avevale detto de' fatti suoi, — ed era invero sì poco! Le bastava conoscerlo quale a lei si presentava. Nell'espansione de' trasporti onde le inebriava l'anima, in quel fuoco di voluttà che le gettava nelle vene, la innamorata donna vedeva ogni ragione di essergli soggetta, di darglisi tutta, d'esser cosa di lui. Chi fosse, che contasse nel mondo, quali le sue attinenze, che cosa importava a lei?Frequenti erano i segreti loro convegni. Il contepassava la maggior parte del suo tempo in città; per lettera ella avvisava Luigi quando potesse venire, ed egli accorreva. La cameriera di necessità erasi dovuta far complice, e la padrona ne comprava il silenzio con regali e con meno dignitosa compiacenza. Che palpiti di cuore, che sussulti di nervi, che orgasmi dell'anima eran quelli onde la contessa era travagliata nelle ore lente e fugaci che precedevano il momento in cui il suo amante l'avrebbe stretta fra le braccia! La notte, appoggiata al verone, sporta all'infuori la sua bella persona, stava, l'occhio teso per penetrar quelle tenebre e vedere da più lontano l'ombra del suo diletto. Tratto tratto si staccava di là e correva nell'eleganteboudoirilluminato, dove si guardava nello specchio con occhio diffidente della sua bellezza; ed ora aggiungeva un fiore alle chiome, ora una collana al niveo collo, ora un gioiello al seno, e si domandava palpitante: — Sono io abbastanza bella per lui? Gli piaccio come voglio?Il cristallo che le rifletteva lo splendore di sì giovanile beltà, la rassicurava; si salutava con un sorriso pieno di fiducia e di malìa e correva di nuovo al verone. Erano ore tormentose insieme e piene d'un acre diletto.Nessun'ombra era venuta ancora ad oscurare quella luce elisiaca di amore, nessuna nube ancora era passata su quel sereno in cui nuotava l'anima sua. Candida si sentiva e nel suo cuore con infinita gioia si proclamava felice. Non un sospetto la amareggiava, non l'accenno neppure d'un rimorso. Amava ed era amata: tutto il mondo era lì.La prima spina che le si fece sentire fra quei fiori inebbrianti fu quella della gelosia. La non ci aveva neppur pensato ancora mai. Luigi era così ardentemente amoroso! Non poteva in niun modo entrarle in mente pur l'idea che potesse volgere un istante d'attenzione non che un desiderio ad altra donna. Una sera, aspettandolo secondo l'usato al suo castello, e vistolo a comparire sotto i raggi della luna filtrati fra le frondi delle piante, Candida si ritrasse dal verone ove era stata tanto tempo aguzzando gli sguardi, e suo primo impulso fu correre giù delle scale all'incontro dell'amante, per introdurlo essa stessa dalla segreta porticina che soleva schiudergli il passo, per gettargli due minuti prima le braccia al collo e sentire la voluttà per lei immensa di essere stretta al seno di lui; ma un sentimento di dignità, ultimo sforzo del suo orgoglio aristocratico soggiogato, pur la trattenne. Incaricata di aprire chetamente la porticina a Luigi era la cameriera. La contessa stette sulla soglia della prima stanza del suo appartamento aspettando che il suo diletto, fatta di corsa la scaletta riposta, comparisse tosto a prenderla, come soleva, fra le sue braccia in un amplesso pieno di forza e di passione: e il suo cuore di donna innamorata le balzava nel petto. Ma parecchi minuti erano trascorsi, e Luigi non veniva. Che poteva far egli colaggiù? Un ratto sospetto corse come un lampo nell'anima della donna; un sospetto affatto incerto e indefinito, ma che pur valse a tutta conturbarla. Come sotto l'impulso d'un sentimento irrefrenabile, aprì essa l'uscio e si slanciò fuori sul ripiano a guardare giù della scala. In fondo a questa Luigi sorridente ciarlava colla cameriera, la quale moineggiava con civetteria imitata in mal modo dalle grazie e dagli attucci della padrona. La fante aveva in mano un lume che rischiarava la scena, e la troppo chiara espressione del viso di lui, e la simulata renitenza della giovane, traverso alla vita della quale Luigi aveva passato il suo braccio. Candida in un attimo vide tutto, e l'amplesso, e il riso rivelatore, e il bacio che egli osò mettere sulle guancie fresche e rotonde della fanticella. Tutto il sangue della contessa si rimescolò; un subito bollore le infiammò le vene e si precipitò al cervello quasi offuscandole e la vista e la intelligenza. Per primo impeto volle correre abbasso a schiaffeggiar quella pettegola a scacciar di casa sua quello sciagurato sì vilmente offenditore di lei e dell'amor suo; ma si trattenne. Ritirossi sollecita nella sua camera col sangue che le pulsava dolorosamente nelle tempia. I più fieri propositi passarono con turbinosa rapidità nella sua mente eccitata. Mai più vederlo, piantargli un pugnale nel cuore, gettargli sulla faccia il disprezzo degno di tanta viltà, farlo scacciare come un ladrone dai domestici: mille pazzie in mezzo ad un fremito di furore.Non aveva ella ancora preso determinazione di sorta, quando l'uscio s'aprì chetamente, e Luigi le venne in istanza con sulla faccia quel medesimo sorriso che aveva poc'anzi abbracciando la cameriera.E' s'inoltrò colle braccia aperte per darle il solito amplesso. Candida indietrò come inorridita. Un vivo rossore la colorò sino alla fronte, poi tosto diede luogo ad una pallidezza di cadavere. In mezzo a quel pallore i suoi occhi neri lucevano come due carboni accesi. Volle parlare, ma le labbra le tremavano e non valse a pronunziar parola.— Che è ciò? Disse Luigi arrestandosi stupito. Che cos'hai?La contessa voleva tacere la ragione del suo sdegno. L'umiliazione che l'uomo da essa amato le recasse sulla bocca le labbra calde ancora del bacio della sua cameriera le pareva troppo e troppo vergognosa per esprimerla, per lasciare pur supporre ch'essa la sentisse. In quel tumulto in cui si trovava la sua mente, s'era detto, vedendo entrare l'amante, di umiliarlo a sua volta col suo disprezzo, di troncare violentemente con esso quel nodo di amore che pure fino a quel punto le era stato così dolce, di bandirlo dallasua presenza per sempre, senza pur dirgliene una ragione. Sentisse, egli che la sapeva, la sua colpa, ella non si abbasserebbe ad accuse nè a rimbrotti.Ma la misera donna amava con tutta la forza dell'animo suo, e se codesto fiero modo sia possibile a donna che ami, lo lascio dire a voi, mie gentili lettrici.Luigi domandò spiegazioni pressantemente, colla voce che pareva tremante di dolore, colla eloquenza della passione, colla malìa che ha su cuore di donna la voce dell'uomo amato. Alla resistenza di lei, all'asciutta fierezza delle risposte, all'orgoglio onde essa respingeva le sue supplicazioni, i suoi atti di amore, Luigi si disperò, parlò di morire, passò a sua volta ai rimbrotti.L'orgoglio della debol donna non era più che una mostra. Ella cedette, disse tutto, e dalla maggior fierezza passando al più umile abbattimento, pianse. Che disse, che fece Luigi? Difficile il ripeterlo. Ben lo sanno gli amanti che si trovarono in tale situazione. Parlò con enfasi, giurò e spergiurò, la strinse fra le sue braccia con ardore irrefrenato, bevve le sue lagrime, la coprì di baci, la stordì con parole e con atti di amore; breve, all'alba si partì lasciandola persuasa che quella non era stata che una facezia, che il meglio era di farne caso nessuno e di non parlarne più.Ma la spina era penetrata nel cuore di Candida, e l'arte del seduttore non l'aveva potuta estrarnela affatto, sibbene glie l'aveva infranta nella ferita e lasciatavi la punta, seme perenne di sospetti e di diffidenze, che avrebbe germinato.Colla cameriera la contessa non disse nulla; e fuori di un maggiore riserbo e di una più esigente severità verso la fante, nessun cambiamento avvenne nella condotta della padrona. Fra i due amanti neppure non fu più mai parola di ciò, nè Luigi prestò più mai pretesto a somiglianti sospetti.Ma un mese circa dopo questo avvenimento, per parte dell'amante accadde ciò che ancora mai non era accaduto; cioè ch'egli mancasse al convegno.Fu una notte crudele per la contessa. Sino quasi all'alba stette essa al verone, inquieta, palpitante, ad aguzzar lo sguardo nella tenebra inutilmente. Come suole, mille paure, mille sospetti, mille crucciosi fantasimi l'assalsero. Che cosa poteva averlo trattenuto? Una disgrazia od un tradimento: l'uno e l'altra orribili al suo cuore di donna innamorata. In certi momenti faceva a calmare lo spasimo della sua anima, la febbre della diffidenza che la occupava. Esponeva la fronte alla brezza della notte per farsene rinfrescare il sangue; si sforzava a sorridere come per compassione della sua follia, cui chiamava il senno a vincere e domare. Voleva pensare che alcuna bisogna lo aveva trattenuto; ma qual bisogna mai, mentr'egli le aveva più volte dichiarato che l'unica sua occupazione era un tempo il darsi spasso ed ora s'era fatto l'amore per lei? Che non avesse ricevuto l'invito di venire? Impossibile! Il mezzo ond'ella si serviva per farglielo pervenire era sicurissimo. Che cosa adunque poteva averlo impedito, se non qualche ragione fatale per essa?Era la logica istintiva ed assurda dell'amore, la quale raramente sbaglia.Quando già spuntava l'aurora all'orizzonte, Candida si ritrasse dal verone affranta come dopo una notte di febbre, confusa la testa, pieno di amarezza il cuore. Si gettò sul suo letto, il seno gonfio di pianto, senza pur avere lo sfogo delle lagrime; il corpo stanco chiedeva il riposo del sonno, ma un mulinìo turbinoso d'idee, d'immagini, di propositi nella testa, non la lasciava dormire. Si assopì pur finalmente in un sonno leggero, affannato dai più tristi e maledetti sogni. Sorse tardi, colle traccie in volto che parevano d'un sopportato malore.Nel pomeriggio, sentendosi bisogno di prender aria fece attaccare i cavalli, e corse, come soleva un tempo, in una passeggiata senza meta. L'azzardo, la sua maligna stella la condusse in luogo dove la carrozza in cui essa s'abbandonava ai suoi turbativi pensieri, incontrò un'altra carrozza occupata da un'altra donna, la cui figura, l'abbigliamento e il contegno erano tali affatto da chiamare l'attenzione di chicchessia.Qual istinto segreto è quello che alberga nell'essere sensitivo della donna e lo avvisa dei pericoli che lo minacciano per quanto coperti essi sieno, dei nemici nascosti che gli si presentano nel cammino? Candida, all'aspetto di quella donna sentì una scossa interiore, come un urto nell'anima. Si tirò su della persona e incrociò lo sguardo con quello della sconosciuta, la quale a sua volta lasciò lo sguaiato abbandono in cui stava sdraiata per esaminare con attenzione quasi insolente la contessa che passava. Fu un ratto istante, poco più d'un baleno in cui le due carrozze si passarono a fianco, al trotto serrato dei cavalli; ma in quel fugace momento le due donne ebbero campo pur tuttavia, con quel meraviglioso loro sguardo complessivo, di vedersi in una a vicenda le sembianze, i modi, le vesti, i difetti della bellezza e del gusto. Candida dovette giudicare senz'altro che quella giovane — poichè la era giovane — non apparteneva nè alla sua classe nè ad alcun'altra di donne oneste. Era sfarzosamente vestita di stoffe abbaglianti, ma come tale che più si compiace di attrarre addosso a sè l'occhio dei riguardanti che non di contentarlo con acconcia armonia di colori ed avvenenza di complesso. Sulla faccianon brutta, ma più provocante che bella, eravi troppo belletto, troppa sensualità e troppa impudenza. Il più strano di quel volto erano certi occhi verdi del color del mare, acuti, ora freddi come una lama d'acciaio, ora ardenti come la voluttà, ora feroci come quelli d'una tigre. Piantandosi in faccia a qualcheduno parevano dilatarsi e sprizzar fuori un fascio di raggi acuminati, per così dire, che vi stillavano nel sangue a seconda o il gelo del sospetto, d'una soggezione indefinita, quasi d'una paura, oppure nell'uomo il fuoco dei desiderii sensuali. C'era in quello sguardo alcun che dell'animale selvatico non affatto addomesticato, in cui la prisca selvaggia natura ricomparisce a tratti sotto la spalmata vernice della coltura.Quella donna sentì forse ancor essa che nella vita di Candida doveva intrecciarsi la sua e l'una sull'altra esercitare un fatale influsso a vicenda, funesto troppo per la nobil dama? Il vero è ch'ella saettò sulla contessa uno di quei suoi sguardi felini di cui Candida non potè sostenere l'incontro, ne fu tutta conturbata in quell'atto, e dopo appena oltrepassata la carrozza ne provò lo sdegno maggiore come di ricevuto oltraggio.Si piegò ella verso il cocchiere e gli domandò con indifferenza non affatto sincera:— Conoscete voi chi sia quella donna?Il cocchiere fece un certo atto colle spalle e sorrise in certo modo che dicevano di molto.— Peuh! Diss'egli. La signora contessa ne avrà udito a parlare. È quella tale che fin dalla primavera ha preso in affitto laVilla-lunga, a poche miglia qui distante.— Ah! Fece la contessa che in vero aveva sentito alcuna cosa di quell'avventuriera. È una ballerina, credo....— Mah! Se ne dicono tante sul suo conto! Il più certo pare che fosse una di quelle che saltano sui cavalli. La chiamano ancoraLa Leggera. Dicono che qualche considerevole personaggio l'ha tolta dal dorso dei cavalli per metterla in un elegante appartamento con mobili, servitù, carrozza all'avvenante. Anzi si bisbiglia che i protettori sieno più d'uno. Quel che è certo, si è che nellaVilla-lungac'è baldoria tutti i giorni: conviti, festini, balli, giuoco tutta la notte..... e peggio, che non si finisce mai; e vi accorre gran gente d'ogni fatta; e si spendono allegramente dei gran denari.Candida — e non sapeva il perchè — ascoltava con molto interesse le parole del suo cocchiere. Ad un punto s'accorse di questo suo eccesso di curiosità non troppo degna, e vergognatasene, arrossì leggermente.— Non vi ho domandato la storia di madamigellaLeggera: diss'ella con accento più severo di quello che il bisogno non fosse, e si ricacciò in fondo la carrozza, tornando a darsi in preda ai suoi confusi e disordinati pensieri.Chi le avesse detto che quelle volte in cui Luigi era stato veduto in quei dintorni, prima ancora che essa lo conoscesse, egli o veniva dallaVilla-lungao vi si recava a passar la notte in quelle baldorie dellaLeggiera! Chi le avesse detto che quel giorno stesso in cui il temporale lo fece riparare al castello di lei, Luigi era diretto a quella volta!Due giorni dopo quell'incontro, la cameriera, fosse per interesse che sentisse verso la padrona, fosse per malignità femminile, trovò modo di far capire alla contessa che Luigi la sera innanzi era stato visto in que' luoghi e la mattina medesima era stato incontrato sulla strada per a Torino. Ora al castello egli non s'era lasciato vedere. Candida sentì quella certa spina infitta nel cuore dar sangue dolorosamente.E perchè il suo pensiero corse allora a quella donna che aveva incontrata per via?Il conte era allora al castello; Candida non poteva chiamare Luigi a sè perchè venisse a scolparsi; gli scrisse quattro pagine di rimbrotti e di accuse, invitandolo a difendersi per lettera ancor egli. Luigi rispose laconicamente affettuoso. Essa aveva fatto riguardo alla mancanza di quella notte mille supposizioni ed accolto mille sospetti; ma, diceva egli, aveva dimenticato la cosa la più semplice ad immaginarsi, che era la vera: esser egli, cioè, quel giorno stato preso da un malore che non gli aveva concesso la gita. Esser vero, soggiungeva, che una notte aveva egli passato nei dintorni del castello, ma ciò aver egli fatto per conseguir modo di poter meglio accostarsi a lei, di fare che più liberi e più frequenti potessero essere in avvenire i loro convegni. Le avrebbe spiegato a voce il mistero.Difatti pochi giorni di poi questa spiegazione avvenne. Il conte si allontanava di quando in quando, ma non facendone prima avvertito nessuno, Candida non poteva mandare il solito invito a Luigi. Era avvenuto così che il marito passasse eziandio la notte fuor del castello, senza che la moglie pur lo sapesse, credendo ch'egli tornasse ad ora tarda e, secondo l'usato, senza prendersi la briga d'andarla a disturbare per darle un saluto, rientrasse chetamente nel suo quartiere.Dove si recasse il conte in quelle gite, Candida non si curava per nulla saperlo; ma pure, da alcune vaghe parole udite dai servi, aveva finito per indovinare che egli era allaVilla-lunga, dove il vecchio libertino passava le molte ore di sua assenza. Cotesta scoperta aveva fatto nell'animo della contessa una strana sensazione ch'ella medesima non sapeva spiegare. Da una parte le pareva questa come una nuova scusa al suo fallirealla fede coniugale, e insieme una nuova ragione di maggior libertà per essa, dall'altra sentiva una specie di ripugnanza e di sgomento al sapere che quella donna, di cui essa in quel solo vederla di sfuggita aveva portato sì avverso giudizio; che quella donna, dico, avesse attinenza con due uomini che maggiormente le appartenevano, il marito e l'amante; poichè Candida non dubitava punto che anche Luigi fosse stato là quella notte.Una sera adunque che il conte, allontanatosi dal castello, mancava da più ore, Luigi comparve inaspettato agli occhi di Candida, la quale sola nella sua camera ruminando i suoi tristi pensieri, sentiva sotto l'influsso dei sospetti cambiarsi in profonda amarezza le primitive dolcezze dell'amor suo.Al vedersi innanzi improvviso l'amante, essa gettò un grido di sorpresa e sorse come spaventata.— Non ti sgomentare: disse col suo sorriso più amoroso Luigi; sono io... Io che anelavo al momento di venire a dissipare tutto quell'ammasso di brutti ed ingiusti pensieri che la tua lettera mi ha rivelato aver tu rammontato nella tua testolina riguardo a me.La contessa guardò intorno con aria ancora smarrita.— Mio marito è al castello; disse sommessamente. Potrebbe averti visto a venire, potrebbe vederti partendo. E' non entra mai di solito nel mio appartamento, ma pure...— Rassicurati: rispose Luigi, prendendole una mano. Egli è là donde io vengo; l'ho lasciato a mezzo d'una partita di giuoco troppo interessante perchè egli l'abbandoni di tutta la notte. Mi sono affrettato a perdere tutto il denaro che avevo presso di me; poscia ho finto ritirarmi imbronciato colla fortuna ed irmene a fare svanire il cattiv'umore all'aria aperta. Avevo già ordinato mi si tenesse insellato il mio cavallo. In un salto ci fui sopra, e in un tempo di galoppo eccomi qua. Un'ora d'amore con te, anima mia, e poi ritorno colà che niuno avrà potuto pur notare la mia assenza.Volle abbracciarla, ma essa freddamente si fece in là ed anzi levò da quella di lui, la mano che egli le aveva presa.— Colà? Diss'ella con ironia sotto cui c'era sdegno e dolore. Dov'è egli questo colà?Luigi accennò a rispondere, ma Candida non glie ne lasciò, prorompendo con impeto:— Tacete! Non voglio nemmanco udirlo dalla vostra bocca. So tutto. Voi pure v'imbrancate all'impuro corteo diquella donna.Queste parole furono pronunziate con tanto disprezzo che il rossore ne salì alla faccia di Luigi. I suoi occhi s'infiammarono un istante tremendamente, e sulla fronte si disegnò quella certa ruga che i lettori già conoscono, ma fu un baleno, e cambiata rapidamente quell'espressione collerica, quasi feroce, in un sorriso, egli disse con accento pacato ed amorevole:— Via, via, non esageriamo, Candida mia. Ecchè? Potresti tu avere il torto di credermi capace di fallire a ciò che debbo a te ed a me stesso? Non conservare quell'aria sdegnosa, mio dolce amore; non mirarmi oltre con quell'occhio irritato in cui mi è sì dolce, invece, veder la fiamma della passione. Guarda che con una sola parola io posso abbattere tutti i tuoi sospetti, e tu ti pentirai d'averli avuti..... Ebbene sì, senza imbrancarmi a quell'impuro corteo, come tu dici, io mi sono recato alcune volte allaVilla-lunga. Ma sai tu perchè?.... La vera e la sola cagione ne sei tu.— Io? Esclamò la contessa stupita.— Tu stessa; ripigliò Luigi ancora più amoroso nel suo accento e nel suo sorriso. T'ho scritto che ciò avevo fatto per potermi avvicinare di più a te. Perchè non mi hai creduto?— Ma come?— Sapevo che colà avrei trovato il conte; volevo che fra lui e me si stringesse tale attinenza che mi schiudesse liberamente la porta di casa tua. Ho io avuto torto? Impiegai tutta l'arte di cui sono capace affine di entrare nelle grazie di tuo marito. Egli mi ha già offerto di presentarmi a te ed invitato al suo castello. Ho accettato senza mostrare troppa premura per allontanare sempre meglio ogni sospetto. Un giorno o l'altro egli mi guiderà per mano a te dinanzi.Candida rimaneva perplessa e non rispondeva. In codesto sentiva essa alcun che ond'era urtata la delicatezza della sua anima. Avrebbe preferito che il marito e l'amante mai non si fossero trovati a fronte nel suo salotto, che quest'ultimo mai non avesse dovuto lusingare con compiacenti parole il primo, e stringergli la mano come amico. Le pareva che ne sarebbe stato abbassato il loro amore. Vedersi soltanto nel mistero — che niuno della società cui essa apparteneva, lo sapesse — le pareva preferibile, più dignitoso, più confacente al suo sentire.Luigi s'accorse di codeste impressioni che le sue parole facevano nell'animo di lei, e quindi si affrettò a soggiungere:— Pensa che se ciò non avvenisse quando tu sii ritornata in città le occasioni di vederci sarebbero troppo rade e troppo pericolose per la tua pace e pel tuo buon nome.La contessa crollò leggermente le spalle, come per significare che appetto all'amore ella considerava come cosa da poco tutto il resto del mondo.— Ed a questo; continuò con più calore Luigi; io debbo tenerci più ancora che non tu stessa, e ci tengo.Chi non sa com'è l'animo di donna innamorata? Quelle cose che a lei meno paiono acconcie diventano tali per essa, appena l'eloquente parola dell'amante ne la voglia persuadere. Con quanta facilità s'accolgono nel cuore di lei i sospetti, con altrettanta si dileguano alle proteste dell'uomo amato. Poco ci volle che Candida restò persuasa come d'ogni fallo era innocente Luigi e com'egli s'era adoperato pel meglio di tuttedue.Diffatti qualche giorno dopo la contessa ebbe un rimescolo in tutto il sangue nell'udire sulle labbra del marito il nome del dottor Quercia.Si era di tardo autunno ormai, e il conte soleva invitare alcuni conoscenti a partite di caccia nelle sue tenute. La vigilia di una di siffatte partite, il conte disse alla moglie in fin di tavola, dopo pranzo, come cosa di poco rilievo che allora soltanto gli fosse venuta alla mente:— Ah! Domani mi prenderò la libertà di presentarti un nuovo ospite. Un giovanotto che ha abbastanza buone maniere per far dimenticare che non ha titoli; un certo dottor Quercia, medico senza clienti, e credo senza medicina.Candida si volse dall'altra parte con un pretesto qualunque per nascondere il suo subito turbamento. Il conte non aggiunse altro: nè dove lo avesse conosciuto, nè come; la contessa non domandò nulla, e non se ne parlò più.Luigi aveva saputo realmente andare ai versi del vecchio conte, e ricevuto il primo invito, seppe far di guisa da diventare in breve famigliarissimo di casa.Tornati a Torino il conte e la contessa, questa domestichezza non solo si continuò ma si accrebbe.Il mondo susurrò, poi parlò senza ritegno, prima indovinò, poi seppe. Le migliori amiche della contessa compassionarono perfidamente la povera donna che si perdeva in una tresca indegna con un uomo che non si sapeva chi fosse.Gli ultimi a sapere queste cose sono sempre i mariti: ma il conte di Staffarda non era uomo da non vedere e da non capire. Cominciò per non dar più la mano a Luigi quando lo incontrava in qualche luogo o quando entrava nel suo salotto; si diede ad accoglierlo con un altezzoso sussiego che era quasi un'insolenza. Luigi usava tutti i mezzi che può un uomo di spirito per mostrare che non faceva attenzione a questo contegno del conte ma frattanto aspettava un'occasione affine di provocare una spiegazione che volgesse secondo quello ch'egli desiderava ed aveva in previsione immaginato. Il conte eziandio da parte sua cercava un'occasione per dire alla moglie il fatto suo, senza scene, senza scandali, con tutta la forbitezza e la disdegnosa indifferenza d'un vecchio libertino di marito allevato nelle tradizioni dell'elegante corruttela del secolo scorso.Queste occasioni aspettate vennero per ambidue, e prima pel conte.
Quel dì in cui aveva luogo il festoso ballo dell'Accademia erano già passati quattro anni dal momento in cui si era presentato la prima volta allo sguardo della contessa l'uomo fatale che sì funesto influsso doveva esercitare su tutta la vita della sconsigliata donna.
Era essa in campagna, sola, suo marito preferendo di rimanere in città alle sue abitudini del circolo, del giuoco, della compagnia delle ninfe del corpo di ballo.
Si annoiava maledettamente la povera contessa nella monotonia delle sue giornate senza vicende di sorta. Alcune delle sue amiche erano state afarle visita, e ripartite, lasciandole un po' di quel profumo storditore della vita cittadina, di quel fermento nell'anima, che depongono la mormorazione, la braca, come soglion dire i fiorentini, le ciarle maliziose della cronaca più o meno scandalosa; aveva ella appreso così che la marchesa tale aveva un nuovo amante, che la baronessa tal'altra era sempre fedele a quel suo ufficialetto di cavalleria, che il brillante contino *** si degnava far girare la testa d'una bellezza borghese, moglie ad un bravo commerciante della città, che per i begli occhi della presidentessa *** s'erano scambiati due colpi di sciabola un capitano delle guardie e un addetto d'ambasciata.
Rimasta con non altra compagnia che quella del suo specchio, il quale facevale i più adulativi complimenti sulla floridezza de' suoi venti anni, la noia spalancava in lei le porte della fantasia all'invasione delle più temerarie immagini; sentiva, come dice Alfredo di Musset, delle frasi di romanzo salirle al cervello. Guardava con profondo dispetto la calma della campagna, in cui il sole splendeva beatamente sopra una immutevole medesimezza di cose. Sentiva nascere in cuore un'uggia inesplicabile, ma viva contro i recessi ombrosi del suo parco, che non avevano per lei mistero nessuno, contro le amenità di quel soggiorno, che non dicevano nulla al suo cuore ed alla sua mente, nè una memoria del passato, nè una speranza dell'avvenire. Pensava di colpo far riempire le sue valigie e precipitare a Torino al trotto serrato dei suoi bei cavalli del Mechlenburgo. Perchè in quella sua solitudine il caso pietoso non avrebbe mandatole alcun avvenimento che rompesse quella desolante monotonia? Il più straordinario sarebbe stato il meglio venuto. Sognava da sveglia le più matte ed impossibili avventure cavalleresche. S'ingolfava nella lettura dei più strani romanzi che allora la moda voleva impinzati di fatti che non succederanno mai. Poi questa lettura la stancava, le faceva tanto di capo, le dava una specie di stordimento in cui la sua immaginazione quasi offuscata faceva scorrere con vertiginosa ridda tutte le vicende di quelle favole, aggrovigliandone i fili, complicandone gl'incidenti, riuscendo ad una faticosa confusione. Allora gettava il libro incollerita, serrava gli occhi, e faceva di per sè il suo romanzo, e lo vedeva incarnarsele dinanzi, come sopra le tavole d'un palco scenico, sotto le sue palpebre richiuse. Anche codesto finiva per irritarla. Sorgeva di scatto, faceva attaccare i cavalli alla carrozza frettolosamente, impazientandosi d'ogni indugio, come se la più importante cosa le premesse. Gettatasi sulle ricche treccie una cappellina qualsiasi, la prima che le capitasse, volava giù delle scale, si slanciava nella carrozza e comandava al cocchiere:
— Corri.
— Dove, signora contessa?
— Dove vuoi. Purchè tu vada lontano e presto!
L'aria che percoteva il suo viso parevale darle sollievo. Il moto che ne cullava la persona, il rumor delle ruote entro le orecchie, il sibilo del vento non le lasciavano più agio a formarsi ai suoi pugnaci e turbativi pensieri. L'intimo tumulto del suo spirito si calmava a poco a poco. Chi la vedeva in tali occasioni avrebbe detto per sicuro che un gran dolore occupava quell'anima, che una grande sciagura s'era precipitata su quella esistenza. Le ciglia aggrottate, le labbra pallide, serrate, lo sguardo profondo degli occhi neri fisso dinanzi a sè parevano indizio d'una preoccupazione dolorosissima. Se qualcheduno le avesse domandato in quella:
— Per amor di Dio, a che cosa pensate, contessa?
Ella avrebbe dato in uno scossone come persona sorpresa d'improvviso, ed avrebbe risposto in tutta buona fede:
— Niente!
Quando l'effetto di quella corsa concitata sul suo animo era ottenuto, Candida si passava la sua bianca manina sulla fronte e gridava al cocchiere:
— A casa!
E giuntavi risaliva nelle sue stanze per riprendere con più accanita perduranza la lettura dei nuovi romanzi francesi.
Quante volte, in quelle sue gite senza ragione e senza scopo, non prese ella a fantasticare che i suoi cavalli togliesser la mano, che la conducessero ad imminente pericolo di vita, che un eroe da novella saltasse fuori a salvarla con estremo suo rischio, cadendo vittima del suo bel tratto, gravemente ferito fors'anco! Cogli occhi della mente essa lo vedeva, questo incognito generosissimo e valorosissimo. Non era nessuno fra quanti giovani aitanti, leggiadri, aveva essa veduto fare sfoggio d'eleganza nelle sale della società più forbita, ma aveva un po' di tutti coloro; aveva specialmente quel non so che onde gli occhi della donna son presi, onde la sua fantasia è dominata. Pareva alla contessa che quest'individuo doveva esistere, che a un dato momento doveva comparire nella vita di lei, lo domandava alla fortuna, s'impazientava che tardasse.
I cavalli troppo ben guidati non ruppero mai il freno; il caso non si compiaceva mai di lasciar cadere il seme d'un'avventura in quel troppo ben disposto terreno.
Candida guardava sdegnata il bel sereno di quel cielo monotono sotto la cui volta non ispuntava nessun avvenimento, nessun pretesto di passione.
Un giorno la si era proprio decisa a partireper Torino. Gli ordini erano già dati; essa, col pretesto di vestirsi da viaggio, aveva fatta unatoilettedel miglior gusto che sia possibile immaginare, elegante insieme e modesta, di colori, di taglio, di stoffe i più atti a farne valere le forme bellissime e tutta la grazia della persona, e tutta l'efficacia delle sue attrattive. Avreste detto che la si era preparata per ricevere incognito ilPrince charmant de ses rêves.
Quando fu pronta del tutto, si compiacque, secondo il solito, fermarsi innanzi allo specchio. Fece a se medesima un sorriso, per cui un poeta avrebbe detto la stanza tutta riuscirne illuminata. Un istante la compiacenza di se medesima diede alla sua fisionomia l'espressione della contentezza. Ma poi tosto scrollò le spalle e la solita nube di noia discese sulle sue sembianze.
— A che pro? Mormorò essa; e colla solita sua irrequieta impazienza corse al balcone a vedere se già era in ordine la carrozza.
Il garzone di scuderia teneva i cavalli per mano, ma il cocchiere invece di attaccarli, guardava in su nel cielo con aria dubitosa.
— Fate presto: gli gridò la contessa che calzava affrettatamente i suoi guanti.
— Credo che sia più prudente l'aspettare: disse il cocchiere.
— Perchè?
— Guardi lassù, signora contessa.
E il cocchiere additava il cielo.
Candida volse gli occhi in alto, e il bel sereno che i giorni scorsi l'aveva irritata cotanto vide sparito dietro grossi nuvoloni scuri e minacciosi che s'avanzavano rapidamente. In quel punto stesso un lampo abbagliante correva in essi e fragoroso rimbombava il tuono ad annunciare prossimo lo scoppiar del temporale.
Se non altro era quella una variazione, e Candida non ne fu scontenta.
— Fate rientrare i cavalli, e riparate nella rimessa la carrozza. Partirò dopo il temporale.
I servi ubbidirono mentre larghe gocciolone di piova cominciavano a cadere qua e colà con un rumor secco.
La contessa, vestita com'era, trasse una poltrona presso al balcone aperto, vi si gettò sopra abbandonatamente, e seguitando con elegante trascuranza a calzare i suoi guanti, stette a contemplare lo spettacolo del temporale che ad un tratto era furibondamente scoppiato.
Il terreno su cui guardava il balcone dov'era la contessa, terreno battuto che serviva da cortile, era chiuso dalla parte che si trovava in prospetto al palazzo, da una folta siepe alta un metro, al di là della quale si stendevano le praterie della vasta tenuta patrimoniale dei conti di Staffarda.
La pioggia veniva giù impetuosamente scrosciando, mista a un po' di grandine, e in un momento ebbe allagato tutto il cortile. Non più un essere vivo vedevasi per la campagna, la quale per le fitte righe della piova appariva all'occhio della contessa, come traverso un velo. Il fresco vento del temporale battendo sulle guancie di Candida parevano rinfrescarle il sangue. I lampi che tratto tratto squarciavano le nubi, rompendo la tenebria che aveva invasa la terra illuminavano uno strano sorriso sulle labbra di quella giovane donna. A che pensava ella? Non l'avrebbe saputo dire. Guardava lo stupendo spettacolo dell'uragano con molto più interesse di quanto avesse guardato mai splendida rappresentazione sulle massime scene della città. Sentiva mosso da più concitazione il rifiato, sentiva sotto un apparente languore rifluire più potente nelle vene la vita, il sangue le scorreva con rapidità quasi febbrile, pulsando alle tempia. L'elettricità ond'era satura l'atmosfera le scuoteva i nervi con vivo sussulto che non le tornava sgradito. Si sentiva ad un punto il cuore più palpitante, come se fosse per avvenirle qualche gran fatto. Danae solitaria pareva aspettarsi che nella pioggia di fuoco d'un lampo scendesse a lei e le si rivelasse il Dio dello sconosciuto.
Nel maggior strepitare del temporale, ecco presentarsi al suo sguardo la vista d'un uomo che al di là della siepe, sotto i torrenti d'acqua che piovevano dal cielo, correva precipitosamente verso il castello. Dietro quel velo della pioggia fittissima, a quella dubbia luce che rimaneva, ella non potè scorgerne che in di grosso le forme, ma dalla leggerezza con cui correva, appariva esser giovane, e da una certa grazia di movenze, si mostrava aitante di persona. Giunse alla siepe, correndo, spiccò un salto che avrebbe fatto onore al più abile ginnastico, e si trovò in mezzo al cortile. Colà vide la contessa al verone che per curiosità si era sporta alquanto a guardare, salutò gentilmente, scoprendo una ricca capigliatura inanellata ed una fronte giovanile sotto cui splendevano due sguardi accesi, e diviato si gettò sotto l'atrio.
La contessa al saluto di quel giovane si trasse vivamente indietro. Quel tanto che aveva visto di lui le aveva fatto conoscere ch'era un bel giovane e non vestito da contadino. Ecco invero un avvenimento straordinario nella monotonia di quella vita. Chi era mai codestui? Come e per qual caso in quelle regioni deserte, dove ella non aveva mai visto ombra d'uomo fuori dei villani delle sue fattorie? Una gran curiosità la colse. Lo stato nervoso in cui la si trovava era acconcio precisamente a dar maggiore vigoria e quasi direi importanza a questo che, se non altro, era un sentimento che rivelava la vita. Si levò da sedere con mossa irrequieta, e si avviò per andare asuonare il campanello con cui si chiamavano i servi.
Ma prima che ella giungesse al cordone che pendeva allato al camino, una mano discreta grattò all'uscio.
— Entrate: disse la contessa fermandosi e voltandosi a quella parte colle sopracciglia leggermente aggrottate.
Il battente s'aprì e comparve la cameriera tenendo in mano un piccolo vassoio d'argento.
L'occhio di Candida vide tosto in mezzo a quel piattello il bianco quadrato d'una polizzina di visita e avvisò tosto che la era quella dello straniero: ma, senza saperne essa stessa la ragione, credette bene dissimulare.
— Che cos'è?
— Un signore, sorpreso dal temporale in questi dintorni, rispose la cameriera, si riparò nel castello e prega la signora contessa a volergli permettere di aspettare qui che la pioggia abbia cessato. Perchè la signora contessa sappia a chi farebbe l'onore di accordargli questa momentanea ospitalità, le manda la sua carta.
— Va bene: disse Candida con isvogliata indifferenza che non era punto sincera, e presa la cartolina, con superba noncuranza vi gettò uno sguardo fugace.
In mezzo alla polizza eravi impressa una corona che pareva comitale, e sotto stava scritto:
Luigi Quercia Dottore.
Il labbro della contessa fece una lieve smorfia che significava:
— Non conosco costui e non mi cale di conoscerlo.
Gettò essa con mossa affatto superba quel biglietto in un'elegante paniera di porcellana di Sèvres con ornamenti di bronzo dorato, la quale stava per questo ufficio sopra il ricco tappeto della tavola, e disse alla cameriera:
— Stia pur quanto vuole. Offritegli tutto ciò di cui possa aver bisogno.
E fece un cenno di congedo, per cui la fante si affrettò a partire.
Quando fu sola, Candida si riaccostò lentamente al balcone. Il temporale imperversava più che mai, ed aveva l'apparenza di durare tutto il giorno.
— Per quest'oggi è inutile pensare a recarsi in Torino: disse a se stessa la giovane donna. Il cattivo tempo non cesserà più fino a questa sera, ci scommetto. E questo cotale dovrà star qui tutta la giornata? Certo non lo caccierò mica dal castello. Ma che ci farà egli tutte quelle ore che saranno eterne?
Sorrise lievemente.
— Poverino! Lo compatisco. E' gusterà una dose di quel bel divertimento che io ho ciascun giorno a tutto pasto... Giusto! Egli è dottore. Se avesse nella sua scienza medica qualche farmaco per guarire dalla noia. Bah! Questi farmaci non è da un medico che bisogna andarli a cercare, sibbene da un uomo di spirito. Veramente l'esser medico non esclude l'aver dello spirito. E da quel poco che ho visto di costui, egli dev'essere così poco medico che quasi nulla, perchè mi pare un giovinetto forse appena appena uscito dall'Università. Se la sua compagnia fosse dilettevole!...
Scrollò le spalle, come fa chi vede presentarglisi alla mente una idea assurda.
— Io di certo non vedrò questo signore per poterne giudicare. Un medico!... Peuh!
Tornò presso la tavola e riprese in mano la polizza di visita di quel cotale.
— Oh oh! esclamò. Qui c'è una corona da conte... almeno mi pare... È dunque un nobile?... Un nobile che fa il medico! È egli possibile?..... Forse qualchecadetto..... qualche rampollo di famiglia rovinata..... Ma come non aver scelto la carriera militare? E' mi pare giusto che quel giovane starebbe a meraviglia colla montura di cavalleria d'artiglieria addosso.
Le parve rivederlo in quel punto, come lo aveva visto poc'anzi nell'atto di saltare con tanta agilità la siepe del cortile.
Un'idea matta, balzana, ma piacevole alla sua immaginazione, l'assalse. Le sembianze di quel giovane potevano corrispondere benissimo a quelle dell'essere ideale che da tempo era l'eroe delle sue strane fantasticherie. Non aveva potuto veder bene quella faccia risoluta e leggiadra, ma pur le pareva che non avrebbe potuto disdire all'eroe de' suoi sogni. Si diede a ridere di sè stessa, ma nemmanco quelle risa non erano sincere. La preoccupazione curiosa si era impadronita fortemente della sua anima.
— Luigi Quercia! Ripeteva fra sè la contessa tenendo l'occhio fisso nei caratteri stampati su quel pezzetto di cartoncino. È un nome affatto ignoto per me. Non ho mai sentito a nominare un simil casato nella nobiltà torinese. In questo paese non esiste famiglia di tal nome. Ch'egli sia un qualche medicuzzo venuto da poco a stabilirsi nel vicino villaggio. Se io interrogassi codestui? Che male ci sarebbe? Ci occuperei se non altro un dieci minuti di tempo.
Si avvicinò vivamente al cordone del campanello, ma si fermò poi tosto.
— Può darsi che io mi trovi a fronte uno zotico campagnuolo..... Ebbene allora servirà per farmi ridere. Ah! in una solitudine come la mia, non bisogna guardarla tanto pel sottile nelle distrazioni che ci si presentano.
E diede una tirata al campanello.
Aveva appena suonato che si era pentita, non avrebbe voluto averlo fatto. Studiò di chiederequalcun'altra cosa alla cameriera che si sarebbe presentata. Quando udì il solito grattar dell'uscio si gettò a sedere abbandonatamente sul sofà e prese l'aria più indifferente che seppe.
— La signora contessa ha suonato? Domandò la cameriera, entrando.
— Sì..... Per oggi non si parte..... Riponete la mia roba.
— Signora sì.
Quando la cameriera fu presso all'uscio:
— E quel signore, disse la contessa sbadatamente giocherellando con un fiocco d'un cuscino, è egli ancora al castello?
— Sì signora. La vede bene: fa un tempaccio da non metter fuori un cane.
— E che fa egli?
— Guarda la piova a cadere e canterella fra i denti.... Ha domandato se non avrebbe potuto presentare i suoi omaggi e fare i suoi ringraziamenti alla padrona.
— Ah sì? E che aspetto ha egli?
— È un bellissimo giovane.
— Non vi domando questo: disse con voce severa la contessa, come se la giovane avesse pronunziato una sconvenienza. Vi domando se le sue maniere sono d'uomo ammodo.
— Per l'affatto. E' mi pare un perfetto gentiluomo.
— Qualcheduno dei famigli lo conosce?
— Signora no.
— E dei contadini?
— Neppure.
— Non è dunque abitante di questi dintorni?
— No signora; ma il cacciatore della signora contessa dice averlo già visto altra volta gironzare per queste parti. Una sera poi incontrò un elegantecabrioléche trottava sulla strada per a Torino, e in esso giurerebbe che c'era questo signore.
— Uncabrioléelegante?
— Sì signora con un cavallo di gran prezzo.
— È dunque un signore?
— Certo! L'aria lo dice a prima vista, e poichè è venuto a ripararsi qui al castello ha già dato tre o quattro scudi di mancia.
— Come? Esclamò la contessa dirizzandosi della persona con aria corrucciata.
— Sì signora: uno al domestico che gli ha fatto una fiammata, per asciugarlo, nel camino della sala della caccia; un altro al guattero che gli ha portato una scodella di brodo; un altro al lacchè il quale gli prestò una vesta da camera del signor conte perchè si potesse toglier di dosso il soprabito immollato... Oh! si vede subito che gli è una persona come si deve.
— Ne parli con troppo entusiasmo... Ha dato uno scudo anche a te? La cameriera diventò rossa e fece a schermirsi dal rispondere.
— Non dir bugia; anche tu hai preso la mancia?
— Poichè la signora contessa vuole saperlo... Il signor Dottore lo seppe fare con tanta grazia, che il rifiutarlo mi parve una inutile scortesia.
— Signor Dottore! Come sai tu ch'egli sia dottore?
— Il valletto mi ha data la carta di visita da portare alla signora contessa...
— E tu l'hai letta?
— Senza volerlo.... I miei occhi ci son caduti sopra.....
— Va benissimo. Mi piacerebbe soltanto sapere con qual pretesto quel signor dottore potè darti lo scudo.
— Mi pregò di fargli compagnia; mi disse che a star solo s'annoiava, che la mia compagnia gli era amenissima.
— Davvero! E a te la sua?
— Oh! Egli è il più gentile fra quanti signori io abbia visto, e sa dire di certe cose!... Di tutti quei giovani conti e cavalieri che fanno visita alla signora contessa non ce n'è uno che passando non si fermi alcun po' meco a barzellettare; ma le assicuro in verità che nessuno di essi può stare a petto di questo dottore.
La contessa prese un'aria sempre più severa:
— Mi dispiace che i miei famigli accettino così delle mancie dal primo venuto; e tanto più mi dispiace di voi che siete più specialmente addetta alla mia persona. Ne parlerò al maggiordomo perchè ci metta ordine, e ciò non accada mai più. Andate.
La cameriera si avviò a capo basso, ma quando fu per metter piede fuori della stanza, lanciò un'ultima domanda, come il Parto ritirandosi lanciava un'ultima frecciata.
— Se il dottore domanda ancora di presentarsi alla signora contessa, che cosa abbiamo da rispondere?
— Che non ricevo: disse asciuttamente la contessa, ma poi tosto correggendosi: cioè..... alla campagna si può vedere senza tratto di conseguenza certe persone che non si riceverebbero in Torino... anche senza che sieno presentate. Se domanda ancora d'essere introdotto presso di me, mi verrete ad avvertire e lo riceverò.
La fante partì. La contessa stette aspettando con certa impazienza. Trascorse circa mezz'ora, che parve lunga assai alla curiosità di Candida; prese uno dei suoi volumi di romanzo in mano e ne lesse una pagina: si accorse che non capiva, che gli occhi avevano seguitato a scorrere materialmente di parola in parola, ma che lo spirito era altrove.
Si disse che erano gli scoppi di tuono sempre frequenti, a disturbarla. Nella sua testa siinsinuavano le idee più bizzarre. Quel giovane che gettava via gli scudi con tanta larghezza era egli un medico secondo la comune? Mai più! Certo era un ricco che aveva voluto ornarsi di un inutile diploma. Era stato visto altre volte in quei dintorni. Che ci veniva egli a fare? Sarebb'ella stata un'assurdità il supporre che venisse per una donna? Quale? In quei dintorni ella non sapeva vi esistesse altra donna — eccetto che una di bizzarri costumi e di dubbia riputazione, che dicevasi un'antica artista da ippodromo. E perchè Candida sentiva ella ripugnanza cotanto a pensare che quello sconosciuto giovane venisse nel paese per quella donna? Che cosa gliene doveva importare? Aveva ella già visto altre volte il sedicente dottore? Si affaticava a consultare i suoi più segreti sovveniri per cercare se in qualche cantuccio della memoria non avesse trovato allogata quella virilmente leggiadra figura. Intanto guardava l'indice dell'orologio.
— Egli ha rinunciato a presentarmisi. Tanto meglio. Teme certo di non ottenere presso me il successo che gli valsero presso la cameriera alcune volgari frasi di complimento. Diffatti, che cosa avrebbe da dirmi, ed io da dire a lui? Il nostro sarebbe un colloquio di mutoli.... E piove sempre della più bella!... Eccomi condannata tutto il giorno a stare rinchiusa... Che noia!
Mancava forse un'ora al momento di andare a pranzo, quando la cameriera tornò nel salotto della signora contessa. Il dottor Quercia supplicava d'essere ricevuto.
— Venga: disse la contessa, e forse senza neppur badarci, prese un'attitudine sul suo sofà la più seducente ed avvenevole che si possa immaginare, e con una ratta occhiata consultò lo specchio sull'espressione della sua fisionomia. Lo specchio le rimandò la vista d'un volto giovanile, su cui una fiera tinta d'orgoglio aristocratico, ma bellissimo sotto ogni riguardo.
Luigi Quercia entrò coll'agevolezza rispettosa ed elegante di maniere, che può mostrare il più forbito gentiluomo e il più avvezzo alle usanze sociali.
I miei lettori conoscono già le esteriori apparenze di questo personaggio. L'hanno visto nella taverna di Pelone, vestito di abiti da popolano, conservare pur tuttavia sotto di essi una certa nativa distinzione ed un'elegante leggiadria che lo rivelava a primo aspetto superiore a quei suoi compagni ond'era circondato, e sui quali egli aveva un'incontrastata supremazia ed esercitava un impero che non trovava ribelli.
Ora, agli occhi della contessa, rivestito del suo soprabito rasciutto, e' si presentava nei panni alla moda del damerino cui mostrava saper portare come la vera divisa della propria condizione.
Aveva a quel tempo ventitre anni, e la sua florida giovinezza gli brillava in viso in una splendida avvenenza. I suoi occhi vivacissimi gettavano lampi; la bella sua fronte lisciamente rispianata, non aveva il solco di quella ruga fra le sopracciglia che abbiam visto dare a tutta la sua fisionomia un'espressione di ferocia; le sue labbra rosse di sì voluttuosa avvenenza sorridevano graziosamente; il suo contegno aveva la sicurezza non immodesta d'un uomo che conosce il suo merito.
Innanzi a quell'aspetto, l'orgoglio della contessa riconobbe un suo pari; e il cuore della donna sentì un principio d'interesse che potrebbe anche dirsi simpatia.
Candida staccò dalla spalliera del sofà la persona e chinò leggermente la testa per rispondere al riverente saluto che le faceva il visitatore.
— Il signor dottor Quercia? Disse la contessa guardandolo un momentino colle palpebre semichiuse, come farebbe chi avesse vista corta.
— Quel desso: rispose il compagno d'infanzia di Maurilio.
La contessa colla sua manina accuratamente inguantata gli accennò una poltroncina che si trovava a pochi passi dal sofà e gli disse, con accento che era più gentile di quello usato nel fargli la prima domanda:
— S'accomodi.
Gian-Luigi sedette, e un momentino stettero le due giovani e leggiadre creature guardandosi con tutta quella curiosità che la buona creanza poteva loro permettere. Quel primo esaminarsi aveva in sè quasi una diffidenza, si sarebbe potuto dire un'ombra di sospetto. Pareva che il caso avendoli posti a contatto, un segreto istinto ammonisse ambedue che le loro esistenze sarebbero state fatalmente intrecciate l'una nell'altra, e che quindi, prima di cominciare ogni relazione, volessero scrutarsi a vicenda. Il loro contegno avrebbe potuto paragonarsi a quello di due schermitori che innanzi d'incrociare il ferro si osservano l'un l'altro per indovinare l'abilità e il modo di tirare dell'avversario.
L'uomo avvisò che a lui toccava di rompere quel silenzio, il quale benchè non avesse durato che un mezzo minuto, era tuttavia già troppo lungo.
— Devo chieder perdono alla signora contessa, diss'egli, se di complicità col tempo mi sono permesso d'entrare nel suo castello, come un bersagliere all'assalto.
La contessa ricordò il modo con cui quel giovane si era introdotto nel cortile e non potè a meno di sorridere.
Un sorriso ottenuto da una donna in un colloquio, è una barriera che si abbatte fra lei e l'interlocutore.
— Ella fece veramente da bersagliere, diss'ella. Vedendola saltare con tanta agilità, non mi sareimai più immaginato che mi arrivava in casa un seguace d'Esculapio..... Poichè ella fa bene il mestiere di medico?
Gian-Luigi s'inchinò con tutta gentilezza.
— Direi per servirla, rispose, se invece non fossi costretto ad augurarle che ella non debba mai aver bisogno di questa razza di gente. Quanto a me poi sono medico è vero, ma ci ho una circostanza attenuante, ed è che non esercito quella nobile professione che ho studiato.
Queste ultime parole egli le disse senz'affettazione, ma non senza pesare alcun poco su di esse per farle notare, nella stessa maniera che, se le avesse scritte, avrebbe tirato sotto di esse un frego.
Candida si morse le labbra; un momento fu per cedere ad un po' d'irritazione che gliene nacque e rispondere aspramente; ma poi tosto capì che era suo il torto, e che quell'espressione che ella aveva usato conteneva una gratuita impertinenza, di cui l'aveva fatta avvertita il giovine dottore nella guisa la più urbana.
— Veramente, soggiuns'ella con garbo, lei è troppo giovane per un medico.
— Ah! è questo un difetto di cui pur troppo mi correggo tutti i giorni.
— Ella è pratica di queste vicinanze?
— No signora. Il trovarmici è un azzardo. La mia è una piccola odissea... che può avere anche la sua Calipso.
La contessa fece un atto di scontento. Egli si affrettò a soggiungere:
— Venuto per trovare un amico, ho perso la strada e la tramontana sotto il crosciar del temporale. Un lampo mi ha illuminata la fronte severa di questo castello, ed io lo salutai come un rifugio.
— Se pure non è uno sbaglio, alcuno crede averla già vista altre volte in questi dintorni.
La fronte di Gian-Luigi s'annebbiò fugacemente, e i suoi sguardi, acuti come lame di spada, si piantarono negli occhi della contessa. Stette un momento così guardandola senza rispondere. Candida provò una suggezione nuova, strana, indefinita. A tutta prima le nacque volontà di riagire contro l'audacia di quello sguardo, ma poi sentì, come da una potenza a cui non valesse a resistere, avvilupparsi l'anima e dominare lo spirito. Rimase confusa, non isdegnata nè offesa; le parve che quelle sue parole fossero state una grande indiscrezione.
Gian-Luigi da canto suo pensava:
— Perchè mi dice ella codesto? Fu ella stessa a vedermi? Saprebb'ella mai dove mi reco? È impossibile..... Per Dio quanto è bella! In quegli occhi c'è un ardore che domanda solamente un soffio per essere suscitato. È ricca a milioni. Non sarebbe forse la mia buona ventura che mi ha gettato qui? Se ne approfittassi?....
Tutto ciò passò in un lampo. Il giovane aveva già preso la sua determinazione, allorchè dopo un minuto secondo riprese a parlare.
— È vero, diss'egli. Non è la prima volta che mi aggiro in queste parti. Ma credevo che la mia presenza non avesse potuto essere notata da nessuno, ed era tale la mia intenzione. Venivo di soppiatto e partivo la notte, contento d'aver visto da lontano in mezzo alle masse degli alberi il comignolo d'un tetto.
— Quello dell'amico che mi disse poc'anzi: disse con un leggiadro sorriso la contessa.
— Quello che alberga la luce a cui mi chiama intorno un impulso superiore alla mia volontà....
— Come la luce delle candele chiama le farfalle a bruciarsi le ali: soggiunse Candida ridendo.
— E sia pure bruciarsi! Le farfalle sono felici. Ardere e consumarsi nell'oggetto del proprio desiderio, è la felicità maggiore che si possa sperare.
— Ah! le farfalle sono l'emblema della incostanza.
— Ma della passione che si sacrifica, altresì.
Gli sguardi del giovane davano alle parole significazione ancora maggiore e più chiara.
Candida si sgomentò di quelmarivaudage, che spingeva il discorso sopra una china assai sdrucciolevole. Prese la sua aria più severa e con tutto quell'orgoglio che permetteva la gentilezza, interruppe:
— Ma queste hanno tutta la sembianza di confidenze; e il poco tempo da che ci conosciamo, se pure possiam dire di conoscerci, non autorizza nè lei a farmene nè me ad ascoltarle.
— Il poco tempo che ci conosciamo! Esclamò con fuoco il sedicente dottore. E chi le assicura che noi non ci conosciamo invece da secoli? Chi sa che in una vita precedente noi non siamo stati intimissimi? Su questa terra s'incontrano persone che dopo anni in cui le frequentate vi sono ignote come prima; altre invece che al primo accontarsi vi penetrano nell'anima e vi lasciano penetrare nella loro. Io credo alla favola di Platone. Ogni anima umana, prima d'incarnarsi, ha rapporto strettissimo con parecchie anime omogenee. Di queste, nella vita terrena, alcune saranno suoi amici, una sarà l'oggetto dell'amor suo. Quando si trovano, sentono un misterioso legame che le attira l'una verso dell'altra e le avvince. Riconoscono, senza saperlo, il vincolo preesistente e la legge della predestinazione. Non si sono mai visti, ma non sono estranei. Non sanno le vicende l'un dell'altro, ma già si conoscono e si amano. Così mi avvenne quando vidi la prima volta quell'essere divino di cui le feci cenno poc'anzi. Sentii che la mia vita era sua, che il mio destino era tutto nelle bianche mani di quella splendida bellezza.
Il cuore di Candida palpitava. Perchè? Non lo sapeva dire; e non sapeva neppure se ciò le piacesse o rincrescesse. Avrebbe voluto imporre silenzio a quel giovane, e non osava: e parevale un affettato soverchio riserbo. Voleva parlare e temeva che la sua voce svelasse il suo turbamento che non riusciva a dominare.
Fece uno sforzo per prendere un'aria scherzosa e indifferente.
— Signor dottore, mi pare che la sua sia una buona e bella malattia di cui dovrebbe pensare a guarirsi.
— Mai più! Disse con sempre maggior fuoco Gian-Luigi. Perchè lo vuol ella chiamare un male? È un tormento sì, ma questo tormento mi è caro.
— E quell'essere divino, com'ella dice, trovasi in questa contrada?
Non aveva ancora pronunziato queste parole che già Candida n'era pentita ed avrebbe voluto ad ogni costo non averle dette; ma il giovane temerario non era tardo a coglier la palla al balzo.
— Trovasi qui, diss'egli con impareggiabile soavità d'accento; sola, nell'uggia di un vecchio castello, illuminando della sua beltà queste antiche sale, come il sole illumina le vecchie piante del parco.
— Signore... Disse Candida impacciata, sentendo venirle alla fronte un rossore che avrebbe fatto qualunque cosa per iscacciare.
Ma egli continuando con più ardore:
— Dal primo istante che l'ho veduta io rimasi tutto suo. Fu un abbagliamento dello spirito, fu una rivelazione del cuore. Non avevo ancora amato. Amai da quel punto.
Candida si levò in piedi.
— Che discorsi sono questi? La prego, signor dottore, a volersi ritirare.
Gian-Luigi invece d'ubbidire, con maggiore ancora l'ardimento le si accostò, pose un ginocchio in terra e prese una mano alla contessa, che nel suo turbamento non ebbe la forza nè pure il pensiero di ritirargli.
— Oh! mi lasci parlare: disse il giovane supplicando. Fra un'ora io sarò partito; e s'ella il comanda, mai più non mi presenterò innanzi agli occhi suoi. Non avrà difficoltà nessuna ad obbliare le mie parole — le parole d'un infelice, a cui ella avrà usato pietà, la pietà d'ascoltarlo. È così poca cosa codesta! E che danno ne avrà ella mai? Questo momento l'ho desiderato tanto, ed ora che Iddio me lo concede, non voglia ella levarmene il bene!
Candida si appoggiò tremante alla spalliera di una seggiola che si trovò vicina; il giovane con appassionato accento, sempre in quella positura, continuò il suo discorso.
— Ella me non vide pur mai. Se la mia temerità, se il caso benigno non m'avessero pôrto quest'occasione a venirle innanzi, ella avrebbe ignorato pur sempre perfino la mia esistenza: ma io da lungo tempo, nascosto, perduto nella folla, seguo con incessante adorazione lo splendore della sua bellezza nel mondo, come il povero pastore segue la stella del mattino nel suo corso del cielo. Se il pastore volge le braccia alla stella e le manifesta i suoi aneliti, la sua adorazione, la stella non s'offende, e continua a brillar mite e benigna, consolandolo de' suoi raggi pietosi. Perchè sarebbe ella più crudele con me? Io non domando di più. Un amore ardente come il mio, nel mondo, non è facil cosa, glie lo giuro; e nella sua ardenza esso è il più modesto e rassegnato. Che fastidio deve recare a lei che io l'ami? E forse non sarà senza alcuna dolcezza neppure per lei il pensiero che un uomo è là, celato, umile, noncurato, il quale l'adora ed è pronto a dare tutto il suo sangue per lei. Venga un giorno in cui ella abbia bisogno della vita d'un uomo; la non avrà che una parola da dire, che un cenno da fare, e quest'uomo accorrerà lietamente, pronto al sacrifizio.
Il temporale pareva raddoppiare di furore. Le nubi erano così dense e basse che oscurato ne rimaneva il giorno. I lampi frequenti saettavano su tutti gli oggetti una luce livida, fugace, che dava strani aspetti alle cose. I nervi fremevano per l'elettricità ond'era satura l'atmosfera. Candida, sempre appoggiata alla spalliera della seggiola, aveva un tumulto nell'anima che non le lasciava facoltà d'avviso. Le più fiere risoluzioni s'avvicendavano rattamente nell'animo suo colle più cedevoli tentazioni: voleva suonare il campanello, fare scacciar dalla sua presenza quel temerario; poi tosto si compiaceva stranamente di abbandonarsi alla dolcezza che le insinuavano nel cuore quelle parole più soavi d'una musica, quelle parole che aveva udito nelle sue fantasticaggini mormorare da un essere immaginario e che ora le suonavano con irresistibile malìa d'accento dalla bocca d'un giovane onde ogni donna avrebbe tenuto a pregio l'essere amata. Volse ella uno sguardo a quello spirito tentatore; nello scuriccio di quel momento la fronte bianca di Gian-Luigi spiccava come un'aureola, i suoi occhi brillavano come due diamanti che riflettano la luce di mille fiamme. Egli era supremamente bello. Il sogno delle sue ore di solitudine s'era dunque incarnato; ed essa viveva in realtà in quell'ambiente di passione vagheggiato cotanto! Non le sembrava vero e pur si diceva con palpito concitato di gioia che era così. Tutto l'ardore del suo sangue si destava nelle sue vene e vivaci fiamme le salivano al volto nel suo turbamento più leggiadro ancora. L'orgoglio del suo titolo ispiratole dall'educazione, la virtù e la dignità didonna lottavano debolmente contro l'invadere della passione — di quella passione ond'ella con fatale imprudenza aveva rammentati in sè gli elementi e che ora ad un tratto divampavano. Il capo le tenzonava: i battiti del cuore erano frequenti e convulsi, come se timore e speranza, la gioia e l'affanno, tutti i più vivi sentimenti umani l'assalissero in una.
Il seduttore vide quello sguardo e seppe tutta interpretarne la significanza.
— Oh! t'amo: susurrò egli con voce che pareva un sospiro ed era dolce come la flebil nota notturna dell'usignuolo.
E premette le sue labbra ardenti sulla mano che ella, obliosa, conturbata com'era, non aveva pensato a togliere dalle sue.
A quel bacio — a quel caldo bacio che conteneva tutte le aspirazioni di voluttà d'un uomo desioso — a quel primo bacio appassionato di cui sentisse l'ardenza la sua epidermide, Candida fu scossa da un brivido, e come una vampa le corse per le vene e pei nervi. In quella un baleno più vivace illuminò del suo biancolastro chiarore la stanza, e il volto di quel giovane i cui sguardi gettavano fiamme negli occhi di lei, e la sua pallida figura, che Candida vide nello specchio drizzarsi come uno spettro. Gettò ella un gridolino soffocato e vacillò sotto l'èmpito delle varie emozioni. Gian-Luigi fu ratto a sorgere e l'accolse nelle sue braccia.
Si svincolò essa; si allontanò d'alcuni passi; ma non c'era sdegno nel suo aspetto, nè entro i suoi sguardi. Ell'era tutto tremante. L'audacia, la risoluzione, la forza di quel giovane avevano fatto in lei troppa impressione. Gian-Luigi venuto nel momento il più opportuno che si potesse per la seduzione di quella donna abbandonata e infastidita, si giovò di tutto l'interno lavorìo che aveva già fatto in essa la immaginazione malaticcia e sregolata; raccolse il frutto delle letture malsane, degli esempi perniciosi, del tumulto insoddisfatto dei sensi ond'era turbata la giovinezza di Candida. Le tante seducenti attrattive onde natura aveva fornito il compagno di Maurilio furono agli occhi della contessa ancora addoppiate dalla propria immaginativa che gli aveva preparato il terreno, che lo circondava di tutte le qualità del vagheggiato eroe.
Gian-Luigi — alla contessa conosciuto soltanto col nome di Luigi — tornò altre volte pur troppo in quel castello, mentre la giovine donna lo stava aspettando col cuor palpitante. L'Eden amoroso dietro cui ella aveva nella sua solitudine anelato cotanto, fu aperto all'incauta donna dalla mano di quel temerario che le appariva fornito d'ogni bellezza, d'ogni valore, di quella inesprimibile malia di forza e di affetto, onde l'uomo domina l'indole, l'anima e il cuore della donna.
Essa lo amò con tutta la potenza dell'anima sua, la quale dell'amore, sin dapprima, s'era fatto un bisogno, un idolo, un dovere, e non aspettava altro più che la venuta di quell'essere che di tanto tesoro sapesse impadronirsi. Luigi era venuto come un trionfatore e l'aveva di botto conquisa: era sua; le sembrava che avrebbe dovuto essere così ad ogni modo, che con ciò ella non faceva che acconciarsi agli obblighi del suo destino. Il suo orgoglio era tutto una umiltà in cospetto dell'amante. Quella superba figura da regina che nel mondo tutti accusavano di soverchia alterigia, nel solo a sola col suo diletto si cambiava nella devota natura di una schiava innamorata, pronta ad ogni cenno del suo possessore. Quella bellezza da tanti ammirata e desiderata, cui tutti avevano creduta inaccessibile: quella bellezza si concedeva con lieto e voglioso abbandono agli ardori d'uomo che compariva ricco e ben educato in società, ma cui pure nessuno sapeva chi fosse.
Ilmedichinoa sua volta era stato sovraccolto dalla beltà di Candida; trovandosi con essa, quella prima volta, aveva ceduto alla subita ispirazione, allo ardore della gioventù, ed aveva mentito un amore che non esisteva ancora; poscia la sua tanta ventura, per quanto superbo egli fosse di sè, gli aveva prodotto una specie d'ebbrezza che diede ai suoi rapporti con lei tutte le sembianze d'un vero amore infuocato. La giovane donna ebbe dalla sua adultera passione momenti di trasporto ineffabili, gioie pur nella colpa sovrumane, delirii di paradiso.
Ah! infelice, con quante lagrime doveva ella scontare quegli istanti fugaci di un bene colpevole!
L'amore la dominava senza sua possibil difesa. Tutto il resto del mondo aveva essa obliato, o, per dir meglio, tutto concentrato in codesto. Luigi colla sua bellezza, colla sua ardenza, colla temerità della sua passione, rispondeva all'ideale che la sviata fantasia della contessa s'era formato d'un amante, rispondeva ai bisogni della sua indole, alla stranezza medesima dei sogni onde aveva cullato la sua noia precedente ed occupata la vacuità del suo spirito e del suo cuore.
Candida non aveva più cercato di saper nulla del suo amante. Si contentava di quel poco che egli avevale detto de' fatti suoi, — ed era invero sì poco! Le bastava conoscerlo quale a lei si presentava. Nell'espansione de' trasporti onde le inebriava l'anima, in quel fuoco di voluttà che le gettava nelle vene, la innamorata donna vedeva ogni ragione di essergli soggetta, di darglisi tutta, d'esser cosa di lui. Chi fosse, che contasse nel mondo, quali le sue attinenze, che cosa importava a lei?
Frequenti erano i segreti loro convegni. Il contepassava la maggior parte del suo tempo in città; per lettera ella avvisava Luigi quando potesse venire, ed egli accorreva. La cameriera di necessità erasi dovuta far complice, e la padrona ne comprava il silenzio con regali e con meno dignitosa compiacenza. Che palpiti di cuore, che sussulti di nervi, che orgasmi dell'anima eran quelli onde la contessa era travagliata nelle ore lente e fugaci che precedevano il momento in cui il suo amante l'avrebbe stretta fra le braccia! La notte, appoggiata al verone, sporta all'infuori la sua bella persona, stava, l'occhio teso per penetrar quelle tenebre e vedere da più lontano l'ombra del suo diletto. Tratto tratto si staccava di là e correva nell'eleganteboudoirilluminato, dove si guardava nello specchio con occhio diffidente della sua bellezza; ed ora aggiungeva un fiore alle chiome, ora una collana al niveo collo, ora un gioiello al seno, e si domandava palpitante: — Sono io abbastanza bella per lui? Gli piaccio come voglio?
Il cristallo che le rifletteva lo splendore di sì giovanile beltà, la rassicurava; si salutava con un sorriso pieno di fiducia e di malìa e correva di nuovo al verone. Erano ore tormentose insieme e piene d'un acre diletto.
Nessun'ombra era venuta ancora ad oscurare quella luce elisiaca di amore, nessuna nube ancora era passata su quel sereno in cui nuotava l'anima sua. Candida si sentiva e nel suo cuore con infinita gioia si proclamava felice. Non un sospetto la amareggiava, non l'accenno neppure d'un rimorso. Amava ed era amata: tutto il mondo era lì.
La prima spina che le si fece sentire fra quei fiori inebbrianti fu quella della gelosia. La non ci aveva neppur pensato ancora mai. Luigi era così ardentemente amoroso! Non poteva in niun modo entrarle in mente pur l'idea che potesse volgere un istante d'attenzione non che un desiderio ad altra donna. Una sera, aspettandolo secondo l'usato al suo castello, e vistolo a comparire sotto i raggi della luna filtrati fra le frondi delle piante, Candida si ritrasse dal verone ove era stata tanto tempo aguzzando gli sguardi, e suo primo impulso fu correre giù delle scale all'incontro dell'amante, per introdurlo essa stessa dalla segreta porticina che soleva schiudergli il passo, per gettargli due minuti prima le braccia al collo e sentire la voluttà per lei immensa di essere stretta al seno di lui; ma un sentimento di dignità, ultimo sforzo del suo orgoglio aristocratico soggiogato, pur la trattenne. Incaricata di aprire chetamente la porticina a Luigi era la cameriera. La contessa stette sulla soglia della prima stanza del suo appartamento aspettando che il suo diletto, fatta di corsa la scaletta riposta, comparisse tosto a prenderla, come soleva, fra le sue braccia in un amplesso pieno di forza e di passione: e il suo cuore di donna innamorata le balzava nel petto. Ma parecchi minuti erano trascorsi, e Luigi non veniva. Che poteva far egli colaggiù? Un ratto sospetto corse come un lampo nell'anima della donna; un sospetto affatto incerto e indefinito, ma che pur valse a tutta conturbarla. Come sotto l'impulso d'un sentimento irrefrenabile, aprì essa l'uscio e si slanciò fuori sul ripiano a guardare giù della scala. In fondo a questa Luigi sorridente ciarlava colla cameriera, la quale moineggiava con civetteria imitata in mal modo dalle grazie e dagli attucci della padrona. La fante aveva in mano un lume che rischiarava la scena, e la troppo chiara espressione del viso di lui, e la simulata renitenza della giovane, traverso alla vita della quale Luigi aveva passato il suo braccio. Candida in un attimo vide tutto, e l'amplesso, e il riso rivelatore, e il bacio che egli osò mettere sulle guancie fresche e rotonde della fanticella. Tutto il sangue della contessa si rimescolò; un subito bollore le infiammò le vene e si precipitò al cervello quasi offuscandole e la vista e la intelligenza. Per primo impeto volle correre abbasso a schiaffeggiar quella pettegola a scacciar di casa sua quello sciagurato sì vilmente offenditore di lei e dell'amor suo; ma si trattenne. Ritirossi sollecita nella sua camera col sangue che le pulsava dolorosamente nelle tempia. I più fieri propositi passarono con turbinosa rapidità nella sua mente eccitata. Mai più vederlo, piantargli un pugnale nel cuore, gettargli sulla faccia il disprezzo degno di tanta viltà, farlo scacciare come un ladrone dai domestici: mille pazzie in mezzo ad un fremito di furore.
Non aveva ella ancora preso determinazione di sorta, quando l'uscio s'aprì chetamente, e Luigi le venne in istanza con sulla faccia quel medesimo sorriso che aveva poc'anzi abbracciando la cameriera.
E' s'inoltrò colle braccia aperte per darle il solito amplesso. Candida indietrò come inorridita. Un vivo rossore la colorò sino alla fronte, poi tosto diede luogo ad una pallidezza di cadavere. In mezzo a quel pallore i suoi occhi neri lucevano come due carboni accesi. Volle parlare, ma le labbra le tremavano e non valse a pronunziar parola.
— Che è ciò? Disse Luigi arrestandosi stupito. Che cos'hai?
La contessa voleva tacere la ragione del suo sdegno. L'umiliazione che l'uomo da essa amato le recasse sulla bocca le labbra calde ancora del bacio della sua cameriera le pareva troppo e troppo vergognosa per esprimerla, per lasciare pur supporre ch'essa la sentisse. In quel tumulto in cui si trovava la sua mente, s'era detto, vedendo entrare l'amante, di umiliarlo a sua volta col suo disprezzo, di troncare violentemente con esso quel nodo di amore che pure fino a quel punto le era stato così dolce, di bandirlo dallasua presenza per sempre, senza pur dirgliene una ragione. Sentisse, egli che la sapeva, la sua colpa, ella non si abbasserebbe ad accuse nè a rimbrotti.
Ma la misera donna amava con tutta la forza dell'animo suo, e se codesto fiero modo sia possibile a donna che ami, lo lascio dire a voi, mie gentili lettrici.
Luigi domandò spiegazioni pressantemente, colla voce che pareva tremante di dolore, colla eloquenza della passione, colla malìa che ha su cuore di donna la voce dell'uomo amato. Alla resistenza di lei, all'asciutta fierezza delle risposte, all'orgoglio onde essa respingeva le sue supplicazioni, i suoi atti di amore, Luigi si disperò, parlò di morire, passò a sua volta ai rimbrotti.
L'orgoglio della debol donna non era più che una mostra. Ella cedette, disse tutto, e dalla maggior fierezza passando al più umile abbattimento, pianse. Che disse, che fece Luigi? Difficile il ripeterlo. Ben lo sanno gli amanti che si trovarono in tale situazione. Parlò con enfasi, giurò e spergiurò, la strinse fra le sue braccia con ardore irrefrenato, bevve le sue lagrime, la coprì di baci, la stordì con parole e con atti di amore; breve, all'alba si partì lasciandola persuasa che quella non era stata che una facezia, che il meglio era di farne caso nessuno e di non parlarne più.
Ma la spina era penetrata nel cuore di Candida, e l'arte del seduttore non l'aveva potuta estrarnela affatto, sibbene glie l'aveva infranta nella ferita e lasciatavi la punta, seme perenne di sospetti e di diffidenze, che avrebbe germinato.
Colla cameriera la contessa non disse nulla; e fuori di un maggiore riserbo e di una più esigente severità verso la fante, nessun cambiamento avvenne nella condotta della padrona. Fra i due amanti neppure non fu più mai parola di ciò, nè Luigi prestò più mai pretesto a somiglianti sospetti.
Ma un mese circa dopo questo avvenimento, per parte dell'amante accadde ciò che ancora mai non era accaduto; cioè ch'egli mancasse al convegno.
Fu una notte crudele per la contessa. Sino quasi all'alba stette essa al verone, inquieta, palpitante, ad aguzzar lo sguardo nella tenebra inutilmente. Come suole, mille paure, mille sospetti, mille crucciosi fantasimi l'assalsero. Che cosa poteva averlo trattenuto? Una disgrazia od un tradimento: l'uno e l'altra orribili al suo cuore di donna innamorata. In certi momenti faceva a calmare lo spasimo della sua anima, la febbre della diffidenza che la occupava. Esponeva la fronte alla brezza della notte per farsene rinfrescare il sangue; si sforzava a sorridere come per compassione della sua follia, cui chiamava il senno a vincere e domare. Voleva pensare che alcuna bisogna lo aveva trattenuto; ma qual bisogna mai, mentr'egli le aveva più volte dichiarato che l'unica sua occupazione era un tempo il darsi spasso ed ora s'era fatto l'amore per lei? Che non avesse ricevuto l'invito di venire? Impossibile! Il mezzo ond'ella si serviva per farglielo pervenire era sicurissimo. Che cosa adunque poteva averlo impedito, se non qualche ragione fatale per essa?
Era la logica istintiva ed assurda dell'amore, la quale raramente sbaglia.
Quando già spuntava l'aurora all'orizzonte, Candida si ritrasse dal verone affranta come dopo una notte di febbre, confusa la testa, pieno di amarezza il cuore. Si gettò sul suo letto, il seno gonfio di pianto, senza pur avere lo sfogo delle lagrime; il corpo stanco chiedeva il riposo del sonno, ma un mulinìo turbinoso d'idee, d'immagini, di propositi nella testa, non la lasciava dormire. Si assopì pur finalmente in un sonno leggero, affannato dai più tristi e maledetti sogni. Sorse tardi, colle traccie in volto che parevano d'un sopportato malore.
Nel pomeriggio, sentendosi bisogno di prender aria fece attaccare i cavalli, e corse, come soleva un tempo, in una passeggiata senza meta. L'azzardo, la sua maligna stella la condusse in luogo dove la carrozza in cui essa s'abbandonava ai suoi turbativi pensieri, incontrò un'altra carrozza occupata da un'altra donna, la cui figura, l'abbigliamento e il contegno erano tali affatto da chiamare l'attenzione di chicchessia.
Qual istinto segreto è quello che alberga nell'essere sensitivo della donna e lo avvisa dei pericoli che lo minacciano per quanto coperti essi sieno, dei nemici nascosti che gli si presentano nel cammino? Candida, all'aspetto di quella donna sentì una scossa interiore, come un urto nell'anima. Si tirò su della persona e incrociò lo sguardo con quello della sconosciuta, la quale a sua volta lasciò lo sguaiato abbandono in cui stava sdraiata per esaminare con attenzione quasi insolente la contessa che passava. Fu un ratto istante, poco più d'un baleno in cui le due carrozze si passarono a fianco, al trotto serrato dei cavalli; ma in quel fugace momento le due donne ebbero campo pur tuttavia, con quel meraviglioso loro sguardo complessivo, di vedersi in una a vicenda le sembianze, i modi, le vesti, i difetti della bellezza e del gusto. Candida dovette giudicare senz'altro che quella giovane — poichè la era giovane — non apparteneva nè alla sua classe nè ad alcun'altra di donne oneste. Era sfarzosamente vestita di stoffe abbaglianti, ma come tale che più si compiace di attrarre addosso a sè l'occhio dei riguardanti che non di contentarlo con acconcia armonia di colori ed avvenenza di complesso. Sulla faccianon brutta, ma più provocante che bella, eravi troppo belletto, troppa sensualità e troppa impudenza. Il più strano di quel volto erano certi occhi verdi del color del mare, acuti, ora freddi come una lama d'acciaio, ora ardenti come la voluttà, ora feroci come quelli d'una tigre. Piantandosi in faccia a qualcheduno parevano dilatarsi e sprizzar fuori un fascio di raggi acuminati, per così dire, che vi stillavano nel sangue a seconda o il gelo del sospetto, d'una soggezione indefinita, quasi d'una paura, oppure nell'uomo il fuoco dei desiderii sensuali. C'era in quello sguardo alcun che dell'animale selvatico non affatto addomesticato, in cui la prisca selvaggia natura ricomparisce a tratti sotto la spalmata vernice della coltura.
Quella donna sentì forse ancor essa che nella vita di Candida doveva intrecciarsi la sua e l'una sull'altra esercitare un fatale influsso a vicenda, funesto troppo per la nobil dama? Il vero è ch'ella saettò sulla contessa uno di quei suoi sguardi felini di cui Candida non potè sostenere l'incontro, ne fu tutta conturbata in quell'atto, e dopo appena oltrepassata la carrozza ne provò lo sdegno maggiore come di ricevuto oltraggio.
Si piegò ella verso il cocchiere e gli domandò con indifferenza non affatto sincera:
— Conoscete voi chi sia quella donna?
Il cocchiere fece un certo atto colle spalle e sorrise in certo modo che dicevano di molto.
— Peuh! Diss'egli. La signora contessa ne avrà udito a parlare. È quella tale che fin dalla primavera ha preso in affitto laVilla-lunga, a poche miglia qui distante.
— Ah! Fece la contessa che in vero aveva sentito alcuna cosa di quell'avventuriera. È una ballerina, credo....
— Mah! Se ne dicono tante sul suo conto! Il più certo pare che fosse una di quelle che saltano sui cavalli. La chiamano ancoraLa Leggera. Dicono che qualche considerevole personaggio l'ha tolta dal dorso dei cavalli per metterla in un elegante appartamento con mobili, servitù, carrozza all'avvenante. Anzi si bisbiglia che i protettori sieno più d'uno. Quel che è certo, si è che nellaVilla-lungac'è baldoria tutti i giorni: conviti, festini, balli, giuoco tutta la notte..... e peggio, che non si finisce mai; e vi accorre gran gente d'ogni fatta; e si spendono allegramente dei gran denari.
Candida — e non sapeva il perchè — ascoltava con molto interesse le parole del suo cocchiere. Ad un punto s'accorse di questo suo eccesso di curiosità non troppo degna, e vergognatasene, arrossì leggermente.
— Non vi ho domandato la storia di madamigellaLeggera: diss'ella con accento più severo di quello che il bisogno non fosse, e si ricacciò in fondo la carrozza, tornando a darsi in preda ai suoi confusi e disordinati pensieri.
Chi le avesse detto che quelle volte in cui Luigi era stato veduto in quei dintorni, prima ancora che essa lo conoscesse, egli o veniva dallaVilla-lungao vi si recava a passar la notte in quelle baldorie dellaLeggiera! Chi le avesse detto che quel giorno stesso in cui il temporale lo fece riparare al castello di lei, Luigi era diretto a quella volta!
Due giorni dopo quell'incontro, la cameriera, fosse per interesse che sentisse verso la padrona, fosse per malignità femminile, trovò modo di far capire alla contessa che Luigi la sera innanzi era stato visto in que' luoghi e la mattina medesima era stato incontrato sulla strada per a Torino. Ora al castello egli non s'era lasciato vedere. Candida sentì quella certa spina infitta nel cuore dar sangue dolorosamente.
E perchè il suo pensiero corse allora a quella donna che aveva incontrata per via?
Il conte era allora al castello; Candida non poteva chiamare Luigi a sè perchè venisse a scolparsi; gli scrisse quattro pagine di rimbrotti e di accuse, invitandolo a difendersi per lettera ancor egli. Luigi rispose laconicamente affettuoso. Essa aveva fatto riguardo alla mancanza di quella notte mille supposizioni ed accolto mille sospetti; ma, diceva egli, aveva dimenticato la cosa la più semplice ad immaginarsi, che era la vera: esser egli, cioè, quel giorno stato preso da un malore che non gli aveva concesso la gita. Esser vero, soggiungeva, che una notte aveva egli passato nei dintorni del castello, ma ciò aver egli fatto per conseguir modo di poter meglio accostarsi a lei, di fare che più liberi e più frequenti potessero essere in avvenire i loro convegni. Le avrebbe spiegato a voce il mistero.
Difatti pochi giorni di poi questa spiegazione avvenne. Il conte si allontanava di quando in quando, ma non facendone prima avvertito nessuno, Candida non poteva mandare il solito invito a Luigi. Era avvenuto così che il marito passasse eziandio la notte fuor del castello, senza che la moglie pur lo sapesse, credendo ch'egli tornasse ad ora tarda e, secondo l'usato, senza prendersi la briga d'andarla a disturbare per darle un saluto, rientrasse chetamente nel suo quartiere.
Dove si recasse il conte in quelle gite, Candida non si curava per nulla saperlo; ma pure, da alcune vaghe parole udite dai servi, aveva finito per indovinare che egli era allaVilla-lunga, dove il vecchio libertino passava le molte ore di sua assenza. Cotesta scoperta aveva fatto nell'animo della contessa una strana sensazione ch'ella medesima non sapeva spiegare. Da una parte le pareva questa come una nuova scusa al suo fallirealla fede coniugale, e insieme una nuova ragione di maggior libertà per essa, dall'altra sentiva una specie di ripugnanza e di sgomento al sapere che quella donna, di cui essa in quel solo vederla di sfuggita aveva portato sì avverso giudizio; che quella donna, dico, avesse attinenza con due uomini che maggiormente le appartenevano, il marito e l'amante; poichè Candida non dubitava punto che anche Luigi fosse stato là quella notte.
Una sera adunque che il conte, allontanatosi dal castello, mancava da più ore, Luigi comparve inaspettato agli occhi di Candida, la quale sola nella sua camera ruminando i suoi tristi pensieri, sentiva sotto l'influsso dei sospetti cambiarsi in profonda amarezza le primitive dolcezze dell'amor suo.
Al vedersi innanzi improvviso l'amante, essa gettò un grido di sorpresa e sorse come spaventata.
— Non ti sgomentare: disse col suo sorriso più amoroso Luigi; sono io... Io che anelavo al momento di venire a dissipare tutto quell'ammasso di brutti ed ingiusti pensieri che la tua lettera mi ha rivelato aver tu rammontato nella tua testolina riguardo a me.
La contessa guardò intorno con aria ancora smarrita.
— Mio marito è al castello; disse sommessamente. Potrebbe averti visto a venire, potrebbe vederti partendo. E' non entra mai di solito nel mio appartamento, ma pure...
— Rassicurati: rispose Luigi, prendendole una mano. Egli è là donde io vengo; l'ho lasciato a mezzo d'una partita di giuoco troppo interessante perchè egli l'abbandoni di tutta la notte. Mi sono affrettato a perdere tutto il denaro che avevo presso di me; poscia ho finto ritirarmi imbronciato colla fortuna ed irmene a fare svanire il cattiv'umore all'aria aperta. Avevo già ordinato mi si tenesse insellato il mio cavallo. In un salto ci fui sopra, e in un tempo di galoppo eccomi qua. Un'ora d'amore con te, anima mia, e poi ritorno colà che niuno avrà potuto pur notare la mia assenza.
Volle abbracciarla, ma essa freddamente si fece in là ed anzi levò da quella di lui, la mano che egli le aveva presa.
— Colà? Diss'ella con ironia sotto cui c'era sdegno e dolore. Dov'è egli questo colà?
Luigi accennò a rispondere, ma Candida non glie ne lasciò, prorompendo con impeto:
— Tacete! Non voglio nemmanco udirlo dalla vostra bocca. So tutto. Voi pure v'imbrancate all'impuro corteo diquella donna.
Queste parole furono pronunziate con tanto disprezzo che il rossore ne salì alla faccia di Luigi. I suoi occhi s'infiammarono un istante tremendamente, e sulla fronte si disegnò quella certa ruga che i lettori già conoscono, ma fu un baleno, e cambiata rapidamente quell'espressione collerica, quasi feroce, in un sorriso, egli disse con accento pacato ed amorevole:
— Via, via, non esageriamo, Candida mia. Ecchè? Potresti tu avere il torto di credermi capace di fallire a ciò che debbo a te ed a me stesso? Non conservare quell'aria sdegnosa, mio dolce amore; non mirarmi oltre con quell'occhio irritato in cui mi è sì dolce, invece, veder la fiamma della passione. Guarda che con una sola parola io posso abbattere tutti i tuoi sospetti, e tu ti pentirai d'averli avuti..... Ebbene sì, senza imbrancarmi a quell'impuro corteo, come tu dici, io mi sono recato alcune volte allaVilla-lunga. Ma sai tu perchè?.... La vera e la sola cagione ne sei tu.
— Io? Esclamò la contessa stupita.
— Tu stessa; ripigliò Luigi ancora più amoroso nel suo accento e nel suo sorriso. T'ho scritto che ciò avevo fatto per potermi avvicinare di più a te. Perchè non mi hai creduto?
— Ma come?
— Sapevo che colà avrei trovato il conte; volevo che fra lui e me si stringesse tale attinenza che mi schiudesse liberamente la porta di casa tua. Ho io avuto torto? Impiegai tutta l'arte di cui sono capace affine di entrare nelle grazie di tuo marito. Egli mi ha già offerto di presentarmi a te ed invitato al suo castello. Ho accettato senza mostrare troppa premura per allontanare sempre meglio ogni sospetto. Un giorno o l'altro egli mi guiderà per mano a te dinanzi.
Candida rimaneva perplessa e non rispondeva. In codesto sentiva essa alcun che ond'era urtata la delicatezza della sua anima. Avrebbe preferito che il marito e l'amante mai non si fossero trovati a fronte nel suo salotto, che quest'ultimo mai non avesse dovuto lusingare con compiacenti parole il primo, e stringergli la mano come amico. Le pareva che ne sarebbe stato abbassato il loro amore. Vedersi soltanto nel mistero — che niuno della società cui essa apparteneva, lo sapesse — le pareva preferibile, più dignitoso, più confacente al suo sentire.
Luigi s'accorse di codeste impressioni che le sue parole facevano nell'animo di lei, e quindi si affrettò a soggiungere:
— Pensa che se ciò non avvenisse quando tu sii ritornata in città le occasioni di vederci sarebbero troppo rade e troppo pericolose per la tua pace e pel tuo buon nome.
La contessa crollò leggermente le spalle, come per significare che appetto all'amore ella considerava come cosa da poco tutto il resto del mondo.
— Ed a questo; continuò con più calore Luigi; io debbo tenerci più ancora che non tu stessa, e ci tengo.
Chi non sa com'è l'animo di donna innamorata? Quelle cose che a lei meno paiono acconcie diventano tali per essa, appena l'eloquente parola dell'amante ne la voglia persuadere. Con quanta facilità s'accolgono nel cuore di lei i sospetti, con altrettanta si dileguano alle proteste dell'uomo amato. Poco ci volle che Candida restò persuasa come d'ogni fallo era innocente Luigi e com'egli s'era adoperato pel meglio di tuttedue.
Diffatti qualche giorno dopo la contessa ebbe un rimescolo in tutto il sangue nell'udire sulle labbra del marito il nome del dottor Quercia.
Si era di tardo autunno ormai, e il conte soleva invitare alcuni conoscenti a partite di caccia nelle sue tenute. La vigilia di una di siffatte partite, il conte disse alla moglie in fin di tavola, dopo pranzo, come cosa di poco rilievo che allora soltanto gli fosse venuta alla mente:
— Ah! Domani mi prenderò la libertà di presentarti un nuovo ospite. Un giovanotto che ha abbastanza buone maniere per far dimenticare che non ha titoli; un certo dottor Quercia, medico senza clienti, e credo senza medicina.
Candida si volse dall'altra parte con un pretesto qualunque per nascondere il suo subito turbamento. Il conte non aggiunse altro: nè dove lo avesse conosciuto, nè come; la contessa non domandò nulla, e non se ne parlò più.
Luigi aveva saputo realmente andare ai versi del vecchio conte, e ricevuto il primo invito, seppe far di guisa da diventare in breve famigliarissimo di casa.
Tornati a Torino il conte e la contessa, questa domestichezza non solo si continuò ma si accrebbe.
Il mondo susurrò, poi parlò senza ritegno, prima indovinò, poi seppe. Le migliori amiche della contessa compassionarono perfidamente la povera donna che si perdeva in una tresca indegna con un uomo che non si sapeva chi fosse.
Gli ultimi a sapere queste cose sono sempre i mariti: ma il conte di Staffarda non era uomo da non vedere e da non capire. Cominciò per non dar più la mano a Luigi quando lo incontrava in qualche luogo o quando entrava nel suo salotto; si diede ad accoglierlo con un altezzoso sussiego che era quasi un'insolenza. Luigi usava tutti i mezzi che può un uomo di spirito per mostrare che non faceva attenzione a questo contegno del conte ma frattanto aspettava un'occasione affine di provocare una spiegazione che volgesse secondo quello ch'egli desiderava ed aveva in previsione immaginato. Il conte eziandio da parte sua cercava un'occasione per dire alla moglie il fatto suo, senza scene, senza scandali, con tutta la forbitezza e la disdegnosa indifferenza d'un vecchio libertino di marito allevato nelle tradizioni dell'elegante corruttela del secolo scorso.
Queste occasioni aspettate vennero per ambidue, e prima pel conte.