LA PRIMA DONNA

LA PRIMA DONNA

La lieta giornata d’aprile moriva: la dolcezza di quel lungo e tiepido bagno di sole, profumato dall’aria odorante di zágara, esalava lentamente. Ma prima di ritirarsi là, dietro il profilo roseo dei monti, il disco luminoso si stemperava in una densa pioggia di pulviscoli d’oro, ed era come una nebulosa immateriale e trasparente sospesa nell’aria, che s’allargava e si stendeva sempre più su tutte le forme della natura e delle cose.

Contro l’onda dorata e dilagante adesso, le gelosie della finestra dietro a cui Filippo Torreforte stava chino sui suoi libri e le sue carte, e che avevano impeditotutto il giorno ai raggi vivi del sole d’irrompere nella stanza, non offrivano più riparo. Ma il giovane non si difendeva più. Dieci ore quasi ininterrotte di lavoro erano passate sulla sua testa curva sopra la scrivania, dieci ore scorse nell’arido studio di un processo, nella consultazione del codice e dei classici del Diritto. E durante il lungo tempo, malgrado i suoi ventisei anni, malgrado il suo ricco e caldo sangue, avea saputo restare sordo e tetragono al languido invito della natura in festa, efficace ad esaltare le carni più pigre, i sensi più tardi, non s’era lasciato sedurre da quella carezza di sole che metteva una voglia acuta di stendervisi sotto, da quell’alito ineffabile di primavera che voleva essere avidamente bevuto — tanto era l’ardore che l’animava, tanta la volontà che lo sorreggeva!

Il tramonto veniva a sorprenderlo giusto a lavoro compiuto, e la gradita voce della propria coscienza soddisfatta, levandosi in lui insieme alla dolcezza particolare dell’ora, lo metteva in una disposizionebeata di spirito. Appoggiato al davanzale della finestra di cui aveva spalancate con impeto gaio le persiane, egli contemplava l’orizzonte luminoso con gli occhi socchiusi, sorridendo dietro a certe sue liete fantasie; attraverso quella pioggia d’oro fuso, vestita dei suoi riflessi, la prospettiva del proprio avvenire gli appariva più che mai lieta e promettente. Vedeva la ristretta, ma sicura clientela che già aveva saputo formarsi dopo qualche anno di professione col suo talento, e sopratutto con la sua attività instancabile, allargarsi rapidamente, diventare sempre più numerosa e produttiva, procurargli le risorse necessarie per liberare la proprietà della sua casa dai tentacoli di piovra delle ipoteche e dei pesi d’ogni natura che la gravavano, isterilendola, divorandosela.... Ritrovava per lui e per la sua famiglia là, nella vecchia e lontana cittadina natale, la posizione d’un tempo, il primato goduto senza contrasto per tradizione quasi secolare e mutato adesso in una condizione penosa ed umiliante.... Vedeva sua madre, non più malatadi tristezza e d’avvilimento, rialzare nella gioia della prosperità riconquistata la personcina magra e curva dal peso dei dolori, le sue due sorelle accasate e bene, ricostruito infine l’edificio che la prodigalità del padre, negli ultimi anni della sua vita, e una serie di speculazioni l’una più disastrosa dell’altra avevano quasi distrutto....

Un’acuta tenerezza lo invase al pensiero della madre lontana. Gli riappariva dinanzi agli occhi della memoria al momento del commiato, l’ultima volta ch’era stato laggiù. Ella aveva voluto accompagnarlo, insieme alle figlie, ancora un tratto lungo la via maestra, seguendo la carrozza che doveva portarlo alla vicina stazione. Andava adagio, appoggiandosi tutta al suo braccio con un abbandono pieno di dolcezza, mentre le ragazze precedevano, bisticciandosi tra di loro come sempre, sfogando al solito così l’acre malinconia degli anni passati a sognare e ad aspettare invano un marito che forse non si sarebbe presentato mai con la povera dote tutta gravata d’ipoteche che avevano.Il giovane le parlava dell’avvenire, dei suoi progetti, delle sue rosee speranze, le mostrava l’orizzonte sereno e lieto ch’egli si vedeva schiudere dinanzi, ed ella gli sorrideva, approvando con la piccola e fine testa già tutta grigia, accarezzandolo con lo sguardo amoroso.... Ad un tratto, una nuvola di polvere e uno scalpitìo di cavalli s’erano levati vicino a loro, e s’erano dovuti trarre da parte per lasciar passare ilphaëtondi Luciano Mascali, colui che aveva aiutata la rovina di casa Torreforte. Sopra quella rovina egli avea edificato la miglior parte della sua fortuna, prestando ogni momento al capo della famiglia larghe somme, prendendone in affitto le terre a vilissimo prezzo, lapidandole a furia d’iscrizioni creditorie; ed ora metteva delle arie insolenti di signorotto feudale, sopratutto di fronte alle sue vittime, affettando verso di loro un disprezzo da villano arricchito, gridando che volevano rubarlo, perchè il giorno d’impadronirsi della loro proprietà non era ancora giunto e mai come da quando Filippo s’era messo alla testa della famigliapareva meno vicino. E come se la mala grazia voluta con cui aveva rovesciato la sua pomposa carrozza quasi addosso a loro non fosse bastata, egli aveva sentito il bisogno, incontrandoli in quel punto, di aggiungervi l’insolenza del saluto evitato con ostentazione, torcendo lo sguardo dall’altra parte.

Istintivamente gli occhi di Filippo e di sua madre s’erano incontrati: quelli della vecchia signora avevano un’espressione durissima e il torbido riflesso del suo orgoglio in rivolta, l’orgoglio della propria famiglia ch’era tra le più nobili della provincia e quello dei Torreforte svegliati insieme. Il suo volto era diventato pallidissimo, e le tremavano persino le labbra ed il mento per la collera e la vergogna dell’umiliazione patita.... Poi, lentamente, come certo dentro di lei spasimava più forte dell’orgoglio ferito il suo amore di madre, e l’assaliva il pensiero delle sue creature, l’angoscia di saperle alla mercè di quell’arpìa rapace, delle lacrime si misero a rigarle le guancie sottili.... Allora egli le avea cinta colbraccio la vita, come ad un’amica benamata, e se l’era stretta contro il petto, invaso da un tumulto di appassionata tenerezza, mentre le diceva con la voce concitata e insieme solenne:

— Vedrai, mamma!... Dammi ancora cinque o sei anni di tempo e poi vedrai se non vi riscatterò io da colui! Te lo prometto per la memoria di mio padre! Vedrai mamma, vedrai!...

D’allora non era passato che poco tempo, eppure quanto cammino verso la mèta che formava la sua ambizione ed il suo sogno! Non aveva egli già dei clienti che non avrebbero barattata l’opera sua per quella di un avvocato principe, tanta fiducia s’era guadagnata in loro con la sua intelligenza e col suo zelo? Il suo bilancio di quell’inverno s’era chiuso così felicemente che non soltanto non era costato nulla ai suoi, ma anzi avea potuto provvedere del proprio a delle scadenze di frutti maturati. E intanto che avanzava ogni giorno dippiù verso la conquista del suo bel sogno, badava ad amministrare con tutto l’impegno dellasua doppia qualità d’interessato e d’uomo di legge l’intricata successione paterna e a difenderla dalle insidie del Mascali. Dippiù non sarebbe stato possibile fare, la sua coscienza non gli rimproverava neppure un minuto di distrazione o di stanchezza; avea quasi scordato d’esser giovane e ricco di vita, pareva che non fosse vissuto mai altrimenti se non a quel modo misurato e modesto, quando il ricordo dell’esistenza spendereccia, del fastoso lusso di provincia a casa sua, era invece tanto recente in lui.

Così, in quel momento, ripassando mentalmente i suoi propositi, la sua condotta, gli occhi gli ridevano di soddisfazione e di piacere. Lo vinceva una gaiezza irrequieta, da scolare all’uscita di classe. Pensava al desinare che l’aspettava nella modesta pensione dov’egli era assiduo, con una piccola e comica smorfia interiore, sicuro di trovarlo troppo magro per l’eccellente appetito che sentiva svegliarsi. Si domandava che impiego avrebbe fatto della sua serata; voleva ben regalarsi qualche ora di distrazione! Ma non sapevaproprio come, poichè non aveva relazioni di società e poichè giusto quella sera, con tutta la sua buona volontà di fare un piccolo strappo al sistema di vita che s’era imposto, l’unico teatro aperto taceva. Allora si ricordò d’aver ricevuto il giorno avanti la carta da visita d’una artista che doveva cantare in quella stagione al Massimo, insieme ad una lettera d’introduzione e di raccomandazione da parte di un vecchio suo amico d’infanzia che s’era poi trapiantato a Milano, giornalista e critico influente. Certo questi aveva creduto renderle un favore importante dandole una commendatizia per lui, perchè aveva veduto il suo nome fra i redattori dellaSera. Filippo Torreforte infatti, era intinto un po’ di giornalismo, ma superficialmente, senza appartenere alla corporazione, e solo per quel tanto che riguardava la sua professione e gli giovava a mettere meglio in vista il nome suo.

Perciò, non avea fatto quasi alcun caso della lettera ricevuta il giorno prima in mezzo altran-trandei suoi affari. Ricordandosene allora, gli parve un’insperatarisorsa, e risolse di dedicare la serata ad Alice Rossati, accademica di Santa Cecilia e cantante di camera della regina di Portogallo — come diceva il suo biglietto da visita, profumato dicorylopsiscosì acutamente che dava al capo.

L’attesa, nel salottino dell’albergo, cominciava a parere un po’ lunga a Filippo Torreforte. Finalmente s’udì un fruscìo, e la cantante comparve, avanzandosi con la mano stesa e il passo lungo e in cadenza che tradiva l’abitudine della scena. Le sue prime parole furono per farsi perdonare l’attesa e, malgrado le proteste del giovane, ella insisteva su questo, spiegandogli con un’intenzione di confidenza nel sorriso e nella voce come fosse stata trattenuta al piano dal maestro per concertare certi tagli e certe cadenze nell’opera in cui doveva presentarsi al pubblico, troppo irta di note acute per ilmezzo-soprano che, poverina, non disponeva più di grandi mezzi vocali. Però, che cantante di scuola e che possesso di scena!... Ella s’affrettava a soggiungere ciò, premurosamente, indugiandosi a mettere in rilievo il talento artistico della sua compagna d’arte, lasciando intendere, in mezzo alle espressioni laudative, ch’era la sola risorsa che le restasse. Successe quindi nella conversazione una pausa imbarazzante. La cantante s’aspettava forse a questo punto che l’altro le agitasse sotto le narici il turibolo dell’incenso a cui era abituata, le dicesse del bel nome fattosi nel mondo lirico, del successo che l’attendeva, dell’impazienza sua d’udirla. Invece Filippo restava a guardarla e taceva, non sapendo che dire, come se la vena della bella eloquenza ch’era così ricca in lui si fosse inaridita.

Per la prima volta egli, già per natura ed abito di vita tanto schivo da contatti femminili in genere, si trovava di fronte ad una donna di teatro. Ne avea vedute soltanto dalla platea, attraverso l’illusione scenica e il melodrammaticoconvenzionalismo lirico; il fondo ingenuo di provinciale che restava in lui malgrado l’acclimatamento cittadino gliele faceva apparire come delle creature quasi di un altro mondo, al quale si sentiva completamente estraneo. Aveva quindi, in quel momento, il sentimento di subire una specie di iniziazione e ne rimaneva naturalmente un po’ sorpreso e interdetto. Ma non era ciò soltanto: lo paralizzava pure in certo modo l’impressione che la cantante gli avea prodotto entrando. Sorpreso improvvisamente dalla sua comparsa, in mezzo all’uggia dell’attesa che già degenerava in un principio di malumore per essersi lasciato determinare da un momento d’irrequieta gaiezza giovanile ad una tale visita troppo al difuori del suo sistema d’esistenza, egli s’era come sentito trasportare in una sala d’opera, avea quasi provato la rapida emozione che desta nel pubblico, in certe scene capitali del dramma, l’apparire in iscena della protagonista o di un altro importante personaggio muliebre, se l’artista che ne rappresenta la parte ha quelleparticolari attitudini fisiche che il palcoscenico di preferenza richiede. Ora Alice Rossati possedeva una figura meravigliosamente fatta per la scena. Grandiosa, ma ben proporzionata di linee, ella aveva un busto e delle braccia superbe; i tratti del viso non peccavano per soverchia finezza, si potevano anzi dire comuni, sopratutto considerando la curva del naso pronunziata oltre misura, la larga bocca dalle labbra grosse, ma pallide, e il mento troppo forte. Ma per compenso, la sua testa, così modellata, era piena di carattere, aveva un’energia di contorno che s’imponeva all’occhio di chi la guardava.

Ciò che però colpiva dippiù in lei erano gli occhi, degli occhi straordinariamente grandi e neri che avevano una singolare intensità d’espressione, una fissità esaltante, e che parevano covare perpetuamente il fuoco lirico della scena, riverberare la melodrammatica luce della ribalta. Ora, perchè gli occhi le splendessero a quel modo, perchè il suo sguardo facesse pensare a questo, necessariamente ella doveva mantenersi sempre nell’illusionee nell’attitudine di avere dinanzi a sè il pubblico, di non calpestare che delle tavole di palcoscenico. Così era appunto; anche fuori del teatro, anche nell’ambiente meno propizio, nel campo limitato d’una conversazione senza intimità, ella non lasciava di esserela prima donna. E sotto la particolare suggestione dei suoi occhi, della sua figura, di certi atteggiamenti, di certi gesti, davanti al suo incedere lento e in cadenza, tutta una folla di vaghi fantasmi lirici si levava confusamente nell’immaginazione così colpita: ella eraNorma, ella era Valentina degliUgonotti, Eleonora delTrovatore, laGioconda, Lucrezia Borgia— tutta la galleria di creature appassionate e patetiche che formavano il suo esteso repertorio di soprano drammatico....

Tale era l’impressione che Filippo Torreforte aveva provato e che lo faceva restare tuttavia assorto, senza troppo saper che dire. Ma poichè il silenzio diventava imbarazzante alla lunga, la cantante riprese a fare le spese della conversazione, avviandola sopra un terrenopositivo e sottomettendo l’altro ad un breve interrogatorio.

— Dunque, lei è tra i redattori dellaSera? — gli domandò.

Torreforte, poichè non gli pareva il caso di diffondersi in particolari a proposito della parte limitatissima e personale ch’egli avea nel giornale, disse di sì senz’altro. Alice Rossati domandò ancora:

— Ed è molto intimo col suo collega della parte teatrale?

— Abbastanza. — Egli rispose, indugiandosi a fare il ritratto del collega in questione, il quale era un giovane gran signore che faceva del giornalismo per puro e passeggero dilettantesimo, così com’era passato successivamente attraverso la scienza, la politica, lo sport.

Allora, la cantante gli confidò le sue pene. Le aveano riferito che Luca di Santo Stefano, il critico teatrale appunto dellaSera, era stato l’amante della prima donna che avea cantato prima di lei al Massimo, e che in seguito al fiasco e allo scioglimento dalla scrittura di costei, il suoprotettore avea giurato di far la guerra senza quartiere nel proprio giornale a qualunque altra fosse venuta a prenderne il posto e la parte. Questa minaccia la preoccupava seriamente, sopratutto data l’importanza del giornale ch’era tra i più letti e autorevoli, la rivoltava, la metteva addirittura in orgasmo. Ella protestava di voler essere giudicata per il poco che valeva in arte, ma giudicata ad ogni modo onestamente, senza preconcetti ostili.

Torreforte allora si credette in dovere di assicurarle che il suo amico era assolutamente incapace di un partito preso così odioso, che dovevano averle riportate dalle malignità senza fondamento, che poteva vivere tranquilla da quel lato. Ma la cantante insisteva sullo stesso tono di allarme e di toccante risentimento, pur non mettendo in forse nel critico tutte le qualità di un galantuomo, scagliandosi invece sulla protetta di lui, perchè, si sa, certe donne possiedono la maligna potenza di far deviare e di accecare anche i migliori! — così che Filippo Torreforte non potè fare a meno di dirle che ne avrebbeparlato a Santo Stefano e che stesse tranquilla.

Ella parve sorpresa e commossa dei buoni uffici offertile; disse, stendendogli la mano con slancio:

— Non so come ringraziarla! Il nostro buon amico di Milano non poteva farmi un regalo più caro e prezioso indirizzandomi a lei! — E comentava le parole col sorriso, arrovesciando leggermente il capo, socchiudendo un poco i grandi occhi neri, così come dovea sorridere sulla ribalta in certe scene col tenore.

Il momento d’accomiatarsi parve infine venuto al giovane. Ma prima di lasciarlo andare, ella volle le promettesse che sarebbe tornato da lei presto e spesso.

— Nel nostro mondo, un buon amico affabile e gentile, senza secondi fini, è come l’araba fenice! Io vi conosco appena — gli disse, saltando con una certa brusca grazia il fossatello di riserbo che separa ilvoidallei— ma mi pare che voi sarete per me quest’araba fenice!...

Filippo Torreforte, in fondo, avrebbe rinunziato volentieri al suo ideale rango ornitologico d’araba fenice per prendere anche lui le penne di un brutto uccello di rapina, come tutti coloro che volavano continuamente attorno alla cantante insidiandone la virtù. Gli pareva inutile di nascondere a sè stesso la viva impressione ch’ella gli avea prodotto, che la trovava in particolar modo seducente, che pensava a lei infine come ad un frutto assai tentante, d’un sapore ignorato ma certo acutissimo, su cui sarebbe stato ben felice di allungare la mano. Ma egli avea tutt’altro da fare che dimenticarsi nel giardino del piacere, dietro a dei frutti non abbastanza alla sua portata; troppo grave era la missione impostasi, troppo bello e ancora lontano l’ideale al quale voleva arrivare, perchè la prima tentazione capitatagli potesse metterlo fuori via o semplicementefargli rallentate la sua marcia forzata verso la mèta prefissa. E contro ogni seduzione, più forte di qualunque stimolo, gli sorrideva il pensiero luminoso di sua madre, della cara persona adorata che egli avea giurato di riscattare dalla rovina e dalla tristezza!

Così, Torreforte si contentava modestamente della sua parte di amico senzasecondi fini, e ancora non gli avanzava tempo nè libertà di spirito per disimpegnarsene con abbastanza zelo, tanto che ella doveva raccomandargli di non abbandonarla troppo, e certe volte veniva persino a fare appello alla memoria di lui con qualche bigliettino sollecitativo — quei suoi biglietti fortemente odoranti dicorylopsische lo turbavano un poco, poichè tal profumo l’avea anche sentito addosso a lei e gli svegliava delle imagini carnali. E la prima sera in cui dopo un’infinita serie di contrattempi e di ritardi imprevisti la cantante si presentò al pubblico nellaGioconda, gli parve quasi di farle un sacrificio andando a teatro, poichè giusto in quei giorni l’occupavaun importantissimo ricorso da discutere.

Ma come ne fu largamente compensato, come ella gli fece dimenticare per un momento il suo ricorso, il Tribunale, ogni cosa! Rare volte gli pareva di aver sentito una voce tanto calda e vibrante una tale potenza d’accento! L’appassionato personaggio del dramma non poteva vivere più intensamente in lei: la sua azione efficacissima, spesso trascinante, secondava mirabilmente le preziose qualità della voce; la sua figura statuaria che dominava la scena, il volto pieno d’anima e d’espressione, i suoi occhi — quegli occhi che narravano da soli tutto un poema d’amore, di gelosia, di sacrificio e di disperazione — secondavano la commovente efficacia dell’azione.

Non era stato un entusiasmo solitario il suo! In certi momenti culminanti nella parte di lei, egli aveva sentito un sussurro levarsi nella sala, come un fremito d’ammirazione che agitava tutto quel campo di teste nella platea. E quando ella eraandata a soffiare nell’orecchio del baritono la sua fatale promessa: “Se lo salvi e adduci al lido....„ — nell’angosciosa invocazione al suicidio, nell’improvviso scatto di funebre gaiezza all’ultimo, allorchè Gioconda dice a Barnaba: “Vo’ farmi più bella, più fulgida ancor!„ — erano scoppiati degli applausi senza fine, dei veri uragani d’applausi che l’obbligavano ogni volta ad interrompere la scena per venire innanzi alla ribalta, ringraziando il pubblico con un certo stanco sorriso tutto suo, e gli occhi vaghi, quasi trasognati, che dicevano lo sforzo penoso per uscire dall’illusione del personaggio rappresentato.

Egli la rivedeva ancora, mentre cercava di conciliar sonno nel suo letto senza riuscirci, ritrovava nell’orecchio certi accenti d’una tale drammatica potenza che ne avea sussultato. Gli riappariva nel suo pittoresco costume del prim’atto, con quella veste cupamente nera rialzata sopra la gonna cupamente rossa che dava un risalto più energico alle linee grandiose del corpo e del volto, e poi, all’ultimo, tutta chiusa, come l’imagine delladisperazione, nel manto scuro in cui s’avvolgeva per non vedere le carezze che il tenore e il mezzo soprano, coll’egoismo della gente felice, si prodigavano proprio sotto agli occhi di lei.

Dal costume diGiocondaa quelle vestaglie ch’ella usava indossare per riceverlo a casa sua, con dei lunghi strascichi, con delle amplissime maniche di velluto, degli abiti d’un gusto teatrale e più che vivace, il salto non era difficile. Egli la rivedeva dunque seduta accanto a lui nel salottino dell’albergo, molto vicino, sottolineando col languido sorriso che le era particolare un mondo di piccole cose ingegnosamente lusinghevoli per lui.... Gli sembrava di risentire il forte profumo dicorylopsische emanava da lei, dalla sua pelle, lo aspirava avidamente.... Poi, come la sua fantasia s’eccitava, s’accendeva nella smania dell’insonnia, nel calduccio del letto, egli passava a levarle d’addosso il costume del teatro e la vestaglia di casa, la spogliava tutta cupidamente, si metteva a sezionare col desiderio il suo nudo, salendo dallegambe, delle quali s’indovinava bene il contorno robusto e perfetto attraverso la veste, al seno colmo e poderoso di cui aveva seguìto tutta la sera l’ansare scomposto e turbante per la simulata violenza della passione, e che s’imaginava di serrare contro il suo petto, contro il suo viso.... Gli pareva sentire attorno al collo la stretta di quelle braccia muscolose, bianchissime, voluttuosamente tornite, che gli avevano fatto provare un brivido lungo la schiena allorchè ella le avea agitate ebbramente, selvaggiamente in aria, durante il duetto con Laura, alla frase: “L’amo come il fulgor del creato...!„

Infine, una notte bianca, passata a rigirarsi smaniosamente da un fianco sull’altro, quasi avesse la febbre, piena di visioni lascive!... Ma tutto si ridusse a questo, all’agitazione di una notte d’insonnia provocata dall’emozione dello spettacolo e alimentata poi dal suo sangue troppo giovane e troppo contenuto, come non di rado gli accadeva nella sua casta esistenza di studioso e di lavoratore. E all’indomani, recandosi a congratularsicon lei del clamoroso successo, egli era ritornato perfettamente l’ideale amico di prima, l’araba fenice degli amici.

Chi invece si trovava addirittura fuori delle proprie abituali condizioni d’animo, era la prima donna. Torreforte la sorprese in uno stato straordinario d’eccitamento e di collera: una jena addirittura, una vera Eumenide, come amabilmente l’avea chiamata la sera avantiEnzonell’ultim’atto diGioconda!

Il giornale ch’ella avea brandito furiosamente vedendolo entrare e che gli mise sotto gli occhi senz’altro, con la muta eloquenza del suo furore, gli avea tosto spiegato ogni cosa: era laSera, uscita con un articolo ostilissimo di Santo Stefano dove le si rimproverava di forzare la voce negli acuti uscendo sempre orribilmente di tono, di cantare con pessima scuola, di rendere grottesca la parte a furia di esagerare e di strafare — una demolizione feroce infine!

Egli le rese il giornale in silenzio, sinceramente afflitto ed umiliato, cercando le parole per consolarla. Ella invecenon badava a cercarle, le parole, se le lasciava uscire di bocca così come le venivano nell’impeto del suo sdegno, scagliandosi ingiuriosamente contro il critico, con tanta maggiore veemenza che qualcuno dei suoi appunti era tecnicamente giusto. Dal nemico passava quindi all’amico, al quale rimproverava duramente l’esito dei buoni ufficî promessi e interposti, la leggerezza con cui doveva essersi occupato della cosa dopo averla rassicurata nel modo più assoluto!

Torreforte infatti ne avea parlato una volta a Santo Stefano, con cui del resto non avea che dei rapporti d’ufficio di redazione, e poichè questi gli avea vagamente risposto che non esisteva in lui alcun preconcetto ostile, che avea troppo rispetto di sè per dire nel giornale qualche cosa all’infuori della verità, egli se n’era stimato pago e non aveva insistito altro. Così lasciava adesso la bufera imperversare sul suo capo senza neppure sorprendersi di quel cambiamento troppo repentino e radicale d’umore a suo riguardo; anzi conveniva umilmente tra sèche meritava di essere rimproverato anche dippiù. Ella era stata per lui d’una affabilità particolare e cattivante, lo avea trattato come un vero amico, piena di stima e di confidenza; oltre a ciò, l’incarico di disarmare il critico era stato lui ad assumerselo, spontaneamente. E dopo che ella, persuasa, s’era affidata a lui, egli avea dimenticato che chi prende un impegno ha il dovere di adempierlo coscienziosamente, sino in fondo. Eppoi la malafede e l’ingiustizia di Santo Stefano lo indignavano, sollevavano la sua coscienza di galantuomo; il proprio facile entusiasmo, urtandosi contro la fredda e voluta ostilità del critico, lo irritava profondamente, lo faceva rivoltare.

Uscì di là eccitatissimo, dirigendosi alla redazione dellaSeradove contava trovare Santo Stefano e sfogarsi contro di lui dicendogli il fatto suo senz’altro. Ve lo trovò infatti, e non mancò di alleggerirsi il cuore, mentre l’altro lo lasciava dire con un sorriso altero ed ironico sulle labbra. Quando egli ebbe finito, Santo Stefano rispose insolentementeche non accettava lezioni da alcuno, e come Torreforte ribatteva, inasprito, quegli gli diede del provinciale, e poi ancora del villano, cosicchè l’altro sentì annebbiarglisi il cervello e gli si slanciò contro....

Delle persone presenti alla scena si frapposero riuscendo ad evitare a tempo l’estremo delle vie di fatto — il che, naturalmente, non impedì a Santo Stefano di credersi in diritto e in dovere di mandare una sfida, ciò che fece sul luogo, incaricandone due amici ch’erano con lui, mentr’egli se ne andava zufolando tranquillamente. E come ricevette i padrini, nella stanzuccia del proto dove se l’erano condotto via, Torreforte uscì a cercare i proprî.

Tutto questo era avvenuto con una rapidità trascinante, in mezzo ad una febbre d’eccitazione tale che non avea lasciato a Filippo Torreforte nè il tempo nè il modo di riflettere. Ma appena rientrato a casa sua, dopo aver trovati i propri padrini e presi i necessarî accordi con loro, appena rimasto solo e con gli occhi benaperti in faccia alla situazione creatasi, alla prospettiva di quel duello, la sua esaltazione cadde d’un tratto, egli ebbe uno di quei risvegli pieni di amarezza e di smarrimento che conoscono i giocatori dopo una notte disastrosa passata alla tavola verde.

All’eccitazione che se ne andava, un senso di profondo stupore succedeva. Egli dunque si sarebbe battuto, forse all’indomani?! Perchè?... Per chi?... Per quella donna!... Ma che era quella donna per lui?... Che cosa rappresentava nella sua esistenza perchè si esponesse per essa al pericolo più grave?... Egli se lo ripeteva duramente, con una sicurezza di coscienza che gli aumentava la sorpresa: Nulla, nulla!... assolutamente nulla! Non aveva neppure ambìto al suo possesso, non si era nemmeno schierato tra coloro che pretendevano ai suoi favori, per non averle a sacrificare il tempo e la relativa libertà di spirito che un tale atteggiamento gli avrebbe necessariamente preso! E nonostante la sua completa indipendenza da ogni attaccamento di qualunquespecie, malgrado ch’ella gli fosse perfettamente estranea e indifferente, doveva mettere in giuoco adesso per lei la sua vita?...

Un grande sbigottimento lo vinse a quest’idea. Egli non si sentiva vile, non avrebbe esitato dinanzi al pericolo, se il dovere, se un risentimento proporzionato e legittimo ve l’avessero chiamato. Ma corrervi incontro così, senza ch’egli riuscisse a spiegare a sè stesso come e perchè?!...

I suoi pensieri prendevano una corrente paurosa e lugubre.... Santo Stefano passava per una delle migliori lame tra gli amatori di scherma, era anche assai forte al tiro, come in qualunque altro genere disport— ed egli non avea mai messo piede in una sala d’armi, non sapeva neppure tenere in mano la sciabola! V’erano dunque novanta probabilità contro cento che egli sarebbe rimasto ferito nello scontro, gravemente, mortalmente forse, anzi certo mortalmente, lo sentiva!... E sua madre, le sue sorelle? Come avrebbero potuto sopportare quel colpo? che sarebbe avvenuto di loro, s’egli moriva?...

Sua madre che l’adorava, ch’egli adorava, di cui era l’orgoglio, la speranza, la dolcezza! Ella certo non avrebbe resistito al colpo!... E forse, nel caso funesto, era meglio che fosse così, ch’ella pure se ne andasse dietro a lui!... Perchè non soltanto ella avrebbe sentito strapparsi l’anima, non soltanto sarebbe impazzita dal dolore, ne avrebbe agonizzato tutta la vita, ma era ancora la rovina che si sarebbe abbattuta su di lei, sulle sue figlie, era la miseria, era Luciano Mascali che si sarebbe buttato avidamente addosso a loro come sopra una preda lungamente guatata, e le avrebbe spogliate, messe in mezzo alla via!

Si sentiva fondere il cuore da un’immensa pietà pensando a ciò, da un delirio di pietà e di tenerezza filiale! E per reazione, una collera sorda, una rabbia crudele lo accanivano contro quella donna di cui s’era atteggiato a paladino!... Perchè dunque s’era fatto il paladino di colei, perchè?... Ma egli sarebbe corso senza il menomo sforzo da Santo Stefano per dirgli che scrivesse pure di lei quello chegli piaceva, che la demolisse a suo talento, magari peggio ancora di come avea fatto, perchè da parte sua non gliene importava nulla, ciò non lo riguardava nè da vicino nè da lontano.... E non poteva far più questo ora, e invece doveva battersi, mettere a repentaglio la sua vita, come se gli avessero insultato le sorelle o la madre!

La collera cresceva in lui sotto l’azione esaltante della sua angoscia, lo armava di ostilità contro colei, gliela faceva considerare come una nemica.

Improvvisamente, una luce sinistra si fece nel suo cervello smarrito e dolente a furia di pensare, la luce d’un presentimento funesto.... Quella donna di cui si era procurata la conoscenza non per altro che per occupare un’ora d’ozio, alla quale non s’era per prudenza voluto legare più che tanto malgrado i suoi sorrisi e le sue amabilità promettenti (ciò che non aveva impedito ch’egli stesse ora per esporre la vita per lei!) gli sarebbe statafatale!... Egli ne avea la lucida, la inesorabile prescienza in quel momento!... La sua fatalità l’aspettavalì, secondo ogni probabilità, al varco di quel duello inevitabile e così diseguale; ma anche se ne fosse uscito vivo, anche se fosse rimasto illeso, egli sentiva ad ogni modo che non si sarebbe salvato lo stesso, che quella donna doveva essere la sua rovina, la sua fine!

Allora lo invase una furia di rivolta, un istinto cieco di sottrarsi alla sua sorte, che gli faceva accarezzare delle pazze idee di fuga, di viltà. Ma tornò presto alla coscienza della sua situazione e del suo dovere.... Eppoi, se era davvero la fatalità che l’avea fatto incontrare con colei e aveva decretato ciò ch’era succeduto, ciò che succederebbe dopo, a che pro ribellarsi, dibattersi, tentar di sfuggire?... E per tutto il resto di quella notte — una notte bianca come la precedente, ma popolata di ben altri pensieri e di ben altre visioni — egli rimase cupo e accasciato sotto l’oppressione del suo sinistro presentimento, come se proprio il peso della fatalità lo schiacciasse....

L’abboccamento dei rispettivi padrini era fissato per le prime ore pomeridiane del giorno di poi. Torreforte adunque aspettava i suoi per sapere le condizioni concordate per lo scontro, quando, non senza sorpresa, li vide giungere insieme al commendator Corradi, il direttore dellaSera. Come avevano tutti e tre delle faccie gaiamente composte al sorriso, egli pensò con una punta di profonda amarezza: “Ecco il valore che ha la mia vita per questa gente!...„

Ma invece la sua vita doveva avere un valore grande agli occhi loro, poichè a sua insaputa avevano lavorato con tanto zelo e col miglior successo a mettergliela al sicuro evitando il duello. La cosa non pareva neppure possibile a Torreforte! Una sfida era corsa; lo sfidato l’avea subito accettata e aveva inviato senz’altro i proprii secondi per regolare le condizionidello scontro, con l’esplicito mandato di andare il più alla lesta possibile.... Ebbene, dopo tutto ciò, malgrado l’andamento brusco e decisivo preso, la vertenza stava per essere composta sopra un terreno assolutamente pacifico, Santo Stefano era pronto a ritirare la sfida e si sarebbe quel giorno medesimo formulato un verbale di conciliazione onorevolissimo per tutte e due le parti, a meno che — soggiungevano quei signori — egli non s’ostinasse a volere ad ogni costo il duello.

Torreforte non si ostinava punto; tutt’altro! Anzi gli toccava imporsi uno sforzo per non dare spettacolo dell’esplosione di gioia che avveniva dentro di lui sentendo l’incubo penosissimo svanire e la tragedia paventata mutarsi in farsa. Ma intanto era naturalmente pieno di curiosità, aveva fretta di sapere prima di tutto come tale scioglimento imprevisto si fosse determinato, e assediava di domande il commendator direttore al quale attribuiva il merito della felice composizione.

— No, — questi rispose — bisogna dare a Cesare quel ch’è di Cesare!... Sono stato io, è vero, a piegare Santo Stefano alla conciliazione, ma il merito dell’iniziativa non mi spetta. Anzi, — soggiunse ridendo, con l’aria di superiorità di un uomo che s’è trovato troppo spesso in tali circostanze per dar loro soverchio peso — io vi avrei lasciato tranquillamente battere, se non ci si fosse intromessa una certa gentile persona che mi ha pregato caldissimamente di evitare a qualunque costo uno scontro.

— E questa persona chi è? — domandò vivamente Torreforte.

— La signora Alice Rossati.

— Lei?!...

Allora il commendatore spiegò che la mattina, mentre era in redazione, gli era capitata la visita della prima donna la quale, avendo saputo della sfida mandata e accettata la sera stessa del fatto, veniva a scongiurarlo di mettere in mezzo tutta la sua autorità di direttore per impedire il duello, perchè ella non avrebbe mai saputo tollerare l’idea che per causasua e per una sciocchezza i due giovani si fossero battuti! Un fatto simile le avrebbe amaramente avvelenato le lusinghiere feste prodigatele dal pubblico e, se una disgrazia fosse accaduta, non se lo sarebbe perdonato mai, ne sarebbe ammalata, avrebbe certo dovuto sciogliere la scrittura! Davanti alla minaccia di un tale disastro e dinanzi all’irresistibile eloquenza di tanta interceditrice, a quella sopratutto delle sue linee superbe — concludeva il commendatore facendo un comico gesto di golosa ammirazione — egli non aveva saputo rifiutarsi, era corso da Santo Stefano, e l’eccellente ragazzo che aveva la bontà di ascoltarlo con deferenza s’era lasciato persuadere.

Torreforte passava di sorpresa in sorpresa e di emozione in emozione. Così, a quella donna contro cui s’era accanito tutta la notte col cervello sconvolto dall’imprevedibile avventura capitatagli, a quella donna egli doveva il lieto scioglimento mercè il quale veniva liberato come per incanto da ogni noia e da ogni pericolo?Ed egli aveva potuto essere così stupidamente ingiusto verso di lei, attribuirle con la fantasia malsanamente accesa non sapeva più che maligno potere, che funesta influenza sulla sua vita?

Bisognava bene ammettere — egli ne conveniva umilmente tra sè — che l’eccitazione della scena avuta con Santo Stefano e la prospettiva del duello imminente gli avessero dato seriamente al cervello, per aver potuto costruire tutto quel risibile edificio di sciocchezze e di fanciullaggini! Non riusciva più neppure a comprendere adesso come tale stato singolare d’animo e di spirito si fosse potuto determinare in lui. E la sorpresa di sè stesso, mista al piacere dell’insperata soluzione, era tanta ch’egli finiva per dimenticarsi degli altri i quali stavano ad aspettare da lui l’ultima parola.

— E così? — domandò uno dei padrini.

— Ma! — rispose Torreforte — se Santo Stefano oltre alla sfida ritira le sue parole offensive!...

— Questa è appunto la base dell’amichevolecomposizione ottenuta da me, — intervenne il commendatore. — Santo Stefano si dichiara dolente delle parole sfuggitegli nel calore della discussione e le ritira, mentre voi dichiarerete di esservi lasciato trasportare da un movimento istintivo di collera, ma senza nessuna determinata intenzione di offenderlo e di venire a delle vie di fatto.... Così sarà concepito il verbale.

— Sta bene, allora! — disse semplicemente Torreforte, mentre avrebbe voluto invece gridare con entusiasmo ch’era felice, che non domandava di meglio che di finirla così.

— Alla buon’ora! — concluse il commendatore. — Ecco del sangue troppo prezioso pel paese che non sarà versato!.... E adesso — soggiunse sul punto d’andarsene — non mi resta che a pregarvi a nome della signora Alice Rossati di andarla a trovare stasera al suohôteldove, profittando del riposo concessole da un abbassamento di voce del tenore, ci invita tutti a pranzo, noi, Santo Stefano e i suoi secondi. È un’amabileidea di donna superiore, venutale allorchè sono passato da lei a riferirle il buon risultato della mia missione presso Santo Stefano e nella sicurezza che non sarebbero venute da voi altre difficoltà fuori proposito. Ci rivedremo dunque là stasera; io mi sono incaricato di condurre e presentare gli altri tre, mentre questi buoni amici verranno insieme a voi.

Si ritrovarono tutti infatti la sera alla tavola della cantante, dopo che i due avversari si erano già stretta la mano negli uffici dellaSerae dopo aver disteso e firmato il verbale. Santo Stefano non aveva per nulla l’aria imbarazzata nel subire l’ostentata lezione di superiorità che laprima donna, mostrando di dimenticare il torto fattole, gl’infliggeva sotto la forma dell’invito cortese. Il suo agile spirito gli rendeva facile la prova spinosa per un altro; egli conservava tranquillamente la sua perfetta libertà di contegno, come se non fosse stato lui a comporre per essa la più severa ed ostile critica il giorno innanzi.

Quanto a Filippo Torreforte, egli navigava nella più beata disposizione d’animo. L’idea che quell’agitante episodio era ben chiuso, che avrebbe potuto ritornarsene sin dall’indomani ai suoi affari, alla sua tranquilla vita di lavoratore, lo rendeva leggero e contento come un fanciullo.

Tale propizio atteggiamento interiore determinava in lui un particolare impulso di simpatia verso la cantante, una forte corrente di ammirazione sentimentale che s’allargava via via, per reazione, come più in presenza di lei lo pungevano la vergogna ed il rimorso di essere stato così ingiusto e stupidamente cattivo a suo riguardo.

Ella, appena le riuscì d’appartarsi un momento dagli altri, gli disse attirandolo nel vano d’una finestra:

— Perchè volevate darmi la pena e il rimorso di essere stata io a spingervi a un tal passo?

E Torreforte rispose, con un calore assolutamente sincero poichè in quel momento egli sarebbe tornato deliberatamentea fare ciò che aveva fatto la sera innanzi, e senza pentirsene dopo:

— Perchè le ingiustizie mi rivoltano in generale, e se poi toccano una persona che mi è cara come voi, mi mettono addirittura fuori di me!

A tavola, ella lo fece sedere alla propria destra e si voltava tutti i momenti dalla sua parte, trovando sempre qualche cosa da dirgli, guardandolo lungamente, sorridendogli.... Col buon vento in poppa di quegli sguardi e di quei sorrisi, Torreforte navigava sempre più a gonfie vele nella dolcezza dello speciale momento psicologico che attraversava. Il vedersi apertamente l’oggetto dell’attenzione e del favore di lei sotto gli occhi di quegli uomini che erano tutti, più o meno, dei don Giovanni di professione e chissà che cosa avrebbero dato per trovarsi al posto di lui, solleticava piacevolissimamente il suo amor proprio, disarmava la sua rigidezza.

Pensava che ci sarebbe stato tempo poi a riprendersi, a rientrare nella sua prudente attitudine di riserbo, e intantos’abbandonava adagio adagio, quasi insensibilmente, sul pendìo fiorito del sentimento. Era come una leggera ubriacatura di cui egli si rendeva ben conto, senza allarmarsene però, sicuro che all’indomani sarebbe sfumata, e attraverso la quale ella gli appariva più seducente e desiderabile che mai.

Ma v’era dippiù. Adesso egli sentiva che non soltanto quella donna era fatta per essere desiderata, ma anche per essere molto amata. L’interesse ch’ella avea preso per lui, l’impegno con cui s’era adoperata per evitargli di battersi a cagion di lei, anche a costo di tirarsi dietro dei commenti calunniosi, non potevano deporre meglio in favore della sua sensibilità, della delicata bontà dell’anima sua. Perchè non convenirne con sè stesso dal momento che non concepiva la possibilità di qualsiasi transazione? Se le loro strade non fossero state così diversamente tracciate, se fosse stato possibile a lui deviare dalla propria, non sentirsi spinto irresistibilmente innanzi dalla coscienza del suo sacro dovere e dellaresponsabilità che gl’incombeva, certo egli avrebbe potuto innamorarsi seriamente di quella donna! Appunto perchè si stimava troppo corazzato contro qualunque tentazione e qualunque pericolo, egli smetteva di vigilarsi per un poco in quell’eccezionale quarto d’ora di abbandono, e si spingeva volentieri fino a secondare il delicato armeggio sentimentale della cantante, ricambiando i suoi lunghi sguardi, i suoi sorrisi eloquenti, tutte le classiche tradizioni infine di unflirtbene avviato.

Gli altri prendevano la loro parte di spettatori come meglio potevano, ma chi se ne disimpegnava con maggior successo era ancora Santo Stefano il quale aveva indovinato nell’attitudine della prima donna un’intenzione di fare particolarmente dispetto a lui. Egli si salvava sostenendo inesauribilmente le spese della conversazione, obbligando all’attenzione, alle risposte, al riso, coloro che volevano appartarsene. Poi, alle frutta, come se obbedisse all’ispirazione d’un capriccio improvviso, annunziò che sarebbe partitoil giorno appresso per l’estero e che sarebbe stato assente due o tre mesi.

Fu un coro di esclamazioni e di inchieste; ognuno voleva sapere come mai quella determinazione fosse stata presa così da un momento all’altro, e perchè partisse, e dove andasse. Allora Santo Stefano spiegò, inchinandosi davanti alla cantante con una grazia cavalleresca di cui l’ironia sottile non isfuggì a lei.

— Vado in pellegrinaggio a fare espiazione dei miei peccati di critico!

La verità era ch’egli aveva già precedentemente ed in silenzio disposto tale viaggio per raggiungere a Parigi una signora forestiera della quale era molto preso e da cui s’era appena diviso con l’intesa di ritrovarsi all’estero; per ciò appunto aveva facilmente acconsentito alla pacifica composizione della vertenza capitatagli così di traverso sul punto di partire.

— E adesso chi mi scriverà le riviste teatrali? — domandava con aria desolata il commendator Corradi.

In realtà, per quanto egli poco si curassedi ciò nel suo giornale, affogato com’era sino al collo nelmare magnumdella politica e della finanza, pure la successione di Santo Stefano nella rubricateatrilo imbarazzava molto. Questo giornalista era un abile uomo che avea saputo sfruttare largamente il proprio giornale, facendone l’organo ascoltato ed autorevole delle combinazioni politiche e bancarie meglio destinate al successo. E poichè aveva capito che il valore commerciabile del suo giornale stava in proporzione del credito e dell’autorità che godeva presso il pubblico, nessuno era più vigile di lui nella scelta dei singoli redattori, nell’impedire che, all’infuori del traffico in grande di sua privativa, il menomo mercimonio venisse praticato nelle sue colonne. Perciò faceva posto assai volentieri a dei giornalisti dilettanti, di valore però, al di sopra di ogni sospetto come Santo Stefano; perciò l’abbandono da parte di costui di una rubrica che la prodigalità degli artisti, pur di soddisfare la loro sete di lodi, rendeva assai delicata, lo mise in quel momentoin imbarazzo e gli fece venire in fine l’ispirazione di offrire a Torreforte la successione del critico in partenza.

Torreforte dapprima rise a quella proposta; ma, come l’altro insisteva con la migliore serietà del mondo, egli mise avanti candidamente ilnon possumusdella propria incompetenza in materia. Ma non servì a nulla! Il commendatore teneva alla sua idea e ci s’era ostinato; gli altri s’univano a lui, approvando la scelta, incitandolo ad accettare — Santo Stefano più di tutti, con la sua aria finemente ironica che non lasciava capire mai quando parlasse sul serio o quando dicesse per burla. Più Torreforte si schermiva, più gli altri insistevano. Gli avea detto il commendatore:

— Col vostro talento nulla vi può riuscire difficile!

Gli avea detto Santo Stefano, guardando la cantante con intenzione:

— Andiamo, vedrai come ti ci farai subito la mano!

Quanto alla sua amica, ella non gli avea detto nulla in proposito, essendotroppo interessata nella quistione perchè le fosse permesso d’interloquire, ma lo avea guardato con tali occhi, con tale persuasivo sorriso, che in verità non avrebbe potuto essere più eloquente.

Infine, egli stesso non avrebbe saputo dir bene come si fosse lasciato determinare, ma s’era sentito così circuito e incalzato e, nel momento particolare d’abbandono che attraversava, si era trovato talmente disarmato di fronte a sè stesso, ch’egli avea finito con l’accettare quella proposta di cui un momento avanti avea sorriso, come si sorride di certe assurde ed inammissibili cose.

Alice Rossati stentava a nascondere la propria gioia. E quando Santo Stefano la salutò per andarsene, ella non seppe resistere al piacere di scoccargli una frecciata, felice di scuotersi dalle spalle, alla fine, il grave manto di dignità che la sua faticosa parte di donna superiore le avea imposto. In fondo, se il duello fosse avvenuto, se Torreforte avesse allungato al suo avversario una buona sciabolata, non sarebbe certo stata lei a piangerne!Ma poichè avrebbe potuto benissimo accadere il contrario e poichè in ogni caso non ne sarebbero venuti a lei che noie, rancori, ostilità di partiti, ella s’era invece adoperata col massimo zelo ad ottenere una riconciliazione, ciò che non poteva guadagnarle che del favore e delle simpatie nel pubblico.

— Così — ella dunque disse a Santo Stefano — il vostro articolo era il canto del cigno?!

— No! — rispose il giovanotto con una trasparentissima insolenza che le fece mordere le labbra, tanto la colpiva giusto. — Non era che una brutta rana la quale gracidava per l’ultima volta, avanti di cedere il posto ad un piccolo passero delizioso!...

Sin dalla sera appresso, nella sua doppia qualità di critico teatrale e di amico della prima donna, Filippo Torreforte incominciò a frequentare il palcoscenico. Ella gli avea detto:

— Venite a trovarmi in camerino....

E Torreforte era andato, senza farselo dire due volte, senza adombrarsi di fronte a sè stesso per tale novità pericolosa. Insensibilmente, passando attraverso una serie graduale di piccole transazioni interiori, un certo rilassamento di coscienza e di volontà avveniva in lui. Egli non cessava un minuto di fissare la mèta vagheggiata, ma si sorvegliava meno, allentava un poco le cinghie di ferro tra le quali costringeva la sua giovinezza a languire, per respirare più liberamente. Cominciava a trovarsi eccessivo, a sentirsi un tantino ridicolo anche nel tiranneggiarsi in tal modo, nell’essere così rigido verso sèstesso. L’esempio di tanta gente che in mezzo alla febbre del lavoro più assiduo e assorbente trovava pure il tempo di godere, di vivere, era lì per provargli come la difficile e bella impresa ch’egli s’era assunta si potesse conciliare con qualche distrazione e con un po’ di esperienza del mondo. E, mano mano che la sua vigile coscienza si assopiva, degli appetiti lungamente repressi si svegliavano in lui e un’ardente curiosità, un bisogno tormentoso di penetrare quel mondo nuovo e seducente che la cantante avea schiuso all’imaginazione e al desiderio di lui.

Il palcoscenico gli appariva come un luogo favoloso, pieno d’eccitante mistero e di malsana attrazione; egli v’era salito col cuore che gli batteva, la fantasia in tumulto e una vaga sensazione di sgomento.

Dapprima fu una delusione; tutto il lavorio della sua imaginazione cadeva davanti allo spettacolo che gli offriva, tra un atto e l’altro, il vasto e freddo ambiente attraversato dagli operai affaccendati che attendevano a disporre la scena,popolato di coristi, di comparse, di impiegati. Ma un segreto istinto gli diceva che la sua iniziazione incominciava appena, che presto i suoi occhi, maggiormente abituati all’ambiente, avrebbero veduto dippiù e di meglio!

Quando si trovò nel largo corridoio che mette in comunicazione tra loro i camerini delle prime parti, una grande timidezza lo vinse. Degli artisti stavano là seduti, in costume, degli altri finivano di vestirsi e ditruccarsiper la scena, senza preoccuparsi d’esser veduti attraverso la cortina mal tirata, chiacchierando con qualche amico in visita o provando la voce con dei vocalizzi. Sul suo passaggio, tutti gli sguardi gli si posavano addosso curiosamente, squadrandolo in un modo imbarazzante, e gli ci volle tutto il proprio coraggio per farsi indicare l’uscio della prima donna.

Picchiò debolmente;Giocondadisse: avanti! Sì, eraGiocondache gli stava dinanzi adesso, non l’amabile amica alla cui tavola avea pranzato la sera prima.

Il distacco pareva grande e reale a lui,trovandosele accanto ora dopo averla ammirata dalla platea per due atti consecutivi, dopo aver diviso col pubblico per lei la commozione e l’entusiasmo, dopo essersi tanto interessato al personaggio ch’ella rappresentava.

La cantatrice erranteera pronta per andare alla festa diAlvise Badoero, dove ella avrebbe fatto tranquillamente il suo ingresso insieme a qualche figlia di doge. Ella era superba nel suo fastoso costume di raso e di velluto azzurro; le magnifiche braccia uscivano dalle ampie maniche aperte come da una guaina; la ricchezza del seno era messa sontuosamente in evidenza dal larghissimo taglio dell’abito sul petto. Aveva degli occhi più grandi ancora del solito, degli occhi enormi, cupi e fantastici a guardarli così davvicino, per via della larga striscia di bistro che li contornava al di sotto e del rosso messo senza risparmio sulle palpebre. Tutti i tratti del viso, posti sapientemente in luce e in ombra con del rosso o del bianco, prendevano un rilievo straordinario, e le grosse labbra, coperte di carminio,si aprivano sulla composta maschera del volto come un ardente e mostruoso fiore.

In luogo di rompere il suo incanto, come avviene guardando da presso una decorazione scenografica, la cantante conservava così agli occhi di lui il proprio fascino strano fatto d’illusione: ella era più che mai l’appassionata e pietosa amante di Enzo, veduta così davvicino. Quel viso acceso e pallidissimo ad un tempo, come se la febbre della passione lo consumasse, quegli occhi di fantasma, quelle labbra sanguinanti, le davano il melodrammatico suggello del personaggio rappresentato, erano l’imagine parlante dei sublimi trasporti di amore, di gelosia, di sacrificio dai quali era agitata sulla scena!... Ma ella lo riconduceva alla realtà, parlandogli della sera avanti, di Santo Stefano, del giornale, ritornava per lui la buona amica, la signora Alice Rossati.... Poi ancora, fra qualche minuto, all’avviso delbuttafuoridi rientrare in iscena, ella si sarebbe trasformata agli occhi suoi, sarebbe ridiventata laGioconda,l’eroica fanciulla che si votava alla salvezza di Laura e di Enzo, che faceva fremere d’orrore e di pietà tutta la sala allorchè andava a mormorare all’orecchio del baritono la sua fatale promessa!... Era un singolare innesto del fittizio sul reale che produceva una doppia personalità di cui l’una si sovrapponeva all’altra alternativamente, procurando l’illusione di una metamorfosi a vista.

Tale appunto era la sensazione che Torreforte provava in quel momento e che gli faceva pregustare tutto il sapore acuto e particolare con cui quella donna avrebbe deliziato il palato d’un amante. Mai la sazietà — egli pensava — sarebbe stata possibile con lei poichè ella era così varia, così mutabile, poichè ella incarnava in sè ad un tempo tante diverse imagini ed anime di donne! E mai il suo possesso avrebbe ingenerato la stanchezza perchè mai possesso sarebbe stato meno pieno e durevole, perchè ad ogni momento ella si sarebbe ripresa per trasformarsi in un’altra creatura ch’era ancora lei e che non era più lei, che appartenevatutta al pubblico e punto all’amante....

Vennero ad avvisarla che toccava a lei d’entrare in iscena; ella si diede un rapido sguardo allo specchio, ingoiò un sorso di camomilla, mise in bocca una pastiglia di liquirizia, e si salvò stringendo in fretta e distrattamente la mano a Torreforte.

Questi rientrò nella propria parte anonima di spettatore, riprendendo il proprio posto in platea. Ma le sue idee ripigliavano insensibilmente il corso incominciato nel camerino della cantante. Gli applausi che il pubblico le prodigava freneticamente gli mettevano un curioso brivido addosso, come s’ella gli appartenesse e il successo di lei fosse pure il suo. Pensava all’ebbrezza che doveva dare all’uomo del quale ella fosse l’amante, lo spettacolo di quella folla in delirio, presa per lei da un tal furore d’entusiasmo!... Che orgoglio doveva gonfiare il cuore di colui che potesse dire tra sè: “Questa donna che solleva così la commozione, l’entusiasmo, gli applausi di forse duemilapersone, è mia, mi appartiene anima e corpo, io la terrò nelle mie braccia mentre ancora durerà l’eco delle ovazioni suscitate!...„

E di nuovo, il rimpianto già altre volte vagamente provato all’idea che l’indeviabile cammino tracciatosi non gli consentisse di dedicarsi anche per poco alla cantante, lo pungeva, ma più acutamente, più a lungo, facendogli sentire per la prima volta la gravezza del fardello che s’era addossato sulle spalle.

A poco a poco, diventò uno degli assidui del palcoscenico che incominciava a non avere più segreti per lui e ad inoculargli nel sangue il sottile veleno di lussuria che vi si respira. Per un nuovo iniziato come egli era, lo spettacolo dentro le quinte prendeva in certi momenti qualche cosa di veramente fantastico. Ad ogni passo, s’incontravano delle coppie intente a parlottare a bassa voce, con degli occhi animati e dei languidi sorrisi. Dietro una quinta, un elegante in marsina poneva l’assedio al contralto che aspettava le toccasse d’entrare in iscena; piùin là era un giornalista che domandava al mezzo soprano la meritata ricompensa del suo articolo immeritamente laudativo; poi un tale che approfittava delbische il pubblico domandava dell’aria del baritono — il quale aveva una moglie assai carina e la stupidaggine d’esserne gelosissimo — per ripetere all’orecchio di costei la propria aria; — e la serie continuava ancora, sino al corista in vena di galanteria con qualche compagna del coro, sino all’umile comparsa in intimo colloquio con qualche dama o contadina di parata, arruolata come lui in mezzo alla strada. E l’allegro battaglione leggero delle ballerine, sparso di qua e di là in attesa dellabattutadel coreografo, animava e completava il quadro, raccogliendo e ricambiando sul passaggio delle frasi e delle amenità da corpo di ballo, senza curarsi del direttore del palcoscenico e delle multe della commissione teatrale che erano roba da ridere per la maggior parte di loro....

Torreforte aveva finito col non mancar mai di fare la sua regolare comparsanel camerino di Alice Rossati tutte le sere ch’ella cantava. Il giovane era più che mai nelle grazie della prima donna dopo gli articoli entusiastici seguìti nella Sera all’acerba critica di Santo Stefano; ella non gli avea prodigato mai quanto allora tanti sorrisi luminosi, tante occhiate eloquenti, rendendolo oggetto dell’invidia e della gelosia di coloro che frequentavano assiduamente come lui il suo camerino.

La cantante amava molto di tenere circolo in quell’angusta e nuda stanzina dove non c’era neppure modo di sedersi in più di due o tre per volta, sopratutto quando non le toccava di mutare costume da un atto all’altro e non era di prima scena. Ella era là come nel proprio regno, come in soglio, e i suoi ammiratori venivano devotamente a metterle sotto il naso l’incenso del loro desiderio velato di galanteria, dell’adulazione e della maldicenza. Sentirsi desiderata, essere adulata e fare della maldicenza alle spalle delle altre: ella aveva bisogno di queste tre cose per vivere!

Torreforte non poteva meglio nè più rapidamente compiere altrove il suo nuovo tirocinio come nel camerino di Alice Rossati. Tutto il bagaglio delle idee generalmente professate in fatto di doverosa cavalleria con le donne, di riserbo, di discrezione, era stimato vieto e stupido colà. Vi convenivano sopratutto alcuni consumati don Giovanni di palcoscenico che erano per lui il più sorprendente modello di cinica disinvoltura. Non aveva egli udito l’irresistibile Valdora rispondere tranquillamente, davanti a tutti, alla prima donna che gli domandava sorridendo, con intenzione, notizie del mezzo soprano — un’alta e magra bionda, molto elegante, ma già sul tramonto, la quale passava per essere l’amante di lui:

— Ah, non me ne parlate! Quella lì è un terribilecrampon, e non sogno che di trovare chi me ne liberi!...

Alice Rossati fingeva di non volere ascoltare simili orrori sulle sue compagne, si spingeva sino a recitare la commedia dell’indignazione e della severità, ma in fondo non si compiaceva d’altro. I suoiamici lo sapevano e non risparmiavano nè le insolenti indiscrezioni, nè i frizzi, nè le malignità più sanguinose davanti a lei, anche all’indirizzo di donne molto desiderate e corteggiate da loro, presso le quali assai probabilmente ripetevano il medesimo giuoco a spese sue.

Torreforte osservava curiosamente tutto ciò e cercava di apprendere meglio che poteva. Ma egli sentiva che la sua era ancora un’educazione interamente da fare e che mai, forse, sarebbe giunto all’altezza dei meno abili. Se ne accorgeva, per esempio, dinanzi alla ripugnanza, anzi all’impossibilità di lasciar credere a proposito di lui ciò che i più pensavano in presenza della significante ed ostentata preferenza che la prima donna gli accordava su tutti gli altri. La cosa aveva delle apparenze tali che, quando egli negava di essere in intimi rapporti con la cantante, gli altri stimavano che si tenesse chiuso per discrezione e lo trovavano stupido per avere di simili delicatezze.

Egli pure si trovava stupido all’eccesso con quel suo spirito di cavalleriacosì mal collocato, ma sopratutto a cagione delle irrisorie apparenze di un fatto a cui non dipendeva che da lui il dare tutta la inebriante consistenza della realtà. Perchè dunque non era ancora l’amante di quella donna che pareva non desiderasse di meglio, che sin dal primo giorno gli aveva fatto chiaramente capire quanto egli le piacesse, che non s’era stancata di fare tanti passi verso di lui, mentr’egli era sempre rimasto scioccamente inchiodato al suo posto?...

Le sue paure e i suoi scrupoli di prima gli parevano adesso puerili ed assurdi, sia per la progressiva evoluzione compiutasi in lui sotto la sapiente opera di seduzione della cantante, sotto la dissolvente influenza dell’ambiente, e sia perchè l’esempio di facilità e di leggerezza negli amori di palcoscenico che gli veniva da tutte le parti, lo rassicurava sulla possibilità di ogni pericolo pel suo avvenire. Che cosa poteva rimetterci? Un po’ di tempo e di attività rubati ai suoi affari, alla sua professione, di cui si sarebbe rifatto dopo raddoppiando di zelo! Perchèdunque tardava ancora a prendersi quella donna?...

Il desiderio lungamente covato del possesso, diventato ora bisogno violento, s’imponeva a lui come una necessità improrogabile, non lo faceva più per nulla esitare davanti alle probabilità maggiori o minori di successo ch’egli avrebbe avuto uscendo ad un tratto dal suo riserbo per osare un colpo d’audacia. È vero ch’ella gli aveva spesso ripetuto, a proposito di passioni ispirate e non corrisposte da lei, di assedî postile e vittoriosamente respinti: “Con me, o matrimonio, o nulla!„ Ma non era che un ritornello conosciuto certo da tutti gli amanti ch’ella aveva avuto, la parola d’ordine della sua virtù avanti di capitolare!... Che avrebbero fatto Valdora, l’onorevole Ascani, i vecchi topi di palcoscenico infine, s’ella avesse messo loro dinanzi un tal dilemma? Certo ne avrebbero riso e sarebbero divenuti più intraprendenti di prima. Ora egli si credeva abbastanza formato alla loro scuola, e non voleva più apparire sciocco agli occhi loro!...

Così una sera, dopo un’ora di deliziosa intimità nel salottino di lei, seduti sul medesimo divano, con le ginocchia che quasi si toccavano, sentendo il sangue montargli al capo e ingorgargli il cervello, egli le afferrò ad un tratto le mani cingendosene la vita e le avventò un lungo bacio sulla bocca.... La cantante si svincolò, balzò in piedi con uno scatto di dignità oltraggiata e in rivolta, additandogli la porta con un gesto solenne della mano e stendendo l’altra verso il bottone della soneria elettrica. S’ella avesse serrato un pugnale in quel momento, avrebbe fatto certamente pensare, tanto drammatica era la sua posa, ad Elvira dell’Ernaninell’atto di respingere il suo reale aggressore — benchè in verità Torreforte, tra la sorpresa, la vergogna e lo sconvolgimento della sua esaltazione bruscamente rientrata, non avesse nulla di maestoso in tal frangente, ma piuttosto l’aria dimessa di un cane frustato.

— Vi credevo migliore degli altri.... — gli disse mentre egli, dopo aver balbettatoqualche scusa, si disponeva ad andarsene non sapendo che fare di meglio. — Mi sono ingannata!

Fu un amaro e crudele risveglio per Filippo Torreforte. La brusca scena inattesa lo aveva lasciato tutto stordito, senza forza di rialzare il capo sotto il peso dell’umiliazione patita. Una voce insistente dentro di lui gli diceva di profittare della dura prova attraversata per lasciare la pericolosa e malsana strada in cui s’era cacciato, per rimettersi sulla via maestra tracciatagli dal dovere, ritornando alla sua vita di lavoro e di fortificante solitudine, ai propri affari che lo reclamavano e che già egli avea incominciato a trascurare in modo allarmante. Gli pareva che fosse la cara voce di sua madre a parlargli così internamente, di sua madre che già avevaintuito, col vigile istinto della maternità, l’alterazione avvenuta in lui, che non osava lagnarsi delle sue lettere meno frequenti e distratte, ma se ne inquietava, e voleva sapere ogni volta se stesse perfettamente bene in salute, se non avesse qualche preoccupazione per il capo.... Egli sentiva che là, su quella strada dove s’era trovato spinto innanzi quasi di sorpresa, non avrebbe incontrato che amarezze e dolori. L’esperienza fattane con la cantante era lì per provarglielo; troppo il fondo del suo carattere era semplice e schietto, troppo egli era ingenuo ed inesperto per navigare con successo in quel pelago di falsità, di malizia, di perfida astuzia. Eppoi, quand’anche così non fosse, dato pure che il palcoscenico non gli avesse procurato che ebbrezze di piacere e di vanità, non doveva egli egualmente fuggirlo? La sua fibra non era abbastanza forte per permettergli di dividersi tra il dovere e il piacere, non gli consentiva di praticare l’uno senza escludere l’altro. Egli non disponeva che di una energia morale limitata, dellaquale il segreto stava nella sua solitaria ed austera vita di lavoratore, al di fuori d’ogni distrazione pericolosa e d’ogni tentazione. In tal modo avea potuto percorrere tanto cammino in pochissimo tempo e trovarsi non troppo lontano dalla mèta sospirata. Ma rotto l’equilibrio, alterata la severa regola impostasi, la sua forza lo abbandonava, si disperdeva, non riusciva più a lui di ritrovare la propria ammirabile attività e di concentrarsi nel lavoro. Se non gli era bastato che di affacciarsi appena alle porte di quel mondo, così seducente e così pieno di pericoli ad un tempo, per rimanerne già turbato e scosso, che avverrebbe se vi si inoltrasse ancora, se vi si ingolfasse del tutto?...

Egli prevedeva tutto: la caduta delle sue ambizioni, l’impossibilità di fare più un passo avanti se non pure la possibilità di perdere tutto il terreno guadagnato, la povertà per sua madre, per le sue sorelle, per lui!... Il solo pensiero di sua madre, l’idea di rendersi spergiuro dinanzi a lei mancando al voto fatto,non dovevano bastare a corazzarlo contro ogni tentazione, a dargli la forza di voltare sdegnosamente le spalle se anche gli si aprissero dinanzi gl’incanti di un eden?...

Eppure no, non bastavano più adesso ad allontanarlo dal palcoscenico, a strapparlo dal malsano ambiente di cui i suoi polmoni avevano già assorbito l’aria viziata! Egli non si rivoltava ancora contro sè stesso, non pensava alla possibilità di abiurare alla propria religione, ma rimandava ancora il ritorno definitivo alla sua raccolta e feconda esistenza di prima, si lasciava scivolare sempre più per la via delle transazioni e degli accomodamenti di coscienza. Poichè ce n’andava di mezzo tutto il suo avvenire egli contava bene di allontanarsi dal teatro, di seppellirsi un’altra volta, come sino a due mesi avanti, tra i processi ed i classici del Diritto.... Sì, madopo! Dopo, voleva dire per Torreforte non prima di aver messo anche lui le labbra alla coppa del piacere a cui tutti bevevano avidamente, largamentelassù, sul palcoscenico, non prima di avere preso egli pure la sua parte, per quanto modesta, al grandioso festino di lussuria che si svolgeva ogni sera sotto i suoi occhi affatto esperti adesso. Non invano aveva avuto la rivelazione di quel mondo ignorato e seducente al di là della sua imaginazione, non impunemente s’era sentito accendere nel sangue la febbre di desiderio che lo spettacolo di tanti amori annodati liberamente, quasi ridendo, di tutte le tentazioni offerte e le concupiscenze destate produceva su lui, perchè potesse andarsene così com’era venuto, senza avere appagata ed estinta la smania di godimento che gli era entrata nel cervello.

Ma non era questo soltanto. L’umiliazione inflittagli da Alice Rossati gli scottava le carni; l’indegnità della condotta di lei a suo riguardo l’avea furiosamente irritato, mettendogli addosso un pungente bisogno di ostilità e di rappresaglie. Il giuoco di lei gli appariva adesso lucidamente: l’avea attirato, lusingato, sedotto sin dal primo giorno per servirsene secondoil proprio interesse, per sfruttarlo con sapiente calcolo. La sua collera era tanto più violenta in quanto egli sentiva di desiderarla ancora, più di prima anzi! Voleva farle dispetto ad ogni costo, porre l’assedio, e con successo, ad un’altra sotto i suoi occhi per mostrarle che non si curava di lei, che piaceva ed era desiderato altrove!

Per ciò solo, Torreforte si volse dalla parte di Regina Morelli, il biondo e tramontante astro lirico in chiave di mezzo soprano di cui il folgore passato dava tanto fastidio agli occhi della prima donna. Ne fu accolto nel modo più incoraggiante; ella era furiosa contro Valdora che la trascurava sempre più indegnamente, e peggio d’una vipera verso la Rossati che ne godeva e glielo portava via accettando la sua corte. Ignorando ciò ch’era passato tra Torreforte e la propria rivale, non avendo avuto il tempo di accorgersi del cambiamento sopravvenuto nelle loro relazioni tanto manifestamente cordiali che i più parlavano di rapporti intimissimi, ella credette di regalarsil’acuta gioia di rubarlo all’altra, di prendersi una solenne rivincita. Perciò fu felice, e se l’ebbe come un omaggio offertole in prova d’amore, allorchè, durante un breve periodo di malattia attraversato dalla prima donna, Torreforte il quale avea conservato delle apparenze d’amicizia con lei ma non metteva più piede nel suo appartamento, s’era astenuto all’incontro di tutti gli altri, dal farle una sola visita. Di ciò ella avea potuto benissimo assicurarsi poichè dimorava nel medesimo albergo della prima donna, e grazie al reciproco sistema di spionaggio stabilito tra loro per mezzo dei camerieri. E un giorno che Torreforte si trovava da lei e la convalescente era scesa a prendere per la prima volta l’aria e il sole liberamente nel giardinetto sottostante dell’albergo, ella avea voluto che il giovane s’affacciasse pure al balcone, perchè l’altra li vedesse insieme, a due passi da lei, e sentisse di più l’affronto della condotta del giovane a suo riguardo in quella circostanza....


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