NOVELLA SENTIMENTALE.

NOVELLA SENTIMENTALE.

Quasi tutti gli amici del pittore conoscevano un po’ la sua storia; le svelte colonnine del piccolopatiocosì fresco in estate, col lamento sommesso dello zampillo nella conca d’alabastro, oppure gli stupendi arazzi dello studio nel suo villino moresco ai Monti Parioli, dovevano persino averla imparata a mente, tante volte egli l’aveva raccontata, mentre offriva del genuinowiskyd’Irlanda, il suo liquore preferito, o certe deliziose sigarette egiziane, con quella grazia signorile che gli era particolare.

Vi era nella facilità con cui si lasciava andare a tali intime confidenze, spesso senza neppure esservi spinto, qualche cosadivoluto, la premura di chi abbia un grosso debito di riconoscenza da soddisfare, e lo sconti giorno per giorno, coscienziosamente, con una regolarità che alla lunga abbia finito per fare del culto un’abitudine.

Comunque fosse, costituiva certo un soggetto di viva simpatia l’udire questo artista già sulla soglia della celebrità, circondato da un lusso raffinato, ricercatissimo dappertutto, riandare con tanta semplicità il suo lontano passato, e la triste miseria d’un tempo, la miseria dalla quale egli forse non sarebbe mai uscito senza la pia creatura ch’era apparsa inattesamente nell’esistenza di lui come la Provvidenza. Ed egli non si dava punto l’aria di un eroe alla Smiles, poichè metteva anzi tutto il suo impegno nel far rilevare che non soltanto gli era stata aperta, ma ancora spianata la via sino all’ultimo, sino al giorno in cui s’era trovato in grado di far da sè, come qualunque altro....

Eppoi, egli era un narratore così vivo, così efficace! Mentre raccontava, quelli che l’ascoltavano si vedevano quasi trasportatilaggiù, in Sicilia, in quel ridente paesello a pochi chilometri da Palermo, fra il mare e la montagna, lungo la spiaggia brulla, arsa dal sole, dove vegetava soltanto qualche rara macchia di fichi d’India.... E come rapidamente, con pochi tocchi interessanti, sapeva ricostruire tutto il triste periodo della sua infanzia, della sua adolescenza, tanta parte preziosa di esistenza sepolta in un povero villaggio di pescatori, quasi alle porte della grande città rumorosa e piena di allettamenti, l’eden donde lo aveano cacciato i vizi di suo padre, la sfrenata passione del giuoco che lo aveva costretto un bel giorno a vendere ogni cosa e a ritirarsi per sempre con la moglie ed il bambino lontano da Palermo, in quella casetta di campagna salvata per miracolo dal naufragio di tutta la proprietà!

Egli era cresciuto là come un piccolo selvaggio, triste, solitario, tra il padre mezzo rimbecillito dalla catastrofe, taciturno, intrattabile, e la mamma ammalata, sempre fra letto e lettuccio, abbandonato quindi a sè stesso, risentendo penosamenteil contraccolpo di una simile esistenza tirata avanti a furia di espedienti, grazie alla carità ora di uno, ora di un altro parente. Il ricordo dei primi anni trascorsi nell’opulenza e nel fasto assediava senza posa il suo infantile cervello, s’ingrandiva a misura che diveniva più lontano, prendeva una luminosità fantastica. Erano la sua felicità e il suo tormento quelle interminabili corse attraverso il passato, quella tumultuosa sfilata d’immagini: la palazzina al Giardino Inglese, col grazioso parco dove lo portavano a passeggiare tutte le mattine dentro alla carrozzella tirata da due capre; la governante francese, una bionda fine, elegante, che tutti si voltavano a guardare allorchè uscivano a spasso insieme; il superbo tiro a quattro che suo padre guidava egli stesso, le giornate di corse; ilbal d’enfantsin casa dello zio marchese, dov’egli era andato travestito da mandarino cinese, coi capelli intrecciati a coda, e certi balli lunghi, lunghi; i mercoledì sera di sua madre, nei quali faceva una breve comparsa, tirato di qua e di là, carezzato, baciucchiato,sino a che, ad un cenno della signora,mademoisellenon lo conduceva a dormire; la cameriera che ogni mattina veniva a portargli il caffè-latte col panino burrato, mentr’era ancora a letto, annodandogli intorno al collo un enorme mantile bianco perchè non avesse ad insudiciare le coperte.... — mille particolari di un’esistenza viziata e di lusso, tutto il suo piccolo e povero paradiso perduto!

Non c’erano voluti che pochi mesi di un tale improvviso e radicale mutamento di vita, per fare dell’adorabilebébéroseo e grassoccio, sempre ridente, sempre buonino, un ragazzetto esile e pallido, con un’aria di generale malessere, e sensibile poi, pronto a rompere in pianto per nulla, altero e solitario come un minuscolo principe in esilio. Una volta non era così; anzi le sue famigliarità con la servitù, i suoi trasporti di simpatia per le bambine del portinaio oppure pel figliuolo del cocchiere, gli procacciavano ad ogni minuto la solita ramanzina dimademoiselle:

—Il faut se tenir à l’écart des gens comme ça, m’entendez-vous?

Ma adesso, la sua povertà lo spingeva a rivoltarsi; la memoria del fasto trascorso, contrastando crudelmente con l’umiliante condizione succeduta, gli faceva rizzare la testina fieramente. Trascurato dai genitori che non se ne occupavano punto, allontanato per via della propria alterezza da tutti coloro i quali gli stavano attorno, il ragazzo cresceva in uno stato d’isolamento morale che favoriva eccessivamente lo sviluppo della sua sensibilità e della sua fantasia; egli se ne stava quasi sempre fuori di casa, errando di qua e di là per la spiaggia e per la montagna, come uno senza tetto.

Gli anni passavano in tal modo, uno dopo l’altro, senza recare alcun cambiamento, senza lasciar intravedere alcuna speranza, trasformando lentamente, nella squallida uniformità di una simile esistenza, il fanciullo nell’adolescente, l’adolescente nel giovine. La sua fierezza se ne andava a poco a poco, e vi subentrava invece una profonda tristezza, uno scoraggiamento indicibile, un sentimento di completa rinunzia generato dalla coscienzadella propria situazione, dall’insuccesso di ogni tentativo per uscirne, troppo incolto com’egli era per imprendere una carriera qualunque, troppo ben nato e fine per adattarsi ad un mestiere, abbandonato dai parenti di Palermo che avevano tutti una famiglia propria a cui pensare.

Così, continuava a vivere solitario, vagabondando sempre per la campagna, vegetando malinconicamente, pascendosi lo spirito di fantasie e di lunghe contemplazioni. Piaceva a lui sopratutto di salire sulla collina, di arrampicarsi sopra un albero, sopra un muro, un punto d’elevazione insomma, e di là starsene a fissare il paesaggio sottostante, la marina che si stendeva a perdita d’occhio, cullando mollemente, se il tempo era bello, una variopinta flottiglia di barche peschereccie. Oppure, se ne andava di là dalla montagna, in mezzo ai campi, e si dimenticava per delle ore, sdraiato a terra, cogli occhi socchiusi, senza spiegarsi egli stesso il segreto fascino che lo faceva cadere in contemplazione colà, nell’aperta campagna, la campagna dove il contadino sispezzava la schiena all’acqua e al sole, ansimando forte ad ogni colpo di zappa, che il proprietario considerava con l’occhio cupido, badando ad ingrassare meglio la terra per spremerne più denaro, attraverso la quale ognuno andava e veniva pei propri affari, senza riguardarla altrimenti che dal punto di vista del profitto da trarne, come una cosa da sfruttare.

V’erano dei posti ch’egli prediligeva particolarmente, certi luoghi quasi selvaggi, dove non si vedeva mai alcuno, e quasi di suo dominio — un possesso ideale ch’egli finiva col prendere sul serio e non amava punto dividere con altri. Fu appunto un tal puerile sentimento di gelosia che provò quella volta che si vide sorpreso in uno dei suoi posti favoriti dalla forestiera ch’era capitata un bel giorno a Porticello e aveva preso in affitto una villetta solitaria e lontana dal paese. Egli se n’era quasi scappato via, contrariatissimo, non senza risentire però un vago turbamento, un rimescolìo di curiosità. La scena si era ripetuta ancora, poichè l’amore ed il sentimento comune del pittorescorendevano facili simili incontri, e la signora non aveva potuto fare a meno di notare l’atto di lui e di sorriderne con la vecchia governante che l’accompagnava.

Questa forestiera — una russa — si chiamava la contessa Barbara Federowna, ed era una donna giovanissima, con una testa piccola e bionda, assai dolce, il volto fine, dal profilo quasi tagliente, coperto sempre da un cupo pallore, eccetto che verso i pomelli su cui si concentravano due macchie rosse, dagli occhi larghi, nerissimi, in fondo ai quali si leggeva chiaro un’espressione di stanchezza e di sfiducia, con una personcina alta e sottile da vespa, le spalle un po’ curve ed il petto depresso — un insieme che parlava di tisi cento miglia lontano. Non aveva che la compagnia della vecchia governante, la quale pareva le fosse assai devota; facevano una vita ritiratissima, ed era difficile vederle, a meno di passare vicino alla villetta di cui le finestre aperte lasciavano entrare liberamente l’aria ed il sole, o d’imbattersi in loro per la campagna, dove le due donne facevano delle frequenti escursioni.

Alla lunga, egli aveva finito col non fuggire più, rimanendosi tranquillo a guardare, lasciandosi a poco a poco attirare dalla grazia sottile della dama, dal particolar profumo di grazia e di gentilezza che pareva emanare da lei. Una volta, l’avea veduta in mezzo ai campi che s’aggirava un po’ inquieta, non riuscendo più a trovare la strada per la quale era venuta; allora, egli s’era avvicinato, timidamente, indicando la via da prendere, cercando di spiegare con chiarezza l’itinerario da seguire. Ma come la russa mostrava di capirlo assai poco, gli venne l’ispirazione di metter fuori, per farsi intendere, quel po’ di francese che aveva imparato da bambino conversando con mademoiselle. Ella parve colpita e contenta di ciò e subito gli domandò il suo nome, e quando egli l’ebbe risposto di chiamarsi Vico Arganti, cento altre domande seguirono, in folla, nell’animazione del piacere che le procurava il sentirsi sollevata dalla pena di non comprendere e di non esser compresa.

In tal modo Vico Arganti e la contessaBarbara Federowna s’erano conosciuti, e la loro dimestichezza era cresciuta, in seguito, al punto che un giorno egli s’era creduto non solo autorizzato, ma ancora in obbligo di portarle un taccuino indubbiamente smarrito da lei durante una delle sue passeggiate. Il cancello della villetta era aperto, e, appena entrato, egli s’era trovato in una stanza inondata di luce, dove se ne stava la contessa, seduta davanti ad un cavalletto di pittore, nell’atto di copiare dal vero un mazzo di rose. Non era stato che l’affare di pochi minuti, il tempo di consegnare l’oggettino e di riceverne dei ringraziamenti cordiali.... Ma tanto era bastato a lui per notare e fissare nella memoria l’attitudine in cui l’avea sorpresa, con la testa gettata indietro, considerando fra le palpebre socchiuse l’effetto della pennellata posata allora sulla tela, e ancora la scatola dei colori piena di tubetti di latta, bianchi, verdi, rossi, turchini, gialli, gettati alla rinfusa insieme ai pennelli, al carbone per disegnare, alla boccetta con l’acqua ragia, la tavolozza coperta da uno strato densodi colori impastati e fusi tra loro — e sopratutto il mazzo delle rose che rifioriva sulla tela in un trionfo di tôni rossi vellutati, di tôni bianchi lattei, di tôni gialli sulfurei, mentre le altre, le vere, languivano dentro al vaso di cristallo, ripiegandosi sui loro steli.

D’allora, egli s’era messo a spiare ogni occasione di renderle qualche piccolo servigio, di avanzare nell’intimità di lei, per penetrare in quella larga stanza piena di luce, davanti al cavalletto dove la contessa dipingeva; e le occasioni non si lasciavano desiderare a lungo, poichè ella pareva tutta contenta di aver trovato un cicerone che la informasse di tutto mentre la guidava lungo la spiaggia o in mezzo alla campagna, e poichè amava tanto i fiori. Un giorno che il giovane gliene portò un fascio enorme, ella quasi sembrava diventata una bambina, tanto il piacere era vivo. E frattanto che la contessa affondava nelle rose il viso pallido e affilato, non sazia mai di contemplarle e di odorarle, egli fissava avidamente la tela esposta in quel momento sul cavalletto,un pezzo di paesaggio di cui erano noti a lui i menomi particolari e che gli riviveva adesso davanti agli occhi, come per incantesimo, con la collina bassa, di un azzurro tenero tenero, coronata da una folta macchia grigia di ulivi, col gran prato tutto verde dove qualche filo d’erba cominciava ad ingiallire sotto il calore del sole di maggio, col vecchio casolare smantellato nel mezzo, dentro a cui i cacciatori si venivano ad appostare per tendere le loro reti....

Tornando dalla villetta quel giorno, Vico Arganti aveva risentito una certa agitazione, il fermento della sua intelligenza la quale si destava dal lunghissimo torpore, il lavorìo interiore che suole manifestarsi quasi sempre all’alba di una vocazione che nasce. Tali sintomi si erano venuti accentuando dippiù, mano mano che egli, sempre maggiormente addentro nell’intimità della forestiera, trovava modo di introdursi più di frequente nello studio di lei, spesso mentre era intenta a dipingere, poichè ella si andava abituando alla sua presenza. Provava un senso di profondo ecrescente stupore. Aveva tanto pieni gli occhi del paesaggio in cui aveva cominciato a dilettarsi fanciullo, ne aveva così luminosamente impressa nel cervello la visione!... Ed ecco che improvvisamente, gli si rivelava la tecnica di un’arte la quale riproduceva tutto ciò in modo meraviglioso!...

Certo, egli aveva veduto tante volte delle pitture, ma l’opera compiuta, l’opera in sè stessa lo aveva sempre lasciato indifferente, perchè non ne avea alcuna nozione, perchè era una cosa troppo al disopra della sua incolta intelligenza. Era appunto l’opera d’arte al momento dell’esecuzione, il processo tecnico veduto adoperare, la parte materiale infine, che svegliava in lui tale fermento e gli metteva addosso una curiosa febbre d’imitazione. E restava estatico davanti al cavalletto, covando con gli occhi la tavolozza e il mazzo dei pennelli, tormentato dalla voglia di fare altrettanto.

Dal canto suo, la contessa cominciava a porre attenzione a quel grande fanciullo di ventitrè anni che aveva l’aria di trovarsiin un mondo incantato allorchè entrava nel suo studio, e pareva sentirsi attratto inconsciamente da una forte vocazione. E a poco, a poco, vagamente dapprima, poi gradatamente rafforzandosi, le nacque l’idea di trarre qualche frutto da un tale ardore, di sviluppare e coltivare l’apparente vocazione, mettendolo sulla via di divenire forse un vero artista.

Le lezioni principiarono subito, occupando delle lunghe ore, senza stancare mai l’animoso scolaro. In qualche mese di assiduo e febbrile studio, egli già s’era fatta la mano al disegno, e cominciava ad adoperare i colori, copiando timidamente le impressioni che la sua maestra ritraeva dal vero.

Adesso, allorchè egli se ne andava là, nell’aperta campagna, sulla riva del mare sconfinato, e si dimenticava in quelle sue contemplazioni favorite, il sentimento che la natura aveva destato in lui sin da fanciullo, il sentimento covato da tanti lunghissimi anni senza rendersene conto nè saperlo analizzare, lasciava ciò che d’incosciente e di nebuloso aveva avuto primad’allora, prendeva corpo e si affinava nel tempo medesimo. Il paesaggio di cui s’erano pasciute la vergine fantasia e la malinconica anima di lui, cominciava ad apparirgli attraverso l’occhio specialmente sensibile dell’artista, come una sapiente ed armonica combinazione di linee e di ombre, di piani e di fondi, di colori e di luce. E contemporaneamente cresceva e maturava in lui il desiderio vessante di riprodurlo col mezzo dell’arte; la sensazione diretta principiava grado a grado a non andare più scompagnata dalla sensazione riflessa, dalle modificazioni subìte passando attraverso un temperamento particolare d’osservatore, e l’intima emozione che la contemplazione generava, nasceva già insieme alla ricerca inquieta del partito pittorico da trarne. Vi era una logica relazione di cause ed effetti fra quella specie di fascino che lo spettacolo della natura aveva sempre esercitato su lui, e la sua improvvisa vocazione per l’arte, una relazione così stretta, che forse tale vocazione non si sarebbe manifestata mai se, in luogo di fare della pittura di paese,la forestiera con cui la sua buona stella avea voluto che si fosse incontrato, avesse trattato la figura o altro. Poi, una volta compiuto questo processo evolutivo pel quale dal sentimento incosciente della natura, era generato il sentimento dell’arte, l’uno e l’altro avevano continuato ad agire insieme, come avviene nei veri artisti.

I progressi si seguivano rapidamente, anticipando di moltissimo la meta che nelle scuole d’arte si raggiunge assai più tardi, e ciò grazie non soltanto alle disposizioni eccezionali delle quali Vico Arganti era animato, ma ancora alla sapiente ed amorosa direzione della sua maestra, la quale aveva un reale talento di artista.

Quell’estate, e poi l’autunno e l’inverno successivi, erano passati per lui in una gaia febbre di lavoro, in una specie di completa rigenerazione, da cui egli usciva mutato, divenuto tutt’altro uomo, trasformato dal potente risveglio della sua intelligenza, della sua energia morale, della sua coscienza. Poi, come entrava di nuovo la primavera, egli pensò con unostringimento grande di cuore che forse la russa, profittando della mite stagione, avrebbe fatto ritorno in patria, abbandonandolo nella solitudine oziosa ed amara in cui aveva languito un’eternità. Ma invece, la contessa diceva che l’aria di Porticello le recava un gran bene, e tutto quel resto d’anno passò ancora senza che ella parlasse di partire.

In tal modo, i mesi se ne andavano uno appresso all’altro; Arganti progrediva sempre, con una rapidità incredibile, e cominciava magari a fare lui pochino da sè, dapprima timidamente, poi con coraggio e franchezza, grado a grado che vi si faceva la mano. Nonostante la brevità del tempo e il difetto di un insegnamento accademico, l’artista cominciava già a sbocciare nello scolare. I primi tentativi per emanciparsi dalle pastoie della copia, dopo non ancora due anni di studio accanito, indefesso, superarono ogni aspettativa della contessa: v’era in certi suoi studietti un gusto così felice nella scelta del paesaggio e degli effetti da trarne, e sopratutto un senso così profondo del colore!Non era difficile intuire, appena accennato adesso, il partito che da quelle felicissime attitudini si sarebbe potuto cavare in seguito. E già l’avvenire si cominciava a delineare nettamente davanti agli occhi di Vico Arganti, nella rosea luce dei progetti che la contessa faceva adesso per lui: ancora qualche po’ di tempo, gli diceva, e lo avrebbe mandato a Roma, allo studio di un grande paesista polacco, passandogli del proprio una pensione mensile.... Egli l’ascoltava in silenzio, cogli occhi brillanti d’entusiasmo, troppo riconoscente e felice per pensare solamente alla possibilità di un rifiuto, insensibile alle gonfie parole di suo padre che predicava pomposamente la dignità del nome, l’orgoglio nella miseria, il dovere di respingere un’elemosina insultante, irrigidendosi tutto per non lasciarsi smuovere dal viso lacrimoso della mamma, sempre ammalata, che l’idea di restare senza di lui atterriva.

Gli pareva di sognare, dinanzi alla prospettiva di uscire da quello stato insopportabilmente triste, di trovarsi in grado di conquistare il proprio avvenire — unavvenire luminoso e pieno di lusinghe — di barattare la sua strana e primitiva vita di eterno fanciullo vegetante come i fiori, come gli alberi, come le erbe, insieme a loro, per l’esistenza di un uomo che ha delle passioni per cui soffrire e godere, degli ideali, delle ambizioni per le quali lottare. S’ammazzava a furia di studio e d’applicazione, avanzando ogni giorno dippiù dei passi prodigiosi, sopratutto perchè più della febbre che il pensiero dell’avvenire da conquistare gli metteva in corpo, lo sospingeva l’anima d’artista ch’era in lui, l’anima sbocciata come un fiore al cospetto della natura, cresciuta nella contemplazione di essa. E contava ansiosamente i giorni che gli restavano da aspettare ancora, secondo il progetto della contessa, prima di partire, di andarsene a Roma....

Senonchè, gli avvenimenti erano precipitati ad un tratto; un giorno che si era recato come al solito dalla forestiera, avea trovato la villa sossopra, e un’aria di tristezza e d’agitazione che stringeva il cuore. Ella era scoppiata a piangere appena eglientrò timidamente nello studio, e la vecchia governante allora se l’era presa fra le braccia, carezzandole i capelli, cercando di consolarla, mettendosi a cullarla sulle sue ginocchia come una bambina, poichè non voleva rasserenarsi e ripigliava a piangere convulsamente, col volto contro il petto di lei. Poi, al primo momento di calma, ella s’era messa a spiegargli perchè fosse così turbata, la lettera ch’era venuta il giorno avanti e che la richiamava in Russia subito, senza il menomo indugio!... Vico Arganti era rimasto là, sbalordito, non sapendo che dire, vedendo crollare improvvisamente il meraviglioso edificio innalzato per lui.... Invece, la partenza di lei non distruggeva nulla, ma veniva anzi a maturare il compimento dei suoi voti. La contessa aveva già disposto ogni cosa, la lettera pel pittore polacco di Roma e la somma per il viaggio, per affrontare le prime spese, sino al giorno che gli avrebbe fatto pervenire il primo assegno sulla pensione destinatagli....

La sera, Vico era tornato ancora alla villa, l’ultima volta, e vi era rimasto sinoa ben tardi: una lunga serata, piena d’intimità, ch’ella aveva speso prodigandogli un mondo di affettuosi consigli, mille piccole istruzioni, parlandogli sommessamente, teneramente, come una mamma, con la voce debole e stanca, interrompendosi ogni tanto, soffocata dall’emozione... Ed all’alba del giorno dopo era partita, partita per sempre, per la Russia lontana e nevosa, triste, disfatta quasi che si portasse la morte nel cuore....

Quindici giorni dopo, era partito anche lui, direttamente per Roma; e qui, il racconto del pittore s’arrestava, poichè il ricordo dei suoi primi anni passati nella Capitale, dell’interesse e delle simpatie che s’era subito guadagnate, dello strepitoso successo suscitato col primo suo grande quadro alla Promotrice, della rapidità e fortuna con cui aveva conquistato in un tempo relativamente breve il proprio nome e la propria posizione, era troppo recente e troppo vivo nei suoi amici.

Costantemente, giunti alla fine, coloro ai quali il pittore si compiaceva di fare tali confidenze, si mettevano ad interrogarlo intorno alla contessa Barbara Federowna, volevano sapere se l’avesse più riveduta, perchè ella avesse dovuto ritornare così precipitosamente in Russia, che donna fosse, quello che n’era divenuto. Vico Arganti rispondeva allora vagamente, un po’ imbarazzato da simili inchieste.... Egli aveva ricevuto due o tre lettere dalla russa, nei primi tempi della sua dimora a Roma, col timbro postale di Pietroburgo. Poi, più nulla, e quante lettere le aveva indirizzate, una dopo l’altra, in epoche diverse, altrettante erano rimaste senza alcuna risposta. Nemmeno il pittore polacco al cui studio s’era messo, e che aveva molto conosciuto la contessa in Russia, ne avea saputo più nulla.Però, egli aveva ricevuto ogni mese, puntualissimamente, il suo assegno per mezzo del consolato di Russia a cui ne faceva rimessa un banchiere di Mosca, sino a quando, vergognoso di accettare ancora un aiuto che non gli era più necessario, aveva fatto delle dichiarazioni e delle pratiche perchè gliene fosse sospeso l’invio.

Più tardi, guadagnatasi insieme al nome l’agiatezza, aveva concepito il progetto di un viaggio in Russia per rintracciare la misteriosa benefattrice.... Ma poi, degli altri avvenimenti erano sopraggiunti a fargli dimenticare un tal proposito: la sua passione per una signora vedova della buona società romana, gli ostacoli da superare pel raggiungimento del suo sogno, infine il matrimonio, coronato dalla più pura felicità.

Perciò ora, dopo tanti anni, egli provava un penoso imbarazzo nel rispondere a quelle domande, nel confessare con che facilità s’era rassegnato a non saper più nulla di colei alla quale doveva tutto e avea rinunziato ad ogni ricerca, distratto dal corso lieto della propria esistenza,nell’oblìo del suo egoismo. E come vedevano quasi un velo di tristezza calargli sulla fronte, gli ascoltatori non aggiungevano più nulla, persuasi e commossi di ciò che Vico Arganti diceva in ultimo:

— Ho dei dati per credere ch’ella sia morta.... da un pezzo!...

Invece, non possedeva alcun dato da cui fosse autorizzato a fare un’ipotesi qualsiasi, non sapeva punto ciò che fosse avvenuto della russa, come non sapeva, come non aveva saputo mai nulla di lei, nè della sua esistenza, nè dell’anima sua, nè di tutto il segreto e dolente romanzo d’amore che la povera creatura aveva covato per lui, accanto a lui, senza ch’egli l’avesse neanche vagamente intuito!...

Egli era peranco un fanciullo allora, con tutta l’inesperienza della vita, con tutta l’ignoranza di certi sentimenti.... L’ardente vocazione svegliatasi in lui, l’aveva assorbito fin dall’inizio dei loro rapporti, e dipoi, una volta affermatasi e trionfante, se l’era preso tutto, rendendolo sordo ad ogni altro sentimento, impedendoglidi accorgersi di nulla. Per questo ella s’era imposto, a prezzo di qualunque sforzo, di soffocare in lei la fiamma che la bruciava, di non lasciargli trapelare per niente il suo amore; le sarebbe parso di compiere una profanazione se così non avesse fatto, di sciupare un tesoro d’innocenza, l’intatta verginità del cuore e dei sensi di lui. Eppoi, ella avea sentito vergogna di confessare persino a sè medesima che amava quel ragazzo ingenuo e senza alcuna nozione quasi della vita reale, lei, una donna non più all’età dei sogni, così provata dal dolore, passata attraverso tante tristezze, tante miserie! Eppure come furiosamente l’aveva amato, malgrado ciò, nell’intimo dell’anima sua! Forse per questo anzi, perchè non aveva osato fissarla neppur lei, perchè s’era costretta a soffocarla nel fondo più recondito del suo cuore, la fiamma era divampata con tale veemenza. Che avrebbe potuto venirne a lei da tale amore?... Dei dolori, e null’altro. Ed ella pareva appunto nata per soffrire, sempre....

La sua fantasia era stata colpita, sin dai primi incontri, dall’aspetto interessante del giovanotto, dal contrasto fra l’abito mezzo contadinesco, le selvatiche maniere, e la finezza aristocratica nel profilo, in ogni tratto del viso, nelle mani, quell’aria di razza che non si perde mai. Ancora, avea destato il suo interesse la furia con cui Vico Arganti s’allontanava dapprima, appena la vedeva, la fanciullesca e trasparente irritazione del sognatore sorpreso nel mistero della sua solitudine, turbato nell’intimità delle proprie fantasie. E quando il giovane parve a poco a poco addomesticarsi, ella ne provò un visibile compiacimento; e quando in seguito egli le avea rivolto la parola adoperando una lingua che mai si sarebbe attesa di sentir parlare da lui, al compiacimento si era aggiunta una viva sorpresa, e quando infine avevano famigliarizzato fra loro, interesse, compiacimenti, sorpresa erano rapidamente cresciuti, fondendosi in un sentimento di simpatia così vivo e così franco, ch’ella doveva frenarsi in alcuni momenti per non prendersi ilbraccio di lui sotto il suo, per non venire a certe piccole intimità, oltrepassando la naturale distanza che l’età e la condizione diversa stabilivano fra loro.

Come presto erano divenuti amici, come presto avevano imparato a conoscersi! Ella aveva appreso facilmente lo stato di Vico, la catastrofe che l’avea sbalestrato in quel paesello e lo costringeva a vivere così, tra la luminosa visione del passato e la squallida realtà del presente, nell’abbandono d’ogni speranza, nella mancanza d’ogni risorsa. Allora, una grande, un’acuta pietà le avea invaso il cuore, il cuore avido di maternità, fatto forse per le sue pure e non mai provate ebrezze. Ed era in tal modo infatti, con un senso di tenerezza materna ch’ella pensava a lui, allorchè si era sorpresa per la prima volta a pensarvi troppo a lungo.... L’aveva siffattamente conquistata con la sua grazia ingenua, con la sua aria di timida bontà, l’aveva così commossa col racconto rapido e semplice della sventura a cui soccombeva, delle proprie tristezze!...

Ella avea subito, naturalmente, concepitoil proposito di adoperarsi per lui, di riparare come meglio le sarebbe riuscito alla durezza e all’ingiustizia della sorte, e quel proposito appunto l’aveva animata allorchè si era posta a secondare la vocazione che sembrava destarsi in lui, dapprima così, a mo’ d’esperimento, poi, grado a grado, con convinzione, con fede. Ma un simile sentimento, germogliando nel cuore di una donna ancora assai giovane, non guasta dall’esistenza, al contrario, spiritualizzata dai dolori trascorsi, per un bel giovine che aveva dei capelli così neri e così fini, dei grandi occhi vellutati e pieni di dolcezza, la carnagione delicatissima, d’un pallore sano e denso, una freschezza ed un’esuberanza vitale di arbusto venuto su all’aperto, non poteva non degenerare, non mutar natura, dato sopratutto lo stato d’anima eccezionalmente propizio traversato da lei. Il semplice profumo di tenerezza quasi materna con cui era nato, era persistito ancora, ma combinato con degli altri più acuti, soffocato alla fine sotto un’esplosione di odori tropicali così ardenti,ch’ella ne aveva provato persino la vertigine!

Barbara Federowna non aveva mai avuto delle romanticherie pel capo; ella avea sentito benissimo tutta la stranezza, l’anomalia del caso che l’avea fatta incontrare con Vico Arganti e l’aveva accesa per quel povero ragazzo confinato dalla propria rovina al di fuori d’ogni consorzio civile, cresciuto in uno stato d’incoltezza e di semplicità primitiva — lei, una forestiera, una gran signora nata nell’ambiente raffinato della miglior società di Pietroburgo — in un paese a lei quasi sconosciuto, avendo per sfondo un misero e pittoresco villaggio di pescatori. Troppo la sua natura era semplice, troppo ell’era sobria e triste, perchè l’imprevisto di un’avventura romanzesca potesse allettarla!

Ma se la singolarità delle circostanze esteriori che aveano presieduto il sorgere della sua passione, non avea agito punto per sè medesima su di lei, non era bastata neppure a costituire un ostacolo contro il sentimento destatosi irresistibilmente, contro l’impulso del suo cuore.

Ciò che l’avea resa accessibile ad un amore così fuori del comune, era stata l’estrema sensibilità che le veniva dall’aver tanto sofferto, era stata la sua dolente esistenza, sin da quando l’avevano sposata quasi per forza ad un vecchio egoista e tirannico, perchè questi era ricco ed occupava un’alta posizione a Corte; erano stati gli anni d’ineffabile martirio nel tetro palazzo Federowna, subendo tutto, dagli accessi furiosi di collera agli orribili trasporti di senile lascivia, rassegnatamente, poichè non era di quelle che sanno facilmente consolarsi in simili casi — fino al giorno in cui la liberazione, almeno temporanea, era venuta, avendo i medici fatto questione di vita o di morte per lei se non si fosse decisa ad un lungo soggiorno in un paese caldo e di marina, e poichè suo marito, trattenuto da un altissimo ufficio presso il Gran Cancellierato, era stato costretto a lasciarla andar sola....

Sopra ogni altra cosa però, era valso a renderle possibile il concepimento di quella passione l’intatta verginità del suocuore, l’assoluta mancanza in lei d’ogni precedente sentimentale. Passata dal convento, quasi senza transazione, sotto all’esoso dominio di un vecchio, ella era restata casta d’anima e di sensi; suo marito aveva ben voluto di poi spingerla in società, farle un posto a Corte, sebbene perseguitandola continuamente con una sorveglianza opprimente, ma Barbara Federowna si era sentita sempre così malata di spirito e di corpo, così tetragona ad ogni istinto di vanità e di civetteria femminile, ch’ella aveva terminato col rimanersene solitaria, fuori degli attacchi dei don Giovanni di salotto, quasi estranea al mondo in cui viveva.

Con tutto ciò però, la forte simpatia iniziale che il giovanotto aveva svegliato in lei difficilmente sarebbe andata oltre, sino a raggiungere il grado critico della passione, senza la cecità e l’incombustibilità di Vico, frutto dapprima della sua inesperienza, della sua timida ingenuità, poi di quell’amore per l’arte sviluppatosi in lui con tanto ardore, che l’avea assorbito affatto, rendendolo insensibile a tutto e corazzandolod’egoismo. Forse, se egli avesse compreso quanto avveniva nella russa per lui, se alla sua volta avesse provato qualche cosa di simile, se avesse osato infine, il magico incanto da cui Barbara Federowna si era lasciata cullare, sarebbe svanito, provocando una salutare reazione, ed ella avrebbe trovato la forza d’irrigidirsi contro il suo amore, di svellerselo dal petto. Così, invece, ella avea potuto abbandonarsi interamente al soave suo sogno; l’idea che Vico non avea occhi per accorgersene, che non se ne sarebbe accorto mai, se da un lato avea lasciato ardere senza contrasto la fiamma, dall’altro l’avea alimentata terribilmente, facendole trovare nel suo amore, destinato a restare incompreso e indiviso, mistiche ebrezze, uno spasimo ineffabile, la penetrante voluttà dell’estasi solitaria.

Certo, la sua fantasia sentimentale avea trovato pascolo e s’era accesa febbrilmente nel segreto patema di una simile situazione, ma il sentimento che l’avea dominata era ben lungi dall’appartenere alla categoria artificiale degliamori di testa: nella grande sinfonia che si era svolta dentro di lei, ogni parte del suo essere avea vibrato all’unisono, fondendo il proprio accordo nel pieno concerto comune, e la voce languida, sommessa, inquietante dei sensi che si erano destati forse appena allora, era stata come un molle accompagnamento in sordina alla larga frase melodica sviluppantesi dal povero cuore malato, mentre l’anima fremente scandiva il canto con degli arpeggi toccanti. Che cosa sarebbe mai ella stata per Vico Arganti?... Nulla, all’infuori di una benefattrice, di una buona dama disposta a proteggerlo. Ella s’era convinta troppo bene di ciò, eppure l’avea amato; l’avea amato perchè gli era piaciuto estremamente con quella massa fine di capelli neri, con quegli occhi vellutati, la bocca e tutta la carnagione d’una freschezza di frutto ancora acerbo; l’aveva amato per la grazia agile e forte del corpo appena formato, per la sua adorabile inesperienza del mondo, per la sua aria malinconica di eterno sognatore, per quell’impronta di signorile distinzione e d’innataeleganza ch’egli portava indelebilmente con sè sotto gli abiti sciupati e in disuso, sotto alla biancheria grossolana; l’avea amato infine perchè la sorte l’aveva tanto duramente colpito!... Eppoi, ancora, per quanto era in lui istintivamente, pel suo vergine talento, per certe naturali finezze del suo spirito, per una somma di qualità non acquisite, che gli costituivano una spiccata e incosciente personalità. Così, ella aveva ammirato, per esempio, il senso squisito di pudore ch’egli aveva della sua miseria, la paura persistente di apparire ridicolo e melodrammatico per via della sua rovina, di quell’aureola di aristocrazia decaduta, di nobiltà in liquidazione, ridotta a ritirarsi in campagna — la paura che gli aveva fatto dire, additandole con una certa compiacenza la rustica casetta di villeggiatura dove abitava, un giorno che erano passati di lì:

— Vede?... Non ha punto l’aria di un vecchio castello in rovina!...

I mesi passavano uno dopo l’altro senza ch’ella ne avesse quasi nozione:doveva aver dimenticato persino l’esistenza del marito, la sua casa, l’indomani che l’attendeva al ridestarsi da quel dolcissimo sogno. Non le restava più alcuna velleità di resistenza; ella s’abbandonava, si lasciava andare tutta in balìa del sentimento che le fioriva nell’anima, resa sicura ed ardita dalla passività di lui. Forse che Arganti offriva alcun pericolo per lei, con la sua continua e desolante attitudine di rispettoso riserbo, dal momento che non vedeva, non comprendeva, non sentiva nulla?...

In ciò risiedeva il segreto della propria intima forza, di quel po’ di calma che le restava tuttavia, ma in ciò stava ancora e sopratutto il suo indicibile tormento, il suo disperato martirio. Ella diventava folle d’angoscia urtandosi inesoratamente contro la cecità e l’incombustibilità di Arganti!... Più s’accendeva in lui la sua straordinaria vocazione per l’arte, così rapidamente affermatasi e sviluppatasi, meno gli rimanevano occhi per avvedersi, senso per intuire latempesta di passione che gli turbinava allato....

In certi momenti, lo spasimo diventava troppo grande, troppo al disopra delle sue deboli forze; ella si sarebbe messa a gridargli il suo segreto, se lo sarebbe preso furiosamente tra le braccia, stringendogli il capo con le mani deliranti, domandandogli come mai, in tanto tempo, non avesse saputo leggerle nel cuore, nel cuore che ardeva, che si fondeva per lui!... Come mai, come mai? Neppure all’ultimo egli avea finalmente compreso, quando l’ora del terribile risveglio era venuta con quell’ordine improvviso e perentorio di raggiungere tosto nell’interno della Russia suo marito gravissimamente ammalatosi ad un tratto, colpito da una paralisi senza rimedio.... Ah, Dio!, neppure allora!... Come mai?... Come mai?!... Ella avea singhiozzato, avea pianto, col viso d’un pallore mortale, col povero petto in tempesta, gli s’era fatta vicino vicino, covandolo con lo sguardo disperato, sfiorandolo con le mani tremanti, mettendogli sotto agli occhi l’atroce spettacolodella sua agonia — ed egli non avea compreso ancora, ed era rimasto là, distratto, nervoso, col pensiero lontano, correndo colla fantasia in tumulto dietro al luminoso avvenire che ora gli si schiudeva sicuramente dinanzi, ai suoi sogni di gloria, all’imminente viaggio, a Roma!...

— Ho dei dati per credere ch’ella sia morta.... da un pezzo!...

Vico Arganti non conchiudeva mai altrimenti, con un accento di dolorosa convinzione che arrestava ogni domanda sulle labbra degli ascoltatori. Ed egli non sapeva, non imaginava neppure, dicendo ciò — grazie alla dimenticanza di una cameriera — che la dolce benefattrice fosse stata a Roma, dopo il matrimonio di lui, e che fosse venuta a cercarlo in quel suo villino ai Monti Parioli.... Ella s’era partita dal cuore della Russia per rivederlo,dopo più di quattro anni dal suo richiamo presso il marito, quattro anni di insopportabile prigionia nelle terre dove il conte s’era confinato, languendo accanto a quel moribondo che avea durato un’eternità a finirla con le sue sofferenze. Tanto tempo trascorso non era bastato a guarirla dalla sua febbre; lungi dal consumarsi anzi, non solo la passione di lei aveva trionfato del tempo e della separazione, ma avea trovato ancora modo di afforzarsi maggiormente, grazie alle particolari condizioni di solitudine e di penetrante assorbimento interiore nelle quali s’era prolungata, grazie sopratutto alla natura particolare della sua anima, mistica anima slava.

Durante quel lungo e desolato periodo, ella era sempre vissuta in ispirito col suo lontano amore, ed era una siffatta comunione ideale appunto che l’aveva aiutata a sopportare il sacrificio eroico a cui s’era votata dedicandosi assolutamente all’infermo. Se avea interrotto completamente ogni corrispondenza con Arganti, era perchè non aveva voluto tradirsi giusto all’ultimo, quando tutto leera parso finito, allorchè aveva creduto di potersi raffermare nel suo proposito di silenzio a qualunque costo, senza trovarsi a troppe dure prove. Si era contentata di seguire da lontano i passi di lui, di partecipare in tal modo ai suoi progressi, alle sue vittorie, dapprima dietro le indirette ma regolari informazioni del pittore polacco il quale l’avea preso al proprio studio, e in seguito su pei giornali, per le riviste d’arte che ella si procurava e che si occupavano dei quadri di lui, delle sue esposizioni annuali alla Promotrice, dei suoi invii all’estero, oppure attraverso la piccola cronaca dei giurì d’arte, delle feste al Circolo di via Margutta a cui egli prendeva parte.... Tutto ciò però non era riuscito ad ingannare il desiderio furioso di tornare a lui che non s’era acquetato un minuto, l’imperioso bisogno di rivederlo che l’avea posseduta costantemente ed era divenuto più tormentoso giorno per giorno. Nel terribile contrasto fra il suo amore che le gridava di abbandonare il marito, di andarsene a raggiungere l’altro, e il sentimento del dovere e dellapietà che le imponevano di restare, quest’ultimo aveva trionfato; ma come ella era uscita esausta da una simile lotta, quale disastrosa vittoria per la propria salute era stata la sua!...

La liberazione era giunta, alla fine!... Ella non l’aveva invocata, non l’aveva affrettata col pensiero, ma poichè era venuta non aveva potuto non respirare di sollievo, non esultarne nel fondo dell’anima sua. I medici, davanti al progetto di un così lungo viaggio, nello stato di salute in cui ella si trovava, s’erano fatti gravi, avevano lasciato travedere il pericolo di conseguenze fatali. Ma Barbara Federowna aveva sorriso ed era partita senz’altro!... Forse che i medici ci capivano per nulla nelle cose del cuore? Quel viaggio da cui essi cercavano di dissuaderla, era per lei, al contrario, la salute, era la vita, era il balsamo d’ogni male! Ella non sapeva bene ciò che sarebbe avvenuto, non aveva in mente alcun proposito determinato, ma le balenava vagamente allo spirito una radiosa visione di felicità, adesso ch’era libera e padrona disè, adesso che egli non era più il povero ragazzo sognatore e spostato d’una volta, ma era divenuto un uomo in tutta la dignità della parola.... Ed era giunta a Roma, e s’era fatta condurre a casa di lui senza neppure avvertirlo prima, dominata da una febbre d’emozione tale, che ella aveva persino temuto di sentirsi abbandonare dalle sue forze all’ultimo momento....

Arganti si trovava giusto allora fuori di Roma, in un castello sul lago di Nemi dove l’aveano invitato a passare qualche tempo insieme alla sua famiglia. Però, la cameriera rimasta a custodia del villino, vedendo quella forestiera dall’aria tanto distinta, così pallida e sofferente, che per poco non era venuta meno udendo la sua risposta, l’aveva invitata ad ogni modo ad entrare, e poichè osservava l’interessamento strano da cui sembrava presa, gli sguardi ansiosi che andava gettando attorno, s’era messa a condurla in giro per le stanze, mostrandole ogni cosa colla compiacenza con cui la padrona o il signore usavan fare gli onori della loroammirabile casa a coloro i quali, amici o stranieri, venivano a visitare lo studio. Così, Barbara Federowna aveva ascoltato anche lei la musica sommessa dello zampillo cadente nella conca d’alabastro del piccolopatiomoresco, era passata davanti ai magnifici arazzi dello studio, attraverso l’adorabile Louis XV del salotto, s’era trovata infine in mezzo alla camera nuziale col gran letto di quercia scolpita che si stendeva sotto l’ombra discreta del baldacchino di vecchio broccato celeste....

Ma ella era entrata colà disposta a ricevere l’orribile colpo; già, prima di metter piede nell’intima stanza che doveva rivelarle brutalmente l’atroce realtà, ella aveva intravisto la donna, ne aveva sentito la presenza in quella casa troppo ampia, troppo ordinata per essere l’abitazione di uno scapolo, e dove apparivano ad ogni passo le traccie d’una mano femminile. Ed ora restava annientata, sussultante, colla testa in tumulto e gli occhi che non sapevano staccarsi dal letto largo e profondo, di cui i morbidi cuscini,la candida rimboccatura del lenzuolo sopra la coltre imbottita di piume, raccontavano tutto un lascivo poema di carezze, gli amorosi anelli della catena dalla quale era avvinto per sempre l’uomo ch’ella furiosamente adorava, per cui aveva vissuto e spasimato tanti anni!... Poi, improvvisamente, l’energia nervosa che la teneva ancora ritta, le venne meno, e parve a lei che ogni cosa si fosse messa a turbinarle intorno e il terreno le sfuggisse sotto i piedi....

Quando riaprì gli occhi, si vide distesa sopra un divano, ben coperta dalla coltre che la cameriera, spaventata, non sapendo che fare, aveva strappato in furia dal letto gettandogliela addosso, mentre le faceva aspirare una boccetta di sali inglesi presa sulla specchiera della padrona. Allora, ella trovò la forza di respingere da sè con un gesto violento la coperta di damasco verde che la schiacciava, le scottava le carni, e si levò, cercando d’abbozzare un sorriso rassicurante, spiegando che non era nulla, che un po’ d’aria l’avrebbe aiutata a rimettersi.

Ella andò infatti ad affacciarsi alla finestra di cui la cameriera aveva spalancato in fretta le imposte, e parve un momento dimenticarsi così.... I suoi sguardi vaghi e senza luce erravano intorno per la campagna sottostante, e si fermavamo paurosamente verso un punto lontano, lontano, dove ella indovinava essere piazza di Termini e la grande stazione che l’occupava da un lato. Di là era venuta, di là sarebbe ripartita fra breve, poichè più nulla la tratteneva ancora a Roma, poichè non le restava che andarsene a morire nel suo paese, vicino a qualcuno che almeno l’avrebbe pianta forse. Ma l’idea di rimettersi in viaggio, di riattraversare il fiero supplizio contro cui soltanto l’eroica fede dell’amor suo l’avea fatta resistere, quell’atroce sballottolamento per un’interminabile successione di chilometri, durante tre giorni di seguito, respirando l’aria viziata dal fumo della vaporiera, troppo grave pei suoi polmoni di tisica, dibattendosi tra le frequenti crisi di tosse, la rendeva folle d’angoscia.... E d’altra parte, la possibilità di vederlo adesso, sesi fosse trattenuta ancora qualche giorno a Roma, d’incontrarlo forse a fianco di sua moglie, le appariva addirittura mostruosa!...

Che fare dunque?... Che fare mai?... Forse che ella ne sapeva niente, forse che era più capace di formare un progetto qualunque, di avere un resto di volontà? Una sola cosa sapeva, una sola cosa sentiva: che bisognava uscir tosto, senza più un secondo d’indugio da quella casa dove ella non era che un’intrusa, dondel’altral’avrebbe duramente scacciata, se fosse sopraggiunta....


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