N. I.

Il Podestà di Milano, in mezzo all'imponenza di tanta sciagura, non trovò altro compenso che far stampare ed affiggere il decreto estorto al presidente del Senato, e successivamente pubblicare egli stesso un proclama, in cui dichiarò che il generale Pino andava ad assumere il comando delle forze della capitale, che i Collegi elettorali de' dipartimenti non occupati dalle armi delle AA. PP. coalizzate si sarebbero riuniti in una sola camera, al piú tardi nel giorno 22 dello stesso mese, e che il Consiglio comunale della capitale si radunava nell'indomani, tenendosi in sedutapermanente sino a che le circostanze lo esigessero, e che i reclami tutti si dirigessero alla Municipalità che li avrebbe fatti pervenire ai Collegi.

La giornata del ventuno fu una forse delle piú allarmanti e terribili, che abbia mai veduto Milano. Il folto popolo, allo spuntar del giorno, era in aspetto sedizioso per le contrade tutte della città. Le botteghe chiuse nella maggior parte, le guardie della finanza avevano abbandonate le porte della città ed i cosí detti dazî, un immenso numero di gente di campagna, armati altri di bastone, altri di lunghi chiodi resi acutissimi, scorreva d'ogni intorno, designando con lo sguardo la preda, e ne' complotti le persone de' proscritti e le case da saccheggiare. Si è detto che alcuni siano stati trovati muniti di pugnali, chi di ben organizzati capestri. Invano il Consiglio municipale pubblicò di avere nominata una Reggenza provvisoria, composta de' signori generale Pino, Carlo Verri, Giacomo Mellerio, Giberto Borromei, Alberto Litta, Giorgio Giulini e Bazzetta; invano il generale Pino pregò, in un suo proclama, che si avesse fiducia in lui e che si stesse pacifici spettatori delle determinazioni che si andavano a prendere dalle AA. PP.; invano il corpo municipale si espresse, in altra stampa, che il popolo poteva darsi quella forma di governo che piú desiderava, che la sua libera volontà fosse partecipata ai Collegi, i quali avrebbero adottati queimezzi, che il popolo stesso avesse giudicati piú opportuni alla sua felicità; invano il Vicario capitolare esortava nelle viscere di G. C. alla tranquillità, ordinava pubbliche preci con un triduo; invano lo stesso generale Pino, per salvare la forse minacciata persona del duca di Lodi, espose quelle dei senatori, avendo dichiarato in altro proclama che il duca non aveva avuto parte alcuna negli affari seguiti in Senato, poiché era in quei giorni gravissimamente infermo, e che le carte andate in Senato erano state fatte da tutt'altre persone, e neppure firmate da lui; invano il direttore delle privative e dei dazî di consumo, in un suo avviso che di concerto fu fatto col generale Pino, col cavaliere Podestà e col Consiglio comunale, aveva ridotto alla metà il prezzo dei sali e dei tabacchi e la tariffa dei dazî consumo; invano il primo atto della Reggenza fu quello di abolire la tassa del registro.

Tutto fu inutile: non era opinione politica, non desiderio di una piuttosto che di un'altra forma di governo, non animosità contro il medesimo o contro il Principe, non sentimento di pubblico bene, che animasse la moltitudine.[33]L'unico centro del voto generale era la rapina e la depredazione, e già si era tornato a compiere il guasto del palazzo del ministro e si era tentato in quello del Senato; fortunatamente il rimedio del male emerse dal male stesso. Emporio ricchissimo in merci,in derrate, in danaro era la dogana generale, ossia il cosí detto Dazio grande nel palazzo del Marino, ove e fondachi e doviziosi depositi erano affidati dal commercio milanese, essendovi pure gli uffici del ministero delle finanze e di varie sue direzioni generali. Vi si diressero gli ammutinati, sotto pretesto di disperderne e distruggerne le scritture. Fu allora soltanto che, nell'affannosa trepidazione del loro cuore, si mossero ad un tratto i negozianti, con una energia imperiosissima. L'unirsi a tal voce i padri, i figli, i giovani, i garzoni, gli amici, i conoscenti, il correre ai quartieri, l'armarsi di fucili e il dividersi in numerose pattuglie, fu pressoché un punto solo. Il presidente del Consiglio comunale ed il generale Pino, con altri proclami, chiamarono all'armi tutti i cittadini indistintamente. Il Consiglio credette di aggiungere eccitamento, con accordare un distintivo nazionale in una coccarda rossa e bianca. Di egual saccheggio era minacciato il palazzo della Corte. La guardia reale, i cannoni e lo stesso generale Pino la difendevano debilmente. Il generale fu insultato, la guardia forzata piú volte ed astretta a ritirare dalla piazza i cannoni e nel palazzo celarli. La stessa milizia civica marciava pavida ed incerta. Si fecero sbarrare le strade che conducevano al palazzo del Marino, ma le sbarre erano a gran pena difese.

Un'accidentale combinazione presentò alla miliziaun vantaggio decisivo sul popolo. Andavano le pattuglie, per un certo riguardo, colla punta della baionetta rivolta verso la canna del fucile, ma una di esse aveva i fucili tanto dalla ruggine investiti che non gli fu possibile di togliere dalle canne le baionette. Presentatasi in piazza s'intese un subitaneo fremito popolare, nel quale si distinguevano le parole: «a basso le baionette.» Il che non ottenutosi, furono tratti de' sassi sulla pattuglia; la quale essendo forte in numero, fattosi coraggio, abbassò le armi e corse a passo di carica sugli ammutinati, che si dissiparono all'istante. Questo primo esperimento felice fu efficace, perché si vedessero subito in aria le punte delle baionette di tutte le pattuglie, perché si disperdessero i crocchi, perché i piú rivoltosi pertinaci nella loro insolenza si arrestassero. Molti e ben molti arresti seguirono nel rimanente del giorno e durante la notte; molti la polizia trovò tra questi che, facinorosi e debitori di delitti anche gravi, eludevano da piú anni la sua vigilanza e che, fidati allora nell'anarchia e nell'impunità, erano accorsi, e forse stipendiati, al bottino. Cosí terminò, senza altri orrori, quella nera giornata, in cui ebbe luogo soltanto il saccheggio di altra casa di campagna del conte Prina. Frattanto arrivò nella notte un corpo di cavalleria italiana, parte della quale salvò dal proclamato spoglio la regia villa di Monza e parte rinforzò l'efficacia della milizia.

Cessato lo spavento per il temuto disastro, di cui massimo bersaglio sarebbero stati i ricchi, tra' quali entravano quelli stessi che il primo impulso gli dettero, riavutisi questi appena dall'allarme, riammessero nel giorno 22 di aprile la marcia rivoluzionaria, e tutto lo studio loro rivolsero a distruggere la costituzione ed a sollevarsi ad una chimerica sovranità. In quel giorno ebbe luogo la prima sessione dei Collegi elettorali, illegalmente convocati, piú illegalmente costituiti. I soli elettori milanesi, compresi alcuni pochissimi appartenenti ai dipartimenti non invasi i quali erano in Milano per funzioni governative, essi soli, in numero di circa settanta, disponendo della sorte del Regno come di una loro proprietà baronale, approvarono la Reggenza, a cui si riserbarono di aggiungere altri individui per li detti dipartimenti, dichiararono il general Pino comandante in capo delle forze dello Stato, sciolsero tutti i sudditi e tutte le autorità civili e militari dal giuramento verso il sovrano, ordinando che altro se ne prestasse giusta gli ordini della Reggenza. Dichiararono come non avvenuta la deputazione del Senato, che cessato dissero; ordinarono la dimissione dei detenuti per motivi di opinione, di coscrizione, di finanza; ed accordarono amnistia ai disertori e refrattarî. Situatisi quindi al livello dei governi del piú alto rango ed assunto il tuono ed il linguaggio de' primi gabinetti, decretarono che «siavvertissero non meno i Comandanti delle Alte Potenze, che l'Armata Italiana della nomina fatta del general Pino, e che un indirizzo si facesse alle stesse Alte Potenze, pregandole a voler concorrere alla felicità del paese».

Le norme della felicità a cui aspiravano furono indicate e prescrittealle AA. PP. nella successiva seduta del giorno 23. Il Consiglier di Stato Lodovico Giovio, decorato della Corona di ferro, quegli che pochi giorni innanzi, nella qualità di Commissario di governo, aveva perorato ai popoli del Lario mostrando loro la convenienza di sostenerlo con ogni mezzo di contribuzioni e di soldati volontari, egli fu acclamato dagli elettori in presidente de' Collegi. Aprí la seduta insinuando ad essi, che «chiedessero istituzioni liberali, un capo indipendente che, nuovo, non conosciuto da noi... accolga i nostri voti e le nostre benedizioni».

Né a quelle insinuazioni furono sordi i Collegi, che in poche ore (senza neppure curarsi del lavoro e del rapporto di una commissione, giusta l'adottato costume dei corpi morali, anche in oggetti assai meno gravi) la base e l'impianto formarono dell'ideata costituzione. Incominciando da ciò, in cui non poteva nascere controversia e che era pure il fondamento della costituzione di Lione[34], dichiararono che la religione cattolica era la religione dello Stato, la quale poi in altra seduta dissero piú accuratamente che essere dovessela cattolica apostolica romana. Deliberarono quindi di chiedere alle Alte Potenze:

Primo:Assoluta indipendenza del nuovo Stato Italiano, che sarà per rappresentare il Regno d'Italia, con la stessa denominazione o con quell'altra che alle AA. PP. piacerà di darvi.

Secondo:La maggiore estensione di confini del detto nuovo Stato, combinabile cogli interessi e colle mire delle AA. PP. e colla nuova bilancia politica d'Europa.

Terzo:Una Costituzione liberale, che abbia per base la divisione dei poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario, colla totale indipendenza di quest'ultimo; che ammetta una rappresentanza nazionale, cui spetti esclusivamente il formare le leggi e lo stabilire e regolare le imposte; che assicuri la libertà individuale, la libertà della stampa e del commercio; e che porti una stretta responsabilità negli incaricati de' rispettivi poteri.

Quarto:Facoltà di fare questa Costituzione ai Collegi elettorali.

Quinto:Un governo monarchico ereditario, primogenitale, e un principe, che per la sua origine e per le sue qualità ci possa far dimenticare i mali sofferti durante l'ora cessato governo.

Anche piú estesi erano i desiderî degli elettori; ma furono avvedutamente moderati da qualcuno, il quale fece riflettere, nella sua saviezza, che non si dovesse poi legare le mani alle Alte Potenzecoalizzate. Si credette però ommesso, e fu aggiunto in altra seduta, che si chiedesse un «Principe nuovo onde allontanare ogni idea di desiderio e di affetto verso il cessato». Decisero pure di «pregare i Monarchi di concedere la libertà de' loro figli prigionieri, vittime da tanto tempo di una causa ingiusta». Combinarono finalmente che la Reggenza nominasse «una Commissione tra i cittadini piú distinti, per recarsi al quartier generale delle potenze, onde esprimere a quei Monarchi il vóto della rappresentanza Nazionale Italiana». La Commissione fu subito formata da un cittadino di Brescia e da altri cinque e da un segretario milanese. Fu il primo il sig. Marc'Antonio Fè, e furono gli altri i signori Federico Confalonieri, Giacomo Ciani, Alberto Litta, Giacomo Trivulzi, Pietro Balabio capo battaglione, oltre Giacomo Beccaria segretario, li quali all'istante partirono.

Mentre lo spirito di vertigine agitava cosí le teste milanesi, li conti Guicciardi e Castiglioni si trovavano ancora in Mantova, ove si erano recati per prendere le credenziali del Principe ed i passaporti dal F. M. Conte di Bellegarde e per recarsi indi a Parigi per la via piú sicura di Baviera, via che prima di essi avevano tenuta li deputati dell'armata, i generali Fontanelli e Bertoletti. Seppero eglino appena quanto era avvenuto di disgustoso nella capitale, che subito si restituirono ad essa, tuttoché non richiamati da alcuna lettera,da alcun avviso officiale. Avevano già tenuto col principe Eugenio quel grave e dignitoso linguaggio, proprio di due personaggi, di cui è stata sempre unica scorta l'onore e la lealtà. Continuando nel medesimo contegno, credettero di prendere congedo da lui e dispensarsi definitivamente sulla deputazione; ma invece di meritare cosí l'elogio dei milanesi, si videro investiti al ritorno da calunnie le piú impudenti. Non tardò il conte Guicciardi a garantirsene con un'apologia che presentò alla Reggenza, onde avere il permesso di pubblicarla colla stampa. La giustificazione fu ben accolta ed elogi sommi si prodigarono alle eminenti sue qualità personali, non che al contegno da lui tenuto in qualità di senatore, di deputato; ma la stampa non si permise, per la addotta ragione che «con ciò si farebbero rivivere delle animosità che si vogliono sopite, si urterebbe col principio adottato e proclamato dalla Reggenza, di coprire di un velo le cose avvenute». È pure necessario alla storia che ora tal memoria e la lettera della Reggenza siano conosciute, ed è perciò che si inseriscono ainum. 6e7.

Se il Principe Eugenio avesse fatto marciare sopra la capitale una porzione delle truppe italiane che restavano sotto i suoi ordini, poteva reprimere i sediziosi e restituire l'ordine facilmente; ma, riflettendo che con l'abdicazione di Napoleone era terminata la sua rappresentanza comeViceré, deliberò di abbandonare il Regno e di restituirsi in Baviera e poi in Francia; lasciò che l'ordine fosse ripristinato dalle armi di S. M. l'Imperatore d'Austria, al quale oggetto combinò nel dí 23 aprile una seconda convenzione col F. M. Conte di Bellegarde, in forza di cui, e non mai delle non valutate deputazioni spedite dalla Reggenza alli diversi corpi delle armate alleate, prese questi possesso della capitale e dei paesi non ancora occupati. Difatti il generale Sommariva, giunto in Milano nel dí 25, scrisse alla Reggenza che in vista di essa capitolazione spiegava la sua qualità di Commissario delle AA. PP. e si poneva alla testa di tutte le Autorità. Ciò, a dire il vero, non fu grato ai sovrani novelli, a' quali molto meno fu accetto l'ingresso successivo delle armi austriache in Milano. Si trovò scritto a grandi caratteri, in tutti i quartieri di guardia civica, le parole:O indipendenza, o morte. IlGiornale Italiano, redatto e pubblicato sotto l'influenza e sotto la sorveglianza del Governo, come foglio officiale, nell'annunziare l'arrivo di dette truppe disse, che «la Guardia Civica ed una numerosa folla di popolo le accolsero con quelle dimostrazioni di gioia e di gratitudine ch'eccitar dee da per tutto la presenza di guerrieri che hanno tanta parte nella pacificazione dell'Europa; ma conservarono nello stesso tempo quel nobile contegno, che caratterizza una nazione il cui primo vóto è l'indipendenza».

Tanto e cosí gagliardo era in que' giorni il riscaldamento e il fanatismo da far pietà. Non risparmiando i Collegi alcuna delle attribuzioni sovrane, avevano annullato nella seduta dei 25 i celebri decreti di Berlino e di Milano[35]ed i relativi regolamenti; imponendo restrizioni preventive al loro Monarca, cui non si faceva torto, subito che nuovo doveva essere e non conosciuto, gli avevano limitato la riserva della caccia di Monza al solo parco, escluso il circondario esterno, ed alle sole valli ed ai boschi del Ticino. Avevano abolite diverse leggi penali, avevano dichiarata la cessazione del Senato ed avocata alla Nazione la sua dotazione, la cessazione del Consiglio di Stato con la suasegreteria, delle cariche di ministri e di consiglieri di Stato.

Questi elettori, che tanto di Nazione parlavano, non sono giunti mai a numero maggiore di 170. Erano 1153 gli elettori di tutto il Regno ed in forza della costituzione[36]doveva concorrere almeno un terzo perché fosse valida la convocazione. Anzi che giungere a questo prescritto numero, fu anzi tanto maggiore la nullità delle sessioni, perché tutti e dotti e commercianti del dipartimento di Olona vi concorsero, e dagli altri dipartimenti non si chiamarono che i possidenti, il che non fu senza grande artifizio, per la tema che persone intelligenti, saggie e non calde, non frastornassero col numero i concepiti giganteschi progetti.Quanto goffamente presumesse una tale assemblea rivoluzionaria di distruggere i primi corpi del Regno, è dimostrato nella nota inserita in calce di questa memoria, alnum. 8, la quale fu offerta all'Austriaca autorità dal presidente e dal cancelliere del Senato.

Il F. M. Sommariva, cui si presentò una deputazione de' Collegi, fece conoscere la poca sua soddisfazione che questi continuassero ne' loro lavori, acconsentí soltanto a di loro preghiera che alcun'altra seduta a propria convenienza tenessero, senza però nulla risolvere e determinare. L'ultima si convocò nel giorno due di maggio, in cui gli elettori dichiararono «aggiornate le loro operazioni fino al ritorno della deputazione diretta agli Augusti Sovrani, e finché per parte de' medesimi non siano intervenuti interessanti dispacci». Dichiararono infine che «l'esercito italiano ha sempre meritato della patria.» La sessione fu chiusa con un discorso del presidente, di cui fu acclamata la stampa. Mi sia permesso di ripeterlo per intiero, affinché meglio si riconoscafino a qual esaltazione si delirasse in quel corpo. —I Collegi elettorali hanno saviamente determinato, nella seduta di ieri l'altro, dichiaratisi permanenti, di aggiornarsi fino a che, diradandosi il velo politico del nostro orizzonte, possano ancora riunirsi ad operare il bene, e a tutte realizzare le concepite liete speranze. Nell'atto che manifesto a' Collegi la somma mia gratitudine per l'immeritata onorificenza, ancora trepidante per l'incertezza di avere anche scarsamente corrisposto a tanta fiducia, fo mozione che venga indirizzato alla Reggenza un messaggio, in cui, dandole parte della sospensione dei nostri lavori, accolga fortemente i voti unanimi dei Collegi elettorali per la sua indipendenza, senza la quale non v'è né bene, né patria. Sia questa, mercé la protezione delle Alte Potenze alleate, dalle sue rovine ricomperata, e possa sotto un virtuoso indipendente Governo gloriosamente operare.

Anche un'altra volta figurò, non piú, la rappresentanza elettorale, allorché si recò in deputazione al F. M. Conte di Bellegarde, nel giorno dieci di maggio, giorno successivo al suo ingresso in Milano. Anche un'altra volta eloquentissimamente arringò il presidente Giovio, e pronunziò parole, che a tutt'altro che ad un consigliere di Stato convenivano, il quale tanta influenza aveva avuto nelle operazioni tutte del cessato governo.Il voto generale, che vi manifestiamo(disse egli al F. M.),si è l'indipendenza protetta da savie leggi e da un principe, che tutte accolga le nostre benedizioni. Pervenga questo nostro ardente desiderio agli Augusti Sovrani alleati. Non è egoismo, né orgoglio che domandare ne faccia una esistenza politica alla loro generosità, ma un sentimento caldissimo degno d'ogni animo virtuoso, quello di assicurare la felicità di un buon popolo che ha lottato finora con ogni sorta di mali.

Dopo quindici giorni sparí del tutto l'illusione dell'indipendenza italiana; con proclama de' 23 maggio il F. M. Conte di Bellegarde solennemente promulgò che non piú in nome delle Alte Potenze coalizzate, ma bensí per il suo sovrano e padrone l'Imperatore d'Austria, Re d'Ungheria e di Boemia, riteneva Milano e le annesse provincie. Dichiarò nel tempo stesso, che da quel giorno cessava l'attività e l'influenza de' Collegi, non meno che del Senato e del Consiglio di Stato, e soppresse in seguito la guardia civica. Cosí palesò che il suo governo in niun conto aveva tenuto l'abolizione dei due primi corpi dello Stato, che con tanto strepito e trionfo si era operata dall'assemblea milanese. Essi sono cessati per effetto di sistema, e non per il capriccio e l'animosità di pochi elettori.

La sola Reggenza rimase, di cui alla testa si pose il Maresciallo col carattere di Commissario plenipotenziario. A compimento della storia resta pure, che si dia qualche cenno degli atti di questa provvisoria magistratura composta in origine di sette cittadini milanesi, alli quali nel dí 25 aprile associarono i collegi, con non giusta proporzione, altrettanti individui per gli altri sette dipartimenti. Gli oggetti di finanza richiamarono le prime cure della Reggenza. Essa trovò alla sua installazione che il generale Pino, il Podestà e il Consiglio comunale avevano ridotti a metà i prezzi del sale,del tabacco e la tariffa dei dazî consumo; a ciò essa aggiunse l'abolizione totale della legge del registro, e nel dí 23 aprile diffuse a tutti i dipartimenti tali provvidenze, con aver anche ristretto a due sole terze parti il dazio sulle derrate coloniali, compreso lo zucchero. Limitò quindi a metà la tassa delle lettere; annullò quella del contributo delle arti e mestieri, e cosí pure la ritenuta del quinto sul soldo della truppa, decretata durante la guerra, ed ordinò la pronta liquidazione dell'arretrato credito dei militari, onde fissare poi pel medesimo le epoche di pagamento. Queste misure furono figlie della circostanza e del timore, poiché ben presto reintegrò il registro per la tassa degli atti giudiziali in aumento dei dritti di cancelleria, ed anche il registro delle scritture private, limitato però al solo dritto fisso. Pubblicò nuove tariffe sul prezzo de' sali e dei tabacchi, sulli dazî di consumo e sopra i dritti doganali per l'importazione ed esportazione delle derrate, mercanzie ed altri generi. La soverchia indulgenza de' primi giorni fece sí che si dovesse mantenere per li mesi di maggio e di giugno la prediale all'eccessivo rigorismo a cui fu portata dal decreto de' 6 aprile 1814.

Procedette ad altre innovazioni, parte di propria autorità, parte in esecuzione della volontà dei Collegi. Accordò amnistia ai disertori, ai refrattarî, ai condannati o detenuti per oggetti di coscrizione,di finanza, di opinione e di trasgressione alle leggi e regolamenti sulle caccie. Riformò in qualche parte il catechismo del cardinale Caprara, restituí alle proprie case i figli unici e parificati agli unici e ai sostegni delle famiglie, requisiti per le armate. Abolí le Corti speciali, e cosí la pena della berlina alle donne, non che agli uomini per i delitti importanti la sola pena di reclusione.

Fece promozioni e destituzioni; promosse il generale di brigata Mazzucchelli a generale di divisione, richiamò e pose in attività di servizio il generale polacco Dembowski, rilasciò brevetto di capo squadrone al poeta autore de'Sepolcrie dell'Aiace. Riformata per effetto di sistema la direzione generale di polizia, promosse il conte Luini a consigliere di cassazione; ha poi destituito dal ministero della guerra il generale di divisione conte Fontanelli ed il suo segretario generale e dalla prefettura di polizia il signor Giovanni Villa. Si era fatto lecito quest'ultimo di indagare e porre in prospettiva le tracce e l'andamento della rivoluzione del venti aprile, con aver sottoposto ad inopportuni interrogatori i già arrestati in quel giorno dalle civiche pattuglie, tra i quali erano anche i piú acclamati rapinatori della sostanza Prina e molti dei stipendiati sicari. Questi furono restituiti in libertà, e fu dal suo officio rimosso l'arbitrario prefetto, che osava cosí di «far riviveredelle animosità che si volevano sopite, ed urtava col principio adottato e proclamato dalla Reggenza, di coprire di un velo le cose avvenute» (v. il documentonum. 7).

Furono finalmente ringraziati dalla Reggenza tutti i Francesi ed i Corsi che prestavano servizio all'armata, e furono dimessi tutti gl'impiegati oriundi di paesi che non hanno mai appartenuto al Regno d'Italia, o che hanno adesso cessato definitivamente di appartenervi, misura che solleva forse la finanza, ma non la gran famiglia de' cittadini, perché sarà ben maggiore il numero degli impiegati ne' suddetti paesi, che per giusto riverbero sono stati rimandati e si rimanderanno. Pareva inverosimile che in questa misura siano stati compresi i professori dell'università di Pavia e de' licei. Veramente gli uomini dotti sono stati sempre riputati cittadini indistintamente di ogni angolo della terra, ed è questa l'ultima volta che di essi si ricerchi la patria, e non i soli talenti, i lumi ed il bene prezioso dell'istruzione, che procurar possono ai consimili.

Ed ecco posta nella sua luce originale una serie di fatti, che non possono evitare una particolare menzione ne' nostri annali. Ne' primi giorni di fermento rivoluzionario si gloriarono i cittadini milanesi, ed i piú distinti, d'aver essi personalmente operato gli eccessi del venti aprile. Sono arrivati a far intagliare e pubblicare una stampa,in cui si vede l'infelice Prina in atto di essere gittato dalla finestra per opera, non della plebe, ma di soggetti nobilmente vestiti, e di essere accolto in istrada colle punte delle loro ombrelle da altri personaggi in egual vestiario. Quindi, sentito il fremito d'indignazione di tutti i buoni, ed andati a vuoto tutti i loro progetti, si sono coperti di tanta vergogna, ed hanno fatto inserire in Parigi, nelJournal des Débats, che i milanesi non hanno preso parte ne' suaccennati disordini. È nato da questa mendace impudenza che in questa memoria siano stati nominati individualmente i soggetti che hanno pubblicamente figurato in essi. Cosí la storia imparziale non mancherà delle necessarie nozioni e di monumenti irrefragabili, onde assegnare a ciascuno il meritato tributo di lode o di biasimo.

Relazione della seduta del Senato Consulente del Regno d'Italia, tenuta nel dí 17 aprile 1814.

Prima della convocazione del dí 17, niuno de' senatori ne conosceva l'oggetto, se quei pochissimi si eccettuano che facevano parte del governo, e che l'intima confidenza godevano de' principali agenti del medesimo. Tutti erano al buio della politica situazione del regno. Privi da lungo tempo dei giornali ed anche delle lettere di Francia, diverse erano le voci, che incerte e contradditorie correvano. Altri davano Napoleone alla testa di potente esercito, assistito anche dall'insorgenza di piú provincie; altri lo dicevano morto; altri che avesse abdicato impero e regno; altri a favore della dinastia. Si fluttuava in questa incertezza; allorquando i conti pretori del Senato intimarono nel giorno 16, con la solita lettera, l'ordinaria seduta del giorno 20: ed allorché con lettera pressante diretta successivamente ai senatori poche ore innanzi la mezzanotte del giorno stesso, li chiamarono ad altra convocazione straordinaria per il dí successivo. Continuò ad esserne ignoto l'oggetto anche negli ultimi momenti che la precedettero; si osservò solo che tutti, contro il solito, erano intervenuti i senatori nel numero di 36, compresi i due ministri della giustizia e delle finanze, oltre il conte Vaccari ministro dell'interno,sebbene come non senatore non vi avesse voce deliberativa: non mancavano che cinque membri assenti ed il conte di Breme che si disse ammalato.

Il conte Veneri, presidente, aprí la seduta coll'aver raccomandato e fatto promettere il piú rigoroso silenzio in tutti gli oggetti che si fossero proposti, discussi e risoluti. Quindi passò a leggere, 1. una lettera del duca di Lodi, cancelliere guardasigilli della corona, data il dí 16, in cui lo autorizzava a convocare straordinariamente il Senato; 2. il messaggio che qui si unisce,lett. A; 3. un progetto di decreto, che parimenti viene qui allegato,lett. B. Alla replicata lettura di tali fogli, la di cui sostanza era di spedire a S. M. l'Imperatore d'Austria una deputazione, onde implorare la cessazione delle ostilità, l'indipendenza del regno, con il principe Eugenio in re d'Italia, alcuni senatori chiesero simultaneamente la parola. L'ottenne il primo il conte Guicciardi, il quale propose di fare precedere in ordine l'esame se era costituzionale la convocazione, non vedendo facoltà sufficiente nel cancelliere guardasigilli. Fece riflettere, che questi male a proposito si qualificava nel messaggio qual rappresentante lo Stato, mentre tutto al piú poteva rappresentare il governo, e finalmente fece istanza che prima di procedersi ad alcuna discussione, si procurasse di sapere se il regno era veramente vacante, cioè se il re vivesse, se avesse, ed in quali termini, abdicata la corona. L'ottenne il secondo il conte Dandolo, il quale dimostrò, che in affare tanto grave, quanto ne fosse mai stato portato al Senato, non si doveva passare ad alcuna proposizione, se prima non fosse sottoposta alla matura analisi di una commissione, alla quale si accordasse almeno lo spazio di due giorni. A tali mozioni interpolatamente risposero il conte Paradisi, il conte presidente Veneri e il conte ministro dell'interno. Dissero che l'espressione rappresentante lo Stato era corsa per equivoco, e si sarebbe corretta; che il duca di Lodi era munito di tutte le facoltà,che avrebbe resa ostensibile, quando si fosse voluto, una lettera di S. A. I. il principe Viceré, e che su gli altri fatti non chiari ancora, il Senato poteva somministrare lumi piú positivi. Il presidente Veneri propose come piú conveniente, che l'affare fosse discusso in comitato segreto, e cosí si prendessero momentaneamente quelle saggie e prudenti determinazioni che si credessero del caso. Si oppose il conte Guicciardi, mostrando che non si era mai praticato nel corpo il metodo del comitato segreto, il quale non era additato né dal sesto statuto costituzionale, né dal regolamento organico delli 9 novembre 1809. Appoggiò quindi la mozione del conte Dandolo, con l'aggiunta che la commissione si occupasse dell'affare, non meno in ordine che in merito, presi prima gli opportuni schiarimenti dal duca di Lodi. Il conte Vaccari, appoggiato dalli conti Veneri e Paradisi, aggiunse che la commissione poteva pure aver luogo, giacché si voleva, ma che onninamente doveva riferir e prendersi una risoluzione in giornata. In tale circostanza palesò che S. A. I. aveva combinato un armistizio con S. E. il generale Bellegarde, sotto la condizione, che si fosse spedita una deputazione in Francia, sino al risultato della quale si sarebbero sospese le ostilità, e che dalla nomina di tale deputazione dipendeva l'attuale esistenza politica del regno, e la concessione di uno spazio alle negoziazioni, mentre senza di essa era inevitabile l'invasione immediata della capitale. Asserí inoltre, che l'armata aveva acclamato il principe Eugenio, il che non era senza fondamento, sapendosi i movimenti promossi in Mantova da alcuni capi.

Questo riflesso quietò i molti che opinavano per la totale esclusione del progetto. Fu posto alle voci, se piacesse la commissione secondo le massime esternate dal conte Guicciardi, e fu approvata. Si chiese se doveva essere di cinque membri e si rigettò; se di sette, e vi si convenne. La commissione pertanto fu nominata, per via di schede, nelle persone delli signori Guicciardi, Bologna, Cavriani,Castiglioni, Costabili, Verri e Dandolo. Si noti che la pluralità dei suffragi escluse dalla medesima ognuno di quei senatori che aveva opinato per il comitato segreto, o che aveva perorato in sostegno del progetto del duca di Lodi, o aveva mostrato adesione al medesimo. Il presidente invitò i membri della commissione a dare il loro rapporto nello stesso giorno, alle ore 8 della sera.

Adunatasi questa, all'istante combinò concordemente, che tre de' suoi membri, li signori Guicciardi, Verri e Dandolo, si recassero subito dal duca di Lodi, per porsi al giorno di quanto occorreva. Si prestò subito il duca alle ricerche; giustificò la sua autorizzazione con un decreto di antica data del re, che, nell'assenza del Principe Viceré, gli conferiva amplissime facoltà, tra le quali egli intendeva che anche quella vi fosse compresa di convocare il Senato. Mostrò loro una lettera di S. A. I., in cui gli partecipava di andare a segnare un armistizio, da durare fino all'esito delle negoziazioni da intraprendersi da una deputazione, che il regno avesse spedito alle AA. PP. Alleate, e parlava pure dell'unione del Senato per la nomina dei deputati. Molte e ben molte ragioni addusse inoltre per determinare l'adesione del Senato al suo progetto.

La commissione, ciò inteso dalli suoi tre membri, convenne unanimemente sulla necessità di occuparsi sul merito dell'affare, e passò a redigere un nuovo progetto che era nelle considerazioni e negli articoli differente di quello già proposto al Senato, a cui nella stessa sera fu letto dalla tribuna. Conteneva in sostanza: 1.º, che si spedissero tre deputati, in nome del Senato, alle Alte Potenze, per presentare loro i suoi omaggi, e supplicarle per la finale cessazione delle ostilità; 2.º, per chiedere che il regno fosse ammesso al godimento della sua indipendenza; 3.º, che il Senato coglieva quest'incontro per rinnovare a S. A. I. il principe Eugenio i sentimenti dell'alta sua stima e del piú sincero attaccamento.

Alla lettura di un tale rapporto fu grande la commozione di alcuni, massima poi quella del conte Paradisi e del ministro Vaccari. Dissero apertamente che, esclusa la domanda di S. A. I. in Re d'Italia, era inutile l'oggetto della controrisoluzione, e che l'intruso complimento era piuttosto ingiurioso. Il conte Paradisi ricercò che si leggesse di nuovo il progetto del cancelliere guardasigilli. Questo e l'altro furono letti piú volte. A ciò successe una ben lunga discussione, nella quale presero parte, da un lato, il presidente, Paradisi, i ministri Prina e Vaccari, e dall'altro, Guicciardi, Dandolo, Massari, Verri, Castiglioni.

Fra le altre opposizioni del conte Guicciardi vi fu quella, che i senatori attaccati da un giuramento all'osservanza de' statuti costituzionali, non potevano dimenticare il primo ed il quarto tra essi, li quali accordavano la successione, in preferenza di un adottivo, ad un figlio legittimo naturale del Re, quando non sia per portare nel suo capo la corona di Francia, e che era tra i possibili, che questo caso si verificasse nel Re di Roma. Motivò in risposta il conte Prina, un nuovo articolo da lui redatto in questi termini: «È incaricata la deputazione di far conoscere alle AA. PP. il dritto eventuale acquistato dal principe Viceré alla corona d'Italia in forza del primo e del quarto statuto costituzionale, diritto reso piú sacro dall'amministrazione, dalla gratitudine, dai voti e dal desiderio della nazione». Con molte ragioni dimostrò il conte Guicciardi, che non era lecito di porsi in campo il dritto eventuale, finché non fosse escluso il positivo, ed accennò l'inconvenienza di ricercare alle potenze alleate, e specialmente all'Austria, il principe Eugenio in sovrano. Il conte Massari insistette che non si dovesse improntare il nome della nazione; ma solamente quello del Senato, qualunque fosse la sua deliberazione. Il conte Verri fece delicatamente conoscere d'essere in dubbio che in questo momento concorressero a favore del principe i suffragi della nazione.

Dopo lungo dibattimento si decise di porre prima a partito il progetto della commissione, il quale, qualora non fosse accettato, poteva mettersi alle voci il progetto del duca di Lodi, e cosí le modificazioni proposte. Il conte Dandolo fece istanza che ciascuna delle proposizioni subisse lo sperimento dello scrutinio segreto per via di ballottazione. Il conte Presidente si rifiutò, avendo ordinato che i singoli dassero apertamente i loro voti per alzata in piedi e seduta, e con tal metodo la massima parte dei Senatori approvò le considerazioni e gli articoli dalla commissione proposti. Il solo terzo articolo subí la seguente modificazione, proposta dal conte Moscati, e redatta dal conte Mengotti: «Li deputati saranno incaricati di presentare in quest'occasione alle AA. PP. li sentimenti di ammirazione del Senato per le virtú del principe Viceré, e della sua viva riconoscenza per il di lui governo» (Allegatolettera C). Qui fu che gli individui del contrario sentimento, e sopratutti il conte Vaccari, si diedero a declamare fortemente contro l'ingiustizia e l'ingratitudine del Senato. Tacquero gli altri, ed ognuno si fece un riguardo di non dar luogo a contestazione in quest'argomento. Chiese la parola il conte Luosi, ed espose che, sebbene non si potesse piú proporre il progetto del duca di Lodi, come contradetto dall'altro adottato, pure gli sembrava che non fosse in opposizione con questo l'articolo redatto dal conte Prina, sul dritto eventuale del principe Eugenio. Domandò ed ottenne di interpellare su di esso la volontà del Senato, ma essendo stato confutato di nuovo dal conte Guicciardi, fu posto alle voci e fu escluso.

Altro allora non restava che la nomina dei deputati. Il conte Paradisi credette di proporre, che gli sembrava opportuno di rimettere la scelta di essi alla prudenza del governo. Questa istanza non si poté porre in deliberazione, perché un grido generale la escluse appena pronunciata.Posteriormente poi si vociferò che il governo aveva destinato di spedire lo stesso conte Paradisi ed il conte Prina. Si passò dunque allo scrutinio e dallo spoglio delle schede risultò che il conte Castiglioni fu contemplato da 27 voti, il conte Testi da 25, Guicciardi da 23. L'ulteriore maggioranza de' voti concorse nel conte Paradisi il quale però non fu favorito che da sei solamente.

Il conte Testi si scusò di non poter presentarsi a tale onorifico incarco, per la sua manifesta malattia d'occhi. Il conte Guicciardi soggiunse, che se ammettevano scuse egli era il primo a proporre le sue, perché ognuno conosce le fisiche indisposizioni che soffre, non che il danno nell'allontanarsi da una famiglia di 14 figli. Alle rispettive deduzioni credette d'imporre silenzio il conte Presidente, col pronunziare che la seduta era sciolta; rispose alcuno che era in sua facoltà il chiudere la discussione, e passare la proposizione, se avesse avuto il suo sfogo. Egli però ripeté piú volte, che credeva di essere investito di tale facoltà, e perciò dichiarava onninamente sciolta la seduta. Non si poté insistere in ciò, perché i conti Paradisi e Carlotti erano partiti, e sebbene dagli uscieri richiamati, non furono raggiunti.

Messaggio del duca di Lodi, Cancelliere guardasigilli della Corona.

Senatori,

Le nuove che ci pervengono ogni dí dalla Francia sono di tale natura, che il Senato del Regno d'Italia si renderebbe infallibilmente colpevole verso la patria, se differisse piú a lungo di occuparsi del di lei destino, e di cercarenella sua saviezza que' mezzi migliori di conciliare la sua esistenza.

Un accesso di gotta, che questa notte mi ha assalito, è cagione, o senatori, ch'io non possa oggi recarmi in persona nel vostro seno, come mi era proposto, e provo di questa circostanza un profondo rammarico.

Ma tutti gli istanti sono talmente preziosi, che ho giudicato di non poter differire oltre la comunicazione, che doveva farvi. In conseguenza, autorizzato nella mia qualità di rappresentante lo Stato, in assenza di S. A. I. il principe Viceré, vi dirigo, o senatori, un progetto di risoluzione, che sottopongo al vostro patriottismo ed ai vostri lumi, e sul quale invoco da voi una pronta deliberazione.

I sentimenti che vi animano tutti mi garantiscono già, o senatori, che la vostra risoluzione sarà conforme ai veri interessi dello Stato, ed ai voti del popolo, di cui siete oggi il primo corpo rappresentante.

Aggradite, o senatori, l'espressione della mia alta considerazione.

Milano, li 17 aprile 1814.

Per ordine di S. E. il Duca di Lodi, Cancelliere guardasigilli, impedito dalla gotta alla mano destra.

FirmatoCarlo Villa,Segretario.

Progetto di deliberazione del Senato, unito al messaggio del Duca di Lodi.

Il Senato del regno d'Italia:

Considerando, che le circostanze politiche d'Europa sono intieramente cambiate, che le AA. PP. alleate hanno solennemente proclamata la pace del mondo, e che non sipotrebbe senza ingiustizia temere che volessero eccettuare dalle loro benefiche intenzioni un regno che lontano dall'averle mai dato verun motivo di malcontento, professa per esse quei sentimenti che le sono dovuti;

Che di già è venuto il momento nel quale il regno può e deve sollecitare l'indipendenza della quale è degno e che sospira da cosí lunga stagione;

Che non di meno le truppe di una di queste potenze occupano una parte del regno, e minacciano in questo stesso momento il rimanente del suo territorio;

Che la potenza, alla quale appartengono queste armate, è precisamente quella sulla benevolenza di cui il regno d'Italia è assueffatto ed ama di contare di piú;

Che finalmente nello stato attuale di cose, la continuazione della guerra sul nostro territorio Italiano sarebbe senz'oggetto, e ciò null'ostante accrescerebbe le calamità, che da lungo tempo affliggono il regno;

Decreta:

Art. 1. Una deputazione del Senato si recherà senza dilazione presso S. M. l'Imperatore d'Austria, Re d'Ungheria e di Boemia, affine di presentarle i rispettosi omaggi del Senato, e di supplicarla d'ordinare, che cessino da quel momento tutte le ostilità sul territorio italiano, e sino a tanto che il destino d'Italia sia stato definitivamente stabilito dalle AA. PP. coalizzate.

2. S. M. l'Imperatore d'Austria sarà egualmente supplicata di volere interporre la possente sua mediazione appresso i suoi augusti alleati, perché l'indipendenza del regno sia finalmente consecrata e riconosciuta, e che il regno sia ammesso a godere dei benefici tutti che le AA. PP. disegnano di spargere sopra la grande famiglia.

3. Che S. M. sarà egualmente supplicata di concorrere con tutto il suo interesse presso gli Augusti Alleati suoi, perché il Regno d'Italia, ricevendo in fine in tutta la suaestensione, l'applicazione del suo primo e quarto Statuto costituzionale, sia sottomesso una volta a un Re libero e indipendente, e segnatamente al principe Eugenio, che colle sue virtú, co' suoi lumi e colla sua onorevole condotta, tanto in pace che in guerra, ha meritato del pari l'amore, la riconoscenza e la fedeltà dei popoli del Regno d'Italia, ed anche la stima di tutta l'Europa.

Fatto e deliberato in Senato, nel palazzo ordinario delle sue convocazioni.

Decreto adottato dal Senato.

Il Senato radunato nel numero prescritto dall'art. 29 del sesto statuto costituzionale.

Sentita l'esposizione del cancelliere guardasigilli della corona, sulle attuali circostanze e sulla necessità di una istantanea providenza;

Considerando che le AA. PP. alleate hanno proclamata la pace del mondo, e che quindi si avvicina la fortunata epoca in cui i popoli dell'Europa, dopo tante dolorose vicende potranno godere dell'insigne beneficio di liberali costituzioni;

Che in tali circostanze, la continuazione della guerra nel territorio italiano non ha piú alcuno scopo, e che anche questo regno può e deve sollecitare il godimento dell'indipendenza, e la calma che da sí lungo tempo sospira e che gli fu garantita ne' pubblici trattati;

Che in una convenzione fra le armate del regno e quelle delle AA. PP. alleate, è stabilita una provvisoria sospensione d'armi, che deve durare fino al ritorno di una deputazione del regno, che sarà spedita alle suddette AA. PP. alleate.

Ritenuta l'iniziativa per la convocazione della presente seduta straordinaria risultante da' dispacci del cancelliere guardasigilli:

Decreta:

Art. I. Una deputazione del Senato, composta di tre individui, si recherà presso le AA. PP. coalizzate, affine di presentare loro i rispettosi omaggi del Senato, e supplicarle per la finale cessazione delle ostilità.

» II. La deputazione richiederà alle AA. PP. che il regno venga ammesso al godimento reale della sua indipendenza, garantita da' pubblici trattati.

» III. Li deputati saranno incaricati di presentare in questa occasione alle AA. PP. i sentimenti di ammirazione del Senato per le virtú del Principe Viceré, e della sua riconoscenza per il di lui governo.

» IV. I membri di questa deputazione saranno nominati dal Senato, seduta stante.

» V. Il cancelliere guardasigilli della corona sarà pregato di dare ai medesimi le opportune istruzioni, e procurare le necessarie credenziali e passaporti.

» VI. Il presente decreto sarà spedito al cancelliere guardasigilli, con messaggio del presidente, anche all'oggetto che sia col di lui mezzo trasmesso al Principe Viceré in nome del Senato.

Milano, dal Palazzo del Senato, li 17 aprile 1814.

Firmato, il presidente ordinarioConte Veneri.

Successivamente essendosi messa alle voci la nomina dei deputati, dallo scrutinio delle schede risultarono nominati i Senatori contiGuicciardi,CastiglionieTesti, il quale ultimo si è scusato a motivo dell'attuale sua malattia d'occhi.

Milano, dal palazzo del Senato 17 aprile 1814.

Firmati come sopra.

Istruzioni di S. E. Duca di Lodi, Cancelliere guardasigilli della Corona del Regno d'Italia, partecipate alli deputati del Senato, signori Conti Guicciardi e Castiglioni.

Non avendo in questo momento il Regno d'Italia corrispondenza colle corti di Russia e di Prussia, e non potendosi nella circostanza attuale, a seconda di quanto ha assicurato il sig. Conte Senatore Testi, incaricato del portafoglio delle relazioni estere, rilasciare credenziali nelle solite forme, si è supplito colla qui unita lettera di credito per il signor Principe di Metternich, ministro di Stato di S. M. l'Imperatore d'Austria, Re d'Ungheria e di Boemia; i signori deputati si recheranno in Mantova per ricevere da S. A. I. il Principe Viceré i necessari passaporti e lettere di credito presso gli altri sovrani alleati. I signori deputati si presenteranno colla suddetta lettera al signor Principe di Metternich, domanderanno al medesimo di essere presentati a S. M. l'Imperatore d'Austria, ed insisteranno in seguito per essere presentati agli altri sovrani alleati.

I signori deputati domanderanno a S. M. l'Imperatore d'Austria, perché venga consacrata l'indipendenza del regno d'Italia, già stata riconosciuta, e garantita l'integritàdel suo territorio a termini dei trattati, e specialmente di quello di Luneville.

Nel caso che i signori deputati si accorgessero che vi fossero delle difficoltà su questo articolo, perché le potenze alleate avessero già diversamente disposto del territorio Modenese, faranno osservare tutti gl'inconvenienti che nederiverebbero da questo distacco, il quale mentre priverebbe il Regno d'Italia di una diretta comunicazione colle legazioni, stante l'impraticabilità delle strade del Ferrarese per gran parte dell'anno, gitterebbe lo Stato di Modena, già unito al Regno d'Italia dal trattato di Luneville, ed accostumato alla legislazione ed alli metodi del Regno, in una vera confusione, cosicché sarebbe assai piú conveniente all'interesse delle AA. PP., di sostituire ne' compensi stabiliti un altro stato.

Qualora i deputati trovassero insuperabile questo punto, insisteranno perché venga accordato al Regno d'Italia un compenso, il quale potrebbe essere gli Stati di Parma e Piacenza, con una porzione di Genovesato, compresa la città di Genova, ed una linea del Piemonte per una facile comunicazione.

I deputati non mancheranno di far sentire, che uno dei primi oggetti, che la nazione si propone nel chiedere il riconoscimento solenne della sua indipendenza, è quello di darsi una costituzione conforme ai veri principi, ed ai suoi bisogni naturali, e tale da assicurare la sua felicità.

I deputati insisteranno pure perché lo Stato d'Italia conservi sotto le forme suddette il titolo di Regno, il quale era già stato riconosciuto da tutte le potenze, e che non ha meritato di perdere.

I deputati cercheranno prudentemente di mettersi in corrispondenza co' ministri del Regno in Parigi, onde valersi dei loro lumi e notizie; in tutti i casi poi non preveduti, i deputati si regoleranno con la conosciuta loro saviezza e prudenza.

Milano, 18 aprile 1814.

Per ordine di S. E. il Duca di Lodi, impedito dalla gotta alla mano destra.

FirmatoCarlo Villa,Segretario.

Credenziale di S. E. il signor Duca di Lodi, Cancelliere guardasigilli, diretta a S. E. il signor Principe di Metternich onde accreditare presso di lui i deputati del Senato, Conti Guicciardi e Castiglioni.

A S. Ex. monsieur le Prince de Metternich, Ministre d'État de S. M. l'Empereur d'Autriche.

Monsieur le Prince,

Dans le moment dans lequel les intérêts de ma patrie me mettent dans le cas d'invoquer pour elle l'intervention de V. Ex. en sa faveur, il est bien doux pour moi de pouvoir me rappeler l'époque à laquelle j'ai eu le bonheur de faire sa précieuse connaissance.

Entraîné dans une guerre qui ne le regardait pas, le royaume d'Italie a dû passer par tous les malheurs qui en sont la conséquence; mais les événemens qui ont changé la face des choses en France, et doivent nécessairement influer sur tout le reste de l'Europe, lui présentent enfin une perspective heureuse, et l'espoir fondé de jouir de ses droits et de son indépendance, que les traités ont reconnue. Le vœu de la nation est tout-à-fait conforme aux principes proclamés par les Hautes Puissances coalisées: l'on réclame l'indépendance reconnue spécialement dans le traité de Lunéville, et l'étendue de territoire qui lui fut alors assignée; que si, par des combinaisons quelconques, une partie de ce territoire dût en être séparée, la nation se croit fondée à en demander la compensation. L'on desire,pour premier fruit de son indépendance, d'établir sa constitution sur le vrai principe, et d'une manière plus conforme aux intérêts du pays, sous le gouvernement d'un roi indépendant.

La première démarche que dans cette position nous avons cru devoir faire, a été celle d'apporter nos vœux avec confiance aux pieds des Hautes Puissances coalisées, et principalement à ceux de S. M. l'empereur d'Autriche, dont la rectitude nous est depuis long-temps connue, et dont nous avons toujours éprouvé la bienveillance. Le Sénat du royaume d'Italie, en conséquence, a nommé les comtes sénateurs Guicciardi (Diego) et Castiglioni (Louis), députés auprès d'elles pour les leur présenter. Je prends la liberté d'adresser à V. Ex. ces députés, et de les recommander à sa bonté. Les circonstances qui ont brisé chez nous les formes établies, me font espérer que V. Ex. voudra les regarder comme accredités par cette lettre auprès du gouvernement autrichien. Ses nobles principes me sont trop connus, pour que je ne doive pas fonder mes espérances pour son intervention efficace, dans une circonstance où il s'agit des droits et du bonheur d'une nation qui n'a jamais démérité par sa conduite ni par ses sentimens envers l'auguste maison d'Autriche.

Tout ce que V. E. pourra faire pour appuyer nos vœux, lui assurera notre vive et éternelle reconnaissance, et ajoutera encore ces nouveaux sentimens à ceux de mon estime pour V. E. et de mon profond respect.

Milan, le 18 avril 1814.

Le chancelier garde-des-sceaux de la couronne: par ordre de monsieur le Duc de Lodi, empêché per la goutte à la main droite.

SignéCharles Villa,Secrétaire.

Li 20 aprile 1814.

Il Podestà di Milano a S. E. il sig. Presidente del Senato.

Mi viene indirizzata l'unita dichiarazione di molti rispettabili individui di questa capitale, affinché sia da me presentata alle autorità superiori.

Credo quindi del mio dovere di fargliene l'innoltro in copia conforme, e cosí secondare il desiderio di questi miei concittadini, i quali rimangono nella fiducia che ella vorrà degnarsi nella di lei saviezza di prenderla in considerazione, e compiacersi di farmi conoscere le deliberazioni che saranno state prese dal Senato.

Ho l'onore di attestarle le espressioni del maggiore rispetto

FirmatoDurini,Podestà.

Milano, 19 aprile 1814.

Dopo l'adunanza del Senato del giorno 17 del corrente mese, delle cui deliberazioni nulla fu comunicato al pubblico, è opinione universale esservi stato proposto, discusso e definito un affare della maggiore importanza per il nostro Regno. Se nelle attuali straordinarie vicende è necessario d'invocare straordinari provvedimenti, credono i sottoscritti indispensabile, in coerenza de' principi della costituzione, che siano convocati i Collegi elettorali, ne' quali solamente risiede la legittima rappresentanza della nazione.

Seguono le firme per copia conforme, delle quali si garantisce l'autenticità:

Vi sono molte altre firme, che per brevità di tempo siomettono, e che in seguito si faranno conoscere.

Per copia conformeFirmatoDurini,Podestà.

Memoria data alla Reggenza del governo provvisorio di Milano, dal Conte Guicciardi Cancelliere del Senato del Regno d'Italia.

Un'erronea opinione circola già da alcuni giorni, e sembra diretta a scemare quella stima e confidenza che io ho procurato di conservarmi per il lungo corso di ben 56 anni di pubblico servizio, e che era per me il piú lusinghiero compenso della mia politica carriera.

Conscio della purezza delle mie azioni, ed indagando la causa di sí strano avvenimento, fui oltremodo commosso nell'udire che si pretendesse derivarlo da quella stessa recente commissione che mio malgrado accettai, nella sola speranza di concorrere, col piú leale ed onorato adempimento, a render paghi i pubblici voti. Confortato però dall'intima convinzione della mia innocenza, credetti che per comprovarla in modo positivo ed assoluto, bastar dovesse il mettere in chiaro que' fatti che, o non ben conosciuti, o forse alterati, hanno potuto dare spinta all'errore, o prestato fede alla malevolenza. Quindi determinato a pubblicare con le stampe la relazione del mio operato, col corredo di tutti i documenti che vi hanno rapporto, la sottopongo precisamente ai lumi del governo provvisorio, e perché altamente apprezzo il di lui suffragio, e perché fu sempre mio principio di agire colla protezione delle leggi e del governo.

Lo scopo di questa mia rimostranza è di provare, chetanto nella qualità di senatore che in quella di deputato, ho sostenuto gl'interessi piú cari della patria, e seguita costantemente la via sacra dell'onestà.

Invoco sul primo punto la testimonianza di quelli fra i miei colleghi che seggono fra voi, o signori membri della Reggenza, e quella in particolare dell'ottimo vostro presidente. Con esso ebbi la sorte di essere socio nella commissione incaricata dell'esame del progetto, presentato dal governo al Senato nel giorno 17 del corrente aprile, commissione da me diretta ed instantemente promossa contro la proposta di un comitato segreto, che, per il consueto sommario metodo di procedura, mi sembrò non convenire all'importanza di un lecito argomento. Con esso e con altro de' membri della commissione mi recai dal cancelliere guardasigilli, per avere gli opportuni lumi di fatto, e sull'autorizzazione sua a convocare il Senato, e sulla gravezza ed urgenza de' motivi che lo avevano determinato.

Riferitene quindi le risultanze alla commissione composta di sette membri, unanime fu il voto di lei, e per la necessità di occuparsi dell'oggetto e per la riforma del decreto del governo.

Riunito il Senato, e lettovi il parere della commissione, chi piú di Dandolo che ne fu il relatore, chi piú del vostro presidente, chi piú di me lo difese e lo sostenne? Chi piú di me liberamente espose al Senato gli argomenti tutti, e politici e costituzionali, che ci comandavano imperiosamente la reiezione del terzo articolo del progetto del governo? Chi, se non io, dimostrò l'incostituzionalità della subdola e seducente mozione di un nostro, ahi troppo infelice collega, i cui sommi talenti lasciavano desiderare meno durezza di cuore e non servile adulazione? Ignoro se il processo verbale di quella seduta portasse tutta la discussione, e se siasi preservato dallo svolgimento degli effetti e delle carte del Senato; ma in di lui difetto, supplico l'invocata testimonianza de' membri del Senato, e sopraogni altra quella del vostro presidente, che con la sua eloquenza e col suo amore di patria sostenne meco il progetto della commissione, che con leggera modificazione venne definitivamente adottato dal Senato, con una maggioranza di voti superiori ai due terzi.

Cadde sfortunatamente sopra di me, forse per gli accennati liberi sentimenti espressi, la nomina in altro de' deputati al quartiere generale delle AA. PP. AA., unitamente ai signori senatori Castiglioni e Testi; ed essendosi quest'ultimo per attuale infermità scusato, feci registrare nel processo verbale, che ove il decreto del Senato non fosse coattivo per tutti, nessuno aveva di me maggior titolo per esserne dispensato. Ma la seduta fu levata senza occuparsene. Rinnovai all'indomani presso il signor Duca di Lodi, cancelliere guardasigilli, i miei tentativi per ischermirmi. Ma avendo egli autorevolmente risposto che ogni indugio poteva compromettere la convenienza del Senato e gl'interessi piú sacri della nazione, immolai a questi ogni privata considerazione, e diedi parola di partire, a condizione che anche il conte Castiglioni vi si prestasse, mentre mi era noto che egli pure si adoperava in ogni modo per esserne dispensato.

Fin qui, signori, ho parlato del mio contegno come senatore; parlerò come deputato.

Il protocollo che vi presento corredato di tutti gli atti relativi tanto alle cose proposte e deliberate in Senato, quanto a quelle che concernono la missione, rende conto del mio viaggio, soggiorno e ritorno da Mantova, ed io sfido arditamente chiunque possa impugnare la verità: sull'esame del medesimo voi potete fondare il nostro giudizio.

La prima censura che intesi farsi ai deputati, è di essersi recati al quartier generale del principe a Mantova, in vece di prendere la via piú breve e piú diretta per Parigi, ove si trovano i sovrani alleati. Parvero sorgere da ciò diffidenzae sospetto di parzialità, e sino di collusione col principe: ed ecco come un intempestivo giudizio e la mancanza di cognizione de' fatti può per un momento far decadere l'uomo innocente da quel grado distinto cui ha diritto.

Leggansi le istruzioni del cancelliere guardasigilli, cui dal Senato era dato il carico di stenderle; e si vedrà che i deputati hanno eseguito un ordine preciso loro imposto da chi ne aveva diritto, né mai l'obbedienza potrà essere indizio di rea intenzione.

Nell'accennare questa circostanza, sono bene lontano di versare sopra altri ombra di colpa o di sospizione, ed anzi devo soggiugnere che il cancelliere guardasigilli ci mostrò l'ordine del principe, che dietro i concerti presi da esso con S. E. il signor maresciallo conte Bellegarde, dovesse sollecitare la pronta partenza de' deputati per Mantova. Né altrimenti avrebbesi potuto fare, perché senza la preventiva adesione del sullodato signor maresciallo, e senza i suoi passaporti regolari non avrebbe la deputazione potuto attraversare i posti delle armate coalizzate, e corso avrebbero rischio di non giungere troppo tardi al luogo di sua missione.

A quella necessità, al quartier generale del principe ed a quello del signore maresciallo, altra importantissima si aggiungeva, quella cioè di ottenere lettere credenziali per le altre potenze alleate, giacché il signor Duca di Lodi muniti li aveva di una sola per il signor principe di Metternich ministro di S. M. l'imperatore d'Austria. La missione essendo diretta ad implorare la protezione di tutte le auguste potenze alleate, ogni ragione voleva che appresso ciascuna delle medesime fosse accreditata.

Giustificata la gita a Mantova con le ricevute istruzioni strettamente analoghe col decreto del Senato e la necessità delle credenziali e de' passaporti, non resterebbe ora che a parlarsi del contegno tenuto dai deputati col principe.

Il protocollo dettaglia il modo con cui furono accolti,le ritardate udienze, i colloquî e la franchezza del linguaggio tenuto con esso. Era il principe pienamente e minutamente informato delle discussioni del Senato, e delle opinioni de' senatori, né certo io poteva lusingarmi, dopo quanto aveva detto ed opinato, di una migliore accoglienza: ora come mai potrebbesi supporre tanta incoerenza di principî, come conciliare fatti sí diversi, idee cotanto disparate, per dedurre malignamente, che un uomo, la cui fermezza nella propria opinione è da tanto tempo conosciuta, la cui onestà e riputazione fu sempre illesa, volesse prostituirsi colludendo col principe, deviando dal proprio mandato, dalla mente espressa de' suoi colleghi, e della pubblica opinione da lui sí ben conosciuta? che se pure tutti questi argomenti non bastassero a convincere le persone piú diffidenti e maligne, il carattere, la probità, l'avvedutezza ed il civismo del di lui condeputato, uomo sí puro, sí accreditato, non avrebbe dovuto togliere e dissipare il primo la piú lieve ombra di sospetto? Né temo di avvilirmi accennando motivi, dove bastar dovrebbe il dire: «Non ho mai mancato al mio onore.» Ma l'afflizione che ho provato per sí nera calunnia ha voluto qualche sfogo.

Appena ebbero i deputati la notizia dell'occorso in Milano il giorno 20 aprile, senza alcuna lettera di comunicazione di quanto era seguito al Senato, senza il menomo officiale avviso del loro richiamo, presero congedo dal principe, ritornarono a Milano. Ed eccovi, o signori, altra luminosa prova che niun rapporto mi legava al principe, che nulla piú curai che l'interesse della patria, che rispettai la volontà del Senato e della nazione, qualunque fosse stato il modo, con cui era stata espressa. Cosí mostrai che come deputato fui sempre coerente coll'opinione manifestata come senatore.

Signori del governo, la mia giustificazione è compiuta: leggete tutti gli atti che vi rassegno, e pronunciate; io attendo con quella calma che l'uomo giusto ed onesto sa conservare in mezzo alle oscillazioni e alle politiche vicende.Non dubito che riconoscerete aver io adempito al mio dovere, ed in tale fiducia domando alla vostra giustizia, che mi sia lecito di dare alle stampe questa mia memoria, col protocollo e tutti i suoi allegati.

Ogni uomo ha diritto al proprio onore, e molto piú un pubblico funzionario. Io devo anche a me stesso e alla numerosa famiglia mia la conservazione illibata del mio buon nome. Voi rappresentate il governo, ed il governo deve tutelare i diritti degl'individui. Vivo dunque nella fiducia che cotesta Reggenza aggiugnerà agli altri tratti di saggezza, che seguono i primi di lei passi, quello che rispettosamente richiama chi ha l'onore di essere colla maggiore venerazione.


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