NOTE

Giunti però in quell'abitazione, ben si conobbe che non offriva i necessari comodi per la rapida spedizione degli ordini, né per le udienze delle persone le quali accorrevano alla Reggenza per la moltiplicità delle cose. In questo frattempo il conte Fenaroli, maggiordomo maggiore del Regno, il quale dimorava nel palazzo, fece istanza perché la Reggenza si portasse a risiedervi, come quello che offriva le opportune comodità alle circostanze; e ciò fu eseguito, perché in realtà non era possibile il fare altrimenti. Giunti al palazzo, io feci quanto si richiedeva per stabilire i burò, ponendo un ben disposto protocollo, scegliendo le persone adattate agli uffizi.

Erasi finalmente pubblicato l'invito per l'unione dei Collegi elettorali; e la Reggenza diresse i suoi primi pensieri a porre in molta forza la Guardia nazionale per contenere le minacce dei malevoli, i quali nel giorno 21 singolarmente, che era il primo, davano non dubbi segni di grande sommossa con minacce di private vendette e di generale saccheggio. Fu la Guardia nazionale fortemente armata e divisa in vari corpi, ove piú vi fosse a temere, ed in forti pattuglie, che di giorno e notte proteggessero lapubblica e la privata sicurezza. Ma voleva la prudenza che la forza stessa fosse cosí regolata che non irritasse la plebe. Si dovette pertanto non armare i fucili colla baionetta e combinare la forza con modi urbani, cosí richiedendo l'indole della nazione. E fu per ciò che invece di chiudere le porte della città, come fu proposto, dal che proveniva la mancanza delle provvigioni e molti altri inconvenienti, si posero alle porte persone savie, le quali, osservando chi voleva entrare, con bei modi li rimandassero, non permettendo l'ingresso se non a quelli che si vedessero avviati per qualche motivo di condotte o di affari, rifiutando l'ingresso agli oziosi o sospetti. Ottennero questi savi provvedimenti il bramato effetto, e mentre grandi erano le minacce nell'interno della città ed il romore rapidamente divulgatosi nella campagna aveva spinti molti abitanti di essa ad accorrere in città, fu col suddetto modo impedito il concorso. Né in quello mancava chi ad alta voce gridasse, chiamando quale era il luogo, quale il sito ove si saccheggiasse, spinti dall'avidità di rapina. Arrestaronsi in quel giorno, e molto piú nella successiva notte, vari popolani presso i quali furono ritrovati note, stili ed armi insidiose, tenaglie, martelli ed altri istromenti atti a rompere i ripari e perfino soghetti per strozzare alcune vittime del partito. Non mancò qualche minaccia contro la Reggenza medesima, la quale, sebbene fosse ordinata secondo l'opinione pubblica,pure non poteva essere di aggradimento a chi poneva le proprie speranze nel disordine generale. Infatti essa dové far porre alcuni cannoni nel primo cortile, che furono poi ritirati tosto che al fermento successe la calma. Quelle tumultuose circostanze mi spingono ad una riflessione, che mi sembra interessante, intorno al sistema di polizia politica usata comunemente in questa nostra città dai sovrani. Scopo di essa è la pubblica sicurezza; ma in fatti ognuno sa a che si riduce la polizia affidata nella esecuzione pratica a persone di pessimo carattere, le quali vivono di spionaggio e tradimento. È facile la corruzione loro a chi tentasse contro la pubblica sicurezza, sempre che sia promossa con mezzi opportuni. Nessuno che tenti qualche azione grande si fida di persone, che in qualche modo diano sospetto di appartenere a quel magistrato. È per ciò che le congiure sono generalmente scoperte non già da esso, ma dal tradimento di qualcuno dei congiurati. Ma perché l'ufficio di quelli impiegati si renda in qualche modo interessante, essi per interesse proprio, ora riferendo alcune particolari circostanze, ora esagerandole, ora male interpretando una parola, un discorso, un gesto, gettano i semi della discordia fra il Governo e i governati e tutta corrompono la civile società, sostituendo alla socievole fiducia la generale diffidenza. Io la penso cosí, confermato in questa mia opinione anche da quanto ho praticamente veduto, essendo a capo del Governoin quelle pericolose e turbolenti circostanze. In esse siccome infatti trattavasi della pubblica e della privata sicurezza, cosí gli onesti cittadini, e non le vili spie della polizia, accorrevano avvisando ed illuminando la Reggenza, come in particolare, dei pericoli privati e pubblici che insorgevano, e cosí potevasi da quel Governo provvisorio opporre al male un pronto rimedio; come accade nelle calamità pubbliche d'incendio o d'inondazione, ove tutti i buoni accorrono ed offrono l'opera loro. Ma quei mercenari infami, poveri e bisognosi per vizio, privi di morale e perduti nell'opinione pubblica, sono i primari stromenti sui quali si aggira e si fonda la cosidetta polizia: indifferenti al pubblico bene, altro non pensano che a rendersi interessanti, secondando quelle massime che a loro sembrano dominare negli animi dei loro principali; e siccome questi inclinano alla diffidenza del pubblico, essi la fomentano con mille alterati rapporti e sospetti, nulla curandosi dell'interesse sociale, né avendo l'ingegno che si richiede per conoscerlo e tutelarlo. Infatti se molte notizie utili e vere furono in quei calamitosi giorni date da cittadini onestissimi, nessuna me ne pervenne dalla polizia; e sebbene questa facesse rapporti giornalieri ed altri ne facesse la gendarmeria, erano cosí lenti e tardi che posso asserire sull'onor mio che neppur uno mi è giunto prima che non fosse di già il tutto noto e non vi fosse posto riparo, se lanatura della cosa lo esigeva. Né ciò è accaduto a me solo, ma anche al Duca di Lodi, prima che la rivoluzione scoppiasse, mentre avendolo io interpellato come si fosse permessa la riunione del Senato il giorno 20 in quelle pericolose circostanze, unione poi anche superflua per la mancanza del motivo, e mentre tutta la città conosceva il fermento e la minaccia di molti, egli mi assicurò che nulla mai la polizia gli aveva riferito. E tanta era la persuasione sua in quel tempo che a me non volle prestar fede intorno al pericolo di sommossa, allorquando gli parlai dopo la seduta del Senato del giorno 17, e si dichiarò pronto a provarmi, co' rapporti fatti dalla polizia, la verità dell'asserzione che nulla gli fu partecipato. Era in quell'epoca Direttore generale, e quasi Ministro di polizia, il conte consigliere Giacomo Luini, persona di talenti e di maniere non comuni; né io posso, senza grande maraviglia, riflettere al silenzio che il Duca di Lodi mi assicurò essersi seco conservato dal Luini. Era Luini affezionato anche per riconoscenza al Duca e per interesse proprio doveva essere opposto alla rivoluzione che si tentava, come quegli che dal Viceré era distinto e considerato. Non ignorava al certo il sussurro generale, né il complotto da eccitarsi al Senato; doveva temere il Governo austriaco, che nei tredici mesi lo confinò a Cattaro incatenato. Melzi, d'altronde, era incapace di mentire con me, né cosí poco saggio datrascurare le notizie che gli fossero state date. In questo singolare conflitto d'idee ed incertezza di opinione, io non so cosa pensare, e solo ho in animo di parlarne liberamente al conte Luini, instando su ciascun punto di dubbio, per intendere da lui quale soluzione possa dare a questo strano mistero.

Ma ripigliando il discorso su quelle civili turbolenze, dico che mentre dalla Reggenza davansi tutti que' provvedimenti, che le circostanze offrivano, per impedire i maggiori disordini, unironsi i Collegi elettorali. Ma nacque dubbio, se alla loro unione si dovessero ammettere gli elettori che appartenessero a quei Dipartimenti, che già erano occupati dalle armate nemiche de' coalizzati. Alcuni elettori di quei Dipartimenti erano in Milano, parte per impiego e parte per caso. Ma si giudicò che il chiamarli potesse irritare le Potenze alleate, sembrando non conveniente che la parte del Regno già da esse conquistata avesse chi la rappresentasse unitamente alla parte tuttora libera. Unironsi pertanto i soli elettori degli otto Dipartimenti che rimanevano, cioè Olona, Mincio, Alto Po, Agogna, Lario, Mella, Adda, Serio. Alla prima unione la Reggenza delegò me, come Presidente, ed il conte Giberto Borromeo per complimentarli.

Costituita per tal modo la nazionale rappresentanza[38], fu la Reggenza cresciuta di sette individui,scelto ciascuno dai sette Dipartimenti, i quali non avevano chi li rappresentasse nella Reggenza, stata nominata dal Consiglio comunale di Milano e però tutta composta di membri dell'Olona. Questa seconda nomina fu da me proposta ai Collegi elettorali quando fui a complimentarli, sembrandomi sconvenevole che il Governo fosse composto di soli milanesi, e tendente a procurare d'universale accordo la nomina comprensiva di tutti i Dipartimenti. Elessero i Collegi elettorali in loro Presidente il conte Lodovico Giovio, confermarono la Reggenza; poi la accrebbero di sette individui, e furono il conte senatore Lucrezio Longo pel Mella, il giudice di Cassazione Tonni pel Mincio, Tarsis per l'Agogna, il conte Muggiasca pel Lario, il conte Vertova pel Serio, il marchese Sommariva — fratello del tenente maresciallo al servizio austriaco, che fu il primo che giunse colla forza armata — per l'Alto Po ed il conte senatore Peregalli per l'Adda[39]. Ma il destino era fatale alla sussistenza del Regno, e volle che tutto fosse malamente condotto con errori politici di ogni sorta. La prima Reggenza con soli sette individui procedeva regolarmente, godeva la pubblica opinione e con somma tranquillità e accordo andava calmando le insurrezioni, che si andavano suscitando in vari luoghi dello Stato; ma i Collegi elettorali, guidati da alcuni pochi, sorpresi senz'avvedersene da mozioni poco saggie e contrarie ai veri interessidella nazione, ebbero sedute poco plausibili. Fecero essi una Deputazione alle Alte Potenze alleate, le quali coi loro manifesti eransi dichiarate del tutto aliene di conquistare; la quale Deputazione chiedesse la libertà ed indipendenza dello Stato. Furono nominati il conte Alberto Litta membro della Reggenza, il conte FedericoConfalonieri, Giacomo Ciani, il conte Gio. Giacomo Trivulzio, Pietro Balabio capo battaglione della Guardia civica, Gio. Luca della Somaglia presidente del Consiglio comunale di Milano, Marc'Antonio Fè di Brescia e Serafino Sommi di Cremona: in segretario poi della suddetta Deputazione fu nominato Giacomo Beccaria[40].

Mentre queste disposizioni erano date, parte dai Collegi, parte dalla Reggenza furono abolite alcune tasse odiose al popolo, ed altre diminuite, onde piú facilmente richiamare l'ordine. Cosí il Registro, che sommamente gravitava sulle eredità e sui contratti, e la tassa sulle arti e mestieri furono abolite, e diminuite quelle sui sali e tabacchi. In seguito fu ristretta la riserva della caccia nel circondario di tre miglia del regio Parco di Monza, riserva posta su campi sommamente coltivati e fertili, e però dannosissima: era essa resa poi anche insopportabile dalle soperchierie de' guardacaccia. Giovarono questi provvedimenti alla calma della nazione, e la Reggenza ne ordinò l'esecuzione. Ma i Collegi elettorali, mentre volevano conservato ilRegno, fecero varie proposizioni alla Reggenza, che in nessun modo erano combinabili con quello scopo. Proposero l'abolizione del Senato, del Consiglio di Stato e della Segreteria di Stato. Ma questa loro dichiarazione non fu dalla Reggenza pubblicata, come quella che si opponeva direttamente allo scopo principale della conservazione del Regno. E ben mi ricordo che, giunta alla Reggenza la carta portante le dette determinazioni, il segretario di Stato conte Strigelli venne da me e dissemi che egli se ne andava a casa abbandonando il posto; al che io mi opposi, dicendogli che rimanesse, non potendo il Governo procedere ove fosse privato della Segreteria: e cosí egli rimase al posto.

Sette giorni, se ben mi ricordo, fu la Reggenza a capo del Governo e poté con molta quiete ed assiduità provvedere al tutto. Sedevasi il giorno e la sera; né parmi possibile ch'io potessi reggere a tanto, poiché, come Presidente, io non aveva un momento di quiete, non esclusa la notte. Io dovea sorvegliare i burò per la pronta spedizione degli affari, regolare le sedute, ascoltare chi si presentava; e quando, o per cibarmi o per riposare, io andava a casa, non mancava subito chi fosse da me, o per istruzioni o per recarmi notizie o per provvedimenti a vari moti che da un momento all'altro accadevano: e ciò oltre tutte le revisioni e le firme da porsi ai vari ordini, ai proclami, alle lettere. Ma ciò che rese cosí grave l'impiego chequasi era reso insopportabile, fu il poco accordo e la poca dignità di alcuni individui della Reggenza, dappoiché fu accresciuta di sette nuovi rappresentanti. Erano i primi dignitosamente interessati alla pubblica quiete ed al buon regolamento, le discussioni ed i partiti erano saggi, ponderati, tranquilli e fermi; poi divennero tumultuari e spesse volte poco decenti. Non voglio tacere che molto male fecero le basse e focose maniere del conte Longo del Mella, il quale con tanta rozzezza di modi, ostinazione e schiamazzo trattava gli affari e con tanto poco discernimento, non lasciando che altri con tranquilla dignità esponesse i propri pensieri, che oltre ad essere io stato obbligato ad ordinare che fossero chiuse le doppie porte, per impedire lo scandalo e l'udire agli uscieri ed altri, non potei un giorno dispensarmi dal chiamarlo all'ordine e dirgli ch'era libero di partire, giacché egli disse che, quando si fosse fatto certo decreto contrario alla sua opinione, egli avrebbe preso il cappello e se ne sarebbe andato. Non sarebbe stata gran perdita, se avesse eseguito quanto minacciava. Questo uomo, che era probo, ma sommamente focoso e di basse maniere, declamava furibondo quando era coi suoi eguali; ma poi si è manifestato vile d'animo quando l'occasione esigeva fermezza di carattere. Giunti i Tedeschi, egli in Reggenza non aveva fiato per parlare, né per leggere: non seppe mai fare rapporto d'alcun affare che potesse concepirsi,sicché egli meschinamente, con sorpresa di tutti, rappresentò nella Reggenza. Questo stesso uomo che, udito in società, si sarebbe creduto di forte petto, di carattere tenace e fermo, terminò di vivere per patema d'animo, quando il Governo austriaco, cangiato il governo e abolita la Reggenza al principiare del 1816, lo dimenticò, lasciandolo in libertà.

37.[IlVerriaccenna manifestamente alla convenzione militare di Schiarino Rizzino, la quale fu sottoscritta il 16 aprile 1814, ratificata dal maresciallo Bellegarde e dal Principe Eugenio il 17, e resa esecutiva conatto di cambiodelle ratifiche sottoscritto il 17 a un'ora pomeridiana dai generali austriaci Neipperg e Dode e dal generale italiano Zucchi. Questi atti furono pubblicati sulGiornale Italianodel 19 aprile 1814].

37.[IlVerriaccenna manifestamente alla convenzione militare di Schiarino Rizzino, la quale fu sottoscritta il 16 aprile 1814, ratificata dal maresciallo Bellegarde e dal Principe Eugenio il 17, e resa esecutiva conatto di cambiodelle ratifiche sottoscritto il 17 a un'ora pomeridiana dai generali austriaci Neipperg e Dode e dal generale italiano Zucchi. Questi atti furono pubblicati sulGiornale Italianodel 19 aprile 1814].

38.La rapidità e la moltiplicità delle cose accadute nell'epoca che ora incomincio a descrivere, può troppo facilmente indurre a scrivere con poca esattezza istorica. Onde converrà per ora indicare le scene principali, poi, ritornato che sia in patria, mi procurerò i mezzi di maggiormente ed esattamente risovvenirmi di tutto. Al che molto gioverà la lettura dei processi verbali della Reggenza, stesi dal segretario De-Pagave. [Questi processi verbali si credettero per un gran tempo perduti; ma erano nella collezione Morbio, con la quale furon venduti in Germania: di là tornarono in Italia per compra fattane a Lipsia dal libraio V. Menozzi, e quindi furono ceduti aLuca Beltramiche ne fece dono alla Biblioteca Braidense e ne diede un riassunto nell'Archivio storico lombardo, anno 1892, vol. IX. pp. 700-705].

38.La rapidità e la moltiplicità delle cose accadute nell'epoca che ora incomincio a descrivere, può troppo facilmente indurre a scrivere con poca esattezza istorica. Onde converrà per ora indicare le scene principali, poi, ritornato che sia in patria, mi procurerò i mezzi di maggiormente ed esattamente risovvenirmi di tutto. Al che molto gioverà la lettura dei processi verbali della Reggenza, stesi dal segretario De-Pagave. [Questi processi verbali si credettero per un gran tempo perduti; ma erano nella collezione Morbio, con la quale furon venduti in Germania: di là tornarono in Italia per compra fattane a Lipsia dal libraio V. Menozzi, e quindi furono ceduti aLuca Beltramiche ne fece dono alla Biblioteca Braidense e ne diede un riassunto nell'Archivio storico lombardo, anno 1892, vol. IX. pp. 700-705].

39.Dopo tre anni, non posso risovvenirmi esattamente delle epoche; e dubito che i Collegi elettorali abbiano nominati i sette reggenti dopo che i Tedeschi erano già in Milano con Sommariva e Strassoldo. [Gli Austriaci entrarono in Milano il 28 aprile: ela nomina per iscrutinio segreto degli individui degli altri dipartimenti da aggiungersi in membri della Reggenza provvisoria di Governoera stata fatta nella seduta dei Collegi elettorali del 25 aprile e pubblicata nelGiornale Italianodel 27].

39.Dopo tre anni, non posso risovvenirmi esattamente delle epoche; e dubito che i Collegi elettorali abbiano nominati i sette reggenti dopo che i Tedeschi erano già in Milano con Sommariva e Strassoldo. [Gli Austriaci entrarono in Milano il 28 aprile: ela nomina per iscrutinio segreto degli individui degli altri dipartimenti da aggiungersi in membri della Reggenza provvisoria di Governoera stata fatta nella seduta dei Collegi elettorali del 25 aprile e pubblicata nelGiornale Italianodel 27].

40.Verificare cosa infatti siasi determinato doversi chiedere, e chi abbia invitati i Tedeschi ad entrare per assicurare la pubblica quiete, se la Città, se la Reggenza, se i Collegi elettorali. [Delle richieste da fare alle Alte Potenze, secondo la deliberazione presa da Collegi elettorali nella seduta del 23 aprile, è dato il testo dall'Armaroli,p. 31. Quanto all'invito ai Tedeschi di entrare in Milano, è noto che esso fu fatto dai conti Luigi Porro e Giovanni Serbelloni recatisi in nome della città al quartier generale austriaco la sera del 20 aprile; cfr.Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni, p. 76 e 91].

40.Verificare cosa infatti siasi determinato doversi chiedere, e chi abbia invitati i Tedeschi ad entrare per assicurare la pubblica quiete, se la Città, se la Reggenza, se i Collegi elettorali. [Delle richieste da fare alle Alte Potenze, secondo la deliberazione presa da Collegi elettorali nella seduta del 23 aprile, è dato il testo dall'Armaroli,p. 31. Quanto all'invito ai Tedeschi di entrare in Milano, è noto che esso fu fatto dai conti Luigi Porro e Giovanni Serbelloni recatisi in nome della città al quartier generale austriaco la sera del 20 aprile; cfr.Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni, p. 76 e 91].


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