IL MATRIMONIO DI FIGARO.

IL MATRIMONIO DI FIGARO.

Salvatore Terlizzi aveva ilsaloneverso Porta di Ferro, un po' fuori mano; ma la casa gli apparteneva e la clientela era già formata, perchè i Terlizzi, di padre in figlio, avevano sempre fatto i barbieri. Per questa ragione Salvatore non pensava ad abbellire la sua bottega, e i bacili di rame lucente e le filze dei denti strappati dal suo babbo facevano ancora la loro bella figura sui ferri arrugginiti inchiodati sopra l'uscio.

In città, nelle vie più frequentate, i saloni parevano altrettanti negozii di mobili: da per tutto poltrone, divani, specchiere alte fino al soffitto, tappeti e stuoie, vasi pieni di piante mai più viste!

— Tutta illusione! — diceva Salvatore. — Tutta polvere agli occhi per far pagare tre lire il mese agli abbonati.

Egli non aveva le poltrone che giravano attorno, nè gli spazzolini per i mustacchi; ma per una lira il mese tagliava i capelli anche ogni giorno, se così piaceva, e faceva la barba a dovere, senza lesinare il sapone con la scusa che era profumato.

Ora non si poteva neanche andare in un salone alla moda, senza trovarci dei ragazzi che, fingendo d'imparare il mestiere, servivano veramente a scroccare i soldi delle mancie. Quando un galantuomo s'era fatta la barba e pigliava il suo cappello per andarsene, quegli gli venivano dietro, lisciandogli il soprabito con la spazzola, quasi gli facessero il solletico, e se uno non dava loro un soldone, non riusciva a cavarseli di mezzo alle gambe. Una vergogna che da lui non si vedeva perchè egli non aveva bisogno di aiuti!

Salvatore s'era dato all'arte da ragazzo e la sua mano aveva acquistata una straordinaria agilità; i capelli cadevano sotto le sue forbici come la lana quando tosano, e i suoi rasoi portavano via le barbe di un colpo solo, senza lasciare il più piccolo frego sulle guancie.

La domenica era giornata campale. Dall'alba a mezzogiorno, la bottega restava continuamente affollata da ogni sorta di persone: contadini che si facevano radere sulla faccia e sulla nuca, e lavare le teste talmente piene di terra che si poteva seminarvi prezzemolo, e all'ultimo leticavano sui soldi, ch'egli non ci ripigliava neanche il sapone; giovanotti i quali gli sciupavano una bottiglia d'olio per ungersi i capelli e gli facevano perdere un'ora per la scriminatura; murifabri terrosi, tutti imbiancati di calcina sulle giubbe color mattone; poveri diavoli con le barbe ispide, con le capigliature boscose che non conoscevano altro pettine fuor delle dita e si dimenavano sulla sedia ad ogni strappata di forbice; operai di tutte le età e di vario pelo che una volta seduti, dinanzi allo specchio, con tanti buoni odori d'acque e di pomate sotto il naso, non trovavano più il verso di alzarsi e di cedere il posto ai nuovi venuti.

Egli spiegava allora tutta la sua pazienza e la sua abilità, trattando ogni persona secondo il suo grado, aiutandosi con le mani e con la lingua, raccontando storielle, ripetendo le notizie che aveva raccolto durantela settimana da questo e da quello, aggiungendovi di suo un pizzico di sale e di pepe, per non dare agli avventori il tempo di seccarsi.

— Perchè non v'abbonate alla Gazzetta? — gli diceva l'amico Agostino Giarrusso, che passava tutte le sue ore libere nella bottega.

— È buona per gli scuoia-cani della città, la Gazzetta! — Il vero giornale l'ho qui in testa, e la gente mostra di gustarlo.

Egli andava anche in casa, a servir le pratiche, e cominciava il suo giro appena giorno, con la scatola degli strumenti sotto il braccio e le mani dentro le saccoccie del soprabito. I vecchi volevano esser serviti presto; essi si levavano col sole, e non lo facevano aspettare; ma i giovani si ravvoltolavano fra le coltri fino a tardi e non eran contenti se non gli facevano salir le scale un paio di volte almeno.

— Lasciamoli fare! Ho buone gambe, sia lodato Dio!

La gioventù è tutta a un modo — pensava — e anche lui, diciamo la verità, se si metteva assieme una serenata e l'amicoAgostino gli veniva a dire di portare il suo mandolino, c'era forse il caso che si facesse pregare?

Il mandolino, fra le mani di Salvatore, cantava come una voce umana e aveva certe note che facevano piangere. In tutta la città non c'era chi gli potesse stare a fronte, e i capi-musica dei reggimenti, e le stesse signore lo mandavano a chiamare per sentirgli suonare quel suo strumento che, come la casa e la clientela, gli veniva dal padre e dal nonno.

Ma il grande svago di Salvatore era un altro: era la lettura. Nelle lunghe ore che la bottega restava deserta e non si dovevano affilar rasoi nè spazzare capelli tagliati, egli divorava romanzi, seduto dinanzi alla porta, talmente assorto da non sentire nè vedere quello che accadeva per la strada. I romanzi glie li prestava l'amico Agostino, l'antico contabile della principessa di Roccasciano; ma quando ne capitava uno che gli piaceva davvero, lo andava a comprare addirittura. Così aveva messo assieme una piccola libreria: iMisteri di Parigi, ilCornuto, i Vermi, leAvventure di Rocambole,iMiserabilie finalmente ilConte di Monte Cristo, ch'egli sapeva quasi a memoria, tanto lo aveva letto e riletto.

Quei cinque volumi gialli, dopo aver fatto il giro dei suoi avventori, giacevano di qua e di là per la bottega, squadernati e unti, ma indispensabili a lui più degli stessi ferri del mestiere. Con Edmondo Dantès, con l'abate Faria, con Mercede, col signor Villefort e Caderousse e Massimiliano e Morcerf, con tutti quei personaggi meravigliosi e interessanti, Salvatore faceva vita assieme, si poteva dire, poichè li aveva sempre dinanzi agli occhi e parlava di loro come se fossero vivi.

La sera, quando venivano gli amici, a passare un'oretta, egli socchiudeva la porta, metteva fuori una bottiglia di vino e raccontava quella storia con più piacere che giuocando a briscola o chiacchierando dei fatti del prossimo.

— Dunque, s'era rimasti?...

— S'era rimasti che i gendarmi chiudevano Edmondo Dantès nel castello d'If....

Salvatore riassumeva gli avvenimenti precedenti, s'interrompeva per richiamare qualcheparticolare dimenticato; ma bisognava vederlo quando si rimetteva in carreggiata, ripigliando il filo del racconto! Allora si animava straordinariamente, come se tutti quei casi fossero capitati a lui in persona; si alzava in piedi, dava alla sua voce l'intonazione necessaria, trovava gesti energici ed espressivi che commentavano le parole e lasciava i suoi uditori sbalorditi, con la bocca aperta e gli occhi intenti. Ah! quella fuga dal castello! quei custodi che portavano il sacco con dentro il morto, che viceversa non era morto e sentiva quel discorso per lui incomprensibile! E quel rumore del mare, nella notte, mentre dondolavano il carico sull'abisso: «Uno!... due!... tre!...»

— Bene!... Bravo Salvatore!

— Sapete che a fare il cantastorie potreste egualmente guadagnarvi la vostra giornata? — diceva Giovanni Santoro.

— Alla generosità di lor signori! — E Salvatore faceva il giro della compagnia, col berretto in mano, per raccogliere le offerte. Coi soldi che mettevano assieme compravano delle castagne o delle carrube arrosto, roba che metteva sete e faceva vuotare i bicchieri d'un sorso solo.

— Alla salute della società!

— Alla salute di Agostino — che m'ha regalato questo buon vino!

— Alla salute dei vostri figli, quando ne avrete!

Salvatore si metteva a ridere, perchè quell'idea non gli era mai passata pel capo. Si trovava così bene, in quella pace degli angeli! e le donne non sapeva neanche dove stessero di casa.

— Che bisogno ho mai di andare a cercar degli impicci? Del resto, ci sarà sempre tempo di pensarci a cotesta corbelleria.

— Eh, amico caro! — gli diceva Agostino — lo sapete che i quarant'anni son passati da un pezzo?

— E questo che importa? Se mi trovate un pelo bianco ve lo pago quel che voi volete.

— Date retta a me piuttosto; cercatevi una moglie che faccia per voi, e v'arricchisca la casa! Voi avete del vostro, e non dovrete angustiarvi se verranno i figliuoli.

— Trovarla! Dove volete ch'io la vada a pescare?

— Gli amici ci son per niente? Ma ditemeglio che avete la testa ai romanzi e fantasticate Dio sa che stramberie!

Agostino diceva così per farlo indispettire. Quando toccavano quel tasto, Salvatore, che era sempre buono come il pane, s'arrabbiava davvero.

— Non ne capite niente! Quasichè io fossi un ragazzo, da guastarmi la testa! Se leggo romanzi vuol dire che ci trovo il mio gusto. A voi che piace, il bagordo? E chi vi dice nulla!

— Basta! non se ne parli più!

Invece tornava a parlarne. Egli aveva una gran premura di dargli moglie, ma diceva pel suo bene: si conoscevano da ragazzi, e ne aveano passate tante, insieme! Lui non l'aveva fatta quella corbelleria; ma c'era una brava ragione, che non aveva un soldo di suo, e il poco che guadagnava non gli bastava pei suoi bisogni. Rovinata la casa della principessa, era passato all'amministrazione del marchese Motta: e con le tre lire al giorno che gli davano sarebbe stato padrone di morir di fame, se gli fosse venuta la malinconia di ammogliarsi!

— Che dice la marchesa? — chiedevaSalvatore, pigliandogli il mento con due dita, per levargli la barba dal collo.

— Eh! amico caro... — masticava l'amico Agostino — quella tiene i ganzi a quattro per volta.... Se n'è perfino perduto il numero!...

— Quando poi si dice! Queste gran signore, se ci si mettono, ne vogliono cento di quelle...

— Ma che bel pezzo di donna.... vista in casa.... in disabigliè!... — e si dimenava voluttuosamente sulla sedia, mordendosi le labbra. — Una volta di queste ve la farò conoscere!

Infatti, un giorno l'amico Agostino venne a dirgli che la marchesa lo voleva a palazzo, col mandolino.

— È per domani sera. Sono venuti certi parenti da Palermo e ci sarà gran concerto.

Lui da principio non ne voleva saper nulla: che figura gli toccava fare, in mezzo a tanti signori?

— Non ci sarà nessuno, sono fra loro parenti. Andiamo, non fate il difficile; hanno saputo che siete un gran suonatore e vogliono ammirare la vostra abilità! E poi,date retta: quando sarete lì, guardatevi bene attorno... e me ne darete notizie!

— Che intendete dire?

— So io!

Salvatore aveva un cuor d'asino e un cuor di leone, come si dice, e non sapeva decidersi tra la voglia di andare dalla marchesa e la soggezione che lo vinceva soltanto a pensarci.

— Dunque, stasera? — venne a rammentargli Raffaele il cocchiere della signora, che era dilettante di chitarra.

— Ci sarete anche voi?

— Passerò a pigliarvi.

Così, quando fu l'ora, egli mise il suo abito più bello, prese lo strumento sotto il braccio e s'avviò.

Per una settimana, Salvatore non si potè levar di capo il ricordo della serata della marchesa.

— Com'erano magnifici quei grandi saloni, con quei grossi tappeti sotto i piedi,con tante galanterie e tante ricchezze!... Già, quando s'era trovato nel giardino, dinanzi alla signora, egli non aveva capito come l'amico Agostino ne potesse parlar male: era tanto buona, tanto affabile! S'ha un bel dire, ma il garbo e la distinzione si trovano soltanto in casa della nobiltà! Perfino i servi avevano belle maniere, e il cameriere che lo aveva accompagnato in giardino, e poi nella sala dei rinfreschi, pareva avesse fatto strada a un barone, a dir poco! Soltanto quel gelato non gli era andato nè per dritto nè per traverso, perchè, sul più bello, era entrato a rotta di collo un diavolino, strillando e pestando coi piedi, domandando i dolci, e poi era venuta la governante, vestita come una dama, e l'aveva portato via, chiedendo scusa a lui, Salvatore, con un'aria e una voce così gentili, che egli non era riuscito neppure a rispondere: Ma nulla!

— Che ne dite? Un bel pezzo di ragazza, quella Fanny? — chiedeva intanto l'amico Agostino. — Quei fianchi, li avete visti?... e il resto?...

— Sempre a una cosa voi pensate? — rispose Salvatore, ridendo un po' tra i denti.

— Io? Guardate cos'è il mondo! Io pensavo al bene, e se vi dico che è una bella ragazza, gli è perchè farebbe giusto per voi.

Salvatore lasciò cadere il discorso, affinchè quello se ne andasse. La testa gli frullava ancora da quella sera, e l'imagine di Fanny non gli si voleva levar via dagli occhi. La vedeva ancora, come se gli stesse innanzi, bionda, graziosa, elegante; gli risuonava ancora all'orecchio l'accento simpatico e per lui nuovo della sua voce melodiosa.

— Non dev'essere delle nostre parti; anche il nome lo dice.

E rimuginava: «Fanny! Fanny!...»

— Che bel nome! Un nome da romanzo.

Ora divorava volumi sopra volumi; aspettava ansiosamente le dispense dellaMano del defunto, le leggeva in un lampo e restava poi con la testa intronata e gli occhi stanchi, a pensare ai casi proprii.

Le cure della bottega, il lavoro di ogni giorno, la conversazione delle pratiche e degli amici cominciavano ad annoiarlo. Gli pareva mill'anni di restar solo, senza far niente; gli pesava di sentir chiacchiere e di sbattere saponata.

Ma l'amico Agostino gli era attorno, a tutti i momenti, cercando di persuaderlo che egli avrebbe dovuto accasarsi, presto, altrimenti i peli bianchi avevano tutto il tempo di spuntare; ripetendogli che Fanny faceva proprio per lui, giacchè era stata sempre avvezza ad aver cura della casa e dei ragazzi, e doveva anche aver messo dei soldi da parte; senza contare che la marchesa le avrebbe fatto qualche grosso regalo, pel matrimonio, com'è uso.

— Infine, che volete concludere? Volete aspettare di morir solo, come un cane, senza nessuno che vi pianga? A chi volete lasciare quel poco di ben di Dio? Resterete sempre in questo bugigattolo, ad affilar rasoi e a veder volare le mosche, quando non levate la barba a qualche straccione unto e pidocchioso? Ora che tutti gli scuoia-cani mettono su di gran saloni e fanno la loro bella figura, con le mani in tasca a comandare i giovani di bottega, voi solo non dovete tentar la sorte, per migliorare la vostra posizione? Il pane non vi manca, ma non si vive di solo pane! Con i denari che vi porterebbe Fanny c'è da far tante cose, solo che una testa quadra vi guidi!...

Salvatore non aveva bisogno di tante istigazioni, perchè dal momento che aveva vista la ragazza, in casa della marchesa, gli s'erano risvegliati dei calabroni per la testa, e tutti quei ragionamenti egli li aveva fatti da un pezzo. La sua bottega gli pareva ora ben miserabile; le imposte tarlate si aprivano sgangherandosi, i quadri delle quattro stagioni appesi alle pareti intonacate di un giallo sporco s'erano scoloriti, il cerchio di ferro da cui pendevano le filze dei denti vecchi girava continuamente ora da una parte e ora dall'altra, e i bacili di rame sbattevano fra loro con un rumore di casseruole sfondate.

Egli pensava a Fanny, alle ricchezze in mezzo a cui vivevano i signori, alSalone d'Europatutto splendente di lumi, di specchi, di dorature, dinanzi al quale la gente si fermava, ammirando.

— Lo sapete chi era prima quel Conterino? — diceva l'amico Agostino. — Un morto di fame, peggio di me. Ora fa fortuna, col nuovo salone, alla faccia degl'infingardi.

Salvatore avrebbe voluto parlargli di Fanny,ma aveva paura che quello lo canzonasse. L'amico Agostino, invece, avviò lui il discorso.

— Sapete che l'altro giorno ho visto la Fanny, e s'è parlato di voi?

— Davvero? — rispose l'altro, studiando un tono indifferente. — E che dicevate?

— Mi diceva che suonate come un angelo.

Quella sera Salvatore chiuse la sua bottega più presto del solito e si mise a suonare sul mandolino l'aria delTrovatore. La musica non gli aveva mai fatto un simile effetto; si sentiva correre dei brividi per la pelle e tremar la mano, con una gran voglia di piangere.

— Se potessi rivederla!

Quando meno lo avrebbe sperato, il suo desiderio fu sodisfatto.

— La marchesa vi vuole a palazzo, domenica, per un altro concerto — era venuto a dirgli il cocchiere.

Salvatore avrebbe voluto abbracciarlo.

— La marchesa mi onora ogni volta che mi comanda. E ci sarete anche voi?

— Mi tocca questa seccatura.

Per lui fu una festa. Il suo mandolinonon aveva mai cantato così dolce. Glie lo dissero, perchè egli non se n'era accorto; non s'era accorto di nulla, tranne di Fanny che andava e veniva dall'appartamento al giardino, come voleva il capriccio della marchesina. Se non era il rispetto, egli avrebbe mangiata a baci la bambina quando aveva voluto pizzicare il suo strumento.

— Abbia pazienza! Bisogna contentarla in tutto; altrimenti pover'a noi!

Salvatore non sapeva che rispondere, tutto sconvolto.

— Ma che, per carità!...

E abbandonava il suo strumento in mano di quel diavolino che se lo trascinava dietro come un giocattolo.

— Ora gli sciupa ogni cosa! — esclamò la Fanny, raggiungendo la bambina.

— Ma la lasci stare!... non importa!... — insisteva Salvatore, avvicinandosi, sfiorando le mani di lei nella breve contesa.

La marchesina, sdraiata sopra un sedile di ferro, col mandolino quasi più grande di lei fra le gambe, strappava le corde una dopo l'altra, come se volesse spezzarle.

— Mio Dio, che stridori! — diceva laFanny, portando le mani alle tempie e raggiustando lievemente con le dita le bande dei suoi capelli d'oro. — Che differenza con poco fa! — aggiungeva, rivolgendosi a Salvatore.

Egli tentava scusarsi:

— Bontà sua!... io non merito...

— No, no; le assicuro che lei suona divinamente. Così potessi avere ancora questa distrazione!

— Conosce la musica?

— Ora? Più nulla! A casa mia, strimpellavo bene o male sul pianoforte. Ma cosa vuole — aggiungeva, sospirando — quando non s'è più padroni!...

Salvatore non si stancava di contemplarla, pieno di commiserazione.

— E si trova da molto tempo con la marchesa?

— Da quasi due anni!

— Il suo paese, se è lecito?

— Sono veneziana. Mio padre era capitano nell'armata...

La marchesina chiamò da lontano:

— Fanny!...

— Sul punto di morte mi raccomandò auna famiglia di signori suoi conoscenti, che per tutta protezione mi proposero di prendermi come governante...

— Fanny! Fanny! — strillava la bambina.

— Dica lei cosa potevo fare, senza un aiuto, sola? Rassegnarmi!

— Fanny! — urlava la bambina, disperatamente.

Dal salotto, la marchesa chiamava anche lei, con voce breve:

— Fanny!

— Ecco quello che mi tocca! — mormorò lei. — Mi permetta, signore...

Salvatore restava ancora lì, senza saper dove fosse, con una grande confusione nella testa. Era proprio lei, la Fanny, che gli aveva fatte quelle confidenze? Ed erano dirette proprio a lui, Salvatore? Tutto questo non era un romanzo?... Si guardava attorno: il giardino era oramai deserto e silenzioso; i lampioncini rossi pendenti dagli alberi, come tanti poponi, si andavano spegnendo. La rotonda era vuota; dietro le finestre del salone, vivamente illuminate, si vedevano passare delle ombre, al suono affievolito del pianoforte.

— Un romanzo! un vero romanzo! — pensava egli continuamente.

A un tratto si udì chiamare:

— Salvatore, ohè? — Era Raffaele, il cocchiere. — Volete restare all'aria aperta fino a domani?

— Vengo subito — rispose, cercando il suo strumento da un sedile all'altro.

— Che avete fatto di bello?

— Nulla; s'è chiacchierato colla governante della marchesina.

— La governante? Quale governante?

— Ma... la Fanny... la figlia del capitano...

Il cocchiere si mise a ridere:

— Ci siete cascato anche voi? Che capitano e che governante! La cameriera, volete dire.

— Ecco com'erano! — pensava Salvatore. — Ecco in mezzo a qual gente era costretta a vivere quella povera creatura! Che sorte le toccava!

Egli si sentiva intenerire profondamente, ogni volta che ripensava a tutto quello che aveva dovuto soffrire, lei così buona, lei così degna di miglior sorte.

— Ah, se!...

Ma poi disperava, rivedendosi nella sua botteguccia, all'idea della distanza che lo separava da lei.

— Che!... Che!...

— Cos'ha mai Salvatore? — si chiedevano Santoro, Lisani e gli altri amici, nel vederlo sempre rabbuiato. — Guai grossi ci sono, dunque? — domandavano ad Agostino, che passava per il suo confidente.

— Infine — gli disse questi, dopo che i suoi discorsi avevano avuto tempo di fare effetto — perchè sospirate tutto il giorno come un mantice? Pensate sempre a Fanny?.. E spiegatevi chiaro, in nome di Dio! Perchè dunque non la sposate?

— E lei mi vorrà?

Agostino partì a ridere, vedendo la faccia lunga dell'amico.

— Dovete sapere che Pulcinella, quando era innamorato di qualcuna, diceva che mezzo matrimonio era fatto!

— E dunque?

— Dunque, all'altro mezzo penserò io.

Così egli fece portare l'ambasciata, da sua sorella, che era amica di Fanny, e un bel giorno tornò con la risposta.

— Insegnatemi il mandolino! — cominciò a dire, con una serietà studiata.

— Che vi salta in testa, adesso?

— Insegnatemi il mandolino, v'ho detto!

— Va bene, ve l'insegnerò; ma almeno spiegatemi....

— Vi spiego che le avete fatto girar la testa, col vostro pizzicato.

— E che ha detto?

— Dice di sì, birbante!

Gli sposi avevano preso un anno di tempo affinchè Salvatore potesse sistemare le sue cose e metter su il nuovo salone. La Fanny ne aveva fatta una condizione espressa, quando aveva vista l'antica bottega.

— E volete continuare a tenere questo bugigattolo?

— Veramente, non ha nulla di bello...

— Ma non è affatto decente!

Salvatore conveniva pienamente con lei, dimenticando che quel bugigattolo gli aveva dato il pane per tanti anni.

— La bottega la daremo in affitto — soggiunse. — C'è già chi la vuole. Intanto apriremo un nuovo salone. Ma se io fossi in un'altra posizione, vorrei piantar la baracca e non toccar più forbici e rasoi.

— E cosa fareste?

— Vorrei star sempre con te!

— Dio ne liberi! — esclamava la Fanny, ridendo. — Gli uomini in casa? Una peste!

L'amico Agostino, che gli dava sempre buoni consigli, pel suo bene, aveva grandi idee relativamente al nuovo impianto.

— Bisogna cercare una bottega spaziosa, molto centrale, facendo un affitto lungo. E non lesinare sugli addobbi. Giacchè ci siamo, dovremo anche provvederci di profumeria. E poi ci vogliono cento altri articoli: i colletti, i polsini, i bottoni, un po' di marocchineria; se dobbiamo far le cose per bene!..

Salvatore approvava, ma la difficoltà era quella dei quattrini; egli non sapeva dove li avrebbe presi, e quel poco che aveva messo da parte non era sufficiente neanche per le anticipazioni.

— Il rimedio è subito trovato — suggerì l'amico Agostino. — Vendete la casa. Coidenari in mano, potrete pagar contanti e ottener dei risparmii.

Ma egli non si lasciava persuadere; gli sapeva duro di vender la casa dove aveva passati tanti anni felice e contento.

— Si potrebbe trovare un altro mezzo?

— Il mezzo ci sarebbe, ma non è molto facile. Si potrebbe contrarre un mutuo, dando ipoteca sulla proprietà; poi, i denari che vi porterà vostra moglie e i vostri guadagni serviranno a sbarazzarvene. Tutto sta a trovare chi metta fuori i soldi; la casa è vecchia e il quartiere fuori mano....

— Lo troverete anche voi! Io non ho pratica d'affari; mi metto interamente nelle vostre mani.

Agostino trovò un'offerta, e cominciò a parlargli di tanto per cento, di garanzie e di altre cose in cui Salvatore non capiva niente.

— Voi mi dite che conviene? Affare fatto, non ne parliamo più.

Firmato l'atto e ricevuti i denari, Salvatore affittò una bottega del palazzo Spondelli, nel centro della città, a pochi passi dal salone di Saverio Conterino, e cominciòdal sostituire il vecchio pavimento di mattoni di terra cotta con un bel pavimento di larghe lastre di marmo, e dal rifare a stucco lucido il soffitto e le pareti.

— Chi glie lo dice a questo strappa-denti, di venirsi a mettere fra i piedi della gente? — esclamava Saverio Conterino, arrabbiato per la concorrenza del nuovo salone.

— Ora gli faccio vedere chi me lo dice! — rispose Salvatore quando gli riferirono quel discorso; e mandò a offrire due lire di più per settimana a Nardo, il giovane di bottega del Conterino.

Nardo era uno che amava di fare i suoi conti, prima di pigliare un partito. La sua ambizione era di mettere su un salone e di diventar principale a propria volta, ma la cosa era molto difficile restando col Conterino, il quale aveva figliuoli e non poteva pensare ad agevolar lui.

— Ma se non mi troverò bene nel nuovo salone? Conterino vorrà ripigliarmi? E allora dove vado? E con questo mutare ogni giorno, che fama mi faccio?

Poi veniva il rovescio della medaglia:

— Il nuovo principale piglia moglie, eavrà la testa a casa; le difficoltà dei primi tempi potranno scoraggirlo. Allora, se io mi faccio voler bene, potrò prendere il suo posto e troverò il salone avviato. Il principale non ha figli; potrebbe averne, ma prima che crescano ci sarà tempo perchè si ritiri dal mestiere. Se non si vuol ritirare potrebbe anche fallire...

— Mettiamo tre lire — disse per deciderlo Salvatore che contava di rifarsi coi guadagni del nuovo impianto. — Mi pare di far troppo!

Così la cosa si combinò. Quello di Nardo era un acquisto prezioso, ma non poteva bastare per gli affari che avrebbe avuto il nuovo salone; talchè Salvatore dovette pensare a un altro aiutante, e prese Andrea, il figliuolo di Pizzuto, il barbiere della Barriera, il quale veniva in città ad apprendere il mestiere. Veramente, non sapeva ancora tenere un rasoio in mano; ma alla sua scuola si sarebbe presto formato.

— Vogliono scannare la gente dallo strappa-denti! — diceva Saverio Conterino, guardando i lavori che si facevano nella bottega. — Avete inteso chi prendono per aiuto?

— Bisogna compatirlo — rispondeva Salvatore, con una scrollata di spalle. — È l'invidia che lo rode vivo.

Quando finalmente fu aperto ilSalone di Venezia— Salvatore gli aveva messo questo nome per amore di Fanny — ci fu davvero da rodersi le dita, dall'invidia; perchè la bottega di Salvatore era una galanteria e straluccicava negli specchi, nei mobili, nelle dorature. Anche qui i passanti si fermavano, a guardare, ingombrando il marciapiede e impedendo che la gente entrasse od uscisse. Dentro, Salvatore, vestito a nuovo, faceva gli onori di casa agli amici, ai conoscenti, agli antichi frequentatori che venivano a congratularsi con lui; aprendo una dopo l'altra tutte le cassette e gli scaffali dove stavano disposti in bell'ordine le boccettine d'acque e d'essenze, le spazzole, gli spazzolini ed i pettini, le scatole di polvere profumata, i pacchetti di sapone, un'infinità d'involti azzurri, rosei e giallo-chiari; spiegando quanto era costato questo e quanto quello, e come non si fosse finito più presto per fare ogni cosa con garbo. Egli prodigava ringraziamenti e strette di mano, adestra e a manca, senza neanche riconoscere la gente che entrava, impacciato per l'abito nuovo ed il colletto troppo stretto.

Agostino godeva anche lui del trionfo, modestamente, facendosi da parte, evitando gli sguardi di Salvatore, ma non tanto da impedire che quando la folla se ne fu andata, l'amico gli venisse a buttar le braccia al collo.

— Questa è tutt'opera vostra! Senza di voi io non avrei mai saputo cavarmi d'impiccio....

— Andiamo, via! Voi non mi dovete nulla. Se vi ho dato qualche consiglio è stato per il bene che vi voglio. Ora bisognerà far buoni affari.

Il nuovo salone faceva i suoi affari come tutti gli altri, nè troppi nè pochi, tanto da mantenersi. Salvatore vi perdeva tutto il suo tempo e con le sue belle maniere riusciva a ingraziarsi le pratiche e a procurar abbonati. I registri li teneva Agostino; Salvatore aveva troppo da fare, e poi non riusciva a raccapezzarsi in mezzo alle cifre. Nardo era anche lui un buon lavoratore, attivo e intelligente; egli pensava sempre ametter bottega alla sua volta e intanto faceva di tutto per cattivarsi la benevolenza del principale. Andrea s'andava formando, a poco a poco; ora gli si poteva affidare una barba, quantunque fosse un po' tardo; i capelli sapeva pettinarli a garbo ed era famoso per la scriminatura. Egli non era più riconoscibile; spendeva tutto il suo a colletti, a spille di rame, a bottoncini d'osso, e prendeva sempre più l'aria d'un zerbinotto.

— Il figurino! — l'aveva soprannominato Salvatore.

Tutt'e due, quando nel salone non c'era da fare, divoravano le dispense illustrate:Il Signore del mondo, Mietta o Il Fiacre N. 13.Nardo non le toccava se non per mettere in ordine il salone; quand'era disoccupato egli faceva conti, sulla punta delle dita.

Ora Salvatore era costretto a comperare anche i giornali, perchè la nuova clientela, più scelta e numerosa dell'antica, gl'incuteva soggezione, ed egli non poteva chiacchierare con tutti. Ogni mattina, sul presto, arrivava sgambettando lo Sciancato, quelloche strillava i fogli, e appena entrato si cavava il berretto.

—Benedicite!— Poi, cominciando a fare il mulinello col braccio dritto: — Oggi, gran novità! C'è la scacciata d'Adamo e di Eva dal paradiso terrestre!

E come gli davano il soldo, lo buttava all'aria, lo faceva cadere dentro il berretto e scappava tirandosi dietro la gamba storta.

Salvatore, intanto, vedeva Fanny rare volte; la marchesa non le dava molti permessi d'uscire, ed a palazzo egli non poteva andare tutti i giorni.

Per questo, quando ad agosto, dopo che la signora andò in campagna, finalmente il matrimonio fu celebrato, Salvatore era innamorato di sua moglie ancora più di quando l'aveva conosciuta.

Appena entrata in casa, vista la ragazza di servizio presa da Salvatore, la Fanny aveva detto:

— Chi è questa stracciona? È lei che deve servirmi?

— Non ti piace? — rispose Salvatore — Il mese venturo ne prenderemo un'altra.

— E intanto cosa pretenderesti, che facessi la serva io?

— Ma che ti scappa di bocca!

E Salvatore perdette la caparra e la mesata, cercando subito un'altra persona di servizio che piacesse a sua moglie. Egli non voleva dare nessun dispiacere a Fanny; le stava sempre d'attorno, spiando i suoi desiderii, trascurando i proprii affari, lasciando il salone in mano ai giovani di bottega. La carezzava, la vezzeggiava come una bambina; non gli pareva vero di poterla chiamare sua moglie, di sentirsela vicino, per sempre.

— Chi l'avrebbe mai detto! Mi par di sognare.

La guardava andare e venire per la sua casa, pieno di meraviglia, come se non fosse una persona, ma una fata venuta a rallegrarlo e pronta a scappar via. La chiamava coi nomi più dolci, le prestava tutte le bellezze delle eroine dei suoi romanzi; voleva guadagnare una fortuna soltanto perchè lei ne disponesse.

Fanny metteva ogni sua cura a sfoggiare le galanterie e gli abiti che la marchesa le aveva regalati.

— Ti stanno così bene! — esclamava suo marito.

Ma lei non restava mai contenta.

— Queste buccole non sono di buon gusto. Roba da contadine!

Salvatore glie ne comperava un altro paio. Sua moglie non doveva parere una contadina, doveva parere una signora e far la sua figura come le altre, meglio delle altre.

— Fanny è piena di voglie: buon segno! — andava dicendo, fregandosi le mani.

Poi, in primavera, lei volle andare in campagna, come facevano tutti. Salvatore affittò subito, dietro la Barriera, in una posizione bellissima, due stanze con un giardinetto, dove c'era una magnifica veduta. Non gli importava di lasciare la città, di piantare il salone e gli affari, pur di contentarla. E poi, lei si poteva bene cavare quel capriccio, con le due mila lire che aveva portato di suo!

Ma, appena arrivata, Fanny cominciò a smaniare:

— Che oppressione!... Come si fa a viver qui!... Ma che idea di cercare una casa dietro il camposanto!

A manca, in fondo, oltre i tetti di alcune casipole, spuntavano infatti le cime dei cipressi.

— Scusami, non me n'ero accorto! Un vero malaugurio! Gli è che io non ho occhi se non per te. Vogliamo andar via?...

— Ora che ci s'è, ci si resta — disse Fanny, quando Agostino, con la sorella, venne a villeggiare nelle vicinanze.

L'amico, veramente, era occupato in città durante tutta la giornata; la sera soltanto gli era permesso di andare a respirare un po' d'aria fresca. La domenica, spesso anche qualche altro giorno della settimana, Salvatore lo invitava a desinare.

— È il meno ch'io possa fare — diceva a sua moglie, giustificandosi — per disobbligarmi dei servigi che mi rende alla bottega.

Appunto Fanny, che era avvezza a veder gente, si sentiva opprimere nella solitudine.

— Venite a trovarci, la sera — insisteva Salvatore — quella povera figliuola non vede anima viva.

Con Agostino lei stava volentieri; era una vecchia conoscenza e la divertiva con le sue chiacchiere. Lui non mancava di portarle qualche cosa, delle confetture, dei pasticcini, per contraccambiare le cortesie di Salvatore.

— Ma io non posso permettere!... Se vi incomodate ancora, me n'offendo.

E facevano a chi obbligasse più l'altro.

Quando Agostino non potè venire, neanche la sera:

— Ora torniamo a casa — disse Fanny.

Anche a Salvatore pareva tempo. Per quanto onesti fossero i suoi commessi, e l'amico Agostino vigilante, la baracca non poteva andare a lungo a quel modo. L'occhio del padrone ingrassa il cavallo, si dice, ed egli lo vedeva con prova. Le pratiche che volevano esser servite da lui, a casa, si lamentavano della lunga assenza; il salone aveva bisogno d'esser corredato di tutto il necessario, continuamente, e per questo non c'era che lui.

Così vi ritornò, badando di nuovo agli affari, procurando di allargare la sua clientela con le sue belle maniere, rifornendosidi tutti quegli arnesi che il tempo aveva logorati, per mantenersi sempre nella bella fama che s'era acquistata. L'amico Agostino gli era sempre di grande aiuto, nel fargli i conti, nello scrivergli la corrispondenza con i fabbricanti dai quali ritraeva i suoi articoli, nel tenergli d'occhio la bottega quand'egli non poteva venirvi.

— S'aiutano l'uno coll'altro! — diceva Saverio Conterino al calzolaio che stava a fianco. — L'amico fa andare il salone e lo strappa-denti gli dà in cambio la moglie.

— Come avete detto? — esclamò quello.

— La sacrosanta verità. Quando lo strappa-denti sbatte saponata o lava teste, l'amico fa il comodo suo, con l'amica. È una cosa combinata da un pezzo...

— Come, come?

— Già, loro si conoscono da un pezzo, da quando erano in casa Roccasciano tutt'e due. All'amica le piaceva scherzare, ma scherzare soltanto, veh! chè voleva trovare un marito, lei. E poi, entrata in casa Motta, l'amica ci fece venire anche lui, per mezzo della marchesa che non le può negar niente, perchè è nelle sue mani. E adesso che lui le hafatto trovar un marito — e così paziente! — vanno tutti d'amore e d'accordo.

Senza Agostino, veramente Salvatore si sarebbe sentito come perduto. A lui egli confidava i suoi piccoli dispiaceri, i suoi imbarazzi; a lui suggeriva di farlo rappattumar con la moglie, se si erano un po' bisticciati, per una cosa da nulla, e domandava consigli per l'affare del mutuo, giacchè era passato più d'un anno e ancora non aveva potuto metter niente da parte, malgrado s'ammazzasse a lavorare, senza un lamento, perchè sua moglie non mancasse di nulla e si potesse acchetare anche il debito.

— Non ve ne curate! — gli diceva l'amico Agostino, alzando le spalle.

— Come, non debbo curarmene? Se ho preso i denari, bisogna bene che li restituisca.

Egli studiava economie, non spendeva più niente per sè, tranne i soldi delle dispense illustrate; ma, invece di risparmiare, le entrate del salone non gli bastavano più.

— Caro Agostino — ricorreva all'amico — potete procurarmi un centinaio di lire?

L'amico portava la somma, contro la firma d'un pezzo di carta.

Fanny aveva bisogno d'abiti e di vezzi; andava spesso a trovar la marchesina, e non poteva presentarsi alla sua antica padroncina come una cameriera. Poi era stata sempre abituata a portar cappellini, e non poteva adattarsi all'uso dello scialle paesano.

— Un uso stupidissimo! Allora tanto vale andare attorno vestite di casa, se l'abito non s'ha da vedere!

I cappellini costavano cari, ma Salvatore non badava alla somma.

— Spendi tu stessa quel che ti bisogna — diceva, consegnandole tutto quanto gli entrava.

Giusto, la marchesa era partita per le sue terre, e aveva lasciato il palchetto delComunaleal segretario, al cocchiere ed a Fanny, una sera per uno.

— Chi è quella signora? — sentì dire Salvatore, gongolante, a un giovanotto nell'atrio del teatro, mentre passava sua moglie tutta ravvolta nel mantello bianco, con la piccola coda dell'abito che spazzava il corridoio.

Lei pareva veramente una signora, come tutte le altre, quando appuntava l'occhialettoqua e là per la sala, col gomito nudo sul velluto e i guanti a mezzo braccio, o quando agitava lentamente il ventaglio, o si riversava indietro, a ridere e a chiacchierare col segretario o con l'amico Agostino.

— Vogliono metter la casa all'asta — venne a dir questi una sera, mentre il teatro risuonava di canti e di applausi.

Ma Salvatore guardava sua moglie, estatico, e non l'intese.

Quando lesse il bando dell'espropriazione, in fondo al salone, alla luce del gas dovuto accendere in quel tristo pomeriggio di novembre, Salvatore avrebbe avuto voglia di strapparsi i capelli, non soltanto per il danno, ma anche perchè aveva a malaugurio di lasciar la casa dov'erano morti i suoi, dov'egli stesso era cresciuto e contava di morire.

— Io che non volli venderla quando almeno potevo cavarne un utile, me la vedo ora toglier di mano per un pugno di soldi!

Agostino aveva anche lui il muso lungo, come se sentisse il peso di quella disgrazia, e non diceva nulla.

— Insomma, non è morto nessuno! — esclamò Fanny che s'annoiava a sentir piagnistei. — Case non ne manca, in città.

— È per l'affezione, capisci...

— Ed io qui mi son sentita opprimere, se lo vuoi sapere! — gli spiattellò lei chiaro e tondo.

Salvatore la strinse fra le braccia, amorosamente.

— Perchè non lo hai detto prima? Hai ragione, povera figliuola. Insomma, qui o altrove, non saremo sempre insieme?

E le cercò subito un'altra casa, in via Santo Spirito, a due passi dal salone, tutto contento di farle piacere e di trovarsela più vicina.

— Anche questa è riuscita — diceva Saverio Conterino. — L'amico gli ha fatto levar la casa, ed ha spartito coi creditori!

Ognuno sapeva ora la disgrazia di Salvatore, la sapeva perfino Nardo, il suo giovane di bottega; ma questi fingeva d'essere al buio e se in sua presenza il discorso cadevasu quell'argomento, cominciava a parlar d'altro. Egli pensava sempre all'avvenire, al salone che doveva aprire, quando la sorte lo aiutasse, e non gli pareva impossibile che un giorno o l'altro il principale si ritirasse dagli affari e gli lasciasse la sua clientela.

Salvatore era più che mai contento di lui e ne faceva grandi elogi.

— Non puoi credere che bravo ragazzo — diceva a sua moglie. — Giovani attivi e diligenti come lui non se ne trovano tutt'i giorni. Una vera perla.

Fanny voleva conoscerlo, ma Nardo aveva soggezione e paura. Con quell'imbroglio, chi sa come gli succedeva!... però non avrebbe voluto dispiacere al principale. Così una sera che Salvatore se lo trascinò dietro, non potè trovare nessuna scusa per rifiutarsi.

Fanny gli fece un'accoglienza delle più lusinghiere.

— Ho proprio piacere di avervi conosciuto. Salvatore non fa che parlarmi di voi e dei vostri meriti.

— Tutta bontà del principale!

Ogni volta che egli tornava in casa di Salvatore, gli facevano ogni sorta di complimenti;la signora, specialmente, non si occupava che di lui. Il guaio era quando ci si trovava l'amico Agostino; allora Nardo non osava parlare, Salvatore intavolava il discorso dei debiti, che la vendita della casa non era bastata a coprire, e la signora smaniava.

— Alla larga! — pensava Nardo. — Bisogna farsela da lontano!

— Questo è il modo di trattare gli amici? — gli disse una sera Fanny, in tono di rimprovero. E per tutto il tempo che stette lì, non gli levò gli occhi d'addosso.

Nardo era sulle spine e non gli pareva l'ora di andarsene.

— Venite a trovarmi, domani — gli sussurrò lei, stringendogli forte la mano.

Nardo, per le scale, aveva il viso in fiamme, e rideva:

— Guarda, guarda!...

La moglie del principale era una gran bella donna, non si poteva negare; ma era ancor più bella la pace! Ed Agostino doveva essersi accorto di qualche cosa; pareva l'avesse con lui e gli rivolgeva certe occhiate che non facevano prevedere niente di buono. Che cosa guadagnava a disgustarselo? Coluiaveva sempre una grande influenza sul principale, e poteva discreditarlo ai suoi occhi e fargli perdere il frutto della sua bella condotta!

— Niente, cara signora; — pensava — non ne faremo niente!...

Come egli non andava in casa del principale, Agostino mostrava una cera sempre più tranquilla e sodisfatta; e poichè la situazione di Salvatore si andava complicando, Nardo si fregava le mani.

— I nodi debbono arrivare al pettine! — pensava. — Ma se io fossi nei panni dell'amico, non mi farei più sbarbar da lui.

Invece, l'amico Agostino si metteva come prima in mano di Salvatore, il quale gli veniva palpando delicatamente il collo e le guancie, passandovi e ripassandovi il rasoio sottile e lucente, che sarebbe bastato un piccolo movimento per segargli la gola.

Nardo aveva sempre gli occhi da quella parte, temendo da un momento all'altro di veder scorrere il sangue.

— Ora lo scanna!... ora lo scanna!...

E si avvicinava alla porta, per esser pronto a chiamar gente.

Ma il principale non lo scannava, gli stavacontinuamente ai fianchi e spartiva, si può dire, il sonno con lui, angustiato soltanto per le strettezze in cui versava.

— Pensate sempre alla casa, con quella faccia lunga? — domandava l'amico Agostino. — Ora il fatto è fatto, e bisogna stare allegri. Domani tornerà Vito Lisani, con la moglie, e gli faremo una serenata; venite anche voi, col mandolino; ci divertiremo....

— Vuoi che ci vada? — chiese Salvatore a Fanny.

— Pur di non trovarti sempre fra i piedi!....

Come Salvatore arrivò in casa di Giovanni Santoro, dove la comitiva stava per mettersi in cammino, non vide l'amico Agostino.

— E Agostino, dov'è?

— Ora viene! — rispose Michele Calanna, ridendogli in faccia.

Sotto la casa di Vito Lisani la serenata faceva un baccano, destando tutto il vicinato. Giovanni Santoro suonava l'organino, instancabilmente, aprendo e chiudendo il mantice, e la compagnia cantava a squarciagola:


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