NEL CORTILE.
— E la colpa è tutta vostra! — diceva don Angelo, il trattore, dalla sua cucina.
Maestro Titta, il portinaio, badava a piantar stecchi dinanzi al bugigattolo ritinto in verde di fresco, e non gli dava retta. Quel cristiano preparava pietanze mettendoci dentro ogni sorta di porcherie; lui faceva l'impiega-serve, e non era sua colpa se glie ne capitavano anche di linguacciute.
— Ogni legno ha il suo fumo!
Però Rosa, la serva degl'impiegati che stavano al quarto piano — una gente tranquilla che badava ai casi proprii — pareva sempre come morsicata dalle vespe. Non faceva altro che leticare, se ai piani di sotto tenevano aperte troppo a lungo le chiavette e si portavano via tutta l'acqua; se il trattore del cortile accendeva il forno e affumicavail vicinato, quasi le persone fossero aringhe; o se il cane del tappezziere abbaiava e le si avventava alle gonne, quando lei usciva pel servizio.
— Ah, non la vogliono sentire? — gridava. — Qualche giorno gli do una polpetta avvelenata e me lo levo davanti.
— Pròvati un po'! — rispondeva il tappezziere — Poi vedremo come ti finisce!
— Come mi finisce? Come mi deve finire? Questa è una porcheria, il cane tra le gambe; vorrei vedere ogni altro! E non mi fate gli occhi grossi, avete capito? che io non ho paura...
— Basta! — strepitava il trattore, che le voci si sentivano dall'altra parte, nelrestaurante.
— Sentiamo quest'altro, adesso! Voi di che v'immischiate? Pensate ai fatti vostri, che ai miei ci penso io!...
La causa della collera di Rosa era Paolino, il giovane del tappezziere, che un tempo le era andato dietro e le aveva promesso di sposarla.
— Insomma — chiedeva il portinaio — che cosa è successo? Vi siete bisticciati?
— M'importa assai, di lui e di voi! — rispondeva Rosa, con la sua voce squillante.
— Ma che non ti vuol più? — insisteva quello, per farla arrabbiare.
— Soltanto in sogno poteva sperarlo, di guardarmi in faccia! — replicava lei, con gli occhi un po' rossi. — Davvero, soltanto in sogno!... — E si voltava dalla parte del tappezziere, perchè sentissero di chi voleva parlare.
— Questa è una cosa che non si può più tollerare! — borbottava il trattore, e minacciava di andare a parlare col padron di casa.
Ma il guaio più grosso fu a maggio, quando venne al quartierino dirimpetto la famiglia di don Felice Giordano. La signora Giacomina non le aveva fatto ancora niente, che Rosa sentì un'antipatia per quella cristiana. Una vecchia smorfiosa, sulla quarantina, che s'imbellettava fin sul collo e andava vestita come una ragazza appena uscita dal collegio!
— «Non mi toccare che mi sciupo!» — l'aveva subito soprannominata.
Una razza di sguaiati, lei, le sue figliuole e il piccolino che cresceva una bellezza! A vederli per le strade, le fanciulle avanti, con due vestiti eguali dal cappello agli stivalini; la mamma appresso, tutta lezii e smorfie, tenendo per mano il figliuolo vestito da marinaio, con un gran cappello di tela cerata e lo scrittoDuilio; il babbo due passi indietro, col cane, parevano una gente per bene, educata e tranquilla.
— In casa, bisogna vederli!
Dal cortile, si sentivano a ogni momento grida e fracassi, che la signora Giacomina voleva comandare a bacchetta, e le ragazze, con la testa sempre agli innamorati, non le davano ascolto.
— Se vedo ancora quel pezzente andarti dietro — strepitava con Antonietta, la maggiore — t'accomodo per le feste!
— Voi di che vi mescolate? Dovete forse sposarlo voi?
— Ah, sì? Vedremo dunque s'io ti lascerò più andar fuori!
— Me n'importa un corno! Lo vedrò lo stesso...
Allora si sentivano i ceffoni della signoraGiacomina, e gli scoppii di pianto della ragazza. Se la sorella Angiolina si interponeva, ne toccava anche lei.
— Guardate che razza di screanzate! Voglio farvi veder io, se non tirate dritto! Con tanti di quei calci...
Poi, come s'avvicinava l'ora di andare dal suo amico, il marchese Motta, lei usciva, in gran toletta. Le ragazze asciugavano le lacrime e mandavano Milia, la serva, a portar le lettere agl'innamorati.
Milia lasciava la casa sottosopra, i letti disfatti che mostravano le lenzuola annerite; i panni sciorinati fuori delle finestre, sulle sedie, per terra, un po' da per tutto. Se la signora Giacomina tornava a tempo per accorgersi di quella confusione, erano scenate che non finivano più.
— Guardate qui, fino a mezzogiorno, la casa sottosopra! E voialtre scanzafatiche, che cosa fate? Perchè non date una mano a ravviare? E Milia, dov'è la Milia?...
Milia, come l'uragano s'addensava su lei, rispondeva male:
— Tutto questo baccano, per un letto disfatto!... Vi pare che la gente sia di ferro?...
— Oh, con chi parli, sgualdrina? Se non stai al tuo posto!...
La Milia pestava i piedi per terra, piangendo:
— Or ora... or ora voglio andarmene!... non ci voglio restare più un momento!...
— Zitta, non è niente!... — s'interponevano le ragazze, per timore che si scoprissero le loro magagne. — Mamma, non lo farà più!... e tu, domandale perdono!...
Ma la casa della signora Giacomina andava sempre più a soqquadro, malgrado lei ci spendesse un occhio, e comprasse continuamente nuova biancheria, e rifacesse i mobili, e pretendesse la più gran nettezza, per figurare, all'occorrenza. Le ragazze non si davano nessun pensiero delle faccende domestiche, e sotto le vesti all'ultima moda e gli stivalini dai tacchi alti, portavano camicie ricamate a furia di sdruci, e calze bucate e spaiate.
— Sciagurate! Senza pensieri! Come vi fidate di campare così! Chi vuol essere tanto pazzo da pigliarvi così sciagurate! — gridava la signora Giacomina, che non poteva soffrire quel malverso, e avrebbevoluto veder la sua casa come quella d'un signore.
Per questo s'era anche messo in capo di far la visita alla baronessa Scilò, che era venuta a stare al piano nobile, dalla scala grande; ma quando mandava l'ambasciata, per sapere se la baronessa riceveva, quella faceva rispondere un po' che non era in casa, un po' che stava male.
— Tutte le fusa non vengon dritte! — diceva Rosa — e la visita può levarsela di capo; son io che glie l'assicuro!
Poichè non le riuscì di essere ricevuta dalla baronessa, la signora Giacomina si mise a gridare, che si sentiva per tutto il cortile:
— L'onore lo facevo a lei, di andarla a visitare!... A me non mancano case dove mi vengono a ricevere ai piedi dello scalone; chè quando campava la principessa di Roccasciano eravamo come sorelle, e da lei ho conosciuta tutta la migliore società!...
Però, malgrado sbraitasse, volle prendere la stessa pettinatrice della baronessa, la Liberata, e le mandò a offrire dodici lire il mese, perchè quella andava soltanto nellecase dei signori e non voleva salir troppe scale.
— Ci mancava quest'altra, tra i piedi! — borbottava Rosa, vedendo la pettinatrice salire dalla signora Giacomina. — Guardate che c'è: scialle di seta!... stivaletti verniciati!... pendenti d'oro!... Auf, quante cose si debbono vedere!
— Tu di che t'impicci? — ammoniva maestro Titta.
— Io? Me n'importa assai! Dico anzi che le treccie finte glie le combina bene!
Mentre le passava il pettine fra i rari capelli, la Liberata parlava alla signora Giacomina delle ricchezze dei casati che lei serviva, degli abiti che le signore aspettavano da Parigi, del trattamento che facevano alle persone di servizio, dei regali che davano anche a lei: ora un cestino di frutta primaticcie, ora qualche bottiglia di vino dolce, ora un palchetto a teatro; quasi per farle sentire la miseria delle sue dodici lire.
E la signora Giacomina, quando il marchese le mandava dei regali, prelevava la parte di Liberata:
— Non bisogna far cattive figure!
E se la pigliava con don Felice che, se restava in casa, sbottonato, in ciabatte, si buttava sui divani e sulle poltrone, trascinandosi dietro i guanciali, per star più comodo, e con Totò sempre lercio indosso, la faccia allumacata di carbone, di gesso e di ogni sorta di sudicerie, che abbruciacchiava le sedie coi cerini rubati al babbo, affossava il pavimento, rompeva le vetrate con la trottola, ingombrava le stanze e vi disseminava i pezzi di vetro, la carta stracciata e il terriccio portato via dai vasi della terrazzina dentro un suo carrettino con una ruota mancante.
La guerra scoppiò per causa sua, un martedì quando Rosa aveva sciorinato i panni alla funicella che andava dalla sua finestra alla terrazzina di don Felice sulle carrucolette di rame. Totò aveva fatto un nodo alla fune, talchè quando lei volle tirarla, non riuscì a farla andare nè avanti nè indietro, e mentre ci si arrabbiava e cominciava a gridare, il ragazzo, mezzo nascosto tra i vasi, le fece le fiche, cantando:
— Ohè! Ohè!
— Ah, figlio di non so chi, ti prudono le mani?
La signora Giacomina, sentendo questo discorso, venne fuori come una vipera a gridare contro quella ciabatta che rispondeva in tal modo al suo figliuolo:
— Se non la finisci, ti faccio pigliare a calci e chiamare dalla questura!
Rosa se la legò al dito.
— Ciabatta a me? Io in questura? Le voglio far vedere, a quella buona donna!
Così, quando i vicini si affacciavano al balcone, ora la mamma e ora le figliuole, lei si metteva a parlare ad alta voce, rifacendo il verso di quella gente, guardandosi addosso e stringendosi nelle spalle, o raggiustando le pieghe della veste dinanzi alle vetrate che le servivano da specchio, o facendosi vento col soffietto della cucina.
— Milia! — fingeva di chiamare. — La polvere di cipria! Milia, lo spillone!... presto, dico, Milia!...
Poi, quando il giuoco era durato un pezzo, sbatteva loro in faccia l'affisso e se ne andava contenta a spazzar le stanze o a tagliar cipolle.
La signora Giacomina andava a pigliarsela con suo marito, ma don Felice non voleva rotta la testa e per questo le lasciava ogni libertà di fare quel che più le piaceva.
— Mettetevi in capo che io voglio stare in pace e non cerco gatte a pelare.
L'altro martedì, quando la fune piena di biancheria s'incerchiava per aria sotto il peso delle lenzuola, delle camicie, delle mutande ancora gocciolanti, Totò prese un coltello e mentre nessuno gli badava la tagliò. Voleste vedere allora tutta quella resta di panni spenzolare fin giù al primo piano, attaccandosi e insudiciandosi alle inferriate!
Quando Rosa s'accorse di quella rovina e vide il suo lavoro sciupato, non seppe più tenersi, e cominciò a sfilare la litania delle contumelie, con la sua voce acuta e stridente che faceva affacciare tutto il vicinato, come se stessero ammazzando qualcuno. E appena scorse la signora Giacomina dietro la finestra, si mise a gridare:
— Insegnategli l'educazione, ai vostri figli; che se non la sapete ve l'insegno io!
— Con chi parli, sguaiata? — rispose la signora Giacomina, venendo fuori sulla terrazzina. — Senon vuoi star zitta ti lascio correre questo vaso in testa!
— Parlo con voi, signora marchesa! e non ho paura nè di voi nè del vostro Dio! e un'altra volta che vostro figlio mi farà qualche scherzetto, lo accompagno a sculacciate!
— Faccia velenosa, provati a guardare il ragazzo soltanto di traverso e l'avrai da far con me! Aspetta, aspetta che chiamo suo padre...
— È troppo lontano! Fuori di casa dovreste andare!...
E nel cortile scoppiavano a ridere, perchè infatti si sapeva che Totò era figlio del marchese Motta.
Rosa era diventata così intrattabile dopo che Paolino aveva lasciato il tappezziere, e di matrimonio non se ne parlava più.
— Ti contenti di me? — le chiedeva maestro Titta, guardandola di sotto gli occhiali. — Parola d'onore che se tu mi vuoi, io per me ti sposo!
— Andate là, pulcinella! — rispondeva lei, mostrandogli il pugno.
— Voglio dire che mi sei simpatica, purchènon letichi e non strilli. Allora mi sembri la scimmia della Villa, tal'e quale.
Rosa alzava le grida:
— Se sembro la scimmia della Villa, voi voltatevi dall'altra parte. V'ho forse pregato di portarmi qualche ambasciata?
— Al solito, prendi subito fuoco? Che t'ho detto di male? di non farti una cattiva fama, di lasciare in pace il vicinato!
— Il vicinato! il vicinato! Quando si affittano le case a certa gente che so io!..
— Che sai? Don Felice?... Un galantomone! La signora Giacomina? Un cuor d'oro! Le ragazze cercano marito, come tant'altre di mia conoscenza; il piccolino va messo in collegio. Che c'è da ridere?..
La signora Giacomina non poteva vedere il figliuolo crescere a quel modo, e poichè le pedate servivano solo a farlo gridare così forte da sollevare tutto il cortile, deliberò di metterlo in collegio, come aveva fatto labaronessa Scilò, dalla quale non aveva potuto essere ricevuta.
— Dov'è il figliuolo della baronessa? — chiese alla pettinatrice.
— Ah! quello è al Convitto Nazionale, dove vanno i figli dei primi signori, e si paga salato!
La signora Giacomina mise anche il suo al Convitto Nazionale, senza badare a sacrifizii; e a vederlo passare per le strade, coll'uniforme gallonata e i guanti chiari, sospirava di sodisfazione.
— Come fa per spendere a questo modo? — domandava il trattore dinanzi alla sua porta, mentre badava ai garzoni che grattavano formaggio e spennavano polli.
— È quel citrullo del marchese! — rispondeva il tappezziere, sventrando vecchie poltrone, per cavarne quel po' di crino e le molle ancora sane.
— To', guardate chi s'affaccia; don Felice!
— La vera testa dalle corna d'oro!
Don Felice era piccolo, con la faccia lunga e una pelle dura e giallastra, su cui la barba ancor sporca di nero pareva appiccicata. Si vestiva, d'estate e d'inverno, con un soprabitonecolor tabacco di Spagna, e quando andava fuori, col cane dietro, teneva la testa bassa, per il peso di quell'affare — dicevano — e le mani in tasca, come uno che pensasse alla quadratura del circolo. Lui invece non pensava se non alla vedova del tintore, quella che stava dall'altra parte del cortile, all'angolo della via del Seminario. Tutto il tempo in cui era libero, egli se ne stava seduto nella bottega, accanto alla Vincenzina, che aveva una corporatura enorme, un gran faccione bianco e rosso col mento che si sprofondava nel collo carnoso e il busto ricascante da tutte le parti.
Per lei don Felice si rovinava; ma quella gli rinfacciava la sua famiglia, lo strapazzava, se lo metteva sotto i piedi, per farne quel che voleva.
— Vattene da tua moglie, che t'aspetta!
— Mia moglie, chi? Io voglio bene solo a te.
E rubava i denari alla signora Giacomina, e si faceva prestare i soldi dalla Milia, per mandarle qualche cosa, ogni volta che andava a trovarla. Sapeva prenderla dal suo lato debole, la gola: per una minestra saporita,per lo stufatino con molti chiodi di garofano e un pizzico di basilico, per la salsiccia ben grassa, per le frutta fuori stagione, lei si sarebbe dannata l'anima.
E ogni giorno, andato a far la spesa e tornato a casa col ragazzo che portava le sporte colme, don Felice prelevava le migliori cose e glie le mandava.
— Sono per un amico — dava a intendere alle ragazze, che gli ridevano sul muso.
Quando sua moglie lo risapeva, succedeva un casa del diavolo.
— La padrona sono io, qui dentro, avete capito? Chi s'attenta un'altra volta l'ha da fare con me!
— Ah, fossi solo! — sospirava don Felice.
— Perchè non mariti quelle civettine? — diceva la Vincenza.
Giusto le ragazze cambiavano d'innamorato ogni quindici giorni, e per le scale, quando il babbo e la mamma erano fuori, era un continuo salire e scendere. Se la signora Giacomina s'accorgeva di qualche cosa, ricominciavano le grida, che tutto il cortile pareva in rivoluzione.
— La padrona sono io! avete inteso? Efino a quando avrò animo di stare in piedi, la padrona sarò io!...
Lei voleva portare avanti la sua casa, educare Totò come un signore, e trovare un posto a suo marito, che aveva la laurea d'avvocato, e il marchese Motta prometteva il suo appoggio al Municipio.
— Fa una domanda, con tutti i tuoi titoli, che al resto penserò io.
E le ragazze dovevano fare i migliori matrimonii; per questo era rigorosa con esse e pretendeva che stessero come si deve; ma poi non badava a spese purchè andassero attorno come due figurini, con abiti chiassosi, e le braccia e il collo pieni di galanterie, di braccialetti a serpentelli, di collanine, di monili a campanelle che tintinnavano ad ogni loro movimento.
Le ragazze avevano un'eguale corporatura alta e slanciata, i seni robusti, la vita sottile e piccole teste dai capelli castagni e dagli occhi pieni di malizia. Si coprivano di cipria — come triglie pronte per la padella, diceva Rosa; ma Antonietta, la maggiore, lo faceva per necessità, giacchè la sua pelle era floscia, cadente, quasi appassita, e formava la disperazione della mamma.
— Guardate un po' com'è; a vent'anni!
Antonietta ne aveva ventisei, degli anni; ma la signora Giacomina glie ne scemava sempre parecchi, per darsi a credere più giovane lei stessa, e anche per maritarla più facilmente.
— Quasi non si sapesse che cominciano a far puzza di muffa! — malignava la Rosa con Nino, il garzone del trattore, col quale adesso era entrata in amicizia.
— O muffa o non muffa — rispose maestro Titta — il fatto sta che si è presentato un bel partito: non lo sai?
— E chi è, s'è lecito?
— Il signor De Franchi, del quarto piano.
— Il matrimonio della fame coll'appetito! Per fortuna le patate sono a buon mercato!
L'ambasciata del De Franchi era stata portata alla signora Giacomina dalla pettinatrice:
— Un giovane di buonissima famiglia, che ha un posto ai Tabacchi e qualche cosetta di suo; ed è solo.
— Come si chiama?
— Alberto De Franchi.
Sentendo ilDe, la signora Giacominaaveva fatto una buonissima cera. Poi chiamò il marito, tutta in faccende, per esporgli la cosa.
— Il partito non c'è male: una buona famiglia... ma c'è una difficoltà: vuole Angiolina. È giusto che si mariti prima la piccola?
— Fate come vi piace — rispose don Felice — ma badate che per voler troppo non ci restino tutt'e due sullo stomaco.
— Veramente avete motivo di lagnarvi, voi! Si vede che vi pigliate una gran cura dei vostri figli! Io parlo per il bene della casa; ma se non mi volete dar retta, buon divertimento: me ne lavo le mani!
La signora Giacomina faceva la voce grossa e teneva il broncio a suo marito, come fosse colpa sua se Alberto De Franchi non s'era innamorato di Antonietta.
Questa era diventata intrattabile, quando aveva risaputo che il matrimonio era venuto alla sorella.
— Fate pure! — aveva detto — Fate pure; ma vuol rider bene chi riderà l'ultimo.
— Che intendi dire? — domandò la signora Giacomina. — Come se io non dicessi per tuo bene!
— Voglio dire che questa è una vita a cui non si può reggere — rispose lei, cogli occhi rossi — e se un giorno di questi mi scappa la pazienza e faccio una pazzia, la colpa è tutta vostra!
— Sentite quest'altra adesso! È colpa mia se non ti cerca nessuno?
— Avete il coraggio di dirlo, dopo avergliene fatte tante, a quel povero giovane, da costringerlo a scappare per non sentir parlare più di voi?
— Chi, il tenente? Ah sì, il tenente; bisognava dartelo, quel morto di fame!
Dal cortile le voci si sentivano come da una camera attigua e tutto il vicinato stava a sentire i fatti di quella casa.
— Fino alla morte non si sa la sorte! — diceva Rosa a maestro Titta. — Volete scommettere che li pianta anche quest'altro?
La signora Giacomina aveva fatto alla Liberata quella difficoltà: non conveniva maritar prima la figliuola minore.
— È perduto il mondo per questo? Nongli volete dar la piccola? Allora dategli la grande.
Il De Franchi, essendo passato a mille e cinquecento ai Tabacchi, e non avendo nessuno che gli attaccasse i bottoni, voleva accasarsi, e non gl'importava poi molto con quale delle due sorelle.
— Questi son dolci che tu non assaggerai! — diceva maestro Titta a Rosa, quando il promesso entrò in casa.
— Gli possano tornare in veleno, e a voi pure! Già, se son quelli di don Angelo, una colica non ve la toglierà nessuno. — E gridava dalla parte del trattore, perchè sentisse Nino, col quale non si combinava niente.
I fidanzati stavano tutt'il giorno alla terrazzina, soli; la signora Giacomina aveva sempre da fare e non poteva legarsi alle gonne della ragazza. Quelli si tenevano vicini, con un'aria circospetta, quasi confidandosi grandi segreti; ma invece c'era fra di loro una freddezza, lo sposo affumicava il porta-sigari di schiuma, o si curava le unghie lunghe, e tutti i discorsi che Angiolina sentiva tenere erano quelli del tempo, odelle porcherie con cui don Angelo faceva le pietanze, in fondo al cortile, dove i garzoni sbattevano uova fradicie o pestavano la carne avanzata.
Quando le avevano rubato il marito, lei non aveva pianto, non aveva strepitato, non aveva detto nulla: s'era stretta nelle spalle, con un sorriso muto. Il figlio maggiore della baronessa Scilò stava sempre alla finestra, a farle dei segnali, e le aveva mandato anche un bigliettino: «Signorina, dal primo istante ch'io vi vidi, la vostra angelica sembianza...» Lei gli aveva risposto, e la Milia, finito il commercio di Antonietta, si rifaceva col baronello.
— Ha ragione! — diceva Rosa, vedendola uscire, la domenica, con la veste nuova e lo scialle di seta. — Il mestiere è onorato!...
Quando la signora Giacomina s'accorse che la serva andava nuovamente portando ambasciate, montò su tutte le furie.
— Che cosa, un'altra lettera? Ah no, non volete sentirla? Chi è che t'ha dato?...
Angiolina sollevò la testa dal suo ricamo e disse, tranquillamente:
— È del figlio della baronessa; non gridate sempre...
La signora Giacomina guardò stupefatta la figliuola, credendo d'aver frainteso:
— Il figlio della baronessa?... della baronessa Scilò?...
Alzava la testa, cogli occhi sfavillanti di sodisfazione; sua figlia baronessa!... quella superba umiliata!...
E come un giorno, tornando irritatissima dal collegio perchè quella bestia del rettore minacciava di mandar via Totò, scorse l'Angiolina sull'uscio, a discorrere col baronello, lei sentì svanire tutta la sua collera e fece a questi ogni sorta di complimenti:
— Come sta? Perchè non entra?... Favorisca, la prego...
Il baronello diventò presto familiare; veniva a passare le serate accanto alla ragazza, come fossero promessi, ed era inteso che si sarebbero sposati appena egli avrebbe ottenuto il consenso della mamma.
— Lei è ostinata; ma farò tanto che finalmente si persuaderà. Non è vero, Angiolina?...
E si stringeva addosso alla ragazza, lepassava un braccio dietro la vita; ma la signora Giacomina si faceva brutta:
— Dico, baronello!...
Appena lei andava fuori, quelli facevano il comodo loro. Dalla terrazzina, dietro le finestre, Rosa li vedeva starsene a fianco, toccandosi, fiutandosi, fingendo di bisticciarsi, di contendersi qualche cosa, inseguendosi, dandosi spintoni, per suggellar la pace con un bacio.
In mezzo alle ragazze che facevano un così buon odore, Alberto De Franchi si sentiva rimescolare il sangue e avvampare le guance. Egli invidiava il baronello che si divertiva in compagnia di Angiolina, mentre la sua fidanzata restava lì, seria, impalata.
— Tu che cos'hai? T'è morto forse qualcuno?
Antonietta era riservatissima, non gli permetteva nessuna libertà, non veniva fuori se non aveva messo a posto l'ultimo spillo e non s'era guardata dieci volte allo specchio, con una paura matta che anche quel matrimonio sfumasse. Invece l'Angiolina si mostrava al baronello discinta, con le braccianude, i capelli scomposti. Lui diventava di bragia, lei gli tirava la lingua; poi s'inseguivano e sparivano.
— Questo è un matrimonio che non c'è bisogno del sindaco! — diceva Rosa, vedendo tutte quelle sconvenienze.
— A lui sì, perchè è barone?... — ripeteva continuamente Alberto De Franchi ad Antonietta, brancicandola, spingendola, riducendola in un angolo, alitandole sul viso.
— Lasciami, sta fermo...
— A quello... perchè è barone?... — ripeteva Alberto, ansante, senza veder più dagli occhi.
— No! No!... per ora no!...
Trovandoli con tanto di muso, la signora Giacomina esclamava, allegramente:
— Che v'è pigliato? Non siate insulsi, fate la pace!
Lei era sodisfattissima delle cose sue: il matrimonio di Antonietta non le pareva disprezzabile, ma quello di Angiolina era la sua fortuna: baronessa Scilò, non c'è che dire! La sua casa andava avanti, come voleva lei; il rettore s'era persuaso a tenere ancora Totò, e il suo unico pensiero si riducevaora quello di don Felice, pel quale il marchese dava buone speranze.
— Ma tu svegliati, metti insieme i tuoi titoli, presenta la domanda! Aspetti forse che i fichi ti caschino in bocca?
Era lo stesso che dire al muro. Don Felice voleva far denari, per la sua Vincenzina, ma non perdere la libertà in un ufficio. E sua moglie che gli era sempre attorno a rompergli la testa:
— Sciagurato!... Come puoi campare senza far nulla?... L'hai scritta la domanda?
— Non ho avuto tempo...
— E il tempo lo compri, tu?... Dove sono i titoli?
— Non li ho trovati.
— Ma debbo far tutto io, sempre?
E si metteva a rovistare sul tavolo di don Felice, scompigliando tutte le carte, aprendo le cassette, scuotendo i libri.
— Guardate che confusione!... Ma dove diavolo l'hai nascosto?...
Don Felice gonfiava, ma si dava l'aria di cercare anche lui, se no quella non la finiva più.
— È questa?... — domandò la signoraGiacomina, con voce terribile, cavando un fascicolo ingiallito dalla cassetta del comodino.
— Questa?... È la laurea...
Lei fece il gesto di tirargliela addosso.
— Sarebbe da sbattertela sul muso, parola d'onore!
— Pazienza mia, aiutami! — diceva fra sè don Felice.
Più tardi le liti ricominciavano, per la spesa, se si lasciava gabbare dai venditori, se i vermicelli erano troppo bagnati, se la carne non era di giusto peso.
— Questo un chilo di carne? A chi lo dài a intendere? Questo non è neanche tre quarti. Qua la bilancia.
E fatta la pesata, gridava più forte di prima:
— Se l'ho detto io! Tre quarti, e ce ne manca.
— Io non so niente, la carne era giusta. Andate allora voi a far la spesa.
— Ah, che ci vada io? Bravo il bestione!... Lo so io perchè la carne è mancante, se deve servire anche a quella buona...
Nell'altra stanza, come il baronello rideva,Angiolina gli metteva un dito sulla bocca.
— St!... non senti la tempesta?
Don Felice scappava dalla vedova del tintore, per sfogarsi, ma si vedeva ricevere col muso duro:
— Quella porcheria di carne! Buona pel cane!...
Per tentar d'uscire dai suoi guai, si metteva a giuocare al lotto, sperando di vincere un bel terno, di piantare sua moglie e di andare a starsene con la vedova. A corto di quattrini, aspettava che tutti fossero usciti, cercava insieme con la Milia i salvadanai delle figliuole, e tutt'e due si mettevano a scuoterli, di su e di giù, a più riprese, per farne uscir le monete.
Come sentiva quel drlin-drlin, Rosa diceva, dalla sua finestra, al cuoco della baronessa, che le faceva l'occhiolino:
— Monsù Pietro, che passa il Viatico?
Poi le ragazze si accorgevano del furto, e cominciavano le grida:
— Qui mi mancano due lire... qui tredici soldi... Chi è stato?... È stata la Milia!...
La Milia si metteva a piangere e correva a pigliare il suo scialle:
— Bella Madre addolorata!... Quest'affronto non me l'ha fatto nessuno!... Or ora voglio andarmene!...
E don Felice a mettersi in mezzo, tremante:
— Zitti per carità... quaggiù stanno tutti a sentire... zitti per carità!...
Intanto i suoi guai crescevano, egli ricorreva al prestito, cercava di rubare a sua moglie, metteva tutto quello che aveva al lotto, ma Vincenzina gli faceva sempre una fredda accoglienza, rinfacciandogli la sua miseria.
— Che cosa vuoi? Non mi seccare!
Quella ora se la diceva col trattore; ma la passione di don Felice ne diventava più forte.
— Don Felice è più giallo di prima — dicevano nel cortile. — Che cosa gli è successo?
— La solita disgrazia.
— Quando si dice la sorte! È nato predestinato...
Lui si rivolgeva al baronello, gli faceva la corte, chiedendogli quattrini in prestito, ma quel che ne ricavava non bastava a saziar le voglie di Vincenzina, ora che c'era la concorrenza del trattore. Allora si dirigeva ad Alberto De Franchi, mostrando d'interessarsi alle sue cose, facendogli molti complimenti, grandi dimostrazioni di amicizia, finchè un giorno mise fuori una proposta:
— C'è da far fortuna, col negozio delle nocciole. Ho dei corrispondenti fidati, a Trieste. Se vuoi, possiamo tentare insieme.
E gli strappava cinquanta lire, cento lire, a un po' per volta, dicendogli che aveva spedito i campioni, che si aspettavano le commissioni, pigliando tempo.
— Domandano anche i sommacchi, un altro articolo sicuro...
Alberto contava d'impiegare i suoi risparmii e lo lasciava fare, occupato com'era al suo ufficio e ad andar dietro ad Antonietta che lo faceva disperare. Quando don Felice gli ebbe carpito duemila lire, per lagrande spedizione, non si fece più vedere, e in tutto il cortile non si parlò d'altro.
— È scappato con la vedova del tintore!
— Gli pesano poco, quelle messe fuori fin'oggi?
— Chi si contenta gode!
Risaputa la notizia, Alberto scese a precipizio, traversò in furia il cortile, e piombò in casa della fidanzata, cogli occhi sanguinosi.
— Il ladro... dov'è il ladro?... dove si è cacciato?... — andava gridando, furibondo.
La signora Giacomina era fuori, pei suoi affari; Angiolina ricamava alla finestra e lo guardò, senza muoversi.
— Dunque è vero? M'ha portato via il mio sudore?... quel ladro, quel brigante?... Maledetto il giorno che ho posto piede in questa casa porca!...
Antonietta, pallida come un cencio lavato, con la testa smarrita all'idea del matrimonio che andava a monte, era accorsa tentando di pigliarlo per un braccio:
— Alberto!... Sono qua io, Alberto!...
Ma lui la respingeva bruscamente:
— Va' via, che cosa vuoi? Dov'è scappato quel ladro? Che gli tenete il sacco?
— No, Alberto, senti... non gridare — e lo trascinava verso la sua camera. — Vieni... senti...
Rosa, che stava alla finestra, spiando curiosamente, sentì cessare dopo un poco le grida.
— E due! La frittata è fatta.
Tornata a casa e saputa la fuga di suo marito, la signora Giacomina esclamò, dal profondo del cuore:
— Si possa rompere l'osso del collo! — E mettendo un gran sospiro di sollievo: — Finalmente! non se ne poteva più delle sue porcherie!...
Lei voleva esser considerata, in società, e non lo aveva mai potuto soffrire per quel suo fare ineducato. Ora la sua casa acquistava il lustro che aveva sempre sognato, e la sera, quando il baronello conduceva i suoi amici a fare una partita, o a conversare, e le ragazze suonavano al pianoforte, o cantavano le romanze in voga, lei si compiaceva dell'opera sua.
Totò era stato finalmente rimandato dal collegio e faceva ogni sorta d'impertinenze e di sconcezze, in mezzo alla gente; ma la signora Giacomina diceva:
— Com'è spiritoso! Io ho dovuto levarlo via dal Convitto Nazionale: un orrore! Lo lasciavano morir di fame, un servizio impossibile! Non so come la baronessa ci tenga ancora suo figlio; il mio è stato abituato ben diversamente!...
I visitatori stringevano subito una grande intimità, fumavano sdraiati come a casa propria, facevano la corte alle ragazze, le spingevano discretamente negli angoli bui. Il baronello non aveva ancora potuto strappare il consenso a sua madre, e Alberto De Franchi diceva ora di non potersi accasare se non prima ottenuta la promozione; ma un giorno o l'altro i matrimonii si sarebbero fatti.
— La settimana che non c'è sabato! — diceva Rosa a maestro Titta, mentre gli si raccomandava di procurarle un posto, perchè i suoi padroni partivano.
— Come, la settimana che non c'è sabato? — domandò maestro Titta, che voleva farla parlare.
— Fingete di non capirmi, voi! Come se non si sapesse che sono tutti bell'e maritati, senza andare al Municipio!
Maestro Titta si mise a ridere, finamente.
— Storie! È il dispiacere di restar senza padrone che ti fa parlare.
— Voi dovete sapere, maestro come vi chiamate — rispose Rosa alzando le voci — che un posto a me non può mancare, e impiega-serve non ci siete voi solo!
— Eh, non pigliar fuoco! Vedi quanto sei sconoscente? Io ho giusto conservato un posto per te.
— E dove?
— Qui, nello stesso palazzo, per non allontanarti dall'amico... La signora Giacobina piglia un'altra serva...
Rosa portò la destra alla fronte, come per segnarsi:
— In nomine Padre!... Ho capito, avete voglia di scherzare. Io vi saluto, che non ho tempo da perdere.
Come si fu allontanata un poco, maestro Titta la richiamò.
— Lo sai quel che dànno?
— Gran cose, imagino! Dieci lire il mese e la minestra, se pure!...
— Dànno quindici lire il mese, tutto il vitto, e il vino.
— Chi ve l'ha detto?
— Senza contare le vesti smesse.