SAN PLACIDO.
— Viva San Placido!
— Vogliamo la festa!... Viva la festa!... Viva San Placido, o diamo fuoco al Municipio!...
Napoleone, il procaccia che faceva anche il lampionaio ed il messo municipale, venne fuori al balcone, agitando le braccia:
— Silenzio! Pace!... Volete finirla?... Insomma, con questo fracasso il Consiglio non può deliberare!
Ma, sedate le grida, tutti cominciarono a parlare, in una volta:
— Sono tre anni che dura la commedia!... col pretesto che non c'è denari!
— Sicuro che non ce n'è, dopo che se li mangiano tutti loro!...
— E il segretario che s'è fabbricata la casa!
— E la maestra continentale!...
— Come se da noi ne mancassero, delle ciabatte!...
— O non tirano fuori l'altra scusa del colera?...
— Il colera!... Che ha paura del colera, San Placido?
— E il sindaco che ha il contravveleno!...
— Saremo noi che creperemo!
— E noi vogliamo la festa!... Viva la festa!...
Nella sala del Consiglio, il baccano non era meno grande che in piazza: le teste si andavano riscaldando e la discussione minacciava di finir male. Il sindaco don Delfo, intabarrato malgrado il gran caldo prodotto dai fiati e dai lumi, rivolgeva degli sguardi sospettosi alle finestre aperte, e badava a ripetere:
— Ma il colera!... signori miei, il colera!... Il prefetto non darà il permesso!...
Come se il prefetto non avrebbe fatto meglio a contrammandare l'ordine di spargere il veleno! Quando s'era mai sentito che le feste producevano il colera? E finalmente, per qual ragione il sindaco era cosìcontrario? Aveva forse paura che Rocco Minna, restando in paese per la festa, lo sorprendesse con sua moglie, e lo scannasse come un agnello?
— Viva San Placido! — urlavano fuori.
Ma prima di San Placido bisognava pensare a finire il camposanto — gridavano gli oppositori — e a riparare le strade!... e a migliorare l'illuminazione!... e a completare l'edificio scolastico!...
La confusione cresceva, il Consiglio pareva dividersi in due campi eguali e don Delfo, tossendo, spaventato dal tono rauco della sua voce, faceva segno a Napoleone perchè chiudesse le finestre.
Napoleone non s'accorgeva di niente, e allungava ogni tanto il capo nella sala, per sentire a che stato erano le cose, e se la festa finalmente si deliberava. Egli faceva il conto di quel che gli aveva fruttato, gli altri anni: tanto di soprassoldo, tanto di mancie, e i generi in natura che gli avanzavano: lo spago, i chiodi, il petrolio, la cera...
— Viva la festa!... Vogliamo la festa!
— Insomma! — esclamò don Delfo, battendo col pugno sul tavolo — Io non vogliopigliare un malanno! Metto la festa ai voti; chi è contrario resti seduto, chi è favorevole si alzi.
Come un sol uomo, tutti i consiglieri si alzarono.
Il sindaco li guardò un momento, sbalordito; poi, alzandosi anche lui:
— E andate a farvi... friggere!
Dal balcone, gridando con quanta voce aveva in canna, Napoleone annunziò:
— La festa si farà!... Gridiamo tutti: Viva San Placido!
— Viva San Placido!
In un lampo, i suonatori andarono a cercar gli strumenti e, attaccato ilFuniculì-Funiculà, percorsero il paese, da un capo all'altro, intanto che Napoleone issava la bandiera all'asta del balcone e che alle finestre delCircolo degli Operaie delCasino dei Contadinimettevano fuori i lumi, fra la generale esultanza.
— Festa!... Festa!... Viva San Placido!
— Allegro, don Tino! Ne venderete di quei gelati!
— E voi, zio Vito, di quelle caldarroste!
— Marotta, tu ne cucirai di quegli abiti!
— Avete inteso, comare Venera? Ora San Placido potrà far la grazia a vostro figlio, di restituirgli l'udito!
— San Placido glorioso! Così possa guarire anche mio marito dal vizio!
— Peppe Duro, toccherà a te di farti onore, coi fuochi!
— E a voi, Ribottazzo, coi cavalli!
Mentre tutti gridavano, arrivò don Gerolamo il farmacista, a sentir le notizie. La gente lo prese in mezzo, e tutti a vociare in una volta:
— Festa, don Gerolamo!... Festa!...
— Don Gerolamo, voi potrete chiuder bottega!
— Vogliamo crepare, ma d'allegrezza!
— Meglio taverna che farmacia!
Don Gerolamo, mezzo assordato, portò le mani alle orecchie, e disse:
— Ogni Santo sprovvisto, Iddio provvede.
Immediatamente, ottenuto il permesso dalla Prefettura, cominciarono i preparativi. La giunta compilava il programma, facevaripulire da capo a fondo il paese, prendeva tutte le disposizioni per l'illuminazione, per le corse, pei fuochi; e don Delfo ripeteva:
— È una pazzia!... Se il colera non viene questa volta, non verrà più!...
IlCircolo degli Operaie ilCasino dei Contadinierano sottosopra: ognuno dei due partiti contava di superar l'altro nelle onoranze al Santo, e Rocco Minna e Senio Spata, i due capi, si guardavano di traverso, incontrandosi.
Rocco Minna non pensava più a lavorare, per dirigere le operazioni, e andava e veniva dalCasinoa casa sua, carico di involti grossi e piccoli, di chiodi, di martelli, di assicelle, preparando ornamenti d'ogni sorta.
— Filomena, dammi una mano! — ordinava alla moglie, che stava sulle spine per paura che arrivasse don Delfo e succedesse un guaio.
Ma don Delfo non aveva un momento di libertà ed usciva dal Municipio più morto che vivo. Poi, tutto il giorno, per una ragione o un'altra, venivano a seccarlo, fino a casa, quando prendeva un boccone, quandoaveva bisogno di riposare: i fochisti, gli spazzini, quelli delle corse, Napoleone...
— Ah, com'è bella la festa!... Che bel divertimento vuol essere! Ne romperanno delle costole, quei cavalli!... Ne abbruceranno delle faccie, quelle bombe!... E il colera!... il colera che ci sta alle spalle!...
Ma in paese nessuno pensava al colera; anzi il sarto Marotta preparava abiti per tutti, don Tino il dolciere aveva comprata una sorbettiera nuova, per gli spumoni, e lo zio Vito faceva venire un carico di castagne e di ceci. La comare Venera, come ogni sera suo marito tornava a casa più ubbriaco, e il figliuolo era insordito completamente, affrettava la festa coi voti:
— San Placido bello, io vi porterò una torcia di tre libbre! E andrò due giorni a piedi scalzi! e il mio ragazzo lo voto a voi!...
Finalmente, tutto fu pronto. Allora, ricevuto l'ordine di bandir la notizia, l'Orbo guidato per mano da Vanni il sordo andò stamburando, durante una settimana, per tutti i dintorni:
— Bra bra bra, brabadà brabadabà!... Sabato e domenica... quattro e cinque diottobre... festa grande di San Placido... c'è corse di cavalli, cantate e giuochi di fuoco!... Bra bra bra, brabadà brabadabà!...
All'alba del giorno quattro la comare Venera si levò, quietamente, per non destare il marito ubbriacatosi la sera innanzi e buttato come morto sul letto. Lei preparò l'abito di gala di Vanni e si mise ad annodare il nastro rosso e azzurro alla torcia di tre libbre da offrire a San Placido. Ad un tratto udironsi dei suoni che si avvicinavano, e la banda, strepitando nel silenzio mattutino, destò l'ubbriaco.
— Uh, uh! — mugolava in fondo al letto. — Maledetta la festa ed il suo Santo!
La comare portò le mani alle orecchie, per evitare d'udirlo.
— Non bestemmiate queste sante giornate, scomunicato! — e andò a tirare per un braccio Vanni il sordo, che non si destava neanche al fracasso della musica.
A piedi scalzi, con la veste del voto, ora si tirava dietro il figliuolo, scalzo anche luie con la torcia in mano, alla dolceria di don Tino.
— Me lo potete prestare un vassoio, per la questua del ragazzo?
Don Tino, levatosi anche all'alba, non aveva il tempo di grattarsi il capo, col forno acceso, la caldaia bollente e la sorbettiera pronta.
— Il vassoio... un vassoio... Vi serve questo?
— San Placido ve ne rimeriti! — e la comare Venera uscì sulla via.
Napoleone, con una scala sulle spalle e un gran fascio di bandierine sotto l'ascella, andava parando il paese; Peppe Duro e i suoi uomini lavoravano in piazza a rizzare i pali dei fuochi d'artifizio, e da per tutto era un martellare incessante.
Lo zio Vito, al canto della chiesa, disponeva il suo banco, i cestini pieni di ceci, di fave, di castagne, e il fornello da arrostire.
— Per San Placido! — disse la comare Venera, mostrandogli il figliuolo con la torcia.
— A voi, prendete! — e il primo soldo cascò sul vassoio.
— San Placido ve ne rimeriti!
Le campane cominciavano a suonare la prima messa, e le comari, col rosario al braccio e gli occhi per terra, entravano in chiesa, per fare accendere dal sagrestano le lampade votive. La chiesa era ornata a festa e la barella del santo, tutta inargentata, luccicava vicino alla porta.
La comare Venera, tirandosi dietro il suo Vanni si avvicinava alle devote:
— Per San Placido, comare!... San Placido bello deve ridar l'udito al ragazzo!... Io lo farò mettere sulla sua barella, per la processione!...
E ad ogni offerta che cascava sul vassoio:
— San Placido ve ne rimeriti!
Napoleone, finito di imbandierare la via maestra ed il viale delle corse, scappava a casa a riporre due pacchetti di chiodi e tre gomitoli di spago che gli erano avanzati.
— Pensa al petrolio — gli raccomandò sua moglie.
E con la scala di nuovo sulle spalle, egli andava e veniva per riempire i lumi.
A mezzogiorno il campanone, quello che era stato offerto a San Placido dalla buon'animadella principessa di Roccasciano, fece sentire i suoi gravi rintocchi e la chiesa si riempì da non entrarci un cane. Il vicario e i canonici, in cappa magna, aspettavano il sindaco per andare a prendere la statua del santo, ma il sindaco non veniva.
— Don Delfo?... Chi l'ha visto?... Mandatelo a cercare...
Don Delfo era a casa a guardarsi la lingua, a domandare:
— Com'è, impaniata?... Stanotte non ho chiuso un occhio! Sono rovinato...
Costretto a vestirsi, ad uscire, ripeteva ad ogni momento:
— Sono rovinato! Se non crepo questa volta, non crepo più!
Aperta finalmente la cameretta dove si custodiva la statua del santo, i devoti cominciarono a lavorar di spalle sulle stanghe, per sollevarla. San Placido, tutto d'oro e d'argento, con le braccia e il petto coperti di voti, guardava dinanzi a sè, cogli occhi vitrei sulla faccia di stucco.
— Com'è bello!... Che gioia di santo!...
Appena la statua fu deposta sull'altaremaggiore, la banda, schierata dai due lati, intuonò la marcia reale; i mortaletti presero fuoco sul sacrato; le campane suonarono a stormo, e in mezzo a quel frastuono si levò il grido della folla:
— Viva San Placido!
— Che bella funzione! — diceva rincasando la comare Venera a Napoleone, che riempiva l'ultimo lume. — Voi l'avete perduta!
Napoleone ripiegò la scala e corse a casa, a riporre mezza cassa di petrolio.
— Pensa alla cera — gli raccomandò sua moglie.
E mentre nelle vie non c'era più nessuno, e la gente si preparava per la festa della sera, egli correva alla chiesa, sempre con la scala addosso, a spegner le candele, per aiutare il sagrestano che smorzava le lampade votive e ne faceva colar l'olio.
Don Delfo era andato a buttarsi sul letto, tastandosi il polso, palpandosi lo stomaco, ma non aveva avuto ancora il tempo di chiuder gli occhi che cominciarono ad arrivare le carrozze dei forastieri, con un grande schioccar di fruste e tintinnii di sonagli. Eal batter delle quattro vennero di nuovo a chiamarlo, per le corse.
Nel viale, Ribottazzo e i suoi fratelli guidavano a mano i loro cavalli, da un capo all'altro, e i curiosi si affollavano da tutte le parti.
— Quel sauro ha la mosca! — osservava don Delfo, sul palchetto delle autorità, vedendo Ribottazzo farsi da canto, mentre il cavallo si rizzava sulle gambe e squassava la criniera.
Allo sparo d'un mortaletto, la folla si ritirò indietro sul viale, lasciando la pista libera. Un altro segnale, e due cavalli partirono, come freccie.
— Hop!... su!... ah!... — si gridava da tutte le parti, agitando le braccia, facendo schioccar le dita, per animare i corridori, che divoravano la via.
— Il sauro non mi piace; vuol succedere un guaio! — ripeteva il sindaco, mentre Ribottazzo passava una mano sui fianchi del cavallo, per calmarlo.
Ma al segnale della seconda corsa, egli lo lasciò andare, insieme col baio e la giumenta.
— Hop!... su!... ah!... — si gridava ancora, incitando gli animali.
Tutt'in una volta il sauro girò su sè stesso, come cercando la coda; nitrì furiosamente e si gittò sulla folla.
— Aiuto!... Scappa!... San Placido!...
Un gran rimescolìo per tutto il viale; la gente fuggiva, inciampava, si pigiava; le donne strillavano, Ribottazzo e i suoi correvano dietro all'animale, mentre i carabinieri, coi pennacchi che nuotavano sul mar delle teste, tentavano di accorrere.
— A me!... Largo!... Aiuto!...
Il sauro saltò il muro del viale e si perdette nei campi, lasciando Ribottazzo che si reggeva il ginocchio rotto, Marotta il sarto disteso per terra con la testa spaccata e mezza dozzina di persone qua e là gementi ed invocanti soccorso.
— Il farmacista!... Presto, don Gerolamo!..
Don Gerolamo, grattandosi la testa, prese con sè il taffetà e le filaccie e corse a fasciare i feriti, mentre don Delfo, dietro alla banda che si dirigeva in piazza, attaccando ilBoccaccio, badava a ripetere:
— L'avevo detto, io!... Tal'e quale!.. Ma se non mi vogliono dar retta!....
Col cielo nuvoloso, non ci si vedeva più, e Napoleone cominciava ad accendere i lampioni; alle finestre appendevano lanternini d'ogni colore; la chiesa era tutta una fiamma e sui banchi dei venditori ambulanti divampava l'edera.
Lo zio Vito attizzava il fuoco del fornello, arrostendo le castagne, e don Tino, che aveva anch'egli acceso tutti i lumi del suo caffè, ripeteva agli avventori la lista dei gelati:
— Cannella, crema e cedro.... Spumone di pistacchio e amarena!
Il gelato costava cinque soldi e lo spumone il doppio; ma don Tino l'aveva fatto con coscienza, nella sorbettiera nuova, e quella mezza lira non la rubava. Don Delfo, costretto a tener compagnia ai sindaci dei paesi vicini, al delegato, offriva loro lo spumone; e come sopravvenivano il capo-musica, il segretario, Napoleone, ne faceva portare ancora, per tutti.
— Ma lei non ne prende?
Don Delfo era combattuto dalla gola edalla paura: lo spumone, verde e roseo, gli faceva venire l'acquolina in bocca; ma l'idea di pigliare un malanno lo atterriva.
— Ho lo stomaco guasto....
— Il gelato lo rimette!
E, non sapendo più resistere, ne prese anche lui, dapprima a poco per volta, tirando il respiro, poi avidamente.
Lo spumone andava a ruba ed il caffè era pieno zeppo. Quelli che non avevano trovato posto gironzavano di qua e di là, con le braccia pendenti e le gambe rotte, in cerca d'una sedia; ma in piazza, nella chiesa, all'osteria, erano tutte occupate....
— Le cantate!... Le cantate!... — si gridò da ogni parte, come s'intesero degli spari.
I cantanti erano divisi in due partiti: quello degli operai che veniva da un lato e quello dei contadini che si avanzava dall'altro; tutti e due erano preceduti dai monelli con le fiaccole e da una sezione della banda.
— Più presto! — ordinava Senio Spata ai suoi. — Bisogna entrare in piazza pei primi.
— Avanti tutti! — gridava Rocco Minna — Non ci lasciamo pigliar la mano!
A quel nuovo afflusso di gente la folla si fece ancora più fitta. Ma mentre i due partiti cantavano le lodi di San Placido, su motivi dellaNormae delBallo in Maschera, e i capi battevano il tempo con le palme delle mani, cominciarono a cadere alcune goccie d'acqua.
— In chiesa! In chiesa!
— Addio fuochi!
— Fermi, non è niente. Viva San Placido!
Infatti la pioggia s'arrestò. Allora si diede principio agli spari. I cantanti offrivano i fuochi a San Placido e la piazza pareva incendiarsi ai chiarori delle fiaccole, delle girandole, dei razzi; e come la banda suonava e le campane squillavano, il fracasso era assordante.
— Un quarto d'ora di fuoco! — si dicevano gli operai, sicuri di non poter essere superati dal partito contrario.
Ma i contadini tenevano in serbo la novità da sbaragliare gli avversarii: un pallone che si alzò per aria e dal quale cominciarono a scappar dei razzi d'ogni colore.
— Questo non era pane pei vostri denti! — gridòRocco Minna a Senio Spata, ubbriacato dal trionfo.
— Con chi parli?
— Con chi mi ascolta!
Allora Senio Spata non ne potè più:
— O perchè non hai fatto partire il pallone di tua moglie, che glie l'ha gonfiato il sindaco?
— Ah, sangue di Giuda!
Rocco Minna, scomposto in volto, cogli occhi sanguinosi, fece un passo indietro, cavando il coltello.
— Aiuto!... s'ammazzano!...
I carabinieri accorrevano; un'ondata di gente, indietreggiando, rovesciò il banco dello zio Vito.
— Cristo del cielo! Sono rovinato...
— Levatevi dai piedi! — gli gridavano d'attorno, mentre egli, buttato per terra, tentava di ricuperar la sua roba; ma la pioggia ricominciò, scrosciante, i lumi si spensero, e tutti presero a scappare, cogli abiti sciupati, diguazzando al buio nel fango.
Stupito della sua temerarietà, don Delfo fuggiva ancora dalla dolceria, provando già ogni specie di brutti sintomi; e come vide lume in casa di Rocco Minna, andò a picchiare all'uscio.
— Son'io, Filomena...
Riconoscendo la voce del sindaco, la comare aprì, a fessolino, senza far rumore.
— Chi vi manda da queste parti?... Se viene mio marito succede un guaio...
— Tuo marito è in piazza — disse don Delfo, entrando. — Il guaio è un altro, che io sono rovinato!... Il freddo com'è, tonico?.. Vorrei un po' d'acqua calda...
La Filomena gli diede sulla voce:
— Cominciate da capo, con le vostre paure?
Don Delfo, intenerito, la prese per la vita:
— Quant'è che non ci vediamo?
— State fermo!
Ma egli s'era appena seduto, che sentì una fitta allo stomaco, come se glie lo lacerasserocon un pezzo di vetro. Si guardò attorno, cogli occhi smarriti; tentò di sbottonare il panciotto, ma il dolore riprese più acuto.
— Filomena! Aiuto...
— Che cosa vi prende adesso?
— Lo stomaco... aiuto... il colera!
Quella l'afferrò per un braccio, scuotendolo, e l'avrebbe buttato fuori, se non fosse stato pel rispetto.
— Siete impazzito?... Se vi odono i vicini!... Volete star zitto, sì o no?
— Non se ne parli più! — gemeva don Delfo, trascinandosi verso il letto, con una mano sullo stomaco. — È finita... questo è il colera! Assassini!... l'hanno voluto a posta... con la festa del diavolo!... Sono morto... Aiuto!... — E spalancò la bocca, come per vomitare.
Allora lei fu presa da uno spavento:
— O Santi del paradiso!... E ora come si fa!...
— Aiuto!...
La Filomena corse alla porta, per chiamar gente, malgrado il pericolo e la pioggia che imperversava; ma, appena aperto,correndo, inzuppato fino al midollo, con un coltello in mano, le fu addosso Rocco Minna.
— Dunque è vero?... È qui?
Ma don Delfo, pallido, cadaverico, vomitava sul letto, afferrandosi alle coltri, torcendosi dallo spasimo.
— Il colera! — gridò la Filomena. — Ha il colera!... Gli è preso nel passare qui dinanzi...
E Rocco Minna indietreggiava, fino al muro, lasciando cadere il coltello, atterrito alla vista del male, all'idea del contagio, della casa ammorbata.
— Dunque, non ha il contravveleno?
— Il medico, il farmacista, per carità...
Rocco Minna corse dal dottore, inciampando per le vie scure come un forno.
— È andato dal capo banda, che si sente morire.
— Allora corro da don Gerolamo.
Anche don Gerolamo era stato chiamato, in fretta e in furia, dal segretario. E mentre Rocco Minna aspettava, arrivò la moglie di Napoleone, con le mani in testa:
— Don Gerolamo?... Don Gerolamo, per carità...
— Non c'è; che cosa volete?
— Mio marito se ne muore di colera!... Maledetta la festa e il suo guadagno!...
Nel paese che si destava improvvisamente la notizia si spargeva intanto come un lampo:
— Il colera! C'è il colera! San Placido ne scampi e liberi!... Don Delfo aveva ragione!...
Il farmacista correva per tutte le case in rivoluzione, grattandosi la testa, perdendoci il suo latino, interrogando gli attaccati:
— Ma che cosa avete mangiato, da potervi far male?
— Nulla... lo spumone — rispondevano tutti.
E mentre don Tino contava i soldi guadagnati la sera, si vide arrivare i carabinieri, a cercar la sorbettiera.
— Pigliatela con voi e venite in caserma. C'è il paese avvelenato!
Don Tino restò con la bocca aperta, stupefatto, non credendo alle proprie orecchie.
— O San Placido benedetto!... Ma come può essere, se la sorbettiera era nuova?
Per la via, incontrarono la banda che inaugurava l'altra festa, strepitando.
— E la bottega che mi resta chiusa, o San Placido benedetto!...
Ma come don Gerolamo ebbe dato fondo ai barattoli degli emetici, tutti cominciarono a star meglio e il paese riprese l'allegro aspetto del giorno prima, col sole che aveva rasciugate le vie e le bandiere. La comare Venera continuava a girare, a piedi scalzi, e a mezzogiorno andò a casa per pigliar Vanni e per contar le offerte, che mancava ancora poco al prezzo della torcia.
— San Placido sia lodato!
Anche suo marito si sentiva meglio e volle esser vestito.
— Ora potrete venire anche voi in chiesa, a pregare per la grazia di Vanni.
Compare Neli andò invece all'osteria.
— Almeno non bevete! — gli raccomandò la moglie. — Lo sapete che il vino è il vostro nemico.
— Va al diavolo!
La comare Venera se ne andò con Vanni in chiesa, per offrire il cero al Santo e far mettere il figliuolo sulla barella. Il sagrestano, presa la torcia, la pesò con la mano e la infisse sopra uno dei chiodi ai piedi dellastatua. Ce n'erano tre file, di torcie, con ogni sorta di nastri e di mazzi, e San Placido quasi vi scompariva dietro.
Il campanone suonava a processione e le confraternite entravano in chiesa una dopo l'altra. Il sagrestano, con una zimarra paonazza che gli andava svolazzando fra le gambe, assegnava a ciascuno il suo posto e accendeva le torcie dei fratelli, dei preti e dei canonici. Poi afferrò Vanni il sordo e lo adagiò a cavalcioni sulla grossa stanga della barella.
— Viva San Placido!
I devoti si cacciarono sotto la macchina pesante, e Senio Spata e Rocco Minna dirigevano l'operazione, ciascuno dalla sua parte. La processione uscì dalla chiesa; prima i tamburini, coll'uniforme rossa e gialla; poi i gonfalonieri, con l'asta degli stendardi sullo stomaco; poi le confraternite, il clero, il vicario, e infine San Placido e Vanni il sordo portati a spalla. Dietro, la banda e una folla.
— Viva San Placido!
Peppe Duro, col mortaio in mano e le bombe in tasca, andava sparando sul percorsodel corteo; dalle finestre piovevano pezzi di carta colorata e di tratto in tratto tutti si fermavano, mentre nuovi devoti venivano ad offrire altre torcie.
— Viva San Placido!
Quando Senio Spata dava il segnale degli evviva, Rocco Minna non apriva bocca; se Rocco Minna gridava pel primo, Senio Spata s'asciugava il sudore. La comare Venera, scalza, sgranando il rosario, guardando il figliuolo che traballava ad ogni riscossone della barella, con le gambe spenzolanti, si raccomandava al Santo per la grazia. Ma, improvvisamente, si sentì chiamare:
— Comare Venera!... Vostro marito... gli è ripreso il male!
Compare Neli era buttato come un morto sotto il banco dell'osteria, con una bava alla bocca; e appena lo toccavano si dibatteva come un pesce fuori dell'acqua.
— Soccorretelo, don Gerolamo, per carità!... — La comare Venera lo affidò al farmacista, e corse a pregare dietro la processione.
Al cader della notte la piazza si rianimava; si accendevano i lumi, i venditoriambulanti vociavano; lo zio Vito, con un sacco di nocciole sulle spalle, andava vendendo di qua e di là, e solo il caffè di don Tino restava chiuso. La folla continuava a gironzare; la gente stanca si buttava per terra, sugli scalini della chiesa, sbadigliando; i bambini dormivano con le teste dondolanti sulle spalle delle mamme, e un ragazzo smarrito piangeva fra le gambe della gente.
Partita da un lato, la processione tornò da un altro, dopo aver fatto il giro del paese. Una metà delle candele erano spente, il mortaio di Peppe Duro scottava, i suonatori soffiavano negli strumenti, con le faccie accese; i portatori si fermavano ad ogni passo, ma gridavano ancora con le voci rauche:
— Viva San Placido!
Vanni, mareggiato, traballava sulla barella, e la comare Venera, come la grazia non veniva e la processione stava per rientrare, pregava:
— San Placido bello, fate la grazia al figlio mio!
Vicino alla chiesa, la folla si fece più fitta ancora intorno al Santo; lo zio Vito circolavaa stento vendendo le sue nocciole e il sagrestano raccoglieva le colature delle torcie.
— Girate a sinistra! — ordinò Senio Spata ai portatori, per far passare San Placido dinanzi alCircolo degli Operai.
— Avanti! Non c'è tempo! — gridò Rocco Minna.
— A sinistra!
— Avanti!
— Sangue del diavolo!
E vennero alle mani. Ma ad un tratto si udì un gran scoppio, i vetri della chiesa tremarono e delle grida si levarono intorno.
— Son morta!... Aiuto!...
Peppe Duro, più vicino al mortaio crepato, aveva tutta la faccia riarsa, la comare Venera un occhio abbruciato, e il sagrestano, lo zio Vito, Senio Spata e Rocco Minna si palpavano per tutto il corpo.
— Portateli alla farmacia... da don Gerolamo...
Ma Rocco Minna e Senio Spata avevano levato in alto le mani scottate, gridando:
— La grazia!... La grazia!...
E mostravano Vanni il sordo che, allo scoppio, s'era messo anch'egli a gridare, portando le mani alle orecchie.
— Miracolo!... Miracolo!...
La folla, delirante, si stringeva intorno alla barella, la musica strepitava e i due rivali si buttarono le braccia al collo, sotto gli occhi del Santo.
— Viva San Placido!