VII.La discrezione.

VII.La discrezione.

Seguirono parecchi giorni in cui non si parlò più di andare, nè di restare. Almerico di Montegalda e il cavalier Buonsanti erano assidui a palazzo San Secondo, e da leali amici adempivano l’ufficio di non lasciar sola nelle lunghe sere la bella addolorata. Donna Serena appariva tranquilla, com’era sempre stata; forse più pensosa dell’usato, per chi la conosceva tanto e quanto; distratta e facile alle mute concentrazioni, per chi viveva in maggiore intimità di consuetudini con lei. Di solito, faceva molte parole in principio, come per animare i suoi gentili visitatori; poi, mentre quei due s’infervoravano nella disputa, ella a grado a grado si faceva fuori del giuoco, spettatrice in apparenza, ma nel fatto, poi, tutta intesa a seguire il corso di un pensiero dominante, che offuscava i suoi grandi occhi e increspava la sua candida fronte. Allora, non più attacchi del Buonsanti, o difese di Almerico; ci voleva un silenzio improvviso, per farla ritornare alla coscienza del luogo e dell’ora. — «Perdonate, pensavo....» diceva allora; e si sforzava di sorridere, mentre Almerico abbassava gli occhi, e il cavaliere Buonsanti, fortedi una maggiore autorità e di una maggior confidenza, batteva le labbra ed aggrottava le ciglia.

— Non ne verrai a capo; — diceva Almerico al Buonsanti, quando escivano insieme da quelle conversazioni serali. — Ella non seguirà il tuo consiglio.

— Ti ho proposto di scommettere! — rispondeva il cavaliere.

— Sì, di riescire in una settimana; — replicava Almerico; — e la settimana è passata.

— Perchè non scommettere allora? Avresti vinto. Perchè non scommettere adesso? Puoi sperare di vincere; — ribatteva il Buonsanti.

— Ebbene, sì, scommettiamo; — disse Almerico. — Ti concedo dieci giorni.

— Ho detto una settimana, e una settimana sarà, — rispose il Buonsanti. — Che cosa vuoi scommettere? Una discrezione?

— Vada per la discrezione.

— Ma intendiamoci, sul serio? La pagherai?

— Se avrò perso. E tu pure?

— Quanto a me, non dubitare: non perderò.

— Fiducia maravigliosa! Se almeno, ora che abbiamo scommesso, tu avessi la bontà di dirmi il tuo segreto!...

— Non c’è segreto, — rispose il Buonsanti. — Nella prima settimana, forse, avrei potuto parlare più forte. Ora lascerò parlar gli altri. Aggiungi che nei primi giorni, dovendo noi toccare certi argomenti, ella poteva ancora sfogarsi; ora non più, perchè noi, su quegli argomenti, siamo muti come pesci. Almeno, — soggiunse il cavaliere, — io spero che tu non vorrai guastarmi il giuoco, richiamando i morti in ballo.

— Oh, per questo, non temere! — gridò Almerico. — M’avrebbe a cascare la lingua.

— Bene! allora è cosa fatta, — ripigliò l’altro. — Così non può durare più a lungo. Al primo discorso maligno, o soltanto impreveduto, di qualche cara donnina, o di qualche bel cavaliere, vedrai chenon regge più. Quest’oggi, caro mio, era giorno di visite. Ero presente, ed ho capito che ci voleva poco più di quello che è stato detto, per farle perdere la pazienza.

— Che cosa le hanno detto?

— Ma.... che so io? i soliti accenni lontani. Il nome di Massimo è venuto fuori una volta. Io ero là, con tanto d’occhi, ed ho veduto le contrazioni del suo volto. Guai se ritornava qualcuno a nominarglielo! —

I giorni passarono, e seguitava il silenzio sul capitolo dei viaggi, quantunque il volume di lord Dufferin fosse ancora e sempre sul tavolincino di lacca giapponese. Ma il Montegalda e il Buonsanti avevano egualmente mantenuto il patto di non accennare in alcun modo al conte di Riva.

Alla fine del sesto giorno, il Montegalda disse all’amico:

— Caro mio, preparati a pagarmi la discrezione.

— Perchè?

— Perchè siamo alla fine del sesto giorno, e domani si chiude.... per Roma.

— Ah, davvero? — mormorò il cavaliere, ammiccando co’ suoi occhi celesti sotto le folte sopracciglia. — Come passa il tempo! —

E si fermò su quel vecchio epifonema; poi mutò discorso, come un uomo seccato.

Il giorno appresso era ancora giorno di visite, a palazzo San Secondo. Il cavaliere Buonsanti non si fece vedere nel salotto della duchessa. Ma andò, e mezz’ora prima di tutti, la marchesa Terenziani. Da oltre una settimana Donna Flora non vedeva la sua giovane amica. Già, che volete? la povera signora non si ritrovava bene in quei luoghi, dove non c’era da stare allegri. Era fatta così: teatri, feste, veder gente, stare in mostra, brillare, anche di luce riflessa, ma brillare: quello era il fatto suo. I dolori del prossimo le facevano troppa pena; perciò, dovunque ne fiutasse uno, si tirava indietro alla svelta. — «Se si tratta di dispiaceri, ne ho troppo di quelliche mi dà ogni mattina il mio specchio», diceva ella ne’ suoi momenti di sincerità.

Donna Flora fu accolta dalla duchessa come se fosse stata appena il giorno innanzi a vederla. Serena non era permalosa; e poi, non domandava consolazioni, non ammetteva che le amiche avessero a dargliene, in un caso delicato come il suo. Ma la Terenziani era un’amica intima, un’amica matura, e da lei la duchessa poteva stare a sentire ogni cosa. Infatti, ella non s’inalberò, quando la marchesa, venendo subito a mezza spada, le disse:

— Cara mia, fai male a startene così rinchiusa. Bisogna far tacere le male lingue.

— Su che? — domandò Serena, tenendo gli occhi bassi, in atto di guardare il suo tappeto persiano.

— Su tutto quello che vogliono dire, interpetrando a modo loro le tue sparizioni; — rispose la marchesa. — Per esempio, dà molto da dire il tuo palco sempre vuoto, all’Apollo.

— Vuoi andarci tu? — disse allora Serena. — Così non sarà più vuoto e le male lingue non avranno più da fare osservazioni.

— Grazie, accetterò per domani, che è serata di gala. Ci sarà la regina, sempre cara, sempre bellissima. Poi, si aspetta anche l’ambasciata birmana. Saranno le prime maschere di questo carnevale, con le loro zimarre di raso e i loro cappellacci di metallo lucido. Ma bada, Serena mia, non salveremo niente. Le male lingue diranno: «Come! la Terenziani sola? E la San Secondo? Già, si capisce; tutta nel suo dolore». E si dirà anche più che non si sia detto finora. Quantunque.... — soggiunse Donna Flora, — si è già detto abbastanza. Ieri, vedi, non ti dirò dove, perchè si dice il peccato, non il peccatore, ieri mi hanno domandato così a secco: «Che fa Calipso?» Io ho finto di non capire, ed ho chiesto spiegazioni, che naturalmente non hanno voluto darmi. Infine, mia cara Serena, vorrai dirmi perchè ti ostini in questa tua solitudine?

— Non sono sola; — rispose Serena. — Vengonoparecchi amici a trovarmi. E che si credono, poi? Che io pianga e mi disperi, come Didone abbandonata?

— Non crederanno tutto questo, davvero. Sai bene che i maligni credono poco alle lagrime. Ma al dispetto, al malumore, sì, certamente, ci crederanno. Ti consiglio di farti vedere, per confonderli tutti.... e tutte.

— Tutti.... tutte!... — esclamò Serena. — Tutta gente che mi annoia! Perchè occuparsi tanto dei fatti miei, quando io non mi occupo punto dei loro?

— Cara mia, come impedirglielo? Sei ricca, sei duchessa, sei bella; tre qualità per essere in vista, tre ragioni per chiamar l’attenzione. E brilli ancora per l’assenza, come per la presenza. Di chi si parlerebbe, se si tacesse delle donne come te? Infine, mia cara, il mondo è un sovrano che non ammette ribelli. O dentro, o fuori.

— L’esilio, dunque? Ci penserò; — rispose Serena.

— Chi ti dice di esiliarti? — ripigliò la marchesa. — Dico che il mondo vuol vedere le sue stelle, e sapere dove sono andate, e al mondo, bella mia, non si può turare la bocca che con atti chiari, aperti, di facile spiegazione. —

Il discorso non prendeva ima buona piega. Ma la marchesa Terenziani aveva detto quello che voleva dire, e non mostrò di esserne pentita. Del resto, sopraggiunsero altre visite: la Sant’Oronzio col suo gran naso, e subito dopo, ma non certamente per seguir lei, gl’inseparabili Pietro e Paolo, i due baroncini, i due fratelli Siamesi.

La conversazione, dopo le cerimonie d’uso, prese tosto un andamento più sciolto. I fratelli avevano già fatto parecchie visite e venivano con la bolgetta piena zeppa di notizie: tutte scioccherie, si capisce, ma di quelle che bisogna ascoltare, come grandi novità: per esempio, il cane della marchesa Ferroni, che aveva divorato un quaderno di musica sacra, la più bella che Donna Olimpia avesse mai scritta, anzi l’unica bella; poi il principe di Valgrana, che avevaperduto seicentomila lire nella Banca dell’Universo, fallita a Parigi; poi la duchessa di Stellanello che voleva separarsi dal duca, suo marito, per incompatibilità di carattere, e ritirarsi a vivere in Carinzia; poi ancora un’altra, la Polidori, la bella Didina, che aveva detto al suo signore e padrone, in piena società: «voi sarete sempre uno sciocco»; ed altre graziose novità di questo genere. Tutto ciò a pezzi e bocconi, alternandosi, come i pastori di Teocrito, dandosi aiuto a vicenda, chiedendosi l’un l’altro un particolare dimenticato, o una frase non bene udita. Insomma, i fratelli Siamesi erano due amenissimi noiosi. A voi parrà che ci sia contraddizione in termini; ma la contraddizione non c’è. Infatti, guardate, quando la società si è appigliata per disperazione al partito di annoiarsi, ha ancora da scegliere tra noiosi e noiosi. Ci sono gl’insopportabili, che dànno ai nervi e fanno sbadigliare; ci sono gli ameni, che chiamano un sorriso sulle labbra; mettete pure di compassione.

Ora lo sbadiglio bisogna nasconderlo, per la decenza; il sorriso si può lasciar correre, potendo aver una interpetrazione più blanda.

Fatti i complimenti d’uso, i due biondi e rosei fratelli Siamesi incominciarono il loro duettino a frasi spezzate.

— Duchessa, come voi ci vedete, — disse Pietro, — noi siamo incaricati....

— Sì, — soggiunse Paolo, venuto in aiuto al fratello, — abbiamo l’incarico....

— Di che? — domandò la duchessa.

— Di farvi una domanda, — rispose Paolo.

— Una rispettosa domanda, — soggiunse Pietro.

— E da parte di chi?

— Di Roma.

— Di tutta Roma.

— Niente di meno! — esclamò la marchesa Flora, vedendo che Serena aveva poca voglia di parlare. — E come ambasciatori, m’immagino, avrete le vostre credenziali.

— Ah, bella, bellissima! — disse Pietro.

— Stupenda! — disse Paolo. — Ma, in verità, non abbiamo pensato....

— Era del resto una domanda così semplice! — rispose Pietro. — E se Donna Serena permette....

— Permetti, Serena, — disse la marchesa. — Bisognerà bene passar sopra a qualche piccola irregolarità. —

Serena rispose all’esortazione con un gesto, che voleva dire: parlate una volta, e finiamola.

— Ecco qua, — disse Pietro. — Domandiamo perchè la signora duchessa da qualche tempo non si lasci più vedere.

— Perchè ci abbia privati.... — soggiunse Paolo.

Ma la duchessa non gli diede tempo di finire la frase.

— Non vi ho privato di nulla, — rispose. — Siete romani anche voi, e mi vedete. E quanti vengono a visitarmi, non possono dire che io mi nasconda.

— È vero, questo; ma si parla di farsi veder fuori....

— Di farsi vedere nel mondo....

— E fuori, e nel mondo, è facile di vedermi, quando non si è ciechi, — rispose la duchessa. — Ieri ancora sono andata in carrozza scoperta, fuori porta Pia.

— Ma non era giorno di porta Pia, ieri! — osservò Paolo.

— Era giorno di villa Pamphili; — soggiunse Pietro.

— E che ci posso far io? Debbo anche andare di qua, o di là, secondo il gusto degli altri? A me piaceva di andare a porta Pia, e sono arrivata fino a Sant’Agnese. È fuori, Sant’Agnese, ed è anche nel mondo, mi pare!

— Verissimo, — disse Pietro, inchinandosi.

— Giustissimo, — disse Paolo a sua volta. — Ma a teatro, per esempio....

— All’«Aida», che va così bene! — riprese Pietro. — All’«Aida», che vi piaceva tanto! —

La marchesa Flora rivolse un’occhiata a Serena, come per dirle: vedi? queste cose si notano, e non sono io che invento.

Serena vide lo sguardo ed intese che cosa volesse dire l’amica. Ma per intanto bisognava rispondere a quei due noiosetti.

— Signori miei, — diss’ella, — a quanto pare, voi volete condannarmi all’ammirazione quotidiana.

— Infine, — disse Paolo, — una sola volta si è avuta la fortuna di vedervi a teatro.

— E quella volta mi è bastata, — rispose Serena.

— Permettete, — disse Pietro, — noi non possiamo dire lo stesso di voi.

— Grazie, barone! Ma dovete contentarvi così. Anche Roma, di cui mi portate i gentili rimproveri, dovrà abituarsi a non vedermi per un pezzo.

— E perchè? — domandarono ad una voce i fratelli Siamesi.

— Perchè partirò presto, — rispose Serena. — Tutti questi giorni che non mi avete veduta, li ho dedicati ai miei preparativi.

— Ah, è dolorosa! — esclamò Paolo. — Ci lasciate?

— E dove andrete, se è lecito saperlo? — domandò Pietro. — Siamo ancora d’inverno. Andrete al sole, m’immagino. A Napoli, non è vero?

— Anche a Napoli; — rispose la duchessa, seccata.

— Fate bene, signora. Ci andremmo tanto volentieri anche noi. Ieri l’altro c’è andato Memmo Savelli.

— Anche Nino Mattei doveva partire quest’oggi per Napoli; — disse Paolo. — Tutti vanno a Napoli, imitando l’esempio del nostro amico Massimo di Riva. Pare che sia la moda, quest’anno.

— Ah, se è la moda, non ci andrò più io; — disse Serena, con un risolino stentato.

— E perchè? — domandò Paolo. — Non ne siete voi la regina?

— Se lo fossi, come voi dite, sarei già partita.

— Oh, non è necessario. È costume dei sovranimandare innanzi il corteggio; — rispose Paolo, ridendo.

Ma poi, vedendo che nessuno rideva, tranne suo fratello Pietro, un pochettino impacciato, soggiunse:

— Del resto, corteggio o no, siete regina dovunque andate. E i vostri fedeli di Roma non sapranno più che fare, quando sarete partita.

— Oh Dio! me ne duole tanto e poi tanto; — esclamò la duchessa. — Ma vedrete, barone, che vi avvezzerete tutti quanti. Per ora, potete occuparvi dando la notizia. Se la gente si dà pensiero di me, ecco un argomento di conversazione. Se Roma vi ha incaricati di una domanda, ecco la risposta. —

I due fratelli Siamesi avevano l’ottavo dono dello Spirito Santo; non capivano nulla. Perciò non capirono neppure che Serena era seccata a quel modo.

— Ma, se non dite dove andrete!... — osservò Pietro.

— Volete proprio saperlo? A Firenze.

— C’è più freddo che a Roma; — osservò Paolo.

— Non temo il freddo, io. Poi, mi fermerò pochi giorni, e andrò molto più in là.

— A Milano?

— Sì, a Milano.... od altrove! — rispose Serena, traendo un sospiro tanto fatto.

Oramai non ci reggeva più. Se quei due continuavano, ella perdeva la pazienza di sicuro.

— Come t’invidio! — entrò a dire la Sant’Oronzio, movendosi a compassione. — Non c’è niente di così brutto, come il restare inchiodati per tutta una stagione a casa sua. Se mio marito non avesse quella benedetta politica!... Ma che vuoi? Quando non c’è di mezzo il Senato, salta in ballo il Municipio; e così, tra palazzo Madama e il Campidoglio, siamo condannati all’eternità di Roma. —

La conversazione andò avanti così, maravigliosamente vuota; nè io posso infarcirvela di bei pensieri, che non vennero sotto le mani di nessuno, o di dottrina o di cognizioni utili, che non ci avrebbero proprio che fare, e m’allontanerebbero anchedalla descrizione del vero. Giunsero altri visitatori, e se davvero non dissero le stesse cose, potete star certi che ne trovarono altre della stessa importanza. Imitando la Sant’Oronzio e i fratelli Siamesi, la marchesa Flora Terenziani avrebbe voluto prender commiato; ma Serena trovò il momento opportuno per bisbigliarle all’orecchio:

— Aiutami un poco a portar questa croce. È troppa fatica per me. —

Così la marchesa Terenziani era rimasta, apparendo a tutte le nuove visite come la penultima arrivata. Quando finalmente fu chiusa la serie, e la duchessa ebbe salutata con un gran respiro la sua liberazione, Donna Flora chiese alla sua giovane amica:

— Dunque, tu parti davvero?

— Sì; — rispose Serena; — tu stessa mi hai fatta risolvere.

— Ne ho piacere; — disse la marchesa; — ed anche mi rincresce. Son io la prima ad aver danno dai miei consigli.

— Senti; — rispose Serena. — Fai una bella cosa: vieni con me.

— Con te! A viaggiare? E per quanto tempo?

— Fino a che non mi dirai d’essere stanca. Via, buona Flora, lasciati tentare!

— Eh, non me lo dire due volte! La tentazione ci sarebbe, e come! Veramente, avevo promesso a me stessa che il primo viaggio lo avrei fatto a Parigi. Dicono che bisogna veder Parigi, almeno una volta, prima di morire. Ma andiamo pure: ti seguirò dove vorrai.

— Brava! — esclamò la duchessa, abbracciandola. — Fa dunque i tuoi preparativi. Io non ti trattengo più, per oggi. Stabiliremo domani l’itinerario e l’ora della partenza. —

La marchesa Flora aveva fatta la visita di santa Elisabetta, ma non per sua volontà; Serena l’aveva trattenuta.

Quella sera la duchessa, appena vide il fedelissimo Buonsanti, gli disse:

— Avete ragione, cavaliere. Voglio partire.

— Ah! — gridò egli, fingendo una grande maraviglia. — Come mai una così pronta risoluzione?

— Che volete? La curiosità di tanti amici e di tante amiche mi annoia. Tutti a maravigliarsi, tutti a domandarmi perchè non vado di qua o di là, dove vanno essi, e negli occhi di tutti leggo la seconda intenzione. Non li vedrò più, non avrò più nulla da leggere. Anch’essi finiranno con dimenticarsi di me. Ma che si credono tutti costoro? che io voglia morir di dolore? Orbene, io non darò spettacolo di me a tante anime caritatevoli.

— Ah, bene, benissimo! — gridò il Buonsanti, battendo le palme come un fanciullo. — Tutte le grandi romane in una sola! Parlo delle grandi nel bene, come Clelia, Camilla, Lucrezia, ed altre che non ricordo; — soggiunse il cavaliere, pensando a quell’êra imperiale, che gli premeva di escludere. — Dunque a noi; scendiamo al tempo nostro. Dove si va?

— Se interrogassi il mio cuore, in campagna; — rispose Serena.

— Male! — esclamò il Buonsanti.

— E perchè, tanto male?

— Perchè.... perchè non è ancor tempo. C’è troppo poco verde finora. E poi, ci si annoia.

— So bastare a me stessa; — rispose Serena. — Ma non temete, cavaliere; non si andrà in campagna. Ho pensato che vi annoiereste voi.

— In vostra compagnia, duchessa? Mai e poi mai.

— Allora si annoierebbe la Terenziani, che è donna, e non obbligata a fare complimenti con me.

— Come? — disse il buon cavaliere, avendo l’aria di cascar dalle nuvole. — Anche lei?

— Sì, ha promesso di accompagnarmi.

— Eccellente amica! E quando?

— Oggi stesso; è lei che mi ha fatta risolvere. —

Il cavaliere Buonsanti se la rideva sotto i baffi. Ma non promise di ringraziare l’alleata, poichè erauna cosa già fatta. Figuratevi! ritornava allora da casa Terenziani.

— Siamo dunque bene accompagnati; — disse egli, approvando.

— E se non basta, — ripigliò la duchessa, — contate ancora la signora Geltrude.

— La signora Geltrude, — ripetè il Buonsanti, che non ci si raccapezzava, con quel nome, sentito per la prima volta.

— Ma sì, la signora Geltrude, la mia dama di compagnia.

— Ah! la signora Tuta! — esclamò il cavaliere, ridendo. — Io non la conosco che per il suo diminutivo, che somiglia così poco al vero nome!

— Tre donne, Buonsanti! — rispose Serena. — Non vi daranno troppo noia?

— Che dite mai? Certo non saranno le tre Grazie, duchessa. Bisognerà dire piuttosto una delle tre Grazie, accompagnata da due delle tre....

— Buonsanti! — interruppe Serena.

— Sia pure, non le nominiamo; — ripigliò il cavaliere. — Diremo invece due delle tre.... Che cos’altro c’è di tre, nella storia? Ah, ecco! le tre parti del mondo.

— Come? — esclamò Serena, non potendo trattenere un sorriso. — Non sono più cinque?

— Può darsi benissimo che lo siano; — rispose il cavaliere, che dava un legittimo sfogo al suo buonumore. — Ma io ricordo Arlecchino nel suo esame di geografia. Il professore, incominciando lui a sbagliare, gli domandò quante fossero le quattro parti del mondo. «Son tre» rispose Arlecchino. «Oriente.... e Levante». Ma basti con gli scherzi. Torno a domandarvi: dove si va?

— Scegliete voi, cavaliere. Anche fra i Turchi....

— No, fra i Turchi, no! — disse il Buonsanti, spaventato. — Mi farebbero Caimacan, come è successo a Taddeo de’ Taddei, nell’«Italiana in Algeri». Se permettete, scelgo Parigi. Agli occhi di tutta la Francia.... di quella almeno che passeggia sui «boulevards»,passerò per il marito della più bella donna d’Italia, e ciò mi darà un’aria di principe. «Tiens! tiens!» diranno, ammiccando «cet affreux barbon, quelle chance!» ma non temete, duchessa; mi farò radere i baffi, e sembrerò un vecchio cherubino. —

Udendo quella chiacchiera del gaio cavaliere, non si poteva non ridere.

Sopraggiunse Almerico, e fu grande il trionfo del Buonsanti, quando egli udì dalle labbra della duchessa quel disegno di partenza.

— Sapete, Montegalda? — aveva detto Serena. — Partirò, per contentare gli amici.

— Benissimo! — rispose Almerico. — Era anche il mio desiderio.

— E tu non verrai? — domandò il Buonsanti. — Ce n’è anche per te. Ti passeremo per il legittimo sposo della marchesa Flora, o della signora Tuta, a tua scelta.

— Ahimè! — disse Almerico. — Se anche potessi scegliere, non me lo permetterebbe il mio ministro.

— Come? è così feroce, così tiranno, il tuo signor ministro? Avrebbe egli così poca grazia e così poca giustizia, nel suo portafogli, per negarti un permesso?

— No, son certo che non me lo negherebbe; — rispose Almerico. — Ma è impossibile che io lo desideri. Il mio è un posto di fiducia, che non ha surroganti. Per me ci sono tutti i permessi immaginabili, e non ce n’è nessuno, perchè io non vorrei domandarlo.

— Capisco; — disse il Buonsanti; — capisco, e ti lodo. Non se ne parli più. —

Non parlò più, davvero, il buon cavaliere. E quando uscirono dal palazzo San Secondo (era l’ora, come sapete, delle confidenze scambievoli) non si ragionò fra i due che della vittoria dell’uno e della sconfitta dell’altro.

— Hai perduto, Montegalda; — disse il Buonsanti. — Hai perduto. —

— Ma!... proprio all’ultim’ora; — rispose Almerico. — Deviesser sincero, e confessare che hai rischiato di perderla tu, la scommessa.

— Sì, lo confesso; ma che ti giova? Non è che un punto, quello per cui si guadagna. Quel punto è stato per me, dolce amico, e tu mi pagherai la discrezione.

— Saprai contentarti, m’immagino.

— Vuoi dire che saprò esser discreto. La discrezione non hai mica da fissarla tu; — rispose Buonsanti. — Infatti, da dove è venuto l’uso? Dalla resa a discrezione, cioè a discrezione del vincitore. Sicuramente, io posso mostrarmi discreto, e non domandarti, per esempio, un milione.

— Ecco — disse Almerico; — avrei caro che tu mi domandassi il milione, e non una lira di meno. Io non potrei dartelo, e sarebbe finita. —

Così andarono celiando un pezzo; poi parlarono d’altro.

— Ah, prima che io mi dimentichi! — disse il cavaliere Buonsanti, quando furono a mezzo il Corso. — Tu devi farmi un piacere.

— Anche due, se posso; — rispose Almerico.

— Puoi certamente. Si tratta di presentarmi al tuo ministro.

— Che ci hai da fare?

— Poca cosa: una raccomandazione, ed onesta, come puoi immaginarti.

— Non ne dubito punto. Ma non posso servirti io, senza che tu t’incomodi?

— No, sai, è anche una buona occasione per far conoscenza. Me ne parli sempre tanto bene! e mi hai tanto decantata la sua cortesia!

— Sì, davvero; — rispose Almerico. — È la cortesia fatta uomo. Se vuoi un’ora buona, capita dal ministro domani, verso le sei pomeridiane. Ha finito di lavorare e fa quattro chiacchiere con me, aspettando l’ora del pranzo.

— Finito di lavorare! aspettando l’ora del pranzo, — notò il cavaliere Buonsanti. — È certamente di buon umore. Verrò dunque domani, alle sei. E grazie anticipate!

— Gran che! — disse Almerico. — Se fosse questa, la tua discrezione!

— No, caro; — rispose il Buonsanti. — Per mia discrezione ci ho qualche cosa di più. Te la caveresti con poco. La discrezione è una cosa che deve costarti una spesa, od altra forma di sacrifizio; ne convieni? Ora, una presentazione della mia persona al ministro, voglio sperare che non ti costerà nulla, neanche un rimorso.

— Che dici? Ora mi metto sul grave, — replicò Almerico, — e ti dichiaro solennemente che mi onoro molto di una amicizia come la tua, e non meno di far sapere che la possiedo. Va bene così?

— Che capo ameno! — esclamò il Buonsanti. — Sei allegro, stasera.

— Ma sì, — rispose Almerico, — ma sì! La risoluzione della duchessa val bene una discrezione perduta. Questo viaggio la distrarrà, forse anche la consolerà. Hai tu mai osservato, Buonsanti, come si consola, chi parte? —

Il cavaliere voleva soggiungere: «e come è desolato chi resta?» Ma si tenne, da prudentissimo uomo, la sua osservazione tra i denti. Era del resto una osservazione inopportuna, e non poteva attagliarsi ad Almerico di Montegalda.


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