EDOARDO CALANDRA

EDOARDO CALANDRA

Non è nome famoso quello di Edoardo Calandra. Ma giova appunto discorrere tra persone serie di coloro dei quali non parla a tutti la fama, questa moderna fama giocoliera, vestita di cartelloni e di giornali ritagliati, che suole ignorare l’esistenza di chi in qualche modo non la lusinghi e la paghi. Edoardo Calandra la trascurò, la sprezzò, e non ne ebbe i doni. Quando vedeva tanti altri comparire pomposi alla ribalta della celebrità, egli si ritraeva discretamente in disparte, quasi vergognandosi di assistere allo spettacolo non di rado inverecondo. Cominciato il conflitto con la Turchia, ricordava Alessandro Dumas padre, che, dopo tanti universali successi, era morto nel 1870 presso che oscuramente, perchè allora tutti in Francia avevano il capo alla guerra contro la Prussia; e diceva sorridendo: Non bisogna morire in tempo di guerra...

Morì appunto il 28 ottobre 1911, dopo le più sanguinose giornate dell’occupazione di Tripoli. Ma, guerra o non guerra, la sua morte non poteva passare inosservata. Era stato tale uomo e tale artista da non dover uscire dal mondo senza profondo pianto d’amici e rispettoso compianto di estimatori anco ignoti. Della nostra personale commozione non importa ai lettori; importa invece a tutti che le memorie alte e belle siano raccolte e tramandate.

A Torino il nome di Calandra indica una famiglia intera, nota con suoi particolari caratteri come un uomo solo, tanto palese era tra padre e figli la continuità dello spirito, il trapasso delle attitudini. Piemontesi genuini del vecchio ceppo, siano tranquilli borghesi o industriali o uomini politici o artisti, qualunque cosa facciano, recano nella persona e nel modo di vivere il segno infallibile della stirpe: sembrano militari, e qualche cosa di militare hanno nell’intimo della loro natura. Hanno la disciplina interiore, l’istinto di devozione al bene pubblico e la correttezza tra bonaria e altera così dei modi come delle opinioni. Concepiscono ciò che fanno non altrimenti che il buon soldato concepisce il suo dovere, con rispetto e con serietà nativa. Se tutti gli italiani fossero cittadini di questo stampo, l’Italia sarebbe lo Stato ideale sognato dai filosofi antichi.

L’avvocato Claudio Calandra, il padre, era rimasto vedovo ancor giovane. La moglie, bella e buona, gli era morta di ventotto anni, nel 1858, lasciandogli i figliuoli bambini, Edoardo di sei anni, Davide di due: sicchè la loro educazione fu fatta quasi esclusivamente da lui, secondo la sua indole meditativa e operosa ad un tempo. Egli esercitò dapprima l’avvocatura; ma poi la lasciò, assorto in tutt’altri studi. S’era dato spontaneamente, da autodidatta pertinace, all’idraulica e alla geologia; onde fece la scoperta di un nuovo modo di estrazione delle acque sotterranee, che porta il suo nome, e potè dare opera efficace al prosciugamento di paludi, all’irrigazione di terreni riarsi, al risanamento di piaghe malariche, con piena riuscita nelle bassure della sua provincia di Cuneo, con tentativi animosi nel Tavoliere di Puglia. Amava il vivere all’aperto e gliesercizi fisici, nei quali si fece presto compagni i figli giovinetti, che addestrava alla scherma e alla caccia, di cui era appassionatissimo. Ottenne così ch’essi acquistassero famigliarità con le cose della natura libera e insieme con le armi. Di armi antiche, non per manìa da dilettante, ma con sentimento della storia e dell’arte, teneva raccolta, fin dalla prima gioventù, e la arricchiva di continuo con ricerche pazientissime nel suo paese e in tutti quelli che aveva occasione di visitare. Così, quando fu deputato per il collegio di Savigliano al Parlamento di Firenze, battè tutta la Toscana in cerca di armi antiche, delle quali studiava a fondo l’uso, la fattura, le origini, le fogge di età in età. Per ciò la sua raccolta si corredava di molti libri d’antica arte militare, con storie e figure di tattica, d’artiglieria, di fortificazioni, opere vecchie e nuove di cui prendeva diletto grandissimo; e di tutta questa storia guerresca, piena di spiriti virili e di nozioni artistiche, intratteneva i figliuoli, formava intorno a loro un ambiente i cui effetti non dovevano più venir meno nel loro ingegno.

Mentre poi il padre era fuori per le sue faccende, essi erano condotti a passare lunghe ore nella casa della nonna materna, vecchia casa simile ad un privato museo, dove le pareti erano tutte coperte, letteralmente, di quadri, stampe e disegni di pregio; e v’erano in copia oggetti d’arte e nobili libri, con cui il vecchio nonno, appassionato raccoglitor di belle anticaglie, morto prima che i nipoti nascessero, operava egli pure sul loro spirito, educandolo al culto sagace e al gusto del passato.

Era compagno dei loro svaghi giovanili il cugino Ermanno Ferrero, erudito figlio di erudito, divenuto poi storico autorevole e professore d’archeologia all’Università di Torino: il quale, come più studioso, giovava egli pure a istruire i cugini, comunicando a loro tante memorie della famiglia, che con quelle della città e del Piemonte si confondevano.

Dotti come lui sarebbero cresciuti i due Calandra, se non fossero nati artisti, cioè dotati di un’intima vita poetica, che tanta educazione storica potè foggiare e alimentare, non reprimere. Davide si avviò poi più risolutamente alla scultura, nella quale oggi ha l’alta rinomanza che tutti sanno. Edoardo invece, a somiglianza di Massimo D’Azeglio, fu lungamente pittore prima che scrittore; onde il suo talento, non raccolto in un’arte sola, non diede forse quel più che in trent’anni di lavoro avrebbe potuto.

Impaziente di fare, di espandere le forze profonde dell’animo nella rappresentazione comunicativa, egli abbandonò il liceo dove si sentiva intristire, a diciassette anni, e andò a scuola di pittura: prima nello studio del paesista Domenico Roscio, poi, nel 1872, all’Accademia Albertina, donde passò quasi subito presso Enrico Gamba, eccellente disegnatore e pittore a’ suoi giorni autorevolissimo, che gli fu maestro ed amico, all’antica. Cominciò fin dal 1874 ad esporre, a Torino, quadri di soggetto o di costume storico:Le vedette valdesi, Al rogo la strega!, Una vittima di Caterina de’ Medici, Distrazioni; tentativi dei quali più tardi non voleva più sentir parlare, ma nei quali era già, se non l’annunzio dell’avvenire, la nota delle facoltà fondamentali, coscienziosa ricerca del segno giusto e del carattere storico, espressione di umanità perenne nelle forme episodiche. Facoltà esordienti nel pittore allora, maturate poscia nello scrittore.

Prese intanto a viaggiare, a veder mondo. Nel 1874 percorse con Giuseppe Ricci, suo caro compagno alla scuola del Gamba, le rive del Reno. Fra il 1875 e il 1876 dimorò a Parigi e nei dintorni, sempre con la tavolozza alle mani, facendo studi e quadretti di genere; entrò nel giro degli amici, se non discepoli, del Couture; conobbe da presso Bastien Lepage e l’altro giro di artisti che allora parevano scapigliati. Colà, come da per tutto, fu osservatore degli uomini e della vita, non tecnico chiuso negli esercizî dell’arte sua.

Alla pittura serbò fede ancora per qualche anno. Dopo avere eseguito col fratello, sotto la direzione del padre, gli scavi della necropoli longobardica di Testona presso Moncalieri, onde vennero in luce tante eloquenti reliquie guerresche e domestiche, e dopo avere per la prima volta preso la penna a illustrare le dotte scoperte compiute, Edoardo si cimentò in composizioni di largo stile, visioni dell’età barbarica, comeRosmundaeRitorno d’Italia, tele che andarono vendute oltr’Alpe, e di cui non rimane fra noi se non la modesta immagine in qualche cartolina postale. Interessante specialmente ilRitorno d’Italia, dove si vede una torma di barbari, una di quelle torme a cui pensava il Manzoni scrivendo il primo coro dell’Adelchi, la quale scavalca alle soglie delle sue capanne selvagge, recando alle donne e ai vecchi le belle prede fatte nelle terre di Roma. Dall’esame delle antichità barbariche dissepolte così presso a Torino, l’artista era stato tratto a vedere con gli occhi della mente figuratrice gli uomini che quegli oggetti avevano portato nella valle del Po e le avventure della lor vita di ferro e di rapina: poesia dell’archeologia.

Comincia a questo punto l’avviamento di Edoardo Calandra alla letteratura, il suo passaggio dall’una all’altra arte, nella florida maturità dell’ingegno. Esso procedette, come tutti i mutamenti spirituali anche più impensati, da ragioni interiori e da ragioni occasionali. Avendo avuto dell’uomo conoscenza attentissima, io credo ch’egli abbandonasse a trent’anni la pittura non già per uno scoraggiamento d’amore non corrisposto o per vaghezza di nuovi tentativi con più vicine speranze, ma perchè la pittura non lo soddisfaceva intimamente più. Con l’esperienza e con la riflessione, il suo temperamento d’artista s’era in qualche modo spiritualizzato, e sempre più poi era destinato a spiritualizzarsi: non sapeva più fermarsi alle forme esterne, penetrava addentro in quel segreto delle coscienze e degli animi che San Francesco stimava il più oscurodei misteri, e nelle sue visioni abbracciava troppe più cose che l’arte figurativa non possa rappresentare. Il passato stesso, quel passato che sin dall’infanzia lo circondava co’ suoi documenti evocatori, e la cui passione ereditaria si faceva in lui dominante, non poteva più apparirgli soltanto ne’ suoi aspetti pittoreschi e decorativi, come uno scenario da teatro. In quello scenario egli vedeva anime vivere, mutarsi costumi: vedeva sotto le fogge antiche l’intima umanità de’ suoi padri simile alla sua, continuata fino a lui giù per i secoli, con disposizioni e sentimenti per i quali, oltre le mutevoli apparenze della storia, egli si sentiva contemporaneo delle generazioni antiche. E per descriverle, per rappresentarle quali il suo intuito le vedeva, non gli bastava più il pennello: gli occorreva, gli si faceva desiderare come necessaria l’universale potenza della parola, che dipinge essa pure, ma inoltre narra e documenta e indaga e ragiona, e tutto investe e tutto dice.

Occasione al mutamento fu la moda del medio evo. Si stava preparando a Torino, per l’Esposizione nazionale del 1884, la costruzione del borgo e del castello medioevale nel parco del Valentino, raccogliendo in una riproduzione compendiosa gli elementi più belli e più caratteristici che agli artisti innamorati offrissero i monumenti piemontesi, massime i castelli del Canavese e della valle d’Aosta. Di quegli artisti ricostruttori, con Vittorio Avondo e Giuseppe Giacosa, a non dir di tanti altri, fu anche Edoardo. Era il tempo (che converrà studiar meglio) del fervore letterario torinese, quando l’editore Francesco Casanova parve signore di tutta la fresca letteratura italiana: Giacosa, Praga, Boito, Verga, Fogazzaro. Nella libreria di piazza Carignano si formava un centro di cultura, che ebbe il suo bel meriggio e la sua importanza. In quella compagnia, nella dimestichezza quotidiana con l’autore dellaPartita a scacchie delFratello d’armi, ma nudrito di cultura storica ben più solida che non fosse quella delsuo già celebre amico, Edoardo fu tratto alle prime prove letterarie.

Non però senza trapasso. Fra il dipingere e lo scrivere fu ponte il disegno per libri. Il Casanova gli fece illustrare, con vignette appropriate,Il filodel Giacosa e leNovelle rusticanedel Verga; e gli fece scrivere e illustrare con disegni in penna in leggenda della Bell’Alda, che fu il primo esperimento, seguito, in quello stesso anno 1884, dalleReliquie,prose e disegni. L’anno dopo, il nuovo lavoro sembrò interrotto dal lungo viaggio che Edoardo con un suo cugino omonimo compì nell’Oriente, visitando la Grecia, la Turchia, l’Egitto e la Palestina. Egli ne tornò più maturo, non mutato. Nel 1886 pubblicò ancora, della prima maniera,I Lancia di Faliceto, con disegni suoi e con l’affettuosa prefazione del Giacosa. Poi non più. IPifferi di montagna, stampati nel 1887, furono da lui ripudiati. Da quell’anno egli fu tutto nelle lettere, non ebbe più altro strumento al suo ingegno che la penna. Materia ebbe duplice: la diretta esperienza della vita quotidiana con le sue passioni, e i casi e costumi del passato: elementi pronti a fondersi e compenetrarsi, nel racconto o nel dramma.

Furono materiali storici per lui non pure gli atti scritti e i libri, ma ancora, e forse più, le testimonianze varie delle cose e degli uomini, che con acuto studio sapeva interrogare: gli oggetti antichi che amava e ricercava nelle botteghe dei venditori, nelle case dei possessori; vecchie lettere trovate in famiglia o comunicategli da amici, opuscoli curiosi, annuarî, almanacchi, giornali dimenticati, manifesti rari: documenti minimi, che nell’archivio della sua memoria formavano i viventi segni del passato, le note espressive del costume e dell’ambiente di un’età. Curiosità storiche, particolarità erudite, che agli studiosi servono a integrare la conoscenza dei tempi lontani, erano per lui elementi di creazione, perchè egli era sempre e sopra ogni cosa artista. Con tanta accuratissima preparazione di studî,egli confessava (ricordo) che un’epoca, una parte qualunque nella storia a cui pensasse, gli si atteggiava sùbito alla mente nella forma di una «favola», novella o romanzo, con personaggi rappresentativi di pronta e spontanea invenzione. Nel passato non cercava e non vedeva la peregrinità elegante o fastosa, non le scene culminanti della storia illustre, ma la vita ordinaria della gente, scossa e modificata per vie quasi sempre lontane e indirette, talora inavvertite, dai grandi casi politici: qual è la nostra. E s’intende che quel passato, verso il quale lo traeva tanto amore, non poteva comprendere tutta quanta l’esistenza storica dei padri, o un suo momento qualunque. L’inclinazione dell’artista doveva pur fare spontanea opera di scelta. La «maga distanza», come diceva Ippolito Nievo, sfuma i contorni delle cose e le circonfonde di poesia; ma se troppo allontanata, troppo àltera.

Fatte da prima le sue concessioni al medio evo di moda, che nell’opera de’ suoi amici prossimi si sfumava e alterava soverchiamente, che troppo facilmente si snaturava in leggende e fantasie leggiadre, ombre senza corpo, Edoardo lasciò divertire gli altri e seguì l’impulso sincero nell’animo. Come non si sognò mai di descrivere altro paese che il suo, cioè Torino e le terre attigue verso Saluzzo e Cuneo, così abbandonò, per dovere di sincerità, il medio evo, troppo lontano dalla nostra veduta e dalla nostra coscienza, e da artista fece quello che il Taine fece da storico: sentì nel Settecento, il gran secolo della seminagione ideale, le origini del presente, e in quello contemplò la vita dei vecchi piemontesi, tra l’epoca della Rivoluzione, della lunga resistenza armata e dell’invasione francese, e la terribile reazione del 1799, seguìta dalle nuove campagne napoleoniche e dall’annessione all’Impero.

Quella è la storica «bufera» che, prima di dare il titolo al suo maggior romanzo, dà materia a tutti i suoi racconti migliori, dalleReliquiein poi. Non per nulla, narrando casi di quell’età o avventure di campagna edi caccia, egli si ritira volentieri dietro la persona d’altro raccontatore o dice così spesso di riferire cose udite da questo o da quello. In realtà quel suo traboccante archivio mentale non era ricco soltanto delle reliquie e delle testimonianze che dissi più sopra, ma anche di ricordi autentici, perchè da ragazzo in su non aveva dimenticato nulla: ricordi del vecchio servitore di casa Ferrero, veterano del primo Napoleone; ricordi della Rivoluzione e dell’Impero, venuti a lui, per via del padre, dalla nonna, maritata nel 1796 e cognata di Carlo Giulio, ch’era stato uno dei triumviri del Governo provvisorio del Piemonte; scene di guerra riferite da reduci delle campagne italiane e francesi, fino a quella del 1870; e poi tradizioni dei campagnuoli anziani, istintivi custodi di memorie secolari, e aneddoti dei vecchibraconniers, uditi durante le lunghe giornate di caccia nella boscosa pianura. A quel modo che le sue cartelle eran piene di documenti, la sua fantasia era piena di rimembranze; onde le sue narrazioni, che noi leggiamo come opera d’immaginazione e di arte, erano per lui «storia», e si potrebbero documentare, pagina per pagina, con testimonianze di fatti accaduti in epoche e condizioni varie, e da lui adoprate a’ suoi fini.

In ciò il Calandra era, senza saperlo o volerlo, un fratello del Nievo. Come leConfessioni di un ottuagenario, così i suoi racconti son tutti composti di realtà conosciuta: perfino i fenomeni di telepatia, di suggestione e di presentimento, a cui egli diede tanta importanza, senz’essere punto spiritista; persino, inJuliette, lo strano fatale esito del duello e lo stranissimo vivere della vedova con la salma del marito, insomma i casi che parrebbero a prima vista inverosimili, tutti hanno riscontro nei documenti da lui raccolti. Egli sapeva bene che l’inverosimile non esiste nella realtà della vita, pregna di misteri, o almeno oscura alla conoscenza nostra; e per ciò non si curò mai dell’incredulità altrui, egli che del vero aveva scrupolosamentesenso e culto. E volentieri, scrivendo, si faceva egli stesso ascoltatore della parola altrui, perchè in effetto tale era sempre stato. Se avesse potuto, avrebbe sempre fatto come aveva finto di fare il Manzoni neiPromessi Sposi, mostrando di trascrivere più che di scrivere, dissimulando la sua elaborazione della materia.

Ma non sarebbe stato artista e scrittore, senza codesta elaborazione fantastica. La quale può dissimularsi nel pieno racconto, non nell’opera scenica. Ora, a’ suoi anni più ferventi, Edoardo non si tenne pago a raccontare; e la famigliarità medesima con i poeti di teatro lo indusse a tentare più volte il dramma. Ebbe amici e interpreti affettuosi Virginia Marini, Eleonora Duse, Zacconi, Andò, Reinach. Dalla Marini fu presentata con fortuna, circa vent’anni sono, la sua prima commedia,Ad oltranza, cui seguironoLeonessa,Disciplina, scritta in collaborazione con Sabatino Lopez,La parola, La Primavera del 1799, L’irreparabile. Fra le quinte e nei camerini degli attori era alquanto singolare, senza far torto a nessuno, l’apparizione di quello scrittore gentiluomo, che non sapeva trattare nè laréclame, nè gli affari, e la cui discrezione tra riguardosa e altera, mal si affaceva ai costumi del teatro. Non era casa sua quella, che prima lo sedusse, poi gli venne a noia; e le opere drammatiche, in tutto affini per concezione o per materia a’ suoi racconti, rimasero nella sua vita letteraria un episodio chiuso, una pagina voltata. Al teatro pensò anche poi, con una specie di nostalgia invincibile, mentre seguiva con occhio attento le venture de’ suoi amici commediografi; un’altra commedia aveva anche composto negli ultimi tempi; ma di necessità tornava al più tranquillo lavoro del libro.La contessa Irene, meglio assai ilVecchio Piemonte(1890) avean mostrato la qualità, se non la misura, del suo ingegno. Son già in quei racconti, in cui si specchia il paesaggio e l’anima della patria, gli elementi tutti che annunziano l’opera più grande e più bella, venuta in luce nel 1899,La bufera.

Nei nove anni d’intervallo tra l’uno e l’altro libro erasi anche mutata la vita dell’uomo. Annoiato della vita esteriore e mondana, precocemente inclinato alla solitudine, acquistò piena e intera la dolcezza della pace domestica sposando la donna esemplare che lo consolò con la perfetta comunione del sentire e del vivere fino all’ultimo respiro, e avendone un figliuolo cui tocca ora consolar la madre, rinnovellando le virtù paterne.

Dal cuore della vecchia Torino, dove era sempre vissuto, passò nel 1895 ad abitare col fratello Davide nella palazzina che questi seppe far bella di sobria eleganza, a mezzo il corso Massimo d’Azeglio, di fianco al parco del Valentino. Erano quelli allora luoghi di fresca esplorazione, strade appena tracciate, plaghe incognite della città nuova; e all’ospite inesperto Edoardo mandava, per farsi trovare, una deliziosa mappa figurata, in cui si vedeva delineato il quartiere sorgente dai deserti, e, di là dalla macchia tenebrosa del parco, il Po (fiume) con pesci natanti, e di là dal Po le colline popolate di selvaggi simili a Pelli-rosse. Che mutamento, in quindici o sedici anni! A mano a mano che il nuovo quartiere si venne addensando e popolando, e la città nuova cinse del suo vivace operare la casa degli artisti fratelli, Edoardo si ritrasse in sempre più schiva solitudine, abbandonando a poco a poco, quasi senz’avvedersene, le consuetudini cittadine. Ancora per qualche anno frequentò il Circolo degli Artisti; nel 1908 fu parte attiva del Comitato formatosi per costituire al Gerbino un teatro d’arte, che non ebbe fortuna; si lasciò eleggere e rieleggere membro del Consiglio direttivo del Museo Civico. Ma dopo che cominciò a soffrire in salute, fu tutto nella famiglia e nel lavoro.

Era quella la casa dell’amicizia e del nobile lavoro: al piano superiore Edoardo copriva lentamente della sua scrittura diritta e spaziata i grandi fogli sciolti, senza posa gettati e rifatti: giù a terreno, nel vasto studio eretto apposta, Davide modellava cavalli eroici e figure monumentali: e l’uno pensava all’altro, con quella virile tenerezza che dei due fratelli faceva un cuore e un intelletto solo. Venuta l’estate, le due famigliuole passavano nella casa avita di Murello, ignorato villaggio oltre Racconigi, in mezzo alla pacifica pianura sparsa di foreste e di belle acque correnti, che Edoardo dipinse con discrezione d’innamorato ne’ suoi racconti.

Quivi non altro svago che la lettura, la visita di qualche amico, e la caccia, pretesto a lunghe camminate contemplative più che a stragi d’animali innocenti, dei quali, massime degli uccelli, rimpiangeva con anima francescana, non per bramosia di preda, lo scarseggiare sempre più sensibile, la distruzione bestiale tollerata dalle leggi. Conosceva gli animali, le piante e la campagna meglio di un naturalista e di un coltivatore; ma, villeggiando su le sue terre date in affitto, non le guardava con l’occhio del padrone, nonsentivala proprietà della terra che non coltivava. Mi parve sempre poco persuaso del diritto di ricavarne la sua modesta agiatezza. Non gli sarebbe piaciuto essere più ricco: dì guadagni suoi propri, per il suo lavoro, sì, non di proprietà. Non gli vidi mai danaro nelle mani. Non ne teneva, non se ne occupava, lasciava l’amministrazione ai suoi di famiglia: sapeva bene che, col suo assoluto disinteresse, non avrebbe giovato alla casa. La parsimonia non gli costava il minimo sacrificio: di tutto quello che a lui non importava godeva soltanto per la famiglia. Si può capire, con un temperamento simile, che razza di affari facesse con gli editori e con le compagnie comiche.

La prima edizione dellaBuferaandò esaurita, con poco aiuto di pubblicità sui giornali, mentre Edoardoattendeva agli altri lavori che via via, per un bisogno invitto, compose negli ultimi dieci anni:La falce(1902),A guerra aperta(1906),Juliette(1909): tutte opere sorelle, che di quella maggiore ritengono e confermano i pregi. Esse attestano una volta di più la verità della sentenza, che il meglio della letteratura narrativa è dato in Italia dagli scrittori paesani, pittori dei costumi tradizionali e provinciali. Il Calandra è tra essi degli ottimi, dei più sinceri e originali: perchè ritraendo con religioso amore di verità i caratteri e gli aspetti del caro paese subalpino, mostra intera nelle sue visioni della vita la personalità propria d’uomo superiormente probo e pensoso.

Fu detto che laBufera, che tutti i lavori del Calandra, commedie e racconti, mentre con sì delicata giustezza rendono l’immagine riconoscibile della verità, contengono uno spirito di mistero che inquieta il lettore e lo affascina, un senso indefinito di rapporti oscuri, ma certi, fra la vita e la morte, un’idea non espressa dell’universale coesione e continuità dell’essere, un intuito, più che un concetto, di qualche cosa d’ulteriore che si cela nella realtà definita.La buferasarebbe una narrazione mirabilmente chiara dei turbamenti recati nella società piemontese dai casi occorsi fra il 1798 e il 1799, tra la partenza di Carlo Emanuele IV e l’invasione degli Austro-Russi; ma non sarebbe un romanzo, non sarebbe il bellissimo romanzo che è, senza quella invenzione della scomparsa del dottor Ughes. Parte nascostamente una mattina, lasciando la sposa amatissima, e non torna più. È andato lontano, è carcerato, è stato ucciso? Non si sa, non se ne sa più nulla. Ma questo assente è sempre presente, incombe su tutta l’azione, la domina, la precipita, protagonista occulto, anima di dramma che fa tremare tutto il libro, nel suo candido stile. Così il poeta, sincero sovra ogni altro, trovò espressioni reali e oggettive a quel sentimento del mistero che lo governava, fuor d’ogni affermazione religiosa o filosofica, e che è poesia appunto perchè è sentimento, non dottrina.

Benedetto Croce, che non conobbe mai di persona il Calandra, studiandone l’opera in un saggio critico ancor recente, scriveva fin dalle prime linee: «A leggere i suoi romanzi e le sue novelle si prova la confortevole impressione di aver da fare con un galantuomo». E concludeva: «Anche il suo stile mi sembra da galantuomo». Impressione giustissima, e direi infallibile, perchè il Calandra nello scrivere traduceva l’essere, e non avrebbe potuto fare altrimenti. Gli infingimenti letterari, anche i più usuali e veniali, gli ripugnavano come menzogne, come quelle mediocri menzogne che sono. Bastava conoscerlo per comprendere che tutto quanto in arte è fittizio, retorico, ciarlatanesco, fatto senza sincerità di sentimento per conseguire un certo effetto, era cosa estranea a lui, precisamente come le male azioni sono estranee al pensiero dell’uomo onesto. Così basta leggere le cose sue per comprendere la tempra e il tipo umano di chi le scrisse.

Lasciate da gran tempo le eleganze mondane, egli viveva e vestiva con semplicità quasi rustica. Ma chi lo avesse incontrato pur fra i campi, così dimesso ma nitido, come il rustico bastone mondato dalle sue stesse mani, non avrebbe mai potuto sbagliare, avrebbe subito riconosciuto un «signore», di sangue, un essere fine e superiore, al quale affetto e rispetto erano tributi immancabili. Il titolo di cavaliere gli veniva da natura. Non lo descrivo, perchè le descrizioni di persone non servono a nulla. Dico soltanto che la sciolta nobiltà del portamento, la dignità gentile di tutta l’alta asciutta persona, l’aria dolce e arguta del viso che fu bello sempre, anche nell’età cadente e tormentata, il fare aperto e signorilmente corretto, davano dell’uomo una impressione divenuta rarissima a questi nostri tempi, nei quali l’umanità cosmopolita tende mirabilmente a incanagliarsi. Alla sua mano ogni mano si stendeva sicura, perchè si vedeva ch’egli era ignaro d’ogni viltà, puro e schietto come un eroe nella sua semplicità tranquilla. Direi, se la parolavirtùpuò essere intesa ancoranel suo alto senso antico, ch’egli era uomo di virtù, tanto più amabile e onorevole quanto più aliena da qualsiasi considerazione del giudizio altrui e quasi inconscia della sua nobiltà. Era insomma di quei pochissimi uomini la cui amicizia, come si dice, riconcilia col genere umano, e che ciascuno deve reputarsi fortunato d’avere incontrato nel mondo.

Parlava con lo stesso spirito con cui scriveva, vario e piacevole, ricco di aneddoti con circostanze ben precise, pieno di buon senso, volentieri faceto, alla francese; e giudicava la gente e le cose da conoscitore, con la serenità del saggio che ha viaggiato così nei tempi come nei paesi lontani, e che da tanto vedere ha imparato un’indulgenza non scettica ma rassegnata, una coscienza quasi stoica del male inevitabile e dei contrasti anche acerbissimi per cui vivere è vivere, non campare. Ma quando quella dignitosa coscienza e netta si ribellava a un’iniquità troppo vergognosa, nessuno aveva più di lui recisa e ferma l’espressione dello sdegno. Il disprezzo, scrisse il Foscolo, è sentimento di cui rari, assai rari mortali sono veramente capaci. Edoardo Calandra era uno di quelli.

Parrebbe che un autore di tanta sincerità, il quale non scriveva se non di ciò che per elezione e per affetto avesse fatto suo, e rifuggiva da qualsiasi studio di virtuosità tecnica e ostentazione di eleganze formali; parrebbe che un tale scrittore, non descrittore, a cui lo stile era diretta espressione del pensiero, non decorazione sovrapposta, dovesse comporre con facilità e spontaneità, magari alla buona, appagandosi di fare a modo suo. Invece no: qualunque opera, anche piccola, gli costava inestimabili tormentose fatiche, prima per incontentabilità d’artista, a cui difficilmente piaceva oggi quello che aveva fatto ieri; e poi perchè questa terribile arte dello scrivere italiano gli dava una soggezione immensa, la soggezione che chiunque di noi, se ha coscienza, prova davanti alla carta bianca, con di più la soggezione propria del piemontese mal sicuro della suaitalianità idiomatica: la preoccupazione linguistica, di cui l’esempio più famoso è Vittorio Alfieri, di cui fu trattatista il Galeani Napione, di cui soffrirono, qual più qual meno, tutti i moderni subalpini, e il D’Azeglio e il Balbo e il De Amicis e l’Abba, timorosi del proprio sapere e del proprio gusto e perciò indotti ad eccedere nello studio della buona lingua e nel culto del vocabolario. Il Calandra, a vederlo lavorare, dava l’immagine compiuta di tutti que’ suoi predecessori conterranei che, paurosi d’esser poco italiani, finirono col non essere più piemontesi: male anche questo, segnatamente negli scrittori di cose famigliari e locali. Così avviene che la sua prosa ho talvolta un che di stentato, risente il dizionario, lo sforzo di rendere genuinamente caratteri e discorsi piemontesi, senza incorrere in idiotismi piemontesi. Inutilmente qualche amico gli consigliava di abbandonarsi un poco, di lasciare che i suoi racconti tenessero dal paese dove si svolgono anche il colore idiomatico, quale si nota senza biasimo, quando non trasmoda, nella Serao, nel Rovetta, nel Fogazzaro, nel Verga. La sfiducia nel proprio senso d’italianità era in lui troppo grande e continua. Si aggiunga lo scrupolo storico, per il quale, senza punto proporsi di scrivere storia od anche romanzo storico, egli era incapace di citare pur fuggevolmente una circostanza di fatto, una data, un nome, un particolare genealogico o militare o topografico, senza essersene bene accertato sui documenti, consultando con infinita diligenza critica le fonti.

Non avrebbe mai perdonato a sè stesso un’inesattezza: gli sarebbe parso di tradire insieme l’opera sua ed i lettori, ai quali, come a qualunque persona, non avrebbe mai voluto dire cosa che non sapesse vera. Scrupolo di galantuomo anche questo, non diverso dal vivere allo scrivere, secondo un dovere che troppi trascurano, credendo sul serio che siano lecite e naturali nell’arte le trasgressioni morali di cui non si vorrebbe essere rimproverati nella pratica quotidiana.

Così, tra dubbi e scrupoli ed esigenze eccessive verso sè stesso, Edoardo scriveva con infinita pena e si logorava fuor di misura. Non se ne accorgono i lettori de’ suoi libri; se ne accorgevano bene gli amici, che vedevano peggiorare con tante ostinate fatiche la salute malferma dell’artista, già estremamente sensibile di complessione, e negli ultimi tempi tormentato da’ disturbi della circolazione, fatali annunziatori, che egli credeva segni di nevrastenia. Cercava ristoro nello stare all’aria aperta e nel lavoro manuale, beneficio inestimabile, privilegio che ogni studioso gli invidiava, perchè non disforme dai soggetti del suo studio nè dai modi dell’arte sua. Dal padre, credo, e da una pratica non mai abbandonata, teneva una singolare abilità febbrile in restaurare mobili ed armi, anticaglie di cui a poco a poco s’era adorna tutta la casa, dove non è forse uno stipo, una cornice, un oggetto da tavola o da ornamento che non abbia avuto il compimento della sua bellezza attuale dalle mani del padrone. Sapeva scovare nelle botteghe degli antiquari e fin nelle case dei rustici le cose trascurate che il suo lavoro rifaceva mirabili. Pochi anni addietro vide per caso nella fucina di un fabbro un fascio di piastre di ferro informi: le considerò, le comprò, ne cavò un bellissimo arnese di guerra, l’armatura completa di un ufficiale francese del Cinquecento. Trattava da maestro i legni e i metalli, che trovava men duri della parola scritta. E aveva il buon gusto delle cose materiali, come aveva il buon gusto morale, ancor più difficile a trovarsi. Nelle sue stanze di Torino e di Murello è gran semplicità, ma non vi è cosa che sia brutta o volgare.

Negli ultimi tempi le sofferenze sempre più frequenti lo avevano reso un po’ selvatico: di rado usciva, nelle parti centrali della città non andava quasi più. Tardi, troppo tardi, aveva avuto compiacenze tanto più grandi quanto men cercate.Julietteera piaciuta molto. In tutta Italia, i critici più riputati si occupavano finalmente di lui, tutti con lode, qualcuno con ammirazione profonda.Mentre attendeva alla seconda edizione dellaBufera, che non fu ristampa, ma risoluto e delicato rifacimento dell’opera intera, fatica indicibile di un anno e mezzo, senza una giornata di tregua, si confortava leggendo gli articoli de’ suoi lodatori non richiesti nè conosciuti, e le testimonianze del favore che le cose sue acquistavano in Francia, dove si prendevano a tradurre e a pubblicare nelle riviste in voga. Non aveva mai scritto nè detto parola per attirare l’attenzione altrui: tanto più grati gli giungevano gli omaggi inattesi. Quando il Croce spontaneamente gli scrisse chiedendogli i libri suoi che non trovava a Napoli, Edoardo non glieli voleva mandare, per non mostrar di aspettarsi alcun che dall’autorevole scrittore dellaCritica. Bisognò sforzarlo, persuaderlo che il Croce avrebbe saputo ben comprendere l’animo suo discretissimo, come seppe infatti. Era troppo riguardoso, troppo signore, per questo nostro mondo dellaréclame, delbluffe delboum, fiorenti industrie. Così era schivo di cariche e uffici pubblici: l’idea di un impiego, per quanto nobile, gli era assolutamente inaccettabile e nemica. Nemmeno la successione onorifica di Vittorio Avondo nella direzione del Civico Museo di Torino avrebbe accettata, nemmeno se avesse goduto di miglior salute. Tanto ritroso senso d’indipendenza era il riscontro legittimo della sua discrezione verso la gente e l’autorità, a cui nulla aveva mai chiesto.

Visse e lavorò libero, supremo bene, e non si lagnò della vita perchè seppe accettarne virilmente i travagli, senza la ridicola pretesa della felicità. Morì, per sua ventura, fuor di coscienza, dopo mezza giornata di patimenti seguìti da un sonno senza risveglio. Otto giorni prima la signora Calandra gli aveva fatto vedere il suo anello nuziale che, perduta la saldatura, appariva spezzato. Edoardo, che pur non era superstizioso, le disse: — Sono io che me ne vado... — Ci aveva pensato sempre, massime negli ultimi tempi, senza alcun tremore. I suoi sapevano bene ch’egli voleva essere seppellito in una umile bara, nell’umile terra di Murello, fra le zolle e lepiante che gli pareva di conoscere ad una ad una, non da quando era nato, ma da tutta l’antichità de’ suoi padri, ai quali spiritualmente si ricongiungeva.

Di quella terra fu il poeta, di quell’antichità l’evocatore. Il suo amoroso tributo al vecchio Piemonte assume nell’arte valore nazionale, e a lui assicura onorato luogo fra gli scrittori moderni. Nella letteratura del nostro paese onusto di tanto passato, superstite di molte vite, le forme miste di storia e d’invenzione, l’arte nudrita di memorie, son cose naturali e necessarie. Da noi non è possibile dimenticare, e vivere solo del presente. Scrittore veramente italiano è chi, come Edoardo Calandra, illustra con l’arte sua la continuità vitale dello spirito patrio, e lascia libri in cui a questa sola legge obbedisce il franco e disinteressato ingegno.

(Nuova Antologia, gennaio 1912).

Dino Mantovani.


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