II.

Mentre ch'esser gli pare immortal Dio,Empedocle saltò nel fuoco d'Etna.

Ma, o se egli uscisse di vita con questa morte, o con quella che scrisse Democrito Trevenio, cioè che s'era appiccato ad un corniuolo, s'ha da tenere che il demonio l'inducesse ad ammazzarsi da sè, nè gli bastò d'averlo schernito ch'ei credesse l'anima sua essere passata in diversi corpi: onde disse in quel suo verso:

Di già fanciullo e fanciulla fu io,

ma ancora con voci diaboliche, e con splendori di fiaccole l'allettò a morire. Rapì forse ancora Apollonio insieme con l'anima, conducendolo a dannazione eterna, la qual morte pare indegna de' Magici, perocchè è dubbio dove egli morisse. Alcuni dicono essere morto in Efeso, alcuni in Creta, e altri in Rodi. Il sepolcro, ovvero il deposito, insino al tempo di Filostrato non si trovava, avvenga che da certi sciocchi fusse adorato per Dio: il qual culto mancò in poco tempo, come fanno anco gli altri inganni del demonio, e così cessorono gli oracoli dopo l'avvenimento di Cristo, de' quali quasi tutto l'universo era infettato, pure con i medesimi inganni. Ma quello che già palesemente spargeva gli oracoli, ora si rode in oscuri laberinti, appetendo i lascivi congiungimenti, oggi tenuti vituperosi dalle genti, dove già erano orrevoli, donde è quel verso:

Degnando Anchise al suo coniugio alteroVenere Dea,

e questo non pure al tempo degli eroi, ma al tempo d'Alessandro e di Scipione, a' quali accrebbe la gloria l'essere tenuti figliuoli di Giove, sendo così noto per l'istorie che non faccia mestiero il raccontarlo, che Giove demone, il qual credevano essere Dio, si ghiacesse con la madre di Scipione in forma di serpente, e con Olimpia moglie di Filippo. Così il Demonio induceva a fare male quelli che erano pieni di lussuria mescolandoci anco il veleno della superstizione. E di sorte invescava color che erano cupidi della gloria, che avendo pronosticato, mentre che viveano, le cose future per mezzo della sua pratica, dopo morte ancora predicevano ciò che avea da essere. In questo modo dicevano, Orfeo il quale fu tenuto profeta mentre che visse, aver date le risposte e gli oracoli; dopo morte, e 'l suo capo tagliato dalle donne di Tracia, essersene andato in Lesbo ad abitare in una spelonca, e che prendeva i vaticini, per l'aperture della terra. Portavano ancora i demonj in volta gli oracoli d'Anfiarao e d'Anfiloco indovini, e mentre che visseno e poi che furono morti, il che forse desiderò Empedocle quando volse essere tenuto Dio. E parimente fingevano che i re dopo morte esercitasseno l'arte militare, come favoleggiavano di Reso, il quale dicevano armeggiare nel monte Rodope, e attendere alle caccie ed al cavalcare: in oltre dicevano che l'anime di questi apparivano, non pure per mezzo di quei circoli e di quei sacrifizj di Omero, ma che si mostravano ancora spontaneamente, e per certe convenzioni che facevano (come dice Filostrato, che si mostrava Achille ad Apollonio, e Protesilao con gli altri capitani, che avevan fatta guerra a Priamo, al vignaiuolo) ma per essere i visi, i costumi, e le cose fatte da costoro diverse da quelle che scrive Omero, nè punto consonanti a quelle che disseno o Darete Frigio, ovvero Dizio Creteo istorico, puoi conoscere quante bugie siano aggiunte alla felicità de' demonj ed alla cognizione delle cose, e quanti aggiramenti siano posti sopra i modi del vivere. Laonde se il demonio si pose già con quelli che si reputavano savi, e schernivagli di sorte che desse loro a credere cose contrarie, repugnanti e lontane in tutto dal vero, quale è la cagione che tu con tanta istanzia ti maravigli che nelle streghe del nostro tempo si trovino molti aggiramenti, e la più parte contrari fra di loro? Maravigliati piuttosto della potenza e sapienza di Cristo, che quello che innanzi al suo avvenimento, il demonio maligno persuadeva ai re, agli oratori, ed a' filosofi, come cosa grande, maravigliosa e degna d'ogni sapienza, ora a pena lo può persuadere agli uomiciatti ed alle donnicciuole, cioè che adorino lui, e che faccino quello che egli comanda, e che quello che già palesemente si faceva in tutto l'universo, per tutte le nazioni, come cosa onorevole e degna di lode, ora si faccia appresso di pochi, di nascosto, ed in luoghi remoti e solitari, come cosa brutta e piena di vituperio. E considera (quello sopra tutto degno della gloria divina) il fondamento della fede Cristiana esser tanto fermo e saldo, che il demonio maligno non vuole che le streghe abbino affare seco, se prima non rineghino la fede nostra, non sprezzino i sacramenti, e non calpestino l'Ostia salutifera. In questa guisa il nimico di Dio e degli uomini vuole che quelli che lassano la nostra religione piglino i principj de' suoi sacrilegj. E questo perchè non possono stare insieme il vero e 'l falso, la luce e le tenebre, e la religione e la superstizione. Ma parmi che ora mai ti potrai chiarire di quello che abbiamo ragionato per la via. Eccoti la Strega alle scale della chiesa, che parla con Dicaste.

AP. Dio vi salvi.

DIC. Che c'è di nuovo Apistio?

AP. Noi desideriamo d'intendere le nuove da te, conciossiachè Fronimo qui ed io siamo venuti qua per udire insieme con esso teco la Strega delle cose che si fanno nell'altro mondo, se te ne contenti però.

STREGA. Ohimè!

DIC. Sta di buono animo, parla senza paura, e non dubitare ch'io ti manterrò che non ti sarà fatto mal nissuno, come t'ho promesso, se tu dirai liberamente tutte le tue ribalderie, che ad ogni modo non le puoi celare perchè ho testimonj, e principalmente te delinquente, la quale massimamente ho desiderata.

STR. Io ho detto; perchè mi tormentate più?

DIC. Bisogna replicare, non pure in presenza di due o tre testimonj, ma di molti: e poi anco di tutto il popolo, se tu vuoi scampare il martoro, a che ti condannano le leggi. M'hai promesso di fare tutto quello che io ti comanderò, ed io per questo t'ho promesso non ti mettere nelle mani del Potestà, che ti faccia abbruciare secondo il costume antico. Ora io non ti comando altro se non che tu racconti le cose che facevi con i demonj quando eri in corso, o vero nel giuoco di Diana.

STR. O giuoco per me amarissimo! O infelice donna che io sono!

DIC. Non c'è bisogno di piangere, nè di ugnolare.

STR. Di grazia non mi tormentate più: vi prego mi diate tanto tempo ch'io ritorni in me, e di poi vi dirò tutto quello che ho fatto.

DIC. Se piace così a voi, io la contenterò, però che se noi indugiamo a domane, ella dirà ogni cosa con animo più pronto e con miglior voce, al che io arò molto caro (se non vi increscerà la via) che vi troviate presenti.

AP. Non increbbe la via a quelli che andorno da Gnoso alla Spelonca, ed al tempio di Giove, per udire le vane leggi di Minos e di Ligurgo; ed a me doverà increscere d'andare un miglio per intendere più da presso e più minutamente quelle cose che, se non sono vere, almeno per i discorsi di Fronimo, mi paiono verisimili?

FR. Mi rallegro che tu ceda non a me, ma alla mera verità; o pur se tu non sei anco chiaro alle cose che le son simili, ed a me certamente non sarà grave per fare esercizio ritornare in fin qui dalla città.

DIC. Domattina adunque ne verrete da noi aspettati con desiderio.

INTERLOCUTORI DICASTE, APISTIO, STREGA e FRONIMO.

Siate appunto venuti a tempo, che la Strega or ora si caverà di prigione.

AP. Eccola che la menano legata.

STR. Così m'attenete le promesse eh? perchè date tormenti a chi ha confessato?

AP. Buona donna, qui non s'è portato nulla da darti martoro. Fronimo qui ed io siamo venuti solamente per vedere ed udire, e per aiutarti dove noi potremo.

FR. Così è.

STR. Queste manette mi fanno male, ed i nodi delle funi sono troppo stretti: ed ho paura anco di peggio.

FR. Falla un poco allentare.

DIC. Orsù, sia anco sciolta.

STR. Comincerò un poco a riavermi.

DIC. Sta di buono animo, e non dubitare che non ti mancherò niente di quello che io t'ho promesso, pure che tu anco mantenghi le promesse, nè c'inganni in cosa nessuna, manifestando tutto quello di che sarai domandata.

STR. Tutto manterrò senza ingannarvi.

DIC. Raccontaci quelle cose, che tu confessasti a me ier l'altro, e iersera quando il notaio scriveva.

STR. Se voi mi ridurrete a mente col domandarmi quelle cose che volete, io vi risponderò ordinatamente.

DIC. Domandatela voi, Apistio e Fronimo, che io vi do licenza, ch'oggi questo spettacolo è fatto per voi; io starò a udire, e dove mancherà io la rimetterò in sulla via.

AP. Sei tu mai andata al giuoco di Diana, o vero dell'Erodiadi?

STR. Certo sì che vi sono andata a questo giuoco, il quale se sia diDiana, o dell'Erodiadi, questo non so io.

FR. Non ti dissi io ieri, Apistio, che il demonio ingannava in vari modi. Nel tempo che Diana era adorata dalle genti, e che il suo nome era chiaro e famoso per tutto 'l mondo, era cosa gloriosa l'essere annumerato fra le compagnie di Diana, le quali avvenga che fussino dette vergini, nondimeno erano chiamate anco Ninfe, e piaceva loro il nome di sposa, ma più l'effetto, benchè non cercasseno con debite cerimonie di essere spose legittime: perchè fra loro v'era frequenza di stupri e di adulterj: donde è quella meretrice tante volte replicata ne' versi d'Omero, mentre che favoleggiavano una compagna, ovvero una Ninfa di Diana (Napea, Oreade, o Driade ch'elle fusseno) avere auto a fare con quei falsi o Dei, o Eroi che gli chiamassero, benchè fusse tenuto dai Gentili, confermato dal comun parere del volgo, le Ninfe del mare, e de' fiumi esser inclinate agli amori, come tu troverai spesso di Cirene, Leucotoe, Cimodocea, e dell'altre false Dee de' fiumi e del mare. Nondimeno perchè è manco pericolo l'andare per i monti, che tuffarsi nell'acqua, e perchè piaceva più conversare nelle caccie di Diana, che nell'onde degli Dei marini, si dettero più volentieri a' giuochi ed alle danze di Diana, come a cose più dilettevoli. Ne tirò poi delle altre a sè sotto spezie di Erodiadi, alle quali dava piacere nelle danze della selva Idumea.

DIC. Di questo giuoco di Diana, o vero delle Erodiadi, se ne fa menzione ancora ne' decreti de' Pontefici, dove si recita una resoluzione del Concilio, la quale spressamente comanda che si scaccino.

FR. Credi tu, Dicaste, che questo sia quel medesimo giuoco?

DIC. Alcuni dicono di sì, e alcuni altri vogliono che sia piuttosto una nuova eresia.

FR. Io credo certo, che parte sia di quello antico, e parte ripieno di nuove superstizioni, come se tu dicessi antico d'essenza, e nuovo d'accidenti (per parlare secondo i moderni).

DIC. Hai trovata una bella distinzione, per la quale si possano risolvere molti dubbj che ne nascono, donde alcuni hanno preso un granchio non piccolo, pensando che queste donnicciuole sempre siano portate al detto giuoco solo con l'animo e con l'imaginazione, e non col corpo.

AP. Adunque tu credi che le streghe sempre siano portate al giuoco col corpo?

DIC. Non tutta via; perchè sono state trovate qualche volta sopra una trave, oppresse da sì grave sonno, che non hanno mai sentite le percosse, ed alcuna volta a cavallo a certe granate di scopa, appiccatevi così forte, che ancor che le dormissero non ne le hanno mai possute spiccare; dalle quali scope pensano d'essere portate.

AP. Qual credi tu essere la cagione, che tal volta son portate col corpo, e tal volta ancora, mentre che si presumono d'essere portate, si trovino al giuoco solo con la imaginazione?

DIC. Qualche volta procede da uno aggiramento e da un sottile inganno del demonio, e qualche volta dall'elezione stessa delle streghe; perciocchè io mi ricordo già che Enrico ed Iacopo teologi Germani scrisseno d'una certa strega che faceva viaggio nell'un modo e nell'altro, come più gli piaceva, cioè e vegghiando col corpo, ed alcuna volta solamente con l'imaginazione, quando gl'incresceva il cammino: e che allora gettatasi in sul letto, dette certe parole abominevoli, diceva essergli rappresentato in una certa nugola tutto quello che si facea al giuoco, quasi come in su la scena.

FR. Che risponderesti tu agli avversarj?

DIC. Prima direi maravigliarmi, che con un sol modo di fare quel viaggio, osservato già in una regione del mondo da una certa compagnia di donne sacrileghe e profane, vogliano giudicare tutti gli altri modi de' sacrilegj, delle superstizioni e delle magiche vanità, e quel modo solo volerlo accomodare ad ogni parte del mondo, e che paia loro tanto di sapere, che voglino ristrignere la potenza grandissima del demonio (avutola insino dalla sua creazione) ad una cosa sola. Dipoi che non vogliono si dichiari la cosa, secondo quelli che sono di più giudizio, per separare le cose che appartengono alla natura da quelle che s'aspettano alla fede cattolica; e finalmente negano quello non essere, che senza biasimo non possono negare che non sia possibile. E non si può dire che qualche volta non sia stato, se non chi volesse sfacciatamente opporsi a mille autorità. Ma qualcuno più audace di me direbbe forse di volere vedere l'original vero del concilio, e l'autorità più degna di colui che ha detto questo: imperocchè molte cose sono corrotte appresso di Graziano, onde fra l'altre cause forse questa è una, che quel suo compendio non è mai stato comunemente approvato, nè così avuto in luogo di leggi, che non possa contradirsegli, ma (per concedere ogni cosa) con questa tua distinzione par che si chiuda la bocca all'avversario, per la quale si può vedere che questo andare in corso che fanno le nostre donnicciuole, e i nostri omiciatti, parte è simile a quel giuoco, e parte diverso. Imperocchè nè qui c'interviene Diana, o si crede Dea de' pagani, nè si veggono cose simili a quelle che danna il concilio in quella regione; e pure nondimeno qui si fanno di molte cose, che non si legge mai essere state fatte quivi, comuni solamente con l'altre superstizioni de' Gentili, e con gli inganni de' falsi demonj negli unguenti dannosi, nel sangue innocente de' fanciulli, nel circolo, negli incantesimi, e in molti malefizj, circa l'andar col corpo per la regione dell'aria: e chi negasse questo moto per l'aria sopra umano non potersi fare dal demonio, cascherebbe, come io stimo, nel nome d'eretico, perchè come scrisse in quel libro sacro Usitide, uomo santissimo, non è potenza nissuna in terra che si compari a quella del demonio. È scritto ancora nell'Evangelio, che il nostro Signore Gesù Cristo fu posto sopra il monte, e sopra la cupola del tempio: e tutti quanti i teologi tengono per fermo che fusse portato attorno, e che i corpi ad ogni minimo cenno obbediscono agli spiriti separati dalla materia, in quanto si appartiene al mutarsi di luogo a luogo, ed al disputare se queste streghe siano portate in verità o no è quistione di ragione, e quella è di fatto. Perciocchè quando si sa che una cosa si può fare, s'ella sia fatta o no, non si può sapere se non per testimoni, de' quali noi n'abbiamo infiniti.

FR. Non è maraviglia se tutti parimente farneticano poi che intendono la verità da altri; perchè così come Dio dal male ne cava il bene, così gli uomini, essendo male informati, dalle cose buone si sforzano trarne le cattive. Il simile fanno tutti gli eretici delle sacre lettere.

AP. Di grazia non m'interrompete il mio domandare, perchè di tutte queste cose avevo pensato di domandarne poi.

DIC. Orsù domandala.

AP. Come si chiama egli questo giuoco?

STR. Le nostre pari e quelli della compagnia lo chiamano il giuoco della signora.

AP. In che modo andavi tu?

STR. Era portata, non andavo.

AP. E sopra che?

STR. Sopra un maglio da lino.

AP. Come può essere che quello andasse non portandolo nissuno?

STR. Lo portava l'innamorato.

AP. Quale innamorato?

STR. Lodovico.

AP. Forse un uomo che ha nome così?

STR. Non uomo, ma un demonio maligno, che s'appresentava in forma di uomo, ed io lo reputavo Dio.

AP. Mi maraviglio che il demonio il quale, ha in odio tutti gli uomini, si ponesse questo nome di cristiano!

FR. Ti maravigli che s'abbi posto questo nome che abbiamo avuto daiGentili, trasfigurandosi ancora nell'angelo.

AP. Dici che è venuto da' Gentili?

FR. Da' Gentili sì, imperocchè (se io non m'inganno) non troverai mai per esempio nessuno tal nome avere origine nè da' Greci, nè da' Latini. Ne' Comentarj di Cesare solamente ho letto Litavico, donde è venuto Luigi (variato di poco) nella lingua franzese: e poi nella latina Lodovico, che nasce da quello.

AP. Non vo' disputarla ora, sendo risoluto di volere ragionare con la nostra Strega.

FR. Ho detto quel che me ne pare, pronto nondimeno a udire i più savi di me.

AP. Ma, o buona Strega, ti prego che tu ci scopra sinceramente i tuoi amori.

STR. Che cosa vuoi tu sapere?

AP. Parevati egli uomo?

STR. Uomo, eccetto che i piedi, che pareva sempre gli avesse d'oca: sempre gli portava rivolti indietro, tal che rimanevano l'orme a contrario.

AP. Qual credete voi che fusse la cagione che si mostrasse uomo nel volto e negli altri membri, e ne' piedi oca?

DIC. Tu leggerai, questo in tutti i libelli delle querele: il diavolo ovvero il demonio, o vuoi dire satanasso, mostrarsi in forma d'uomo, eccetto i piedi: di che mi sono spesso maravigliato e immaginatomi, che la causa sia che non possa interamente pigliare la forma umana, non essendogli concesso rappresentarla nei piedi; e forse può essere che i piedi più tosto che l'altre membra non rispondino all'altre fattezze; perchè usavano già nei sensi mistici significare gli affetti per i piedi; e per questo gli porti rivolti indrieto e a contrario. Ma perchè abbia piuttosto voluto pigliare il passo dell'oca, che d'altri animali, io confesso al tutto di non saperlo: se già nell'oca non è qualche proprietà più occulta che possa accomodarsi alla malizia. Benchè io non mi ricordo che tal cosa sia stata avvertita da Aristotile, anzi piuttosto (se io ho bene a mente) attribuisce a questa sorte d'uccelli la vergogna.

FR. Può ancora il pubblico nimico del genere umano aver voluto spargere alcune reliquie più nascoste della superstizione dei Gentili: a cui già si sacrificava l'oca sotto il simulacro d'Inaco e d'Inachide, e di qui vennero quei versi:

Non giova il Campidoglio aver difesoChe gl'intestini suoi non ti dia l'ocaInaco degno;

ovvero come altri vogliono che si legga piuttosto:

Il fegato la vacca Inaco diaA te ne' piatti.

Dice Plinio che si soleva sacrificare il fegato dell'oca a Inaco Dio del fiume d'Argo; il qual uccello s'allegra dell'acqua, e d'Inachide si prova perchè si sa per la storia d'Erodoto, che i sacerdoti egizi erano soliti mangiar carne d'oca: e quivi con gran superstizione s'adorava Iside, che fu tenuta poi Diana: in oltre l'oca più astuta del cane (come disse colui) facilissimamente conturba molto il silenzio della notte, alla quale diceano Diana essere soprastante: e il demonio forse prese i piedi di quell'uccello a dinotare che così come quello è uccello vigilante, e quando le bisogna essere intenta a far la guardia, è senza sonno; così doversi ancora essere sollecito all'andare a quel giuoco, e quivi consumare tutta la notte dandosi buon tempo; ovvero perchè si dicesse, che una certa parte di quell'uccello incita le donne a lussuria. Potè similmente essere indizio di qualche amore più occulto e più crudele, trovandosi scritto l'oche aver desiderato con libidine altri fuor della loro spezie. È cosa nota appresso di Plinio di un fanciullo d'Argo chiamato Oleno, e di Glauco citaredo del re Tolomeo, de' quali si dice che le oche se n'erano innamorate. Dove io credo che Plinio errasse, perocchè Teofrasto nel suo libro degli amori dice, che il fanciullo si chiama per nome Anfiloco e non Oleno, ma Olenio era il nome della patria, nè quello è al tutto inconveniente, imperocchè i piedi dell'oca sono già stati avuti nelle delizie dei conviti, e per questo forse si può dire aver voluto dinotare che le vivande scelte della mensa di Diana eran da essere preposte non pure all'altre, ma ancora a quelle della mensa del sole d'Etiopia, dove non si legge che vi fusseno usati i piè dell'oca, i quali forse per paura Messalino Cotta infino a qui non gli ha messi in uso. Queste cose mi piaceno più che dire che l'oche abbiano a essere celebrate con nome di sapienza; per aver conversato ancora con Lachide filosofo nei bagni; perch'io crederò piuttosto che questa sorte di domestichezza sia simile a quella d'Aiace Locrense col dragone, e non fusse difforme da quella voce famigliare che Socrate sentiva sonarsi negli orecchi, ovvero da quella che pronosticava ad Agamennone e Menelao, e a Priamo, secondo che si legge nel poema intitolato delle pietre, che è attribuito ad Orfeo, nè è al tutto fuor di ragione il credere, che quei piedi voglino significar la prestezza del cammino, con la qual siano portate al giuoco, conciossiachè noi non leggiamo alcun altro uccello mai aver fatto tanto viaggio con i suoi piedi, quanto l'oche, che, come dice Plinio, vennero già da' Morini insino a Roma a piedi.

FR. Dimmi un poco tu: mostravatisi egli mai con altri piedi che d'oca, quando veniva a te?

ST. Mai con altri.

AP. Come vi veniva?

ST. E chiamandolo io, e spesso da per sè.

AP. Sempre in forma umana?

STR. Sempre quando veniva per dormir meco.

AP. Oh che! dormire con una vecchia grinza!

ST. Ohimè, ohimè Dio!

AP. Di che hai tu paura?

ST. Vedete, vedete.

DIC. Dove?

ST. Al muro.

DIC. In che forma?

ST. Di passera.

DIC. Ora si mostra in forma d'uccello lussuriosissimo, non si discostando dal parlare di questa donna. Voi avanzate con la lussuria ogni mostruosa libidine.

AP. Maravigliomi che nessuno altro, eccetto costei, vegga questa passera.

DIC. Certo che nissuno non la vede.

AP. Cosa invero maravigliosa.

FR. Per che cagione ti maravigli, non ti facendo maraviglia dell'anello di quel pastore di Lidia, detto Gigi, celebrato e da Platone e da Cicerone?

DIC. Avviene non pure nelle vane apparizioni de' demonj iniqui e maligni, ma ancora ne' prodigi divini, che quelle cose, che si fanno palesemente, talora non sien viste se non da pochi; e per tacere le altre cose, quel lume che stava sopra il capo di san Martino, del qual disputa Severo Sulpizio, fu visto da pochissime persone. E quello splendore che apparse a sant'Ambrogio, mentre che scriveva, fu visto solamente da Paulino; ma perchè questa presente imagine del demonio sia vista solamente dalla Strega, io ne darò la cagione all'amicizia che ha con esso lui, per la quale si fa, che non solamente gli occhi, ma ancora la potenza imaginativa, per un certo abito s'indirizzi nell'amato. Tre dì fa ci raccontò avere visto il suo amatore ravvolto in giro a guisa di serpe.

FR. Così anco si mostrava appresso dei gentili, e in forma d'uccello ed in forma di serpe; però che tu hai letto che, domandando Alessandro la guida del cammino all'oracolo Ammone, gli dette i corvi.

AP. È vero, e se io mi ricordo bene, gli dette anco i dragoni.

FR. Dubiti tu forse che quelli non fusseno demonj sotto spezie di corvo? Così quegli altri due, che racconta Aristotile fra le cose maravigliose, esser stati in Caria intorno al tempio di Giove. Che bisogna che tu ti maravigli, avendo letto appresso di Plinio che l'anima d'Ermolino Clazomenio andava vagando fuor del corpo, e quella figura di corvo che era solita partirsi dalla bocca d'Aristeo Proconesio, la quale dicevano essere la sua anima, non era veduta da tutti gli uomini, ma da qualcuno, e molto meno ancora ti maraviglieresti, se tu sapessi quel che fu detto da Aristotile, e confermato da altri di quell'uomo tasio.

AP. Dicci di grazia, quel che si dica che gli avvenisse.

FR. Dicono essere stata vista da lui medesimo l'anima sua mentre che moriva stargli innanzi, la quale non viddeno gli altri uomini.

AP. Si può dunque credere senza biasimo (come dicono), che si vegghino qualche volta spiriti buoni e cattivi senza corpo da quelli che stanno per morire, i quali non sian visti da altri?

FR. Perchè no? Avendolo creduto tanti uomini famosi, e scrittolo ancora agli altri?

AP. Ètti passato via la paura?

ST. Sì, e per i vostri ragionamenti, e per la presenza vostra.

AP. Hai tu però tanta paura del tuo amatore?

ST. Fu già tempo che non n'avea paura, ma da poi che sono in prigione, e che contra la voglia sua ho rivelati i nostri amori, mi spaventa fuor di modo, stando talora all'usciuolo della prigione, ed a quella finestra piccola mi dice villania, e promette d'aiutarmi, se io sto ostinata a non confessare.

AP. Quando tu andavi al giuoco, non ti faceva egli mai niente paura?

ST. Niente certo.

AP. Andavi tu ogni dì, o pure in certi tempi?

ST. La seconda notte dopo il sabato, che oggi è il quarto, cominciandosi da quello.

AP. Andavi tu mai di giorno al giuoco?

ST. Mai.

FR. Di qui puoi conoscere ancora le reliquie dell'antica superstizione, se ti ricorderai:

Su i notturni canton delle cittadiEcate aver gridato.

Che altrimenti si chiamò Diana e Luna, alla quale (come dice Pindaro) solevano sacrificare le donne, con ciò sia cosa che i maschi non ricorressino da lei, se non nelle cose dell'amore. La notte era dedicata a simil preghi, e finivansi come finiva il giorno. Onde è quel verso:

Cacciommi coi cavai l'iniquo giorno.

AP. Vi è forse sotto qualche senso più nascosto.

FR. Che?

AP. Quello di che fece menzione Menandro.

DIC. Ognun di voi dice bene, secondo la scienza umana; ma io, secondo la divina, vi addurrò l'oracolo perfetto, non alcuno di quei vani d'Apolline, ma quello che venne dalla verità, e da Dio stesso.

AP. Dillo.

DIC. Colui, che fa male, ha in odio la luce.

FR. Certo sì, che cotesto è verissimo: ma tu, o buona Strega, perchè non ti trovavi tu ancora l'altre notti nelle danze di Diana, ovvero della Erodiade, o di quella che tu chiami la Signora? o, per parlare più chiaro, perchè non ti ritrovavi tu, ovvero non pareva di ritrovarte in questa illusione del demonio l'altre notti? perchè io so certo, secondo la fede nostra, Diana non essere dea, nè la Erodiade, nè anco gli spiriti immondi essere signori dell'uomo.

ST. Non lo so.

AP. Preparàviti tu per l'andare, o pure aspettavi lui che venisse per te?

ST. Io facevo un circolo, ed untami, montavo a cavallo sopra un sgabello; di poi ero levata in alto, e portata per aria al giuoco; qualche volta calpestavo l'ostia sacrata nel circolo, e subito giungeva Lodovico, del quale io me ne servivo a mio piacimento.

AP. Che unguento era quello?

ST. Fatto per la maggior parte di sangue di bambini.

AP. Che ti ungevi tu?

ST. Eh! mi vergogno a dirlo.

AP. O meretrice sfacciatissima de' demonj! si vergogna a dire quello che non si vergogna a fare.

ST. Parvi maraviglia?

AP. Manda fuora il veleno: che ungevi tu?

ST. Le parti che io uso per sedere.

AP. O tu l'hai detto onestamente; ma io vorrei sapere quanto tempo tu mettevi dal partirti di casa all'arrivare al giuoco.

ST. Poco.

AP. Quanto era quel poco?

ST. Manco d'una mezz'ora.

AP. Quanto andavi alta da terra, quando eri portata?

ST. All'altezza d'una giusta torre.

AP. Ora io vorrei particolarmente sapere ciò che si faceva nel giuoco, e non ti sia grave, buona Strega (se vuoi ch'io ti aiuti) il dirci tutte quelle cose che si facevano quivi, come se mi avessi a rappresentare detto giuoco.

ST. Quando noi eravamo giunte al fiume Giordano.

AP. Al Giordano? che è quel che io odo?

FR. Questo viaggio fatto in sì poco tempo insino al fiume Giordano credo che sia una bugia del demonio. Imperocchè per ingannare anco le donnicciole, le tien legate più forte, trovando nomi di luoghi magnifici: perciocchè non si può concedere che in spazio d'una mezz'ora un corpo umano d'Italia possa essere portato in Asia. Ma forse Satan ha dato colore alla cosa di qui, perchè già abitavano quivi l'Erodiadi. Mi meraviglio bene che non dia loro ad intendere, che elle vadino in Scizia all'altare di Diana, il che forse l'arebbe fatto, se quel nome di Scizia fusse stato a quelle donnicciuole così famigliare, come quello del Giordano, il quale è conosciuto da tutti quelli che nelle chiese hanno sentito recitare il Vangelio. Ma quella tal bestialità, non sacra, ma sacrilega, non molto conveniente a giuoco, ma più tosto a morte crudele, forse che le conduce a qualche fiume vicino: benchè alcune dicono non essere portate all'acqua, ma a certe sommità di monti.

DIC. A me non pare cosa impossibile, che siano portate al Giordano, almanco in spazio di dieci ore, come dicono quasi tutte le streghe.

FR. Tu pensi adunque, che in sì poco tempo faccino tanto viaggio, quanto è da questa nostra patria alla Siria ed alla Fenicia?

DIC. Può bene il demonio muovere i corpi a suo piacere.

FR. Sì, ma non seguita che gli possa muovere in sì poco tempo: o portandogli sopra le terra verso la Schiavonia e verso la Tracia a man sinistra, ovvero dalla destra per l'Africa, ovvero passando a diritto il mare Ionio, l'Egeo sopra Corfù, e sopra la Morea, sopra le Ciclade, che guardano Rodo e Cipro, si posino alla riva del fiume Giordano.

DIC. Perchè non può egli essere questo?

FR. Perchè non vogliono i tuoi dottori.

DIC. Per che causa non vogliono?

FR. Perchè dice san Tomaso non potere il demonio muovere tutta la terra, repugnando a ciò la natura, la qual vieta che si disordini e che si guasti l'ordine intero delle cose, e degli elementi. Imperocchè ripugna alla natura del corpo umano l'essere portato con tal velocità, la qual natura sia insieme cagione di conservarlo e d'ammazzarlo. Perocchè elle vivono, dove che sarebbe necessario che morisseno, conciossiachè l'impeto dell'aria, non mutato della natura sua, darebbe grande impedimento: se si rarificasse, facilmente si risolverebbe in fuoco; se si condensasse per il grande impeto della velocità, impedirebbe il corso; che se tu t'imaginassi che tutto l'aere si muovesse in quel modo che Aristotile s'imaginò che si muovesse il cielo, allora anco si leverebbeno contro di te, e Giovan Grammatico appresso de' Greci, e Scoto appresso de' suoi: subito opponendoti la intrinseca natura della quantità, per la quale il corpo, per quel grandissimo spazio, dove non è niente d'aria, bisogna che muova una parte di sè stesso dopo l'altra. E così, di qui insino in Asia, levato ogni impedimento ed ogni resistenza d'aria, ci si consumerebbe molto più tempo che non dicono.

AP. Vi prego, di grazia, che serbiate a disputare queste sottigliezze a un altro dì. Seguita a narrare il vostro giuoco.

ST. Quando noi siamo poi giunte quivi, veggiamo di subito la Signora a sedere col suo amatore.

AP. Chi è quello?

ST. Non lo so, ma ben so io questo, che egli è uno bello, e vestito di veste d'oro.

AP. Seguita.

ST. Quivi noi offeriamo l'ostie sacrate alla Signora, e quella, accettandole con animo grato e volto allegro, le fa posare sopra uno sgabello, e montarvi su co' piedi ed orinarvi sopra?

AP. Chi ti dava queste ostie per portare al giuoco?

ST. Bornio sacerdote, nato in questa terra.

DIC. Uomo scelleratissimo e peggiore di quanti siano già mai stati conosciuti, o da me, o da altri in questo mondo! Dandomi già costui nelle mani, io lo giudicai degno d'essere digradato e posto in mano della giustizia, la quale subito gli dette quel supplizio che meritava secondo le leggi.

AP. Seguita pure il tuo parlare.

ST. Vi mangiamo, vi beviamo, vi pigliamo amorosi piaceri; che volete più?

AP. Voglio che tu lo dica a parte a parte, che mangiate voi?

ST. Carne ed altre cose che si sogliono cercare per mangiare.

AP. Donde l'avete?

ST. Ammazziamo de' buoi, ma risuscitano.

AP. Di chi sono questi buoi?

ST. Di quelli che noi abbiamo in odio; e caviamo ancora il vino delle botti per bercelo. Dipoi ciascheduna donna si chiama il suo demonio per cavarsi ognuna di noi la lussuria, ed ognuno di quegli uomini, ovvero demonj si caccia sotto la sua amica.

DIC. De' buoi pare che siano cose da beffe.

FR. Sono simili a quelle favole di colui.

AP. A quale?

FR. Cioè, le pelli e le carni de' buoi, che vanno serpendo e mugghiano.

AP. Simili certo; imperocchè, che differenza è a dire che la pelle de' buoi vada, e le carni mezze cotte mugghino, da quest'altra illusione che la pelle ravvolta del bue già mangiato si rizzi in piedi?

FR. Con una tal maraviglia credetteno gli Argivi che la nave di faggio degli Argonauti avesse parlato, e 'l cavallo d'Achille indovinato; perciocchè crediam noi che chi concede che Xanto, cavallo d'Achille, parlasse, non sia per concedere ancora, il cavallo Pegaseo, o Dedalo, o veramente quello,

Che riportando a' suoi la spoglia opimaDel fier libico mostro ad ali tesePer l'aere già schernendo ogni alta cima.

AP. Se tu concedi queste cose, perchè ti fai beffe del volare delle streghe? Leggendo tu pure anco quell'altro,

Perseo tirar le penne di Parrasio.

FR. Io non me ne fo beffe, se tu pensi che tal cose sian fatte per arte de' demonj, ma sì bene, se tu credessi che si facesseno o per aiuto, o per ingegno umano, ne penso io che sia cosa mostruosa e 'l fingere le penne da volare all'uomo, o al cavallo, e la lingua insieme accomodatagli da parlare; conciossiachè, esprimendo molti uccelli senza maraviglia nessuna distintamente le parole che hanno imparate, quanto più facilmente si potrà sciorre la lingua d'un cavallo a parlare per virtù di spirito, o cattivo o buono che sia?

AP. Tu dici che cotesto si può fare?

FR. Perchè no? Essendo la natura uguale.

AP. Puoilo tu provare per esempio?

FR. Sì, con uno posto delle sacre lettere. Dicendo l'asina d'Ariobalaa avere parlato, che secondo i Teologi fu fatto con aiuto dell'Angelo, e conciossiachè non sapesse ella quello che si dicesse, nondimeno la lingua era fatta dire quello che era utile allo esercito degli Ebrei, ed a ciò gli era guida lo spirito buono. Nondimeno dirò quello che raccontino le storie de' Gentili dell'avere parlato i buoi.

AP. Noi sappiamo che i demonj non hanno nè ossa nè carne: come mangiano, e come usano con le donne?

ST. Sono simili alla carne ed all'ossa quelle parti ripiene da loro, e sono più grosse che quelle degli uomini.

AP. Potrestile tu rassimigliare a qualche cosa, che noi intendessimo come son fatti quei membri?

ST. Io non so, eccetto che son più grossi di quegli degli uomini, e più morvidi che non è una brancata di stoppa: e quasi sono simili alla bambace.

AP. La stoppa, intendo, Fronimo, ma la bambace no.

FR. Credo che voglia intendere della lanugine xilina, cioè della bambace nostra.

ST. Io voglio intendere di quella materia, della quale si sogliono empiere le coperte da letto.

AP. Io ho inteso: seguita.

ST. Come s'era sfogata bene la lussuria, noi eravamo riportate a casa.

AP. E quivi venivati egli mai a vedere?

ST. Spesso, e qualche volta ancora m'accompagnava quando io andavo, o tornavo dal mercato, e ricordomi che essendo una sera uscita della città a buio per andarmene a casa, tre volte usammo insieme inanzi che noi vi fussimo.

AP. La tua casa quanto è ella discosto dalla città?

ST. Intorno a un miglio.

AP. E perciò ha preso l'immagine d'una passera; ma io non mi posso imaginare quel che voglia dire questi abbracciamenti.

FR. Per contentare queste lupe, se si contentano però, dicendosi che elle si straccano, ma non già si saziano.

AP. Nè mi posso anco arrecare nella fantasia donde costoro possino pigliare piacere.

DIC. Dicono avercene tanto, che affermano non essere in terra un altro simile; e questo penso io che possa avvenire per più cagioni, e prima per la grandissima bellezza e grazia del viso che pigliano quelli spiriti maligni, di poi per la grandezza straordinaria de' membri, perchè con quella allettano gli occhi, e con questa gli riempiono le parti più occulte; inoltre fingono d'essere molto innamorati di loro, il che è carissimo sopra tutte l'altre cose alle misere donnicciuole. Possono ancora muovere drento qualche cosa, onde elle piglino più diletto che non fanno con gli uomini. Il simile credo che avvenga a quegli uomini, che usano i demonj per donne: conciossiachè quello sceleratissimo sacerdote (di cui dicevo poco fa) disse che pigliava molto maggior piacere del dormire con quel demone che si faceva chiamare Armellina, che con quante altre donne egli avesse mai avuto a fare. E perchè voi non pensassi che avesse avuta la pratica di poche, egli ebbe a fare insin con la propria sorella, e dicevasi, che n'aveva avuto un figliuolo. Come si fusse, questo so io che era in sul processo. Ed era tanto accecato quel povero uomo nell'amore d'Armellina, che bene spesso, andando in piazza, ella gli faceva compagnia, non la vedendo nissun altro, e per comandamento di lei, i bambini che gli erano portati alla chiesa per battezzare, ne gli rimandava a casa come erano venuti, ed alzava l'ostia non consacrata al popolo, fingendo coi gesti, e con le parole di sacrarla, per nascondere la sua iniquità; e se talora la consacrava, rivolti per dispregio i piedi all'insù, di quella figura immaculata, che vi si suol fare drento, l'alzava in alto, e riponevala per dare alle streghe, che la portasseno al giuoco. Quello amore demoniaco, era causa di tante sceleranze. Un altro pure in quel medesimo furore così bestialmente ama Florina (che così dice chiamarsi), che mi ha detto più volte (mentre che io l'esaminavo), volere innanzi morire, che lassare quella bellissima donna, di cui ha già tenuto la pratica quarant'anni. Ed è di modo impazzato, che non crede che sia altro Dio. Questo tale si serba ancora in prigione, se volesse per sorte pentirsi; ma perchè non crediate che costoro, che sono presi da tale amore, faccino solamente contro alla religione, sprezzino Dio, negandolo, ed abbandonando la fede, della quale avevan fatto professione insino allora, sappiate che fanno ancora contro alla repubblica, tolgono la roba d'altrui, macchiano ed infettano ogni cosa, e con i loro malefizj s'immergono al tutto, e si tuffano negli adulterj e negli stupri, ammazzano i bambini, e beonsi il sangue loro, provocano tempeste crudelissime, guastano i campi con tanta ruina di grandine, che quegli, che anticamente incantavano le biade, paiono essere stati manco nocivi; contra i quali fu fatta la legge, e posta poi nelle dodici tavole.

AP. Adunque ci fanno danno, non pure ne' beni di fuora che partorisce la terra, ma in quelli ancora che vengono dal cielo, e dall'aria che abbiamo intorno?

DIC. Domandane lei.

AP. Hai tu mai fatto venire tuoni?

ST. Eh, bene spesso.

AP. Hai nociuto alle biade con la grandine?

ST. Più volte.

AP. Con che cerimonie?

ST. Facevamo il circolo, e di subito veniva quivi Lodovico, non in forma d'uomo, ma di fuoco, e in un istante cadevano tuoni, saette e grandini sopra quei campi particolarmente che io volevo guastare.

AP. A che fine facevi tu questa ruina?

ST. Per odio, non per benevolenza.

FR. Io ho letto già luoghi di poeti, dove pare che i demonj facciano quasi strepito, nei versi stessi, come quando quella incantatrice, ovvero l'ingegnoso poeta in persona di lei, gli chiamava sotto nome di Dei, in questa guisa:

Con l'aiuto de' quai stupir le riveFo mentre i fiumi alle lor fonti invio,Le cose fisse muovo, e fermo al mioCanto le mosse, a cui null'altro arrive.E 'l mar travaglio, e 'l cielo,Or pien d'umido veloRendo, or le nubi scaccio,Or i venti, or lo scaldo, ora l'agghiaccio.

Ma questa nostra Strega, più potente che Medea, ha provocata la grandine, e spintala nelle biade. Tirano ancora le menti degli uomini nella malia con quelle lusinghe che elle ingannano il senso. Imperocchè disse quel poeta:

Arseno in fiamme illecite i severiE duri vecchi, e non operan tantoLe nocive bevande, e figli amatiTolti al parto vicin, sugosi e pieni,Quanto i chiusi veleni,Negli animi impiagatiSol per virtù d'incanto;

e questo l'abbiam visto in un certo modo rinovato nella terra nostra. Quel sacerdote di settant'anni, che noi abbruciammo con le medesime fascine, sopra le quali andava a trovare la succuba, lo faceva. Un altro che n'avea passati settantacinque, e un altro ottanta, che si trovavano otto volte il mese nel medesimo giuoco insieme. E così per più testimoni si è trovato che non una strega, o due, o tre, ma molte, nè tre, o quattro uomini, ma più, sono stati quelli che hanno avuto affare con i demonj succubi. Riferiscono eglino stessi, che sono da due mila uomini quelli che frequentano il giuoco.

AP. Gli antichi hanno solamente celebrate tre o quattro maghe famose: la maggior parte poi furono dette Medee, e molte anco Canidie, e ai tempi nostri non è stata una sola Erittona.

FR. Ti maravigli che siano state secento Medee, avendo tu pure per cosa certa (senza maraviglia nissuna), ch'in una città sola si trovino da dodici mila Circe; imperocchè si tenevano per sorelle.

AP. Io t'ho inteso, e non bisogna cercare il senso dello enigma per luoghi occulti, o per ambage.

FR. Per questo penso che sia fatto con gran provvidenza a dì nostri, ne' quali pare che ogni cosa vada di male in peggio, che il grandissimo Dio abbia volsuto in più modi confermare la fede negli animi de' fedeli, per allargare in tutti i versi la religione.

AP. Con che modi?

FR. Principalmente con tre: col successo delle cose dette, con i miracoli fatti per virtù divina, e con lo scoprire la scelleranza di così enorme errore. Però che noi troviamo essere venute guerre, fame, pestilenza; appunto come erano state divinamente annunziate tanti anni prima. Laonde quelli che fusseno stati senza fede, avesseno facilmente a sospettare tal cose essere fatte, o per sorte, o per destino, acciocchè fussino oppressi dalla grandezza della calamità, se per viva forza la fede non si mantenesse, risvegliata di nuovo in questa terra per tanti miracoli fatti dalla Vergine Madre di Dio, i quali siccome per loro stessi confermano la fede cristiana, così per accidente la corrobora ancora quello che confessano le streghe, per mezzo del quale conosciamo (per il gran numero de' testimonj, così a uomini come di donne) i demonj maligni essere nimici alla verità cristiana, la quale, quanto più si sforzano disperdere e offuscare, tanto più si viene ad innalzare e risplendere in tutti i modi.

AP. Tu hai ridotto benissimo ogni cosa, ma, o buona Strega, hai morti ancora tu dei fanciulli?

ST. Assai.

AP. Col coltello, o col bastone?

ST. Con l'ago, e con le labbra.

AP. In che modo?

ST. Noi entravamo di notte in casa dei nostri nimici, e talvolta degli amici, perchè ci si aprivano tutte le porte, e dormendo i padri e le madri, noi toglievamo i bambini, portandogli al fuoco, e quivi gli foravamo sotto l'ugnine con l'ago, e ponendovi le labbra a succhiare, ci empievamo la bocca di sangue, e di quello, parte se ne inghiottiva, e parte se ne votava in un bossolo per fare l'unguento da ungersi le natiche prima che andassimo al giuoco.

DIC. E perchè voi non credeste che queste fussino bugie e finzioni, e che andassino per le case, dove ammazzano i bambini con l'imaginazione e sognandosi, si sono trovati in fatto i fanciullini piangere e con le dita forate sotto l'ugna.

AP. Maravigliomi che non gridino quando si sentono pungere.

ST. S'addormentano in modo che non sentono; quando si destano poi piangon forte, e ne stanno male, e talora se ne muoiono.

AP. Perchè non muoion tutti?

ST. Gli curiamo noi altre, che sappiamo i rimedj, onde ce ne viene il guadagno.

AP. Chi v'ha insegnati i rimedj?

ST. I demonj.

AP. Non mi pare che abbia del verisimile.

FR. Al demonio non sono incognite le forze e le virtù delle erbe, le quali hanno ancora conosciute gli uomini; ed hai da sapere che già nel tempio di Esculapio erano scritte molte regole di medicina, le quali, si dice, che Ippocrate prese, e scrissele ne' suoi libri. Dicono similmente le storie molti rimedj, ed a' veleni ed alle ferite esser stati ritrovati per i sogni; e parimente leggiamo che quelli che desideravano fusse loro rivelato in sogno la medicina del lor male (come abbiamo detto di sopra) solevan dormire nel tempio di Pasife, e degli altri che erano tenuti per Dei.

AP. Che vi promettono questi vostri amadori, che speranze vi danno?

ST. Abbondanza di ricchezze e di piaceri, ne' quali continuamente ci troviamo.

AP. Hatti egli mai dato danari?

ST. Me ne dette già una volta alquanti che sparirono, eccetto pochi che mi rimaseno.

AP. O gran ricchezze! Che farebbeno eglino costoro se gli promettesse la ricchezza di Creso, ovvero quella di Alessandro molto maggiore, che fu portata da quaranta mila muli, se noi crediamo a Quinto Curzio, ovvero a Plutarco, che disse: con dieci mila muli e cinque mila cameli, basta che dia a questa feccia d'uomini tanti piaceri, quanti non ebbe mai nè Sardanapalo, nè Sandiride, nè Stratone?

DIC. Quelle erano cose umane, ancorchè brutte, ma queste sono ridicule e vane.

FR. Non le dire così vane, se ben tu l'hai chiamate finte e immaginarie.

DIC. Io certo stimo che elle siano in parte vere, cioè che l'essere loro sia qualcosa, ed in parte vane e senza fondamento nessuno; e massimamente quelle che son dette da qualcuni, della trasformazione de' buoi già mangiati, e poi risuscitati, distendendo la pelle riservata sopra l'ossa. Ma che siano portate qualche volta per aria, e che bene spesso mangino, bevano, prendano piaceri amorosi, questo non si ha al tutto da sprezzare come cosa falsa, e che repugni al vero. Potrei narrarvi molte cose affermate da testimoni d'autorità, s'io non temessi che voi vi chiamaste ingannati, perchè io volessi torvi il tempo concessovi d'udire la Strega.

AP. Serbalo di grazia a domane.

DIC. Il giorno di domane è già deputato per altre quistioni; ma se vorrete desinare meco, ancorchè noi siamo in villa, non ci mancherà da mangiare, ed aremo tempo di ragionare.

FR. Non è da ricusare il convito dell'amico, e tanto più degno, quanto che ci sarà manco da mangiare e più da ragionare.

AP. L'uno e l'altro mi piace; con l'uno si pasce il corpo, e con l'altro l'animo.

DIC. Domandate alla Strega di quello che più vi piace; io lascerò costui qui in mio scambio tanto che io torni, perocchè in tanto farò provvedere da mangiare.

AP. Avevi tu segno nessuno da chiamarlo quando tu eri nel circolo?

ST. Sì, uscendone, e chiamatolo due volte.

AP. Perchè non tre, o quattro?

ST. Non lo so, ma mi commetteva così: ed espressamente m'imponeva che io non lo chiamassi tre volte.

AP. Che dici tu di questo, Fronimo?

FR. Queste son convenzioni intese dai medesimi demonj, come sono, non pure queste che paiono chiare, ma quelle ancora che sono occulte, delle quali ha parlato il nostro Agustino e gli altri; ma io non credo già che sia alcuna cagione naturale in questo numero binario, nè penso che per questo abbia volsuto dimostrare il misterio della Diade di Mareta Caldeo, venuto ne' Platonici per mezzo di Pittagora, o fusse quel tale chiamato Zarete, all'usanza di Origene nel libro chiamatoPhilosophumenon, ovvero Zareta, il qual nome usa Plutarco Cheroneo nel dimostrare il maestro di Pittagora, interpretando una particella nel Timeo Dialogo, o veramente più tosto s'abbia a dire Zarada, citando Teodorito teologo (nel libro delle leggi) queste parole, cioè, leggi di Zarado; perchè a che proposito avea il demonio a filosofare di tal cosa con questa bestia? Ma io credo ben piuttosto che sotto tal numero ci fusse nascosto qualche inganno del falsissimo nimico; o veramente per non consentire ancora nel parlare alla santissima Trinità, che è Dio, ovvero per più discostarle dall'uso della nostra religione, o veramente più presto per qualche inganno che noi non sappiamo, insegnato a' Gentili sotto il numero pari, il quale volevano che fusse dedicato agli dei infernali, così come il numero impari agli dei del cielo.

AP. Questo mi piace. A te, Strega, parevati mai d'essere beffata dal tuo amatore?

STR. Mai.

AP. Oh, quando tu trovavi i danari essere spariti?

ST. In qualunque modo si fusse, non l'avvertivo, perocchè egli stesso ritornava, e mi rilegava di nuovo con molte carezze.

AP. Quando e' ti prometteva tante cose, e che fingeva essere guasto di te; che ti domandava egli?

ST. Niente altro, se non che io non credessi alla fede cristiana, nè vi avessi speranza nessuna; ma in quel cambio io onorassi lui, mio amatore, a lui m'inginocchiassi, e tenessilo per mio Dio.

FR. O pessimo spirito, veramente Satana, detto dagli Ebrei, avversario, da' Greci, diavolo, e dai Latini, calunniatore! Poteva pensare maggiore calunnia verso di Dio, che ingegnarsi con le sue parole, torgli la divinità; e attribuirla a sè stesso con tanta arroganza, e con tanta insolenza falsissimamente? Onde forse per questo amò il nome di demonio, o perchè dimostrasse scienza, ovvero timore. Ma il proprio suo è sempre di ordinare calunnie e fraude, e così ingannò il primo uomo sotto nome di Dei, onde si acquistò il nome di calunniatore, come afferma Giustino filosofo e martire.

AP. Ma in che modo eri tu conosciuta dalle altre cristiane?

ST. Non ci era differenza alcuna: io andavo alla chiesa; la quaresima mi confessavo dal sacerdote, e dicevogli tutti gli altri miei peccati, eccetto questo; m'accostavo all'altare a vedere l'ostia sacra, nè ci era differenza nessuna fra me e l'altre donne; nè questo mi vietava il mio amatore, solamente voleva che io dicessi certe parole piano, e che io facessi nascosamente certe cose, le quali facendo, non mi domandava altro.

AP. Dicci ogni cosa.

ST. I giorni delle feste, essendo io in chiesa (come s'usa), e cantando il sacerdote l'Evangelio, mi commetteva, che io dicessi da me stessa: non è vero, tu ne menti; e quando il sacerdote s'alzava l'ostia sacra sopra il capo, mi comandava che io non la guardassi, e che, mettendomi sotto le mani drieto, gli facessi a questo modo le fica (come io fo ora); di poi con istanza grandissima mi pregava, e con ogni sforzo m'imponeva che io non dicessi al sacerdote cosa nessuna de' nostri amori, e della nostra pratica, nè di quelle che appartenevano al giuoco. L'altre cose poi, dicessile io o no, non gli importava. Inoltre, quando io ero all'altare a farmi porre in bocca il sacratissimo corpo di Cristo, voleva che a poco a poco me lo cavassi, e mostrando di spurgarmi, lo convolgessi nel moccichino per portarlo al giuoco, per poterlo quivi sbeffare e schernire in quei modi che tu hai inteso. Portavo ancora due ostie meco cucite nella veste, mediante le quali mi diceva che io non confesserei cosa nessuna al giudice di quel che mi domandasse, dove che poi forzandomi il giudice, e minacciando di tormentarmi, quel maligno me le fece gittare in un vaso da fare mio agio postomi nella prigione, da quello che era sopra ciò.

AP. Ubbidistilo tu?

ST. Sì, che io l'ubbidii, misera me! e dirovvi una cosa molto orrenda, che avendole spezzate con una mazza, io vidi uscirne sangue.

FR. Andiamo (se ti piace) incontro a Dicasto che ritorna a noi.

AP. Mi piace.

DIC. Restaci altro?

FR. Siamo stomacati in modo, che non abbiamo bisogno di desinare.

DIC. Ritiriamoci un poco nell'orto, e spasseggiando forse ritroverete l'appetito; rimettasi lei in prigione.

AP. Non arei mai potuto credere che elle avesseno saputo trovare tante sceleranze. Io certo che prima arei facilmente perdonato a questa sorte d'uomini, stimando che il peccato loro non fusse altro che leggerezza, circa all'esser condotti in questi errori: e credevomi che le streghe fusseno ingannate, facendo parere loro quel che non è; e giurerei che elle sono sbeffate per tal via. Ma così come ho sempre mai creduto alla religione della verità cristiana, così non comporterei in modo alcuno che si perdonasse a sì empi malfattori.

DIC. S'io farò che si vegga che questo appartiene alla religione cristiana, e che io ti adduca tanti testimonj, che sarà forza che tu creda in quel giuoco esser molte cose, le quali veramente (come noi sogliamo dire, concedimi questa parola) realmente si fanno, penso che poi ostinatamente non farai resistenza.

AP. Insino a qui l'animo non s'inchina nè all'una, nè all'altra parte.

DIC. Dimmi (ti prego) hai tu veduto mai morto alcuno risuscitato?

AP. Non n'ho veduti.

DIC. Credi tu che i morti possino risuscitare?

FR. Non lo negherà, sendo questo cantato da' poeti, e scritto da' filosofi, e principalmente appresso di Platone, i morti essere risuscitati dagli inferi.

AP. Io non do fede in una cosa così grave e di tanta importanza nè a' poeti, nè a' filosofi; ma all'evangelio.

DIC. Io ti metterò innanzi esempj d'un'altra cosa, che non si contenga nella scrittura sacra. Credi tu che le navi possino uscire dalle Gadi, e dal porto d'Ulisbona, città del Portogallo, e ora (rivolte incontro a Zefiro) essere portate per due mila cinquecento miglia, o più, o meno, in un paese tanto grande che non si sappia quanto giri di circuito, e ora rispignendole Zefiro per il mare Atlantico possino venire nel golfo Indico?

AP. Questo crederò io.

DIC. A chi credi tu questo?

AP. A tanti mercatanti, che dicono aver fatto tal cammino sopra le larghe spalle del mare.

DIC. Hai tu mai parlato loro?

AP. Non mai certo, ma ho bene parlato a quelli che affermano averlo inteso da chi vi è navigato.

DIC. Non potrebbeno eglino ingannarti?

AP. Gli uomini da bene non si dilettono di bugie.

DIC. Se io ti produrrò testimonj quanti si siano quelli (e non manco da bene), che hanno confermato, e con giuramento, che le streghe sono portate al giuoco, e che i demonj sotto spezie di donne si sono sottomessi agli uomini, e sotto spezie di uomini hanno auto a fare con le donne: e quelli ancora che costretti con sagramento l'hanno confessato, non crederai tu?

FR. Egli sarebbe cosa d'uomo senza vergogna e protervo, se tu non cedessi.

AP. Per che cagione?

FR. Perchè quando molti si accordano insieme in concludere qualche cosa, e affermanla tutti per una voce, non pare verisimile, che alcuno di ragione possa contraddirgli, se già non fusse mosso per qualche ragione di tanta efficacia, che avesse possanza di mandare a terra l'opinione confermata dal comune parere, la qual ragione non credo già che tu abbia.

AP. Questo tuo sillogismo arebbe qualche vigore, se non s'applicasse alle cose che paiono sopra natura, ma a quelle che sogliono trattarsi nell'uso comune degli uomini; e però non repugnai alla navigazione dell'armata spagnuola, e repugno al giuoco di Diana.

FR. Molto più si potrebbe contraddire a quelli che narrano il viaggio degl'Indi, che a quelli che spongono il giuoco della notturna Ecate. Imperocchè quello non fu conosciuto dagli antichi in modo alcuno; solamente si trovorno certi segni, per li quali dicono che già non so che nave d'India venne al lito spagnuolo. Ora si naviga d'Europa in India, per il mare d'Etiopia, e sono già descritti i porti, ed i liti nelle carte da navigare. Oltra di questo, furno incognite agli antichi isole di maravigliosa grandezza, che oggi son trovate; e quella terra nuova si grande, trovata a' nostri giorni, della quale non ha parlato mai nessuno. Chè se i filosofi, che si sono imaginati più mondi, avesseno conosciuto che fussein rerum natura, forse mossi da questo, con più ragione parrebbe che fusseno impazzati. Certo che di queste terre nuove non n'hanno parlato nè Strabone, nè Tolomeo, nè quelli che son tenuti fabulosi, e delle streghe se ne fa menzione chiaramente ne' libri degli antichi, e de' moderni.

AP. Io mi sento già già in un certo modo pender l'animo per piegare nella opinione tua. Ma io udirei volentieri i testimonj che Dicaste vuol produrre, e se alcuna altra ragione avesse fuor di quelle che ha dette.

FR. Il dubitare è segno d'animo incostante, e che pieghi ora in qua, ed ora in là. Imperocchè le cose che dicevamo innanzi, ti parevano, se non vere, almeno assai verisimili, di poi contrastavi, e parevati anco di ragione dover contrastare. Ora confessi che l'animo t'inclina a venire nel nostro parere. Per le quali cose io raccolgo la tua instabile opinione, se già non mi dessi ad intendere, che forse le abbia dette per ironia, sendo tu assuefatto a quello scherzare che usano i poeti, ovvero, pratico ne' dialoghi di Socrate, da' quali non si può cavare mai un certo che di fermo e stabile, ovvero si cava con gran difficultà.

AP. Io non fingo niente, nè giudico che mi bisogni teco usare ironia. Ma non vorrei in cosa di tanto pregiudizio temerariamente cedere. Mi pare molto meglio (pure che si faccia con modestia) andare dubitando, e scoprire or di qua e di là, or a te, or a Dicasto (quasi come una piaga al cirugico), la debolezza dell'ingegno mio, perchè (s'io mi ricordo bene) è stato detto da un grande uomo, che in simili cose, le quali pare che avanzino il comprendere nostro, si debbe ire passo passo, acciocchè, se facendocene noi beffe, non si dica subito che noi lo facciamo con fraude, o credendole al primo, non diamo nella rete, e nella superstizione delle vecchierelle. Se bene io sono stato ambiguo con l'animo, e che mi paresse cosa da dubitare, nondimeno non ho mai ostinatamente contraddetto.

FR. Se tu sei di questo parere, di volere in questo seguitare l'intelletto, e non la volontà, si può certamente sperare bene di te. Ma osserva sempre in ogni cosa dove sia pericolo, e in questa specialmente che noi disputiamo, che le passioni non precedino l'intelletto. Sono bene alcuni, che negli studj e nelle scienze guastano l'ordine, mandando prima quello che ha ire di poi; prima determinando con la volontà quel che sia la verità, che l'abbiano esaminato con il lume dell'intelletto.

AP. Io già desidero d'intendere quello che Dicasto abbia da dire in questa cosa, il qual veggo che ritorna a noi. Se vorrà mantenere le sue promesse, non possono essere se non cose eccellenti.

FR. Bisogna quietare la nostra fame, e poi si quieterà la tua sete, e il tuo desiderio.

DIC. Il desinare è apparecchiato un pezzo fa, e abbiamo fatto tardi col nostro disputare. Come noi aremo dato al corpo il suo bisogno per ristorarlo di quel che continuamente perde e consuma, entreremo nella disputa che ci resta.


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