Marianna fece una faccia compunta, e con voce che voleva parere afflitta e commossa, rispose:
—Ah, caro il mio ragazzo, so troppo bene che tuo padre…
Ma Emilio la interruppe bruscamente.
—Io non sono il vostro ragazzo, e non permetto più che mi trattiate col tu.
La vecchia si confuse, balbettò:
—Scusate… scusi… Sono così affezionata alla famiglia… da tanto tempo!… Lei l'ho visto a nascere.
Ed egli, troncandole di nuovo la parola con un malvagio sogghigno:
—E, grazie a Dio, con me non ci avete le vergognose ragioni d'intimità che aveste col nonno e col babbo.
Marianna volle parlare, ma non seppe che cosa dire; aprì la bocca e la richiuse senza mandare un suono; chinò la faccia più confusa che mai.
Emilio riprese:
—Mentre le sostanze di mio padre si assottigliavano, s'accrescevano le vostre… di voi che siete entrata in questa casa povera e nuda come un verme. Voi avete un cassetto ripieno di cartelle del debito pubblico, di azioni della Banca Nazionale, di obbligazioni ferroviarie…
—Che bugìa! sclamò Marianna, ritrovando il coraggio di rialzare il capo e di riprendere un po' di petulanza.
—Lo so di sicuro, affermò recisamente il giovane. Conosco il cambista da cui vi fate pagare gl'interessi, e potrei dirvi la cifra a cui ammontano.
Marianna capì che era una lotta, che le bisognava difendersi e rientrava sempre più nella sua petulanza.
—Ebbene, e con ciò che volete dire? Se vostro padre ha sciupato il suo, e io con risparmî, con privazioni, ho saputo mettere in serbo quel poco che mi sono guadagnato co' miei santi sudori…
—Lasciamo stare i sudori, interruppe malignamente Emilio, chè, se ce ne furono, non si possono dir santi… Il vero è che tutto guanto voi possedete l'avete rubato al patrimonio che doveva esser mio…
La vecchia mandò un grido indignato di protesta.
—Rubato!… O Santa Madonna della Consolata! Che osate dir mai?Rubato! Ma io non tollero…
—Stai zitta! gridò minacciosamente il giovane. E lasciami dire in tua malora, vecchia strega!
—O Dio buono!… O Santa Vergine dei dolori!… O santi tutti del paradiso! esclamò Marianna levando le mani al cielo. Cosa mai ho da sentire?… Come ho da essere trattata!… E da voi, che ho sempre difeso contro vostro padre, che ho sovvenuto tante volte de' miei denari…
—Che!… Erano denari di mio padre e quindi miei… Ma non perdiamoci in ciancie… Date ben retta: ora son io il padrone; e quello che è mio lo voglio, capite?… tutto lo voglio!
Marianna lo guardò spaventata.
—Che cosa volete dire?… In fede mia, non vi capisco… Cosa volete dire?
—Che voi mi darete la chiave di quel cassetto dove tenete rinchiusi i valori rubati perchè io possa andare a prendermeli senz'altro.
La donna si pose la mano sulla tasca, quasi a ripararvi quella chiave che portava sempre con sè, e ritornata in tutto il suo coraggio per difendere la ricchezza con tanto e sì lungo studio acquistata, disse risoluta e sprezzante:
—Voi siete matto, sor Emilio; e questo è proprio un perderci in inutili ciancie.
E senz'altro voltò la grossa persona verso la porta per andarsene dalla stanza.
Emilio d'un balzo le fu innanzi, la respinse brutalmente indietro e chiuse la serratura dell'uscio a doppia mandata.
—Voi non uscirete, disse con una freddezza più minacciosa della collera, non uscirete prima di avermi dato quella chiave.
—Mai! esclamò essa, vacillante tuttavia per la spietata violenza ricevuta.
Egli levò dalla serratura la chiave dell'uscio, e se la mise in tasca.
—La vedremo! disse colla medesima freddezza.
Marianna fu presa da un accesso di furore; si slanciò colle mani levate verso il giovane, come per graffiargli il viso, per istrappargliene gli occhî.
—Lasciatemi uscire! gridò. Voglio uscire… aprite quell'uscio!
Emilio l'afferrò ai due polsi, e stringendoli con tutta la sua forza le abbassò le mani, poi chinando verso di lei la faccia scialba, la guardò con tali occhî pieni di ferocia da incutere paura a chicchessìa.
E la vecchia ebbe paura.
—Usereste violenza? balbettò con voce tremante.
E lui facendo piombare viepiù minaccioso quel suo sguardo di belva negli occhî smarriti di lei, rispose con voce cupa, concentrata, feroce:
—Sì!
E dopo averla scossa violentemente per le braccia, la rigettò in là, sì che la misera andò a cadere mezzo sbalordita sopra una seggiola.
—O Vergine santissima!… O Madonna del Carmine! gemicolava la vecchia coprendosi con le mani gli occhî per non vedere la faccia spaventosa del padrone. Ma questo sarebbe un assassinio!… Tanto varrebbe togliermi addirittura la vita… Sì, un assassinio!… Ma lei non è capace d'un sì gran delitto… No, non è possibile… Lei mi vuol far paura…
Guardò di sottecchi: vide lui, sempre con quella freddezza di carnefice che la guardava con occhio cattivo.
—Ma c'è una giustizia… Ricorrerò alla giustizia.
—Benone!… E io le dirò, alla giustizia, che quei valori, voi li avete sottratti all'eredità di mio padre… Vi buscherete la condanna alla reclusione per giunta.
Marianna si raumiliò.
—No, no, voi non farete sì gran torto a una povera donna, che da trent'anni serve la vostra famiglia…
—E la ruba!
La vecchia si diede a piangere, a supplicare: tutto quanto essa possedeva, lo avrebbe lasciato, morendo, a lui, Emilio; e già, la non poteva mica vivere più lungamente; la lasciasse dunque finire in pace que' pochi giorni che le rimanevano; e scongiuri e proteste e promesse; e poi di nuovo invettive e ingiurie e minaccie. Il giovane, sempre pallido in faccia, coi lineamenti tirati, con un cinico sogghigno sulle labbra, con quel tristo bagliore negli occhî feroci, la lasciò dire e dire: e poi freddo freddo, facendo un passo verso di lei, sempre accasciata sulla seggiola, e tendendole aperta la mano destra:
—Ne abbiamo già fatte troppe parole, disse; è tempo di finirla… Qui la chiave!
Marianna tornò alla rivolta.
—No, no! urlò essa. Mi toglierete prima la vita.
E fattasi pavonazza in volto, gli occhî lampeggianti, digrignando i denti, la schiuma alla bocca, si slanciò di nuovo contro Emilio, gridando:
—Apritemi… aprite quella porta… Voglio uscire, lo voglio!
Egli la respinse con un forte pugno nel petto.
—Non vuoi darmela quella chiave?… Ebbene, io ne farò senza.
E approfittando dello sbalordimento prodotto nella vecchia dal colpo ricevuto, egli fu all'uscio, lo aprì in tutta fretta, e stava per isgusciar fuori. Marianna accorse, s'aggrappò a lui, lo strinse, lo graffiò, lo morse, soffiando, gemendo, imprecando, gridando; fu un'ignobile lotta, che l'uomo finì per vincere, liberandosi dalla stretta di quella furia e ricacciandola vivamente entro la stanza. La vecchia andò a cadere lunga e distesa sul pavimento, e il giovane, uscito sollecito, la rinchiuse dentro a giro di chiave.
Marianna rimase un poco immobile, mezzo svenuta, poi, risensando di colpo e pensando a quello che poteva succedere nella sua camera, sorse con impeto, si gettò contro l'uscio percotendolo, tentando staccarne la serratura, gridando ajuto, soccorso, piangendo, bestemmiando, arrovesciandosi le unghie, scorticandosi le mani, poi stracciandosi i capelli nella disperazione della sua impotenza. Nessuno accorse alle sue grida, ai suoi clamori: e, stanca, senza più voce, senza forze, la meschina dovette, dopo forse un'ora e più, acchetarsi, divorata dalla rabbia, dall'odio, dalla paura. Dopo quella prima di furore, di spasimo, di tormentosa angoscia, passarono altre ore, che la disgraziata non seppe numerare, che le parvero eterne, ma che furono penosissime tutte, e vennero frangendola, macerandola, limandone la vita. Nella sua testa era un tumulto. Che cosa fare per salvare la sua roba? Correre subito a denunciare il latrocinio al procuratore del re? Ma se Emilio accusasse lei a sua volta? Ben sapeva essa come tutti l'odiassero e in casa e fuori di casa; quanti avevano avuto e avevano attinenza colla famiglia sarebbero stati testimonî a carico di lei. Ma si sarebbe vendicata, anzi ricattata. Oh! se Emilio avesse osato!… Avrebbe trovato ben essa il modo di fargliela pagare: accarezzò senza orrore anche l'idea d'un delitto… Ma no, Emilio non avrebbe osato; egli aveva voluto spaventarla, sarebbe tornato ad assalirla, a minacciarla, ma essa non avrebbe ceduto a nessun patto. E intanto, appena avesse potuto uscire, ella avrebbe portato fuori di casa i titoli, li avrebbe affidati all'agente di cambio, depositati presso una banca, posti in qualsiasi modo al sicuro. L'importante, il necessario, l'urgente era di uscire di là… Uscire, uscire!… Il giorno passava e non si veniva a liberarla; si provò a chiamare di nuovo all'uscio, ma le sue mani non avevano più forza: ricascava, accasciata, sempre più smarrita d'animo.
Sopravvenne la notte; l'oscurità si fece tormentosamente paurosa per quella disgraziata che nelle tenebre credeva vedere, udire terribili fantasmi e voci, e sentiva l'anima sempre più gravata da un'indicibile oppressura. La realtà, anche la peggiore, parevale da preferirsi a quello stato d'angoscia nell'oscurità e nel silenzio che la circondavano. Mancavale il respiro, la testa le tenzonava, dicevasi con ispavento: «Io sto per morire qua sola come un cane». A un tratto udì lo scricchiolìo della chiave nella serratura e il rumore dei battenti dell'uscio che venivano spalancati: non vide nessuno, nessuno le parlò.
Volle alzarsi di scatto e correre alla porta, ma le forze le mancarono. Sorse a stento, camminò trascinandosi: la pinguedine le pesava ora come una cappa di piombo. Andò a tastoni fuor della camera; entrò a tastoni nella sua; colle mani tese innanzi si diresse verso il cassettone, ci arrivò, lo toccò tremando; il cassetto era aperto, e le mani frementi affondatevi trovarono il vuoto. La disgraziata non ebbe nemmeno più la forza di mandare un grido; non fu che un gemito ad uscire dalle sue labbra. Un tonfo sordo per terra annunziò che la infelice era caduta lunga e distesa. Due giorni dopo sotterravano anche lei, morta d'un colpo apoplettico.
Emilio Lograve, diventato ricco ad un tratto, mostrò di saper godere dei suoi denari senza sciuparli e senza lasciarsene mangiare. Abbandonò l'alloggio paterno, e prese un allegro quartierino in una delle più belle case della parte più nuova ed elegante della città; lo arredò con gusto senza eccedere nello sfarzo. Si provvide di due cavalli che potevano servire da tiro e da sella, frequentò feste, conviti e teatri. Ebbe numerosi duelli nei quali diede sempre prova della sua invincibile superiorità nel trattare le armi; fu temuto e quindi rispettato in società: non ebbe amici e non ne cercò; dal cugino Cesare in fuori, sul quale conservava e anzi veniva accrescendo quell'autorità, quell'influenza che gli aveva posto addosso fin dalle prime prove del suo coraggioso sangue freddo nel pericolo e della sua abilità di armeggiatore. Una sola casa frequentava Emilio, ed era quella dei Danzàno. Al padrino erano dispiaciuti e dispiacevano i diportamenti da accattabrighe del figlioccio; e severamente aveva rimbrottato Cesare che in quasi tutti gli scontri era stato testimonio e padrino di Emilio; ma questi sapeva trovare sì speciose ragioni per difendere sè stesso e scusare il cugino, che il vecchio Danzàno finiva per tacersi, non persuaso, ma vinto.
—La natura, diceva il giovane Lograve, non ha voluto darmi nessun vantaggio nel mondo; non mi ha fatto bello, nè potente per nascita, neppur forte di muscoli; mi ha fatto per essere zimbello e vittima di tutti, se io non sapessi col coraggio e coll'ingegno difendermi. Nella vita mondana ha pur luogo una lotta nella quale colui che ha la debolezza della pecora è divorato dal lupo, che è il dileggio, il ridicolo e il disprezzo. Preferirebbe lei, caro padrino, di vedermi il bersaglio dei motti arguti dei bellimbusti, pascolo alla malignità delle signore? Quando sarà bene accertato, ben conosciuto da tutti, che un epigramma sulla mia trista figura, o sulla fama di mio nonno, o sulla vita di mio padre, frutta una buona palla di pistola, o due dita di lama in qualche parte del corpo, io sarò sicuro di poter presentare la mia brutta faccia in mezzo alle più belle signore, ai crocchî più eleganti, senza ch'essa susciti pure una smorfia… Quanto a Cesare, egli fa anzi tutto opera da buon amico e da buon parente, assistendomi, mi presta un gran servizio curando coi più delicati riguardi l'interesse del mio onore, e può inoltre, con prudenti avvisi, concorrere a rendere meno gravi le conseguenze delle sfide che mi sono fatte: perchè, badi bene, caro padrino, che, salvo casi rarissimi, sono sempre stato io lo sfidato dai miei avversarî.
Ed era il vero; ma era il vero altresì che quando Emilio Lograve voleva cimentarsi con qualcheduno, sapeva così accortamente provocarlo, tormentarlo, inasprirlo, che per finirla onorevolmente quell'altro credevasi obbligato a chiamare il suo persecutore sul terreno.
Il signor Danzàno opponeva che quei duelli erano già stati ormai tanti da bastare all'uopo che Emilio diceva; e, quanto all'intervento di Cesare, notava non apparire esso troppo efficace a rendere meno funeste le conseguenze degli scontri, perchè ognuno di essi aveva sempre procurato agli avversarî del figlioccio qualche ferita più o meno grave. Del resto un certo effetto sull'animo del severo padre di Cesare lo producevano pure la meravigliosa abilità, il valore e le continue vittorie del figlioccio, il quale presso il padrino sapeva eziandìo, in parole, apparir mite, modesto, buono.
Aveva così il vecchio Danzàno posto un po' d'affezione per quel giovane cui ricordava la povera di lui madre, morendo, aver voluto raccomandargli, a quanto gli aveva detto la monaca che aveva assistito a quell'agonìa; lo aveva compianto vittima della trascuranza, peggio, del disamore e dei vizî del padre; e si lasciava illudere dalla ipocrisia dei discorsi di quel soppiattone.
Chi non se ne lasciava ingannare era Matilde, divenuta un fior di ragazza. Bella essa era davvero e più che mediocremente: ma più ancora della bellezza poteva in lei una grazia, un incanto, un non so che, onde ne veniva ad ogni suo atto e movenza, ad ogni parola e sorriso e sguardo, tale seduzione che impossibile non rimanerne vinti. Nè questa grazia era menomamente intinta d'artificio e di civetterìa; si accompagnava colla più ingenua semplicità e modestia, e riusciva di tanto più cara ed efficace: conquideva i giovani, s'ingraziava i vecchî, vinceva persino la gelosìa e l'invidia delle donne. Una malìa speciale poi era nella voce soave, melodiosa, insinuante, che alle cose dette, sempre giuste, e ingegnose, e gentili, dava un pregio, un rilievo, un'efficacia inesprimibile.
A subire tal fascino era stato de' primi Emilio; e lo aveva provato potente fin da principio e lo sentiva crescere ogni giorno più e con sempre maggior forza. Quella stessa ripulsione che la fanciulla aveva per lui, ch'egli sentiva e cui essa non si curava molto di nascondere; quella stessa ripulsione era come una provocazione, un irritamento all'animo, al cervello, all'amor proprio, ai sensi di Emilio: il quale con rabbia si accorgeva che la imagine della sprezzante cuginetta era giorno e notte presente al suo pensiero, che ne occupava le sue fantasticaggini, che gli compariva ne' sogni, che gli aveva stampato, per così dire, nella polpa cerebrale quel suo sorrisetto così buono per altri, così malizioso, ironico per lui, sempre così affascinante. Una vera ossessione! Di pronunciare pure una parola che svelasse a Matilde i suoi sentimenti per lei, non aveva l'ardire, e nemmeno, quei sentimenti, di lasciarli apparire dal contegno, dagli sguardi; essa gl'inspirava sempre una suggezione cui non poteva vincere quando si trovava sotto il raggio di quei limpidi occhî. Ma egli era terribilmente, dolorosamente geloso di quanti accostassero la ragazza e paressero non tornarle sgraditi. Avido d'un tesoro, di cui temeva pur troppo non avrebbe potuto mai impadronirsi, non voleva, si struggeva dalla rabbia al solo pensiero che altri potesse toccarlo.
Una sera a teatro, dove egli era andato a far visita in palchetto alle Danzàno madre e figlia, Emilio s'accorse che un giovane dalla platea fissava con insistenza il suo sguardo ammiratore sulla bellezza di Matilde, la quale pareva non accorgersene affatto. Era un bel giovane di aspetto nobile e piacente, con espressione di risoluzione e di franchezza segnata in fronte—una fronte piana ed aperta da una cicatrice verso la tempia destra. Naturalmente Emilio lo trovò subito antipatico, e si pose a guardarlo a sua volta, con occhio tutt'altro che benigno; e guardandolo, s'accorse che quella non era una figura affatto sconosciuta, che l'aveva già vista altre volte; finchè a un tratto balzò nella sua memoria l'imagine di quel suo compagno di collegio, più forte degli altri, che a lui aveva dato parecchie volte le pacche, e dal quale egli s'era vendicato di poi con quella brava sassata sulla testa.
Sicuro! Era proprio quel tale; e quella cicatrice che riusciva a dare un certo interessamento alla elegante di lui fisionomia, era il segno appunto della ferita fattagli dal sasso lanciato da Emilio.
Questa scoperta rese ancora più spiacevole la figura di quel giovane al cugino di Matilde, il quale, non sapendo dissimulare il suo dispetto, colla imprudenza della gelosìa, domandò alla fanciulla in tono sprezzante:
—Conosci forse quell'imbecille laggiù che da un'ora ti sta divorando cogli occhî e col cannocchiale?
Matilde fece guizzare di traverso uno sguardo verso il giovane, e rispose freddamente:
—Non lo conosco, ma a vederlo non si direbbe un imbecille.
—Te lo dico io, soggiunse Emilio imbizzito: io che lo conosco bene, perchè è stato mio compagno di collegio.
—Oh guarda! esclamò la fanciulla sorridendo: dal collegio dov'eri tu ce n'escono degli imbecilli?
Emilio si morse le labbra.
—Già! disse poi con un sogghigno da itterico: giudicando da me non l'avresti creduto… Quello là poi era inoltre un prepotente villano, che abusava della sua forza manesca per imporsi ai compagni.
—Ah sì? disse la ragazza con intenzione e guardando bene in faccia il cugino. Allora ei non era mica un imbecille, ma un tristo che, abusando d'una sua superiorità per fare prepotenze, commetteva una cattiva azione.
Emilio non disse più nulla; e dopo un poco scese in platea. Quell'altro aveva pur riconosciuto l'antico condiscepolo, e appena questi comparve sulla porta, gli fu accosto sollecito, chiamandolo per nome.
—Lograve!
Emilio lo guardò freddo.
—Signore?
—Non mi riconosci? Sono Nori… Sai bene. Laggiù al collegio…Alberto Nori… Ero due corsi più innanzi di te.
—Ah! Nori?… Sì, mi ricordo, rispose colla medesima freddezzaEmilio. Ci frequentavamo poco…
—Eh si… Abbiamo avuto anche qualche battibecco insieme… come, del resto, io ne ebbi con quasi tutti… Ero un po' accattabrighe.
—Un poco! esclamò con un sogghigno; mi pare anzi…
Ma l'altro, completando la frase, con allegra bonarietà:
—Che lo fossi di molto eh? Hai forse ragione. Da ragazzo ero una testa matta di prima classe; ma mi sono cambiato, sai? Son diventato il miglior pastricciano del mondo… Certo non mi lascio soffiare sotto il naso, ma del resto chi mi sa pigliare pel verso mi trova un agnellino.
E rise bonariamente come prima.
—Ah sì? disse Emilio senza dipartirsi menomamente dalla sua riserbatezza.
—Sicuro, riprese quell'altro, che aveva una gran voglia di continuare il discorso e rompere quella crosta di ghiaccio dietro cui Emilio si riparava. La disciplina militare mi ha fatto molto bene… Lo sai che sono stato militare?
—No.
—Uscito dal collegio, entrai nell'Accademia, e ne venni fuori sottotenente d'artiglieria; un anno dopo, superato felicemente l'esame, ero luogotenente…
—E ora?
—Ora non sono più nulla. Ho una vistosa eredità, e ho pensato meglio di venirmela a godere tranquillamente, libero, a casa mia… E tu che carriera hai preso?
—Ho studiato da medico; ma non faccio nulla, perchè anch'io ho avuta un'eredità, quella di mio padre, che mi permette di vivere pienamente a mio capriccio.
—Benissimo; me ne rallegro tanto… Non puoi credere il piacere che mi fa lo averti incontrato. Si ha un bel dire, ma i compagni dei primi anni conservano sempre un posto nel cuore. Mi farò un piacere d'introdurti nella società ch'io pratico…
—Grazie, ma…
—E tu mi procurerai l'onore di frequentare la tua.
—Oh! io…
—Per esempio in casa Danzàno…
Emilio ebbe un'alzata di capo che rivelava poca volontà d'acconsentire.
—Ti ho visto fin adesso in palchetto con quelle signore. So che son tue cugine. Oh, mi sono informato. È la mia buona stella, che mi ti ha fatto incontrare… Sarò schietto con te… È un mese che cerco, invoco l'occasione di essere presentato a quella famiglia…
—Per mia cugina? disse Emilio con riso più itterico che mai.
—Sì… Mi piace alla follìa. Non ho trovato mai figura di donna che mi sembrasse più degna d'amore. E… senti! La mia famiglia è onorata quanto qualsiasi altra; ho ventisette anni e venti mila lire di rendita e…
Lograve lo interruppe bruscamente.
—Cospetto, come ci vai!… Ti pare questo discorso da tenersi qui in piedi, nella platea, d'un teatro?
—Hai ragione… ma ho voluto dirti subito tutto questo, per guadagnarmi il tuo appoggio… Dovresti esser meco tanto buono da presentarmi questa sera, qui stesso…
—Impossibile! esclamò Emilio secco secco. Debbo andare subito per una certa faccenda che non posso trascurare.
—Allora, quando?
—Mah!… ci vedremo, ci parleremo.
—Dove ci vedremo? Diamoci un appuntamento domani. Potremo discorrere a bell'agio… Vuoi ch'io venga a casa tua?
—Che! Troppo tuo incomodo.
—Troviamoci al caffè Centrale. Vuoi? A che ora?
—Che so io?
—Alle dieci domattina… T'invito a colazione… Va bene?
—Va benissimo.
—Siamo intesi… Grazie!
Strinse caldamente la mano ad Emilio e andò ad appostarsi sotto il palchetto di Matilde. Emilio se ne partì con in corpo una rabbia da non dirsi, decisissimo di non recarsi al convegno dato dal Nori.
Il domani, all'ora appunto in cui Alberto Nori stava aspettando al caffè il suo antico condiscepolo e s'arrabbiava maledettamente di non vederlo comparire, Emilio si presentava in casa Danzàno e domandava di parlare a quattr'occhî al padre di Matilde. Senza preamboli gli disse di essere pazzamente innamorato della cugina e di chiedergliela in consorte. Molto si meravigliò il signor Danzàno, che non s'aspettava mai più una simile domanda; e poco disposto come si sentì subito ad accoglierla, cercò delle scappatoje per non dare lì su due piedi una risposta decisiva. Disse che la ragazza era ancor troppo giovane per pensare ad accasarla, che Emilio stesso a soli venticinque anni, colle abitudini che aveva e la vita che menava, non appariva il più atto ad essere un padre di famiglia, e siccome il giovane insisteva affermando ch'ei si sarebbe affatto emendato e ripeteva tutti i vantaggi che presentava il suo partito, lui ricco, solo, indipendente, il padrino finì per dire che, ad ogni modo, in affare che così da vicino la riguardava, egli avrebbe ritenuto per voto decisivo il volere di Matilde e che dunque a lei si sarebbe domandato il tenore della risposta.
Emilio stette un poco a pensarci, e poi disse:
—È giusto… Sia pure… Ma le domando il favore di parlare io conMatilde e di udire io stesso dalla sua bocca la mia sentenza.
Matilde acconsentì, anzi disse che le piaceva meglio esprimere essa stessa, faccia a faccia, i suoi sentimenti al cugino Lograve.
—Possibile, esclamò essa quando ebbe luogo il colloquio, o possibile che ti sia venuta l'assurda idea di sposarci noi due?… Ma non vedi che tutto ci separa, che siamo a due poli opposti per carattere, per umore, per gusti, per idee, per tutto? Sarebbe un disaccordo continuo da impiacevolire veramente la vita comune. Io già non vorrei cedere a' tuoi modi: cederesti tu a' miei?
—Sì, rispose Emilio, a cui la emozione rendeva più pallide le guancie, tremanti le labbra, incerti lo sguardo e la voce. Sì, io sarò tutto quello che vorrai tu.
—Sul principio, finchè dureranno i primi ardori: e quanto dureranno?
—Sempre, te lo giuro. L'amore che ho per te sento che sarà il solo e l'inestinguibile nella mia vita.
—A queste affermazioni, a questi giuramenti non può credere nemmeno chi li fa. È così variabile il cuore umano! Forse tu stesso non tarderesti a pentirti, quando, svanito il prestigio della illusione trovassi nella tua compagna ben altra donna che quella che credevi…
—Oh no!… Oh! ti conosco abbastanza… E poi, senti, t'amo tanto, mi sento a te attratto e incatenato da una tal forza che, qualunque tu fossi, anche, lasciami dire, la più triste donna, io ti vorrei mia del pari.
—Grazie tante! Ma codesto, signor mio, non è un vero amore: è un capriccio, è una follìa.
—È una passione! gridò con forza Emilio, è qualche cosa di potente, di prepotente, che supera tutto, che domina tutto… Oh credimi, nessuno ti amerà mai come t'amo io, come seguiterò io ad amarti.
E le prese ambe le mani traendola a sè.
Matilde se ne svincolò con qualche asprezza.
—Lasciami! disse. Codesto tuo affetto mi spaventa più che mi commova. Non sono tali frenesìe che procurano la felicità in un matrimonio, ma un ragionato amore, fondato sulla conoscenza dei reciproci caratteri, una reciproca stima. Non si riesce a comune felicità quando l'amore, per quanto grande, è tutto da una parte sola.
Emilio ebbe una penosa contrazione nei lineamenti del volto e un maligno sguardo negli occhî.
—Tu dunque non hai di me nessuna stima?
La fanciulla fece debolmente un atto di protesta.
—Tu dunque sai che non potresti avere per me neppure un briciolo di amore?… Tu vuoi che sia così, e te ne compiaci?…
—Puoi tu credere che in questo la volontà ci abbia qualche effetto? Avviene quello che ha decretato il destino, la natura delle cose. Due si incontrano, che non si sono mai visti e si sentono attratti a vicenda: si scoprono d'un comune sentire, s'accordano perfettamente, mentre altri, stati insieme anche degli anni, sono dai loro temperamenti, dai difetti, anche dalle qualità, affatto disgiunti.
—Tu ami qualcheduno! proruppe Emilio con voce vibrante di collera.
Matilde sostenne fermamente col suo limpido sguardo quello fieramente torbido del cubino.
—Niente affatto, rispose tranquillamente; ma di certo non isposerò che l'uomo il quale riuscirà a farsi amare.
—E io non potrò mai esser quello?
La fanciulla tacque.
—Senti! riprese Emilio dopo un poco, mite e supplichevole più che seppe. Tuo padre mi diceva che siamo ambedue troppo giovani per accasarci. Forse ha ragione. Che cosa conosci tu del mondo e degli uomini? Qualche anno che passi può persuaderti che è una introvabile chimera quell'ideale che tu vagheggi. Io farò di tutto per accostarmi al modello da te pensato: e se tu m'ajuti, chi sa che non ci riesca. Intanto il tempo, coll'opera della volontà che in me è tenace, varrà a togliere dal mio carattere certe asprezze che ti dispiacciono… Sì, credilo, Matilde, tu puoi fare di me un altro uomo… Lasciami solamente un po' di speranza: lasciamela, se non per altro, per compassione. Se pure è vero che hai il cuore libero, concedimi un tempo di prova.
Matilde, imbarazzata, malvogliosa, teneva gli occhî a terra, ma nella sua aperta fisionomia lasciava apparire la sua disapprovazione.
—Ti chiedo un anno solo. Promettimi che per un anno tu non darai ad altri il tuo cuore e la tua mano…
Essa lo interruppe con vivacità impaziente.
—È la mia libertà che mi vuoi togliere, la franchigia del mio destino. E con qual diritto? Non comprendi che la tua pretesa è tirannica, e che la mia promessa sarebbe assurda?
Emilio, assalito da un accesso di rabbia, strinse i pugni.
—Non vuoi dunque far nulla per me?… disse coi denti serrati. A un povero che incontri per via dai il borsellino, e il raggio di sole di un tuo sorriso; e a me che soffro, a cui il tuo diniego farà soffrire tormenti indicibili, rifiuti l'elemosina d'una speranza.
—Elemosina più crudele del rifiuto, quando la speranza avesse ad essere fallace.
—Tu ami già qualcheduno, proruppe con nuovo impeto il giovane.Dimmelo francamente, tu ami qualcheduno?
—Ti ho già detto di no: rispose con dignitosa freddezza Matilde; e non so mentire.
—Guai se ciò fosse! Credi tu che io potrei vederti appartenere ad un altro? Ah no, per Dio!
L'aspetto, lo sguardo, la voce di Matilde presero un'espressione di fiera risolutezza.
—Sei in un grande errore, Emilio, diss'ella, se credi che colle minaccie potresti ottenere quello che non puoi altrimenti. Io mi sento tanto coraggio da sfidare il tuo maltalento, e l'uomo che mi amasse, ch'io scegliessi, confido che sarebbe pur tale da affrontare i tuoi sdegni.
Emilio era diventato livido affatto.
—La vedremo! disse con voce soffocata dalla collera. È questa l'ultima tua parola?
—Posso esprimerti il mio rincrescimento; ti auguro di cuore che tu possa più felicemente collocare il tuo affetto; ma d'altro, in verità, non saprei proprio più che cosa dirti.
—E sia!… Chi sa che un giorno tu non abbia a pentirtene! Sarai tu stessa che l'avrai voluto. Non ti darò più fastidio… Aspetto la mia rivincita dall'avvenire… Addio!
E se ne partì col cuore in tempesta, colla febbre nel sangue per la rabbia, per la vergogna, pel desiderio della vendetta.
Il fratello di Matilde, che era solito vedere ogni giorno il cugino, e passare con lui gran parte del suo tempo, si stupì quando vide passata una settimana senza ch'egli comparisse in casa Danzàno, nè si lasciasse trovare ai soliti convegni.
I genitori di Matilde, i quali avevano approvato quanto essa aveva detto ad Emilio, e Matilde medesima avevano pensato meglio di tacere quell'incidente a Cesare, cervellino un po' leggiero e dominato dalla volontà più robusta di Lograve, onde, non sapendo a qual causa attribuire quella scomparsa del cugino, fuorchè a una malattìa, Cesare, otto giorni dopo, si recò al quartiere d'Emilio.
Trovò il giovane chiuso nella sua camera, terreo in faccia, collo sguardo spento, cupo, accasciato, rispondendo a mala pena e di cattiva grazia.
—Tu se' stato ammalato, caro Emilio?
—No.
—Che cos'hai dunque? Perchè non ti lasci più vedere? Perchè sei così abbattuto? Ti è capitata qualche disgrazia? A me dovresti dirlo.
Emilio piantò negli occhî di Cesare uno sguardo penetrante per leggergli nell'anima.
—Non ho nulla: rispose bruscamente. Non mi è capitata nessuna disgrazia. Che cosa mi avrebbe ad essere capitato?
—Mah! disse ingenuamente il cugino: io non saprei; però mi pare che non per nulla tu dovresti avere quella ciera da mortorio.
Emilio si persuase che a Cesare non era stato detto nulla della scena avvenuta con Matilde.
—Ebbene, sì, sono malato: riprese, malato di nervi. Ho una melanconìa che mi consuma; lospleendegli inglesi che mi fa dare al diavolo.
—Eh! bisogna mandar lui al diavolo; bisogna cacciarlo ad ogni costo.Scuotiti, esci, vedi della gente, cerca svaghi.
Emilio crollò le spalle.
—Gli è trovarne degli svaghi che mi par difficile… Nulla mi diverte.
—Eh via! Tu parli come un uomo esaurito, di cinquant'anni… Vieni stasera in casa X… e vedrai che ne sarai contento. C'è una raccolta sempre più ricca di belle signorine e di stupende signore, un'allegrìa di buon gusto, l'insuperabile gentilezza dei padroni di casa, del thè, dei vini, dei pasticcini e deisandwichessquisiti. Se tu ci fossi venuto queste sere addietro, non saresti cascato in sì brutta melanconìa: ci siamo divertiti un mezzo mondo. S'è fatto un po' di tutto; mormorazioni, giuochi di società, sciarade in azione, musica, danza, danza sopratutto. C'è venuto un nuovo ballerino, un bel giovane di spirito, simpatico, amenissimo, un certo Nori.
Emilio si riscosse vivamente.
—Ah!
—Lo conosci?
Emilio esitò un momento e poi rispose risoluto:
—Sì… E Matilde è stata lei in casa X… queste sere scorse?
—Sicuro.
—E quel Nori le s'è fatto presentare?
—A Matilde?… Sì, certo; ed ha ballato quasi sempre con lei.
—Sì, lo conosco quel Nori, soggiunse Emilio con accento di acrimonia, troppo bene lo conosco per dolermi ch'egli venga intorno a tua sorella.
—Come! Non sarebbe un giovane per bene?
—È uno fatto apposta per compromettere la virtù in persona; uno di coloro che si cacciano intorno a una donna, zitella o maritata, e la sanno circuire in modo che, anche non riuscendo a conquistarla, danno al mondo tutte le mostre d'esserci riusciti. È uno sfacciato millantatore, che, a sentirlo, tutte le donne cascano innamorate morte di lui: insomma tale che bisogna ben guardarsi dal lasciarlo penetrare in una famiglia e bazzicare per casa.
—Oh, guarda! esclamò Cesare tutto meravigliato. E dire che m'apparve tutt'altra cosa: e non soltanto a me, ma anche al babbo e alla mamma; allegro, vivace, un buon figliuolo.
—Un volpone… Farai bene a stare in guardia per Matilde.
—Diamine! diamine!… È un fatto ch'egli le è sempre intorno… Per questa sera hanno già insieme impegnato non so quanti ballabili.
—Questa sera? In casa X…?
—Sì.
—C'è ballo?
—In tutta regola… Come fare a levarlo d'attorno a Matilde?…Avviserò lei che stia in contegno; ma non basta.
—No, non basta.
—Ci verrai tu?
—Non so… Forse!… Se sarò di umore meno rabbioso.
—Vieni, vieni: mi ajuterai a tener lontano il Nori.
—Va bene… Ah, senti! Parlando con tua sorella di colui, non dirle che le informazioni le hai avute da me.
—No?… Perchè?…
—Perchè Matilde mi ha in uggia talmente, che le basterebbe sapere ch'io ho detto nero per veder bianco.
Ma questa cauta raccomandazione doveva sortire poco effetto. Quando Cesare venne ripetendo a Matilde le brutte cose dette da Emilio del Nori, la fanciulla, ficcando il suo limpido sguardo in quello del fratello, e con una vivacità che dimostrava quanto tale argomento l'interessasse, domandò:
—Chi ti ha rivelato tutto codesto?
—Una persona che lo conosce molto bene.
—Il suo nome?…
—Il nome non ci ha che fare.
—Ci ha che far moltissimo; e te lo dico io: è il nome di EmilioLograve.
—Che che!… nemmeno per sogno.
—È inutile il negare; già a me stessa Emilio ha tentato di mettere quel giovane in mala vista: e so che tu da Emilio ti lasci facilmente imbeccare.
—Mi lascio i fichi secchi! gridò Cesare stizzito. E da qualunque io abbia ricevuto quelle informazioni, è mio dovere e saprò ben io levarti quel moscone d'attorno.
—Tu avrai la compiacenza di non far nulla! proseguì con forza Matilde. Oltre il babbo e la mamma non ho bisogno d'altri vigilatori e custodi.
Quella sera, entrando nel salone di casa X…, la prima cosa che videEmilio fu la cugina e Alberto Nori che ballavano un valzeranimatissimo, con aspetto evidentissimo di reciproca soddisfazione.Egli s'accostò a Cesare, che era poco lontano.
—Bravo! gli disse con un sogghigno. Hai saputo bene tener lontano ilNori da Matilde.
—Che vuoi? Matilde era impegnata… io non ho voluto fare scandali.
—Hai ragione, hai ragione! disse Emilio, il cui labbro scolorato si assottigliava sotto l'impressione dell'ira repressa.
Il valzer era finito. Emilio traendosi seco Cesare venne ad appostarsi a pochi passi dal Nori che stava discorrendo con Matilde e colla madre di lei. Si mise a parlare vivamente col cugino, dando a quel suo satanico sogghigno la più maligna espressione e fissando instintivamente uno sguardo maligno del pari su Alberto Nori: questi sentì quello sguardo pesare su di sè; si volse, vide i due e capì che parlavano di lui; se ne avesse dubitato, ne lo avrebbe chiarito il suo nome che udì pronunciato da Lograve. Turbato, offeso da quel contegno, Alberto si congedò dalle signore Danzàno e venne accostandosi ai due giovani. Emilio lo lasciò venire fino alla distanza di due passi, e poi, quando già l'altro cominciava un saluto, girò sui tacchi e s'allontanò guardando in aria.
—Lograve! chiamò vibratamente Alberto che sentì il sangue salirgli alla faccia; ma Emilio non se ne diede per inteso, e continuò ad allontanarsi. Non fece un movimento per corrergli dietro, ma si trattenne e si volse a Cesare.
—Che cos'ha meco Lograve?
—Ma! che ne so io? rispose freddo freddo il fratello di Matilde.
—Sì, che lo deve sapere: ribattè con qualche risentimento Alberto, perchè dianzi Lograve le parlava di me… Oh! l'ho ben visto… Che cosa le diceva? Ho pure il diritto di saperlo.
—Io non so se lei abbia questo diritto: ma so bene che io non ho il dovere di parlarne… e non dirò nulla.
—Ha ragione… Andrò a domandarlo a Lograve medesimo: e spero bene che non avrà sempre il coraggio di sfuggire, come ha fatto adesso.
Si mise subito in cerca d'Emilio. I due rivali s'incontrarono in un salottino appartato dove, mentre si danzava nel salone, rimasero soli.
—Tu hai parlato di me testè col signor Danzàno?
—Può darsi.
—E ne hai parlato in modo che quel giovane, il quale m'aveva sempre trattato con molta cortesìa, ha cambiato meco aspetto e contegno.
—Credi?
La calma beffarda di Emilio accrebbe lo sdegno del Nori.
—Ho diritto di sapere che cosa hai detto di me!
—E io non ho nessun obbligo di dirtelo.
—Ti obbligherò io a parlare, disse fremendo Alberto al quale facevano bollire il sangue la faccia canzonatoria, lo sguardo provocatore e l'accento insolente di Emilio.
E questi, con un ghigno ancora più insultante:
—Obbligarmi?… Cospetto!… Vediamo un poco! Eri un prepotentone in collegio e sei sempre tale e quale; ma allora avevi da fare con ragazzi.
—E ora ho da fare con un vigliacco.
Emilio s'allontanò d'un passo e disse lentamente, con voce sommessa, quasi soffocata, sibilante:
—Badate, signor Nori, che questo è un sanguinoso, gratuito oltraggio.
—È quello che vi meritate. Vile chi sparla di una persona dietro le spalle e si rifiuta di ripeterle in faccia le sue accuse.
—Ho capito! disse Emilio, accrescendo ancora l'insolenza del suo accento sarcastico. Questa è, come dicono i francesi, unamauvaise querelleche voi volete avere con me: ma io non mi lascierò trascinare a vostro talento, e per evitare il pericolo che alla fine il sangue freddo mi abbandoni, me ne vado.
E si mosse per partire.
Alberto lo trattenne, stringendogli vigorosamente il braccio.
—No, non partirete prima d'avermi dato soddisfazione.
—Signore! gridò vivamente Emilio, liberando con violenza il suo braccio, osate mettermi le mani addosso!… È troppo!… La soddisfazione che cercate sono pronto a darvela, ma non qui, non con parole, se voi avrete il coraggio di domandarmela.
—Sì, ve la domando.
—Badate bene!… Sarete voi che l'avrete voluto. Io sono ancora disposto a darvi passata, purchè mi lasciate tranquillo e dimostriate, non fosse che con una parola, rincrescimento di quanto mi avete detto e fatto…
—O impudente vigliacco!…
—Basta, signore!… Non più insulti. Sarà come volete. Aspetto i vostri padrini, e di tutte le conseguenze avrete da diremea culpa.
E ratto, senza che l'altro avesse più tempo a trattenerlo, Emilio s'allontanò e sparì dal ballo.
Alberto, quando tornò in sala, aveva tuttora in viso un poco di quell'espressione di sdegno che la scena con Lograve gli aveva eccitato, e Matilde se ne accorse.
—Con chi l'ha, signor Nori? gli disse mezzo scherzosa, mezzo sul serio, esaminandolo bene con que' suoi occhî lucenti come diamanti sotto un raggio di sole. Qualcheduno l'ha fatta inquietare?
Il giovane rispianò subito la fronte, e seppe trovare un sorriso affatto di buon umore.
—Punto, punto, rispose; cioè sì, l'ho con un certo nojoso, che per discorrermi d'alcune sue bazzecole, m'ha fatto perdere una polka.
—Quel nojoso, se non isbaglio, è stato mio cugino.
—No, signorina.
—Mi è sembrato vederla parlare con lui e con mio fratello.
—Sì, poche parole… È stato un altro a trattenermi.
Matilde sentì rinforzarsi il concepito sospetto, cercò di Emilio, e l'improvvisa di lui partenza l'inquietò maggiormente. Poco dopo anche Alberto se n'andò. Matilde interrogò vivamente il fratello. Questi negò bensì che fra Emilio e il Nori vi fosse stata contesa, ma la sua negazione parve debole e poco persuasiva alla ragazza.
Il domattina, Cesare, ricevuto un biglietto di Emilio che lo pregava di venire subito da lui, stava per recarsi alla chiamata, quando Matilde lo sorprese colla mano sulla serratura dell'uscio di casa.
—Dove vai così di buon'ora e così sollecito?
Cesare, che non era abbastanza accorto per vedere il motivo di tacere il vero, disse d'essere stato chiamato da Emilio.
Matilde se ne turbò.
—Ah! io l'avevo indovinato fin da jeri sera. Quel tristo d'Emilio vuoi battersi col signor Nori.
Cesare disse quanto meglio seppe a persuadere la sorella che ciò non era possibile, ma ogni sua parola rimase inutile.
—Senti, Cesare, disse Matilde con forza. Tu hai da impedire codesto duello ad ogni costo… ad ogni costo, capisci… Ne faccio te responsabile… Va, e torna presto a rassicurarmi.
—Cesare, disse Emilio al fratello di Matilde, appena l'ebbe veduto entrare, quel bellimbusto del Nori mi ha sfidato, e ci battiamo questa stessa mattina.
—Possibile! esclamò Cesare tutto turbato. Ah! Matilde ha visto giusto.
—Ah ah! Che cosa t'ha detto tua sorella?
—Che si trattava di questo duello, e ch'io dovevo a ogni costo impedirlo.
—Sì, proprio? esclamò col suo malvagio sogghigno Emilio. Convien dunque dire che Matilde s'interessa vivamente, troppo vivamente, per quel signore… Oh! me ne rincresce, perchè il duello oramai non v'è modo d'evitarlo.
—Oh sì che ci sarà, disse con calore il buon Cesare; ci dev'essere. Sento anch'io essere mio dovere d'impedirlo, questo duello… Tu ne hai già avuti troppi, nessuno più di te può rinunziare ad uno scontro senza scapitarne… Di questo duello poi non c'è una soda ragione.
Emilio l'interruppe bruscamente.
—La ragione c'è, e la so ben io… Non impacciartene dell'altro tu, che per quello ch'io ti domando… Vorresti farmi da Mentore? Questo duello ti dico io che è inevitabile… È stato lui, Alberto, quello che l'ha voluto… Io ho fatto di tutto per esimermene; sono stato rimessivo fin troppo; Nori ha persistito; mi ha mandato a sfidare, stamattina son venuti i suoi padrini e fra un quarto d'ora torneranno per intendersi definitivamente coi miei, dei quali tu sarai uno e B. l'altro. Siamo già d'accordo che si finirà tutto di questa mattina medesima. Posso io dare addietro? Mai più! Lo può egli, provocatore, sfidatore ostinato, senza coprirsi di vergogna? Nemmen per ombra. Dunque? E avresti cuore tu di abbandonarmi, di lasciarmi negli impicci?… Hanno suonato. È certo l'altro mio padrino. Conto su voi due. Saprete fare le mie parti a dovere.
Cesare, dominato dall'accento e dallo sguardo di Emilio, non osò più contraddire, non osò più rifiutarsi.
Secondo le istruzioni date dallo sfidato ai suoi padrini, fu convenuto che il duello avrebbe luogo fra due ore, alla pistola, dietro il campo santo, i due avversarî alla distanza di venti passi, facendo fuoco nello stesso tempo.
Quando i due avversarî si trovarono a fronte, Cesare non potè a meno di essere colpito dalla differenza dei loro aspetti. Alberto Nori, un po' pallido, ma franco e sorridente, guardava dritto innanzi a sè cogli occhî levati; Emilio Lograve teneva un po' chino il capo e di sotto la fronte lo sguardo velenoso guizzava a scatti sull'avversario mentre sulle labbra gli si disegnava il sogghigno diabolico di un malvagio che vuole compiere un maleficio e sa di riuscirvi. Il fratello di Matilde fu assalito da una specie di rimorso; nel consegnare l'arma ad Emilio, gli disse piano, ma con calda espressione di preghiera:
—Tu lo risparmierai, non è vero?
L'altro sogghignò a suo modo.
—Vedrai come!… Lo colpirò al terzo bottone del soprabito.
Cesare volle insistere.
—Va, va al tuo posto, e non seccarmi.
Al cenno, i due colpi risuonarono insieme. Emilio stette fermo, immobile, senza batter ciglio. Alberto portò la mano sinistra al petto ed esclamò:
—Son ferito!
Si scosse come per fare un passo, vacillò, e perdendo di subito le forze, lasciò cader l'arma che impugnava colla, destra, si accasciò e si distese lungo per terra.
I quattro testimonî e il medico si precipitarono presso di lui; il terzo bottone del soprabito a doppio petto era rotto e lì vicino un bucherello lasciava uscire una goccia di sangue. Il ferito girò intorno uno sguardo incerto, volle parlare, una lieve schiuma sanguigna gli venne agli angoli della bocca, e svenne.
Emilio, senza muoversi dal suo posto, aveva incrociato le braccia e stava aspettando.
Il medico aprì sollecito i panni del caduto, ne stracciò la camicia, osservò la piaga, ne tastò coi suoi ferri la profondità, cercò la palla, non la trovò, e volgendosi ai presenti, disse con malauguroso scuoter del capo:
—La ferita è gravissima.
Mentre il medico faceva una fasciatura provvisoria, Cesare s'accostò ad Emilio, e questi senza lasciarlo parlare gli disse subito:
—Hai visto? Al terzo bottone.
Cesare sentì uno sdegno, un orrore indicibile per quel cinico omicida.
—Tu l'hai assassinato, gli rispose con labbro fremente. Ora, che vuoi tu ancora far qui? Vattene.
Emilio scosse la spalla sogghignando, gettò in terra la pistola che teneva ancora in mano e si allontanò lentamente.
Cesare rientrò in casa con aspetto così turbato, che i genitori e la sorella subito s'accorsero che qualche cosa di grave gli era intravvenuto; e siccome era impossibile nascondere la verità, egli narrò con ogni particolare l'avvenimento di quella mattina. Amarissimi rimproveri glie ne fece Matilde, severissimi il padre e la madre.
Il signor Danzàno scrisse al figlioccio tali rampogne che gli levarono affatto la volontà di presentarsi nella casa del padrino a sentirsele ripetere in faccia.
Per tutta la città l'interessamento fu vivo pel ferito, rigorosa la disapprovazione pel feritore.
Il fisco, trattandosi di un duello che fece tanto rumore, e di cui la conseguenza era la vicina, temuta, pur troppo inevitabile morte di un uomo, si trovò in debito di procedere con qualche premura.
Emilio, per togliersi alle seccature del processo e alla indignazione della cittadinanza, di cui in quei primi giorni sentiva gravarsi addosso il molesto peso, dato sesto ai suoi affari, provvistosi d'una buona somma, senza dare un saluto a chicchessia, fuggì all'estero, coll'animo di non rimpatriar più che a cose quiete e protetto dall'oblìo che nella vita sociale, coll'ajuto del tempo, seppellisce ogni cosa.
Alberto Nori stette parecchî giorni tra la vita e la morte; ma per fortuna quel benedetto bottone, preso di mira, aveva fatto deviare un pochino il projettile, e il cuore era stato salvo. Il pericolo di una emorragìa interna venne scongiurato; e dopo una settimana, i medici credettero potere affermare,che se non sopravvenivano complicazioni, il malato sarebbe guarito.
Se in tutta la cittadinanza grandi furono lo interessamento pel Nori e la indignazione pel Lograve, grandissimi essi furono nella famiglia Danzàno, e in Cesare medesimo, e più di tutti in Matilde. Le pareva che su lei pesasse un po' di colpa, che avendo essa scoperto il pericolo avrebbe dovuto fare di più per iscongiurarlo; se la prese col fratello, che non era stato capace d'impedire lo scontro, e non gli perdonò che quando vide con quali amorose cure egli si facesse ad assistere il ferito. Con ansia essa ne aspettava da Cesare le notizie, e come si era vivamente afflitta alle tristi, provò e manifestò una vera gioja al sopraggiungere delle buone. A un punto si stupì essa medesima di tanto interessamento che per la persona più cara non avrebbe potuto avere maggiore: ne interrogò tra sè e sè il suo cuore, e la risposta che n'ebbe le fece salire un'ondata di sangue alla faccia.
Fra Cesare Danzàno ed Alberto Nori, durante la malattia di quest'ultimo, venne stabilendosi una amicizia, una intimità, che non avrebbe potuto essere maggiore dopo anni ed anni di convivenza.
Guarito, Alberto frequentò la casa del nuovo amico, e vi mostrò carattere così aperto e buono, costumi così onesti e sentimenti tanto lodevoli, da ottenere la stima e l'affetto di tutti.
E quindi, allorchè, sei mesi dopo il fatal duello, Alberto Nori venne a chiedere ufficialmente la mano di Matilde ai genitori di lei, fu unanime il parere di tutti, di premurosamente acconsentire. Il matrimonio, che ebbe luogo al chiudersi dell'anno, ottenne l'approvazione e l'invidia di tutti, come quello che per le condizioni reciproche di età, di fortune, di carattere dei conjugi prometteva di riuscire il più felice che sia possibile.
E mantenne la promessa. Gli sposi furono felicissimi e lo meritarono. Matilde e Alberto potevano dirsi davvero fatti l'uno per l'altra; la dolcezza di lui temperò ancora meglio la primitiva petulanza di lei che gli anni avevano pure già scemato; l'amore, la fioritura della giovinezza, la soddisfazione del cuore, diedero alla beltà di Matilde nuovo pregio, nuovo incanto, nuovo splendore.
Come se la fortuna volesse favorire con ogni sua grazia quella giovane coppia amorosa, un anno dalle nozze non era ancora trascorso, che Matilde si vedeva appeso al seno e dondolava fra le sue braccia un amorino di bimbo così bello che Alberto voleva fosse tutto tutto il ritratto della mammina, e Matilde affermava ch'era una copia fedele in miniatura del babbo.
La loro felicità sarebbe stata troppa dove non fosse venuto a colpirli qualche dolore, e questo venne alla morte della madre di Matilde. Se per questa il colpo fu crudele, fu crudelissimo per il signor Danzàno, il quale, dopo tanti anni di convivenza sempre in pace e accordo, adorato da quella donna, ora a lui rapita, che lo sapeva circondare d'ogni cura e d'ogni affetto, sentì proprio mancarsi metà dell'esistenza, metà della ragione di vivere.
La sua casa divenne muta e deserta: Cesare, giovane vivente la vita elegante di società, non poteva e non sapeva dargli conforto; il povero vedovo in ogni stanza del quartiere trovava argomenti di ricordi che incrudivano sempre il suo dolore: egli non aveva sollievo, non provava consolazione che recandosi in casa della figlia, dove le parole e la presenza stessa di Matilde, le carezze dei nipotini (che ora erano in numero di tre, due maschietti e una femmina) gli facevano, non dimenticare, ma sentir meno la sua disgrazia. Valevano a ciò sopratutto le moìne, la figurina, i baci della bambina, alla quale era stato posto il nome della nonna, e in cui il vedovo a sua volta, s'ostinava a vedere il ritratto parlante della perduta donna. Un giorno, Alberto, andato in casa dello suocero, lo trovò così abbattuto che ne ebbe paura.
—Se quest'uomo continua a starsene qui solo, è bello e spacciato, pensò; e rientrato a casa, trasse in disparte sua moglie e le disse:
—M'è nata in capo un'idea, che spero approverai. Tuo padre ha bisogno di compagnìa e di cure: o perchè non verrebbe egli a viver qui con noi, ad ajutarci a tirar su que' birichini dei nostri figli?
Matilde gettò le braccia al collo del marito.
—Oh grazie! gli disse baciandolo appassionatamente. Tu sei il miglior uomo del mondo.
Fecero così una famiglia sola; e il vecchio Danzàno si riprese alla vita. Cesare medesimo ne fu soddisfattissimo, perchè in verità egli voleva pure un gran bene alla sorella, e ai nipoti, e al cognato stesso, ed era lieto di vedere suo padre contento, mentre egli ne diveniva ancora più libero del suo tempo e della sua volontà, di guisa che per quella brava e buona famiglia tutto camminava prosperamente, allorchè, dopo cinque anni d'assenza, fece ritorno in patria Emilio Lograve.
Questi, fuggendo, portava seco la quasi certezza che Alberto Nori sarebbe morto della sua ferita; ne aveva aspettato impaziente le nuove ulteriori, e siccome nessuno glie ne aveva scritto, s'era rivolto replicate volte per lettera a Cesare, affine d'essere informato non solo della sorte d'Alberto, ma delle cose della famiglia Danzàno. Ma Cesare non gli aveva mai risposto, e la prima notizia ch'egli ebbe, fu la partecipazione a stampa del matrimonio seguito fra il signor Alberto Nori e la signorina Danzàno.
Emilio fu assalito da un vero accesso di furore; fantasticò ogni fatta di propositi violenti a vendicarsi.
Il pensiero di Matilde in braccio ad un altro gli era un supplizio che l'angosciava giorno e notte. E quell'altro così felice era quel Nori, per cui fin da ragazzo egli aveva avuto un odio, un rancore speciale! Stette a un pelo di pentirsene e precipitare in patria per costringere Alberto a un nuovo duello da cui non lo avrebbe più lasciato uscir vivo di certo. Ma se ne trattenne comprendendo che siffatto scontro sarebbe stato sicuramente impedito. Calmato il primo furore, un'altra vendetta che giudicò più cara, più degna e più compiuta, venne a sorridere al suo tristo talento.
—Egli l'ha sposata, pensò, ha vinto la prima partita, ma non può darsi una rivincita?… togliergliela, strappargliela… averla, ora che è sua, ferirlo nell'amore insieme e nell'onore!… Impossibile?… E perchè?… Matilde è onestissima e mi odia… Ah! l'onestà delle donne, anche la più pura, può transigere sotto l'impero d'una necessità: anche l'odio la necessità fa superare… Crearla questa necessità, farla incombere minacciosa, imminente, inesorabile… Con arte, con pazienza… e il mio cervello d'artificî non ha penuria, e di pazienza il mio odio ne saprà avere. Chi sa?
Continuò i suoi viaggi. Visitò la Francia: visse la vita chiassosa di Parigi: e in quel bailame dove si cola, s'agita e ribolle «la gran fiumana di tutti i vizî d'Europa e d'America» non ebbero a farsi migliori il suo cuore, l'anima, l'indole. Passò in Inghilterra, e ciò da cui più venne colpito furono l'egoismo, la crudezza della lotta degl'interessi, il disprezzo pei deboli che contraddistinguono quella razza di forti; in Germania vide il trionfo della forza: a Berlino e Vienna incontrò le stesse passioni, gli stessi difetti e vizî e ingiustizie, onde la sua primitiva disistima degli uomini e delle donne, il suo scetticismo, il suo rancore contro chi godeva gioje a lui contese, la sua rabbia di soddisfare le sue brame si accrebbero, nè migliorarono i suoi costumi e il suo carattere. Dopo cinque anni, intravvenuta un'amnistia pei reati di duello, Emilio Lograve tornava in patria, ancora più tristo, più invidioso, maligno, ma esteriormente cambiato affatto, grazie alla maschera e alla veste d'agnello ch'egli aveva creduto utile imporsi e aveva saputo vestirsi.