XI.

«Caro Cesare,

«Eccomi di ritorno in patria, ma ben diverso da quello d'un tempo. Gli anni, l'esperienza del mondo, la mia volontà hanno domato il mio umore, vinto gl'irosi impulsi del mio carattere. Mi sono fatto umile come un povero e mite come un agnello. E sono solo, senza legami, senza affetti, mentre un prepotente bisogno mi è nato di voler bene ad altrui, e che altri mi voglia bene.

«Pensare che questo tesoro d'affetto potrei averlo nella tua famiglia! Il mio padrino, io lo amerei, sento d'amarlo come un padre: te e Matilde, come fratello e sorella. Ma non oso neppure presentarmi alla soglia della vostra casa. Che accoglienza mi farete voi, e quale Alberto Nori?… Certi momenti m'imagino che io, andando a lui con una mano tesa e dicendogli: «Dimentica: io nell'avversario d'una volta, non vo' veder più che un nuovo congiunto,» egli accetterebbe la mia destra e mi chiamerebbe cugino. Credo di ciò capace il carattere generoso del Nori; ma poi mi sgomento e non oso espormi al pericolo che un ostile accoglimento ridesti in me l'antico dèmone dell'ira.

«Ma di te almeno, spero e confido che tutta affatto spenta non sarà quella benevolenza, che mi dimostrasti un giorno, e ad essa faccio appello, come un assetato per soccorso d'un bicchier d'acqua. Vediamoci; poichè io non posso venire da te, vieni tu da questo povero solitario. Benvenuto tanto più se mi recherai la faccia e il cuore dell'animo di prima: benedetto se potrai darmi da parte dei tuoi una parola di pace.

«Tuo aff. EMILIO LOGRAVE.»

Il fratello di Matilde si affrettò di comunicare quella lettera al padre, alla sorella, al cognato. I due uomini credettero scorgervi sincerità di pentimento, vere intenzioni di accordo e desiderio di affetto: e Alberto, coll'impeto della sua generosa e subitanea natura, manifestò il proposito di andar tosto egli stesso a pigliare per mano il reduce, e trarlo seco, e introdurlo nella famiglia. Ma non fu di questo parere Matilde, la quale con molta freddezza, anzi con molta diffidenza, accolse l'atto di resipiscenza del cugino.

—Cambiato? diss'ella, sarà! Ma prima di ammetterlo in casa, vorrei averne delle prove migliori che le semplici parole. Andare da lui, tu Alberto, no sicuramente. Cesare gli rechi pure il nostro perdono. Viva perdonato, ma lontano; è il meglio per tutti.

Emilio fu con Cesare un commediante perfettissimo. Si commosse di gioja, di tenerezza, di gratitudine; perorò, pianse. Comprese dalle impacciate parole del poco destro Cesare, che Matilde impediva la riconciliazione di andare fino all'espansione dell'amicizia, e disse che essa aveva ragione: che il passato le dava innegabile diritto di diffidare; ma che egli sperava, col tempo, vincere i dubbî e i sospetti anche di lei, e giungere allo scopo tanto agognato di essere pei Nori come pei Danzàno un vero fratello. Intanto non gli si negasse almeno la consolazione di poter vedere il caro padrino, il protettore della sua infanzia, cui egli amava più di tutto al mondo.

Il vecchio Danzàno lo accolse molto freddamente, ma Emilio mostrò non accorgersi di quella freddezza. Cominciò per venire dal padrino una volta la settimana, poi due, poi quasi tutti i giorni. Non cercava mai di vedere Matilde; se la incontrava per caso, la salutava e tirava via. Sapeva svagare il vecchio raccontandogli i suoi viaggi, facendolo discorrere del passato, leggendogli libri e giornali. Lo accompagnava anche a passeggio, sostituendosi a Cesare che preferiva esser libero ed a Matilde e Alberto che consacravano viepiù il loro tempo ai figli. Il caso venne ancora in suo ajuto. Il padre di Matilde cadde gravemente ammalato: ed Emilio, richiamatosi alla memoria quanto aveva studiato di medicina, partecipò alla cura, seppe agli altri medici persuadere le sue idee in proposito, e l'infermo dovette credere che a salvarlo aveva giovato più di tutti e quasi unicamente la cura del figlioccio. In verità egli non risparmiò nè tempo, nè attenzioni, nè tratti servizievoli intorno al giacente, vegliando il più delle notti e sapendo così bene interpretare, indovinare i bisogni di lui, i desiderî, le idee, che nessun altro valeva a soddisfare ugualmente il malato, anche quando già entrato in convalescenza.

Matilde, da principio s'era adattata assai malvolentieri a trovarsi sempre in compagnìa di Emilio, ma poi vedendone la buona, zelante e giovevole opera, si era dipartita a poco a poco dalla primitiva ostile freddezza, e grazie pure alle umili, insinuanti, affettuosamente bonarie maniere di lui, aveva lasciato introdursi fra loro una certa famigliarità che aveva anche le apparenze dell'amicizia. E così non era trascorso un anno dal suo ritorno, che Emilio vedeva effettuato il voto da lui espresso nella lettera a Cesare, di essere cioè accolto nella casa di Alberto e da Alberto stesso come un congiunto. Con Matilde egli continuava nella sua fredda riserbatezza: non cercava mai di essere solo con lei, anzi, ne sfuggiva l'occasione; se la cosa avveniva, egli accresceva ancora la espressione di indifferenza, che aveva di solito, e più presto che poteva, partivasene. Due sole volte quell'interno fuoco, ch'egli così abilmente nascondeva, fu sul punto di manifestarsi.

La prima nella camera del convalescente, quando questi era appunto ritornato da una passeggiatina fatta in compagnìa e col sostegno di Emilio. Stanco il vecchio erasi abbandonato sulla poltrona, e Matilde, che era accorsa sulla soglia del quartiere a riceverlo, e lo aveva guidato fin là, gli accomodava dietro la testa e le spalle i cuscini. Era essa così bella in quell'atto, con una sì seducente espressione di amorevolezza, che Emilio, nel contemplarla, sentì le fiamme salirgli al capo. Nell'ajutarla ad accomodare un guanciale, Emilio incontrò colla sua la mano di lei, e involontariamente la prese, la strinse. Matilde liberò vivamente la destra, e levò in volto al cugino uno sguardo stupito, quasi offeso, interrogatore. Ma il giovane aveva già ripreso il possesso della sua volontà, e il dominio della sua passione; spense con meravigliosa rapidità il lampo degli occhî, atteggiò le labbra ad un sorriso innocente, e disse colla calma d'una discreta ammirazione:

—Che brava infermiera, e che buona figliuola sei tu!

Matilde non ci pensò altrimenti.

La seconda volta così avvenne. Emilio sorprese la famigliuola Nori in uno di quei momenti d'espansione della mutua tenerezza che sono così cari e soavi. Marito e moglie abbracciati avevano intorno i figliuoletti che facevano ressa per essere accolti e carezzati in quell'amplesso anche loro. Quelle testoline bionde, ricciute, quei visini rosei, paffutelli, quegli occhietti vividi, furbicciuoli, amorosi, quei labbruzzi porporini, da cui usciva la cara melodìa di parole nella tenera voce infantile, e in mezzo quelle due belle figure d'uomo e di donna giovani che avevano intorno l'aureola della felicità e della tenerezza, formavano uno spettacolo da commuovere e rendere invidioso qualunque. Emilio impallidì, si scusò di venire a disturbare. La sua presenza pose fine a quella intima festicciuola. Dopo un breve discorso, Alberto si alzò e disse dover uscire.

—Conducimi teco, incominciò il maschietto più grande, conducimi a spasso, babbino mio.

—Sì, sì, conducine, conducine a spasso: gridarono gli altri quattro, serrandoglisi ai panni.

—Adesso, subito, no, no, non posso: disse il padre. Ma fate vestir la mamma, e con essa vi attendo tutti fra un'ora sulla piazza grande… Va bene, così?

—Sì, sì, sì, gridarono i piccini, battendo le mani e saltando.Andiamo, mamma, vieni a vestirti.

—Eh! ci ho il tempo! rispose Matilde ridendo. Andateci intanto voi altri che ci impiegate un anno. Tu Alberto, accompagnali di là, e di' alla cameriera che li acconci.

Alberto prese in braccio il più piccino, gli altri si attaccarono alle falde dell'abito, ed egli ridendo, gridando, baciando quello che gli si era appeso al collo, senza nemmen più pensare a salutare il cugino, se ne uscì dalla stanza. Fu come un piccolo turbine di allegrìa che si partisse.

Emilio seguì quel padre e sposo avventurato con uno sguardo che si sarebbe potuto dire feroce.

—Ah! si lasciò sfuggire a mezza voce. Che cosa non avrei dato, che non darei per la felicità di quell'uomo!

Matilde sollevò vivamente la testa, e fissò su di lui il suo sguardo limpido e penetrante.

—Che cosa dici?

Emilio fu sollecito a riprendere la sua maschera d'indifferenza.

—Nulla… Che Alberto è un uomo felice, e che se lo merita… e che tu hai avuto ragione a preferirlo… a tutti gli altri.

E si partì.

Lo spettacolo di simili scene, a cui la sua frequentazione in casa Nori lo faceva assistere sempre più sovente, a cui anzi egli cercava di assistere con quella fiera voluttà che altri prova nell'inasprire un forte dolore che lo tormenta; lo spettacolo di queste scene accresceva in Emilio l'odio, la rabbia, l'invidia, gli lacerava il cuore così da mandarlo in furore, quando solo nella sua camera egli ripensava ad esse. Allora il tristo malediceva, bestemmiava, si mordeva i pugni, giurava e spergiurava al suo odio che un giorno l'avrebbe la sua rivincita; l'avrebbe a ogni modo, a costo di qualsiasi delitto, a costo di qualsiasi infamia.

Meditava intanto il suo disegno colla pazienza d'un odio eterno e d'una passione maniaca, camminando guardingo per non metter piede in fallo.

Una mattina, Emilio, entrando colla sua solita famigliarità nella camera di Cesare, assente da casa, sorprese il domestico che si faceva un generoso regalo dei sigari del padrone.

—Cesare non c'è? domandò egli, facendo mostra di non aver visto nulla.

—No, signore, rispose il servo, cacciando destramente in saccoccia i sigari e richiudendo la scatola con mano franca.

—Bene; ma non tarderà a venire, perchè eravamo intesi che sarei venuto a quest'ora: lo aspetterò.

E sedette presso la tavola, prendendo un libro e mettendosi a sfogliarlo.

—Come le piace, disse il domestico; e si mosse per partire.

—Ma voi non avete mica finito di rassettar la camera? notò Emilio.

—No, signore, ma smetto per non disturbare. Là… tornerò più tardi.

—No, no, fate la vostra bisogna; non mi disturbate niente affatto.

Il domestico s'inchinò e riprese il suo lavoro.

Emilio, voltando le pagine del libro, lo guardava di sottecchi. Non era la prima volta che egli facesse attenzione a quel giovane; tutto quello che apparteneva alla casa egli l'aveva esaminato e studiato: la cuoca, una buona donna senza nessuna nota speciale; la cameriera, abbastanza bellina per essere civetta, e giovandosi della facoltà, ma contenuta dalla severità della padrona che non avrebbe tollerato neppure una leggerezza nella sua condotta; fra lei e il domestico, Emilio aveva creduto di osservare alla sfuggita, molto alla sfuggita, qualche lieve cenno d'intelligenza, e si era permesso di appurare la cosa. Il domestico era un giovinotto di venticinque anni, di statura bassotta, tarchiato, con capelli rossigni, fronte bassa, testa quadra, labbra grosse, una falsa aria da nesci, il portamento da contadino rincivilito e negli occhî vivaci, a lampi, la rivelazione d'una intima furberìa che si voleva nascondere.

Su questo cotale, Emilio aveva fondato alcune speranze.

—È da molto tempo che siete in questa casa? domandò Emilio colla indifferenza di chi parla tanto per non istare in silenzio.

—Sì, signore; più di sei anni, fin da prima ancora che il signorAlberto si ammogliasse.

—Vuol dire che siete proprio affezionato al vostro padrone?

—Si figuri!… Sono figliuolo d'un suo contadino. Sono nato, si può dire, al servizio di questa famiglia. Siccome il lavoro dei campi mi piaceva poco e il vivere a polenta e acqua mi piaceva niente, mi sono raccomandato al signor Alberto; ed egli credendo, per sua bontà, di vedere in me qualche disposizione a diventare un buon servo di casa, mi prese con sè…

—E vi ci tiene in panciolle, interruppe Emilio ridendo.

—Eh! non ci si sta male certo… Ma ci si stava meglio quando il signor padrone era scapolo.

—Ah sì?

—Poco da fare… parecchie mancie per commissioni delicate… che ora non si fanno più.

—Ah! briccone! sclamò Emilio con un sorriso incoraggiatore, approvatore. E poi, unendosi anche la famiglia della signora, il lavoro è cresciuto di certo.

—Oh! non mi lamento: i padroni son tutti buoni… Madama è un angelo, severa in certe cose, anche rigorosa, ma un angelo!… Suo padre, povero vecchio, che cosa ne può se la sua malattia ci ha dato tanto da fare? Il signor Cesare è una perla… Oh! eccolo appunto.

Cesare entrava; il servo riprese con zelo la sua finzione di spolveramento. Scambiate appena alcune parole con Emilio, il fratello di Matilde, come soleva, offrì dei sigari e aprì la cassetta. Il domestico raddoppiò di ardore nell'agitare lo strofinaccio.

—Ah, ah! sclamò Cesare che si accorse della sparizione dei migliori sigari. Qui c'è stato un leva ejus… Battista, sapresti darmene notizia?

Il domestico voltò verso il padrone una faccia stupidamente franca e sicura.

—Notizie di che? disse.

—Dei sigari che mancano.

—Oh! ce ne mancano?… Io non so nulla: io non ho manco mai visto che lì dentro ci fossero dei sigari.

Cesare stava per montare in collera.

—È vero, saltò su Emilio: Battista non ne sa nulla, e non ne può nulla, perchè quei sigari sono io che te li ho presi.

—Tu!

—Ne sono rimasto senza; me no son fatta una piccola provvista, che ti restituirò alla prima occasione.

—Va bene, va bene: non parliamone più.

Battista guardò Emilio coll'aria stupita e quasi spaventata, che avrebbe avuto vedendo qualche mostro meraviglioso e arrossì leggermente sotto le lentiggini della sua carnagione: poi girò vivamente sui tacchi e uscì sollecito, forse per andare a meditare intorno a quell'indovinello, di cui non gli si presentava subito la soluzione.

Emilio aveva ammirato la franchezza di menzogna in Battista che, come non aveva scrupoli a rubare i sigari, poteva, per interesse, non averne nemmeno per altre azioni od omissioni. Da quel giorno ogni qual volta s'incontravano il signor Lograve e il servo Battista, quegli aveva un sorriso di compiacenza protettrice, quasi di segreta intelligenza, e questi abbassava gli occhî e tirava dritto a capo chino. Vi era quasi una tacita complicità fra quei due, e il servo sentiva come se l'amico dei suoi padroni gli avesse lanciato nelle carni un uncino e lo tenesse per esso, e anzi questo uncino penetrasse ogni giorno più addentro. Emilio trattava quel servo coi modi più amorevoli e generosi; lo chiamava suo caro, aveva sempre un elogio da fargli, e prendeva ogni menoma occasione per dargli delle buone mancie, a lui e a Lisa la cameriera.

Un giorno, venuto a fargli una commissione da parte di Cesare, Battista trovò il signor Lograve in un lungo corridojo della sua abitazione, ch'egli aveva ridotto a tiro a segno, dove ogni giorno si esercitava per delle ore colla pistola da sala.

—Lo disturbo? disse Battista rimanendo sulla soglia.

—Niente affatto: parlate pure, e io intanto continuo il mio tiro.

Mentre Battista espose la sua ambasciata, Emilio cacciò tre pallottole nel centro del bersaglio, l'una spingendo dentro l'altra.

—Corpo di Bacco! esclamò il servo meravigliato. Che sicurezza d'occhio e che fermezza di mano!

—Peuh! esclamò con indifferenza Emilio, gettando in là la pistola; e voltandosi a un tavolino dov'era un servizio da liquori, si mescette un bicchierino di acquarzente che tracannò d'un fiato. Ne caccierei nello stesso buco cinquanta, cento delle pallottole, l'una dopo l'altra.

—Ah! non sarebbe molto propizio alla salute l'andare a soffiare sotto il naso di vossignorìa.

—Una volta s'aveva poco da scherzare meco; ero un solfino, m'accendevo subito; ma ora ho messo tanto ghiaccio nel mio sangue, che a farlo ribollire ce ne vuole!…

Battista, compiuta la sua missione, prendeva commiato.

—Aspettate, gli disse Emilio. Assaggiatemi un po' questo cognac.

E gli mescette un buon bicchierino, atto a sciogliere lo scilinguagnolo.

—Ditemi un po' se vi gusta.

—Oh! eccellente! esclamò Battista, centellinando quel fuoco liquefatto e facendo schioccare la lingua contro il palato.

—I vostri padroni non ne hanno di simile.

Battista fece un gesto evasivo.

—Non è punto cattivo quello di casa Nori, ma io ritengo che il mio è migliore. Che cosa ne dite?

—Mah!… non saprei… Quello di casa non l'ho mai assaggiato.

—Possibile. Avete avuto tanto scrupolo?

—Sissignore… Gli è che lo tengono sotto chiave.

—Ah!…

—Già, in casa tutto è chiuso a chiave: vino, liquori.

—Sigari? soggiunse Emilio sorridendo.

—Bè!… Il signore vuol dire?…

—Voglio dire, s'affrettò a interrompere Emilio, che è un brutto sistema, quello di non lasciar godere alla servitù quel poco di buono che c'è in casa. Per me i servi sono parte della famiglia, e quello che è mio è anche loro.

—Oh bravo! Lei sì ch'è proprio un buon signore!

—La più rigorosa dev'essere madama, mia cugina.

—Proprio!

—C'è quella buona Lisa, la cameriera… bellina, non è vero?

—Peuh! fece ipocritamente Battista, chinando gli occhî.

—Scommetto che vi piace.

—Oh! io faccio i miei affari e lei fa i suoi.

—Ne son persuaso… Ebbene, volevo dire che quella buona ragazza è un po' vittima dei capricci della padrona.

Battista allargò lo braccia, si strinse nelle spalle colla diplomazìa d'un ingenuo che non vuoi dir nulla.

—Voi siete affezionato al Nori, e non ne lascierete il servizio, a nessun patto, non è vero?

—Sono affezionato ai miei padroni… sissignore… Uscire di quella casa… sicuro… che mi farebbe dispiacere… Ma però… sa bene… se si può migliorare il proprio stato… onestamente, s'intende… è da matto il non farlo.

—Quanto vi danno al mese?

—Trenta lire… e non è molto.

—È poco, in verità, per un uomo come voi… Ci sono di quelli che non vi valgono che guadagnano cinquanta, sessanta lire.

Battista mandò un gran sospiro.

—Eh, bisogna nascere fortunati a questo mondo.

—Ma la fortuna vuol anche essere cercata.

Il domestico fissò i suoi occhietti furbi, penetranti, nel sorriso compiacente e incoraggiatore del Lograve.

—Se alcuno mi ci ajutasse… se s'interessasse per me… Dove sono non ci sto male, non mi lamento, ma via, se potessi stare anche meglio…

—Chi sa! disse con aria misteriosa Emilio, chi sa che un'occasione non si presenti, in cui io stesso possa far qualche cosa per voi!…

—Ah, signore!… Le sarei tanto riconoscente!…

Emilio mise mano al portabiglietti e fece scivolare nella destra diBattista un fogliolino da cinque lire.

—Signore! soggiunse Battista con calore. Se mai avesse bisogno di me, non ha che da comandarmi.

—Va bene, va bene… Chi sa?… Forse più presto di quel che credete.

Era venuta l'estate, e la famiglia Nori stava per andarsene in campagna: con lei naturalmente partivano i due Danzàno padre e figlio. Lograve fece venire Battista a casa sua.

—Voi m'avete detto, cominciò tosto Emilio, che siete figliuolo d'un mezzadro d'Alberto.

—Sì, signore.

—Siete dunque pratico di quel paese?

—Pensi un po'!… Ci sono nato, e non ne son venuto via che ai diciott'anni… tutte le stati vi vado coi padroni a passarvi tre mesi…

—Ed è proprio in quella fattorìa dov'è vostro padre che i Nori vanno a scampagnare?

—No, signore… La fattorìa non ha che gli edifici rustici. I padroni abitano una villetta posta più in su, a venti minuti di lontananza, una bella villetta, bene esposta con una magnifica veduta, ma con un palmo di giardino e niente più.

—Se alcuno volesse andare a passare in quel paese una quindicina di giorni, ci troverebbe una locanda?

—Oh, sì, signore; ma una povera locanda dove starebbe male… È già migliore l'osterìa di X… villaggio lontano di là un dieci o dodici chilometri… bel villaggio, proprio alla frontiera verso la Svizzera.

—Di quello non m'importa… Vi parlo del vostro paese.

—Nel mio paese si potrebbe prendere in affitto una casina.

—Se ne trovano?

—Altro che!… Proprio attiguo alla villa Nori, c'è un palazzotto, le cui finestre guardano nel nostro giardino, tanto che il signor Alberto lo voleva comperare per levarsene l'incomodo: ma il proprietario, vedendo appunto che se ne aveva tanto desiderio, avanzò pretese sì esagerate, da farlo mandare ai cento mila diavoli. Da parecchî anni quel palazzotto non fu più abitato, e non s'ebbe a soffrire l'incomodo.

—Vuoi dire che, se quest'anno fosse ancora libero, si potrebbe ottenere a pigione?

—Senza dubbio.

—Or dunque voi mi dovete fare un piacere.

—Mi comandi.

—Se quel palazzotto non è affittato, prenderlo subito per me.

Battista lo guardò stupito.

—Ah!

—E a qualunque prezzo.

—Ah! ripetè il domestico.

—Voglio farne l'improvvisata ai cugini, ai quali non direte nulla di nulla.

—Stia sicuro, non parlerò… E se mai, per caso, quel palazzotto non si potesse avere?

—Mi cercherete qualche altra casetta, la più vicina che sia possibile… che ci sia da alloggiarvi me e il mio servitore… e mi basta.

—Farò di contentarla.

—Prendete. E diede al domestico un buon pizzico di biglietti di banca. Se aveste a far spese, anticipazioni… caparre… mancie… che so io… non voglio che restiate impacciato.

Battista intascò gravemente il denaro.

—Lasci fare a me: non rimarrò impacciato in niente e per niente.

A villeggiare in quel poggio ridente, Matilde ci andava sempre di gran voglia per tante ragioni; perchè gli era un amenissimo luogo davvero, perchè colà essa aveva passato i primi mesi del suo matrimonio in una ebbrezza continua di felice trasporto, perchè in quelle aure sanissime i suoi bambini prosperavano a meraviglia, perchè cessavano per lei tutte le noje della vita mondana, essendo quel paese affatto deserto di gente alla moda e di seccature eleganti.

Non c'era che una famiglia con cui scambiassero qualche visita, e vicendevolmente inviti ospitali; ma questa famiglia villeggiava in quel vicino villaggio X… nominato da Battista, e le relazioni con essa non potevano turbare la libertà e la pace delta vita famigliare nella villetta.

A Matilde in quest'anno un'altra cosa piaceva della villeggiatura, ed era di essersi per tre mesi liberata dalla frequenza in casa di Emilio, del quale, se essa non nutriva più sospetti, pure trovava uggiosa la compagnìa.

Gli uomini invece rimpiangevano la mancanza del giovane: il padre Danzàno, sempre ancora deboluccio, desiderava i consigli e le cure medicali del figlioccio, Cesare credeva che Emilio avrebbe trovato modo di far passare più gradevolmente certe ore che tornavano lunghe, e Alberto medesimo, il quale aveva finito per abbandonarsi completamente alla ostentata bonarietà del Lograve, pensava che questi non sarebbe stato di troppo in quella solitudine. Ma per Matilde il tempo non era nè lungo, nè pesante: accompagnare a braccetto il padre in passeggiatine, che a poco a poco ridonavano le forze al convalescente; fare più lunghe gite in quelle amenissime valli col marito e bambini; giocare con questi, che riempivano la casa delle loro risa; badare al domestico governo, così che tutto camminasse a perfezione con grande soddisfacimento di tutti i suoi, erano le sue occupazioni ed essa non trovava mai che le sopravanzasse un'ora da lasciar prender dalla noja.

Ed ecco una mattina, dopo forse due settimane che erano colassù, gli abitanti della villa Nori videro aprirsi le finestre del palazzotto e uomini spazzare, ripulire, spolverare, lavar vetri, appiccar tende, scuotere tappeti.

—Che novità è questa? disse Alberto di mala voglia. Sta a vedere che ci viene a disturbare qualche seccante di vicino.

Battista fu mandato ad informarsi, e tornò colla notizia che il palazzotto era stato affittato per tutta la stagione, e che a giorni stava per arrivare il nuovo pigionale.

Alberto lo mandò di tutto cuore al diavolo. Che bestialità aveva fatta, esclamò, a non comprare ad ogni modo quella bicocca! Ora avrebbero dovuto rassegnarsi alla seccatura di aver lì a ridosso chi sa chi, forse indiscreto, pettegolo, maligno, che poteva ficcare, ed avrebbe ficcato il naso nei fatti loro. Almeno si sapesse chi fosse!

Battista, che aveva ascoltato colla sua aria da nesci, senza batter ciglio, fu rimandato a interrogare, tornò a riferire con aria, più da nesci di prima, che non si conosceva il nome del forestiero, ma che si sapeva che era un uomo solo col suo servitore.

—Meno male! disse Alberto. Possiamo sperare di salvarci dai pettegolezzi.

Non era passato il terzo giorno, quando una carrozza da posta fermavasi al cancello della villa Nori, e gli abitanti di questa, chiamati fuori dalla curiosità, videro scendere e penetrare con passo affrettato in giardino Emilio Lograve. Esclamazioni di stupore, saluti ed abbracci degli uomini. Matilde avrebbe fatto volentieri una smorfia; fece in cambio un sorriso ospitale.

—Sei stato proprio buono a venirci fare una visita in questo deserto! disse Alberto.

—Una visita! rispose Emilio con allegra baldanza. Ah, credete di liberarvi di me come di una visita? Sapete una cosa? Partiti voi, mi sono accorto che era un'uggia insoffribile il rimanere in città. Ho fatto su le mie valigie, ed eccomi qui per non andarmene via più che quando ve ne andrete voi altri.

Matilde questa volta non potè dissimulare la smorfia: la fece appena visibile, ma la fece.

—Mi rincresce, rispose Alberto, che la casa è piccola e non possiamo offrirti che una cameretta…

—Ma io non ho bisogno di camera nessuna, Ci ho il mio quartiere…

—Dove?

—Là, in quella casetta, se non isbaglio, che mi attende a finestre e porte spalancate.

—Come! sei tu il pigionale del palazzotto?

—Sono io.

—Tanto meglio! Bravissimo! Ecco una bella idea!

Emilio fu subito un prezioso compagno; lui a regolare dieta e passeggiate del convalescente e somministrargli farmaci opportuni; lui a guidare per quelle amene colline escursioni che riuscivano salutifere e dilettevolissime ai grandi e ai piccini; lui a sollazzare questi ultimi con giuochi, racconti ed esercizî ginnastici; lui a dare al padrino la soddisfazione di vincerlo agli scacchi, a far la partita al bigliardo con Alberto e con Cesare; lui a fare a questi due da maestro di caccia, mandandoli sempre più meravigliati della sua abilità di tiratore di cui poi e l'uno e l'altro narravano a gara in famiglia le stupende gesta. Matilde, senza dirsene chiaro il perchè, udiva sempre quei racconti con una mala voglia che era quasi un presentimento di male.

Quella di Emilio fu una perfezione di dissimulazione che avrebbe ingannato qualunque. Eppure uno vi fu che riuscì a travedere sotto quella maschera; e fu Battista. Egli sorprese due o tre volte lo sguardo ardente, cupido che il giovane, quando non visto, lanciava su Matilde; e capì allora in gran parte quello che non si era saputo spiegare. Il sedicente suo protettore sperava giovarsi di lui per le sue mire segrete sulla padrona. Ma in che modo? Chi sa? Egli avrebbe fatto mostra di nulla, avrebbe aspettato, e poi, secondo le proposte e le condizioni e i casi, sarebbesi deciso.

Non gli venne l'idea che sarebbe stata opera buona l'avvertire il padrone: ma questi avrebbe egli creduto? Era facile ancora che se la pigliasse con lui, improvvido denunciatore, che non aveva nessuna prova da fornire della sua accusa. E Battista continuò nella sua profonda aria da nesci.

Se Battista aveva penetrato in parte il segreto del signor Lograve, questi, acuto e minutissimo osservatore, aveva scoperto un pari segreto di Battista; del qual segreto egli aveva già avuto sentore, fin da quando erano ancora in città. Un giorno, avutolo in disparte, egli disse al servo a bruciapelo:

—Briccone!… Tu te la intendi affatto con Lisa.

Battista arrossì fino agli occhî.

—Non è vero, gridò: neppur per sogno.

—Sfacciato bugiardo! Chi è che la notte pian piano sguscia nel giardino e se ne va alla finestra dell'anticamera, dove apparisce una forma femminile con cui, traverso l'inferriata, scambia strette di mano, e anche baci… e discorsi che non finiscono più?

—Lei ci ha visti?

—Come ti vedo in questo momento, dalle mie finestre, caro mio: la notte io dormo poco.

—Ah! signore, per carità non ci rovini.

—Che paura ci hai?

—Ci manderebbero via tutt'e due, e saremmo in mezzo alla strada… Quando Lisa è venuta in casa, siccome è belloccia, la padrona mi fece due righe di sermone per proibirmi di farle il galante, e il signor Alberto, senza tante frasi, soggiunse che appena s'accorgesse di qualche famigliarità fra di noi, ci avrebbe messi alla porta ambedue. Che vuole? Forse appunto perchè la era il frutto proibito, me ne sono innamorato; essa mi corrispose, e poichè di giorno ci è impossibile stare a parlare insieme, e di notte essa dorme a un capo della casa e io dall'altro senza possibile comunicazione, abbiamo imaginato di trovarci insieme a quel modo.

—E che intenzioni sono le tue?

—Le più oneste del mondo; sposarla… quando ne avessi i mezzi. Ma in questa casa ci è impossibile; e trovarci un'altra casa conveniente per tutt'e due non è sì facile. Per ciò avevo accettato con premura certe sue offerte, o meglio promesse…

—Non ho dimenticato quello che ti ho detto; e non andrà forse molto tempo che ti leverò di impiccio.

Ai primi di settembre nel villaggio di X… aveva luogo la gran festa patronale, che con fiera e pubblici divertimenti durava tre giorni: era la maggiore e più splendida di tutta quella contrada, e chiamava un popoloso concorso di gente da tutta la provincia. La famiglia conoscente dei Nori aveva fatto loro e ripetuto più volte con insistente premura l'invito di recarcisi e passare colà almeno due di quei giorni festajuoli.

Matilde, già poco disposta ad accettare, ebbe buona ragione al suo rifiuto nella salute del padre, che da qualche giorno erasi peggiorata; ma Alberto, temendo offendere quella buona famiglia, stimolato da Cesare, che desiderava di rompere con qualche divertimento la monotonìa di quell'esistenza, decise di andarci egli col cognato, e di assistere al gran ballo che davasi in quella casa la sera appunto della festa religiosa. I due cognati sarebbero così partiti alla mattina della domenica per tornare alla sera del lunedì.

Al sabato vi fu, fra Lograve e il servo Battista, un segreto, importante colloquio.

—Caro mio, cominciò il primo, è venuto il momento in cui io posso, e sta in te ch'io voglia, mantenere le mie promesse, ed effettuare i tuoi più cari desiderî.

—Come sarebbe a dire? domandò Battista coll'aria diplomatica d'uomo che si dispone a difendere con pertinacia e senza discrezione i suoi interessi.

—Sarebbe a dire che per isposare la Lisa e vivere felice, non hai che da volerlo.

—Altro che lo voglio!… Lei dunque ne ha trovato i mezzi?

—Sì.

—Una buona casa in cui servire ambedue?

—Meglio; una buona somma che può essere la sorgente della vostra fortuna.

—Ah! esclamò il servo con poco entusiasmo. Può essere la sorgente non vuol dire ancora che sia la fortuna.

Emilio guardò stupito quel giovane che a un tratto aveva smesso la sua aria da nesci, e lasciava travedere nello sguardo sicuro una ferma risoluzione.

—Nelle mani d'un uomo intelligente, destro, risoluto, come m'hai l'aria d'essere tu, diventerà una fortuna senza fallo.

—E qual è codesta somma?

—Diecimila lire! pronunziò lentamente Emilio spiccando chiare chiare le sillabe, per fare maggiore impressione sul suo ascoltatore.

—Ah! fece il servo, impassibile, chinando il capo e gli occhî, e non disse altro.

—La ti va? domandò Emilio dopo una pausa.

Battista guardava sempre fissamente la punta delle sue scarpe.

—Diecimila lire… peuh! disse poi con calma indifferente, al giorno d'oggi… peuh!… e per prenderle non avrei che da tendere la mano?

—Poco di più.

—Che cosa?

—Senti una supposizione. Una notte, tu sei solo a difesa della casa della padrona, perchè il marito e il fratello di costei sono andati…

—Alla festa di X… suggerì freddamente Battista.

—Sono assenti, finì Emilio la sua frase. Or bene, a un dato momento, s'introduce in casa un uomo…

—Un ladro?

—No… uno che ha qualche segreto interesse a sbrigare…

—Colla signora Matilde?

Emilio guardò un momento in silenzio il domestico; poi soggiunse abbassando la voce:

—Mettiamo che la signora si spaventi e gridi ajuto, tu cosa faresti?

—Accorro e getto quell'uomo dalla finestra.

—Quell'uomo può venire armato e avere tanta abilità da non isparare un colpo di pistola in fallo.

—Come lei!

—Ti faresti fracassare la testa?

—Credo che non avrebbe pur tempo a sparare, perchè gli sarei addosso d'un salto, e con queste mani lo strozzerei come un pollastro prima che dicesse «ahi!»

E tese innanzi due manaccie che promettevano di essere fedeli e esecutrici di quel programma.

Egli guardò quelle manaccie, la complessione tarchiata e il collo torso del giovane, e capì che nel caso non ci sarebbe stato da scherzare.

—Ma, soggiunse, per evitare ogni disgraziata conseguenza, il meglio sarebbe che quell'uomo e tu non vi trovaste al cimento.

—Che quell'altro non venisse?

—No… che tu non vi fossi.

—Ah, ah! Come?

—Se, per esempio, quella medesima sera tu di cheto te ne partissi con la Lisa per essere felici insieme… altrove…

—Capisco!… Ma ci resterebbero in casa la cuoca e il padre della signora…

Lograve fece un gesto che significava non importargliene.

—Capisco! rispose Battista con accento più malizioso. La cuoca dorme in alto, dall'altra parte della casa, e non potrebbe sentire… Ma il signor Danzàno, la cui camera non è lontana da quella della signora che di pochi passi?

—Veniamo a noi! interruppe con qualche impazienza il tentatore.

—Capisco! ripetè ancora il servo, di cui l'accento e il contegno pigliavano una sempre più insolente famigliarità, questo è l'affare di… di quell'uomo… Veniamo a noi, come lei dice. Io dunque dovrei partirmene?

—Partendo, darmi la chiave dell'uscio di casa.

—E per codesto che lei domanda, avrei diecimila lire?

—Contanti.

Battista appoggiò il gomito destro sulla mano sinistra, e accarezzandosi il mento colla destra disse, gli occhî impertinenti fissi sul volto del Lograve:

—Sa una cosa?… Che per quello che lei vuole, diecimila lire sono troppo poco.

—Ti pare?

—Assai troppo poco, Quella chiave ha un prezzo molto maggiore.

—Quale, per esempio?… Sentiam il tuo parere.

—Non tocca a me il dirlo… Tocca a lei che vuole procurarsela…

—Bè… accresciamola della metà: quindicimila lire.

Battista rimase impassibile, fregandosi sempre il mento.

—Diamine! riprese Emilio. Bada che, per voler troppo, perderai tutto.

Il servo si rizzò del busto e prese una mossa solenne.

—E chi le dice ch'io voglia qualche cosa? Oh non può nemmeno supporre che la mia onestà sia superiore alla tentazione di qualunque somma? Non sa ch'io sono affezionato ai miei padroni? Non pensa che il mio dovere è d'andare a svelar tutto al signor Alberto… e che ci vado?

Mosse alcuni passi verso l'uscio: Emilio, diventato livido in volto, gli si gettò dinanzi.

—Tu non uscirai, gli disse con voce soffocata dall'ira. Il segreto che tu hai è un segreto mortale: se una parola di esso ti sfugge dalla bocca, te lo giuro per l'anima mia, t'ammazzo come un cane.

Battista s'arretrò spaventato, tanto era terribile la figura di quel tristo.

Successe una pausa. Emilio, rifattosi calmo, s'avvicinò alla finestra, e trasse di tasca la rivoltella di cui andava sempre armato.

—Signore! esclamò Battista allibbito.

Ma l'altro, senza badargli:

—Come volano ratte quelle rondini! Ma vola più ratta la palla della mia pistola.

Sparò senza mirare e una rondinella cadde morta nel giardino.

—O signore! disse il servo sbalordito. Il suo occhio e la sua mano sono infallibili… Lo so.

—Or dunque, riprese il Lograve, affatto in calma, tu hai da scegliere: o servirmi come voglio o raccomandarti l'anima.

—C'è ancora una terza uscita, disse Battista tuttavia turbatello. Io non la servirò, ma le prometto di tacere…

—Non mi basta, proruppe l'altro. Quest'occasione che si presenta, sono anni ed anni che l'aspetto. Ho lavorato per farla nascere, per potermene giovare, con intensa tenacità: non la tornerà forse mai più. Non posso rinunziarvi… Ebbene, sì, tu hai ragione; la chiave che io ti domando ha un valore immenso per me. Sono pronto a tutto per averla… Vuoi ventimila lire?

Un'ondata di sangue salì al capo di Battista, le vene del collo gli si gonfiarono; un'aspra lotta si combatteva in lui; perchè il tentatore non gli potesse leggere nell'anima, egli si coprì colla destra gli occhî.

L'insidiatore insisteva:

—Siamo a due passi dalla frontiera, tu colla tua Lisa in due ore sei fuori… Porti teco in tasca la fortuna, l'indipendenza tua e di tua moglie…

Il servo non abbassò la mano dalla fronte, e con voce che appena s'udiva, domandò:

—Ventimila lire?… Quando me le darebbe?

Emilio ebbe sulle labbra un fugacissimo tristo sogghigno. La sua penetrazione non l'aveva fatto sbagliare sul conto di quel giovane.

—Al momento stesso in cui tu mi consegnerai la chiave, rispose.

Battista abbassò le braccia lungo la persona nella mossa del rispetto e tornando nel contegno umile d'un domestico bene ammaestrato, disse, gli occhî vòlti a terra, e un po' esitante:

—Signore… avrei da fare delle spese… anche per la Lisa… affine di metterci in condizioni di partire.

Emilio levò di tasca il portabiglietti, e cavatone due polizze da cento lire, le porse a Battista.

—Prendi per le tue spese.

Il servo intascò inchinandosi e ringraziando.

—E ora, intendiamo per bene tutti i particolari, perchè non nascano imbrogli ed equivoci.

Battista usciva mezz'ora dopo dal palazzotto con tutte le occorrenti istruzioni.

Era una bella mattinata. Alberto e Cesare se ne partirono alla volta di X…, in biroccino, con un giovane cavallo buon corridore, che in meno d'un'ora si divorava quella strada. Emilio disse che avrebbe passato tutta la giornata alla villa per far compagnìa al padrino e alla cugina; e tenne la parola. Fu tutto attenzioni pel vecchio, tutto cortesìa per la giovane, tutto amorevolezza pei bambini. Soltanto più frequenti del solito scattavano dagli occhî suoi quegli sguardi accesi che parevano voler prendere possesso anche violento della bellezza di Matilde. Battista li colse al volo più volte e ad ogni volta e' sentiva in sè stesso un rimescolìo che non sapeva bene se era rimorso, rabbia contro sè stesso e contro colui che l'aveva comprato. Intanto alla sua amante, senza rivelarle il come e il perchè, egli aveva assicurato d'avere i mezzi d'un comune avvenire di godimenti e di libertà e che per lei non c'era altro da fare che partirsene di nascosto con lui quella domenica a sera. A quell'amo ogni fanciulla di tal condizione sarebbe stata presa; e ad esso morse più facilmente la Lisa, innamorata, la quale fu subito pronta al gran passo e anzi impaziente di vederne arrivar l'ora. Battista invece, più s'avvicinava quell'ora, e più sentiva accrescere un interno disagio, una tormentosa inquietudine.

L'avvicinarsi d'un fatale momento, tante volte e per tanto tempo pensato, voluto con intensità di proposito e per ogni sorta di mezzi, poneva nel sangue d'Emilio un ardore febbrile, che, malgrado la forza dell'impostasi dissimulazione, tratto tratto rompeva la corteccia d'indifferenza per lampeggiare in quei certi cupidi sguardi. Matilde sentì una volta come una fiamma passarle sugli occhî: era uno di quei lampi delle pupille d'Emilio, che questi non aveva avuto tempo di spegnere, di riparare dietro le palpebre, sì improvvisamente ella s'era volta verso di lui.

Un gran turbamento invase l'anima della giovane donna; di colpo rinacquero in lei tutti i sospetti d'un tempo: la si fece subito nel contegno più fredda e più fiera, tenne sempre a' suoi fianchi i bambini. Emilio non mostrò di accorgersene.

Alla fine del pranzo, al padrino che si lamentava della insistenza di certi incomodi, Emilio disse:

—Ciò proviene dalle notti insonni che lei passa. Quella pozione calmante ch'io le ho ordinato non le fa più effetto?

—Poco, rispose il padre di Matilde. Mi dà una buona calma per qualche ora, ma il sonno non viene, e a mano mano si ridesta l'agitazione.

—Vuol dire che il calmante è troppo blando: ne rinforzerò la dose. Questa notte voglio che ella dorma saporitamente d'un sonno solo fino alla mattina: e vedrà domani come se ne sentirà bene.

—Bravo! Ne ho proprio bisogno.

La sera Emilio fece la solita partita a scacchi col padrino. Alle nove Matilde andò a mettere a letto i bambini, e alle dieci il vecchio convalescente si ritirò nella sua camera per coricarsi.

Emilio ve lo accompagnò: lo ajutò con amorevole garbo a spogliarsi, salire nel letto, poi mescette in un bicchiere la pozione calmante e vi aggiunse parecchie goccie d'una boccettina che aveva in tasca.

—Beva! disse al padrino porgendogli il bicchiere.

Ma il vecchio scosse la testa.

—Non ancora, rispose. Ora mi sento tranquillo, voglio aspettare che incominci la inquietudine.

—E allora sarà troppo tardi… Creda a me: è meglio non lasciarla venire codesta inquietudine.

—Mi sento lo stomaco grave… Ho paura di non digerire la cena… Se mi caccio quel liquido nel ventricolo temo di non sopportarlo.

—No, no, disse con qualche impazienza il figlioccio; più tarda, e meno ne avrà l'effetto. Su, animo!

E porse di nuovo il bicchiere.

Ma per un capriccio di convalescente il Danzàno resistette.

—Lo piglierò più tardi, ti dico… Lasciamelo lì sul comodino.

Emilio ebbe un movimento di contrarietà che represse a stento: poi temendo, coll'insistere, di destar sospetti, depose il bicchiere e disse con mellifluo tono di amorevole rimprovero:

—Ha torto, padrino. Lei si ruba qualche ora di buon sonno… Ma almeno mi promette che lo prenderà?

—Sì, te lo prometto.

—Sicuro? sicuro?

—Eh diamine! Sai pure che mantengo sempre le mie promesse.

—Ci conto… Mi preme troppo il suo benessere.

—Caro Emilio!… Sta tranquillo; fra mezz'ora avrò bevuto tutto.

Il giovane, accomodato bene le coperte intorno al giacente, e datogli la buona notte, andò a raggiungere Matilde nel salottino.

—Vuoi tu vegliare ancora un poco? le chiese.

—No, ella rispose, sono stanca; vado subito a letto.

E suonò il campanello.

—E allora, soggiunse Emilio, non mi resta che augurarti la buona notte e andarmene… Tu andrai certo ancora a dare un bacio a tuo padre.

—Sì.

—Ebbene, non dimenticare di fargli bere la pozione che gli ho preparata… È indispensabile.

—Va bene.

Battista comparve sulla porta.

—Mandate Margherita a dormire, gli disse la padrona, dite a Lisa che venga da me e chiudete tutto.

—La cuoca, rispose il domestico, si è già ritirata lassù nella sua soffitta, e a quest'ora dorme che non la sveglierebbero i cannoni. Lisa verrà subito, e io chiudo ben bene, appena uscito il signore.

—Questo è un mettermi alla portain modis et formis, disse Emilio ridendo. Pazienza! Ci vado; buona notte.

—Buona notte!

—E non mi tocchi nemmeno la mano? soggiunse lui che le aveva porta la destra.

—Sì, sì… addio!

Matilde toccò leggermente colla punta delle dita la palma ardente del giovane, e s'alzò per entrare ancor essa nella camera da letto. Emilio uscì seguito da Battista.

Non si parlarono fino a che furono sulla soglia dell'uscio di strada.

—Fra mezz'ora a casa mia! disse Emilio.

—Sissignore.

—Colla chiave!

—Sissignore.

Emilio si mosse; il servo lo trattenne per la falda dell'abito.

—E la somma? domandò,

—L'avrai nello stesso momento; non dubitare.

Lograve s'allontanò ratto, e il rumore de' suoi passi presto si perdette nella notte che era oscura e nebbiosa.

Battista rimase sulla soglia a guardargli dietro finchè lo vide, sentì il rumore dell'uscio del palazzotto che si apriva e si richiudeva, poi rientrò, crollando il capo e masticando fra sè colla mala voglia di chi ha un gusto amaro in bocca.

Matilde entrò nella camera dei bambini. Essi dormivano così saporitamente e in così graziose mosse di abbandono, che un sorriso di beatitudine si disegnò sulle labbra della giovane madre; essa li baciò dolcemente uno per uno e tornò nella sua camera. Là trovò Lisa venuta al suo comando.

—Aspetta un momentino, le disse, vado a salutare mio padre.

Questi sorrise lietamente nel vedere sua figlia.

—Stanotte sei vedova, le disse scherzando. Non avrai mica paura a dormir sola?

—No, certo: di che cosa dovrei aver paura?

—Di ladri no, chè in questo paese non ve ne sono. E poi, soggiunse col medesimo tono di scherzo, ci sono io qua: e ci avresti un forte campione a difenderti. Dormi dunque tranquilla, anche in assenza del marito.

—Hai bisogno ancora di qualche cosa?

—Sì: dammi la mia solita pozione. Emilio ha insistito tanto perchè la prendessi.

—E l'ha ripetuto anche a me.

Matilde prese il bicchiere e lo porse al padre. Ci sentì un forte odore di amandorle che le altre sere non ci aveva sentito mai.

—Questa non è più la solita? disse al padre.

—Sì; ma Emilio vi aggiunse alcune goccie di non so che per renderla efficace.

E così dicendo cominciò a bere. Una strana, vaga, indefinita idea, ma un'idea di paura attraversò come un lampo la mente di Matilde; essa tolse vivamente il bicchiere dalle labbra e dalle mani del padre quand'egli aveva appena bevuto un terzo del farmaco.

—Basta, gli disse, ho paura che il berlo tutto ti faccia male.

—Perchè?

—Ha un odore così forte!… Emilio potrebbe avere sbagliato nella dose…

—Eh via!… egli così riflessivo!

—Dammi retta per farmi piacere.

—Veramente stasera ci trovo un gusto diverso… Ma bada che se poi il sonno mi fugge…

—Senti; se il sonno non verrà, chiamami, e verrò io stessa a porgerti il rimanente di questo farmaco.

—Va bene… E ora vattene a letto anche tu.

Matilde pose un bacio sulla fronte del padre; accomodò la lampadina perchè la luce non desse fastidio al giacente, e s'allontanò in punta di piedi. Lisa era così assorta ne' suoi pensieri che non sentì venire la padrona, e questa la dovette toccare sulla spalla.

—Sei incantata?

—Oh scusi.

Le mani della cameriera, nello spogliare Matilde, tremavano siffattamente che la padrona, stupita, osservò meglio la fisionomia della giovane. Vi scorse un'agitazione, un turbamento, quasi le mostre d'un affanno.

—Che cos'hai? le dimandò amorevolmente.

—Nulla, nulla, rispose Lisa colle labbra pallide e tremanti.

—Eh via! non mentir meco. Hai qualche dispiacere? T'è capitata qualche disgrazia?

—Ma no… no, signora… le assicuro.

—Dimmi la verità. E se io posso qualche cosa in tuo ajuto, parla con fiducia, che ti prometto di far tutto che sta io me.

—La signora è troppo buona! esclamò la cameriera commossa, ma non ho nulla davvero.

—O forse non istai bene?

Lisa s'affrettò a prendere questa scappatoia.

—Ecco… sì, signora… la è così… Da un po' di tempo non istò bene.

—Che cosa ti senti?

—Ma… capogiri… languori… affanni… agitazione… un malessere generale… Ho paura di non poter continuare nel servizio… penso che dovrò abbandonare la casa… lei…. e questo pensiero mi è così doloroso, mi dà tanta pena, che….

E scoppiò in pianto.

—Via, via, disse Matilde con sempre maggiore amorevolezza; non crucciarti così… consulteremo un medico… ti faremo guarire senza che tu abbia ad abbandonarci… Sono contenta di te, ti voglio bene, e sarai trattata come una della famiglia.

—Ah! signora! Lei è un angelo! esclamò Lisa sempre più commossa, e, afferrata una mano della padrona, la coprì di baci e di lagrime; poi con uno sforzo si tolse di là e uscì ratta dalla camera senza più aggiungere parola.

Matilde pensò subito richiamarla, ma poi avvisò meglio aspettare il domattina a interrogarla più particolareggiatamente; e senz'altro si pose a letto. Una preoccupazione, quasi una mestizia le si aggravò sull'anima al trovarsi sola (ed era la prima volta dacchè era moglie) tutta una notte in quella vasta camera, dove aveva passato ore così felici, e dove ogni sera, in confidente abbandono, si versavano amorosamente l'una nell'altra l'anima sua e quella dell'innamorato marito.

Era una vasta camera, in fondo alla quale si apriva un'alcova, dove stava il letto conjugale. Due sole porte erano in quella stanza; l'una comunicava col resto della casa per un andito, nel quale a pochi passi era l'uscio della camera del padre: l'altra porta metteva nelle due camere in cui dormivano i bambini.

Matilde spense il lume e cercò dormire, ma il sonno fu ribelle. Strane fantasìe e bizzarre chimere passavano pel capo di lei, come imagini di sogno, o vaneggiamenti di mente confusa: e in quel turbinoso succedersi di ombre, di scene, di vedute, tornavano più nette ed insistenti, e non sapeva perchè, le memorie del duello di Alberto con Emilio, e la pozione soporifera del padre con quell'odore acuto, e lo sguardo di fuoco, quasi feroce di Emilio: pensò ad una vendetta di quest'ultimo, ma quale? Contro il padre? Contro di lei?… Oh quello sguardo! E a un tratto le vennero alla mente il contegno e le lagrime inesplicabili di Lisa. Finalmente si era oramai a mezzanotte quando Matilde cominciò a sentire il riposo scendere sul suo cervello e sui suoi occhî, e poco stante si addormentò.

Lisa, uscita dalla camera della padrona, andò a raggiungere Battista.

—Ah, mio caro, gli disse, tutta ancora in lagrime, con accento di vivo dolore, non avrei mai creduto che ad abbandonare la signora Matilde avrei provato tanta pena. Che buona padrona! Che creatura angelica, è quella! Si merita davvero che il Signore le dia del bene.

—Pensiamo al nostro bene di noi, e lasciamo stare gli altri, risposeBattista con impaziente malavoglia. Sei tu pronta?

—Sì.

—Dunque andiamo.

Nella giornata ambedue s'erano fatto un fardelletto delle cose loro più indispensabili e di più valore. Battista aveva in segreto noleggiato un biroccino, il quale doveva trovarsi allestito alle undici a un dato punto della strada di X. I due fuggitivi uscirono pian pian dalla villa, e Battista chiuse a chiave l'uscio dietro di sè.

Quando furono a pochi passi, Battista, deponendo il suo fardello a terra, disse a Lisa:

—Aspettami qui: io vado per una commissione; in cinque minuti mi sbrigo e poi ti raggiungo.

Lisa s'aggrappò al braccio del suo compagno.

—No, non lasciarmi qui, sola, di notte. Ho una paura maledetta.

—E di che cosa vuoi aver paura?… Qui a quest'ora non ci passa nessuno… Ti dico che vengo subito.

—No, no; non ti lascio.

—Ma è necessario.

—Perchè? Che cosa hai dunque da fare? Dove vai?

—Qui dal signor Lograve.

—A far che cosa?

—Un certo interesse che ho con lui… A te non importa il saperlo.

—E io ti dico che non rimarrò qui ad aspettarti, che o ti accompagno, o non ci andrai neppur tu.

—Brava! E allora tutto il nostro disegno va in aria.

—Come?

—Gli è lui che ci deve dare i denari.

—Il signor Lograve?

—Sì.

—E perchè ce li dà?

—Perchè… perchè… questo non ti deve importare.

—Sì che m'importa. Da bravo, non farmi dei misteri… Possiamo già considerarci come marito e moglie… e non ci devono essere segreti tra di noi.

—Questo segreto, mia cara, non è mio, e non posso disporne… Ma mentre noi stiamo qui a discorrere, il tempo passa, ed è tanto di perduto. Suvvia, coraggio, Lisa, non farmi la femminetta; un minuto solo e ti raggiungo.

—No, no, insistette Lisa stringendo più forte il braccio di lui: non, istò qui, neppure per tutti i tesori del mondo… Lasciami accompagnarti.

—No, devo parlare a quel signore da solo a solo.

—Almeno fino alla porta… Là vicino alla casa, più vicino a te, non avrò più paura.

—Ebbene, sia, vieni fin là… ma non cercar d'entrare.

—No, starò fuori: ma se mai qualche cosa capitasse, che so io… potrei chiamarti… e se mai tu sarai lesto ad accorrere, non è vero?

—Sì, certo.

Giunsero al palazzotto. L'uscio era socchiuso. Per la finestra aperta di una stanza a terreno usciva nella notte un fascio di luce; traverso quella luce si vedeva andare e venire l'ombra del Lograve che passeggiava impaziente. Battista fece ancora a voce sommessa una raccomandazione alla Lisa, ed entrò. La stanza dove Emilio aspettava era subito lì a destra. Al passo del domestico Emilio si fermò e si volse verso di lui; era pallido, coi lineamenti contratti; aveva una profonda riga fra le sopracciglia e teneva le braccia serrate al petto.

Nel pomeriggio egli aveva detto al suo servitore che preparasse la valigia per una improvvisa partenza: egli sarebbe forse partito la notte o la mattina seguente, e avrebbe poi scritto dove il servo avrebbe dovuto raggiungerlo.

Rientrato in casa alle dieci, aveva domandato al domestico se i suoi ordini erano stati eseguiti, al che il servo avendo risposto affermativamente, egli lo mandò a dormire, e rimase solo nella stanza a terreno.

Sedette a tavolino e scrisse la lettera seguente:

«Ad Alberto Nori,

«C'è un uomo sulla terra, al quale io vo debitore delle più fiere angoscie: e quell'uomo sei tu.

«Mi hai rapito ogni bene: mi hai insultato colla tua felicità. Sono anni che aspetto la mia vendetta; e ora la stringo in pugno e me ne appago.

«Alla coppa d'amore di cui ti sei inebriato, ho voluto bere ancor io, e ti lascio la coppa contaminata.

«Vado in Isvizzera e vi ti attendo, se la rabbia e la vergogna ti daranno tanto coraggio da venirci.»

Ripigliò il foglio, lo suggellò e se lo mise in tasca.

Prima d'abbandonare la villetta Nori, avrebbe lasciato questa lettera nella camera conjugale, stata teatro del suo infame attentato. Poi scese nel salotto a terreno ad aspettare con quella nervosa febbrile impazienza che non lo lasciava quetare.

—Si può? disse Battista, affacciandosi all'uscio.

—Avanti! comandò Emilio con voce rotta, imperiosa. Ti sei fatto molto aspettare.

—Ho fatto più presto che ho potuto.

Emilio, a cui premeva venire al sodo, lo interruppe piantandogli in faccia quel suo sguardo maligno.

—E dunque?

—E dunque eccomi qua.

—La chiave?

—L'ho meco.

—Dammela.

—Sì, signore, ma prima…. Ella capisce…. Lei sa…

—Vuoi i denari?… Eccoli.

Gli gettò una busta che Battista afferrò vivamente; accostatosi al lume, il servo aprì la busta e si mise a contare i biglietti.

Lisa, di fuori, udite le voci dei due uomini, non potè frenare la sua curiosità: si accostò piano piano alla finestra aperta, e tenendosi cautamente nell'ombra potè vedere e udire quanto avvenne e si disse nel salotto.

Dopo avere passato uno per uno i biglietti, Battista levò il capo, e disse con accento di rimprovero:

—Signore, mi mancano duecento lire.

—Come?

—Sissignore. Lei mi ha promesso ventimila lire; qui ce ne sono diciannovemila e ottocento. Mancano duecento lire.

—E le duecento che t'ho date jeri?

—Ah! quelle erano per le spese indispensabili per la riuscita del disegno. Devono essere all'infuori del prezzo convenuto.

—Questa non me l'aspettavo.

E Battista con insolenza:

—E io da lei non m'aspettavo una simile piccineria.

Emilio arrossì di sdegno; ma si contenne; levò di tasca due biglietti da cento e li gettò al servo senza parlare.

Battista li prese, li mise accuratamente nella busta cogli altri e la busta in tasca; si abbottonò bene il soprabito, fece un leggiero inchino e disse laconicamente:

—Va bene!

—La chiave? ridomandò con voce fremente Emilio, colla mano tesa che tremava.

Il servo gli porse la chiave che Emilio afferrò con avidità ancora maggiore di quella mostrata da Battista nel prendere i denari.

—La riverisco, disse Battista avviandosi.

Ma l'altro lo trattenne.

—Un momento. Entrato ch'io sia, non troverò più altro uscio chiuso all'interno?

—No, signore.

—Sono tutti a letto?

—Tutti.


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