—Sta bene. Vattene e la fortuna ti accompagni.
Battista uscì frettoloso: appena fuori si sentì serrare fra due braccia frementi; e una voce concitata, benchè sommessa, gli disse all'orecchio:
—Che hai tu fatto? Che cos'è quella chiave? Perchè il signor Lograve ti ha dato tutti quei denari?
—Vieni, vieni, susurrò Battista trascinando seco la Lisa, caricatosi dei due fardelli. Ti spiegherò poi.
—No, gridò la ragazza, voglio saperlo.
Battista pensò di gettar via i fardelli, di prendere alla vita la giovane e portarla di peso fino al luogo dove si sarebbe trovato il biroccino, ma preferì pigliarla colle buone.
—Tu ci vuoi rovinare… Ti dirò tutto, ma vieni presto… Una parola di troppo, e tutto è perduto. Io sarò obbligato a fuggire e piantarti qui.
Questa minaccia ridusse la Lisa cedevole. Correndo giunsero al legnetto che aspettava; Battista vi cacciò dentro Lisa, pose una moneta in mano al garzoncello che teneva il cavallo, balzò presso la fanciulla, prese le redini, frustò il cavallo e via di galoppo.
Emilio con un sogghigno mefistofelico stringeva in pugno la chiave ricevuta da Battista, ed esclamava seco stesso:
—La tengo in pugno la mia vendetta, e il ripago di ogni mio tormento.
Guardò l'orologio.
—Appena le undici e un quarto!… Come passa lento il tempo!… A mezzanotte—fece un ghigno—l'ora dei delitti… e degli spettri… A mezzanotte varcherò quella soglia!
Quei quarti d'ora gli parvero eterni; eppure quando udì dal lontano campanile del villaggio battere lentamente dodici rintocchi, si riscosse come assalito da un subito terrore, guardò il suo orologio, per accertarsi che quel suono di campana non lo ingannava; prese e intascò una rivoltella, e uscì con passo guardingo, ma fermo. Giunse alla porta, della villetta, e con mano sicura pose la chiave nella toppa. L'uscio si aprì.
Emilio entrò pianamente; era così pratico del luogo, che non ebbe mestieri di accendere lume per passare l'andito, salire le scale, percorrere il corridoio e arrivare all'uscio della camera in cui dormiva Matilde.
Pensava:
—Purchè non la si sia chiusa dentro a chiave! Ma l'avesse anche fatto, poco importa: con una spalla faccio saltare la serratura: il rumore non può svegliare che lei… Ed entrato ch'io sia!…
Prima di mettere la mano sulla gruccia di quella serratura, si fermò un momento: poi piano piano tentò la serratura; questa non era chiusa che con una mandata della stanghetta a scatto; girando la maniglia Emilio l'aprì; cacciò dentro la testa; tutta era bujo e silenzio; egli entrò.
Lisa non s'era acchetata. Mentre Battista badava a far correre il cavallo con ripetute frustate, la fanciulla veniva tempestando il compagno di domande, di supposizioni, di preghiere.
La sua accortezza di donna le aveva fatto capire le intenzioni del Lograve. Era la signora Matilde abbandonata, senza difesa; la buona signora Matilde tradita per quel denaro. Lisa si rivoltava contro tale iniquità.
Quella signora, tutta quella famiglia, non avevano fatto che del bene a loro due. Come aveva potuto dimenticarlo Battista?
Ah! la signora Matilde bisognava salvarla. Lisa voleva tornarsene indietro, gettare in faccia a quello scellerato il suo denaro e lui fuori dalla finestra. Quel denaro, prezzo di tanto delitto, avrebbe loro recato sfortuna. Ella pregava, scongiurava, imprecava.
Battista non rispondeva nulla, non badava che a far correre il cavallo; ma frattanto anche nel suo animo, già travagliato da un'intima scontentezza di sè, le parole di Lisa riuscivano a far nascere il rimorso.
Rinunziare a quella somma che teneva in tasca e di cui palpava di quando in quando la grossa busta, quasi a persuadersi di realmente possederla; rinunziare a Lisa, alla vita felice che aveva sognata e cui credevasi pervenuto a procurarsi, no, non poteva; ma se ci fosse pur modo di soccorrere la signora Matilde!…
Il cavallo correva sempre. Già si vedevano le prime case del villaggio di X, presso il quale bisognava passare per giungere alla frontiera. Tutto il villaggio era immerso nell'oscurità, fuori d'un'elegante villa, appartata dal resto dell'abitato. Era la villa degli ospiti di Alberto e di Cesare, dove aveva luogo il ballo. Una subita idea attraversò la mente di Battista. Un difensore, un salvatore della signora Matilde era trovato: il marito che se ne stava tranquillo a quella festa. Lo disse alla Lisa.
—O Dio! esclamò questa: ma i due uomini si sbudelleranno…
—Che! notò Battista. Il signor Alberto con un pugno schiaccierà quella cimice del Lograve.
—Ma si arriverà in tempo?
—Ah! esclamò Battista allargando le mani e curvando le spalle per indicare che questo sarebbe stato il compito della Provvidenza.
Fermò il cavallo e diede le redini alla Lisa.
—Aspetta qui due minuti… Vado e torno.
—Che cosa vuoi fare?… Cosa vuoi dire al padrone?
—Non lo vedrò neppure… Lo farò avvertire… Lascia, lascia fare a me.
E prese la corsa verso la villa illuminata. Arrivò nell'atrio di questa, ansimante e con aspetto turbatissimo, così che il domestico della casa in cui s'incontrò, prima stentò a riconoscerlo, e poi si sgomentò nel vederlo a quel modo.
—Tu qui, Battista? A quest'ora!… Oh che cosa è avvenuto?
E il servo del Nori, mezzo trafelato:
—Di' subito, ma subito, al mio padrone e al signor Cesare che corrano a casa… in fretta… senza il menomo ritardo… che corrano… ammazzino anche il cavallo… ma volino.
—Che cosa c'è?… Il fuoco?… La signora ha preso male?… Il padre della signora?
—Non farmi interrogazioni… va e fa la commissione subito…
—Ti faccio venir qui il padrone.
—No, no: io non posso fermarmi… Bisogna ch'io vada… mi raccomando… presto… presto per amor di Dio!
E senza voler aspettar altro, Battista voltò le spalle, e se ne andò correndo com'era venuto. Raggiunse il carrozzino, ci saltò dentro, riprese le briglie, e via di nuovo al galoppo.
Se Alberto e Cesare, udito di questa comparsa di Battista e delle cose da lui dette, si spaventassero, è facile a pensarci.
Imaginando chi sa quale disgrazia, fecero in un baleno allestire il biroccino, e sferzando spietatamente il cavallo, andarono verso la villa. Ma prima che vi giungessero, già era suonato il tocco al campanile del villaggio.
Matilde non avrebbe saputo dire da quanto tempo dormisse o meglio fosse assopita, quando si sentì scuotere come da un interno commovimento, da un intuito instintivo che l'avvisasse d'un imminente pericolo. Si drizzò a sedere, volse intorno gli occhî spalancati, vide un uomo che entrava cautamente in camera, si fermava come incerto del da farsi. Un grido le venne alle labbra, ma lo soffocò, perchè, coraggiosa com'era, serbando la calma dello spirito, pensò allo spavento che ne avrebbero avuto il padre, vecchio e malaticcio, e i bambini che dormivano lì presso. Si gettò giù dal letto, e, riparata dalla tenda dell'alcova, indossò in fretta e in furia una vestaglia da camera che la copriva da capo a piedi, prima che l'intruso facesse un atto o dicesse una parola. Poi essa afferrò il cordone del campanello allato al capoletto e gli diede una violenta strappata.
Emilio, nell'oscuro dell'alcova, s'accorse che la donna s'era mossa, ma non potè vedere quel che avesse fatto; di colpo la vide, tutta coperta di quella vestaglia, sbucar fuori dalle tende e correre verso la camera dei bambini. L'idea di Matilde era precipitarsi colà, chiudersi dietro l'uscio a chiave, chiamare soccorso, e ad ogni modo difendere i suoi figli.
—Matilde! disse Emilio con voce sommessa e per quanto potè soave. Non ispaventarti… Sono io.
La giovane donna si fermò.
—Tu Emilio!… A quest'ora?… E come entrato? Che vuoi?
Le venne subito il sospetto del vero, e con questo sospetto un'ira che le accrebbe il coraggio. Le pareva che un tristo simile, sarebbe bastato ad annientarlo il suo disprezzo. Lo guardava con aria di sicurezza e di sfida, e quello sguardo, nella penombra, luceva stranamente.
Quello sguardo irritò ancora, se pure ne fosse bisogno, i feroci propositi di quello scellerato.
—Che cosa voglio? egli rispose. Te lo dico subito… Ma siccome non è cosa che si possa sbrigare in poche parole, se non ti dispiace, accenderò un lume, perchè possiamo vederci meglio in viso… e sederemo sul sofà per discorrere più comodamente.
Sul piano marmoreo del camino stavano due candelabri con quattro candele ciascuno. Emilio le accese tutte, poi si volse di nuovo a Matilde. Questa si teneva stretta al seno la vestaglia colle braccia incrociate ed aveva nel contegno, come in quello sguardo che già era balenato nell'ombra agli occhî d'Emilio, una fierezza sprezzante e indignata.
Era bellissima. La veste lasciava scoperta la base del collo, modellata a perfezione, da cui con tanta grazia si ergeva quella testolina leggiadra e ne appariva un poco del candore quasi abbagliante del petto; le braccia tornite, degne d'una statua greca, uscivano dalle maniche larghe, ricadenti; tutta la venustà della ben formata persona si scorgeva sotto le pieghe di quella veste che l'avvolgeva.
—Dove hai tu presa l'audacia d'introdurti in questo modo, a quest'ora, fin qui? diss'ella severamente.
—Dove l'ho presa? egli proruppe. Nel mio amore, che non solo è sempre vivo, ma è più forte che mai.
Matilde gli troncò la parola con un moto violento, e gridò con forza:
—Non una parola di più… Vattene!
—Andarmene così subito? domandò Emilio con insolente ironia. E puoi crederlo, Matilde? Non riconosco il tuo buon senso. Capisci che non sono giunto a questa riuscita senza aver vinto molte difficoltà, e che se ho voluto riuscirci è per ottenere qualche cosa di meglio di un tuo rabbuffo. Ora, che matto o che imbecille sarei, se, appena entrato, mi lasciassi così di piano mettere alla porta?… Oibò! Oibò!… Ci sono e ci resto.
E sedette tranquillamente sul sofà.
Matilde lo guardava con uno stupore che cominciava a farsi inquietudine.
—Sei matto o imbecille a credere che io tolleri più oltre la tua presenza, e stia qui a discuter teco.
E si mosse verso l'altro cordone di campanello che pendeva verso il camino.
Emilio diede in una sghignazzata.
—Ah, ah! la scena da dramma francese. Si suona il campanello; accorre un domestico tanto fatto, come Battista: «Accompagnate il signore.»
Matilde aveva dato una forte strappata al cordone.
—Tu straccerai inutilmente quel cordone, cara mia. Se non isbaglio, hai già suonato dall'alcova… Chi è venuto?… Ebbene, non verranno di meglio adesso. Suonassi fin domani, nessuno verrà… te lo assicuro io.
—Tu hai comprato i miei servi?
—Sicuro! Senza di ciò come potrei io essere qui?
Matilde si slanciò verso l'uscio del corridojo; ma Emilio sorse di scatto, le si gettò innanzi, e la fermò afferrandole colle mani ambedue le braccia.
—Che cosa vuoi fare?… Fuggirmi?… Impossibile.
Ella s'agitava per liberarsi; la veste le si aprì di più sul petto, e gli occhî di Emilio caddero sulle seducenti curve del seno; egli strinse viepiù quelle braccia, tanto da lasciare su quella morbida pelle il livido dell'ammaccatura, le abbassò di viva forza, si curvò su quel giovane femmineo corpo fremente, e stampò un bacio che pareva un morso sul candore di quella spalla.
Matilde gettò un alto grido di indignazione, di ribrezzo, di orrore. Fece uno sforzo supremo e riuscì a svincolarsi dalle mani di lui; lo respinse lontano da sè, e presa da un accesso di spavento si diede a gridare:
—Ajuto! Ajuto! Lisa! Battista! Babbo!
Emilio stava innanzi all'uscio del corridojo ad impedirle il passo.
—È inutile ogni tuo grido, ogni tua smania. Te l'ho già detto e te lo ripeto; nessuno verrà. Lisa e Battista, a quest'ora, sono lontani delle miglia, e tuo padre, ci vuol altro che la tua voce a destarlo.
Queste ultime parole fecero correre un brivido di angoscia per le vene di Matilde: ricordò la pozione notturna, l'odore strano, le goccie versate da Emilio. Si arretrò di orrore.
—Infame! gridò, tu hai avvelenato mio padre!
—Grazie della buona stima che hai di me: diss'egli con quel suo odioso sogghigno. Gli ho dato del soporifero che lo farà dormire quieto quieto fino alle otto o alle nove. E vedrai come egli se ne sentirà meglio.
—Babbo! babbo! gridò di nuovo Matilde disperatamente… Oh il mio povero padre!… Voglio vederlo.
Ma Emilio non si tolse dall'uscio.
—È inutile, disse, tanto e tanto non lo sveglieresti; e, se riuscissi a destarlo, gli nuoceresti assai.
—Non lo sveglierò, ma voglio vederlo… Ah babbo mio! babbo mio!
Ed ecco dalla camera vicina la voce del padre risponderle fiocamente:
—Matilde! che c'è!… Hai bisogno di me! Vengo vengo.
Matilde mandò un grido di gioja, Emilio si morse rabbiosamente le labbra.
—Ah! non ha bevuto! mormorò fra i denti.
In quel momento la moglie di Alberto non pensò ad altro, se non che la presenza del padre la salvava da ogni pericolo.
—Oh vieni, vieni, babbo: gridò.
—Che fai? le disse piano, ma con forza, Emilio. Come spiegheremo a tuo padre la mia presenza qui?… Ami forse le conseguenze d'uno scandalo?
—È vero… è vero: mormorò la povera donna. No, no: gridò verso l'uscio, non venire… non scender di letto… vengo io da te…
Ma già una mano si era posata sulla gruccia della serratura di fuori e accennava ad aprire la porta.
Emilio si gettò nell'alcova, dicendo a Matilde minacciosamente:
—Taci!… Non una parola… o guai!
E si nascose dietro le tende.
Il padre di Matilde entrò. S'era gettato addosso anche lui una veste da camera e veniva portando in mano la sua lampadina.
—Che cosa t'è capitato? domandò egli con inquieta premura.
—Nulla, nulla; rispose Matilde, gettandosi all'incontro del padre, e quasi cercando impedirlo d'inoltrarsi. Perchè sei venuto?… Scendere così di letto è un'imprudenza… Torna subito fra le coltri.
Ma il padre, insistendo benevolmente, s'avanzò nella camera.
—Non ne soffrirò… sta tranquilla… Come volevi che non venissi, sentendoti chiamare ajuto?… Ma dimmi, che cosa è stato?
—Nulla, nulla; ripetè Matilde. Un sogno… un cattivo sogno…Svegliatami in sussulto, ho gridato senza saper bene io stessa…
Il Danzàno andò a posare il suo lume sul camino.
—E tutti questi lumi accesi?
—Li ho accesi io… per levarmi la paura.
Il padre sedette sul sofà.
—Bene; starò un poco a farti compagnìa.
—Oh! adesso è tutto passato.
—Sei però molto turbata ancora.
—Ho paura che tu ne soffra. Piuttosto t'accompagno io nella tua camera, e sto là un poco al tuo capezzale… finchè tu ti sia riaddormentato… Quanto mi rincresce d'averti rotto così il sonno!
—Non ero mica addormentato del tutto… Ero in una specie di dormiveglia… Hai fatto male a non lasciarmi bere tutta la pozione preparatami da Emilio… Avrei certo dormito tutta la notte… Sarà meglio ch'io beva il resto.
—No, no, s'affrettò a dire Matilde. Abbi pazienza; quei soporiferi conviene usarli con molta moderazione… Intanto torniamo a letto… Vieni, t'accompagno.
Era pensiero di Matilde ricoverarsi così nella camera del padre e rinchiudendovisi con lui aspettare che il giorno venisse a liberarla. Ma il padre adagiandosi sul sofà, con una nuova compiacenza, disse:
—Aspettiamo ancora un poco… Ci si sta benissimo qui… Mi sento prendere da una certa stanchezza…
—Ragione di più per tornare subito in letto.
—È strano come la testa mi pesa…
—Vieni dunque…
—Andiamo.
Fece per alzarsi: ma in quella un subito pensiero attraversò la mente di Matilde. Ricoverata nella camera del padre, ella sarebbe salva; ma la camera dei figli era aperta, ed essi rimanevano in balìa di quello scellerato che aveva dato prova di essere capace dei più iniqui propositi.
—Un minuto: ella disse. Do un'occhiata ai bambini, e poi sono con te.
Prese il lumicino del padre, e corse di là a contemplare i suoi figli, quasi per attingere da quella cara vista nuovo coraggio, sangue freddo e forza. Tornando indietro rinchiuse l'uscio a chiave e questa si cacciò in tasca.
Poteva ora allontanarsi tranquilla. Ma mentre essa passava innanzi all'alcova, una voce sommessa, ma minacciosa, uscì dalle tende.
—Se tu non sei di ritorno qui fra un quarto d'ora, andrò io di là a pigliarti a ogni costo.
Ella rabbrividì; ma non un lineamento della sua faccia si alterò.S'accostò al padre con un sorriso.
—I piccini dormono… Vieni a fare tu altrettanto.
Il vecchio fece di nuovo per alzarsi, e non potè.
—È strana, balbettò con lingua impacciata, mi sento mancare le gambe… Oh come la testa mi pesa!… Ajutami.
Matilde lo prese per le mani e tentò trarlo su; ma egli a un tratto ripiombò di tutto il suo peso sul sofà, e la testa gli cadde sul petto.
—Babbo! babbo! esclamò Matilde, scuotendolo.
Non ebbe risposta; il vecchio immobile, cogli occhî richiusi, pareva morto.
—O Dio! gridò spaventata Matilde, egli è svenuto.
Una mano le si posò sulla spalla, e la voce d'Emilio, venutole presso, le disse all'orecchio:
—No, rassicurati; egli non è che addormentato. Il soporifero, di cui tu non gli hai lasciato bere che una parte, ha ritardato i suoi effetti; ma pure ei ne ha bevuto a sufficienza per averne un sonno che nulla potrà interrompere, hai capito?Nulla!
Toccò la fronte e il polso del dormiente, sollevò le palpebre e ne osservò la pupilla volta in su.
—Per sei ore almeno quest'uomo è segregato dal consorzio dei viventi.
Matilde se ne scostò fremendo; sentiva uno spasimo tale di odio, di rabbia, di orrore, che se le fosse bastato dire una parola per incenerire quello scellerato, essa l'avrebbe detta con voluttà.
Successe un momento di silenzio. Si guardavano fronte a fronte quei due, egli con la feroce impazienza della belva che si vede innanzi senza scampo la preda, essa con quell'accesso di aborrimento, in cui cominciava pure a entrare un'altra paura. Sentivano, sapevano ambedue che qualche cosa di orribile stava per accadere fra di loro; e parevano, lui esitare ad assalire, lei sperare col suo silenzio d'indugiare lo scoppio.
Quell'angoscioso silenzio fu rotto da Emilio.
—Tu lo vedi, Matilde: non c'è nessuno che possa venire a porsi fra noi; tu sei completamente in mia balìa.
—No! rispose levando fieramente il capo la giovane donna, con aspetto di maggior coraggio e sicurezza che non fossero in lei, ma col cuore che le palpitava da farle male. No, non sono in tua balìa: fra di noi v'è il sacro capo incanutito di questo vecchio. Mi difende mio padre.
Emilio ebbe un diabolico sogghigno.
—Bella difesa, disse, un uomo che non sente e che non vede!
E il tristo fece un passo verso la donna. Questa si gettò dietro una tavola a farsene riparo.
—Come! esclamò. Oseresti?
—Tutto! rispose con selvaggia energìa Emilio. Tutto, ti dico: e persuaditi bene che nulla… nulla, capisci… mi potrà fare rinunziare al mio proposito, nè impedirmi d'eseguirlo. Ah! tu mi hai respinto, disprezzato, amareggiato, abbeverato di fiele, con una crudeltà inesorabile… Hai tu creduto che il mio amore si estinguesse per l'ira e pel dolore? No; si è anzi rinfiammato viepiù, si è invelenito, inciprignito… è un amore feroce, che forse somiglia all'odio, ma che vuole soddisfazione… Da tanti anni ho vagheggiato questo momento; l'ho voluto e l'ho preparato, mi sono corrosa l'anima all'aspetto della felicità d'un altro, ho sofferto spasimi infernali, ho dissimulato, ho sorriso. Sono diventato agnello… E ora che tengo in pugno la mia vendetta, lo sfogo della mia passione, ora mi arresterei a quattro tue parolette, alle tue lagrime, forse al muto aspetto di quel vecchio addormentato? No. L'agnello scompare, si rivela il leone, e a nulla serviranno le tue preghiere.
—E chi ti dice che io voglia pregarti? proruppe con fierezza Matilde, riparata sempre dietro la tavola. Senti, Emilio! Fino da bambini, io ho indovinato in te un'anima scellerata. Da ultimo ho fatto forza al mio istinto che mi inspirava per te la più viva ripugnanza. Ho avuto torto… Ora ti odio e ti disprezzo… e piuttosto che subire pur l'ombra d'un tuo oltraggio, preferisco la morte.
—Frasi! frasi!…. Veniamo ai fatti! disse Emilio, che si slanciò verso di lei per afferrarla.
Ella, smarrita, spaventata, si diede a fuggire per la stanza; ed egli a rincorrerla coll'accanimento d'un segugio dietro la preda.
A un tratto l'idea venne a Matilde di salvarsi per la finestra.
Avesse anche dovuto uccidersi cadendo, si sarebbe ad ogni modo sottratta a quello scellerato. Corse, vi giunse; ma le invetrate erano chiuse; la sua mano, per l'agitazione, tremolante; e quando appena era riuscita ad aprire i vetri, il suo persecutore le fu sopra, e l'abbrancò alle spalle.
O Dio! la finestra! diss'egli con feroce scherno. Che vecchiume! Roba da romanzo di cinquant'anni fa… Via, via, non far pazzìe… Conserva una madre ai tuoi figli… e fa felice, almeno per un'ora, un uomo che fin da bambino ti adora.
Ella si voltò in una specie di parossismo di rabbia, che aveva vinta la paura.
—Lasciami! lasciami! gridò, e gli cacciò le mani nella faccia con tutta la sua forza, raddoppiata dal furore.
Emilio non potè trattenere un'esclamazione di dolore.
—Ah, maledetta!… Tu hai la bellezza d'un angelo, ma gli artigli d'un demonio… Angelo o demonio, io ti soggiogherò.
Successe una ignobile lotta: la povera donna si difese con tutta l'energìa di cui era capace; ma la stanchezza sopravvenne, l'emozione la vinse, il terrore l'invase: a un punto si sentì mancare ogni vigore, si sentì perduta. Mandò un grido acuto, quasi supremo appello di soccorso, e mezzo svenuta s'accasciò fra le braccia del suo nemico.
Egli, con un ghigno di trionfo, la trascinava verso l'alcova.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Alberto e Cesare facevano galoppare senza interruzione a forza di frustate il cavallo giù per la strada deserta, presi ambedue da un'ansietà angosciosa e da una pungente paura, che s'accresceva ad ogni momento. In tre quarti d'ora giunsero al punto in cui dall'alto d'un poggetto vedevasi la villa: li sgomentò maggiormente, nella facciata scura, la finestra della camera coniugale vivamente illuminata. Poi videro di quella finestra aprirsi le invetrate, e due ombre, che non potevano discernere bene, agitarsi in quel quadro: una di esse Alberto era sicuro che fosse sua moglie. Nuove frustate fecero ancora più precipitare la corsa del cavallo…
Erano a pochi passi, quando udirono suonare in quella quieta aria della notte il supremo grido disperato di Matilde.
Alberto si precipitò dal biroccino. Cesare ne seguì l'esempio, abbandonando a sè il cavallo; corsero ambedue alla casa. Con mano convulsa il marito di Matilde aprì l'uscio di cui aveva seco la chiave, e su per le scale, in due salti fu alla soglia della camera da letto. Entrando vide in un batter d'occhio lo suocero disteso sul sofà come morto, e un uomo che trascinava il corpo inerte di Matilde. Colla rapidità della folgore, disarmato com'era, ma col coraggio e le forze raddoppiate dal furore, egli si slanciò su quell'uomo, lo afferrò al collo, poco mancò lo strozzasse, e lo avrebbe strozzato, se le braccia di Emilio abbandonando Matilde, questa non fosse caduta a terra. Ma essa aveva riconosciuto il marito, e un grido di gioja le uscì in quella dalle labbra col nome del suo salvatore.
—Alberto!
Questi lasciò il collo di Emilio, il quale invano tentava con mani convulse liberarsi da quella stretta; poi, dato un potente pugno sul capo al creduto assassino, Alberto si affrettò a sollevare la moglie.
Emilio, già vacillante per la soffocazione, da quel colpo sulle tempie fu mandato a rotolare tre passi in là sul pavimento.
Matilde, tornata in sè, gettate le braccia al collo del marito, si sentiva a rinascere, piangeva, rideva, non sapeva esprimere i suoi sentimenti che ripetendo quel caro nome:
—Alberto! Alberto!
Emilio, sbalordito, stette un momento immobile per terra: poi cominciò a sollevarsi del tronco, puntando una mano sullo spazzo. Innanzi a lui i due sposi abbracciati teneramente si baciavano.
Una rabbia, un furore inesprimibile si dipinse sulla figura di quel tristo; la faccia lacerata dalle unghie della donna e gocciante sangue, le guancie d'un rosso cupo e gli occhî che mandavano lampi di malvagità feroce, la schiuma che gli imbiancava la bocca fremente, lo rendevano orribile a vedersi. Nè anco Cesare che s'avanzava in ajuto del cognato, lo riconobbe.
Emilio, sostenendosi sempre colla mano sinistra, colla destra levò di tasca la rivoltella, e la puntò verso il gruppo di Matilde e di Alberto; ma non ebbe tempo di far fuoco, chè Cesare, venutogli di dietro senza ch'egli se ne accorgesse, di colpo gli afferrò con tutte e due le mani il polso, e il projettile deviato dalla scossa andò a piantarsi nel soffitto. Stringendo forte il braccio del cugino, Cesare gli fece cader l'arma di mano, e ratto se ne impadronì. Allora Emilio si volse, invelenito, a quel nuovo avversario, e Cesare lo riconobbe.
—Emilio! esclamò. Tu!
Emilio s'alzò lentamente: sotto le righe di sangue che gli solcavano la faccia, sotto le chiazze di cupo rossore che stavano sulle sue guancie, la carnagione giallognola era diventata verde.
—Emilio! ripetè Alberto attonito, volgendosi verso di lui. Possibile!
Il tristo levò con risoluzione la testa, e rispose impudentemente:
—Sì, sono io… Tu mi hai rapito la mia felicità, e io ho voluto contaminare la tua.
—Ah! sciagurato! gridò Alberto minaccioso, facendo un passo verso di lui.
Matilde lo trattenne al suo amplesso.
—Lascialo nella sua infamia! gli disse. Dio, che t'ha condotto a tempo a salvarmi, lo punirà meglio di quanto potresti far tu.
—Bene, sì! disse ghignando. Ti aspetto al giudizio di Dio, Alberto Nori. Io ti ho fatto il più fiero oltraggio che possa un uomo: tu mi hai percosso… qui sulla fronte… Per questo non c'è perdono, non c'è oblio… Tu mi devi odiare, io ti odio… Ti odio fin da quando eravamo in collegio… Già d'allora Dio ha punito la tua tracotanza per la mia mano… che ti ha spaccata la fronte con una pietra.
—Ah! fosti tu!
—Il mio odio, covato nel più profondo dell'anima, s'è accresciuto… da far spavento a me stesso.
Alberto riuscì a liberarsi da Matilde, fu sopra al suo insultatore, e colla robustezza della sua mano, cacciatagli sulla spalla, lo fece curvare a terra.
—Miserabile! gli disse. Dovrei schiacciarti come una vipera introdottasi nel seno della mia famiglia… Dovrei…
Levò la mano poderosa sul capo del tristo chinato innanzi a lui.Matilde venne a fermargli il braccio.
—No, Alberto! Non macchiarti al contatto di quel vigliacco.
—Vigliacco!… esclamò Emilio. Sia pure… Anche degli insulti di tua moglie, Alberto, hai da rendere ragione… E me la renderai… Non in questa ignobile gara facchinesca, in cui sei facilmente maestro: ma lealmente, in pieno giorno, faccia a faccia, colle armi alla mano…
—Oh, no! gridò Matilde, che ricordò tosto l'infallibile perizia di tiratore, che rendeva sicura la vittoria ad Emilio; no, egli è indegno.
Ma Alberto la interruppe:
—Di ciò non è questo il luogo, nè il momento di parlare… Per ora colui non ha che da levarsi dagli occhî nostri. Cesare, tu bada ch'egli esca, e chiudigli l'uscio alle spalle.
Emilio fece il suo ghigno, così perfido, così insultante, che inAlberto si riaccese il furore da quasi levargli la ragione.
—Oh, digli che parta! urlò terribilmente, o ch'io non mi trattengo più, e lo schiaccio come un verme.
Emilio s'avviò lentamente; quando fu sulla soglia si volse:
—A domani! disse, e partì.
Quando Alberto ebbe udito i particolari del tentato delitto di Emilio, fu assalito da tanto sdegno, che si pentì di non averlo addirittura strozzato, quel mostro; protestò che ogni maggior vendetta sarebbe stata poca a tanta scelleraggine, e giurò che il domani l'avrebbe ammazzato come un cane.
Allora fu un altro strazio, un altro sgomento per Matilde. Alberto contro Emilio camminava ad una morte sicura: era la felicità, era la vita di tutta la famiglia che venivano tronche. Supplicò essa, scongiurò con lagrime, convulsa, impazzita, perdendo i sensi. Che un essere come Emilio era indegno di avere a fronte un uomo d'onore; che si doveva disprezzarlo, che ben altri doveri più sacri comandavano ad Alberto di astenersi da quel duello; ad Alberto marito e padre. Non pensasse pure a lei… Essa sarebbe morta di dolore senza fallo, nulla le avrebbe impedito di seguirlo nella fossa; ma pensasse ai figli, bambini tutti, che sarebbero rimasti al mondo senz'altro sostegno che uno zio troppo giovane e il nonno vecchio e malaticcio. E ancora, questi avrebbe egli resistito a una sì fiera catastrofe? alla perdita del genero e della figliuola?… Tutte queste ragioni torturavano il cuore d'Alberto; ma il suo giusto furore era troppo perchè egli potesse accogliere l'idea di lasciare impunita la iniquità di quel traditore.
—E poi, egli soggiunse, credendo con ciò convincere Matilde dell'assoluta necessità d'uno scontro. Tu l'hai udito! Se non vado io da lui, sarà egli che mi chiamerà sul terreno; e vorresti tu ch'io commettessi la viltà di rifiutarmivi?
—No, non è viltà! esclamò la donna. Sarà anzi forza di carattere…
—Egli è capace di provocarmi in modo da farmi spregevole in faccia alla gente…
—Quando la gente sappia…
—Oh no, per Dio!… La gente non ha da saper nulla. Tutto questo deve rimaner sepolto fra di noi. Lo voglio ad ogni modo… E di resistere alle sue provocazioni no, non me ne sento la virtù. Per quanto ti promettessi, sotto un suo insulto, giuro al cielo! il sangue mi bollirebbe nelle vene… e… e forse mi perderesti tu stessa la stima, se così non fosse.
Matilde si attaccò ad una lieve speranza che le parve si presentasse…
—Or bene, sia… Provocato ancora… capisco… ma se egli non facesse più un passo, se invece si allontanasse…
—È impossibile…
—Chi sa!… Io pregherò tanto il buon Dio… Se ciò fosse, promettimi che tu non cercherai altrimenti di lui… Oh, promettimelo, per l'amore che ti porto, pel nostro tanto amore… per l'amore de' tuoi figli…
Alberto, commosso, spaventato sopratutto dagli accessi di convulsioni e dagli svenimenti che seguivano gli scongiuri respinti della povera donna, finì per cedere e promettere.
Era giunta l'alba: il vecchio Danzàno, trasportato sul suo letto dal figliuolo e dal genero, continuava nel suo letargo; tutte quelle ore passate di spasimo avevano affaticato all'estremo Matilde; la promessa strappata finalmente al marito era riuscita da ultimo a quietarne alquanto l'animo.
Ella non sapeva come; la sua mente confusa e il cervello stanco non potevano per allora suggerirgliene un modo, ma in nube aveva l'intima speranza che essa avrebbe potuto ottenere l'intento: Emilio s'allontanasse, e tutto fra lui ed Alberto fosse finito. Ai primi raggi del giorno, ella s'addormentò.
Il marito la guardava con profondo intenerimento nell'anima e le lagrime negli occhî.
—Povera donna! egli pensava. Potesse almeno dormire finchè io le ritorni sano e salvo!… Ma ritornerò io?… più facilmente no!
Un grande scoraggiamento lo invase, una gran debolezza gli occupò il cuore. Solo con sè stesso, in presenza di quell'amata donna che dormiva, presso a' suoi figli, che dormivano ignari del pericolo che incombeva sulla famiglia, tutto il suo solito coraggio svanì; egli ebbe paura.
Poi tosto un nuovo e maggiore sdegno venne a risollevarne l'animo.
—Ma è possibile, è permesso che uno scellerato riesca a turbare la quiete, a minacciare l'esistenza d'un'onesta famiglia, e che la vita d'un marito, d'un padre, la sorte e l'avvenire di innocenti creature abbiano ad essere in balìa d'un mascalzone qualunque? Dove sarebbe la giustizia di Dio?
L'occhio suo si posò più intensamente affettuoso sul dolce viso della moglie addormentata. Ogni traccia d'inquietudine era passata da quei leggiadri lineamenti, e un lieve sorriso aleggiava sulle labbra semiaperte.
—Sarà meglio, disse Alberto a sè stesso, che io m'allontani mentre essa dorme. Al suo risveglio nuove lagrime, nuove preghiere a trattenermi, commuovermi, indebolirmi. Andiamo.
In quella, Cesare cautamente mise il capo dentro dell'uscio. Alberto gli fe' cenno di non inoltrarsi, e s'affrettò a raggiungere il cognato nell'altra stanza.
—Che cosa c'è? gli domandò.
E Cesare gli porse un bigliettino, che disse essergli stato rimesso allor allora dal servo del Lograve.
Alberto lo prese e lo lesse.
«A Cesare Danzàno,
«Le brighe, come quella che ora passa fra me e il signor Nori, mi piace finirle presto. Aspetto senza ritardo Cesare Danzàno colle istruzioni del signor Nori, così che tra un'ora tutto sia finito.»
—Ebbene? domandò Cesare, quando Alberto ebbe letto.
—Ebbene, rispose Alberto, vacci subito, e accetta tutte le condizioni che egli proporrà, quando, s'intende, non sieno più vantaggiose per lui. Io esco subito di casa, e t'aspetterò colla risposta presso al pilone di San Giacomo. Fa di stabilire là vicino, che è luogo isolato, dove a quest'ora non passa anima viva, il terreno dello scontro.
Cesare, di gran malavoglia e con molta agitazione nell'anima, si recò presso Emilio.
Alberto rientrò pian piano nella camera, andò a dare uno sguardo ancora ai figli addormentati, di cui lievemente, ma con crudele strazio del cuore, baciò la fronte, e diede poscia anche a Matilde un bacio leggiero leggiero, in cui però c'era tutta l'intensità del suo affetto; passò nel suo studiolo, dove s'armò d'una rivoltella a sei colpi, carica, e si avviò lentamente verso il pilone, dove aveva dato convegno a Cesare.
Emilio neppure non aveva passato sopra un letto di rose le ore che avevano tramezzato fra la sua uscita dalla villetta e l'invio del suo biglietto a Cesare. L'ira e la umiliazione della sua sconfitta, la vergogna delle ricevute percosse ne avevano ancora accresciuto l'odio e la smania della vendetta. Non aveva chiuso occhio, non aveva neppure provato a gettarsi sul letto, nemmeno seduto non aveva potuto stare; un'agitazione febbrile gli concitava muscoli e nervi, cuore e cervello. Aveva passeggiato su e giù, bestemmiando, imprecando, minacciando, si era compiaciuto di passare in rivista una per una tutte le sue rivoltelle, delle migliori fabbriche inglesi, eccellenti, infallibili tutte nella sua mano esercitata. Quante volte aveva spianato or l'una or l'altra a mira, imaginandosi d'aver a giusta distanza l'odiatissimo avversario, ed aveva fatto un sogghigno di trionfo nella certezza di gettarlo a terra col cranio fracassato!
Il tempo gli tornava lungo e pesante, maledisse gli indici dell'orologio che camminavano così lentamente; mandò un'esclamazione di gioja, quando vide alla fine una striscia bianca all'orizzonte annunziare la venuta del giorno. Scrisse sopra un foglio di carta una dichiarazione (e vedremo presto quale), poi il biglietto che mandò subito a Cesare, e stette aspettando impaziente.
La faccia di Emilio, di color verzigno, corsa dalle righe sanguigne delle graffiature, era così contratta, che a Cesare fece quasi ribrezzo e poco meno che paura.
—Che cosa avete da dirmi? domandò asciuttamente Emilio ritto presso la tavola su cui erano il foglio scritto poc'anzi e le armi.
—Che Alberto accetta qualunque condizione, rispose Cesare, per quanto grave essa sia, purchè non a svantaggio d'uno degli avversarî.
—Va bene. Ci batteremo subito.
—È appunto l'intenzione di mio cognato. E anzi questi è già andato ad aspettare presso il pilone di San Giacomo.
—Benissimo: il luogo è adattissimo e ci batteremo colà. Sentite! Perchè le armi sieno uguali, voi sceglierete fra tutte queste, che sono compagne, quella che vi parrà la migliore, e la porterete a… al vostro primo. Armato ciascuno di una di queste rivoltelle a sei colpi, ci metteremo, lui al pilone, io al ponte del torrente. Di là, a un segnale che darete voi, ci cammineremo incontro colla facoltà di sparare i nostri sei colpi quando e come ci piacerà, e di avanzarci tanto che, se nessuno cade, arriviamo a metterci la canna al petto e sparare a bruciapelo. Se uno dei due, soggiunse col suo selvaggio sogghigno, potrà tornare a casa co' suoi piedi sarà stato ben fortunato… Vi va?
Cesare, perplesso, confuso, con un grande turbamento nell'animo e nel cervello, stette lì, senza sapere che rispondere. Egli non era abbastanza esperto, e non aveva bastante freddezza di mente per vedere come un gran vantaggio vi fosse per Emilio in quei patti. La distanza in cui si dovevano porre i duellanti era fuori del tiro delle rivoltelle, camminando l'uno verso l'altro gli avversarî sarebbero entrati poi nel campo del tiro; ora Emilio, dall'occhio praticissimo a misurare le distanze, appena Alberto sarebbesi trovato al punto da poter essere colpito, mercè la sua sicurezza di mira, l'avrebbe fulminato; mentre Alberto, se avesse pure voluto sparar prima, non avrebbe fatto che sciupare il suo colpo.
—E voi? riprese Emilio, dopo avere aspettato un minuto. Avete pur detto che… colui avrebbe accettato ogni condizione!
—Sì, è vero, balbettò Cesare, ma…
E l'altro, senza lasciarlo continuare:
—Non avremo altro testimonio che voi. Credo che piaccia anche al vostro rappresentato che non ci ficchino il naso persone estranee. E siccome, se mai uno di noi n'esce salvo, può avere delle noje dalla giustizia, io ho pensato di redigere questa dichiarazione, cui ciascuno di noi si metterà in tasca, e che salverà da ogni fastidio il superstite. Sentite!
E lesse:
«Per motivi miei particolari, che saranno sempre un segreto per tutti, e che prego tutti di non volere investigare, io mi trovo spinto a uscire di questa vita. Dichiaro che nessuno deve incolparsi della mia morte, e prego di perdonarmi coloro a cui questa sarà un dolore.»
—Il signor Nori scriverà questa dichiarazione tale e quale, ci metterà la data colla sua firma, come ho fatto io, e la terrà in tasca al pari di me. Il cadavere di colui che cadrà sarà lasciato lì sul posto, e quando sarà raccolto presso la giustizia questo scritto farà il suo effetto.
Cesare stette un po' a pensarci, penosamente imbarazzato.
—E se ci rimanete tutt'e due?… disse poi.
—Eh, allora, rispose Emilio col suo solito sogghigno, tu che sarai il solo superstite cercherai il modo d'aggiustarla, e il fisco non potrà d'altronde molestare nessuno dei due.
Cesare scosse tristamente il capo.
—A una cosa simile non si è affatto pensato, e io non so se Alberto sia disposto ad acconsentire. Bisogna assolutamente ch'io gliene parli.
Emilio crollò impazientemente le spalle.
—O mio Dio! che scrupoli fuor di luogo. Il signor Nori dev'essere contento ancor egli di cosa che lo mette al sicuro da una responsabilità piuttosto grave… Ma sia come volete… Per non perder troppo tempo, facciamo così: portate la dichiarazione al signor Nori; s'egli non affaccia nessuna difficoltà, la ricopia, la firma, e se la ritiene. Se rifiuta, voi verrete subito a dirmelo, e io allora lo inviterò a passare la frontiera ed andarci ad ammazzare in Isvizzera. Sono le sei: aspetterò fino alle sei e mezza: se non siete venuto, vuol dire che mi aspettate senz'altro al luogo del convegno, e io mi vi recherò sollecitamente.
—Va bene, rispose, accennando ad avviarsi Cesare, il quale non vedeva l'ora di esserne fuori.
—E non prendete copia della dichiarazione?
—Ah! è vero.
Cesare sedette al tavolino per iscrivere; ma la mano gli tremava talmente che le parole gli riuscivano sgorbi poco intelligibili.
—Aspettate che ve la scrivo io più in fretta, disse Emilio, ghignando a suo modo.
E in due minuti, con mano ferma egli ebbe scritto quelle righe, che consegnò a Cesare.
—E intanto, soggiunse, potete prendere l'arma pel vostro mandante.
Il cognato d'Alberto ne esaminò due o tre, tanto per avere l'aria di fare una scelta; poi ne prese una che si mise in tasca.
—Ricordatevi! gli gridò Emilio, mentre Cesare stava per varcare la soglia. Se non siete tornato prima, io alle sei e mezza sarò al ponte; il signor Nori dovrà trovarsi al pilone. Scorretto chi ritarda; vile chi manca! A rivederci.
E volgendo le spalle a Cesare che partiva, egli rientrò nel salotto.
Cesare s'affrettò a raggiungere il cognato che già stava aspettando al pilone. A tutta prima Alberto non trovò obiezioni da fare alle proposte dell'avversario, e parve anche a lui che quello della dichiarazione fosse un prudentissimo partito per tenere nascosto alla gente il dramma domestico, per togliere dalle peste il superstite dei duellanti. Ma dove andare a scriverla quella dichiarazione? A casa no, perchè sarebbe andato incontro a quella scena di separazione straziante da Matilde, ch'egli voleva assolutamente evitare. La casa più vicina, di cui si potesse prevalere, era quella del parroco: Alberto decise di correre colà a preparare il documento.
—Tu rimani qui, disse al cognato. Spero fare in tempo da tornarmene prima che quell'altro arrivi; ma se mai dovessi tardare, tu sarai qui a spiegargli la mia assenza e assicurarlo che non avrà molto da attendere.
Così fu fatto. Cesare rimase di sentinella al pilone, e Alberto s'avviò di buon passo verso la casa del parroco. Giunto colà, dovette aspettare un poco prima che la serva, allor allora alzatasi, venisse ad aprirgli; poi, quando fu venuta, fatte le cento meraviglie per quella visita così mattutina, la buona donna disse che il suo padrone era ancora a letto, anzi ella credeva dormisse, ma che il signor Nori avesse la bontà d'aspettare, ed ella sarebbe andata tosto ad avvertire il padrone, svegliandolo, se occorreva. Alberto non ebbe poco a dire per farle comprendere che era inutile svegliare il sor prevosto, al quale egli non aveva nulla da comunicare, che desiderava solamente avere un pezzo di carta, penna e calamajo per iscrivere quattro righe per una certa sua bisogna di premura, la qual cosa egli avrebbe potuto fare senza disturbare nessun altro, quando essa, la serva, lo introducesse un momento nello studiolo del padrone.
Era quindi passato più d'un quarto d'ora, quando Alberto potè sedere alla scrivanìa parrocchiale e cominciare a scrivere: ma rileggendo così più attentamente, come richiede l'azione del ricopiare, quella dichiarazione, Alberto non la trovò più così accettabile, anzi gli parve che e la scritta in sè stessa, e i termini in cui era redatta, non convenissero affatto.
—Tutti sanno la felicità di cui godo, pensò, tutti conoscono l'amore, la pace che regnano nella mia famiglia, le fortunate condizioni che ci permettono un'agiata esistenza. Quali ragioni particolari potrei avere da odiare la vita che tanto mi sorride? O non sarò creduto, o si giudicherà, che questa mia felicità è un inganno e che io la smaschero colla più orribile smentita. Getterò ancora una nota di biasimo alla mia adorata Matilde, agli adorati figli miei. Insieme al crudele dolore che cagionerò loro, lascerò ad essi per ultimo addio un rimprovero che procurerà a quei cuori amorosi un immeritato rimorso. E ciò per salvare dagli impicci quel miserabile? Oh, no, mai, mai!
S'alzò risoluto, stracciò in minutissimi pezzi e il foglio che gli aveva rimesso Cesare e quello che egli aveva già scritto, e fece per partire: ma ecco sulla soglia dello studiolo medesimo fermarlo, sopraggiungendo, il parroco.
Alla serva era parso un troppo gran fallo lo avere introdotto in casa un signore di quella sorte e non avvisarne il padrone, cui ella sapeva aver tanta deferenza per quel signore: e il parroco s'era affrettato a vestirsi per correr giù a complimentare il mattiniero suo parrocchiano e offrirgli i suoi servigî. Alberto dovette impiegare dieci buoni minuti per dire al buon prete quel ch'era venuto a fare e che aveva già fatto e per cui lo ringraziava, e se ne partiva senz'altro, avendo un affare di premura da sbrigare. Ma sì! Alla virtù capitale del parroco pareva una colpa il lasciare partire il signor Nori così a bocca asciutta: ed ecco offrirgli caffè e rosolî e ogni fatta di bibite, e ripetere e trattenerlo con quell'insistenza che dai campagnuoli è creduto debito di cortesia, così che quando Alberto potè liberarsene e lasciare la canonica, guardato l'orologio, vide che le sei e mezza erano passate da cinque minuti.
Corse al luogo del convegno e respirò vedendovi Cesare solo. Emilio non s'era ancora veduto.
—Or bene, va tosto da lui, disse Alberto affrettatamente al cognato, e digli che della sua dichiarazione io non ne voglio assolutamente sapere. Preferisco andare a battermi in Isvizzera. E riportagli la sua rivoltella, che non me ne voglio servire. Ne ho una anch'io di sei colpi, e preferisco d'usare la mia. Va, e fa presto; ti aspetto sempre qui.
Cesare partì di buon passo e Alberto si diede a passeggiare su e giù dal pilone al ponte, trovando eterni i minuti che passavano. E ce ne passarono in verità molti più di quello che Alberto si aspettasse, tanto che l'orologio, dicendogli trascorsa omai mezz'ora, smarrita la pazienza, egli stava per abbandonare il posto e andare a vedere che cosa fosse successo, quando vide Cesare che tornava correndo: ma egli era solo.
—E così? gli gridò Alberto appena Cesare fu a un punto dove gli arrivava la voce. Che cosa risponde?
Ma Cesare, affannato, con segni vibrati che supplivano alle parole, cui per lo strafiato non poteva profferire, gli fece intendere che qualche cosa di nuovo era capitato, e qualche cosa di grosso, per cui egli era tutto sossopra.
—Che cosa c'è? Che cos'è stato? domandò Alberto ansiosamente.
—Ah! vieni, vieni subito, gli disse Cesare. Matilde ha preso male.
—Matilde! esclamò Alberto turbatissimo.
—Sì. Ha delle convulsioni… del delirio… dice parole che non si capiscono… ti chiama…
Alberto si mosse tosto con impeto: ma poi si fermò.
—E quell'altro?
—Ah! non l'ho visto.
—E se viene?
—Non credo che verrà.
—Perchè?
Vieni, vieni ti racconterò.
E andando tutt'e due di buon passo verso casa, Cesare raccontò come, arrivato alla vista della villetta e del palazzotto, aveva visto Matilde che vacillante stava per entrare in casa, quando, assalita da subito malore, cadeva sulla soglia… Egli era corso a sollevarla, e, ajutato dalla cuoca, che a forza di chiamare aveva fatto accorrere, l'aveva trasportata sul letto svenuta. Là, pei soccorsi prestatile, dopo un poco Matilde era tornata alla vita, ma non in cognizione, perchè vaneggiava con isconnesse, incomprensibili parole, chiamando tratto tratto con istraziante voce di preghiera il marito. Cesare aveva pensato necessario il venire ad avvertire Alberto senza indugio. Quanto a Emilio, aggiungeva, dovergli essere sopravvenuto qualche cosa perchè uscendo di casa egli aveva udito il domestico mandare esclamazioni di meraviglia e di spavento e domandare ajuto, ma Cesare affermava di aver troppa premura di venire dal cognato per fermarsi a chiedere che cosa fosse avvenuto.
I due cognati arrivarono correndo alla villetta e furono di balzo nella camera di Matilde.
Alla voce del marito che la chiamava, la giacente si riscosse, aprì gli occhî, la luce dell'intelligenza tornò a brillare in essi; ed esclamando con immenso affetto:—Ah! mio Alberto, mio Alberto! essa gli gettò le braccia al collo e ruppe in un pianto dirotto da cui ebbe subito grandissimo sollievo.
Emilio, quando Cesare si fu partito da lui, ordinò al servo di andare al villaggio a far allestire il carrozzino, perchè fra un'ora al più, egli sarebbe partito, poi, rimasto solo in casa, egli finì di preparare una sua valigetta, si pose in tasca tutti i denari e i valori, e visto che mancavano appena dieci minuti alle sei e mezza, prese sulla tavola del salotto la rivoltella che già aveva sceverata dalle altre, e si mosse per uscire. Ma sulla porta s'incontrò in una donna che entrava impetuosa. Era Matilde.
Svegliatasi poco dopo la partenza d'Alberto, la misera donna stette dapprima in un momento di fortunato oblìo di quanto era avvenuto; poi la mente ancora confusa travide la funesta verità, ma annebbiata ancora, ed essa si domandò se era un angoscioso sogno che avesse fatto, oppure una crudele realtà. Aimè! il dubbio non durò a lungo. Il sentimento della brutta realtà invase ad un tratto, quasi con violenza, l'animo della poveretta; essa sorse a sedere sul letto: gettandosi le mani alla fronte e chiamando con voce tremula per angoscia e paura: Alberto! Alberto! Nessuno rispose. Matilde volle scendere dal letto; ma si sentì così fiaccata, che si persuase non avrebbe potuto reggersi in piedi. Afferrò il cordone del campanello e suonò. Le altre mattine Lisa era sollecita ad accorrere, quel giorno nessuno venne. Matilde tornò a suonare parecchie volte con crescente forza finchè riuscì a scuotere la cuoca nella lontana cucina e la fece accorrere al letto della padrona.
Questa apprese così che la Lisa e Battista non si trovavano da nessuna parte, che all'alba era venuto il servo del signor Lograve con un biglietto pel signor Cesare e che poco dopo i cognati erano usciti insieme. Dov'erano andati?—Ah! la cuoca non lo sapeva, perchè dalla sua cucina non aveva potuto vedere da qual parte si fossero diretti. Matilde mandò un gemito. Era certo che la provocazione era venuta con quel biglietto di Emilio, e che il duello doveva aver luogo, forse succedeva in quel momento, forse già era avvenuto!
Questa idea, questa terribile paura le ridiede un poco di forza. Si buttò giù dal letto, si fece ajutare dalla cuoca a vestirsi, che da sola non avrebbe potuto. E intanto la sua testa faticosamente, penosamente lavorava.
Maledizione a quel sonno che l'aveva tenuta inerte, mentre avrebbe potuto agire. Agire? Ma come? Che cosa avrebbe essa potuto fare per impedire il passo fatto da Emilio? Le pareva che parlando con Alberto un'idea per ciò le si fosse affacciata: ora quest'idea di cui sentiva pure come una traccia nel cervello, si rifiutava di lasciarsi rievocare, appariva appena, vaga, inafferrabile e svaniva in un bujo che faceva smarrirsi quel povero spirito doloroso. Ma e ora che cosa era da farsi? forse si battevano… Dove?… Oh saperlo!… Bisognava scoprirlo, indovinarlo… Ella si sarebbe gettata là in mezzo a loro, avrebbe fatto riparo di sè al padre de' suoi figli. No, non l'avrebbe lasciato ammazzare. Ma dove andare? e sola, svigorita come si sentiva? Se suo padre potesse ajutarla!… Ma sarebbe stato necessario apprendere tutta la brutta verità a quel povero vecchio malaticcio, che ne avrebbe chi sa quanto sofferto! Matilde ricordò a tal punto il soporifero dato al convalescente da Emilio, e sentì rimorso di non averci pensato prima. Si trascinò nella camera di suo padre. Questi svegliavasi appunto allora; disse aver dormito sodo, ma di un sonno pesante che parevagli averlo stancato più che sollevato, e che gli aveva lasciato il capo confuso, il cervello come vuoto, la bocca allappata, lo stomaco oppresso.
Matilde si convinse viepiù che da quel poveretto non poteva sperare ajuto nessuno, e che era obbligo di carità il tacergli affatto ogni cosa. Si tolse, con grande pena di lui, dal letto del padre e passò nella camera dei figli che dormivano ancora tutti tranquillamente: la loro vista le fece sentire più forte, più imminente la necessità in lei di agire. Per la finestra aperta vide nel salotto a pian terreno del palazzotto Emilio presso alla tavola su cui stavano parecchie rivoltelle. Ah, fortuna! Egli era ancora in casa; s'era ancora in tempo. Matilde si gettò sulle spalle il primo mantelletto che le capitò sotto mano, e corse al palazzotto.
—Tu qui, Matilde! esclamò Emilio, arretrandosi d'un passo per lo stupore.
Matilde non rispose; entrò, prese a un braccio Emilio e con forza superiore alla sua solita, che la disperazione dava alle sue membra un poco prima sfinite, lo trasse nel salotto, dove stette innanzi a lui, ansimante, premendosi colla mano il cuore che le batteva da rompersi.
—Che cosa vuoi? le chiese ruvidamente Emilio, che sentiva ancora al cospetto di lei la vergogna dei trattamenti subiti dal marito di essa.
—Tu vai ad assassinare Alberto, diss'ella con voce soffocata.
Un infernale sogghigno di trionfo si disegnò sulle labbra di Emilio.
—Vado a vendicarmi!
Il petto oppresso da una inesprimibile angoscia, la gola serrata da non poter parlare, Matilde strinse forte il braccio di lui, e, scuotendo il capo, fiammeggiando dagli occhî, non potè pronunziare che un monosillabo:
—No! no!
Emilio liberò violentemente il suo braccio.
—Ah no? proruppe coll'impeto de' suoi pessimi istinti, della sua furente passione, del suo malvagio talento. Ah no?… E chi me lo impedirà?… Tu forse?… Puoi tutto su di me, fuor che questo: tu la cagione dei miei più forti dolori, della infelicità della mia vita… Ti ricordi quando sono venuto a pregarti, a metterti ai piedi l'anima mia, e tu mi hai crudelmente con tanto disprezzo respinto?… Tu potevi far di me non solo un uomo felice, ma buono, migliore di tanti a cui il difetto di malvagità non è che un difetto di passione e d'intelligenza; hai voluto invece rendermi disgraziato, invidioso, odiatore di tutto e di tutti… e della vita, e fin di me stesso… Pensa qual odio si è accumulato in me contro chi si godeva quel bene ch'io non potei conseguire! Te lo dissi allora: guai se ad alcuno dài quell'amore che a me neghi così oltraggiosamente: tu mi rispondesti che non mi temevi, che l'uomo da te amato bene avrebbe saputo difendersi dall'odio mio… Ebbene, vediamolo!… Si difenda! Vita contro vita; egli, sorretto dal tuo amore, io dal mio odio; a lui, se vincitore, in premio il tuo amplesso; a me le tue lagrime.
Mentre egli parlava, in Matilde s'era venuta un poco quietando l'agitazione del sangue e dell'animo; essa potè a sua volta trovar le parole, e cominciò a dire con voce debole, ma vibrante di profonda emozione:
—Se il tuo odio volesse appagarsi solamente delle mie lagrime e del sangue dell'uomo che tu odii, il che vuol dire anche del mio, perchè a quell'uomo io non sopravviverei…
Emilio fece un atto fra d'ira, di minaccia e di crudeltà.
—No, non gli sopravviverei, ripetè essa con più forza. Se tu ti soddisfacessi della morte di lui, e mia, sarebbe un'opera iniqua, scellerata, ma che si può comprendere. Il tuo odio invece vuole colpire, più ancora di quelli che odii, degli innocenti che nulla ti hanno fatto, e tale che anzi può vantare titoli alla tua riconoscenza…
—Chi? domandò aspramente Emilio.
—Chi?… E i miei figli?… E mio padre?
—I tuoi figli?… Sono sangue suo; li odio al pari di lui.
—E mio padre?… Egli ti fu amorevole padrino, ti difese nell'infanzia…
Emilio la interruppe.
—Ha fatto troppo poco, perchè io ora sacrifichi per lui quell'unica cosa che mi rimane cara al mondo, la mia vendetta, perchè io vada a farmi uccidere…
—Uccidere?… Ah no!
—E che cos'altro sei tu venuta a domandarmi, se non questo? Che io vada ad espormi alle palle di colui senza cercare da parte mia d'offenderlo; in breve, che mi lasci ammazzare come un stupido… chè non sarei altro.
—Ti domando invece di non andarci, disse in fretta Matilde.
—Come? interrogò Emilio, quasi non avesse capito.
—Sì, rispose ella, ti domando di non andare a questo orribile duello.
—Ma sei matta!… Mi domandi ancora peggio di quel che credevo… Che tu, sapendomi sicuro del mio colpo, fossi venuta a pregarmi di restituirtelo azzoppato, ma vivo, colui, è una temerità a cui non posso far buon viso, ma che posso tollerare: ma venirmi a dire che, per salvare lui, io mi macchii d'una viltà…
—Nessuno ti potrebbe accusare.
—E io?… E lui?… Oh donne, donne, che credete tutto il mondo debba cedere ai vostri desiderî!… Ma tu hai dunque obliato quanto è successo, quanto hai visto tu stessa cogli occhî tuoi?… Io sono stato assalito brutalmente, con prepotenza percosso nel modo più oltraggioso, tanto che nessuno, fosse pure un santo, lo potrebbe perdonare; ne richiedo, com'è mio diritto, la riparazione, e quando questa mi si dovrebbe dare, io mancherei, fuggirei?… Oh per Dio!… tu hai l'audacia di domandarmi addirittura l'impossibile.
—Emilio! Emilio! esclamò Matilde stringendo le mani quasi in atto di preghiera, e mettendo nella sua voce una intonazione più calda. Nessuno, ti ripeto, potrebbe accusarti… Io ti difenderei… Ogni anima bennata… che dico?… Tutti, tutti riconoscerebbero in questo un atto di generosità, un atto di cui la tua anima deve pure essere capace… Pensa che avresti una riconoscenza eterna in me, ne' miei figli, che ti benediranno e pregheranno per te tutta la vita… Oh, ci deve pur essere nel tuo cuore una fibra che si commova al pensiero di essere benedetto come il salvatore d'una famiglia!… Pensa al tempo in cui ti sarà sopraggiunta la vecchiaja, in cui s'accosterà il giorno della morte. Non sai tu che il pensiero del male che avrai commesso ti affannerà le ultime tue ore? che vedrai i fantasmi delle tue vittime apparirti ad imprecare e maledire? Invece il ricordo della generosa azione ch'io ti domando, ti sarà di conforto e di speranza!…
Parve a questo punto a Matilde di vedere dileguato dal volto del cugino quel sogghigno scettico e ironico con cui egli aveva ascoltato fin allora le parole di lei e un'ombra di commozione manifestarglisi negli sguardi. Era invece che la emozione della giovane donna dava alla bellezza di lei nuove attrattive, nuovo splendore, e, a dispetto di tutto, ridestavasi in lui la fiamma della concupiscenza.
Essa, illusa, gli si fece più presso, gli prese le mani; pensando ai figli, la madre superò ogni ripugnanza, ogni rancore, ogni disprezzo per quell'uomo, e con voce piena di supplicazione, quasi d'affetto, continuò:
—O Emilio!… Per tutto quello che c'è di più sacro sulla terra, per l'anima tua, se tu possa esser lieto e felice, non rigettare una povera madre che t'implora… Io sono stata sdegnosa e superba teco… Vuoi che mi umilii a te dinanzi? Eccomi a' tuoi piedi! Abbi pietà di me, abbi pietà di mio padre, abbi pietà de' figli miei!
E si gettò ginocchioni, tenendolo sempre per le mani, sollevando verso di lui quel suo bel viso acceso di commozione, di desiderio, di speranza, que' suoi occhî splendidi, pieni di tanta luce, di tanto amore. Era, in quell'atto, così potentemente bella, che tutto il fuoco della passione in Emilio divampò, divenne irresistibile. Egli si chinò verso di lei, gli occhî fiammeggianti di libidine, le labbra tumide e frementi; l'afferrò alla vita per sollevarla a sè, e balbettò con voce rotta dalla intensità della passione:
—Ebbene, sì… se vuoi!… Egli mi aspetti là… invano… e tu compensami col tuo amplesso.
Per Matilde fu come se vedesse a un tratto drizzarlesi innanzi il capo d'una vipera. Balzò in piedi, si sciolse bruscamente dalle braccia di lui, e respingendolo da sè con tutta la sua forza, esclamò:
—Miserabile!… miserabile!… Mi fai ribrezzo ed orrore!…
Successe un momento di silenzio. Emilio si morse le labbra fino al sangue; poi parlò con una forzata calma, forse più iniqua della collera.
—Sta bene!… Tu hai detta l'ultima parola del nostro colloquio…Non puoi più aggiunger nulla, nè io voglio più ascoltar nulla.
E siccome ella trovavasi innanzi alla porta, egli fece un cenno imperioso perchè si levasse di lì.
—È tardi… ho già troppo indugiato… Sgombrami il passo.
Essa invece, risoluta, fiera, si portò all'uscio e disse, con tono di violenza:
—No, no, non uscirai di qui… No, no, non ti lascierò ammazzare il mio Alberto.
—Lasciami andare! gridò egli coi denti stretti e il furore dell'anima negli occhî.
—No!
Emilio afferrò la donna per un braccio, con tutta la sua forza la trasse via dall'uscio e per una spinta brutale la mandò barcollante nell'interno della stanza, poi s'affrettò ad aprire l'uscio.
Matilde sarebbe caduta in terra se non avesse incontrato la tavola, a cui si sostenne; la sua destra si posò sopra una delle rivoltelle che là si trovavano; le sue dita, quasi involontariamente, ii serrarono intorno al calcio dell'arma.
—Fermati! ella gridò ad Emilio, fermati, in nome di Dio!
Egli si volse a lei col suo maledetto ghigno, e le rispose ferocemente:
—No… e puoi contare che il tuo Alberto è morto.
Fece per partire. Matilde sollevò la rivoltella che aveva istintivamente impugnata. Che cosa successe in lei, quale coscienza ella avesse degli atti suoi, in quel momento, non seppe pure spiegar mai a sè stessa; sparò…
Emilio, che già aveva un piede al di là della soglia, gettò un gran grido; si volse ratto.
—Mirato giusto, per Dio! esclamò, e agitate le braccia, cadde lungo e disteso sul pavimento.
Madide rimase un momento immobile, sbalordita, coll'arma in mano; poi, capito quel che era successo, mandò una esclamazione d'orrore, gettò via l'arma e s'accostò al caduto.
—Emilio! Emilio!
Egli giaceva supino, e nelle pupille che vagavano incerte, veniva spegnendosi la vita.
—Sei ferito?… Cos'hai?… ella domandò, chinandosi su di lui.
Egli non diè segno d'aver inteso; le sue pupille s'offuscavano sempre più. Siccome in lui non appariva nessuna traccia di ferita, Matilde, benchè col cuore serrato dallo sgomento, non poteva persuadersi che sì funeste conseguenze avesse quel suo atto quasi inconscio; ma ad un tratto vide di sotto il capo del caduto spuntare e scorrere un rivolino rosso che si venne allargando e fece in breve sullo spazzo una pozza di sangue.
La palla aveva colpito Emilio dietro l'orecchio destro: la mano inesperta di quella donna disperata aveva realmente schiacciata la testa della vipera.