CAPITOLO SETTIMO.

Le conseguenze di un'infamia.

Chiuso nel suo studio, seduto dinanzi ad uno scrittoio, Gabriele Terzi rileggeva per la quarta volta una lettera di Adriana, chiedendosi se sognava o diveniva pazzo. La lettera diceva:

«Signore,—Quando riceverete questa mia, sarò già lungi da Milano con mio marito. I vostri calcoli con me, non sono riusciti e se ancora vi resta un po' di coscienza, invece di mettervi alla caccia di qualche altra ricca ereditiera, sposate la vostra guantaia di Porta Vittoria, la bella Maria, che per un giovane astuto come voi, potrà recarvi molto profitto—Adriana.»

—Ah! questo è troppo—proruppe Gabriele livido, febbrile, esaltato,—Ella si prende giuoco di me. Maritata?… No, non è possibile. E chi è la guantaia di cui mi parla…? Io non ci vedo più, mi sembra che il cervello mi si turbi… è un orribile incubo questo…

Si rovesciò sulla seggiola come annientato, torcendo fra le dita convulse il foglio, mentre la bocca gli si raggrinzava agli angoli e gli occhi si empivano di lacrime.

Soffriva spaventosamente ed era da quasi un mese che aveva il cuore straziato.

Perchè la contessina senza una parola, una spiegazione, non si era più fatta vedere da lui, non aveva mai risposto alle sue lettere traboccanti di amore, di dolore disperato. Che era successo? Che mai le aveva fatto? La sua coscienza nulla gli rimproverava: egli non viveva che per Adriana; l'amava con culto, santamente, fino alla febbre, alla follia.

E dopo un mese di torture inaudite, non trovando forse di averlo reso abbastanza infelice, la giovine si prendeva giuoco del suo dolore, con quella lettera enigmatica, insultante.

Ricacciò con forza le lacrime e risoluto si alzò. Non credeva alle parole di lei: era un tranello. Voleva vederla per l'ultima volta, parlarle, esigere una spiegazione. Se ella ricusava, sarebbe diventato cattivo, crudele.

Uscì di casa sconvolto, agitato ed aveva dipinto sul volto tanto strazio, che alcune persone si fermarono a guardarlo.

—Colui medita un suicidio,—pensavano.

Giunto dinanzi al palazzo di Adriana, si sentì piegare le gambe e dovette appoggiarsi al muro per non cadere. Aveva scorto l'ampio portone chiuso, le finestre ermeticamente serrate. Il palazzo deserto, triste, cupo, aveva l'aspetto lugubre di una tomba.

Dio… Dio… era possibile che la giovine avesse detto la verità? Che era avvenuto? Quale orribile trama avevano ordito contro di lui? Era possibile che Adriana avesse così dimenticate le sue promesse, i suoi giuramenti, se non fosse stata spinta da qualche grave motivo? Ma in qual modo conoscerlo? A chi rivolgersi?

Un sudore d'angoscia gli scorreva sul volto.

Si ricondusse a stento a casa, si gettò sul letto, ed ivi rimase per lunghe ore immobile, come se fosse morto, cogli occhi spalancati, vitrei, lucidi, la faccia color cera, le labbra convulse, semiaperte.

Pensieri terribili si urtavano nel suo cervello: la sua mente non poteva distaccarsi da Adriana e si chiedeva chi fosse l'uomo che gliel'aveva rapita. Il nome del marchese Diego gli corse sulla bocca e lo ripetè più volte con una specie di delirio. Sì… doveva essere lui, il preferito del conte Patta. Ma Adriana non aveva sempre detto che l'odiava? Come poteva darsi a colui senza vergogna, senza rimorso?

Gabriele si strinse le tempia con ambe le mani: sembrava gli scoppiassero, aveva un vulcano nella testa… Non poteva persuadersi del tradimento di Adriana. Che mai aveva da rimproverargli? Come poteva averlo scacciato ad un tratto dal suo cuore? No… egli non meritava quell'abbandono, nè poteva accettarlo così facilmente.

Alla sera, alquanto più calmo, decise di recarsi in traccia della guantaia, della quale si parlava nella lettera della contessina.

—Ella potrà spiegarmi questo mistero che non comprendo,—mormorò.

Si vestì in fretta, rinfrescossi il viso e senza neppure gettare uno sguardo allo specchio, uscì di casa e si diresse tosto a Porta Vittoria. Non tardò a ritrovare il negozio di Maria. La giovine era seduta dietro il banco, vicino ad Annetta. Il pallore dal suo viso nulla toglieva allo splendore della sua bellezza affascinante, tanto che Gabriele ne fu colpito al primo vederla e rimase tocco dalla grazia con cui l'accolse, quando entrò in negozio, credendolo un avventore.

Si era alzata, mostrando la persona ben formata, provocante e con un dolce sorriso:

—Che cosa desidera il signore?—-chiese.

—Vorrei parlare un momento con voi. Maria fece un atto di stupore, mentre Annetta si alzava a sua volta, esclamando con tono brusco:

—Che vuole da mia figlia?…

—Ah! è vostra figlia—-disse Gabriele—tanto meglio: quello che ho da chiedere a lei, non vi deve essere ignoto.

Il pallore di Maria aumentò: presentiva un pericolo che si avvicinava.

—Io non vi comprendo, signore—balbettò—non vi conosco…

La prima impressione provata da Gabriele era scomparsa: nei suoi occhi brillava un lampo di collera.

—Ahi non mi conoscete?—proruppe.—Perchè adunque lasciate credere che io sia vostro amante?

—Io! Io!—gridò con indignazione Maria, mentre Annetta metteva i pugni chiusi sotto il naso del giovane, esclamando inviperita:

—Signore, con chi crede di parlare? Sappia che nessuno ci ha mai tolto il rispetto e se lei non gira di largo, le darò tal lezione da ricordarsi per un pezzo di me.

Gabriele rimase fermo, impassibile.

—Non mi muoverò di qui—disse—senza aver avuto una spiegazione con vostra figlia.

Il suono della sua voce, il suo contegno energico imposero alla popolana: ella amava la franchezza, il coraggio.

—Ebbene, attenda un momento che chiudo il negozio—replicò più calma—non mi piace far sapere i fatti miei a nessuno…

Maria fissava il giovane con sguardi supplichevoli, accrescendo i sospetti di lui… Invece ella lo temeva senza sapere il perchè; una disgrazia la minacciava, ne era certa.

Pochi minuti dopo, Gabriele e le due donne si trovavano nella retrobottega, illuminata da una lucerna a petrolio. Annetta aveva offerto al giovane da sedere, ma egli rimase in piedi, appoggiato alla tavola, fissando gli sguardi ardenti su Maria, che non potè sostenerli, si sentì venir meno…

—Sapete chi sono?—chiese egli lentamente…

—No, lo ripeto, non vi conosco,—rispose tremante Maria.

—Mi chiamo Gabriele Terzi.

Un grido sfuggi dalle labbra della guantaia.

—Gabriele Terzi… voi!—-proruppe con accento vibrata, convulso—Signore, volete prendervi giuoco di me.

Annetta guardava impensierita i due giovani, senza nulla comprendere.

—Non ho affatto la volontà di scherzare, credetelo; vi ho detto il mio nome, che voi dovete conoscere.

—Ebbene, sì, conosco questo nome e la persona che lo porta—replicò con impeto Maria—ma voi… non so chi siete…

—Perchè mentire? Sapete bene che nessun altro all'infuori di me porta un tal nome; il marchese Diego deve avervelo detto per farvi sua complice nella trama, che doveva perdermi nell'anima della contessina Adriana…

Maria credeva diventar pazza: davanti agli occhi le passavano dei bagliori sinistri e slanciandosi verso il giovane, gli strinse il braccio con violenza, esclamando:

—Signore, cessate ve ne prego una così orribile commedia o non rispondo più di me stessa: il marchese Diego non lo conosco, ve lo giuro, mi pare bensì di averlo sentito nominare… ma non comprendo… ciò che vogliate dire…

Eravi tanta sincerità nell'accento straziante della bella guaritala, che il giovine si sentì scosso.

—Ascoltatemi—disse gravemente—non è possibile che io m'inganni così. Voi dite di conoscere Gabriele Terzi?

Il viso di Maria si fece scarlatto.

—Ebbene, sì… lo conosco, lo conosco, l'amo… egli deve essere mio marito.

Annetta a quella confessione della fanciulla, rimase dapprima come fulminata, poi la sua collera scoppiò con violenza.

—Ah! sciagurata, me l'hai sempre nascosto.

—Perdono, mamma, perdono, se tu sapessi quanto ho sofferto per ciò—rispose Maria con un accento che avrebbe commossa una pietra—sì, sono colpevole,… so che ho fatto male, ma l'amore è stato più forte di tutte le ragioni.

La popolana era vivamente impressionata, tuttavia manteneva un sembiante severo.

—Insomma chi è il tuo amante?

—Lo stesso giovane che l'ultima notte di carnevale si è qui ricoverato in costume da maschera…

—Ah! l'avrei indovinato—strillò Annetta con un'esplosione di collera.—Eppure ti avevo avvertita…

Gabriele l'interruppe: era orribilmente convulso.

—Un giovine in abito da maschera? Ah! non vi è più dubbio… è lui, proprio lui…

Maria alzò con energia la testa.

—Chi?

—Il marchese Diego Tiani, che si è approfittato del mio nome, non solo per tradirvi, povera fanciulla, ma per ingannarne un'altra, che io amavo.

Il viso di Maria si era coperto di un livido pallore, le sue manine stringevano le tempia.

—No, non è possibile: voi mentite, mentite,—balbettò con accento soffocato.

—Ah! se mi conosceste, non direste così: ve lo ripeto: colui che vi sedusse, si prese giuoco di me, di un'altra, è il marchese Tiani e per convincervi, vi dirò che l'ultima notte di carnevale, io stesso, aggredito da lui, a tradimento, infamemente, l'inseguii fino a questa strada, dove lo persi di vista.

Annetta cedendo alla sua natura piuttosto collerica, serrando i pugni e colla schiuma alla bocca.

—Ah! il miserabile—esclamò—lo sciagurato, E adesso dove si trova?

—Se lo sapessi, sarei qui? Egli è partito con la fanciulla che io amava ed ha sposata.

Queste parole furono la scintilla che diede il fuoco alla mina.

—È troppo, troppo—gridò Maria come pazza—ed io non sopporterò l'inganno tesomi.

—Credete che anch'io voglia subirlo in pace?—replicò Gabriele.—Egli non mi ha tolto solo ogni mia felicità, ma agli occhi della contessina Adriana sono apparso un essere spregevole: il marchese Diego non ha solo ordito un piano d'infamia, ma disonorato il mio nome. Se volete, ci uniremo insieme per vendicarci.

—Accetto!—proruppe Maria con accento selvaggio, tendendo la mano al giovane.

Annetta non poteva superare il suo furore.

—Ma intanto tu disgraziata—esclamò con impeto—rimarrai colla tua vergogna… ed io non potrò più guardarti senza arrossire di te, che ingannasti la mia fiducia, la mia tenerezza.

A queste parole, la bella guantaia sentì stringersi il cuore dall'angoscia, dal rimorso; una nebbia le calò sugli occhi e non avendo la forza di rispondere, diè un gemito e cadde svenuta fra le braccia della popolana. Questa rimase sconcertata, sentì svanire tutta la sua collera e coprendo il pallido viso della fanciulla di baci e lacrime.

—Maria… Maria, guardami—mormorò—sono tua madre… che ti ama sempre, ti perdona.

Ella aprì gli occhi e con voce debole, ansiosa:

—È proprio vero?—chiese.—Non mi discacci da te?

—No, mia cara… ma a quel cattivo arnese che ti ha disonorata, vedi, non posso perdonare.

Maria si rialzò.

—Nè io lo voglio!—disse risoluta, pensando ai mezzi iniqui, coi quali Diego si era impossessato di lei.

Gabriele si era lasciato cadere su di una seggiola, perchè le forze l'avevano tradito; ma i suoi occhi si volgevano con pietà e simpatia verso la giovane guantaia.

Egli rimase più di un'ora presso le due donne per concertarsi su quello che dovevano fare e quando si ritirò, Maria ricadde singhiozzando tra le braccia della madre…

—Oh! quanto soffro!—mormorò…

—Coraggio, Maria, coraggio; ci sono sempre io vicino a te e quand'anche tutti ti disprezzassero, io ti difenderò sempre.

Un singhiozzo straziò il petto della guantaia.

—Quanto sei generosa! Ma vedi! Se tutto ciò che mi ha rivelato quel giovane è la verità, colpirò quell'infame che ha distrutta la mia esistenza, mi ha spezzato il cuore.

L'espressione sinistra con cui furono pronunziate queste parole, spaventarono la popolana.

—Commetteresti un delitto?

—Non so nulla, ma mi ribello contro il destino al quale il miserabile mi ha condannata e se avrò da condurre una vita di sofferenze, egli la dividerà con me, te lo giuro!

Rivelazioni.

Il marchese Diego Tiani e sua moglie, invece di un lungo viaggio di nozze, avevano scelto per la loro luna di miele la solitudine di una villetta presso Cernusco-Merate.

Tanto Adriana che suo marito avevano avuto uno scopo nel ritirarsi in quel luogo.

La giovane poteva abbandonarsi al suo dolore senza che sguardi indiscreti la spiassero; Diego non avrebbe mancato di fare qualche scappata a Milano, onde continuare la vita di libertinaggio fino allora condotta.

Adriana aveva seco la sua fidata cameriera, che era a parte di tutti i suoi segreti. Diego teneva un domestico dall'aria furba e intelligente, che trattava con molta famigliarità il suo padrone e si mostrava strisciante sino al ridicolo con la giovine marchesa.

I due sposi si vedevano all'ora della colazione e del pranzo. Ma anche in quei momenti si parlavano assai poco: l'uno nervoso, irritato perchè offeso nel suo orgoglio, pieno di desiderii per quella donna ammirabilmente bella, che era sua moglie e gli apparteneva così poco: l'altra sempre assorta nelle sue tristi meditazioni, sollevando appena di quando in quando i suoi occhioni, in cui la sofferenza metteva spesso delle lacrime.

Passò un mese.

Una mattina che Adriana si trovava più pallida e più triste del solito, Diego dopo averla a lungo osservata con mal repressa ira, disse in tono sardonico.

—Sembra che non possiate dimenticare le memorie del passato, nè chi si è preso giuoco di voi.

Ella ebbe una contrazione nelle sopraciglia ed alzando la testa con aria indignata.

—E quando fosse!—esclamò alteramente—Credetemi, fareste meglio non farmi troppo pensare ad un simile avvenimento. Mi sono spiegata abbastanza prima del mio matrimonio: mi avete voluta lo stesso. Con qual diritto adunque mi rimproverate adesso, cercate scrutare i miei pensieri?…

—Dimenticate che sono vostro marito… e se conoscete la legge…

Adriana l'interruppe con un gesto imperioso.

—La legge non può impedirmi di riflettere a mio piacere: i miei doveri di moglie li conosco meglio di voi, che trascorrete le notti non si sa dove nè con chi.

—Se non mi sfuggiste come fate, se non mi mostraste in tutti i modi il vostro disprezzo, state certa che non mi allontanerei un solo istante dal vostro fianco. No non mi sarei aspettato tanta crudeltà da voi: eppure che vi feci… se non che adorarvi, quanto la stessa divinità, cercare tutti i mezzi per rendervi felice?

La sua voce si elevava a poco a poco: la sua passione scoppiava con violenza inusitata.

Adriana rimaneva fredda, insensibile.

Egli le si avvicinò e fissandola con occhi in cui passavano dei luccicori terribili.

—Badatevi—disse con voce sorda—in questo momento sono ancora lo schiavo che supplica; ma domani sarò il padrone che comanda.

Ella sostenne coraggiosamente quegli sguardi: c'era in lei qualche cosa che si ribellava contro la brutalità di quelle parole.

—Non potrete giammai costringermi ad amarvi—disse—perchè sarebbe una cosa superiore alla mia volontà. Mi spezzerete, ma senza giungere a piegarmi… e se mi aveste ben conosciuta, forse non avreste tentati tutti i mezzi per divenire mio marito.

Si alzò per andare nella sua camera, lasciando Diego furibondo, umiliato.

Appena fu sola, cadde su di una poltrona scoppiando in singhiozzi convulsi. Come si sentiva oppressa, infelice! Dunque la sua esistenza sarebbe sempre trascorsa così, vicino ad un marito che odiava, per il quale provava una repugnanza invincibile, qualche cosa che non avrebbe saputo spiegare a sè stessa… e col pensiero sempre fisso nell'altro, che l'aveva tradita, eppure amava sempre, come forse non l'aveva amato mai!

Una disperazione spaventosa assaliva la sua anima, il suo cuore sanguinava. Era stanca di vivere: uno scoraggiamento orribile l'accasciava.

La sua fidata cameriera la sorprese, mentre si dibatteva in una crisi violenta di nervi, lasciandosi sfuggire parole insensate, che mostravano il turbamento del suo cervello, lo spasimo del suo cuore.

—Signora, signora, per carità si calmi,—disse la cameriera con accento supplichevole, inginocchiandosi sul tappeto, vicino a lei.

—Ah! soffro tanto… non ne posso più, vorrei morire.

—Non dica così… ah! se potessi trovare un mezzo per consolarla… ma non so che volerle bene… offrirle la mia povera vita…

—Buona Clarina, sei sempre tu quella che mi rende la forza che sta per mancarmi: che Dio ti benedica.

Discorsero a lungo e quando la cameriera la lasciò, Adriana sembrava più calma. Ma era di una pallidezza cadaverica, i suoi occhi brillavano nelle orbite affossate, i capelli le cadevano in disordine sulle spalle.

Passò il giorno chiusa in camera. Suo marito si era allontanato dalla villa col suo domestico.

Scese la notte. Una soave tranquillità regnava nella natura: migliaia di stelle scintillavano nel cielo, i zeffiri scherzavano dolcemente tra le piante asportandone i profumi.

Adriana discese in giardino, e andò a sedersi sopra una rustica panchetta, seminascosta da un cespuglio di rose. Respirava più liberamente, i suoi pensieri avevano subito una trasformazione: erano meno amari, eccitanti, dolorosi. La calma di quella notte serena, passava nella sua anima.

Ad un tratto sentì stridere la ghiaia del giardino: sembrava che qualcuno si avanzasse con precauzione.

Sebbene la giovine donna non conoscesse la paura, di un balzo fu in piedi. Era forse suo marito che tornava? Ma non aveva sentito lo strepito del calesse, lo scrocchiare della frusta.

Stette in attese, pronta a nascondersi se qualcuno si fosse avvicinato. Non tardò a vedere un'ombra scivolare in mezzo alle piante e quando fu a pochi passi da lei, poco mancò che Adriana non gettasse un grido. Era una donna.

—Che venite a cercar qui?—chiese mostrandosi.

L'altra invece di rispondere, esclamò con una specie di trasporto…

—Voi… voi signora! Ah! come ringrazio Dio, che mi permette di parlarvi, prima di punire quel miserabile.

Ai primo suono di quella voce, Adriana trasalì, poi avendo potuto osservar meglio i lineamenti della donna che le parlava, indietreggiò con disgusto ed orrore…

—Maria la guantaia!

—Sì, Maria, una povera vittima come voi signora, di un uomo senza cuore, senza coscienza…

—Che intendete dire? Forse il vostro amante vi ha abbandonata e venite a lamentarvene con me?

Scoppiò in una risata stridente, convulsa, che parve uno schianto del cuore…

—Non giudicatemi così male, signora: Gabriele Terzi, l'uomo da voi amato, non è mai stato mio amante, ve lo giuro: un altro aveva preso il suo nome per sedurmi, mentre ingannava voi stessa: degnatevi ascoltarmi e vedrete a quale infernale seduzione abbiamo dovuto entrambe soccombere.

Adriana era divenuta pallidissima: la sua testa si smarriva. Afferrato un braccio di Maria, chiese con voce ansante, oppressa:

—L'infame, il miserabile è stato mio marito, eh?

—Sì…

—Ah! venite… ditemi tutto,—aggiunse traendo la bella guantaia sulla panchetta, dove poco prima si era abbandonata a soavi fantasticherie.

Maria le disse tutta la sua triste storia, le rivelò la scoperta fatta, riversò tutte le angoscie del suo cuore, nel cuore straziato di Adriana.

Entrambe erano in preda ad una violente emozione. Eppure in mezzo al suo atroce dolore, la contessina provava qualche cosa d'indefinibile, di stranamente dolce.

Gabriele era innocente, sempre degno di lei, del suo amore!

Ah! in quel momento comprendeva perchè non le era riuscita vincere il suo disgusto, il suo odio per Diego; capiva perchè al contatto di lui, tutto il suo essere si ribellava.

—Mi giurate Maria che quanto mi avete detto è la verità?

—Ve lo giuro e il signor Terzi potrà confermarvi che non ho mentito…

Adriana non si era ancora riavuta dallo sbalordimento cagionatele da queste parole, che Gabriele era ai suoi piedi…

Maria si alzò, ritirandosi di qualche passo per lasciar liberi i due giovani di spiegarsi. Ma nè l'uno, nè l'altra fu in grado per qualche momento di pronunziare parola…

Si tenevano stretti stretti per la mano, si guardavano muti, sospesi in un'onnipossente ebbrezza, dimenticando le sofferenze passate, l'infame tranello stato loro teso.

Un sospiro profondo della bella guantaia li strappò a quell'estasi.

—Credi tu adesso alla mia innocenza Adriana?—sussurrò Gabriele, fissandola con uno sguardo pieno d'amore.

Gli occhi della giovine donna ebbero un luccicore straordinario…

—Si, vi credo—esclamò—ma voglio che quel miserabile stesso confessi; ah! vedi quando avrò strappata dalla sua bocca la verità, dal suo viso quella maschera d'ipocrisia, ti giuro che lascierò tosto questa casa per raggiungerti… Ma ora, se mi ami, devi ripartire, tornare a Milano ad attendermi, per non dare alcun pretesto a quel vile di mancarmi di rispetto… Se ti trovasse qui, essendo egli di fronte alla legge mio marito, noi soli saremmo i colpevoli e le vittime.

La voce le mancava: un'emozione dolorosa l'assalse, le velò gli occhi di lacrime.

Gabriele le cinse con le braccia la vita e traendola dolcemente a sè, le disse con voce tenue come un sospiro:

—Adriana non piangere, non affannarti: io sono tuo per amarti, ed obbedirti: ripartirò…

—Grazie, amico mio… grazie.

Si scambiarono uno di quei baci lunghi, soavi, che sembrano voler assorbire la vita; poi il giovane balzò in piedi.

Maria si era avvicinata…

—Io rimango qui—disse con un sussulto convulso—perchè quando la signora si sarà spiegata con suo marito, sarò io che gli parlerò.

—Siete nel vostro diritto, nè ve lo contendo—rispose con dolcezzaAdriana—venite Maria, venite con me: a rivederci Gabriele…

Fece un passo per allontanarsi, ma in quel momento si udì un lontano rumore di sonagliere…

—È lui che torna—disse vivamente Adriana—Gabriele… non avete più tempo a ritirarvi, rimanete qui nascosto…

E prendendo una mano di Maria, la trasse seco, aggiungendo:

—Rientriamo subito, non vi è un minuto da perdere…

Maria la seguì senza dire una parola, ma se Adriana avesse guardato il suo volto, sarebbe rimasta atterrita, tanto ne era terribile l'espressione, tanto esprimeva la collera, il dolore, la disperazione!

La vendetta della tradita.

Era proprio Diego che tornava alla villetta. Una passeggiata vertiginosa fatta in calesse, in compagnia del domestico, che tremava come una foglia vedendosi spesso in procinto di essere sbalzato sulla strada per la rapidità della corsa e la violenza con cui il suo padrone frustava a sangue il cavallo, non bastò a calmargli i nervi violentemente eccitati.

Sentiva una collera pazza contro sua moglie, il cui disprezzo, le parole insultanti lo bruciavano, e chiedeva a sè stesso con qual mezzo sarebbe riuscito a piegarla. Il suo domestico non osava rivolgergli la parola, vedendolo roteare minacciosamente gli occhi, bestemmiare, imporporarsi talvolta in volto e dopo poco impallidire. Temeva che quella tempesta gli si scaricasse sul capo e soltanto quando il giovane, rallentata alquanto la corsa, fece riprendere al cavallo la via di casa, il servo respirò più liberamente.

Quando si trovarono vicino al cancello della villa, Diego di un balzo fu a terra e gettate le briglie al domestico.

—Abbi cura del cavallo,—disse brevemente.

—Sì, signor marchese.

Questi che già era entrato nel giardino, fece un passo indietro.

—Non importa che tu venga poi a raggiungermi nella mia camera—aggiunse—io non ho bisogno di cosa alcuna: vattene a letto.

Salì difilato al suo appartamento, si tolse il cappello ed i guanti, si guardò allo specchio, sorrise con una contrazione nervosa, che mise allo scoperto i suoi denti bianchi ed acuti e deformò la sua bocca, poi si diresse verso la camera di Adriana.

Provava un malessere inesplicabile, le tempia gli ardevano terribilmente, tuttavia nei suoi occhi eravi un'espressione di volontà frenetica, che pareva dovesse tutto piegare a lui dinanzi.

Adriana aveva avuto il tempo di collocare Maria nel suo ricco spogliatoio, in modo che potesse vedere ed udire ciò che succedeva nella sua camera.

Poi sormontando il suo orrendo disgusto, il turbamento che la dominava, si decise recarsi ella stessa incontro al marito.

Ma allorchè aprì l'uscio, non potè reprimere un movimento di stupore e di paura, trovandosi Diego di faccia…

—Che volete?—chiese indietreggiando alquanto.

—Suppongo non crediate voglia farvi del male, se mi presento qui dopo la scena fra noi avvenuta; ma dobbiamo parlare ancora una volta insieme e state pur certa, che dopo non vi tormenterò più colla mia presenza.

Diego aveva ripreso il suo spirito, la sua correttezza di modi.

—Passate,—disse Adriana con quel fare altezzoso, che le stava così bene.

E quando ebbe rinchiuso l'uscio, gl'indicò una poltrona presso il divano, su cui ella sedette.

Per qualche minuto si guardarono in faccia senza parlare. A Diego pareva che durante le ore rimasto assente, si fosse prodotto un cambiamento in sua moglie.

Non l'aveva mai veduta così bella, animata. Vi era come un riflesso dolcissimo negli occhi di lei, le guancie avevano acquistata una lievissima tinta rosea, trasparente, nell'insieme della persona vi era un incanto, una grazia da commovere, incantare. I nervi di Diego andavano rammollendosi.

—E la vostra cameriera?—chiese un po' imbarazzato.

—L'ho mandata a letto: avete forse bisogno di lei?…

—No, tutt'altro, anzi sono lieto della sua mancanza, perchè stanotte, spero far io le sue veci presso di voi.

Adriana aggrottò alquanto le sopraciglia.

—Siete venuto qui per dirmi delle galanterie?—esclamò in tono duro, glaciale,—Potete allora risparmiarle, perchè non sono in vena di sentirle.

Diego si morse le labbra, tuttavia rispose con disinvoltura.

—Non montate in furore, mia cara, perchè come vedete, m'inchino rassegnato al vostro volere; può darsi però che fra poco desideriate assai più un linguaggio tenero, galante a quello che vi ho preparato.

Adriana colle labbra strette frenava l'impazienza, la collera che suscitavano in lei quelle parole: provava una sensazione dolorosa.

Diego si passò la mano bianca sulla fronte: non sorrideva più…

—Del resto ero preparato a questa accoglienza—aggiunse—e se mi sono permesso di comparirvi dinanzi, non è stato senza lotta… Ma ero stanco della parte ridicola che mi fate fare; infine vi ho presa io a forza?

La giovine donna si alzò bruscamente, cogli occhi fiammeggianti.

—Colla forza no—disse fremendo d'indignazione—ma coll'inganno, il tradimento…

Aspettava quasi tremando la risposta del marito.

Egli si mise a ridere, di un riso aspro, convulso, che fece salire il rossore sulla fronte di Adriana: tuttavia seppe frenarsi.

—Ah! ah! vi hanno forse raccontato il tiro che giuocai al vostro sentimentale amante ed alla bella guantaia, una sciocca che prendeva sul serio le mie promesse, i miei giuramenti? Ebbene, non vi nego di esserne l'autore e che perciò? Tutti i mezzi sono buoni quando si vuol giungere ad uno scopo ed il mio era quello di possedervi, perchè vi amavo.

Adriana era pallida di un furore indicibile.

—Non bestemmiate la parola amore. Voi avete compiuta un'azione vigliacca, infame, malvagia. Ed io non voglio passare per vostra complice, nè sopportare più a lungo la vergogna di vivere sotto il vostro tetto: però vi cedo il posto.

Fece un passo verso l'uscio, ma Diego più pronto di lei, balzò in piedi ed afferrandola con violenza per un braccio.

—Voi non uscirete—disse con voce sorda—prima di avermi ascoltato.

Ella non chinò gli occhi sotto lo sguardo infocato, terribile del marito.

—Avete qualche altra vergogna a rivelarmi?—esclamò lentamente.

—L'avete scelta bene la parola: sì…una vergogna, che farà chinare la vostra fronte superba, schiaccierà quell'orgoglio che vi domina…

Ella si era svincolata da lui ed aveva incrociate le braccia al seno fremente.

—Scendete anche all'insulto, signore…

—Non si insulta, quando si parla la voce della verità. Credete che se io non vi avessi ottenuta con un inganno, altri vi avrebbe sposata? Sapete chi sia stato vostro padre, l'uomo che la società stima, rispetta, perchè ne ha dimenticate le sembianze, le gesta malvagie? Un'infame spia, un traditore della patria, che il popolo milanese nei giorni memorabili della sollevazione, aveva giurato di ammazzare. Egli è riuscito a fuggire, ma abbandonò alle furie dei ribelli, che ne dovettero far strazio, perchè non se ne seppe più nuova, una moglie giovane e bella, un'innocente bambina.

—Mentite… mentite!—gridò con energia Adriana, rizzandosi minacciosa dinanzi al marito, che ne sentì sul viso l'alito infiammato.

Egli la fissava con degli sguardi atroci, quasi sfidandola.

—Posso darvene le prove che ebbi da mio padre—disse freddamente—e che tengo nel cassetto del mio scrittoio, nella camera da letto. E poi—aggiunse con un sorriso insultante—se il conte Patta non mi avesse temuto, forse che mi avrebbe concessa la mano di sua figlia… ed aiutato a formare il piano, che doveva gettarla nelle mie braccia…?

Adriana sentì al cuore un dolore così atroce, come non ne aveva mai provato in sua vita. In uno spasimo di terrore, la disgraziata tentò fuggire, ma fu colta da una vertigine e prima che Diego pensasse a sostenerla, gli cadde ai piedi svenuta.

Egli fissò un istante lo sguardo su quel bellissimo corpo inerte, le cui linee pure, delicate, sembravano scolpite nell'alabastro, su quei capelli, che disciolti si spandevano sul tappeto in onde dorate… ed una fiamma d'inferno si accese nei suoi occhi. Si curvò su di lei e sollevatala violentemente fra le sue braccia, la depose sul letto.

E le sue mani si accinsero a slacciare con moto febbrile il corsetto della disgraziata, allorchè una voce aspra, mordente, risuonò alle sue spalle.

—Attendete, signor marchese, prima avete da discorrere con me…

Diego si volse con un fremito. Ritta in mezzo alla camera, stavaMaria, bianca come una morta, sublime d'indignazione, di collera.

Il giovane, per quanto cinico, a quell'apparizione improvvisa, rinculò, madido di un sudor freddo, cogli occhi sbarrati, diffidenti, paurosi.

Maria invece fece due passi innanzi ed allora Diego si accorse che teneva una rivoltella nelle mani.

—Ah! non ti attendevi di vedermi ancora comparirti dinanzi—esclamò-con tale accento, che Diego sentì un brivido percorrergli le vene.—Tu speravi che lapovera sciocca, dopo aver preso sul serio le tue promesse, i tuoi giuramenti, si fosse rassegnata al triste avvenire, che le avevi preparato, subisse senza ribellarsi l'oltraggio inflittole col mentirle il nome, versare a piene mani su di lei il fango e la vergogna. Ebbene, ti inganni… Diego:… dal giorno che scopersi il tuo tradimento, non ebbi che un pensiero: vendicarmi. E tanto ti ricercai coll'uomo da te atrocemente offeso, che abbiamo finito per trovarti. Gabriele, IL VERO, la tua vittima al pari di me e di tua moglie, avrebbe voluto provocarti per il primo, chiederti soddisfazione. Ah… ah! un duello, uno scandalo, che sarebbe ancora ricaduto su di lui… Ho pianto, ho supplicato per aver io il diritto di smascherarti con tua moglie, erigermi a tuo giudice. Un miserabile tuo pari, non può incrociare il ferro con un galantuomo; un delitto ne chiama un altro e vendicando me stessa, vendico anche gli altri, libero la terra da un mostro.

Egli l'aveva lasciata parlare, senza interromperla, tanto era intento a guardarla! A prima vista l'aveva riconosciuta, ma esaminandola attentamente, si stupiva dei guasti avvenuti in così breve tempo nella sua fisonomia, in tutta la persona.

Dov'era quella splendida bellezza che per un istante l'aveva affascinato, di cui si parlava spesso tra i giovani gaudenti milanesi, che non erano riusciti a conquistarla?

Di Maria, la bella guantaia, non rimaneva che l'ombra. Il corpo spariva nelle pieghe dell'abito severo, i lineamenti portavano impressi le stimmate di tutte le torture sofferte, esprimevano eloquentemente la veemenza della disperazione. Un largo solco livido cerchiava gli occhi, che si fissavano lugubremente sul giovane.

Invece di provare della pietà, Diego apparve disgustato a quella vista. Volle quindi far pompa ancora di cinismo.

—Oh! finiamola—proruppe impazientito—le tue parolone non mi spaventano e faresti meglio deporre quel gingillo che tieni in mano e non è fatto per te. Mi sembri un'attrice tragica da strapazzo. Orsù, che pretendi da me? Sono io forse il primo che dopo aver corso dietro, per qualche tempo a una bella ragazza, che tutti corteggiano, mette giudizio e ne sposa un'altra? Ho fatto male cangiar nome, ma di questo non devo renderne conto a te. Mi dicesti più volte esserti innamorata della mia persona, non del mio nome: che importa dunque mi chiamassi Gabriele o Diego? Infine ti ho io usata violenza? No… mi è bastato aprire le braccia, perchè tu vi ci gettassi. È inutile quindi che adesso ti atteggi a Dio vendicatore; questo non basterà a ricondurmi ai tuoi piedi.

Maria si sentiva assalita dalle vertigini: la nausea, il disgusto, l'orrore si dividevano il suo cuore. E più l'infame l'insultava, più cresceva il suo odio per lui, il desiderio di punire. Ed era per quell'uomo che ella aveva sacrificato gioventù, bellezza, avvenire, che aveva ingannata una madre, si era resa un oggetto di dispregio per tutti?…

Una nube di sangue le velò gli occhi. Fattasi incontro al miserabile, che a sua volta aveva istintivamente indietreggiato fino a toccare colle spalle il muro, con un riso sinistro, terribile.

—Ah! non vuoi più cadermi ai piedi—esclamò—eppure lo farai, per spirarvi l'anima tua nefanda.

Con rapido atto strinse il grilletto della rivoltella. Rintronò uno sparo seguito tosto da un grido di suprema agonia.

Diego era stato colpito in mezzo al petto e cadde colla faccia riversa al suolo, vomitando un rivo di sangue, che spruzzò sugli abiti e fin sulle mani di Maria… Ella non sembrò provarne alcun ribrezzo: colla bocca increspata, gli occhi accesi, guardava lo sciagurato che si dibatteva nelle ultime convulsioni.

Intanto al rumore della detonazione, erano accorsi Gabriele, Clarina ed il domestico di Diego.

Il servo dato una rapida occhiata alla scena drammatica, se la svignò quasi subito.

Clarina era accorsa al letto della sua padrona, che non dava segni di vita.

Gabriele veduto il corpo sanguinoso di Diego, afferrò bruscamente per un braccio la guantaia, chiedendole con voce commossa, tronca.

—Sciagurata, che avete fatto?

Ella conservava sempre un sorriso crudele sulle labbra.

—Lo vedete: mi sono vendicata… ed ho vendicati gli altri; ora costui non potrà più nuocere ad alcuno.

—È morto?

—Sì… la mia mano non ha tremato nel prendere la mira; devo avergli spezzato il cuore, come egli ha spezzato un giorno il mio.

Si passò una mano sulla fronte, rivolse lo sguardo verso il letto… e tornando al sentimento della realtà.

—Non occupatevi di lui, che non lo merita—disse con voce rapida e breve—pensate piuttosto a salvare la donna che amate.

Gabriele trasalì.

—Mio Dio… sembra morta—esclamò—Che è dunque successo?

Un lungo brivido percorse il corpo di Maria.

—Qui non vi hanno che cuori devoti a quella sventurata—pronunziò con voce lenta—quindi posso dirvi tutto: ah! vedete… quell'infame non ha voluto risparmiarla… non gli bastò di averla un giorno ingannata al pari di me, ora con una raffinata scelleratezza ha avvelenata tutta la vita della povera donna, rivelandole un segreto d'infamia, che perderebbe suo padre, se si venisse a scoprire; ma Dio ha voluto che io ascoltassi… ed il segreto, perirà con quel morto… ve lo giuro; non chiedetemi di più, ma per quanto avete di più sacro… conducete Adriana lungi di qui… in casa di suo padre… prima che abbia acquistata la conoscenza di sè stessa: dite pure al conte Patta il dramma qui successo, ma affrettatevi, affrettatevi ad allontanarvi con lei… lasciatemi qui sola.

Quella giovine ritta presso il cadavere di Diego, che parlava così freddamente, non pensando a sè stessa, ma solo alla salvezza degli altri, scombussolava orribilmente Gabriele.

—Perchè non venite con noi? Che volete far qui?

—Attendere che vengano ad arrestarmi: ho commesso un delitto, non cercherò sfuggire alla pena.

—Io rimarrò con voi.

—Non voglio, nè lo dovete per l'onore di Adriana—esclamò con accento imperioso.—Suvvia partite, partite prima che alcuno giunga: il degno servo di costui, deve essere già corso in paese ad avvertire i carabinieri, non avete quindi tempo da perdere; la vostra vettura, Gabriele, deve sempre attendervi dietro quel sentiero; vi sarà facile trasportare in braccio quella sventurata fino là. Clarina verrà con voi… e ricordatevi entrambi se veniste interrogati, di dire che la marchesa da qualche giorno si trovava da suo padre, fate che questi lo confermi.

Gabriele esitava ancora. La bella guantaia ebbe un grido di dolore.

—Ma non capite che mi fate assai più male rimanendo qui,—proruppe concitata, convulsa.

C'era tanta supplica nel suo accento, tanta solennità nel suo gesto, che il giovane vinto, si affrettò a sollevare la svenuta fra le sue braccia, esclamando:

—Ebbene… vado… vado, ma ad una condizione: tornerò.

—No, sotto nessun pretesto, dovete farvi rivedere; non voglio che si creda siate stato mio complice; non salvereste me e perdereste la donna che amate. Solo vi raccomando ancora, quando ella riaprirà gli occhi, se ricorderà la rivelazione orrenda di suo marito, di giurarle… che il marchese Diego aveva mentito, che suo padre… è innocente.

—Ve lo prometto.

—Ed ora… non perdete un minuto: addio.

Gabriele non ebbe più la forza di aggiungere parola: si allontanò col suo prezioso peso, seguito da Clarina piangente, smarrita.

La notte avrebbe protetta quella fuga singolare. Maria non dette il minimo segno di debolezza, neppure quando rimasta sola, si mise a frugare il cadavere di Diego.

Era dominata da un'idea fissa e compiva la sua opera con ostinazione, con fermezza. Esaminò il portafogli del morto, rovesciò le tasche interne del soprabito, dei pantaloni, colla frenesia di un ladro, e nulla trovando di quello che cercava, si mordeva le labbra, le sopraciglia si aggrottavano.

Ad un tratto dall'apertura della camicia, in mezzo al sangue, del quale tutta s'imbrattava, scorse una microscopica catenella d'oro, alla quale era attaccata una chiavicina ritorta.

Gli occhioni di Maria ebbero un luccicore ardente. Strappare quella catenella dal collo del morto, impadronirsi della chiave, balzare in piedi, fu l'opera di un secondo.

Maria non rivolse un solo sguardo ai lineamenti contraffatti del cadavere; un sentimento superiore la dominava in quell'istante, precipitava le sue risoluzioni.

Afferrato un candeliere che posava sul velluto del caminetto, si diresse verso l'appartamento di Diego, che Adriana stessa le aveva insegnato, ed entrò risoluta nella camera da letto. Scorse tosto lo scrittoio fra le due finestre. Era un mobile di quercia all'antica, che poteva servire anche da casa-forte. Diego l'aveva ivi fatto trasportare da Milano.

Maria si avvicinò e in quel momento solo, fu colta da una straziante apprensione, che diede al suo sguardo un non so che di smarrito, increspò fortemente le sue labbra. Se si fosse ingannata in ciò che desiderava!

Posò il candeliere sul mobile e con mano febbrile introdusse la chiave nell'unica serratura, che lo chiudeva come un armadio.

E tosto un grido di gioia eruppe dal suo petto oppresso. La chiave girava a meraviglia, la tavola dinanzi si abbassò lentamente, ponendo allo scoperto una quantità di piccoli cassetti.

Maria li aprì uno dopo l'altro, frugando in tutti con ansioso ardore.Vi trovò delle cambiali, lettere di donna, gioielli, denari.

Mise da parte la lettere, spargendo di mano in mano al suolo gli altri oggetti che trovava: era sotto il dominio di una viva impazienza; la sua emozione ritornava, cresceva, diveniva più pungente.

Finalmente nell'ultimo cassetto, scorse un piego voluminoso, rattenuto da una fascia, su cui stava scritto a grossi caratteri.—Documenti riguardanti il conte Ercole Patta.—Con quei fogli, Maria avrebbe potuto perdere l'uomo che aveva aiutato Diego ad ingannarla; con quel tremendo segreto, ella poteva ancora salvarsi, avere una posizione, un avvenire.

Ma la generosa e sventurata creatura non pensava a sè; ma a Gabriele, ad Adriana. L'uno era divenuto suo amico, si era appoggiato a lei con somma fiducia, l'aveva chiamata sorella; l'altra era caduta ai suoi piedi, chiedendole perdono d'averla sospettata, poi l'aveva stretta fra le sue braccia, pianto con lei.

Pareva quindi a Maria che se avesse potuto contribuire alla felicità di quei due cuori ammirabili, amanti, Dio le avrebbe forse perdonata la sua colpa, il suo delitto.

Fu quindi con una specie di straziante ebbrezza, che ella tolse ad una ad una quelle carte dalla fascia, e senza leggerle, le bruciò alla fiamma della candela.

Così pure fece di tutte le altre lettere e fogli ritrovati nello scrittoio…

E quando la sua opera di distruzione fu compiuta, una specie di sorriso dischiuse le sue labbra, un sospiro profondo sollevò il suo petto.

—Ed ora vengano pure ad arrestarmi—esclamò a voce alta e ferma—io sono pronta!

Le deposizioni.

Il processo di Maria, la bella guantaja di Porta Vittoria, accusata e confessa di aver assassinato il marchese Diego Tiani suo amante, aveva menato gran rumore in tutta Milano.

Si attendeva con impazienza il giorno delle Assisie, perchè i fatti non erano ben noti, vi era un lato misterioso, che tutte le indagini dell'istruttoria, non riuscirono a chiarire.

L'accusata aveva raccontato senza reticenze, freddamente, a testa alta «che ella era stata l'amante del giovine, prima ancora che egli prendesse moglie: aggiunse che Diego le aveva giurato di continuare la loro relazione, perchè sposando la figlia del conte Patta, non aveva avuto in mira altro che l'interesse; quindi invece di condurre la sposa lontano aveva scelto per la luna di miele la solitudine di quella villetta presso Cernusco-Merate, così poteva continuamente recarsi a Milano…

«Ma il marchese Diego dopo alcuni giorni pareva aver dimenticati i suoi giuramenti: si erano incontrati una sol volta, ed egli si era mostrato freddo, annoiato, rispondendo alle sue smanie, alle sue suppliche di non abbandonarla, con delle beffe, parole insultanti, e persino con delle minaccie…

«Ella aveva tutto sofferto, illudendosi ancora, sperando sempre che il giovane sarebbe ritornato a lei; ma Diego non le dette più segno di vita.

«Folle, disperata, gli aveva scritto più volte senza ottenerne risposta.

«Descrisse per quale periodo d'ansia, di disperazione, di amarezze era passato il suo cuore… e come a poco a poco un istinto di ribellione si fosse fatto strada nella sua anima.

«E si rivolse alla marchesa Adriana, e nella gelosia che la torturava, le rivelò tutta la verità.

«La giovine sposa aveva avuta una scena violente col marito, poi l'aveva abbandonato per ritirarsi col padre.

«Seppe tutto ciò da Diego che si era recato furente da lei, poi ad un tratto parve che egli si ammansasse, tornò a parlarle d'amore, l'invitò a recarsi con lui nella villa stessa, dove era stato con sua moglie.

«Disse che ebbe tosto il presentimento che l'attirasse in un tranello, perchè aveva letto qualche cosa di crudele, di feroce nei suoi occhi; capiva che la menzogna deturpava le sue labbra. Tuttavia aveva accettato l'invito; solo, per quell'implacabile sensazione che la dominava, aveva portato seco una rivoltella.

«E quel malessere dei presentimenti l'aveva perseguitata durante il tragitto fatto in carrozza con Diego.

«Nella villa non vi era alcuno ad attenderli.

«Il marchese dopo averle fatta visitare tutta la casa, la condusse nella camera della moglie.

«Ed era stato lì, che si era svolto il sanguinoso dramma.

«Entrando in quella stanza, Diego aveva cambiato subitamente modi e linguaggio.

«Ai rimproveri, ai sarcasmi, erano seguiti gl'insulti, le offese atroci e non accontentandosi di straziarla, attanagliarla, imprimerle sulla fronte il marchio rovente dell'umiliazione, della vergogna, si era avanzato verso di lei minaccioso, furente, dicendole che era un ostacolo alla sua vita e voleva sbarazzarsene…

«Ed allora perduta la testa, folle di disperazione, aveva estratta la rivoltella ed aveva colpito.»

Tutto ciò disse Maria, senza smentirsi mai, sebbene cercassero tutti i mezzi per coglierla in flagrante contraddizione.

Il domestico di Diego asseriva invece; «che la marchesa Tiani non si era mai staccata dal marito e si trovava alla villetta anche la notte dell'assassinio: raccontò la passeggiata furiosa fatta in quel giorno in carrozza col padrone, il loro ritorno a casa ed aggiunse che sebbene il marchese, contro il solito, lo mandasse a coricarsi non avendo più bisogno dei suoi servigi, egli non si era ancora posto a letto, allorchè rintronò uno sparo, che lo fece accorrere nell'appartamento del padrone; ma nel corridoio incontrò Clarina ed uno sconosciuto, che si slanciavano verso le stanze della marchesa. Li aveva seguiti e si era trovato dinanzi ad una scena, che non avrebbe mai più dimenticata. Il suo padrone era steso a terra in un lago di sangue, la marchesa sul letto livida, cogli occhi chiusi, pareva morta e nel mezzo della camera, ritta in piedi, in atteggiamento ancora minaccioso, colla rivoltella fra le mani, stava una donna, che non aveva mai veduta prima di quella notte.

«Spaventato era corso fino in paese a chiamare aiuto e quand'era ritornato, non vi trovò più che quella sconosciuta, la quale fattasi innanzi ai carabinieri, aveva detto con molta calma:

«—Vi attendevo; sono io che uccisi il marchese Diego e mi trovo pronta a seguirvi.

Clarina interrogata disse: «che da qualche tempo la marchesa Adriana non andava più d'accordo col marito, che spesso l'aveva sorpresa a piangere, ed un giorno alfine la sua padrona aveva dichiarato che voleva tornare presso il padre.

«Sosteneva che la notte dell'assassinio non si trovavano alla villetta.»

Non fu possibile interrogare la marchesa Adriana, perchè era gravemente, pericolosamente ammalata, per la scossa subita nell'apprendere l'assassinio del marito. La sventurata donna non riconosceva più alcuno; divagava continuamente ed usciva da quella crisi di delirio così prostrata, che non si riusciva a farle pronunziare parola.

Il conte Patta, invece di commuoversi alla morte di Diego ed allo stato deplorabile in cui si trovava sua figlia Adriana allorchè gliela riportarono al palazzo, parve non avere altro pensiero che di farsi ripetere più volte da Gabriele il racconto dell'accaduto… e quanto aveva detto Maria.

Quella giovine sapeva il suo segreto come ormai ne era conscia Adriana; ma questa non avrebbe parlato per non perderlo, l'altra avrebbe taciuto, perchè egli non aggravasse la sua sorte e fors'anche perchè era certa di non essere creduta.

Il conte non ammetteva generosità negli altri, essendone egli incapace.

Solo lo spaventò l'idea di quelle carte compromettenti, colle quali spesso Diego l'aveva minacciato… e che ormai sarebbero cadute in potere della giustizia.

Che gl'importava del silenzio di Maria e di Adriana, se esistevano quei fatali documenti, che l'avrebbero messo all'indice dalla società?

Invano egli si era sforzato anche dinanzi a Gabriele a mantenere la sua calma: ebbe un'imprecazione per il morto, poi rimettendosi alquanto.

—Potete cedermi la vostra vettura?—chiese vivamente al giovane.—Fa duopo che mi rechi io stesso sul luogo del delitto.

—Mi sembra, signor conte—rispose Gabriele dissimulando un movimento di stupore—che in tal modo compromettereste tutto.

Il conte alzò bruscamente il capo.

—Per qual ragione?

—Ricordatevi la raccomandazione di quella giovine, non pensate adesso che a vostra figlia. L'impazienza del conte non conosceva più limiti.

—A costo di qualsiasi cosa, bisogna che vada, voglio sapere se Diego ha lasciato qualche scritto compromettente…

—A quest'ora, signore, non siete più in tempo; le autorità devono già essere sul luogo, perchè nessuno ebbe testa in quel momento d'impedire al servo del marchese di correre a dar l'allarme, e voi sapete meglio di me, che quando in una casa si commette un delitto, non si può toccare cosa alcuna, fin dopo le constatazioni legali.

Questo dialogo aveva avuto luogo in un salotto presso la camera, dove era stata posta Adriana, che rinvenuta, si lasciava spogliare macchinalmente da Clarina, guardandola con occhi sbarrati, senza riconoscerla.

Ma ad un tratto si era svincolata dalla cameriera ed in preda ad un terrore pazzo, si era slanciata nella stanza vicina, ricadendo priva di sensi tra le braccia del padre, che ebbe appena il tempo di sostenerla.

Ciò produsse una diversione nei sentimenti del conte: il suo furore si rallentò ed in faccia a Gabriele, ebbe il coraggio di dissimulare.

—Avete ragione—disse—in quest'istante non debbo pensare che a mia figlia.

Ma quando dall'autorità fu avvertito dell'assassinio commesso sul marchese ed invitato a recarsi alla villetta per assistere personalmente all'inchiesta, ricominciò a tremare e si stropicciò colla mano la fronte, che l'angoscia solcava di rughe profondissime.

Quando si trovò dinanzi al cadavere di Diego, il suo viso scialbo non ebbe che una leggiera contrazione, ma questa si accentuò ed il sangue gli salì al cervello, allorchè vide lo scompiglio, che regnava nella stanza del marchese.

—Che vuol dir ciò?—chiese con accento impossibile tradursi a parole—oltre l'assassinio, è stato qui commesso anche un furto?

—Ora esamineremo, signore: conoscete presso a poco la quantità dei valori, che si trovavano rinchiusi in questo scrittoio?

—L'ignoro affatto—rispose il conte con voce tremula—so soltanto, che mio genero teneva presso di sè… dei documenti importanti di famiglia.

—Che fossero questi?—disse uno degli agenti incaricati dell'inchiesta, mostrando un mucchio di carta bruciata.

Il conte era ritornato all'apparenza calmo, freddo.

—Ora vedremo—disse.—Ma la cosa sarebbe assai strana. Si trovarono i giojelli, le cambiali, dei fogli di banca, dell'oro, ma nessuna carta, nessuna corrispondenza.

Pareva che al conte gli si fosse sollevato un immenso peso dal petto.

Il suo spavento cessava, ma si accresceva in lui lo stupore.

Da che proveniva quella generosità della bella guantaia, dell'omicida? Qual sentimento l'aveva spinta a distruggere quelle carte, a cercare di seppellire un segreto che poteva giovarle?

Avrebbe voluto saperlo, ma nello stesso tempo si guardava bene dal chiederlo…

Solo alcuni giorni dopo, gli venne riferito che Maria essendo stata interrogata sui motivi che l'avevano indotta a rovistare i cassetti di quello scrittoio, a bruciare quelle carte, disse che ella voleva distruggere tutta la sua corrispondenza col marchese, ed avendo trovato altre lettere di donna le mise tutte in un fascio, con diversi fogli, senza neppure esaminarli, tanto si trovava eccitata.

Mentiva quella giovine o diceva la verità? Così si chiedeva il conte… In ogni modo, un immenso sollievo gli allentò i nervi: egli non si era mai sentito più felice e leggiero… e ringraziava il destino che per mezzo di quella fanciulla, l'aveva liberato da un incubo, che da tanti anni lo tormentava e da un miserabile, che era stato per così lungo tempo suo carnefice.

L'unico che fosse sfuggito all'attenzione generale, era Gabriele… Nessuno lo disturbò, nè chiese di lui, che ormai aveva libero accesso al palazzo del conte, il quale comprendeva che per far dimenticare a sua figlia l'ultimo colloquio avuto col marchese, quand'ella sarebbe stata in grado di ricordare, l'unico che potesse giovarle, lasciarle credere che Diego aveva mentito, rivelandole un segreto che non esisteva, era Gabriele Terzi.

Ed il giovine non dimenticava la solenne promessa fatta a Maria!

Un altro testimone importante nel processo che si stava istruendo, era la vecchia popolana Annetta, che tutti credevano madre della bella guantaia…

Ma la povera donna, già affranta del dolore, per il cambiamento avvenuto nella fanciulla, che adorava, non aveva resistito all'ultimo colpo, ed assalita da una paralisi, si trovava all'ospedale in pericolo di vita ed incapace a pronunziare parola. Così tutto si univa per rendere il dramma più solenne, misterioso!


Back to IndexNext