Molti anni erano passati.
Un acuto freddo decembrino teneva chiusi i doppi vetri del terrazzo che sembrava dover esser per tal modo escluso dalla intimità della famiglia; pure esso vi penetrava ancora misterioso e profondo attraverso la limpidità del cristallo, torcendo nella notte i rami brulli della glicine, alcuno dei quali profilavasi dietro la finestra nell'attitudine curiosa di un amico che vorrebbe entrare e non osa.
Le due sorelle ricamavano al lume di una lucerna antica, dal piedistallo di bronzo e dal paralume di seta verde tesa sopra un telaio d'ebano. A intervalli Anna lasciava cadere l'ago e il suo pensiero assente le faceva volgere gli occhi verso le penombre del terrazzo. Il segreto ch'ella aveva scoperto non era uscito, per volgere di anni, dal suo petto, anzi standosenein lei era giunto a fare una parte sola con sè stessa rendendole sempre più difficili i rapporti colla sorella.
Quella istintiva antipatia del sangue che la sua sensibilità le aveva avvertita prima ancora che il caso ponesse nelle sue mani i documenti della nascita di Elvira, cresceva nello sviluppo dell'età e degli istinti contrari, avvalorata dal fatto preciso. Ora ella sapeva perchè vedendo la mano di Elvira appoggiata sui libri di suo padre le scoppiasse dentro al cuore un movimento di rivolta; sapeva perchè quella mano densa, forte, dalle attaccature grossolane, le sembrasse un oltraggio alla memoria di quell'altra mano venerata di cui non poteva rammentare il tocco leggero e scottante senza fremere dalla testa ai piedi; e se quando Elvira dicevanostro padreil sangue le saliva alla fronte accendendole negli occhi un lampo d'odio, ella sentivasi forte del suo diritto e del suo immenso amore.
Invano esaminando Elvira e sè stessa e il ritratto della madre cercava ansiosamenteun legame che all'infuori del sangue dei Lamberti le svelasse la sorella. La donna che le aveva portate in grembo entrambe nulla aveva concesso della sua personalità nè alla prima nè alla seconda figlia; come sul pastello dove la luce dello sguardo mancava, mancava al frutto delle sue viscere l'impronta della sua passione. Erano dunque straniere di corpo e d'anima. La piccola calcolatrice anima dello sconosciuto svolgevasi in Elvira sotto l'attraente sviluppo di una florida e superficiale bellezza che Anna interrogava con terrore, temendo di veder sorgere da essa con linee precise il fantasma contro cui si dibatteva angosciosamente. Tutto nella psiche della fanciulla rivelava la irritante mediocrità di colui che aveva scritto la lettera funesta e il pensiero che Elvira era innocente la lasciava senza dolcezza. Lei pure era innocente e soffriva e non poteva dimenticare. Se in certi istanti credeva di esservi riuscita, un gesto di Elvira, una espressione lontana e straniera la facevano sobbalzare, dandole i morsi di una gelosiaquasi selvaggia durante i quali la vista le si intorbidava di strisce sanguigne.
Guardando fuori nella oscurità del terrazzo Anna, che aveva ancora lasciato cadere l'ago, mormorò quasi suo malgrado:
— Come sono commoventi le tenebre! Mi pare che esse racchiudano i misteri di tutto il mondo.
— Sì — ripetè Elvira — sono commoventi.
Ma l'accento parve falso ad Anna che non compì il suo pensiero ad alta voce, provando sempre una grande ripugnanza ad aprirsi con chi non la intendeva. Per lei le parole non avevano senso se non rispondevano ad una intima vibrazione.
Il signor Pompeo che si era appisolato in una poltrona accanto al fuoco sbarrò gli occhi improvvisamente e perchè non si sospettasse che aveva dormito pronunciò con dignità:
— È quasi sempre nelle tenebre che si compiono i delitti.
Anna si alzò ed andò ad appoggiare la fronte contro i cristalli. Due o tre stellinebucavano il nero del firmamento; del resto non si vedeva nulla. Una volta le anime pietose come la sua avrebbero pensato ai poveri pellegrini erranti in una notte come quella per le strade mal sicure, lontani da ogni tetto ospitale. Ella invece aveva in mente il lungo convoglio di una ferrovia e i grandi occhi infiammati della locomotiva correnti nel buio.
Un rumore di usci dischiusi ed un passo nel corridoio la fece volgere bruscamente, con un sorriso pronto a uscirle sulle labbra, tutto il corpo slanciato in avanti.
— Chi può essere! — esclamò il signor Pompeo, avvezzo a riconoscere per sè solo il diritto di venire alla sera in casa Lamberti.
Elvira sollevò il capo dal ricamo, preparando il volto all'amabilità convenzionale che la faceva trovare da molti più gentile della sorella e che era in un certo modo il suo abito di società.
Tutti e tre rimasero delusi per diverse ragioni, vedendo entrare un vecchio signore che riconobbero subito per il pensionato loro vicino.
— Che bella sorpresa — disse Anna, aggiungendo un aggettivo pietoso al sostantivo schietto.
Il vecchio pensionato spiegò come venisse in anticipazione ad augurare le buone feste perchè i suoi reumi gli annunciavano poco di lieto per la fine dell'anno.
— Fortunata combinazione di trovarci insieme — aggiunse il signor Pompeo, cedendo al nuovo venuto il suo posto accanto al fuoco.
Egli aveva per agire così due moventi naturalissimi. Prima di tutto si era già scaldato e poi non gli dispiaceva di assumere in presenza del suo vicino l'attitudine vanitosa di amico della famiglia. Spinse la cortesia fino a prendere dalle mani del vecchio l'alto cappello a tuba, iniziando in pari tempo la conversazione.
— È la stagione questa delle visite, dei ritrovi, della pace e del raccoglimento famigliare, in cui tra genitori e figli, tra amici e amici si stringono maggiormente i vincoli d'affetto.
La sua voce d'organetto montato rimasesenza eco; il vecchio non sembrò occuparsi per qualche istante che della difficoltà di mettersi a posto. Le due sorelle lo aiutarono ponendogli dei cuscini dietro le spalle e solo quando si trovò ben disteso, colle mani sui ginocchi, davanti al caminetto che ardeva, egli si guardò attorno malinconicamente esclamando:
— Ecco che succede qui come nella vita; occorre tanto tempo per preparare la nicchia e quando è preparata bisogna andarsene.
Elvira pensò: “Non avrà l'intenzione di chiederci da dormire?„ Anna, davanti al volto sofferente del vecchio, sentì il bisogno di un'altra parola pietosa, disse:
— Ma lei può fermarsi fin che crede.
Per molto tempo non dovè dimenticare lo sguardo che il vecchio le gettò allora. Era un misto di amarezza, di sconforto e di paura insieme, col fondo misterioso di un'idea fissa che dava alla sua pupilla la immobilizzazione cristallina degli allucinati. Egli non veniva che un paio di volte all'anno a far visita alle sue padrone dicasa, ma dall'ultima volta l'attitudine triste e sofferente che gli era abituale aveva assunto un aspetto tragico che tolse momentaneamente la parola anche agli altri.
Il signor Pompeo tuttavia non poteva rassegnarsi ad un silenzio che lo avrebbe screditato presso sè stesso, inducendo il sospetto che a lui, professore di belle lettere, fosse mai per mancare la replica a qualsiasi argomento.
— Le idee pessimiste — sentenziò, rimettendo legna al fuoco — guastano il naturale concetto dell'esistenza, la quale è in realtà molto migliore della sua fama. Certo bisogna essere filosofi ed accettare le cose come sono.
— Non l'ho sempre trovato così ottimista, signor Pompeo. Per esempio quando impreca contro quel giovinotto, quel suo parente che non vuol saperne di studiare il latino....
Il signor Pompeo scattò come un razzo:
— Ma c'è confronto? C'è confronto? Domando io! Se mi adiro contro quel disutile è perchè ho davanti il problema dell'educazione,capisce? cioè della cosa più importante che vi sia.
— Non mai quanto la vita — rispose il vecchio con voce profonda.
— Ma l'educazione....
— Un bel cerotto l'educazione! Pensare che si nasce costando tante sofferenze a nostra madre, che subito andiamo incontro noi stessi a mille mali; che mettiamo i denti con dolore, che lottiamo colla pertosse, col morbillo, con una filza di guai, che ci tocca di imparare l'alfabeto e poi l'abaco e poi la grammatica e altre diavolerie....
— Tutto ciò per....
— Mi lasci dire che non ho finito. Tutto ciò per educarci nevvero? Difatti ci si insegna che non dobbiamo correre e saltare negli appartamenti perchè si disturbano i vicini, nè buttarci per terra perchè rompiamo i calzoni. Ci fanno eseguire una giudiziosa ginnastica per sviluppare le nostre membra e in seguito ci si inizia ai doveri morali secondo i quali non ci è permesso di dare un pugno ad un compagnoche ci incomoda, nè di impadronirci dei frutti che ci ingolosiscono, nè di dire liberamente ciò che pensiamo e nemmeno di guardare tutte le donne che ci piacciono. Arrivati a questo punto ci fanno l'onore di chiamarci galantuomini, ma evidentemente non basta; bisogna che ci perfezioniamo ancora; ed ecco l'arte che ci schiude i suoi miraggi dorati, la scienza che ci attira coll'altezza delle sue cime, la politica che ci vuole nell'ardore delle sue lotte. E la fine di tutto ciò? Quei denti che abbiamo messi con tanto dolore si guastano, traballano, cadono; quei capelli dove una mano cara soleva sprofondarsi nelle ore della nostra giovinezza, incanutiscono e cadono anch'essi. Che avviene delle belle membra sviluppate secondo i precetti dell'igiene? Turpi ed avvilenti malattie ce le rattrappiscono. E il nostro ingegno, i nostri studi, il nostro orgoglio di conquistatori? E il frutto dell'educazione? Si muore! Si muore! Si muore! Ecco.
Queste ultime parole del vecchio risuonarono lugubremente nel salotto. Le duesorelle si guardarono in faccia e sembrando ad Anna che Elvira volesse dirle qualche cosa, si voltò con premura verso di lei. Elvira disse infatti a bassa voce:
— Se è per raccontarci di tali allegrie che quel signore viene a farci visita!
Con un dito sulle labbra Anna la invitò a tacere. Il signor Pompeo intanto si era rimesso dalla specie di sbalordimento in cui lo aveva piombato lo sfogo del pessimista e dimenando il collo come se stesse per liberarlo dal capestro e sorridendo con una certa sua aria tra il melenso e il distratto:
— Via, via, cavaliere, ella scherza!
Non era ben certo che il pensionato fosse cavaliere, ma qualche cosa di simile doveva pur essere e ad abbondare di cortesia in quel momento gli parve atto diplomatico. Senonchè il vecchio sembrava totalmente ricaduto nelle sue meditazioni e se ne stava a capo basso ciondolando la fronte dinanzi al caminetto. Fu Anna che gli si fece dolcemente da presso, ponendo una mano sul bracciuolo della poltronadove egli stava seduto. Si voltò rapidamente, scusandosi:
— Oh! — disse — le chiedo perdono. È così triste l'invecchiare.
— Ma si vive — rispose Anna con quanta maggior soavità potè mettere nell'accento e nello sguardo.
Il vecchio le fu grato dell'intenzione. Da molto tempo non era più avvezzo a vedere rivolti a sè gli occhi di una giovine donna e le sorrise con un resto di amabilità.
Il signor Pompeo, afferrandosi come era sua abitudine all'ultima parola pronunciata, abbracciò in un colpo solo l'occasione di far pompa di nobili sentimenti e di terminare la sua filippica rimasta in asso.
— La vita è una feconda palestra per l'uomo che sente tutta l'importanza del dovere. (Si fermò un momento ammirandosi, trovando che la sua provvista di buone letture non lo aveva mai servito tanto bene.) Se non fosse per questo alto ideale, crede lei che vorrei darmi tutta la pena che mi dò a raddrizzare le gambeai cani? Non escludo quel disutilaccio che per vergogna mia è mio parente, lontano però; non lo escludo per l'ottima ragione che fra i cani è il più cane di tutti. Sa che appena terminato il liceo prese il volo? Sa che manca da oltre un anno? Sa che si è messo in testa di fare il pittore? Sa che io ne creperò di bile?
— La conseguenza sarebbe immorale — interruppe il vecchio con una placida ironia — essa scemerebbe assai la fede nel dovere.
Il signor Pompeo preso nei propri lacci ammutolì. L'altro continuò, animandosi, coi pomelli delle guancie che gli si accendevano nel volto scarno.
— Un cerotto anche questo del dovere! Non faccio per difendere il suo parente che conosco appena e del quale non mi importa nulla; dico solamente per dire. Che razza di un dovere può mai far conoscere ad un uomo ciò che sarà meglio per un altro? Lei giudica che il suo ottimismo vale più del mio pessimismo, ma a buon conto quando vuol essere sincero cade nel pessimismo anche lei.
— Un momento, un momento. Posso essere amaro nel vedere il nessun frutto delle mie fatiche, ma ciò non mi distoglie dal far quello che ritengo il mio....
— E dàlli! Io sono più vecchio di lei, ma ho sempre visto che se l'uomo vuole rinchiudersi in una teoria sbaglia certissimamente.
— Allora anche lei! — esclamò il signor Pompeo con un gesto così ingenuamente trionfante, che le fanciulle sorrisero.
— Sicuro, anch'io, ed è questo il peggio, ed è per questo che non credo a nulla.
Grave fu il silenzio che seguì tale dichiarazione. Nè Anna, nè Elvira non osavano prendere la parola, quantunque Anna accompagnasse con un evidente movimento di simpatia lo sguardo perduto che il vecchio scettico sembrava sprofondare al di là della vita. Il signor Pompeo, disorientato, pensò di accomodar tutto con una frase solenne e la pronunciò quasi pontificando:
— Una volontà superiore ci domina; dobbiamo piegare il capo ad essa.
— Non credo a nulla — ripetè il vecchio.
— Scusi, scusi, non è possibile.
— Perchè non è possibile?
— Una fede ci vuole. Non siamo mica bestie, che diamine!
— Eh! Eh!
— Ebrei o cristiani o mussulmani, è la fede che ci distingue dalle bestie.
— La fede?
— Una fede.
— “Questa o quella per me pari sono„ — mormorò il vecchio tamburinando sul bracciuolo della poltrona. — Scommetto che lei le coltiva tutte per misura di precauzione. Se ciò non farà del bene, almeno non farà del male. Che ne pensano le signorine?
Elvira, scandalizzata, non si degnò neppure di rispondere, e mentre il signor Pompeo l'approvava alzando e abbassando il mento coi denti stretti, le palpebre socchiuse, Anna arrischiò timidamente un:
— Forse è questione d'intendersi?
— Cioè?
— Il dubbio è talvolta la prova più sicura della presenza della fede.
Gli occhi del vecchio scintillarono; il vermiglio delle gote gli salì alla fronte investendolo di una fiamma repentina.
— Così giovane e già così profonda?
Anna si confuse, volle schermirsi, ma egli replicò con fuoco:
— No, no, continui; mi dica che ho torto, che questi vecchi occhi non sanno più vedere, nè questo vecchio cuore sa intendere. Mi dica che il sole sorge per opera di un Dio benefico a rischiarare un mondo che deve servire solamente di passaggio a un altro mondo di luce imperitura; io non le crederò, ma mi farà tanto bene sapere che qualcuno crede — qualcuno come lei così pura e buona.
— Ma ammirare non è credere?
— Ah! signorina, ammirare è difficile, credere è più difficile ancora. La fede sta in alto al pari dell'amore; molti si illudono di potervi giungere perchè tenendo i piedi nella mota gridano: “Ti vedo! Ti vedo!„ ma la loro voce non è che un suono vano.Quanto a me vorrei credere e non posso, no, non posso!
— Io pregherò per lei — disse Anna piano, così piano che le sue parole assumettero il mistero di una confidenza.
— Sì, preghi.
Il vecchio, che si era proteso vivamente verso la fanciulla, si arrestò.
Comprese che il singolare colloquio, lì, in quel posto, davanti agli sguardi ostili di Elvira e del signor Pompeo non poteva continuare. Disse ancora qualche parola insignificante e poi prese congedo.
— Se Dio vuole! — esclamò il signor Pompeo sollevando tutte e due le braccia al cielo. — Non mi meraviglierei che quel signore avesse la pretesa, lui che non crede a nulla, di credersi un uomo educato. Domando io se sono discorsi da fare in presenza di due signorine.
— Per parte mia non mi sono scandalizzata affatto — si affrettò a dichiarare Anna.
— Oh! tu non ti scandalizzi mai!
— Elvira, perchè dici questo?
— Non so; probabilmente perchè è vero.
— Perchè perdo tratto tratto una messa?
— Forse per questo.
— Perchè le mie orazioni non sono lunghe come le tue? Perchè non divido il tuo abborrimento per chi professa una religione che non è la nostra?
— O anche non ne professa affatto.
— O anche non ne professa affatto — ripetè Anna malinconicamente con le mani abbandonate in grembo, gli occhi alti seguenti un sogno.
Il signor Pompeo non giudicò prudente di continuare una conversazione che gli aveva già guasta la serata. Augurò in fretta la buona notte e se ne andò. Anna soggiunse allora con molta dolcezza:
— Io, vedi, preferisco il dubbio doloroso di un'anima ardente alla tranquilla acquiescenza di chi non si è mai domandato una volta nella vita: dove vado? Religiosa è per me la persona che si inchina davanti al mistero e lo rispetta, non colei che sul mistero non ha mai palpitato e professa i riti nello stesso modo che metterebbe un paio di guanti.
— Nostro padre....
— Babbo — interruppe Anna divampando improvvisamente — diceva che il miglior modo di riconoscere Dio è quello di trasformare tutta la nostra vita in un profondo ed occulto atto di adorazione.
— E chi lo giudica?
— Chi lo deve giudicare se non Dio stesso?
Non era la prima volta che fra le due sorelle veniva sollevata una questione di alta morale. Anna vi portava tutto il calore della sua anima maturata nella poetica eloquenza di Gentile Lamberti, ma Elvira che aveva oramai compiuta la sua educazione attaccandosi rigidamente alle formole concrete di una morale dottrinaria, si rifiutava a seguirla nei campi trascendentali della speculazione.
— La religione — rispose un po' seccata — è quella che è. Noi dobbiamo accettarla senza discuterla, specialmente noi donne.
— Veramente, trattandosi di anima, il sesso non dovrebbe contare e non capisco, se non facendo un'offesa agli uomini, perchèla donna abbia maggior obbligo di credere che non essi.
— È pur naturale, certe anormalità alle donne non stanno bene....
— Come i cappelli di feltro allora? Ed è per ciò che se ne astengono?Per ciò?
La voce di Anna tremava; una grande amarezza le piegava gli angoli della bocca. Il fantasma dello sconosciuto era là, davanti a lei; le stesse idee, lo stesso modo di giudicare, lo stesso concetto delle convenienze umane, quasi le stesse parole risorgevano: “La felicità della donna non può fondarsi che in una grande normalità di condotta e di ambiente„. In quell'istante Elvira le parve così odiosa che per frenarsi dovette fingere di cercare qualche cosa intorno a sè.
Elvira intanto piegava il suo ricamo, attenta, ponendovi nel mezzo un foglio di carta velina; le sue palpebre sbattevano impercettibilmente sulla pupilla immobile e le labbra semiaperte toglievano ogni intellettualità alla sua fisionomia.
Anna, che avrebbe voluto non guardarla,era invincibilmente attratta a scrutare in quel volto l'altro essere che ne prendeva possesso quando la curiosità o la vanità femminile rallentando la tensione dello sforzo lasciava emergere la piccola animuccia volgare che stava in fondo. Ed ella vedeva chiaramente un uomo serio e metodico, chino a suggellare una lettera, il volto regolare, la tenuta irreprensibile, passando la mano densa e forte sulla fronte nitida....
— Buon riposo — disse Elvira porgendo la guancia al bacio della sorella.
— Buon riposo — rispose Anna sfiorandola appena e con sì manifesta riluttanza che si impose di seguirla per alcuni passi finchè trovò la forza di soggiungere — Dormi bene. — E ancora, quando fu presso a scomparire, le gridò dietro — A rivederci domani.
Questa specie di penitenza che si decretava da sè stessa tutte le volte che l'antipatia l'aveva spinta ad un atto meno che affettuoso, la faceva però soffrire orribilmente. Quando fu sola si lasciò caderesopra una sedia, scoraggiata. Da tanti anni che durava la lotta non aveva guadagnato un sol punto. Il vecchio scettico aveva detto quella sera stessa: “La fede sta in alto al pari dell'amore. Molti credono di potervi giungere perchè tenendo i piedi nella mota gridano: Ti vedo! Ti vedo! ma la loro voce non è che un suono vano„.
Egli aveva paragonato la fede all'amore?... Anna non aveva pensato mai all'amore. Certo non amava sua sorella; tutti gli sforzi che faceva per raggiungere questo scopo non servivano che a dimostrargliene sempre meglio la impossibilità. Chi avrebbe dunque amato? Il ricordo di suo padre la occupava tanto che sembrava non dovesse restare nessun posto per altri. Non poteva nemmeno supporre che uno dei pochi giovinotti che ella conosceva venisse un bel mattino a chiederle la mano di sposa; meno ancora che ella potesse accettare. Temperamento d'eccezione, iniziata di buon'ora ai godimenti intellettuali, nessuna delle solite impazienze femminili aveva turbata la sua fortee casta gioventù. Gli anni maturavano la bellezza del suo corpo conservandole il carattere verginale di fiore ed ella sembrava compiacersi in questa purità d'elezione e se ne appagava.
Le parole del vecchio però non volevano uscirle di mente. Egli doveva conoscere la vita. Doveva aver amato e creduto e patito assai.
Come aveva fatto in principio di sera, Anna tornò ad accostarsi ai vetri del terrazzo, attirata dall'abisso delle tenebre; ma non vedeva più in mezzo ad esse un lungo convoglio corrente cogli occhi di fiamma. Pensò: “Per quest'oggi non arriva„. Si fece accanto al tavolino e in piedi, sotto la lucerna, rilesse una lettera che teneva nell'alta cintura di seta nera serrata da una fibbia d'argento. Diceva la lettera:
“Mia signora e mia amica, il tempo della prova è quasi passato. Io potrò arrivare da un giorno all'altro, non so quando precisamente e perciò non dico ancor nulla a nessuno, ma a lei sì. Lei hadiritto di saper tutto da me. Non è forse la mia coscienza? In qual modo avrei potuto resistere in questo anno di lotta e come avrei trovato la forza stessa della decisione se ella non mi avesse assistito col suo affetto e co' suoi consigli? se facendosi veramente la mia coscienza e la mia anima non mi avesse indicata questa che oso ora chiamare la mia via? Non dubito più. Lei che mi vuol bene se ne rallegri. So quello che posso; sopratutto so che devo tutto a lei. Lo scrivo con gioia perchè ciò mi permette di dirmi suo e tutto suo“Flavio.„
“Mia signora e mia amica, il tempo della prova è quasi passato. Io potrò arrivare da un giorno all'altro, non so quando precisamente e perciò non dico ancor nulla a nessuno, ma a lei sì. Lei hadiritto di saper tutto da me. Non è forse la mia coscienza? In qual modo avrei potuto resistere in questo anno di lotta e come avrei trovato la forza stessa della decisione se ella non mi avesse assistito col suo affetto e co' suoi consigli? se facendosi veramente la mia coscienza e la mia anima non mi avesse indicata questa che oso ora chiamare la mia via? Non dubito più. Lei che mi vuol bene se ne rallegri. So quello che posso; sopratutto so che devo tutto a lei. Lo scrivo con gioia perchè ciò mi permette di dirmi suo e tutto suo
“Flavio.„
Ogni volta che Anna rileggeva quella lettera, ed era già la quarta, le scendeva al cuore una grande dolcezza. La vivace riconoscenza del fanciullo che ella aveva protetto e di cui aveva indovinato l'ingegno le schiudeva un orizzonte di sensazioni nuove. Ricordando il giorno in cui era partito tra le furie del signor Pompeo, tra i sarcasmi di Elvira, e tutto quel periodo di lontananza confortato da lettere così soavi, l'impazienza di rivederlo si faceva acuta.
Ripiegò la lettera lentamente e senza accorgersene la sollevò all'altezza della faccia come per provare la morbidezza della carta. — Forse — mormorò a fior di labbra — verrà domani.