Quando, un mattino, Flavio senza farsi annunciare aperse l'uscio del salotto, Anna, che pure vi era preparata, gettò un piccolo grido e arrossendo di piacere gli corse incontro colle mani tese.

Lo slancio era stato così spontaneo, l'espansione così affettuosa, che solo qualche istante dopo Flavio si accorse della presenza di Elvira, arrestandosi dubbioso davanti all'espressione indefinibile degli occhi della fanciulla — quegli occhi che già lo avevano avvolto nelle loro elissi freddamente scrutatrici — onde egli istintivamente cercò di discolparsi balbettando:

— Ero smanioso di rivederle e non avendo trovato in casa il signor Pompeo sono corso qui subito senza nemmeno scuotere la polvere del viaggio. Ho avuto torto?

— No — disse Anna.

— Sì — risposero gli occhi di Elvira.

Tuttavia l'imbarazzo fu passeggiero. Flavio si pose subito a raccontare le impressioni sommarie di quell'anno trascorso nel visitare le bellezze artistiche dell'Italia per mettere a prova la sua vocazione. Una sicurezza giovanile e pure pensata traspariva dai suoi detti, dalla voce, dallo sguardo luminoso. Aveva ancora qualche cosa della primitiva timidezza, specie nel colorito che passava rapidamente dal pallore abituale a rapide accensioni fiammee, ma tutt'insieme e nello sviluppo del corpo e nella coscienza di sè stesso egli aveva fatto progressi tali che Anna lo guardava stupita e commossa. Il suo piccolo volto dai lineamenti fini ma risentiti sembrava conservare il riflesso di tutte le commozioni che lo avevano attraversato. Quante cose nuove, quante rivelazioni, quante scoperte avevano concorso alla trasformazione del fanciullo in uomo!

Anna lo scandagliava con un'ansia confusa e ardente di vergine casta, notandocerti suoni speciali della voce che prima non aveva, certe pose che le erano ignote; e nell'esame lento e profondo si sentiva mordere al cuore da una inquietudine singolarissima, quasi un presagio, quasi una gelosia cieca e selvaggia di fatti conosciuti, forse insussistenti, ma possibili e sopratutto inafferrabili.

— Come è mutato!

— Non molto, le assicuro — disse Flavio sorridendo, colla mano sollevata ad un vago accenno nel vuoto.

Anna seguì collo sguardo quella mano magra e nervosa che conosceva così bene; se la ricordò tinta d'inchiostro, screpolata dal freddo, convulsa sui doveri di scuola e sui pensi latini, timida e commossa sempre. Essa non aveva cambiato. Anna vi sentiva, come una volta, la potente attrazione che fa della fisonomia della mano uno dei mezzi più sicuri per conoscere il sentimento; e così, come essa amava particolarmente certe abitudini dell'anima di Flavio, amava pure il suo modo di stendere la mano, di ripiegarla, di esprimerecon un semplice tocco le oscillazioni più delicate e più sensibili della sua psiche. Fu con gioia che la riconobbe, che la afferrò e la strinse, come una volta, come una volta.

— Un po' vedere se c'è il segno fortunato.

La aperse, stese il pollice e guardò curiosamente la piega in mezzo alle due falangi. Scosse il capo, lasciando ricadere la mano che era la sinistra.

— Mi dia l'altra. Ah! ecco; l'elissi qui è perfetta, non interrotta dalla più piccola linea. In uno almeno de' suoi voti otterrà ciò che vuole.

— Anna crede a queste sciocchezze! — disse Elvira.

— No, non credo positivamente....

— E allora perchè ne fai l'esperimento?

— Perchè.... perchè....

— Perchè — interruppe Flavio — non tutto è positivo nella vita. Ci priveremmo di una quantità di sensazioni squisite se dovessimo accettare solamente quelle che rispondono in stretto modo alla ragione.

— Giudica che sarebbe un gran male ad avere qualche sensazione di meno? — chiese Elvira ironicamente.

— Certo, certo, certissimo! Ah! pensi, l'arte non avrebbe più ispirazioni.

Elvira si morse le labbra soggiungendo:

— Un grande filosofo lo ha già detto. “Non è cosa saggia nè filosofica pretendere che tutta la vita lo sia„. Mi arrendo; anzi vorrei sapere che cosa dicono in proposito i miei pollici. Non c'è male, mi pare. In ambedue le falangi si uniscono senza linee di interruzione. Viva la negromanzia!

Anna sentì stridere dentro di sè quella tal nota scordata che le faceva tanto male.

Ora Flavio si guardava attorno con affettuosa curiosità.

— Ancora tutto eguale! Il soffitto a vôlta cinto dalla fascia cilestrina, il tappeto di panno rosso ripetuto in tutte le camere colla striscia di tela tigrata, gli stessi mobili allo stesso posto.... E i nastri azzurri e gli stipiti dorati....

— Ne ha mai veduto altri di simili in altre case? — domandò Anna.

— Sì, qualcuno, a Venezia principalmente, in un palazzo antico dove ritornai non so quante volte....

— Per gli usci?

— Per gli usci, signorina Elvira, ed anche per certi affreschi del Tintoretto; ma quegli usci mi attiravano invincibilmente. Non mi vergogno a dirlo, io sono un sentimentale incorreggibile.

— Spero bene — pensò Anna più che non disse.

— Le ore belle della mia vita furono sempre dischiuse da uno di quegli usci fioriti. Come potrei non amarli?

— Ciò è molto gentile per noi; ma francamente, queste grandi tavole che ingombrano metà della parete non sono affatto comode. Se Anna volesse essere un po' più condiscendente dovrebbe farle levare.

— Ah! no, Elvira, no. Chiedi quello che vuoi, non di mutare questa casa. Tu — soggiunse dopo una pausa esitante — anderaiad abitarne un'altra più moderna; io resterò qui sola....

— A custodire il fuoco sacro; ma se ti decidi poi a prendere marito porterai gli usci con te.

Anna finse di non udire.

— I più graziosi — disse volgendosi a Flavio — sono nella camera di babbo. Ricorda?

— Hanno nel centro una ghirlanda di roselline gialle alternate a pervinche ed a caprifogli e qualcuno dei caprifogli sale sullo stipite fino alla cima. Vede se ricordo?

— E una delle pervinche, sull'uscio della finestra che mette al terrazzo, ha la forma di un cuore spezzato.

— E accanto a quella pervinca, a destra, una farfalla si slancia a volo.

— Una piccola farfalla bianca — completò Anna.

Si erano alzati. Quasi senza accorgersene, trovandosi all'entrata della camera del babbo, Anna spinse la larga imposta.

— Che freddo! — esclamò Elvira. — Èun'altra fissazione di mia sorella quella di non voler mettere i caloriferi nell'appartamento.

— Noi veramente non soffriamo troppo freddo. I muri sono così grossi, le finestre ben riparate, i tappeti folti e il caminetto scintilla così gaiamente bruciando della vera legna....

— Ma non si usa più. Scommetto che in tutta Milano siamo le sole a scaldarci in questa maniera preistorica.

— Felici i soli.

Elvira ebbe una vaga idea che l'affermazione recisa di sua sorella si potesse contraddire apertamente con un passo della Bibbia, ma davanti alla corrente rigida della camera socchiusa non si sentì la forza di discutere e chiuse vivamente l'uscio dietro a Flavio e ad Anna che erano passati dall'altra parte.

Anna fu sul punto di chiedere al suo giovane amico, per cortesia, se avesse freddo anche lui, ma vide subito l'inutilità della domanda. Era lontano il giorno in cui misero, avvilito, perduto nella nebbiae nel terrore ella se lo era stretto al seno con amorevole atto materno.... Una leggera malinconia l'assalì improvvisamente.

Egli intanto girava per la camera pieno di quell'attenzione religiosa e pudica che Anna annoverava tra le sue maggiori attrattive, che lo rendeva qualche volta impacciato, ma che conferiva a' suoi detti, a' suoi sguardi, perfino a' suoi silenzi, una significazione profonda. Si fermò davanti alla pervinca che aveva la forma di un cuore spezzato e ponendovi sopra la punta dell'indice:

— Qui! — disse.

Tutto il passato rinasceva.

— In questo cantuccio, così, precisamente, mentre io seguivo le fantasie delle ghirlande dipinte, suo padre mi parlò dei diritti dell'uomo — la prima volta — la prima volta, intende? Fino allora avevo sempre creduto che l'uomo fanciullo e giovane dovesse essere proprietà dell'uomo vecchio, plasmati l'uno sull'altro come i fogli che escono tutti egualmente bianchi e levigati dalla macchina. Egli mi disseper la prima volta: “Sii te stesso„. Allora, subito, non intesi la grandezza di queste parole, ma quanto vi pensai in seguito!

Si erano portati davanti al ritratto di Gentile Lamberti e lo contemplavano in silenzio. Adorare insieme lo stesso ideale non è amarsi nel modo più raro e più profondo? Quale amplesso, quale bacio, li avrebbe avvinti più strettamente di quell'istante muto e solenne in cui, davanti all'immagine che per essi rappresentava la perfezione terrena, i loro cuori si fusero nella stessa tenerezza, salirono e divamparono nella medesima fiamma? Un soave calore li invase mentre stavano in piedi e vicini contemplando il ritratto amato. In quell'istante Anna sentì distintamente che la sua famiglia, il suo mondo, la sua vita erano lì, personificati nel cuore sensibile, nella delicata intelligenza di Flavio. E Flavio pure godeva l'istante. La nobile femminilità di Anna lo soggiogava, penetrandolo di un fascino sottile.

— La mamma. La nonna — disse Flavioriconoscendo i due ritratti che fiancheggiavano quello di Gentile Lamberti.

— Sì — fece Anna chinando lo sguardo sotto lo sguardo abbassato di sua madre.

— È singolare come lei non assomiglia niente a sua madre; e neppure sua sorella le assomiglia.

Un sospiro violento gonfiò il petto di Anna. Perchè non poteva parlare? Dire tutto a Flavio, confidarsi a lui, metterlo intero nella sua anima, in ogni suo pensiero; nel bene, nel male, negli slanci di fiducia eroica e nelle cadute angosciose. Quando, alcuni momenti prima, ella aveva proclamato: “Felici i soli„ non pensava certo ad una solitudine frammentaria fatta di rimpianti e di desiderî, ma alla divina solitudine di un tutto armonico e completo. Gli posò leggermente una mano sul braccio traendolo verso un'altra parete quasi tutta occupata dalla libreria; ivi la sosta fu breve. Avrebbero voluto leggere ad uno ad uno i frontispizi, toccare le pagine, ridire almeno il titolo dei cari volumi noti; era lavoro troppo lungo.Vi gettarono uno sguardo complessivo pieno di memorie e si ritrovarono da capo a guardare insieme la pervinca in forma di cuore.

— È veramente curioso — mormorò Anna a voce bassissima.

— Che cosa?

— Il fatto che senza comunicarci le nostre impressioni, perchè io mi ricordo benissimo di non avergliene parlato mai, tanto io che lei abbiamo trovato lo stesso simbolo doloroso in questo fiore.

— Ma non è evidente?

— Non saprei. Il signor Pompeo vi trova la forma di un ipsilon e la linea che dovrebbe essere la gamba dell'ipsilon e che per me è una lama che squarcia il cuore, Elvira sostiene non essere altro che una screpolatura del legno.

Flavio sorrise.

Ma Anna sembrava incalzata dalle visioni malinconiche. Ella disse ancora stringendo senza accorgersene il braccio di Flavio:

— Una volta sognai che questo fiorepiangeva. No, non può immaginarsi che strazio! Piangeva come una persona viva, come un fanciullino inerme nelle mani del carnefice. Piangeva senza lagrime con un lamento lungo....

Si fermò per guardare Flavio: temeva che sorridesse e se ne sentiva già offesa, ma egli l'ascoltava pallido e serio.

— Crede che gli oggetti inanimati non sentano proprio nulla? Crede che i fiori non soffrano quando si lacerano?

— Ad ogni modo — rispose Flavio come se stimasse inutile una risposta diretta — noi prestiamo loro la nostra anima e tanto basta per renderli degni della nostra compassione. Qual significato avrebbe l'anima chiusa e costretta nel piccolissimo recinto di un cervello umano? L'anima è immortale perchè è infinita.

Avevano dietro a loro il piccolo divano che teneva lo spazio fra le due finestre. Anna vi si lasciò cadere pensosa, col busto ritto, le mani abbandonate in grembo.

Quante cose sapeva ora Flavio! Che slancio aveva preso la mente! Quasi provavaun rimpianto dei tempi passati, quando nessuno si interponeva fra lui e lei e che ella poteva liberamente stringerselo al seno da quel povero fanciullo che era.

Flavio non ebbe un vero sospetto dei pensieri che agitavano la sua amica, ma la vide triste e con atto semplice ed affettuoso le si sedette accanto aspettando che parlasse, con un ritegno di tutta la persona, con una espressione negli occhi così umile e devota che Anna ne fu profondamente commossa.

— Oh! Flavio, mi pare che non un anno dieci anni ci abbiano divisi.

— Perchè dice questo? Io non mi sentii mai diviso da lei.

Le dolci parole fluttuarono nel breve spazio, molcendo il cuore di Anna come un'onda di lago che accarezza la riva.

— Non glie l'ho scritto che lei è la mia coscienza? Che cosa sarebbe stato di me, solo, senza consigli, senza aiuto, senza simpatie, solo per il mondo, per città straniere, tra gente ignota e indifferente?

— Aveva il suo sogno d'arte.

— No, avevo lei. Il sogno mi tormentava e la sua immagine, le sue parole, mi calmavano. Si ricorda una sera di primavera, oh! ero ancora quasi un fanciullo, sul terrazzo, in mezzo alle glicini? Ella mi disse che il mio dovere era di seguire la mia vocazione, contro tutti, a qualunque costo. Io credo bene di averla sempre amata.... Scusi, non si offende, vero?... ma da quella sera la venerai. Non si offende?... Se sapesse che cosa è lei per me!

Si fermò, quasi cercando una parola, dubbioso se fosse veramente la parola che egli voleva. Mormorò pianissimo:

— Una santa.

Anna scosse il capo con vivacità, arrossendo.

— No, no, sbaglia. Sono piena di pensieri cattivi. Anche in questo momento, vede, invece di esserle grata per tante buone parole....

— Non sono parole, sono sentimenti.

— ... per tanti buoni sentimenti, ho un cruccio qui.... Non so spiegarmi, non mi comprendo io stessa, ma creda, credache non vorrei essere così. Mi esamino; è forse orgoglio che soffre nel trovarsi superato? è gelosia della sua gloria futura?

— La mia gloria futura! — esclamò Flavio scuotendo il capo — essa, se mai verrà, si umilia fin d'ora a' suoi ginocchi. Mi ascolti, che non ho mai parlato tanto seriamente. Le giuro che tutto ciò che sono, tutto ciò che potrò diventare è opera sua, è merito suo. Qualunque posto mi riserbi la fortuna, il mio posto preferito sarà sempre qui, come ora. Mi guardi, dove sono cambiato? Nel volto? Mi guardi bene, no. Nel cuore? No, no, no. Non lo vede che sono ancora il suopoverino?

Fu Anna questa volta che sorrise con una tenerezza che la scuoteva tutta e la faceva tremare.

— Mi chiami il suo poverino, mi faccia l'elemosina....

Anna gli pose una mano sulla bocca per farlo tacere, ed egli vi impresse un bacio devoto.

Per qualche istante nessuno parlò. Si udivano dal salotto vicino i lievi rumoriche Elvira faceva rimuovendo le forbici, il ditale, i piccoli svariati oggetti del tavolino; fuori, sul terrazzo, qualche pigolìo di passero, qualche rapido sbatter d'ali; lontano la campanella del convento. Niente altro.

— Non è orgoglio offeso, non è gelosia di gloria futura — dibatteva Anna fra sè — che sarà dunque?

Il profilo di Flavio si disegnava nella sua correttezza di piccolo cammeo sul velluto cupo del divano, illuminato da un raggio di sole che vi pioveva obliquo. Anna non ricordava il momento in cui il sole era apparso e voleva ricordarlo, inquietata e sviata dalla tinta di oro pallido che prendevano sotto a quel raggio i baffi nascenti del giovine.

— Se le dicessi che ho pensato a lei davanti a tutti i capolavori, sarebbe certamente la verità, ma una verità un po' volgare e forse anche superficiale. Lei mi è stata molto più vicina, più intimamente e più dolcemente vicina, a Siena per esempio. Conoscesse Siena!

— Bella?

— Oh! bella, non è ciò che voglio dire. Vi sono delle città, come vi sono delle donne che dovrebbero offendersi a sentirsi chiamare belle. È un altro aggettivo che occorrerebbe; più complesso, più misterioso, sopratutto più profondo....

— Sì, sì, comprendo.

— Era un giorno tanto melanconico, pioveva; un lutto cittadino abbrunava quasi tutte le vie; sulla piazza, nei caffè, non si parlava che di morte; le Sibille del Duomo, quelle Sibille che nella snella e dignitosa persona somigliano a lei....

— Mi somigliano?

— Non lo sa? Davvero, le somigliano; ebbene, esse pure sembravano quel giorno addolorate. Probabilmente la tristezza stava in me; ma quand'è che possiamo staccarci così completamente da quanto ne circonda da poter dire che noi soli diamo il colore alle cose?... Entrai nella botteguccia di uno scodellaio che stava riproducendo certi puttini del Sodoma e mi venne la nostalgia dei secoli sereni dell'arte,quando Alighieri s'intratteneva a motteggiare con un umile intarsiatore di chitarre.

— Pensava a Belacqua?

— Sì, invidiandolo. L'artefice senese però era un rozzo calunniatore dei dipinti del Sodoma e la mia tristezza si fece anche maggiore mentre seduto sopra un trespolo ritraevo gli occhi dalla profanazione figgendoli disperatamente per terra, una terra nuda e compatta, dove la pioggia scorreva a rivoletti clandestini. Che gioia fu allora pensare a lei! Pensare che nella tristezza, nel lutto, nell'abbandono, nello scoraggiamento, nelle ore più nere, nei luoghi più tetri e meschini, una voce che esiste, che non è un sogno nè una fantasmagorìa, ci ripete:Credi.

Flavio si era fermato, sorpreso di aver saputo trovar tante parole per esprimere ciò che riteneva inesprimibile. Egli vide allora che vi sono veramente degli istanti nella vita in cui pare che l'anima trabocchi. Un'ora prima o un'ora dopo forse non avrebbe saputo dire altrettanto. E Annalo ascoltava in estasi chiedendosi con grande trepidazione: “Io dunque gli ho fatto tanto bene?...„

Ma l'attimo volava. Le cose esterne cambiavano già: lo sguardo di Flavio, il suo gesto, seguivano la nuova attitudine del suo silenzio: l'aria intorno aveva trasmesso a distanze indefinite l'onda sonora della sua voce; le parole calde e vibranti non erano più, il pensiero stesso si era già trasformato.

— Ancora! — supplicò Anna.

E Flavio continuò:

— Forse ella era con me fin da quando, adolescente, entravo nelle chiese a imbevermi della dolcezza spirituale dei dipinti antichi visti nella trasparenza colorata delle ogive; sopratutto in certe giornate d'autunno intense di passione o nei mattini teneri di primavera, quando le madonne irradiate improvvisamente nel fondo delle cappelle sembrano sorridere colla loro grazia ingenua di vergini. Molte volte, sgridato per le mie lunghe assenze, non osavo confessare di essere stato in chiesa;non avrebbero creduto; ma a lei, se me lo avesse chiesto, avrei detto subito di sì; ed anche a lui!

I loro occhi si volsero insieme al ritratto di Gentile Lamberti. Flavio continuò:

— Fu in questa cara vecchia casa che nacque veramente, ma fu nelle chiese che maturò la mia vocazione per l'arte. In una piccola chiesa, qui, vicino a noi, ho provato le estasi più squisite.

— Il Monastero Maggiore?

— Appunto. Ha mai osservato lei quel rettangolo di vetro color viola, dietro l'altare? Sì, nevvero? Sopra la finestra per la quale dalla sacristia si confessavano un tempo le monache? È strano come le gradazioni di quel colore in tutte le ore del giorno, in tutte le stagioni dell'anno, io le abbia davanti agli occhi sempre; talvolta tragiche qual macchia sanguigna, talvolta ardenti e cupe, talvolta raggianti di luce mistica, celestiale. È questa l'aureola in cui per molto tempo ondeggiarono tutte le mie visioni d'arte e di amore.

All'ultima parola Anna arrossì in un modo così violento e ingiustificabile che si passò una mano sul volto per nascondersi.

— La annoio?...

— Come mai può pensarlo? Ho sempre avuto anch'io una grande preferenza per quella chiesa; vi trovo un fascino raccolto e misterioso. Lei forse saprà trovarvi altra cosa, delle ragioni artistiche che ignoro.

— Ma no. Ero un fanciullo quando incominciai a frequentarla. Essa ha davvero quel fascino indistinto che lei dice e che emana dalle opere d'arte a guisa di una bellezza incorporea, più sentita che ragionata. È per questo che tutti le possono ammirare. L'opera d'arte non ha duopo di spiegazioni: deve apparire in mezzo alle turbe nella stessa guisa di un raggio. Chi ha occhi lo vede.

Tacquero alcuni istanti, avvinti dalla profonda simpatia delle loro anime, per cui anche nel silenzio provavano l'impressione di continuare a parlarsi. Annatrasalì quando Flavio di lì a non molto disse:

— Fu in quelle soavi figure del Luini che cercai le prime forme femminili.

Ella pensava precisamente a ciò e non rispose. Una figura dell'ultima cappella a destra le venne repentinamente innanzi nell'abbandono della persona florida, nella veste discinta che scopriva le ricchezze del seno, e come prima, arrossì, presa da un turbamento che in lei non era affatto solito.

— Ma non riuscii mai a fissarmi in nessuna. Esercitavano tutte insieme una dolce eccitazione nel mio essere, piuttosto come sogno di un desiderio, che come desiderio concreto.

Anna continuava a tacere; pure il suo silenzio aveva un sommesso ardore che non permetteva alla parola del giovane di morire. Egli sentiva che ella era appoggiata a lui, stretta al suo cuore, devota a' suoi pensieri ed a' suoi ideali. Momento divino per il suo orgoglio d'uomo, sentiva di dominarla incondizionatamente. Mal'uomo era quasi un fanciullo, le sue sensazioni adombrate ancora di pudore, se non di mistero, e la gioia inconscia del dominio prendeva nella sua mente un'attitudine ingenua che ne scemava la portata.

— Lontano, lontano, lontano vanno le memorie! — mormorò Flavio. — Non è lei la piccola fata che io vedevo scendere, salire, nascondersi negli ampi cortinaggi cremisi che ornavano il salotto di mio zio vescovo? Lei sa pure che ebbi uno zio vescovo, che i parenti volevano farmi percorrere la carriera ecclesiastica?... Prima di essere laureato professore fui unto prete.

Un malinconico, un dolce, un buon sorriso di chi ha già perdonato sfiorò le labbra di Flavio.

— È per questo — soggiunse Anna nello stesso tono di malinconia dolce — che ama le chiese.

— E gli angeli.

Flavio aveva pronunciato questa parolaangelisenza saperne il perchè; ma ilblando suono della parola stessa lo commosse.

— Angeli o fate che fossero, femminili visioni mi apparivano nelle pieghe del damasco antico. Ero così piccino allora, così mingherlino, che penetravo in qualsiasi cantuccio, ed accoccolarmi per terra dietro le tende era una delle mie grandi gioie. L'ondeggiamento della seta mi faceva pensare a gonne misteriose, a fruscii d'ali.... Oh! certe sensazioni dell'infanzia come tornano.

Non disse a proposito di che gli tornavano ora quelle sensazioni. Si alzò in piedi, mosse alcuni passi e riprendendo il suo posto vicino ad Anna, la voluttà delle confidenze lo riprese:

— Ricordo una cugina, grande; era maritata; non so di che età, ma giovane o almeno mi sembrava tale; una mite creatura che vedevo raramente in casa del vescovo e mai altrove; aveva i capelli neri neri, pettinati lisci intorno alla fronte bianchissima. Mi voleva bene, mi proteggeva; quando mi sgridavano troppo (perchèio fui sempre sgridato in tutta la mia vita) mi attirava a sè e mi nascondeva la faccia nel suo grembo.

Ebbe una pausa. Si guardò in giro, guardò l'abito di Anna, parve cercare una parola.

— Come si chiama quella stoffa morbida, che non è seta, non è cotone, non è lana?... Mia cugina aveva un abito così, morbido, cadente con pieghe floscie.... Filugello?

— Non so che si facciano abiti di filugello: dovrebbero essere ruvidi — disse Anna.

— Mi sbaglierò dunque; non sarà filugello; infine non importa. So che era morbido e fresco, e siccome ella mi teneva contro i suoi ginocchi finchè avessi cessato di piangere, piangevo qualche volta un po' più a lungo per sentire contro il volto l'abito di mia cugina.

Anna tentò di sorridere, pure avvertendo una certa contraddizione con un sentimento ben più intimo e profondo che l'andava martoriando da qualche istante.

— È molto tempo che siam qui — disse alzandosi.

— Sì? — fece Flavio con sincera meraviglia.

Ed Anna allora completò più francamente il sorriso.


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