Un chiaro sole della fine di marzo raggiava nella vecchia casa traendone effetti di luce inaspettati, bagliori civettuoli di gemma sul capo di donna matura che non ha perduta tutta la sua bellezza; così gli embrici rosseggiavano, asciutti e lucenti, nell'aria fatta trasparente per la grande purezza e, digradando ora chiari ora scuri sul pendìo, interrompevano colla nota sorridente della loro fioritura rosata la bianchezza grigiastra dei muri. Il terrazzo, ornato appena di qualche semprevivo e di qualche impaziente tralcio di glicine che incominciava a inturgidire, scopriva per intero l'ampia balaustra barocca dentro ai cui riccioloni il sole giocava a rimpiatterello, guizzando sui rigonfi lucenti, internandosi nelle avvallature dove la patina di un bruno verdastro riluceva sotto aisuoi raggi con una marezzatura calda di bronzo.
Flavio contemplava tutto ciò dalla finestra della sua camera, ebbro della primavera che gli entrava per gli occhi a incontrare la primavera del suo cuore, avendo uno sguardo simpatico anche per il portinaio che girava silenzioso nel cortile a tendere i fili alla glicine, anche per il balconcino del vecchio pensionato dove spenzolava uno scialle di flanella a scacchi bianchi e neri. E non gli erano ugualmente cari gli orti che circondavano la casa, turgidi già per le sementi che gonfiavano la terra, velati qua e là da una nivea cortina di mandorli in fiore? tutto, fino al muro lontano del convento, fino ai due o tre comignoli che chiudevano l'orizzonte? Quale linea gli era ignota? Quale punto o quale colore era sfuggito al suo occhio perspicace ed amante? Egli rivedeva ora ogni oggetto con criterio maturato, con una più larga intelligenza del bello; si inteneriva a pensare la sua adolescenza trascorsa tutta lì, in quella che egli consideravaampiamente la sua casa, che racchiudeva tutte le sue memorie, i suoi dolori, le sue lotte, le sue speranze, le sue rare ma profonde gioie.
Nella recente e incompleta e pure viva esperienza del mondo aveva imparato ad apprezzare più ancora la solitudine di quel cantuccio primitivo, rimasto incolume ai fianchi di una grande città, sfuggito per miracolo alla manìa innovatrice; vi sentiva un tepore particolare di nido, di seno materno, dove è dolce riposare. La meridiana dipinta sul muro del convento aveva una scritta per metà cancellata. Alcune parole si leggevano ancora coll'aiuto di una lente, ma Flavio non ne aveva bisogno: le sapeva a memoria e proprio allora, in quella dolcezza di nido che si rinnovella, gli apparvero fiammeggianti sul muro lontano, quasi aureolate dal vivido sole che vi batteva sopra:Il tempo stringe, facciamo il bene. Fatidiche parole per un giovine che se le sente penetrare nelle carni e nel sangue a guisa di nobile sperone! Nella serena cornice della sua finestra, dinanziagli orti sbocciarci, l'epigrafe della antica meridiana perdeva il suo carattere monastico per vestire una forza nuova di conquiste, di audaci tenzoni a cui la stagione prestava intime essenze eccitanti che Flavio respirava nell'aria come fumo di prossime battaglie. L'ora del tempo e l'ora della vita si univano insieme per renderlo felice. Egli gustava questa profonda ebbrezza di sentirsi giovine in un mattino di primavera.
Improvvisamente una rondine attraversò lo spazio: era la prima rondine dell'anno. L'agile forma bruna, dopo di avere punteggiato per un istante l'azzurro del cielo, sparì.
Una folata di vento passò ratta. Essa portava in grembo pollini di fiore, pelurie di nido, fiocchi indistinti caduti da ali invisibili e profumi teneri di foglie non odoranti ancora che di freschezza.
Nell'orto più vicino due gattini novelli giuocavano al sole, rincorrendosi con cento moine e capitomboli, carezze, finte, parate, assalti. Al disopra di essi un ciliegio mettevai primi boccioli; poco lungi un pesco agitava alla estremità delle esili braccia, come piccole mani di bimbo, i suoi fiori rosei.
Un grido uscì dal petto di Flavio; uno di quei gridi inconsulti che i giovani lanciano nello spazio per esuberanza di vita nella stessa guisa che i puledri nitriscono in mezzo al prato e che i falchi novelli stridono fendendo l'aria. Se ne stava ascoltando ancora l'eco del suo grido ripercosso contro i vetri aperti che il sole iridava, quando vide Anna ritta sul limitare del terrazzo che gli faceva un cenno amichevole; e perchè Flavio sorrideva senza muoversi, arrotondò le due mani intorno alle labbra mormorando un invito a cui finalmente Flavio corrispose con grande vivacità di gesti e di parole, mentre Anna si ritirava nelle sue camere.
Egli rimase ancora per un po' di tempo immobile al davanzale. L'apparizione della sua protettrice, benchè rapida, gli aveva suscitato una specie di tenerezza malinconica. Anna non gli era mai sembratacosì pallida e un po' patita come in quel mattino acerbo di primavera, nella luce intensa del cielo e dell'aria, nel trionfo prepotente di un vigore che fugava tutte le ombre e cresceva la tonalità dei colori rendendoli quasi stridenti. Sì, doveva essere quell'orgia di turchino e di giallo che faceva apparir cereo il bel volto, sottolineando la leggiera emaciatura delle guancie. Tuttavia questa impressione non era isolata: qualche cosa di stanco interrompeva l'armonia generale della figura che egli aveva conosciuta fiera e quasi rigida, e che ora sembrava cedere ad un inesplicabile languore. Flavio si domandò quanti anni ella poteva avere. Non era più un fanciullo, lui. Conosceva la vita, aveva letto, aveva osservato. Per la prima volta pensò perchè Anna non prendeva marito. Ciò era per lo meno singolare; bella, ricca.... Improvvisamente scosse il capo: dove mai si sarebbe trovato l'uomo degno di lei?
Si staccò dalla finestra recando nel cuore l'immagine dell'amica bella e melanconicae già tòcca dal doloroso fascino che circonda sulla terra tutto quello che è inaccessibile. Il suo affetto profondo, confinante colla venerazione, ne ricevette alimento maggiore. Gli parve veramente di non potere allontanarsi da lei mai più.
Ma Anna lo aveva chiamato ed un'onda di pensieri giulivi invase l'animo del giovane. Egli andò subito a staccare dalla parete a cui stava appoggiata una tela amorosamente ricoperta con un drappo; rimosse il drappo e si pose a contemplar l'opera sua.
Quante volte aveva già guardato quel rettangolo di tela dipinta? Quante volte! Assai prima di stemperare i colori sulla tavolozza, in quei divini e febbrili momenti che l'autore solo conosce, non l'aveva egli abbracciato tutto il suo lavoro, palpitante ancora della voluttà della concezione? E quante ansie erano sopraggiunte in seguito alla ebbrezza prima! Ansie fatte più di ardore che di timore, perchè Flavio, non ambizioso, non presuntuoso, sentiva però la sicurezza che sta in fondo ad ogni veraanima di artista. Sulla sua vocazione, nessun dubbio; sulla sua forza qualcuno, ma efficacemente combattuto dalla sincerità della sua fede e dal baldo irrompere di tutti gli entusiasmi di vent'anni. Ricordava il giorno in cui Gentile Lamberti aveva detto: “Perchè non sarebbe poeta?„ e il lungo desiderio che gliene era rimasto e l'affanno del non trovare in sè le caratteristiche volute. Ecco, non era egli poeta adesso? Il diletto maestro aveva indovinato. Egli era veramente poeta nel significato più sacro di questa parola, poichè il suo pensiero ardeva e bruciava nell'amore di tutte le cose belle, ed il suo cuore gonfio di commozione non cercava che di mescersi ai palpiti dell'universo. “Orsù, orsù,„ gridavano dentro di lui tutte le forze della giovinezza, “cammina, questo è il momento!„
Flavio aveva promesso alle signorine Lamberti di portare il quadro per mostrarlo loro, innanzi di mandarlo alla Esposizione che doveva rivelare al pubblico il suo nome ignoto. Compreso di molta dolcezzae di una certa piacevole agitazione, nella quale i ricordi avevano tanta parte, almeno quanto la speranza, si diede a spolverare, a lisciare la tela, allontanandola di qualche passo per giudicarne l'effetto e poi riavvicinandosi precipitosamente per verificare un piccolo punto nero, un errore di ombreggiatura, un granello di sabbia: meno ancora, un sospetto.
Contento era e non era. Il dualismo esistente in ogni uomo, ma non mai così vivo come quando un'opera sta per uscire dai misteri del nulla, si imponeva alla sua coscienza vigile. Se egli considerava l'opera nel riflesso del fuoco interno che l'aveva concepita la vedeva rifulgere della più vivida luce. Ma corrispondeva la forma al concetto? Le ore lente del lavoro avevano plasmato in una veste incorruttibile l'istante fulmineo della visione? Le linee, i colori che gli stavano davanti, erano veramente le linee e i colori da lui intravveduti prima che un'asta di legno irrigidisse le sue dita nelle difficoltà della formazione? prima che il colore uscito dallestorte di un chimico materializzasse in un piano uniforme gli ondeggianti fantasmi della sua immaginazione? Era egli, come tanti altri, il poeta soave ed infecondo che sogna ma che non crea? od era — ciò che solamente voleva essere — il virile poeta dalla mente lucida come cristallo, dai polsi fermi, d'acciaio?
Flavio non diede a sè stesso una risposta precisa. Gorgogliava nel suo petto un torrente di vita; chino su di esso, egli stava ad ascoltarne il muggito profondo, attratto dalla incertezza del mistero più che dal bisogno di spiegarlo, ed era tutto il suo essere pari ad un albero in fiore sospeso al disopra di un abisso con intorno mille profumi d'altri fiori e sul suo capo il cielo.
Si decise finalmente a sollevare il quadro colle stesse delicate precauzioni di una giovine madre verso il suo neonato. A passi leggeri discese la scaletta che faceva capo alla grande scala dei Lamberti. Si sapeva aspettato, e per questo sfiorò appena il cordone del campanello pendentenell'angolo, lungo la parete di stucco, e quando la porta si aperse attraversò di volo l'ampia anticamera, dove due cassoni di legno autenticamente decrepiti si perdevano nella vastità dell'ambiente soleggiato per gli alti finestroni privi di cortinaggio che lasciavano entrare tutta la gaiezza del giorno.
Anna gli venne subito incontro tenendogli aperti gli usci perchè potesse passare senza ostacoli. Quasi nel medesimo punto apparve anche Elvira, vestita di chiaro, coi capelli rialzati in una foggia differente dalla solita. Anna la guardò sorpresa come fosse un'altra persona, morsa al cuore da una improvvisa diffidenza. Pensò che sua sorella aveva avuto ben fretta a vestirsi d'estate, ma non disse nulla.
Flavio intanto cercava il posto favorevole per il suo quadro, alzandolo, abbassandolo, finchè trovasse la luce opportuna. Diceva qualche parola ad Anna, ma mentre si voltava per ringraziarla urtò Elvira. Le chiese perdono, confondendosi un poco,colpito anche lui improvvisamente dall'abito chiaro che la modellava con un vago accenno di statua.
Il quadro era allora a posto e Flavio, rifugiato in un cantuccio, lasciava che le due sorelle ne ricevessero la prima impressione senza preconcetti. La tela, di proporzioni singolarmente armoniche, rappresentava una camera buia dove un giovinetto protendendosi da un seggiolone di convalescente con un palpito che dava espressione a tutto il suo corpo, ascoltava. Dall'uscio spalancato si vedeva il lume di una candela che una persona, avvicinandosi teneva in mano; l'oscillazione della fiamma dava veramente l'impressione del moto, così che l'ansia del giovinetto si comunicava allo spettatore, costringendolo a fissare quasi con uguale intensità di attesa l'orlo pressochè invisibile di un velo bianco sul limitare dell'uscio. Questa composizione idealista rappresentata con un verismo umano ed appassionato portava per titolo:Viene!
Elvira fu la prima a parlare. Ella si rivolsegentilmente a Flavio e con una voce che, pur non riuscendo a dissimulare una certa sorpresa, appariva sincera, disse:
— Ma bello, bello.
La freddezza di tale elogio rimase senza eco. Parve che Flavio non lo avesse neppure udito. Fu ancora Elvira che cercando con gli occhi la sorella esclamò:
— Anna, che hai? Come sei pallida!
La commozione impediva ad Anna di formulare nessuna parola. Forse ella pensava, come aveva detto una volta Flavio, che occorresse un aggettivo più complesso, più misterioso, sopratutto più profondo. Che dire quando il sangue sembra congelarsi nelle vene adducendo sulla pelle un brivido di ignoto terrore? No, a nessun patto ella avrebbe pronunciata la comune, la limitata parola, sotto l'impressione che le dava l'opera d'arte sfolgorante.
Elvira, indispettita che le sue intenzioni gentili non fossero state meglio accolte, si allontanò di alcuni passi fingendo di rintracciare un suo ricamo attraverso ilmomentaneo disordine che il quadro aveva occasionato.
— È così che lo immaginava? — mormorò Flavio pianissimo accostandosi ad Anna.
La giovane donna trasalì alla voce di Flavio e come tratta da un sogno rispose senza guardarlo:
— Io non avevo immaginato nulla, ma mi pare che non potrebbe essere in modo diverso di così.
— Non ha dunque alcuna osservazione a farmi?
— No.
— Non posso presumere tuttavia che sia perfetto? — insinuò Flavio sorridendo.
— Non so — disse Anna seria. — La perfezione, quando esce dai limiti del desiderio e si concretizza in date forme, può prestarsi ad una disamina direi quasi matematica che è ben lungi dal mio pensiero. Non mi chieda ciò che non posso dare. Mi guardi piuttosto.
Il bel viso pallido e un po' patito si rivolsea Flavio con una tale luminosità di espressione che egli si sentì venire le lagrime agli occhi. La medesima malinconia che lo aveva assalito quel mattino, vedendo dalla finestra la sfiorente bellezza della sua amica, gli dava anche allora un tormentoso ardore di bene vicino e inafferrabile. Avrebbe voluto gettarsi a' suoi ginocchi, baciarle le mani, piangere disperatamente per un dolore che non conosceva ancora, ma che presentiva nella sua sensibilità acuta di nevrastenico. Entrambi, senza dire più nulla, tornarono a figgere gli occhi nel quadro dove la suggestione, che colpiva fin dal primo sguardo, si faceva sempre più intensa all'esame. Quell'adolescente che in una camera buia aspetta mentre presta l'orecchio ad un fruscio che lui solo ode, mentre spalanca le pupille sui bagliori della luce che si avvicina e il silenzio e l'indifferenza che lo circondano, mentre nell'espressione del suo volto fremono tutte le impazienze della vita, rispondeva bene al grido trionfante che l'arte sa sprigionare dalla rozza materiaquando l'artista è riuscito a stringere nelle sue mani un cuore.
— È troppo — sospirò Anna afferrata improvvisamente da un senso arcano di paura, sentendo una lama diaccia nel filo delle reni e un fluttuare di veli dentro gli occhi.
Flavio la sorresse fino al divano — il piccolo divano fra le due finestre — e le stette in piedi davanti, palpitante, muto. Nulla li avvinceva come questi silenzi in cui le loro anime si stringevano al di là di ogni possibile amplesso.
Un raggio di sole batteva sulla fronte di Anna. Egli si accostò ad una finestra per abbassare la tenda e intanto vide Elvira che passeggiava sul terrazzo. L'abito chiaro la faceva apparire più alta, più complessa. Sul terrazzo quasi nudo, in mezzo ai rami della glicine che incominciavano appena a germogliare ella emergeva, simbolo vivo della primavera, nell'aria crudamente azzurra. Flavio abbassò la tenda e ritornò presso ad Anna. Restava tuttavia un interstizio fra la tenda e lo stipite e attraversoa quel raggio di luce si vedeva passare e ripassare l'abito chiaro con un movimento cadenzato, molle, dolcemente ritmico.
— Vincerò? — disse Flavio ad un tratto prendendo la manina esangue della sua amica.
— Non ne ho mai dubitato.
— Ma ora, ora?
— Le preme molto di vincere?
— Oh! sì — esclamò Flavio ingenuamente. — Mi pare che debba dipendere da ciò la felicità della mia vita.
— La felicità?... — ripetè Anna con un accento incredulo, intanto che una vaga ambascia le attraversava lo sguardo. — La felicità è forse altra cosa, ma la vittoria sarà sua.
Il giovane trasse un lungo respiro che gli fischiò nella chiostra dei denti lasciandogli sul palato una impressione fresca come avesse trangugiato della menta.
Entrò allora il signor Pompeo. Egli, non avendo più trovato di sopra nè il pittore nè il quadro, veniva a prenderne notizie.La sua voce fessa richiamò Elvira dal terrazzo, per cui si trovarono tutti riuniti intorno a ciò che formava il grande avvenimento della casa.
— Già — disse subito il signor Pompeo, gettando sul quadro un'occhiataccia di sprezzo — incomincia il titolo ad essere sbagliato. Io domando cosa vuol direViene?Chi viene? Il titolo, quando non sia un nome proprio, comeAndromaca,Caino ed Abele, ecc., oppure un nome che è per sè stesso un qualificativo, comeAlba,Tramonto,Bosco, deve darci una proposizione completa col soggetto, oggetto e verbo. A questo modo lo spettatore saprà almeno quello che il pittore ha voluto fare. Ma qui chi ci capisce nulla?Viene!E perchè nonVa?AnziSta, dal momento che non c'è nessuno che si muove? Questo titolo è una corbelleria, un gabbaprossimo, un nonsenso. Lo dico chiaro e tondo: un nonsenso.
Soddisfatto dell'esordio, il signor Pompeo non lasciò nemmeno la pausa necessaria ad una replica e facendo un passo violento verso l'autore continuò:
— Capisco ora perchè ci tenevi tanto al segreto. Sapevi che non ti avrei permesso di scrivere sotto quel titolo assurdo. Ma potevi bene interrogarmi. Quando si ha la mia cultura, quando si è letto come ho letto io, un titolo si trova subito.
— Non era facile — arrischiò Flavio.
— Per te! Oh! per te, lo credo — disse il professore con un ghigno sardonico.
— E poi quel titolo mi si è imposto. Io l'ho sentito così.
Il signor Pompeo si abbassò a darsi due grandi palmate sui ginocchi, sgangherando sempre più il ghigno.
— L'ha sentito così! Bella scusa, perbacco! Cosa vuol dire sentire? Ragionare si deve. Qui abbiamo un individuo che sta aspettando (voglio per il momento concedere che questa cosa si capisca). L'idea prima che verrebbe ad ogni persona di criterio sarebbe di intitolarlo:L'aspettativa. Alla buonora! Ecco per lo meno un titolo semplice, espressivo, preciso. Perchè questa è la grande qualità che manca a voialtri giovani: la precisione.Non mi voglio spacciare per artista, oh! no. Grazie al cielo di queste ubbie non ne ebbi mai. Ma quando si possiede una certa intelligenza, corredata dallo studio, il primo venuto non può darcela ad intendere. Ho visto i Raffaelli, ho visto i Leonardi (che mi piacciono meno ma che hanno del bonino) e dappertutto la precisione è rispettata. Scommetto cheLo Sposalizio di Maria Vergine, capolavoro che tutto il mondo civile ammira, non avrebbe avuto un eguale unanime successo se si fosse intitolatoLa verga mistica, obbligando lo spettatore ad un faticoso lavoro di immaginazione per arrivare a questo semplice risultato di un matrimonio.
— Lei scorda intanto — disse Anna senza muoversi dal divano — di giudicare il quadro.
Il signor Pompeo, che anche a tale proposito aveva già detto il fatto suo a Flavio, ma che non gli rincresceva di ripetersi, soggiunse sdegnosamente:
— Pittura nuova, scarabocchi, nessuna consistenza, prospettiva sbagliata, colorifalsi, attitudini false. Mi dica un po' se lei od io od uno qualunque appoggia il gomito in quel modo?
Flavio diede un balzo, ma Anna fu pronta a replicare interpretando il di lui pensiero:
— Non è detto che l'arte abbia a valersi esclusivamente delle pose comuni e che ciò che è raro non debba per questo ritenersi possibile.
Elvira che non aveva ancora preso parte alla disputa accennò a parlare. Non ben sicura però o già pentita, si ritrasse, mentre Flavio completava con fuoco la difesa di Anna esclamando:
— E perchè il personaggio che io intendo di rappresentare deve ad ogni costo somigliare a lei od a me o ad uno qualunque? Non può essere un altro? Uno che lei non ha visto, che probabilmente non vedrà mai?
— E quella scarpa — interruppe il signor Pompeo, sdegnando di entrare in discussione col suo antico allievo — Dio sa mai che calzolaio l'avrà fatta! Non parliamodella luce nè del chiaroscuro: sono una aberrazione.
Detto ciò a guisa di sentenza inappellabile il professore voltò le spalle al quadro. Elvira lo seguì domandandogli piano:
— Crede veramente che non valga nulla?
Senza la menoma esitazione egli si arrestò netto sui due piedi e sollevando la mano con un gesto solenne e dando col pollice e il medio un buffetto nell'aria a qualche cosa di invisibile pronunciò:
— Zero.
Sul volto di Elvira, per quanto poco mutevole, rimase come ombra mal dissipata il contrasto di tali opinioni. Flavio non le era mai stato simpatico: cresciuti quasi insieme, ella aveva disprezzato in lui il fanciullo misero, vestito male; sopratutto nella sua qualità di scolara modello lo aveva sempre considerato un essere inferiore, incapace di distinguersi, di diventare un uomo a modo. Lo spirito gretto e calcolatore che era in lei, in aperto contrasto colle idee che avevano presieduto alla sua educazione, la guidavaistintivamente verso le mete sicure. La sua scarsa sensibilità si alimentava nelle correnti riconosciute anzichè cimentarsi negli impulsi propri. Intelligente e fredda non si sarebbe mai perdonata uno sbaglio. Tuttavia ciò che vi era di bellezza esterna nel lavoro di Flavio non poteva sfuggirle, e se la commozione di Anna le riusciva impenetrabile, i dileggi del signor Pompeo non la convincevano interamente. Pensò infine che una seconda parola gentile la poteva arrischiare senza compromettersi troppo e si avvicinò al giovane nell'ondeggiamento chiaro della veste, con un amabile sorriso sulle labbra, dicendo:
— Il professore fedele ai principî rigidi dell'etica non vuole guastarla cogli elogi. Speriamo che il pubblico non avrà i suoi scrupoli.
Flavio corrispose sorridendo al sorriso della fanciulla; ed anche più tardi, ed anche il giorno dopo, doveva rimanergli impressa nella memoria la fossetta voluttuosa che si era disegnata in quel momento sulla guancia di Elvira.