Il successo del quadro alla Mostra apparve tanto grande quanto imprevisto. Questa seconda condizione specialmente lo aveva favorito perchè Flavio, ignoto la vigilia, sorgeva in un'accolta di nomi più o meno conosciuti rompendo le reti delle combriccole, dei preconcetti, dei partiti presi, delle simpatie e delle antipatie personali, le quali, preparate da lunghi odi e da gelosie feroci, aspettano il pubblico sulla soglia di ogni Esposizione per avvilupparlo nei loro sottili inganni.
Toccava a Flavio la ventura dell'eroe che oscuro fino al momento dell'azione piomba sul campo della lotta con tale vertiginosa prontezza da essere sollevato in alto prima che la folla abbia tempo di riconoscerlo. Verrà più tardi l'invidia a riannodare le file spezzate intorno al vincitore,verrà l'impotenza, tutte verranno le bieche sorelle, ma intanto il trionfo è suo.
Per quanto fu lunga la primavera, nella verde frescura dell'aprile, nel maggio odoroso, nei primi tepori del giugno, mischiata alle ebbrezze di tutta la natura Flavio assaporò l'ebbrezza della sua gloria nuova. Gli saliva sopratutto al cervello nelle dolci sere trascorse sul terrazzo, in mezzo ai ricordi dell'infanzia che si allungavano nel passato quali ombre scure destinate a dare maggior risalto a un paesaggio ridente da cui gli giungeva l'eco affievolita de' suoi pianti di fanciullo, de' suoi sospiri di adolescente, imprimendo a tutto il suo essere un movimento di ascensione e di conquista. Nell'irradiamento della felicità anche la bellezza gli era venuta; una bellezza delicata di cristallo che il sole indora, dove tutti i colori dell'iride danzano in una aureola di stelle multicolori; fragile bellezza che le sensazioni mutavano d'ora in ora idealizzandola.
Sulla vecchia casa, gli anni, i secoli, siadagiavano uniformi e Flavio era il rampollo nuovo, l'innesto felice di una linfa ricca di forze. Dal cuore della casa, dall'appartamento dei Lamberti, il suo trionfo si spandeva colla sonorità argentina di un riso di bimbo. Sembrava che il terrazzo lo accogliesse conducendolo lontano su per i rami della glicine fino alla finestra del signor Pompeo, il quale oramai non parlava più del giovine parente senza raschiarsi in gola con molta prosopopea avviluppando ogni parola in una nebulosa disee dima; fino al piccolo balcone dove il vecchio scettico terminava i suoi giorni in una gloria di sole e di fiori; fino al portinaio, muto filosofo suggestionato — intanto che trasportava i vasi dal cortile al portico e dal portico al cortile — dalla rinomanza onde stava per crescere alla casa il tradizionale lustro severo, protetta come era contro ogni volgarità dalla zona verde degli orti che difendeva la sua nobile solitudine, lasciando giungere ad essa quel tanto appena di rumore mondano filtratovi come attraverso una selezione.
Durante quattro mesi Milano si era appassionata per il giovine pittore che nessuno conosceva, ed ora, volgendo la fine di luglio, avvicinavasi il giorno della premiazione. Flavio l'aspettava senza paura e senza speranza, già pago dell'interesse suscitato dal suo lavoro in quel pubblico da cui solo potevano scaturire le commozioni più profonde che l'artista sogna.
— Eppure — disse Elvira la sera prima del gran giorno — sarebbe una bella cosa ottenere il premio.
— Perchè? — fece Flavio distratto.
— Il giudizio del pubblico non è alla fine che un giudizio di ignoranti, mentre il verdetto di una Commissione intelligente e competente....
— No, no — andava mormorando Flavio disteso a corpo perduto sopra una sedia a bilico nell'ombra della glicine.
— Come, no? Pensi che il pubblico si compone di gente meschina che non ha potuto o voluto studiare, che ignora ogni elemento d'arte; mercanti occupati dei loro affari, bottegai che non sanno giudicareal di là delle loro insegne, donne affatto digiune di coltura....
— O peggio ancora: uomini i quali per avere condotto a termine durante i loro anni giovanili le foglie d'edera e gli ovoidi della scuola di disegno si credono artisti; signore che giudicano i quadri dallo stesso punto di vista dei cappellini e che parlando quattro lingue non pensano in nessuna:snobsprivi di gusto, della benchè menoma particella di sensibilità, attenti solo al cenno della maggioranza per dichiararsi. E ancora: artisti mancati che ebbero dalla natura il dono di sentire ma non quello di rendere, eterni Tantali cui morde la sete del bello ma che non giungono a tuffarvi le labbra riarse, che legati invincibilmente alla terra aspirano l'alto con uno spasimo di desiderio da cui germogliano le mille vipere della gelosia.
— Vede dunque?
Queste due brevi parole, pronunciate da Elvira con una risolutezza che ne dimostrava il convincimento, caddero nella silenziosa penombra del terrazzo ammorbiditedalle fronde e dai fiori che vi intrecciavano intorno una odorosa parete. Caddero interamente, si fransero, scomparvero dentro i ciuffi della glicine e dei semprevivi innanzi che Flavio parlasse, e già Elvira stava per riprendere la parola, quando egli saltò in piedi gridando:
— È appunto questa la gioia! Perchè la folla somiglia a un mostro immane dove tutte le laidezze si trovano riunite, perchè è stupida, maligna, senza pensiero e senza viscere, perchè è enorme e bruta, crudele e vigliacca, strisciante e ingrata; perchè è la folla, cioè la riunione prepotente di tutto quello che noi detestiamo, per questo è profonda la gioia di atterrarla, di batterla, di squarciare le sue membra lascive, obbligandola a urlare, a piangere, a versare per una volta almeno davanti a noi qualche goccia del suo sangue impuro! È lei la nemica di ogni cosa nobile e grande, la nemica della bellezza! e quando l'artista sembra andare a lei è nello stesso modo che il domatore va alla belva, per sottometterla.
Flavio si era trasfigurato. I suoi occhi, nell'ombra del terrazzo, gettavano lampi; il fremito di lotta che lo agitava internamente gli faceva passare delle scintille elettriche sulla pelle; tutta la sua virilità sembrava accendersi e divampare nel fuoco dell'idea dominante scaldando l'aria intorno.
— Ciò è bello, — disse Elvira travolta nella calda atmosfera del giovane, attratta inconsciamente dai due occulti misteri dell'ingegno e del sesso; — dominare la folla non è dato che ai forti. Lei è un forte.
E quasi l'affermazione non le sembrasse sufficiente gli si accostò più ancora, insinuante, serpentina, soggiungendo parole vuote di senso ma che apparivano grandiose nell'oscurità tiepida e molle del terrazzo, fra quel giovine di vent'anni e quella fanciulla di diciassette.
Un cuore si schiantava intanto. Anna, che era sopraggiunta sul limitare del terrazzo durante la violenta apostrofe di Flavio, tenevasi nascosta nell'ombra delle piante. Dal suo posto non le sfuggì nessunainflessione della replica di Elvira, anzi, come avviene di una musica che si percepisce meglio a qualche distanza, ebbe campo di notarne le stonature, i passaggi stridenti, l'urto dell'istrumento inetto a rendere i suoni che il virtuoso avrebbe voluto trarne. Ma sentiva pure che mentre a lei, spettatrice, la verità intima delle cose si disvelava, era tra quei due un ondeggiante mistero complice che la riempiva d'ignoto terrore.
L'indomani, giorno del premio, le due sorelle ugualmente agitate si prepararono fin dal mattino alla visita che stava in cima ai loro pensieri, senza comunicarsi nulla però, come se l'abisso che le aveva sempre divise si andasse colmando di una oscura minaccia, di un pericolo sul quale non osavano ancora tendere gli sguardi. Solamente all'asciolvere, dopo un lungo silenzio, Elvira proruppe:
— Veramente il premio lo merita. È il più bel quadro della Mostra; ha un sentimento, un calore, una penetrazione....
Anna pensava come mai potesse Elvirapronunciare quelle parole che non rispondevano a nessun impulso della sua anima e se ne trovò quasi offesa, derubata di una sua proprietà. In quel momento avrebbe trovato giusto che si vietasse finalmente alle persone di adoperare le parole che non comprendono.
— La delicata intelligenza di Flavio non poteva rivelarsi meglio, — soggiunse Elvira.
Anna stava per dire: “Ma se non l'hai mai riconosciuta!„ Si contenne con uno sforzo che le fece salire tutto il sangue al viso, poichè, se con una sapiente disciplina di se stessa era giunta a domare l'antipatia verso colei che giudicava intrusa nella famiglia, la nuova attitudine di Elvira le risvegliava l'odio del sangue facendovi sorgere accanto un sottil lievito di una amarezza diversa ed ugualmente profonda che ella paventava di analizzare.
Ora, quando Flavio nella sincerità del suo grande affetto veniva a rassegnare il cuore ai ginocchi di Anna, non poteva più isolarla dalla sorella la quale aveva cessato di essere una maligna ragazzetta ele fioriva accanto, indivisibile, prendendo dalla di lei spiritualità il giusto riflesso che le occorreva per animare la sua fredda bellezza. Le due figlie di Gentile Lamberti si confondevano a poco a poco nella mente del giovane come due fiori sullo stesso ramo, ed egli non avrebbe potuto dire sempre se dall'uno o dall'altro gli giungesse maggiore il profumo. Anna sentiva questo. Per lei, così altera della sua nascita, così devota alla memoria paterna, attaccata con tanta tenacia alle tradizioni della famiglia e insofferente d'ogni menzogna e sdegnosa dei cuori volgari e già offesa a morte dalla macchia che lei sola conosceva e che non poteva togliere, quella continuità di inganno che minacciava di traviare anche Flavio, oltraggiandola in tutti i suoi ideali, le scatenava in seno orribili tempeste. Il furto e la menzogna si erano dunque radicati nella vecchia casa?
— Flavio — disse ancora Elvira — si stacca dalla sua famiglia così modesta ed oscura; non si capisce nemmeno come abbia potuto uscirne.
— Chi ne sa nulla! — esclamò Anna con impeto, interrompendola. — Cos'è la famiglia? Una parola di convenzione. L'eredità degli affetti? Un'impostura. L'atavismo? Ah! sì, questo è un bel tema per gli scienziati che lo studiano a tavolino allineando numeri e teorie, ma chi ci dà la verità? Chi osa squarciare questo mistero di carne e di ossa che è l'uomo per vedere realmente come è fatto? Si risale con dei sistemi il corso dei fiumi, non il segreto delle vite. Oh come tutto è tenebra, falsità, menzogna!
La singolare eccitazione di Anna paralizzò per un istante la mente della fanciulla che rispose alfine, non senza nascondere la sua meraviglia:
— Non ti riconosco più! Quanto dici ora contrasta con la fede che hai sempre professata, colle tradizioni della nostra famiglia, coi precetti stessi di nostro padre....
Anna agitatissima gridò:
— Taci! taci! — e alzandosi e movendo verso la finestra per un istintivo bisogno di cambiare aria, quasi di purificarsi, sifermò sul limitare del terrazzo appoggiando contro i vetri la sua fronte che ardeva.
Elvira, rimasta presso alla tavola, pose a scaldare il bricco per il caffè, disponendo per lei e per la sorella due tazzinette bianche a fregi dorati, non senza essersi prima indugiata a misurare la simmetria dei posti. Le tazzettine, come tutto il resto della casa, erano antiche; Gentile Lamberti le aveva viste fra le inanellate dita di sua madre e raramente si lasciavano in balìa delle persone di servizio: l'oro fino che ne ricopriva gli orli era appena intaccato dalle labbra reverenti che vi attingevano quasi una dolcezza di reliquia, ed Anna udiva con una sorda irritazione il leggero tintinnio della porcellana nelle mani di sua sorella.
— Vuoi? — disse Elvira.
Anna si volse, così turbata e con uno sguardo così insolitamente duro, che anche Elvira provò il contraccolpo di quella violenta antipatia. Anna era veramente troppo aspra, nè il fatto di essere la maggioreglie ne dava alcun diritto. Elvira ebbe per la prima volta l'impressione che nulla la legava a sua sorella. Versò il caffè e glielo porse con alterezza. Improvvisamente Anna si sentì gli occhi pieni di lagrime; volle accostare la tazza alle labbra, ma la depose subito e corse a rifugiarsi nella sua camera.
Quando finirebbe quel martirio? Chi verrebbe in suo aiuto impedendole di diventare volgare? Perchè anche questo si aggiungeva alle sue smanie; la paura di decadere. Ad ogni giorno, quasi ad ogni ora, ella vedeva con terrore scemare il livello della propria superiorità. Colla reale sensazione di qualche cosa che scrosciasse intorno a lei si sentiva mancare sotto il terreno, calare, calare abbasso.... Era ella dunque impari alla lotta? Tutto il suo orgoglio, tutte le sue visioni di altezza dovevano frangersi così miseramente in una amaritudine infeconda? Era solamente per sdegnarsi e per adirarsi ch'ella aveva un cuore sensibile, e la sua profonda facoltà d'amare non doveva produrre che dell'odio?Invano un sottile sofisma egoistico le mormorava dentro: Odiare il male, è bene. Non basta! Non basta! Questo grido di protesta sorgeva da tutto il suo essere e la scuoteva non altrimenti che una furibonda bufera fa di un alberello. Ma l'alberello era tenace: torcevasi gemendo e non si spezzava, quasi nemmeno si piegava.
Appoggiata alla sponda del letto, in una muta concentrazione, Anna non si accorgeva dello scorrere del tempo. La sua camera aprivasi sulla via deserta, più che mai deserta in quelle ore meridiane di luglio in cui il sole flagellando i muri penetrava nel chiuso ritiro, smorzato appena attraverso le stecche delle persiane. Da una fessura un po' larga una striscia di luce gialla, entrando, tagliava per metà la camera e i due segmenti svanivano in una penombra dolce d'alcova, dove leggiadri fantasmi si allungavano sulle pareti evocando le scene tenere dell'Orlando Furioso. Questo affresco antichissimo era stato la ragione per cui Anna aveva scelta la camera.Interno al letto si stendeva il mistero della foresta con una arborescenza frondosa che saliva fin quasi alla vôlta, rotta nel suo verde cupo dalle biancheggianti forme di Angelica seduta accanto a Medoro. Dell'eroico poema l'anonimo illustratore di quelle pareti, nell'origine forse destinate ad una sposa, aveva tratto solamente i motivi gentili, per cui gli amori del pastore e della bella non venivano mai interrotti da guerresche e paurose apparizioni, ma era tutto all'ingiro una dolcezza di vita felice, un rameggiare di arboscelli, una luminosità di cielo pallidamente rosato che lasciava nella camera, con parchi rarissimi mobili arredata, l'incerto fluttuare di una visione.
A poco a poco la calma fantastica dell'ambiente avvinse Anna. La voluttà del sogno la prese, aggravata dal torpore del meriggio, in mezzo alla selva che era il suo asilo. Una voce gracile salì dalla strada cantando:
La rosa è il più bel fiore.Come la gioventùNasce, fiorisce e muoreE non ritorna più.
La rosa è il più bel fiore.
Come la gioventù
Nasce, fiorisce e muore
E non ritorna più.
E la voce aveva note gutturali singolarmente dolorose, un po' tremule, che davano alle parole un fascino di passione, come se il cantore improvvisasse per sfogare un suo intimo schianto. La vecchissima canzone che Anna non conosceva, pianta più che modulata nel silenzio ardente del meriggio aveva perduto durante i lunghi anni d'oblìo la volgarità che accompagna tutto quanto cade nel dominio pubblico. Essa rinasceva nella sua freschezza ingenua, nella sua malinconia rassegnata; rinasceva nel signorile paludamento dei morti che non assomiglia a nessun altro e che i vivi guardano con rispetto. Essa, che mille bocche d'amanti avevano ripetuta nei giovani anni e poi scordata, ritentava l'eco della via solitaria, lungo il muricciuolo degli orti; e le notedel nuovo cantore gutturali, dolorose, un po' tremule, sembravano tesserle intorno una corona di rose vizze dentro cui tremavano lagrime lontane.
Anna si affacciò al davanzale, ma la canzone era già tornata nel suo sepolcro; il silenzio imperava assoluto: un gobbetto attraversava la strada....
— Anna? — chiese Elvira toccando leggermente l'uscio — ti vesti?
— È già l'ora? — rispose Anna schiudendo l'imposta con una visibile intenzione di gentilezza.
Le due sorelle si trovarono di fronte. Elvira aveva un abito color di rosa sparso di sottili trifogli, stretto alla cintura da un nastro rosa e colle maniche un po' corte che lasciavano scoperto il braccio fino al gomito. Anna la guardò un istante senza parlare.
— Va bene?
Anna pensava come mai Elvira, che non era molto molto bella, si avvantaggiasse così particolarmente per un semplice cambiamento d'abito, ma volendo ad ogni costocancellare il ricordo della durezza di prima, le cinse la vita con una mano e la baciò. Elvira non avvertì lo sforzo. Dopo averle raccomandato di essere sollecita, per non giungere troppo tardi alla Mostra, dileguò nella fuga delle ampie stanze che il suo abito rosa illuminava di un mobile splendore.
Un profumo di eliotropio, molle ed insipido profumo che ella non poteva soffrire, era rimasto sulle mani di Anna. Si affrettò a versare dell'acqua nel suo lavabo, ma tolto dalle mani il profumo persisteva, caldo ancora del contatto che lo aveva portato sul suo volto. “Odioso odore!„ mormorò Anna slacciandosi la vestaglia. Davanti a lei il lavabo apriva la conca azzurrognola colma d'acqua. Vi tuffò il viso e trascinata da un subitaneo senso di delizia sciolse rapidamente la leggera biancheria che la avviluppava gettandosi ondate d'acqua sulle spalle.
Questo esercizio le diede un benessere fisico così soave da indurla a ripeterlo più volte, eccitata dallo stesso piacevole rumoreche l'acqua produceva rimbalzando dalle sue spalle al lavabo e da questo in minutissime perle sul pavimento di pietruzze alla veneziana che già luceva tutto come iridescente cristallo. La striscia di sole, attraverso il filtro delle persiane, si era nel frattempo allungata fino a toccare i piedi della bagnante. Una mezza luce aurea l'avvolgeva tutta e sullo sfondo verdeggiante del bosco dove Angelica e Medoro stavano abbracciati ella poteva credersi una ninfa antica. Le sue forme veramente ritraevano la grazia elegante che intorno al Partenone e fra le ceneri dissepolte di Pompei fa rivivere ancora sulla curva delle anfore la bellezza delle figlie di Nereo.
Sottili, fluide, aventi il raro dono della morbidezza nella esilità, le braccia di Anna riposavano alfine. Ella stava assaporando la frescura dei recenti lavacri, immobile e ritta, col pensiero preoccupato dalla strofa che aveva udito cantare alcuni istanti prima, non ricordandola esattamente, eppure colpita dalla tristezza che accomuna in unsolo destino la gioventù e le rose. E si guardava le braccia, sollevandole lentamente fino al viso, al di sopra dei capelli, congiungendole in alto palmo a palmo con un arcano desiderio di amplesso che le fece mormorare sospirando: “Sarebbero pure una nobile coppa per l'amore!„
— Dov'è? Dov'è? — gridò dal corridoio la voce di Flavio.
Ella diede un balzo fino all'uscio, chiudendolo a chiave con un terrore irragionato e convulso, mentre Elvira rispondeva a Flavio:
— Si sta vestendo.
I due giovani entrarono nel salotto che faceva fronte alla camera di Anna. Il mormorio delle loro voci le giungeva distinto attraverso il breve spazio. Diceva Flavio:
— Però verranno?...
— Sì, sì, verremo e subito.
Così rispondeva Elvira con un trillo di allodola felice.
Anna si coperse rapidamente, smaniosa di sottrarsi ad una impressione penosa, o meglio a due impressioni; una penosa el'altra irritante: e forse ad un'altra ancora più acuta, più indefinita, a cui si mesceva un bizzarro istinto di pudore segretamente offeso.
Per dispetto i nastri si spezzavano, i ganci non si congiungevano. Sotto la sua mano febbrile la stoffa sembrava prendere una attitudine di rivolta, e intanto che dibattevasi contro i piccoli ostacoli materiali tendeva con ansia l'orecchio alle voci dei due giovani che si erano straordinariamente abbassate di tono. Ora non percepiva che qualche sillaba, qualche motto staccato. Tuttavia il dialogo continuava animatissimo, passando dal sommesso bisbiglio della parola al fruscìo alato del sorriso ed al spezzato singulto che fa gorgogliare la voce nelle fauci con un canto di acque profonde.
Nell'ansia Anna sospendeva l'opera, madida la fronte di sudore. A un tratto le voci tacquero. Il silenzio altissimo non era più interrotto che dalle pulsazioni del suo cuore tumultuante. Che cosa avveniva?Erano forse partiti? o Flavio era partito? Provò un istante di vertigine. Dove, dove erano? Perchè tacevano? Le parve di udire un piccolo colpo di tosse, ma avendo in quel medesimo istante urtato in una spazzola che cadde rumorosamente a terra, non poteva essere sicura. Chiamò: “Elvira!„ Nessuna risposta. Forse si trovavano sul terrazzo. Ma perchè Flavio era venuto? Dovevano incontrarsi all'Esposizione. Sua sorella si era vestita prima del tempo: aveva sempre una gran premura di vestirsi. E il silenzio continuava! — Ah! una voce finalmente.... Non la loro voce, no. Era il cantore che ripassava per la via deserta
. . . . . . . . .Nasce, fiorisce e muoreE non ritorna più!
. . . . . . . . .
Nasce, fiorisce e muore
E non ritorna più!
Anna si affacciò questa volta alle persiane per vederlo. Cercava i suoi guanti, pur avendoli sotto gli occhi, toccandoli.
Finalmente eccola pronta. Si precipitafuori della camera ed urta Elvira che veniva alla sua volta.
— Dove eri?
— Quando?
— Ma ora.
— Qui.
— Sola?
Elvira solleva il capo e la guarda con una certa meraviglia. Anna arrossisce.
— Possiamo avviarci, — soggiunge Elvira. — Flavio ci precede.
— Che cosa aveva?
— Chi?
— Flavio.
— Nulla.
— Perchè è venuto?
— Voleva essere sicuro che noi andassimo.
Attraversano l'ampia anticamera, escono sullo scalone, scendono sotto il portico, il vecchio pensionato rientra allora e le saluta; il portinaio le arresta un momento per mostrar loro un ricciolone del terrazzo che ha bisogno di essere riparato: mostra in pari tempo una nuova piantagionede' suoi vasi, un cespuglio di dittamo, e ne offre un ramoscello a ciascuna. Sulla porta Anna chiede:
— Che cosa ha detto?
— Chi?
— Flavio.
— Nulla.
— Mi sembrava che aveste una discussione.
— No.
Il cielo ha quel pallore opaco delle giornate troppo calde. L'aria è immobile: non trema una foglia; le pietre del marciapiede scottano, bianche di luce e di polvere. Le due sorelle si avviano lentamente.