II.

II.

Alfredo Corina conte di Camporolle, quale si era presentato da un mese nella migliore società di Parma, aveva vissuto una gran parte della sua giovane vita senza conoscersi bene egli stesso. Della sua infanzia serbava memorie poche, confuse, incerte; non aveva mai conosciuto nè il padre nè la madre: questa gli avevano detto che era morta dandolo alla luce; quello era mancato prima ancora ch’egli nascesse. Gli rimaneva leggero, sfumato, come un’ombra, il ricordo d’una casa rustica, soggiorno di contadini, isolata in mezzo ai campi,in cui insieme con alcuni fanciulli vestiti ed educati alla villereccia, doveva essere passata la sua infanzia, e ogni volta che si affondasse nel pensiero del suo passato, chiudendo gli occhi, gli pareva di rivedere un basso tetto di paglia all’ombra di alti olmi, de’ polli razzolanti per l’aia, le fatiche, le allegrie della mietitura e della trebbiatura; gli pareva d’udire il muggito de’ buoi nella stalla, di sentire l’odore di fieno e quello appetitoso del pane che cuoce nel forno. Un uomo, ch’egli s’accorgeva fin d’allora come non parlasse il medesimo linguaggio degli abitatori di quella casa, veniva a visitarlo di quando in quando; gli portava balocchi, dolci, vesti calde l’inverno, leggere la state, ricche ed eleganti sempre; era trattato con molto rispetto dai contadini, a cui lasciava ad ogni volta quanto denaro chiedessero. Quell’uomo era allora e fu sempre anche di poi il solo legame, la sola relazione, che stringesse l’esistenza di Alfredo alla società, al mondo, che gli tenesse luogo di parenti, di famiglia, di tutti coloro a cui tocca la protezione della puerizia d’un nato nella vita civile.

Quando il bambino ebbe compito i sette anni, quell’uomo venne a prenderlo dalla casa contadinesca, lo condusse sino a Milano e lo allogò in uno dei principali e più costosi collegi educativi di quella città, nel qual collegio nonentravano che figliuoli di ricchi e di nobili. Alfredo cominciò allora ad apprendere che il luogo dov’egli era stato fino a quel tempo era l’abitazione della sua nutrice; che egli apparteneva ad una ricca e distinta famiglia, e che quell’uomo, il quale provvedeva ai bisogni dell’orfano, era un antico servo fidato, un fattore, una specie d’intendente, a cui, prima di morire, i genitori avevano affidato la tutela della persona, degl’interessi, e l’avvenire del figliuolo. Rimase dieci anni in quel collegio, e siccome aveva ingegno, cuore e leggiadria di forme, il giovanetto imparò meglio di qualunque altro, prese le più squisite e gentili maniere, e divenne uno dei più simpatici a vedersi.

Un poco se ne teneva. Aveva osservato una cosa. L’uomo che vegliava su di lui, a seconda ch’egli cresceva negli anni, usava verso il pupillo di maggiori riguardi, d’una deferenza che era rispetto, che poteva quasi dirsi riverenza. Alfredo si ricordava che da principio, quando andava a trovarlo in casa della nutrice, quell’uomo se lo prendeva in braccio con un vero trasporto d’affetto appassionato, e lo baciava e lo accarezzava con una tenerezza commossa che nulla più. A poco a poco, aveva smesse tali dimostrazioni accalorate; e da quando il giovinetto era entrato in collegio, egli non erasi più dipartito dalle maniere le più correttamenteumili d’un subalterno anche affezionato, d’un servitore anche devotissimo, antico e fedele. Allora Alfredo aveva pure appreso che si chiamava, di nome di famiglia, Corina; ma per allora nessun cenno gli era stato fatto che a lui spettasse un titolo nobiliare. L’intendente gli diceva sempre che era ricco, che non si riguardasse a spendere, che qualunque cosa desiderasse, glie la chiedesse pure, che per ogni caso, per ogni bisogno, per ogni capriccio ricorresse a lui. Il ricapito con cui e il giovanetto e i rettori del collegio dovevano scrivergli per quanto occorresse, era: «Matteo Arpione, negoziante, Torino.» Le visite al collegio di questo Matteo si vennero facendo sempre più rade, finchè poi venne il giorno in cui il giovanetto dovette uscirne, e quell’uomo si recò a prenderlo e lo condusse con sè, non a Torino, ma a Bologna, dove gli fece trovare un quartiere sontuosamente arredato, un aio e istitutore che era uomo di vaglia, un maestro di casa, da lui scelto e diretto con opportune istruzioni, una donna di governo abilissima, una servitù bene addestrata e disciplinata, una scuderia fornita di quattro magnifici cavalli, e una libertà accompagnata da larghi assegni mensili di denaro, della quale, se il giovane non abusò, fu merito in parte della sua indole, in parte dell’aio.

Matteo Arpione si lasciò vedere dal giovane a Bologna ancora più raramente di quel che avesse fatto a Milano. Ad ogni richiesta mandava denari, mandava istruzioni ed ordini al mastro di casa; anche da lontano si sentiva che non cessava mai dal vegliare sulla esistenza e sugli interessi economici d’Alfredo; non compariva che in pochissime occasioni, e anche allora le sue visite erano corte e sopratutto nascoste, così che fuori del giovine e di quelli che più da vicino lo attorniavano, nessuno lo vedeva mai.

In una di queste rare sue venute, Matteo aveva portato al pupillo uno stromento di compra d’un gran tenimento nelle vicinanze di Lugo, possesso feudale che aveva congiunto il titolo di conte, compra fatta a nome del nobile Alfredo Corina, e un diploma del governo pontificio che investiva della contea di Camporolle (chè tale era il nome di quel possesso) il medesimo compratore.

Quel giovanetto era dunque ricco, nobile, anzi titolato, padrone di sè, bello, bene educato, favorito di mente, perspicace, buono, robusto; e aveva quindi tutte le condizioni per essere felice. E invece non si trovava contento. Egli possedeva pure un’anima affettuosa, e non si vedeva nessuno intorno che lo amasse senza tornaconto, proprio per lui, dietro impulso e debitocaro di natura: ned egli aveva potuto mettere in nessuno un affetto, quale si sentiva capace di nutrire. Il vecchio Matteo egli lo vedeva troppo raramente per amarlo come un congiunto; gli altri erano tutti con lui in attinenze precarie di subordinati, e l’affezione vuole essere fra uguali. Di amici non ne aveva potuto avere: al collegio quel vederlo sempre senza relazioni di famiglia aveva suscitato i sospetti, dato cagione alle satire, per cui la adolescenza ha pure una feroce felicità, ed egli essendovisi ribellato, fiero e impetuoso com’era, si trovò sceverato quasi del tutto da’ suoi compagni. Nella società, non ebbe la fortuna di incontrare ancora un amico vero e leale; e viveva per ciò solo, melanconico, malvoglioso, infastidito, irritato di sè stesso e delle sue condizioni.

Quante volte aveva egli interrogato Matteo intorno alla sua famiglia! Ma l’Arpione non aveva mai datogli risposta che lo appagasse. Ecco in breve quanto egli aveva risposto al giovane.

«Il padre di Alfredo aveva ereditato da lontani parenti una ricca sostanza; la madre invece era povera, ma ammirabile per bellezza e virtù. Matteo, per vicende che era inutile e non gli piaceva narrare, era legato di grandissimo affetto di riconoscenza a colui che aveva dato la vita al giovane, e per lui e pel figlio di luiavrebbe fatto ogni più difficil cosa. Quando morì, il padre di Alfredo, che non aveva parenti, che non aveva altri amici a cui fidarsi, aveva raccomandato a Matteo il figliuolo perchè lo educasse da gentiluomo, procurasse in ogni guisa il benessere di lui economico, morale, sociale; e Matteo aveva accettato l’incarico.»

Alfredo aveva domandato a Matteo perchè lo tenesse sempre così lontano da sè, perchè egli, Matteo, abitando Torino, non avesse fatto stabilire la dimora al suo pupillo in quella città, che egli desiderava pur tanto conoscere; ma il vecchio Arpione, senza spiegarne un perchè, aveva risposto che a Torino non avrebbe mai desiderato che il giovane venisse, e lo pregava anzi a non pensarci.

Così era giunta pel nostro giovane l’età di vent’anni, quando, com’era facile a prevedersi, egli incappò in una passione amorosa. Questa può essere un elemento di felicità se si capita bene; è una deplorevole e funesta disgrazia se la passione ci è ispirata da una indegna e malvagia femmina. E Alfredo di Camporolle era capitato il peggio che si potesse immaginare.

Era giunta di que’ giorni a Bologna una donna misteriosa che si faceva chiamare la baronessa di Muldorff; viaggiava con una dama di compagnia e quattro servitori, aveva preso stanza nel più sontuoso albergo, vi aveva occupato ilpiù ricco appartamento, ci viveva con tutte le mostre, le petulanze, le esigenze di una milionaria, capricciosa e avvezza a ottenere, e sollecitamente, soddisfatto ogni suo capriccio. Il nome era quello d’una tedesca, alcuni invece la dicevano francese, altri polacca; il vero era che parlava benissimo cinque o sei lingue, e un cameriere affermava averla udita in un momento di collera bestemmiare in italiano.


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